Opporsi alla politica delle cannoniere

Li Qingsi Réseau Voltaire Beijing (Cina) 23 febbraio 2012

Il veto cinese al Consiglio di Sicurezza non è una moda influenzata dalla Russia, ma il culmine di una lunga e dolorosa esperienza. È motivato principalmente dal desiderio di sostenere le norme del diritto internazionale. Il professor Li Qingsi mette questa preoccupazione nel suo immediato contesto storico (cambiamenti di regime orchestrati in Nord Africa) e nel lungo periodo (l’occupazione della Cina da parte dell’Occidente e la difficile relazione Cina-USA).

Dopo che la Russia e la Cina hanno posto il veto alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il 4 febbraio, l’Assemblea generale dell’ONU ha approvato una risoluzione che condanna le violenze in Siria. Anche se non vincolante, farà aumentare ulteriormente la pressione sul governo siriano e apre la porta a un intervento straniero in futuro.
I conflitti settari, i fattori geopolitici e in particolare la politica del “divide et impera” dell’Occidente, hanno dato luogo a intense contraddizioni all’interno del mondo arabo, e a scontri interni in Siria che hanno fornito una scusa all’Occidente per interferire.
L’attuale crisi in Siria non ha semplicemente per scopo la protezione dei diritti umani, come pretende l’Occidente.  Vuole rovesciare l’attuale governo e sostituirlo con uno filo-occidentale. La Siria è considerata un problema per la strategia mediorientale dell’occidente, a causa dei suoi stretti legami con l’Iran e il Libano, entrambi ostili agli Stati Uniti.
Per poter giocare un ruolo in Medio Oriente, la Lega araba è pronta a sostenere la strategia occidentale nella regione. Senza dubbio, dopo aver risolto il problema siriano in modo non-pacifico, il prossimo obiettivo sarebbe l’Iran.
Il veto cinese non vuol dire che Pechino si colloca a fianco del governo siriano, o è cieco sullo spargimento di sangue, ma non vuole che la Siria segua lo stesso percorso disastroso della Libia, che ha portato a una situazione di guerra civile generalizzata.
In qualità di membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la Cina ha la responsabilità e il dovere di difendere la Carta delle Nazioni Unite, fonte del diritto e del codice di condotta internazionale, e quindi deve respingere qualsiasi risoluzione che viola la Carta e i suoi principi.
Se la Cina si rendesse conto che una risoluzione è sufficiente per minacciare la sovranità di uno Stato ed è contraria alla giustizia, e non facesse nulla, sarebbe un grave errore.
La furiosa reazione dell’occidente a veti russo e cinese, dimostra che hanno svelato il vero obiettivo degli occidentali – che cercano di dominare il Medio Oriente e di monopolizzare le Nazioni Unite – stando attenti a nascondersi dietro le loro nobili richieste sui diritti umani in Siria.
Il mondo è stato testimone di troppe invasioni di Stati sovrani e di troppi omicidi di civili innocenti in nome dell’intervento umanitario. Gli interventi militari dalla fine della Guerra Fredda dimostrano che l’Occidente, mentre sventola la bandiera della difesa dei diritti umani, in realtà non cerca che i propri interessi strategici globali e regionali.
Che siano i paesi invasi dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, o certi paesi musulmani che hanno vissuto le “rivoluzioni colorate” lo scorso anno, il fatto è che, invece della tutela dei diritti dell’uomo, queste invasioni e queste “rivoluzioni” hanno portato al deterioramento della stabilità interna e della situazione umanitaria.
L’esperienza dimostra che, dopo la Guerra Fredda, qualunque siano le differenze tra di essi, i paesi occidentali serrano le fila quando sono in conflitto con un paese non occidentale. Anche nell’era della globalizzazione, c’è sempre una linea netta tra l’Occidente e il resto del mondo.
Per ragioni sia storiche che pratiche, l’equilibrio di potere tra l’Occidente, in particolare gli Stati Uniti, e il mondo non-occidentale, è diseguale. Allo stesso modo di un potere assoluto senza vigilanza o restrizioni in conseguenza della corruzione all’interno di uno Stato, un potere senza contrappesi nella comunità internazionale diventerebbe troppo imperioso e spietato, diventando così una minaccia per la stabilità in tutto il mondo.
Dopo la Guerra Fredda, gli Stati Uniti sono riusciti a “avere una ferma presa sulle Nazioni Unite, con cui opprimere la comunità internazionale“, mentre i Paesi  piccoli e medi non osavano esprimere il proprio disappunto.
La reazione isterica degli Stati Uniti al veto cinese dimostra la non comprensione dell’evoluzione della Cina. In un momento in cui la diplomazia delle cannoniere è ripresa fino ad oggi, un approccio modesto e autodisciplinato della diplomazia può sembrare un po’ datato.
Se Cina e Stati Uniti potessero tranquillamente coesistere, sarebbe un risultato senza precedenti. Ma la storia delle relazioni sino-statunitensi dimostra che tale cooperazione non può essere raggiunta solo attraverso il compromesso o una semplice richiesta, e che non si può sperare su un gioco a somma zero con la semplice via della nostra buona volontà. La lotta senza rompere le relazioni non dovrebbe essere la base dell’atteggiamento della Cina verso gli Stati Uniti, perché solo quando siamo pronti a pagare il prezzo della rottura, allora saremo in grado di combattere senza lacerarci.
Qualunque sia la difficoltà della situazione esterna, la Cina non fermerà il suo sviluppo. Non fino a quando i diplomatici continueranno a fare appello al nostro buon cuore. Né finché sarà facile calpestare i sentimenti di 1,3 miliardi di cinesi, e non prima che la Cina non abbia la capacità di difendere la Carta e le norme delle Nazioni Unite, nonché la pace e la giustizia nel mondo coi fatti e non con le parole.
In qualità di membro permanente del Consiglio di Sicurezza, la Cina deve assumersi la grande responsabilità di salvaguardare la pace nel mondo. Per preservare l’unità, la Cina è stata costretta a usare il suo diritto di veto.
Poiché è un membro della comunità internazionale, la Cina è consapevole che non può raggiungere i propri interessi senza la cooperazione con il mondo esterno. Ma la Cina sarà anche attenta a quei Paesi occidentali che vanno troppo lontano. Dopo essere stata invasa dalle potenze occidentali, la Cina comprende le sofferenze che ne risulta. La Cina che si risveglia non commetterà gli stessi errori, perché il popolo cinese crede che ciò che non volete che facciano a voi, non sia inflitto agli altri.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Un’alleanza psichiatrica del tutto consueta: gli Stati Uniti e al-Qaida

