Russia, India e la cooperazione Pakistan-Cina

Andrej Volodin Strategic Culture Foundation 07.07.2012

Il presidente russo Vladimir Putin ha in programma di visitare il Pakistan. Si dice che l’evento si svolgerà nel settembre di quest’anno. E’ una cosa naturale per il periodo estivo, dando l’opportunità di riflettere sulle ragioni che definiscono la politica della Russia, nella parte meridionale dell’Eurasia Centrale. Ci sono assai diverse opinioni sulla questione. Per esempio, alcuni dei miei amici tra i giornalisti indiani, vedono l’atteso evento come una sorta di “punizione” dell’India per la sua politica estera “pro-USA”. Trovo questa spiegazione troppo semplice, non prendendo in considerazione la complessità della situazione, che sarà ancora più complicata dopo che le truppe straniere si ritireranno dall’Afghanistan. Poi una nuova “equazione” geopolitica sarà posta in essere, con il Pakistan che inevitabilmente ne diventerà l’elemento centrale per ragioni storiche ed oggettive condizioni geografiche. Questo è ciò che non può essere ignorato, pur considerando categorie come la “forza del quartetto” di India, Cina, Pakistan e Russia, che sta gradualmente prendendo forma. Ovviamente la “perenne” e lunga associazione geopolitica formata della Repubblica islamica e dalla Cina, sarà una delle strutture di base su cui verrà costruita questa entità.
Il Pakistan è stato uno dei primi a riconoscere la Repubblica popolare cinese, nel 1950, rimando l’alleato più saldo di Beijing nel periodo degli anni ’60 e dei primi anni ’70, durante il relativo isolamento internazionale della Cina. La Cina è assai apprezzata per il sostegno che fornisce nell’assistenza militare, tecnica ed economica della Repubblica islamica, compreso il trasferimento di tecnologia e attrezzature nucleari sensibili. Oggi alcuni esperti prevedono la crescita delle relazioni tra gli Stati Uniti e la rivale India, che alla fine spingerà il Pakistan ad allacciare legami più stretti con il suo antico partner strategico, soprattutto tenendo conto che l’elite del Pakistan considera il partenariato con la Cina come una garanzia di sicurezza per il proprio paese.
La cooperazione tecnico-militare tra Islamabad e Beijing è un asse delle relazioni bilaterali che ha tre dimensioni:
- Missili: le forze armate del Pakistan hanno missili a media e a breve gittata, che gli esperti indicano come modifiche di quelli cinesi importati;
- Aerei da combattimento: L’aviazione pakistana ha nel suo arsenale JF-17 Thunder e K-8 Karakorum, aerei prodotti in Cina, così come aerei intercettori prodotti congiuntamente. Il sistema operativo di primo allarme e di controllo radar aerotrasportato è prodotto anch’esso in Cina (1);
- Il programma nucleare: si suppone che la Cina abbia potuto condividere con il Pakistan tecnologia di fondamentale importanza per la produzione di armi nucleari.
Oltre alla cooperazione tecnico-militare, Pakistan e Cina hanno intensamente sviluppato il commercio e le relazioni economiche, fortemente favorite dall’“accordo globale di libero scambio” firmato nel 2008. Secondo alcune stime, il commercio tra i due paesi si aggira intorno ai 15 miliardi di dollari l’anno. La cooperazione ha un significato strategico, soprattutto per il Pakistan. I due paesi hanno collaborato su una serie di grandi progetti infrastrutturali in Pakistan, comprese le autostrade, lo sviluppo delle risorse minerarie (tra cui oro e rame), i grandi impianti di energia elettrica convenzionali, così come alcuni progetti di centrali nucleari (non convenzionali). Uno dei più significativi programmi di sviluppo congiunti è il grande complesso portuale per acque profonde di Gwadar, situato nella provincia pakistana del Baluchistan (diventato operativo nel dicembre 2008). Il porto è a soli 180 miglia nautiche dallo Stretto di Hormuz, attraverso il quale passa il 40 per cento di tutto il petrolio mondiale commercializzato. La struttura è di importanza strategica per Beijing: in primo luogo, permette al Celeste Impero di differenziare e stabilizzare le rotte di importazione delle sue risorse minerarie, in secondo luogo, fornisce alla provincia autonoma dello Xinjiang Uygur, senza sbocco sul mare, l’accesso al Mar Arabico, qualcosa di molto importante per la sicurezza economica della Cina in generale.
