Il ruolo della Russia e la nuova intesa India – Cina

Debidatta Aurobinda Mahapatra, RIR, 24 luglio 2014

BsiBzNACcAANr_fIl primo ministro indiano Narendra Modi incontrava il presidente cinese Xi Jinping a margine del vertice BRICS in Brasile, attirando notevole attenzione, di sicuro positivamente. L’incontro fornisce indizi sulla direzione delle relazioni tra i due confinanti, rapporti che smentiscono un modello costante. La Russia ha a lungo puntato a rinsaldare i legami tra i due giganti asiatici. L’invito di Xi a Modi a partecipare all’APEC, primo ente economico Asia-Pacifico, ha portato a notevoli speculazioni sulle motivazioni reali della Cina. Xi ha anche invitato l’India ad essere membro fondatore della Infrastrutture Asian Investment Bank. Quanto sono supportati gli inviti dall’autentico potere politico della Cina? L’invito cinese è una mossa astuta per moderare alcune posizioni dell’India? E’ una mossa per un accordo?
Si ipotizza che la Cina possa aver offerto alcune concessioni all’India per l’accordo chiave che istituisce la banca di Shanghai. Ma uno scambio Cina-India non è così facile essendo vincolato da procedure ed ostacoli politici. Tutti i membri dell’APEC devono approvare i nuovi membro del gruppo. Gli ostacoli politici possono essere più difficili da superare. Gli Stati Uniti, che  recentemente sempre più si affermano nella regione Asia-Pacifico, possono far sembrare l’offerta cinese all’India come una pedina nella scacchiera strategica antitetica ai propri interessi. La rivalità USA-Cina, piuttosto che le differenze tra Stati Uniti e India, o tra India e Cina, può influire sulla mossa. Anche le intenzioni cinesi, e le manovre politiche in questo contesto, devono ancora essere pesate approfonditamente dai politici indiani. Forse la Russia è più adatta a svolgere un ruolo bilanciante in questo caso. Vicina a India e Cina, e attore chiave di APEC e BRICS ed organizzazioni regionali come SCO, la Russia potrà non solo trasmettere gli interessi dell’India, ma anche aiutare a mediare un accordo tra India e Cina. La Russia ha sostenuto la candidatura dell’India a molte organizzazioni internazionali e regionali, tra cui il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e la Shanghai Cooperation Organization, anche con la contrarietà della Cina. In particolare nel caso della SCO, si ritiene che l’adesione dell’India sia trattenuta dalla prevaricazione cinese. Xi durante l’incontro con Modi ha chiesto un ruolo attivo dell’India nell’organizzazione regionale. Ma non è ancora chiaro se Xi sosterrà l’adesione dell’India alla SCO. Il ruolo della Russia nella realizzazione di relazioni simmetriche India-Cina sarà cruciale. Mentre operano in tandem, i tre Paesi non solo possono siperare efficacemente le rispettive differenze, ma anche contribuire ad affrontare le questioni internazionali. Mentre la Russia può convincere la Cina ad adottare un approccio più morbido verso l’integrazione dell’India a SCO ed APEC, India e Cina possono sostenere la Russia nella crisi in Ucraina o ad superare gli effetti delle sanzioni. Non è una sorpresa che i Paesi BRICS al vertice in Brasile abbiano espresso profonda preoccupazione per la crisi in Ucraina e chiesto un “dialogo globale, de-escalation del conflitto e moderazione da tutti gli attori coinvolti, al fine di trovare una soluzione politica pacifica“. Putin ha espresso soddisfazione per gli sviluppi del vertice e ha sostenuto che gli sforzi congiunti aiuteranno ad impedire difficoltà economiche.
Un accordo tra l’India e la Cina non sarà così facile. La reciproca diffidenza s’insinua nel profondo delle relazioni bilaterali. Come custodi degli interessi nazionali, Xi e Modi potrebbero trovare difficoltà a superare interessi nazionali guidati dalla sfiducia. Ma non è impossibile. I pragmatisti seri possono trovare il modo per superare le differenze. Modi ha chiesto, e Xi concordato, un vertice sereno e tranquillo. Modi ha invitato la Cina ad investire nei progetti infrastrutturali in India. Xi può apparire meno imperscrutabile del suo predecessore, Hu Jintao, il cui aspetto stoico confuse molti dirigenti e osservatori internazionali. Xi appare più lungimirante, e la sua simpatia può essere un vantaggio per la Cina. Ma nella diplomazia internazionale è difficile basarsi sull’apparenza. Per decifrare le cose, si deve andare in profondità e leggere tra le righe. Il vantaggio per Modi e Xi è che sono al comando dei loro Paesi. Sono pro-business, giovani e dinamici. Ognuno è consapevole dei propri interessi nazionali fondamentali e dei vincoli nella loro realizzazione. Un accordo paritario tra India e Cina non sarà l’alba di una nuova intesa delle relazioni bilaterali, ma inaugurerà una nuova fase delle relazioni internazionali. Un nuovo rapporto India-Cina rafforzerà ulteriormente  le relazioni Russia-India-Cina (RIC), così come con BRICS, SCO e altre organizzazioni importanti come G-20. Con la visita di Xi in India per settembre, si spera che alcune differenze saranno risolte.
Quale ruolo può svolgere la Russia in questo nuovo ambiente? Oltre ad incontrare Xi, Modi ha incontrato anche il presidente russo Vladimir Putin. La Russia è un noto partner strategico dell’India e della Cina, ed è coerente nel sostenere le ambizioni politiche indiane. Aggiungendovi la disponibilità della Cina a sostenere l’India nella sua adesione a APEC e SCO, la politica internazionale si completerà con una possibile avanzata del nuovo ordine. Una delle motivazioni  reali della debolezza del BRICS è la differenza India-Cina, e una volta che ciò sarà sistemato con un accordo tra India e Cina, il gruppo emergerà come nuovo centro gravitazionale nel mondo post-guerra fredda, con implicazioni bilaterali e internazionali su pace e sicurezza.

