La dimensione continentale delle elezioni in Venezuela

André Maltais, Mondialisation, 28 settembre 2012

Le elezioni presidenziali del 7 ottobre in Venezuela sono, come raramente accade per una elezione, di una terribile importanza. Non solo, dice il fondatore del canale Telesur Aram Aharonian, i venezuelani si chiedono se il processo bolivariano continuerà, ma sia i latinoamericani che i centri di potere statunitensi sanno che da questo processo dipende, in buona misura, il futuro dell’integrazione dell’America Latina e dei Caraibi. Per il sindacalista venezuelano residente in Argentina, Modesto Emilio Guerrero, “una sconfitta del movimento del presidente Chavez causerebbe dei mutamenti politici nelle Americhe, poiché vi sono concentrate, in Venezuela, tante importanti conquiste politiche dell’ultimo decennio Latinamericano.” Migus Romain, un giornalista francese che soggiorna in Venezuela, ritiene che tale risultato riporterebbe il continente latino-americano “nell’abisso sociale degli anni ’90.”
La sconfitta di Chavez è improbabile, comunque. Dei 124 sondaggi condotti finora in Venezuela, sia dal governo che da privati, 122 prevedono che l’attuale presidente vincerà con un margine compreso tra 8 e 22 punti percentuali sul suo avversario diretto, il governatore dello stato di Miranda, Henrique Capriles Radonski. Ma il piano B dell’opposizione preoccupa seriamente. Il 25 agosto, pochi giorni dopo una dichiarazione della società di sondaggi Datanalisis, secondo cui solo un evento eccezionale, come un disastro, potrebbe impedire l’elezione di Chavez, un violento incendio uccideva 41 persone nella raffineria di Amuay, una delle più importanti paese. Datanalisis è stata fondata da Luis Vicente Leon, uno degli organizzatori del fallito colpo di stato dell’aprile 2002 contro il presidente Chavez. In precedenza, dopo lo straripamento del fiume, l’importante ponte di Cupira che collega la capitale all’est, era misteriosamente crollato. Questi due “eventi eccezionali“, come la presunta strage di indigeni amazzonici, sono attualmente sotto inchiesta. Cercando di accusare il governo per questi eventi, la destra e i media commerciali sperano di ridurre il divario tra i candidati e, quindi, giustificare una presunta frode elettorale, che annunciano da diverse settimane conducendo una furiosa campagna contro l’affidabilità del sistema venezuelano elettorale e contro la Commissione elettorale nazionale (CNE), accusata di essere il “braccio elettorale del chavismo“.
In Cile, l’ex ministro della pianificazione del governo di Carlos Andrés Pérez e consigliere di Capriles Radonski, Ricardo Haussman, vantava che la sera del 7 ottobre l’opposizione comunicherà al mondo i risultati dell’elezione, possibilmente prima della stessa CNE! Radonski, ricorda Modesto Emilio Guerrero, proviene da ‘Giustizia In primo luogo’, un movimento che ha partecipato attivamente al colpo di stato dell’aprile 2002. Il candidato dell’opposizione aveva  assaltato l’ambasciata di Cuba a Caracas, scavalcando il muro, danneggiando i veicoli, tagliando acqua, elettricità e cibo ai residenti. La consigliera statunitense Eva Golinder, ritiene che i milioni di dollari inviati in dieci anni dalle agenzie degli Stati Uniti ai gruppi anti-Chavez potrebbero ‘erodere’ Chavez, e ciò non più tardi delle elezioni provinciali e comunali dell’aprile 2013. Nel frattempo, ha detto, un clima propizio agli scontri post-elettorali per le strade, potrebbe far perdere a Chavez più della metà delle province e oltre il 60% dei comuni. Sarebbe allora possibile, aggiunge Guerrero, costruire una corrente reazionaria istituzionale “rispettosa della democrazia“, come quella che abbiamo visto all’opera in Paraguay, e che sembra essere un modello per ciò che è previsto per il Venezuela.
