La CIA, il Qatar e la creazione di Jabhat al-Nusra

Phil Greaves, Global Research, 17 maggio 2013

556754Una recente intervista rilasciata da un ‘anonimo’ funzionario della sicurezza del Qatar, ha gettato ulteriore luce sull’invio segreto dalla CIA di armi ai militanti che combattono in Siria. In questo articolo della Reuters, il funzionario ‘anonimo’ della sicurezza e diversi comandanti ribelli confermano che il Qatar ha “strettamente coordinato i traffici di armi dirette [plurale] alla Siria“, per la presunta preoccupazione che le armi finiscano nelle mani di militanti estremisti islamici legati ad al-Qaida; gli stessi militanti, come notato in precedenza, che continuano a formare la punta di lancia della rivolta contro il governo siriano: “I combattenti ribelli in Siria dicono che negli ultimi mesi il sistema di distribuzione delle armi è diventato più centralizzato, con le armi consegnate attraverso il Comando Generale della Coalizione dell’opposizione nazionale guidata da Selim Idriss, un generale che ha disertato ed è uno dei preferiti da Washington.”
Ciò che è stato da tempo confermato dalle “fonti ufficiali” sulla stampa mainstream, è che queste spedizioni di armi sono iniziate almeno “all’inizio del 2012″. Possiamo essere sicuri, come nella maggior parte dei resoconti ufficiali, che libertà d’azione sia stata concessa con queste dichiarazioni: è assai probabile che un piccolo traffico di armi in Siria sia iniziato molto prima che le dichiarazioni di testimoni oculari, in Libia, confermassero che le spedizioni di armi dal porto di Misurata, roccaforte del Libyan Islamic Fighting Group, cominciassero subito dopo la caduta di Gheddafi. Sibel Edmonds ha anche riferito, nel novembre 2011, quindi molto prima che i grandi media lo rivelassero, che la CIA, insieme ai suoi omologhi turchi e della NATO, operava dal “centro nevralgico” congiunto statunitense-turco della base aerea di Incirlik, in Turchia, coordinando ‘ribelli’ e ‘attivisti’ già dall’aprile-maggio del 2011. Edmonds teorizza che probabilmente ciò fu una delle prime fasi in cui la CIA e i suoi partner regionali avviarono il contrabbando di armi, combattenti e materiale in Siria, mentre la rivolta prendeva piede.
Molte di queste informazioni di base, ‘fonti ufficiali’ e discrepanze sui resoconti danno l’impressione che i media non diano le informazioni quando le ricevono e che trattengano gli elementi cruciali degli eventi, adattandosi alla favola delle “forze di Assad che uccidono manifestanti pacifici“. Ciò che apprendiamo dal rapporto Reuters è che il Qatar (agendo direttamente agli ordini della CIA) ha scelto di “stringere” il coordinamento delle sue forniture di armi alla Siria, non essendoci modo coerente e strutturato di distribuire le armi, una volta raggiunto il confine con la Siria: “Il Qatar ora [maggio 2013] passa alla Coalizione aiuti umanitari e militari attraverso il comando militare,” ha detto un comandante nel nord della Siria intervistato a Beirut. Ciò pone subito la domanda: chi distribuiva le migliaia di tonnellate di armi del Qatar (su ordine della CIA) prima dell’aprile 2013? L’articolo prosegue affermando: “Prima che la coalizione fosse formata, passavano attraverso gli uffici di collegamento e altre formazioni militari e civili. Ciò all’inizio. Ora è diverso, tutto passa  attraverso la Coalizione e il comando militare”. “Vi sono molte consultazioni con la CIA, che aiuta il Qatar nell’acquisto e trasferimento delle armi in Siria, ma solo come consulente” ha detto. La CIA ha rifiutato di commentare.
