Ginevra 2013, le carte cambiano

Louis Denghien, InfoSyrie 11 gennaio 2013

481829Ginevra ospita oggi, ancora una volta, un vertice diplomatico sulla Siria. Rispetto a quello tenutosi alla fine di giugno 2012, il contesto e l’atmosfera sono molto più favorevoli alla Siria e al suo presidente.

Il trionfo della linea russa
Il vertice è più modesto rispetto al precedente: non vi partecipano che i russi, gli statunitensi e l’inviato delle Nazioni Unite Lakhdar Brahimi. E’ un livello più modesto, in quanto anche i due paesi sono rappresentati, da parte russa dal viceministro degli esteri Mikhail Bogdanov, e da parte degli Stati Uniti dal vicesegretario di Stato William Burns, rispetto a quando Sergej Lavrov e Hillary Clinton si incontrarono a Ginevra a giugno. Questa relativa “modestia” attesta il fatto che l’ordine del giorno degli Stati Uniti sulla questione siriana è meno importante o urgente di prima. In ogni caso, l’amministrazione Obama 2 in questi giorni ha cambiato vertici e probabilmente linea  diplomatica.
Usciti gli interventisti (e ultra-sionisti) Hillary Clinton (politica estera) e Leon Panetta (difesa), sono stati sostituiti rispettivamente da John Kerry e Chuck Hagel, il primo noto per la sua conoscenza della zona e di Bashar al-Assad, il secondo per la sua critica contro la guerra e la posizione di allineamento sistematico degli interessi nazionali a quelli israeliani. Da parte russa la linea è immutata: il portavoce del ministero degli esteri, Aleksandr Lukashevich, ha ribadito il 10 gennaio che “solo i siriani possono decidere il modello di sviluppo a lungo termine del loro paese“, e quindi scegliere i loro governanti. In una chiara allusione al primo di essi, Lukashevich ha anche affermato la necessità di creare le condizioni per un dialogo tra le autorità e l’opposizione “senza condizioni preliminari, secondo il comunicato di Ginevra“, adottato dopo il summit internazionale del 30 giugno 2012, che non chiedeva più l’allontanamento dal potere del presidente Bashar come condizione sine qua non per l’apertura dei negoziati inter-siriani. Nel dire ciò, il portavoce della diplomazia russa rispondeva nettamente alla sua controparte statunitense Victoria Nuland, che aveva detto il giorno prima ai giornalisti che Washington intende rinnovare a Ginevra le pressioni diplomatiche per allontanare Bashar: un obiettivo che sembra oggi ancora meno raggiungibile rispetto al 30 giugno. E che in ogni caso non è più la preoccupazione principale degli Stati Uniti nella regione.
La posizione russa è stata sostenuta, sempre il 10 gennaio, da una dichiarazione congiunta dei paesi BRICS, organizzazione della cooperazione tra Russia, Cina, India, Brasile e Sud Africa, presentata dal consigliere per la sicurezza nazionale indiana Shivshankar Menon. Una dichiarazione che sembra essere una replica di quella di Lukashevich: “I siriani soltanto possono decidere il loro futuro. Gli altri paesi non possono intervenire nei negoziati“. Menon stava parlando, si deve rilevare, alla fine dei colloqui sulle questioni internazionali con il suo omologo del Consiglio di sicurezza russo Nikolaj Patrushev. E questo fronte comune dei BRICS si basa su posizioni definite da mesi, riecevendo anche il sostegno di Iran ed Egitto: in una visita a Cairo, il ministro degli esteri iraniano Ali Akbar Salehi ha firmato con il suo collega egiziano Mohamed Kamel Amr la dichiarazione sulla Siria in favore di una soluzione politica e senza ingerenze esterne. Salehi ha anche inviato al presidente Morsi un formale invito di Mahmoud Ahamadinejab per visitare l’Iran, nel corso del riavvicinamento in via di definizione tra l’Egitto, paese sunnita diretto dai Fratelli musulmani e quindi ostile al governo siriano, e l’Iran, uno dei più saldi sostenitori regionali di Bashar al-Assad; ciò dopo la spettacolare presenza, lo scorso agosto, di Morsi al vertice dei Non Allineati a Teheran. È piuttosto l’Egitto che si avvicina alla posizione iraniana, in un cambiamento dalle ampie conseguenze in tutto il mondo arabo, e nella Lega araba.
Ma questa linea generale di sostegno a una soluzione politica negoziata tra i siriani, promossa da Mosca da mesi, è ovviamente una condanna implicita dell’opposizione radicale e dei suoi sostenitori occidentali e monarchici arabi. Perché è da questo lato che è stato chiesto più volte l’intervento straniero, mentre nel frattempo armavano apertamente i ribelli. L’interventismo è chiaramente dalla parte dell’opposizione in esilio ed islamista; per convincersene bisogna leggere le ultime dichiarazioni del ministro degli esteri britannico William Hague, che parla di nuovo di armare i suoi cari ribelli, rifiutandosi di contrattare, assieme al presidente della Coalizione nazionale dell’opposizione, lo sceicco al-Khatib, suo “ambasciatore” a Parigi, che ha detto al Nouvel Observateur che la soluzione in Siria può essere solo militare. E proprio queste posizioni estreme non sono più sostenute dal più potente degli sponsor dell’opposizione radicale siriana: Washington è preoccupata dall’avanzata politica, se non militare, dei salafiti filo-al-Qaida, nell’insurrezione che ha avviato le ostilità contro il regime baathista, alleato dell’Iran.
I nuovi vertici di Obama 2 dovrebbero promuovere una nuova linea sulla Siria, meno offensiva. E se gli statunitensi dovessero ritirarsi dalla partita, Qatar e Turchia si troveranno molto isolati. Una parola su Lakhdar Brahimi, molto attaccato dai media siriani dopo la sua ultima affermazione abbastanza sprezzante nei confronti di Bashar al-Assad. Si è scusato per le parole che ha usato verso il presidente siriano. Ma non ha ceduto sul fondo del suo intervento, che Bashar deve dimettersi. In ogni caso, questa posizione, tardiva e “qataro-compatibile”, avrà poco peso verso la determinazione russa (e il “passaggio” statunitense): ovviamente, Brahimi dovrebbe essere questo venerdì a Ginevra. Il prestigio di una pura comparsata.

