1898-2011. Dall’alba alla sirena imperialista: Odissea di una nuova era geopolitica
agosto 21, 2011 2 commenti
La situazione in Medio Oriente è sul punto di una capovolgimento strategico; iniziato l’anno con le rivolte del pane in Tunisia ed Egitto, e proseguita con le operazioni di ‘regime change’ pre-programmati in Libia, Libano e Siria, il tutto immerso nel caos nello Yemen, tra le manovre oscure in Palestina, nella repressione ‘politically correct’ in Bahrain, nelle rivolte più o meno abbozzate in Marocco, Oman e Algeria, nel silenzio totale saudita e nella tranquillità assoluta della Giordania; e qui non poteva essere diversamente, la Giordania è poco più di una caserma della CIA e perciò, pur non subendo contestazioni o rivolte interne, le esporta nei paesi vicini, in Siria, precisamente.
Neanche a Dubhai, il ‘popolo oppresso’ se l’è sentito di sottrarre qualche ora dallo shopping, per andare a manifestare contro la dittatura locale. In compenso, a Dubhai, dal novembre 2010, sbarcano per via aerea decine di colombiani. I colombiani entravano negli Emirati Arabi Uniti come operai edili, ma in realtà, erano soldati dell’esercito mercenario segreto che Erik Prince, il miliardario della Blackwater Worldwide, sta costruendo grazie a 529 milioni di dollari donati da una delle petromonarchie più amate dalle democrazie occidentali, e dalle loro propaggini di sinistra, liberali o antagoniste che siano. Una regola vige, dettata dal capo in persona, niente musulmani tra i mercenari di Dubhai. Non si può contare che dei mussulmani uccidano altri musulmani, avrebbe avvertito Prince. Pie speranze, o forse è stato particolarmente bravo con i mercenari dalla Siria e dalla Libia. Resta il fatto che la Blackwater trasferisce le proprie attività negli Emirati Arabi Uniti alla della cosiddetta ‘Primavera Araba’, che avrebbe dovuto culminare, secondo le menti che l’hanno quanto meno indirizzata, nel crollo dei regimi socialisti e nazionalisti arabi laici superstiti, la Libia e la Siria. L’obiettivo strategico perseguito dai manovratori della cosiddetta ‘Rivoluzione Araba’, era sventare la formazione di un blocco arabo-africano, che vedeva come motore la Jamahiriya di Libia, e ostacolare i progressi dei due maggiori blocchi antagonisti al polo imperialista USA/UE/NATO: l’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai (Federazione Russa, Repubblica Popolare di Cina, Kazakhstan, Kirghizistan, Tadzhikistan) e i paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica).
Questo obiettivo vede riunirsi un rinnovato coagulo geopolitico imperialistico, favorito dalle gerarchie brzezinskiane di Washington. Abbandonati i furori bellicisti dei neocon e dei cristiano-sionisti, l”Asse del Bene’ non vede più al suo centro Israele, emarginata dal quadro geopolitico attuale per via dell’inaffidabilità del governo Netanyahu/Lieberman, ma l’Arabia Saudita, le cui ‘connivenze’ con al-Qaida e i dirottatori dell’11 settembre 2001, di colpo, sono scomparse dal circo mediatico statunitense ed euroccidentale. L’Arabia Saudita costituisce un nuovo perno per le strategie atlantiste, rodhesiano-rockefelleriane, grazie all’influenza politico-ideologico regionale che possiede verso le sue alleate regionali, le altre petromonarchie del Golfo Persico, i regimi sunniti di Marocco e Giordania e i vari gruppi della galassia islamista, compresa l’ectoplasma terroristico per eccellenza, al-Qaida, la cui presentabilità nel salotto imperiale anglosassone è stata recuperata tramite la sceneggiata hollywoodiana dell”assassinio meditico’ del suo capo, Usama bin Ladin.
