Attacco a Bengasi, azione della Resistenza Jamahiryiana

L’eliminazione dell’ambasciatore statunitense non ha nulla a che fare con al-Qaida
Mark Robertson e Finian Cunningham Counterpsyops, 20 settembre 2012

Le potenze della NATO ed i burocrati installati in Libia vogliono far credere che 5.600.000 di libici sono felici che la NATO ed i suoi fantocci terroristi abbiano distrutto la Libia, un paese che con Gheddafi aveva il più alto standard di vita in Africa. Vogliono che si pensi che la NATO abbia portato “libertà e democrazia” in Libia, non caos e morte. Vogliono che si pensi che non ci sia nessuna resistenza jamahiriyana contro gli imperialisti della NATO e i suoi alleati islamisti di Bengasi. In realtà, la Resistenza è sempre più attiva, rispetto alla sua scarsa efficienza al momento dell’assassinio di Muammar Gheddafi, nell’ottobre 2011, come sarà illustrato di seguito. Colpisce qualsiasi obiettivo della NATO che può colpire, elimina quei dirigenti libici che hanno tradito Gheddafi e si sono schierati con la NATO. L’incidente di Bengasi è soltanto il suo ultimo colpo contro ciò che considera l’occupazione illegale della NATO della Libia.
Tutti sanno che in Libia c’è la Resistenza Verde, i cui membri sono chiamati ‘Tahloob’ (i “fedelissimi di Gheddafi”). Ciò viene negato solo all’estero, dalle potenze della NATO e dai servizievoli media occidentali. A causa di ciò, la maggior parte delle persone del mondo ha dimenticato la Libia, mentre internet è piena di congetture e pretese infondate, di ridicole rivendicazioni riguardo all’incidente di Bengasi della scorsa settimana, in cui l’ambasciatore degli Stati Uniti Christopher Stevens e almeno tre altri membri del suo personale sono stati uccisi. E la fabbrica della menzogna della NATO funziona a pieno regime.