6th BRICS SummitDr. Debidatta Aurobinda Mahapatra è un commentatore indiano. Le sue aree di interesse sono conflitti, terrorismo, pace e sviluppo in Asia meridionale, e aspetti strategici della politica eurasiatica.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I militari salveranno l’Ucraina?

Dmitrij Minin Strategic Culture Foundation 21/07/2014
Subject is Porky PoroshenkoGli eventi in Ucraina si svolgono in modo tale che molti iniziano pensare che l’unico via per tenere unito il Paese sia un duro regime militare appena possibile. Molti credono che l’economia stia collassando creando disordini sociali. I flussi finanziari occidentali prolungano la crisi esistente. Ma i flussi di denaro estero sono sempre più sottili per via degli enormi sprechi e dell’appropriazione indebita. Secondo diverse stime, quest’anno il Paese avrà bisogno di altri 30-50 miliardi di dollari. Una somma che l’occidente non è pronto a consegnare. Il primo ministro Arsenij Jatsenjuk ha capito la situazione disperata e s’è dimesso, anche se ciò non è ancora stato accettato dal parlamento. Forse accettarlo sarebbe suicida, ma ogni cosa ha i suoi limiti. Il presidente Poroshenko sembra sicuro di sé, ma perde credito. Deve spendere tempo e fatica per respingere le pugnalate alla schiena politiche di Julija Timoshenko, capo dell’ancora abbastanza forte partito Batkivshina, e degli altri oligarchi, prima di tutto Igor Kolomojskij, governatore di Dnepropetrovsk. La crescente militarizzazione della vita economica e sociale, fa dei pistoleri figure di spicco. La pistola può essere puntata in molte direzioni. Ci sono tanti aspiranti al ruolo di capo. Ciascuno appartiene a un certo gruppo d’interessi. L’idea del pugno di ferro è supportata dagli abusi finanziari ampiamente diffusi nella spedizione punitiva nel Donbas. “Il problema di uno è l’occasione di un altro”. Come si dice in tempo di guerra “Per alcune persone la guerra è guerra, per altri, una manna”, il che significa che certuni soffrono in guerra; altri fanno fortuna. Aleksandr Kuzmuk, parlamentare ed ex-ministro della Difesa, ha detto al parlamento che 11,5 miliardi di Grivne sono state stanziate per la difesa. La somma è svanita. Premi in denaro vanno soprattutto a coloro che operano negli stati maggiori. Secondo Kuzmuk, la situazione è inusuale. Gli effettivi coinvolti nei combattimenti sono sostenuti soprattutto dai parenti che inviano denaro e derrate alimentari. I volontari hanno bisogno di molto aiuto, abbisognano di acqua come di visori agli infrarossi. Un’inchiesta presso lo stabilimento di Zhitomir ha illuminato sulla scomparsa dei componenti di 78 veicoli revisionati. Centraline elettriche, torrette ed altro di 225 veicoli corazzati sono scomparse in una fabbrica di Kiev; quattro carri armati da 6 milioni di Grivne mancano. L’ufficio del pubblico ministero è stordito dalla portata dei furti.
Aleksandr Zhilin, il capo del centro per lo studio dei problemi pubblici applicati, ha detto che durante l’operazione “anti-terrorismo” cinque generali ucraini sono diventati milionari, in dollari, in particolare quelli coinvolti nelle azioni punitive. Vi sono altri esempi di furti e appropriazione indebita. I soldati morti restano sul libro paga riempiendo le tasche dei superiori a Kiev. Secondo l’esperto, se tali enormi fondi continueranno ad essere sottratti, la guerra non finirà mai. Per evitare la coscrizione si deve pagare una tangente di 500 dollari nei centri di reclutamento. Non tanto, può sembrare a prima vista, ma il numero dei renitenti è di centinaia di migliaia, comportando un buon profitto. Una volta in prima linea, solo una tangente consente a un soldato di avere il permesso per andare a casa. L’euforia dopo la cattura di Slavjansk ed alcune altre zone delle repubbliche popolari, evapora. S’inizia a capire che non è una vera vittoria, ma piuttosto un serio fallimento della leadership responsabile dell’operazione. Un osservatore su hvylya.org ne parla criticamente. Secondo lui, Slavjansk non è stata presa in battaglia, è stata solo lasciata dagli insorti senza sparare un colpo. Le forze nemiche hanno lasciato la città senza perdite. E’ una cortina fumogena. E’ impossibile eliminare un gruppo di diverse migliaia con armi pesanti nella città di Donetsk, che ha una popolazione di oltre un milione di abitanti, anche se venissero utilizzate tattiche da guerra network-centrica. Ma le forze ucraine usano la tattica degli anni ’30, ancor più obsoleta dell’arte della guerra dei tempi della seconda guerra mondiale. Un altro autore ucraino ha scritto su Ukraine on Verge of Chaos che il peggio deve accadere ad autunno, quando il tenore di vita cadrà con il collasso economico, il freddo e l’impoverimento, e la gente sarà esasperata e stanca della guerra, le cui perdite incessanti faranno diffondere la sindrome di Donetsk (in stile afgano) tra i militari veterani delle operazioni di combattimento nella regione di Donetsk. I politici populisti sfrutteranno la situazione a proprio vantaggio; i media versano benzina sui sentimenti sciovinisti e militaristi. I tumulti esploderanno attaccando uffici statali e con pubblico linciaggio di parlamentari e funzionari di tutte le forze politiche. Già oggi i parenti dei soldati protestano di fronte alla residenza presidenziale. Vengono informati via cellulari delle cose scioccanti che accadono sul campo, dei comandanti che abbandonano i loro subordinati sul campo di battaglia. Una prima prova di colpo di Stato c’è stata a fine giugno. 300 soldati dei battaglioni organizzati e finanziati dal magnate Igor Kolomojskij, Donbass, Azov e Ajdar, mascherati e in tenuta da combattimento si riunivano a piazza Majdan, a Kiev. Volevano la fine del cessate il fuoco, l’instaurazione del regime militare, armi migliori per i volontari e il permesso di utilizzare ogni mezzo per eliminare le unità di autodifesa del Donbas. Sembrava essere un colpo di Stato militare. Nazionalisti estremisti ben armati della Guardia Nazionale lasciavano il fronte per riunirsi a Kiev con Pravij Sektor e le unità di autodifesa Majdan, chiedendo il cambio di potere dell’esistente regime corrotto. Secondo Sergej Juldashev, il capo dell’ufficio del procuratore di Kiev, 12 edifici amministrativi, tra cui il Palazzo di ottobre e la Casa ucraina, sono ancora occupati dai volontari. Ci potrebbero essere molte armi all’interno. Ad oggi, le unità di autodifesa non hanno alcun desiderio di lasciare gli edifici. Senza dubbio Igor Kolomojskij sarà il primo beneficiario nel caso in cui gli eventi procedano in questo modo.
I media nazionalisti avvertono Poroshenko. Dicono che l’esercito è l’unico attributo del potere legittimo dello Stato. Tutto il resto è degradato. Ma Petro Poroshenko respinge l’esercito. Cioè rifiuta il popolo. Allora chi è il suo alleato? Sembra che presto non avrà nessuno su cui contare. Perde la fiducia della gente. I militari iniziano ad odiarlo. Polizia e servizi di sicurezza sono demoralizzati e corrotti da tempo. Nel modo in cui procede la situazione, non durerà tre anni come Janukovich. C’è sempre il tramonto dopo l’alba. In generale, un possibile modello ucraino va emergendo. Secondo Jurij Romanenko, “il regime autoritario avrà caratteristiche da democrazia militare su base popolare. Senza base sociale solida, il regime semplicemente non resisterà a un nemico potente. Mosca ha fatto di tutto per convincere i russi che la giunta a Kiev governa. Questo è il momento per la giunta di resistere e mostrare quanto sia efficace”. Poroshenko comincia a rendersi conto di essere in pericolo e prende misure preventive. La fretta degli appuntamenti con i vertici militari e della sicurezza indica che si prepara ad affrontare un nemico interno piuttosto che esterno. Valerij Geletej è il neo-ministro della Difesa personalmente fedele al presidente. E’ stato a capo dell’Amministrazione della Sicurezza dello Stato (UDO) specializzata nella protezione dei funzionari governativi. La prima cosa che h fatto assumendo il nuovo ufficio, fu metter fine alla distribuzione di armi ai volontari (mercenari dei magnati) presso i depositi militari. Kolomojskij voleva queste armi per le sue formazioni, ma il ministro della Difesa gli ha detto di rivolgersi direttamente al Comandante Supremo, istigando i radicali disposti a prendere il potere. Poroshenko capisce che continuando la guerra nel Donbas, sprona sentimenti militaristi e ambizioni personali nel Paese, segnando la data del suo rovesciamento, che verrebbe accompagnato da spargimenti di sangue.
Le riforme economiche sono impossibili, date le circostanze. Il presidente ucraino è minacciato; vi sono forze che esigono la guerra fino a una fine vittoriosa. Ma è impossibile vincere una guerra contro il proprio popolo. Le divisioni non sono limitate ai campi di battaglia; esistono nelle menti e nei cuori della popolazione. Non importa quante azioni di combattimento si compiranno, le divisioni rimarranno. Ma chi chiede di continuare la guerra fino alla vittoria, guadagnerà forza diventando sempre più pericoloso. Il presidente Poroshenko ha l’istinto dell’autoconservazione e cercherà una tregua e un compromesso con i connazionali? Nel suo caso è l’unica possibilità di rimanere al potere. La gente lo sosterrebbe se scegliesse di agire di questo modo.

