Confessioni di un ex credente del ‘Peak Oil’

F. William Engdahl  14 Settembre 2007

La buona notizia è che gli scenari di panico per il mondo a corto di petrolio nel breve tempo, sono sbagliate. La cattiva notizia è che il prezzo del petrolio è destinato a continuare a crescere. Il picco del petrolio non è un problema nostro. Lo è la politica. Big Oil vuole mantenere elevati i prezzi del petrolio. Dick Cheney e amici sono tutti troppo disposti ad aiutare.
Nota personale, ho studiato le questioni del petrolio dal primo shock petrolifero degli anni ’70. Sono stato incuriosito, nel 2003, da qualcosa chiamato teoria del Peak Oil. Sembrava che spiegasse la d’altronde inspiegabile decisione di Washington di rischiare il tutto per tutto in una mossa militare contro l’Iraq.
I sostenitori del Peak Oil, guidati dall’ex geologo della BP, Colin Campbell, e dal banchiere texano Matt Simmons, sostengono che il mondo affronta una nuova crisi, la fine del petrolio a buon mercato, o il picco del petrolio assoluto, forse entro il 2012, forse entro il 2007. Il petrolio era presumibilmente alle sue ultime gocce. Hanno indicato nella impennata dei nostri prezzi della benzina e del petrolio, il calo della produzione del Mare del Nord, in Alaska e in altri campi, come la prova che avevano ragione.
Secondo Campbell, il fatto che nessun nuovo grande giacimento del Mare del Nord sia stato scoperto dalla fine degli anni ’60, ne era una prova. Secondo quanto da lui riferito, riuscì a convincere di ciò l’Agenzia Internazionale dell’Energia e il governo svedese. Ciò, tuttavia, non prova che abbia ragione .

Fossili Intellettuali?
La scuola del Peak Oil poggia la sua teoria sui convenzionali manuali di geologia occidentali, la maggior parte dei geologi britannici o statunitensi, che dichiarano che il petrolio è un ‘combustibile fossile’, un residuo o detrito biologico dei resti fossili di dinosauri o forse di alghe, e quindi un prodotto dall’offerta finita. L’origine biologica è fondamentale per la teoria del Peak Oil, utilizzata per spiegare perché il petrolio si trova solo in alcune parti del mondo, dove s’è geologicamente intrappolato milioni di anni fa. Ciò significherebbe che, per esempio, i resti di un dinosauro morto vengono compressi e per decine di milioni di anni, fossilizzati e intrappolati in giacimenti sotterranei a, forse, 4-6000 metri sotto la superficie della terra.  In rari casi, così gira la teoria, enormi quantità di materiale biologico sarebbero state intrappolate in formazioni rocciose al largo di mari poco profondi, come il Golfo del Messico o il Mare del Nord o il Golfo di Guinea. La geologia dovrebbe solo cercare di capire dove siano queste sacche negli strati della terra, chiamati giacimenti, che si trovano all’interno di alcuni bacini sedimentari.
Una teoria interamente alternativa sulla formazione del petrolio esiste dai primi anni ’50 in Russia, quasi sconosciuto in Occidente. Essa sostiene che la convenzionale teoria dell’origine biologica statunitense è un assurdo scientifico, e che non è dimostrabile. Essi sottolineano il fatto che i geologi occidentali hanno predetto più volte che il petrolio sarebbe finito nel secolo scorso, solo per scoprire, poi, di più, molto di più.
Non solo questa spiegazione alternativa sulle origini del petrolio e del gas esiste in teoria. L’emergere della Russia e prima dell’URSS, come il più grande produttore mondiale di petrolio e gas naturale, si è basata sull’applicazione della teoria nella pratica. Questo ha conseguenze geopolitiche di grandezza impressionante.

