Grazie alla crisi siriana, la Turchia rischia il peggio

DeDefensa Bloc-Notes – 3 settembre 2012

Come visto altrove (leggi qui sotto), la situazione al confine turco, nei campi profughi siriani, o meglio intorno a essi, dov’è difficile, se non impossibile, entrare. Questi campi si dimostrano essere più enclavi che una sorta di agglomerati, comprendenti frazioni di ribelli siriani, con una buona dose di islamisti e gruppi di disertori dell’esercito regolare siriano e, naturalmente, uno sciame di reparti o forze speciali raccolte dai servizi abituati ai vari sporchi trucchi, soprattutto in questo caso, di CIA, Mossad, MI6, DGSE … Evocando anche, naturalmente, il PKK e i vari curdi, che s’infiltrano qui e là. I “rifugiati” sono separati, in modo piuttosto inaspettato – o, al contrario, cosa che non sorprenderebbe coloro che sono avvertiti – dalle popolazioni turche. Gli ufficiali turchi, l’esercito turco, ancora controllano qualcosa in queste aree?
Nel frattempo, il disagio aumenta in Turchia, e nella provincia di Hatay in particolare, dove le persone non sono solo scontente per il numero dei rifugiati, ma anche per la questione se elementi del PKK, o “attivisti jihadisti”, arrivino in Turchia come rifugiati, come molti media suggeriscono.  Gli abitanti del posto, a contatto quotidiano con i siriani, si lamentano del loro comportamento sempre più indisciplinato. Per esempio, ci sono notizie di siriani che mangiano nei ristoranti e fanno acquisti nei negozi senza pagare, dicendo ai proprietari “di inviare il conto a [primo ministro Recep Tayyip] Erdogan.” Il dilemma che tutto ciò rappresenta per Erdogan e Davutoglu, è che affrontano una responsabilità che ora si trasformerà in attenzione internazionale sulla Turchia. In primo luogo vi è il benessere dei rifugiati, soprattutto in considerazione del fatto che Erdogan e Davutogl hanno sempre detto che coloro che fuggono da Bashar al-Assad, possono venire in Turchia. [...]
“Ci sono molte indicazioni che la provincia di Hatay sia diventata di fatto una sorta di luogo di raduno non solo per i combattenti islamisti radicali, ma anche dei servizi segreti di tutti i paesi occidentali e d’Israele che, naturalmente, sono preoccupati per il terrorismo islamico. Queste non sono cose a cui si è preparato lo stomaco dell’opinione pubblica turca. Il risultato è che la Turchia potrebbe affrontare una potenziale debacle, come non l’ha mai subita prima, a causa della Siria. La questione è quanto di ciò sia il risultato dalla frettolosa e troppo ambiziosa politica siriana del governo, e come gran parte di ciò sia il prodotto inevitabile della catena degli eventi…
In altre parole, chi ha invaso chi? Si voleva (compresa la Turchia)  invadere la Siria, nella certezza dell’annunciato “indomani” della caduta del regime di Assad, in questi ultimi 6 mesi, tutti i leader del blocco BAO; si supponeva (compresa la Turchia) che si lavorasse a una no-fly zone in Siria, di cui il generale Dempsey diceva fosse meglio non pensare, dato che è un progetto militarmente insostenibile. (A tal proposito, cosa dicevano i generali francesi al presidente Hollande, quando ha annunciato senza mezzi termini che ci lavorava?) … Per il momento, si tratta piuttosto di una strana “invasione siriana” della Turchia, e certamente non la più sicura e la più controllabile. E ciò che il primo ministro turco Erdogan ha affermato della sovranità nazionale, dell’evoluzione della coesione della Turchia, con i ribelli che si aggirano nei villaggi turchi intorno al loro campo, nella provincia di Hatay, dicendo ai loro residenti che “presto sarà il vostro turno“?
L’avventura è esemplare. Un anno fa, Erdogan trionfava in tutti i paesi arabi, era l’eroe popolare, quasi un “nuovo Nasser” elogiato nelle strade di Cairo. La sua politica si basava sul principio che  affermava la sovranità nazionale, in una dinamica d’indipendenza, al fine di stabilire una situazione generale di autonomia sovrana dei paesi musulmani in questa zona, fino ad ora sotto il dominio di potenze straniere. Per sua stessa natura, assolutamente strutturante e fortemente percepita, questa politica sembrava irresistibile. Poi c’è stato questo errore strategico, peggio, un errore di progettazione, dimostrando che i leader turchi, infine, non sapevano, o avevano perso di vista, ciò che rende un politico invincibile, sacrificando troppo l’apparenza o l’illusione della potenza come motore della politica. Per allearsi con forze notoriamente destrutturanti, portati inevitabilmente a fare affidamento su gruppi incontrollati di estremisti, o gruppi di semplici mercenari, di criminali e di criminali comuni, si sono fatti trascinare in un processo di dissoluzione dei propri principi, delle proprie strutture fondamentali. La Turchia ha sperimentato, in un modo incredibilmente convincente e dimostrativo, quanto costi allearsi con il Sistema, che a sua volta si trova bloccato in una crisi profonda.