Divorzio Qatar-Arabia Saudita?
Doha e Ankara rischiano di essere “ancora più isolati”, secondo un articolo pubblicato l’11 gennaio dal quotidiano libanese anti-Bashar L’Orient Le Jour, ci sarebbe acqua nel gas (o petrolio) tra il Qatar e il regno finora fratello dell’Arabia Saudita, in particolare sulla Siria. Infatti, secondo la giornalista Scarlett Haddad (che lavora anche per il quotidiano francofono libanese L’Express),  basandosi su confidenze dei “circoli diplomatici libanesi”, il regime siriano sfrutta non solo i vantaggi dei recenti successi militari a Damasco, Aleppo, Homs e Idlib, ma della “congiuntura in evoluzione nel mondo arabo”. E la congiuntura sarebbe la seguente: si è riallineato anche il capo della diplomazia saudita, il principe Saud al-Faisal, dopo un incontro con il suo omologo egiziano Amr (decisamente attivo) per una soluzione politica in Siria; abbandonando così la linea di armare le bande adottata in precedenza da Riyadh. Ma c’è di più, ha annunciato Scarlett Haddad: il figlio di re Abdullah, il principe ereditario Abdel Aziz ha incontrato “recentemente” ufficiali siriani in Giordania. Funzionari debitamente autorizzati da Damasco che hanno chiesto la fine degli aiuti sauditi all’opposizione armata. Scarlett Haddad ha detto che dopo questo incontro riservato, gli aiuti sauditi sono diminuiti drasticamente, ma senza fermarsi del tutto.
I diplomatici libanesi intervistatati dalla giornalista, notavano a questo proposito che, nel corso del suo recente intervento pubblico, Bashar non ha attaccato l’Arabia Saudita, finora uno dei suoi nemici regionali più aggressivi. Scarlett Haddad ha aggiunto che si sono avuti incontri tra funzionari dei servizi segreti militari siriani ed egiziani. E altri Stati del Golfo, come il Kuwait, l’Oman, gli Emirati Arabi Uniti e la Giordania hanno parlato, in modo piuttosto pacato, a favore di una soluzione politica, e non militare-rivoluzionaria, in Siria. La ragione di questo cambiamento che lascia solo il Qatar? Beh, è la stessa ragione che spiega la nuova cautela statunitense: “Il Regno hashemita (Giordania) e gli Emirati Arabi Uniti, ha scritto Scarlett Haddad, hanno ancor più paura dell’ascesa degli islamisti e dei Fratelli musulmani, in particolare, che cominciano a metterli sotto pressione in patria.”

Chi è più isolato oggi? Bashar o l’emiro del Qatar?
Ciò è particolarmente vero in Giordania, dove i Fratelli sono la principale opposizione al regime filo-occidentale di re Abdullah. Si noti che se tutte le teste coronate arabe sono inquietate dai Fratelli musulmani, cosa penseranno dei jihadisti-salafiti che operano in Siria! In breve, i seminatori di vento fondamentalista si preoccupano ora della tempesta che stanno raccogliendo. Ancora una volta, è un giornale importante del Medio Oriente, che non è noto per la sua gentilezza verso la Siria di Bashar, che pubblica tali informazioni; sarebbe interessante sapere cosa ne pensano, per esempio, Le Monde o Libération.
A questo proposito, va ricordato che uno dei jingle dei nostri media, da un anno e mezzo, è che Bashar al-Assad è “sempre più isolato”. Da allora diciamo che si sono sbagliati o che hanno mentito. Lo ripetiamo ancora con forza maggiore, alla luce dei recenti sviluppi. E Scarlett Haddad lo dice per noi, ciò “suggerisce che la situazione attuale del presidente siriano sarebbe molto più favorevole rispetto a un paio di mesi fa”. “Questa è anche la ragione, dice, per  cui ha scelto di parlare in questo momento“. Anche se la giornalista conclude il suo articolo dicendo che, per ragioni di prestigio, in qualche modo, “la comunità occidentale, gli Stati Uniti in testa, non possono in nessun caso accettare di vedere Assad vincere lo scontro con l’opposizione“. Solo che, come abbiamo già detto in precedenza, gli Stati Uniti del 2013 non sono proprio quelli del 2012. E anche in circostanze obiettivamente più favorevoli, la coalizione occidentale non è riuscita a minacciare seriamente il governo siriano.
Così, oggi, Bashar è “sempre più isolato”? Non proprio. Al contrario, lo sono l’emiro del Qatar e François Hollande…

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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One Response to Ginevra 2013, le carte cambiano

  1. israele o meglio knesset mossad altri (alcuni) sta con assad xk sanno perfettamente chi sono i nuovi che vogliono avere il potere, le armi chimiche e altri fattori che israeli temono

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