Bielorussia e Venezuela: La costruzione del mondo multipolare

Gearoid Ó Colmáin Dissident Voice 24 Febbraio 2012

In tutto il pianeta milioni di persone muoiono di fame ogni anno. Non è un segreto. I nostri media ci parlano di tali fatti abbastanza spesso. Parlare di disuguaglianza globale non è un tabù nelle democrazie liberali occidentali. Affermare che i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, è un cliché che si ripete, un luogo comune di cui in verità quasi nessuno è inconsapevole. Ma le cause strutturali della povertà sono raramente affrontate dalla stampa occidentale. Perché, per esempio, se il capitalismo è il migliore di tutti i possibili sistemi socio-economici, la maggior parte delle persone del pianeta vive in povertà?
Ci viene detto che i paesi in via di sviluppo hanno fatto uscire le loro popolazioni dalla povertà aprendo i propri mercati agli investimenti esteri diretti. Piuttosto che frenare gli eccessi del capitalismo, quindi, si deve intensificarne l’espansione, molti sostengono, per dare una soluzione alla povertà. Ma se è così, perché Haiti è uno dei paesi più poveri del mondo? Haiti ha avuto investimenti esteri diretti per decenni, ma il tenore di vita è diminuito drasticamente. Lo stesso si può dire per la maggior parte dei paesi dell’America Latina, che hanno venduto le loro risorse naturali alle multinazionali straniere.
Paesi come Venezuela, Cuba, Nicaragua, Ecuador, Bolivia hanno avuto un progresso socio-economico attraverso la nazionalizzazione, non la privatizzazione. Ma c’è uno stato, all’altro lato del mondo, che è riuscito a fornire il quasi pieno impiego ed un continuo aumento dei salari, investendo nell’istruzione, nella ricerca scientifica e tecnologica, nello sviluppo, e ha raggiunto l’autosufficienza nel settore agricolo, creando un ambiente di fiducia sociale presso i suoi cittadini. Quel paese è la Repubblica di Bielorussia.