Ottenuta la necessaria ‘morte’ del malvagio numero 1 sulla Terra, almeno presso l’opinione pubblica occidentale, ridiventa possibile giocare nuovamente la carta del fanatismo religioso, come ai bei tempi di Carter e Reagan, quando le cinquanta stelle dell’impero risplendevano di maggior fulgore (anche se, già allora, si trattava di effetti speciali hollywoodiani). Così s’è proceduto a costituire un ampio fronte per cercare di distruggere la Jamahiriya Libica: un vero e proprio esercito internazionale di mercenari da impiegare sul campo in Libia, visto il clamoroso fallimento della ‘rivoluzione’ bengasina, incapace di avere non solo il sopravvento sulle forze armate libiche, ma neanche di saper mobilitare la popolazione della Cirenaica: all’inizio della rivolta, le bande golpiste raggruppavano 4000 ribelli armati, a giugno erano circa un migliaio. Nessuno ha voluto aderire al mancato golpe. Da quel momento diventa sempre più massiccia la presenza di mercenari, avventurieri e contractors stranieri: arabi, mussulmani, latinoamericani o della NATO. L’armata brancaleone che la NATO ha rappattumato, è costituto da veterani degli squadroni della morte latinoamericani; argentini e soprattutto, come visto, colombiani. Addestrati nella ‘Scuola delle Americhe’, ora ricevono la possibilità di combattere gli alleati arabi dei loro nemici diretti: Chavez, Morales, Kirchner, Rousseff e Castro. Queste forze, concentrate nei centri della Blackwater, sono state inviate in Tunisia, per operare come massa d’urto per le operazioni della NATO in Tripolitania, soprattutto sul Jebel Nafusa, coordinando le bande di mercenari reclutate sul posto da agenti del Qatar e degli EAU, soprattutto tra le masse di disoccupati tunisini e di predoni in cerca di vendetta contro il governo libico.
A Bengasi e Derna, operano invece gli altri mercenari addestrati dalla CIA, i reparti di alqaidisti recuperati dagli statunitensi a Guantanamo, in Afganistan e in Pakistan. Qui cooperano in stretto coordinamento anche con le unità armate della Fratellanza Mussulmana (Ikhwan), che operano per conto dell’Arabia Saudita. Ryad sta cercano da anni di regolare i conti con Gheddafi, per via della politica petrolifera attuata da quest’ultimo; una politica tesa a fare delle risorse energetiche sia una leva di sviluppo economico, sia una forma di interventismo nella politica internazionale, al contrario della politica di fondo adottata dalle semi-borghesie comparadores del Golfo Arabo, la cui esistenza è dettata dalla stretta aderenza agli interessi occidentali. Si tratta di uno scontro prima che ideologico, geopolitico, geoeconomico e geostrategico.
Proprio la presenza di più e diversi attori reali e manovratori dietro le quinte della scena libica, e che rappresentano interessi anche contrastanti, ha portato al conflitto esploso all’interno del cosiddetto Consiglio di Transizione di Bengasi, portando alla morte di Abdel Fatah Younis. Younis, che siedeva nel CNT, era il maggior esponente della fazione libica che ha tradito la Jamahiriya, dopo Abdel Salim Jalloud, e aveva disertato presso i francesi, dei cui interessi era divenuto il fantoccio in capo locale. Il suo assassinio, per mano dell’Ikhwan, è un chiaro messaggio geopolitico: la Francia è stata estromessa definitivamente dalla gestione della Libia, a vantaggio dei sauditi e degli inglesi, gli sponsor dell’ala islamista dei golpisti anti-Jamahiriya. Difatti, non è un caso che Younis sia stato liquidato mentre la Francia stava contrattando con Saif al-Islam Gheddafi, la conclusione del conflitto. Parigi e Sarkozy hanno perso la partita che avevano così avventatamente intrapreso.
La palla passa in mano all’asse anglosassone, al club rodhesiano-rockefeleriano, sconvolto dalla crisi, al circo militar-mediatico dei ‘bombardieri umanitari‘ raccoltosi intorno alla cricca Obama-Clinton-Brzezinsky, e ai loro alleati regionali, le petromonarchie sunnite (dal Marocco alla Giordania, dall’Arabia Saudita al Golfo).
