La NATO esalta il suo declino

Il vertice di Chicago
Thierry Meyssan Réseau Voltaire Damasco (Siria) 22 maggio 2012

Il 25.mo vertice della NATO non è riuscito a rispondere alla domanda assillante che ossessiona l’Organizzazione dal crollo dell’Unione Sovietica: come può essere utile ai suoi membri, oltre a  Regno Unito e USA? Esclusa ogni domanda sul massacro di 160000 libici o sulla cancellazione dell’attacco alla Siria, i capi di Stato e di governo hanno appena ricevuto l’ordine di finanziare il complesso militare-industriale degli Stati Uniti.

Ufficialmente doveva rispondere a tre domande principali:
Come controllare l’Asia centrale?
Come essere più efficiente con dei budget limitati dalla crisi finanziaria?
Come schierare un sistema offensivo missilistico contro la Russia e la Cina?
La scelta di Chicago per il vertice si spiega con il fatto che è la città di origine del presidente Barack Obama, e perché è ora amministrata dal falco Emanuel Rahm, ufficiale dell’esercito israeliano.
Un comitato ospitante è stato formato dal Gruppo Bilderberg [1] intorno alla presidente del NDI / NED [2] Madeleine Albright e a John H. Bryan, amministratore delegato di Goldman Sachs.
All’esterno della sala conferenze, non mancavano i gruppi militanti manifestare contro l’Alleanza [3]. Questa turbolenza ha causato problemi di ordine pubblico al comune, e ha danneggiato l’immagine del vertice. Tuttavia, la NATO ha utilizzato l’inconveniente per occupare la stampa, mentre i giornalisti si sono concentrati sugli eccessi della polizia all’esterno della sala conferenze [4], i capi di Stato e di governo potevano discutere in segreto dei loro accordi.

Controllare l’Asia centrale
L’intervento alleato in Afghanistan era stato pianificato dagli Anglo-Sassoni prima degli attacchi dell’11 settembre 2011, anche se gli attacchi furono utilizzati per giustificare il coinvolgimento degli alleati [5]. Rispondeva agli interessi di una coalizione particolare: accerchiare l’Iran (dopo che l’Iraq è stato invaso), interferire nella sfera di influenza russa nell’ex-URSS musulmana; aprire un corridoio per sfruttare il petrolio dalla regione del Caspio, controllare il mercato globale delle droghe derivate dall’oppio e saccheggiare le riserve di minerali preziosi.
Dieci anni dopo, l’attacco contro l’Iran è stato rinviato a tempo indeterminato mentre il rapporto degli Stati Uniti con la Russia e la Cina continua a tendersi. Poco prima del summit, Washington ha stretto rapidamente un Patto strategico con Kabul. Il ritiro delle truppe da combattimento non deve trarre in inganno; il Pentagono vi rimarrà a lungo. Paradossalmente, l’Occidente ha bisogno di truppe in Afghanistan per minacciare gli interessi russi in Asia Centrale, ma ha bisogno di passare attraverso il territorio russo per rifornire le sue truppe in Afghanistan.
Nel corso degli anni, Mosca ha creato un patto militare con i suoi partner dell’ex Unione Sovietica, l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO). Armenia, Kazakistan, Kirghizistan, Uzbekistan e Tagikistan, ne fanno parte (ma non Azerbaigian). Poi, Mosca e Pechino hanno fondato l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO). Il suo scopo originale era soltanto evitare le interferenze degli anglosassoni in Asia centrale, ma tende a diventare un patto militare. La SCO comprende, come osservatori o partner, la Mongolia e gli stati del subcontinente indiano (ma non ancora l’Azerbaigian).
La questione principale del vertice di Chicago non era se le truppe alleate siano necessarie per stabilizzare l’Afghanistan, o se la loro missione sia terminata [6], ma se gli alleati siano disposti a calpestare il cortile russo (e anche cinese) in modo permanente. Pertanto, la decisione del presidente Francois Hollande di ritirare urgentemente le truppe francesi, dovrebbe essere intesa per quella che è: non si tratta semplicemente di porre fine a una spedizione coloniale aberrante, ma anche di rifiutarsi di partecipare alla strategia imperiale Anglo-Sassone contro la Russia e la Cina in Asia centrale.
Di fronte al complotto anglo-sassone, Mosca ha impostato la sua risposta attraverso l’ordine del giorno del suo presidente.
7 maggio: nomina del presidente Vladimir Putin
8 maggio: nomina di Dmitrij Medvedev a primo ministro
9 maggio: celebrazione della vittoria contro la Germania nazista
10 maggio: visita al complesso militare-industriale russo
11 maggio: ricevimento del Presidente dell’Abkhazija
12 maggio: ricevimento del Presidente dell’Ossezia del Sud
14-15 maggio: riunione informale con i capi di stato della CSTO.
Non poteva essere più chiaro. Il nuovo mandato sarà dedicato da Vladimir Putin a fornire i mezzi per proteggere gli obiettivi della Russia e a difendere i propri alleati.
Per appianare le tensioni, la NATO ha invitato al vertice di Chicago i presidenti degli Stati membri della CSTO, che tutti hanno accettato tranne Vladimir Putin. In ogni caso, il summit ha confermato che la NATO sarebbe rimasta in Afghanistan, non come una potenza occupante, ma in supporto al fantomatico esercito afghano [7].

Ridurre le spese
Mentre il Pentagono stesso ha chiesto di moderare le spese, l’ex Segretario alla Difesa Robert Gates, aveva chiesto agli alleati di fare uno sforzo notevole per aumentare il loro budget militare, per compensare il declino degli Stati Uniti [8]. Ma il Pentagono ha dovuto disilludersi, gli alleati sono stati a loro volta colpiti dalla crisi finanziaria statunitense. Pertanto, ogni considerazione si è volta verso la possibilità di spendere meno (che i comunicatori chiamano “difesa intelligente“, fermo restando che finora hanno stupidamente gettato i soldi fuori dalla finestra) [9].
Per gli armamenti, spendere di meno significa comprare armi prodotte in serie molto grandi. In pratica questo significa che gli alleati dovrebbero abbandonare la fabbricazione in proprio delle loro armi e invece dover comprare dal produttore più grande, vale a dire gli Stati Uniti. Il problema è che per gli alleati ciò significa una perdita di sovranità, la perdita di posti di lavoro e l’obbligo di continuare a sostenere il dollaro, e quindi il deficit degli Stati Uniti. In sintesi, per essere difesi, gli alleati devono sacrificare la loro industria della difesa, se ne hanno ancora una, e offrire il loro denaro al Grande Fratello statunitense.
Il presidente Obama stava aspettando i suoi ospiti con il suo catalogo. Quest’anno, c’erano promozioni sugli UAV. Il vertice ha approvato il programma di acquisizione di sorveglianza aerea, che era in discussione da un decennio [10]. L’idea di miscelare droni e grandi jet da trasporto prodotti dai consorzi euro-USA è stata abbandonata in favore del semplice acquisto di droni degli USA. Questo è un disastro annunciato per EADS (Germania), Thales (Francia), Indra (Spagna), Galileo Avionica (Italia), Dutch Space (Paesi Bassi), General Dynamics (Canada). Ma si tratta di  almeno 3 miliardi di euro di ordini per Northrop Grumman e Raytheon (USA), i grandi vincitori del vertice. La fattura sarà divisa tra i 13 Stati membri. Francia e Regno Unito sono riuscite a ritirarsi da questo pasticcio e contribuiranno al programma con il proprio materiale.
Inoltre, il Pentagono ha imposto modifiche alle norme sul funzionamento interno dell’Alleanza, in modo da garantire la possibilità di utilizzare la NATO su richiesta. Originariamente, l’organizzazione aveva lo scopo di mobilitarsi nel complesso quando uno dei suoi membri veniva  attaccato. Oggi, Washington definisce i suoi obiettivi coloniali e vi crea una coalizione ad hoc. Per esempio, ha stretto un’alleanza intorno a Francia e Regno Unito per distruggere la Libia. I tedeschi non vi hanno partecipato. Tuttavia, gestivano la flotta di aerei di sorveglianza AWACS. Ne seguì un momento di disorganizzazione, prima che la coalizione potesse utilizzare questo materiale.  Pertanto, il Pentagono esige di avere il diritto di requisire materiali degli alleati, quando si rifiutano di partecipare a una coalizione. Da questa prospettiva, la “difesa intelligente” equivale a prendere i propri alleati per degli imbecilli.

Minacciare la Russia e la Cina 
Per por termine al deterrente nucleare di Russia e Cina, gli Stati Uniti hanno immaginato di proteggersi dai missili nemici, per sparare su di essi senza timore di rappresaglie. Questo è il principio dello “scudo antimissile”. Tuttavia, gli intercettori attuali non sono in grado di distruggere in volo i missili balistici ultra-sofisticati russi e cinesi. Pertanto, sotto la falsa etichetta di “scudo antimissile“, il Pentagono intende implementare una serie di radar in grado di monitorare lo spazio aereo globale, e installare il più vicino possibile alla Russia e alla Cina i missili che le minacciano.
Il Dipartimento della Difesa statunitense ha già negoziato con molti paesi degli accordi per installare tali apparecchiature. Incoraggia i patti militari fra gli Stati che lo accettano. Per esempio, ha invitato la Giordania e il Marocco ad aderire al Gulf Cooperation Council e di trasformarlo in una sorta di nuovo Patto di Baghdad [11]. Inoltre, sviluppa una retorica rassicurante per mascherare le sue intenzioni. Parlando a degli ignoranti che non hanno mai visto un mappamondo, spiega con faccia tosta che gli impianti sviluppati in Europa centrale non minacciano la Russia, ma sono progettati per intercettare i missili diretti dall’Iran agli Stati Uniti, prendendo la strada più lunga.
Il vertice di Chicago ha approvato il trasferimento della competenza sullo “scudo antimissile” dal Pentagono alla NATO [12]. Ancora una volta, la questione non era come proteggersi da un immaginario attacco nucleare suicida dell’Iran o della Corea del Nord, ma se si vuole o meno partecipare a un progetto diretto contro la Russia e la Cina. Cautamente, gli Stati Uniti hanno evitato le domande che irritano, lasciate da alcuni partecipanti che si lamentano di non sapere più a che cosa servirà l’Alleanza nei prossimi anni.