10458649La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Israele cerca solo di guadagnare tempo!

Nasser Kandil Global Research, 16 luglio 2014

GazaBigWar1. Secondo lei, signor Kandil, fino a che punto Israele potrebbe spingere il suo assalto a Gaza?
Penso che Israele sia in difficoltà perché non può permettersi la pace che legittimerebbe la sua esistenza, come non può permettersi una guerra che gli consenta di tornare al “periodo delle iniziative”. Questo è il motivo per tale ennesima aggressione a Gaza, distruggendo tutto ciò che può colpire, armi, capi, combattenti e infrastrutture, ritenendo che ciò gli darebbe notevoli benefici nella prossima fase del conflitto. Guadagnare tempo sembra essere “l’unica strategia del momento” di fronte alla nuova mappa regionale che si delinea, dove non è più un fattore decisivo. Questo è anche il motivo per cui retrocede sulla creazione dello Stato curdo, che all’inizio ha incoraggiato [1], il clima internazionale e regionale è dominato da avvertimenti contro i pericoli delle partizione dell’Iraq.

2. Altre guerre d’Israele sono dunque in vista?
Quello che posso assicurare è che se Israele decide di impegnarsi in una guerra aperta e totale, troverà una Resistenza pronta ad andare fino in fondo e senza alcuna intenzione di lasciare porte aperte agli “aggiustamenti” che continua a pretendere ogni giorno [...]

