La NATO esalta il suo declino

Il vertice di Chicago
Thierry Meyssan Réseau Voltaire Damasco (Siria) 22 maggio 2012

Il 25.mo vertice della NATO non è riuscito a rispondere alla domanda assillante che ossessiona l’Organizzazione dal crollo dell’Unione Sovietica: come può essere utile ai suoi membri, oltre a  Regno Unito e USA? Esclusa ogni domanda sul massacro di 160000 libici o sulla cancellazione dell’attacco alla Siria, i capi di Stato e di governo hanno appena ricevuto l’ordine di finanziare il complesso militare-industriale degli Stati Uniti.

Ufficialmente doveva rispondere a tre domande principali:
Come controllare l’Asia centrale?
Come essere più efficiente con dei budget limitati dalla crisi finanziaria?
Come schierare un sistema offensivo missilistico contro la Russia e la Cina?
La scelta di Chicago per il vertice si spiega con il fatto che è la città di origine del presidente Barack Obama, e perché è ora amministrata dal falco Emanuel Rahm, ufficiale dell’esercito israeliano.
Un comitato ospitante è stato formato dal Gruppo Bilderberg [1] intorno alla presidente del NDI / NED [2] Madeleine Albright e a John H. Bryan, amministratore delegato di Goldman Sachs.
All’esterno della sala conferenze, non mancavano i gruppi militanti manifestare contro l’Alleanza [3]. Questa turbolenza ha causato problemi di ordine pubblico al comune, e ha danneggiato l’immagine del vertice. Tuttavia, la NATO ha utilizzato l’inconveniente per occupare la stampa, mentre i giornalisti si sono concentrati sugli eccessi della polizia all’esterno della sala conferenze [4], i capi di Stato e di governo potevano discutere in segreto dei loro accordi.

Controllare l’Asia centrale
L’intervento alleato in Afghanistan era stato pianificato dagli Anglo-Sassoni prima degli attacchi dell’11 settembre 2011, anche se gli attacchi furono utilizzati per giustificare il coinvolgimento degli alleati [5]. Rispondeva agli interessi di una coalizione particolare: accerchiare l’Iran (dopo che l’Iraq è stato invaso), interferire nella sfera di influenza russa nell’ex-URSS musulmana; aprire un corridoio per sfruttare il petrolio dalla regione del Caspio, controllare il mercato globale delle droghe derivate dall’oppio e saccheggiare le riserve di minerali preziosi.
Dieci anni dopo, l’attacco contro l’Iran è stato rinviato a tempo indeterminato mentre il rapporto degli Stati Uniti con la Russia e la Cina continua a tendersi. Poco prima del summit, Washington ha stretto rapidamente un Patto strategico con Kabul. Il ritiro delle truppe da combattimento non deve trarre in inganno; il Pentagono vi rimarrà a lungo. Paradossalmente, l’Occidente ha bisogno di truppe in Afghanistan per minacciare gli interessi russi in Asia Centrale, ma ha bisogno di passare attraverso il territorio russo per rifornire le sue truppe in Afghanistan.
Nel corso degli anni, Mosca ha creato un patto militare con i suoi partner dell’ex Unione Sovietica, l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO). Armenia, Kazakistan, Kirghizistan, Uzbekistan e Tagikistan, ne fanno parte (ma non Azerbaigian). Poi, Mosca e Pechino hanno fondato l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO). Il suo scopo originale era soltanto evitare le interferenze degli anglosassoni in Asia centrale, ma tende a diventare un patto militare. La SCO comprende, come osservatori o partner, la Mongolia e gli stati del subcontinente indiano (ma non ancora l’Azerbaigian).
La questione principale del vertice di Chicago non era se le truppe alleate siano necessarie per stabilizzare l’Afghanistan, o se la loro missione sia terminata [6], ma se gli alleati siano disposti a calpestare il cortile russo (e anche cinese) in modo permanente. Pertanto, la decisione del presidente Francois Hollande di ritirare urgentemente le truppe francesi, dovrebbe essere intesa per quella che è: non si tratta semplicemente di porre fine a una spedizione coloniale aberrante, ma anche di rifiutarsi di partecipare alla strategia imperiale Anglo-Sassone contro la Russia e la Cina in Asia centrale.
Di fronte al complotto anglo-sassone, Mosca ha impostato la sua risposta attraverso l’ordine del giorno del suo presidente.
7 maggio: nomina del presidente Vladimir Putin
8 maggio: nomina di Dmitrij Medvedev a primo ministro
9 maggio: celebrazione della vittoria contro la Germania nazista
10 maggio: visita al complesso militare-industriale russo
11 maggio: ricevimento del Presidente dell’Abkhazija
12 maggio: ricevimento del Presidente dell’Ossezia del Sud
14-15 maggio: riunione informale con i capi di stato della CSTO.
Non poteva essere più chiaro. Il nuovo mandato sarà dedicato da Vladimir Putin a fornire i mezzi per proteggere gli obiettivi della Russia e a difendere i propri alleati.
Per appianare le tensioni, la NATO ha invitato al vertice di Chicago i presidenti degli Stati membri della CSTO, che tutti hanno accettato tranne Vladimir Putin. In ogni caso, il summit ha confermato che la NATO sarebbe rimasta in Afghanistan, non come una potenza occupante, ma in supporto al fantomatico esercito afghano [7].

Ridurre le spese
Mentre il Pentagono stesso ha chiesto di moderare le spese, l’ex Segretario alla Difesa Robert Gates, aveva chiesto agli alleati di fare uno sforzo notevole per aumentare il loro budget militare, per compensare il declino degli Stati Uniti [8]. Ma il Pentagono ha dovuto disilludersi, gli alleati sono stati a loro volta colpiti dalla crisi finanziaria statunitense. Pertanto, ogni considerazione si è volta verso la possibilità di spendere meno (che i comunicatori chiamano “difesa intelligente“, fermo restando che finora hanno stupidamente gettato i soldi fuori dalla finestra) [9].
Per gli armamenti, spendere di meno significa comprare armi prodotte in serie molto grandi. In pratica questo significa che gli alleati dovrebbero abbandonare la fabbricazione in proprio delle loro armi e invece dover comprare dal produttore più grande, vale a dire gli Stati Uniti. Il problema è che per gli alleati ciò significa una perdita di sovranità, la perdita di posti di lavoro e l’obbligo di continuare a sostenere il dollaro, e quindi il deficit degli Stati Uniti. In sintesi, per essere difesi, gli alleati devono sacrificare la loro industria della difesa, se ne hanno ancora una, e offrire il loro denaro al Grande Fratello statunitense.
Il presidente Obama stava aspettando i suoi ospiti con il suo catalogo. Quest’anno, c’erano promozioni sugli UAV. Il vertice ha approvato il programma di acquisizione di sorveglianza aerea, che era in discussione da un decennio [10]. L’idea di miscelare droni e grandi jet da trasporto prodotti dai consorzi euro-USA è stata abbandonata in favore del semplice acquisto di droni degli USA. Questo è un disastro annunciato per EADS (Germania), Thales (Francia), Indra (Spagna), Galileo Avionica (Italia), Dutch Space (Paesi Bassi), General Dynamics (Canada). Ma si tratta di  almeno 3 miliardi di euro di ordini per Northrop Grumman e Raytheon (USA), i grandi vincitori del vertice. La fattura sarà divisa tra i 13 Stati membri. Francia e Regno Unito sono riuscite a ritirarsi da questo pasticcio e contribuiranno al programma con il proprio materiale.
Inoltre, il Pentagono ha imposto modifiche alle norme sul funzionamento interno dell’Alleanza, in modo da garantire la possibilità di utilizzare la NATO su richiesta. Originariamente, l’organizzazione aveva lo scopo di mobilitarsi nel complesso quando uno dei suoi membri veniva  attaccato. Oggi, Washington definisce i suoi obiettivi coloniali e vi crea una coalizione ad hoc. Per esempio, ha stretto un’alleanza intorno a Francia e Regno Unito per distruggere la Libia. I tedeschi non vi hanno partecipato. Tuttavia, gestivano la flotta di aerei di sorveglianza AWACS. Ne seguì un momento di disorganizzazione, prima che la coalizione potesse utilizzare questo materiale.  Pertanto, il Pentagono esige di avere il diritto di requisire materiali degli alleati, quando si rifiutano di partecipare a una coalizione. Da questa prospettiva, la “difesa intelligente” equivale a prendere i propri alleati per degli imbecilli.

Minacciare la Russia e la Cina 
Per por termine al deterrente nucleare di Russia e Cina, gli Stati Uniti hanno immaginato di proteggersi dai missili nemici, per sparare su di essi senza timore di rappresaglie. Questo è il principio dello “scudo antimissile”. Tuttavia, gli intercettori attuali non sono in grado di distruggere in volo i missili balistici ultra-sofisticati russi e cinesi. Pertanto, sotto la falsa etichetta di “scudo antimissile“, il Pentagono intende implementare una serie di radar in grado di monitorare lo spazio aereo globale, e installare il più vicino possibile alla Russia e alla Cina i missili che le minacciano.
Il Dipartimento della Difesa statunitense ha già negoziato con molti paesi degli accordi per installare tali apparecchiature. Incoraggia i patti militari fra gli Stati che lo accettano. Per esempio, ha invitato la Giordania e il Marocco ad aderire al Gulf Cooperation Council e di trasformarlo in una sorta di nuovo Patto di Baghdad [11]. Inoltre, sviluppa una retorica rassicurante per mascherare le sue intenzioni. Parlando a degli ignoranti che non hanno mai visto un mappamondo, spiega con faccia tosta che gli impianti sviluppati in Europa centrale non minacciano la Russia, ma sono progettati per intercettare i missili diretti dall’Iran agli Stati Uniti, prendendo la strada più lunga.
Il vertice di Chicago ha approvato il trasferimento della competenza sullo “scudo antimissile” dal Pentagono alla NATO [12]. Ancora una volta, la questione non era come proteggersi da un immaginario attacco nucleare suicida dell’Iran o della Corea del Nord, ma se si vuole o meno partecipare a un progetto diretto contro la Russia e la Cina. Cautamente, gli Stati Uniti hanno evitato le domande che irritano, lasciate da alcuni partecipanti che si lamentano di non sapere più a che cosa servirà l’Alleanza nei prossimi anni.

Non tenerne conto
Il vertice di Chicago è stato importante per gli argomenti che ha affrontato. Ed anche per quelli che ha evitato: la distruzione della Libia e l’assalto alla Siria. In ogni organizzazione, i dirigenti sono tenuti a presentare una relazione annuale sulle loro attività. Non nella NATO. Buon per loro, perché il loro bilancio non è lusinghiero.
Dopo l’ultimo vertice, l’Alleanza ha vinto una guerra contro un nemico che non ha combattuto.  Persuaso fino all’ultimo momento a negoziare, Muammar el-Gheddafi aveva proibito al suo esercito di reagire contro aerei e navi dell’Alleanza. La guerra, quella vera, si era limitata alla presa di Tripoli. Tutti sapevano che la popolazione era armata e che entrare in città sarebbe costato un bagno di sangue. Certo che gli alleati si sarebbero opposti, l’ammiraglio James Stavridis, comandante supremo della NATO, non aveva portato la questione davanti al Consiglio Atlantico. Ha organizzato un incontro segreto a Napoli dove solo gli Stati più determinati erano stati invitati. Secondo quanto riferito, la Francia era stata rappresentata da Alain Juppé [13]. Quindi, all’insaputa di alcuni alleati, è stata adottata la decisione. In definitiva, la NATO ha conquistato Tripoli in una settimana, dopo che il comandante militare della capitale, generale Albarrani Shkal, aveva smobilitato gli uomini e offerto la città all’invasore per qualche milione di dollari. Droni e elicotteri hanno potuto facilmente massacrare decine di migliaia di persone che pensavano di poter difendere la loro patria armati di Kalashnikov. La NATO, che era  presuntamente venuta a proteggere i civili, ha ucciso 160000 persone in totale, senza aver subito ufficialmente alcuna perdita.
A Chicago, i capi di Stato e di governo hanno potuto discutere dei problemi delle capacità in quella guerra, ma non il colpo di forza del Comandante Supremo, né le conseguenze politiche che seguirono la distruzione dello Stato libico e l’installazione al potere dei Fratelli musulmani e di al-Qaida.
Hanno inoltre limitato le discussioni sulla Siria. I comunicatori che avevano usato lo stesso pretesto per colpire Damasco e Tripoli (la “primavera araba“), hanno una spiegazione pronta per spiegare l’assalto: un intervento militare internazionale promuoverebbe una guerra civile. Questo è ovviamente più sofisticato che riconoscere il rovesciamento dell’equilibrio di potenza. La Russia ha implementato in Siria il migliore sistema di difesa aerea del mondo. Non è in grado di impedire un attacco al paese, ma può infliggere gravi perdite ai velivoli della NATO. Il problema non vale la candela. Così si può leggere nella dichiarazione finale del vertice una banalità per cui non valeva la pena di far riunire 60 capi di Stato e di governo: “Seguiamo l’evoluzione della crisi siriana con crescente preoccupazione e sosteniamo gli sforzi delle Nazioni Unite e della Lega degli Stati arabi, tra cui la piena attuazione del Piano Annan in sei punti” [14].