Il tempo sta per scadere per gli Stati Uniti. Nel suo rapporto del maggio 2012, la Bank of America analizza le conseguenze a lungo termine delle elezioni che si terranno nel paese, da dove arriva il 27% del petrolio che muove l’economia degli Stati Uniti, e raccomanda di risolvere “il caso del signor Chavez”. Secondo la Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi (CEPAL), la somma delle attività economiche in Asia Pacifico e America Latina rappresenta oggi il 60% della crescita economica globale. Per far fronte alla crisi nel proprio paese, il presidente Obama ha ridotto le importazioni di petrolio degli Stati Uniti da 9,3 a 8,9 milioni di barili al giorno. Quindi, avverte Victor Flores Alvarez sul portale Internet America Latina en movimiento, se sfruttate al ritmo attuale dall’amministrazione Obama, le riserve statunitensi non dovrebbero durare più di undici anni. Nel frattempo, il Venezuela non solo è pieno di oro nero, ma il suo governo con le sue principali entità commerciali, economiche, militari, culturali e diplomatiche dipendenti o associate, per dieci anni ha strutturato la “nuova America Latina“, allontanandosi da Washington. La recente adesione del Venezuela al Mercosur non può far piacere per nulla agli Stati Uniti, poiché con questa unione, le due entità che preoccupano la Casa Bianca si rafforzano a vicenda.
Il Venezuela, ha detto Isabel Delgado, membro della Commissione presidenziale per il Mercosur, porta al blocco commerciale “una forte e strutturata dimensione energetica, la cui assenza è fondamentale per l’attuale crisi dell’Unione europea.” Con il Venezuela, il Mercosur ospiterà il 70% della popolazione del Sud America e il suo PIL coprirà l’83,2% di quello del sub-continente. Il suo territorio occupa la maggior parte della costa atlantica e si proietta sul mare dei Caraibi. E’ anche evidente che il blocco regionale rafforza il Venezuela, un paese fino ad allora vulnerabile alla scarsità di cibo, dandogli l’accesso a uno dei più grandi mercati alimentari del mondo. Cosa più importante, il blocco spezza l’isolamento in cui gli Stati Uniti cercano di confinare Caracas e la protegge contro possibili blocchi economici. Con il Mercosur e l’ALBA, il Venezuela è posizionato più che mai nella dimensione storica orientata all’integrazione Bolivariana dell’America Latina, e non c’è dubbio che con esso, i paesi del Mercosur si rivolgeranno maggiormente verso i BRICS emergenti, come Cina, India e Russia. Il premier cinese Wen Jiabao lo ha capito, e solo tre giorni dopo che il Mercosur ha sospeso il Paraguay, (uno dei pochi paesi al mondo che non intrattengono relazioni diplomatiche con la Cina), proponeva una vasta alleanza strategica tra il suo paese e il blocco commerciale del Sud America. L’offerta cinese è allettante, dice Victor Flores Alvarez.
Il CEPAL stima che nel 2030 i due terzi della classe media globale vivranno nella regione Asia-Pacifico, contro il 20% in Nord America e in Europa insieme. La classe media asiatica sarà un mercato chiave per prodotti alimentari, beni di lusso, turismo di qualità, servizi medici e prodotti di consumo. All’America Latina viene offerta l’opportunità non solo di prolungare il ciclo commerciale favorevole con l’Asia, che mantiene dal 2003, ma anche di diversificare le proprie esportazioni e aumentarne il valore aggiunto. Flores Alvarez ha aggiunto che l’offerta cinese permette all’America Latina anche di contemplare una alleanza anti-invasione e anti-aggressione con una grande potenza che equilibra il pianeta. Pertanto, conclude Eva Golinder, “gli insaziabili che vogliono il potere nel paese che detiene le maggiori riserve di petrolio del mondo, non tollereranno un fallimento. Il paese è in pericolo e deve prevalere“.

Copyright © 2012 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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