3. Dice che Israele non ha una strategia chiara e che cerca solo di guadagnare tempo. Perché?
Penso che tutto ciò che la nostra regione ha vissuto dalla guerra d’Israele contro il Libano, nel luglio 2006, sia il risultato del rapporto intitolato “Baker-Hamilton” presentato al presidente George W. Bush il 6 dicembre 2006 [2] [3]. In realtà, sono passati otto anni, il Libano era sull’orlo di una guerra memorabile che ha imposto una nuova equazione regionale dopo “l’erosione della deterrenza israeliana“. Per cui è nato il nuovo approccio statunitense, presentato in tale famosa relazione firmata e supervisionata dai due pilastri democratico e repubblicano alla guida dei servizi segreti e degli Esteri, e Consiglieri della Sicurezza Nazionale… In breve, la relazione invita gli Stati Uniti a fare tutto il possibile per risolvere il conflitto israelo-palestinese, implicitamente riconoscendo:
• la sconfitta del progetto statunitense in Iraq e in Afghanistan,
• il fallimento del ruolo regionale d’Israele,
• l’emergere di potenze regionali concordi con gli Stati Uniti nel salvare l’Iraq e stabilizzare la regione.
Ciò sulla base del ritiro statunitense da Afghanistan e Iraq, con:
• l’accettazione di una partnership USA-Russia per gestire la stabilizzazione della regione,
• il riconoscimento del ruolo centrale dell’Iran, Stato nucleare, su Afghanistan, Iraq e Stati del Golfo,
• riconoscimento del ruolo influente della Siria nel Levante.
Ma la cosa più importante di tale relazione è spingere Israele ad attuare le risoluzioni delle Nazioni Unite sul conflitto arabo-israeliano, tra cui:
• uno Stato palestinese nei territori occupati nel 1967 con capitale Gerusalemme est
• una giusta soluzione al problema dei profughi sulla base della “risoluzione 194″ garantendo il diritto al ritorno e al risarcimento,
• la restituzione del Golan siriano occupato alla linea del 4 giugno,
• il ritorno ai libanesi delle fattorie Shaba.
Dal dicembre 2006 viviamo le conseguenze della denigrazione del rapporto Baker-Hamilton con  una serie di guerre per procura e conflitti che insanguinano l’asse della Resistenza. Nessuno conosce la portata della cooperazione tra Israele e Stati del Golfo, come Arabia Saudita e Qatar, per contrastare le raccomandazioni della relazione strategica degli Stati Uniti, o trovare alternative e quindi ignorare la Roadmap che raccomanda di garantire la necessaria stabilità regionale. Tali imbrogli si sono complicati passo passo. Per iniziare, c’erano le elezioni iraniane del 2008 con il piano di rovesciare il Presidente Ahmadinejad ed imporre Muhammad Khatami al potere con la promessa di permettere all’“Impero iraniano il suo dossier nucleare” contro l’abbandono della causa palestinese. All’epoca, Martin Indyk aveva parlato di “rovesciare l’Iran in Palestina”. Tale scommessa fallì, e la prima guerra contro Gaza ebbe luogo, ancora con lo stesso slogan di Indyk: “rovesciare l’Iran in Palestina”. Consacrata la sconfitta d’Israele, la ripresa del percorso di pace fu ridotta ad imporre all’Autorità palestinese ulteriore obbedienza. Quindi nel 2010 il piano di Hillary Clinton per una pace israelo-palestinese “parziale” fatta di concessioni minime degli israeliani. Ma l’estremismo israeliano è responsabile della distruzione del piano di Clinton, il piano d’Israele è una pace che si traduca nell’”alleanza arabo-israeliana contro l’Iran“. In altre parole, i sionisti hanno scelto di costruire tale alleanza invece di accettare il basso costo che avrebbe rappresentato lo smantellamento del 10% degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, per garantire la continuità territoriale tra le parti del residuale mini-Stato palestinese.

4. Israele continuerà a guadagnare tempo iniziando altre guerre di logoramento, senza esaurirsi?
Dalla sconfitta d’Israele nella sua guerra contro il Libano, nel luglio 2006, riteniamo che non sia più questione di guerra aperta israeliana o statunitense. Ma la negazione di nuove realtà sul terreno  riempirebbe il vuoto strategico dopo il ritiro degli Stati Uniti da Iraq e Afghanistan. Pertanto, dal dicembre 2006, cioè negli ultimi otto anni, Israele cerca di evitare di pagare il conto della Baker-Hamilton, creando ogni sorta di problema per paralizzare l’Asse della Resistenza formato da Iran, Siria, Hezbollah e anche Hamas. Opportunamente, l’esplosione della cosiddetta “primavera araba” certamente nata dalla rabbia popolare contro i loro governanti, è stata l’occasione per Stati Uniti, Turchia e Qatar d’ adottare la loro idea di affidare il potere regionale ai Fratelli nusulmani, con l’idea che l”impero ottomano’ avrebbe ereditato il potere in Tunisia ed Egitto, con alla sola condizione di abbandonare la Siria. La guerra “universale” contro la Siria ha avuto quindi luogo, ma è fallita, mentre la strategia del caos ha creato un ambiente favorevole al terrorismo e al suo radicamento, con il rischio che il califfato del SIIL divida l’Iraq ed altre entità della regione…
Nel frattempo, Hamas ha perso l’illusione che l’identità condivisa con i Fratelli musulmani prevalesse sull’appartenenza alla resistenza palestinese. Ma dopo il fallimento delle vittorie in Egitto e Siria, ha rivisto i conti. I neo-ottomani sono stati sconfitti e il “Fronte del Rifiuto” si avvicina alla vittoria, Hamas non riesce a trovare il suo posto che rientrando nella trincea della resistenza all’occupazione israeliana. Israele ha fallito nonostante i ripetuti tentativi di minare la Resistenza.  Indipendentemente dalle posizioni assunte da certi capi di Hamas, qualsiasi siano i disaccordi con Fatah. Ciò che conta è che le Brigate al-Qasam (ramo militare di Hamas) operino e siano pienamente impegnate nella lotta contro l’aggressione israeliana a Gaza. Israele ha scommesso sulla sconfitta della Siria, e sulla sconfitta di Hezbollah in Siria, sostenendo i vari rami di al-Qaida con i suoi raid aerei [4] su Jamraya [Centro di ricerca scientifica a nord ovest di Damasco], nella speranza che vincessero la guerra ad al-Qusayr [maggio 2013], i raid su Janta affinché vincessero a Yabrud, e i raid su al-Qunaytra per imporre la cintura di sicurezza alla cosiddetta opposizione siriana complice. Ma tutti questi piani sono falliti, uno dopo l’altro. Israele oggi è in ansia perché incapace di scatenare una guerra ma anche di aspettare. Questo mentre il mondo assiste alla cristallizzazione di due campi, uno che rappresenta le crescenti forze di Russia, Cina, Brasile e altri Paesi BRICS, l’altro guidato da Washington, sconfitto in Ucraina e Siria e che si prepara ad altre sconfitte in Yemen e Iraq…
Israele si trova ad affrontare una nuova equazione basata sulla previsione di ciò che potrebbe derivare dal ritiro statunitense dall’Afghanistan, alla fine dell’anno, ora che l’Iraq è alleato di Siria e Iran, con un accordo tra occidente ed Iran si profila all’orizzonte e segnali indicanti la vittoria siriana che appaiono, mentre l’opposizione a uno Stato curdo nato dalla partizione dell’Iraq è quasi unanime, nonostante il suo dichiarato sostegno. Sa che le condizioni per una nuova guerra saranno diverse da quelle della guerra del 1973, come previsto da una relazione del Shabak [servizio di sicurezza interna d'Israele] nel 2010… Israele non potrà vincere una nuova guerra contro una resistenza che si prepara ad ogni evenienza, soffrendo dello stesso deficit strutturale che ha causato le sue sconfitte precedenti. Tutto ciò che ottiene da tale nuovo assalto su Gaza, è reindirizzare la bussola sulla “causa prima”: la lotta contro l’occupazione e la colonizzazione della Palestina.