Note
[1] “Ciò che ignorate del Gruppo Bilderberg“, Thierry Meyssan, Réseau Voltaire/Komsomolskaja Pravda, 9 aprile 2011.
[2] “La NED, vetrina legale della CIA“, Thierry Meyssan, Réseau Voltaire/Odnako, 6 ottobre 2010.
[3] “Massive anti-NATO protests in Chicago”, Voltaire Network, 21 maggio 2012.
[ 4 ] “The Empire Holds Its War Council in Chicago”, Glen Ford, Voltaire Network, 18 maggio 2012.
[5] L’Incredibile menzogna, Thierry Meyssan, 2002.
[6] “Déclaration du Sommet de l’OTAN à Chicago concernant l’Afghanistan”, Réseau Voltaire, 21 maggio 2012.
[7] “Alba rosso sangue a Kabul”, Manlio Dinucci, Réseau Voltaire, 9 maggio 2012.
[8] “Les gros bras Gates et Rasmussen tentent un nouvelle extorsion de fonds”, Lucille Baume, Réseau Voltaire, 16 giugno 2011.
[9] “Quanto ci costa la “difesa intelligente” della NATO?” Manlio Dinucci e Tommaso di Francesco, Réseau Voltaire, 21 maggio 2012.
[10] “Déclaration du sommet sur les capacités de défense pour les forces de l’OTAN à l’horizon 2020”, Réseau Voltaire, 20 maggio 2012.
[11] Firmato nel 1955, il Patto di Baghdad era un complemento della NATO, riuniva l’Iraq di re Faisal II, la Turchia di Adnan Menderes, il Pakistan del governatore generale del Malik Ghulam e l’Iran di Muhammad Shah, sotto la leadership degli Anglo-Sassoni.
[12] “Revue de la posture de dissuasion et de défense de l’OTAN”, Réseau Voltaire, 20 maggio 2012.
[13] Questo è stato categoricamente smentito dal suo segretariato, secondo cui il ministro era in vacanza in quella data.
[14] “Déclaration du Sommet de l’OTAN à Chicago”, Réseau Voltaire, 20 maggio 2012.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Geopolitica della guerra imperialista contro la Siria: il vecchio ordine del Medio Oriente

Parte seconda
Fida Dakroub, Mondialisation, 22 maggio 2012 

Generalità
Molta infelicità nasce in questo mondo dalla confusione e dalla cose uccise [1]. Si pubblicano libri su libri, articoli su articoli, molti anche cinque o sei volte, in modo che non ci si perda durante la lunga strada verso la cosiddetta “rivoluzione” siriana, i cui eroi assediano da un anno e oltre, il “tiranno di Damasco” nel suo Gran Serraglio di dispotismo e tirannia. Analisi preliminari, analisi degli incidenti, analisi interne, e altri processi ausiliari ed essenziali, in ogni momento, crescono con grande proliferazione.
Riguardo ciascuno di queste grandi e piccoli analisi, i conduttori televisivi s’impegnano di routine, sui grandi schermi, in interviste con docenti specialisti di scienze politiche, esperti di affari siriani, presidenti dei centri di ricerca sul Medio Oriente, orientalisti ciarlatani diventati esperti di geostrategia nel Medio Oriente dopo aver letto “Tintin ed i sigari del Faraone“. Tutto questo rumore, frastuono, di quello che diranno, questo sbadiglio, russare, alla radio, in televisione, su internet, nelle sale da pranzo, tutto ciò è il “grande dibattito” sulla “primavera araba” e la supposta “rivoluzione” siriana, per l’appunto. Sono soprattutto questi “dottori” in sciamanesimo mediorientale che i media dell’ordine sono soliti fare riferimento, nel desiderio di riprodurre l’immagine tipica del “dispotismo” arabo contro la “democrazia democratica” dell’occidente. Tuttavia, questa volta, vediamo questi stessi “dottori”, che sono tanto consultati, precipitarsi davanti alle telecamere dei media dell’ordine, emittenti della propaganda imperialista, non per accusare gli arabi di “innata inclinazione al dispotismo“, ma piuttosto per glorificarli e congratularsi con loro per la loro “primavera”, considerata dai fanfaroni dell’imperialismo come l’”ultima incarnazione” del definitivo compimento della democrazia occidentale borghese. Plaudite, acta est fabula![2]

I due assi belligeranti in Medio Oriente
Tuttavia, dietro questo tremendo idillio tra i media dell’ordine e le “rivoluzioni arabe” si nascondono, con tutta l’ipocrisia del discorso “filantropico” e “liberatore”, gli interessi strategici dell’imperialismo mondiale in Medio Oriente.  
Dopo la sconfitta di Israele nella Seconda Guerra del Libano [3], l’Impero si è svegliato nell’amara realtà che gli iraniani sono già alle porte di Israele e l’arco sciita si è ben consolidato dall’Iran a est al Libano ad ovest, attraversando l’Iraq e la Siria. Questo asse contro l’Impero in Medio Oriente comprende, infatti, tre paesi: Iran, Siria e Libano (si aggiunga il governo Maliki in Iraq, dopo il ritiro delle truppe statunitensi). Il segretario generale dell’organizzazione Hezbollah, Hassan Nasrallah, l’ha ben descritto quando ha detto che questo asse ha tre ‘corpi’: la spalla (Iran), il braccio (Siria) e il pugno (Libano) [4].
Di fronte a questo asse, vi è l’asse pro-Impero, composto da Israele, punta di diamante dell’imperialismo mondiale in Medio Oriente, dagli emirati e dai sultanati della penisola arabica, dall’Egitto a sud (prima della detronizzazione del suo Faraone Mubarak), e dalla Turchia a nord. Infatti, l’asse dell’Impero è stato costituito nel 1978 con la creazione dell’ordine di Camp David [5], che aveva sostituito l’ordine del secondo dopoguerra.
In questo senso, ci sentiamo veramente “imbarazzati” nel credere al discorso “filantropico” dei fanfaroni della tragedia della “i”, ed interpretare, quindi, gli eventi che sconvolgono il mondo arabo, come fatti isolati dai piani espansionistici dell’Impero nella regione.  
Le nostre osservazioni del paesaggio siriano hanno portato a questo risultato: che l’insurrezione armata in Siria e l’improvvisa comparsa di gruppi islamici salafiti sulla scena degli eventi, non può essere compresa né dal discorso dei media dell’ordine occidentali e arabi subordinati, né ricordando a memoria il discorso poetico e miserabile del Consiglio nazionale siriano [6], ma piuttosto determinando 1) le componenti etniche e religiose del paesaggio della Siria, 2) le condizioni storiche della nascita di nuovi stati in Medio Oriente, dopo lo smembramento dell’impero ottomano nel 1918 [7], 3) il fallimento dell’impero statunitense dopo le guerre in Afghanistan e in Iraq; 4) la sconfitta di Israele nella seconda guerra del Libano [8].
Detto questo, qualsiasi discussione sulla violenza in Siria – un nome che troviamo più realistico della fantastica “rivoluzione” siriana – dovrebbe prendere come base per l’analisi, i punti di cui sopra.
Inoltre, ciò che cerchiamo di stabilire è proprio la conoscenza di un evento storico tanto significativo nella storia del Medio Oriente, e il suo effetto sugli attuali eventi in Siria; poiché anche se si possiede la conoscenza più completa possibile di tutti gli eventi della “Primavera araba“, saremmo impotenti di fronte alle seguenti domande:
In primo luogo, come spiegare il fatto che, ad un certo punto nella guerra contro il terrorismo dichiarata nel 2011, l’antagonismo Occidente-Islam è riuscito a formare un “fronte unito” che afferma di “difendere” democrazia e diritti umani nel mondo arabo; un “fronte” che raccoglie, dietro la barricata e anche sotto la stessa bandiera della “libertà, democrazia, giustizia“, l’imperialismo degli Stati Uniti, il neo-colonialismo europeo, l’islamismo del Califfato turco e il dispotismo oscurantista arabo?
In secondo luogo, come spiegare il fatto che gli emirati e sultanati arabi del Golfo si considerino minacciati dall’Iran, un paese musulmano, e non dallo stato ebraico stabilito nel cuore del mondo arabo dall’imperialismo britannico, all’indomani della Grande Guerra?
In terzo luogo, perché Israele, un paese che si considera ed è considerato l’”unica democrazia” in Medio Oriente, a un certo punto diventa la garanzia di continuità delle politiche oscurantiste delle monarchie dispotiche della penisola arabica?
In quarto luogo, come spiegare il fatto che, nonostante la propaganda imperialista e la disinformazione dei media contro la Siria, troviamo che la maggior parte dei siriani continua a sostenere il presidente Bashar al-Assad, e che anche la maggioranza dei libanesi e degli iracheni, per non parlare degli iraniani, lo supporta?
In quinto luogo, come spiegare il fatto che le minoranze cristiane d’Oriente, che normalmente si identificano con l’”Occidente cristiano” si sentano minacciate dalla “democrazia democratica” stessa dell’Occidente, e preferiscano la “tirannia” del presidente siriano Assad alla “libertà” promessa dall’imperialismo mondiale?
E’ vero che il numero e la natura delle cause determinanti di un singolo evento qualsiasi è sempre infinito, e non vi è nelle cose stesse alcun tipo di criterio che permetta di selezionare una parte di esse, come le sole da dover prendere in considerazione; ma non possiamo lasciarci prendere “dalla confusione e uccidere le cose” della propaganda imperialista, per la semplice ragione che le cause sono infinite; al contrario, il nostro lavoro analitico richiede la distribuzione delle cause infinite in gruppi finiti di cause, che limiteremo in due aspetti: 1) le componenti etniche-religiose del paesaggio della Siria naturale, o l’eterogeneità culturale siriana e 2) la concretizzazione politica di questa eterogeneità nella nascita di nuovi Stati, a seguito della dissoluzione dell’Impero Ottomano nel 1918, sulla base di precise condizioni storiche.

Il vecchio ordine in Medio Oriente
E’ chiaro fin dall’inizio, che il mondo arabo attraversa un periodo di profonda ristrutturazione della propria mappa geopolitica, delle sue frontiere esterne ed interne, dei nomi dei suoi paesi e della loro natura. Si tratta, infatti, di una seconda grande ricostruzione in un secolo; dopo la prima ricostruzione avutasi dopo la Grande Guerra e lo smembramento dell’impero ottomano nel 1918, da parte dell’imperialismo franco-britannico. Tra la prima ricostruzione (1918) e la seconda (2011), due revisioni sono state fatte:
In primo luogo, la revisione del secondo dopoguerra che è stata applicata negli anni Cinquanta e Sessanta. Questa revisione ha portato a due eventi principali: 1) la caduta delle monarchie create dall’imperialismo francese e britannico all’indomani della Grande Guerra, la monarchia di Idris I di Libia (1951-1969), il Regno d’Egitto [9] (1922-1953), il Regno d’Iraq [10] (1921-1958), la monarchia dello Yemen [11] (1918-1962) e 2) l’indipendenza delle colonie francesi e inglesi in Africa del Nord e Medio Oriente.
In secondo luogo, la revisione dell’ordine di Camp David, istituito nel 1978 a seguito della guerra “carnevalesca” dell’ottobre 1973. Questa seconda revisione ha portato alla nascita di dittature e monarchie sanguinarie imposte e sostenute dall’imperialismo mondiale [12]. Per tre decenni, mostri come Mubarak, Saddam, gli emiri e i sultani della penisola arabica, godettero della benedizione dell’impero statunitense e dei suoi alleati europei. Da un lato, lo status quo ha imposto Israele al centro delle relazioni regionali, dall’altra parte, ha permesso a despoti e mostri arabi, docili all’impero statunitense, di tiranneggiare i loro popoli e di terrorizzarli con tortura, oppressione e sterminio. Qui citiamo l’esempio di Saddam Hussein, che si precipitò in una guerra selvaggia contro il popolo iraniano (1979 – 1988) causando 1,5 milioni di vittime fra morti e disabili [13], e l’esempio di Mubarak, il faraone egiziano e figlio di Ramses II, che s’impose in Egitto ed ha affamato il suo popolo per trentanni come nessun altro Faraone aveva mai fatto.   

