Il gioco a scacchi geopolitico di Putin con Washington in Siria e in Eurasia

F. William Engdahl Global Research, 23 luglio 2012

Dalla riassunzione della carica di Presidente della Russia, Vladimir Putin non ha perso un minuto nell’affrontare le minacce geopolitiche più urgenti per la Russia, a livello internazionale. Non sorprende che, al centro della sua agenda vi sia la situazione esplosiva in Medio Oriente, soprattutto la Siria. Qui Putin si sta impegnando con ogni mezzo immaginabile per impedire un ulteriore deterioramento della situazione, in quello che potrebbe facilmente diventare un’altra “guerra mondiale per errore di calcolo.” La sua attività nelle ultime settimane riguarda un’attiva diplomazia personale verso il governo della Siria, così come la cosiddetta opposizione del “Consiglio Nazionale siriano”. Compresi intensi sforzi diplomatici con il regime di Erdogan in Turchia; della diplomazia a porte chiuse con Obama; della diplomazia diretta con l’Israele di Benjamin Netanyahu.  
La Siria, al contrario di quanto la maggior parte dei media occidentali ritraggono, è uno Stato multi-etnico e religioso da lunga data tollerante e laico, con presidente il musulmano alawita Bashar al-Assad, sposato con una donna sunnita. La setta alawita è un ramo dell’islam sciita, che non costringe le sue donne ad indossare il velo, ed è liberale per gli standard sunniti, in particolare per luoghi fondamentalisti come l’Arabia Saudita, dove è proibito alle donne possedere anche una patente di guida. La popolazione complessiva siriana è un mix di alawiti, drusi e curdi, sunniti, cristiani ortodossi e armeni. Se il regime di minoranza di al-Assad cadesse, gli esperti stimano che, come in Egitto, la torbida organizzazione sunnita della Fratellanza musulmana (come in Arabia Saudita), emergerebbe come forza politica organizzata dominante, cosa non certo gradita a Tel Aviv, né di certo in Russia o Cina. (1)
Secondo una valutazione informata di Gajendra Singh, ex diplomatico indiano con decenni di servizio in Medio Oriente e una profonda familiarità con la miscela etnica della Siria, se il regime della minoranza alawita di al-Assad cadesse, il paese precipiterebbe rapidamente in un bagno di sangue, che farebbe della stima di 17.000 morti fino ad oggi, solo un preludio. Singh stima, “Una sconfitta del regime di Assad porterebbe al massacro di sciiti, alawiti, cristiani, drusi e curdi. In tutto, il 20% di una popolazione di 20 milioni.” (2) Circa 4 milioni di siriani. Questo dovrebbe essere uno spunto di riflessione per coloro che in Occidente tifano per la torbida e dubbia opposizione del “Consiglio nazionale siriano”, dominato dai sinistri Fratelli musulmani, e dall’opposizione armata dell'”Esercito libero siriano”, che anche per il New York Time è composta da fazioni armate pronte a dividersi. Inoltre, se il conflitto scadesse nel bagno di sangue, come in Libia, si diffonderebbe attraverso il confine siriano con la Turchia. La zona costiera siriana ha una significativa popolazione alawita e un gran numero di alawiti vive nelle province limitrofe turche di Hatay e Antakya.
Traendo i fatti dalla finzione sulla Siria, è scoraggiante come i media si siano limitati a essere i portavoce dell’opposizione, che è stata più volte colta a mentire sugli eventi. In un caso recente, un giornalista inglese ha sostenuto che è stato deliberatamente trascinato in una trappola potenzialmente mortale dalle forze dell’opposizione ribelle, per fare propaganda contro il regime di Damasco. Il capo corrispondente dell’inglese Channel 4, Alex Thomson, ha detto all’AP, che i ribelli siriani lo hanno portato a morire nella terra di nessuno, al confine libanese, dicendo che volevano usare la sua morte per mano delle forze governative per fare propaganda. (3) E, in uno sfacciato esempio di manipolazione politica, la BBC è stata recentemente colta a ripubblicare una fotografia, secondo cui avrebbe dimostrato il massacro di al-Houla, del 25 maggio 2012, in cui sono morte 108 persone, tra cui 49 bambini. Si è scoperto che la foto era stata scattata dal foto-giornalista italiano Marco Di Lauro, in Iraq, nel 2003. (4)
La posta in gioco in questa partita a scacchi geopolitica non è niente meno che la sopravvivenza della Siria come nazione sovrana, qualunque siano i suoi vizi e difetti. Di più, si tratta in ultima analisi, della sopravvivenza di Iran, Russia e Cina come nazioni sovrane, insieme agli altri Stati BRIC Brasile, India e Sud Africa. A lungo termine, si tratta della questione della sopravvivenza della civiltà come noi la conosciamo e di impedire una guerra mondiale che decimerebbe la popolazione mondiale non di decine di milioni, come settant’anni fa, ma probabilmente questa volta di miliardi.