5. Cosa ne pensate della nomina di Staffan de Mistura a successore di Laqdar al-Brahimi[5]?
Ad ogni fase della guerra contro la Siria, corrisponde un inviato con una specifica missione. Kofi Annan alla fine si dissociò con dimissioni storiche. Laqdar Brahimi, la cui unica missione era condurre colloqui politici, fece ciò che poteva. Qui siamo nella fase della scelta di De Mistura, probabilmente per le sue competenze tecniche e diplomatiche. Tecnicamente curò la prima missione dell’ONU di lancio di aiuti alimentari [Ciad – 1973], fu vicedirettore del Programma alimentare mondiale [2009-2010]. Diplomaticamente, ha ricoperto vari incarichi presso le Nazioni Unite [6], in particolare come rappresentante speciale delle Nazioni Unite in Afghanistan [2010-2011], Iraq [2007-2009] e Libano [2001 - 2004]. Pertanto, la sua nomina suggerisce l’esistenza di una nuova mappa regionale dall’Afghanistan al Libano, dove per anni ha gestito il conflitto tra Hezbollah e Israele e lo Stato libanese. In altre parole, ha le chiavi del conflitto arabo-israeliano. Probabilmente  non controlla sufficientemente il dossier siriano, ma può essere compensato dalle sue numerose relazioni con personalità regionali, che si precipiteranno, come dovrebbero, per renderlo edotto dei più piccoli dettagli.

6. Secondo Voi, qual è la missione di De Mistura?
Preparare il tavolo per la nuova mappa regionale. Come mediatore delle Nazioni Unite nel conflitto siriano, può passare dalla Siria a Iraq, Afghanistan e Libano. Penso che sarà il partner principale del presidente egiziano al-Sisi.

7. Tale nuova carta regionale richiede la partizione dell’Iraq?
Non credo assolutamente.

8. Eppure molti dicono il contrario, prevedendone la partizione in tre Stati: sunnita, sciita e curdo.  Alcuni parlano anche di uno “Stato del SIIL!”
In sostanza, l’idea di partizione, non solo dell’Iraq, si basa sulla tesi di Bernard Lewis, il famoso storico statunitense [7], la cui tesi venne discussa sotto l’egida della NATO a Francoforte nel novembre 2012. La domanda era: “Dovremmo mantenere i confini tracciati da Sykes-Picot, o dovremmo riprogettarli sulla base dei dati demografici regionali?“, cioè in base alle popolazioni sunnita, sciita, curda, alawita, ecc… tale partizione in linea di principio sarebbe più facile in Iraq che altrove. Se dovesse avvenire, il secondo passo dovrebbe portare alla partizione della Turchia, creando uno Stato curdo nei suoi territori orientali, e non dell’Iran, al 90% dalla stessa confessione. Ciò spiega l’immediata ritirata dei capi turchi che iniziano a rendersi conto che pagheranno per l’aggressione alla Siria, soprattutto per Qasab e Aleppo. Da parte loro, i sauditi hanno finalmente capito che rischiano grosso vedendo gli Houthi alla periferia di Sana, e la minaccia della creazione di uno Stato sciita sulle coste petrolifere orientali del loro regno. Ecco perché credo che la decisione sarà altra che non la partizione, ed è per questo motivo che quattro dichiarazioni dicono NO ad uno Stato curdo in Iraq! Di Ban ki Moon [8], del Presidente al-Sisi [9], dal comunicato congiunto Stati Uniti e Russia, del numero due della sicurezza nazionale alla Casa Bianca, Tony Blinken, che ha dichiarato che “l’unità dell’Iraq è l’obiettivo da difendere“. E quando si dice ciò, s’intende NO alla partizione dell’Iraq!