Rivendicazioni e disinformazione
Il regime di Obama afferma che ciò è stata opera dei “manifestanti” infuriati contro un video antislamico.  I burocrati installati dalla NATO in Libia, dicono che è opera di “estremisti stranieri“. Il congresso degli Stati Uniti dice che è opera di “al-Qaida.” Così dice la CNN, così come il sito alternativo Prison Planet, che denuncia ogni riferimento alla Resistenza Verde come “assurdo”. (1) I media, come il britannico Guardian, affermano che è opera di “una rete terroristica.” Il governo turco dice “è stato il siriano Assad.” Israele dice “è stato Hezbollah.” I re sunniti del Consiglio di Cooperazione del Golfo dei petro-emirati dicono “è stato l’Iran.” Anche rinomati scrittori dei media alternativi e blogger progressisti hanno attribuito l’attacco “agli islamisti di Bengasi” e che questo sarebbe una “reazione all’imperialismo“. Wikileaks dice che l’attacco è avvenuto perché gli Stati Uniti hanno sostenuto la minaccia della Gran Bretagna di prendere d’assalto l’ambasciata ecuadoriana a Londra, e di rapire Julian Assange. (2)
Alcuni media sostengono che “al-Qaida” ha effettuato l’attacco per vendetta della presunta morte, in Pakistan (con l’attacco di un drone statunitense, il 4 giugno 2012), del libico Abu Yahya al-Libi (alias Hassan Muhammad Qaid) che era presumibilmente un braccio destro di Usama bin Ladin, ed era presumibilmente il “numero due” di al-Qaida. Questa affermazione non ha senso, dato che al-Qaida è un gruppo di mercenari alle dipendenze di Washington e Londra fin dal 1980. Il presidente Reagan li aveva definiti “eroi” e “combattenti per la libertà.” Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna inviarono i mercenari di al-Qaida nei Balcani, Libia, Siria, Cecenia, Somalia, Sudan e in altri luoghi che la NATO vuole infiltrare, destabilizzare o distruggere. La NATO ha comprato Ayman al-Zawahiri, il cosiddetto capo dei mercenari di al-Qaida, affinché producesse video e audio-cassette in supporto dell’imperialismo della NATO, e ne ha prodotte oltre 60 finora. Zawahiri ha invocato ripetutamente la morte di Gheddafi, e ora invoca ripetutamente la morte del presidente siriano Bashar al-Assad. Chiede ai pakistani di sostenere i taliban, al fine di far credere al mondo che i taliban esistono ancora. Registra qualche volta in inglese, e la sua vera identità e residenza sono un segreto della NATO. L’11 settembre 2012, in commemorazione del 9/11, ha pubblicato un video in cui elogiava Abu Yahya al-Libi, presumibilmente ucciso da un drone statunitense a giugno. Questo “elogio” non aveva niente a che fare con l’incidente di Bengasi, che è avvenuto dopo, la notte di martedì 11 settembre.
Alcuni salafiti sostengono di aver effettuato l’attacco mortale nella sede statunitense. Questo è ancor più assurdo, dal momento che i salafiti sono alleati della NATO. Salafiti e wahhabiti sono connotati da una lettura rigorista e puritana nel loro approccio all’Islam. Sono vicini principalmente alla visione feudale dell’Islam dell’Arabia Saudita, e tramite essa erano alleati della NATO contro Gheddafi. Ora sono alleati della NATO contro Assad, l’Iran, Hezbollah e gli sciiti in generale. Un esempio di salafiti in Libia è l’Ansar al-Sharia – un termine generico per le varie milizie che vogliono applicare la severa legge della sharia in Libia. I suoi membri sono filo-NATO e contro la di resistenza verde. Non avevano motivo di attaccare il sito del governo degli Stati Uniti a Bengasi, che era stato strumentale nel galvanizzare l’insurrezione islamista per rovesciare il governo di Gheddafi, a partire almeno dal marzo 2011, e sotto la supervisione del compianto Christopher Stevens. Stevens era l’uomo di punta di Washington a Bengasi, che aveva e coltivava dei noti forti legami con gli islamisti. In breve, non ha senso che tali contatti a Bengasi avrebbe voluto o sarebbero stati motivati ad uccidere il loro finanziatore statunitense.
La spiegazione più ovvia è che nel quadro della Resistenza Verde, i fedeli di Gheddafi e gli oppositori del regime della NATO hanno effettuato l’attacco. La NATO ed i suoi collaborazionisti libici non vogliono ammettere questa realtà sovversiva. Il fatto che esista la resistenza – una resistenza potente e in crescita – deve essere negato, cancellato dalla memoria.