La posta in gioco di Mosca in Siria
La Russia di Putin ha tracciato una linea profonda nella sabbia intorno alla sopravvivenza di al-Assad e della Siria come stato stabile. Pochi si chiedono perché la Russia stia avvisando della possibile guerra mondiale se Washington si ostina a chiedere un cambiamento di regime immediato in Siria, come Hillary Clinton sta facendo. Non perché la Russia è intenta a promuovere la propria agenda imperialista in Medio Oriente. E’ militarmente ed economicamente in scarsa forma per farlo, anche se volesse. Piuttosto, si tratta di preservare i diritti portuali della Russia verso l’unico porto del Mediterraneo di Tartus, l’unica base militare russa rimasta al di fuori dell’Unione Sovietica, e suo unico punto di rifornimento nel Mediterraneo. In caso di resa dei conti con la NATO, la base diventerebbe strategica per la Russia.
Ma c’è di più in gioco per la Russia. Putin e il ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov, hanno chiarito che se NATO e Stati Uniti lanciassero un’azione militare contro la Siria di Assad, le conseguenze sarebbero sconcertanti. Fonti attendibili a Damasco hanno segnalato la presenza di almeno 100.000 “consulenti tecnici” russi nel Paese. Sono molti, e un cargo russo che trasportava elicotteri d’attacco russi Mi-25 aggiornati, sarebbe destinato alla Siria, mentre alcuni giorni prima una flottiglia navale russa navigava verso Tartus, guidata dal cacciatorpediniere russo Admiral Chabanenko.
Un precedente tentativo di inviare elicotteri aggiornati in Siria, che li aveva acquistati in precedenza, a giugno, era stato bloccato al largo delle coste della Scozia quando viaggiava su un mercantile non battente bandiera russa. Ora Mosca ha reso chiaro che non tollererà interferenze nel suo traffico con Damasco. Il portavoce del ministero della difesa russo, Vjacheslav Dzirkaln, ha annunciato che “La flotta sarà inviata con il compito di garantire la sicurezza delle nostre navi, per evitare che qualcuno interferisca con esse in caso di blocco. Vi ricordo che non ci sono limiti“, ha sobriamente aggiunto. (5) In tante parole, quello che Mosca ha annunciato è che è disposta ad affrontare una versione del 21° secolo della crisi dei missili di Cuba del 1962, se la NATO persiste stupidamente a fare pressione per il cambiamento di regime a Damasco.
