Le ONG sono dirette dalle spie?

Aangirfan 21 maggio 2013

mi6 copyGli enti di beneficenza sono diretti dalle spie? Nel 1991, nel Regno Unito, Duncan e Jenni Dyason guardavano un documentario televisivo sui bambini di strada in Guatemala uccisi dalla polizia. Crearono la Toybox Charity per aiutare i bambini di strada. Toybox ora opera in Guatemala, Bolivia, Perù ed El Salvador. Tuttavia, Toybox sembra cambiata. Duncan e Jenni non lavorano più per Toybox.
Toybox-Charity-Logo1. Il nuovo capo di Toybox è Lynne Morris. Lynne ha lavorato per World Vision per oltre 12 anni
2. Jeni York è ormai fiduciaria della Toybox. Jeni è stata Direttrice delle Risorse Umane nella World Vision per 21 anni.
3. Ian Gray è ora Direttore dei Programmi Internazionali di Toybox. Ian è stato Direttore Associato per la politica e l’innovazione della World Vision.
La World Vision è accusata di essere un’organizzazione di facciata della CIA. “L’USAID è ‘il braccio umanitario della CIA’ e Americares è stata individuata come sua risorsa. World Vision è anch’essa una copertura della CIA.”
I Molti volti della CIA
Il presidente boliviano Evo Morales ha ordinato l’espulsione di USAID – CNN

chapter27“Il dipendente della World Vision Mark David Chapman, aveva lavorato presso il campo profughi haitiani di Fort Chaffee, Arkansas. Era troppo in ritardo per guadagnarsi l’infamia come l’assassino di John Lennon a New York City. World Vision lavorava con i rifugiati in tutto il mondo. Al confine con l’Honduras erano presenti dei campi utilizzati dalla CIA statunitense per reclutare mercenari contro il Nicaragua. Era a Sabra e Shatila, i campi in Libano dove la Falange fascista massacrò i palestinesi. I suoi rappresentanti erano nei campi profughi cubani della costa orientale, inclusi tra i membri dell’operazione della Baia dei Porci, i mercenari finanziati dalla CIA di Omega 7 e Alpha 66. È stata utilizzata come copertura mondiale per il reclutamento e l’addestramento di questi assassini? Era, come già detto in precedenza, al lavoro per ripopolare Jonestown con laotiani che lavorarono come mercenari per la nostra CIA.”
I Culti della CIA e l’esperimento del lavaggio del cervello globale: Una storia sconosciuta…

save-the-childrenMolti enti di beneficenza sono facciate della CIA e dei suoi amici.
1. All’inizio di settembre 2012, il Pakistan ordinò agli stranieri che lavoravano per Save the Children di lasciare il Pakistan. Il Pakistan ha dichiarato che Save the Children veniva utilizzata dalle spie occidentali. Un medico accusato di aiutare la CIA ha affermato che Save the Children l’aveva presentato a degli ufficiali dell’intelligence statunitense.
Il Pakistan ordina ai lavoratori stranieri di Save the Children di andarsene

Attori bambini? Propaganda per la CIA? Un film di Save the Children.
2. Il 25 settembre 2012, Save the Children produsse quello che sembra essere un pezzo di propaganda per la CIA. L’ente di carità pubblicò The Untold Atrocity, una collezione di presunte ‘testimonianze’ di bambini e genitori che presumibilmente avrebbero ricevuto aiuto da Save the Children, dopo essere fuggiti dalla Siria. “Il figlio di sei anni di un attivista anti-governativo venne rapito, affamato e picchiato a morte. Il nuovo rapporto dell’ente di carità inglese Save the Children documenta queste e altre presunte atrocità“.
A Save the Children rifiutato il permesso di entrare in Siria. Save the Children è ai confini della Siria.

andrew_mitchell_kenya_justin_forsythJustin Forsyth (a sinistra) con Andrew Mitchell (Il commento di Andrew Mitchell sulla ‘plebe’)

Justin Forsyth è diventato direttore generale di Save the Children nel luglio 2012. Forsyth è un ex consigliere di Tony Blair. È anche ex direttore delle comunicazioni di Gordon Brown. L’ex capo di Save the Children è stata Jasmine Whitbread, che ha lavorato per Oxfam.

oxfam-250_03. Oxfam, come molti altri enti di beneficenza, è stata accusata di essere una copertura del servizio di sicurezza inglese MI6. “Nei primi anni ’70, le Tigri Tamil iniziarono a creare campi di addestramento e depositi di armi segreti con la copertura di una rete di Fattorie per Rifugiati e la Riabilitazione della Società gandhiana. I fondi per le aziende agricole provenivano dalla Oxfam, una delle più potenti e segrete organizzazioni d’intelligence britanniche che agiscono sotto la copertura di organizzazione non governativa… John Glover, tipico scrittore britannico, scrisse sul Western Mail del Galles sui programmi di addestramento continuo e del futuro da mercenari degli inglesi per i giovani tamil. Una banda di soldati mercenari reclutati nel sud del Galles addestra l’esercito dei Tamil per combattere per uno Stato separato in Sri Lanka. Circa 20 mercenari sono stati registrati dopo una riunione a Cardiff, trascorrendo gli ultimi due mesi nel sud dell’India nella preparazione di un esercito segreto per combattere la maggioranza Sinhalas, per la causa dello Stato tamil indipendente in Sri Lanka”, aveva detto…  (LarouchePUB)

world-vision4. Il reporter Andrew Geoghegan visitò la figlia 14enne adottata a distanza, in Etiopia. La ragazza “faceva parte di un programma della World Vision per tutta la vita“, ma disse che “fino a poco tempo fa, non sapevo di avere un genitore adottivo.” E alla domanda di cosa sapesse della sponsorizzazione della World Vision, disse: “L’ultima volta mi hanno dato questa giacca e una penna.” Geoghegan era sconcertato nello scoprire che nonostante “la World Vision gli avesse detto che la ragazza studiava l’inglese a scuola e stava migliorando… non lo parlasse per nulla.”
(Geoghegan, Andrew “Ethiopia – The Endless Famine“, Foreign Correspondent, 25 novembre 2008, serie 18, episodio 22, Australian Broadcasting Corporation)

Sabra e Shatila
Come detto, World Vision è una copertura della CIA.
World Vision “gestiva il campo profughi di Sabra-Shatila dove la Falange fascista fu autorizzata a uccidere i palestinesi… Gestivano i campi profughi cubani e tailandesi negli Stati Uniti. Mark David Chapman, che alla fine sparò a John Lennon, aveva lavorato presso i campi profughi tailandesi in Arkansas che World Vision dirigeva. Gestivano questi campi in modo brutale, costringendo le persone a un corso di formazione politica anticastrista, rifiutandosi di nutrirle e bastonandole… Il presidente del consiglio di amministrazione, per un certo periodo, fu John W. Hinkley Sr.. Il figlio lavorava a Fort Chafey nei campi profughi tailandesi. C’erano foto di lui dopo la sparatoria a Reagan che correva intorno al campo con una T-shirt della World Vision… Scott stava già intrallazzando ed era vicino a Neil Bush…”

Jonestown, collegata alla CIA e a World Vision
sg3k2uE che dire del massacro di Jonestown e della World Vision? (Fonte: Jonestown Massacre, di Fiona Steel, Crime Library della Court TV)
Presumibilmente Jonestown faceva parte di un programma di controllo mentale della CIA: la CIA aveva infiltrato il Tempio del Popolo, per svolgervi i suoi esperimenti. I teorici della CIA sostengono che Jim Jones avesse molte associazioni discutibili con la CIA, durante gli anni in cui stava creando il Tempio del Popolo. Il Tempio aveva una forte associazione con l’organizzazione World Vision, che molti credono essere un’altra facciata della CIA.
“Jim Jones ha avuto un passato molto interessante, ignorato dai media: Jones fu… inviato in Brasile, dove la casa, trasporti e generi alimentari furono forniti dall’Ambasciata degli Stati Uniti, e spesso viaggiò a Belo Horizonte, quartier generale della CIA in Brasile. Jones venne contattato a Ukiah da “missionari cristiani” della World Vision (World Vision è un’operazione di facciata controllata dalla CIA), un ordine evangelico che aveva svolto azioni di spionaggio per la CIA nel Sud-Est asiatico.” (Subversive Element)

La Scuola Duncroft, gestita dai Barnardo
5. Barnardo è un’ente di carità per bambini inglese. Sir Jimmy Savile abusava dei bambini in una delle loro case per bambini, chiamata Duncroft. Gravi atti di pedofilia ebbero luogo presso un certo numero di case dei Barnardo, nel corso degli anni. Alcune case per bambini nel Regno Unito, come Kincora e Bryn Estyn, sarebbero state utilizzate dai servizi di sicurezza come bordelli minorili.
Jimmy Savile, USA ed Europa, Dutroux Bonacci…

franklin-scandal-nick-bryant-hardcover-cover-art6. Larry King affidò dei bambini alla sua rete di pedofili della Città dei Ragazzi, a Omaha. Le vittime minorenni dissero che King prendeva parte a rituali satanici con l’omicidio di bambini.
“Washington Post”, “New York Times”, “Village Voice” e “National Law Journal” riportarono le accuse. King era collegato all’Iran-Contra. King avrebbe fornito alla CIA le informazioni acquisite dagli utenti della rete di abusi di bambini. Molti dei bambini vittime di Omaha, testimoniarono di aver viaggiato a Washington con King su aerei privati, per partecipare a eventi politici e a feste a base di sesso. Il primo quotidiano di Omaha riferì, “Un bambino, che è stato sotto cura psichiatrica, dice di credere di aver visto George Bush in una delle feste di King.”
(Franklin Credit Union Child-Sex Scandal)

covert-network-progressives-international-rescue-committeeDavid Miliband, il cui fratello Ed sarebbe il prossimo primo ministro del Regno Unito.
7. David Miliband è stato il ministro del governo britannico responsabile del servizio di spionaggio britannico MI6. Ora è a capo dell’International Rescue Committee (IRC), un ente di beneficenza degli Stati Uniti d’America, attivo in oltre 40 paesi. L’IRC fornisce “soccorso, sviluppo post-conflitto e servizi di reinsediamento.” L’IRC sarebbe un’organizzazione di facciata della CIA. L’IRC è “una rete di collegamento coperta della CIA.” Questia
“Gli archivi della Fondazione Ford rivelano una serie di progetti comuni tra la Fondazione e la CIA. Le più importanti di queste facciate della CIA sono il Fondo per l’Est europeo, il Congresso per la libertà della cultura e l’International Rescue Committee”.
International rescue committee – The Most Revolutionary Act

Commenti anonimi:
Un rapido sguardo a una pagina wiki di questo cosiddetto ente di carità dice ciò che sono. Tale ente di carità si trovava laddove le squadre della morte addestrate dagli USA erano attive negli anni ’80 e ’90. Oh, e questi amabili umanitari di Albright e Kissinger ne sono coinvolti, mentre nel CdA siede il grande e buono mondo aziendale: i rappresentanti di JP Morgan e American Express!

Milton Keynes road mapMilton Keynes è una città spettrale del Buckinhamshire, nel Regno Unito. Hanslope Park, alla periferia di Milton Keynes, ospita il Government Communications Centre di Sua Maestà. E’ una delle principali basi per lo spionaggio dell’MI6. Milton Keynes è la patria di Bletchley Park, la base delle spie inglesi dove, durante la seconda guerra mondiale, i crittografi spezzarono i codici tedeschi. L’ex spia dell’MI6 Richard Tomlinson, una volta aveva un lavoro, che l’MI6 gli aveva trovato, nel team della Formula Uno di Jackie Stewart, a Milton Keynes. (Truthseeker)

EB_IPI_panel_2010Errol Barnett

Lo spettrale Errol Barnett, corrispondente della spettrale CNN, proviene dalla spettrale Milton Keynes.

hillaryclintonHillary Clinton dopo la donazione di 2 miliardi di dollari alla World Vision.