Venezuela e Bielorussia. Multi-polarità e sviluppo endogeno
Nel 2007 il presidente del Venezuela Hugo Chavez ha descritto la Repubblica di Bielorussia come uno “stato modello”. Guidando per le strade di Minsk, non è difficile capire perché il presidente venezuelano aveva usato tali termini per descrivere la Bielorussia.
Dall’elezione di Chavez in Venezuela nel 1998, la rivoluzione bolivariana ha ridotto della metà la povertà, ha sradicato l’analfabetismo e attuato riforme radicali per migliorare il tenore di vita della maggioranza povera del Venezuela. Tuttavia, c’è ancora molto da fare, le colline di Caracas sono ancora costellate di bassifondi di catapecchie, mentre l’elite economica cittadina, sul lato orientale della città, vive nel lusso sibaritico. Guidando attraverso Minsk, d’altro canto, si è colpiti da una visione di quello che potrebbe diventare Caracas. Non ci sono baraccopoli a Minsk. Gli abitanti della città vivono in moderni appartamenti di standard europeo. Ci sono molti spazi aperti puliti con eccellenti strutture ricreative per i bambini. Caracas ha un grave problema di rifiuti, laddove le strade e i quartieri di Minsk sono tra i più puliti al mondo. Il governo venezuelano sta attuando misure per ridurre la violenza e la delinquenza sociale. Ma Caracas rimane ancora una città pericolosa. Minsk, d’altra parte, è senza dubbio una delle città più sicure d’Europa.
Dopo decenni di dittatura plutocratica, corruzione e negligenza, l’agricoltura venezuelana non è ancora sufficientemente sviluppata e la popolazione dipende ancora dalle importazioni provenienti dagli Stati Uniti, la Bielorussia è autosufficiente nella produzione di alimentari di alta qualità. La Bielorussia è stata in grado di aiutare il Venezuela a sviluppare il proprio settore agricolo attraverso l’invio di consulenti e l’esportazione dei camion e macchine agricole di alta qualità. La costruzione delle agro-città da parte delle imprese bielorusse in Venezuela, concordata nel 2011, è un esempio convincente degli accordi bilaterali di una cooperazione sempre più stretta.
L’accordo bilaterale tra la compagnia petrolifera dello stato del Venezuela, PDVSA, e Belarusnef per creare una joint-venture denominata Servicio Belovenezolana, è un altro esempio dei vantaggi della politica estera multi-vettoriale della Bielorussia. La Repubblica di Belarus è stata in grado di diminuire la sua dipendenza dal petrolio della Russia attraverso la cooperazione con il Venezuela, ricco di petrolio, mentre il Venezuela ha potuto beneficiare delle competenze industriali e scientifiche bielorusse. Entrambi i paesi cercano di diversificare i loro mercati. Il Venezuela vuole ridurre la sua dipendenza dalle vendite di petrolio verso gli Stati Uniti, mentre la Bielorussia sta cercando di ridurre la dipendenza dal petrolio russo. Ed entrambi i paesi hanno a che fare con la quinta colonna finanziata dall’imperialismo euro-atlantico.
Il settore manifatturiero avanzato in Bielorussia è stata anche fonte di ispirazione per il Venezuela, che ha inviato i tecnici in Bielorussia per essere addestrati a costruire, in America Latina, la prima fabbrica nazionale di camion del Venezuela. Ci sono anche molti progetti per aumentare ulteriormente la cooperazione tra la Bielorussia e il Venezuela, come l’aumento delle importazioni e delle esportazioni di prodotti agricoli, della tecnologia e delle forniture mediche, e le iniziative statali congiunte nel settore tessile.
L’aumento degli scambi bilaterali e della cooperazione tra la Bielorussia e il Venezuela, è il risultato diretto della comunanza nelle politiche sociali di entrambi i paesi. Le cinque priorità principali del governo bielorusso sono le seguenti:
1 Mantenere l’uguaglianza e l’innalzamento del tenore di vita dei lavoratori.
2 Mantenere una piena occupazione dell’economia.
3 Investimenti nell’istruzione e nella ricerca scientifica.
4 La protezione e lo sviluppo di una forte base produttiva locale.
5 Sovranità nazionale inviolabile.
Per il Venezuela, la Bielorussia è uno stato modello perché ha ottenuto quello a cui ogni governo progressista del mondo aspira: la quasi piena occupazione e l’eliminazione della povertà estrema. Ha sviluppato una imponente base produttiva, ha mantenuto l’autonomia nella produzione di alimentari e un tasso costantemente elevato di crescita economica, ha raggiunto uno standard di vita e un livello di uguaglianza sociale senza pari in nessun’altra parte del mondo in via di sviluppo. Questo è esattamente il sogno della Rivoluzione Bolivariana, ed è per questo che l’esperienza della Bielorussia dalla caduta dell’Unione Sovietica è così importante per il mondo in via di sviluppo. A differenza del Venezuela, che sta emergendo da una forma estrema di plutocrazia, dove una piccola minoranza controllava la ricchezza del paese, la Bielorussia è emersa dall’Unione Sovietica, dove le classi sociali erano state sradicate durante la costruzione del socialismo negli anni ’20 e ’30. In questo senso, la Bielorussia ha un netto vantaggio rispetto al Venezuela, in quanto non dispone di una borghesia super-ricca con le sue connessioni con gli Stati Uniti ad impedire la ri-distribuzione della ricchezza. La Bielorussia, tuttavia, ha a che fare con la quinta colonna di cui sopra, ma non possiede la ricchezza e il potere osceni dei suoi omologhi venezuelani.
La visione del presidente Lukashenko di un mondo multipolare minaccia i sostenitori del Nuovo Ordine Mondiale, in cui gli interessi dei molti sono subordinati a quelli delle elite finanziarie euro-atlantiche. A differenza di Stati vicini come la Polonia e la Lituania, per i quali la “libertà” dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989, ha provocato la disoccupazione di massa, l’emigrazione e l’invio di truppe nelle guerre e nelle invasioni della NATO, la Bielorussia ha dimostrato che lo Stato ha un ruolo fondamentale nella regolazione del mercato per il bene generale.
Se la povertà globale deve essere sradicata, industrie sostenibili, sviluppo endogeno ed economie pianificate dovranno quindi diventare la norma. La Bielorussia, forse più di ogni altro paese, potrebbe svolgere un ruolo di primo piano nella transizione verso una nuova era globale delle economie socialmente orientate.
L’ambasciatore venezuelano in Bielorussia, Americo Diaz Nunez, ha recentemente dichiarato ai giornalisti, a Minsk, che:
I due paesi stanno attuando progetti comuni per la costruzione di impianti di produzione di mattoni, per l’assemblaggio di trattori e camion (questa infrastruttura sarà presto aperta in Venezuela), per la costruzione di agro-città, per la produzione di petrolio e gas, per la costruzione più di 20.000 appartamenti e per gli scambi di merci. E’ impossibile ignorare il fatto che la Bielorussia aiuta veramente a cambiare la vita dei venezuelani.”
Il rapporto costruttivo e creativo tra i due paesi, in continenti diversi, è finalizzato a migliorare le condizioni di vita di molti, piuttosto che i privilegi di pochi, in netto contrasto con le cleptocrazie belligeranti e decadenti dell’Occidente, che mascherano la loro sete di lucro con altisonanti frasi su “diritti umani” e “democrazia”, mentre uccidono la speranza sociale di miliardi di persone. Le relazioni venezuelano-bielorusse sono un esempio unico di ciò che la diplomazia internazionale, in un mondo socialista, potrebbe significare per l’umanità.
La campagna mediatica internazionale di demonizzazione, calunnie, menzogne e disinformazione sul governo bielorusso ha ingannato non solo accaniti sostenitori dell’economia neo-liberale, ma anche molti cosiddetti “sinistri” e “progressisti” che sono caduti nella neolingua dei “diritti umani”, “libertà” e “democrazia”. L’assenza di solidarietà dalla “sinistra” europea verso la Repubblica di Bielorussia, è un sintomo di quanto corrosiva e pervadente sia diventata l’ideologia capitalista nelle società post-moderne dell’Occidente. Questa è una tendenza che porterà ad una catastrofe sociale e politica, se non viene invertita.