Come è apertamente emerso, la cosiddetta opposizione democratica in Siria è  dominata dall’ombra della Fratellanza Musulmana, una organizzazione difficilmente famosa per le tendenze democratiche multi-etniche; una vittoria del regime dei Fratelli musulmani, appoggiato dagli USA, in Siria, ritiene inoltre Mosca, scatenerebbe un’ondata musulmana di destabilizzazione in tutte le repubbliche dell’Asia centrale dell’ex Unione Sovietica. Anche la Cina è estremamente sensibile in merito a tale pericolo; solo di recente ha affrontato gli scontri sanguinosi dell’organizzazione musulmana, nella sua provincia autonoma uigura dello Xinjiang, ricca di petrolio, tranquillamente sponsorizzati dal governo degli Stati Uniti. (6)
La Russia si è unita saldamente con la Cina, da quando entrambi i paesi sono caduti nella trappola catastrofica dell’astensione al Consiglio di sicurezza dell’ONU del veto alla risoluzione degli Stati Uniti. La risoluzione degli Stati Uniti ha aperto la strada alla distruzione ad opera della NATO, non solo di Muammar Gheddafi, ma della Libia come paese attivo. Questo autore ha parlato personalmente a Mosca e a Bejijng dopo la debacle libica, chiedendo a persone ben informate di entrambi i paesi come in effetti avrebbero potuto essere così miopi sulla Libia. Entrambe sono chiaramente giunte alla conclusione che l’ulteriore avanzata del programma di Washington, per ciò che George W. Bush ha chiamato Greater Middle East Project, sia diametralmente opposta agli interessi nazionali della Cina e della Russia, e quindi, alla ferrea opposizione all’ordine del giorno della NATO per un cambiamento di regime in Siria. Fino ad oggi Russia e Cina, membri permanenti con diritto di veto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, hanno per tre volte esercitato il loro diritto di veto sulle nuove sanzioni contro la Siria, sponsorizzate dagli USA, l’ultima il 19 luglio.
Putin e il suo ministro degli esteri Sergej Lavrov insistono su una stretta aderenza al piano di pace proposto dall’ex segretario generale dell’ONU Kofi Annan. A differenza di quello che Washington preferisce leggere generosamente in esso, il Piano Annan non prevede un cambiamento di regime, ma piuttosto una soluzione negoziata e la fine dei combattimenti da entrambe le parti, un cessate il fuoco.

La doppiezza di Washington
Allineata al violento cambiamento di regime in Siria, vi è una bizzarra coalizione che comprende, oltre a Washington e ai suoi “stati vassalli” europei (come Zbigniew Brzezinski chiama i membri europei della NATO) (7), la visibilissima Arabia Saudita, un regime che difficilmente qualcuno definirebbe un modello di democrazia. Un altro ruolo da protagonista contro Damasco viene svolto dal Qatar, base militare degli Stati Uniti, così come dal canale di propaganda sfacciatamente pro-NATO di al-Jazeera. Inoltre, il governo turco di Recep Tayyip Erdogan, fornisce addestramento e lo spazio per preparare i mercenari armati e altri, ad attraversare il confine con la vicina Siria.
Il tentativo del governo Erdogan d’inviare un jet da combattimento Phantom dell’aviazione turca, a forzare lo spazio aereo siriano volando provocatoriamente a bassa quota, apparentemente al fine di incitare un incidente tipo “Golfo del Tonchino”, per infiammare un intervento NATO di tipo libico, due settimane fa, è fallito quando lo stato maggiore della Turchia ha rilasciato una dichiarazione che affermava: “Nessuna traccia di esplosivi o di prodotti infiammabili è stata trovata nei relitti recuperati dal mare.” Erdogan è stato costretto a modificare politica, per coprirsi, senza più usare la frase “abbattuto dalla Siria“, e invece facendo riferimento al “nostro aereo che la Siria ha affermato di aver distrutto.” (8) La NATO ha istituito un centro di comando e controllo a Iskenderun, nella provincia della Turchia di Hatay, vicino al confine con la Siria, mesi fa, per organizzare, addestrare e armare il “tutt’altro” libero esercito siriano. (9) L’amministrazione Obama, non volendo una vera guerra in Siria prima delle elezioni statunitensi di novembre, avrebbe detto ad Erdogan di “raffreddare i bollori”, almeno per ora.