L’organizzazione di facciata della CIA, World Vision UK, ha il suo quartier generale a Milton Keynes. L’ente di carità Toybox ha sede presso la Challenge House di Milton Keynes.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – Sitoaurora

Incidente di Woolwich: inside job e false flag

Aangirfan 23 maggio 2013

rigbyLee Rigby, presumibilmente ucciso nell’incidente di Woolwich a Londra, aveva la ragazza che ha prestato servizio in Afghanistan. Lee Rigby ha un figlio di due anni, Jack, ma Lee si era separato dalla madre, Rebecca. The Sun.
Il 22 maggio 2013, Lee Rigby sarebbe stato ucciso a Woolwich, Londra. Il 22 maggio 2013, il battaglione di Lee Rigby era in addestramento a Cipro.
Woolwich: Lee Rigby Named As Soldier Victim – Sky News

AdebolajoMichael Adebolajo

Michael Adebolajo, 28 anni, è l’uomo ripreso in video e visto dai testimoni con le mani colorate di rosso. “Praticamente tutti gli amici sulla sua pagina Facebook hanno nomi inglesi tradizionali come Louise, Kelly, Robert, Craig, Gemma, Lauren e Paul, per citarne alcuni. Tra di loro c’è Matthew Selt, ora giocatore di biliardo professionista.” “Era un cristiano. Un bel ragazzo normale. Tutti i suoi amici erano bianchi e andavano sempre nelle rispettive case”, ha detto l’ex amico. Sei anni fa Adebolajo fu arrestato dopo essere rimasto coinvolto nelle proteste al tribunale conosciuto come The Old Bailey. Daily Mail.
Forse i servizi di sicurezza sottoposero Michael Adebolajo al controllo mentale, mentre era in prigione.

00Michael Adebowale

Michael Adebowale è l’altro aggressore. “Il secondo aggressore indossa chiaramente una giacca beige/marrone e parla con Ingrid Loyau-Kennett, ma alcuni minuti più tardi è a terra, indossando chiaramente una giacca nera. Come funziona? “Il ‘lago di sangue’ non appare sotto il corpo lasciato in mezzo alla strada. Tap dice che il sangue per terra, vicino all’auto, è apparso solo dopo che il corpo è stato spostato.” Carol A. Valentine

0Sopra: Ingrid Loyau-Kennett parla con un presunto assassino (a sinistra). Gemini Donnelly-Martin, e sua madre Amanda parlano con il secondo presunto assassino (a destra)

Gli aggressori sembrano essere sotto controllo mentale, non colpiscono le donne (a nessun uomo è consentito avvicinarsi al corpo, solo alle donne). Loyau-Kennett che ha parlato faccia a faccia con l’assassino era troppo sicura che non avrebbe fatto del male a una donna. Mi sembra del servizio di sicurezza… Kal Dani

victimStranamente, nessuna traccia di sangue

Il presunto assassino proviene da una ricca famiglia cristiana. “Louise, 26 anni, di Romford, conosceva Michael Adebolajo e suo fratello dalla scuola Marshall Park. “L’ha descritto come intelligente… e brava persona; tutti andavano d’accordo con lui… “‘Tutti lo conoscevano. Era divertente, esilarante. Era con i piedi per terra, bel ragazzo, non c’era niente di straordinario, niente che avrebbe fatto pensare, ovviamente, che questo sarebbe successo.’ “Ha detto che la madre di Adebolajo era severa e andava in chiesa regolarmente.”
London attack: Police make two further arrests after Woolwich killing

1Niente sangue sul suo giubbotto

I due “terroristi” di Woolwich, il 22 maggio 2013, erano già noti ai servizi di sicurezza inglesi prima dell’attentato. Le agenzie di intelligence MI5 e MI6 avevano raccolto dati sui sospetti attentatori prima dell’incidente. In altre parole sono stati utilizzati come “terroristi” dai servizi di sicurezza. FT.com

L’evento terroristico di Woolwich a Londra, sembrerebbe falsato? Uno dei presunti “terroristi musulmani” avrebbe detto: “Pensi che David Cameron scenderebbe in strada quando inizieremo a sballare con le nostre armi; pensi che i politici morirebbero? “No.” “Lo saranno i tizi comuni, come voi e i vostri figli...” Daily Mail
Può sembrare strano che i “terroristi” non attacchino mai le persone importanti.


Questo ‘fantasma’ che appare qui, sembra mantenersi entro l’inquadratura.

Così, coloro che si avvantaggiano dall’ultimo incidente sono:
1. Israele, che vuole dipingere i musulmani come nemici.
2. David Cameron, che ora può ‘fare la Thatcher’ e sembrare combattere per la Gran Bretagna.
3. L’esercito, che guadagna simpatia.

00 un7Si può dire che molte foto sono false

Le dichiarazioni politiche fatte dal sospetto… forniranno allo Stato e ai media tutta la carne da cannone necessaria per collegare la retorica anti-governativa al terrorismo violento.” London “Terror Attack” Blamed on Anti-Government Sentiment
Lord Carlile, (ebreo), ex-revisore indipendente delle leggi sul terrorismo, ha detto che l’assassinio dovrebbe indurre il governo a ripensarci sulla decisione di abbandonare il progetto Communications Data Bill del discorso della Regina, che avrebbe esteso il monitoraggio email e internet da parte dei servizi di sicurezza.” The Telegraph

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Svolta: la Battaglia per al-Qusayr

Artiglieria, aeronautica e fanteria assistiti da Hezbollah e dai guerriglieri della Forza di Difesa Nazionale nella battaglia contro i gruppi militanti radicali divisi
Alaa, Haider, Wafa, Leith, Syrian Perspective, Sham FM – Syria Report 21 maggio 2013

984317In seguito a controllo dei villaggi che circondano la città chiave di al-Qusayr nella provincia di Homs, gli aerei siriani hanno lanciato volantini sulla città il 10 maggio. I volantini informavano i civili della città assediata di un corridoio a nord, attraverso cui venivano invitati a evacuare, in attesa dell’imminente offensiva per sradicare i militanti presenti. Gli osservatori si aspettavano una pronta offensiva, ma a causa della pausa per l’evacuazione dei civili, l’assalto era stato rinviato al 14 maggio circa. Recentemente, articoli suggeriscono che i civili che cercavano di andarsene sono stati costretti a rimanere, utilizzati come scudi umani dalle frammentate fazioni dei militanti.

Perché è importante al-Qusayr?
Al-Qusayr è una piccola città con una popolazione compresa tra 30.000 e 50.000 abitanti, a circa 9 km dal confine nord del Libano. Si trova anche a 22 km a sud-ovest di Homs. Grazie alla sua vicinanza al Libano, al-Qusayr occupa una posizione interessante nel traffico di armi e di persone per i gruppi militanti. Al-Qusayr è un nodo strategico tra Damasco, le coste, Homs, Hama e Aleppo. Da marzo, l’esercito siriano è all’offensiva, sorvegliando le aree chiave di Aleppo, provincia di Damasco, Dara’a e Homs. L’obiettivo principale di queste operazioni puntiformi è la disgregazione e l’eliminazione delle linee di rifornimento dai Paesi vicini, la linea di sicurezza che consente ai gruppi militanti di continuare il loro logoramento delle installazioni dell’esercito siriano, come le basi aeree. Nel Rif Dimashq (provincia di Damasco) in particolare, le organizzazioni militanti hanno intensificato i tentativi di boicottare la vita quotidiana a Damasco con continui lanci di razzi e colpi di mortaio, e con le autobombe.
A seguito di uno straordinario dispiegamento di artiglieria e potenza aerea, il 19 maggio le forze siriane ed alleate, distaccamenti dei guerriglieri delle Forze di Difesa Nazionale (NDF) ed Hezbollah, hanno preso d’assalto al-Qusayr. Entro il primo giorno, il centro della città è stato occupato secondo testimonianze dalla chiesa, distrutta dai militanti, al-Qusayr ha una significativa popolazione cristiana. Secondo la nostra fonte, la più grande sfida per le truppe siriane e i suoi alleati guerriglieri, sono i militanti ceceni e i cecchini ben addestrati. Sottolineando l’importanza logistica e strategica della città, sono stati segnalati insorti ben armati che costantemente sparano centinaia di colpi al minuto, mentre schierano mortai e lanciarazzi. Il 20 maggio, è stato segnalato che l’esercito siriano aveva il controllo di oltre il 60% della città. Da allora, l’avanzata è stata indicata rallentare, ma in modo significativo essendo il ruolo delle unità aeree e blindate divenuto più limitato, utilizzando la fanteria con l’obiettivo di combattere in una zona densamente abitata. Significativamente, il comando siriano ha lasciato aperta la via di uscita a nord della città. Inizialmente, questo era il corridoio per i civili invitati ad evacuare nei giorni e nelle settimane prima dell’assalto. Poco si sa del motivo di una tale decisione, ma è molto probabile che sia al fine di attirare gli avversari in campo aperto per consentirne un bombardamento preciso e la sconfitta finale dei militanti armati che hanno esaurito i rifornimenti durante il loro accerchiamento. In effetti, una scissione in due gruppi si è avuta a seguito dell’accerchiamento quasi totale della città, tra coloro che vogliono combattere fino alla morte e coloro che vogliono evacuare in previsione dei bombardamenti di saturazione siriani sulla città.
Ad oggi, la progressione rimane lenta ma costante. Le varie brigate militari coinvolte nell’assalto multi-direzionale sulla città convergono nella zona sud, preparandosi a un assalto a ovest. La battaglia non è finita e che ne sarà dei rimanenti avversari nel corridoio settentrionale della città, resta da vedere. Il seguente video, girato nella periferia della città documenta l’inizio dell’assalto:


Dopo la battaglia di al-Qusayr

Una mappa pubblicata da Syrian Perspective, che mette in luce la strategia dell’esercito siriano.
syrpermapCome notato, i dintorni di al-Qusayr sono stati oggetto dell’accerchiamento e dell’ammassamento delle truppe siriane e alleate. A nord-ovest della città, i villaggi di al-Hamidiyah e al-Haydariya sono stati assicurati, completando una rete di postazioni e trincee intorno ai ribelli. Si prevede che i gruppi militanti saranno completamente circondati, assediati ed eliminati in modo da assicurare il Governatorato (provincia) di Homs nella sua interezza. La strategia dell’esercito per assicurare le città più importanti, cittadine e gli altri centri abitati, ponendo meno enfasi sulle posizioni rurali isolate, ha pagato. E’ possibile che l’esercito e i suoi alleati controlleranno pienamente l’ovest del Paese e si muoveranno verso est nel tentativo di affrontare al-Qaida e altre fazioni particolarmente attive in quella regione. Si notino le posizioni circostanti la città Hama, tra cui Talbiseh e Rastan.