Dedefensa 20/02/2012 – Bloc-Notes

Così sembra che nessuno faccia mistero dell’”alleanza” pudicamente definita “oggettiva”, in Siria, tra gli Stati Uniti e al-Qaida. Russia Today (RT) ha pubblicato due articoli su questo fatto possibilmente nuovo (anche se in Libia, possiamo dire che la cosa si è già consumata, e si parla solo di oggi). I russi contemplano con una sorta di ironia poco sorpresa, questa nuova svolta dell’estremamente sinuosa strategia americanista.
RT innanzitutto fornisce una reportage sulle dichiarazioni di James Clapper, il DNI (direttore della National Intelligence) fatte al Congresso, il 17 febbraio 2012.
«Da dicembre ci sono stati attentati a Damasco e Aleppo che “hanno tutte le caratteristiche di un attacco di al-Qaida”… [Clapper] ha aggiunto che i gruppi di opposizione siriani, che lottano contro l’attuale regime del presidente al-Assad, possono essere stati infiltrati da al-Qaida. “Tuttavia, probabilmente a loro insaputa”. Clapper ha detto che la mancanza di un gruppo unificato di opposizione potrebbe lasciare un vuoto di potere che gli estremisti potrebbero riempire, se il governo siriano cadesse, un potenziale sviluppo che ha definito “preoccupante”. [...] Ci sono sospetti che gli Stati Uniti possano già aver inviato armi all’opposizione attraverso i suoi alleati arabi.” E con al-Qaida oggi presente nella regione, questo potrebbe significare la fornitura indiretta di armi al nemico tanto combattuto nella guerra al terrorismo».
In un secondo testo, del 18 febbraio 2012 , RT dà voce a Otrakji Camille, direttore della rivista on-line Syria Comment. I suoi commenti sulla nuova “alleanza”, almeno de facto se non di più, sono estremamente interessanti. Si noterà che Otrajki pone un accento particolare sullo stato d’animo dei vari esperti americanisti, le cui motivazioni sono estremamente immediate e senza cura per le conseguenze, o sono collegati ad eventi passati, per cui si trovano difficilmente dei rapporti con la situazione attuale, se non una sorta di rancore capriccioso e logicamente di natura patologica (in questo caso, per spiegare l’ostilità contro la Siria giustificando tutte le alleanze possibili) …
«Otrakji ha detto a RT che entrambe le parti usano l’altra, nella speranza di controllarla in un secondo momento. “Per esempio, penso agli islamisti e ad al-Qaida: ‘Possiamo avere un alleanza con gli americani o con tutte le forze di opposizione laiche, ma in seguito avremo il potere’, e gli statunitensi pensano di poter usare al-Qaida temporaneamente, se devono, per sbarazzarsi del regime siriano, e che in qualche modo riusciranno a sbarazzarsi di essa. Così, purtroppo, apparentemente cooperano”.
Il giornalista ha aggiunto che è importante capire come il processo decisionale si svolga a Washington DC. “Alcune persone in realtà non si preoccupano di cosa accadrà in Siria dopo. Ad esempio, ci sono fazioni che vogliono solo punire il regime siriano – ho sentito questo da qualcuno a Washington – per il suo aiuto nel 1982, quando Hezbollah attaccò le truppe statunitensi in Libano.” E altri, ha detto Otrakji, sono ottimisti, pensando che ci saranno elezioni e che la Siria è abbastanza laica che le fazioni di al-Qaida o altri islamisti, non vinceranno. “Così, sono fiduciosi per ora, tutto quello che vogliono adesso è sbarazzarsi del regime, allora, pensano, sistemeranno le cose in qualche modo”.»
Un altro giornalista, l’attivista per la pace Don Debar, intervistato da RT, completa le osservazioni di Otrakji, precisando nello stesso testo di RT che l’“alleanza” in questione è già attiva, a partire dalla cooperazione stabilita in Libia.
«“Prima di tutto, gli Stati Uniti sono già compagni di letto di al-Qaida in Libia. In secondo luogo, se si guarda alla storia di al-Qaida, in realtà è un gruppo contiguo agli alleati che gli Stati Uniti avevano in Afghanistan, quando combattevano l’Unione Sovietica, alla fine degli anni ’70 e all’inizio degli anni ’80.” Debar, ha anche ricordato un recente commento di al-Qaida in sostegno ai ribelli siriani, di cui dice sono “gli stessi gruppi che gli Stati Uniti non stanno soltanto sostenendo, ma che stanno armando e addestrando.” “Quindi non si tratta se ciò accade o meno, sta realmente accadendo”, concludeva l’attivista.»
