I bombardieri strategici russi compiono 16 incursioni nello spazio aereo statunitense

Picco dei sorvoli di Bear-H come test delle difese aeree statunitensi
Bill Gertz Freebeacon 7 agosto 2014
35I bombardieri strategici russi hanno effettuato almeno 16 incursioni nelle zone della difesa aerea degli Stati Uniti nord-occidentali, negli ultimi 10 giorni, un insolito picco di penetrazioni aeree, secondo i funzionari della difesa degli Stati Uniti. I numerosi voli di bombardieri russi Tu-95 Bear-H hanno indotto il decollo immediato di caccia statunitensi in diverse occasioni, tra le accresciute tensioni USA-Russia per l’Ucraina. Inoltre, durante un’incursione di bombardieri nei pressi dell’Alaska, un aviogetto da ricognizione russo è stato rilevato assieme ai bombardieri. “La scorsa settimana, il NORAD ha identificato visivamente aerei russi operare entro e intorno le zone d’identificazione della difesa aerea degli Stati Uniti“, ha detto il Maggiore Beth Smith, portavoce dell’US Northern Command e del Comando della Difesa Aerospaziale del Nord America (NORAD). Smith ha definito i voli russi “picco di attività” cercando di minimizzarne la minaccia e indicandoli come missioni di addestramento ed esercitazioni di routine. I voli dei bombardieri hanno avuto luogo prevalentemente lungo la zona d’identificazione della difesa aerea dell’Alaska sulle isole Aleutine e la parte continentale dello Stato, e un’incursione s’è avuta nella zona della difesa aerea del Canada, ha detto Smith. Gli aerei strategici russi erano bombardieri pesanti Tu-95 Bear-H e aerei da ricognizione marittima Tu-142 Bear-F, aggiungendo che un velivolo Il-20 per la raccolta delle informazioni era stato rilevato nelle incursioni dei precedenti 10 giorni. I voli dei bombardieri sono l’ultimo tintinnio di sciabole nucleari russe. Tuttavia, altri funzionari della difesa hanno detto che il gran numero di incursioni aeree è assai insolito e richiama la Guerra Fredda, quando i bombardieri sovietici spesso cercavano di attivare le difese aeree lungo il perimetro territoriale degli Stati Uniti, in preparazione del conflitto nucleare. Mosca, sotto la forte presidenza di Vladimir Putin, è impegnata in un importante programma sulle forze nucleari strategiche. La modernizzazione comprende nuovi missili da diverse gittate, nuovi sottomarini strategici e nuovi bombardieri a lungo raggio. Con i sorvoli dell’aviazione a lungo raggio presso le coste degli Stati Uniti, la Russia ha aumentato nettamente le attività, soprattutto nel Pacifico nord-occidentale, presso Alaska, Canada e West Coast.
Washington Free Beacon aveva riferito di due incursori di Bear entro 50 miglia dalle coste della California, il 9 giugno, i più vicini da quando i bombardieri nucleari i russi compiono voli dalla fine della Guerra Fredda. Un F-15 aveva intercettato i bombardieri. Un funzionario della difesa è in disaccordo con il portavoce sulle incursioni dei bombardieri. Le Forze nucleari strategiche russe sembrano “cercare di testare la reazione della nostra difesa aerea, o i nostri sistemi di comando e controllo“, ha detto un funzionario addentro alle relazioni sulle incursioni. “Queste non sono solo missioni di addestramento“, ha aggiunto il funzionario. Northern Command e NORAD, in passato spesso hanno cercato di presentare le incursioni dei bombardieri russi come non minacciose ma nell’ambito del conciliante “resettaggio” della politica dell’amministrazione Obama volta a cercare legami più stretti con Mosca. Il Pentagono e altri comandi, tuttavia, hanno temperato la retorica verso la Russia e le sue attività dopo l’annessione militare russa della Crimea in Ucraina, a giugno.  Le relazioni tra Washington e Mosca sono inasprite. Il dipartimento di Stato il mese scorso ha accusato Mosca di violare il trattato del 1987 sulle Intermediate-range Nuclear Forces sviluppando un nuovo missile da crociera. Mosca ha respinto le accuse come false.
L’ammiraglio Cecil Haney, comandante del Comando Strategico degli Stati Uniti, ha espresso preoccupazione per l’aumento delle attività strategiche russe durante un discorso a Washington il 18 giugno. Haney ha detto che le attività nucleari russe coincidono con le recenti tensioni sull’Ucraina , tra cui il lancio di prova di sei missili da crociera aerolanciati, in una dimostrazione di forza. Una dichiarazione del Ministero della Difesa russo sui lanci sperimentali dei missili da crociera afferma che un bombardiere Tu-95 “è in grado di distruggere obiettivi cruciali del nemico con missili da crociera, di giorno e di notte, con qualsiasi condizione meteo e in qualsiasi parte del globo”. Mosca ha anche condotto alcune grandi manovre nucleari a maggio, ha detto Haney. “Inoltre, abbiamo visto significative implementazioni di aerei strategici russi in prossimità di luoghi come Giappone, Corea e anche la nostra West Coast“, ha detto Haney in una colazione con l’industria della difesa. “La Russia continua a modernizzare tutte le capacità strategiche della propria triade, e fonti open source hanno recentemente citato le prove in mare del suo ultimo sottomarino lanciamissili, le prove del suo nuovo missile da crociera aerolanciato e la modernizzazione della sua forza intercontinentale balistica comprendente la forza mobile dell’arma”, ha detto.
I recenti incontri aerei in stile Guerra Fredda della Russia sul Pacifico, presso l’Alaska, fanno seguito a un duello aereo USA-Russia sull’Europa. Funzionari degli Stati Uniti hanno confermato che un aereo d’intelligence elettronica RC-135 Rivet Joint fu costretto a violare lo spazio aereo svedese da un caccia russo, il 18 luglio. L’aviogetto statunitense cercava di eludere l’intercettatore russo. Tale incontro ebbe luogo il giorno dopo che il volo MH17 Malaysian Airlines venne abbattuto da un missile sull’Ucraina orientale.

2013_Tu-142M_01Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia e Iran intensificano i legami economici

Le relazioni economiche aggravatesi tra Russia e occidente, spingono Mosca a considerare seriamente Teheran come potenziale grande partner commerciale
Jurij Barsukov e Kirill Melnikov, Kommersant, 7 agosto 2014 – RBTH
339416_Lavrov-ZarifRussia e Iran hanno firmato un Memorandum of Understanding (MoU) di 5 anni avviando un’ampia intensificazione della cooperazione economica. Il documento pone le basi per l’approccio a un accordo globale da miliardi di dollari nel commercio petrolifero tra i due Paesi. Ma tale attività verso l’Iran viene indicata non solo da società russe, ma anche dai concorrenti di altri Paesi, anche occidentali. “Il memorandum prevede l’espansione del commercio e della cooperazione economica nella costruzione e ricostruzione dell’elettroproduzione, sviluppo delle infrastrutture elettriche, petrolifere e gasifere, nonché fornitura di macchinari, attrezzature e beni di consumo“, dichiarava il Ministero dell’Energia russo. Il ministero ha chiarito che i contratti specifici in queste aree saranno discussi a Teheran il 9-10 Settembre, in occasione della riunione della Commissione intergovernativa di Federazione Russa e Iran (co-presieduta dai ministri dell’Economia dei due Paesi).