L’accordo Sykes-Picot (1916)
Come evidenziato dalla mappa geopolitica del Medio Oriente, i confini degli Stati esistenti furono elaborati in piena Grande Guerra (1914 – 1918), proprio come una divisione coloniale, risultata da diversi accordi e trattati imposti da Francia e Regno Unito, le due grandi potenze coloniali del tempo; citiamo l’accordo Sykes-Picot (1916), la Dichiarazione Balfour (1917), la Conferenza di Pace (1919), il trattato di Sevres (1920) e il Trattato di Losanna (1923). Ne risulterà che francesi e britannici ridisegnarono i confini interni ed esterni delle province arabe dell’Impero ottomano, in base ai propri interessi coloniali e non, ovviamente, nell’interesse dei popoli conquistati.
Il primo accordo tra le potenze coloniali, sul futuro delle province arabe dell’Impero Ottomano, fu quello Sykes-Picot del 1916. Le grandi potenze erano in guerra. Il costo di questa guerra raggiunse già i milioni di morti e mutilati, lasciati nelle trincee di una guerra fatta per determinare quale gruppo di briganti finanziari avesse la quota maggiore di bottino coloniale. Tuttavia, lontani dai bombardamenti dell’artiglieria pesante, a Downing Street, a Londra, le due potenze coloniali, Francia e Regno Unito, si stavano preparando per ritagliare e spezzettare il “malato d’Europa“. Per queste due superpotenze, il crollo dell’Impero Ottomano era una questione di tempo.
A seguito dei lavori epistolari preparatori, durati diversi mesi, tra Paul Cambon, ambasciatore di Francia a Londra, e Sir Edward Grey, Segretario di Stato al Ministero degli Esteri, l’accordo Sykes-Picot venne concluso da Francia e Regno Unito, tra Sir Mark Sykes e François Georges-Picot, il 16 maggio 1916. L’accordo prevedeva la frantumazione del Levante e della Mesopotamia, in particolare dello spazio tra Mar Nero, Mar Mediterraneo, Mar Rosso, Oceano Indiano e Mar Caspio, allora parte dell’Impero ottomano.
Inoltre, la Russia zarista e l’Italia avevano partecipato alle deliberazioni e diedero il loro assenso ai termini dell’accordo, che rimase segreto fino al gennaio 1918 quando il nuovo governo bolscevico in Russia, l’aveva portato all’attenzione del governo della Sublime Porta, ancora proprietario dei territori interessati.  
Secondo l’accordo Sykes-Picot, il Levante e la Mesopotamia, vale a dire la Siria naturale [14], sarebbero stati divisi in cinque zone:
1. Zona di amministrazione diretta francese, formata dall’attuale Libano e dalla Cilicia;
2. Zona araba A, d’influenza francese nel nord della Siria e nella provincia di Mosul;
3. Zona di amministrazione diretta inglese formata da Kuweit e dalla Mesopotamia;
4. Zona araba B, d’influenza britannica, comprendente Siria meridionale, Giordania e il futuro mandato della Palestina;
5. Zone d’amministrazione internazionale, comprendente San Giovanni d’Acri, Haifa e Gerusalemme. Il Regno Unito otterrà il controllo dei porti di Haifa e di Acri [15].  
A un altro livello, gli Stati Uniti, che si presentavano nel ventesimo secolo come una forza “liberatrice”, non parteciparono alle delegazioni Sykes-Picot, e il presidente Woodrow Wilson cercò di presentare l’argomento dell’autodeterminazione dei popoli. Pertanto, spiegò l’8 Gennaio 1918 davanti al Congresso degli Stati Uniti, i quattordici punti che, secondo lui, avrebbero contribuito a regolare il dopo-guerra. In linea con questi quattordici punti, venne avanzata l’idea di inviare una commissione d’inchiesta nella provincia siriana.
Il dodicesimo punto indicava la posizione di Wilson sulla divisione dell’Impero Ottomano:
Alle regioni turche dell’impero ottomano, dovrebbe essere garantita la sovranità e la sicurezza, ma per le altre nazioni che sono ora sotto il dominio turco, dovrebbe essere garantita la sicurezza assoluta della vita e la piena opportunità di svilupparsi autonomamente; riguardo allo stretto dei Dardanelli,  dovrebbe rimanere sempre aperto, per consentire il libero passaggio alle navi e al commercio di tutte le nazioni, sotto delle garanzie internazionali [16].”
Infatti, i principi di Wilson non furono completamente rifiutati, l’occupazione britannica e francese delle province arabe dell’Impero Ottomano, al contrario, li legittimarono. I principi di Wilson riconobbero solo la sovranità delle regioni turche dell’Impero; riguardo le regioni arabe, questi principi garantirono solo, senza assicurare, la “sicurezza assoluta della vita e la piena possibilità di svilupparsi autonomamente.” Ciò significava, sottinteso, che i punti di Wilson ritenevano i siriani incapaci di decidere il proprio destino e il proprio futuro, e quindi di dover rimanere sotto una sorta di protettorato coloniale, prima che potessero avere la loro indipendenza.
Dal punto di vista del suo contenuto e non della sua forma, il discorso “liberare” di Wilson non si discosta molto da quello fatto dalle potenze coloniali alla Conferenza di Berlino, nel 1884, per giustificare la divisione dell’Africa [17]. Se la Conferenza di Berlino (1884) adottò un discorso sulla “civilizzazione” per giustificare il saccheggio dell’Africa [18], la Conferenza di Pace (1919) preferì un discorso “liberatore” per regolare l’assalto al Medio Oriente. Ricordiamoci anche, en passant, del discorso “democraticista” dell’Impero statunitense alla vigilia dell’invasione dell’Iraq, nel 2003.
Contrariamente a ciò che la Conferenza di Pace diffuse, i siriani [19] erano determinati a raggiungere l’indipendenza e a governare indipendentemente dalle potenze coloniali. Ciò era giustificato dalla presenza, fin dal XIX secolo, di grandi partiti politici, movimenti, organizzazioni, club, giornali, stampa, pubblicazioni, il cui obiettivo principale era raggiungere l’indipendenza delle province arabe dall’Impero ottomano. Infatti, non è vero che i turchi, sconfitti nella Grande Guerra, abbandonarono macchia e boschi occupati da una popolazione primitiva, come ama diffondere il discorso colonialista; al contrario, le città arabe dell’Impero Ottomano aveva raggiunto, a quel tempo, un livello molto avanzato nel campo dell’organizzazione urbana.   
Certo, la posizione degli Stati Uniti di fronte ai progetti di suddivisione del Levante, alla vigilia della Conferenza di Pace (1919), non può essere spiegata con la natura, allora “liberatrice” degli Stati Uniti, o dalla “buona volontà” e dal “libero arbitrio” del presidente statunitense Woodrow Wilson, “Pace dalle sue ceneri”; ma piuttosto dall’analisi oggettiva dell’”astinenza” statunitense, considerata nel contesto del rapporto di forze allora stabilito tra le due scaltre potenze coloniali, e che erano state sul punto di perdere la guerra in Europa, Francia e Regno Unito, da un lato, e una potenza imperialista in ascesa, che si precipitò in loro soccorso nel 1917, gli Stati Uniti, dall’altro lato.   In altre parole, gli Stati Uniti volevano, a quel tempo, frenare le ambizioni coloniali di Francia e Regno Unito, che si stavano preparando a una soluzione globale del Medio Oriente, secondo il modello applicato in Africa. Inoltre, gli interessi degli Stati Uniti esigevano che le province arabe dell’Impero ottomano non fossero sotto un’occupazione diretta che portasse a una soluzione globale, come era stato fatto in Africa, ma sotto un’occupazione indirettamente controllata dalla Lega delle Nazioni.
In base a questa determinazione nel rifiutare l’imperialismo britannico e francese, e le sue manifestazioni, un nuovo sistema giuridico venne introdotto gradualmente. La Società delle Nazioni organizzò nel contesto di un comitato, una consultazione delle popolazioni interessate. La Commissione d’inchiesta King-Crane venne inviata nel 1919 in Palestina, Libano, Siria e Cilicia, per indagare sui desideri dei popoli circa il loro futuro. Anche in Iraq, gli inglesi lanciarono una consultazione pubblica tra dicembre 1918 e gennaio 1919.
Percependo che la situazione gli sfuggiva, francesi e britannici, che avevano partecipato alla cattura di Damasco nel 1918, lasciarono il comitato e subito imposero ai territori interessati nuove frontiere, come venne specificato dall’accordo Sykes-Picot. L’anno seguente, le forze britanniche si ritirarono dalla zona di influenza della Francia, cedendo il controllo alle truppe francesi.
Incapace di far fronte alla volontà delle potenze coloniali, la Lega delle Nazioni gli affidò, nel 1920, un mandato sulle province arabe dell’Impero Ottomano, che doveva portare rapidamente, almeno in teoria, all’indipendenza dei due territori. Tuttavia, i nazionalisti siriani, organizzati dalla fine del XIX secolo, dopo aver auspicato la creazione di una Siria indipendente, comprendente la Palestina e il Libano, respinsero il mandato. Nel marzo 1920, il Congresso Nazionale siriano, eletto nel 1919, aveva rifiutato il mandato francese e proclamò unilateralmente l’indipendenza del paese. Tuttavia, nell’aprile 1920, la conferenza di San Remo confermò l’accordo Sykes-Picot, e legittimò l’intervento militare francese. Pertanto, le truppe del generale Gouraud entrarono a Damasco a luglio, e schiacciarono brutalmente l’indipendenza della Siria. Migliaia di nazionalisti siriani furono fucilati dall’autorità occupante francese. Così si ebbe il crollo del “grande progetto arabo” di raccogliere attorno a Damasco le province arabe già facenti parte dell’Impero Ottomano. Mentre era stata ostile ai turchi, la popolazione siriana divenne rapidamente di sentimenti anti-francesi.
Così, dalla suddivisione della Siria naturale, emersero dei nuovi Stati, che non erano mai esistiti prima dell’occupazione franco-britannica: Iraq, Giordania, Kuwait, Libano, Palestina, Siria e altri due Stati che non durarono a lungo, grazie al rifiuto totale da parte del popolo siriano – questo rifiuto portò alla Rivoluzione siriana (1925 – 1927) – stiamo parlando dello stato dei drusi e dello stato alawita.

Fida Dakroub, Ph.D

Per contattare l’autrice: Bof Dakroub 

Note
[1] Citazione di Fëdor Dostoevskij.
[2] Sul letto di morte, l’imperatore romano Augusto, sentendosi sempre più indebolito, chiese uno specchio, si fece pettinare e rasare la barba. Dopo di che disse: “Non ho giocato bene la mia parte? Sì, si rispose; Battete le mani, pertanto, ha detto, il gioco è finito! Plaudite, acta est fabula!”
[3] Dakroub, Fida. (2012, 14 maggio). La sconfitta di Israele nella seconda guerra del Libano (2006) Centre de recherche sur la mondialisation, 21 maggio 2012
[4] Moqawama
[5] Gli Accordi di Camp David furono firmati il 17 settembre 1978, dal presidente egiziano Anwar Sadat e dal primo ministro israeliano Menachem Begin, sotto la mediazione del presidente statunitense Jimmy Carter. Si trattava di due accordi quadro che furono firmati alla Casa Bianca dopo 13 giorni di negoziati segreti a Camp David. Furono seguiti dalla firma del primo trattato di pace tra Israele e un paese arabo: il trattato di pace tra Israele ed Egitto del 1979.
[6] Vedi l’articolo dall’autrice, “Le 11-Vendémiaire de la Sainte-Révolution syrienne ou L’Échec du Conseil national syrien
[7] Indichiamo per condizioni storiche tutti gli accordi e i trattati tra le potenze coloniali e imperiali sulla divisione e spartizione del Levante tra i diversi stati antagonisti, nel periodo successivo alla Grande Guerra (1914-1918).
[8] Dakroub, Fida. La sconfitta di Israele nella seconda guerra del Libano (2006). op. cit.
[9] Il regno venne istituito nel 1922, quando il governo britannico riconobbe l’Egitto indipendente. Il sultano Fuad I divenne il primo re del nuovo stato. Farouk I succedette al padre come re nel 1936. Prima la Francia, l’Egitto venne occupato e controllato dal Regno Unito dal 1882.
[10] Il regno venne prima annunciato il 23 agosto 1921, durante il mandato britannico sulla Mesopotamia. Il mandato della Società delle Nazioni esercitato dal Regno Unito, fu annullato di diritto nel 1922, ma la tutela britannica rimase parzialmente in vigore; infatti, fino al 1932, quando l’Iraq vide la sua piena indipendenza riconosciuta di diritto con la sua adesione alla Lega.
[11] Il Regno dello Yemen era uno stato che è esistito nel 1918-1962, nel nord dello Yemen moderno.
[12] Özhan, Taha, (10 ottobre 2011). The Arab “Spring”, Hürriyet
[13] Karsh, Efraim. (2002), The Iran-Iraq War 1980-1988, Osprey, Londra.
[14] Si tratta qui della Siria naturale che corrisponde grosso modo alla Siria greco-biblica, situata tra l’Anatolia, la Mesopotamia, il Mediterraneo e il Sinai (oggi Siria, Libano, Palestina, Giordania, Iraq, Kuwait e stato ebraico).
[15] Laurens, Henry. Comment l’Empire ottoman fut dépecé, Le Monde Diplomatique, aprile 2003.
[16] I Quattordici Punti del presidente Wilson, Messaggio al Congresso che delinea il programma di pace degli Stati Uniti, 8 gennaio 1918.
[17] La Conferenza di Berlino segnò l’organizzazione e la collaborazione europea nella spartizione e divisione dell’Africa. La conferenza iniziò il 15 novembre 1884 a Berlino e terminò il 26 febbraio 1885. Su iniziativa del Portogallo e organizzato da Bismarck, Germania, Austria-Ungheria, Belgio, Danimarca, Spagna, Francia, Regno Unito, Italia, Paesi Bassi, Portogallo, Russia, Svezia, Norvegia e Turchia e Stati Uniti vi  parteciparono. La conferenza di Berlino non aveva spartito l’Africa tra le potenze coloniali, si limitò a stabilire le regole di questa divisione.
[18] Nel 1876, la conferenza di geografia di Bruxelles (12-19 settembre 1876) fu convocata dal re belga Leopoldo II per inviare spedizioni in Congo, per il presunto scopo di fermare la tratta degli schiavi attuata dagli arabi e, nelle sue stesse parole, per “civilizzare” il continente africano.
[19] Per siriani, intendiamo gli abitanti naturali della Siria prima dell’accordo Sykes-Picot.

Dottore in Studi francesi (UWO, 2010), Fida Dakroub è una scrittrice e ricercatrice, membro del “Gruppo di ricerca e studio sulle letterature e le culture del mondo francofono” (GRELCEF) presso l’University of Western Ontario. È autrice de “L’Orient d’Amin Maalouf, Écriture et construction identitaire dans les romans historiques d’Amin Maalouf” (2011).

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La rivoluzione libica e il processo di trasformazione sociale

