Destabilizzazione dalla Turchia all’Iraq

DeDefensa, Bloc-Notes 10/09/2012

La Turchia continua a sprofondare nel caos generato dalla sua politica verso la Siria, aggravatosi nei giorni scorsi dagli scontri a fuoco tra la Siria e la Turchia. I turchi alternano dichiarazioni incendiarie e tranquillizzanti su questi episodi, che sembrano piuttosto una serie di circostanze, accompagnate da provocazioni, ma soprattutto illustrano la situazione di stallo completo che caratterizza la posizione turca: tenere un’intransigente politica anti-Assad, continuando ad apparire  aggressivi negli scontri di confine, e al tempo stesso allarmati per le possibilità della trasformazione di questi incidenti di frontiera in un conflitto generalizzato, dove la Turchia si troverebbe in una posizione pericolosa. D’altra parte, non è escluso che la Siria possa vedere vantaggiosi, in termini di tattica militare e soprattutto da un punto di vista politico, il perseguimento di questi incidenti di confine. L’attuale dinamica mette la Turchia sotto tensione, con la possibilità di una serie di eventi concatenati che porterebbero ad un intervento, mentre i turchi realizzano sempre più che sarebbe catastrofico, per loro, sprofondare nel conflitto siriano. (Ciò che comprende AP, in questa forma, con un presupposto ovviamente sfavorevole per la Siria: “I persistenti bombardamenti siriani suggeriscono che gli scontri transfrontalieri degli ultimi giorni non sono casuali. La Turchia, insieme agli altri alleati stranieri dell’opposizione siriana, è riluttante ad intervenire militarmente in Siria e la strategia militare di Damasco è, in parte, affidata all’improbabilità di un intervento straniero…”)
Le dichiarazioni del presidente Gul sono significative in tal senso (ad Ankara, sempre presso l’Associated Press, 8 ottobre 2012). Gul ha paura dello “scenario peggior”, che implicherebbe la trasformazione delle agitazioni in Siria in una guerra regionale in cui sarebbe coinvolta la Turchia, senza che la “comunità internazionale” (gli alleati del BAO, Stati Uniti in testa, o piuttosto alla coda), trovi necessario esservi coinvolta direttamente. “Il presidente turco Gul ha descritto la guerra civile in Siria e il suo impatto regionale come la ‘peggiore delle ipotesi che noi tutti temiamo, mettendo ciò assieme alla sofferenza del popolo siriano’, di cui a volte veniamo anche colpiti.” Parlando con i giornalisti ad Ankara, Gul anche detto che a tale situazione in Siria non dev’essere permesso di persistere. “Prima o poi ci sarà un cambiamento, una transizione“, ha detto. “La nostra unica speranza è che ciò avvenga prima che altro sangue sia versato, e prima che la Siria si autodistrugga più di quanto non lo sia già. E’ inoltre fondamentale che la comunità internazionale agisca in modo più efficace“.”
Questo imbarazzo siriano della Turchia, spinge ad osservare come l’ambiente di questo paese si sia  destabilizzato e sia estremamente pericoloso, se prosegue la tendenza che si è già vista. In altre parole, la famosa politica del ministro degli esteri Davutoglu dei “zero problemi” con i vicini della Turchia, si è trasformata nella politica di “zero amici” tra i vicini della Turchia, per via della crisi siriana e delle sue conseguenze. (Cfr. in particolare “La Turchia miete un amaro raccolto per la sua politica in Siria“, Mohammad Noureddin, as-Safir, 5 ottobre 2012, e “La politica estera della Turchia prende una svolta pericolosa“, Ayhan Simsek, Deutsche Welle, 7 ottobre 2012.) Questo è vero soprattutto con l’Iraq, che continua ad assumere un atteggiamento sempre più ostile verso la Turchia, causato soprattutto dalle ripetute violazioni dello spazio aereo iracheno da parte degli aerei da guerra turchi che attaccano le posizioni del PKK nel Kurdistan dell’Iraq. Oramai gli iracheni prendono in considerazione la possibilità di un accordo di sicurezza militare con l’Iran, se la Turchia non cessa i suoi raid contro i curdi iracheni, e/o se gli Stati Uniti non fermano i turchi. Questo cambiamento dell’Iraq, quindi, mette direttamente in causa anche i rapporti tra l’Iraq e gli Stati Uniti…
Il 4 ottobre 2012 , Nidal al-Laythi e Karim Abd Zayer hanno sviluppato sul quotidiano iracheno Azzaman un’analisi su questo caso, soprattutto sulla proposta iraniana per un accordo di sicurezza. “Fonti vicine al primo ministro Nouri al-Maliki hanno rivelato ieri [ottobre 3], che Maliki ha chiesto al ministro della difesa iraniano Ahmad Vahidi, che ha incontrato ieri a Baghdad, altro  tempo per rispondere all’offerta dell’Iran di concludere un accordo militare e di sicurezza con l’Iraq. Maliki vuole aspettare che la presa di posizione degli Stati Uniti sulle violazioni da parte dei velivoli turchi, si chiarisca. [...] Izzat al-Shabandar, deputato della Coalizione per lo Stato di Diritto e stretto collaboratore di Maliki, ha detto ad Azzaman che il governo iracheno si aspetta che il governo degli Stati Uniti usi la sua influenza sulla Turchia per fermare la violazione della sovranità irachena, in conformità con l’accordo di sicurezza concluso tra i due paesi [...] Shabandar ha aggiunto: “Ci aspettiamo che Washington usi la sua influenza per impedire alla Turchia di violare lo spazio aereo iracheno, e vogliamo vedere la credibilità degli Stati Uniti e fin dove si impegneranno nell’accordo di sicurezza con l’Iraq“. Shabandar ha continuato: “Francamente l’Iran non è la nostra prima scelta, e speriamo che gli statunitensi e gli europei non costringano l’Iraq“. Vahidi è stato il ministro della difesa iraniano a visitare l’Iraq, ma Shabandar ha detto che la visita è stata programmata e non era collegata alla richiesta degli Stati Uniti all’Iraq di impedire che gli aerei iraniani riforniscano la Siria attraversando lo spazio aereo iracheno; aggiungendo, però, che la questione era nell’agenda del ministro iraniano.
Shabandar, che è vicino a Maliki, ha detto che la richiesta iraniana non sarà ascoltata dall’Iraq, in linea con l’accordo di sicurezza firmato con gli Stati Uniti. Ha criticato la posizione di attesa degli Stati Uniti per quanto riguarda gli attacchi aerei turchi sui villaggi nell’Iraq settentrionale. Ha poi aggiunto: “Abbiamo diverse opzioni e la nostra posizione è indipendente”, affermando che l’Iraq è pronto a prendere nuove decisioni, con l’aiuto dell’Iran. Shabandar ha rivelato che la visita di Maliki a Mosca riflette questa posizione della porta aperta, ed è anch’esso un messaggio agli Stati Uniti. Vediamo come ipotesi e approcci, nell’Iraq di oggi, siano costantemente considerati secondo le mutevoli alleanze, anche con la Russia. Indipendentemente dai propositi raccolti dal parlamentare (Shabandar), che si trova vicino a Maliki, e le cui dichiarazioni devono essere misurate alle reazioni degli Stati Uniti, gli autori di questo articolo dicono in modo molto di più categorico che un accordo tra Iraq e Iran, come proposto dal ministro iraniano Vahidi, di tipo militare e di sicurezza, comporta effettivamente la liquidazione dell’”accordo strategico” tra Stati Uniti e Iraq (“secondo gli osservatori, l’accordo strategico USA-Iraq decadrebbe in caso di un qualsiasi patto militare e di sicurezza [raggiunto da Baghdad] con l’Iran“). Lo stesso orientamento, complementare al resto, riguarda le 16 basi turche nel nord dell’Iraq, che erano state concesse da Saddam Hussein alla Turchia per la sua lotta contro il PKK, poi rinnovate da Maliki. Lo status di queste basi è ora all’esame del parlamento iracheno, al fine di decidere sulla loro eventuale rimozione. (Vedasi Azzaman dell’8 ottobre 2012)
Si può ancora constatare che ci si trova in una prospettiva strategica assai più ampia, a partire dagli eventi della politica siriana della Turchia, che hanno suscitato il raggruppamento dell’opposizione e della resistenza curda, in particolare nella parte curda della Iraq, che ha accolto gli elementi del PKK curdo, innescando a sua volta le incursioni turche in Iraq e le reazioni irachene osservate e, infine, l’iniziativa iraniana che mette in causa l”accordo strategico’ tra Stati Uniti e Iraq. La sequenza è impressionante, in quanto mostra l’ampliamento di prospettive e implicazioni politiche sempre più gravi. La capacità degli Stati Uniti di contenere tali sviluppi, compresi quelli dell’Iraq verso l’Iran, sembra assai scarsa per via dell’ampiezza della paralisi della capacità di azione degli Stati Uniti e, soprattutto, delle debolezze psicologiche e burocratiche nell’attuazione di queste  stesse strategie nebulose e contraddittorie, quando riescono ad essere espresse. Gli Stati Uniti d’America, che hanno incoraggiato la Turchia ad essere aggressiva contro la Siria, che non sono in grado di supportarla in modo efficace sul terreno, compensano tale impotenza dando un assegno in bianco alle azioni offensive anti-curde della Turchia sul territorio iracheno, provocando per reazione l’iniziativa irachena e iraniana… E’ sempre più si forma il circolo vizioso, in cui il perdente principale è ovviamente l’incosciente ‘organizzatore’ del disordine, vale a dire gli USA che agiscono in nome del sistema, e nello stesso modo brutale e arbitrario fin dall’11 settembre 2001 e dalle “risposte” in Afghanistan e in Iraq.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

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