Diciamo “il Sistema” con intenzione, perché di certo non crediamo alla sempiterna versione di una Turchia caduta sotto il controllo degli Stati Uniti, o che presumibilmente non l’avrebbe mai lasciata. Come abbiamo recentemente definito, in una analisi di quello che chiamiamo “blocco BAO” (vedi 23 giugno 2012 ), non si tratta tanto di egemonia degli uni (gli USA, ovviamente) sugli altri. In  modo assai diverso, si tratta di un insieme di orientamenti politici completamente incancreniti dall’omogeneizzazione, apparentemente per un motivo o per l’altro, iscritti in un ciclico di narrazione di certe ambizioni, e causa di alcune scelte politiche, e infine amalgamati strutturalmente nella dinamica del Sistema dalla finalità dissolvente e completamente ostile al “principio del Principio.” Perciò, coloro che rientrano in questo movimento perdono ogni possibilità, ed ogni altra indicazione, di poter essere in grado di mantenere i riferimenti di principio. Come risultato, soprattutto, perdono rapidamente la loro sovranità, dissolta nella dinamica del Sistema, e ciò si sente… Un anno fa, questa o quella banda di islamisti o della criminalità organizzata, giunti da una qualsiasi parte della Siria, di certo non avrebbero avuto il coraggio di piazzarsi come “padroni” in pieno territorio turco. Oggi, ciò si può fare perché non c’è più la barriera invisibile ma invalicabile della sovranità, la colonna vertebrale del Principio… Il risultato è che fra sei mesi ci si dimenticherà della Siria, con la Turchia che si è sobbarcata la maggior parte del peso, ed oggi si scopre che è la Turchia a correre il grande pericolo della disintegrazione, e che ha tutto da temere da un futuro molto prossimo, e che è già entrata in una grave crisi politica interna.
Vogliamo credere che una grande minaccia incombe su tutte le prede designate dai commentatori del Sistema, dagli esperti nominati, dagli analisti che pensano secondo il catechismo del Sistema. Sono anche fortemente aiutati da una determinata classe di commentatori che si definisce anti-Sistema (o anti-USA di convenienza), che continuano a dare al Sistema dei piani universali di investimento e le abilità soprannaturali per adempierli. Il problema non è certo negare la pericolosità del momento, ma determinare quanto sia pericoloso. Ogni nuovo intervento del Sistema in aree che le sono già soggette, e ancora dove s’installa il disordine per imporre un ulteriore test, viene salutato come un ulteriore stratagemma, per far credere a un’abilità tattica temporanea, dissimulante una potenza strategica concettuale ancora più grande. Nel frattempo, gli eventi che hanno avuto luogo, anche prima che fosse programmato di poterli sfruttare “secondo il piano”,  affermando subito che si era capito che stessero per accadere, ci mostra due cose: la prima che è la superpotenza del Sistema, gestendo degli obiettivi destrutturanti e destabilizzanti, ne diventa essa stessa una vittima e si trasforma in forza distruttrice, trascinandovi coloro che si allineano sotto questa bandiera del disordine e della confusione; la seconda è che l’unica forza efficace che potrebbe opporsi a essa, quasi come un esorcismo, non per vincerla, ma per aumentarne il disordine interno e auto-distruttivo, è il principio organizzatore, che agisce sul Sistema come una croce che viene agitata davanti al vampiro. La Turchia la paga e non ha finito di pagare, per aver ignorato o abbandonato le regole di base in un’epoca in cui è diventato assurdo, inutile e contro-produttivo pensare in termini di egemonia, di forze (ideologiche, religiose ecc.) e di conclusioni su misura (vittorie e sconfitte di queste forze, ecc).

Scene di vita quotidiana del disastro di Erdogan al confine con la Siria
DeDefensa

Abbiamo pensato che sarebbe stato interessante, per i nostri lettori, leggere due articoli, uno parziale e l’altro completo, tratti dalla stampa turca, sulla situazione nei e intorno ai campi per i rifugiati siriani in Turchia. Si può avere una buona idea del deterioramento della situazione – non in Siria ma in Turchia – paradosso dei paradossi, senza dubbio. Non si sarà sorpresi dall’apprendere, alla luce di questi due articoli, che il malcontento continua a crescere in Turchia. Il sito Today’s Zaman, il 29 agosto 2012 indicava che il 60,4% degli intervistati, in un sondaggio, esprimevano il parere che ci fosse bisogno di un nuovo partito politico e di una nuova leadership, e questo un anno dopo aver dato a Erdogan (12 giugno 2011), il mandato per far proseguire la sua azione politica. (Il 28,9% è soddisfatto del partito politico al potere e degli attuali dirigenti.) D’altra parte, il 67,1% degli intervistati disapprova la politica siriana di Erdogan, contro il 18,3% che l’approva.