Petrolio in cambio di beni
La spina dorsale della maggiore cooperazione economica tra Mosca e Teheran è l’acquisto di petrolio iraniano dalla Russia. Inizialmente le parti hanno parlato di quantità molto grandi, 25 milioni di tonnellate l’anno, circa un quarto di tutta la produzione petrolifera iraniana. Ora, secondo Kommersant, le parti hanno deciso un volume più modesto di 2,5-3 milioni di tonnellate all’anno. L’Iran venderà il suo petrolio a un costo leggermente più conveniente rispetto al Brent. L’accordo annuale potrebbe raggiungere i 2,35 miliardi di dollari. Comunque i 3 milioni di tonnellate l’anno, l’1,5 per cento della produzione iraniana, è una quantità significativa secondo gli esperti. L’analista d’Investkafe Gregory Birge dice che questo importo è pari al 10 per cento dell’esportazione petrolifera della Russia nell’Asia-Pacifico e al 2 per cento delle esportazioni di petrolio verso l’Unione Europea. “Per il mercato del petrolio, si tratta di un importo significativo, soprattutto se le sanzioni alla Russia, in futuro, avranno ripercussioni negative sulla produzione nazionale di petrolio“, ha detto Birge. Secondo gli analisti, la Russia può riesportare il greggio iraniano oppure raffinarlo ed esportarlo come prodotti petroliferi, oppure utilizzarlo nel mercato interno. Il problema principale nella cooperazione petrolifera è trovare un acquirente che importi petrolio iraniano nonostante l’embargo. In precedenza la Russia considerava Bielorussia e Ucraina, dove le aziende russe hanno capacità di raffinazione. Ma per ragioni politiche, tale possibilità è stata abbandonata. Ora si presume che i mercati principali possano essere Cina e Africa (possibilmente il Sud Africa). Oltre al greggio, l’Iran può fornire alla Russia “prodotti petrolchimici, cemento, tappeti, frutta e verdura trasformati“, ha detto l’ambasciatore russo a Teheran Levan Dzhagarjan. Il processo indica che l’Iran intende acquistare prodotti e servizi dalla Russia. Secondo l’ambasciatore iraniano a Mosca, Mehdi Sanai, Teheran è interessata ad acquistare macchinari, rotaie, autocarri pesanti, metalli e cereali russi. L’accordo tra i due Paesi prevede anche la partecipazione delle aziende russe nei progetti iraniani per la costruzione e ricostruzione di impianti e reti elettriche. Pertanto, secondo l’ambasciatore, Teheran è interessata alla partecipazione della Russia nell’elettrificazione delle sue ferrovie. L’Iran valuta la possibilità di acquistare diverse centinaia di megawatt di elettricità dalla Russia. Inoltre, l’ambasciatore ha detto che Teheran sarebbe favorevole al lancio di progetti congiunti per creare mini-raffinerie in Iran e svilupparvi giacimenti di gas.

Le sanzioni hanno accelerato la cooperazione con l’Iran
Secondo gli analisti, la firma del protocollo d’intesa russo-iraniano è in gran parte dovuto al peggioramento delle relazioni tra Russia e occidente. “Mosca ha investito molto per trovare una soluzione diplomatica alla questione nucleare iraniana, ed era pronta ad astenersi da azioni che potessero causare una forte reazione dagli Stati Uniti. Ma la situazione è cambiata“, ha detto l’esperto del Centro PIR Andrej Baklitskij. “La Russia è ora molto meno interessata ad ascoltare le raccomandazioni degli Stati Uniti. Inoltre l’Iran, la cui importanza per l’occidente è notevolmente aumentata per gli eventi in Iraq e la ricerca di alternative agli idrocarburi russi, riceve maggiore libertà di manovra. Infine, già Mosca ha dovuto considerare la minaccia di sanzioni dagli Stati Uniti per aver violato l’embargo petrolifero contro l’Iran; ma ora, quando anche il settore petrolifero russo viene colpito dalle sanzioni, tale fattore ha meno importanza“. Un altro motivo per la rapida attuazione dei piani di Mosca verso Teheran, come affermano gli esperti, è la lotta che s’intensifica per conquistare il mercato iraniano. Dalla fine dello scorso anno, quando l’eliminazione delle sanzioni contro l’Iran è iniziata, delegazioni aziendali provenienti da Cina, Regno Unito, Germania, Francia, Italia, Austria, Svezia e altri Paesi avevano già visitato Teheran. Pochi giorni fa, Reuters e Wall Street Journal, citando fonti industriali tedesche, riferivano che per via della situazione in Ucraina e delle sanzioni di Stati Uniti e UE contro la Russia, le imprese tedesche potrebbero reindirizzare i loro investimenti dall’economia russa a quella iraniana. La Camera di Commercio tedesca prevede, dopo che le sanzioni contro Teheran saranno ulteriormente indebolite, che le esportazioni annuali tedesche verso l’Iran raggiungano i 10 miliardi di euro (nel 2013 furono pari a 1,85 miliardi).

iran_industry_mining78Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il ripristino dei contatti cino-giapponesi e gli interessi russi