… E allora, continuando, cosa c’è da sorprendersi? Non fu la CIA che ha “inventato” bin Ladin e al-Qaida, durante l’Afghanistan fase-I, dal 1979 al 1988, e dopo, come risultato dell’iniziativa di Brzezinski in Afghanistan il 3 luglio 1979, vale a dire, sei mesi prima dell’invasione sovietica? I cinici scuotono la testa, quasi ammirando il “realismo” della politica americanista. Fatta eccezione per l’effetto del passaggio in un salotto parigino, i cinici si sbagliano e non sono realistici.
Ci sono ovviamente dei limiti nel realismo succitato, dove il realismo diventa incoerente, e da cui la psicologia si trova ad affrontare il disordine dei concetti, fino a sfociare nella patologia convulsiva. (Ma questo sta già accadendo, naturalmente.) Non c’è nulla, alcun scopo centrale, nonostante tutte le teorie complottiste e gli annessi del mondo, che supportano in qualche modo questa evoluzione sinusoidale e quindi schizofrenica della non-politica USA, non c’è nulla, se non l’emergente disturbo patologico (i cinici-realisti lo vedono come l’astuzia suprema, ovviamente), il cui il disordine non è nemmeno compreso in quanto tale, perché non è mai considerato come tale, ma viene rivestito dalle pretese virtù dell”ordine democratico e, in ogni caso, direttamente ispirato dal sistema in modalità auto-distruzione. Questo disturbo che, in preda alla disperazione per una spiegazione razionale, verrà considerato già pianificato, è già costato diverse migliaia di miliardi di dollari agli Stati Uniti; un capitale d’influenza fenomenale ereditato dalla guerra fredda, quando gli Stati Uniti erano il portavoce ufficiale del “mondo libero“; l’ordine pubblico negli Stati Uniti stessi, fino alla coesione interna del paese; l’equilibrio delle sue istituzioni finanziarie, che controllavano il mondo senza sollevare la minima protesta; la capacità delle sue forze armate e l’equilibrio già pericolante del  Pentagono; l’erosione del dollaro fino all’orlo del collasso; il processo di dissoluzione della loro leadership politica, in una corruzione di cui nessuno (nemmeno gli israeliani, dopo tutto), conosce gli scopi e gli obiettivi ultimi.
In questo caso, il “realismo” diventa la manifestazione di un episodio compulsivo maniacale senza fine, che caratterizza l’attività di persone che sono completamente intrappolate nel sistema, e questa spiegazione vale molto, ma molto in generale, più del migliore ragionamento geopolitico, come spiegazione della crisi mondiale. Sono particolarmente rivelatori, a questo proposito, le spiegazioni riportate da Otrajki di una Washington che vuole, da una parte la pelle della Siria, a causa di un attentato di trenta anni fa a Beirut, e dall’altra vuole un’alleanza con al-Qaida, con cui potersi allietare per due giorni, due settimane o due mesi, della caduta del tiranno Assad,  installando al suo posto una caldaia ribollente che spruzza islamismo esacerbato ed alqaidesco in tutte le direzioni – con immensa soddisfazione di Israele, si sospetta. Queste spiegazioni sparse e contraddittorie dell’attacco contro la Siria, sembrano indicare che la malattia abbia la sua sorgente nella concezione stessa e, paradossalmente posteriore, a questa “politica”, o razionalizzazione di questa “politica”,  applicata dopo che questa “politica” viene decisa; vale a dire che l’atto precede la causa dell’atto, che viene poi costruita in funzione dell’atto secondo le tendenze di ciascuno, vale a dire, “nel disordine“. (A questo proposito, lo stesso disordine esiste anche a questo livello di unificazione dei motivi da trovare dopo l’azione.) Questi sono gli eventi che decidono, nel caso della politica washingtoniana, gli eventi che rispondono all’irresistibile pressione del sistema. I leader politici hanno il solo compito di spiegare perché una “politica” che sfugge al loro controllo, fa ciò che fa.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Siria e Iran nel Grande Gioco