I tempi
E’ stata una semplice coincidenza che l’attacco a Bengasi sia avvenuto l’undicesimo anniversario del 9/11. La Resistenza Verde era infuriata per il fatto che Abdullah al-Senussi (il capo dell’intelligence di Gheddafi) fosse stato arrestato al suo arrivo all’aeroporto di Nouakchott, in Mauritania, il 17 marzo 2012. Poi, sei giorni prima della attacco a Bengasi, la Mauritania ha estradato Senoussi in Libia per il processo da parte dei burocrati installati dalla NATO. Il giorno prima dell’attacco a Bengasi, i burattini della NATO misero sotto processo due fedelissimi di Gheddafi, accusandoli di aver sprecato denaro pubblico risarcendo con 2,7 miliardi di dollari le famiglie delle persone uccise nell’attentato del volo Pan Am 103, a Lockerbie, in Scozia. I due lealisti di Gheddafi sono Abdul Ati al-Obeidi (che era stato Primo Ministro, Ministro degli Esteri e Capo dello Stato di Gheddafi) e Mohammed Zwai (ex Segretario Generale del Congresso Generale del Popolo – il capo della legislatura di Gheddafi). Inoltre, Ali Baghdadi Mahmudi, era Segretario del Comitato Generale del Popolo (cioè, il primo ministro) con Gheddafi, ed era fuggito da Tripoli il 21 agosto 2011, quando i terroristi della NATO entrarono in città. Mahmudi è stato arrestato al confine della Tunisia per ingresso illegale e incarcerato per sei mesi, fino a quando le accuse vennero respinte in appello.
Il 24 giugno 2012, il primo ministro della Tunisia, Hamadi Jebali (agendo su ordine della NATO) fece improvvisamente arrestare Mahmudi, consegnandolo ai burattini della NATO a Tripoli, che subito l’imprigionarono. Il primo ministro della Tunisia, Hamadi Jebali, è pro-NATO e un amico dei senatori estremisti statunitensi McCain e Lieberman. Il nuovo arresto e l’estradizione di Mahmudi fecero arrabbiare il presidente tunisino Moncef Marzouki, che ha denunciato l’estradizione come illegale, e fece infuriare anche la Resistenza Verde libica. (3) L’ambasciatore statunitense Christopher Stevens aveva promosso la distruzione della Libia, ed era arrivato a Bengasi nell’aprile 2011 a tale scopo, rimandovi nei sette mesi di bombardamenti aerei della NATO sulla Libia. Il suo compito era coordinare i terroristi della NATO. Dopo che la Libia è stata distrutta, Stevens usò un hotel di Tripoli come base, dal momento che la Resistenza Verde avevano bruciato l’ambasciata statunitense a Tripoli.
Quando la Resistenza ha cercato di ucciderlo con un’autobomba, presso l’hotel, Stevens si trasferì a Bengasi, nella parte orientale del paese, i cui abitanti sarebbero pro-USA, e che da tempo è un focolaio di islamisti jihadisti. Molti di loro raggiunsero le fila dei mujahidin della NATO in Afghanistan nel 1980 e poi al-Qaida. (4) Ciò accadde più di un anno fa. (Formalmente Stevens è diventato ambasciatore di Obama in Libia nel maggio 2012.) Stevens usciva, sottovalutando la Resistenza Verde, per fare jogging per le strade di Bengasi, e altrove, in Libia. (5) Tutti sapevano dov’erano lui e il suo staff. Uno dei terroristi pro-NATO, Ahmed al-Abbar, dice di Stevens: “Era amato da tutti [a Bengasi].” (6) La popolarità di Stevens presso i traditori di Bengasi aggiunse rabbia alla furia della Resistenza Verde, che alla fine attaccò questo sito degli Stati Uniti a Bengasi. Quindi, contrariamente a quanto sostenuto da media occidentali come l’Independent, non c’erano “brecce nella sicurezza” e nessun “mistero” circa l’attacco. Tali affermazioni sono tutte false piste destinate a distrarre dalla realtà della Resistenza Verde.