Vladimir Terehov New Eastern Outlook 01/08/2014
edito_131001_china_japan_gmLo sviluppo della situazione politica nella regione Asia-Pacifico è fortemente influenzato dal sistema di relazioni nel quadrilatero strategico “USA-Cina-Giappone-India” nel complesso, così come di ciascuno dei “lati” e “diagonali”. Due o tre anni fa sembrava che la fonte principale del deterioramento della situazione nella regione dovesse essere ricercata nel tandem “USA-Cina”. Tuttavia, con le nuove tendenze della politica estera statunitense che segnavano l’avvio del secondo mandato di Barack Obama, il lato “Cina-Giappone” del quadrilatero ha attirato sempre più attenzione. La questione più citata come causa principale delle tensione nelle relazioni sino-giapponesi è la disputa per il possesso delle isole Senkaku/Diaoyu nel Mar Cinese Orientale. A metà 2012, tre di esse furono “acquisite” dal governo giapponese tramite un privato, causando una levata di scudi in Cina, portando a chiudere i contatti ufficiali con il Giappone, di conseguenza. Tuttavia, la disputa sul territorio disabitato, dalla superficie totale di sette chilometri quadrati, è probabilmente sintomo della scarsa condizione generale delle relazioni bilaterali. Il problema principale è il processo oggettivo in cui una parte della coppia “Cina-Giappone” entra nel gruppo dei principali attori mondiali, venendo ciò percepito dagli altri come minaccia agli interessi nazionali e alla sicurezza. Tali preoccupazioni comuni riguardano principalmente la complicata storia dei rapporti tra Cina e Giappone. Perciò la Cina è stata dura sulla visita del primo ministro Shinzo Abe al santuario Yasukuni, che commemora i soldati giapponesi uccisi nelle guerre degli ultimi 150 anni. Questo santuario commemora anche i leader del Giappone della seconda guerra mondiale che furono giustiziati dal processo di Tokyo. Sembrerebbe che in tali condizioni sia particolarmente necessario preservare i contatti bilaterali ufficiali, almeno per evitare “incomprensioni” pericolose nel corso delle costanti dimostrazioni militari presso le isole contese.  Tuttavia, tale contatto non è stato mantenuto per quasi due anni.
Senkaku_Diaoyu_Tiaoyu_Islands_blog_main_horizontalAi primi di maggio, la Cina è stata visitata da un gruppo di parlamentari giapponesi guidati da un veterano del Partito Liberal Democratico, Takeshi Noda. La delegazione, che comprendeva due ex-ministri, è stata ricevuta da Yu Changsheng, il quarto alto funzionario della leadership del PCC. Il fatto stesso che i primi colloqui ad alto livello, dopo una lunga pausa in tutti i contatti, infine si siano verificati, è stato visto da entrambe le parti come indicatore importante del desiderio di riprendere il controllo sullo sviluppo delle relazioni nippo-cinesi. Tuttavia, anche dopo questi negoziati, i primi in due anni, l’intrigo associato al prossimo vertice APEC, che si terrà nel novembre di quest’anno a Pechino, resta. Abe. partecipando al più autorevole forum regionale, inevitabilmente sarà in contatto con Xi Jinping, si limiteranno a cenni cortesi e chiacchiere sul “tempo”, come è avvenuto negli ultimi due anni presso altre sedi internazionali? O si approfitterà per dei negoziati seri, come con tutti gli altri leader “in campo” in tali eventi? Tanto più che, dato lo stato attuale dei colloqui bilaterali, ciò probabilmente avrà molta più importanza delle dichiarazioni finali del forum, principalmente di natura dichiarativa. Per avere risposte a queste domande, dei colloqui “segreti” si sono svolti il 24 giugno a Pechino tra i funzionari dei ministeri degli Esteri dei due Paesi. Quasi certamente, il leader cinese non approfitterà di questa opportunità se il 15 agosto (il giorno dopo l’annuncio della resa del Giappone nella seconda guerra mondiale, fatta il 14 agosto 1945) Abe visiterà ancora una volta il santuario Yasukuni per commemorarvi i soldati giapponesi caduti. Tuttavia, con un alto grado di certezza, possiamo aspettarci che questa volta Abe non farà un tale passo. Il fatto che le parti siano apparentemente pronte a cogliere l’occasione per sondare finalmente le rispettive posizioni ai vertici, viene dimostrato dal primo incontro in due anni dei ministri svoltosi a Pechino il 27 giugno.
Qual è il fattore della Russia in questi giochi cino-giapponesi? Diretto e su diversi motivi. Principalmente perché il Giappone e la Cina sono due delle principali potenze regionali e sono i vicini più prossimi della Federazione Russa. Inoltre, la Russia è impensierita dal fatto che possa essere costretta a fare un’amara scelta, nel caso che le attuali relazioni sino-giapponesi degenerino in conflitto aperto. I frequenti pareri meschini sui vantaggi di tale scenario per la Russia sono illusioni pericolose. La Russia non solo non può “scaldarsi le mani” con un fuoco di tale portata, ma molto probabilmente ne verrebbe completamente inghiottita assieme agli immediati “istigatori”. Pertanto, la Russia dovrebbe accogliere con favore la ripresa dei contatti ufficiali tra Giappone e Cina, e sperare che siano ulteriormente sviluppati, anche nel prossimo vertice APEC. In secondo luogo, alla fine dello scorso anno, la leadership russa ha subito un marcato spostamento degli interessi nella parte russa della regione. Tuttavia, è apparso un grave ostacolo che impedisce la concentrazione degli sforzi per affrontare gli obiettivi fondamentali del lungo ritardo del Paese: l’inaspettato peggioramento della situazione nei territori limitrofi, che 23 anni fa facevano parte dello stesso Stato. Quest’ultimo, con una popolazione di 40 milioni di abitanti, secondo la “legge internazionale”, è dominato da “ucrainizzatori” da caso clinico. Secondo ogni evidenza, si è stati costretti dalle circostanze inevitabili, ad agire (reagire, soprattutto in Crimea). Tuttavia era così prima, ed ora è quello che è. Il tema della “purezza legale”, il tempismo e la strategia scelta per risolvere il problema della Crimea hanno già assunto un carattere accademico. Tuttavia, ciò avveniva dopo i ridimensionamenti informali precedentemente “riconosciuti a livello internazionale” sulla mappa politica e geografica. Non ci può essere alcun dubbio che non fosse impossibile lasciare un pezzo strategicamente importante del territorio abitato dal popolo russo in mano ai dei folli e intrattabili “proprietari”. Così gli appassionati di storia alternativa e di sogni strategici avranno un po’ di munizioni.
Per gli attori più importanti del mondo, come sono senza dubbio Cina e Giappone (così come Stati Uniti, Russia, India e Germania), la regione Asia-Pacifico è un gigantesco campo incolto per ogni  tipo di attività comune. Tali attività non devono interferire con l’ascesso ucraino, così sgradevolmente apparso sul corpo della politica globale.

21-iht-heng-articleLargeLe crescenti “zone grigie” nelle relazioni Giappone-USA
Vladimir Terehov New Eastern Outlook 06/08/2014