Necessità: la madre dell’invenzione
Negli anni ’50 l’Unione Sovietica affrontava l’”isolamento” della cortina di ferro da parte dell’Occidente. La guerra fredda era al culmine. La Russia aveva poco petrolio per alimentare la sua economia. Trovare sufficiente petrolio indigeno, era una priorità della  sicurezza nazionale di prim’ordine.
Gli scienziati dell’Istituto di Fisica della Terra dell’Accademia Russa delle Scienze e l’Istituto di Scienze Geologiche dell’Accademia Ucraina delle Scienze iniziarono un’indagine fondamentale nei tardi anni ’40: da dove proviene il petrolio?
Nel 1956, il Prof. Vladimir Porfir’yev annunciò le loro conclusioni: ‘Il petrolio greggio e il gas naturale non hanno alcun legame intrinseco con la materia biologica proveniente dai pressi della superficie della Terra. Sono materiali primordiali che sono stati eruttati da grandi profondità.‘ I geologi sovietici avevano capovolto la geologia ortodossa occidentale. Hanno chiamato la loro teoria dell’origine del petrolio teoria ‘a-biotica’ -non-biologica- per distinguerla dalla teoria occidentale delle origini biologiche.
Se avessero ragione, la fornitura di petrolio sulla terra sarebbe limitata solo dalla quantità di costituenti idrocarburici presenti nelle viscere della Terra, al momento della formazione della Terra. La disponibilità del petrolio dipenderebbe unicamente sulla tecnologia per perforare pozzi ultra-profondi e esplorare le regioni interne della terra. Hanno anche realizzato che vecchi campi potevano essere ricuperati per continuare a produrre, chiamandoli così campi che si auto-alimentano. Essi hanno affermato che il petrolio si forma nelle viscere della terra, si forma in condizioni di temperatura molto alta e pressione molto alta, come quella richiesta per formare i diamanti. ‘Il petrolio è un materiale primordiale di origine profonda, che viene trasportato tramite ‘freddi’ processi eruttivi ad alta pressione, nella crosta della terra‘, aveva dichiarato Porfir’yev. La sua squadra aveva respinto l’idea che il petrolio sia un residuo biologico di resti fossili di origine animale e vegetale, come una bufala destinata a perpetuare il mito dell’approvvigionamento limitato.

Sfidando la geologia convenzionale
Tale approccio scientifico radicalmente diverso russo e ucraino portò alla scoperta del petrolio, che ha permesso all’URSS di sviluppare le enorme scoperte di petrolio e gas nelle regioni precedentemente giudicate inadatte alla presenza di petrolio, secondo le teorie occidentali dell’esplorazione geologica. La teoria del petrolio è stata utilizzata nei primi anni ’90, ben dopo la dissoluzione dell’URSS, per trivellare gas e petrolio in una regione creduta, per più di 45 anni, geologicamente sterile, il Bacino Dniepr-Donets della regione tra Russia e Ucraina.
A seguito della loro teoria abiotica o non-fossile delle origini profonde del petrolio, i geofisici del petrolio e i chimici ucraini e russi, iniziarono con una analisi dettagliata della storia tettonica e della struttura geologica del basamento cristallino del bacino del Dniepr-Donets. Dopo una profonda analisi tettonica e strutturale  della zona, fecero delle indagini geofisiche e geochimiche.
Un totale di sessantuno pozzi perforati, dei quali trentasette erano commercialmente produttivi, un tasso estremamente impressionante di successi dell’esplorazione di quasi il sessanta per cento. La dimensione del campo scoperto va comparato col North Slope in Alaska. Al contrario, la perforazione a gatto selvatico degli statunitensi, era considerato riuscito con un tasso di successi del dieci per cento. Nove dei dieci pozzi sono in genere dei “buchi secchi“.
Questa esperienza geofisica russa nel ritrovamento di petrolio e gas, è stato avvolto dall’abituale velo sovietico di sicurezza dello stato, durante la Guerra Fredda, e rimase in gran parte sconosciuto ai geofisici occidentali, che hanno continuato ad insegnare le origini fossili e, di conseguenza, i gravi limiti fisici del petrolio. Lentamente cominciò a crescere l’idea, in alcuni strateghi dentro e intorno al Pentagono, ben dopo la guerra all’Iraq del 2003, che i geofisici russi potessero avere qualcosa di profonda importanza strategica.
Se la Russia avesse il know how e la geologia occidentale no, la Russia possederebbe una carta strategica vincente dal dirompente effetto geopolitico. Non sorprende che Washington abbia iniziato a erigere un “muro d’acciaio“, una rete di basi militari e di scudi anti-missili balistici intorno alla Russia, per tagliare le sue pipeline e porti di collegamento con l’Europa occidentale, la Cina e il resto dell’Eurasia. È il peggior incubo di Halford Mackinder – una convergenza cooperativa di interessi reciproci dei principali stati dell’Eurasia, nata per necessità e bisogno del petrolio, per alimentare la crescita economica – sta emergendo. Ironia della sorte, sono stati i palesi arraffi statunitensi delle vaste ricchezze petrolifere dell’Iraq e, potenzialmente, dell’Iran, che ha catalizzato una più stretta cooperazione tra dei tradizionali nemici eurasiatici, Cina e Russia, e una crescente consapevolezza in Europa occidentale, che le loro opzioni sono  troppo esigue.

