Combattere il terrorismo in Siria

Boris Dolgov, Strategic Culture Foundation, 24.07.2012

Dopo l’attacco terroristico del 18 luglio contro la sede del ministero della sicurezza di Damasco, che ha causato la morte di alcuni alti funzionari del governo e comandanti militari siriani, tra cui il ministro della difesa, il suo vice, il ministro degli interni e il capo dell’intelligence dell’esercito (cognato di B. Assad). Il ministro degli esteri siriano Walid al-Muallem e il direttore dell’agenzia del controspionaggio sarebbero stati ricoverati in ospedale e in condizioni critiche (l’autore fa una serie di confusioni. Il ministro degli interni al-Shaar è rimasto ferito, non ucciso, e Muallem non era neanche presente alla riunione. NdT). Un kamikaze, che evidentemente lavorava al ministero della difesa, aveva piazzato una bomba nell’edificio situato di fronte l’ambasciata degli Stati Uniti, e fatto esplodere quando l’amministrazione siriana stava tenendo una riunione con i capi della sicurezza. Due gruppi di insorti – l’ esercito libero siriano e le brigate di Allah – hanno rivendicato l’atto terroristico che ha portato a un’ondata di emozioni positive presso il Consiglio Nazionale siriano di Istanbul. Si deve notare nel contesto che, spingendo a un cambio di regime in Siria a tutti i costi, i leader dell’opposizione siriana che hanno visitato Mosca il 10-11 luglio, tra i quali il presidente del Consiglio Abdulbaset Saida e Michael Kilo, il leader della Tribuna Libera stabilita a Cairo lo scorso anno, avrebbero aderito ai contatti di Ginevra. Era abbastanza chiaro, durante i round dei negoziati in Russia, in uno dei quali ho preso parte, che l’unico vero obiettivo dietro l’agenda degli ospiti era parlare con Mosca per sostenere il corso finalizzato alla cacciata dell’attuale amministrazione in Siria. In realtà, gli inviati del Consiglio nazionale siriano hanno ammesso le attività di coordinamento con l’esercito libero siriano che, alla luce dei recenti sviluppi, significa automaticamente complicità col terrorismo.
L’assassinio dei funzionari chiave della sicurezza e del governo è stato un duro colpo per la Siria ma, contrariamente alle aspettative di coloro che avevano pianificato l’attentato, non ha destabilizzato il regime del paese. Sulla scia del dramma, vari media globali, con al-Jazeera e al-Arabiya che come al solito, spargevano la notizia che B. Assad era in viaggio verso l’aeroporto, nel tentativo di fuggire, e che i militari dell’esercito siriano stavano passando in massa dalla parte dell’opposizione. In realtà, il Gen. Fahd Jassem al-Freij, che B. Assad ha nominato nuovo ministro della difesa, ha promesso che le forze sotto il suo comando ripuliranno in modo decisivo il paese dalle formazioni di banditi e, anzi, la scorsa settimana circa, l’esercito siriano è riuscito a cacciare gli insorti dai sobborghi di Damasco, oltre a lanciare diversi raid riusciti nella città di Hama e nelle regioni adiacenti ai confini con l’Iraq, Libano e Turchia, uccidendo centinaia di guerriglieri.
La reazione occidentale all’atto terroristico era consonante con la sua più ampia politica nei confronti della Siria. Avendo sommariamente condannato il terrorismo, i capi della diplomazia di Gran Bretagna, Francia e Italia hanno continuato a dare la colpa dell’escalation all’amministrazione siriana e di affermare niente di meno che la rimozione del presidente Assad dal suo incarico, potrebbe contribuire a disinnescare la crisi. Il segretario alla difesa statunitense Leon Panetta ha detto di sperare che la comunità internazionale diventi più “aggressiva” nei suoi tentativi di porre fine alla crisi in Siria. Al contrario, il capo della missione delle Nazioni Unite Maggior-Generale Robert  Mood, dovrebbe essere accreditato per attenersi a una posizione equilibrata, esprimendo la sua disapprovazione del recente atto terroristico, esortando entrambe le parti in conflitto a rinunciare alla violenza e ad aprirsi al dialogo. L’inviato del ministero degli esteri russo ha rilasciato una dichiarazione dai toni forti in relazione all’attacco terroristico, consegnando le condoglianze alle famiglie delle vittime, e sottolineando che gli autori dovranno essere debitamente puniti. I leader russi e statunitensi hanno discusso della situazione al telefono, l’opinione condivisa è che le Convenzioni di Ginevra devono essere pienamente rispettate. Pochi giorni fa, il rispetto delle Convenzioni di Ginevra era stato analogamente espresso dal presidente russo Vladimir Putin e dal premier turco R.Erdogan, quando si erano incontrati a Mosca. Qualche tempo prima, Ankara aveva indicato che, dal suo punto di vista, un intervento in Siria sarebbe un’opzione accettabile. La Russia ha confermato la sua opposizione a qualsiasi intervento in Siria, quando si è votato al Consiglio di sicurezza dell’ONU sulla risoluzione presentata dalla Gran Bretagna. Il documento, cui la Russia e la Cina hanno posto il veto di concerto, proponeva sanzioni contro l’amministrazione siriana e, con un riferimento all’articolo 7 della Carta delle Nazioni Unite, dichiarava che un intervento in Siria era tra le possibilità. Una risoluzione alternativa finalmente è stata approvata, riflettendo il compromesso tra l’approccio occidentale e quello seguito da Russia e Cina. E’ rivolto ad entrambe le parti nel conflitto siriano, con un appello a porre fine alle violenze e a prolungare di un mese il mandato della missione ONU.