1398320902000-AP-APTOPIX-Japan-Obama-AsiaLa nuova interpretazione del capitolo 9 “pacifista” della Costituzione giapponese del 1947, è stata adottata il 1° luglio dal governo di Shinzo Abe, divenendo uno degli eventi più significativi nella politica giapponese, plasmando la mappa politica della regione Asia-Pacifico. Questa mossa del governo giapponese regola il formato della cooperazione politica e militare tra Stati Uniti e Giappone. Parliamo di un grande cambiamento nella configurazione quadrangolare strategica, emergente nella regione Asia-Pacifico. E’ importante notare che l’accordo in questione è al cuore delle relazioni USA-Giappone. La prima edizione del trattato fu adottata nel 1951, un anno prima della firma del Trattato di pace di San Francisco, che concluse la guerra nel Pacifico, e l’ultima nel 1960. Così il contenuto di base dell’alleanza politico-militare non è cambiata, e può in una certa misura essere descritta con la semplice formula “protettore (USA) – protetto (Giappone)”. Tale  “grado” è stato modificato da due tendenze importanti dalla seconda metà degli anni ’90. L’importante riduzione del ruolo degli Stati Uniti nel mondo, suscitando la questione di un’ulteriore assoluta affidabilità di Washington nella sicurezza dei principali alleati degli Stati Uniti. Il secondo è il processo di “normalizzazione” del Giappone stesso. Tali tendenze si sono riflesse sotto forma di innovazioni nella formula dell’alleanza USA-Giappone, secondo le cosiddette “Linee guida per la cooperazione nella difesa Giappone-Stati Uniti” del 1997. Mentre il diritto di usare le Forze di Autodifesa (SDF) nell’ambito dell’autodifesa collettiva, che l’esercito giapponese ha ricevuto il 1 luglio 2014, è piuttosto limitato, tale atto del governo giapponese è un passo importante verso la maggiore autonomia del Giappone sulla questione della sicurezza nazionale.
Il segretario alla Difesa degli Stati Uniti Chuck Hagel ha salutato il passo del governo giapponese. Non poteva esserci altra reazione dalla difesa statunitense, dato che il Pentagono ha impegnato i suoi alleati a “migliorare il contributo alla difesa comune” negli ultimi quindici anni. Tali appelli sono diventati particolarmente rilevanti negli ultimi anni, quando il declino economico degli Stati Uniti ha iniziato a richiedere la progressiva riduzione della spesa militare del Pentagono. Tuttavia, i problemi della politica statunitense nella regione Asia-Pacifico hanno da tempo superato l’ambito puramente difensivo, dato che negli ultimi quindici anni vi sono stati notevoli miglioramenti nell’individuare le minacce alla stabilità regionale, come la profondità del processo di “normalizzazione” giapponese e la natura del relativo impatto sulle relazioni sino-giapponesi. Tale questione è diventata rilevante per via di certi cambiamenti nella politica statunitense verso la Cina. Gli Stati Uniti affronteranno il problema entrando “automaticamente” (a causa degli obblighi dell’alleanza) in guerra con la seconda potenza del mondo, per discordie “banali” (dal punto di vista statunitense)? Un esempio di tale discordia è senza dubbio il confronto sino-giapponese sul possesso di un arcipelago disabitato nel Mar Cinese Orientale. L’incertezza di tale prospettiva spiega la reazione misurata di esperti e giornalisti statunitensi sul prossimo importante passo che il governo giapponese avvia per la “normalizzazione” del Paese. Tali preoccupazioni disciplinano il contenuto dei negoziati bilaterali sulla nuova bozza delle Linee Guida per la cooperazione nella Difesa Giappone-USA, immutata dal 1997. Tali negoziati sono seguiti dai viceministri della Difesa dei due Stati, iniziati a Tokyo il 15 luglio. Il problema è l’incapacità delle parti di definire gli obblighi reciproci sulla cosiddetta “zona grigia” di un possibile conflitto, che non implicherebbe “l’automatica” esecuzione degli obblighi da uno degli alleati. Per il Giappone, è importante avere il sostegno (armato se necessario) degli Stati Uniti nel caso in cui le SDF debbano affrontare qualche piccolo gruppo armato “di nazionalità sconosciuta” che sbarcasse sulle isole Senkaku. Ma come è già stato detto gli Stati Uniti di oggi, se vogliamo usare un eufemismo, non sono entusiasti all’idea di farsi coinvolgere in un tale scenario. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti vorrebbero avere il diritto di utilizzare le SDF in un ipotetico conflitto nelle regioni di massima importanza per essi, ad esempio il Golfo Persico. In tali aree remote, il Giappone è pronto a un coinvolgimento estremamente limitato. Ad esempio dragare i campi minati sulle rotte degli idrocarburi. Ma in generale, il Giappone non è pronto a schierare le SDF in seri e lontani conflitti.
Va osservato che un’interpretazione chiara delle “tre nuove condizioni” sull’impiego delle SDF,  rilasciata dal governo il 1 luglio, causa incertezza in Giappone. Alla vigilia delle elezioni per la prossima primavera, il partito liberal-democratico al governo cerca di evitare un dibattito nazionale sul tema impopolare delle crescenti attività delle SDF. La legislazione che dovrebbe fornire risposte ad ogni domanda posta dalla società di oggi, sull’adozione del diritto di autodifesa collettiva, può essere avanzata solo alla prossima sessione, nel gennaio 2015. Gli esperti giapponesi non escludono la possibilità che diverse interpretazioni degli obblighi reciproci, così come il problema dell’interpretazione dei nuovi termini dell’impiego delle SDF, possano bloccare i negoziati summenzionati tra i funzionari dei due ministeri della Difesa. Ciò rende la prospettiva di una nuova edizione delle Linee guida della cooperazione Giappone-Stati Uniti alla fine dell’anno, come  previsto dai leader dei due Paesi, piuttosto ostica. Infine, va rilevato che il problema delle interpretazioni dell’accordo Giappone-USA può essere osservato in numerosi settori, anche politici ed economici. Ad esempio, è riapparso nei difficili negoziati per la conclusione degli accordi sulla Trans-Pacific Partnership.
Tutto ciò è naturale per un Giappone che emerge quale attore globale dagli interessi non sempre coincidenti con quelli statunitensi, mentre il gioco politico nella regione Asia-Pacifico e nel mondo, diventa sempre più complicato.

Japanese Maritime Self-Defense Force destroyer Kurama leads destroyer Hyuga during a naval fleet review at Sagami Bay, off Yokosuka, south of TokyoVladimir Terekhov, ricercatore presso il Centro per gli studi asiatici e del Medio Oriente dell’Istituto di ricerca strategica russa, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’ascesa del Petroyuan e l’erosione dell’egemonia del dollaro

Tyler Durden Zerohedge 05/08/2014
YuanPer 70 anni uno dei fondamenti cruciali del potere statunitense è stato il dollaro quale moneta più importante del mondo. Negli ultimi 40 anni, pilastro del primato del dollaro è stato il ruolo dominante del verdone nei mercati energetici internazionali. Oggi, la Cina sfrutta l’ascesa a potenza economica e di mercato sempre più importante per gli esportatori di idrocarburi del Golfo Persico e dell’ex-Unione Sovietica, circoscrivendo il predominio mondiale del dollaro nell’energia, con possibili profonde implicazioni per la posizione strategica degli USA.
Dalla seconda guerra mondiale, la supremazia geopolitica degli USA riposava non solo sulla forza militare, ma anche sulla posizione del dollaro quale principale valuta di transazione e di riserva mondiale. Economicamente, il primato del dollaro deriva dal “signoraggio”, la differenza tra costo per la stampa del denaro e il suo valore, sugli altri Paesi, minimizzando il rischio del cambio per le aziende degli USA. La sua reale importanza, però, è strategica: il primato del dollaro permette agli USA di colmare il cronico deficit di bilancio e correntizio mediante l’emissione di ulteriore moneta, proprio come Washington finanzia la propria proiezione di potenza da oltre mezzo secolo. Dagli anni ’70, pilastro del primato del dollaro è stato il ruolo di moneta dominante sui prezzi di petrolio e gas, con cui le vendite internazionali di idrocarburi sono fatturate e liquidate. Ciò permette di mantenere alta la domanda mondiale di dollari, nutrendo anche l’accumularsi tra i produttori di energia delle eccedenze in dollari, rafforzandone la posizione di prima riserva patrimoniale del mondo “riciclabile” nell’economia degli Stati Uniti per coprirne i deficit. Molti ritengono che la preminenza del dollaro nei mercati dell’energia deriva dallo status di maggiore valuta transazionale e di riserva mondiale. Ma il ruolo del dollaro in questi mercati non è naturale e né basato su una posizione dominante. Piuttosto, fu ideata dai politici statunitensi dopo il crollo dell’ordine monetario di Bretton Woods nei primi anni ’70, ponendo fine alla versione iniziale del primato del dollaro (“egemonia del dollaro 1.0″). Collegare il dollaro alla negoziazione internazionale del petrolio fu la chiave per crearne la nuova versione (“egemonia del dollaro 2.0″) e, per estensione, finanziare altri 40 anni di egemonia statunitense.