Il Re del Picco
La teoria del Peak Oil è basata su un documento del 1956 di Marion King Hubbert, un geologo del Texas che lavorava per la Shell Oil. Egli ha sostenuto che i pozzi di petrolio seguono una curva di produzione a campana, e una volta il loro “picco” è raggiunto, segue un declino inevitabile. Ha previsto che la produzione di petrolio negli Stati Uniti avrebbe raggiunto il picco nel 1970. Un uomo modesto, che ha chiamato la curva di produzione che ha inventato, curva di Hubbert, e il picco Hubbert’s Peak. Quando la produzione di petrolio degli Stati Uniti ha cominciato a declinare intorno al 1970, Hubbert guadagnò una certa fama.
L’unico problema era che non aveva raggiunto il picco a causa dell’esaurimento delle risorse nei campi degli Stati Uniti. Esso “ha raggiunto il picco“, perché Shell, Mobil, Texaco e gli altri partner della Saudita Aramco stavano inondando il mercato statunitense con importazioni di greggio a buon mercato del Medio Oriente, tariffe libere, a prezzi così bassi che molti produttori del Texas e della California non potevano competere, e furono costretti a chiudere i pozzi.

Il Successo del Vietnam
Mentre le multinazionali petrolifere statunitensi erano impegnate a controllare i grandi campi facilmente accessibili di Arabia Saudita, Kuwait, Iran e altre aree a basso costo, durante l’abbondante petrolio nel corso degli anni ’60, i Russi erano impegnati a verificare la loro teoria alternativa. Hanno iniziato la perforazione in una regione apparentemente arida della Siberia. Vi svilupparono undici campi di petrolio e un campo gigante sulla base delle loro stime geologiche ‘a-biotiche’ in profondità. Perforarono il basamento di roccia cristallina e scovarono l’oro nero a una scala paragonabile a quella del North Slope dell’Alaska.
Poi andarono in Vietnam negli anni ’80 e si offrirono di finanziare i costi di perforazione per mostrare come funzionava la loro nuova teoria geologica. La società russa Petrosov perforò la roccia basaltica del giacimento offshore White Tiger del Vietnam per circa 17.000 metri di profondità ed estrassero 6.000 barili di petrolio al giorno per nutrire l’economia affamata di energia del Vietnam. In URSS, i geologi russi addestrati alla teoria a-biotica, perfezionarono le loro conoscenze e l’URSS emerse come il più grande produttore mondiale di petrolio dalla metà degli anni ’80. Pochi, in Occidente, ne capirono il perché, o si presero la briga di chiederselo.
Il Dr. JF Kenney è uno dei pochi geofisici occidentali  che hanno insegnato e lavorato in Russia, studiando con Vladilen Krayushkin, che ha sviluppato l’enorme bacino del Dnieper-Donets. Kenney mi ha detto, in una recente intervista, che “solo per produrre la quantità di petrolio che ha prodotto fino ad oggi il giacimento di Ghawar (Arabia Saudita) sarebbe stato necessario un cubo di resti di dinosauri fossilizzati, assumendo una efficienza di conversione del 100%, misurante 19 miglia in profondità, larghezza ed altezza“. In breve, una assurdità.
I geologi occidentali non si preoccupano di offrire un seria prova scientifica dell’origine fossile. Esse si limitano ad affermarla come una santa verità. I Russi hanno prodotto volumi di documenti scientifici, la maggior parte in russo.  I giornali occidentali dominanti non hanno alcun interesse a pubblicare una tale visione rivoluzionaria. Opportunità di lavoro, intere professioni accademiche sono in gioco, dopo tutto.