All’inizio tutti hanno ammesso la verità
La mattina dopo l’attacco di Bengasi, il 12 settembre, i burattini della NATO involontariamente ammisero la verità sui ‘Tahloob’ (Resistenza Verde), e si lamentarono che la NATO non stasse facendo abbastanza per aiutarli a schiacciarli. Il Viceministro libico Sharif al-Wanis l’ammise in una conferenza stampa a Bengasi, che è stato poi stata trasmessa da al-Jazeera. (7) (8) (29) Anche il primo ministro della Libia Abdurrahim al-Keib l’ha ammesso, come ha fatto il presidente della Libia Mohammed al-Magarif, così come Ali Aujali, ambasciatore della Libia a Washington, e Ibrahim Dabbashi, ambasciatore della Libia alle Nazioni Unite. Tutti loro avevano detto che i fedelissimi di Gheddafi avevano attaccato il sito degli Stati Uniti a Bengasi. Avrebbero presto cambiato tono, sotto la pressione dei loro padroni della NATO.
Tornando al 24 agosto 2012, la rivista Time aveva notato che Gheddafi “riceve ancora una silenziosa ammirazione in molte parti della Libia.” Il documento citato dal presidente al-Magariaf diceva: “Sappiamo che i lealisti di Gheddafi sono dietro gli attacchi [dal rovesciamento di Gheddafi]. Negli ultimi mesi, i servizi di sicurezza hanno intensificato la loro campagna contro Bani Walid e Tarhuna.” (9) Bani Walid è una roccaforte lealista, la cui popolazione ha ricoperto posizioni chiave nei servizi di sicurezza di Gheddafi. E’ stata anche l’ultima città, oltre alla città natale di Gheddafi di Sirte, a cadere in mano ai terroristi della NATO, il 23 gennaio 2012. Magariaf è di Bengasi, e ha trascorso 30 anni negli Stati Uniti, venendo allevato per il momento in cui la NATO avrebbe distrutto la Libia. Il 9 agosto 2012, la NATO lo installava a capo della Libia dopo una “elezione“. Magariaf è alleato dei Fratelli Musulmani, che sono allineati alla NATO. L’ammissione iniziale della verità sulla Resistenza Verde fu fatta la mattina dopo l’attacco. In poche ore, tuttavia, tutti gli alti funzionari libici, che agiscono agli ordini della NATO, cambiarono avviso in sintonia, chiamando semplicemente gli aggressori “estremisti stranieri“. Magariaf, il presidente installato dalla NATO, era andato a Bengasi tre giorni dopo l’attacco, e aveva dichiarato che “è stata al-Qaida.” (10)
Un burocrate che non avrebbe accolto l’avviso della NATO è stato il primo ministro Abdurrahim al-Keib, che continuava a insistere che era opera dei fedelissimi di Gheddafi. Pertanto, la NATO lo ha fatto dimettere da primo ministro della Libia, e l’ha sostituito con Mustafa Abushagur Mittal, il giorno dopo l’incidente di Bengasi. Abushagur ha passato la maggior parte della sua vita negli Stati Uniti, ed è sempre stato un nemico di Gheddafi. Come tanti altri burocrati installati dagli USA, era ritornato a Bengasi nel maggio 2011, durante l’insurrezione istigata dalla NATO. Alcune agenzie di stampa alternative riconoscono la verità sulla Resistenza Verde; per esempio, l’Inter Press News Service, che è un’agenzia no-profit. L’IPS ha parlato con i lealisti dell’esercito di Gheddafi, che avevano promesso che avrebbero intensificato la loro lotta. Fonti governative affermano alternativamente che gli autori sono i lealisti di Gheddafi o sono islamisti. Ulteriore confusione nasce da un giro di vite del governo sulla diffusione delle informazioni sui media locali, e dalle forze di sicurezza libiche che impediscono ai giornalisti stranieri di seguire direttamente gli  attacchi o di scattare foto. (11) Il giro di vite dei burocrati libici sui media è comprensibile, dal momento che vogliono ostacolare la solidarietà alla Resistenza Verde.

Negazione massiccia
Riguardo l’incidente di Bengasi, la negazione massiccia comincia sui fatti di base. Per esempio, la maggior parte delle persone riferisce di un “consolato degli Stati Uniti“, quando in realtà il sito statunitense di Bengasi non era un’ambasciata o un consolato, e neanche un “compound”. Era un insieme di ville (con un solo cancello comune) di proprietà privata, di Mohammad al-Bishari, che ha affittato le ville al personale del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti. (12) Collettivamente le ville erano ciò che il Dipartimento di Stato chiama “impianto intermedio“. Aveva un livello di sicurezza conosciuto come “semplice serratura e chiave,” il che significa che non ha aveva vetri antiproiettili, porte blindate, marines o altre caratteristiche comuni ad ambasciate e consolati. (In Messico, ad esempio, Washington ha un’ambasciata e 22 consolati; gli Stati Uniti in Libia avevano solo un’ambasciata a Tripoli e poi, dopo la micidiale campagna di bombardamento della NATO, hanno utilizzato le ville a Bengasi.) I media corporativi hanno falsamente usato il termine “consolato americano” per far credere che “i terroristi hanno attaccato questa zona di sovranità degli Stati Uniti.” Giustificando la “guerra al terrore“, oltre la distruzione della Libia. Inoltre, il regime  di  Obama  chiama il gruppo di ville private “compound”, in modo da far sembrare che gli (inesistenti) “manifestanti” avessero sfacciatamente preso d’assalto una fortezza simile al massiccio complesso dell’ambasciata USA di Baghdad.