Nasser Kandil 11/07/2014, sintesi di due interventi:
Video di al-Mayadin, MN Kandil è intervistato da Diya Sham e articolo su al-Bina;
Trascrizione e traduzione di Mouna Alno-Nakhal per Mondialisation.ca

ISIS TerritoryNote:
[1] Il premier israeliano è a favore di un Kurdistan indipendente
[2] Baker-Hamilton Report 2006
[3] Baker-Hamilton/Wikipedia
[4] VIDEO. Raid israeliano in Siria uccide almeno 42 soldati, bilancio incerto
[5] Staffan de Mistura successore di Brahimi come mediatore
[6] Staffan de Mistura/Wikipedia
[7] Bernard Lewis/Wikipedia
[8] L’Iraq deve avere uno Stato unito, secondo Ban Ki-moon
[9] Egitto: Sisi, un referendum nel Kurdistan iracheno sarebbe una “catastrofe”

Nasser Kandil è un ex-deputato libanese ed direttore di TopNews-Nasser-Kandil e del quotidiano libanese al-Bina
Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I BRICS contro il dominio del dollaro

Gli Stati Uniti piazzaforte del male
Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 18/07/2014

modi-brics-story_650_051914125040L’assalto sanguinoso della globalizzazione diventa lentamente un ricordo del passato mentre il risveglio va progressivamente intensificandosi. La guerra lampo degli Stati Uniti volta al dominio globale di Washington con lo slogan della “democrazia unipolare” è considerata un fallimento dal resto del mondo. Ma l’amministrazione Obama non è pronta ad ammettere la sconfitta e continua a cercare pretesti per iniziare guerre con provocazioni e propaganda nera creandosi immaginari nemici. Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa, i Paesi che compongono il gruppo dei BRICS, cambiano drasticamente il mondo contemporaneo. Una delle tendenze è abbandonare il sistema finanziario emerso dalla seconda guerra mondiale. I BRICS vogliono mettere fine al predominio del dollaro o all’uso del verdone per comprare tutto ciò che abbia valore materiale, accompagnato dal continuo barare degli Stati Uniti. Intervenendo al VI vertice dei BRICS a Brasilia (15-16 luglio), il Presidente Vladimir Putin ha detto che è matura da tempo la riforma di un sistema finanziario-monetario internazionale che svantaggia il gruppo e ostacola il progresso delle nuove economie mondiali, “Nel caso dei BRICS abbiamo una serie di coincidenti interessi strategici. Prima di tutto, la comune intenzione di riformare il sistema monetario e finanziario internazionale. Nella forma attuale è ingiusta verso i Paesi BRICS e le nuove economie in generale. Dovremmo avere un ruolo più attivo nel sistema decisionale di FMI e Banca Mondiale. Il sistema monetario internazionale dipende molto dal dollaro o, per essere precisi, dalla politica monetaria e finanziaria delle autorità statunitensi. I Paesi BRICS vogliono cambiarlo”. Vi è l’urgente bisogno d’includere i BRICS come partner paritari nel processo decisionale del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale.
A Fortaleza i BRICS hanno firmato la dichiarazione e il piano di azione comuni. La dichiarazione riflette la visione comune della situazione politica ed economica nel mondo contemporaneo e definisce i piani di un’ulteriore cooperazione. Il piano definisce le missioni da effettuare entro il prossimo vertice, che si terrà in Russia nel 2015. Tutti i media globali indicano l’attivazione della Nuova Banca di Sviluppo (NDB) a Shanghai e della Disposizione delle riserve per imprevisti (CRA) da 100 miliardi di dollari dei BRICS, che saranno tolti dalle riserve delle banche centrali dei Paesi membri, mentre il capitale per la banca di sviluppo del gruppo proverrà dai bilanci nazionali.  Secondo il Presidente Putin, “La Banca BRICS sarà una delle principali istituzioni multilaterali finanziarie di sviluppo di questo mondo. In termini di crescente concorrenza internazionale. il compito di attivare la cooperazione commerciale e gli investimenti tra gli Stati membri dei BRICS diventa importante” ha detto il leader russo. Avvicinare le economie emergenti è di vitale importanza nel momento in cui il mondo è colpito dalla crisi finanziaria e i Paesi BRICS non possono rimanere estranei ai problemi internazionali, ha detto la presidentessa del Brasile Dilma Rousseff, che ha ammonito il mondo a non vedere la proposta dei BRICS come desiderio di dominio. “Vogliamo giustizia e parità di diritti. L’FMI dovrebbe urgentemente rivedere la distribuzione dei diritti di voto riflettendo l’importanza delle economie emergenti globali”, ha detto Rousseff. Secondo la presidentessa brasiliana, il gruppo deve in gran parte attenuare l’impatto negativo della crisi globale sulle finanze mondiali e la crescita economica. La creazione della nuova Banca di sviluppo e la Disposizione delle riserve per imprevisti (CRA) dei BRICS mostrano che, indipendentemente da differenze culturali, etniche e linguistiche, il gruppo è pronto a creare un’alleanza strategica positiva per contrastare l’instabilità internazionale. Dilma Rousseff sottolinea che il gruppo è emerso non per contrastare qualcuno, ma per seguire i propri interessi. Crede che i BRICS faciliteranno la prosperità del pianeta. I cinque Paesi BRICS rappresentano quasi 3 miliardi di persone con un PIL nominale complessivo di 16039 miliardi di dollari e circa 4 miliardi di dollari di riserve in valuta estera combinate. Dal 2014, le nazioni BRICS rappresentano il 21 per cento dell’economia mondiale. I Paesi BRICS rappresentano oggi l’11% degli investimenti globali di capitale, e il fatturato commerciale è quasi raddoppiato negli ultimi 5 anni. Il fatturato del commercio nel gruppo è raddoppiato negli ultimi anni, ed è solo l’inizio. Gli esperti russi hanno preparato la strategia dei BRICS per la cooperazione economica. L’attuazione permetterà al gruppo di occupare le prime posizioni nell’economia mondiale.