La maggior parte degli occidentali che si informano religiosamente sugli affari del mondo dalle pagine del Washington Post, o dalla CNN o BBC, è convinta che il pasticcio siriano sia un caso netto di “bravi ragazzi” (il cosiddetto Consiglio nazionale siriano e la sua teppaglia raccogliticcia dell'”esercito libero siriano”) contro i “cattivi” (la dittatura di al-Assad e le sue forze armate). Per più di un anno i media occidentali hanno trasmesso filmati, come è noto, che non sono nemmeno stati girati in Siria, affermando che innocenti, civili disarmati dell’opposizione pro-democrazia, e la popolazione vengono massacrati senza pietà nella macelleria del regime. Non hanno mai spiegato a cosa servirebbe ad Assad allontanarsi dal suo punto di forza per la sopravvivenza, vale a dire il sostegno della maggioranza dei siriani contro ciò che egli ha accuratamente definito intervento straniero negli affari sovrani siriani. Infatti, numerose testimonianze giornalistiche dalla Turchia e dalla Siria, tra cui RT, hanno dichiarato che fin dall’inizio l'”opposizione pacifica e democratica” era stata segretamente armata e addestrata, spesso all’interno di campi in Turchia. Il Professor Ibrahim Alloush della Zaytouneh University in Giordania, ha detto a RT, “Le armi sono contrabbandate in Siria in grandi quantità da tutto il mondo. E’ abbastanza chiaro che i ribelli hanno ricevuto armi dall’estero e la televisione siriana ha mostrato le spedizioni quasi quotidiane del contrabbando di armi verso la Siria, attraverso Libano, Turchia e altri valichi di frontiera. Dal momento che i ribelli sono supportati dal GCC [Gulf Cooperation Council] e dalla NATO, è lecito ritenere che stiano avendo finanziamenti e armi dalle stesse fonti che offrono copertura politica e supporto finanziario.” (10)
Un veterano del giornalismo turco, che questo autore ha intervistato ad Ankara ad aprile, era appena tornato da un lungo tour in Siria, e ha dato la sua testimonianza della cattura di un piccolo gruppo di combattenti dell'”opposizione”. Il giornalista, che parla arabo, è stato sorpreso mentre era testimone del fatto che il capo dei ribelli chiedeva di sapere perché i loro carcerieri militari parlassero arabo. Quando gli dissero che era la loro lingua madre, il capo dei ribelli sbottò: “Ma dovrebbero parlare l’ebraico, siete l’esercito israeliano non è vero?” In breve, i mercenari erano stati rapidamente addestrati oltre il confine, in Turchia, avevano ricevuto un Kalashnikov e un pugno di dollari, e gli avevano detto che stavano combattendo la jihad contro l’esercito israeliano. Non sapevo nemmeno contro chi stavano combattendo. In altri casi, mercenari reclutati in Afghanistan e altrove, e finanziati da denaro saudita, tra cui presunti membri di al-Qaida, costituiscono l'”opposizione democratica” al regime di al-Assad.
Anche l’ultimo giornale di regime degli Stati Uniti, The New York Times, è stato costretto ad ammettere che la CIA sta fornendo armi dell’opposizione siriana. Hanno riferito, “agenti della CIA stanno operando segretamente nel sud della Turchia, aiutando gli alleati a decidere quali combattenti dell’opposizione siriani oltreconfine riceveranno le armi per combattere il governo siriano, secondo i funzionari statunitensi e agenti dei servizi segreti arabi. Le armi, tra cui fucili automatici, granate, munizioni e alcune armi anticarro, sono state inviate per lo più attraverso il confine turco per mezzo di una oscura rete di intermediari, dei Fratelli Musulmani della Siria, e pagate da Turchia, Arabia Saudita e Qatar, hanno detto i funzionari.” (11)
Il Comitato Internazionale della Croce Rossa classifica ora il conflitto come guerra civile. (12) Peter Wallensteen, un ricercatore per la pace di primo piano presso l’Università di Uppsala e direttore del Uppsala Conflict Data Program, ha dichiarato che: “E’ una guerra civile sempre più internazionalizzata, e come sappiamo dalla storia precedente, più è internazionalizzato, più a lungo il conflitto durerà … c’è una guerra civile, ma ora ci sono così tante armi che stanno arrivando da fuori, che ci sarà in realtà una guerra civile internazionalizzata“. (13)
Secondo Mary Ellen O’Connell, rispettata studiosa del diritto e docente di diritto e risoluzione delle controversie internazionali presso l’Università di Notre Dame, “La dichiarazione del Comitato internazionale della Croce Rossa significa che il regime di Assad si trova di fronte a un’opposizione organizzata armata che impegna la forza militare, e quindi ha il diritto legale di rispondere a tono. L’esercito siriano avrà più potere di uccidere le persone in base alla loro appartenenza all’opposizione armata, rispetto a quando Assad si era limitato a usare la forza in base alle norme in tempo di pace.” (14) I gruppi ribelli dell’opposizione sostengono esattamente il contrario.