Non c’erano manifestanti a Bengasi
La Casa Bianca ha affermato che dei manifestanti contrari al video anti-musulmano, avrebbero “spontaneamente” attaccato il cosiddetto “consolato.” In realtà non c’erano manifestanti a Bengasi, al momento dell’attacco. Quando Fox News ha intervistato su ciò i funzionari statunitensi, hanno ammesso la verità. (13)  Tuttavia, l’amministrazione Obama ha continuato a insistere sul fatto che “i manifestanti lo hanno fatto.” Questo non solo nasconde la Resistenza Verde, ma fa credere che tutti i musulmani siano irrazionali e sanguinari, giustificando così l’aggressione imperialista (cioè la “guerra al terrore“). L’assenza di manifestanti è stata confermata da uno degli otto libici a guardia del gruppo di ville private usate dall’ambasciatore Stevens e dal suo staff. Il testimone oculare, un 27enne, è in cura in un ospedale per le ferite da schegge in una gamba, e due ferite di proiettile all’altra. Ha chiesto l’anonimato, e che neanche venisse indicato l’ospedale, per paura che i “militanti” (cioè, la Resistenza Verde) lo rintracci e l’uccida. Delle otto guardie di sicurezza libiche, il testimone oculare e altri quattro erano stati assunti da una ditta inglese. Gli altri tre erano membri della Brigata 17 febbraio, un gruppo di terroristi pro-NATO formatosi all’inizio della campagna della NATO per distruggere Gheddafi e la società libica. In un’intervista con servizio di news McClatchy, del 13 settembre 2012, il testimone oculare ha detto che non c’era nessun manifestante.
Gli americani se ne sarebbero andati se ci fossero stati dei manifestanti, ma non c’era una sola formica. La zona era completamente tranquilla fino alle 21:35, quando 125 uomini armati con mitragliatrici, granate, RPG e armi antiaeree hanno attaccato. Hanno lanciato granate nelle case, ferendomi. Hanno poi fatto irruzione attraverso il cancello principale della struttura, passando di casa in casa.” La cosa non sembra una “protesta spontanea” contro un B-movie blasfemo apparso improvvisamente su internet, come la Casa Bianca e altri sostengono; invece, si trattava nettamente  di un attacco militare, eseguito dopo esser stato pianificato meticolosamente con largo anticipo. Il testimone oculare è riuscito a fuggire, raccontando agli aggressori che era solo un giardiniere del complesso. Il suo racconto è coerente con quello di Mohammad al-Bishari, proprietario delle ville che aveva affittato al governo degli Stati Uniti. Bishari ha dato un suo resoconto il 12 settembre, il giorno dopo l’attacco. (12)  L’ambasciatore Stevens fu sopraffatto da una “grave asfissia” (inalazione di fumo), ma era ancora vivo dopo l’attacco. Libici filo-USA di Bengasi lo portarono al Bengasi Medical Center, dove morì più tardi, nella notte. (14)