Ales Bialiatski: legalmente un criminale condannato, ideologicamente un “attivista dei diritti umani”
L’8 agosto, mentre i piani per l’assedio di Sirte in Libia erano in corso, il senatore statunitense John McCain aveva già segnalato che la Bielorussia sarebbe stata il prossimo obiettivo del cambiamento di regime degli Stati Uniti. McCain si riferiva alla detenzione di Ales Bialiatski, un cosiddetto attivista per i “diritti umani”, arrestato dalle autorità bielorusse per frode fiscale nel 2011.
Bialiatski è il vice-presidente della Federazione Internazionale dei Diritti Umani, (Fédération internationale des ligues des droits de l’Homme), una sub-organizzazione che ha fornito al Consiglio delle Nazioni Unite sui diritti umani false informazioni, nel febbraio 2011, che accusavano il governo libico dei “massacri” a Bengasi. Queste informazioni false sono servite come pretesto per la guerra di aggressione che ha portato all’uccisione di decine di migliaia di persone, alla riduzione in macerie di una prospera economia socialmente orientata e all’imposizione di una dittatura corrotta scelta dagli stranieri, contro la volontà del popolo libico. La barbara distruzione della Jamahirya libica dovrebbe servire da lezione per qualsiasi persona intelligente, di ciò che i paesi della NATO intendono per “diritti umani”, “democrazia” e “dominio  della legge”.
La condanna di Amnesty International dell’azione penale contro Bialiatski, senza mostrare alcuna prova di una violazione della giustizia da parte dei tribunali bielorussi, dimostra che la cosiddetta organizzazione dei “diritti umani” è più preoccupata di fornire legittimità morale agli obiettivi della politica estera dei governi occidentali, che a rispettare i diritti umani. Bialiatski è stato arrestato dalla polizia polacca e lituana per frode fiscale, su informazione fornita dall’Interpol. Non è stato arrestato per la sua opposizione politica al governo bielorusso. Questa non è la prima volta che Amnesty International ha falsamente accusato la Bielorussia di violazioni dei diritti umani, ed è improbabile che sia l’ultima. Dall’incarcerazione di Bialiatski, il governo polacco si è mosso per evitare ulteriori mandati di arresto all’Interpol emessi da “paesi non democratici”. Questo è piuttosto farsesco, se proviene da uno stato in cui, chi indossa una maglietta con Che Guevara, potrebbe finire in prigione!
La farsa dei diritti umani sta diventando così ridicola che è probabile che gli si ritorcerà a lungo termine. Specialisti del cambio di regime, come Canvas, un centro per la formazione alle rivoluzioni colorate finanziato dagli statunitensi, con sede a Belgrado, ora orchestrano acrobazie che prevedono l’uso di donne nude che protestano davanti alla sede del KGB di Minsk. Un comportamento di questo tipo porterebbe all’arresto in qualsiasi paese.
Tuttavia, il punto è, infatti, essere arrestati e filmati, e quindi mettere in imbarazzo il KGB. Ma il KGB, essendo un agenzia di intelligence, ha anticipato i loro piani e le stupide nudiste sono solo riuscite a prendere un raffreddore e a  intrattenere allegramente i passanti, il tutto per la causa della “rivoluzione”. Dopo tutto, il capo di Amnesty International – USA è Suzanne Nossel, ex assistente della Segretaria di Stato Hillary Clinton e l’uomo che chiamano Dr. Stranamore, l’ex Consigliere della Sicurezza Nazionale Zbigniew Brzezinski, è anche ex membro del consiglio della stessa organizzazione per i diritti umani.

La minaccia della NATO e dei suoi tirapiedi
La guerra di aggressione scatenata contro la Libia nel 2011, e l’attuale guerra segreta condotta dalle agenzie della NATO contro la Siria, hanno dimostrato che le potenze euro-atlantiche sono, come in passato, decise a utilizzare la guerra come mezzo per ottenere una nuova divisione del mondo propizia ai loro interessi geopolitici. La sofisticata campagna di disinformazione condotta nei confronti della Libia dai social media e dai canali TV satellitari internazionali, che hanno visto il paese più ricco dell’Africa bombardato fino alla rovina, dovrebbe servire come monito al governo bielorusso del pericolo rappresentato dalla NATO per la pace nel mondo.
Grazie alle azioni esemplari delle forze di sicurezza bielorusse, durante i disordini post-elettorali del 19 dicembre 2010, una impopolare dittatura imposta dall’occidente è stata scongiurata. Il popolo bielorusso ha visto l’orrore e l’immiserimento del cambio di regime sostenuto dall’Occidente in Serbia, Georgia, Ucraina, Kirghizistan e in altri paesi. I golpisti colorati finanziati dagli USA sono stati distrutti nella Repubblica di Belarus, e non hanno probabilità di successo nel prossimo futuro. Dato il fallimento delle rivoluzioni colorate della CIA in Bielorussia, nel recente passato, e la vicinanza del paese alla Russia, è difficile immaginare quale strategia si inventerà la NATO per piazzare i suoi burattini a Minsk. Tuttavia, una strategia della tensione che comporta l’uso di mercenari segreti travestiti da manifestanti pacifici, come abbiamo visto in Siria, nei prossimi mesi presenta un reale pericolo per la Repubblica di Belarus.
Rivolgendosi alle forze armate bielorusse il 23 febbraio, il presidente Lukashenko ha notato le tecnologie politiche e d’informazione delle ONG occidentali impiegate per il cambio di regime in tutto il Nord Africa. La Bielorussia, ha sottolineato, ha l’unità e la capacità tecnica per resistere a tale destabilizzazione.

Conclusioni
Il presidente Lukashenko ha osservato una volta che i giornalisti disonesti possono essere peggio degli assassini. La centralità della disinformazione dei mass media, durante la guerra di Libia e la campagna di demonizzazione contro la Repubblica di Belarus, hanno evidenziato il pericolo che gli scribacchini del potere corporativo pongono all’umanità. Lo scontro tra le politiche di sviluppo umano endogene e la cancerosa politica dell’avidità è il conflitto interno che affronta il nostro mondo di oggi. Se ci deve essere un futuro per la prossima generazione, si dovrà costruire un mondo multipolare basato sulla sovranità westfaliana e sullo sviluppo socio-economico endogeno. Questo è il motivo per cui coloro che lottano per la pace nel mondo, lo sviluppo economico e il diritto internazionale, devono continuare a denunciare la campagna diffamatoria dei media corporativi contro la politica socialmente orientata, interna ed estera, della Repubblica di Belarus.