Dalle previsioni sul crollo dell’esercito siriano alle continue vittorie sul campo
Le relazioni sulle nuove strategie di contro-insurrezione nei primi mesi del 2013, sembrano indicare dare frutti, con un netto aumento del morale delle truppe siriane. Rapporti da Damasco indicano un’amministrazione sempre più sicura. Più di recente, il trasferimento dalla Russia dell’avanzato missile anti-nave P-800 Oniks/Jakhont, sottolinea la posizione di Mosca sul conflitto, contraria all’intervento straniero. Una marcata rielaborazione dei metodi dell’esercito siriano può essere fatta risalire alle ultime settimane del 2012, quando rapporti sulle “vittorie dell’opposizione” venivano attribuite nella cattura di installazioni insignificanti e di posizioni isolate dell’esercito siriano. In realtà, i rapporti suggeriscono che gli strateghi militari avevano deciso contro la difesa di avamposti strategicamente poco importanti, a favore del consolidamento operativo delle truppe e degli equipaggiamenti, al fine di perseguire il confronto diretto con le organizzazioni militanti. L’esame della tendenza dell’esercito siriano verso la dottrina militare sovietica, dagli anni del presidente Hafiz al-Assad, e la stretta relazione tra l’Unione Sovietica, e oggi la Russia, sono importanti. Le lezioni russe dalla costosa guerra in Cecenia e la conseguente sconfitta dei gruppi jihadisti militanti, sono la chiave per una maggiore comprensione della logica siriana nell’affrontare gruppi militanti trincerati e spesso inafferrabili. Inoltre, il materiale militare sovietico ha avuto molte opportunità di presentare difetti e vantaggi.
L’esercito siriano, mal preparato all’assalto militante asimmetrico, armato e finanziato dall’estero, si è dimostrato notevolmente resistente. Nonostante l’hardware militare cruciale sia vecchio, è costituito però da veicoli e velivoli affidabili gestiti da personale ben addestrato, consentendo alle forze armate siriane di adottare una strategia di successo. In effetti, la narrazione dei media occidentali ha eseguito un’ampia inversione, dall’esercito che aveva i giorni contati, in ritirata, afflitto da defezioni e vicino al collasso. Invece erano assenti dalle notizie sui media occidentali, che spesso citano presunti esperti, rapporti esatti sulla dottrina dell’ordine di battaglia dell’esercito siriano, che indicavano la reputazione di uno degli eserciti meglio addestrati ed attrezzati della regione. Vale la pena considerare anche, che l’esercito ha spezzato i due assedi molto seguiti di Wadi al-Daif e Hamidiya, presso Maarat al-Numan, a metà aprile. I lanci aerei sugli impianti naturalmente sono stati interrotti, consentendo di concentrare maggiore potenza aerea su altri importanti focolai.
Il principio del presidente Hafiz al-Assad per mantenere un esercito ben disciplinato e competente, continua. Adeguatosi alle lezioni russe sul conflitto in Cecenia e all’esperienza, all’efficacia e alle tattiche di combattimento asimmetriche di Hezbollah, l’esercito siriano è all’altezza della sua reputazione di forza organizzata e coesa.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Americani ed europei: due mondi separati

Dominique Venner La Nouvelle Revue d’Histoire N° 65 – Marzo-Aprile 2013

usa_number1Per molto tempo, lo sguardo degli europei sugli Stati Uniti è dipeso dalla guerra fredda (1947-1975), dall’occupazione sovietica di mezza Europa e dalle minacce reali sull’altra metà. Durante gran parte di questo periodo, gli Stati Uniti furono visti come il baluardo della nostra libertà dalla prepotenza Rossa. Quegli anni hanno dato vita a molti miti basati su una realtà distorta, il mito del “mondo libero” contro il comunismo, che non era più l’”Occidente” di Spengler, ma si confondeva con la potenza americana. Sebbene ben consapevoli della minaccia di guerra negli anni ’50, de Gaulle iniziò a stemperare l’americanofilia della Francia non comunista. Ma è stato con l’improvviso cambiamento nel mondo, dopo il 1990 e la volatilizzazione dell’URSS, che si è avuta  l’affermazione dell’egemonia americana, cambiando la nostra visione degli Stati Uniti, apparendo per quello che erano, un imperialismo ideologico, politico, militare e finanziario costruito sul rifiuto totale dell’Europa. Un’Europa già celebrata come entità specifica da Voltaire nel 1751, nella sua introduzione al ‘Secolo di Luigi XIV’ (1).
La recente rielezione del presidente Barack Obama ci ha ricordato che gli Stati Uniti, questo mistero che incombe sul nostro destino di europei, da cui, per colpa nostra, siamo dipendenti e assoggettati. Questa strana potenza é venuta tra noi come un bastardo, ricco e rinnegato. Un grande paradosso storico ha voluto che gli Stati Uniti siano stati sia il prolungamento dell’Europa che la sua negazione. Parte (non tutti) dei primi immigrati del XVII.mo secolo, vittime della persecuzione religiosa, fuggirono dall’Europa allontanandosene. È alla fine del XIX.mo secolo, dopo la guerra civile, che infine imposero la loro “visione del mondo”. All’epoca, vi furono nuove ondate di immigrati in fuga dall’Europa: ebrei vittime dei pogrom russi, cattolici irlandesi, anarchici tedeschi e indigenti di tutto il continente che andarono incontro alle promesse del nuovo mondo. “Ogni americano è un orfano“, proclamò lo scrittore John Barth. Un orfano volontario avrebbe dovuto specificare, vale a dire, un parricida. La maggior parte degli americani si vede come il risultato della rottura con il passato europeo e della libertà di cercare la felicità materiale, che secondo la Dichiarazione del 1776 è uno dei diritti naturali dell’uomo. Questa ricerca della felicità materialistica, del benessere e dei dollari, generò il sarcasmo in molti europei, come Stendhal o  Kipling. Ma questa idea della felicità faceva parte del bagaglio dei Lumi, così era parte della cultura europea. L’America è in debito anche con l’Inghilterra per la sua lingua, naturalmente, ma anche per l’importanza sociale attribuita al contratto, alle libertà e all’equilibrio dei poteri, insomma ai fondamenti del suo modello politico ed economico. Ciò dimostra che la pretesa degli Stati Uniti di respingere l’eredità dell’Europa è eccessiva. Tuttavia, la frattura è indiscutibile. Questa rottura si ebbe fin dall’inizio. I fondatori delle colonie nella Nuova Inghilterra, i puritani, erano estremisti in fuga dall’Europa, Bibbia in mano. La frattura fu favorita dal lungo viaggio attraverso l’Atlantico, ritenuto dai puritani del Mayflower come il passaggio del Mar Rosso da parte degli Ebrei in fuga dall’Egitto, prima di entrare nella Terra Promessa. Nel loro identificarsi con il popolo della Bibbia, i Padri Pellegrini e i loro successori si convinsero che l’America fosse la nuova Terra promessa, uno spazio ricco e vuoto, offerto da Dio ai suoi amati figli. Sostennero, a loro beneficio, la pretesa ebraica di essere gli “eletti” scelti da Dio. I primi coloni si stupirono del mondo vuoto che gli venne offerto come una pagina vuota. Un mondo vuoto, formula un po’ frettolosa. Si trascurarono gli indiani che erano così sparpagliati nel territorio, e che furono spudoratamente sottoposti a genocidio. I francesi e gli spagnoli, gli altri europei che avanzarono un patrimonio comune, furono anche loro estromessi dopo guerre feroci. Nel 1853, il territorio degli Stati Uniti venne consolidato definitivamente. Escludendo Alaska e Hawaii, i confini non cambieranno più. Vasti spazi, il suolo fertile delle Grandi Pianure, la ricchezza di materie prime. Un Eldorado!
Questo enorme spazio, vergine e ricco, soddisfaceva le aspettative di coloro che volevano fondare un mondo nuovo lontano dalle presunte perversioni della vecchia Europa. Lo spazio apparentemente vuoto dell’America era il paradiso dell’innocenza che il peccato non aveva contaminato. Portava il marchio semplificante del Dio biblico. Quindi l’opposto dello spirito di conquista e di avventura dei colonizzatori greci e romani dell’antichità o dei colonizzatori europei, anche d’epoca moderna, che ne hanno ereditato il patrimonio. Una differenza cruciale, con tutte le sue implicazioni antropologiche, che pesa ancora oggi.

Note
1. Ho citato le parole di Voltaire dalla prima pagina del mio libro ‘Il secolo del 1914′ (Pygmalion, 2006).

Dalla sinistra al capitalismo assoluto
Dominique Venner 19 marzo 2013

gauche_caviarEcco un libro molto attuale che vale la pena leggere. Presto capiremo perché. Una volta, all’epoca  della Comune di Parigi (1871), la sinistra non aveva un nome. E inoltre, era terribilmente divisa. Tra gli ex comunardi e coloro che li fucilarono o deportarono, si dubita che ci fosse alcun accordo. Tuttavia, condivisero la stessa religione del progresso dell’Illuminismo. Erano tutti ammiratori della Rivoluzione francese, che pose fine al “feudalesimo”, questo esecrato mostro. Dedicarono lo stesso odio al partito monarchico e al “partito dei preti” ancora potenti. Perseguirono lo scopo di costruire un regime repubblicano, anche se non furono d’accordo sulla sua interpretazione. Soprattutto, si separarono sulla questione sociale. Semplificando le cose alle estreme conseguenze, alcuni di loro si identificarono come “socialisti” (un termine coniato da Pierre Leroux nel 1834) e gli altri come liberali. Questi, dei giacobini borghesi e radicali, si strinsero al capitalismo nascente e all’individualismo dei diritti umani, definendo gli altri dei “faziosi”.
Questi due principali rami in conflitto della sinistra francese, nel 1899 conclusero, al momento del caso Dreyfus, un patto per la “difesa repubblicana” temendo (illusoriamente) un colpo di stato della “reazione”. Così nacque la sinistra francese, che successivamente non cessò di dividersi e di  ritrovarsi nel nome della “difesa repubblicana” delle varie repubbliche. Il partito comunista, creato nel 1920 sulla scia della rivoluzione bolscevica in Russia, unì la sua partizione discorde a questo concerto. Oltre le spesso feroci lotte intestine, la sinistra fu tuttavia unita dal rifiuto della destra, incarnazione del mondo decaduto, ma ancora minaccioso, di cui il fascismo storico non è mai stato altro che un avatar agli occhi di coloro che non cedettero al suo magnetismo, tra il 1925 e il 1945 (1).
Nel suo nuovo saggio, Jean-Claude Michea ricorda questa vecchia storia sottolineando quanto appartenga al passato (2). Questo spirito libero non nasconde la sua nostalgia per la sinistra scomparsa. Grande lettore di Marx ed Engels, ma anche di Orwell, offre un’interpretazione convincente della grande rivoluzione interiore vissuta dalla sinistra (e da tutta la società “occidentale”), tra la fine degli anni ’60 e ’80. Questa rivoluzione è caratterizzata dall’adunata universale nel culto della crescita, della competitività, della globalizzazione e del liberalismo culturale, di cui il matrimonio “per tutti”, la depenalizzazione della cannabis e la “discriminazione positiva” sono alcuni attributi. Adunata che accompagna l’abbandono di ogni proposta di costruzione di una società socialista. Come spiegare una tale inversione in un periodo così breve? In un’opera precedente, ‘Il Complesso di Orfeo’ (3), Michea aveva già offerto la chiave filosofica di questa adunata. Accecati dalle apparenze e dalle avventure storiche, non ci ricordiamo che le diverse sinistre hanno lo stesso ancoraggio filosofico del capitalismo più selvaggio. Tutti credono egualmente nella religione del Progresso nata dall’Illuminismo. Tutti credono religiosamente che il passato è orribile e l’indomani sarà sempre migliore. Questa “rappresentazione” stampata nell’inconscio della sinistra, significa che la modernità incarnata dal capitalismo trionfante di oggi compia il divenire storico. Quindi è impossibile negare l’ovvio rischio di apparire colpevole di volgersi alla sinistra “reazione” del “ripiegare in sé”, della “paura dell’altro” o delle idee “nauseanti” che un giorno potrebbero riportarci alle “ore più buie della nostra storia”. Mi adatto al vocabolario ironico dello stesso Michea. Ma come sottolinea parlando del capitalismo, “mai nella storia dell’umanità, un sistema sociale e politico, in così poco tempo, ha cambiato in tal modo la faccia del mondo.” Niente di più vero. In Francia, fin dagli anni di Mitterrand, la vecchia sinistra ha svenduto i suoi sogni socialisti sposando l’individualismo fondamentale dell’Illuminismo, del liberalismo: i diritti umani e la società (tra cui la famiglia), concepita come un freddo contratto revocabile tra interessi privati. E ciò che è vero per la sinistra, lo è anche per la destra. Da molto tempo la faglia destra-sinistra è un’illusione che non inganna che gli elettori più sprovveduti. Alla fine del suo saggio, Michea suggerisce che potremmo entrare in una nuova segnata dalle rivolte “populiste” che si sottraggono a tale divario obsoleto.