Questo pezzo di disinformazione deve essere preso almeno con un pizzico di sale. Quali sono esattamente gli “uffici di collegamento, e le formazioni militari e civili?” L”opposizione’ non ha mai avuto nulla di simile a una formazione militare. Indipendentemente da ciò, questo pone diversi interrogativi e serie domande sui resoconti sul conflitto siriano. Sappiamo da tempo che il principale fornitore di armi ai ‘ribelli’ era ed è tuttora il Qatar, agendo direttamente sotto la “consulenza” della CIA. Sappiamo anche che queste spedizioni di armi furono notevoli “all’inizio del 2012″ e continuarono a crescere in quantità e frequenza. Un’inchiesta del New York Times ha confermato che è stato proprio così, riferendo che ottantacinque aerei cargo militari hanno volavato dal Qatar alla Turchia portando le armi dirette alla Siria tra gennaio 2012 e marzo 2013. (Il carico massimo di un aereo da trasporto militare medio è di circa 50-60 tonnellate.) Quali altri simili aspetti del conflitto sappiamo essere iniziati e progrediti “dall’inizio del 2012″? La dinamica più chiara e lampante verificatasi lungo questo lasso di tempo, e che ha continuato a crescere e aumentare notevolmente, sono il numero di morti che quello dei profughi all’interno della Siria. Come ampiamente indicato prima, il numero di morti in Siria è mensilmente quasi raddoppiato “dall’inizio del 2012″, e ha continuato ad aumentare rapidamente. Tutte le risorse disponibili e i dati sui morti forniti dai gruppi di opposizione o di ‘attivisti’, grosso modo lo confermano, come si può vedere in questo grafico compilato dalla Reuters:
bko-berciaauaye-largeUn altro fattore critico collega direttamente l’aumento del flusso di armi (ad opera di CIA/Qatar) all’enorme aumento del numero di morti. Cioè: il successo, la proliferazione e il rafforzamento di Jabhat al-Nusra e di simili gruppi militanti salafiti/jihadisti. Jabhat al-Nusra o, come è ormai noto, Stato Islamico d’Iraq e al-Sham (ISIS) era attivo in Siria come derivazione dal gruppo Stato islamico dell’Iraq (al-Qaida in Iraq – IQA) anni prima della rivolta siriana. In effetti, fin dalla formazione di IQA nelle regioni orientali della Siria (confinante con l’ovest iracheno e la provincia di Anbar), queste sono state un focolaio delle attività di al-Qaida subito dopo l’invasione degli Stati Uniti nel 2003. E’ fuor di dubbio che Jabhat al-Nusra e altri gruppi salafiti/jihadisti collaborazionisti, siano la forza trainante della rivolta armata. Per la maggior parte del conflitto armato, è stato Jabhat al-Nusra che ha condotto gli attacchi degli insorti alle principali installazioni militari siriane; le basi della difesa aerea e le autostrade costiere nei seri tentativi di bloccare le linee di rifornimento dell’EAS, la stragrande maggioranza degli attentati suicidi in aree civili e degli omicidi di importanti funzionari della sicurezza pubblica. Questi gruppi estremisti sono divenuti sempre più attrezzati, più organizzati, ben finanziati e, soprattutto, con i maggior successi sul terreno. Mentre gli Stati Uniti e i loro alleati del Golfo pretendono di avere armato, addestrato e sostenuto solo i ribelli ‘controllati’ e ‘moderati’, la realtà in Siria non dimostra assolutamente alcuna coerenza con queste affermazioni.