La Resistenza cresce
La NATO ha distrutto la Libia e ridotto il popolo alla povertà e alla violenza. Nel caos post-distruzione, ci sono faide familiari e rivalità inter-milizie. Ci sono annose controversie sul terreno, il lungo attrito tra arabi e berberi. Tuttavia, gli attacchi della resistenza si concentrano contro obiettivi della NATO, e l’eliminazione da parte della Resistenza libica di coloro che hanno tradito Gheddafi e si sono schierati con la NATO. I seguenti sono solo alcuni “dati”.
Il 18 marzo 2012, nel quartiere di Abu Salim di Tripoli (roccaforte pro-Gheddafi) membri locali della Resistenza Verde hanno avuto uno scontro a fuoco con una milizia di Zintan filo-NATO guidata da Mohammed al-Rebay. (Zintan è una provincia tra le montagne occidentali della Libia.) La Resistenza è riuscita a uccidere uno dei terroristi Zintan, che avevano trasformato una scuola di Tripoli nella loro base. (15)
Nell’aprile 2012, la Resistenza ha fatto esplodere una bomba vicino a un convoglio con a bordo Ian Martin, rappresentante speciale per la Libia del Segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon. (16)
Il 29 aprile 2012, il corpo senza vita di Shukri Ghanem, il ministro di Gheddafi per il  petrolio, viene  trovato galleggiante nel Danubio. Nel maggio 2011, Ghanem aveva aderito alla NATO, e se ne era andato a Londra, per poi risiedere a Vienna. (17)
Il 2 maggio 2012, la Resistenza Verde ha rivendicato l’assassinio del generale Albarrani Shkal, l’ex governatore militare di Tripoli che aveva congedato i 38000 uomini della sua guardia e aperto le porte di Tripoli alle truppe straniere, durante l’Operazione Mermaid Dawn, provocando il saccheggio di Tripoli iniziato il 20 agosto 2011. (Soprannome di Tripoli è “La Sirenetta“.) (18)
Il 15 maggio 2012, Khaled Abu Salah, un candidato per l’Assemblea costituente controllata dalla NATO, è stato assassinato vicino alla città dell’oasi di Ubari, nel sud-ovest della Libia. (19)
Il 22 maggio 2012, una granata colpiva la sede del Comitato internazionale della Croce Rossa a Bengasi, causando danni strutturali ai locali. La CICR ha sede a Ginevra, e le sue sedi estere sono spesso utilizzate come copertura dalle agenzie di intelligence occidentali, come l’MI6 o la CIA.
Il 26 maggio 2012, Mukhtar Fernana, capo del Consiglio militare della regione occidentale, scampava a un tentativo di assassinio.
Il 5 giugno 2012, una bomba veniva fatta esplodere dalla resistenza di fronte ad un edificio di Tripoli usato dagli USA, danneggiandone le porte.
L’11 giugno 2012, nel quartiere di Bengasi al-Rabha, la Resistenza lanciava un RPG contro un convoglio che trasportava l’ambasciatore britannico Dominic Asquith, ferendo due delle sue guardie del corpo. (20)
Nel luglio 2011, Abdel-Fattah Younis, ufficiale di Gheddafi divenuto comandante dei “ribelli”, veniva assassinato. Il 22 giugno 2012, veniva assassinato a Bengasi il giudice istruttore che indagava sulla morte di Younis.
Il 28 luglio 2012, Suleiman Buzraidah veniva ucciso in un sparatoria, mentre andava verso la moschea Bengasi. Buzraidah era stato un ufficiale dell’intelligence militare di Gheddafi, che tradì allo scopo di unirsi ai terroristi della NATO. (21)
Il 29 luglio 2012, Khalifa Belqasim Haftar a stento sopravvisse a un attentato. Era uno dei comandanti dell’esercito di Gheddafi che tradì nel 1988, e che ha vissuto per 23 anni sotto la protezione del governo degli Stati Uniti, vicino al quartier generale della CIA in Virginia. Tornò in Libia durante l’insurrezione della NATO, con la speranza che con la morte di Gheddafi, sarebbe stato nominato comandante in capo delle forze armate libiche (controllate dalla NATO). Tuttavia, si è dovuto accontentare del terzo posto, nella gerarchia, e aveva il grado di tenente-generale prima che la Resistenza lo raggiungesse.
