La morte di Kim Jong-Il

Peter Symonds WSWS 20 dicembre 2011

La morte del leader nordcoreano Kim Jong-Il, formalmente annunciata ieri, ha prodotto un diluvio di articoli annebbianti sulla stampa internazionale, che presentano il regime di Pyongyang come irrazionale e folle, una pericolosa minaccia per la stabilità nel Nord Est asiatico, richiedendo a Stati Uniti e ai suoi alleati di mettere le loro forze armate in allerta.
Kim Jong-Il era a capo di un regime oppressivo stalinista che rappresentava gli interessi non della classe operaia e dei contadini della Corea del nord, ma quelli di una élite burocratica privilegiata. Tuttavia, la responsabilità principale per le perenni tensioni regionali spetta alla politica aggressiva degli Stati Uniti, che ha ripetutamente cercato di destabilizzare la Corea del nord dalla fine della guerra di Corea nel 1953.
La guerra di Corea era essa stessa un monumentale crimine imperialista degli Stati Uniti e dei suoi alleati, tra cui il regime fascista fantoccio di Washington nel Sud, diretta non solo contro la Repubblica popolare democratica di Corea (RPDC), nella Corea del Nord, ma soprattutto contro la rivoluzione cinese del 1949 e il regime maoista di Beijing. La guerra lasciò il paese sfregiato e mutilato, con tre milioni di morti e molti altri mutilati, e perpetuò l’artificiale divisione post-bellica della penisola di Washington.
Kim Jong-Il era stato nominato massimo leader della Corea del Nord dopo la morte di suo padre Kim Il-Sung nel 1994, nel bel mezzo di un confronto con gli Stati Uniti che ancora una volta ha portato la penisola sull’orlo della guerra. Il presidente statunitense George HW Bush e il suo successore, Bill Clinton, si impadronirono dei programmi nucleari della Corea del Nord, usandoli come mezzo per intensificare la pressione su Pyongyang, al fine di precipitare la disintegrazione del regime.
Lo stato della Corea del Nord affrontò a una crisi in peggioramento, a seguito al crollo del suo primo sostenitore, l’Unione Sovietica, nel 1991. Decise di firmare il Trattato di non proliferazione nucleare (TNP), aspettandosi in cambio che gli Stati Uniti e i loro alleati avrebbero eliminato le paralizzanti sanzioni economiche e si fossero mossi verso il riconoscimento diplomatico. In quello che è diventato un modello ricorrente, negli ultimi due decenni, gli Stati Uniti molestarono e fecero pressione sulla Corea del Nord per gli accordi, ma si rifiutò di fare una qualsiasi mossa per porre fine all’isolamento di Pyongyang.
Le cose giunsero al culmine nel 1994, quando non venne inviato il combustibile del piccolo reattore sperimentale della Corea del nord di Yongbyon, che secondo l’amministrazione Clinton avrebbe presuntamente fornito il plutonio per la produzione di armi nucleari. Il conflitto militare venne evitato solo quando Clinton, dopo essere stato avvertito dai suoi capi militari delle conseguenze catastrofiche, fece marcia indietro e spedì l’ex presidente Jimmy Carter per accordarsi con Pyongyang.
Kim Il-Sung morì poco dopo il viaggio di Carter. Kim Jong-Il concluse quello che divenne noto come l’accordo quadro, secondo il quale la Corea del Nord accettava di chiudere ed eventualmente smantellare i suoi impianti nucleari, in cambio della fornitura di petrolio e reattori elettronucleari e, soprattutto, la fine dell’isolamento diplomatico e economico del paese. La Corea del Nord aveva congelato i suoi programmi nucleari, ma gli Stati Uniti non adempirono mai misero fine in fondo alla loro parte dell’accordo.
In Corea del Sud, Kim Dae-jung, che divenne presidente nel 1998, offriva la possibilità di un riavvicinamento tra le due Coree sotto la sua “Sunshine Policy”. Rappresentava i settori dell’élite aziendale della Corea del Sud che cercava di aprire la Corea del Nord come fonte di manodopera a basso costo. Per Kim Jong-Il, la politica presentava la prospettiva di porre fine alla profonda crisi economica della Corea del Nord, dopo la fine dell’Unione Sovietica. I due Kim si strinsero la mano in un incontro molto pubblicizzato a Pyongyang, nel giugno 2000, cui fece seguito una visita della segretaria di stato USA Madeleine Albright nella capitale della Corea del Nord, negli ultimi giorni dell’amministrazione Clinton.
