Relazione su un disastro: Libia, Qatar, al-Qaida e Stati Uniti d’America

Dedefensa 7 dicembre 2012

36538L’articolo del 6 dicembre 2012 del New York Times (NYT) sul sostegno e l’armamento in Libia di estremisti jihadisti e altri, di al-Qaida o un suo doppione, fornisce il sigillo dell’ufficialità al disastro effettivo del Sistema, qual’è stato il caso libico. Sappiamo che il New York Times è una sorta di potere “non ufficiale” di Washington, esso stesso un relè operativo centrale del Sistema, una sorta di Pravda del posto, se si vuole, i cui interventi sono essenziali per il sistema di comunicazione, per informare tutte le componenti del sistema. Questo è il caso di tale articolo, che ha chiaramente ricevuto il sostegno dell’amministrazione per le informazioni e il relativo imprimatur. (Quando si trova, in un articolo di questo tipo, una frase come “La Casa Bianca e il Dipartimento di Stato hanno rifiutato di commentare“, si può essere sicuri che è successo proprio ciò che vi viene descritto, vale a dire che si dice ufficiosamente sul New York Times ciò che Washington non dice ufficialmente, ma che vuole far sapere alle “componenti del Sistema” già citato.)
Quindi abbiamo una buona sintesi di quale sia la “politica ufficiale” degli Stati Uniti nei confronti della questione dell’armamento dei ribelli libici, della posizione del Qatar (e degli Emirati Arabi Uniti) come intermediari operativi, soprattutto nelle consegne di armi, la completa assenza di controllo e comprensione della situazione, anche del comportamento del Qatar, da parte dei vari servizi degli Stati Uniti. Si può anche leggere come l’amministrazione Obama sia stata passiva, in questo caso, a differenza delle varie descrizioni di imbrogli in proposito, come l’abbia appena “seguita”, con il solo panico costante dettato dalla preoccupazione del coinvolgimento in un conflitto sul terreno. Vi fu all’inizio una richiesta dagli Emirati Arabi Uniti per la fornitura di armi statunitensi ai ribelli libici, con iniziale rifiuto di Washington (paura di essere coinvolta), mentre il Qatar aveva già iniziato, di sua autorità, a consegnare le armi a sua disposizione, di produzione francese e russa. Infine, Washington è entrata nel circuito fornendo armi statunitensi ai suoi amici del Golfo, per i ribelli libici.
Per quanto riguarda il “controllo” esercitato dagli Stati Uniti su queste consegne: “l’amministrazione non ha mai deciso che tutte le armi, pagate dal Qatar e gli Emirati Arabi Uniti, andassero in Libia, hanno detto i funzionari [...]. Nessuno lo sapeva esattamente“, dice l’ex funzionario della difesa. Il Qatar, ha aggiunto il funzionario, è “un buon alleato presumibilmente, ma gli islamisti che supporta non sono nel nostro interesse.” Nessuna vera sorpresa in ciò, perché tutto quello che ha detto il New York Times è stato espresso dagli autori e dai dissidenti del Sistema, che l’hanno diffuso ampiamente nei media alternativi, soprattutto su Internet. Le peggiori valutazioni della politica degli Stati Uniti sono confermate: incomprensione, ignoranza, cecità, incapacità di controllare gli eventi, esitazioni che tendono a divenire sempre più estreme e più dubbie, nessuna strategia. La natura incontrollabile e massimalista del comportamento del Qatar, dalle ambizioni grottesche, sembrano essere in gran parte descritte nei chiarimenti forniti dall’articolo.
L’amministrazione Obama inizialmente non sollevò obiezioni, quando il Qatar cominciò ad inviare armi ai gruppi di opposizione in Siria, anche se non l’aveva incoraggiato, secondo attuali ed ex funzionari dell’amministrazione. Hanno detto che le crescenti preoccupazioni degli Stati Uniti, per la Libia, era che il Qatar armasse i militanti sbagliati. Gli Stati Uniti aveva soltanto un piccolo numero di agenti della CIA in Libia, durante i tumulti della ribellione, che fornirono un superficiale controllo all’invio di armi. Poche settimane dopo l’approvazione del piano del Qatar d’inviarvi armi, nella primavera del 2011, la Casa Bianca iniziò a ricevere rapporti secondo cui erano i gruppi militanti islamisti che le ricevevano. Erano “più antidemocratici, più intransigenti, più estremisti nella concezione dell’Islam” dell’alleanza ribelle principale in Libia, ha detto un ex-funzionario del Dipartimento della Difesa.”