J. Posadas QIP 20 aprile 1981

I problemi evidenziati dal processo in corso in Libia sono tra i più grandi della storia della lotta per il progresso umano. Il processo libico è una forma di espressione di processi globali. La Libia dimostra che i rapporti di forza globali, in fase di sviluppo, permettono a un paese molto indietro sotto ogni aspetto, di fare un balzo in avanti di diversi secoli. La Libia sta emergendo da una quasi totale mancanza di attività sportive, culturali, o scientifiche – prima della rivoluzione 1969 – per fare quello che fa ora.
La Libia non ha avuto la forza di farlo da sola. Dipendeva dal sistema capitalistico mondiale e non ha avuto la forza sociale – vale a dire, partiti e sindacati – per realizzare questo processo di trasformazione. In Libia c’era una oligarchia che si basa sull’esercito per governare il paese. I suoi legami con l’imperialismo inglese, italiano, e in misura minore francese, gli diede la forza di cui aveva bisogno per dominare. Questa oligarchia aveva un esercito per questo scopo. Non era stato incaricato di combattere una guerra contro i paesi vicini, ma contro il popolo. Non c’era alcuna tradizione di partito, sindacali, di idee, non vi erano praticamente libri e l’analfabetismo era quasi totale. Le donne non avevano diritti, nemmeno all’interno della famiglia e i mariti potevano avere fino a sette donne prima che Gheddafi andasse al potere.
Il progresso della Libia è stato possibile grazie al rapporto globale di forze, all’influenza dell’Unione Sovietica e di altri stati operai in Medio Oriente, soprattutto nel settore dei militari libici. Questa squadra ha fatto un colpo di stato militare e ha portato il paese verso posizioni nazionaliste. All’inizio della rivoluzione non  aveva ancora una direzione formata. Ci fu una lotta che durò diversi anni prima di arrivare a formare una direzione più omogenea sul piano programmatico, che cerca di sviluppare il paese utilizzando il petrolio – base dell’economia – per il progresso del paese.
Hanno fatto tutto ciò in alleanza con gli Stati operai, anche se non c’erano accordi firmati. L’alleanza era nel fatto che gli Stati operai, con la sola loro esistenza e presenza, ha dato la garanzia e la sicurezza di permettere alla Libia di fare ciò che ha fatto, perché l’imperialismo non aveva né la forza né la capacità di intervenire contro la rivoluzione libica.
La Libia è un paese arretrato, che ha fatto irruzione nella storia facendo un enorme balzo in avanti, grazie alla presenza degli stati operai. Nessuno storico analizza il processo della Libia in questo modo. Dicono che i soldati che hanno fatto il golpe, erano “uomini di valore.” Tutto questo è vero. Ma questo processo non dipende dal coraggio dei militari, ma dalle opportunità storiche e sociali, e questo non accade con il coraggio. Dipende dal rapporto delle forze sociali, non militari. Il rapporto delle forze sociali, cioè da idee, esperienza, capacità, necessità del progresso nella storia.
Prima, gli yankees non dicevano: “Noi romperemo le relazioni“, ma spezzavano il paese che insorgeva contro di essi, schiacciandolo sotto le bombe. Ora possono solo dire a Gheddafi: “Fuori di qui, ti darò cinque giorni di tempo per andartene!”(Riferimento alla rottura delle relazioni diplomatiche tra Libia e Stati Uniti.). Si dice che Gheddafi abbia risposto a Reagan: “Non ci impressionate, siamo abituati ai pagliacci!“.
L’imperialismo dimostra tutta la sua impotenza contro la Libia. Ha rotto le relazioni diplomatiche con esso, per spingere gli altri paesi a non avere rapporti con la Libia, per intimidirli. Questo è il significato di questa rottura. Il risultato fu l’opposto di quello che si proponevano gli Stati Uniti, che volevano mostrarsi forti: i popoli lo vedono debole, incapace di agire contro i libici, non essendo in grado di dire a Gheddafi che: “Terrorista, vattene!
Il processo della Libia ha un significato più ampio di quello che gli yankees credono o concepiscono. Ciò significa che ogni piccolo paese vede nell’Unione Sovietica il centro di supporto di qualsiasi progresso, e quindi ne cercano il sostegno. La Libia non è un paese povero che ha bisogno di assistenza economica. Questo è uno dei paesi più ricchi del mondo in proporzione ai suoi abitanti. Ha un0immensa ricchezza e una bassa densità di popolazione. Ma la Libia sta utilizzando queste risorse per il progresso. I popoli vedono questo e dicono (a tutti coloro che criticano o denigrano la Libia), “Che Gheddafi sia tutto quello che volete, ma questo paese sta crescendo e il popolo ha lavoro, casa, di che mangiare. Hanno tutto, mentre prima non avevano nulla!”. Prima cera il re Idris, un degenerato, con un centinaio di mogli. Oggi, la Libia esiste e cresce grazie all’esistenza obiettiva dell’Unione Sovietica e perché cerca l’appoggio dell’URSS. L’Egitto, che ha rotto con l’Unione Sovietica e che cerca il sostegno degli yankees, arretra ed è guidata da una piccola cricca. L’Egitto scoppierà. É una questione di tempo! Non c’è un paese al mondo, dopo aver sperimentato un significativo passo in avanti, che sia ritornato al suo punto di partenza. Non ce n’è uno solo, neanche il Cile di Pinochet, o il Brasile di Castelo Branco (dopo il golpe del 1964).
Tra i progressi della rivoluzione in Libia, dobbiamo sottolineare la liberazione, anche se incompleta, della donna. Hanno iniziato a incorporare le donne nell’ambito della normale attività del paese. Non c’era niente di simile prima d’ora! Le donne hanno rimosso il velo, studiano, lavorano, possono camminare da sole per strada, mentre prima non potevano farlo. Possono partecipare alle attività economiche e di lavoro. Sole! E’ una rivoluzione nel mondo musulmano e non è Mohammed che lo ha fatto!
L’esempio del processo di liberazione della Libia è una dimostrazione dell’importanza delle relazioni di forza globali. L’imperialismo non è stato in grado di impedire questo processo. Voleva evitarlo, ma non ha trovato né i mezzi né la forza, e questo è dovuto all’esistenza  dell’URSS. I libici trovano la forza nella loro decisione, ma si basano allo stesso tempo su questo rapporto di forze globali che ha fatto si che, anche senza l’intervento o il sostegno diretto degli stati operai, la rivoluzione libica e tutte le altre rivoluzioni in Medio Oriente, si siano sviluppate. L’esistenza degli stati operai è la tutela del progresso della storia. È la vera base di ogni progresso della Libia.
Il programma di Gheddafi e il gruppo dirigente è stato ampliato e cresciuto nel corso della rivoluzione. Inizialmente, il programma non era chiaro, anche se conteneva anche considerazioni generali che si applicano a espropri e nazionalizzazioni. Questo programma è stato fatto e rifatto lungo la strada. Il punto di partenza era molto semplice: abolire la monarchia, espellere l’imperialismo e sviluppare il paese. Ci fu una lotta in quella direzione, ma non c’era una decisione programmatica. Tuttavia pochi mesi dopo l’acquisizione del potere del gruppo di Gheddafi, il programma è stato esposto e approfondito, sino all’adozione di alcune forme degli stati operai. Così la Libia è diventata uno stato rivoluzionario. Esistono tutte le condizioni per diventare uno stato operaio. Tutto è nazionalizzato! Non ci sono più importanti proprietà private, ciò che rimane nell’artigianato e nel commercio è ridotto. Il petrolio, la ricchezza principale, e gli altri minerali, sono nelle mani dello Stato. La leadership libica ha basato la sua programmazione economica e sociale sull’esperienza degli stati operai: questo è il vero cammino del progresso di tutti i paesi in Africa, Asia e America Latina.
L’Unione Sovietica non è un modello, ma un programma. Per uscire dalla penuria e svilupparsi è necessario nazionalizzare, pianificare l’economia e fare intervenire le masse. I libici l’hanno tuttavia fatto in modo limitato. Non hanno ancora un programma marxista, ma le basi esistono perché nasca in pochi anni, la necessità di averne uno coerente e quindi basato sul marxismo. La coerenza significa che la produzione deve essere pianificata e, per questo, nazionalizzata. Per programmare la produzione, c’è bisogno di una direzione che abbia comprensione di questo processo.
Bisogna considerare che questo progresso della Libia, anche se importante, riflette una limitazione della comprensione storica e politica della leadership politica e militare. Si deve ricordare che questa è una direzione di origine musulmana, limitata dalla sua concezione religiosa, sociale e umana. Lo stato operaio ha direttamente influenzato questa direzione. Libia mostra la via da seguire per l’Iran. In Libia, non hanno deciso come musulmani, ma come esseri umani. Sono convinto che tutto ciò che Maometto ha fatto era buono. Lo stesso Maometto ha detto: “Sì, questo è un bene!” Questo rapporto è il risultato del rapporto delle forze globali, e questo è un esempio per tutti i paesi arabi, così come per gli altri paesi musulmani (ad esempio, Afghanistan).
Né Mohammed né la concezione musulmana determinano il progresso della storia. Ciò che lo determina questa, è il programma, la politica e l’intervento della popolazione, sulla base del concetto scientifico di sviluppo della storia qual’è il marxismo. I libici non si dichiarano marxisti, ma non sono anti-marxisti, e tutto quello che hanno fatto corrisponde al marxismo. Non hanno fatto alcun attacco diretto contro il marxismo. Stabiliscono dei limiti al loro rapporto con il marxismo, ma non lo rifiutano.
Questo processo è fondamentale per il mondo islamico. Dimostra che è soprattutto necessario per il progresso della storia, dell’uomo, della società, risolvere il problema dello sviluppo economico.  Cosa fare della società? Cosa farne dello stato capitalista? La Libia mostra a tutti gli altri paesi arabi che ha compiuto un enorme passo avanti, seguendo lo stesso percorso dell’Unione Sovietica. Le masse arabe capiscono. Non possono dirlo, ma capiscono. Vedono che la Libia era nulla prima della rivoluzione, e ora il capitalismo ne ha una paura tremenda. Ha paura di “quel pazzo di Gheddafi” (come lo chiama). Teme che Gheddafi dica alle masse arabe: “Tutti devono fare quello che abbiamo fatto. Qui non ci sono i proprietari che affittano le loro case. Ognuno ha la sua casa, va a scuola, ha il lavoro, ha abbastanza da mangiare.” Prima, la gente non aveva niente! Ora, le donne stesse possono progredire.
Si tratta di un inizio dello sviluppo della necessità storica. La base di questo sviluppo è marxista.  Non hanno un programma marxista, ma la base del loro sviluppo è marxista. Quello che sta accadendo in Libia è un’esperienza fondamentale per tutti i paesi arabi. Si tratta di una conclusione che non è imposta dalla concezione musulmana, ma dalla necessità sociale, dall’esempio sociale, da parte dell’Unione Sovietica, di Cuba, Etiopia, Vietnam. Tutti i paesi come la Libia guardano verso Cuba, Algeria, Angola, Mozambico. Questo processo dimostra la tendenza della storia all’unificazione del progresso di tutti i paesi secondo le stesse linee dell’Unione Sovietica. Non solo la struttura economica e sociale, ma anche la risoluzione storica dell’Unione Sovietica, stimolano tutti questi piccoli paesi.
Tuttavia, dobbiamo anche considerare i limiti dello sviluppo della Libia, per mancanza di una direzione coerente. Si può fare molto di più. Non vanno più lontano ulteriormente a causa della limitazione di questa direzione. Ma la Libia dimostra, ancora una volta, che il mondo arabo non è chiuso al progresso marxista della storia. Non è assolutamente chiuso!
L’Etiopia è un altro esempio. Questo paese era ancora più arretrato della Libia e ha adottato il programma marxista per svilupparsi. Tutti i paesi arabi, le masse arabe, vedono questo processo. Non rimangono al Corano. Vedono e assimilano l’esperienza che si sviluppa in questi paesi che hanno iniziato un processo di trasformazione. Il progresso della società in Libia è più importante del carattere islamico che sussiste ancora.
In questo processo, una direzione è necessaria, come l’intervento degli Stati operai, per portare il Paese avanti. La debolezza dei partiti comunisti, la loro mancanza di decisione politica, di programma, capacità di leadership, non ha permesso di avere una maggiore influenza sui paesi arabi. La Libia non è il più piccolo di questi paesi, ma è stato uno di quelli più deboli. E’ stata dominata da una cricca di sceicchi, che aveva un profondo disprezzo per la vita umana.
L’attuale processo della Libia è uno degli aspetti del processo globale. Anche se importante, è ancora limitato. Si può fare molto di più! Un conflitto sta maturando all’interno del gruppo dirigente. Non è ancora esploso, ma ci sono differenze tra i diversi settori che non hanno la stessa capacità o lo stesso programma. Alcuni sono più a sinistra, più consapevoli, meno  musulmani e più vicini all’Unione Sovietica di altri. Ma per ora, c’è un accordo tra le diverse tendenze.
Il capitalismo esprime la sua mancanza di cultura nei suoi scritti sulla Libia. È costretto a riconoscere i progressi compiuti da questo paese, ma lo fa sembrare come dominato dall’oscurantismo religioso, minimizza gli aspetti progressivi come il fatto che ognuno abbia una casa, non ci sia la disoccupazione, né fame e povertà, che la parte essenziale dell’economia sia nazionalizzata, che la donna non porti più il velo. Nella società araba, in particolare in Libia, la donna era un oggetto sessuale, oltre ad essere la serva dell’uomo. Era lo stesso nella Cina antica. La nuova società creata dalla rivoluzione libica ha liquidato tutto ciò. La donna non è più un oggetto sessuale, né uno strumento dell’uomo: questo rappresenta un importante passo avanti in Libia. I giornalisti capitalisti dicono: “Hey! Le donne indossano i pantaloni!” Ma non dicono quali straordinari progressi sono stati compiuti dal paese in pochi anni, per arrivarci. Si tratta di un vero progresso. Il paese ha dovuto crescere culturalmente per accettare tale cambiamento.
Oggi, il bambino è parte della società libica. Prima, era considerato un mero oggetto. L’adulto si lamentava di occuparsene. I libici sono usciti da grandi limitazioni religiose (e non dall’Islam in quanto tale) per aprirsi alle idee. Sono le idee, e non le concezioni religiose che fanno agire i movimenti come quello della Libia. La concezione religiosa monopolizza il pensiero e riduce lo sviluppo degli esseri umani ad alcune regole dettate dalla divinità. Lo sviluppo sociale supera tutto questo: non distrugge, non inverte, non spara agli dei, ma semplicemente permette di superare questa concezione. L’uomo eleva la sua comprensione sociale e scientifico per mezzo dell’amore sociale umano, e supera la concezione religiosa. Non la rifiuta rimpiangendo di aver perso tanti anni credendo in Dio, ma ritiene piuttosto che si tratta di una fase della storia umana che ha avuto luogo in questo modo, a causa della proprietà privata.
Questo processo è in corso in Libia. Si prepara un’elevazione del pensiero islamico. Non propone di respingere l’Islam, ma di mantenere i concetti e le idee di progresso sociale, molto buone e giuste, come si trovano nell’Islam, e di superarlo. Alcuni principi dell’Islam sono molto alti, molto più che nella religione cattolica, che è stata utilizzata dalla classe che ha diretto il mondo capitalista. L’Islam contiene una serie di concetti di progresso, ma i sultani, i leader, l’hanno usato a loro favore.
La Libia non era nulla prima della rivoluzione. Se avesse chiesto a qualcuno delle notizie sulla Libia, ci avrebbe risposto: “A che vi serve?” La gente non sa nemmeno dove sia la Libia! Per contro, la Libia di oggi è Gheddafi, Gheddafi significa anti-imperialismo, sviluppo, supporto e amicizia con l’Unione Sovietica, sostegno alla rivoluzione. Tutto questo si sta sviluppando, mentre il sentimento musulmano rimane. La Libia non è il primo caso di questo processo. Fu l’Unione Sovietica che per prima permise un enorme progresso ai musulmani, che li ha inseriti nella rivoluzione. Non rinunciarono all’Islam. Erano prima sovietici e poi musulmani.
La Libia sta cercando di compiere un grande passo avanti. Prima era solo un harem! Quando si è scoperto il petrolio, la Libia ha cominciato ad avere qualche significato, ma prima, era solo deserto. Di conseguenza, non aveva forza. Dal deserto, una squadra di soldati, accompagnati dai civili – perché non c’erano solo militari – ha preso la decisione di fare questo sforzo, che fa parte della rivoluzione mondiale. Prima di loro, la Libia era niente! Non l’hanno fatto per se stessi o per l’Islam! Sviluppano le condizioni che preparano le basi per un balzo in avanti verso misure socialiste. I popoli si rendono conto, per propria esperienza, che questo è ciò che bisogna fare: programmazione, progettazione, sviluppo dell’industria, irrigazione, l’alleanza con gli Stati operai, sostegno incondizionato a tutte le rivoluzioni. Gheddafi l’ha fatto, nonostante alcune incongruenze dovute alla mancanza di un partito.