Ora abbiamo alcune opzioni teoriche, primo: la CIA sosterrà, come l’amministrazione statunitense afferma, di aver armato e supportato solo gruppi moderati e ‘coordinati’; come abbiano fatto gli  estremisti va oltre il mandato della CIA. Scaricandone così la responsabilità solo al Qatar o ai contrabbandieri turchi che trasportano armi in Siria. Anche in questo caso, il servizio d’intelligence del Qatar può anche rivendicare una negazione plausibile, passando la patata bollente ai contrabbandieri e ai ribelli che ne controllano il traffico al confine turco. Quindi le ramificazioni di questa politica, anche se fosse vera, assolverebbe dall’incoscienza puramente distruttiva e dall’evidente rafforzamento degli estremisti che ha permesso? Un altro risultato probabile, o negazione dell’associazione con questi gruppi, sarà che l’esercito arabo siriano e il governo siriano, a causa della presunta leadership degli alawiti, avrebbero preso la decisione di instillare consapevolmente il settarismo nel conflitto, al fine di reprimere il movimento di protesta. Quando si guardano da vicino le aperture del governo siriano verso il movimento di protesta pacifica, e le concessioni del governo di Assad fatte durante le prime fasi della protesta, è ancora una volta difficile vedervi una qualsiasi realtà confermare l’intenzione di Assad di dividere la Siria e d’iniziare una guerra settaria su vasta scala. In effetti, molte concessioni sono state fatte, tra cui: massiccia liberazione di prigionieri politici; una nuova costituzione che promette pluralità politica e un massimo di mandati presidenziali, il licenziamento di diversi governatori regionali e il licenziamento completo del governo siriano. Queste concessioni non recano il segno distintivo di un leader che cerca di emarginare la maggioranza del suo Paese, dove la popolazione sunnita era, ed è, fortemente rappresentata sia nel governo che nell’esercito.
La cosa più probabile, è che la CIA, insieme ai suoi partner del Qatar, conosca bene l’ideologia di chi arma e sostiene, scegliendo di perseguire questa politica semplicemente perché la più efficace a indebolire l’esercito siriano e a dividere il pacifico e multi-etnico tessuto della società siriana. Come detto sopra, è Jabhat al-Nusra che guida la lotta in Siria e che ha colpito le basi della difesa aerea della Siria in parecchie occasioni. Quale minaccia i missili antiaerei e i radar della difesa rappresentano per i piccoli gruppi di insorti con armi leggere, è difficile capirlo, suggerendo che questi gruppi agiscano su ordini di Stati esteri, le cui intelligence li utilizzano perseguendo il risultato desiderato d’indebolire le capacità di difesa strategica della Siria. Per coloro che studiano gli incessanti tentativi di sovversione e destabilizzazione dei governi degli Stati Uniti, questa tattica di fomentare e sostenere gli estremisti islamici non sarà una sorpresa. Non è solo la capacità tattica e l’esperienza in battaglia di Jabhat al-Nusra (IQA) che l’ha spinta alla leadership, senza soldi né armi e con il solo appello psicologico per avvincere le reclute, l’esperienza non vale nulla. Questi gruppi, presumibilmente originati da “al-Qaida”, sono più un’ideologia che formazioni operative coerenti e capaci di condurre una guerra internazionale; formano le “truppe d’assalto” settarie che da tempo gli Stati Uniti e i loro alleati hanno concordato di fomentare per sostenere i loro tentativi di bloccare la “resistenza” della “mezzaluna sciita”, allevandole letteralmente in modo incontrollato. Il Qatar (su “consulenza” della CIA) ha tacitamente incoraggiato, promosso e armato quei gruppi divenuti oggi i più importanti: gli estremisti salafiti/jihadisti che abbracciano l’odio settario contro sciiti e minoranze per promuovere divisione e caos sociale. Questo presumibilmente è accaduto proprio sotto il naso della CIA, con la sua tacita “consulenza” e senza riuscire a notare questa dinamica estremista in rapida espansione? Un altro possibile vantaggio per gli Stati Uniti e i loro alleati è stato recentemente sottolineato dal commentatore politico libanese Dr. Asad Abu Khalil, che ha osservato: “elencando il fronte al-Nusrah quale organizzazione terroristica, il governo degli Stati Uniti ha sostanzialmente concesso la licenza a tutti gli altri gruppi armati siriani di commettere ogni sorta di crimini di guerra. Quindi un qualsiasi gruppo armato può farla franca con i suoi crimini di guerra se solo batte la bandiera di al-Nusrah. È tutto quello che ci vuole. Così un gruppo armato appartenente all’ombrello del libero esercito siriano, per esempio, può commettere crimini di guerra, e quindi emettere una condanna il successivo giorno. Si tratta di una licenza illimitata ai crimini di guerra.”