Note
1. Gli esponenti della sinistra che, in Francia, vennero ipnotizzati dal fascismo furono abbastanza numerosi. Per una panoramica, è possibile fare riferimento alla mia ‘Storia della collaborazione’ (Pygmalion, 2002).
2. Jean-Claude Michea, Les Mystères de la Gauche, Climi, 2013, 133 p., Euro 14.
3. Jean-Claude Michea, Le Complexe d’Orphée, Climi, 2012, di cui ho parlato proprio qui a novembre 2012

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le origini della guerra fredda: come Stalin sventò il ‘nuovo ordine mondiale’

Dott. K. R. Bolton, Foreign Policy Journal, 31 maggio 2010

stalin620Il fatto più congeniale per molti conservatori, soprattutto negli Stati Uniti, è che fu l’Unione Sovietica sotto Stalin che sventò l’ordine mondiale, senza la quale saremmo molto probabilmente stati soggiogati da un’autorità mondiale centrale subito, dopo la seconda guerra mondiale. Tale questione di realpolitik si affianca a un altro fattore di realismo politico: New York e Washington sono state storicamente le capitali della rivoluzione mondiale, [1] con le élite mondialiste che pompavano denaro ai movimenti rivoluzionari, mentre Stalin si occupava di eliminare il bolscevismo internazionale come minaccia trotzkista, e a invertire molti aspetti dell’esperimento bolscevico sociale interno. Questo saggio prende in esame le macchinazioni con cui Washington ha cercato di imporre un nuovo ordine mondiale post-bellico, e la risposta di Stalin; eventi che hanno continuato ad avere importanti influenze sulle politiche sovietiche e statunitensi.

Russia: la delusione perenne
La Russia non s’incastra mai bene nei piani di coloro che cercano di imporre un sistema uniforme all’umanità. La Russia è rimasta selvaggia agli occhi dei sofisticati liberali occidentali che cercano di instaurare un mondo unipolare globale, come lo erano  afrikaner, iracheni, iraniani, serbi e altri. La differenza è che i russi continuano a costituire una forte opposizione, che pertanto deve essere sovvertita. L’economia russa è stata considerata arretrata dai finanzieri occidentali e questo è il motivo per cui molti, non solo hanno accolto con favore le rivoluzioni del marzo e anche del novembre 1917, [2], ma anche fornito sostegno ai rivoluzionari per rovesciare il regime zarista [3] ritenuto un’anomalia nel mondo “progressista”. Industriali e finanzieri guardarono con ottimismo ad un Russia post-zarista, il cui regime si concentrava sul processo dell’industrializzazione, il che implicava la necessità di capitali e competenze esteri a prescindere dalla retorica rivoluzionaria sui capitalisti stranieri. Tuttavia, l’auto-descritto “establishment della politica estera”, il Consiglio delle Relazioni Estere (CFR), invitò gli investitori stranieri ad agire rapidamente in Russia, in quanto si accorse che la situazione poteva presto cambiare.
Peter Grosse [4], scrisse nell’equivalente di una virtuale “storia ufficiale” delle dichiarazioni del CFR, della prima relazione del Consiglio sulla Russia sovietica: “L’imbarazzante per i registri dell’Inchiesta [5], vi è l’assenza di un qualsiasi studio o analisi sul tema del bolscevismo. Forse semplicemente andava oltre l’immaginazione accademica dei tempi. Non prima del 1923, il Consiglio poté convocare le forze necessarie da mobilitare per un esame sistematico del regime bolscevico, installatosi infine dopo la guerra civile in Russia. L’impulso per questo primo studio fu la nuova politica economica di Lenin, che sembrava aprire l’economia di guerra bolscevica agli investimenti esteri. Metà del gruppo di studio del Consiglio proveniva da imprese che avevano effettuato vendite alla Russia pre-rivoluzionaria, e le discussioni sul futuro sovietico furono intense. La relazione conclusiva respinse il timore ‘isterico’ che la rivoluzione tracimasse oltre i confini della Russia all’Europa centrale o peggio che i nuovi rivoluzionari guidassero un’alleanza con i musulmani nazionalisti in Medio Oriente, per scacciare l’imperialismo europeo. I bolscevichi erano ‘sulla via dell’equilibrio e si adeguavano alle regole del commercio’, concluse il gruppo di studio del consiglio, ma l’accoglienza dai concessionari stranieri sarebbe stata, probabilmente, di breve durata. Pertanto, il consiglio dei saggi raccomandò nel marzo 1923, che gli uomini d’affari statunitensi entrassero in Russia finché l’invito di Lenin lo permetteva, fare soldi con i loro investimenti e poi uscirne il più rapidamente possibile. Pochi ascoltarono il consiglio, per settant’anni non si sarebbe più ripresentata una simile opportunità. [6]
Stalin, anche in questa fase embrionale del regime sovietico, era al timone. Mentre Trotzkij voleva proseguire gli investimenti esteri [7], come era avvenuto nel quadro della Nuova Politica Economica di Lenin, [8] Stalin affrontò con alcuni colpi decisi il cosiddetto blocco dell’opposizione, sostanzialmente guidato da Trotzkij, trattando da nemico naturale il capitale straniero. Con lo scoppio della guerra tra la Germania e l’URSS, vi fu la rinnovata speranza che la Russia venisse integrata nel nuovo ordine mondiale del dopoguerra. Stalin richiese mezzi tecnologici agli occidentali per la sua macchina da guerra in lotta contro i tedeschi. [9] Tuttavia Stalin era troppo duro e autoritario per essere subordinato o, addirittura, per diventare un socio paritario in una qualsiasi riorganizzazione globale post-bellica prevista dagli Stati Uniti.

L’Organizzazione delle Nazioni Unite, base del Parlamento Mondiale
Le cose sembravano andare bene tra “Zio Joe” [10], Roosevelt e Churchill, mentre  combattevano il nemico comune. Tuttavia, Stalin aveva molta stima dei suoi temporanei partner occidentali, come ne aveva per i suoi alleati temporanei Kamenev e Zinoviev, quando i due manovravano nell’apparato bolscevico. Una volta che la posizione di Stalin era assicurata, a livello individuale, nell’apparato sovietico, i due scorbutici vecchi bolscevichi vennero emarginati e alla fine dovettero pagare il conto. Allo stesso modo, mentre la situazione pratica non concesse l’opportunità a Stalin di infliggere un simile trattamento ai suoi ex alleati occidentali, una volta che si era assicurato le posizioni del momento in tutta l’Unione Sovietica, rigettando quelli che, come gli sventurati Kamenev e Zinoviev, pensavano di poter manipolare Stalin e la Russia a proprio vantaggio. Dopo aver assicurato un accordo con gli alleati a Potsdam, per la creazione di un nuovo impero russo, nonostante la determinazione degli Stati Uniti che non i vecchi imperi europei sarebbero stati parte del dopo-guerra [11], ma piuttosto l’asse del controllo mondiale che si sarebbe incentrato sull’imperium del Dollaro, Stalin non volle compromettere la sua posizione di parità, e tanto meno esserne subordinato.
La prima frattura nell’alleanza bellica avvenne sul grande nuovo disegno con cui gli USA crearono l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) quale parlamento mondiale, concentrandosi su un “nuovo ordine mondiale”, come il presidente Wilson cercò di fare con la Società delle Nazioni dopo la Prima Guerra Mondiale. I parlamenti occidentali democratico-liberali, in generale, sono suscettibili alla manipolazione plutocratica; e questo è il loro scopo. Stalin però non era un parlamentare e non poteva essere comprato con la promessa di essere un partner del ‘Brave New World’. Il piano statunitense per l’ONU richiedeva di conferire potere all’Assemblea Generale in base alla votazione a maggioranza. La posizione sovietica era rendere il Consiglio di Sicurezza l’arbitro finale delle decisioni, tramite i membri aventi diritto di veto. La posizione degli Stati Uniti, infatti, permise alle Nazioni Unite di trasformarsi in uno strumento per imporre la volontà di un gruppo di Stati su tutti gli altri, soprattutto quando l’Unione Sovietica era l’unico membro socialista del Consiglio [12].
Nonostante la vecchia teoria della cospirazione conservatrice, secondo cui l’ONU è un complotto sovietico per creare uno stato mondiale controllato dai comunisti [13], fu l’URSS che rese l’ONU ridondante quale mezzo per imporre il nuovo ordine mondiale, de facto se non de jure; una situazione che continua ancora oggi grazie alle insistenze sovietiche sulla sovranità nazionale, o imperiale, per sé e per il suo blocco.