Un vertice BRICS-UNASUR (Unione delle Nazioni Sudamericane) ha avuto luogo. La propaganda anti-BRICS aveva previsto la partecipazione solo dei “leader populisti”, il presidente venezuelano Nicolas Maduro, il leader ecuadoriano Rafael Correa, il presidente della Bolivia Evo Morales e, forse, l’”eccentrico” presidente dell’Uruguay José Mujica. Invece, tutti i leader sudamericani sono andati in Brasile a vedere di persona i capi degli Stati BRICS ed informarsi in prima persona sulle attività del gruppo. Commercio ed economia erano in cima alla agenda. Il Sud America vuole ottenere il massimo dai suoi contatti con i “Big Five”. Il Presidente Maduro ha detto che il vertice era volto a proteggere il mondo multipolare. In Venezuela il concetto si riflette nella politica dello Stato deciso nel Secondo Piano nazionale del Venezuela socialista 2013-2019, o Piano Patria. L’obiettivo è garantire l’afflusso di petrodollari necessari allo sviluppo socioeconomico del Paese senza compromettere il massimo recupero petrolifero a lungo termine. Il documento è stato approvato dall’Assemblea Nazionale. Il leader venezuelano crede che il suo Paese abbia bisogno di un nuovo ordine economico creato dai latinoamericani sul loro continente. Ha detto che l’incontro è stato d’importanza storica, facendo riunire i sudamericani che scelgono la propria via allo sviluppo e le cinque nazioni dal più rapido sviluppo mondiale. Vi sono stati incontri bilaterali tra le controparti sudamericane. Vladimir Putin ha avuto colloqui fruttuosi con i presidenti di Bolivia, Uruguay e Venezuela.
Washington ha utilizzato il tema dell’Ucraina per intensificare la propaganda contro la Russia sullo sfondo del vertice BRICS-UNASUR. In precedenza, il 15 luglio, Obama aveva esortato gli inviati europei ad imporre misure più severe contro la Russia. Nel caso in cui i capi europei si rifiutassero d’adottare nuove sanzioni, la Casa Bianca avrebbe agito unilateralmente. Gli ambasciatori dell’Unione europea furono invitati alla Casa Bianca. Gli Stati Uniti hanno esercitato pressioni dure per spingere i Paesi europei ad adottare misure dure contro la Russia, per “punirne l’aggressione”. Le nuove sanzioni, le prime cosiddette “sanzioni settoriali” degli Stati Uniti contro la Russia, hanno colpito un certo numero di banche come, ad esempio: OAO Gazprombank e VEB, ed alcune aziende energetiche russe, come OAO Novatek, Rosneft, e Kalashnikov limitandone l’accesso ai mercati dei capitali degli Stati Uniti. Alcuni alti funzionari sono sulla lista. Prima dell’annuncio delle sanzioni il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha commentato, il 15 luglio, “E’ triste che il presidente di una grande potenza si avvicini a tali questioni da tale posizione”, ha detto ai giornalisti. “Vorrei ricordare anche che tutti i leader dei BRICS hanno sottolineato che, condannando le azioni unilaterali nella politica globale non cercano lo scontro, ma sostengono  sforzi congiunti con la partecipazione di tutte le grandi potenze, cercando d’individuare una soluzione reciprocamente accettabile ai vari problemi”, ha aggiunto il diplomatico russo. A questo proposito Sergej Lavrov faceva riferimento alle parole del Presidente Vladimir Putin che parlava dell’esperienza positiva nella cooperazione sulla questione siriana, durante l’incontro con i leader BRICS del 14 luglio. “Ecco perché dobbiamo, probabilmente, avere un approccio filosofico ad ogni problema, ma ci opponiamo ad azioni unilaterali ed emotivi con ragione e pragmatismo”, ha detto il ministro. I BRICS e la maggioranza dei membri UNASUR criticano le sanzioni degli Stati Uniti. Stampa e blogger dicono che Washington persegue un solo obiettivo, aggravare la situazione al confine tra Russia e Ucraina e versare benzina sul fuoco del conflitto, con l’aiuto del governo di Poroshenko controllato dagli statunitensi. Obama sottolinea che gli Stati Uniti hanno un ruolo speciale nella ricerca delle soluzioni a tali conflitti. Quale problema è stato risolto dagli Stati Uniti durante, ad esempio, gli ultimi 25 anni? Paesi devastati, migliaia di morti, centinaia di capi politici e militari assassinati perché non soddisfacevano gli standard democratici secondo gli USA, unici autentici, non è un egregio esempio d’irresponsabilità? Le persone normali non sono spaventate dal forte desiderio degli Stati Uniti di creare la Pax Americana sulle rovine di altre più antiche e più perfette civiltà? Cosa rifiutata anche dai più stretti alleati dell’impero. Leader ragionevoli guardano con preoccupazione gli Stati Uniti trasformarsi inesorabilmente nel centro globale del male.