In particolare, il mese scorso sono state le quattro settimane più attive dell’anno per la Resistenza. Edifici di sicurezza e hotel a Bengasi sono stati colpiti da attentati. Ambasciate straniere e personale diplomatico sono stati presi di mira. Il personale dell’ambasciata statunitense a Tripoli è sfuggito a un tentato furto d’auto.
Il 10 agosto 2012, otto membri della Resistenza fuggivano dal carcere di Tripoli al-Fornaj, grazie a un efficace attacco coordinato. Uomini armati in pick-up all’esterno del carcere avevano eliminato le guardie di sicurezza, mentre i prigionieri all’interno del carcere, appiccavano il fuoco e riuscivano a sopraffare un certo numero di guardie. Questo è stato il terzo attacco della Resistenza al carcere, dopo l’uccisione di Gheddafi. (22)
Il 18 agosto 2012, la Resistenza Verde faceva esplodere un’autobomba presso Hotel Four Seasons sulla Omar al-Mukhtar Street a Tripoli. L’obiettivo era un veicolo usato dai funzionari della sicurezza di Bengasi (installati dalla NATO) che erano nell’albergo. (22) In seguito, i burocrati installati dalla NATO inviarono dei soldati armati fino ai denti per evitare di essere fotografati, e impedire ai giornalisti di entrare nella zona, in modo che della Resistenza Verde non si sapesse nulla. Un funzionario del ministero degli interni libico aveva rifiutato di commentare. (22) Il giorno seguente, la Resistenza fece esplodere diverse bombe a Tripoli. Una bomba esplose presso gli uffici amministrativi del Ministero degli Interni (controllato dalla NATO). Due bombe esplosero alcuni minuti più tardi, perché nei pressi della sede vi era l’accademia di polizia femminile, che la NATO oggi usa per le detenzioni e gli interrogatori. (Le due bombe hanno ucciso due passanti.)
Il giorno dopo a Bengasi (20 agosto 2012), i membri della Resistenza gettavano una bomba nell’auto di Abdel Hamid Refaii, il primo segretario dell’ambasciata egiziana. Questo davanti alla casa di Refaii. Tuttavia, l’attentato era fallito. Il giorno dopo, l’allora primo ministro libico Abdurrahim al-Keib condannava la Resistenza verde in un discorso televisivo, dicendo: “Disperati e malvagi sostenitori del regime precedente, stanno cercando di creare tensioni, di ricacciare la Libia nelle violenze e di sabotare il processo politico del Paese.” (23) Il capo della sicurezza di Tripoli, colonnello Mahmoud Sherif disse che i lealisti di Gheddafi erano responsabili dell’ondata di attentati. Ordinò l’arresto di 32 sospetti membri della Resistenza, per  interrogarli. (24) Infatti, la polizia di Tripoli (che ora lavora per la NATO) passa il tempo costantemente a disinnescare le bombe piazzate dalla Resistenza. (25) Dopo il bombardamento da parte della Resistenza dell’ex accademia di polizia femminile, i burattini della NATO inviarono i soldati in una fattoria, dove si erano rifugiati dei membri della Resistenza. Molti dei fedelissimi di Gheddafi furono uccisi. Uno dei membri sopravvissuti è stato accusato di aver creato cellule dormienti in Libia e di aver attraversato il confine con la Tunisia, da dove alcuni compagni contrabbandano armi in Libia per la Resistenza. (26)
Il 23 agosto 2012, Abdelmenom al-Hur, portavoce ufficiale del Comitato Supremo per la sicurezza, installato dalla NATO, tenne una conferenza stampa in cui aveva ammesso che i lealisti di Gheddafi erano penetrati in molte unità di sicurezza. Ha detto che una caserma piena di armi pesanti era sotto il controllo di una cellula pro-Gheddafi, che chiamava Brigata Awfia. (I membri del gruppo si fanno chiamare “Brigata martire Gheddafi.”) La stessa brigata della Resistenza aveva brevemente occupato l’aeroporto internazionale di Tripoli, nel giugno 2012. Dopo l’attacco che ha ucciso l’ambasciatore Stevens, l’11 settembre 2012, la Resistenza è riuscita a far chiudere l’aeroporto di Bengasi Benina, che l’esercito statunitense usa come base per i droni. (27) Con la Resistenza che sparava ai droni statunitensi, l’aeroporto era diventato pericoloso. Un volo Turkish Afriqiyah Airlines con 121 persone a bordo, era stato costretto a rientrare a Istanbul. (28)