Il Piano Baruch per ‘internazionalizzare’ l’energia atomica
Il secondo pilastro della creazione di una nuovo ordine mondiale post-bellico, si fondava sulla presunta “internazionalizzazione” dell’impressionante potenza dell’energia atomica. Proprio come la facciata democratica del piano statunitense per l’Assemblea Generale quale parlamento mondiale, questa ‘internazionalizzazione’ fu percepita dall’URSS nel suo vero scopo di controllo statunitense. L’eminente storico statunitense Carroll Quigley, del Foreign Services School, presso Georgetown University, Harvard e Princeton, descrisse la situazione post-bellica che portò alla guerra fredda affermando che la politica immediata degli USA poggiava sul libero scambio e l’aiuto attraverso il Piano Marshall, compresa l’assistenza alla ripresa economica del blocco sovietico. Tuttavia l’URSS vide in ciò un mezzo degli USA per definire la sua supremazia post-bellica. Quigley, un globalista liberale che vedeva la “speranza” del mondo nel governo mondiale, scrisse: “Nel complesso, se una colpa deve essere assegnata, può essere affissa sulla porta dell’ufficio di Stalin al Cremlino. La disponibilità statunitense a cooperare continuò fino al 1947, come risulta evidente dall’offerta del Piano Marshall di aiuti statunitensi nello sforzo cooperativo per il risanamento dell’Europa, che fu rivolta all’Unione Sovietica, ma sembrava oramai chiaro che Stalin avesse deciso di chiudere la porta alla cooperazione adottando una politica unilaterale di aggressione limitata, nel febbraio e marzo 1946. L’inizio della guerra fredda può essere indicata nella data della presente decisione, o può essere posta successivamente, nella più ovvia data del rifiuto sovietico di accettare gli aiuti Marshall nel luglio 1947” [14]. Quigley si riferiva all’iniziativa statunitense per l’”internazionalizzazione” dell’energia atomica, e come questo indubbiamente pericolosissimo scenario da dominio del mondo venne nuovamente sabotato da Stalin: “L’esempio più critico del rifiuto sovietico di cooperare e della sua insistenza nel rientrare nell’isolamento, nel segreto e nel terrorismo, si può trovare nel rifiuto ad unirsi agli sforzi statunitensi per sfruttare la pericolosa potenza della fissione nucleare” [15].
Un comitato del dipartimento di Stato, diretto dal sottosegretario di Stato Dean Acheson e da David Lilienthal, in collaborazione con un “secondo comitato di cittadini” guidato dal banchiere internazionale e perenne consigliere presidenziale Bernard Baruch, venne convocato nel 1946 per redigere un piano “su un sistema di controllo internazionale dell’energia nucleare.” Il piano fu presentato da Baruch all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il 14 giugno 1946 [16]. Avrebbe posseduto, controllato o posto sotto licenza tutto l’uranio dalla miniera alla raffinazione e all’uso, gestendo proprie strutture nucleari in tutto il mondo e ispezionando tutte le altre strutture analoghe, ponendo il divieto assoluto sulle bombe nucleari o sulla diversione di materiale nucleare da scopi non pacifici, punendone l’evasione o la violazione dei regolamenti liberi dal veto dalle grandi potenze, che normalmente gestivano il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite [17]. Questo fu quindi un metodo per cercare di aggirare il problema del veto, su cui insisteva l’URSS per garantirsi la  sovranità, che aveva fin dall’inizio reso impotente le Nazioni Unite quale autorità mondiale. Quigley si lamentava che questa straordinaria “generosa offerta” da parte degli USA, “…fosse stata bruscamente respinta da Andrej Gromyko a nome dell’Unione Sovietica, entro cinque giorni…” [18] Quigley sottolineava che uno dei punti principali sollevati dell’URSS, nel respingere il Piano Baruch [19], era che non ci fosse la manomissione del potere di veto delle grandi potenze. Gromyko, ricordandosi quando era rappresentante sovietico nella Commissione per l’Energia Atomica delle Nazioni Unite, disse del Piano Baruch:
Le reali intenzioni dovevano essere camuffate dalla costituzione di un organismo internazionale per monitorare l’uso dell’energia nucleare. Tuttavia, Washington non tentò nemmeno di nascondere le sue intenzioni di occupare il ruolo principale in questo corpo, di controllare tutto ciò che aveva a che fare con la produzione e lo stoccaggio di materiale fissile e, con il pretesto della necessità di un controllo internazionale, di interferire negli affari interni delle nazioni sovrane” [20]. Baruch disse a Gromyko che tutte le industrie che si occupavano di materiale fissile sarebbero state controllate da esperti, Gromyko notò: “Inevitabilmente in quel momento sarebbero stati tutti statunitensi.” Nonostante l’indignazione morale di Quigley per il rifiuto dell’URSS, siamo ora nella posizione, col senno di poi considerando gli eventi mondiali più recenti, di comprendere i sospetti sovietici. La scelta morale non era così netta come supponeva Quigley. Il Giappone era stato bombardato con l’arma atomica mentre cercava condizioni di pace basate sulla salvaguardia dell’imperatore. La posizione USA era incondizionata e, naturalmente, si può presumere che l’amministrazione sapesse che i giapponesi non avrebbero potuto aderire a qualsiasi cosa che potesse compromettere Hirohito o la casa imperiale. Allen Dulles, che divenne il capo della CIA, disse in una intervista con Clifford Evans nel 1963 che era in contatto con fazioni giapponesi che potevano  chiedere la pace [21], e che l’unica preoccupazione giapponese era che l’imperatore, quale fattore unificante del Giappone, fosse lasciato. “Poche settimane dopo… Hiroshima e Nagasaki furono bombardate.” [22]
In un articolo informativo, Bob Fisk commenta il bombardamento del Giappone: “Stalin fu impressionato dell’effetto della nuova arma di Truman a Hiroshima. Volle fortemente la bomba per l’URSS. Quando gli statunitensi proposero di limitare la bomba ai soli USA, senza compromessi, gli scienziati di Stalin accelerato il loro lavoro” [23]. Si sospettava ai vertici Sovietici che sicuramente il bombardamento del Giappone fosse stato pensato come uno spettacolo della potenza statunitense nei confronti dell’URSS. Tuttavia, anche la Gran Bretagna era preoccupata per le intenzioni degli Stati Uniti, il primo ministro Clement Attlee spiegò: “Abbiamo dovuto mantenere la nostra posizione nei confronti degli statunitensi. Noi non potevamo permetterci di essere totalmente nelle loro mani… Avevamo lavorato fin dall’inizio per il controllo internazionale della bomba… Noi non potevamo accettare che solo gli USA dovessero avere l’energia atomica…” [24] URSS e Gran Bretagna erano egoisti, come implica indignato Quigley? Baruch stesso ha dichiarato: “Le conquiste dei nostri scienziati, tecnici e industriali produssero l’arma suprema di tutti i tempi: la bomba atomica, che non potremmo mai abbandonare, fino a quando una maggiore sicurezza per noi e per il mondo, sarà stabilito. Fino a quel momento, gli Stati Uniti resteranno i custodi della sicurezza. Ci si può fidare di noi…” [25]. La retorica di Baruch sugli Stati Uniti “custodi fidati” della pace e della libertà nel mondo è lo stesso mantra che il mondo sente da Woodrow Wilson a Obama.
Il guru pacifista Bertrand Russell scrisse nel 1946 sul Bollettino degli Scienziati Atomici, esprimendo con franchezza internazionalista l’atteggiamento liberale nei confronti dell’URSS, tutt’altro che benevolo. Russel, che doveva svolgere un ruolo chiave insieme a molti altri eminenti liberali e di sinistra, di guerriero freddo anti-stalinista del Congress for Cultural Freedom, fondato dalla CIA [26], chiarì che la bomba atomica rappresentava l’asso per la costituzione forzata di uno stato mondiale: “I governi americano e britannico… dovrebbe far capire che l’autentica cooperazione internazionale è ciò che più desideriamo. Ma anche se la pace dovesse essere il loro obiettivo, non devono lasciar capire che sono per la pace a qualsiasi prezzo. Ad un certo punto, quando i loro piani per un governo internazionale saranno maturi, sarà opportuno che l’offrano al mondo… Se la Russia accetterà di buon grado, tutto sarebbe andato bene. In caso contrario, sarebbe necessario esercitare pressioni fino al punto di rischiare di guerra” [27].
Russell propose ciò che era chiaramente l’intenzione del governo statunitense e degli altri globalisti, compreso il  cinico obiettivo del Piano Baruch, di garantirsi che l’energia atomica venisse monopolizzata da un “governo internazionale” con il potere di agire contro uno Stato reticente: “E’ del tutto evidente che vi è un solo modo con cui le grandi guerre possono essere definitivamente impedite, e questa è la costituzione di un governo internazionale con il monopolio di una seria forza armata. Quando parlo di governo internazionale, voglio dire uno che realmente governa, non una facciata amabile come la Società delle Nazioni, o una finzione pretenziosa come le Nazioni Unite nella sua attuale costituzione. Un governo internazionale, se vuole essere in grado di preservare la pace, solo esso deve possedere bombe atomiche, l’unico impianto per la loro produzione, l’aviazione, le corazzate e, in generale, qualsiasi cosa sia necessaria per renderla invincibile. Il suo personale atomico, i suoi squadroni aerei, gli equipaggi delle navi da battaglia ed i suoi reggimenti di fanteria devono totalmente essere composti da uomini di diverse nazioni, non ci deve essere nessuna possibilità di sviluppare il sentimento nazionale in qualsiasi unità più grande di una compagnia. Ogni membro della forza armata internazionale dovrebbe essere attentamente addestrato alla fedeltà al governo internazionale. L’autorità internazionale deve avere il monopolio dell’uranio, e di qualunque altra materia che possa, in futuro, essere ritenuta idonea alla fabbricazione di bombe atomiche. Deve avere un grande esercito di ispettori con il diritto di entrare in qualsiasi fabbrica senza preavviso, qualsiasi tentativo di interferire o di ostacolarne il lavoro deve essere trattato come un casus belli. Devono essere dotati di velivoli che gli permettano di scoprire gli impianti segreti che si costruissero in regioni vuote, vicine al Polo o nel mezzo dei grandi deserti” [28].
Si noti che Russell già dal quel momento denigra l’ONU come una cosa divenuta inutile per essere un “governo internazionale”, a causa dell’Unione Sovietica. Russell chiariva da che parta stesse riguardo l’egemonia statunitense: “Nel prossimo futuro, una guerra mondiale, comunque terribile, probabilmente finirebbe con la vittoria americana, senza la distruzione della civiltà dell’emisfero occidentale, e la vittoria americana senza dubbio porterebbe a un governo mondiale sotto l’egemonia degli Stati Uniti, un risultato che, da parte mia, accolgo con entusiasmo” [29].
Calcolata l’inutilità dell’ONU come governo mondiale, che sarebbe stato possibile con l’eliminazione dello spauracchio globalista, il veto delle Grandi Potenze imposto dai sovietici: “Se l’Organizzazione delle Nazioni Unite non è di alcuna utilità, tre successive riforme saranno necessarie. In primo luogo, il veto delle grandi potenze deve essere abolito, e la maggioranza deve essere dichiarata competente a decidere su tutti i quesiti che riguardano l’organizzazione; in secondo luogo, i contingenti delle forze armate delle varie potenze nell’organizzazione, devono essere aumentati fino a diventare più forti di tutte le forze armate nazionali; in terzo luogo, i contingenti invece di rimanere isolati nazionalmente, devono essere composti in modo che nessuna unità di notevole dimensione conservi il sentimento e una coesione nazionale. Quando tutte queste cose saranno fatte, ma non prima, l’Organizzazione delle Nazioni Unite potrà divenire un mezzo per evitare le grandi guerre” [30].
Nel 1961 Russell, nel considerare l’atteggiamento sovietico verso il Piano Baruch e l’ONU, disse quasi di sfuggita che “la Russia di Stalin era colma d’orgoglio per la vittoria sui tedeschi, sospettosa (e non senza ragione) delle potenze occidentali e consapevole del fatto che, in seno alle Nazioni Unite, poteva essere quasi sempre messa in minoranza.” [31]

Il piano del CFR per la guerra fredda
Il ripudio, anzi l’abbandono della fondazione del “nuovo ordine mondiale” basato sull’ONU, necessitava di una nuova valutazione dell’URSS da parte dell’autodefinitosi “establishment della politica estera” degli USA, il CFR [32]. Grosse afferma che le proposte internazionaliste per una “nuovo ordine mondiale” post-bellico ottennero un netto “Net” dell’Unione Sovietica: “In modo caratteristico, i pianificatori del Consiglio concepirono un gruppo di studio per analizzare l’ordine mondiale futuro.” Ciò che previdero era un gruppo di studio congiunto CFR-sovietici, per preparare le proposte per “l’ordine mondiale futuro” (sic): “Percy Bidwell, direttore del nuovo programma di studi del Consiglio, si era avvicinato con cortesia all’ambasciata sovietica già nel gennaio 1944 per stimolare l’interesse comune al piano. Fu ricevuto dall’ambasciatore Andrej Gromyko, la cui risposta sarebbe diventata troppo familiare negli anni a venire. Attraverso Gromyko la parola russa “Net” entrò nella lingua inglese. Senza alcuna pretesa di tatto diplomatico, l’ambasciatore (che sarà presto ministro degli Esteri) disse agli uomini del Consiglio che non avrebbe permesso che nessun responsabile sovietico partecipasse a tale discussione” [33].
La politica formulata dal rapporto per gli USA verso l’Unione Sovietica fu “il contenimento”, una parola coniata dal diplomatico e membro del CFR George Kennan [34]. Grosse è candido nel descrivere il modo clandestino, cospirativo?, con cui il CFR ha influenzato la politica della guerra fredda: “Il Council on Foreign Relations operava al centro del sistema pubblico istituzionale, nei primi anni della guerra fredda, ma solo dietro le quinte. Come un forum che forniva stimoli ed energie intellettuali, consentì di ben posizionarne i membri per trasmettere al pubblico il pensiero, ma senza far figurare il consiglio quale fonte da cui queste idee sgorgavano” [35]. Una prima relazione di George S. Franklin del 1946 raccomandava un tentativo di collaborare con l’Unione Sovietica, per quanto possibile, “almeno fin quando diventasse del tutto evidente che l’URSS non era interessata a una cooperazione...”. Tuttavia gli Stati Uniti dovevano perseguire la cooperazione da una posizione di forza militare: “Gli Stati Uniti devono essere potenti, non solo politicamente ed economicamente, ma anche militarmente. Non possiamo permetterci di dissipare la nostra forza militare, a meno che la Russia sia disposta contemporaneamente a diminuire la sua. Su questo poniamo grande enfasi. Dobbiamo cogliere ogni occasione per lavorare con i sovietici ora, quando la loro potenza è ancora assai inferiore alla nostra, e sperare di poter stabilire la nostra cooperazione su una base solida in un futuro non così lontano, quando avranno completato la loro ricostruzione e aumentato notevolmente la loro forza… La politica che sosteniamo è la fermezza accoppiata alla moderazione e alla pazienza“[36]. Tuttavia, questa politica moderatamente conciliante fu respinta del tutto. Grosse scrive: “La relazione Franklin del maggio 1946, che delineava caute speranze nella cooperazione tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, nel prossimo dopoguerra, era morta. Il comitato del consiglio d’amministrazione di studi ha formalmente deciso contro la sua pubblicazione a luglio; entro novembre tutti i simpatizzanti a un atteggiamento conciliante nei confronti di Mosca erano scomparsi dai corridoi della Pratt Harold House” [37].