Alastair Crooke  The Guardian 14 gennaio 2012
Libya Against Superpower Media
Il cambio di regime in Siria è un premio strategico che vale più della Libia – questo è il motivo per cui Arabia Saudita e Occidente giocano la loro parte

Questa estate un alto funzionario saudita ha detto a John Hannah, ex-capo assistente di Dick Cheney, che fin dall’inizio della sollevazione in Siria, il re ha creduto che il cambiamento di regime sarebbe un grande beneficio per gli interessi sauditi: “Il re sa che oltre il collasso della stessa Repubblica Islamica, nulla indebolirebbe di più l’Iran che perdere la Siria“.
Questo è oggi il “grande gioco” -  perdere la Siria. Ed è così che si gioca: istituire in fretta un consiglio di transizione come unico rappresentante del popolo siriano, indipendentemente dal fatto che abbia delle gambe reali in Siria; alimentare gli insorti armati provenienti dagli stati limitrofi; imporre sanzioni che colpiscano i ceti medi; montare una campagna mediatica per denigrare gli sforzi siriani di riforma, cercare di fomentare divisioni all’interno dell’esercito e dell’elite e, infine, il presidente Assad cadrà – così i suoi fautori insistono.
Europei, statunitensi e alcuni Stati del Golfo vedrebbero nel “gioco” in Siria, il logico successore del gioco apparentemente riuscito in Libia, nel plasmare il risveglio arabo verso un paradigma culturale occidentale. In termini di politica regionale, tuttavia, la Siria è strategicamente più importante, e l’Iran lo sa. L’Iran ha detto che reagirà a qualsiasi intervento esterno in Siria.
E non è un “gioco”, come i tanti morti da entrambe le parti attestano. Gli elementi radicali armati utilizzati in Siria come ausiliari per deporre Assad, contrastano con la prospettiva di un qualsiasi risultato che possa emergere all’interno del paradigma occidentale. Questi gruppi possono anche avere obiettivi sanguinosi e per nulla democratici. Ho avvertito questo pericolo in relazione all’Afghanistan degli anni ’80: alcuni dei mujahidin afghani erano realmente radicati nella comunità, suggerivo, ma altri costituivano un grave pericolo per il popolo. Il politico statunitense che all’epoca mise gentilmente il suo braccio intorno alle mie spalle, mi disse di non preoccuparmi: queste erano le persone che “avrebbero preso a calci i sovietici“. Abbiamo scelto di guardare da un’altra parte, perché prendere a calci i sovietici andava bene per le esigenze interne degli USA. Oggi l’Europa guarda dall’altra parte, rifiutando di considerare che in Siria, gli insorti sono per davvero combattenti veterani che infliggono simili perdite alle forze di sicurezza siriane, perché spacciare Assad e affrontare l’Iran, fa gioco, soprattutto in un momento di difficoltà interne.
Fortunatamente, tali tattiche in Siria, a dispetto di forti investimenti, sembrano fallire. La maggior parte delle persone nella regione credono che se la Siria viene spinta ulteriormente nella guerra civile, il risultato sarà la violenza settaria in Libano, Iraq e anche più ampiamente altrove. L’idea che tale conflitto vomiti fuori una stabile, nonché occidentale, democrazia, è fantasiosa nella migliore delle ipotesi, un atto di insensibilità suprema nel peggiore dei casi.
Le origini della operazione per “cacciare Assad” hanno preceduto il risveglio arabo: esse risalgono al fallimento di Israele nella guerra del 2006 per danneggiare seriamente Hezbollah, e alla  valutazione post-conflitto degli Stati Uniti secondo cui la Siria rappresenta il tallone d’Achille di Hezbollah – come vulnerabile via di collegamento tra Hezbollah e l’Iran. Funzionari statunitensi speculavano su cosa si sarebbe potuto fare per bloccare questo corridoio vitale, ma era il principe Bandar dell’Arabia Saudita che li ha sorpresi dicendo che la soluzione era sfruttare le forze islamiche. Gli statunitensi furono incuriositi, ma non si poteva trattare con queste persone. Lasciate fare a me, rispose Bandar. Hannah osservava che “Bandar che lavora senza collegamenti con gli interessi degli Stati Uniti, è chiaramente motivo di preoccupazione. Ma Bandar che lavora come partner … contro il comune nemico iraniano, è una grande risorsa strategica“. Bandar ottenne l’incarico.
La pianificazione ipotetica, tuttavia, divenne un’azione concreta solo quest’anno, con il rovesciamento del presidente egiziano Mubarak . Improvvisamente Israele sembrava vulnerabile, e un indebolimento della Siria, impantanata e in difficoltà, ne aveva accresciuto il fascino strategico. In parallelo, il Qatar ha fatto un passo in avanti. Azmi Bishara, un pan-arabista che si è dimesso dalla Knesset israeliana e si è auto-esiliato a Doha, è stato secondo alcune fonti locali coinvolto in uno schema in cui al-Jazeera non solo avrebbe riferito della rivoluzione, ma ne avrebbe fatto un’istanza regionale – o almeno questo è quello che si credeva a Doha, sulla scia dei moti tunisini ed egiziani. Il Qatar, tuttavia, non stava semplicemente cercando di sfruttare le sofferenze umane per un intervento internazionale, ma ne era anche – come in Libia –  direttamente coinvolto come patrono operativo fondamentale dell’opposizione.