Il supporto del Qatar ai combattenti ritenuti ostili dagli Stati Uniti, ha mostrato l’amministrazione Obama lottare in continuazione, nel trattare con le rivolte della primavera araba, poiché cercava di istigare i movimenti di protesta popolare, evitando il coinvolgimento militare statunitense. Basandosi su surrogati per permettere agli Stati Uniti di non lasciare trapelare il loro coinvolgimento nelle operazioni, ma avendo come obiettivo anche di influenzare il conflitto a proprio vantaggio. Per farlo, è necessario disporre sul terreno d’intelligence e avere esperienza“, ha detto Vali Nasr, ex-consulente del Dipartimento di Stato ed attuale preside della Scuola Paul H. Nitze di studi internazionali avanzati, della Johns Hopkins University. “Se vi rivolgete a un paese senza avere queste cose, andate veramente alla cieca. Se vi affidate ad un intermediario, perderete il controllo.” Affermando che il Qatar non avrebbe inviato le armi se gli Stati Uniti si fossero opposti, vari funzionari dell’amministrazione hanno detto che Washington poteva fare leva sui funzionari del Qatar. “Marciavano al suono del loro tamburino“, ha detto un ex alto funzionario del Dipartimento di Stato. La Casa Bianca e il Dipartimento di Stato hanno rifiutato di commentare.
Il 12 novembre 2012, abbiamo pubblicato un estratto dell’intervento dell’esperto statunitense Flynt Leverett sul caso di Bengasi dell’11 settembre 2012 (l’assassinio dell’ambasciatore Stevens): “Tra le polemiche a Washington sulla cronologia e le dimensioni della risposta della CIA e dei militari degli Stati Uniti all’attacco al consolato degli Stati Uniti a Bengasi, l’11 settembre 2012, vi è un elemento critico che la maggior parte degli esperti non ha sollevato, ma di cui l’amministrazione Obama era molto consapevole: “che l’ambasciatore degli Stati Uniti in Libia potrebbe essere stato ucciso da un gruppo armato e sostenuto dagli Stati Uniti o dai loro alleati … [i funzionari dell'amministrazione] sanno che gruppi jihadisti giocano un ruolo sempre più importante sul terreno, nell’opposizione siriana, e Washington vuole occultare questo problema.” Infatti, più volte viene ripreso, in questo articolo NYT, il peso della preoccupazione posta dall'”effetto-Bengasi” (l’omicidio di Stevens) sull’amministrazione Obama. (“Nessuna prova è emersa che colleghi le armi fornite dal Qatar durante la rivolta contro il colonnello libico Muammar Gheddafi, all’attentato in cui sono stati uccisi quattro statunitensi nel complesso diplomatico degli Stati Uniti a Bengasi, in Libia, a settembre.”)
Una descrizione più dettagliata sul coinvolgimento  degli Stati Uniti nel caso libico, dato da un trafficante di armi, ci permette di trarre le nostre conclusioni sul clima prevalente in questo caso, sul coinvolgimento dell’ambasciatore Stevens in particolare, e le strette connessioni tra le azioni clandestine degli USA, i gruppi estremisti, il traffico di armi, la criminalità più o meno organizzata, e sempre meglio organizzata, ecc. Così, viene definita oggi la politica estera generale, e ci dovrebbero essere numerosi interventi di Hillary sui diritti umani e delle donne, la democrazia e tutto il resto, per tentare almeno di lavarne la facciata…