Dopo-Guerra Fredda
L’ascesa di Gorbaciov, che nel frattempo s’era fatto un nome sulla scena mondiale quale membro dell’élite globalista, e il breve interregno dell’ubriacone Eltsin, devono essere sembrati il momento in cui la Russia era finalmente sul punto di entrare nella svolta globalista. Quali che fossero le influenze che avrebbero potuto operare dietro il presidente sovietico Mikhail Gorbaciov, quando smantellò lo Stato sovietico nel 1991, creò la fondazione Gorbaciov per la pianificazione del “posto e del ruolo della Russia nel futuro ordine mondiale“, oltre ad avviare una più ampia politica per la promozione della “globalizzazione”. [38] Gorbaciov ebbe anche un ruolo più grande, affermando che “scopo dell’attività della fondazione è dirigersi verso una nuova civiltà.” [39] Lo stesso anno in cui Gorbaciov creava la sua fondazione a supporto del “nuovo ordine mondiale” in tandem con altri gruppi di riflessione globalisti, come la fondazione Soros e l’Open Society Institute, ecc., il presidente George H. W. Bush era entusiasta che, con la fine del blocco Sovietico, “un nuovo ordine mondiale” poteva finalmente emergere, come previsto dai fondatori dell’ONU: “… Finora il mondo che abbiamo conosciuto è stato un mondo diviso, un mondo di filo spinato e blocchi di calcestruzzo, di conflitti e guerra fredda. Ora possiamo vedere all’orizzonte un nuovo mondo. Un mondo in cui vi è la possibilità molto concreta del nuovo ordine mondiale… un mondo in cui le Nazioni Unite, liberatesi dalla situazione di stallo della guerra fredda, sono pronte a compiere la missione storica dei loro fondatori...” [40]
Le speranze dei globalisti sulla Russia furono, ancora una volta, deluse con l’avvento di Putin e l’emergere di forze influenti ancora più antagonistiche verso l’incorporazione della Russia nel “nuovo ordine mondiale” [41], tra cui l’ascesa della nostalgia per Stalin, per la Grande Potenza statale russa; com’è evidenziato dalla posizione della CFR nella relazione speciale prodotta dall’”establishment per la politica estera della East Coast“. Significativamente intitolata ‘La direzione sbagliata della Russia: ciò che gli Stati Uniti possono e devono fare’, l’atteggiamento egemonico della cricca dominante degli Stati Uniti non viene neppure dissimulata. La relazione traboccava della vecchia retorica da guerra fredda e biasimava la Russia di Putin per l’adozione della politica interna ed estera attuale, che “causa problemi agli Stati Uniti.” La raccomandazione corrente era una “cooperazione selettiva” piuttosto che un “partenariato che non è per ora fattibile.” La conclusione della dichiarazione di apertura era che “la Russia si muove nella direzione sbagliata.” [42]
John Edward e Jack Kemp, noti per il loro impegno nel portare “l’attenzione internazionale” sui tentativi di Putin “d’intimidire o far cessare l’attività delle organizzazioni non governative straniere e russe.” Vale a dire, Putin ha cercato di resistere alle organizzazioni che promanano soprattutto dalla rete di Soros e dal National Endowment for Democracy, che creano organizzazioni rivoluzionarie e sovversive, finanziano e addestrano agitatori e furono  responsabili delle “rivoluzioni colorate” in tutto il blocco sovietico e in altri Paesi [43].
La relazione della task force si lamentava che la cooperazione fosse un’eccezione piuttosto che la regola. La Russia viene criticata per essere “sempre più autoritaria”, mentre la politica estera statunitense promuove la “democrazia” in tutto il mondo [44], vale a dire, sovverte gli Stati che non soccombono all’egemonia statunitense con l’uso di quelle ONG che Putin viene biasimato d’”intimidire”. La politica della Russia verso la sua “periferia” è  oggetto di preoccupazione [45], intendendo che la Russia non desidera avere Stati ostili ai suoi confini, come la Georgia, diretti da regimi che installati dalle nobili ONG della rete di Soros, ecc. Il CFR raccomanda quindi che si dover fare di più per accelerare “l’integrazione di questi Stati all’occidente.” [46] Il CFR si raccomandava che il Congresso degli Stati Uniti interferisse direttamente nel processo politico russo, finanziando i movimenti di opposizione in Russia, con il pretesto del rafforzamento della democrazia, aumentando i finanziamenti in sostegno del Freedom Act, in questo caso con particolare riferimento alle elezioni presidenziali del 2007-2008 [47]. Degno di nota è Mark F. Brzezinski, uno degli autori che sotto Clinton fu consigliere per gli affari russi ed eurasiatici del Consiglio di Sicurezza Nazionale, come suo padre Zbigniew lo fu sotto Carter. Antonia W. Bouis viene citata quale direttrice esecutiva della Fondazione Soros (1987-92), James A. Harmon, consulente speciale del gruppo Rothschild, e altri.
Che cosa ci si può aspettare da Obama nei confronti della Russia? Nonostante la retorica elettorale, Obama ha perseguito le stesse politiche delle amministrazioni precedenti. Mark Brzezinski fu consigliere per la politica estera di Obama durante la campagna presidenziale. [48] Di particolare rilevanza è che tra i sostenitori di Obama, il principale sia George Soros, e ciò rende improbabile un atteggiamento verso la Russia diverso da quello sovversivo e bellicoso [49].

Note
[1] KR Bolton, “Socialism, Revolution and Capitalist Dialectics”, Foreign Policy Journal, 5 maggio 2010.
[2] Jacob H Schiff, “Jacob H Schiff Rejoices, By Telegraph to the Editor of the New York Times”, New York Times, 18 marzo 1917. Può essere visto in The New York Times archivi online. Schiff, “Loans easier for Russia”, The New York Times, 20 marzo 1917. John B Young (National City Bank) “Is A People’s Revolution”, The New York Times, 16 marzo 1917. “Bankers here pleased with news of revolution”, ibid. “Stocks strong – Wall Street interpretation of Russian News”, ibid.
[3] “Bolsheviki Will Not Make Separate Peace: Only Those Who Made Up Privileged Classes Under Czar Would Do So, Says Col. WB Thompson, Just Back From Red Cross Mission”, The New York Times, 27 gennaio 1918.
[4] anche scritto da Grosse, indicativo di qualche piccola correzione dal CFR.
[5] Il nome originale del think tank fondato dal consigliere principale del presidente Wilson, Edward House, che è poi diventato il CFR attuale.
[6] Peter Grosse, Continuing The Inquiry: The Council on Foreign Relations from 1921 to 1996, Il libro è interamente dipsonibile online: Council on Foreign Relations.
[7] Armand Hammer della Occidental Petroleum fu uno dei primissimi concessionari del regime Sovietico, disse del suo incontro con Trotzkij che gli aveva chiesto se i capitalisti USA vedessero la Russia come “un desiderabile campo per gli investimenti?” essendo Trotzkij tornato dagli Urali, una regione che riteneva dalle grandi possibilità per il capitale statunitense. Armand Hammer, Hammer: Witness to History (London: Coronet Books, 1988), p. 160.
[8] Lenin disse ad Hammer: “La Nuova Politica Economica richiede un nuovo sviluppo delle nostre possibilità economiche. Speriamo di accelerare il processo con un sistema di concessioni industriali e commerciali agli stranieri. Darà grandi opportunità agli Stati Uniti.” Ibid., p. 143.
[9] Antony Sutton, National Suicide: Military Aid to the Soviet Union (New York: Arlington House, 1973).
[10] Per i commenti di Roosevelt sull’amicizia con Stalin vedasi CIA essay: Gary Kern, How “Uncle Joe” Bugged FDR, Central Intelligence Agency.
[11] Andrej Gromyko, rappresentante Sovietico all’ONU e alla commissione per l’Energia Atomica dell’ONU, futuro ministro degli esteri e presidente Sovietico, notava: “Washington tende a vedere gli imperi coloniali come degli anacronismi e non fa segreto che non verserebbe lacrime per il loro smantellamento… In ogni caso è tempo per i vecchi padroni di sloggiare…” Andrej Gromyko, Memorie (London: Hutchinson, 1989). Ciò che avrebbe riempito il vuoto lasciato dagli imperi europei fu il neo-colonialismo di URSS e USA, spesso confuso per attività “comunista sovietica”.
[12] Gromyko, ibid.
[13] G Edward Griffin, The Fearful Master: A Second Look at the United Nations (Boston: Western Islands, 1964).
[14] Caroll Quigley, Tragedy and Hope (Macmillan) p. 892.
[15] Ibid., p. 893.
[16] Ibid., p. 895.
[17] Ibid.
[18] Ibid.
[19] Bernard Baruch, The Baruch Plan, 1946.
[20] Gromyko, op.cit.
[21] Dulles sospettò che l’iniziativa di pace provenisse dallo stesso imperatore.
[22] “Ladies of the Press”, panel-interview programme, WOR-TV, New York, 19 gennaio 1963.
[23] Bob Fisk, “The Decision to Bomb Hiroshima and Nagasaki” II, 1983.
[24] Ibid.
[25] Bernard Baruch, NY Tribune, 17 aprile 1951
947. cited by Fisk, ibid.
[26] Frances Stonor Saunders, The Cultural Cold War: The CIA and the World of Arts and Letters (New York: the New Press, 2000), p. 91.
[27] Bertrand Russell, “The Atomic Bomb and the Prevention of War”, Bulletin of Atomic Scientists , 1 ottobre 1946, p. 5.
[28] Ibid., p. 2.
[29] Ibid., p. 3.
[30] Ibid., p. 3.
[31] Bertrand Russell, Has Man a Future? (Hammondsworth: Penguin Books, 1961), 25.
[32] Peter Grosse nella sua semi-ufficiale storia del CFR, chiama il Consiglio “The East Coast foreign policy establishment.” Grosse, op.cit., Chapter: “’X’ Leads the Way”.
[33] Peter Grosse, ibid., “The First Transformation”.
[34] Peter Grosse, ibid., “X Leads the Way”. “X” era Kennan, un anonimo policy-maker.
[35] Ibid.
[36] Ibid., “The First Transformation”.
[37] Ibid.
[38] The Gorbachev Foundation, “About Us, The Foundation Projects and Structural Subdivisions.”
[39] Ibid.
[40] George HW Bush, discorso davanti al Congresso USA, 6 marzo 1991.
[41] Per esempio, il concetto “Eurasiatico” il cui maggiore proponente è il Prof. Aleksandr Dugin, a capo del Center for Conservative Research, Moscow State University, che invoca un mondo “multi-polare” di blocchi di potenze, come “vettore” a una alternativa alla globalizzazione.
[42] Jack Kemp, et al, Russia’s Wrong Direction: What the United States Can and Should do, Independent Task Force Report no. 57 (New York: Council on Foreign Relations, 2006) xi.
[43] Richard N Haass, CFR President, ibid.
[44] Ibid., p. 4.
[45] Ibid., p. 5.
[46] Ibid., p. 6.
[47] Ibid., p. 7.
[48] Michael Hirsh, “The Talent Primary”, Newsweek, 17 settembre 2007.
[49] KR Bolton, Obama – Catspaw of International Finance, 28 agosto 2008.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Quando la Cina incontra l’India