Qui i due articoli:
- Al-monitor.com, con il titolo “Ai parlamentari turchi negato l’ingresso nel controverso campo profughi”, un testo di Aydin Hasan del 28 agosto 2012:
Campo Apaydin ad Hatay, vicino al confine con la Siria, ospita i militari e i poliziotti siriani che si sono ribellati a Bashar al-Assad e si sono rifugiati in Turchia con le loro famiglie. Circa 500 militari e poliziotti, tra cui 30 generali e le loro famiglie, per un totale di 4.000 in tutto, vi vivono. Recentemente, ai parlamentari dell’opposizione è stato negato l’ingresso al campo. Cosa che, insieme alle accuse secondo cui il campo sia utilizzato per l’addestramento, ha creato un alone di mistero intorno ad esso. Fin dall’inizio, poliziotti e militari siriani sono stati messi in campi separati dai profughi civili. Sono stati inviati nel campo di Karbeyaz e poi trasferiti ad Apaydin. Il campo è sotto la giurisdizione del direttorato del Primo Ministro per le catastrofi e le emergenze (AFAD). Tutti i servizi, alloggi e cibo sono forniti dalla Mezzaluna Rossa turca. Il campo dispone di 1122 tende residenziali, 17 tende multiuso, 25 unità sanitarie e un totale di 1.100 posti letto. Il numero di rifugiati è salito a 4.000, con sempre più ufficiali che portano con sé le famiglie. La sicurezza del campo è fornita dalla polizia. I funzionari del ministero degli esteri turco e della National Intelligence Organization (MIT) operano nel campo. Funzionari turchi dicono: “Come richiesto dalla legislazione sui rifugiati [delle Nazioni Unite], dobbiamo tenere il personale addetto alla sicurezza in un campo separato. Poiché la maggior parte dei soldati ha servito nell’esercito di Assad, loro e le loro famiglie sono vulnerabili al linciaggio, nei campi civili. Per la loro sicurezza, dobbiamo tenerli qui. Non si tratta di un accomodamento, ma di un campo di sistemazione. Inizialmente, agli ufficiali hanno permesso di fare shopping in città, in certi giorni, ma le cose sono molto più controllate ora. I funzionari dicono che a nessuno è permesso portare armi nel campo. “Le accuse di addestramento militare qui, sono prive di fondamento”, aggiungono.
“Il divieto d’ingresso nel campo di Apaydin ai parlamentari dell’opposizione Hursit Gunes e Suleyman Celebes, hanno messo le affermazioni sul campo all’ordine del giorno nazionale. “Celebi ha detto al Milliyet: “Eravamo a un incontro pubblico presso la borgata Yesilpinar. Nelle nostre conversazioni con le persone e i rappresentanti della società civile, abbiamo sentito molte affermazioni su questo campo. Abbiamo osservato che le persone sono gravemente disturbate. Ci hanno detto che c’era un campo di addestramento e che i residenti del campo minacciavano la popolazione locale, dicendo: ‘Un giorno, anche qui arriverà il turno degli alawiti’. La gente voleva andare al campo e vedere da sé. Abbiamo chiamato l’ufficio del governatore, ma hanno detto che l’autorità era dell’AFAD. Un funzionario dell’AFAD ci ha informati che potevamo andare in altri campi, ma non in questo di Apaydin. Siamo andati al cancello del campo. Non ci hanno fatto entrare, una persona che si è identificata come ufficiale siriano ha detto che era l’autorità. Ha detto che era responsabile dell’addestramento nel campo. C’erano alcuni giovani rifugiati vicino a noi. Quando parlavano tra di loro in arabo dicevano, ‘Questi tizi meritano di essere fatti a pezzi proprio qui’. Celebi ha continuato: “Quando ci hanno negato l’ingresso, ci siamo ancor più preoccupati per quello che hanno detto di questo campo. La gente del posto dice che i residenti del campo li minacciano a causa della loro appartenenza confessionale. Ho anche sentito dire che i rifugiati non vogliono essere curati dai medici alawiti, negli ospedali, e i medici vi vengono ora assegnati di conseguenza.” [...]