I passi successivi furono coinvolgere il presidente francese Sarkozy – l’arci-promotore del modello del consiglio di transizione di Bengasi, che aveva trasformato la NATO in uno strumento per il cambiamento di regime – nella squadra. Barack Obama seguì contribuendo a persuadere il primo ministro della Turchia, Recep Tayyip Erdogan – già piccato verso Assad – a usare la parte del Consiglio di transizione sul confine con la Siria, e a prestare la sua legittimità alla “resistenza”.  Entrambe questi ultimi componenti, tuttavia, furono contestati dalle rispettive forze di sicurezza, scettiche sull’efficacia del modello del Consiglio di transizione, e che si opposero all’intervento militare. Anche Bandar incontrava delle difficoltà: non ha l’ombrello politico del re, e gli altri della famiglia stanno giocando altre carte islamiche, per fini diversi. Iran, Iraq e Algeria – e, occasionalmente, Egitto – cooperano per ostacolare le manovre del Golfo contro la Siria nella Lega Araba. Il modello del Consiglio di transizione, che in Libia ha mostrato debolezze sfruttando solo una fazione come governo-in-attesa, è più crudamente deficitario in Siria. Il consiglio dell’opposizione siriana, messo insieme da Turchia, Francia e Qatar, è colpito dal fatto che le strutture di sicurezza siriane sono rimaste solide quasi come la roccia per sette mesi – le defezioni sono state trascurabili – e la base di sostegno popolare ad Assad è intatta. Solo un intervento esterno potrebbe cambiare questa equazione, ma per l’opposizione chiederlo sarebbe un suicidio politico, e lo sanno.
L’opposizione interna radunata a Istanbul aveva richiesto una dichiarazione di rifiuto dell’intervento e dell’azione armata esterni, ma il Consiglio nazionale siriano aveva annunciato anche prima dei colloqui intra-opposizione, che aveva raggiunto un accordo – tale era la fretta dei soggetti esterni.
L’opposizione esterna continua a sostenere la sua posizione in favore dell’intervento esterno, e con una buona ragione: l’opposizione interna lo rifiuta. Questo è il difetto del modello -  la maggioranza in Siria si oppone profondamente all’intervento esterno, temendo un conflitto civile. Quindi i siriani affrontano un lungo periodo di rivolte sostenute esternamente, di assedio e attrito internazionale.  Entrambe le parti la pagheranno col sangue.
Ma il vero pericolo, come Hannah stesso ha notato, è che i sauditi possano “ancora una volta accendere la vecchia rete jihadista sunnita e puntare nella direzione generale dell’Iran sciita“, mettendo per prima la Siria nel mirino. In realtà, questo è esattamente ciò che sta accadendo, ma l’occidente, come ieri in Afghanistan, preferisce non vedere – fino a quando il dramma fa gioco per il pubblico occidentale.
Come Foreign Affairs ha riferito il mese scorso, l’Arabia ed i suoi alleati del Golfo stanno sparando i radicali salafiti (fondamentalisti sunniti), non solo per indebolire l’Iran, ma per fare ciò che vedono necessario per sopravvivere – interrompere e dirottare il risveglio che minaccia la monarchia assoluta. Questo sta accadendo in Siria, Libia, Egitto, Libano, Yemen e Iraq.
Questo orientamento letteralista e islamicamente assertivo dell’Islam può essere generalmente considerato come impolitico e flessibile, ma la storia è tutt’altro che confortante. Se si dice abbastanza spesso a delle persone, che possono decidere su tutto e gli gettate addosso secchi di soldi, non stupitevi della loro metamorfosi – ancora una volta – in qualcosa di molto politico.  Potrebbero essere necessari alcuni mesi, ma i frutti di questo nuovo tentativo di usare le forze radicali per fini occidentali, ancora una volta, sarà controproducente. Michael Scheuer, ex capo dell’unità bin Ladin della CIA, ha recentemente avvertito che la risposta di Hillary Clinton al risveglio arabo, impiantando paradigmi occidentali con la forza, se necessario, nel vuoto dei regimi decaduti, sarà vista come una “guerra culturale contro l’Islam“, e seminerà i semi di un ulteriore ciclo di radicalizzazione.
Uno dei tristi paradossi è la sottovalutazione dei sunniti moderati, che ora si trovano intrappolati tra l’incudine di essere visti come uno strumento dell’occidente, e il martello dei radicali salafiti sunniti, che attendono l’opportunità di eliminarli e di smantellarne lo stato. Che strano mondo: Europa e Stati Uniti pensano che vada bene “usare” proprio quegli islamisti (tra cui al-Qaida) che assolutamente non credono nella democrazia di tipo occidentale, al fine di realizzarla. Ma allora, perché non basta guardare dall’altra parte e trarre beneficio unendosi alla pubblica cacciata di Assad?

