Hamas abbandona Damasco e Teheran

Marcelo Falak – Ambito

La linea di faglia settaria dimostrata dalla guerra civile siriana, sta provocando importanti cambiamenti in Medio Oriente, anche se lo spettacolo orrendo di cadaveri accumulati nei sobborghi di Damasco, Aleppo e in altre città, resta in secondo piano. Molto importante per le sue implicazioni, è il coinvolgimento del gruppo islamico Hamas, che inizia a prendere le distanze da Siria e Iran.
Il primo ministro di Hamas (acronimo in arabo per Movimento di Resistenza Islamico, che significa anche “ira”), Ismail Haniyeh, ha detto che non parteciperà al 16° vertice del Movimento dei Paesi Non Allineati, che si terrà a Teheran questa settimana. Il suo portavoce, Tahir al-Nanu, ha giustificato la decisione con la volontà di evitare la rivale dirigenza laica di Fatah in Cisgiordania, al fine di “non approfondire la divisione interna palestinese o ledere gli interessi del popolo palestinese“, secondo un dispaccio da Gaza dell’EFE.
E’ vero che il presidente palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) accettando l’invito dall’Iran, avrebbe dimostrato sicuramente, con la presenza di Haniyeh, la insormontabile rivalità intra-palestinese. Tuttavia, l’agenzia Quds aveva interpretato questo passo come una “protesta silenziosa” contro il crescente sostegno iraniano a Bashar al-Assad. Nel frattempo, l’Iran ha reagito all’annuncio dicendo che “nessun invito ufficiale della Repubblica Islamica è stato inviato al Primo Ministro di Hamas”, secondo il portavoce della riunione del NAM, Mohamed Reza Forqami.
Qualunque sia la verità, quello che è certo che Hamas, fino a poco tempo punta di lancia siriana e iraniana nella politica palestinese e nel conflitto con Israele, si allontana dai suoi vecchi mentori e finanziatori, e ciò influirà pesantemente sui prossimi passi e sulla sua forma futura.
Fino da quando Hamas è salito al potere, dopo la sua vittoria alle elezioni legislative palestinesi del 2006, il centro del potere nel movimento era nel suo ufficio a Damasco, diretto da Khaled Meshaal. Ma ottenendo il controllo del territorio di Gaza, scoppiò la guerra civile con l’espulsione dei militanti di Fatah dalla Striscia di Gaza e di Hamas in Cisgiordania, con la conseguente crescita della sua influenza anche su questo territorio, modificandone il quadro.
Come detto, la guerra civile in Siria aggiunge una componente chiave nel cambiamento della lealtà del gruppo islamico, il cui statuto prevede la distruzione di Israele.