Una forza a tutti gli effetti e totalmente malleabile delegata ai combattimenti, che promuove la sovversione, la divisione settaria e il caos totale per raggiungere l’obiettivo desiderato dagli Stati Uniti della distruzione dello Stato siriano, ergo: la rimozione di un alleato chiave dell’Iran e della resistenza all’egemonia occidentale nel Medio Oriente. Quando l’estremismo e la brutalità diventano troppo appariscenti per consentirne l’aperto sostegno occidentale, gli Stati Uniti indicano dei “terroristi” che, con un cambio di casacca, diventano la menzogna che è l’”ELS”.

Phil Greaves è uno scrittore ed analista inglese dedito all’analisi della politica estera anglo-statunitense e dei conflitti nel medio oriente dalla seconda guerra mondiale.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il sogno degli Stati Uniti si schianta in Asia centrale

Atul Bhardwaj (India) Purple BeretsOriental Review 13 maggio 2013

198224475Il 3 maggio, un aereo cisterna KC-135 dell’aeronautica degli Stati Uniti si è schiantato nel nord del Kirghizistan. Tutti e tre i membri dell’equipaggi a bordo sono rimasti uccisi. In precedenza, il 27 aprile, quattro aviatori statunitensi sono morti quando un aereo da sorveglianza e ricognizione MC-12 si è schiantato nel sud dell’Afghanistan. Il 30 aprile, un’altra tragedia si è avuta quando un cargo Boeing 747 si è schiantato poco dopo il decollo nella base militare statunitense di Bagram, in Afghanistan. Tutte le sette persone a bordo sono morte. Il velivolo era impiegato dalla National Air Cargo, una controllata delle National Airlines della Florida. Nell’anno in corso, l’incidente dell’aero-cisterna è stato l’ottavo riguardante un aereo militare statunitense impegnato nelle operazioni in Afghanistan. Quattro elicotteri, un aereo da combattimento F-16 e un velivolo Beachcraft MC-12 Liberty dell’USAF sono tra i velivoli schiantatisi.
Le perdite di elicotteri sono regolari in Afghanistan e ricevono una copertura mediatica di routine.  Tuttavia, dato che gli incidenti degli aerei ad ala fissa sono rari, ricevono molto più spazio nei media. Gli incidenti aerei sono causati da vari motivi, ma un grande fattore nella maggior parte dei disastri aerei è la fatica degli equipaggi e l’eccesso di fiducia, che spesso emergono durante campagne militari prolungate. La ultradecennale campagna statunitense in Afghanistan s’è dimostrata essere assai impegnativa per gli effettivi delle forze armate degli Stati Uniti e gli effetti negativi iniziano a mostrarsi. Il KC-135 è precipitato vicino a Manas, la base militare statunitense presso la capitale del Kirghizistan Bishkek. Viene utilizzato dai militari degli Stati Uniti come base logistica nel trasferimento di attrezzature e truppe dentro e fuori l’Afghanistan. Manas è stata creata nel 2001 ed è sede di una flotta di aerei-cisterna con 1.500 effettivi statunitensi. Manas è stata il pomo della discordia tra Stati Uniti e la nazione ospitante, il Kirghizistan. Nel 2009, il Kirghizistan aveva affittato il terreno agli Stati Uniti per 60 milioni di dollari all’anno. Il contratto scadrà nel giugno 2014. Washington vuole una proroga del contratto di locazione, al fine di garantirsi il regolare ritiro delle truppe dall’Afghanistan, ma Bishkek è decisa a porre fine all’accordo sull’affitto.