Mentre il dipartimento di Stato USA rende pie dichiarazioni di sostegno alla loro “democrazia” e chiede ad al-Assad di dimettersi e di riconoscere l’opposizione dubbia e faziosa del Consiglio nazionale siriano, un gruppo di esuli dominati dai Fratelli musulmani, la Russia lavora abilmente sul piano diplomatico, per indebolire la marcia occidentale verso la guerra.

La diplomazia accorta di Putin
Ora, non appena Vladimir Putin ha ripreso la carica di Presidente della Russia, il 7 maggio, ha intrapreso una complessa serie di missioni diplomatiche per disinnescare o far fallire sperabilmente, il piano siriano di Washington. Il 16 luglio Putin ha ospitato Kofi Annan in visita a Mosca, a cui ha ripetuto il sostegno incrollabile di Mosca al suo piano di pace. (15)
A causa delle notevoli distorsioni dei media è utile leggere il testo del piano in sei punti di Annan:
(1) si impegnano a collaborare con l’inviato al processo politico inclusivo siriano volto ad affrontare le legittime aspirazioni e le preoccupazioni del popolo siriano e, a tal fine, si impegnano a nominare un interlocutore competente quando invitato a farlo dall’inviato;
(2) impegnarsi a fermare i combattimenti e a realizzare con urgenza una efficace cessazione della violenza armata, sotto la supervisione delle Nazioni Unite, in tutte le sue forme, da tutte le parti, per proteggere i civili e stabilizzare il paese. A tal fine, il governo siriano deve cessare immediatamente i movimenti di truppe verso, e porre fine all’uso di armi pesanti, i centri abitati, e iniziare a ritirare le concentrazioni militari in ed intorno ai centri abitati. Una volta intraprese queste azioni sul terreno, il governo siriano dovrebbe lavorare con l’inviato per giungere ad una cessazione duratura della violenza armata, in tutte le sue forme, da tutte le parti, con un efficace meccanismo di controllo delle Nazioni Unite. Impegni simili sarebbero conclusi dall’inviato con l’opposizione e tutti gli elementi rilevanti, per fermare i combattimenti e lavorare con lui per giungere ad una cessazione duratura della violenza armata in tutte le sue forme, da tutte le parti, con un efficace meccanismo di supervisione delle Nazioni Unite;
(3) garantire la fornitura tempestiva di assistenza umanitaria a tutte le aree colpite dai combattimenti e, a tal fine, come misure immediate, accettare e applicare una pausa umanitaria quotidiana di due ore, e coordinare l’ora esatta e le modalità della pausa quotidiana attraverso un efficiente meccanismo, anche a livello locale;
(4) intensificare il ritmo e la portata del rilascio delle persone arbitrariamente detenute, tra le categorie più vulnerabili di persone, e delle persone coinvolte in attività politiche pacifiche, fornendo senza indugio e attraverso i canali appropriati, l’elenco di tutti i luoghi in cui tali persone sono detenute, iniziando subito a organizzare l’accesso in tali luoghi, e attraverso i canali appropriati rispondere prontamente a tutte le richieste scritte di informazioni, di accesso o di rilascio per queste persone;
(5) garantire la libertà di movimento in tutto il paese a giornalisti e una politica non discriminatoria dei visti per loro;
(6) rispetto della libertà di associazione e del diritto di manifestare pacificamente, come giuridicamente garantito. (15)
Non vi è alcuna domanda, nel Piano Annan, che chieda a Bashar al-Assad di dimettersi prima di qualsiasi cessate il fuoco, contrariamente a quanto Hillary Clinton ripete, insistendo che anche gli Stati Uniti sostengono il Piano Annan. Il Piano Annan chiede una soluzione diplomatica. Gli Stati Uniti chiaramente non vogliono una soluzione diplomatica. Vogliono un cambiamento di regime e una guerra che evidentemente amplierebbe la divisione sciiti-sunniti nel mondo musulmano.