Egemonia oro e dollaro 1.0
Il primato del dollaro fu sancito in occasione della conferenza di Bretton Woods del 1944, dove gli alleati non comunisti degli USA aderirono al progetto di Washington per un ordine monetario internazionale del dopoguerra. La delegazione della Gran Bretagna guidata da Lord Keynes, e praticamente ogni altro Paese partecipante salvo gli Stati Uniti, favoriva la creazione di una nuova valuta multilaterale con il neonato Fondo monetario internazionale (FMI) quale principale fonte di liquidità globale. Ma ciò avrebbe ostacolato le ambizioni statunitensi per l’ordine monetario dollaro-centrico. Anche se quasi tutti i partecipanti preferivano l’opzione multilaterale, la potenza schiacciante degli USA fece sì che, alla fine, le sue preferenze prevalessero. Così, con il gold exchange standard di Bretton Woods, il dollaro fu ancorato all’oro e le altre valute al dollaro, facendone la principale forma di liquidità internazionale. C’era però una contraddizione fatale nella  visione basata sul dollaro di Washington. L’unico modo con cui gli USA potevano diffondere abbastanza dollari per soddisfare le esigenze di liquidità mondiali, era il disavanzo a tempo indeterminato. Mentre Europa occidentale e Giappone recuperavano e riconquistavano competitività, il deficit cresceva. Gettandosi nella domanda crescente di dollari per finanziare l’aumento dei consumi, l’espansione dello stato sociale e la proiezione di potenza globale, gli USA presto offrirono più moneta statunitense di quella pari alle proprie riserve auree. Dagli anni ’50, Washington agì per convincere o costringere i titolari di dollari stranieri a non cambiare i verdoni con l’oro. Ma l’insolvenza non poteva essere scongiurata per molto: nell’agosto 1971, il presidente Nixon sospese la convertibilità dollaro-oro, ponendo fine al gold exchange standard; nel 1973, anche i tassi di cambio fissi scomparvero.
Tali eventi sollevarono interrogativi fondamentali sulla solidità a lungo termine dell’ordine monetario basato sul dollaro. Per conservarne il ruolo di primo fornitore di liquidità internazionale, gli Stati Uniti avrebbero dovuto continuare a mantenere i disavanzi delle partite correnti. Ma questo deficit si espanse, avendo l’abbandono di Washington di Bretton Woods intersecatosi con altri due sviluppi cruciali: gli USA diventarono importatori netti di petrolio nei primi anni ’70 e l’affermazione sul mercato dei membri chiave dell’organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) nel 1973-1974, causando un aumento del 500% del prezzo del petrolio, aggravando la pressione sulla bilancia dei pagamenti. Con il legame tra dollaro e oro reciso e tassi di cambio non più fissi, la prospettiva che il deficit degli Stati Uniti divenisse sempre più grande aggravò le preoccupazioni sul valore a lungo termine del dollaro. Tali preoccupazioni ebbero risonanza speciale per i grandi produttori di petrolio. Il petrolio sui mercati internazionali era valutato in dollari almeno dagli anni ’20, ma per decenni la sterlina fu usata almeno con la stessa frequenza dei dollari negli acquisti di petrolio transnazionali, anche dopo che il dollaro aveva sostituito la sterlina come prima valuta commerciale mondiale e di riserva. Finché la sterlina era ancorata al dollaro e il dollaro era “buono come l’oro”, ciò era economicamente sostenibile. Ma dopo che Washington abbandonò la convertibilità dollaro-oro e la transizione mondiale passò dai tassi di cambio fissi a quelli fluttuanti, il regime di valuta nel commercio del petrolio era in palio. Con la fine della convertibilità dollaro-oro, i principali alleati degli USA nel Golfo Persico, Iran dello Scià, Quwayt e Arabia Saudita, favorirono il passaggio del sistema dei prezzi dell’OPEC dai prezzi in dollari a un paniere di proprie valute. In tale contesto, molti alleati europei degli USA ripresero l’idea (già affrontata da Keynes a Bretton Woods) di fornire liquidità internazionale sotto forma di valuta multilaterale emessa dal FMI, governata dai cosiddetti “diritti speciali di prelievo” (DSP). Dopo che l’aumento dei prezzi del petrolio gonfiò i loro conti correnti, Arabia Saudita e gli altri alleati arabi del Golfo degli Stati Uniti spinsero l’OPEC ad iniziare le fatturazioni in DSP. Inoltre approvarono le proposte europee per riciclare gli avanzi in petrodollari nel FMI, per incoraggiarne l’emersione quale principale fornitore di liquidità internazionale post-Bretton Woods. Ciò avrebbe significato che Washington non poteva continuare a stampare dollari, mentre voleva sostenere l’aumento di consumi, spese sociali e grande proiezione di potenza globale. Per evitarlo, i politici statunitensi  dovettero trovare nuovi modi per incentivare gli stranieri a continuare a mantenere sempre più grandi eccedenze di ciò che erano ormai dollari fiat.