Perdere un aereo in un Paese straniero non è una novità per gli USA, che gestiscono più di 800 basi militari all’estero. Da quando gli Stati Uniti sono profondamente coinvolti nelle operazioni militari in tutto il mondo, è naturale che vi perdano velivoli e uomini. Fino a quando gli statunitensi utilizzano aerei con o senza piloti nello spazio aereo internazionale, va bene. Tuttavia, quando violano lo spazio aereo di una nazione sovrana, cominciano i guai. Ad esempio, quest’anno, a metà  marzo, un drone MQ-1 Predator degli Stati Uniti, in ricognizione sul Golfo Persico, è stato intercettato da caccia iraniani. Alla fine, la questione si risolse dopo un duello verbale. Il drone venne scortato alla base da due aerei militari statunitensi. Tuttavia, nel novembre dello scorso anno gli iraniani spararono contro dei droni statunitensi. Nel dicembre 2011, l’Iran catturò un drone da ricognizione statunitense RQ-170, conosciuto come la ‘Bestia di Kandahar’. Il video del drone con le ali e il corpo completamente intatti fu diffuso dagli iraniani come prova per aver “spezzato” il codice del sistema di comunicazioni dell’RQ-170, facendolo atterrare in modo sicuro in un aeroporto dell’aviazione iraniana rimasto ignoto. Tuttavia, gli statunitensi reagirono aspramente alle affermazioni iraniane e dissero che l’RQ-170 si era schiantato in territorio iraniano.
L’incidente più pubblicizzato che coinvolse un aereo statunitense avvenne il 1° aprile 2001, quando un velivolo d’intelligence elettronica dell’US Navy EP-3E ARIES II, segnalò di aver avuto una collisione in volo con un intercettore J-8II della Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione (PLAN), sopra una zona economica esclusiva cinese. L’incidente sul Mar cinese meridionale causò l’uccisione del pilota cinese e l’atterraggio forzato dell’EP-3E sull’isola di Hainan. L’EP-3 era decollato dalla base aerea statunitense di Kadena a Okinawa, in Giappone. Presso l’isola di Hainan tutti i 24 membri dell’equipaggio dell’EP-3 furono catturati dai cinesi. Dopo le trattative, gli Stati Uniti scrissero una “lettera di doppie scuse” e la Repubblica popolare cinese rilasciò l’equipaggio.
Il più tragico incidente nella storia militare degli Stati Uniti accadde sul suolo canadese. Il 12 dicembre 1985, un aereo di linea DC-8-63CF, di un volo internazionale charter per il trasporto truppe statunitensi dal Cairo, in Egitto, alla base di Fort Campbell, Kentucky, via Colonia, in Germania, e Gander, a Terranova, si schiantò sulla pista di quest’ultima subito dopo il decollo. Tutti i 256 passeggeri, che appartenevano alle forze armate degli Stati Uniti, e l’equipaggio a bordo morirono. Il rapporto d’inchiesta sull’incidente ne individuò la causa nel: malfunzionamento dell’apparecchiatura, errore del pilota, impatto con un volatile o azione nemica. Tuttavia, indipendentemente dalle ragioni dell’incidente, i contribuenti degli Stati Uniti continueranno a perdere soldi, a meno che, naturalmente, l’amministrazione statunitense decida di ridurre l’impegno militare all’estero fornendo riposo e recupero ai propri soldati affaticati.

L’autore è un ricercatore presso la Scuola di Studi Liberali dell’Università Ambedkar, Delhi. È un alunno del College del Re, Londra.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli USA interverranno in Libia?