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Sparatoria nei pressi di Cochin da parte dei marinai italiani – Alcune osservazioni

Commodoro R S Vasan, SouthAsia Analysis Paper no. 4924, 7 febbraio 2012

L’assassinio a sangue freddo di due pescatori indiani da parte delle guardie armate sulla nave italiana Enrica Lexie, il 15 febbraio sera, mostra chiaramente che non tutto va bene nelle strutture di risposta alla pirateria e alle rapine a mano armata. Mentre una indagine completa è sicuramente necessaria per stabilire la sequenza degli eventi che hanno portato a questo sfortunato incidente, da ciò che è di pubblico dominio e dai rapporti di agenzie indipendenti è chiaro che le guardie di sicurezza e il nostromo non sono riusciti a leggere l’evoluzione della situazione in modo corretto e hanno finito coll’uccidere i pescatori che pescavano nella zona economica esclusiva dell’India, che si estende per 200 miglia nautiche dalla costa. Le autorità italiane hanno affermato che hanno sparato colpi di avvertimento e che la presunta barca pirata si era allontanata. Dai rapporti disponibili, è chiaro che le guardie armate hanno il grilletto facile e ci sono molte domande circa la formazione e la professionalità delle guardie italiane (che sarebbero della Marina) (Sono della Marina Militare italiana, NdT).
Il trasporto di guardie armate è permesso soltanto dall’aumento fenomenale degli attacchi della pirateria, in particolare intorno al Corno d’Africa, anche nelle acque somale. Nei secoli della navigazione, le guardie armate in generale non sono state autorizzate per vari motivi. Tuttavia, ci sono ragioni convincenti negli ultimi anni che hanno costretto l’IMO e l’UNSC a consentire guardie armate addestrate per la protezione. Questo ha visto un proliferare di molti fornitori di sicurezza, che sapevano che da ciò vi è parecchio profitto da trarre. Mentre parecchi impiegati hanno esperienza marittima, vi sono alcuni che potrebbero non aver lavorato in un ambiente marittimo duro e difficile. Anche l’India ha permesso il dispiegamento di guardie armate da fine agosto 2011 e ha raccomandato norme severe di reclutamento. Inoltre, ha reso obbligatorio che i dati delle guardie di sicurezza debbano essere fornite alle autorità del porto interessato. Nel caso dell’India, mentre ha permesso le guardie armate, non permette di portare armi senza licenza e non registrate in un porto, e ha rigorose normative che vietano la circolazione di armi e munizioni sia dentro che fuori l’India. Le guardie armate hanno trovato una soluzione gettando tali armi prima di entrare in un porto o sbarcando in un porto che consente il possesso di armi. Molte navi ricorrono a questa azione, recandosi a Colombo, che permette che le armi siano portate dalle guardie di sicurezza. Il margine dei profitti è così elevato che le società di sicurezza possono permettersi di gettare in mare le armi e ancora realizzare enormi profitti.
Tornando alla sparatoria del 15 febbraio sera, è chiaro che le guardie di sicurezza e l’equipaggio della nave hanno frainteso le intenzioni del peschereccio che stava legittimamente pescando nella ZEE dell’India. Qui ci sono alcune questioni che devono essere comprese prima di analizzare le azioni delle guardie di sicurezza dal grilletto facile.
La nave stava transitando molto vicino all’India e avrebbe dovuto allertare la Guardia Costiera, la Marina e la o le autorità portuali su eventuali azioni sospette. Si può ricordare che la Marina Indiana ha sventato un vero e proprio attacco della pirateria su una nave cinese nel maggio 2011, dispiegando subito i propri aeromobili marittimi, che hanno spinto i pirati ad abbandonare i loro sforzi venendo avvertiti da un aereo da pattugliamento marittimo a lungo raggio TU-142, che è rimasto nella zona fino all’arrivo di altre navi da guerra impiegate per le missioni anti-pirateria. In tal caso, il TU-142 era nella zona entro 30 minuti dall’avvertimento. L’equipaggio a bordo si era chiuso nel castello per impedire di essere catturato dai pirati. Analoghe iniziative sarebbero state intraprese dalle autorità militari o della Guardia costiera, poiché la zona era a meno di 15 minuti di volo anche per un elicottero con a bordo dei commando. E’ inoltre degno di nota che la sparatoria si sia svolta alle 16.30, fornendo il tempo sufficiente per riconoscere che si trattava di una barca da pesca vera e propria, e non di uno skiff, la barca standard per questo tipo di attacchi. I marinai esperti del Sound avrebbero chiaramente commesso una leggerezza che ha portato a questo tragico incidente.  Un po’ più di attenzione e cautela nel trarre le giuste conseguenze, avrebbe impedito la perdita di vite innocenti.