Formalmente la Repubblica islamica del Pakistan ha due principali alleati strategici, la Repubblica popolare della Cina e gli Stati Uniti. Ma alla luce degli eventi del 2011, i circoli dominanti in Pakistan hanno perso fiducia negli Stati Uniti, ponendo maggior valore nei confronti della Cina, che viene abitualmente definita “amica inossidabile”.
La perdita di servilismo da parte dell’élite militare pakistana verso gli Stati Uniti è un elemento nuovo delle relazioni, qualcosa che rende l’“alleanza strategica” tra i due paesi ancora più traballante. La diffidenza sull’“accordo nucleare” India-USA mette il Pakistan contro gli Stati Uniti. Il Pakistan pensa che l’accordo, in realtà, escluda l’India dal regime di non proliferazione. Al contrario, la decisione della Cina di costruire due reattori nucleari in Pakistan è diventata una dimostrazione di fiducia reciproca tra “amici inossidabili”.
Nel frattempo, alcuni seri problemi hanno oscurato le relazioni bilaterali. Per esempio, l’elite cinese è preoccupata per il crescente livello dell’estremismo in Pakistan, in particolare le attività dei separatisti uiguri nella provincia occidentale del Xinjiang, che trovano un rifugio sicuro nelle aree tribali del Pakistan. Esperti cinesi (così come occidentali) ritengono che un grande numero di militanti uiguri siano stati arruolati nelle madrasse pakistane, negli anni ’80. In seguito sono stati chiamati ad unirsi ai militanti che agiscono in Afghanistan; prima hanno combattuto le forze sovietiche e successivamente quelle della coalizione guidata gli Stati Uniti, che sta ancora combattendo i taliban. Gli esperti militari dicono che alcuni di questi mujahidin uiguri sono tornati in Cina.
Un altro motivo di preoccupazione per la Cina sono gli attacchi sempre più frequenti commessi dai radicali pakistani contro i lavoratori a contratto cinesi (circa 10 mila), in particolare nella provincia del Baluchistan, nella parte occidentale del paese. Preoccupata per la sicurezza dei cittadini e per la sua immagine nel mondo musulmano, oltre ad evitare di essere fortemente coinvolta nelle azioni dell’antiterrorismo, Beijing incoraggia gli Stati Uniti ad assumersene la guida.
A sua volta Washington tiene conto della crescente preoccupazione della Cina per l’Islam politico, che intensifica le sue attività in Pakistan. Vede l’opposizione al radicalismo musulmano come a un lungo allineamento degli interessi strategici USA-Cina. In relazione al Pakistan, la Cina cerca di attenersi a un percorso strategico che unisce due obiettivi contraddittori: 1) il contenimento dell’influenza geopolitica degli Stati Uniti e dell’India in Asia meridionale, 2) la tutela del Celeste Impero dall’estremismo politico proveniente dal Pakistan, con l’aiuto del rafforzamento di un rapporto equilibrato con Islamabad e Delhi, e lo sviluppo di buoni rapporti di vicinato con i due “concorrenti storici”. Spiegando parzialmente i 10-12 anni di politica relativamente “imparziale” della Cina nei confronti dei due principali paesi del Sud Asia, compreso il “problema del Kashmir”. La posizione di compromesso della Cina sembra essere basata sul timore di un possibile “grande” (storico) “effetto dimostrativo” del Kashmir, che possa diffondersi in Tibet e nello Xinjiang, aggravandovi le contraddizioni etnico-religiose. Infine, il rafforzamento dei taliban in Pakistan e in Afghanistan non fa ben sperare a Beijing.