Non tenerne conto
Il vertice di Chicago è stato importante per gli argomenti che ha affrontato. Ed anche per quelli che ha evitato: la distruzione della Libia e l’assalto alla Siria. In ogni organizzazione, i dirigenti sono tenuti a presentare una relazione annuale sulle loro attività. Non nella NATO. Buon per loro, perché il loro bilancio non è lusinghiero.
Dopo l’ultimo vertice, l’Alleanza ha vinto una guerra contro un nemico che non ha combattuto.  Persuaso fino all’ultimo momento a negoziare, Muammar el-Gheddafi aveva proibito al suo esercito di reagire contro aerei e navi dell’Alleanza. La guerra, quella vera, si era limitata alla presa di Tripoli. Tutti sapevano che la popolazione era armata e che entrare in città sarebbe costato un bagno di sangue. Certo che gli alleati si sarebbero opposti, l’ammiraglio James Stavridis, comandante supremo della NATO, non aveva portato la questione davanti al Consiglio Atlantico. Ha organizzato un incontro segreto a Napoli dove solo gli Stati più determinati erano stati invitati. Secondo quanto riferito, la Francia era stata rappresentata da Alain Juppé [13]. Quindi, all’insaputa di alcuni alleati, è stata adottata la decisione. In definitiva, la NATO ha conquistato Tripoli in una settimana, dopo che il comandante militare della capitale, generale Albarrani Shkal, aveva smobilitato gli uomini e offerto la città all’invasore per qualche milione di dollari. Droni e elicotteri hanno potuto facilmente massacrare decine di migliaia di persone che pensavano di poter difendere la loro patria armati di Kalashnikov. La NATO, che era  presuntamente venuta a proteggere i civili, ha ucciso 160000 persone in totale, senza aver subito ufficialmente alcuna perdita.
A Chicago, i capi di Stato e di governo hanno potuto discutere dei problemi delle capacità in quella guerra, ma non il colpo di forza del Comandante Supremo, né le conseguenze politiche che seguirono la distruzione dello Stato libico e l’installazione al potere dei Fratelli musulmani e di al-Qaida.
Hanno inoltre limitato le discussioni sulla Siria. I comunicatori che avevano usato lo stesso pretesto per colpire Damasco e Tripoli (la “primavera araba“), hanno una spiegazione pronta per spiegare l’assalto: un intervento militare internazionale promuoverebbe una guerra civile. Questo è ovviamente più sofisticato che riconoscere il rovesciamento dell’equilibrio di potenza. La Russia ha implementato in Siria il migliore sistema di difesa aerea del mondo. Non è in grado di impedire un attacco al paese, ma può infliggere gravi perdite ai velivoli della NATO. Il problema non vale la candela. Così si può leggere nella dichiarazione finale del vertice una banalità per cui non valeva la pena di far riunire 60 capi di Stato e di governo: “Seguiamo l’evoluzione della crisi siriana con crescente preoccupazione e sosteniamo gli sforzi delle Nazioni Unite e della Lega degli Stati arabi, tra cui la piena attuazione del Piano Annan in sei punti” [14].

Note
[1] “Ciò che ignorate del Gruppo Bilderberg“, Thierry Meyssan, Réseau Voltaire/Komsomolskaja Pravda, 9 aprile 2011.
[2] “La NED, vetrina legale della CIA“, Thierry Meyssan, Réseau Voltaire/Odnako, 6 ottobre 2010.
[3] “Massive anti-NATO protests in Chicago”, Voltaire Network, 21 maggio 2012.
[ 4 ] “The Empire Holds Its War Council in Chicago”, Glen Ford, Voltaire Network, 18 maggio 2012.
[5] L’Incredibile menzogna, Thierry Meyssan, 2002.
[6] “Déclaration du Sommet de l’OTAN à Chicago concernant l’Afghanistan”, Réseau Voltaire, 21 maggio 2012.
[7] “Alba rosso sangue a Kabul”, Manlio Dinucci, Réseau Voltaire, 9 maggio 2012.
[8] “Les gros bras Gates et Rasmussen tentent un nouvelle extorsion de fonds”, Lucille Baume, Réseau Voltaire, 16 giugno 2011.
[9] “Quanto ci costa la “difesa intelligente” della NATO?” Manlio Dinucci e Tommaso di Francesco, Réseau Voltaire, 21 maggio 2012.
[10] “Déclaration du sommet sur les capacités de défense pour les forces de l’OTAN à l’horizon 2020”, Réseau Voltaire, 20 maggio 2012.
[11] Firmato nel 1955, il Patto di Baghdad era un complemento della NATO, riuniva l’Iraq di re Faisal II, la Turchia di Adnan Menderes, il Pakistan del governatore generale del Malik Ghulam e l’Iran di Muhammad Shah, sotto la leadership degli Anglo-Sassoni.
[12] “Revue de la posture de dissuasion et de défense de l’OTAN”, Réseau Voltaire, 20 maggio 2012.
[13] Questo è stato categoricamente smentito dal suo segretariato, secondo cui il ministro era in vacanza in quella data.
[14] “Déclaration du Sommet de l’OTAN à Chicago”, Réseau Voltaire, 20 maggio 2012.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Geopolitica della guerra imperialista contro la Siria

Parte prima: La sconfitta di Israele nella Seconda Guerra del Libano (2006)
Fida Dakroub Mondialisation 14 maggio 2012

Generalità
Le verità più evidente? Una menzogna che ci piace [1]. Contrariamente a ciò cui ambiscono i media imperialisti, la falsa immagine degli eventi in Siria, che riproducono instancabilmente, si decompone rapidamente e crea nuove sostanze, una volta data una lettura critica all’episodio siriano della presunta “Primavera araba”. Infatti, una tale lettura dovrebbe prendere come oggetto di analisi gli interessi strategici delle potenze imperialiste in Medio Oriente, dallo sbocciare delle profumate violette della “primavera araba”, accuratamente innaffiate dalla Santa Alleanza arabo-atlantica, fino all’indomani del ritiro delle truppe statunitensi dall’Iraq, nel dicembre 2011.

1. I due approcci sulla guerra contro la Siria
Nell’arena mediatica, due discorsi contraddittori si oppongono in merito all’interpretazione degli eventi in Siria: da un lato, i media arabi-atlantico – legati naturalmente ai centri di potere imperialisti, dall’altro lato i media alternativi e di resistenza.
Per quanto riguarda le ambizioni di media arabi-atlantica, è tutto naturale.
In primo luogo, partiamo dalla falsificazione dei dati sul campo, per dimostrare che gli eventi sono degli “episodi dell’epopea umana, avida, enorme – decaduta” [2], una sorta di epica battaglia tra le forze del bene e del male; quindi demonizzare la figura dell’Altro – qui il governo siriano – al punto di farlo vedere come un Hashmodai [3], un Astaroth [4]; infine, si glorificano i gruppi armati islamisti, che angelizzati al punto da venire presentati come dei monaci meditatori, che portano la scintilla della “Libertà, giustizia, democrazia”.
Ciò implica, naturalmente, l’utilizzi di tutti i tipi di operazioni cosmetiche, per manipolare le emozioni della gran parte degli spettatori, “bloccati” di fronte agli schermi di grandi dimensioni che mostrano lo spettacolo  maestoso, il capolavoro di propaganda arabo-atlantica.
In questo senso, ogni lettura che si riferisce solo alla propaganda arabo-atlantica e al discorso miserabile del Consiglio Nazionale siriano, acquisisce, riteniamo, un valore di ciarlataneria politica che serve solo a risvegliare, anche nel cuore dell’onesto sultano mamelucco, un piacevole senso di solidarietà con la cosiddetta “rivoluzione” siriana.
Per quanto riguarda il nostro approccio, che fa parte del discorso alternativo globale alla guerra imperialista contro la Siria, ecco qual’è.
In primo luogo, la guerra imperialista contro la Siria, camuffata sotto le vesti di rivoluzioni profumate, mira 1) a frantumare ciò che era già frammentato da una serie di accordi e trattati tra potenze coloniali, sulla scia dello smembramento dell’impero ottomano nel 1918 [5], 2) e spingendo ogni gruppo religioso, ogni etnia, ogni vicolo o vicoletto,  sui componenti l’eterogeneità della Federazione [6], a dichiarare uno stato indipendente. Il primo punto è un punto di partenza, o il vero obiettivo della cosiddetta “rivoluzione” siriano, il secondo è un punto di arrivo o il vero obiettivo di una tale “rivoluzione”.
Per contro, non va dimenticato – nonostante il frastuono dei fanfaroni della propaganda imperialista – che le potenze coloniali non hanno mai cessato di intervenire negli affari degli Stati del Levante, dalla nascita di questi ultimi durante il ventesimo secolo.
In secondo luogo, per quanto riguarda la velocità degli eventi che hanno portato ad una crescita delle minacce e degli attacchi contro la Siria, li consideriamo il risultato delle perturbazioni da tsunami che avevano colpito l’equilibrio di potenza costituitosi in Medio Oriente tra i due campi belligeranti, durante la seconda guerra del Libano (2006), lo Stato ebraico e Hezbollah, e le circostanze negative della sconfitta di Israele, in quella guerra, per gli interessi e i piani espansionistiche dell’Impero statunitense nella regione. Infatti, la sconfitta di Israele nella guerra del 2006 ha portato il Stato ebraico – alleato strategico dell’impero statunitense – e gli emirati e sultanati arabi – docili e sottomessi all’Impero, naturalmente – in una situazione critica di fronte alla nascita della nuova superpotenza iraniana, i cui alleati regionali sono Iraq, Siria, Libano e la Striscia di Gaza.

2. Prima sconfitta: Il ritiro del maggio 2000
Tutto è cominciato pochi mesi dopo l’inizio del terzo millennio, la notte del ventitreesimo giorno di maggio del 2000.
Nel buio di quella notte oscura, l’esercito israeliano, l’IDF, si era frettolosamente ritirato dal Libano meridionale, dopo ventidue anni di occupazione. Questo ritiro era stato battezzato “Operazione Persistenza”. Punta di diamante della resistenza libanese, Hezbollah, il movimento integralista sciita, ha imposto la sua presa sulla defunta “zona di sicurezza” creata dalle forze di occupazione israeliane. Ciò ha causato un terremoto negli equilibri di potere nella regione.
Visto dal Libano, il ritiro è stato interpretato come la brillante vittoria della “resistenza” incarnata da Hezbollah, che conduce dal 1982 una lotta feroce contro lo Stato ebraico. Inoltre, l’IDF (Tsahal), che era considerato “il miglior esercito del mondo“, è stato umiliato e costretto a lasciare  incondizionatamente il Libano meridionale, per limitare le sue perdite umane. Questa era la prima volta che l’esercito israeliano si era ritirato da un territorio arabo sotto pressione militare.

3.1. Seconda sconfitta: La seconda guerra del Libano (2006)
Sei anni dopo questa sconfitta militare e morale, il 12 luglio 2006, verso le nove del mattino, i guerriglieri libanesi di Hezbollah attaccavano un carro armato israeliano nel territorio dello Stato ebraico,  catturavano due soldati e scomparivano nel trambusto delle prime ore del mattino dei villaggi libanese. Un’ora dopo, un altro blindato israeliano, che aveva attraversato il confine per recuperare i due prigionieri, veniva distrutto a sua volta. Il bilancio fu di otto morti e due prigionieri tra i soldati israeliani, e due sono morti nel campo di Hezbollah. Lo Stato ebraico non se l’aspettava. Con una reattività sorprendente per un paese colto di sorpresa, ha ammassato una divisione di riservisti sul suo confine con il Libano.