La Guardia Costiera indiana ha un efficace sistema di ricerca e salvataggio dove le navi che entrano nella Indian Search and Rescue Region (un settore di oltre 4 milioni di chilometri quadrati) devono informare le autorità della Guardia Costiera interessate, come specificato nel sistema INDSAR. Il sistema è efficace in quanto consente alla Guardia Costiera di monitorare i movimenti di una nave che entra nella sua area di responsabilità ed è in grado di fornire tutta l’assistenza a questa nave, nel caso dovesse affrontare un’emergenza. Mentre è essenziale per la fornitura della copertura SAR, il sistema post-attentati terroristici di Mumbai ha consentito alle autorità preposte l’applicazione della legge per tracciare le navi che navigano in una zona che è il doppio della ZEE dell’India. Vi è la necessità di stabilire se tale segnalazione volontaria è stata fatta dalla nave in questione, e anche se era a conoscenza del sistema. Come previsto dalla BMP, la nave che deve affrontare una potenziale minaccia è tenuta a riferire all’UKMTO di Dubai e ad altre organizzazioni. La maggior parte delle navi devono manovrare nelle acque indiane, prima di prendere la rotta verso le loro destinazioni finali in Africa o in Medio Oriente. Tuttavia, vi è la necessità della BMP d’includere anche le autorità locali nella lista, a seconda della zona di operazione. Se una nave sta transitando lungo la costa indiana, che è sempre più praticata, è ovvio che navigando su queste rotte sia a conoscenza delle agenzie a cui rivolgersi, per avere una risposta immediata da parte della Marina o della Guardia Costiera.
L’Organizzazione marittima internazionale (IMO) ha promulgato un documento chiamato Best Management Practices (BMP) 4 che fornisce chiare direttive agli armatori e all’equipaggio della nave, sui metodi che potrebbero migliorare la sicurezza della nave e aiutare a prevenire eventuali attacchi. Secondo le statistiche, è stato stabilito che le navi che rispettano la BMP sono meno sensibili agli attacchi. Anche se è vero che la presenza delle guardie armate scoraggia i pirati, ogni azione volta a neutralizzare una minaccia in corso richiede una maggiore responsabilità, professionalità, formazione e risposte calibrate. E’ ovvio che le guardie di sicurezza non hanno valutato correttamente la situazione e non hanno rispettato le disposizioni della BMP 4. La BMP indica chiaramente che il dispiegamento di guardie armate non è un sostituto della BMP. Secondo la BMP, le azioni standard richieste sono aumentare la velocità, modificare la rotta e dispiegare anche manichette antincendio, filo spinato, apparecchi acustici, ecc.
La BMP indica anche chiaramente il modus operandi dei pirati che si muovono in coppia su skiff ad alta velocità dotati di due OBM e che sono armasti anche di RPG  e AK-47, oltre ad una scala che usano per abbordare la nave. La barca da pesca che è stata attaccata, è una nave a bassa velocità che apparentemente stava solo aspettando che la nave passasse prima di continuare con la pesca del tonno. Le rivendicazioni da parte della nave italiana secondo cui era finita sotto il fuoco, si è dimostrata sbagliata, dopo un controllo fisico della nave mercantile da parte della marina indiana, che non ha visto alcuna prova di eventuali segni di proiettili sulla struttura della nave.
La comunità globale è molto chiara sul concetto di libertà in alto mare, dove tutte le navi hanno diritto di passaggio inoffensivo e non devono essere disturbate. Quello che deve essere compreso è che questa libertà non è prerogativa esclusiva di tali navi, ma anche a disposizione di qualsiasi imbarcazione, compresi i pescherecci più piccoli che sono impegnati in un’attività legittima nella loro ZEE o in alto mare.
Ultimo ma non meno importante, guardando da vicino l’incagliamento della Costa Concordia, dove il capitano è stato accusato di negligenza, ci sono molte domande che hanno bisogno di una risposta dal ministero italiano interessato, sulla competenza professionale dei loro marittimi.
A detta di tutti è chiaro che le guardie di sicurezza e il nostromo hanno reagito all’eccesso e non sono riusciti a valutare le intenzioni del peschereccio e hanno causato delle morti per negligenza.  Le indagini dettagliate porterebbero ad eventuali lacune nei sistemi di informazione concentrandosi anche sulla carenza di formazione e preparazione delle guardie di sicurezza che vengono schierate sulle navi, in diverse parti del mondo. I dati sarebbero di vitale importanza nella revisione delle BMP e anche per il rilascio aggiuntivo delle Circolari per la sicurezza marittima dell’IMO, che dovrebbero evidenziare la necessità di maggiori cautele mentre si impiegano guardie armate.