Dal nazionalismo arabo al socialismo
Il processo della Libia è uno dei più alti avvenimenti della storia. Esprime la forma con cui il progresso della rivoluzione è penetrato nel mondo arabo senza partiti comunisti. Non c’era un partito comunista in Libia. Hanno ucciso tutte le persone di sinistra. La rivoluzione è arrivata ad influenzare la Libia, anche senza il partito comunista, penetrando uno strato di soldati. Questo processo mostra la forma assunta dalla storia: i paesi più arretrati del mondo, acquisiscono le più alte forme di progresso, grazie al rapporto di forze globale. Quando si arriva a questo livello, è la necessità del progresso che si è già imposta. Ci sono già esempi di questo.
La Libia ha potuto passare, e rapidamente, dalla dittatura dei sultani allo Stato rivoluzionario. Questo processo si verifica anche in un paese caratterizzato da una concezione islamica. Questo dimostra qual è il rapporto di forze mondiali, e che l’Islam, in tutte le sue forme, non può impedire il progresso dell’intelligenza delle masse, che vedono i progressi attraverso le relazioni umane quotidiane. Le masse musulmane vedono il progresso dell’Unione Sovietica, dei paesi socialisti che hanno fatto come l’Unione Sovietica. L’esperienza del genere umano non dipende dai precetti di Maometto, ma dagli esempi delle relazioni sociali che esistono. Non supera l’Islam, ma l’adatta a questa necessità sociale della storia.
Il petrolio della Libia è considerato un “patrimonio” dal mondo capitalista. Potrebbe quindi essere utilizzato come fonte del progresso. Ma è il programma della rivoluzione che ha permesso questo. Questo processo della Libia è stato stimolato e influenzato dal colpo di stato compiuto in precedenza in Egitto, contro il re Farouk. Prima del 1952, l’Egitto aveva lo stesso regime della Libia prima della rivoluzione. Questi esperimenti dimostrano che il progresso rivoluzionario ha la capacità di superare le grandi difficoltà che la religione ha potuto imporre. La rivoluzione non significa un rifiuto della religione, ma migliora la comprensione che le persone hanno dell’insostituibile necessità delle relazioni economiche, sociali, umane. Così i popoli adattano la religione a questo processo. La rivoluzione non respinge né combatte la religione. La porta ad una progressiva scomparsa. La religione non trova punti di appoggio sul sentiero della rivoluzione, è a poco a poco superata dalla coscienza dei popoli. Senza abbandonare i loro progetti o le loro credenze religiose, i popoli le sottomettono alle necessità del progresso sociale.
La Libia mostra molto chiaramente come un piccolo paese povero, un sultanato, possa progredire verso forme di società molto alte. Lo stesso non si verifica in tutti i paesi arabi, perché non hanno tutti conosciuto questa combinazione di condizioni sociali e militari. Ma l’Egitto e l’Iraq hanno sperimentato un processo simile a quello della Libia. Entrambi i paesi si sono valsi dell’esempio dell’Algeria, che si è liberata in maniera esemplare dell’imperialismo francese. Ma si appoggiavano anche al fatto che l’Unione Sovietica ha sostenuto tutti i progressi delle lotte di liberazione. La volontà di combattere di questi compagni militari che hanno portato il movimento di liberazione in Libia, Egitto, Algeria, si è basata sul sostegno dell’Unione Sovietica, e sulla loro esperienza dell’incapacità storica del capitalismo ad impedire il progresso.
La diga di Assuan ha significato un grande impulso per tutto il mondo arabo. Ha mostrato come l’Unione Sovietica, a costo di sforzi e di un enorme investimento, ha contribuito al progresso della storia, mentre essa stessa si sviluppava. Per questo motivo, il capitalismo globale, guidato dai nordamericani e dagli inglese hanno fatto assassinare Nasser. Sadat ha ucciso Nasser per attuare il piano del capitalismo. Hanno ucciso Nasser in Egitto, ma altri Nasser nasceranno ben presto. La morte non è assoluta. La morte fa nascere altre vite!
La comprensione di questo processo è molto importante perché non c’è educazione del movimento comunista su questi temi. I sovietici tendono ad acquisire questa comprensione perché ne hanno bisogno oggettivamente per la propria esistenza. Hanno investito una quantità enorme di tempo e denaro in Egitto. Sadat non vuole più pagare niente adesso, e crede che continuerà a vivere? Sadat è un uomo morto, che cerca di vivere le sue ultime giornate. Questo è un degenerato che non ha la più pallida idea: ha la mentalità di un assassino contro il progresso della popolazione. Ma deve, per vivere, vietare la vita nel suo paese, deve dipendere da prestiti, investimenti e suggerimenti degli yankees. Nasser ha offerto il lusso di esportare la rivoluzione, mentre Sadat viene dominato dagli yankees che danno prestiti e gli vendono armi per milioni di dollari. E’ compromesso con gli Stati Uniti. Oggi, l’Egitto è usato come uno strumento per impedire il progresso rivoluzionario nel mondo arabo e altrove. Così l’Egitto capitola davanti Israele, mentre la Libia di Gheddafi da impulso alla rivoluzione in tutto il mondo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Geopolitica della guerra imperialista contro la Siria

Parte prima: La sconfitta di Israele nella Seconda Guerra del Libano (2006)
Fida Dakroub Mondialisation 14 maggio 2012

Generalità
Le verità più evidente? Una menzogna che ci piace [1]. Contrariamente a ciò cui ambiscono i media imperialisti, la falsa immagine degli eventi in Siria, che riproducono instancabilmente, si decompone rapidamente e crea nuove sostanze, una volta data una lettura critica all’episodio siriano della presunta “Primavera araba”. Infatti, una tale lettura dovrebbe prendere come oggetto di analisi gli interessi strategici delle potenze imperialiste in Medio Oriente, dallo sbocciare delle profumate violette della “primavera araba”, accuratamente innaffiate dalla Santa Alleanza arabo-atlantica, fino all’indomani del ritiro delle truppe statunitensi dall’Iraq, nel dicembre 2011.

1. I due approcci sulla guerra contro la Siria
Nell’arena mediatica, due discorsi contraddittori si oppongono in merito all’interpretazione degli eventi in Siria: da un lato, i media arabi-atlantico – legati naturalmente ai centri di potere imperialisti, dall’altro lato i media alternativi e di resistenza.
Per quanto riguarda le ambizioni di media arabi-atlantica, è tutto naturale.
In primo luogo, partiamo dalla falsificazione dei dati sul campo, per dimostrare che gli eventi sono degli “episodi dell’epopea umana, avida, enorme – decaduta” [2], una sorta di epica battaglia tra le forze del bene e del male; quindi demonizzare la figura dell’Altro – qui il governo siriano – al punto di farlo vedere come un Hashmodai [3], un Astaroth [4]; infine, si glorificano i gruppi armati islamisti, che angelizzati al punto da venire presentati come dei monaci meditatori, che portano la scintilla della “Libertà, giustizia, democrazia”.
Ciò implica, naturalmente, l’utilizzi di tutti i tipi di operazioni cosmetiche, per manipolare le emozioni della gran parte degli spettatori, “bloccati” di fronte agli schermi di grandi dimensioni che mostrano lo spettacolo  maestoso, il capolavoro di propaganda arabo-atlantica.
In questo senso, ogni lettura che si riferisce solo alla propaganda arabo-atlantica e al discorso miserabile del Consiglio Nazionale siriano, acquisisce, riteniamo, un valore di ciarlataneria politica che serve solo a risvegliare, anche nel cuore dell’onesto sultano mamelucco, un piacevole senso di solidarietà con la cosiddetta “rivoluzione” siriana.
Per quanto riguarda il nostro approccio, che fa parte del discorso alternativo globale alla guerra imperialista contro la Siria, ecco qual’è.
In primo luogo, la guerra imperialista contro la Siria, camuffata sotto le vesti di rivoluzioni profumate, mira 1) a frantumare ciò che era già frammentato da una serie di accordi e trattati tra potenze coloniali, sulla scia dello smembramento dell’impero ottomano nel 1918 [5], 2) e spingendo ogni gruppo religioso, ogni etnia, ogni vicolo o vicoletto,  sui componenti l’eterogeneità della Federazione [6], a dichiarare uno stato indipendente. Il primo punto è un punto di partenza, o il vero obiettivo della cosiddetta “rivoluzione” siriano, il secondo è un punto di arrivo o il vero obiettivo di una tale “rivoluzione”.
Per contro, non va dimenticato – nonostante il frastuono dei fanfaroni della propaganda imperialista – che le potenze coloniali non hanno mai cessato di intervenire negli affari degli Stati del Levante, dalla nascita di questi ultimi durante il ventesimo secolo.
In secondo luogo, per quanto riguarda la velocità degli eventi che hanno portato ad una crescita delle minacce e degli attacchi contro la Siria, li consideriamo il risultato delle perturbazioni da tsunami che avevano colpito l’equilibrio di potenza costituitosi in Medio Oriente tra i due campi belligeranti, durante la seconda guerra del Libano (2006), lo Stato ebraico e Hezbollah, e le circostanze negative della sconfitta di Israele, in quella guerra, per gli interessi e i piani espansionistiche dell’Impero statunitense nella regione. Infatti, la sconfitta di Israele nella guerra del 2006 ha portato il Stato ebraico – alleato strategico dell’impero statunitense – e gli emirati e sultanati arabi – docili e sottomessi all’Impero, naturalmente – in una situazione critica di fronte alla nascita della nuova superpotenza iraniana, i cui alleati regionali sono Iraq, Siria, Libano e la Striscia di Gaza.

2. Prima sconfitta: Il ritiro del maggio 2000
Tutto è cominciato pochi mesi dopo l’inizio del terzo millennio, la notte del ventitreesimo giorno di maggio del 2000.
Nel buio di quella notte oscura, l’esercito israeliano, l’IDF, si era frettolosamente ritirato dal Libano meridionale, dopo ventidue anni di occupazione. Questo ritiro era stato battezzato “Operazione Persistenza”. Punta di diamante della resistenza libanese, Hezbollah, il movimento integralista sciita, ha imposto la sua presa sulla defunta “zona di sicurezza” creata dalle forze di occupazione israeliane. Ciò ha causato un terremoto negli equilibri di potere nella regione.
Visto dal Libano, il ritiro è stato interpretato come la brillante vittoria della “resistenza” incarnata da Hezbollah, che conduce dal 1982 una lotta feroce contro lo Stato ebraico. Inoltre, l’IDF (Tsahal), che era considerato “il miglior esercito del mondo“, è stato umiliato e costretto a lasciare  incondizionatamente il Libano meridionale, per limitare le sue perdite umane. Questa era la prima volta che l’esercito israeliano si era ritirato da un territorio arabo sotto pressione militare.

3.1. Seconda sconfitta: La seconda guerra del Libano (2006)
Sei anni dopo questa sconfitta militare e morale, il 12 luglio 2006, verso le nove del mattino, i guerriglieri libanesi di Hezbollah attaccavano un carro armato israeliano nel territorio dello Stato ebraico,  catturavano due soldati e scomparivano nel trambusto delle prime ore del mattino dei villaggi libanese. Un’ora dopo, un altro blindato israeliano, che aveva attraversato il confine per recuperare i due prigionieri, veniva distrutto a sua volta. Il bilancio fu di otto morti e due prigionieri tra i soldati israeliani, e due sono morti nel campo di Hezbollah. Lo Stato ebraico non se l’aspettava. Con una reattività sorprendente per un paese colto di sorpresa, ha ammassato una divisione di riservisti sul suo confine con il Libano.

3. 1. 1. Gli obiettivi dell’IDF
Per quanto riguarda gli obiettivi delle operazioni militari, Israele ne fissò tre: 1) recuperare i soldati catturati da Hezbollah, 2) fermare il lancio di razzi sulle città israeliane, e 3) forzare il governo libanese ad attuare la risoluzione del Nazioni Unite, vale a dire disarmare Hezbollah e schierarsi lungo il suo confine settentrionale.
A nome del principio dell’”isolamento dal teatro”, il blocco di porti e aeroporti, l’interruzione della strada Damasco-Beirut, il bombardamento di ponti e serbatoi di carburante furono decisi dallo stato maggiore dell’IDF. Questi mirava ad impedire il passaggio dei soldati catturati a nord del Libano o in Iran,  la ritirata dei combattenti di Hezbollah verso nord, e l’invio di riservisti di rinforzo al sud e l’approvvigionamento della logistica di Hezbollah .
Alcune ore dopo, l’esercito israeliano attaccava numerosi obiettivi in tutto il Libano. L’aviazione israeliana bombardava strade, ponti, centrali elettriche, centrali telefoniche e l’aeroporto di Beirut, provocando il “più grande disastro ambientale nel Mediterraneo.” La risposta dello stato ebraico fu giudicata “sproporzionata” dalle Nazioni Unite, ma supportata dall’Impero statunitense, che riteneva assieme alla Gran Bretagna, che lo Stato ebraico avesse “il diritto all’auto-difesa”.
Per quanto riguarda il dispiegamento di truppe, la componente attiva dell’esercito israeliano impegnato in Libano comprendeva le brigate seguenti: la 7.ma Brigata Corazzata sotto il comando del colonnello Eshel Assulin, la 188.ma Brigata Corazzata, la 401.ma Brigata Corazzata sotto il comando del colonnello Moti Kidor, e le Brigate Corazzate 434.ma e 847.ma, per un totale di 400 carri armati. Erano incluse anche la 2° Brigata Carmeli, la Brigata di fanteria Golani, sotto il comando del colonnello Tamir Yada, la 300.ma Brigata comandata dal colonnello Chen Livni, la 609.ma Brigata Alexandroni, sotto il comando del colonnello Shlomi Cohen e la 933.ma Brigata Nahal, sotto il comando del colonnello Mickey Edelstein. Infine, erano presenti anche tre brigate di paracadutisti: la 35.ma Brigata Paracadutisti, comandata dal colonnello Hagai Mordecahaï, la 226.ma e la 551.ma di riserva [7].