E’ da molto tempo che gli esperti politici indiani sono irremovibili nel ritenere che le relazioni tra Cina e Pakistan hanno lo scopo primario di “dissuadere” l’India nell’Asia meridionale. E’ difficile contrastarne la logica, ma le tendenze che hanno seriamente influenzato la politica interna della Cina dall’estero, sono chiaramente sottovalutate qui. L’effetto destabilizzante costante degli eventi nella regione autonoma del Xinjiang Uygur sulla situazione generale in Cina, è un fatto di conoscenza comune. Inoltre, Beijing non esclude che i sostenitori dello “Stato indipendente uiguro” che agiscono dalla Provincia della Frontiera del nord-ovest del Pakistan svolgano le loro attività con l’appoggio degli Stati Uniti e di alcuni stati musulmani, come Arabia Saudita e altre “petromonarchie” del Golfo Persico. Ecco perché Beijing si sforza di utilizzare le sue varie vantaggiose opzioni per neutralizzare l’Islam politico nella regione autonoma del Xinjiang Uygur, anche a livello statale. (Attualmente la popolazione della regione autonoma di Xinjiang Uygur è di oltre 8 milioni di abitanti, un partito radicale cerca di creare lo stato indipendente uiguro, il “Turkestan Orientale”). Nuovi importanti fattori che definiscono la politica cinese nei confronti del Pakistan, sono apparsi.
Da un lato Pechino è stata soddisfatta per aver ricevuto il pieno sostegno dal Presidente del Pakistan Asif Ali Zardari, mentre reprimeva i disordini a Urumqi, nel luglio 2009. Era ancora più importante che il sostegno provenisse dal leader di un “importante” Stato musulmano che formalmente si è dissociato dal ‘Movimento Internazionale di Resistenza Islamica’ nella regione autonoma del Xinjiang Uygur. Secondo alcuni esperti occidentali, i “jihadisti” costituiscono il 5-10% del “movimento uiguro”. D’altra parte la Cina ha dubbi sulla capacità delle autorità del Pakistan di esercitare un controllo efficace in tutto il loro territorio. Alcune misure contro gli estremisti adottate da Islamabad, in particolare le dure misure contro gli insediamenti uiguri e le loro scuole religiose in Pakistan, che sono diventati dei vivai per futuri separatisti, non sono riuscite a convincere Beijing che il controllo è davvero efficace. I dubbi si sono materializzati in un accordo diretto sulla cooperazione multilaterale tra la Regione autonoma del Xinjiang Uygur della Cina e la North West Frontier Province del Pakistan (NWFP). L’obiettivo dell’accordo è stabilire contatti diretti con i leader del NWFP, al fine di sopprimere le attività degli islamisti svolte dal territorio della provincia. L’accordo ha anche un importante contenuto socio-economico. Sembra che la sua ‘struttura portante’ sia il progetto di ampliare (con l’aiuto della Cina) la Karakorum Highway, d’importanza strategica per entrambi i paesi. La strada collega lo Xinjiang e la North West Frontier Province del Pakistan (attraverso il passo Khunjerab, situato ad una altitudine di 4.693 metri sopra il mare). Le autorità pakistane cercano di persuadere la Cina dell’opportunità di utilizzare la Karakorum Highway come collegamento principale per le comunicazioni internazionali e per il trasferimento delle merci importate in Cina dai porti del Pakistan, in particolare da Gwadar sul Mar Arabico, aggiornato con l’aiuto di Beijing. Oltre alle infrastrutture dei trasporti, l’accordo prevede anche la cooperazione interregionale su commercio, scienza e tecnologia, cultura, educazione, salute, agricoltura, sport e turismo. Rendendo una situazione complicata un po’ più semplice, si può dire che la Cina cercherà di coinvolgere forze di lavoro possibilmente di grandi dimensioni, nell’attuazione dei progetti interregionali economici bilaterali, al fine di limitare l’attivismo nello Xinjiang,  potenzialmente distruttivo per la Cina.
Le relazioni interregionali sono sempre solo una parte del corso generale di Beijing volto a stabilizzare la situazione in Pakistan. La leadership cinese è consapevole del fatto che i problemi del Pakistan sono di origine sistemica, generati dalla politica dello Stato che costantemente allarga e aggrava le contraddizioni che minacciano l’unità e l’integrità territoriale del paese.
L’intera gamma dei problemi sembra essere vista da Beijing nel modo seguente:
1. Il fatto che nel 1947, lo Stato sia stato stabilito su base confessionale, piuttosto che politico ed economico, ha suscitato un’insufficiente attenzione da parte dell’elite pakistana per lo sviluppo (crescita economica basata sulla massima occupazione possibile e successiva cancellazione delle differenze socio-proprietarie della società) e frequenti crisi di “modernizzazione” che finivano con l’avvento dei militari al potere. Questi ultimi difficilmente appartenevano ai sostenitori delle idee costruttive e si focalizzavano sull’istituzione della legge e dell’ordine” nel paese, mentre rinviavano le riforme necessarie alla società dal futuro incerto.