Gearoid Ó Colmáin è nato a Cork, in Irlanda, ed vive attualmente a Parigi. È un ex redattore di Metro Eireann. I suoi interessi includono la geopolitica, la globalizzazione, la filosofia e le arti. E’ membro del SISA, il sindacato italiano per l’ecologia e l’educazione. Leggi gli altri articoli o visita il sito di Gearóid.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I sionisti attaccano Chavez

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 28.02.2012

Chavez ha avuto il suo primo round di martellamento per un presunto antisemitismo, nella fase iniziale della sua presidenza nel 1999, per la sua associazione con il politologo argentino e peronista Norberto Rafael Ceresole, che nei primi anni ’90 aveva introdotto il futuro leader venezuelano alla sua dottrina Caudillo, Ejército, Pueblo (Leader, Esercito, Nazione) per l’ascesa al potere. Ceresole era un veemente critico della politica di Israele in Palestina, negava Olocausto e aveva steso un piano per un servizio di intelligence strategico venezuelano cui evidentemente si aspettava di dirigere personalmente. Era un segreto di Pulcinella che gli operatori del Mossad mantenessero al guinzaglio la comunità d’intelligence venezuelana, in epoca pre-Chavez. Anche se hanno dovuto fare le valigie e andarsene quando il regime populista è salito al potere, i sostenitori d’Israele, profondamente radicati nella macchina statale del Venezuela, si opposero fortemente alla presenza di Ceresole nel paese, e i rappresentanti della comunità ebraica del Venezuela inondarono la DISIP, la polizia segreta, di denunce che Ceresole, “un nazista”, rappresentasse un problema permanente. Allora Chavez era occupato a concentrare il potere e a preparare la nuova costituzione del Venezuela, e la deportazione di Ceresole  divenne una decisione scontata. Agenti del DISIP videro partire Ceresole dall’aeroporto, e più tardi dissero ai giornalisti che i sionisti lo costrinsero ad andarsene minacciandolo di omicidio.
Le forze sioniste hanno preso parte attiva al golpe anti-Chavez del 2002. Raduni di massa e proteste della classe media contro il regime furono orchestrati dai media che, con l’eccezione del statale Canale 8, erano uniformemente controllati da ebrei. La copertura distorta dei media diffuse i disordini e lasciò gran parte della popolazione con l’impressione che Chavez e la sua cerchia fossero sul punto di ricorrere alla forza armata, per mantenere il potere. Nel frattempo, sparatorie perpetrate da uomini armati non identificati sul ponte Llaguno, che causarono il decesso tra sostenitori e oppositori di Chavez, fu  visto da una parte della popolazione come il tentativo del regime di riprendere il controllo con la violenza. Non è ancora chiaro chi fossero gli uomini armati, però; secondo un’ipotesi abbastanza realistica, potrebbero essere stati agenti della polizia municipale il cui comando si schierò con l’opposizione. Un’ipotesi alternativa è che gli uomini armati fossero cecchini esperti venuti dall’estero, e la cosa in effetti rientrerebbe negli scenari ricorrenti in tutta l’era delle guerre “anti-terrorismo” degli anni ’90.
Un grosso scandalo scoppiò nel gennaio 2006, quando il Centro Simon Wiesenthal chiese che Chavez si scusasse per una presunta dichiarazione antisemita. Presso il Centro di Sviluppo Umano del Comune di Acevedo, nello stato di Miranda, Chavez lasciò cadere la frase che aveva provocato conseguenze di vasta portata: “Il mondo ha un’offerta per tutti, ma si è scoperto che alcune minoranze – i discendenti di coloro che crocifissero Cristo, i discendenti di coloro che espulsero Bolivar da qui e anche coloro che, in un certo modo, lo crocifissero a Santa Marta, in Colombia – hanno preso possesso delle ricchezze del mondo, una minoranza ha preso possesso dell’oro, dell’argento, dei minerali, dell’acqua, delle terre buono, del petrolio del pianeta, ed hanno concentrato tutte le ricchezze nelle mani di pochi, meno del 10 per cento della popolazione mondiale possiede più della metà delle ricchezze del mondo“. Anche se, dopo un esame, nulla di quanto sopra sembrasse giustificare le accuse di antisemitismo, una campagna diffamatoria contro il leader venezuelano prontamente si diffuse fino a includere Liberation e Le Monde in Francia, Reuters, Associated Press, The Voice of America e miriadi di destroidi latino-americani. Alla fine, il Simon Wiesenthal Center dovette ammettere, pur ritenendo che Chavez avrebbe dovuto usare un linguaggio scelto con maggior cura, che il passaggio non conteneva nulla che indicasse che gli ebrei fossero responsabili della crocifissione di Cristo o che arraffassero la maggior parte della ricchezza mondiale, e che l’invettiva era diretta contro la classe dirigente venezuelana che espulse Simon Bolivar in Colombia, e contro il sistema globale che consegna in effetti la maggior parte della ricchezza esistente al 10% della popolazione mondiale. Ciò non ha risparmiato nuovi colpi a Chavez, con accuse simili emerse quando aveva criticato l’aggressione di Israele contro il Libano o le spietate incursioni nella Striscia di Gaza.
Il Venezuela aveva ordinato all’ambasciatore israeliano Shlomo Cohen di andarsene il 6 gennaio 2009, e ruppe le relazioni diplomatiche con Israele il 15 gennaio dello stesso anno, condannando la sua offensiva contro la Striscia di Gaza, il cui il bilancio di morti, soprattutto tra i civili, superava i 1000. Mentre Chavez aveva espresso indignazione per il trattamento da Israele del popolo palestinese, la propaganda occidentale trasmise la notizia come se fosse un’ulteriore prova della sua ostilità verso gli ebrei come gruppo etnico. Un attacco a una sinagoga di Caracas ebbe luogo, mentre la questione imperversava. Secondo la BBC, “Una banda armata ha saccheggiato la più antica sinagoga ebraica nella capitale venezuelana, Caracas, dopo aver occupato l’edificio per diverse ore. Circa 15 uomini non identificati hanno fatto irruzione nell’edificio prima di imbrattarne i muri con graffiti e scritti dissacranti. Inoltre chiedevano che gli ebrei fossero espulsi dal paese”. La