Mosca e Beijing, altrettanto chiaramente, vogliono tracciare il limite e impedire che il caos si diffonda dalla Siria. Il 19 luglio, ancora una volta Russia e Cina, entrambi membri con diritto di veto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, hanno bloccato una nuova risoluzione sostenuta dagli USA contro la Siria, insistendo che era progettata per aprire le porte a un intervento militare in Siria, in stile Libia. La risoluzione era stata elaborata dal ministro degli esteri britannico William Hague, e avrebbe aperto la porta a una risoluzione sulla Siria dal capitolo 7 del Consiglio di sicurezza dell’ONU. Il Capitolo 7 permette ai 15 membri del consiglio di autorizzare interventi che vanno dalle sanzioni diplomatiche ed economiche all’intervento militare. (17) La risoluzione dell’Aia ha chiesto che il governo siriano, in 10 giorni, ritirasse tutte le sue armi pesanti dalle aree urbane e che le truppe ritornassero in caserma. Nulla è stato detto a proposito del disarmo dell'”Esercito libero siriano.” Washington ha sostenuto che sarebbe solo interessato a sanzioni economiche o diplomatiche, non militari. Certo. Hmmmm…
Putin ha più di una leva da utilizzare con il primo ministro turco Erdogan. Erdogan era a Mosca, appena prima del voto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, 19 luglio, per discutere con Putin della Siria. (18) La Turchia è il secondo più grande acquirente di gas naturale russo, circa l’80% del suo gas naturale proveniente dalla Russia è controllato dalla statale Gazprom. (19) L’intera strategia di “hub energetico” della Turchia, che gioca un ruolo chiave nei flussi di gas dall’Eurasia, dal Medio Oriente verso l’Europa, dipende dal gas dalla Russia e dell’Iran. Un anno fa, un contratto per un gasdotto 10 miliardi dollari era stato firmato tra Iran, Iraq e Siria, per un gasdotto che dall’enorme giacimento di South Pars, in Iran, passi in Iraq, Siria e Turchia, per connettersi con l’Europa. (20)
Putin era anche andato a Tel Aviv, il 21 giugno, per incontrare il primo ministro israeliano Bibi Netanyahu. (21) L’influenza russa in Israele non è minore. Dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, circa sei milioni di russi, per lo più ebrei, sono emigrati in Israele negli ultimi due decenni. Alla fine, Israele non può essere felice della prospettiva che l’opposizione siriana guidata dai Fratelli Musulmani salga al potere nella vicina Siria. Mentre pochi dettagli del contenuto dei colloqui sono emersi, è chiaro che Putin abbia recapitato il messaggio che “una Siria distrutta, disorientata e divisa non aiuterebbe Israele. La Siria ha la seconda organizzazione meglio strutturata dei Fratelli musulmani, dopo l’Egitto“, secondo l’ex ambasciatore indiano K. Gajendra Singh. (22)
Poi, l’11 luglio Putin e Lavrov hanno invitato Abdel Basset Sayda, il nuovo capo dell’organizzazione di opposizione sostenuta dagli USA, il Consiglio nazionale siriano, per “colloqui” a Mosca. Sayda, che è della minoranza curda siriana ed ha vissuto vent’anni in esilio svedese, è una curiosa figura di portavoce dell’opposizione, della minoranza curda in Siria, un uomo con poca o nessuna esperienza politica attiva, chiaramente scelto principalmente per nascondere il profilo di un CNS dominato della Fratellanza musulmana. La Russia ha riferito chiaramente a Sayda che avrebbe continuato a bloccare qualsiasi tentativo di estromettere Assad e che l’opposizione ha seriamente bisogno di aderire al piano Annan e negoziare un accordo. Sayda, da parte sua, ha chiarito che nessuna trattativa vi sarà fino a quando Assad non se ne sarà andato, una posizione che sta alimentando il bagno di sangue. (23)