3. 1. 2. Gli obiettivi di Hezbollah
Gli obiettivi militari di Hezbollah furono decisi dal primo giorno della guerra: 1) tenere a portata di mano i soldati prigionieri, 2) continuare a sparare raffiche di Katjusha sulle città e i comuni israeliani, 3) fermare l’avanzata della fanteria e delle brigate corazzate israeliane al momento della loro penetrazione in territorio libanese, e distruggerle nelle valli e nei sentieri dei villaggi di frontiera.

E la battaglia inizia!
In primo luogo, l’aviazione israeliana [8] bombardò ponti, strade e strutture che premettevano al comando di Hezbollah di comunicare con i suoi combattenti. Poi, l’IDF tirò 19.400 bombe, 2.200 missili e 123000 colpi di artiglieria [9]. Infine, le truppe si precipitarono verso l’altro lato del confine. Sul lato opposto del confine, il villaggio di Maroun al-Ras, quarantacinque uomini di Hezbollah si tennero pronti nelle loro posizioni.
Dopo undici giorni di feroci combattimenti e di intensi bombardamenti aerei, i soldati israeliani finalmente riuscirono, “per pietà dell’Onnipotente“, a penetrare le linee difensive di Hezbollah, seguiti dalla chioccia delle galline e dai belati delle pecore sparse sulle colline dei villaggi vicini, per scacciare i quarantacinque uomini di Hezbollah che si trovavano sul posto. L’esercito israeliano occupò una piccola area di un chilometro di profondità nel territorio libanese, dopo una lunga battaglia, cosa che fece ricordare la carneficina spettacolare della serie “Asterix e Obelix“, dove vengono uccisi migliaia di soldati romani da due gallici e da alcuni abitanti del villaggio.
Così il villaggio di Maroun al-Ras cadde nelle mani dell’esercito israeliano, il ventitreesimo giorno di luglio, e l’avanzata delle brigate corazzate dell’IDF, che non osarono più avuto avventurarsi oltre, fu finalmente fermata dai combattenti di Hezbollah.

3. 2. La contro-offensiva di Hezbollah: La Guerra delle Sorprese
La risposta di Hezbollah fu dura come quella dell’IDF. Tuttavia, la struttura di questo gruppo di guerriglieri libanesi richiedeva una tattica diversa, quella della “Guerra delle Sorprese”, promessa dal Segretario Generale dell’organizzazione libanese, Hassan Nasrallah o al-Sayyed (il Signore) – grazie alla sua discendenza dalla famiglia del Profeta.

3. 2. 1. Prima sorpresa: il danneggiamento della Saar V
La sera del quattordicesimo giorno di luglio, la prima risposta dell’intervento di Hezbollah. Un missile antinave colpì una corvetta della Marina israeliana della classe Saar V, che operava al largo della costa libanese. Quattro marinai israeliani restarono uccisi. La distruzione della corvetta fu la prima “sorpresa” di Hezbollah. Hassan Nasrallah l’aveva annunciato in televisione e in diretta, alcuni secondi prima dell’attacco e della distruzione della corvetta israeliana: “Le sorprese che avevo promesso iniziano ora. In questo momento, al largo di Beirut, la nave da guerra israeliana che ha attaccato la nostra infrastruttura, che ha colpito le case della nostra gente, i nostri civili, la vedete bruciare. Affonderà, e con essa decine di soldati sionisti israeliani“. Più tardi, una nave spia, travestita da nave da carico con equipaggio egiziano, venne affondata in quello stesso momento da un secondo missile sparato in modo diverso, facendo dodici morti. A seguito di tali attacchi spettacolari, dei fuochi d’artificio salirono nel cielo nero, molto nero, di una Beirut completamente priva di elettricità. Più tardi, il 31 luglio, un pattugliatore israeliano Saar IV era stato colpito al largo di Tiro da un missile sconosciuto di Hezbollah, anche se l’esercito israeliano ha negato la notizia.
L’importanza di questo attacco sta nel fatto che per la prima volta, il Libano era in grado di colpire una corvetta israeliana e di batterla. Per quanto riguarda degli ordigni utilizzati, si era parlato di un missile tipo C802 fabbricato in Cina. Ciò ha portato a un forte terremoto nell’equilibrio del potere costituitosi da lungo tempo tra il Libano e lo Stato ebraico. Pertanto, l’IDF ha deciso di ritirare le fregate e corvette israeliane dalle acque libanesi, e la forza navale israeliana è stata battuta.

3. 2. 2 Seconda sorpresa: colpire gli Apaches
Pochi giorni dopo, il ventiquattresimo giorno del mese di luglio, Hezbollah aveva cercato di abbattere degli aerei israeliani con missili antiaerei. Un elicottero AH-64 Apache si era schiantato nel nord dello Stato ebraico uccidendo due persone. La Radio d’Israele, Kol Israel, all’inizio aveva riferito che l’aereo si era schiantato contro un cavo di alimentazione mentre volava verso il Libano. Ironia della sorte, pochi giorni prima, altri due elicotteri, che devono essere aggiunti a un caccia F-16, furono abbattuti dallo stesso cavo. Più tardi, un portavoce militare israeliano non aveva escluso che l’unità era stata abbattuta dai miliziani di Hezbollah.
Con questo attacco, l’IDF ricevette la seconda sorpresa della “Guerra delle sorprese” promessa da Hassan Nasrallah.
Minacciati dai missili di Hezbollah, i caccia israeliani salirono sulla Scala di Giacobbe [10], verso altitudini elevate. Pertanto, lo Stato Maggiore israeliano, decise il 29 luglio di fermare l’assalto alla città di confine di Bint-Jbeil [11], e di ritirare le truppe senza aver preso la città. Questa ritirata fu presentata da Hezbollah come una sconfitta dell’IDF.
Anche in questo caso, l’IDF non era riuscita a raggiungere il terzo obiettivo dell’operazione militare, quello di “ripulire” il Libano meridionale dei combattenti di Hezbollah e distruggerne l’infrastruttura militare. A fortiori, per la prima volta dal 1948, l’esercito israeliano si trovava in una situazione in cui l’avanzata delle sue truppe avrebbe portato a una distruzione inevitabile. Tuttavia, il bombardamento israeliano continuava, provocando una marea nera sulle coste libanesi.

3. 2. 3. Terza sorpresa: le raffiche di Katjusha
Nonostante una superiorità indiscutibile e gli attacchi più drastici dell’aviazione israeliane,  le raffiche dei razzi Katjusha continuarono a cadere ad un ritmo costante sulle città e le comuni israeliane nel corso dei trentatré giorni di guerra, colpendo al cuore dello Stato ebraico.
In tutto, Hezbollah aveva sparato più di 6.000 missili e razzi sulle città e i paesi del Nord. I tiri si concentrarono su Haifa [12], soprattutto le raffinerie di petrolio e l’industria chimica del paese.  Tutte le comuni lungo il confine furono prese di mira e i razzi colpirono diverse grandi città all’interno del paese. Si noti che, nonostante le minacce, Tel Aviv fu scartata dai bombardamenti. Oltre al Katjusha comunemente usato, Hezbollah impiegò i missili Fajr-3 (Alba) con una gittata di 45 km, ed è in possesso del Fajr-5 (75 km) e del Zelzal (Terremoto, 150 – 200 km) costruiti dall’Iran.
Il 1° agosto, l’esercito israeliano aveva constatato che dopo essere stato bersagliato da un centinaio di tiri al giorno, in media, il territorio israeliano aveva ricevuto un minor numero di colpi, e che l’intensità degli attacchi di Hezbollah si era indebolita nei giorni precedenti. Purtroppo, questa falsa affermazione aveva portato il primo ministro israeliano Ehud Olmert a dichiarare, il 2 agosto, che tutte le infrastrutture di Hezbollah erano state completamente distrutte. Si disse convinto che Israele “ha ora cambiato il volto del Medio Oriente” [13].
Inoltre, Olmert si era congratulato sui grandi schermi in formato panoramico dei canali televisivi, dicendo che Israele stava per raggiungere il suo obiettivo in Libano, “Hezbollah ci penserà due volte, tre volte o anche di più prima di affrontarci , e penso che siamo molto vicini a questo obiettivo“[14], si vantava, purtroppo invano; poche ore più tardi, una “pioggia di razzi” fu lanciata sulle città di Tiberiade e Haifa, e sul dito di Galilea, su Beit Shean e sul nord della Cisgiordania [15]. Inoltre, all’indomani, il lancio dei razzi di Hezbollah ricominciò, e oltre duecento razzi Katjusha caddero su Haifa e in tutto il nord di Israele, fino al confine della Cisgiordania a 70 km dal confine libanese. Fu il giorno più letale per lo stato ebraico.
Quella sera stessa, Hassan Nasrallah minacciò di colpire Tel Aviv [16]: “Se bombardate la nostra capitale, bombarderemo la capitale della vostra entità aggressiva“, disse [17]. Accusò anche il primo ministro Ehud Olmert e il suo esercito d’essere strumenti del presidente degli Stati Uniti George W. Bush, vero responsabile dell’offensiva israeliana in Libano: “vi garantisco che, qualunque sia l’esito della guerra, il Libano non sarà né americano né di Israele, e che il Libano non sarà una di quelle basi del Nuovo Medio Oriente caro a George W. Bush e a Condoleezza Rice“, ribadì [18].
In seguito a questa minaccia, il 4 agosto, il razzo tipo Khaibar-1, sparato da Hezbollah, raggiunse per la prima volta la città di Hadera, situata a 75 km dal confine israelo-libanese e a circa 40 km da Tel Aviv.
Anche in questo caso, l’IDF non era riuscito a fermare le raffiche di Katjusha o a raggiungere il secondo obiettivo della sua operazione militare in Libano.

3. 2. 4. Quarta sorpresa: il massacro dei Merkava
Fu il trentunesimo giorno della guerra di luglio 2006 che determinò le sorti della guerra contro il Libano. Quel giorno, un altro fallimento, il più drammatico, si aggiunse al “record di fallimenti” dell’IDF.
Dopo la ritirata dell’aviazione e la sconfitta della marina, fu la volta delle forze di terra israeliane a dover essere messe in condizione di non nuocere da parte di Hezbollah.
Mentre le raffiche di Katjusha e la “pioggia di razzi” continuavano a cadere sulle città e le comuni israeliane, il comando dell’IDF decise di investire nella battaglia i propri famosi carri armati Merkava, simbolo dell’orgoglio dell’industria militare israeliana, seguiti dalla retroguardia di 130.000 soldati di stanza ai confini della frontiera.
Per fare ciò, decine di Merkava di quarta generazione [19] penetrarono in territorio libanese. Dopo meno di un chilometro, l’inferno gli venne incontro; quindici carri armati furono trasformati in palle di fuoco. Il bilancio fu di 18 ufficiali e soldati uccisi.
Poche ore dopo, le forze israeliane tentarono un’altra incursione, e quattro carri armati furono presi prelevati direttamente sotto tiro. Fu la battaglia più dura dell’IDF, che  iniziò il giorno dopo un terzo tentativo, ma i carri armati caddero di nuovo nella trappola dei combattenti di Hezbollah, a tre chilometri dal confine. Il bilancio di quel solo giorno fu di trentanove carri armati e bulldozer distrutti o danneggiati, una ventina di ufficiali e soldati uccisi e circa un centodieci feriti.

4. 1. L’inizio di un incubo
Da allora, l’IDF ha dovuto affrontare i fatti; il trentatreesimo giorno di guerra, tutte le brigate israeliane dovettero ritirarsi, senza aver potuto realizzare nessuno dei tre obiettivi indicati nei primi giorni della guerra, che erano : 1) recuperare i soldati catturati da Hezbollah, 2) far cessare il lancio di razzi contro le città israeliane; 3) obbligare il governo libanese ad attuare la risoluzione delle Nazioni Unite, vale a dire disarmare Hezbollah e schierarsi lungo il suo confine settentrionale.
Per contro, Hezbollah era riuscito a raggiungere i tre obiettivi che aveva fissato all’inizio della guerra, che erano: 1) tenere a portata di mano i soldati prigionieri, 2), continuare le raffiche di lancio dei Katjusha sulle città e le comuni israeliane, 3) fermare la fanteria e le brigate blindate al momento della loro penetrazione in territorio libanese, e distruggerli nelle valli e nei sentieri dei villaggi di confine.
Le reazioni psicologiche del Comando dell’IDF in relazione a questa sconfitta clamorosa, si manifestarono l’ultimo giorno della guerra, il 14 agosto, attraverso una serie di azioni militari simili a una “cieca vendetta.” Quello stesso giorno, aerei israeliani abbozzarono un ultimo tentativo e bombardarono la residenza del segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, distruggendo otto edifici e uccidendo più di sessanta civili, ma il segretario generale, obiettivo l’attacco, non era tra le vittime.
Nel sud, l’IDF lanciò  un milione e mezzo di bombe a frammentazione. Era questione, forse, di vendicare l’onore perduto del suo esercito in rotta. A fortiori, per la prima volta dal 1948 [20], l’IDF non era riuscita a invadere un territorio arabo.

4. 2. Gli iraniani sono alle porte!
Al quartier generale dell’esercito israeliano, il messaggio fu ricevuto a pieno: Hezbollah ha accesso ad armi ultramoderne. Eppure, dietro le quinte delle potenze arabo-atlantiche, il messaggio venne ricevuto in modo diverso: Annibal ad Portas! [21] “Gli iraniani sono alle porte!”. Così, i primi fiori di acacia e di gardenia della “Primavera araba” assai profumata sbocciarono, e furono innaffiate dalla Santa Alleanza arabo-atlantica, di fronte alla nascita di una nuova superpotenza in Medio Oriente, in opposizione all’Impero statunitense e dei suoi alleati, vale a dire l’Iran e il so arco sciita.