Lotta etnica
Non sorprende che la lotta in Siria sia così prolungata e a somma zero, perché vi è una lotta tra sette etniche e religiose, una delle quali è rappresentata nel governo. In Tunisia e in Egitto il conflitto è stato più breve, più veloce la risoluzione“, ha detto ad Ámbito Financiero lo storico Bruce Maddy-Weitzman, nel corso di un recente incontro in Israele. Questo specialista del Centro Studi sul Medio Oriente e l’Africa Moshe Dayan, presso l’Università di Tel Aviv, ha detto che gli alawiti, una branca dello sciismo a cui appartiene al-Assad, con una presenza nel sud ma soprattutto sulla costa della Siria nord-occidentale, costituiscono oltre il 12% della popolazione di questo paese, contro i due terzi della maggioranza sunnita. Il resto sono drusi, cristiani e curdi. Secondo Maddy-Weitzman, l’attuale guerra civile tira fuori nel peggior modo un vecchio contenzioso: non è più sostenibile che una minoranza detenga il potere contro “la élite commerciale e intellettuale sunnita” che dovrebbe guidare il paese.
È d’accordo Meir Litvak, direttore del Centro per gli Studi iraniani di Tel Aviv. “In Siria non c’è una guerra di tutto il popolo contro il governo, ma della maggioranza sunnita contro la minoranza alawita, come i drusi e cristiani“, ha detto il giornalista. Un fatto che, a suo parere, è in linea con “la frattura principale che separa il mondo arabo: sunniti contro sciiti“, includendovi anche il ramo connesso dell’alavismo. Ciò spiega perché l’Iran, paese sciita che non fa parte del mondo arabo, ma è molto presente nella regione con il suo tradizionale sostegno ad Assad, ha serrato i ranghi e l’ha sostenuto saldamente nella sua spietata repressione. Litvak registra lo slittamento della lealtà muta ma fondamentale di Hamas, sunnita. “Finora il movimento era un alleato di Iran e Siria, ma oggi vediamo che supporta i sunniti (nella guerra civile di questi ultimi) e sta cambiando la sua posizione“, ha detto. Un’asfissia finanziaria colpirà Hamas? Per niente. Le sue altre fonti tradizionali di denaro fresco, i radicali islamici del Golfo, sono lungi dall’esaurirsi.
In questo contesto diventano suggestive le ripetute dichiarazioni del ministro degli esteri israeliano l’ultranazionalista Avigdor Lieberman. Ha detto che Abbas non ha più scuse per presentarsi come presidente dell’Autorità palestinese senza indire elezioni. Non senza ragione: il suo mandato è scaduto da tempo, e la mancanza di elezioni dovrebbe essere spiegata, in gran parte, sul presupposto che Hamas avrebbe vinto non a Gaza, ma in Cisgiordania, finora grande bastione di al-Fatah. Lieberman è andato oltre: ha detto che Abbas è il principale ostacolo a una ripresa dei colloqui di pace con i palestinesi, sarebbe bene che sia rimosso nelle nuove elezioni, essendo più pericoloso degli islamisti, una visione che ha confermato in un’intervista con il quotidiano Haaretz. Curioso: il senso comune internazionale lo vede come un moderato, accettando l’esistenza di Israele, a differenza di Hamas; quindi, qual’è il sottinteso di queste affermazioni?
Una possibile, dato il contesto ideologico del cancelliere, è che solo con la vittoria elettorale di Hamas si avrebbe una scusa perfetta per congelare a tempo indeterminato la riapertura dei negoziati, dando sfogo alle colonie israeliane in Cisgiordania. Unica possibilità? No. L’altra ha a che fare con il crescente consenso in Israele secondo cui Abbas non sia più rappresentativo e che nessun vero accordo di pace possa ignorare Hamas. Lo ritiene un altro esperto, Moti Cristal, membro per quasi un decennio delle squadre di negoziatori dell’Ufficio del Consiglio dei Ministri (da Yitzhak Rabin a Ehud Barak, a Shimon Peres e al primo mandato di Benjamin Netanyahu), oggi dedito ad attività indipendenti. “Nel 2000, in occasione degli ultimi negoziati a Camp David, Hamas non era un elemento così forte. Oggi non si può parlare con un altro gruppo che non sia esso“, ha detto ad Ámbito Financiero.

Domande
Ma come si fa a portare al tavolo dei negoziati un movimento politico e sociale con una ideologia islamista e un apparato ampiamente considerato, internazionalmente, terroristico? “Io non lo metto nel campo dei fondamentalisti. Quando vogliono negoziare con Israele sui prigionieri, per esempio, o con l’Egitto, lo fanno senza problemi. I musulmani negoziano per perseguire i propri interessi o fanno la guerra come tutti gli  altri“, ha detto cercando di cancellare dei pregiudizi radicati. “Furono i nostri nemici, erano molto, molto fondamentalisti e anti-israeliani, ma quando governano, come oggi, devono dare alla gente istruzione, fogne …  In questo contesto, il discorso religioso dura un minuto. I politici usano la religione per mobilitare il popolo, ma la religione non regna, regna solo la politica“, ha concluso, scommettendo su un inevitabile futuro di moderazione per Hamas.
Sarà che ha incontrato di nuovo la vecchia massima (spesso vera, ma esagerata, come altre verità assolute e fonti di delusioni dolorose) che la pace in Medio Oriente possono farla solo i duri; l’irritante Lieberman vuole continuare il percorso di Menahem Begin e Rabin? Impossibile dirlo.  L’unica certezza è che qualcosa di profondo sta cambiando nella regione. E si dovrebbe fare attenzione.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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