3. 1. 1. Gli obiettivi dell’IDF
Per quanto riguarda gli obiettivi delle operazioni militari, Israele ne fissò tre: 1) recuperare i soldati catturati da Hezbollah, 2) fermare il lancio di razzi sulle città israeliane, e 3) forzare il governo libanese ad attuare la risoluzione del Nazioni Unite, vale a dire disarmare Hezbollah e schierarsi lungo il suo confine settentrionale.
A nome del principio dell’”isolamento dal teatro”, il blocco di porti e aeroporti, l’interruzione della strada Damasco-Beirut, il bombardamento di ponti e serbatoi di carburante furono decisi dallo stato maggiore dell’IDF. Questi mirava ad impedire il passaggio dei soldati catturati a nord del Libano o in Iran,  la ritirata dei combattenti di Hezbollah verso nord, e l’invio di riservisti di rinforzo al sud e l’approvvigionamento della logistica di Hezbollah .
Alcune ore dopo, l’esercito israeliano attaccava numerosi obiettivi in tutto il Libano. L’aviazione israeliana bombardava strade, ponti, centrali elettriche, centrali telefoniche e l’aeroporto di Beirut, provocando il “più grande disastro ambientale nel Mediterraneo.” La risposta dello stato ebraico fu giudicata “sproporzionata” dalle Nazioni Unite, ma supportata dall’Impero statunitense, che riteneva assieme alla Gran Bretagna, che lo Stato ebraico avesse “il diritto all’auto-difesa”.
Per quanto riguarda il dispiegamento di truppe, la componente attiva dell’esercito israeliano impegnato in Libano comprendeva le brigate seguenti: la 7.ma Brigata Corazzata sotto il comando del colonnello Eshel Assulin, la 188.ma Brigata Corazzata, la 401.ma Brigata Corazzata sotto il comando del colonnello Moti Kidor, e le Brigate Corazzate 434.ma e 847.ma, per un totale di 400 carri armati. Erano incluse anche la 2° Brigata Carmeli, la Brigata di fanteria Golani, sotto il comando del colonnello Tamir Yada, la 300.ma Brigata comandata dal colonnello Chen Livni, la 609.ma Brigata Alexandroni, sotto il comando del colonnello Shlomi Cohen e la 933.ma Brigata Nahal, sotto il comando del colonnello Mickey Edelstein. Infine, erano presenti anche tre brigate di paracadutisti: la 35.ma Brigata Paracadutisti, comandata dal colonnello Hagai Mordecahaï, la 226.ma e la 551.ma di riserva [7].

3. 1. 2. Gli obiettivi di Hezbollah
Gli obiettivi militari di Hezbollah furono decisi dal primo giorno della guerra: 1) tenere a portata di mano i soldati prigionieri, 2) continuare a sparare raffiche di Katjusha sulle città e i comuni israeliani, 3) fermare l’avanzata della fanteria e delle brigate corazzate israeliane al momento della loro penetrazione in territorio libanese, e distruggerle nelle valli e nei sentieri dei villaggi di frontiera.

E la battaglia inizia!
In primo luogo, l’aviazione israeliana [8] bombardò ponti, strade e strutture che premettevano al comando di Hezbollah di comunicare con i suoi combattenti. Poi, l’IDF tirò 19.400 bombe, 2.200 missili e 123000 colpi di artiglieria [9]. Infine, le truppe si precipitarono verso l’altro lato del confine. Sul lato opposto del confine, il villaggio di Maroun al-Ras, quarantacinque uomini di Hezbollah si tennero pronti nelle loro posizioni.
Dopo undici giorni di feroci combattimenti e di intensi bombardamenti aerei, i soldati israeliani finalmente riuscirono, “per pietà dell’Onnipotente“, a penetrare le linee difensive di Hezbollah, seguiti dalla chioccia delle galline e dai belati delle pecore sparse sulle colline dei villaggi vicini, per scacciare i quarantacinque uomini di Hezbollah che si trovavano sul posto. L’esercito israeliano occupò una piccola area di un chilometro di profondità nel territorio libanese, dopo una lunga battaglia, cosa che fece ricordare la carneficina spettacolare della serie “Asterix e Obelix“, dove vengono uccisi migliaia di soldati romani da due gallici e da alcuni abitanti del villaggio.
Così il villaggio di Maroun al-Ras cadde nelle mani dell’esercito israeliano, il ventitreesimo giorno di luglio, e l’avanzata delle brigate corazzate dell’IDF, che non osarono più avuto avventurarsi oltre, fu finalmente fermata dai combattenti di Hezbollah.

3. 2. La contro-offensiva di Hezbollah: La Guerra delle Sorprese
La risposta di Hezbollah fu dura come quella dell’IDF. Tuttavia, la struttura di questo gruppo di guerriglieri libanesi richiedeva una tattica diversa, quella della “Guerra delle Sorprese”, promessa dal Segretario Generale dell’organizzazione libanese, Hassan Nasrallah o al-Sayyed (il Signore) – grazie alla sua discendenza dalla famiglia del Profeta.

3. 2. 1. Prima sorpresa: il danneggiamento della Saar V
La sera del quattordicesimo giorno di luglio, la prima risposta dell’intervento di Hezbollah. Un missile antinave colpì una corvetta della Marina israeliana della classe Saar V, che operava al largo della costa libanese. Quattro marinai israeliani restarono uccisi. La distruzione della corvetta fu la prima “sorpresa” di Hezbollah. Hassan Nasrallah l’aveva annunciato in televisione e in diretta, alcuni secondi prima dell’attacco e della distruzione della corvetta israeliana: “Le sorprese che avevo promesso iniziano ora. In questo momento, al largo di Beirut, la nave da guerra israeliana che ha attaccato la nostra infrastruttura, che ha colpito le case della nostra gente, i nostri civili, la vedete bruciare. Affonderà, e con essa decine di soldati sionisti israeliani“. Più tardi, una nave spia, travestita da nave da carico con equipaggio egiziano, venne affondata in quello stesso momento da un secondo missile sparato in modo diverso, facendo dodici morti. A seguito di tali attacchi spettacolari, dei fuochi d’artificio salirono nel cielo nero, molto nero, di una Beirut completamente priva di elettricità. Più tardi, il 31 luglio, un pattugliatore israeliano Saar IV era stato colpito al largo di Tiro da un missile sconosciuto di Hezbollah, anche se l’esercito israeliano ha negato la notizia.
L’importanza di questo attacco sta nel fatto che per la prima volta, il Libano era in grado di colpire una corvetta israeliana e di batterla. Per quanto riguarda degli ordigni utilizzati, si era parlato di un missile tipo C802 fabbricato in Cina. Ciò ha portato a un forte terremoto nell’equilibrio del potere costituitosi da lungo tempo tra il Libano e lo Stato ebraico. Pertanto, l’IDF ha deciso di ritirare le fregate e corvette israeliane dalle acque libanesi, e la forza navale israeliana è stata battuta.

3. 2. 2 Seconda sorpresa: colpire gli Apaches
Pochi giorni dopo, il ventiquattresimo giorno del mese di luglio, Hezbollah aveva cercato di abbattere degli aerei israeliani con missili antiaerei. Un elicottero AH-64 Apache si era schiantato nel nord dello Stato ebraico uccidendo due persone. La Radio d’Israele, Kol Israel, all’inizio aveva riferito che l’aereo si era schiantato contro un cavo di alimentazione mentre volava verso il Libano. Ironia della sorte, pochi giorni prima, altri due elicotteri, che devono essere aggiunti a un caccia F-16, furono abbattuti dallo stesso cavo. Più tardi, un portavoce militare israeliano non aveva escluso che l’unità era stata abbattuta dai miliziani di Hezbollah.
Con questo attacco, l’IDF ricevette la seconda sorpresa della “Guerra delle sorprese” promessa da Hassan Nasrallah.
Minacciati dai missili di Hezbollah, i caccia israeliani salirono sulla Scala di Giacobbe [10], verso altitudini elevate. Pertanto, lo Stato Maggiore israeliano, decise il 29 luglio di fermare l’assalto alla città di confine di Bint-Jbeil [11], e di ritirare le truppe senza aver preso la città. Questa ritirata fu presentata da Hezbollah come una sconfitta dell’IDF.
Anche in questo caso, l’IDF non era riuscita a raggiungere il terzo obiettivo dell’operazione militare, quello di “ripulire” il Libano meridionale dei combattenti di Hezbollah e distruggerne l’infrastruttura militare. A fortiori, per la prima volta dal 1948, l’esercito israeliano si trovava in una situazione in cui l’avanzata delle sue truppe avrebbe portato a una distruzione inevitabile. Tuttavia, il bombardamento israeliano continuava, provocando una marea nera sulle coste libanesi.

3. 2. 3. Terza sorpresa: le raffiche di Katjusha
Nonostante una superiorità indiscutibile e gli attacchi più drastici dell’aviazione israeliane,  le raffiche dei razzi Katjusha continuarono a cadere ad un ritmo costante sulle città e le comuni israeliane nel corso dei trentatré giorni di guerra, colpendo al cuore dello Stato ebraico.
In tutto, Hezbollah aveva sparato più di 6.000 missili e razzi sulle città e i paesi del Nord. I tiri si concentrarono su Haifa [12], soprattutto le raffinerie di petrolio e l’industria chimica del paese.  Tutte le comuni lungo il confine furono prese di mira e i razzi colpirono diverse grandi città all’interno del paese. Si noti che, nonostante le minacce, Tel Aviv fu scartata dai bombardamenti. Oltre al Katjusha comunemente usato, Hezbollah impiegò i missili Fajr-3 (Alba) con una gittata di 45 km, ed è in possesso del Fajr-5 (75 km) e del Zelzal (Terremoto, 150 – 200 km) costruiti dall’Iran.
Il 1° agosto, l’esercito israeliano aveva constatato che dopo essere stato bersagliato da un centinaio di tiri al giorno, in media, il territorio israeliano aveva ricevuto un minor numero di colpi, e che l’intensità degli attacchi di Hezbollah si era indebolita nei giorni precedenti. Purtroppo, questa falsa affermazione aveva portato il primo ministro israeliano Ehud Olmert a dichiarare, il 2 agosto, che tutte le infrastrutture di Hezbollah erano state completamente distrutte. Si disse convinto che Israele “ha ora cambiato il volto del Medio Oriente” [13].
Inoltre, Olmert si era congratulato sui grandi schermi in formato panoramico dei canali televisivi, dicendo che Israele stava per raggiungere il suo obiettivo in Libano, “Hezbollah ci penserà due volte, tre volte o anche di più prima di affrontarci , e penso che siamo molto vicini a questo obiettivo“[14], si vantava, purtroppo invano; poche ore più tardi, una “pioggia di razzi” fu lanciata sulle città di Tiberiade e Haifa, e sul dito di Galilea, su Beit Shean e sul nord della Cisgiordania [15]. Inoltre, all’indomani, il lancio dei razzi di Hezbollah ricominciò, e oltre duecento razzi Katjusha caddero su Haifa e in tutto il nord di Israele, fino al confine della Cisgiordania a 70 km dal confine libanese. Fu il giorno più letale per lo stato ebraico.
Quella sera stessa, Hassan Nasrallah minacciò di colpire Tel Aviv [16]: “Se bombardate la nostra capitale, bombarderemo la capitale della vostra entità aggressiva“, disse [17]. Accusò anche il primo ministro Ehud Olmert e il suo esercito d’essere strumenti del presidente degli Stati Uniti George W. Bush, vero responsabile dell’offensiva israeliana in Libano: “vi garantisco che, qualunque sia l’esito della guerra, il Libano non sarà né americano né di Israele, e che il Libano non sarà una di quelle basi del Nuovo Medio Oriente caro a George W. Bush e a Condoleezza Rice“, ribadì [18].
In seguito a questa minaccia, il 4 agosto, il razzo tipo Khaibar-1, sparato da Hezbollah, raggiunse per la prima volta la città di Hadera, situata a 75 km dal confine israelo-libanese e a circa 40 km da Tel Aviv.
Anche in questo caso, l’IDF non era riuscito a fermare le raffiche di Katjusha o a raggiungere il secondo obiettivo della sua operazione militare in Libano.