Ci sono segni, tra lo spargimento di sangue e l’escalation di violenze, che Putin ha raggiunto un solido accordo anche con Obama per tenere la guerra fuori dal tavolo, fino a quando Obama passerà le elezioni di novembre. La Russia ha recentemente deciso di riaprire le linee di rifornimento militare degli Stati Uniti in Afghanistan, allo stesso tempo, Washington ha orchestrato le “scuse” per le recenti uccisioni di civili in Pakistan con i suoi droni. (24)
Il giornalista veterano Pepe Escobar ha recentemente riassunto la situazione in tutta la sua triste realtà: “La Turchia non mancherà di offrire basi logistiche ai mercenari provenienti dalla Libia “liberata”, dall’Arabia Saudita, da Iraq e Libano. La Casa di Saud continuerà ad inviare denaro per armarli. E Washington, Londra e Parigi non mancheranno di mantenere la tattica di quello che rimane una lunga, premeditata sobillazione per un attacco della NATO a Damasco. Anche se l’opposizione armata siriana non controlla nulla di lontanamente significativo all’interno della Siria, si aspettano che i mercenari armati dalla Casa dei Saud e dal Qatar, diventino ancora più spietati. Aspettatevi che l’esercito non-esattamente libero siriano continui le sue operazioni per mesi, se non anni. Un punto chiave è se le linee di rifornimento resteranno abbastanza in funzione. Se non dalla Giordania, sicuramente dalla Turchia e dal Libano“. (24)

Note
1 David Harding, How a meeting of the Muslim Brotherhood offers new hope to Syria’s rebels, The Daily Mail, 18 luglio 2012.
2 Gajendra Singh, Syria: An update on internal, regional and international standoff, 18 luglio 2012, e-mail all’autore.
3 Raphael Satter, UK journalist Syria rebels led me into death trap, Associated Press, 8 giugno 2012.
4 Richard Lightbown, Syria: Media Lies, Hidden Agendas and Strange Alliances, Global Research, 18 giugno 2012
5 Tom Parfitt, Russian ship with helicopters for Syrian regime sets sail again, The Telegraph, 13 luglio 2012.
6 F. William Engdahl, Washington is Playing a Deeper Game with China, Global Research, 11 giugno 2009
7 Citazione da Zbigniew Brzezinski: “… Per dirla in una terminologia che richiama l’età più brutale degli antichi imperi, i tre grandi imperativi della geostrategia imperiale (Americana) sono impedire la collusione e mantenere la dipendenza della sicurezza tra i vassalli, tenere i tributati deboli e protetti, e impedire ai barbari di unirsi“, La Grande Scacchiera: Primato americano e imperativi geostrategici, 1997, p. 40.
8 Adrian Blomfield, Syria: Turkey jet crash may have been accident, The Telegraph, 12 luglio  2012
9 Pepe Escobar, Why Turkey won’t go to War with Syria, 8 luglio 2012
10 RT, Syrian opposition getting ‘daily shipments’ of arms, 8 febbraio 2012
11 Eric Schmitt, CIA Said to Aid in Steering Arms to Syrian Opposition, The New York Times, 21 giugno 2012
12 Mariam Karouny e Erika Solomon, Syrian forces surround rebels fighting in capital, 16 luglio 2012
13 Victor Kotsev, Chaos in Syria overshadows rebels’ hopes, Asia Times, 18 luglio 2012
14 Ibid.
15 AFP, Russia’s Putin to meet Annan for Syria talks, 15 luglio
16 “Six-Point Proposal Presented to Syrian Authorities“, UN Security Council. 21 marzo 2012.
17 Voltaire Network, Russia, China veto UN resolution on Syria for third time, 19 luglio 2012
18 Rian.ru, Putin Meets Turkey’s Erdogan Ahead of UN Syria Vote, 19 luglio 2012
19 F. William Engdahl, The Geopolitical Great Game: Turkey and Russia Moving Closer
20 Pepe Escobar, op.
21 AFP, op. cit.
22 K. Gajendra Singh, Will Putin’s Israel Visit Calm Middle East Tempest?, giugno 2012
23 RT, Syrian National Council in Moscow for first-ever talks, RT.com, 11 luglio 2012
24 Pepe Escobar, op. cit.
25 Ibid.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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