BBC aveva anche citato i leader ebraici del Venezuela per aver detto che “Il clima è molto teso. Ci sentiamo minacciati, intimiditi, attaccati”. Il governo venezuelano ha ricevuto una valanga di critiche, mentre la polizia stava indagando sull’incidente. Il presidente della Confederazione venezuelana delle Associazioni Israelite, ad esempio, sosteneva che l’attacco era stato ispirato dalla posizione anti-israeliana di Chavez in merito alla guerra in Palestina, e gruppi ebraici si erano radunati davanti alla sede delle Nazioni Unite a Caracas, con slogan sull’odio che alimenta l’odio, cantando l’inno venezuelano, mostrando i loro passaporti venezuelani a chi passava, e spiegando che stavano difendendo la libertà religiosa. I diplomatici di Stati Uniti, Francia, Canada, Finlandia, Germania e Repubblica ceca ha visitato la sinagoga per solidarietà con la comunità venezuelana ebraica, e un coro di ONG in Venezuela, così come da tutta l’America Latina e l’Europa, rivolse accuse al regime di Chavez. Negli Stati Uniti, 16 parlamentari chiesero congiuntamente che Chavez ponesse fine alle intimidazioni della comunità ebraica locale. L’idea comune a tutte le critiche era che l’atto di vandalismo fosse stato in qualche modo benedetto dal governo venezuelano.
La polizia venezuelana, però, concluse l’indagine in un modo fulmineo e, mentre la campagna anti-Chavez era ancora in corso, il ministro degli interni venezuelano Tarek al-Aissami aveva riferito che l’attacco contro la sinagoga era stato guidato da Edgar Alexander Cordero, una guardia del corpo del rabbino Isaac Cohen e da un ufficiale della polizia metropolitana guidata dall’opposizione. I complici dell’uomo erano sette ex agenti di polizia, due individui con precedenti penali e la guardia della sinagoga. Cordero conosceva i dettagli del sistema di sicurezza della sinagoga e la guardia spense l’allarme dall’interno dell’edificio, mentre i graffiti anti-semiti e i danni ai rotoli avrebbero dovuto mascherare un furto ordinario e coinvolgere il Colectivo La Piedrita, l’UPV o altri gruppi dei sostenitori del regime venezuelano. In realtà, il piano di Cordero era rubare 200.000 bolivares da una cassetta di sicurezza. Come è emerso, poco prima dell’irruzione, Cordero aveva chiesto al rabbino Cohen di prestargli del denaro e si sentì profondamente offeso quando la richiesta venne respinta.
La Confederazione delle associazioni israelite venezuelana elogiarono la gestione governativa del caso, ma la maggior parte di coloro che avevano demonizzato Chavez per questa cosa, pretesero di non essere consapevoli della loro cantonata. In realtà, Chavez ha avuto diversi incontri con i rappresentanti della comunità ebraica venezuelana da quando è diventato presidente, esortandoli a non cedere alle provocazioni. Chavez sottolineò che un vero rivoluzionario non può essere un antisemita, e gli ebrei in Venezuela, come cittadini legittimi del paese, non hanno nulla di cui preoccuparsi. La comunità ebraica, tuttavia, sembra priva d’immunità nella propaganda sfornata dalle agenzie di Stati Uniti e Israele. Le storie di fantasia su campi di addestramento per i terroristi arabi in Venezuela, delle operazioni segrete di Chavez con l’Iran, ecc., sono volte a spingere gli ebrei venezuelani ad emigrare in massa. Il giornalista dell’opposizione Nelson Bocaranda dice che il 60-80% degli ebrei del Venezuela ha lasciato il paese nell’ultimo decennio.
Recentemente l’opposizione venezuelana ha convocato le primarie per nominare la sua speranza presidenziale. Il concorso è stato vinto in maniera convincente da Henrique Capriles Radonski, 40enne, propaggine tipica di un ricco e privilegiato clan ebraico. Radonski, però, tende a sottolineare in ogni occasione che lui è un cattolico romano praticante che, in tutta l’America Latina, è un prerequisito per comprare il biglietto per la grande politica. Da giovane, Radonski era un attivista della setta di destra nota come Tradición, Familia y Propiedad (Tradizione, Famiglia e Proprietà), e successivamente ha preso parte alla costruzione, con il sostegno finanziario della CIA e di concerto con i suoi colleghi del TFP, del partito d’opposizione Primero Justicia. L’estremismo politico di Radonski divenne manifesto durante il colpo di stato anti-Chavez dell’aprile 2002. A quel tempo, era l’alcalde di Baruta, un quartiere benestante di Caracas, che divenne teatro di una caccia ai sostenitori di Chavez. Radonski prese parte al assedio all’ambasciata cubana, quando gli insorti chiesero di entrare nella missione per perquisirla. I cubani respinsero l’ultimatum e la teppaglia guidata da Radonski tagliò le comunicazioni dell’ambasciata e vandalizzò le sue vetture. Senza essersi dichiarato colpevole, alla fine Radonski trascorse diversi mesi in carcere per l’episodio, ma è riuscito a trarne dei benefici con cui dare una svolta alla sua carriera: come la maggior parte dei rivoltosi attivi, è fuggito a Miami.
Il sito aporrea.org ha pubblicato un articolo intitolato La Rivoluzione Bolivariana contro il sionismo internazionale, che descrive la nomina di Radonski come un esperimento effettuato dalla borghesia locale e dagli imperialisti degli Stati Uniti, con il sionismo internazionale come base. L’alleanza dovrebbe spingere i sionisti al potere dopo la cacciata di Chavez, supponendo che di conseguenza, la locale classe politica borghese mancherebbe d’influenza. Radonski, ipoteticamente come nuovo presidente, dovrebbe poi aiutare la borghesia venezuelana e i capitalisti ebrei a riprendere il controllo del Venezuela. La proiezione prevede che il governo di destra attuerebbe una immediata repressione estrema, come unico modo per eliminare il regime di Chavez, la rivoluzione bolivariana e la resistenza popolare.
Al momento Radonski, sostenuto da Stati Uniti e Israele, si sta preparando nel ruolo di killer del regime di Chavez. I media sionisti, nel frattempo, lo ritraggono come un progressista liberale, di centro-sinistra e un umanista, nella speranza che il travestimento gli permetta di vincere nel prossimo scontro per il potere.
 
La ripubblicazione è gradita con riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - Sitoaurora

Un’Unione è Nata: America Latina in Rivoluzione

La Comunità degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi (CELAC)
Eva Golinger Global Research, 8 dicembre 2011 – Chavezcode.com

Mentre gran parte del mondo è in crisi e le proteste erompono in tutta Europa e negli Stati Uniti, le nazioni dell’America Latina e dei Caraibi  costruiscono l’accordo consenso, promuovono la giustizia sociale e una crescente positiva cooperazione nella regione. Trasformazioni sociali, politiche ed economiche hanno avuto luogo attraverso i processi democratici in paesi come Venezuela, Bolivia, Ecuador, Nicaragua, Uruguay, Argentina e Brasile in tutto il decennio, portando ad una massiccia riduzione della povertà e disparità di reddito nella regione, e a un notevole aumento nei servizi sociali, qualità della vita e partecipazione diretta nel processo politico. 
Una delle principali iniziative dei governi progressisti latino-americani di questo secolo, è stata la creazione di nuove organizzazioni regionali che promuovono l’integrazione, la cooperazione e la solidarietà tra le nazioni vicine. Cuba e Venezuela ha iniziato questo processo nel 2004 con la fondazione dell’Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America (ALBA), che ora include Bolivia, Ecuador, Nicaragua, Dominica, St. Vincent e Grenadine e Antigua e Barbuda. ALBA è stata inizialmente lanciata in risposta al fallito tentativo del governo statunitense di imporre il suo accordo di libero scambio delle Americhe (ALCA) in tutta la regione. Oggi ALBA è una prospera organizzazione multilaterale in cui i paesi membri condividono simili visioni politiche per i loro paesi e per la regione, e comprende numerosi accordi di cooperazione negli ambiti economico, sociale e culturale. La base fondamentale del commercio tra le nazioni ALBA è la solidarietà e il mutuo beneficio. Non c’è competizione, sfruttamento o tentativo di dominare tra gli stati ALBA. ALBA conta anche su una propria moneta, il Sucre, che consente il commercio tra stati membri, senza la dipendenza dal dollaro americano. 
Nel 2008, l’Unione delle Nazioni Sudamericane (UNASUR) è stata formalmente istituita come un organismo regionale che rappresenta gli stati del Sud America. Mentre ALBA è molto più consolidata come voce politica unificata, UNASUR rappresenta una diversità di posizioni politiche, modelli economici e visioni per la regione. Ma i membri UNASUR condividono l’obiettivo comune di lavorare verso l’unità regionale e per garantire la risoluzione dei conflitti attraverso mezzi pacifici e diplomatici. UNASUR ha già giocato un ruolo chiave nella pacifica risoluzione delle controversie in Bolivia, in particolare durante un tentato colpo di stato contro il governo di Evo Morales nel 2008, e ha anche moderato con successo un grave conflitto tra Colombia e Venezuela, conducendo al ristabilimento delle relazioni nel 2010. 
Duecento anni fa, eroe dell’indipendenza sudamericana Simon Bolivar, nativo del Venezuela, sognava di costruire l’unità regionale e la creazione di una “Patria Grande” in America Latina.  Dopo aver ottenuto l’indipendenza per il Venezuela, Bolivia, Ecuador e Colombia, e la lottato contro i colonialisti in diverse nazioni caraibiche, Bolivar ha cercato di trasformare questo sogno dell’unità latino-americani in realtà. I suoi sforzi furono sabotati da potenti interessi contrari alla creazione di un solido blocco regionale, e alla fine, con l’aiuto degli Stati Uniti, Bolivar è stato estromesso dal suo governo in Venezuela e morì isolato in Colombia diversi anni dopo. Nel frattempo, il governo statunitense aveva proceduto ad attuare la sua Dottrina Monroe, un primo decreto dichiarato dal presidente James Monroe nel 1823 per assicurare il dominio degli Stati Uniti e il controllo delle neo-liberatesi nazioni dell’America Latina e dei Caraibi.
Quasi duecento anni di invasioni, interventi, aggressioni, colpi di Stato e di ostilità condotti dal governo degli Stati Uniti contro le nazioni dell’America Latina all’ombra dei secoli 19.mo e 20.mo.  Entro la fine del 20.mo secolo, Washington aveva imposto con successo i governi ad ogni nazione dell’America Latina e dei Caraibi che erano subordinati alla sua agenda, con l’eccezione di Cuba. La Dottrina Monroe era stato raggiunta, e gli Stati Uniti si sentivano fiducioso del loro controllo sul loro “cortile”.
La svolta inaspettata all’inizio del 21° secolo in Venezuela, in passato uno dei partner più stabili e servili di Washington, fu uno shock per gli Stati Uniti. Hugo Chavez è stato eletto presidente e una rivoluzione era cominciata. Un tentativo di colpo di stato nel 2002 non è riuscito a sovvertire il progresso della Rivoluzione Bolivariana e la diffusione della febbre rivoluzionaria in tutta la regione. Presto Bolivia e poi Nicaragua ed Ecuador seguirono. Argentina, Brasile e Uruguay elessero dei presidenti socialisti, due dei quali ex-guerriglieri. I mutamenti maggiori iniziarono a verificarsi in tutta la regione, mentre i popoli di questo vasto continente vario e ricco, assunsero il potere e fecero sentire la loro voce.
Le trasformazioni sociali in Venezuela, che ha dato voce al potere della gente, divennero esemplari per gli altri nella regione, mentre il presidente Chavez sfidava l’imperialismo statunitense. Un forte sentimento di sovranità e d’indipendenza latinoamericana cresceva, raggiungendo anche quelli con i governi allineati agli interessi degli USA e al controllo delle multinazionali.
Il 2-3 dicembre 2011, la Comunità degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi (CELAC) è nata e la travolgente forza di un continente di quasi 600 milioni di uomini ha realizzato un sogno di unità vecchio di 200 anni. Le 33 nazioni che fanno parte della CELAC sono tutte d’accordo sulla necessità indiscutibile di costruire una organizzazione regionale che rappresenti i loro interessi, e che escluda la prepotente presenza di Stati Uniti e Canada. Se alla CELAC ci vorrà del tempo per consolidare l’impegno eccezionale evidenziato dai 33 stati presenti al suo lancio a Caracas, in Venezuela, non può essere sottovalutata.
La CELAC dovrà superare i tentativi di sabotaggio e neutralizzazione della sua espansione e della sua resistenza, e le minacce contro di essa e gli intenti di dividere i paesi membri saranno numerosi e frequenti. Ma la resistenza dei popoli dell’America Latina e dei Caraibi, che hanno ripreso questo cammino di unità e indipendenza dopo quasi duecento anni di aggressione imperialista, dimostra la forza potente che ha portato questa regione a diventare una fonte di ispirazione per coloro che cercano la giustizia sociale e la vera libertà in tutto il mondo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il gangsterismo degli USA rafforza l’Unità latino-americana

Nil Nikandrov, Strategic Culture Foundation 06.12.2011


A giudicare dalla copertura offerta dai media occidentali, soprattutto negli Stati Uniti, si aveva l’impressione che l’istituzione della Comunità degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi (CELAC) sia classificata essenzialmente come una notizia di sfondo. I servizi da Caracas, dove un forum di 33 presidenti e primi ministri dei paesi della regione si sono riuniti il 2-3 dicembre, sono stati volutamente minimalisti, con emozioni superficiali solo in connessione con i problemi di salute del leader venezuelano H. Chavez, che ha ospitato il vertice. Infatti, ha messo in chiaro un certo numero di volte, che aveva lo aveva affrontati ed era pronto a farsene carico per paio di decenni a venire, ma l’Impero, con la sua permanente campagna di disinformazione, non sembra sentirlo.
Tuttavia, il vertice non ha lasciato alcuna possibilità alla nota dottrina Monroe, che solo di recente ha promesso di vivere finché gli Stati Uniti resteranno al loro posto. Già nel 2008, Chavez ha chiesto all’amministrazione statunitense di rottamare la dottrina Monroe, introdotta dal quinto presidente degli Stati Uniti J. Monroe, che implicava che gli Stati Uniti non avrebbero interferito nelle colonie europee, ma in cambio chiedeva d’isolare l’emisfero occidentale dai tentativi di colonizzazione europea. Chavez ribadisce in ogni contatto con i media statunitensi, che Washington dovrebbe abbandonare la dottrina e cita la dichiarazione del terzo presidente statunitense T. Jefferson, secondo cui gli Stati Uniti avrebbero assorbito una ad una tutte le repubbliche a sud di essi, provando la natura imperiale degli Stati Uniti.
Una più stretta integrazione dell’America Latina, voluta dal liberatore del continente Simon Bolivar, è stata un tema ricorrente durante il forum di Caracas. Bolivar aveva detto nel 1828 che, paradossalmente, gli Stati Uniti erano destinati a seminare la povertà in America Latina, in nome della libertà.  I leader di destra, sinistra e centristi latino-americani, allo stesso modo, hanno fatto spesso riferimento al concetto di Caracas. L’aggressiva politica  estera di Washington evoca spiegabili preoccupazioni nei paesi a sud del Rio Grande. L’Impero usa costantemente la potenza pura per attuare i suoi disegni strategici e geopolitici, immischiandosi con pretesti falsi negli affari degli stati sovrani, e organizzando regolarmente trame con lo scopo di uccidere i politici che lo sfidano. Ora che il Pentagono si è impantanò in Asia e Africa, potrebbero accrescersi le illusioni che l’Impero perda interesse per l’America Latina, anche se mai in realtà, negli Stati Uniti, le attività sovversive contro di essa si sono arrestate. Gli sforzi più seri di Washington, si sono concentrati sull’identificazione di obiettivi strategici in Brasile, Venezuela e Cuba, ma gli alleati degli Stati Uniti come la Colombia, Cile e Messico non devono sentirsi immuni. Gli alleati di oggi possono essere i nemici di domani, e sono anch’essi soggetti a sorveglianza e controllo.
Raul Castro ha esortato i partecipanti al forum ad essere più decisi nel contrastare i tentativi esterni di destabilizzare la situazione nella regione. Ha sottolineato che a Washington non sarebbe stato più permesso di trattare l’America Latina come in passato, quando impose ai popoli del continente modelli di sviluppo sleali e li sottomesse. Castro ha parlato degli ultimi decenni dello spietato blocco economico degli Stati Uniti contro Cuba, che ha descritto come uno dei peggiori crimini contro l’umanità nella storia. Ha detto che, analogamente, le campagne degli Stati Uniti in Libia e altri paesi sono dei crimini internazionali che, peraltro, rischiano di diventare una norma, data la vergognosa inazione delle Nazioni Unite.
Subito, un paio di osservatori hanno interpretato la creazione del CELAC come la “vendetta storica” dei paesi latino-americani. Dal 1948, tutti essi erano membri della Organizzazione degli Stati Americani, ideata dagli USA, che l’Impero abitualmente governava tramite repressioni, torture e stragi – verso i paesi sfidanti come Guatemala, Nicaragua, Grenada, Panama o Cile. I programmi di tortura messi insieme nella Scuola delle Americhe, sono ancora in uso nei paesi politicamente allineati con gli Stati Uniti.
Vale la pena notare che l’elenco dei presidenti “puniti” da Washington include politici sia di destra che di sinistra. La lista degli assassinati di sinistra – J. Gaitan, in Colimbia, S. Allende in Cile, O. Torrijos a Panama – è quasi infinita. M. Noriega a Panama, però, era senza dubbio di destra ma è stato fatto fuori bruscamente da Washington. Ha lealmente contribuito a fornire le armi degli Stati Uniti ai contras dell’America centrale, ma è stato messo dietro le sbarre da Washington per il business della cocaina, una volta non più necessario. Noriega aveva reso difficile alla DEA  monopolizzare l’invio di cocaina dalla Colombia agli Stati Uniti, via Panama. L’ex presidente colombiano A. Uribe è un potenziale prossimo bersaglio. Uribe è stato fondamentale per organizzare le formazioni paramilitari che hanno lanciato raid sanguinari contro gli insorti. Cercando di rimanere utile ai suoi protettori statunitensi, in seguito ha promosso campagne contro i regimi populisti, inoltrando le invettive di Washington contro H. Chavez, C. Correa e E. Morales. Come tante volte prima, scommettendo sulla gratitudine degli Stati Uniti per “il suo figlio di puttana”, ha dimostrato una malintesa tattica nel caso di Uribe.
Washington abbastanza spesso preme per sanzioni contro i regimi sfidanti nell’Organizzazione degli Stati Americani. Non c’è dubbio che Chavez abbia attirato l’ira di Washington più di ogni altra figura politica latinoamericana nel recente passato. Il leader venezuelano ha guidato la riforma dell’OPEC che ha fissato dei prezzi dell’energia più giusti, e quindi non poteva non far arrabbiare gli Stati Uniti, ha fermamente avanzato l’integrazione latino-americana e, con il sostegno della Russia e della Cina, ha avviato il riarmo delle forze armate venezuelane. Chavez rimprovera l’Organizzazione degli Stati americani – una formazione obsoleta, inefficiente e ostile, nelle sue parole – per il suo orientamento pro-USA e sostegno de facto al blocco imposto a Cuba. Chavez e i suoi alleati del Nicaragua, ecuadoriani e boliviani, mettono in discussione la capacità dell’Organizzazione degli Stati americani a sostenere una riforma sensata, e a ritenere che un ritiro dall’alleanza malandata potrebbe essere la soluzione ottimale.
E’ chiaro che la sicurezza regionale farà salire più in alto nell’agenda il CELAC. In privato, i leader latino-americani discutono da lungo tempo del potenziale impatto che possa avere l’instabilità socio-economica degli Stati Uniti, soprattutto nelle più ampie implicazioni dell’attuale crisi globale. Ad oggi, le guerre condotte da Washington sono di tipo apertamente gangsteristico, l’obiettivo palese è quello di minare completamente la configurazione globale esistente, nell’interesse della Pax Americana. Di conseguenza, la priorità strategica dell’impero è neutralizzare al massimo i centri alternativi di potere. Chavez sostiene che, in assenza di una stato di guerra permanente, le possibilità dell’Impero di rimanere a galla sono poche: l’economia statunitense si troverà ad affrontare una crisi ancora più profonda, a meno che il saturo complesso militare-industriale del paese perpetui un completo carico di lavoro. Il recente attacco degli USA contro un checkpoint del Pakistan  nucleare, invia al mondo un minaccioso messaggio, le cui motivazioni degli strateghi del Pentagono sono rimaste oscure. Chavez ritiene che Washington affronti un dilemma, scegliere tra una guerra nucleare e una evaporazione totale del suo potere globale, alla metà del secolo XXI.
E’ impossibile al momento, prevedere quale forma esattamente prenderà lo smantellamento dell’Impero, ma la sua politica interna sembra già essere pronta a far esplodere le proteste. In particolare, le elite degli Stati Uniti hanno paura delle migliaia di veterani delle campagne irachene e afghane. I media abbondano di rapporti di suicidi tra i veterani, ma non dicono nulla circa la disponibilità di molte di queste persone a cercare vendetta per gli anni persi della loro vita, per la morte dei loro coetanei e per il crollo dei loro ideali.  Questo nuovo tipo di minaccia terroristica sta fermentando nel suburbio svantaggiato degli USA, in attesa di essere sbloccato dalla crisi. Le elite degli Stati Uniti sperano di fronteggiare la sfida, basandosi sul mito di un nuovo pericolo di origine esterna. Il ruolo  attribuito ad al-Qaida, mentre il nemico degli Stati Uniti di oggi è la Siria, dove l’amministrazione reprime proteste che sono in realtà azioni dagli agenti della CIA e dei servizi segreti israeliani, britannici e francesi, e inoltre l’Iran, il paese coperto di denunce di voler costruire un arsenale nucleare per poter far scattare un attacco contro l’Occidente.
La poetessa cilena e, vincitrice del Premio Nobel del 1945, Gabriela Mistral ha detto che, assieme alla loro bellissima lingua, i latino-americani sono, più di qualsiasi altra cosa, uniti dall’odio per gli Stati Uniti. Indipendentemente da quante cose siano cambiate dall’epoca in cui ha coniato tale frase, l’odio è ancora lì ed è sempre più forte, uno dei motivi che rendono il CELAC solido come una roccia.

É gradita la ripubblicazione con riferimento alla rivista on-line del Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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