Egemonia petrolio e dollaro 2.0
A tal fine, le amministrazioni degli Stati Uniti dalla metà degli anni ’70 misero a punto due strategie.  massimizzare la domanda di dollari come valuta transazionale ed invertire le restrizioni di Bretton Woods sui flussi di capitali transnazionali; con la liberalizzazione finanziaria, gli USA potevano fruttare ampiezza e profondità dei propri mercati di capitali, e coprire il cronico deficit di bilancio e partite correnti attirando capitali stranieri a costi relativamente bassi. Forgiare stretti legami tra  vendita di idrocarburi e dollaro si dimostrò cruciale su entrambi i fronti. Creando tali collegamenti, Washington estorse efficacemente ai suoi alleati arabi del Golfo un silenzio condizionato garantendosi la loro propensione ad aiutare finanziariamente gli Stati Uniti. Rinnegando le promesse ai partner europei e giapponesi, l’amministrazione Ford spinse clandestinamente l’Arabia Saudita e altri produttori arabi del Golfo a riciclare quote sostanziali delle loro eccedenze in petrodollari nell’economia degli Stati Uniti, tramite intermediari privati (in gran parte degli Stati Uniti), piuttosto che attraverso il FMI. L’amministrazione Ford chiese anche il supporto del Golfo arabo a una Washington in ristrettezze finanziarie, concludendo accordi segreti con le banche centrali di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti per acquistare grandi quantità di titoli del Tesoro USA al di fuori delle aste normali. Tali impegni aiutarono Washington ad impedire al FMI di soppiantare gli Stati Stati quale principale fornitore di liquidità internazionale, dando anche un fondamentale impulso alle ambizioni di Washington nel finanziare il deficit riciclando avanzi dei dollari esteri tramite mercati finanziari privati e l’acquisto di titoli di Stato statunitensi. L’impegno dell’OPEC al dollaro come moneta per le vendite internazionali del petrolio fu fondamentale per l’ampia adozione del dollaro quale valuta transazionale dominante sul mercato petrolifero. Pochi anni dopo, l’amministrazione Carter siglò un altro accordo segreto con i sauditi, per cui Riyadh s’impegnava ad esercitare la propria influenza per garantire che l’OPEC mantenesse i prezzi del petrolio in dollari. Quando il sistema di prezzi amministrati dell’OPEC crollò a metà degli anni ’80, l’amministrazione Reagan incoraggiò l’uso universale dei dollari nelle vendite di petrolio internazionali nelle nuove borse del petrolio di Londra e New York. I prezzi quasi universali del petrolio e poi del gas, in dollari, furono rafforzati dalla probabilità che le vendite di idrocarburi non fossero solo espresse in dollari, ma anche trattate, generando il costante sostegno alla domanda di dollari in tutto il mondo.
In breve, queste occasioni furono fondamentali nella creazione dell'”egemonia del dollaro 2.0″. E sostanzialmente ressero nonostante la periodica insoddisfazione araba del Golfo verso la politica mediorientale degli Stati Uniti, il fondamentale allontanarsi degli Stati Uniti da altri importanti produttori del Golfo (Iraq di Sadam Husayn e Repubblica islamica dell’Iran), e dall’interesse sul “petro-euro” nei primi anni 2000. I sauditi, in particolare, hanno vigorosamente difeso i prezzi del petrolio esclusivamente in dollari. Mentre Arabia Saudita e altri grandi produttori di energia accettavano il pagamento delle loro esportazioni di petrolio in altre valute principali, la quota maggiore delle vendite mondiali di idrocarburi continuava ad essere regolata in dollari, perpetuando lo status del dollaro a prima valuta transazionale del mondo. Arabia Saudita e altri produttori arabi del Golfo completarono il sostegno al nesso petrolio-dollari con grandi acquisti di armi avanzate statunitensi; la maggior parte agganciò le proprie valute al dollaro, un impegno che alti funzionari sauditi descrivono come “strategico”. Mentre la quota del dollaro nelle riserve globali è scesa, il riciclaggio dei petrodollari del Golfo arabo permette di mantenerlo come valuta di riserva mondiale.

dollar-vs-china-609x250La sfida della Cina
Eppure, storia e logica cautela delle pratiche attuali non sono scolpite sulla pietra. L’ascesa del “petroyuan” verso un regime valutario meno dollaro-centrico nei mercati energetici internazionali, con implicazioni potenzialmente gravi per la posizione del dollaro, è già in corso. Mentre la Cina è emersa quel principale attore sulla scena energetica mondiale, ha anche intrapreso un’estesa campagna per internazionalizzare la propria valuta. Una quota crescente del commercio estero della Cina viene espressa e regolata in renminbi; l’emissione di strumenti finanziari denominati in renminbi è in crescita. La Cina persegue un processo prolungato di liberalizzazione essenziale alla piena internazionalizzazione del renminbi in conto capitale, permettendo maggiore flessibilità dei tassi di cambio dello yuan. La Banca Popolare di Cina (PBOC) ha ora accordi di swap con oltre 30  altre banche centrali, il che significa che i renminbi è già un’efficace valuta di riserva. Guardando al futuro, l’uso del renminbi nella vendita degli idrocarburi internazionale sicuramente aumenterà, accelerando il declino dell’influenza statunitense nelle regioni-chiave produttrici di energia. I politici cinesi apprezzano i “vantaggi di agente storico” di cui il dollaro gode; il loro scopo non è il renminbi che sostituisce il dollaro, ma affiancare lo yuan al verdone quale valuta transazionale e di riserva. Oltre ai benefici economici (ad esempio, riducendo i costi di cambio per le imprese cinesi), Pechino vuole, per motivi strategici, rallentare ulteriormente la crescita delle sue enormi riserve in dollari. La Cina ha visto aumentare la propensione statunitense ad escludere Paesi dal sistema finanziario statunitense come strumento di politica estera, e si preoccupa di come Washington cerchi di sfruttare ciò; l’internazionalizzazione del renminbi può mitigare tale vulnerabilità. In generale, Pechino comprende l’importanza del potere del dollaro nel dominio statunitense; intaccandolo la Cina può contenere l’eccessivo unilateralismo degli Stati Uniti.
La Cina da tempo ha inserito gli strumenti finanziari nei suoi sforzi per accedere agli idrocarburi stranieri. Ora Pechino vuole che i principali produttori di energia accettino il renminbi come valuta transazionale, anche per concludere l’acquisto di idrocarburi, incorporando il renminbi nelle riserve della banca centrale cinese. I produttori sono motivati ad accettarlo. La Cina è nel prossimo futuro, di gran lunga il principale mercato in crescita per i produttori di idrocarburi nel Golfo Persico e dell’ex-Unione Sovietica. Le ampie aspettative di lungo termine sull’apprezzamento dello yuan rendono l’accumulazione delle riserve di renminbi una “bazzecola” in termini di diversificazione del portafoglio. Mentre gli USA sono sempre più visti come potenza egemone in declino, la Cina è vista come potenza in ascesa per eccellenza. Anche per il Golfo arabo, che da tempo si affida a Washington come ultimo garante della sicurezza, ciò fa sì che più stretti legami con Pechino siano un imperativo strategico. Per la Russia, i rapporti deterioratisi con gli Stati Uniti spingono a una maggiore cooperazione con la Cina, contro ciò che Mosca e Pechino considerano i declinanti, ma ancora pericolosamente instabili ed  iperattivi USA. Per diversi anni, la Cina ha pagato le importazioni di petrolio dall’Iran in renminbi; nel 2012, la BoPRC e la Banca Centrale degli Emirati Arabi Uniti istituirono uno swap in valuta da 5,5 miliardi di dollari, ponendo le basi per la conclusione in renminbi delle importazioni di petrolio cinesi da Abu Dhabi, un’importante espansione dell’uso del petroyuan nel Golfo Persico. L’accordo sul gas sino-russo da 400 miliardi di dollari concluso quest’anno, prevede l’acquisto cinese di gas russo in renminbi; se completato, ciò darà un ruolo apprezzabile al renminbi nelle transazioni di gas transnazionali.
Guardando al futuro, l’uso del renminbi nelle vendite di idrocarburi internazionali sicuramente aumenterà, accelerando il declino dell’influenza statunitense nelle regioni-chiave produttrici di energia. Rendendo anche più difficile per Washington finanziare quello che la Cina ed altre potenze in ascesa considerano una politica estera interventista; una prospettiva su cui la classe politica statunitense ha appena cominciato a riflettere.