- Hurriyetdailynews.com, del giornale con lo stesso nome (Hurriyet Daily News), con il titolo “La debacle siriana della Turchia” il testo a firma di Semih Idiz, del 31 agosto 2012:
Come è stato scritto in questo pezzo, il Consiglio di sicurezza non aveva ancora sentito l’appello del ministro degli esteri Ahmet Davutoglu a New York, ieri, per una zona di sicurezza sanzionata dalle Nazioni Unite, da stabilire in Siria per proteggere i rifugiati. Le persone vicine alla questione, tuttavia, hanno capito che il suo appello non sarebbe andato da nessuna parte, dal momento che Russia e Cina si oppongono all’idea, considerandola una violazione della sovranità siriana. L’impressione che si ha è che gli altri membri del Consiglio di sicurezza, che si sono schierati con la Turchia sulla Siria, si stanno nascondendo dietro l’opposizione di Russia e Cina, dal momento che non sembrano essere pronti ad attuare tale zona di sicurezza militare, che senza dubbio dovrebbe esserci. Ciò lascia molti sperare che Ankara agisca, ma questa è una aspettativa vana, dato che la Turchia non è in grado di farlo da sola per una serie di ragioni oggettive. L’appello di Davotoglu di ieri, può anche essere visto come un atto disperato, poiché il numero di rifugiati siriani sarà molto probabilmente oltre  i 100.000 previsti nel caso del “peggior scenario”. Ankara ha detto che è al limite, ma è difficile capire cosa si può fare se persone disperate continuano ad arrivare con le loro famiglie. Nel frattempo, il disagio aumenta in Turchia, e in particolare nella provincia di Hatay, dove gli abitanti sono scontenti non solo per il numero dei rifugiati, ma anche per la questione se elementi del PKK, o “militanti jihadisti”, stiano arrivando in Turchia spacciandosi per rifugiati, come suggeriscono molti resoconti dei media. Gli abitanti del posto, in contatto quotidiano con i siriani, si lamentano sempre più anche del loro comportamento indisciplinato. Per esempio, ci sono notizie di siriani che mangiano nei ristoranti e fanno acquisti nei negozi senza pagare, dicendo ai proprietari “d’inviare il conto a [primo ministro Recep Tayyip] Erdogan”. Quale dilemma si crea per Erdogan e Davutoglu, che ora hanno di fronte una responsabilità che a sua volta attrarrà l’attenzione internazionale sulla Turchia. In primo luogo vi è il benessere dei rifugiati, soprattutto in considerazione del fatto che Erdogan e Davutoglu hanno sempre detto che chi fugge da Bashar al-Assad può venire in Turchia. Ma questo richiederà che i campi ben custoditi siano attrezzati per soddisfare le esigenze di migliaia di famiglie, in termini non solo di strutture abitative e mediche, ma anche in termini di tutte quelle necessità vitali minime per l’esistenza umana. Dei disordini recenti in uno dei campi, suggeriscono che la Turchia non sia pronta a tutto questo. Poi c’è il problema della sicurezza in entrambe le direzioni, il che significa che la Turchia non solo deve garantire la sicurezza delle persone nei campi, ma anche la propria sicurezza, dato che non è chiaro esattamente chi stia passando attraverso il confine, o chi sia giunto da altre parti del mondo, al fine di utilizzare la Turchia come campo di prova per la “Jihad contro Assad”.
“Ci sono molte indicazioni che la provincia di Hatay sia infatti diventata una sorta di centro non solo per i combattenti islamici radicali, ma anche per i servizi segreti di tutti i paesi del mondo occidentale, e d’Israele, che naturalmente sono preoccupati dal terrorismo islamico. Queste non sono cose a cui si è preparato lo stomaco dell’opinione pubblica turca. Il risultato è che la Turchia deve affrontare una potenziale debacle, come non ne ha avuto prima, a causa della Siria. La domanda è: quanto di ciò è il risultato della politica frettolosa e troppo ambiziosa del governo siriano, e quanto di tutto ciò sia il prodotto di un’inevitabile catena di eventi. Chiaramente, la Turchia avrebbe dovuto affrontare la crisi dei rifugiati in ogni caso, come ha fatto dopo la prima guerra del Golfo, ad esempio; ma i critici ritengono che non solo doveva  muoversi in modo più realistico fin dall’inizio, permettendo l’accesso alle agenzie internazionali molto prima, ma anche che avrebbe dovuto avere un approccio più regionale, senza alienarsi l’Iran, l’Iraq e milioni di sciiti in Medio Oriente. Non avendolo fatto, la Turchia è costretta ora a lanciare appelli inutili, mentre il problema dei profughi cresce e si aggrava la crisi siriana lungo linee confessionali. In altre parole, il governo si trova ad affrontare una crisi di cui non ha risposte, e una opinione pubblico interna che è sempre più a disagio verso tutto ciò. Se questo non è un disastro, allora che cosa è?

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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