Fida Dakroub, Ph.D
Per contattare l’autrice: Bof Dakroub

Note:
[1] Citazione di Alphonse Karr.
[2] Victor Hugo, La leggenda dei secoli.
[3] Shashmodai o Asmodeo è un demone della Bibbia con molti altri nomi: Asmoth, Aschmédaï, Asmoday, Asmodeo, Aesma, Asmadai, Asmodius, Asmodaios, Hasmoday, Chashmodai, Azmonden o Sidonay e Asmobeo. E’ presente nelle credenze della magia nera, della scienza occulta dell’invocazione di entità demoniache.
[4] Astaroth è un demone Astaroth, Granduca molto potente e tesoriere degli Inferi.
[5] Le Grand Soir
[6] Le Grand Soir
[7] Zahal
[8] L’Aviazione israeliana è la componente aerea della IDF. Allinea circa 710 aerei e 181 elicotteri e così come droni, satelliti e missili balistici.
[9] IFRI
[10] La Scala di Giacobbe si riferisce al sogno del patriarca Giacobbe in fuga da suo fratello Esaù: rappresenta una scala che ascende al cielo. Questo episodio è descritto nel libro della Genesi (28:11-19).
[11] Si stima la popolazione di Bint-Jbeil a 30000. La città fu occupata da Israele dal 1982 fino al 2000, quando il ritiro delle truppe israeliane. E’ considerata da Israele la “Capitale di Hezbollah”.  Divenne famosa dopo un attacco dell’IDF. Durante la guerra del 2006, pesanti battaglie furono combattute dentro e intorno alla città; dove il 51.mo Battaglione della Brigata Golani, una unità d’elite dell’esercito israeliano, che dovette ritirarsi davanti a una resistenza inaspettata.
[12] Haifa è una città costiera d’Israele, situata sulle rive del Mar Mediterraneo. Elle est considérée comme la capitale du nord d’Israël. Si è considerata la capitale del nord di Israele. Haifa e i suoi sobborghi avevano una popolazione di circa un milione di persone, alla fine del 2008. È nota per il suo grande porto in acque profonde e per l’importante industria chimica.
[13] La Libre
[14] Radio Canada
[15] La Libre
[16] Radio Canada
[17] Radio Canada
[18] Radio Canada
[19] Il Merkava Mk IV è entrato in servizio il 24 giugno 2004.
[20] Data della dichiarazione di indipendenza dello Stato ebraico, 14 maggio 1948.
[21] Annibale è alle porte, piangevano i Romani dopo la battaglia di Canne. Formula usata da Livio, Floro, Giovenale, Valerio Massimo nei momenti di grande pericolo.

Dottoressa di Ricerca in Studi francesi (UWO, 2010), Fida Dakroub è una scrittrice e ricercatrice, membro del “Gruppo di ricerca e studio sulle letterature e le culture del mondo francofono” (GRELCEF) presso la University of Western Ontario. È autrice di “L’Orient d’Amin Maalouf, Écriture et construction identitaire dans les romans historiques d’Amin Maalouf” (2011).

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Siria: La guerra per il gas!

Un conflitto internazionale dalla manifestazione regionale
Imad Fawzi Shueibi  Dissident Voice - 30/04/2012 Mondialisation

La Siria si trova di fronte a due piani machiavellici che si combinano per distruggere il suo Stato, colpire il suo popolo e annettere il suo territorio.  Il primo piano, pubblicamente dichiarato e più volte evocato, ma superbamente ignorato dai cosiddetti umanitari o umanisti… è il piano sionista di Oded Yinon, intitolato “Strategia per Israele negli anni ’80″ [1]. Piano adottato dai neoconservatori di tutti i tipi per un “Nuovo Medio – Oriente” ricolonizzato a volontà. Piano sconfitto nel 1982 da Hafez al-Assad … ma ripresentato all’ordine del giorno di oggi. Il secondo piano corrisponde a un’ambizione ancora più ampia, dal momento che non si accontenta più di fabbricare il suo “Grande Medio Oriente”, ma punta alla “Grande Asia Centrale”. E la Siria non è altro che il pezzo del domino i cui destabilizzazione, crollo o scomparsa avrebbe dato la vittoria ai giocatori.
Quindi ora tocca alla Siria essere oltraggiata, spezzata, martirizzata… e purtroppo calunniata. La stragrande maggioranza dei siriani è ferita da questa guerra terribile di cui non si osa pronunciare il nome, ma che ogni giorno per 13 mesi, ha inventato e messo in scena delle menzogne che vanno oltre la comprensione e il consentito, se non per benedire i crimini senza precedenti commessi su questa terra fecondata da secoli di creatività, conoscenza e credenza, ma anche dal sangue di tutti i siriani massacrati da ogni tipo di invasori: re, principi, barbari … provenienti da qualche altra parte. Possa questa traduzione della riflessione del dottor Imad Fawzi Shueibi, un cittadino siriano, aprire gli occhi di coloro che non vogliono vedere, e il cuore e la mente di coloro che non vogliono sentire. Gli altri seguiranno perché è la verità! [Mouna Alno-Nakhal, traduttore in francese].

La Siria martirizzata non è mai stata lontana dalla battaglia per il gas nel mondo in generale, e del Medio Oriente in particolare. Nel momento in cui sembra esserci un collasso della zona euro, insieme ad una gravissima crisi economica che ha portato gli Stati Uniti ad avere un debito di 14.940 miliardi di dollari, vale a dire il 99,6 % del PIL, e dove la loro influenza è minima di fronte alle potenze emergenti come Cina, India e Brasile, è diventato assai chiaro che il potenziale del potere non risiede più nell’arsenale nucleare militare, ma piuttosto si trova nei porti di esportazione dell’energia. E questo è ciò che meglio spiega la battaglia russo-americana.
Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, i russi hanno capito che la corsa agli armamenti li aveva esauriti, soprattutto in assenza delle fonti di energia necessarie per qualsiasi paese industrializzato, mentre l’ultradecennale presenza degli Stati Uniti nelle zone petrolifere gli aveva consentito di sviluppare e decidere la politica internazionale senza troppe difficoltà. Quindi, i russi si sono rivolti alle fonti dell’energia, come il petrolio e il gas. Ma con il settore petrolifero, data la sua distribuzione internazionale, non più molto promettente in termini di concorrenza, Mosca ha deciso di capitalizzare il gas e relativi produzione, trasporto e commercializzazione su larga scala.
Il calcio d’inizio è stato dato nel 1995, quando Putin (non c’era Putin al vertice dello Federazione Russa, nel 1995. NdT) decise la strategia di Gazprom partendo dalle zone gasifere della Russia verso Azerbaigian, Turkmenistan, Iran [per la commercializzazione], e poi il Medio Oriente. È certo che i progetti Nord Stream e South Stream testimoniano nella Storia i distinti meriti e sforzi di Vladimir Putin per portare la Russia sulla scena internazionale e influenzare l’economia europea che dipenderà, per decenni, dal gas come alternativa al petrolio, o dalle due fonti contemporaneamente, ma con una priorità evidente per il gas. A questo punto, è diventato urgente per Washington creare un progetto simile, il Nabucco, per competere con i progetti russi e disporre delle risorse che determineranno la strategia e la politica del prossimo secolo.
Il gas è la fonte principale di energia di questo secolo, come alternativa al petrolio, a causa del declino delle riserve, o come fonte di energia pulita. Pertanto, il controllo delle aree ricche di gas del mondo, da parte delle varie potenze, vecchie ed emergenti, è la base di un conflitto internazionale, la cui manifestazione è regionale. Chiaramente, la Russia ha letto le carte e ha imparato la lezione dal suo collasso per mancanza di fonti energetiche, che non erano controllate dall’URSS, ma che sono comunque indispensabili per alimentare le industrie di tutti i paesi.
Una prima lettura indica che il gas si trova nelle seguenti zone:
1. Russia, da Vyborg a Beregvya
2. Turkmenistan
3. Azerbaigian e Iran
4. Georgia
5. Siria e Libano
6. Qatar ed Egitto.
Mosca si è affrettata a lavorare su due strategie principali: la prima costituita dall’istituzione di un progetto russo-cinese focalizzato sulla crescita economica del Blocco di Shanghai, la seconda per controllare le risorse del gas. Così questa divenne la base di due progetti [South Stream e Nord Stream] con l’intento di affrontare il progetto Nabucco degli Stati Uniti [supportato dall'Europa] che punta al gas del Mar Nero e dell’Azerbaigian. Seguì una gara strategica tra i due per il controllo dell’Europea e delle risorse del gas:
- Il progetto del gasdotto Nabucco [2] si concentra su Asia centrale, Mar Nero e dintorni. I suoi impianti di stoccaggio sono in Turchia, mentre il suo percorso inizia in Bulgaria e attraversa Romania, Ungheria, Repubblica Ceca, Croazia, Slovenia e Italia. Doveva passare attraverso la Grecia, ma questa idea è stata abbandonata a favore della Turchia.
- Il progetto Nord Stream collega [3] la Russia direttamente alla Germania attraverso il Mar Baltico, verso Weinberg e Sassnitz, bypassando la Bielorussia.
- Il progetto South Stream [4] inizia in Russia e si dirige su Mar Nero e Bulgaria, poi attraversa la Grecia, sud d’Italia, Ungheria e Austria.
Il progetto Nabucco doveva competere con i due progetti russi, ma a causa di problemi tecnici, è stato rinviato al 2017, quando era previsto per il 2014. Attualmente, il vantaggio della disputa sul gas è quindi a favore della Russia, da qui la necessità per gli Stati Uniti di assicurasi delle zone gasifere addizionali:
- Il gas iraniano per alimentare il gasdotto Nabucco, che passerebbe in Georgia [e in Azerbaigian, se possibile] per raggiungere il punto d’incontro di Erzurum, in Turchia.
- Gas dal Mediterraneo orientale: Siria, Libano [5] e Israele.
Tuttavia, nel luglio 2011 l’Iran ha firmato accordi relativi al trasporto di gas attraverso l’Iraq e la Siria, accordi che rendono la Siria un punto di incontro e di produzione in collegamento con le riserve del Libano. Si tratta di quindi di uno spazio geografico, strategico ed energetico che si apre e che include Iran, Iraq, Siria e Libano. Gli ostacoli che il progetto ha sofferto per oltre un anno, suggeriscono il grado della battaglia per la Siria e il Libano, e allo stesso tempo illuminano il ruolo svolto dalla Francia, che vede storicamente l’area del Mediterraneo orientale come una sua zona d’influenza che dovrebbe sempre servire ai suoi interessi, dalla necessità di compensare la sua assenza nella regione dalla 2° Guerra Mondiale. In altre parole, la Francia vuole giocare un ruolo nel mondo [del gas], ora che ha acquisito una sorta di assicurazione che si estenderebbe dalla Libia a Siria e Libano.
Quanto alla Turchia, si rende conto che finirà per perdere, essendo il Nabucco ritardato ed essendo essa stessa esclusa dai due progetti South Stream e Nord Stream; il gas del Mediterraneo orientale le sfugge.

Storia del gioco
Per entrambi i progetti, Mosca ha creato la compagnia Gazprom negli anni ’90. La Germania, che voleva liberarsi una volta per tutte dell’impatto della seconda guerra mondiale, era pronta a essere un partner, sia in termini di strutture, che di revisione del gasdotto del Nord Stream o degli impianti di stoccaggio in prossimità della linea South Stream, in particolare in Austria.