Chiusura della porta
L’arresto del russo Mikhail Khodorkovsky della Jukos Oil, nel 2003, è avvenuto poco prima di riuscire a vendere la quota maggioritaria di Jukos alla ExxonMobil, dopo un incontro privato con Dick Cheney. Exxon aveva ottenuto il diritto con cui avrebbe assunto il controllo della più grande risorsa del mondo che i geologi e gli ingegneri esperti nelle tecniche a-biotiche di perforazione profonda, avevano creato.
Dal 2003 la condivisione scientifica russa della loro conoscenza è notevolmente diminuita. Offerte nei primi anni ’90 per condividere le loro conoscenze con gli Stati Uniti e altri geofisici del petrolio, avevano  incontrato un freddo rifiuto secondo i geofisici statunitensi coinvolti.
Perché allora l’alto rischio della guerra per controllare l’Iraq? Per un secolo i giganti petroliferi occidentali, statunitensi e alleati, hanno controllato mondialmente il petrolio attraverso il controllo dell’Arabia Saudita o del Kuwait o della Nigeria. Oggi, mentre molti giacimenti giganti sono in declino, le società vedono i giacimenti petroliferi  statali dell’Iraq e dell’Iran come la restante più grande base di petrolio economico e di facile accesso. Con l’enorme domanda di petrolio dalla Cina e dall’India, ora, diventa un imperativo geopolitico per gli Stati Uniti  prendere direttamente il controllo militare di quelle riserve in Medio Oriente, il più velocemente possibile. Il vice presidente Dick Cheney, proviene dalla Halliburton Corp., la più grande compagnia di servizi geofisici petroliferi del mondo. L’unico potenziale che minaccia il controllo degli Stati Uniti del petrolio sembra che si trovi solo all’interno della Russia, e dai giganti dell’energia oggi controllati dallo stato russo. Hmmmm.
Secondo Kenney, i geofisici russi utilizzano le teorie del brillante scienziato tedesco Alfred Wegener, da 30 anni prima che i geologi occidentali “scoprissero” Wegener negli anni ’60. Nel 1915 Wegener pubblicò il suo testo fondamentale, ‘L’origine dei continenti e degli oceani’, che suggeriva che una massa di terra originale o unificata, “Pangea“, più di 200 milioni di anni fa si divise negli attuali continenti, in quello che lui chiamava ‘spostamento dei continenti’.
Fino  agli anni ’60, si suppone che scienziati statunitensi come il dottor Frank Press, consigliere scientifico della Casa Bianca, definisse Wegener un “lunatico“. I geologi, alla fine degli anni ’60, furono costretti a rimangiarsi le loro parole, mentre Wegener offriva la sola interpretazione che gli ha permesso di scoprire le vaste risorse petrolifere del Mare del Nord. Forse in alcuni decenni, i geologi occidentali ripenseranno la loro mitologia delle origini fossili e realizzeranno ciò che ai russi è noto fin dagli anni ’50. Nel frattempo Mosca ha una grande carta energetica vincente.

Traduzione Alessandro Lattanzio

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3 Responses to Confessioni di un ex credente del ‘Peak Oil’

  1. icittadiniprimaditutto scrive:

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  2. Pingback: I Russi sfatano la Teoria del Peak Oil – E’ fasulla come l’effetto serra | STAMPA LIBERA

  3. Pingback: I Russi sfatano la Teoria del Peak Oil – E’ fasulla come l’effetto serra | cogito ergo sum…penso dunque sono

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