2. L’alternanza di “militari” e “civili” al governo rientrava nel percorso delle istituzioni rappresentative politiche che maturavano in Pakistan. Ha inoltre ostacolato la formazione di un efficace élite politica focalizzata sugli interessi della società nel suo insieme, piuttosto che sui suoi segmenti separati.
3. L’assenza di progressivi cambiamenti economici e politici ha rafforzato la convinzione dei militari che non c’era alternativa al loro dominio, la convinzione che ha fatto si che tutto il paese dipenda dalle qualità personali dei leader militari. Senza dubbio, il generale Muhammad Zia-ul-Haq (1977-1988) era la personalità più odiosa. Il suo atteggiamento condiscendente nei confronti dell’Islam politico, alla fine aveva portato a renderlo abbastanza forte da lottare per il potere contro i militari, qualcosa che vediamo in atto in questo momento. Tale “potere duale” è altrettanto pericoloso per l’India così come per la Cina.
4. I problemi (rafforzamento degli islamisti) generati dai militari alla fine degli anni ’70 – primi anni ’80, si sono trasformati in una reale minaccia per l’unità e l’integrità territoriale del Pakistan. A sua volta, il probabile smembramento dello Stato pakistano, cosa che la stampa internazionale continua a discutere, minaccia la stabilità interna di Cina (“confini porosi”), India, Iran e Asia centrale (crollo degli Stati laici).
5. Cina, India e gli Stati dell’Asia centrale e del Sud sono interessati all’unità e integrità territoriale del paese, perché il Pakistan vanta il possesso di un significativo potenziale nucleare (80-100 testate secondo le stime degli esperti occidentali) sempre più forte col passare del tempo.
La difficile situazione in Pakistan fa si che Beijing diversifichi la propria strategia geopolitica nei confronti del Pakistan e dell’Asia meridionale nel suo complesso.
In primo luogo, Beijing sembra essere certa che, a causa del suo coinvolgimento nelle attività militari in Afghanistan, l’indebolimento della posizione degli Stati Uniti in Pakistan sia diventata una tendenza quasi impercettibile ma irreversibile. Probabilmente la nuova ‘equazione’ del potere geopolitico in Asia centrale, farà emergere la Cina come “attore” dominante nella zona. Beijing espelle dolcemente gli Stati Uniti dal Pakistan, usando la pratica testata da tempo dell’ampliamento delle relazioni economiche estere. Inoltre, il Pakistan conta su di una sostanziale assistenza finanziaria della Cina, nonché sulla cooperazione nei progetti energetici “convenzionali”, in primo luogo la costruzione di centrali idroelettriche che utilizzano una solida tecnologia cinese (basata sull’esperienza del progetto della diga delle ‘Tre Gole’ sul fiume Yangtze) tra le montagne.
In secondo luogo, fedele al suo principio strategico dell’“economia che definisce la geopolitica”, la Cina partecipa attivamente nella modernizzazione delle infrastrutture del trasporto in Pakistan. Infatti, l’attuazione dei progetti è finalizzata al raggiungimento di un duplice obiettivo: garantire la sicurezza del trasporto di energia sulla rotta Golfo Persico – Mar della Cina meridionale e limitare l’influenza degli Stati Uniti in qualche area del Medio Oriente e dell’Asia del Sud e Centrale, che sono dei punti ‘sensibili’ per la Cina. Il suddetto Gwadar, nella parte nord-occidentale del Mar Arabico, è ideale per il controllo delle rotte marittime che vanno dal Golfo Persico all’Oriente.  Se necessario, può essere utilizzato per la protezione degli approvvigionamenti energetici in Estremo Oriente. In particolare, la partecipazione attiva di esperti cinesi nella modernizzazione delle infrastrutture portuali per i sottomarini pakistani, supporta questa ipotesi.
In terzo luogo, secondo i media la Cina cerca l’autorizzazione a una presenza militare in Pakistan. Gli esperti militari ritengono che sono almeno tre gli obiettivi strategici perseguiti: una “leggera” pressione militare-politica sull’India, la riduzione dell’influenza statunitense in Pakistan e in Afghanistan, il controllo diretto delle attività dei “separatisti” uiguri nella North West Frontier Province del Pakistan. Le fonti ufficiali di Islamabad si astengono dal fare commenti sulla questione se il governo non escluda la possibilità che la Cina possa utilizzare le strutture militari già esistenti, “lontano dalla vista del pubblico”.