He Fan, The BRICS Post,19 maggio 2013

india_china_flagIl presidente cinese Xi Jinping ha scelto la Russia quando ha compiuto la sua prima visita di Stato.  Ora Li Keqiang, il nuovo premier, ha scelto l’India come prima tappa del suo debutto all’estero.  Entrambe le scelte echeggiano la politica della costruzione dei “nuovi rapporti tra grandi potenze”, una frase coniata di recente dalla nuova dirigenza. Ma cosa significa esattamente “nuovi rapporti tra grandi potenze” per la Cina e l’India? Le due nazioni sono così vicine, eppure così poco familiari. E’ quasi come se la Cina venisse da Marte e l’India da Venere. La Cina e l’India condividono un confine di oltre 2.000 chilometri, separati dall’Himalaya innevata. La prima visita di Li Keqiang in India, dopo che la secolare disputa di confine sull’Himalaya occidentale è divampata a metà aprile, quando l’India e la Cina vi hanno trasferito truppe. Il ministro degli Esteri indiano Salman Khurshid ritiene che questo stallo sia solo “l’acne che può essere risolto semplicemente applicando un unguento”. Probabilmente ha ragione, ma c’è da chiedersi perché ciò sia descritto soltanto come un esercizio “giovanile” tra due Paesi, due antiche civiltà confinanti che vantano una storia di 5000 anni.
La cooperazione economica è sempre stata convenientemente chiamata ad appianare le dispute di confine. Per coloro interessati al commercio e agli investimenti, la disputa di confine è insignificante. Il commercio bilaterale tra i due è aumentato da 2,9 miliardi dollari di dollari nel 2000 a circa 80 miliardi di dollari nel 2012. La Cina è ora il terzo partner nelle esportazioni dall’India e la più grande fonte di importazioni indiane.  L’India è il settimo partner nelle esportazioni dalla Cina e il 20° nelle importazioni cinesi. I leader di entrambi i Paesi hanno fiduciosamente proposto l’obiettivo di incrementare il commercio bilaterale a 100 miliardi di dollari entro il 2015. Secondo le nostre stime, il commercio bilaterale tra la Cina e l’India potrebbe raggiungere i 500-700 miliardi entro il 2020. Gli investimenti bilaterali, inoltre, sono aumentati in modo significativo dopo il 2000. Gli investimenti diretti della Cina in India sono aumentati di diciassette volte dal 2006 al 2011, e gli investimenti dell’India in Cina sono aumentati rapidamente dal 2000 al 2008, ma sono diminuiti dopo la crisi finanziaria globale. La relazione economica tra la Cina e l’India, tuttavia, è piuttosto asimmetrica. L’India ha un ampio deficit commerciale con la Cina, passando ai 27 miliardi dollari nel 2011 dai 4,3 miliardi nel 2006. E gli investimenti bilaterali, in particolare, sono insignificanti, considerando le economie emergenti dei due vicini. Gli investimenti in India della Cina sono circa lo 0,01-0,05 per cento degli investimenti esteri globali della Cina e gli investimenti dell’India in Cina corrispondono soltanto a circa lo 0,2 per cento degli investimenti esteri dell’India. Cercando di ridurre il crescente squilibrio commerciale con la Cina, l’India ha più volte avviato indagini anti-dumping sulle importazioni dalla Cina. D’altra parte, le imprese cinesi spesso lamentano la politica discriminante dell’India contro gli investimenti cinesi. E’ in questa prospettiva che la visita del premier cinese assume un ruolo importante.
La visita a Delhi di Li Keqiang offre un’occasione d’oro ad entrambi i Paesi per scrivere un nuovo e più positivo capitolo nelle relazioni Cina-India e non deve essere sprecata. Non può essere trascurato che le basi per forgiare legami più forti tra Pechino e New Deli dovrebbero poggiare sui vantaggi comparati dei due Paesi. Il settore manifatturiero della Cina è molto competitivo, anche per gli standard internazionali. Ma con l’aumento del costo del lavoro in Cina, e la politica dell’”andare all’estero” che incoraggia le imprese cinesi a investire in modo più aggressivo nei mercati esteri, sempre più aziende cinesi aumenteranno gli investimenti esteri. L’India può cogliere l’occasione per incoraggiare gli investimenti cinesi. Il vantaggio principale di avere maggiori investimenti cinesi non è l’acquisizione di tecnologie d’avanguardia, ma la creazione di maggiori opportunità di lavoro, soprattutto per i lavoratori non qualificati. Un altro settore chiave nell’incontro Cina-India dall’enorme potenziale sia negli investimenti che nelle infrastrutture. Negli ultimi anni, il famigerato “Made in China” affronta la grande sfida della nuova etichetta “Costruito dalla Cina”. Le dimensioni inaudite del nuovo sviluppo che ha caratterizzato gli ultimi tre decenni, ciò che alcuni hanno definito “miracolo cinese”, evidenziano ancora una volta l’importanza degli investimenti. Viaggiando in Cina vedrete grandi autostrade, ferrovie ad alta velocità, aeroporti e fantastici edifici moderni sorgere dappertutto. L’India ha ribadito in modo analogo l’importanza degli investimenti nel raggiungimento della crescita. Secondo il dodicesimo piano quinquennale dell’India, gli investimenti aumenteranno a 1,2 trilioni di dollari, rappresentando l’8-8,5 per cento del suo PIL. Un obiettivo così ambizioso ha bisogno di essere corretto dal sostegno degli investimenti esteri. L’India ha bisogno di espandere notevolmente le fonti e il volume del finanziamento per le infrastrutture disponibili.
Con il forte calo degli investimenti da Stati Uniti e Europa dopo la crisi finanziaria globale, l’India deve contare di più sulla cooperazione Sud-Sud e la Cina dovrebbe essere il partner più logico. Dei fondi d’investimento bilaterali o multilaterali India-Cina per le infrastrutture possono essere stabiliti per investire in settori quali l’energia, il trasporto, le telecomunicazioni e l’urbanistica. Se la Cina è chiamata la ‘fabbrica del mondo’, l’India è l”ufficio del mondo’. L’India ha aggiornato il suo assai dinamico settore dei servizi, soprattutto nel settore IT, in modo significativo dal 2000. L’India ha anche la sua nicchia nel settore farmaceutico da 26 miliardi di dollari nell’industria indiana dei farmaci generici che fornisce la gran parte delle medicine accessibili al mondo in via di sviluppo. Curiosamente, il nuovo corso delle riforme strutturali in Cina sottolinea anch’esso lo sviluppo del proprio settore dei servizi. IT e assistenza sanitaria sono tra le priorità del programma di riforme della nuova amministrazione cinese. Sarà abbastanza sorprendente vedere che tipo di cooperazione Cina e India possono concludere in queste aree. Uno sforzo congiunto qui, sicuramente, toccherebbe le leve di un nuovo tipo di rivoluzione industriale.
Entrambi i Paesi hanno la carta vincente, sotto forma di ampio serbatoio di ingegneri e scienziati di alta qualità, ma ancora dal relativamente basso salario, e di spinta dei grandi mercati nazionali. Non sarebbe sorprendente, allora, vedere la Cina e l’India compiere balzi per vincere nella concorrenza in molti settori dell’alta tecnologia. Tuttavia, vi sono questioni cruciali da affrontare prima di scatenare l’enorme potenziale della cooperazione reciproca tra le due dinamo della crescita. Per cominciare, l’India deve costruire una base produttiva più matura, e la Cina deve aprire il suo settore dei servizi. Un programma di cooperazione multi-paradigma a pieno titolo tra la Cina e l’India, avrebbe effetti tettonici di vasta portata e posizionerebbe le relazioni tra Cina e India su un’orbita diversa. Potrebbe anche aprirsi la strada a un coordinamento più stretto, negli affari internazionali e regionali, tra le due potenze più importanti della regione. E sarebbe una benedizione per l’Asia e il mondo intero, se i due vicini potessero farlo rispettando le reciproche preoccupazioni.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale dell’editore.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Siria, o tempo sospeso