Andrej Akulov, Strategic Culture Foundation, 17.05.2013

535846502bf3286a090467488018f2b7_article630bwSecondo la Associated Press, marines e altre forze statunitensi in Europa sono in elevato stato di allerta, in risposta al deterioramento della sicurezza nella capitale libica Tripoli, hanno detto il 10 maggio degli ufficiali statunitensi. (1) La condizione di prontezza al combattimento riguarda una squadra statunitense per operazioni speciali di Stoccarda, in Germania, e un gruppo di forze aeree e terrestri dei marines di Moron, Spagna, secondo gli ufficiali che, stando ai rapporti di agenzia, non sono stati autorizzati a discutere pubblicamente della questione e quindi parlavano sotto anonimato… Queste forze operano sotto l’US Africa Command (AFRICOM). L’ambasciata degli Stati Uniti a Tripoli è sorvegliata da un contingente di 70 marines. Secondo AP, l’ufficiale ha detto che non esiste un piano per utilizzare alcuna forza nelle circostanze attuali, ma una parte dei circa 500 marines in Spagna dovrebbe essere riposizionata per una possibile risposta rapida ai problemi di Tripoli. Una delle missioni per cui i marines sono addestrati è l’evacuazione d’emergenza degli edifici dell’ambasciata degli Stati Uniti. Nessun rinforzo della marina o dell’aviazione statunitense è stato inviato nella regione in risposta ai disordini in Libia, ha detto l’ufficiale citato dall’agenzia.
Le città libiche di Tripoli, Bengasi e Tobruq sono travolte da massicce proteste dal 10 maggio. La folla è in piazza denunciando l’uso della forza da parte delle milizie ribelli nel Paese. I Fratelli musulmani vengono accusati di tentare di prendere il potere avanzando una legge controversa che impedirebbe ai funzionari che avevano operato con l’ex leader del Paese, Muammar Gheddafi, di lavorare nel governo. Per quasi due settimane la Libia è stata attanagliata dalla paura di nuovi conflitti armati, dopo che le milizie hanno assaltato o circondato edifici governativi a Tripoli, bloccando l’accesso ai ministeri, nel tentativo di costringere il parlamento ad approvare la controversa legge.
Il 10 aprile numerosi miliziani hanno assaltato una manifestazione anti-islamista nella capitale della nazione colpendo i manifestanti. Militanti di Misurata, Suq al-Juma e Tajura hanno circondato il ministero degli Esteri per impedire al personale di entrare negli uffici. Hanno anche bloccato le strade intorno agli edifici con veicoli armati di cannoni antiaerei. I legislatori libici hanno approvato il disegno di legge durante il fine settimana, ma le tensioni rimangono ancora alte, con le armi ancora per le strade. Il Regno Unito ha ritirato temporaneamente una parte del personale della sua ambasciata, alla luce della crescente instabilità politica. Il 9 maggio il dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha detto che sconsiglia ai cittadini statunitensi qualsiasi, se non essenziale, viaggio a Tripoli, a Bengasi e in altre località della Libia, a causa della “continua instabilità e violenza”. Il ministero degli Interni ha detto che 400 poliziotti “altamente qualificati” rinforzano la sicurezza a Bengasi, e che circa 2.000 cadetti della polizia saranno licenziati nei prossimi giorni, per proteggere la città.
Secondo il Tripoli Post (2), i libici hanno minimizzato le segnalazioni di un possibile intervento straniero. Parlando alla TV libica al-Hurra, Mohamed Abdul Aziz, ministro degli Esteri libico, ha negato le segnalazioni di un intervento statunitense in Libia essendo consapevole che Stati Uniti e Gran Bretagna hanno ritirato alcuni membri non essenziali del personale delle loro ambasciate. Un membro del Congresso Generale Nazionale (GNC), la più alta autorità legislativa eletta in Libia, ha detto al Tripoli Post che esclude qualsiasi intervento militare nel Paese, a questo punto. Alla domanda se questo significa che la situazione instabile del Paese continuerà per un tempo indeterminato, il dottor Mohamed Betru, membro del Comitato per la Sicurezza Nazionale del Congresso generale nazionale, ha detto che il governo molto presto prenderà decisioni audaci per sedare i disordini nella capitale, tra cui la presenza di civili armati. Ha sottolineato che “ciò che accade a Tripoli non ha nulla a che fare con ciò che viene menzionato nella Carta delle Nazioni Unite come motivo per l’intervento straniero in Paesi sovrani e la Libia è un Paese sovrano.” Forse è così per il momento, ma sarebbe utile guardare le motivazioni alla base degli avvenimenti.