0,,17516185_303,00La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Una jihad globale contro i BRICS?

Alfredo Jalife-Rahme  Rete Voltaire 18 luglio 2014

Lungi dall’essere un’alleanza levantina utile alle ambizioni occidentali, il nuovo “Califfato” del XXI secolo riflette gli obiettivi dell’imperialismo globale: per Washington, l’Emirato islamico è un’arma di distruzione di massa dei Paesi emergenti Russia, India e Cina. Alfredo Jalife ne fa un’analisi che va ben oltre Siria e Iraq.

BsQ1JphCAAA06t5Il mistero che circonda la creazione e stupefacente espansione del gruppo jihadista sunnita Stato Islamico in Iraq e Levante (Siria e Libano), SIIL in italiano e Daash in arabo, gruppo che sembra aver diffuso “confusione”, inizia a dissiparsi per l’impatto geostrategico che avrà sui confini di  Russia, India e Cina, i tre Paesi che costituiscono il gruppo dei Paesi emergenti noti come BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa), che hanno avuto il loro sesto vertice a Fortaleza. Il SIIL, che ha ufficialmente cambiato il nome in “Stato islamico”, ha scelto il primo giorno del mese del digiuno musulmano, il Ramadan, giorno di grande significato simbolico, per inscenare l’istituzione del “Califfato islamico” nei territori sotto occupazione militare, e nominare Abu Baqr al-Baghdadi, suo misterioso capo, nuovo califfo (che in arabo significa “discendente” del profeta Muhammad).  Impresa pericolosa la creazione del nuovo califfato dallo “Stato islamico” sunnita, un’eresia totale per 300 milioni di sciiti (20% del numero di musulmani nel mondo), in quanto:
1. il califfato, creato dai “compagni” del Profeta, non potrebbe essere sunnita e fu causa della frattura con gli sciiti che seguono Ali (cugino del Profeta);
2. Abu Baqr, padre della leggendaria Aisha e patrigno del Profeta, primo califfo dell’Islam sunnita, è  il nome di battaglia del “nuovo califfo del XXI secolo”;
3. il califfato sunnita si estende dai confini dell’Iran, nella provincia di Diyala, ad Aleppo (Siria) ai confini della Turchia.
Il califfato originale scomparve dopo la prima guerra mondiale, in seguito alla sconfitta dell’impero ottomano suddiviso secondo la divisione artificiale del Medio Oriente decisa dall’accordo segreto anglo-francese Sykes-Picot; accordo che de facto il nuovo califfato del XXI secolo ha sepolto abolendo il confine tra Siria e Iraq, avvantaggiando il nuovo confine militare del Kurdistan iracheno. Anche se epifenomeno multidimensionale, le possibili conseguenze del nuovo califfato del XXI secolo sono enormi a livello locale, regionale ed eurasiatico, laddove il controllo del petrolio gioca un ruolo importante, dato che parte dell’irredentismo è legato alla sua jihad per il petrolio, così come alla proiezione geopolitica nel prossimo quinquennio. Il conflitto armato del 1980-1988 che oppose gli arabi iracheni (al tempo di Sadam Husayn) ai persiani iraniani (sotto l’Ayatollah Khomeini), prima che Stati Uniti, Gran Bretagna e NATO avviassero le guerre in Iraq (1990-1991 e 2003-2011) dovute al nepotismo dinastico dei Bush (padre e figlio), servì a “qualcuno”. Dopo essere stato tormentato dalla guerra per 34 anni di fila, l’Iraq, ora in avanzato degrado, entra in una nuova fase: la replica etno-religiosa delle guerre di religione europee del XVII secolo, tra sunniti e sciiti, un conflitto che rischia di durare altri 30 anni e già percepibile in vari Paesi del “Medio Oriente allargato” (che secondo il generale israeliano Ariel Sharon, si estende dal Marocco al Kashmir e dalla Somalia al Caucaso), Iraq, Siria, Libano, Yemen, Bahrayn e Arabia Saudita (nelle regioni orientali, dove la “minoranza” sciita è maggioranza), con la partecipazione da dietro le quinte (ma già visibili) e a livello regionale, delle sei monarchie del Consiglio di cooperazione degli Stati arabi del Golfo Persico, Turchia, Giordania e Iran, per non parlare del Kurdistan iracheno (grande alleato d’Israele).
Collocato nel cuore dell’Eurasia, il nuovo califfato del XXI secolo ha profonde implicazioni  geostrategiche sui RIC che, a differenza di Stati Uniti e Paesi del continente americano, dove la presenza musulmana è infinitesimale (0,8% negli Stati Uniti, 0,42% in Sud America e il 1,6% in tutto il continente americano), hanno significative “minoranze” musulmane. A mio parere, il nuovo califfato del XXI secolo e la sua jihad globale, volta al petrolio e a scopi geostrategici, consuma i confini delle regioni musulmane dei RIC e modifica i dati demografici di quei Paesi, la cui popolazione musulmana totale è circa 200 milioni di abitanti, tenendo conto della forza antagonista esercitata dagli Stati Uniti su Russia e Cina (attraverso la dottrina Obama). Con il vantaggio, come ho già spiegato, della preponderanza del “fattore islamico” in India, Paese che affronta una catastrofe demografico-geopolitica. Vladimir Putin ha detto che “gli eventi provocati dall’occidente in Ucraina sono la dimostrazione su piccola scala dell’esistenza della politica del contenimento contro la Russia”. E’ impossibile ignorare i vasi comunicanti tra Ucraina, Mar Nero, Caucaso e Medio Oriente, e con molta intensità, il “fattore ceceno”. Secondo Putin, i “Paesi occidentali”, dato il crollo del mondo unipolare, pretendono d’imporre i loro principi agli altri Paesi per trasformare il mondo in un “cartello globale”. Quando la guerra fredda era all’apice, il libro dell’aristocratica francese Hélène Carrère d’Encausse dal titolo L’impero esploso: la rivolta delle nazioni in URSS, un libro che prevedeva la dissoluzione dell’Unione Sovietica, evidenziava la vulnerabilità alla crescita frenetica della popolazione poligama musulmana della coesione di questo Paese. I politici degli Stati Uniti, tra cui il vicepresidente Joe Biden, cominciano a parlare di “modello demografico” dell’”impero esploso” di una Russia già ridotta a dimensione congrua, dove una minoranza musulmana consistente rappresenta il 15% della popolazione (20 milioni di persone) presente nella regione del Volga, negli Urali e nell’ipersensibile Caucaso del nord (Daghestan, Cecenia, ecc.).
Anche la Cina ha una “minoranza” musulmana sunnita molto turbolenta e visibilmente istigata dall’estero: i famosi uiguri di origine mongola legati alle controparti in Asia centrale e in Turchia,  maggioranza nella regione autonoma del Xinjiang e la cui popolazione arriva a 10 milioni (sulla base del censimento del 2010). Regione assai strategica, lo Xinjiang, con una superficie di 1600000 kmq, è pieno di petrolio ed è il maggiore produttore di gas naturale in Cina, con significative riserve di uranio. I legami commerciali tra Xinjiang e Kazakistan sono di grande importanza geostrategica, nel cuore dell’Eurasia. Recentemente, i separatisti sunniti uiguri hanno aumentato gli attacchi a Pechino, la capitale cinese. Cercando di rovesciare il governo locale cinese, tali separatisti sono ispirati dalla teologia della jihad globale che oggi sostiene il nuovo califfato del XXI secolo e a cui possono ben aderire.
Il nuovo califfato del XXI secolo e la sua jihad globale contro i BRICS saranno parte del “cartello globale” dei “Paesi occidentali”?

10525926Alfredo Jalife-Rahme La Jornada (Messico)

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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