Un segmento dei media russi compie seri sforzi per offrire una copertura obiettiva e imparziale di quanto sta accadendo in Siria. Il corrispondente del canale TV Vesti, A. Popov, per esempio, ha presentato le testimonianze di cittadini siriani sui ribelli dell’Esercito libero siriano che prendono in ostaggio i parenti dei residenti di un villaggio nei pressi di Hama, ne uccidono alcuni per costringere gli abitanti del villaggio a incendiare un posto di blocco del governo; costringendoli sotto la minaccia che il resto degli ostaggi sarebbero stati fucilati. Il ministro degli esteri della Russia S. Lavrov, in seguito ha citato il rapporto in una conferenza stampa.
L’attacco terroristico a Damasco del 18 luglio, ha segnato l’apertura di una nuova fase nella spirale della crisi siriana. I gruppi di opposizione, che hanno rivendicato l’attentato – l’esercito libero siriano e il Consiglio nazionale siriano che hanno scelto di sostenere pienamente l’atto – hanno mostrato la loro avversione a priori a ogni forma di dialogo con l’amministrazione e, come parte del pacchetto, hanno dimostrato disprezzo totale per tutte le pertinenti convenzioni internazionali, sia le convenzioni di Ginevra che il piano di Kofi Annan. Il recente atto terroristico, insieme a quelli precedenti, ha chiarito che l’obiettivo dell’opposizione è eliminare, politicamente e fisicamente, l’attuale leadership siriana, ed è dubbio che una più ampia agenda politica si trovi dietro l’insurrezione in Siria. Date le circostanze, dialogo o mosse di più ampia portata, come la formazione di un governo di transizione con i rappresentanti dell’opposizione, sono sicuramente fuori discussione. L’unico approccio ragionevole per gruppi che praticano il terrorismo è che essi devono o chiudere le attività terroristiche e gettare le armi o essere distrutti. Diversi paesi hanno dovuto reprimere gruppi terroristici in passato, come l’Italia con le Brigate Rosse negli anni ’70, la Spagna, con l’ETA negli anni ’80-’90, la Francia con il Gruppo Islamico Armato (GIA) negli anni ’90, l’Algeria col Fronte Islamico di Salvezza e il Gruppo Islamico Armato negli anni ’90-2000, e al-Qaida nel Maghreb islamico, in una campagna ancora in svolgimento.
La posizione adottata da Mosca – il rifiuto dell’intervento, richiesta di dialogo tra l’amministrazione e la parte ragionevole dell’opposizione – è del tutto adeguata. Tiene conto degli interessi della nazione siriana e anche quelle della Russia. Uno scenario alternativo all’orizzonte sarebbe la partizione della Siria lungo linee etniche e religiose, la conquista del potere nel paese frammentato da parte di gruppi radicali musulmani, con gli arsenali siriani probabilmente rivolti contro la Russia, una destabilizzazione regionale più ampia che richiederebbe una sempre più inclusiva campagna militare internazionale e, potenzialmente, una guerra combattuta da Iran, Israele e Turchia.
Il rafforzamento della presenza militare russa nella regione è di fondamentale importanza in questo momento. Sarebbe una mossa tempestiva rafforzare le strutture militari che la Russia mantiene a Tartus in Siria, forse al punto di trasformarle in una vera e propria base militare da utilizzare per garantire la permanente presenza militare russa in Siria e nella regione mediterranea … Le proteste dall’Occidente, che probabilmente seguirebbero, non devono essere prese a cuore – la rete di basi militari degli Stati Uniti si estende in gran parte del mondo, e che Washington vende come attuazione della democrazia globale. La tutela dei legittimi interessi nazionali della Russia non è affatto premessa di una ripresa della Guerra Fredda. Le aggressioni dell’Occidente contro Jugoslavia, Iraq, Costa d’Avorio e Libia, seguono con sempre maggiore frequenza, e Mosca ha bisogno di costruirsi i muscoli militari e salvaguardare il suo status geopolitico, al fine di rimanere sicura e immune da qualsiasi tipo di “Primavera russa”.

È gradita la ripubblicazione con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation .

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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