Dedefensa 18 maggio 2013

Syria_Russia_pic_1Questo 18 maggio 2013, M. K. Bhadrakumar ha descritto, sul suo Indian PunchLine, la situazione in Siria dopo l’incontro Obama-Erdogan a Washington. Non che questo incontro sia stato critico, in qualche modo, ma perché, è vero, ha una posizione simbolica di rilievo nel quadro generale. Non è irragionevole osservare che identifica, colorando la percezione e il giudizio generale, tratti di amarezza e disillusione già intuiti in ciò che noi percepiamo quale sensazione depressiva, l’11 maggio 2013. (Parliamo soprattutto degli “Amici della Siria” del blocco BAO che volevano da due anni la testa di Assad, e quindi l’amarezza e la delusione riguardo ai loro piani. Ma crediamo che questi due sentimenti vanno ben oltre la portata di questo piano…) Questa volta, perché spesso commenta distinguendo il vincitore nella parte diplomatica che osserva, l’ex diplomatico M. K. Bhadrakumar non si occupa, giustamente a nostro avviso, del dettaglio della “vittoria”, ma piuttosto descrive il crollo generale che non comporta necessariamente la vittoria dell’uno o dell’altro, in senso costruttivo o possibilmente ri-strutturativo, cosa che appassiona uno spirito diplomatico.
La visita del primo ministro turco Recep Erdogan a Washington, che dovrebbe fare pressione sull’amministrazione Obama affinché prenda una posizione più dura contro il regime siriano. Erdogan avrebbe preteso l’imposizione di una ‘no-fly-zone’ degli USA in Siria e maggiori rifornimenti di armi ai ribelli. Invece, Obama si è opposto insistendo che non vi è alcuna “formula magica” per risolvere la crisi [...] In poche parole, Obama non è disposto a lasciare che gli Stati Uniti siano coinvolti in un altro pantano simile all’Iraq. Il cambio di regime è un obiettivo che va bene, ma ci deve essere una transizione negoziata [...] Il video scelto mostra un Erdogan in piedi ed insolitamente sottotono, sotto la pioggia nel Giardino delle Rose, mentre Obama dettava le condizioni. Erdogan ascoltava educatamente, ma poi alla Brookings ha preso per la tangente e ha colpito di nuovo laddove fa male agli interessi degli Stati Uniti, insistendo sul fatto che Hamas è un legittimo partecipante ai colloqui di pace in Medio Oriente. Ha rivelato che si sarebbe presto diretto in Russia e nei Paesi del Golfo per dei colloqui sulla Siria, “per valutarne la situazione”. Erdogan aveva ulteriormente ribadito l’intenzione di visitare Gaza il mese prossimo. Erdogan non è l’unico che si sente deluso. I sauditi sono lividi. Il quotidiano governativo Asharq al-Awsat ha stracciato la politica degli Stati Uniti sulla Siria, con un articolo d’opinione dal titolo “Il tradimento di Obama”, a firma del caporedattore del quotidiano Eyad Abu Shakra. Dice: “Obama ha scelto l’interpretazione russa… Washington ha accettato in realtà che Bashar al-Assad rimanga al timone in Siria fino alla fine del mandato presidenziale nel prossimo anno, esattamente come la Russia e l’Iran vogliono.” [.. .] Non sorprende che la Russia stia tenendo le dita incrociate. Come l’analista strategico di Mosca Fjodor Lukjanov ha osservato in un articolo di opinione per l’agenzia di stampa ufficiale Novosti, è davvero una situazione in cui le cose potrebbero andare in entrambi i modi, “un momento critico, per gli avvinghiati sostenitori ed oppositori della soluzione negoziata in Siria. Infatti, ciò che la Russia può fare per il momento è assicurarsi che ogni impresa avventuristica occidentale che oggi voglia adottare l’intervento militare in Siria, lo trovi costoso e inaccettabile”.”
Nel suo commento, M. K. Bhadrakumar cita in realtà il testo del 16 maggio 2013 di Eyad Abu Shakra, direttore del quotidiano arabo pubblicato a Londra e rappresentante gli interessi sauditi, Asharq al-Awsat. C’è in realtà tutta la rabbia e il risentimento di chi si sente tradito dagli altri, soprattutto dal primo traditore (“Il tradimento di Obama“); nel suo testo Eyad Abu Shakra designa anche la Turchia come altro “traditore” che segue la propria strada, non facendosi carico di alcun rischio verso la Siria (“La retorica del primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan è cambiata completamente, sottolineando in difensiva che la Turchia “non sarà trascinata nella deliberata trappola siriana“). Si capisce quindi la logica nel ricercare altre nuove disposizioni, come farebbe l’Arabia Saudita proprio con l’Iran, a cui M. K. Bhadrakumar si riferisce indicando il testo di DEBKAfiles che abbiamo postato il 14 maggio 2013.
Tuttavia, se guardiamo oltre l’ingenuità nel credere che i diritti umani siano l’unico fattore che muove la grande politica internazionale, troviamo che i risultati del vertice anglo-statunitense di questa settimana non siano così sorprendenti. Non è necessario essere un genio per capire che il presidente Obama ha accettato l’interpretazione russa dell’accordo di Ginevra sulla Siria. È ormai chiaro che Washington ha accettato la realtà di un Bashar al-Assad che rimane alla guida della Siria fino alla fine del mandato presidenziale del prossimo anno, esattamente come la Russia e l’Iran hanno voluto. Nessuno crederà alla promesse di Obama, o a quelle del suo alleato britannico, la cui retorica ha ingannato molti in questi ultimi mesi: le promesse di “una Siria senza Assad” senza scadenze e senza affermare che la partenza di Assad sia preludio necessario a qualsiasi risoluzione politica. Questo discorso dolce è solo una copertura per i fallimenti di una politica estera priva di senso o totalmente cospirativa verso una regione vitale per gli interessi della gente di Washington, che non vi vedono nulla di male nell’ignorare[...] Alla luce degli eventi degli ultimi due anni, l’adozione da parte dell’amministrazione statunitense dell’interpretazione di Mosca dell’accordo di Ginevra, rappresenta un tradimento del popolo siriano che, per molti versi, è parallelo al tradimento di Obama del popolo palestinese, dopo le promesse fatte nella sua prima visita presidenziale in Medio Oriente.”
• Le posizioni della maggior parte dei soggetti esterni sono paradossalmente definite dalle fluttuazioni più estreme, che riflettono la confusione e il disordine di questo periodo di transizione, che sono il marchio della situazione in Siria e dintorni. Un caso esemplare è dato dalla posizione d’Israele, dove si moltiplicano i segni della divisione interna, confermati dalla visita in Russia di Netanyahu e dai suoi colloqui con Putin. Eli Bardenstein ha scritto su Ma’ariv del 16 maggio:
Il Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu condivide le preoccupazioni della Russia sulla caduta di Assad e l’ascesa delle forze islamiche radicali, ha detto un funzionario russo al corrente della conversazione che Netanyahu ha intrattenuto con il presidente russo Vladimir Putin a Sochi. Detto questo, un alto funzionario russo al corrente della conversazione [...] ha spiegato le differenze tra gli atteggiamenti russo e israeliano: “Israele non vuole che continui il governo di Assad, ma ha paura delle alternative, considerando che la Russia vuole che Assad sia parte della soluzione politica nel Paese, almeno nella fase iniziale.” Tali valutazioni sono conformi al fatto che ci siano differenze di opinione in Israele sul fatto di sostenere azioni che avrebbero portato alla caduta di Assad. Funzionari dei servizi segreti israeliani ritengono che, nonostante ciò [la caduta di Assad] rafforzi le forze ribelli radicali in Siria e aumenti la minaccia del terrorismo contro Israele, fermare il programma nucleare iraniano è l’obiettivo supremo di Israele, e la caduta di Assad servirebbe allo scopo, perché distruggerebbe l’asse del male composto da Iran, Siria e Hezbollah. In alternativa, altri funzionari israeliani ritengono che l’aumento del terrorismo nella Siria del post-Assad sarebbe lo scenario più preoccupante. A quanto pare, Netanyahu sostiene la seconda ipotesi.
• D’altra parte, tra i cambiamenti più drammatici, vi sono alcune osservazioni sulla consegna dei missili della difesa aerea russi S-300 alla Siria, di cui non si sa ancora nulla di chiaro (sono già stati consegnati? Lo devono essere? Ancora nulla di fatto? Ecc.). Alcuni commentatori israeliani considerano l’eventualità peggiore, l’attacco agli S-300 da parte d’Israele. Su al-Monitor Israel Pulse del 17 maggio 2013, Ben Caspit esplora l’ipotesi di un attacco del genere in una varietà di opzioni. In tutti i casi presi in considerazione, il pericolo è la considerevole estensione della crisi siriana a una guerra generalizzata nella regione, anche con il coinvolgimento di potenze esterne dal peso enorme, in questo caso la Russia… (Va notato che tutte queste situazioni si basano sul fatto, che sembra dato per dimostrato dai commentatori, che l’S-300 sia un’arma terrificante che paralizza completamente l’attività delle forze aeree israeliane. Si è visto [13 maggio 2013] che alcuni esperti non condividono per nulla questo punto di vista.)
La situazione è più pericolosa che mai, soprattutto perché tutti i soggetti coinvolti, e sono molti, vengono trascinati in una situazione del tipo “Comma-22″. Israele non può accettare la presenza dei missili S-300 in Siria, dal momento che questi missili possono essere utilizzati per abbattere i jet della sua aviazione appena decollano dalle basi in Israele. Questo sarebbe un duro colpo per il datato dominio aereo d’Israele in Medio Oriente. D’altra parte, se Israele attaccasse quei missili, si troverebbe impelagato contro tutti i suoi nemici in una sola volta, e anche con la Russia. Cosa troppo difficile da gestire, anche per Israele...”
I russi hanno una linea, sono coerenti e nella confusione generale appaiono a tutti una potenza specifica e un polo di stabilità, con una politica ben definita e financo solidamente poggiata su principi ben strutturati. Ecco perché, ovviamente, dominano la situazione in termini di potenza e d’influenza, ora essenziali in questa regione. Il loro più grande rivale, quindi, è il disordine, suscitato dal controllo totale del movimento ribelle da parte degli estremisti islamici, un disordine che causerebbe altri danni agli USA se lasciassero la loro linea attuale (quale possa essere giudicata) per un improvviso e più assertivo intervento che potrebbe causare altri attacchi israeliani, e così via. Per questo motivo, i russi hanno abilmente determinato la loro posizione d’influenza, perché è anche una posizione di autorità che potrebbe anche adottare un certo atteggiamento arbitrale e di fermezza, che appare soggettivamente favorevole ad Assad, ma soprattutto perché Assad è al momento l’ordine e la sovranità. Il problema attuale è che la situazione è così confusa che l’”alleanza” del blocco BAO e soci va crepandosi fortemente da tutte le parti, che la posizione dei ribelli sul terreno è assai incerta, che esistono varie tentazioni per una qualsiasi spinta o un qualsiasi tentativo disperato, il cui risultato temuto dai russi sarebbe per lo meno la vittoria a sorpresa del campo anti-Assad e un’improvvisa accelerazione e rapida espansione di un disordine che diventerebbe incontrollabile. Per loro, quindi, l’incerta conferenza di Ginevra (Ginevra-2) è diventato l’obiettivo primario, non per una sua virtù intrinseca, ma perché manca di meglio, perché questa conferenza è l’unica speranza per la stabilizzazione istituzionalizzata, almeno temporanea, della situazione. (“La Russia sta tenendo le dita incrociate [...] s’è davvero nella posizione in cui le cose potrebbero andare in entrambi i modi”, “un momento critico, con gli avvinghiati sostenitori e  oppositori della soluzione negoziata in Siria”. “Infatti, ciò che la Russia può fare per il momento è di assicurarla...”)
La cosa più notevole dell’atteggiamento russo è, infatti come abbiamo visto, questo desiderio del principio dell’ordine quasi ad ogni costo, soprattutto in quel “quasi”. I russi vi arrivano grazie ad una convergenza nella fermezza delle due personalità, Putin e Lavrov, a non farsi travolgere dalla fragilità e dalla vulnerabilità potenziale dell’unico attore responsabile fino ad apparire come l’arbitro del dramma siriano, implicita nella loro posizione, come accadrebbe nel caso se, per esempio, abbandonassero il principio della fornitura degli S-300, apparendo improvvisamente deboli nel loro ruolo, avendo speso tutta l’autorità e l’influenza in questo ruolo, acquisendo una certa tregua a breve termine, ma perdendo autorità e influenza. Mantenendo questa fermezza nella loro politica, si assumono rischi a breve termine, ma risparmiano le possibilità a lungo termine, e infine rafforzano la loro posizione; d’altra parte dicendosi pronti a un confronto, se nuove e brutali condizioni lo rendessero necessario. Tuttavia, iniziando in modo molto incerto e incentrato solo sulla comunicazione sul possibile uso di armi chimiche in Siria, il periodo è diventato molto importante, se non fondamentale (ma non ancora decisivo); in realtà transitoria (“tempo sospeso”), ma per uno scopo (vertice alla conferenza Ginevra-2) che, se raggiunto, stabilirà una nuova situazione che a sua volta genererebbe nuovi disordini. Si tratta di un periodo di transizione, la cui alternativa è in primo luogo un “progresso” che porrebbe soltanto i termini della crisi siriana sulle diverse direzioni in cui il disordine si svilupperebbe, in un modo o nell’altro, a seconda della possibilità dell’accelerazione improvvisa del disordine. Tutta la brillantezza dei russi non può fare nulla, fondamentalmente perché nessuno può fare nulla di essenziale. La presenza di ciò che chiamiamo l’infrastruttura critica non consente una risoluzione della crisi siriana con un processo politico convenzionale: la crisi siriana è parte del contesto generale della crisi e del crollo del sistema che dipende totalmente dall’evoluzione generale della crisi, che si esprime come “crisi acuta” per eccellenza. Ciò supera le capacità degli attuali sapiens del XXI.mo secolo.

 

 

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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