Sul terreno, le bande golpiste del CNT, il cui ruolo ricalca quello dell’UCK nei Balcani, assieme agli squadroni della morte dei mercenari, hanno subito una profonda ristrutturazione operativa. Avendo perso Misurata, ripresa dall’esercito libico, e non avendo potuto occupare l’industria petrolifera tra Bin Jawad e Aghedabia: un fronte dove le truppe golpiste hanno subito dei pesanti rovesci militari, portando alla dissoluzione del CNT e al caos a Bengasi e dove la NATO non riesce più ad avere un ruolo efficace sul terreno, gli strateghi militar-mediatici atlantisti e sauditi hanno deciso di concentrare tutte le loro forze su Tripoli, essendo le linee logistiche protette dal ‘nuovo governo rivoluzionario’ tunisino, e più brevi di quelle che corrono tra Bengasi e l’Egitto, dove tra l’altro l’Ikhwan-Blackwater sta aprendo un nuovo fronte in Sinai, con una probabile grande irritazione dell’esercito egiziano, che a sua volta, sembra esser stato estromesso dai giochi libici fin da quasi l’inizio della crisi. Con la cosiddetta ‘Operazione Sirena’, ovvero il presunto assalto a Tripoli, si tenta di fare pressione psicologica sulla popolazione della Jamahiriya libica. Si tratta, in definitiva, di una operazione di guerra psicologica, piuttosto che propriamente operativa. Una combinazione di Aeromobili, terroristi della NATO, di giornalisti embedded e figuranti televisivi, è il vero ‘esercito ribelle’ che starebbe ‘conquistando’ Tripoli.
Un quadro che, risaltando l’aspetto propagandistico, fornisce la misura della bancarotta occidentale: da quella militare della NATO a quella diplomatica degli USA, e soprattutto dell’UE, a quella ideologica-culturale, col totale discredito della leggenda metropolitana della presunta indipendenza politica dei grandi mass media occidentali. Per non parlare della definitiva dissoluzione delle sinistre occidentali, sia sotto forma di organizzazioni politiche, dove suoi esponenti hanno invocato perfino l’assassinio di Gheddafi per mano della NATO, che sotto forma di ONG, come nel caso di Emergency, che ha partecipato direttamente ai crimini commessi dai ‘ribelli’ a Misurata (e forse altrove).
Riassumendo, la resistenza della Jamahiriya Libica, comunque vada, ha inflitto una netta sconfitta all’unipolarismo atlantista.
Non va trascurata, in effetti, che la messinscena a Tripoli, serva a distrarre l’opinione pubblica occidentale dalla clamorosa sconfitta subita da Washington, quando Joe Biden, vicepresidente degli USA, in visita a Beijing, ha pubblicamente riconosciuto la ‘Politica di Una Cina Sola’ portata avanti da decenni dal Partito Comunista Cinese. Il definitivo disconoscimento e abbandono di Taiwan e del Dalailama quali asset della geopolitica statunitense. Un successo diplomatico schiacciante.
Un evento che può spiegare, almeno parzialmente, l’atteggiamento cauto adottato da Russia e Cina, probabilmente ostacolate dall’azione politico-diplomatica, sia dalla complessità del quadro politico mediorientale, sia dalla necessità di sostenere la solida alleata Siria, aggredita dalle stesse operazioni terroristiche imbastite in Libia. In effetti, parte dei mercenari arruolati a Dubhai, con l’assistenza dei sauditi e dell’intelligence turca, saranno stati inviati in Siria a costituire quei squadroni della morte che tormentano, in questi mesi, la società siriana, e che forniscono l’appiglio ai rinnovati sogni interventistici di Londra, Parigi, Bruxelles e Washington.
Alessandro Lattanzio 22/8/2011



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ottima analisi