(L’autore è attualmente Direttore degli Studi di Strategia e Sicurezza presso il Centro di Studi dell’Asia di Chennai, e può essere contattato al rsvasan2010@gmail.com. Le opinioni espresse sono dell’autore.)

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le truppe di Assad sempre più vicine ai mercenari stranieri

Saeed Naqvi Sunday Guardian 19 febbraio 2012
Saeed Naqvi è un Distinguished Fellow presso la Observer Research Foundation ed è un giornalista.
 
Una caratteristica della crisi siriana, che deve piacere a chi cerca apertamente la cacciata del regime, è che si sta rivelando un percorso lungo. Così lungo, infatti, che il mondo sta cominciando a sviluppare l’amnesia in merito alla questione palestinese. Questo deve essere uno stato di cose abbastanza felice per alcuni. Ciò fornisce certamente sollievo, una digressione che potenzialmente può tenere l’attenzione lontana da temi imbarazzanti, anche se i burattinai improvvisano una crisi dopo l’altra.
Ora ci sono giornalisti, traghettati in Siria da contrabbandieri affidabili, che testimoniano “il terrorismo transfrontaliero” da Turchia, Iraq, Giordania, Libano alla Siria. La risposta “brutale” siriana fa notizia, ma “il terrorismo transfrontaliero” no. L’espressione deve essere raccolta almeno a New Delhi.
I governi a volte operano in segreto e attutiscono le loro risposte. Ma il terrorismo transfrontaliero non fa eco neanche nei media indiani e in coloro che credono di attivare un discorso pubblico. Infuria il dibattito negli Stati Uniti, se assassinare gli scienziati iraniani abbia uno scopo utile. Ma l’intellighenzia, in questa madre della civiltà, non esprime stupore sulla dimensione etica se l’organizzare l’assassinio degli scienziati sia giusto o sbagliato, non c’è in nessuna parte del discorso. Questo stato di cose è un miglioramento della descrizione di Anthony Trollope di un colono della Tasmania che, alla domanda chi avrebbe ucciso prima se avesse visto un serpente e un aborigeno, ha risposto con candore stupefacente, “La questione non dovrebbe sorgere“?
Già, la storia siriana ha avuto molti colpi di scena sconvolgenti. La Lega Araba invia una missione in Siria, ma la sua relazione è nascosta perché il capo “sudanese” della missione è troppo “equilibrato” tra la  brutalità di Stato e la violenza dei manifestanti. Che gli operativi di al-Qaida e dei taliban di Libia, Afghanistan e Pakistan abbiano trovato la loro strada per la Siria, viene riferito anche in Occidente. Ma i taliban dal Qatar? Il Qatar è un hub per il dialogo con i taliban, anche se ha iniziato a sdoppiarsi in un centro di reclutamento per le operazioni in Siria? Se è così, queste operazioni hanno la benedizione dalla più alta autorità di al-Qaida, Ayman al-Zawahiri.
In altre parole, Stati Uniti, Europa, Israele, Arabia Saudita, Qatar sono apertamente in compagnia di al-Qaida in Siria. Lanciare una guerra globale contro il terrorismo in Afghanistan e in Pakistan e infilare al-Qaida in nuovi teatri come la Libia e la Siria! Suppongo, la guerra globale al terrore verrà reindirizzata in questi teatri, una volta che l’Afghanistan e il Pakistan saranno stati ripuliti – una sorta di seconda fase di un’operazione in due tempi.
Bana kar mitana
Mita kar banane
(Costruisci, distruggi, costruisci di nuovo).
Nel frattempo, il gioco siriano è stato immensamente complicato dalla visita del Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov a Damasco, insieme al personale d’intelligence russo. La prova fotografica è stata paragonata al di fuori di tutta la massa del dissenso violento in Siria. Evidentemente, Bashar al-Assad ha ricevuto il termine di una quindicina di giorni entro cui “ripulire” tali centri di ribellione, come Homs, non lontano dal confine con il Libano.
Lo spionaggio correlato alla diplomazia sta procedendo in parallelo alle operazioni ad Homs. Ad esempio, i nove pellegrini iraniani catturati dai ribelli mentre viaggiavano da Aleppo ad Hama per il santuario di Zainab, a Damasco. All’incirca nello stesso tempo, l’esercito siriano ha arrestato 49 soldati turchi. Ankara ha chiesto a Teheran di organizzare la loro liberazione. Il Ministro degli Esteri turco, Ahmet Davutoglu si precipitava a Mosca per chiedere aiuto. Per facilitare lo scambio l’esercito libero siriano (un camuffamento dei ribelli) ha rilasciato i pellegrini iraniani sul lato turco del confine. I pellegrini hanno fatto ritorno a Teheran.
Una situazione infinitamente più grave è sorta in una zona di Homs, dove mercenari e forze speciali stranieri sono circondati dall’esercito siriano. Piuttosto che bombardare la zona di Baba Amro, la strategia siriana punta a catturare vivi gli stranieri e a ribaltare la situazione nella guerra mediatica occidentale. Un indizio circa la veridicità di questa storia è venuto dal ministro degli esteri francese Alain Juppé, che sta cercando l’aiuto della Russia per creare “corridoi umanitari” con cui consentire l’accesso ai “civili intrappolati dalle violenze“. In effetti, lo sforzo sui “corridoi” include l’idea di una nuova risoluzione del Consiglio di sicurezza, a cui l’occidente sta cercando di legare i russi.
I siriani, nel frattempo, stanno mantenendo i loro occhi sull’orologio e si affrettano lentamente a stringere il cordone sulla località di Baba Amro, presso Homs. Con altre buone notizie per loro, le fonti giordane confermavano l’arresto da parte dell’esercito giordano di sette terroristi che s’infiltravano in Siria. 
 
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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