L’intervento della NATO nel 2011 ha trascinato la Libia nel disordine politico
Uomini armati hanno posto fine all’assedio ai ministeri degli esteri e della giustizia della Libia, ma le due settimane di stallo hanno lasciato molte questioni irrisolte circa la capacità del governo d’imporre la propria autorità nella capitale, per non parlare dell’Est del Paese. Ad oltre 18 mesi dalla caduta del dittatore Muammar Gheddafi, i nuovi governanti della Libia devono ancora imporsi saldamente su un Paese inondato di armi. Gruppi di ribelli che hanno contribuito a rovesciarlo, continuano a rifiutarsi di sciogliersi e rimangono per le strade, più visibili delle forze di sicurezza dello Stato. C’è un enorme vuoto nella sicurezza, riempito da una moltitudine di milizie, tra cui islamisti radicali che potrebbero essere responsabili dell’uccisione dell’ambasciatore degli Stati Uniti e di due suoi collaboratori, a Bengasi, lo scorso settembre. “La Libia è passata dall’essere uno Stato tirannico a non essere per nulla uno Stato“, secondo Robert Kaplan, senior fellow presso il Center for a New American Security (CNAS), in un articolo pubblicato il 9 aprile intitolato ‘La discesa in un maggiore caos non si può escludere’. (3) Il vuoto, inoltre, ha permesso il saccheggio degli enormi arsenali di Gheddafi che finiscono in luoghi come i Paesi del Sahel, Mali e altri, l’Iraq, la Somalia e l’Afghanistan. Notevoli quantità di armi libiche sono state rintracciate in Siria, alimentandone la guerra civile, e nelle tribù beduine dell’Egitto, situate nella penisola del Sinai. Gheddafi fu rovesciato nel 2011, e il Paese subisce ancora un continuo cambiamento politico. Il governo centrale esercita scarso controllo sulle formazioni armate di vario tipo, come gli ultimi eventi dimostrano. L’incapacità del governo nel garantire la sicurezza nel Paese ha spinto alcuni leader locali e tribali a prendere la situazione nelle proprie mani.
Nell’oriente ricco di petrolio, centinaia di responsabili politici hanno concordato, l’11 aprile, di unire le forze per difendere il proprio territorio dagli attacchi armati. “Non siamo soddisfatti delle prestazioni del ministero degli Interni“, ha detto Osama al-Sharif, portavoce del consiglio locale di Bengasi. “E soprattutto della direzione della polizia di Bengasi”. Un anno fa il Congresso per il Popolo della Cirenaica, che si svolse nella città più grande dell’oriente libico, Bengasi, attirò l’attenzione internazionale dopo che il gruppo aveva chiesto maggiore autonomia dal governo centrale. Allora il Consiglio nazionale di transizione (CNT) a Tripoli, respinse immediatamente tali richieste. Credendo che maggiore autogoverno possa dividere lo Stato libico, il leader del CNT, Mustafa Abdel Jalil, aveva promesso di difendere l’unità della Libia con la forza, se necessario. Ma i rappresentanti politici in Cirenaica non hanno alcuna intenzione di abbandonare le loro richieste di una maggiore indipendenza da Tripoli. Insieme con la dichiarazione di semi-autonomia, i politici della Cirenaica hanno chiesto anche il ritorno al sistema federale pre-1960. Tuttavia, agli occhi dell’imminente Congresso Nazionale Generale, la formazione di una Libia federale prepara il terreno alla potenziale divisione del Paese e alla richiesta di secessione definitiva della Cirenaica. Sebbene la Cirenaica abbia chiesto solo un po’ di autonomia su certe funzioni governative, eventuali ulteriori richieste di auto-governo potrebbero portare alla dissoluzione della Libia con la secessione. Oppure potrebbero aumentare le violenze attraverso disordini civili. In ogni momento una scintilla potrebbe provocare l’incendio che trasformerebbe la Libia nella prossima Somalia.