peoples_bank_of_china--621x414Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Novorossija, disfatta della ‘grande offensiva’ di Kiev

Alessandro Lattanzio, 5/8/2014
10527718Il 29 luglio, nel pomeriggio, i majdanisti avrebbero lanciato 4 missili tattici OTR-21 Tochka, di cui almeno 2 su Savrovka (Savr Mogila), ma alcun missile Tochka ha raggiunto gli obiettivi. Il missile può trasportare una testata di 454 chili ed ha una gittata di 80 km. Tale azione faceva seguito ai combattimenti tra milizie di autodifesa e truppe golpiste presso Shakhtjorsk, dove furono eliminati 125 blindati dell’esercito ucraino. Il viceministro della Difesa della Repubblica Popolare di Donetsk (RPD) Fjodor Berezin aveva affermato “Il nemico ha perso 125 blindati a Shakhtjorsk, ieri, tra cui carri armati, veicoli da combattimento della fanteria e veicoli corazzati da trasporto truppa. I miliziani hanno preso il controllo di Shakhtjorsk, mentre la Guardia nazionale si nasconde nel fitto dei boschi“. 200 blindati ucraini parteciparono all’offensiva per spezzare la linea difensiva della Novorossija, sulla strada che collega Torez e Lugansk a Donetsk. La Milizia federalista respinse l’offensiva distruggendo 125 mezzi ucraini (carri armati, BMP, BTR, autocarri, ecc.), quindi i bombardamenti degli MLRS “Grad” della milizia sulle posizioni della 25.ma brigata, eliminavano 23 paracadutisti ucraini dell’unità A1126, tra cui il comandante del battaglione. Complessivamente, nei combattimenti a Shakhtjorsk del solo 29 luglio, i majdanisti persero 85 effettivi, quasi tutti della 25.ma brigata aeroportata, oltre a 30 blindati distrutti, 2 BMP catturati e la perdita di tutta l’artiglieria della 25.ma brigata.
Il 30 luglio, Savrovka (60 km a sud-ovest di Donetsk) restava nelle mani delle milizie dopo tre giorni di aspri combattimenti, respingendo gli assalti dei majdanisti e distruggendo 2 carri armati, 2 BTR, 1 BRDM e diversi autocarri Kamaz. Presso Gorlovka, 20 km a nord-ovest di Donetsk, i bombardamenti dei majdanisti uccidevano 27 civili in tre giorni. A Debaltsevo, 30 km a nord-est di Donetsk, un convoglio golpista veniva attaccato, perdendo 3 autocarri Ural e 1 compagnia. A Khartsitsk, la milizia abbatteva un aereo da trasporto militare ucraino. Ad Avdievka, 10 km a nord di Donetsk, la milizia catturava 3 BMP ucraini. A Jasinovata, 10 km a nord di Donetsk, l’assalto dei blindati ucraini veniva respinto con la distruzione di 1 BTR e 2 carri armati ucraini.
Il 31 luglio, Aleksandr Prosjolkov, viceministro degli Esteri della Repubblica Popolare di Donetsk, veniva assassinato da terroristi majdanisti. Aleksandr Prosjolkov era anche leader dell’Unione della Gioventù Eurasiatica del distretto federale meridionale della Russia. L’attentato avvenne in prossimità di Krasnodon, dove alcuni ignoti bloccarono l’auto di Prosjolkov e gli spararono quattro volte. Prosjolkov era stato distratto da alcuni sconosciuti rimanendo fuori dalla visuale delle guardie del convoglio di cui la sua auto faceva parte.
glnews.ru_ministrom-oborony-dnr-naznachen-igor-strelkov_1Il 1 agosto 2014 si svolgeva uno scambio di prigionieri: due miliziani catturati scambiati con due “paracadutisti” majdanisti fatti prigionieri. Tuttavia, mentre i prigionieri majdanisti se ne andarono con le loro gambe, i miliziani prigionieri erano stati restituiti dagli ucraini in condizioni gravissime, poiché sottoposti a torture. In seguito a questo incidente, Strelkov ordinava che nessun ufficiale della 25.ma brigata venisse fatto prigioniero. Sempre il 1° agosto, l’esercito ucraino si ritirava da diverse aree, in particolare dai checkpoint di frontiera di Dolzhanskij, Izvarino e Chervonopartizansk e da Savrovka. Ma l’esercito majdanista tentava di prendere il controllo di Krasnogorovka, Jasinovataja e Marinka, venendo respinto sempre dopo aver subito gravi perdite. Alle 13:00 i golpisti avviavano un’offensiva sulla periferia sud-ovest di Donetsk, con circa 40 blindati, e su Krasnogorovka. Il Corpo Volontario di “Pravij Sektor“, rinforzato da elementi della 51.ma brigata ucraina, si avvicinarono a Krasnogorovka, dove subirono perdite in effettivi e blindati, per poi ritirarsi. Nella periferia nord di Donetsk, l’esercito majdanista tentava di prendere il controllo di Jasinovataja, per tagliare la strada da Gorlovka a Donetsk, ma anche tale assalto veniva respinto con la perdita di 2 carri armati e 2 blindati. Nella regione Shakhtjorsk-Snezhnoe-Torez, i resti della 25.ma brigata aeromobile e del battaglione naziatlantista Dnepr-1 venivano circondati. Nella notte del 31 luglio – 1 agosto, si svolgeva uno scontro presso Serditoe, sulla strada Donetsk-Snezhnoe. I majdanisti cercavano di rompere l’accerchiamento con una colonna di blindati e fanteria, fallendo anche questa volta. A sud di Snezhnoe, la Milizia bombardava le posizioni dei majdanisti presso Stepanovka, Savrovka e Amvrosievka, distruggendogli 5 autoveicoli e 2 depositi di munizioni. Inoltre la Milizia distruggeva una base majdanista nei pressi di Elenovka, dove erano raccolti MLRS, obici e munizioni dei golpisti. Alle 14:30, presso Shakhtjorsk, la milizia di Motorol abbatteva un drone ucraino Tu-143 Rejs. A Dmitrovka, 50 km a est di Donetsk, il battaglione della Milizia Vostok distruggeva 2 blindati ucraini. Unità della 1.ma Compagnia da Ricognizione attaccavano una postazione majdanista presso Andreevka, eliminando 1 carro armato e 2 BMP. I circa 1500 uomini circondati nella sacca meridionale, si dichiaravano pronti ad arrendersi e a ritirarsi in cambio della cessione di tutte le loro armi, munizioni e di circa 60-70 blindati, tra cui 30 carri armati, BMP, BTR, MLRS Grad e pezzi di artiglieria.