In quarto luogo, secondo il Times of India, la Cina è già diventata un importante fornitore di attrezzature militari del Pakistan. Si suppone che armi e attrezzature cinesi costituiscano il 70 per cento delle scorte dell’esercito pakistano, in questo momento. Inoltre, citando alcune fonti militari di Delhi, la stampa indiana dice che quando il caccia di quinta generazione prodotto dalla Russia entrerà in servizio nell’Indian Air Force, il Pakistan si rivolgerà per l’aiuto alla Cina, impegnata in similari progetti di ricerca. E, infine, la Cina è un indispensabile alleato e partner per l’ammodernamento delle armi nucleari e dei loro vettori, fin dal 1976. E non c’è evidenza che tale assistenza possa terminare nel prossimo futuro.
Così, la politica strategica della Cina nei confronti del Pakistan è una simbiosi complessa di almeno tre obiettivi geopolitici: 1) il contenimento dell’Islam politico (vale a dire delle forze che operano dal territorio pakistano), impedendone l’influenza sugli sviluppi interni in Cina (soprattutto nella Regione Autonoma del Xinjiang Uygur), 2) arginare l’influenza dell’India in Asia meridionale, e 3) “pressione morbida” sugli Stati Uniti, per cacciarli dall’Asia centrale e del Sud.
Naturalmente emerge la domanda: le relazioni sino-pakistane influenzeranno gli interessi russi? Apparentemente la risposta è sì, e ci sono due ragioni per questo.
1. A causa di una serie di motivi, il Pakistan si è trasformato in una sorta di “santuario” dell’islam politico e del terrorismo internazionale. L’assenza di un controllo effettivo esercitato dal governo centrale sul territorio, sfocia nell’esportazione di idee e pratiche radicali nei territori adiacenti, in Cina per esempio. La minaccia islamica diventa sempre più imminente per l’Asia centrale. Sembra che la Russia abbia bisogno del cambiamento dell’algoritmo di politica estera in relazione a un Pakistan che ritorna al ruolo di attore attivo nell’Asia meridionale. La crescente complessità dell’“equazione” geopolitica nella regione soddisfa gli interessi a lungo termine della Federazione russa, dal momento che, metaforicamente parlando, la lotta per la pace in Asia centrale parte dal Pakistan. Il ripristino del dialogo politico e delle relazioni economiche internazionali con questo paese, almeno al livello della metà degli anni ’60, permetterà ai russi di influenzare attivamente la politica estera del Pakistan.
2. Il “ritorno” della Russia nell’Asia meridionale, suggerisce che ci dovrebbe essere un quadro organizzativo e istituzionale adeguato per mantenere il dialogo sulla sicurezza di questa importante regione. La partecipazione attiva della Russia nella Shanghai Cooperation Organization (SCO) insieme con la piena adesione di India e Pakistan a questa entità, faciliterà il dialogo e troverà le soluzioni ai problemi della sicurezza in Asia meridionale.
Mosca è in grado di farlo divenire un contrappeso di Beijng, nel quadro di questa organizzazione internazionale. Questo è ciò che definisce, infine, l’efficacia della SCO come strumento politico della sicurezza internazionale. E’ inoltre opportuno prendere in considerazione l’eventuale partecipazione della Russia, in un modo o nell’altro, alle attività dell’Associazione dell’Asia meridionale per la cooperazione regionale (SAARC).

(1) gli esperti militari statunitensi sono convinti che il ritardo nella restituzione dell’elicottero Stealth, colpito nell’operazione per eliminare Usama bin Ladin, il 2 maggio 2011, si spiega con il bisogno dei militari cinesi di avere tempo per familiarizzare con la tecnologia del velivolo ad ala rotante degli USA.

La ripubblicazione è gradita con riferimento alla Fondazione per la Cultura Strategica rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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One Response to Russia, India e la cooperazione Pakistan-Cina

  1. pauldroogo scrive:

    Molto più prosaicamente, Russia e Pakistan hanno interesse a formare un cartello sulle tariffe delle marce Nato da e per l’Afghanistan che transita per i rispettivi territori.
    Solo con il cartello possono dissanguare il dissanguabile gli Usa e relativi Askari in quel poco di tempo che rimane a disposizione.

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