L’euforia nei circoli dominanti che circondavano le conseguente della Sunshine Policy di Kim Dae-Jung, insignito del Nobel per la Pace nel 2000, evaporò rapidamente con l’avvento di George W. Bush a presidente degli Stati Uniti. L’amministrazione Bush rivide la politica statunitense in Corea, e chiuse ogni prospettiva di contatti diplomatici ed efficaci, e stracciò l’accordo quadro. Le forniture di petrolio  finirono e la costruzione dei reattori elettronucleari promessi, che non era mai iniziata, venne abbandonata. All’inizio del 2002, Bush gettò il guanto di sfida alla Corea del Nord, dichiarando che faceva parte dell'”asse del male” con l’Iran e l’Iraq.
La provocazione di Bush non puntava soprattutto alla Corea del Nord ai suoi programmi nucleari. In primo luogo, era volta contro la Cina, che Bush aveva dichiarato essere “una rivale strategica” durante la sua campagna elettorale. Tra tensioni tensioni deliberatamente crescenti, Washington minacciava uno degli alleati tradizionali di Pechino, situato in posizione strategica al suo confine. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti stroncò i piani economici di Cina, Russia e delle potenze europee per aprire la Corea del Nord come una via di transito e per le pipeline verso la Corea del Sud e il Giappone.
Non sorprende che le azioni di Bush abbiano provocato una risposta da parte della Corea del Nord. Dopo che gli Stati Uniti l’avevano accusata nel 2002 di avere un programma segreto per l’arricchimento dell’uranio, Pyongyang si ritirava dal TNP, espulse gli ispettori ONU sul nucleare e il riavviò i suoi impianti nucleari posti in naftalina. Il risultato è stato un decennio di scontri e di tensioni nella penisola coreana, moderati solo dagli sforzi della Cina per facilitare una fine negoziata dei programmi nucleari della Corea del Nord, attraverso i colloqui a sei. L’amministrazione Bush solo a malincuore accettò di partecipare ai negoziati, durante l’invasione dell’Iraq, trasformatasi in un pantano, e con gli Stati Uniti che non potevano permettersi di provocare immediatamente un altro conflitto dall’altra parte del globo.
Negli ultimi tre anni, l’amministrazione Obama non ha alleggerito le tensioni nella penisola coreana, ma le ha intensificate. Ha ostacolato gli sforzi di Beijing per riavviare unilateralmente i colloqui a sei per modificare i termini dell’ultimo accordo uscito dai negoziati. Alla fine dell’anno scorso, gli Stati Uniti, in combutta con l’amministrazione di destra della Corea del Sud di Lee Myung-bak, tenne provocatoriamente una serie di esercitazioni militari congiunte vicino alla Corea del Nord, dopo che Pyongyang era stata incolpata per uno scambio di artiglieria che aveva provocato il bombardamento di una isola sudcoreana. L’amministrazione Obama ha avvertito che eventuali ritorsioni da parte della Corea del Nord avrebbero spinto gli Stati Uniti e la Corea del Sud all’azione militare.
Il confronto degli Stati Uniti con la Corea del Nord dello scorso anno, era solo un elemento del “pivot” strategico generale dell’amministrazione Obama, che dal Medio Oriente al Pacifico asiatico, è volto a minare l’influenza economica e strategica cinese nella regione. Fin dal suo arrivo in carica, Obama ha rafforzato le alleanze militari con Giappone, Corea del Sud, Australia e Filippine, formando altre partnership strategiche con India, Indonesia e Singapore, ed è intervenuto aggressivamente in sedi regionali, come il vertice dell’Asia orientale.
La volontà di Obama di rischiare un conflitto con la Corea del Nord, alla fine dell’anno scorso, sottolinea l’incoscienza di un orientamento strategico della sua amministrazione nella regione asiatica, che ha numerosi di punti instabilità. Sottolineando, inoltre, l’importanza della discussione che è subito scoppiata nei media  e nei circoli della politica estera statunitensi, sull'”opportunità” che potrebbe aprirsi con l’avvento del giovane e inesperto figlio di Kim Jong-Il, Kim Jong-Un, a nuovo leader della Corea del Nord. Qualsiasi tentativo da parte dell’amministrazione Obama di sfruttare o creare instabilità politica a Pyongyang, ha il potenziale di far crescere rapidamente attriti con la Cina.
Lontano dalla Corea del Nord, la fonte dell’instabilità e della tensione nel Nord-est asiatico, il pericolo principale deriva dalla politica aggressiva dell’amministrazione Obama, che cerca di esercitare la sua forza militare per mantenere la posizione dominante dell’imperialismo statunitense.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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One Response to La morte di Kim Jong-Il

  1. icittadiniprimaditutto scrive:

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

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