3. 2. 4. Quarta sorpresa: il massacro dei Merkava
Fu il trentunesimo giorno della guerra di luglio 2006 che determinò le sorti della guerra contro il Libano. Quel giorno, un altro fallimento, il più drammatico, si aggiunse al “record di fallimenti” dell’IDF.
Dopo la ritirata dell’aviazione e la sconfitta della marina, fu la volta delle forze di terra israeliane a dover essere messe in condizione di non nuocere da parte di Hezbollah.
Mentre le raffiche di Katjusha e la “pioggia di razzi” continuavano a cadere sulle città e le comuni israeliane, il comando dell’IDF decise di investire nella battaglia i propri famosi carri armati Merkava, simbolo dell’orgoglio dell’industria militare israeliana, seguiti dalla retroguardia di 130.000 soldati di stanza ai confini della frontiera.
Per fare ciò, decine di Merkava di quarta generazione [19] penetrarono in territorio libanese. Dopo meno di un chilometro, l’inferno gli venne incontro; quindici carri armati furono trasformati in palle di fuoco. Il bilancio fu di 18 ufficiali e soldati uccisi.
Poche ore dopo, le forze israeliane tentarono un’altra incursione, e quattro carri armati furono presi prelevati direttamente sotto tiro. Fu la battaglia più dura dell’IDF, che  iniziò il giorno dopo un terzo tentativo, ma i carri armati caddero di nuovo nella trappola dei combattenti di Hezbollah, a tre chilometri dal confine. Il bilancio di quel solo giorno fu di trentanove carri armati e bulldozer distrutti o danneggiati, una ventina di ufficiali e soldati uccisi e circa un centodieci feriti.

4. 1. L’inizio di un incubo
Da allora, l’IDF ha dovuto affrontare i fatti; il trentatreesimo giorno di guerra, tutte le brigate israeliane dovettero ritirarsi, senza aver potuto realizzare nessuno dei tre obiettivi indicati nei primi giorni della guerra, che erano : 1) recuperare i soldati catturati da Hezbollah, 2) far cessare il lancio di razzi contro le città israeliane; 3) obbligare il governo libanese ad attuare la risoluzione delle Nazioni Unite, vale a dire disarmare Hezbollah e schierarsi lungo il suo confine settentrionale.
Per contro, Hezbollah era riuscito a raggiungere i tre obiettivi che aveva fissato all’inizio della guerra, che erano: 1) tenere a portata di mano i soldati prigionieri, 2), continuare le raffiche di lancio dei Katjusha sulle città e le comuni israeliane, 3) fermare la fanteria e le brigate blindate al momento della loro penetrazione in territorio libanese, e distruggerli nelle valli e nei sentieri dei villaggi di confine.
Le reazioni psicologiche del Comando dell’IDF in relazione a questa sconfitta clamorosa, si manifestarono l’ultimo giorno della guerra, il 14 agosto, attraverso una serie di azioni militari simili a una “cieca vendetta.” Quello stesso giorno, aerei israeliani abbozzarono un ultimo tentativo e bombardarono la residenza del segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, distruggendo otto edifici e uccidendo più di sessanta civili, ma il segretario generale, obiettivo l’attacco, non era tra le vittime.
Nel sud, l’IDF lanciò  un milione e mezzo di bombe a frammentazione. Era questione, forse, di vendicare l’onore perduto del suo esercito in rotta. A fortiori, per la prima volta dal 1948 [20], l’IDF non era riuscita a invadere un territorio arabo.

4. 2. Gli iraniani sono alle porte!
Al quartier generale dell’esercito israeliano, il messaggio fu ricevuto a pieno: Hezbollah ha accesso ad armi ultramoderne. Eppure, dietro le quinte delle potenze arabo-atlantiche, il messaggio venne ricevuto in modo diverso: Annibal ad Portas! [21] “Gli iraniani sono alle porte!”. Così, i primi fiori di acacia e di gardenia della “Primavera araba” assai profumata sbocciarono, e furono innaffiate dalla Santa Alleanza arabo-atlantica, di fronte alla nascita di una nuova superpotenza in Medio Oriente, in opposizione all’Impero statunitense e dei suoi alleati, vale a dire l’Iran e il so arco sciita.

Fida Dakroub, Ph.D
Per contattare l’autrice: Bof Dakroub

Note:
[1] Citazione di Alphonse Karr.
[2] Victor Hugo, La leggenda dei secoli.
[3] Shashmodai o Asmodeo è un demone della Bibbia con molti altri nomi: Asmoth, Aschmédaï, Asmoday, Asmodeo, Aesma, Asmadai, Asmodius, Asmodaios, Hasmoday, Chashmodai, Azmonden o Sidonay e Asmobeo. E’ presente nelle credenze della magia nera, della scienza occulta dell’invocazione di entità demoniache.
[4] Astaroth è un demone Astaroth, Granduca molto potente e tesoriere degli Inferi.
[5] Le Grand Soir
[6] Le Grand Soir
[7] Zahal
[8] L’Aviazione israeliana è la componente aerea della IDF. Allinea circa 710 aerei e 181 elicotteri e così come droni, satelliti e missili balistici.
[9] IFRI
[10] La Scala di Giacobbe si riferisce al sogno del patriarca Giacobbe in fuga da suo fratello Esaù: rappresenta una scala che ascende al cielo. Questo episodio è descritto nel libro della Genesi (28:11-19).
[11] Si stima la popolazione di Bint-Jbeil a 30000. La città fu occupata da Israele dal 1982 fino al 2000, quando il ritiro delle truppe israeliane. E’ considerata da Israele la “Capitale di Hezbollah”.  Divenne famosa dopo un attacco dell’IDF. Durante la guerra del 2006, pesanti battaglie furono combattute dentro e intorno alla città; dove il 51.mo Battaglione della Brigata Golani, una unità d’elite dell’esercito israeliano, che dovette ritirarsi davanti a una resistenza inaspettata.
[12] Haifa è una città costiera d’Israele, situata sulle rive del Mar Mediterraneo. Elle est considérée comme la capitale du nord d’Israël. Si è considerata la capitale del nord di Israele. Haifa e i suoi sobborghi avevano una popolazione di circa un milione di persone, alla fine del 2008. È nota per il suo grande porto in acque profonde e per l’importante industria chimica.
[13] La Libre
[14] Radio Canada
[15] La Libre
[16] Radio Canada
[17] Radio Canada
[18] Radio Canada
[19] Il Merkava Mk IV è entrato in servizio il 24 giugno 2004.
[20] Data della dichiarazione di indipendenza dello Stato ebraico, 14 maggio 1948.
[21] Annibale è alle porte, piangevano i Romani dopo la battaglia di Canne. Formula usata da Livio, Floro, Giovenale, Valerio Massimo nei momenti di grande pericolo.

Dottoressa di Ricerca in Studi francesi (UWO, 2010), Fida Dakroub è una scrittrice e ricercatrice, membro del “Gruppo di ricerca e studio sulle letterature e le culture del mondo francofono” (GRELCEF) presso la University of Western Ontario. È autrice di “L’Orient d’Amin Maalouf, Écriture et construction identitaire dans les romans historiques d’Amin Maalouf” (2011).

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Siria: La guerra per il gas!

Un conflitto internazionale dalla manifestazione regionale
Imad Fawzi Shueibi  Dissident Voice - 30/04/2012 Mondialisation

La Siria si trova di fronte a due piani machiavellici che si combinano per distruggere il suo Stato, colpire il suo popolo e annettere il suo territorio.  Il primo piano, pubblicamente dichiarato e più volte evocato, ma superbamente ignorato dai cosiddetti umanitari o umanisti… è il piano sionista di Oded Yinon, intitolato “Strategia per Israele negli anni ’80″ [1]. Piano adottato dai neoconservatori di tutti i tipi per un “Nuovo Medio – Oriente” ricolonizzato a volontà. Piano sconfitto nel 1982 da Hafez al-Assad … ma ripresentato all’ordine del giorno di oggi. Il secondo piano corrisponde a un’ambizione ancora più ampia, dal momento che non si accontenta più di fabbricare il suo “Grande Medio Oriente”, ma punta alla “Grande Asia Centrale”. E la Siria non è altro che il pezzo del domino i cui destabilizzazione, crollo o scomparsa avrebbe dato la vittoria ai giocatori.
Quindi ora tocca alla Siria essere oltraggiata, spezzata, martirizzata… e purtroppo calunniata. La stragrande maggioranza dei siriani è ferita da questa guerra terribile di cui non si osa pronunciare il nome, ma che ogni giorno per 13 mesi, ha inventato e messo in scena delle menzogne che vanno oltre la comprensione e il consentito, se non per benedire i crimini senza precedenti commessi su questa terra fecondata da secoli di creatività, conoscenza e credenza, ma anche dal sangue di tutti i siriani massacrati da ogni tipo di invasori: re, principi, barbari … provenienti da qualche altra parte. Possa questa traduzione della riflessione del dottor Imad Fawzi Shueibi, un cittadino siriano, aprire gli occhi di coloro che non vogliono vedere, e il cuore e la mente di coloro che non vogliono sentire. Gli altri seguiranno perché è la verità! [Mouna Alno-Nakhal, traduttore in francese].

La Siria martirizzata non è mai stata lontana dalla battaglia per il gas nel mondo in generale, e del Medio Oriente in particolare. Nel momento in cui sembra esserci un collasso della zona euro, insieme ad una gravissima crisi economica che ha portato gli Stati Uniti ad avere un debito di 14.940 miliardi di dollari, vale a dire il 99,6 % del PIL, e dove la loro influenza è minima di fronte alle potenze emergenti come Cina, India e Brasile, è diventato assai chiaro che il potenziale del potere non risiede più nell’arsenale nucleare militare, ma piuttosto si trova nei porti di esportazione dell’energia. E questo è ciò che meglio spiega la battaglia russo-americana.
Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, i russi hanno capito che la corsa agli armamenti li aveva esauriti, soprattutto in assenza delle fonti di energia necessarie per qualsiasi paese industrializzato, mentre l’ultradecennale presenza degli Stati Uniti nelle zone petrolifere gli aveva consentito di sviluppare e decidere la politica internazionale senza troppe difficoltà. Quindi, i russi si sono rivolti alle fonti dell’energia, come il petrolio e il gas. Ma con il settore petrolifero, data la sua distribuzione internazionale, non più molto promettente in termini di concorrenza, Mosca ha deciso di capitalizzare il gas e relativi produzione, trasporto e commercializzazione su larga scala.
Il calcio d’inizio è stato dato nel 1995, quando Putin (non c’era Putin al vertice dello Federazione Russa, nel 1995. NdT) decise la strategia di Gazprom partendo dalle zone gasifere della Russia verso Azerbaigian, Turkmenistan, Iran [per la commercializzazione], e poi il Medio Oriente. È certo che i progetti Nord Stream e South Stream testimoniano nella Storia i distinti meriti e sforzi di Vladimir Putin per portare la Russia sulla scena internazionale e influenzare l’economia europea che dipenderà, per decenni, dal gas come alternativa al petrolio, o dalle due fonti contemporaneamente, ma con una priorità evidente per il gas. A questo punto, è diventato urgente per Washington creare un progetto simile, il Nabucco, per competere con i progetti russi e disporre delle risorse che determineranno la strategia e la politica del prossimo secolo.
Il gas è la fonte principale di energia di questo secolo, come alternativa al petrolio, a causa del declino delle riserve, o come fonte di energia pulita. Pertanto, il controllo delle aree ricche di gas del mondo, da parte delle varie potenze, vecchie ed emergenti, è la base di un conflitto internazionale, la cui manifestazione è regionale. Chiaramente, la Russia ha letto le carte e ha imparato la lezione dal suo collasso per mancanza di fonti energetiche, che non erano controllate dall’URSS, ma che sono comunque indispensabili per alimentare le industrie di tutti i paesi.
Una prima lettura indica che il gas si trova nelle seguenti zone:
1. Russia, da Vyborg a Beregvya
2. Turkmenistan
3. Azerbaigian e Iran
4. Georgia
5. Siria e Libano
6. Qatar ed Egitto.
Mosca si è affrettata a lavorare su due strategie principali: la prima costituita dall’istituzione di un progetto russo-cinese focalizzato sulla crescita economica del Blocco di Shanghai, la seconda per controllare le risorse del gas. Così questa divenne la base di due progetti [South Stream e Nord Stream] con l’intento di affrontare il progetto Nabucco degli Stati Uniti [supportato dall'Europa] che punta al gas del Mar Nero e dell’Azerbaigian. Seguì una gara strategica tra i due per il controllo dell’Europea e delle risorse del gas:
- Il progetto del gasdotto Nabucco [2] si concentra su Asia centrale, Mar Nero e dintorni. I suoi impianti di stoccaggio sono in Turchia, mentre il suo percorso inizia in Bulgaria e attraversa Romania, Ungheria, Repubblica Ceca, Croazia, Slovenia e Italia. Doveva passare attraverso la Grecia, ma questa idea è stata abbandonata a favore della Turchia.
- Il progetto Nord Stream collega [3] la Russia direttamente alla Germania attraverso il Mar Baltico, verso Weinberg e Sassnitz, bypassando la Bielorussia.
- Il progetto South Stream [4] inizia in Russia e si dirige su Mar Nero e Bulgaria, poi attraversa la Grecia, sud d’Italia, Ungheria e Austria.
Il progetto Nabucco doveva competere con i due progetti russi, ma a causa di problemi tecnici, è stato rinviato al 2017, quando era previsto per il 2014. Attualmente, il vantaggio della disputa sul gas è quindi a favore della Russia, da qui la necessità per gli Stati Uniti di assicurasi delle zone gasifere addizionali:
- Il gas iraniano per alimentare il gasdotto Nabucco, che passerebbe in Georgia [e in Azerbaigian, se possibile] per raggiungere il punto d’incontro di Erzurum, in Turchia.
- Gas dal Mediterraneo orientale: Siria, Libano [5] e Israele.
Tuttavia, nel luglio 2011 l’Iran ha firmato accordi relativi al trasporto di gas attraverso l’Iraq e la Siria, accordi che rendono la Siria un punto di incontro e di produzione in collegamento con le riserve del Libano. Si tratta di quindi di uno spazio geografico, strategico ed energetico che si apre e che include Iran, Iraq, Siria e Libano. Gli ostacoli che il progetto ha sofferto per oltre un anno, suggeriscono il grado della battaglia per la Siria e il Libano, e allo stesso tempo illuminano il ruolo svolto dalla Francia, che vede storicamente l’area del Mediterraneo orientale come una sua zona d’influenza che dovrebbe sempre servire ai suoi interessi, dalla necessità di compensare la sua assenza nella regione dalla 2° Guerra Mondiale. In altre parole, la Francia vuole giocare un ruolo nel mondo [del gas], ora che ha acquisito una sorta di assicurazione che si estenderebbe dalla Libia a Siria e Libano.
Quanto alla Turchia, si rende conto che finirà per perdere, essendo il Nabucco ritardato ed essendo essa stessa esclusa dai due progetti South Stream e Nord Stream; il gas del Mediterraneo orientale le sfugge.

Storia del gioco
Per entrambi i progetti, Mosca ha creato la compagnia Gazprom negli anni ’90. La Germania, che voleva liberarsi una volta per tutte dell’impatto della seconda guerra mondiale, era pronta a essere un partner, sia in termini di strutture, che di revisione del gasdotto del Nord Stream o degli impianti di stoccaggio in prossimità della linea South Stream, in particolare in Austria.

Gazprom
La Gazprom è stata fondata in collaborazione con Hans-Joachim Gornig, un tedesco vicino a Mosca, ex vicepresidente della società tedesca del petrolio e del gas, che aveva curato la costruzione della rete dei gasdotti della DDR. È stata diretta fino all’ottobre 2011 da Vladimir Kotenev, ex ambasciatore russo in Germania. Gazprom ha firmato una serie di transazioni con aziende tedesche, soprattutto con quelle che collaborano al Nord Stream, come il gigante per l’energia E.ON e quello dei prodotti chimici BASF, con delle tariffe preferenziali per E.ON, in caso di aumento dei prezzi; cpsa che può essere considerata come una sorta di sostegno [politico] alle imprese tedesche da parte della Russia.
Mosca ha beneficiato della liberalizzazione dei mercati europei del gas e ha monopolizzato questi mercati scollegandole dalle altre reti di distribuzione. La pagina degli scontri e delle ostilità tra la Russia e Berlino è stata voltata, perseguendo una fase di cooperazione economica e riduzione del peso dell’enorme debito dell’Europa che grava sulle spalle della Germania, che ritiene che il gruppo germanico [Germania, Austria, Repubblica Ceca, Svizzera] non debba sopportare le conseguenze della senescenza di un intero continente, o la caduta di un gigante.
Gazprom ha collaborato con aziende tedesche come Wingas, di proprietà della BASF [attraverso la sua controllata Wintershall], il più grande produttore tedesco di petrolio e gas che controlla il 18% del mercato del gas, e ha offerto ai partner principali vantaggi senza precedenti negli asset russi. Così BASF e E.ON controllano ognuna circa un quarto dei giacimenti di gas di Louzhno-Russkoe, che alimenteranno in gran parte Nord Stream a un certo punto; non è una mera coincidenza che la controparte tedesca di Gazprom, chiamata ‘Gazprom Germania’, arriverà a possedere fino il 40% della società austriaca Austrian Centrex Co., specializzata nello stoccaggio di gas, e destinata a estendersi fino a Cipro.
Un’espansione che certamente non piace alla Turchia, che ha un disperato bisogno di partecipare al progetto Nabucco. Vorrebbe stoccare, commerciare, e quindi trasferire 31 – 40 miliardi di metri cubi di gas all’anno; un progetto che la rende sempre più asservita alle decisioni di Washington e della NATO, soprattutto dopo che la sua adesione all’Unione europea è stata respinta più volte.
Pertanto, i collegamenti strategici relativi al gas sono diventati cruciali nella politica internazionale, con Mosca che può fare pressione sul partito socialdemocratico tedesco del Nord Reno-Westfalia, una base industriale importante e centro del conglomerato tedesco RWE che opera nel settore dell’energia elettrica attraverso la sua controllata E.ON.
Una tale influenza è stata riconosciuta da Hans-Josef Fell, responsabile della politica energetica [del partito dei Verdi, secondo cui sono coinvolte quattro società tedesche, legate alla Russia, nella definizione della politica energetica tedesca attraverso una rete molto complessa che fa pressione sui ministri e manipola l'opinione pubblica attraverso la Commissione per le relazioni economiche dell'Europa orientale, che rappresenta le aziende e mantiene stretti rapporti con la Russia e alcuni paesi dell'ex blocco sovietico.] Ma la Germania si obbliga alla discrezione per quanto riguarda la crescente influenza della Russia, discrezione basata sulla pretesa necessità di migliorare la “sicurezza energetica” dell’Europa.
Attualmente, la Germania ritiene che la politica dell’Unione europea per risolvere la crisi dell’euro, potrebbe ostacolare gli investimenti russo-tedeschi per un lungo periodo. Questa ragione, tra le altre, spiega perché si sforza di salvare l’euro appesantito dai debiti europei, anche se il blocco germanico potrebbe, da solo, sopportare questi debiti. Inoltre, ogni volta che gli europei si oppongono alla sua politica nei confronti della Russia, afferma che i piani utopici dell’Europa non sono fattibili e possono spingere la Russia a vendere il proprio gas in Asia.
Questo impegno tra la Russia e la Germania non data solo a partire dal momento in cui Putin poté beneficiare dell’eredità della guerra fredda, facendo sì che tre milioni di russofoni vivano in Germania e siano la comunità più grande dopo i turchi. Da allora, avrebbe usato una rete di ex funzionari della DDR per studiare gli interessi delle aziende russe in Germania, per non parlare del reclutamento di ex agenti della STASI, compresi i direttori del personale e delle finanze di Gazprom Germania e il direttore delle finanze del consorzio Nord Stream, Matthias Warnig che, secondo il Wall Street Journal, avrebbe aiutato Putin a reclutare delle spie a Dresda, quando era un giovane dirigente del KGB. Ma per essere chiari, l’uso da parte della Russia delle sue vecchie relazioni non è stato dannoso per la Germania, gli interessi di entrambe le parti sono stati serviti senza che nessuno domini l’altro.
Il progetto Nord Stream, il principale collegamento tra la Russia e la Germania, è stato inaugurato di recente con un oleodotto che è costato 4,7 miliardi di euro. Anche se questo gasdotto collega Russia e Germania, è stato riconosciuto come parte della sicurezza energetica europea, e Francia e l’Olanda si sono affrettate a dichiarare che si trattava di un progetto europeo. A questo proposito, occorre ricordare che il signor Lindner, direttore esecutivo del Comitato tedesco per le relazioni economiche con i paesi dell’Europa orientale  ha detto, senza esitazione, che si trattava di un progetto europeo e non di un progetto tedesco, e che non si può bloccare la Germania in una maggiore dipendenza nei confronti della Russia. Tale dichiarazione indica il timore di un’influenza russa sempre più importante in Germania; resta vero che il progetto Nord Stream è strutturalmente un piano di Mosca e non europeo.
I leader russi hanno così i mezzi per paralizzare la distribuzione dell’energia in diversi paesi, quando lo vorrebbero, e di vendere il gas al miglior offerente. Tuttavia, l’importanza pratica della Germania risiede nel fatto che si tratta di una piattaforma da cui la Russia può lanciare la sua strategia continentale, Gazprom Germania detiene ancora partecipazioni in 25 progetti incrociati, in particolare con Gran Bretagna, Italia, Turchia, Ungheria… Suggerendo che Gazprom potrebbe diventare una delle più grandi aziende del mondo, se non la più grande.
I dirigenti di Gazprom non solo hanno costruito i loro progetti, hanno cercato di affrontare la seria sfida del progetto Nabucco. Di conseguenza, Gazprom che detiene il 30% di un progetto volto a costruire un secondo gasdotto per l’Europa, che avrebbe seguito approssimativamente il percorso di Nabucco, è anche, secondo il parere dei suoi sostenitori, un progetto “politico” volto in modo deciso a rallentare o addirittura bloccare il progetto Nabucco. D’altronde Mosca si è affrettata a comprare il gas dell’Asia Centrale e del Mar Caspio, al fine di farli tacere proprio quando doveva affrontare Washington politicamente, economicamente e strategicamente.

Lettura russa della carta. L’Europa e la mappa del Mondo futuro
Gazprom sfrutta i suoi impianti gasiferi in Austria e affitta impianti in Gran Bretagna e Francia. Tuttavia, il crescente numero di impianti di stoccaggio in Austria sarà la base per sviluppare la mappa energetica dell’Europa, dato che servono a rifornire Slovenia, Slovacchia, Croazia, Ungheria e Italia con un indubbio vantaggio per la Germania, che opererà come snodo per l’esportazione del gas all’Europa occidentale.
Gazprom ha anche facilitato un deposito comune con la Serbia verso la Bosnia-Erzegovina. Studi di fattibilità sono stati condotti sulle modalità di stoccaggio simili a quelli di Repubblica Ceca, Romania, Belgio, Gran Bretagna, Slovacchia, Turchia, Grecia e anche la Francia. Gazprom rafforza la posizione di Mosca come fornitrice del 41% delle gas necessario all’Europa. Ciò significa che un cambiamento sostanziale nelle relazioni tra Oriente e Occidente a breve termine, mette in evidenza il declino dell’influenza degli Stati Uniti, con un scudo antimissile interposto per stabilire un Nuovo Ordine Mondiale in cui il gas sarebbe uno dei pilastri; e questo fornisce le ragioni dell’escalation nella battaglia per il gas del Medio Oriente e della costa orientale del Mediterraneo.

Nabucco nei guai
Nabucco è stato progettato per convogliare il gas per 3.900 chilometri, dalla Turchia all’Austria, e trasportare 31 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno, dal Medio Oriente e dalla regione del Caspio ai mercati europei. La coalizione NATO-USA-Francia ha cercato frettolosamente di mettere fine ai problemi del Medio Oriente [Siria e Libano in particolare], che non coinciderebbero con i suoi interessi sul gas. La Siria ha risposto firmando un contratto per avere gas dall’Iran attraverso l’Iraq. La realtà dei fatti è che sul gas siriano e libanese si concentra la battaglia; questo gas che andrà ad alimentare Nabucco o Gazprom, in altre parole South Stream.
Il consorzio Nabucco è costituito da diverse società: tedesca [REW], austriaca [OML], turca [Botas], bulgara [Energy Holding Company] e rumena [Transgaz]. Cinque anni fa, i costi iniziali del progetto sono stati stimati in 11,2 miliardi dollari, ma questi costi potrebbero raggiungere i 21,4 miliardi dollari entro il 2017. Ciò solleva molte domande sulla sua redditività, dato che Gazprom ha fatto offerte a sufficienza a diversi paesi che dovrebbero alimentare Nabucco, che non si può più contare sul surplus del Turkmenistan, soprattutto dopo i tentativi falliti di accaparrare il petrolio dell’Iran. Questo è uno dei segreti sconosciuti della battaglia per l’Iran, che è andato troppo lontano nel sfidare gli USA e l’Europa, scegliendo l’Iraq e la Siria quali percorsi per il trasporto di parte del suo gas.
Così, la migliore speranza per Nabucco è l’Azerbaigian, che è diventato quasi l’unica fonte di un progetto che sembra fallire prima ancora di iniziare. Da qui le offerte accelerate a Mosca per l’acquisto di fonti originariamente previste per il Nabucco, e le difficoltà ad imporre un cambiamento geopolitico a Iran, Siria e Libano. Questo in un momento in cui la Turchia è pronta a reclamare la sua quota del progetto Nabucco, sia firmando un contratto con l’Azerbaigian per l’acquisto di 6 miliardi di metri cubi di gas nel 2017, che con l’annessione di Siria e Libano, con la speranza di bloccare il transito del petrolio iraniano, o di ricevere una quota del gas del Libano e/o della Siria, e la sua corsa per un posto nel nuovo ordine mondiale che va dai piccoli servizi ai più grandi: stoccaggio di gas, azione militare e scudo missilistico!
Ma la minaccia più grave al progetto Nabucco, potrebbe essere dato dal fatto che la Russia stia cercando di farlo fallire negoziando contratti migliori dei propri, in favore di Nord o South Stream di Gazprom, tali da inficiare gli sforzi di Stati Uniti ed Europa, riducendo la loro influenza e nuocendo alla loro politica energetica verso l’Iran e/o il Mediterraneo. Infatti, Gazprom potrebbe diventare un investitore o un gestore importante di alcuni nuovi giacimenti di gas in Siria o in Libano. La data del 16 agosto 2011 non è stata scelta a caso dal Ministero del Petrolio siriano per annunciare la scoperta di un giacimento di gas a Qara, nei pressi di Homs. La sua capacità produttiva sarebbe di 400.000 metri cubi al giorno [146 milioni di metri cubi l'anno]. Tuttavia, il ministero non aveva detto nulla circa il gas del Mediterraneo.
Nord Stream e South Stream hanno quindi influenzato la politica degli Stati Uniti, che sembrano in ritardo. I segni delle ostilità tra gli Stati dell’Europa centrale e la Russia si sono attenuati, ma la Polonia e gli Stati Uniti non sembrano disposti a lasciare il gioco, perché alla fine di ottobre 2011 hanno annunciato il cambio della politica energetica a seguito della scoperta dei giacimenti di carbone europei, che dovrebbero far ridurre la dipendenza dalla Russia … e dal Medio Oriente. Questo sembra essere un obiettivo ambizioso ma a lungo termine, a causa delle molte procedure necessarie prima della commercializzazione; questo carbone corrisponde a delle rocce sedimentarie trovate a migliaia di metri sottoterra, e richiede tecniche di fratturazione idraulica ad alta pressione per rilasciare il gas, per non parlare dei rischi ambientali.

La partecipazione della Cina
La cooperazione sino-russa nel settore dell’energia è il motore che accelera e dirige il partenariato strategico tra questi due giganti, e costituirà la base del loro doppio veto ribadito a favore della Siria. Questa cooperazione non riguarda solo il problema dell’approvvigionamento della Cina a condizioni preferenziali. Questo è un processo che impegna la Cina a partecipare alla distribuzione del gas attraverso la vendita di prodotti e servizi, più un proposto controllo comune delle reti di distribuzione del gas. Gli esperti di entrambi i paesi hanno concordato che avrebbero potuto lavorare insieme nei seguenti settori: “Coordinamento delle strategie energetiche, previsione e prospezione, sviluppo del mercato, efficienza energetica e fonti energetiche alternative“.
Altri interessi strategici si riferiscono al mutuo rischio di fronte al progetto di “scudo missilistico” statunitense. Washington ha coinvolto non solo il Giappone e la Corea del Sud, ma a partire dal settembre 2011, ha anche invitato l’India a diventarne un partner. Di conseguenza, le preoccupazioni dei due paesi si intersecano quando Washington rilancia la sua strategia in Asia centrale, vale a dire, sulla Via della Seta. Questa strategia è la stessa di quella lanciata da George Bush [il progetto della Grande Asia centrale], al fine di respingere l’influenza di Russia e Cina, in cooperazione con la Turchia,  risolvendo la situazione in Afghanistan entro il 2014, e con l’imposizione con la forza militare della NATO in tutta la regione. L’Uzbekistan ha già fatto trapelare che potrebbe ospitare la NATO, e Putin ha detto che ciò che potrebbe contrastare l’invasione occidentale e impedire agli Stati Uniti di indebolire la Russia, sarebbe l’espansione dello spazio Russia-Kazakhstan-Bielorussia in cooperazione con Pechino!
Questa intuizione nei meccanismi della battaglia internazionale, fornisce l’accesso a uno dei versanti del processo di formazione di un nuovo ordine mondiale basato sulla supremazia militare e i combustibili fossili, in primo luogo: il gas!

Il gas dalla Siria
Dal momento in cui Israele ha iniziato l’estrazione di petrolio e gas, è diventato chiaro che il bacino del Mediterraneo è entrato in gioco, che la Siria sarebbe stata attaccata, e che l’intera regione avrebbe potuto godere della pace, in quanto il ventunesimo secolo dovrebbe essere quello dell’energia pulita.
Secondo l’Istituto di Washington, il Mediterraneo è ricco di gas, la Siria ne sarebbe lo stato più ricco. Questo stesso istituto ha inoltre ipotizzato che la battaglia tra la Turchia e Cipro si espanderà, a causa dell’incapacità di sopportare la perdita del progetto Nabucco nonostante il contratto firmato con Mosca nel dicembre 2011, per il trasporto di parte del gas di South Stream attraverso la Turchia.
Ora che il segreto del gas siriano è stato tolto, tutti dovrebbero comprendere le ragioni e la portata delle menzogne sulla Siria. Chi controlla la Siria è in grado di controllare il Medio Oriente. E a partire dalla Siria, porta per l’Asia, si può “possedere la chiave per la casa Russia” come affermava la zarina Caterina II, in quanto potrebbe disporre della Via della Seta della Cina. Inoltre, coloro che riuscissero a invadere la Siria avranno la capacità di dominare il mondo, dal momento che questo secolo è il “secolo del gas.” Ma dopo il contratto firmato da Damasco per trasportare gas iraniano dall’Iraq, dopo aver attraversato il Mediterraneo, lo spazio geopolitico della Siria si aprirebbe, mentre avrebbe chiuso lo spazio agli attori del progetto Nabucco, boa di salvataggio di Europa e Turchia. Pertanto, la Siria è la chiave per la prossima era.

Imad Fawzi Shueibi: filosofo e geopolitico siriano. Presidente del Centro di Documentazione e Studi Strategici di Damasco – Siria.

Riferimenti:
[1] Stratégie pour Israël dans les années 80 
[2] Mappa del percorso del Nabucco
[3] Mappa del percorso del North Stream
[4] Mappa Nabucco vs South Stream
[5] Mappa del Mediterraneo

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Sarkozy – Takieddine: un segreto da 350 milioni di euro

Fabrice Arfi e Karl Laske Mediapart 18 luglio 2011

Questo è uno dei segreti meglio custoditi del clan Sarkozy. L’uomo d’affari Ziad Takieddine, principale sospettato per l’aspetto finanziario del caso Karachi, nel 2003 avrebbe ricevuto tangenti per un importo di 350 milioni di euro, come parte di una vendita di armi all’Arabia Saudita, secondo i documenti e le note ottenute da Mediapart. I fondi dovevano essere erogati, sotto l’autorità di Nicolas Sarkozy, tramite una società controllata dal ministero degli interni.
Stimato in 7 miliardi di euro, il contratto “Saudi Border Guards Developpment Project“, nome in codice Miksa, aveva lo scopo di assicurare i confini dell’Arabia Saudita. Una prima quota di questa vendita venne ottenuta dall’EADS nel luglio 2009. Nella sua versione originaria, includeva la fornitura di elicotteri, aerei, radar, sistemi di comunicazione ultra-sofisticati… Delle note inviate da Ziad Takieddine al governo di Sarkozy, nel 2003 e 2004, mostrano che l’imprenditore era diventato il principale artefice di questa vendita per il ministro degli interni.
Nel 2003, proprio in questo periodo, i prossimi di Nicolas Sarkozy, in primo luogo Hortefeux, poi deputato e membro dell’ufficio del ministro, furono sontuosamente invitati dal trafficante d’armi sul suo yacht La Diva, e nella sua villa a Cap d’Antibes, come testimoniano le fotografie pubblicate da Mediapart, il 10 luglio 2011.
La sottoscrizione da parte di Nicolas Sarkozy di questo mirabile affare sugli armamenti, venne bloccata in extremis, nel 2004, da Jacques Chirac, il cui entourage aveva parlato dell’esistenza di un gruppo volto a finanziare il clan  Sarkozy. Uno scenario confermato, oggi a Mediapart, da un ex alto funzionario degli armamenti francese. Sospetti di finanziamenti politici occulti valgono oggi, a Ziad Takieddine, l’interesse della giustizia sulla vendita di sottomarini Agosta al Pakistan e di due fregate Sawari all’Arabia Saudita, vendite effettuate sotto il governo Balladur, alla fine del 1994.
Il contratto Miksa, firmato in una prima versione nel 1993, mentre Charles Pasqua era agli interni, diventa una priorità per Nicolas Sarkozy al suo arrivo alla guida di quel ministero nel 2002. Il futuro presidente scrisse in tal senso, l’8 luglio 2002, una lettera al suo omologo saudita principe Nayef. Eccone un estratto: “Conoscendo l’importanza del controllo delle frontiere del regno saudita, volevo confermare a Vostra Altezza Reale, l’interesse del governo francese per il progetto Saudi Border Guard Defence Program, e a confermarLe che vi darà la garanzia per la corretta esecuzione del contratto che sarà firmato tra la Thales Group, primo contraente industriale, e il governo saudita. Il controllo della corretta esecuzione del presente contratto sarà fornito dalla società di consulenza CIVIPOL, società di consulenza e di servizio del ministero degli interni francese. Propongo a Vostra Altezza Reale di firmare con essa, se Ella lo desidera, l’accordo di cooperazione preparato dai nostri servizi“.
Il contratto seguito dall’ufficio del ministro degli interni – Claude Guéant, Hortefeux e David Martinon, il suo consigliere diplomatico – non fu firmato così facilmente. Infatti, la decisione saudita richiese, oltre al contratto del principe Nayef, il consenso del futuro re Abdullah, il reggente del regno.
Ziad Takieddine entra nelle danze nell’autunno del 2003. Secondo i suoi appunti, in nostro possesso, l’uomo d’affari rendeva conto a Claude Guéant e Hortefeux, e li accompagnò sul posto. Definì le direttive del negoziato e gli elementi linguistici dei membri dell’ufficio Sarkozy, dando egli stesso gli indirizzi e svolgendo il ruolo di corriere tra i dignitari sauditi e Nicolas Sarkozy.

Iniziali “BH”…
Una prima nota del 16 ottobre 2003, dal titolo “Sviluppo della proposta tecnica e finanziaria“, ricorda una visita di Hortefeux, che appare sotto la sigla “BH”, effettuata due giorni prima al ministro saudita. “In accordo con la volontà espressa più volte da funzionari sauditi, e recentemente confermata con forza da SAR il Principe Nayef a BH, il 14 ottobre a Riyadh, riguardo questo contratto “da governo a governo”, è essenziale in questa fase dei negoziati che la Società contraente del presente contratto (Thales, ndr) cesserà ogni contatto con il ministero degli interni saudita, direttamente o indirettamente, attraverso la sua filiale nel paese, per una maggiore efficienza.”
Secondo Takieddine, il principe Nayef “non vede alcun problema nel trattare con un industriale o l’altro scelto dal ministero degli interni francese“, “a condizione che sia sottoposto alla supervisione del ministero.” L’uomo d’affari ha quindi offerto una “road map” legata ad una visita di Nicolas Sarkozy a Riyadh. “Si constata chiaramente, oggi, in vista dei contatti stabiliti al fine di preparare la visita del ministro nel regno, che il contratto è ben lungi dall’essere pronto per la firma del ministro, durante la sua visita. Le proposte finanziarie ricevute il 30 settembre 2003 (quattro giorni prima della visita del ministro, originariamente prevista per il 4 e 5 ottobre) non corrispondevano affatto alle ripetute richieste da parte delle autorità saudite.”
L’obiettivo del signor Takieddine e dell’ufficio Sarkozy è chiaro: fare del ministro degli interni e della CIVIPOL, la società di vendita di armi di piazza Beauvau, i firmatari del contratto. Incaricando alla CIVIPOL di prendere accordi con la Thales. I piani di pagamento sono messi nero su bianco. “Questo programma è simile a quello utilizzato per il contratto “S” firmato nel novembre 1994“, dice Takieddine nella sua nota. Il contratto “S” non è altro che Sawari 2, il lucroso contratto per la vendita delle fregate all’Arabia Saudita di dieci anni prima, ora nel mirino del giudice Van Ruymbeke…
Col passare del tempo, il carattere “sensibile” del contratto Miksa emerge dalla penna di Ziad Takieddine. Il 29 ottobre 2003, l’uomo d’affari compie un nuovo viaggio segreto. Nel suo “resoconto” della visita, Takieddine analizza i rischi posti al contratto dalla lotta politica interna alla maggioranza in Francia. Il rapporto cita il rapporto burrascoso tra “il capo“, Nicolas Sarkozy, e il “numero uno“, Jacques Chirac. “Ci sono state molte domande circa il rapporto del “capo” con il numero 1, e il suo sistema. I miei interlocutori non vogliono in alcun modo intervenire in questa “lotta” franco-francese, e cercano garanzie personali dal “capo” stesso“.

Una misteriosa “banca d’investimenti del P.”
Ziad Takieddine segnala poi “le seguenti decisioni adottate dal capo“, che rafforzano i sospetti sulle ragioni di natura politica e finanziaria del progetto Miksa: “Il vecchio sistema è stato abbandonato. Una nuova struttura, completamente dipendente dal suo dipartimento è stata creata per assistere il Consiglio sul Progetto. Sarà in grado di coprire l’argomento “sensibile” attraverso i suoi onorari.” La società del ministero degli interni, CIVIPOL, così avrebbe avuto il compito di gestire il pagamento delle commissioni. Spiegazione di Takieddine: la società Thales, presentata come “società commerciale T., diventata privata”, non potrà “in alcun modo garantire questa copertura” a causa delle “norme internazionali in materia.” Si tratta in questo caso delle disposizioni anti-corruzione del OCSE, incorporati nel diritto francese nel settembre 2000. “Essa (Thales) sarà ovviamente informata sugli obblighi del consiglio della società, perciò direttamente dal ministero, senza fornire ulteriori dettagli o chiarimenti che non il suo bisogno di stipulare “accordi al di fuori dei consigli esterni” utili per la realizzazione del contratto”, dice la nota. Ziad Takieddine e i suoi amici vogliono, per quanto possibile, tenere lontana la Thales, che ritengono “in contrasto con il sistema voluto.” Essa non dovrà in alcun modo svolgere qualsiasi altro ruolo o essere a conoscenza dei dettagli (nomi di persone, ecc.), e neppure incontrarli. Si trattava allora di una misteriosa “banca investimenti del P.“, “copertura/ombrello” del “Sistema”… Un campo lessicale che sembra incongruo nel caso di un contratto che si pretende firmato tra Stato e Stato.
Sarà utile, nella prossima visita, confermare la preparazione finale della firma con la Società, rappresentata dalla banca di investimenti del P., del contratto in suo possesso secondo lo schema approvato“, si può leggere nella stesso nota del 29 ottobre 2003. “I miei partner rappresentano la “copertura/ombrello sul posto”. Questo coordinamento è essenziale per consentire un’”assicurazione” del risultato. “Loro” non dimenticano quello che è successo con lo stesso sistema, l’ultima volta. Quindi le loro richieste…
Un’altra visita preparatoria era prevista in loco. Il 3 novembre 2003, Ziad Takieddine ne definisce i contorni in una nuova nota. Secondo lui “la visita preparatoria è estremamente importante (più importante della visita ufficiale).” Anche “il dir uff” (cioè Claude Guéant) dovrebbe recuperare le “note di servizio” e i documenti dell’ex Ufficio Armamenti del ministero, la Sofremi. Takieddine si riferisce anche a “una firma di un contratto (5%) prima della “grande visita”. (Discorso del Capo di Gabinetto necessario).” Si scopre che il 5% evocato rappresenta l’importo delle tangenti concesso a Ziad Takieddine da piazza Beauvau per questa vendita, come evidenziato da un registro contabile collegato a una proposta di contratto tra il ministero degli interni – CIVIPOL e una società offshore con sede a Gibilterra, la Blue Planet Limited. Infine, l’importo delle commissioni era pari a 350 milioni di euro.

“La visita deve essere segreta”
Nel frattempo, secondo i nostri dati, la Blue Planet Limited doveva anche firmare con la Thalisa – controllata Thales in Arabia Saudita – un contratto che gli assicurava un ulteriore 5% in questa vendita. Una ridistribuzione era prevista per la Theobald Limited, registrata negli Isole Vergini Britanniche, poi per Pulikao Limited e Doniver Limited, registrate alle Bahamas. La natura esplosiva della situazione è indubbia, dalla lettura della nota di Takieddine del 3 novembre 2003. Le raccomandazioni mirano a garantire una visita di Hortefeux – “B” – in Arabia Saudita.
La visita preparatoria è insolita. Deve essere segreta. Né il Governo, né il consigliere diplomatico dovrebbero esserne a conoscenza, per l’evidente timore di fughe…“, dice l’uomo d’affari. Che continua: “Per questo motivo, sarà meglio che B. si muova da solo, e che il viaggio sia “senza fanfare”: aereo di linea da Ginevra o Zurigo. Nell’interesse di una firma senza “interferenze”, è essenziale che tutti siano colti di sorpresa da questa firma. L’altro vantaggio, è più comodo discutere un altro tema importante, nel modo più diretto…
La paura di interferenze la dice lunga sul vero “tema importante“, che deve essere considerato: “Il “rumore” che circonda la “visita” ci porta alle seguenti riflessioni: Questa visita non è desiderata dal “Quai”. Si svolgerà nonostante la mancanza di entusiasmo e la mancanza di interesse da parte dell’ambasciatore di Francia, e del consigliere diplomatico. Sarebbe auspicabile, per il suo successo, evitare di provocare una reazione da parte loro – agendo su ordine – che rischierebbe di “trasformare” il loro atteggiamento “ostile”, andando forse perfino alla cancellazione della visita per varie ragioni.
Un “top secret” assoluto deve quindi accompagnare i preparativi paralleli:
- Non è consuetudine che il “consulente” vada per preparare. E’ il ruolo dell’ambasciatore sul posto. Bisogna lasciargli la cura, con l’ufficio, attraverso il consigliere diplomatico, di preparare il lato “ufficiale” della visita. E così “rassicurare” i loro “superiori” del “contenuto vuoto” e del protocollo della cosa, ponendo la visita nell’ambito dei temi del coordinamento della lotta internazionale contro il terrorismo e dei musulmani in Francia, ecc.
- Non dare mai l’impressione che “l’accesso” ai “leader” del paese sia possibile, se non attraverso canali ufficiali. In caso contrario, il “sospetto” e le voci prenderanno il sopravvento facendo scattare le “ostilità”, ecc.
- E’ essenziale che la componente “commerciale” della visita non sia evidenziata dai preparativi ufficiali. Ma solo come un punto importante nel contesto degli “scambi” tra i due Paesi nella lotta contro il terrorismo, ecc. Si tratta, ovviamente, di un fatto del tutto normale che il ministro parli dell’argomento “commerciale”, come i suoi predecessori, ma bisogna evitare che questa visita sia posta su questo tema, assai pericoloso a livello franco-francese.
Contattato da Mediapart Hortefeux ha confermato i suoi viaggi nel regno e di esser stato in contatto “su questo dossier” con Ziad Takieddine, “che ha avuto contatti con le autorità del paese.” Tuttavia, ha negato di essere stato informato di una commissione di 350 milioni di dollari che sarebbero stati pagati dal ministero degli interni al signor Takieddine. “Di questo denaro, ne vengo a sapere da voi” aveva assicurato. Interrogato, anche il presidente della CIVIPOL, il prefetto Alain Rondepierre, in carica dal 2003, ci ha detto che era “vincolato dagli obblighi di riservatezza” e che “non aveva nessuna voglia di affrontare questi problemi“.

Il silenzio dell’Eliseo e degli interni
Il 12 Dicembre 2003, dopo essersi convinto che il contratto Miksa pilotato da piazza Beauvau, mascherava degli inconfessabili secondi fini, l’Eliseo ordinò a Nicolas Sarkozy di annullare il suo viaggio programmato in Arabia Saudita, dove si stava preparando a firmare una versione definitiva dell’accordo. Peggio: Jacques Chirac costrinse il ministro degli interni a ritirarsi dal caso. Fu Michel Mazens, capo di un’altra agenzia dedicata alla vendita di armi all’Arabia Saudita, la Sofresa, che portò la cattiva notizia al clan Sarkozy. Questo alto responsabile delle vendite di armamenti, già al centro delle controversie relative alle vendite Sawari 2 e Agosta, incontrò Claude Guéant.
Jacques Chirac era preoccupato che Sarkozy arraffasse Miksa, conferma Michel Mazens a Mediapart. Non sapevo dei motivi reconditi del ministero, ma il presidente Chirac vi vide un pericolo legato ai finanziamenti delle elezioni presidenziali del 2007. Su ordine del presidente della Repubblica, sono andato a controllare il dossier nell’ufficio di Claude Guéant per alcuni sabati consecutivi. La mia convinzione era che il ministero degli interni non avesse le competenze industriali per negoziare un contratto del genere“.
I contratti delle commissioni segrete non vengono presentati all’inviato del presidente. Ziad Takieddine riporta due incontri con Claude Guéant, uno l’8 gennaio 2004, con Jean-Paul Perrier della Thales, l’altro il 9 gennaio 2004, con Michel Mazens. Scrive: “Tutto questo ha posto una condizione sugli “accordi” sottoscritti con l’Arabia Saudita attraverso il contatto diretto con il principe Nayef. Questi devono essere confermati. (…) Il pagamento delle commissioni pure. Il gioco della Sofresa ha certamente contribuito a creare un’atmosfera di dubbi circa la volontà di rispettare i propri impegni, in particolare quelli che sono stati presi tra i due ministri attraverso i contatti diretti effettuati da settembre.”
Dopo l’ukase di Chirac, diversi messaggi confidenziali vennero scambiati all’inizio del 2004, tra il principe Nayef e Nicolas Sarkozy. Così, il 25 gennaio 2004, il trafficante d’armi scrive una nota su “I messaggi del principe Nayef bin Abdul Aziz da inviare al signor Nicolas Sarkozy”. Il principe saudita dice di mantenere tutta la sua fiducia nel ministro degli interni, appena sconfessato dall’Eliseo: “Molto informato sulla politica attuale in Francia, il principe è ben consapevole del ruolo del ministro, e se posso, signor ministro, del ruolo che giocherete in futuro”. “Perciò, il messaggio continua, il principe Nayef desidera confermare che il contratto sarà firmato con voi e solo con voi. Mi ha anche chiesto di confermare che, al di là del presente contratto, che vuole mantenere delle relazioni durature con voi (…) Il principe Nayef apprezza il contatto diretto instaurato e la qualità del dialogo con i vostri emissari. Questo, per la prima volta, ha permesso di risolvere molti problemi e incomprensioni.” Una settimana dopo, il 1° febbraio, una nota di Ziad Takieddine ha riportato una “conversazione telefonica” di Nicolas Sarkozy con il principe Nayef. Il primo al secondo: “Desidero anche esprimere, ancora una volta, le mie scuse per il differimento della mia visita nel Regno e di confermare che avremmo potuto usare questo tempo per ottenere soluzioni che soddisfino i vostri desideri, nell’interesse di entrambi i nostri paesi”. “Ho appreso, dice Sarkozy, che avete intenzione di soggiornare fuori dal Regno, prossimamente. Spero di avere la possibilità di visitarvi privatamente durante questo soggiorno, per salutarvi e mettervi al corrente degli sviluppi più recenti.”
Contattati, né l’Eliseo, né il ministero degli interni hanno risposto alle nostre richieste.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cirenaica e la zuffa per i beni libici

Vitalij Bilan (Ucraina) New Eastern Outlook 23 marzo 2012 – Oriental Review

Uno stato fallito
La decisione del cosiddetto “Congresso del Popolo della Cirenaica”, tenutosi nei pressi di Bengasi, di stabilire la regione unitaria federale di Barqa, ha nuovamente attirato l’attenzione dei media sulla Libia. Naturalmente, il motivo principale di questa decisione da parte del cirenaici è il desiderio di accaparrasi i due terzi delle risorse petrolifere della Libia, che si trovano nel loro territorio. Soprattutto dopo che la nuova Assemblea Costituente ha deciso di dare alle province orientali solo 60 dei 200 seggi, e Zintan, Misurata e altre regioni occidentali e centrali del paese hanno ottenuto le posizioni chiave nell’esecutivo e nella regione della capitale. Tuttavia, le associazioni tribali della Cirenaica non sono state le uniche ad essere insoddisfatte. In questo contesto, potremmo ricordare la rivolta anti-governativa a Bani Walid, all’inizio di quest’anno, quando le unità armate del Consiglio nazionale di transizione (CNT) e la burocrazia fedele ad essa, sono state espulse dalla città.
Inoltre, appena il giorno dopo il Congresso del Popolo della Cirenaica, l’amministrazione della terza città più grande della Libia, Misurata, la cui posizione nel paese è cresciuta in modo significativo, in conseguenza degli eventi dello scorso anno, ha imposto delle restrizioni sulle persone provenienti da altre regioni, per poter accedere alla città. Inoltre, diversi gruppi armati che operano in modo autonomo come “distaccamenti rivoluzionari”, hanno il controllo di intere regioni della capitale Tripoli. Così, il tentativo del CNT e del suo leader Mustafa Abdul Jalil, di rimanere “al di sopra della mischia” nel conflitto di interessi che coinvolge tutte le tribù e i clan del paese, può essere considerato un fallimento da questo punto. Inoltre, questa politica di “equidistanza” sempre più desta il sospetto che il CNT sia una tipica struttura compradora al servizio degli interessi dell’Occidente. C’è un motivo per cui il leader del CNT comincia ad essere conosciuto come “Mustafa Abdul NATO”, nella società libica. A quanto pare, il lobbista capo europeo nel nuovo governo libico, la Francia, attrae la maggior parte dell’attenzione.

La lotta per il petrolio … e contro Parigi
Parigi, naturalmente, crede di aver svolto un ruolo di primo piano nel rovesciare il regime di Gheddafi, e quindi di avere il diritto di rivendicare la “parte del leone” delle ricchezze della Libia. Una lettera ampiamente pubblicizzata che un membro del C NT ha inviato all’emiro del Qatar al-Thani (di per sé molto rivelatore!), all’inizio dello scorso aprile, forniva la conferma di ciò. Vi sarebbe scritto che la Francia otterrà il 35% del greggio libico in cambio del sostegno alle forze dell’opposizione. Poi c’è stata campagna elettorale presidenziale in Francia, durante il quale l’attuale leader del paese, Nicolas Sarkozy, ha ripetutamente sottolineato il “forte contributo” della diplomazia e dell’aviazione francesi durante gli eventi dello scorso anno in Libia.
Naturalmente, i leader tribali libici, in particolare nella Cirenaica ricca di petrolio, sono irritati sia dalle ambizioni di Parigi che dai giochi dietro le quinte del CNT con essa. La morte di due dirigenti di un’azienda della sicurezza privata francese in Libia, lo conferma. Inoltre, non è sorprendente che l’annosa questione del cosiddetto “debito francese”, di cui  Saif al-Islam, il più loquace dei figli di Gheddafi, aveva parlato lo scorso marzo, sia appena riemerso.
Il 12 marzo, l’agenzia Mediapart inviava un documento che indicava che Gheddafi aveva donato 50 milioni di euro, che erano stati riciclati attraverso dei conti bancari svizzeri e panamensi, a favore della campagna elettorale di Sarkozy nel 2007. Il fatto che i negoziati per il finanziamento della campagna siano stati decisi da nessun altro che Saif al-Islam e Ziad Takieddin, un controverso uomo d’affari francese di origine libanese, che la polizia francese tiene nel mirino per il suo ruolo ambiguo nella cooperazione tecnico-militare tra la Francia e il Pakistan, hanno ottenuto molta attenzione.
Ovviamente è in corso una ben pianificata campagna anti-francese. Sia Parigi che Tripoli sembrano capirlo. Questo è evidente dalla dichiarazione di Jalil, secondo cui dei paesi stranieri sono responsabili di aver incitato il sentimento autonomista nelle regioni ad est, e di altrove, del paese. E anche se nessun paese viene nominato, è del tutto chiaro quali paesi potrebbero beneficiarne.

Ancora il Qatar?
La decisione di Parigi degli ultimi anni di rinvigorire le sue relazioni con i paesi dell’Africa e mediorientali, sfruttando sia i legami personali che il suo preferito, ma ancora incompleto “giocattolo” della politica estera, l’Unione per il Mediterraneo, ha prodotto un’irritazione malcelata tra coloro che hanno lo stesso tipo di “piani napoleonici” per la regione. Il primo paese che viene in mente è l’attuale “amico giurato” della Francia, la Turchia, così come, naturalmente, il nuovissimo giocatore attivo regionale, il Qatar.
Doha e Ankara hanno tollerato l’attivismo di Parigi in Africa per lungo tempo. Particolarmente degni di nota sono le decisioni prese al summit Africa-Francia a Nizza, durante il quale i francesi fecero attenzione particolare ai paesi leader nella Africa non-francofona, Sudan e Libia in primo luogo, a causa dei loro giacimenti di idrocarburi (il primo in base al suo potenziale e l’ultimo sulla base della sua produzione petrolifera effettiva). L’emiro del Qatar non è stato particolarmente felice che la società francese Total sia diventata l’”operatore” petrolifero chiave nel Sudan meridionale, che ha già annunciato l’intenzione di triplicare l’attuale livello di produzione di petrolio nel Sudan meridionale e di costruire rapidamente un gasdotto verso l’oceano Indiano, attraverso il Kenya, come alternativa al percorso nel Sudan settentrionale (la Cina progetta di costruire una raffineria di petrolio in Kenya, al costo di circa 1,5 miliardi di dollari US).
Doha sta anche cominciando a vedersi l’erba tagliata sotto i piedi in Libia. L’accordo sulla sicurezza marittima e di frontiera libico firmato dai ministri della difesa della Libia e della Francia a Tripoli, a fine febbraio, è degno di nota in questo senso. Il ministro della difesa della Libia ha sottolineato che la Francia le avrebbe dato assistenza tecnica per stabilire controlli efficaci alle frontiere e, soprattutto, una difesa contro i militanti di al-Qaida nel paese (leggasi i mercenari del Qatar). Sembra che Doha stia cominciando a rendersi conto che la distrazione della campagna siriana possa provocare la perdita della Libia, dove ha investito tanti sforzi e tanto denaro lo scorso anno. I commenti caustici sempre più frequenti che al-Jazeera  rivolge a Sarkozy e al CNT, nonché i crescenti sentimenti separatisti in tutto il territorio libico e, soprattutto, ad est, che è ancora nell’orbita del Qatar, lo indicano.
Ci sono stati numerosi esempi di ex alleati che hanno avuto  diverbi su come dividere il bottino, dopo aver raggiunto il loro obiettivo. Pertanto, se coloro che hanno combattuto il regime di Gheddafi non addivengono presto ad un accordo sulle sfere d’influenza in Libia, si potrà assistere a una  futura “sfilata di sovranità” nella ex-Jamahiriya che trasformerà il paese in un’altra Somalia.

Vitalij Bilan ha una laurea in Storia ed è un esperto del Medio Oriente.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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