Ecco il caso di Marc Turi. “Il caso di Marc Turi, mercante d’armi statunitensi che aveva cercato di fornire armi alla Libia, illustra le sfide affrontate dagli Stati Uniti sulla Libia. Trafficante che vive in Arizona e ad Abu Dhabi negli Emirati Arabi Uniti, il signor Turi vende ami leggere ad acquirenti in Medio Oriente e  Africa, fornendo principalmente armi di concezione russa dell’Europa orientale. Nel marzo 2011, mentre la guerra civile libica si intensificava, il signor Turi si rese conto che la Libia poteva essere un nuovo mercato redditizio, e si rivolse al Dipartimento di Stato per la licenza di fornire armi ai ribelli, secondo una e-mail e altri materiali da egli esibiti. (I cittadini statunitensi sono tenuti ad ottenere l’approvazione degli Stati Uniti per ogni vendita internazionale di armi.) Inviò una e-mail a J. Christopher Stevens, rappresentante speciale presso l’alleanza ribelle libica. Il diplomatico disse di “voler condividere” la proposta di Turi con i colleghi a Washington, secondo le e-mail fornite dal signor Turi. Stevens, che divenne l’ambasciatore degli Stati Uniti in Libia, fu uno dei quattro statunitensi uccisi nell’attacco a Bengasi dell’11 settembre 2012. “La domanda di Turi per una licenza fu respinta alla fine di marzo 2011. Imperterrito, la chiese ancora una volta, questa volta affermando solo che prevedeva di spedire le armi, del valore di oltre 200 milioni di dollari, in Qatar. Nel maggio 2011, la sua richiesta venne approvata. Il signor Turi, in un’intervista, disse che il suo intento era inviare le armi in Qatar, e che “ciò che il governo degli Stati Uniti e del Qatar ne fecero dopo, è affare loro”. Due mesi dopo, però, la sua casa di Phoenix fu perquisita da agenti del Dipartimento per la Sicurezza Nazionale. I funzionari dell’amministrazione dissero che era sotto inchiesta in relazione al suo traffico di armi. Il Dipartimento di Giustizia non commenta. Il signor Turi disse che crede che i funzionari statunitensi volessero bloccare le sue vendite perché intralciava i rapporti dell’amministrazione Obama con il Qatar. Il Qatar, si lamentava, non impose alcun controllo sulla destinazione delle armi. “Le hanno semplicemente distribuite come caramelle”, ha detto.
Il signor Turi ci fornisce perfettamente la morale di questa storia, o di questo misero pezzo di storia attuale sul Qatar e le armi consegnate per la democrazia e i diritti umani: “Le hanno semplicemente distribuite come caramelle“… In effetti “la storia continua”, dal momento che la stessa cosa continua ancora oggi in Siria. Vi è quindi una lezione sorprendente sul funzionamento del Sistema e il livello di riflessione del kollabos-cosciente (del Sistema), il giornalista medio-alto del NYT, sul fatto che questo articolo fiorisca, possiamo dire, “come una rosa nel bel mezzo del letame”, tra commenti ed  editoriali dello stesso New York Times che sollecitano l’amministrazione ad armare ed equipaggiare anche gli eroici ribelli siriani, a sostenere il Qatar nei suoi traffici, forse con il Marc Turi del momento, per raggiungere infine l’instaurazione della democrazia in Siria, come in Libia. Almeno a questo livello e in questa attività, la Siria è una replica esatta della Libia, con una fedeltà quasi toccante dopo tutto; una sorta di repulsione straordinariamente potente per tutto ciò che può avere a che fare con l’esperienza e la memoria delle cose e degli atti “incomprensione, ignoranza, cecità, incapacità di controllare gli eventi, esitazioni sempre più estreme e dubbie, nessuna strategia.”
La tabella di marcia è scritta, col “copia-incolla”, dritto verso il casino tragico e patetico come tutti questi sapiens poveri, portati dalle loro debolezza e arroganza a credersene immuni.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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2 Responses to Relazione su un disastro: Libia, Qatar, al-Qaida e Stati Uniti d’America

  1. icittadiniprimaditutto scrive:

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  2. Pingback: Relazione su un disastro: Libia, Qatar, al-Qaida e Stati Uniti d’America | Informare per Resistere

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