Il 2 agosto, secondo la Repubblica popolare di Donetsk, i golpisti ucraini inviavano sistemi missilistici balistici a corto raggio Tochka-U verso Donetsk, “L’esercito ucraino invia verso Donetsk complessi missilistici Tochka-U. Colonne nemiche con BM-30 Smerch e BM-27 Uragan sono state avvistate“. Il comandante della milizia della Repubblica Popolare di Donetsk, Igor Strelkov, aveva dichiarato che dei sistemi Tochka-U erano schierati a Kramatorsk per attaccare gli impianti chimici e di depurazione di Donetsk e Lugansk. Tre persone venivano uccise dai bombardamenti majdanisti su Donetsk. Tra Enakevo e Makeevka, nella regione di Donetsk, veniva abbattuto un aereo da attacco al suolo Su-25 ucraino. Nella notte tra il 2 e il 3 agosto, 438 soldati ucraini, tra cui 164 guardie di frontiera, fuggivano in Russia, nella regione di Rostov sul Don. A Orlovo-Ivanovka, 40 km nord-est da Donetsk, alle 13:00 si svolgevano pesanti combattimenti; dopo il tiro di preparazione dell’artiglieria, unità ucraine attaccavano con 25 carri armati e blindati. L’assalto veniva respinto dalla milizia che distruggeva 3 carri armati, 3 BMP, 3 BTR, 1 BMD e 1 autocarro majdanisti. A Pervomajsk la milizia respingeva per due volte l’offensiva del battaglione naziatlantisa “Donbass”, che subiva notevoli perdite. A Shahktjorsk la milizia distruggeva altri 3 carri armati, 3 BMP e 2 autoveicoli della 25.ma brigata ucraina.
Il 3 agosto, tra Marienka e Aleksandrovka, 10 km ad ovest di Donetsk, la milizia respingeva le unità della 51.ma brigata meccanizzata ucraina, che perdeva 2 carri armati T-62 e 2 BTR. La milizia subiva 2 caduti e 15 feriti. A Stakhanov la milizia abbatteva 1 Sukhoj Su-25 ucraino.
10472740Il 4 agosto, la 72.ma brigata ucraina si disintegrava, con 450 soldati che fuggivano nel territorio della Federazione Russa abbandonando tutto il materiale nelle loro posizioni, tra cui 70 automezzi e blindati, ed altri 702 soldati ucraini che si arrendevano alla Milizia di Shahktjorsk. I soldati erano rimasti per giorni senza rifornimenti e munizioni, dopo che la giunta aveva perso 7 velivoli da trasporto per tentare di rifornirli. Gli unici che non si arrendevano erano i mercenari polacchi e i neonazisti di Fazione destra presenti tra le unità ucraine. Tra il 29 luglio e il 3 agosto, la 72.ma brigata aveva perso 454 soldati e 125 automezzi, tra cui 30 carri armati T-64. I resti della 79.ma brigata aeroportata, della 24.ma brigata fucilieri motorizzati, dei battaglioni Shakhtjorsk e Azov rimanevano intrappolati nella sacca meridionale. Pavel Gubarjov, a capo del Dipartimento Mobilitazione del Ministero della Difesa della Repubblica Popolare di Donestk, dichiarava, “Ciò che vediamo è il punto di svolta in questa guerra. Abbiamo fiducia, ci avviciniamo alla vittoria. L’esercito ucraino scompare, tutti si arrendono, fuggono nella Federazione Russa, non essendo più disposti a combattere. La mobilitazione non funziona e lo spirito combattivo sparisce; perciò posso certamente prevedere che non solo raggiungeremo Kiev, ma anche Lvov, e strangoleremo questa gentaglia in modo che gli ucraini dimentichino Bandera, Shukhevich e il nazionalismo integralista ucraino per altri 3 o 4 secoli. Devo sottolineare che non combattiamo ucraini, combattiamo nazisti. Costoro hanno mentalità molto diverse, ecco perché ci appelliamo agli ucraini che hanno la cattiva sorte di ritrovarsi nell’esercito ucraino, o sono stati forzatamente mobilitati. Arrendetevi e vi tratteremo con buona volontà, altrimenti disertate. Questo è il modo migliore per uscirsene. Ai nazisti ucraini che, con i loro seguaci, urlarono a Majdan “Heil agli eroi!”, la suddetta feccia fascista, non saranno risparmiati! D’ora in poi non faremo altro che scacciare tali bastardi. Non permetteremo che il Donbas diventi un campo per il fracking delle aziende occidentali. Non lasceremo che il Donbas diventi un deserto saccheggiato. Vogliamo vedere la nostra regione verde, rigogliosa e ricca. É per questo che combattiamo”.
A Gorlovka, un nuovo bombardamento majdanista uccideva una persona e ne feriva altre 17. A Pervomajsk, nel bombardamento dei majdanisti veniva ucciso il pope Georgij Nikishov. A Makievka abbattuto 1 aereo d’attacco Su-25 Grac’ ucraino, mentre ad Amvrossievka veniva abbattuto 1 elicottero ucraino. A Marjupol, tiratori scelti eliminavano diversi consiglieri statunitensi.
L’offensiva della junta di Kiev falliva miseramente, e il ministro della Difesa ucraino Valerij Geletej annunciava l’esaurimento dell’offensiva ed iniziava a contattare la Bielorussia con l’intenzione di chiedere a Lukashenko di essere  l’intermediario nelle trattative. Il Segretario del Consiglio di Sicurezza Nazionale e Difesa, il nazista Andrej Parubij, veniva dimissionato assieme al vicecapo della polizia politica (SBU) Jurij Stets.
10561576Il 1° agosto, il ministero della Difesa russo mobilitava i riservisti per le esercitazioni da svolgersi tra agosto e ottobre, “L’addestramento delle principali specialità si terrà per due mesi in presidi e unità militari“. Le esercitazioni hanno lo scopo di familiarizzare i riservisti all’impiego e manutenzione dei nuovi sistemi d’arma ed equipaggiamenti dei rami specializzati in comunicazioni, missili, artiglieria, logistica, fanteria motorizzata e forze costiere. Inoltre, anche l’aeronautica russa avviava le esercitazioni di combattimento coinvolgendo oltre 100 aerei tra caccia, bombardieri ed elicotteri nei distretti militari centrale e occidentale della Russia. Il colonnello Igor Klimov dichiarava che le esercitazioni si svolgevano in collaborazione con le forze della difesa aerea russa, “In tutto, le manovre coinvolgeranno 100 aerei ed elicotteri come caccia multiruolo Su-27 Flanker, caccia MiG-31 Foxhound, cacciabombardieri Su-34 Fullback, bombardieri Su-24 Fencer così come elicotteri da combattimento Mi-8, Mi-24 e Mi-28N“. L’esercitazione prevedeva tiri contro bersagli a terra e in aria nei nuovi poligoni di tiro, nonché lanci di missili antiaerei nel poligono di Ashuluk nella regione di Astrakhan, e missioni di volo dalle basi aeree della Russia meridionale di Armavir, Krymsk, Mozdok, Morozovsk, ecc.

1535442Fonti
Alawata
Alawata
Cassad
Cassad
Cassad
Cassad
Cassad
ITAR-TASS
ITAR-TASS
NEO
RIAN

RIAN
RIAN
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Vineyard Saker
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