Conclusioni
Quanto sopra è solo un elenco parziale delle attività della Resistenza durante lo scorso anno, che è drasticamente aumentata negli ultimi tre mesi, raggiungendo un crescendo ad agosto, portando alla morte dell’ambasciatore statunitense Christopher Stevens la scorsa settimana. Le potenze della NATO avevano spostato la loro attenzione sulla distruzione della Siria, e continuato i loro preparativi per distruggere l’Iran, lasciando i loro burocrati di Tripoli ad affrontare la Resistenza Verde in Libia. Ora però le potenze della NATO si rendono conto che la Libia è tutt’altro che sottomessa, e dovranno affrontare seriamente il compito di schiacciare la resistenza, prima che raggiunga una massa critica. Marines, droni, navi da guerra sono stati inviati per annullare i fedelissimi di Gheddafi, ma come trovarli? Anche l’FBI ha declinato l’idea di “indagare” sull’ultimo attacco a Bengasi, rendendosi conto che sarebbe stato inutile.
La Libia rappresenta per Washington un altro incubo afgano, e forse peggiore. Se i droni USA iniziano a uccidere libici, e i militari degli Stati Uniti arrestano decine di migliaia di sospetti lealisti, allora la Resistenza diventerà più forte.  Dei 5,6 milioni di libici, solo uno su 10 (vale a dire, la popolazione della città di Bengasi), è soddisfatto della schiavitù della NATO e della distruzione del proprio paese. Nel frattempo, le potenze della NATO non vogliono che il pubblico occidentale sappia nulla di questa verità scomoda. Vogliono che pensi che tutti i libici siano felici della “liberazione” della NATO tramite i suoi fantocci terroristi islamisti. Circa 50.000 libici hanno perso la vita vita a causa dei bombardamenti e dell’invasione della NATO nel 2011. E per che cosa? Solo per vedere crescere la resistenza, illustrando al mondo che i libici hanno visto  il loro paese saccheggiato dalla NATO con una criminale guerra di aggressione.
Quanto più la forza della Resistenza Verde libica crescerà sfidando il regime imposto dalla NATO, più chiaro diventerà che i governi e i media occidentali hanno mentito, con il pretesto della loro “responsabilità di proteggere (R2P)” diritti umani e democrazia. Ricordiamo che questi furono i pretesti invocati dalle potenze della NATO per giustificare la creazione di No-Fly Zone sulla Libia, nel marzo 2011. (Gli stessi pretesti nuovamente ribaditi riguardo la Siria.) Come la crescente resistenza illustra, le potenze occidentali non hanno “liberato” la Libia, un paese sovrano che hanno invaso e massacrato per l’esecuzione della loro vera agenda criminale per il cambio di regime e il furto delle risorse petrolifere. Ora il popolo della Libia resiste alla conquista criminale. E tale schiacciante verità deve essere cancellata a tutti i costi. Prima dell’incidente di Bengasi, i media avevano di tanto in tanto menzionato i lealisti di Gheddafi. Dopo l’incidente, ogni menzione è cessata improvvisamente. I media dicono che degli “estremisti” hanno attaccato il sito statunitense di Bengasi. Oppure “al-Qaida” o gli “islamisti”, “terroristi” o “manifestanti”, chiunque, ma non la Resistenza. Non è vero. La Resistenza Verde vive ed è solo all’inizio.

Mark Robertson è un analista politico che vive a Città del Messico 
Finian Cunningham è un giornalista freelance che lavora in Africa orientale

Note:
(3) (5) (7) (8) (9) (11) (15) (18) (20) (21) (22) (24) (25) (26)

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

About these ads

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 367 follower

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: