Russia-Iraq: armamenti e accelerazione della storia

DeDefensa 12 ottobre 2012

Sei o nove mesi fa, era di moda nella stampa del sistema, sollazzarsi delle disavventure di una Russia isolata, esclusa da tutto il mondo in quanto poco frequentabile e priva del tutto delle carte per accedere al club BAO, avendo deciso di sostenere disperatamente il barbaro regime siriano, e anche condannata per il disperato tentativo di mantenere il suo ultimo e unico alleato in Medio Oriente. Oggi, si riconosce che la Russia, con una ragionevole prospettiva di poter avere una grande influenza, e sul serio in questo caso, supporta il triangolo Iran-Iraq-Siria, cui non sarebbe impossibile vedervi avvicinarsi l’Egitto, che Lavrov visiterà a novembre.
La crisi siriana ha cambiato tutto, o svelato tutto, come sempre, grazie alla notevole goffaggine del blocco BAO, la cui politica sta puntando verso l’entropia. Sembra che la posizione della Russia stia riacquistando la stessa forza che aveva l’URSS, almeno negli anni ’70, ma in una situazione generale completamente diversa, molto più favorevole alla Federazione russa. Gli sviluppi più interessanti riguardano l’opportunità dell’evoluzione dei rapporti tra la Russia e l’Iraq, data la visita del primo ministro iracheno Maliki a Mosca. Vi è un notevole apprezzamento, nel lungo articolo di MK Bhadrakumar su Atimes.com dell’11 ottobre 2012.
L’evoluzione della Russia nel Medio Oriente è trattata in generale, con lunghi passaggi dedicati alle relazioni tra la Russia e l’Iraq, e in particolare con un passaggio sulla questione dell’accordo per la fornitura di armi, per più di 4 miliardi di dollari, concluso nel corso della visita. Questo aspetto è in relazione con le consegne di armi dagli Stati Uniti all’Iraq, e alla concorrenza che così si crea in questo momento, e al ruolo dell’Iraq in essa…
“Mosca ha annunciato che il primo ministro iracheno Nouri al-Maliki era in visita in città, e che i due paesi hanno firmato contratti per un valore “di oltre” 4,2 miliardi di dollari, nell’accordo sugli armamenti, che comprende l’acquisto dell’Iraq di 30 elicotteri d’attacco Mi-28 e 42 sistemi missilistici antiaerei Pantsir-S1, che possono essere utilizzati per la difesa contro aerei d’attacco. La dichiarazione allegata russo-irachena, rilasciata a Mosca, ha rivelato che le discussioni per l’accordo si erano svolte negli ultimi cinque mesi, e che oltre all’accordo sulle armi, ulteriori colloqui sono in corso per l’acquisto di jet MiG-29, veicoli corazzati pesanti e altri armamenti. Un annuncio del Cremlino dichiarava che Maliki ha dovuto incontrare il Presidente Vladimir Putin per incentrare le future discussioni sulla cooperazione energetica tra la Russia e l’Iraq.
La sensazionale notizia ha agitato gli Stati Uniti. Notizie riferiscono che il telefono dell’ufficio di Maliki, a Baghdad, continuava a squillare, appena si era saputo che si sarebbe recato a Mosca e che avrebbe combinato qualcosa di grosso. Domande piovevano dal Dipartimento di Stato e dal Consiglio di Sicurezza Nazionale dagli Stati Uniti, che mettevano in guardia contro questo viaggio, in quel momento. Il punto è che Maliki rimane ancora un enigma per Washington. Senza dubbio è un amico degli Stati Uniti, ma forse è ancor più un amico dell’Iran. Ora, a quanto pare, si è appassionato anche della Russia, come lo era stato Saddam Hussein. Washington e Ankara l’hanno ripetutamente infastidito, l’hanno preso per scontato, arrivando financo a stracciare il suo futuro politico accordandosi con il Kurdistan settentrionale su lucrativi accordi petroliferi, e ignorando le proteste dell’Iraq, che affermava essere uno Stato sovrano con capitale Baghdad, e che tale paese ha una Costituzione, in base alla quale nessun paese straniero, deve avere rapporti diretti con le regioni dell’Iraq bypassando la capitale e il governo centrale.
Non solo le proteste di Maliki sono state ignorate, ma l’hanno rimproverato per aver contrastato il piano per un “cambio di regime” in Siria e per il robusto sostegno dato al presidente Bashar al-Assad. Ultimamente, hanno anche iniziato a punzecchiarlo per aver fornito strutture all’Iran, per poter inviare rifornimenti al regime assediato in Siria. Hanno superato le loro prerogative, poi, dando asilo a un capo sunnita iracheno, che è un latitante per la legge irachena. Attualmente stanno cercando di riunire i diversi gruppi sunniti in Iraq, con una mossa minacciosa che potrebbe portare alla balcanizzazione dell’Iraq. Il Kurdistan è una regione già indipendente de facto, grazie alle interferenze di Stati Uniti e Turchia. Il piano è indebolire ancor più l’Iraq, sponsorizzando la costituzione di un’entità sunnita nell’Iraq centrale, simile al Kurdistan nel nord, e confinare gli sciiti iracheni in una regione meridionale indebolita. La visita in Russia segnala che Maliki ne ha avuto abbastanza e che non accetterà più affronti alla sovranità irachena [...]
In effetti, molto dipende dalla compostezza con cui gli Stati Uniti sapranno adattarsi alle nuove realtà del Medio Oriente. Allo stato attuale, gli Stati Uniti sono riusciti a vendere 6 miliardi di dollari in armamenti all’Iraq. Si sono infatti posizionati comodamente. La reazione iniziale del Dipartimento di Stato USA trasudava fiducia. La portavoce Victoria Nuland ha detto che l’accordo russo non significa alcun ridimensionamento dei legami militari dell’Iraq con gli Stati Uniti, che sono ‘molto ampi e molto profondi’. Ha rivelato che l’Iraq ha in corso discussioni su almeno 467 contratti militari con l’estero, per un valore di più di 12 miliardi di dollari, ‘se tutti questi saranno conclusi.’ Nuland continuava: ‘abbiamo più di 12,3 miliardi di dollari in accordi militari con l’Iraq, quindi, non credo che avremo bisogno di preoccuparci per una relazione che è tutt’altro che forte’. Una punta di ansietà nelle parole della Nuland, non può essere ignorata. La verità è semplice, i ‘russi stanno arrivando’, e questa volta sono capitalisti e globalisti, conoscono il mercato iracheno, mentre il soldato iracheno ha familiarità con le armi russi. Durante l’era di Saddam, l’Iraq è stato un importante acquirente di armi russe, e si stima che Mosca abbia perso contratti del valore di circa 8 miliardi di dollari, a causa del ‘cambio di regime’ a Baghdad sponsorizzato dagli USA nel 2003…”
Oltre al mercato delle armi russe in Iraq, c’è in realtà il mercato di quelle statunitensi. Le informazioni fornite dalla Nuland (di cui la citazione) sono corpose e sembrano irresistibili. Tuttavia, un avvertimento è necessario, in quanto esiste intorno al mercato una certa sfocatura. Emblematica di questa situazione è l’ordine per 36 F-16, ordine particolarmente importante, naturalmente, ma effettivamente immerso nel buio. Un’altra fonte (il quotidiano saudita al-Hayat del 9 ottobre 2012) sviluppava il tema delle armi, prima che i risultati della visita di Maliki a Mosca venissero annunciati. C’è innanzitutto la questione dell’accordo russo-iracheno, con dettagli interessanti circa le circostanze della visita di Maliki, preceduta da quella del ministro della difesa iracheno Dulaimi a luglio, per negoziare questo accordo. Veniamo a sapere che Dulaimi ha prolungato per due volte la sua visita a Mosca, e l’accordo, nel frattempo, era passato da poco più di 1 miliardo a oltre 4 miliardi di dollari, il che la dice lunga circa l’atmosfera delle trattative… “È interessante notare che mentre era in Russia, il ministro della Difesa Dulaimi ha per due volte contattato il Primo Ministro Maliki, per chiedergli il consenso a prolungare il viaggio, facendone ‘il viaggio di lavoro più lungo effettuato da un qualsiasi funzionario nella storia dello stato iracheno’, secondo una fonte di alto livello del ministero della difesa iracheno. Ad al-Hayat ha confermato che l’accordo dell’Iraq con la Russia, inizialmente non doveva superare un miliardo di dollari, ma poi l’obiettivo è stato ampliato, in seguito alle decisioni nella delegazione irachena. Inoltre, per arrivare a oltre quattro miliardi di dollari, la delegazione ha visitato molti impianti per la produzione di armi, ha tenuto incontri con i rappresentanti dei locali produttori di armi, nonché con esperti militari russi. Il suo interesse si era approfondito, portando avanti le relazioni bilaterali sugli armamenti dell’Iraq nell’ambito dei ben noti obiettivi regionali di Mosca, e in connessione con la nota alleanza della Russia con i regimi di Teheran e Damasco”. Secondo la stessa fonte, vi sono “accordi per aerei totalmente equipaggiati, che dovranno essere firmati quando Maliki visiterà la Russia. Essi comprendono 30 elicotteri Mi-28 e un certo numero di aerei da caccia MiG-29.”
Vediamo che c’è la faccenda degli aerei da combattimento MiG-29, così come indicato nel testo di MK Bhadrakumar, con la precisione che questo aspetto del mercato è ancora in discussione, e con il fatto che se l’accordo sui MiG sarà concluso, si andrà ben oltre i 4 miliardi dollari…
Un altro punto interessante sui MiG-29 è che è un sistema d’arma direttamente concorrente agli F-16, in termini commerciali e tecnologici, così come dal punto di vista operativo i velivoli possono apparire  alternativi agli F-16. Per lo meno, questo risultato conferma l’incertezza sull’accordo degli F-16, dello stesso tipo di accordo “galleggiante”, che un giorno sembra completato, ed il giorno dopo viene  radicalmente messo in discussione… Lo stesso testo di al-Hayat, pertanto, fornisce dei dettagli anche sul caso degli F-16. “I funzionari iracheni credono che l’accordo darà all’Iraq libertà di agire in modo indipendente, sottraendosi dalla pressione degli Stati Uniti“, alludendo all’accordo sugli F-16 che l’Iraq aveva concluso con gli Stati Uniti. Inizialmente, era stato previsto di fornire i primi aerei a Baghdad nei primi mesi del 2014, nell’ambito della più ampia acquisizione dei 36 aerei. Eppure, documentate fonti militari irachene hanno rivelato che la consegna degli aerei statunitensi F-16, sarà ritardata fino al 2015, sostenendo che “L’accordo è imperniato, oggi, sugli sviluppi della sicurezza regionale e irachena, ed è possibile che i velivoli non siano per nulla consegnati.” Le stesse fonti evidenziano “la paura degli USA che i segreti sulle avanzate tecnologiche statunitensi possano trapelare verso stati ostili a Washington, ma molto influenti in Iraq; un chiaro riferimento all’Iran. Hanno affermato che “queste paure potrebbe essere dietro il ritardo nella consegna degli F-16.” Al-Hayat afferma anche che vi sono stati duri scambi telefonici tra Maliki ed esponenti degli Stati Uniti, tra cui il vicepresidente Biden, con lamentazioni sulle varie difficoltà riguardo l’invio di armi statunitensi all’Iraq, armi già ordinate. Al-Hayat continua sulla base di precisazioni da parte di un membro del partito iracheno di Maliki al potere, Qassem al-Araji, sulle condizioni che sarebbero poste dagli Stati Uniti sull’uso degli F-16, nel caso della consegna, o meglio, diciamo, come condizione per la fornitura…”Tra le richieste di garanzie degli Stati Uniti per poter concludere la consegna finale di queste armi all’Iraq, vi è la clausola che queste armi non dovranno essere utilizzate contro il nemico israeliano. In altre parole, Washington vuole fornire garanzie a priori alla sicurezza regionale d’Israele“. [...] Gli Stati Uniti cercano d’intervenire negli affari iracheni, nonostante la presenza di un governo nazionale eletto, che è stato in grado, dopo efficaci lunghi negoziati, di espellere l’occupante statunitense dall’Iraq, di fatto impedendo alla sua autorità di lavorare sull’evoluzione politica di questo paese.”
Araji aggiungeva: “Non permetteremo che ritorni l’occupazione statunitense in Iraq, sotto qualsiasi nome; le loro richieste di non colpire l’entità sionista o di modificare la posizione irachena sulla situazione attuale in Siria, sono illegittime. Questi due temi sono utilizzati come leva contro l’Iraq, per via della necessità per l’esercito di avere nuove armi“, sottolineava. “Il governo iracheno ha iniziato a considerare seriamente la diversificazione delle fonti per l’acquisizione di armi per l’esercito iracheno, attraverso accordi con diversi stati, rinomati per la loro produzione di armi ottime ed avanzate. Questo è quello che abbiamo visto nella visita dell’attuale ministro della difesa Saadoun al-Dulaimi in Russia, per consultazioni su questa materia.”
Queste varie precisazioni sono di grande interesse, così come quelle riguardanti le possibili restrizioni tecnologiche sugli F-16, spiegando il previsto ritardo dei tempi di consegna molto prima che questo ritardo prendesse una dimensione politica, come nel caso attuale. Qui ritroviamo le macchinazioni americaniste in pieno regime, in questo caso sulle forniture di armi, con delle pretese che sono incursioni sconsiderate o sfacciate degli Stati Uniti nella sovranità operativa degli acquirenti. Sembra molto probabile che queste varie vicissitudini tecnico-burocratiche, siano il fattore alla base dei problemi di consegna, essenzialmente un fattore della sfiducia viscerale degli Stati Uniti nei confronti del governo iracheno, e del completo disprezzo per la sovranità di questo stesso governo, considerato un “fantoccio” dalla burocrazia degli Stati Uniti e trattato come tale. (Le informazioni di cui sopra, riguardanti l’atteggiamento degli Stati Uniti e della Turchia verso la situazione politica interna in Iraq, vanno nella stessa direzione.)
A questo proposito, i chiarimenti forniti da Victoria Nuland, riportati da MK Bhadrakumar, ci sembrano per lo meno eccessive e azzardate. Nelle consegne delle armi, la burocrazia del Pentagono e dintorni, soprattutto con un Congresso terribilmente diffidente verso un Iraq sospettato di collaborare con l’Iran, è assolutamente padrona del gioco. Il dipartimento di Stato non può che seguirla… Il contesto generale, nel frattempo, diviene improvvisamente altamente politico. In questa circostanza, la vendita e gli accordi sulle armi, vengono improvvisamente trasformati, con una modalità irresistibile, in argomenti molto potenti e in mezzi politici. Da questo punto di vista, e naturalmente in Iraq, Washington è del tutto sola nella sua presunta posizione dominante, credendo ancora di fare il bello o cattivo tempo. Oltre al ravvicinamento tra Iran e Iraq e la possibilità di un accordo di sicurezza tra Iraq e Iran, vi è la straordinaria accelerazione su prospettive estremamente elevate per il mercato delle armi russe in Iraq.
Le informazioni riportate da al-Hayat, riguardanti la variazione del volume dell’accordo iracheno sulle armi russe, a Mosca, durante i negoziati preliminari per la visita di Maliki, indicano la forte volontà politica di entrambe le parti, portando immediatamente alla percezione dell’affermazione di una nuova alleanza Iraq-Russia. In questa luce, la posizione degli Stati Uniti, sulla base della passata brutale invasione e della gestione grossolana e maldestra del potere in Iraq, si è impantanata nelle solite richieste restrittive, nelle violazioni della sovranità e nella grevità  paranoica della burocrazia degli Stati Uniti. Le somme astronomiche annunciate dalla neocon Nuland, emergono dal consueto tecnologismo dell’approccio quantitativo che regna negli Stati Uniti. Inoltre, buona parte del volumi di questi “accordi” si riferisce al rimborso “in saldo” di colossali masse di materiali che le forze USA hanno trasferito all’esercito iracheno, durante la sua ricostituzione, o semplicemente lasciato sul posto, al fine di evitare che il loro rimpatrio diventasse un’operazione ancora più costosa dell’invasione dell’Iraq stessa: ancora una volta, la pesantezza burocratica e del materiale stesso, segnano l’impotenza cui oggi conduce l’enorme potenza militare degli Stati Uniti. Invece, Russia e Iraq sono contrassegnate, come si è visto, da una dinamica creativa in piena accelerazione.
L’equipaggiamento russo ordinato o previsto dall’Iraq, compresi i sistemi di difesa aerea al suolo (Pantsir-S1) e di difesa aerea pura (MiG-29) indicano che gli iracheni si opporranno ai raid aerei, che siano turchi che possibilmente israeliani… Capiamo, in questo caso, come le pretese avanzate dagli Stati Uniti possano contrastare completamente i previsti ordini iracheni per gli equipaggiamenti statunitensi, favorendo gli ordini di materiale russo, che è esente da tali restrizioni. (In illo tempore, la Francia avrebbe fatto questo gioco, ma la Francia di oggi non più…)

Oggi, la percezione è tutto
Siamo, quindi, nella fase della discussione di notevoli contratti, e probabilmente siamo ancora lontani dalle consegne effettive. Ma c’è una dinamica politica che viene illustrata, e soprattutto suscitata, dalla percezione di  questi accordi in discussione e dalle condizioni politiche coinvolte e subito apprezzate come il contante, e queste percezioni cambiano le regole politiche implicite in tali accordi sugli armamenti, e prima che questi stessi accordi riescano a materializzarsi. Questo è il caso degli Stati Uniti, come abbiamo visto, che già intrinsecamente, anche e soprattutto con un controllo estremamente preciso delle intenzioni, tramite condizioni che arrivano a violare le sovranità, giocano un ruolo fondamentale nel rendere furiosi gli iracheni, potendo così in gran parte spiegare la loro evoluzione, da tre mesi a questa parte, verso la Russia.
Per la Russia, è proprio il caso, dal vivo, si direbbe, della dinamica dei negoziati per un contratto per gli armamenti che in poche settimane vedono passare da un miliardo a oltre 4 miliardi di dollari, e non è finita. Gli stessi russi promettono consegne veloci, aggiungendo una dimensione psicologica oltre a quella politica (qualunque sia il significato cronologico esatto di questa “velocità”). Pertanto, non parliamo di un processo reale e immediato per rafforzare militarmente un paese (l’Iraq), ma della percezione (psicologica) che accompagna queste agitazioni e questi negoziati. Perciò, parleremo dell’essenziale …
Due cose s’impongono e ci sembrano essere state immediatamente realizzate:
• La percezione di status di paese massacrato e polverizzato dalla “liberazione” degli Stati Uniti e del blocco BAO, riducendo questo paese a una sorta di insignificanza politica confinata nel massiccio sospetto di essere un paese vassallo del nichilismo di sistema, l’Iraq impone all’improvviso un rovesciamento completo del suo status, facendolo percepire quale uno dei principali attori nel disordine straordinario della regione. Ciò è dovuto principalmente alla crisi siriana, un altro tributo reso all’abilità infinita del blocco BAO ad infilarsi dentro un incommensurabile buco nero politico. L’Iraq ora sembra essere un paese potenzialmente molto importante nella regione, per via della sua posizione relativa alla Siria in ebollizione, in relazione al suo nuovo rapporto con la Russia, nella sua affermazione filo-iraniana che gli varrà importanti progressi, oltre alla sua ostilità anti-turca che incontra un sentimento sempre più diffuso in vari gruppi e paesi della regione, dopo la svolta (anti-siriana e pro-USA) di Erdogan, nell’estate 2011.
• Attraverso i suoi nuovi rapporti in via di accelerazione con l’Iraq, la Russia tramuta improvvisamente la percezione di una politica frammentata nella percezione di una strategia fondamentale. Fino ad ora, vi è stato il sostegno russo al principio di sovranità e di non intervento in Siria, supportando Assad contro gli attacchi destrutturanti del blocco BAO, e opponendosi a un attacco contro l’Iran in nome degli stessi principi, portando un certo sostegno anch’esso ‘oggettivo’ all’Iran. Con il caso iracheno, vale a dire, l’evoluzione russa nei confronti dell’Iraq e l’evoluzione irachena nei confronti della Russia, ma anche dell’Iran e della Siria, la “politica” frammentata russa diventa un supporto coerente e potente, un’alleanza di fatto con il triangolo o ‘asse’ strategico Iran-Iraq-Siria. Quest’asse può interessare altri (l’Egitto?) mentre permette alla Russia di dimostrare, tramite la vicinanza ai paesi dell”asse’, l’ostilità verso i paesi del blocco BAO, e in particolare la Turchia, senza impegnarsi in un percorso chiaramente ostile.
Tutto questo mentre si è lontani dalla consegna del primo velivolo da combattimento, che sia un MiG-29 o un F-16 (dubitiamo molto di più per l’F-16). Gli eventi sono veloci e si svolgono in contesti in cui la violenza è, innanzitutto e spesso, nella comunicazione di ciò che conta: l’annuncio, l’accordo, le intenzioni, ecc.; ben più che nella loro realizzazione. Anche se si deve deplorare la violenza, rimane il fatto che vi è stata poca violenza nella crisi in Siria, rispetto a quello che vi sarebbe stata con una vera crisi, giudicata apocalittica, quasi un detonatore per una possibile conflagrazione generale. La crisi dura, le perdite e i danni ci sono, ovviamente, segnando record terribili, ma rimangono quelli di una crisi regionale; ma la percezione è quella di una crisi apocalittica di dimensioni mondiali, dove il sistema è in questione, dove le forze anti-sistema vengono denunciate, ecc.
L’intercettazione di un aereo civile siriano, con qualche cassa nella stiva, che i turchi affermano contenere armi che potrebbero cambiare il corso della storia del mondo, venendo quindi esaminate per due giorni per esserne certi (attenti questi turchi), si presenta come un caso che potrebbe portare a una riprovazione mondiale di una Russia “demonizzata”, cosa che probabilmente non accadrà, ma che nel frattempo aumenta la tensione. Così continua il terribile conflitto sulla crisi siriana, che ci viene presentata come il detonatore della terza e finale guerra mondiale…
Questa è l’era della psicopolitica invece che della geopolitica, il sistema di comunicazione domina tutto, con le sue rappresentazioni del mondo così diverse quanto le percezioni, e questo sistema ha la precedenza sui fatti e gli atti che sostanzia anticipandoli. Ciò è ancora più vero per gli armamenti nel caso in questione. In generale, nell’era della geopolitica, era con la consegna di armi che, a poco a poco, un paese si alleava con il fornitore (ad esempio, l’Egitto con l’URSS tra il 1954 e il 1967).  Nell’era della psicopolitica, è l’apertura di negoziati per la consegna di armi, la sua parziale applicazione, a trasformarsi improvvisamente, e in un paio di settimane, nell’intenzione colossale che forma la percezione di una nuova alleanza fondamentale, e che ne acquisisce la percezione, proprio come se la cosa (l’alleanza) sia anch’essa stata acquisita. In poche settimane, la Russia si è catapultata, nelle percezioni, da una posizione di giocatore escluso alla posizione di dominatore del gioco, se non del padrone del gioco, come è stato fatto per la Siria stessa; analogamente, ciò avviene per la situazione in tutta la regione fondamentale del Medio Oriente. Tutto ciò è solo percezione, ma oggi la percezione è tutto.
Siamo di nuovo di fronte al fenomeno dell’accelerazione e della contrazione della Storia, la Metastoria, con la velocità che ne consegue, naturalmente. Continuiamo a rilevare questo aspetto con la “primavera araba”, come avevamo già fatto il 16 agosto 2012, in merito a Morsi in Egitto (e con un altro commento di Bhadrakumar). Non avevamo ancora citato l’Iraq tra i paesi in evoluzione così veloce, ma dal momento che questo paese si è imposto, indicando il contrario di questa accelerazione, almeno secondo tale citazione…
Infine, l’argomentazione di MK Bhadrakumar può forse anche essere convincente, tanto più illuminante sul fenomeno in Egitto, ma anche in Siria, in un certo senso, e anche in Turchia, e forse in Arabia Saudita, e così via, come elemento fondamentale della ‘primavera araba’ e oltre, eventi generali nel corso della crisi acuta, in costante tensione: velocità, ritmo, capacità di generarsi in qualcosa di diverso. La sua argomentazione, infatti, va al di là del caso in sé che intende affrontare. Diventa semplicemente esemplare, attraverso un caso che continua a stupirci con il suo ritmo, il ritmo di una sequenza storica che diventa metastorica. Sembra ancora una volta che la storia stia accelerando, essendo un’osservazione già fatta il 1° febbraio 2011, allora diciamo che continua ad accelerare. (Già il 30 gennaio 2011, un parlamentare statunitense, citato nel testo di riferimento, aveva detto: “…Mentre stiamo ancora cercando di metterci le mani. Non siamo ancora sicuri di cosa stiamo parlando [...] Le cose si stanno muovendo così in fretta, è difficile sapere esattamente cosa stia succedendo [in Egitto] con vera certezza”.) O, ben diremo ancora una volta, la variazione su un tema che mostra l’infinita ricchezza del fenomeno, mentre il tempo si contrae, che la stessa osservazione era stata già fatta il 22 febbraio 2011 dall’ammiraglio Mullen, allora presidente del Joint Chiefs of Staff degli Stati Uniti. (“‘E’ sorprendente per me vedere come ci si muove così rapidamente’, ha detto il massimo comandante militare statunitense riguardo le rivolte. ‘Abbiamo parlato delle questioni alla base per molto tempo, ma qui si tratta della velocità con cui tutto ciò sta accadendo’ ha detto ai giornalisti.”)”
Ciò sottolinea e conferma decisamente il caso dell’accordo sugli armamenti, di come sono collegato, da una parte il fenomeno della potenza quasi esclusiva della comunicazione a scapito della potenza delle situazioni di potere all’interno del sistema complessivo del tecnologismo (percezione sulla fornitura futura di armi, contro le armi realmente a disposizione) e dall’altra i fenomeni di contrazione e di accelerazione della storia. Il primo alimenta e serve (nel senso di essere al servizio) quest’ultima. Così la MetaStoria continua la sua corsa, e si può ritenere che attrezzi come i Pantsir-S1 e i MiG-29 abbiano una dimensione metastorica. Questo dovrebbe renderli virtuosi ai nostri occhi.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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