Gazprom
La Gazprom è stata fondata in collaborazione con Hans-Joachim Gornig, un tedesco vicino a Mosca, ex vicepresidente della società tedesca del petrolio e del gas, che aveva curato la costruzione della rete dei gasdotti della DDR. È stata diretta fino all’ottobre 2011 da Vladimir Kotenev, ex ambasciatore russo in Germania. Gazprom ha firmato una serie di transazioni con aziende tedesche, soprattutto con quelle che collaborano al Nord Stream, come il gigante per l’energia E.ON e quello dei prodotti chimici BASF, con delle tariffe preferenziali per E.ON, in caso di aumento dei prezzi; cpsa che può essere considerata come una sorta di sostegno [politico] alle imprese tedesche da parte della Russia.
Mosca ha beneficiato della liberalizzazione dei mercati europei del gas e ha monopolizzato questi mercati scollegandole dalle altre reti di distribuzione. La pagina degli scontri e delle ostilità tra la Russia e Berlino è stata voltata, perseguendo una fase di cooperazione economica e riduzione del peso dell’enorme debito dell’Europa che grava sulle spalle della Germania, che ritiene che il gruppo germanico [Germania, Austria, Repubblica Ceca, Svizzera] non debba sopportare le conseguenze della senescenza di un intero continente, o la caduta di un gigante.
Gazprom ha collaborato con aziende tedesche come Wingas, di proprietà della BASF [attraverso la sua controllata Wintershall], il più grande produttore tedesco di petrolio e gas che controlla il 18% del mercato del gas, e ha offerto ai partner principali vantaggi senza precedenti negli asset russi. Così BASF e E.ON controllano ognuna circa un quarto dei giacimenti di gas di Louzhno-Russkoe, che alimenteranno in gran parte Nord Stream a un certo punto; non è una mera coincidenza che la controparte tedesca di Gazprom, chiamata ‘Gazprom Germania’, arriverà a possedere fino il 40% della società austriaca Austrian Centrex Co., specializzata nello stoccaggio di gas, e destinata a estendersi fino a Cipro.
Un’espansione che certamente non piace alla Turchia, che ha un disperato bisogno di partecipare al progetto Nabucco. Vorrebbe stoccare, commerciare, e quindi trasferire 31 – 40 miliardi di metri cubi di gas all’anno; un progetto che la rende sempre più asservita alle decisioni di Washington e della NATO, soprattutto dopo che la sua adesione all’Unione europea è stata respinta più volte.
Pertanto, i collegamenti strategici relativi al gas sono diventati cruciali nella politica internazionale, con Mosca che può fare pressione sul partito socialdemocratico tedesco del Nord Reno-Westfalia, una base industriale importante e centro del conglomerato tedesco RWE che opera nel settore dell’energia elettrica attraverso la sua controllata E.ON.
Una tale influenza è stata riconosciuta da Hans-Josef Fell, responsabile della politica energetica [del partito dei Verdi, secondo cui sono coinvolte quattro società tedesche, legate alla Russia, nella definizione della politica energetica tedesca attraverso una rete molto complessa che fa pressione sui ministri e manipola l'opinione pubblica attraverso la Commissione per le relazioni economiche dell'Europa orientale, che rappresenta le aziende e mantiene stretti rapporti con la Russia e alcuni paesi dell'ex blocco sovietico.] Ma la Germania si obbliga alla discrezione per quanto riguarda la crescente influenza della Russia, discrezione basata sulla pretesa necessità di migliorare la “sicurezza energetica” dell’Europa.
Attualmente, la Germania ritiene che la politica dell’Unione europea per risolvere la crisi dell’euro, potrebbe ostacolare gli investimenti russo-tedeschi per un lungo periodo. Questa ragione, tra le altre, spiega perché si sforza di salvare l’euro appesantito dai debiti europei, anche se il blocco germanico potrebbe, da solo, sopportare questi debiti. Inoltre, ogni volta che gli europei si oppongono alla sua politica nei confronti della Russia, afferma che i piani utopici dell’Europa non sono fattibili e possono spingere la Russia a vendere il proprio gas in Asia.
Questo impegno tra la Russia e la Germania non data solo a partire dal momento in cui Putin poté beneficiare dell’eredità della guerra fredda, facendo sì che tre milioni di russofoni vivano in Germania e siano la comunità più grande dopo i turchi. Da allora, avrebbe usato una rete di ex funzionari della DDR per studiare gli interessi delle aziende russe in Germania, per non parlare del reclutamento di ex agenti della STASI, compresi i direttori del personale e delle finanze di Gazprom Germania e il direttore delle finanze del consorzio Nord Stream, Matthias Warnig che, secondo il Wall Street Journal, avrebbe aiutato Putin a reclutare delle spie a Dresda, quando era un giovane dirigente del KGB. Ma per essere chiari, l’uso da parte della Russia delle sue vecchie relazioni non è stato dannoso per la Germania, gli interessi di entrambe le parti sono stati serviti senza che nessuno domini l’altro.
Il progetto Nord Stream, il principale collegamento tra la Russia e la Germania, è stato inaugurato di recente con un oleodotto che è costato 4,7 miliardi di euro. Anche se questo gasdotto collega Russia e Germania, è stato riconosciuto come parte della sicurezza energetica europea, e Francia e l’Olanda si sono affrettate a dichiarare che si trattava di un progetto europeo. A questo proposito, occorre ricordare che il signor Lindner, direttore esecutivo del Comitato tedesco per le relazioni economiche con i paesi dell’Europa orientale  ha detto, senza esitazione, che si trattava di un progetto europeo e non di un progetto tedesco, e che non si può bloccare la Germania in una maggiore dipendenza nei confronti della Russia. Tale dichiarazione indica il timore di un’influenza russa sempre più importante in Germania; resta vero che il progetto Nord Stream è strutturalmente un piano di Mosca e non europeo.
I leader russi hanno così i mezzi per paralizzare la distribuzione dell’energia in diversi paesi, quando lo vorrebbero, e di vendere il gas al miglior offerente. Tuttavia, l’importanza pratica della Germania risiede nel fatto che si tratta di una piattaforma da cui la Russia può lanciare la sua strategia continentale, Gazprom Germania detiene ancora partecipazioni in 25 progetti incrociati, in particolare con Gran Bretagna, Italia, Turchia, Ungheria… Suggerendo che Gazprom potrebbe diventare una delle più grandi aziende del mondo, se non la più grande.
I dirigenti di Gazprom non solo hanno costruito i loro progetti, hanno cercato di affrontare la seria sfida del progetto Nabucco. Di conseguenza, Gazprom che detiene il 30% di un progetto volto a costruire un secondo gasdotto per l’Europa, che avrebbe seguito approssimativamente il percorso di Nabucco, è anche, secondo il parere dei suoi sostenitori, un progetto “politico” volto in modo deciso a rallentare o addirittura bloccare il progetto Nabucco. D’altronde Mosca si è affrettata a comprare il gas dell’Asia Centrale e del Mar Caspio, al fine di farli tacere proprio quando doveva affrontare Washington politicamente, economicamente e strategicamente.

Lettura russa della carta. L’Europa e la mappa del Mondo futuro
Gazprom sfrutta i suoi impianti gasiferi in Austria e affitta impianti in Gran Bretagna e Francia. Tuttavia, il crescente numero di impianti di stoccaggio in Austria sarà la base per sviluppare la mappa energetica dell’Europa, dato che servono a rifornire Slovenia, Slovacchia, Croazia, Ungheria e Italia con un indubbio vantaggio per la Germania, che opererà come snodo per l’esportazione del gas all’Europa occidentale.
Gazprom ha anche facilitato un deposito comune con la Serbia verso la Bosnia-Erzegovina. Studi di fattibilità sono stati condotti sulle modalità di stoccaggio simili a quelli di Repubblica Ceca, Romania, Belgio, Gran Bretagna, Slovacchia, Turchia, Grecia e anche la Francia. Gazprom rafforza la posizione di Mosca come fornitrice del 41% delle gas necessario all’Europa. Ciò significa che un cambiamento sostanziale nelle relazioni tra Oriente e Occidente a breve termine, mette in evidenza il declino dell’influenza degli Stati Uniti, con un scudo antimissile interposto per stabilire un Nuovo Ordine Mondiale in cui il gas sarebbe uno dei pilastri; e questo fornisce le ragioni dell’escalation nella battaglia per il gas del Medio Oriente e della costa orientale del Mediterraneo.

Nabucco nei guai
Nabucco è stato progettato per convogliare il gas per 3.900 chilometri, dalla Turchia all’Austria, e trasportare 31 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno, dal Medio Oriente e dalla regione del Caspio ai mercati europei. La coalizione NATO-USA-Francia ha cercato frettolosamente di mettere fine ai problemi del Medio Oriente [Siria e Libano in particolare], che non coinciderebbero con i suoi interessi sul gas. La Siria ha risposto firmando un contratto per avere gas dall’Iran attraverso l’Iraq. La realtà dei fatti è che sul gas siriano e libanese si concentra la battaglia; questo gas che andrà ad alimentare Nabucco o Gazprom, in altre parole South Stream.
Il consorzio Nabucco è costituito da diverse società: tedesca [REW], austriaca [OML], turca [Botas], bulgara [Energy Holding Company] e rumena [Transgaz]. Cinque anni fa, i costi iniziali del progetto sono stati stimati in 11,2 miliardi dollari, ma questi costi potrebbero raggiungere i 21,4 miliardi dollari entro il 2017. Ciò solleva molte domande sulla sua redditività, dato che Gazprom ha fatto offerte a sufficienza a diversi paesi che dovrebbero alimentare Nabucco, che non si può più contare sul surplus del Turkmenistan, soprattutto dopo i tentativi falliti di accaparrare il petrolio dell’Iran. Questo è uno dei segreti sconosciuti della battaglia per l’Iran, che è andato troppo lontano nel sfidare gli USA e l’Europa, scegliendo l’Iraq e la Siria quali percorsi per il trasporto di parte del suo gas.
Così, la migliore speranza per Nabucco è l’Azerbaigian, che è diventato quasi l’unica fonte di un progetto che sembra fallire prima ancora di iniziare. Da qui le offerte accelerate a Mosca per l’acquisto di fonti originariamente previste per il Nabucco, e le difficoltà ad imporre un cambiamento geopolitico a Iran, Siria e Libano. Questo in un momento in cui la Turchia è pronta a reclamare la sua quota del progetto Nabucco, sia firmando un contratto con l’Azerbaigian per l’acquisto di 6 miliardi di metri cubi di gas nel 2017, che con l’annessione di Siria e Libano, con la speranza di bloccare il transito del petrolio iraniano, o di ricevere una quota del gas del Libano e/o della Siria, e la sua corsa per un posto nel nuovo ordine mondiale che va dai piccoli servizi ai più grandi: stoccaggio di gas, azione militare e scudo missilistico!
Ma la minaccia più grave al progetto Nabucco, potrebbe essere dato dal fatto che la Russia stia cercando di farlo fallire negoziando contratti migliori dei propri, in favore di Nord o South Stream di Gazprom, tali da inficiare gli sforzi di Stati Uniti ed Europa, riducendo la loro influenza e nuocendo alla loro politica energetica verso l’Iran e/o il Mediterraneo. Infatti, Gazprom potrebbe diventare un investitore o un gestore importante di alcuni nuovi giacimenti di gas in Siria o in Libano. La data del 16 agosto 2011 non è stata scelta a caso dal Ministero del Petrolio siriano per annunciare la scoperta di un giacimento di gas a Qara, nei pressi di Homs. La sua capacità produttiva sarebbe di 400.000 metri cubi al giorno [146 milioni di metri cubi l'anno]. Tuttavia, il ministero non aveva detto nulla circa il gas del Mediterraneo.
Nord Stream e South Stream hanno quindi influenzato la politica degli Stati Uniti, che sembrano in ritardo. I segni delle ostilità tra gli Stati dell’Europa centrale e la Russia si sono attenuati, ma la Polonia e gli Stati Uniti non sembrano disposti a lasciare il gioco, perché alla fine di ottobre 2011 hanno annunciato il cambio della politica energetica a seguito della scoperta dei giacimenti di carbone europei, che dovrebbero far ridurre la dipendenza dalla Russia … e dal Medio Oriente. Questo sembra essere un obiettivo ambizioso ma a lungo termine, a causa delle molte procedure necessarie prima della commercializzazione; questo carbone corrisponde a delle rocce sedimentarie trovate a migliaia di metri sottoterra, e richiede tecniche di fratturazione idraulica ad alta pressione per rilasciare il gas, per non parlare dei rischi ambientali.

La partecipazione della Cina
La cooperazione sino-russa nel settore dell’energia è il motore che accelera e dirige il partenariato strategico tra questi due giganti, e costituirà la base del loro doppio veto ribadito a favore della Siria. Questa cooperazione non riguarda solo il problema dell’approvvigionamento della Cina a condizioni preferenziali. Questo è un processo che impegna la Cina a partecipare alla distribuzione del gas attraverso la vendita di prodotti e servizi, più un proposto controllo comune delle reti di distribuzione del gas. Gli esperti di entrambi i paesi hanno concordato che avrebbero potuto lavorare insieme nei seguenti settori: “Coordinamento delle strategie energetiche, previsione e prospezione, sviluppo del mercato, efficienza energetica e fonti energetiche alternative“.
Altri interessi strategici si riferiscono al mutuo rischio di fronte al progetto di “scudo missilistico” statunitense. Washington ha coinvolto non solo il Giappone e la Corea del Sud, ma a partire dal settembre 2011, ha anche invitato l’India a diventarne un partner. Di conseguenza, le preoccupazioni dei due paesi si intersecano quando Washington rilancia la sua strategia in Asia centrale, vale a dire, sulla Via della Seta. Questa strategia è la stessa di quella lanciata da George Bush [il progetto della Grande Asia centrale], al fine di respingere l’influenza di Russia e Cina, in cooperazione con la Turchia,  risolvendo la situazione in Afghanistan entro il 2014, e con l’imposizione con la forza militare della NATO in tutta la regione. L’Uzbekistan ha già fatto trapelare che potrebbe ospitare la NATO, e Putin ha detto che ciò che potrebbe contrastare l’invasione occidentale e impedire agli Stati Uniti di indebolire la Russia, sarebbe l’espansione dello spazio Russia-Kazakhstan-Bielorussia in cooperazione con Pechino!
Questa intuizione nei meccanismi della battaglia internazionale, fornisce l’accesso a uno dei versanti del processo di formazione di un nuovo ordine mondiale basato sulla supremazia militare e i combustibili fossili, in primo luogo: il gas!

Il gas dalla Siria
Dal momento in cui Israele ha iniziato l’estrazione di petrolio e gas, è diventato chiaro che il bacino del Mediterraneo è entrato in gioco, che la Siria sarebbe stata attaccata, e che l’intera regione avrebbe potuto godere della pace, in quanto il ventunesimo secolo dovrebbe essere quello dell’energia pulita.
Secondo l’Istituto di Washington, il Mediterraneo è ricco di gas, la Siria ne sarebbe lo stato più ricco. Questo stesso istituto ha inoltre ipotizzato che la battaglia tra la Turchia e Cipro si espanderà, a causa dell’incapacità di sopportare la perdita del progetto Nabucco nonostante il contratto firmato con Mosca nel dicembre 2011, per il trasporto di parte del gas di South Stream attraverso la Turchia.
Ora che il segreto del gas siriano è stato tolto, tutti dovrebbero comprendere le ragioni e la portata delle menzogne sulla Siria. Chi controlla la Siria è in grado di controllare il Medio Oriente. E a partire dalla Siria, porta per l’Asia, si può “possedere la chiave per la casa Russia” come affermava la zarina Caterina II, in quanto potrebbe disporre della Via della Seta della Cina. Inoltre, coloro che riuscissero a invadere la Siria avranno la capacità di dominare il mondo, dal momento che questo secolo è il “secolo del gas.” Ma dopo il contratto firmato da Damasco per trasportare gas iraniano dall’Iraq, dopo aver attraversato il Mediterraneo, lo spazio geopolitico della Siria si aprirebbe, mentre avrebbe chiuso lo spazio agli attori del progetto Nabucco, boa di salvataggio di Europa e Turchia. Pertanto, la Siria è la chiave per la prossima era.

Imad Fawzi Shueibi: filosofo e geopolitico siriano. Presidente del Centro di Documentazione e Studi Strategici di Damasco – Siria.

Riferimenti:
[1] Stratégie pour Israël dans les années 80 
[2] Mappa del percorso del Nabucco
[3] Mappa del percorso del North Stream
[4] Mappa Nabucco vs South Stream
[5] Mappa del Mediterraneo

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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