Una delle conseguenze più salienti di maggiori privilegi per l’auto-governo è lo sviluppo economico. Vasti giacimenti di petrolio, circa i tre quarti della Libia, si trovano in Cirenaica. In effetti, se la regione orientale ottenesse la secessione, diventerebbe uno degli Stati più ricchi del Nord Africa e del Medio Oriente. Anche se i legislatori della parte orientale del Paese non dicono di voler controllare tutti i giacimenti petroliferi della Cirenaica, la possibilità di tenersene il profitto  rimane un potente fattore delle strategie politiche in oriente e in occidente. Gli eventi attuali suscitano dubbi sul governo ad interim guidato dal primo ministro Ali Zidan, insediatosi lo scorso ottobre, nel far fronte al compito di preparare una nuova costituzione e nuove elezioni parlamentari nel 2013.

Le prospettive di un intervento
Forse un intervento militare non è ciò che Stati Uniti e NATO vogliono in questo momento. Ma la situazione è il risultato del loro ardente sostegno alle bande di ribelli straccioni uniti solo dal desiderio di rovesciare il governo di Gheddafi, ma con convinzioni politiche, obiettivi e visione del mondo totalmente diversi. Era chiaro fin dall’inizio che il Paese avrebbe affrontato un lungo periodo di caos e instabilità. Tenendo a mente gli attentati contro le ambasciate degli Stati Uniti e della Francia, la situazione attuale in Libia ricorda la rivolta dei Boxer in Cina, quando il quartiere delle legazioni a Pechino venne bloccato dalle forze ribelli, determinando l’intervento militare in quei giorni. Oggi, gli Stati Uniti hanno adottato misure per prepararsi a questo tipo di imprevisti.
Il 10 ottobre 2008, AFRICOM venne separato dall’USEUCOM ed iniziò ad operare come un vero e proprio Comando Unificato Combattente di base a Stoccarda, in Germania. E’ responsabile delle operazioni militari statunitensi e dei rapporti militari con 53 Paesi africani, tra cui la Libia. La Sesta Flotta è responsabile del supporto delle forze navali in caso di emergenza. Il Combined Joint Task Force – Horn of Africa è pronto ad interventi d’emergenza. Il Comando ha acquisito la squadra per le operazioni speciali in autunno. La decisione d’istituire la squadra d’azione rapida è stata presa dopo l’attacco mortale alle strutture diplomatiche degli Stati Uniti nella città libica di Bengasi. La forza di reazione rapida dell’AFRICOM, o ‘In Extremis Force‘, è composta da Berretti Verdi del 10° Gruppo Forze Speciali dell’esercito, che mantiene una presenza avanzata in Europa del 10° Gruppo Forze Speciali della 4.a Divisione di fanteria di Fort Carson, Colorado. Il Comando svolge attività di addestramento intensivo. A marzo ha condotto l’operazione Flintlock, un’esercitazione annuale che coinvolge oltre 1.100 truppe di una ventina di Paesi africani, europei e nordamericani, affinandone le capacità in Mauritania (nel villaggio di Weizen). Lo stesso mese si svolse Saharian Express 2013. La missione era volta a migliorare l’interazione navale tra Stati Uniti, Europa ed Africa. L’esercitazione viene organizzata ogni anno dal 2011. E’ una delle quattro esercitazioni navali regionali africane, che si svolgono nel quadro della “African Partnership Station (APS)”, un’iniziativa navale globale ideata dagli Stati Uniti per rafforzare la cooperazione con le forze armate degli Stati africani.
Tornando al 2011, la NATO oltrepassò la risoluzione 1973 delle Nazioni Unite sulla Libia, andando contro gli avvertimenti della Russia e della Cina di non farlo. Tale situazione è stata determinata dal mancato rispetto della NATO del diritto internazionale. Andando ben oltre la risoluzione delle Nazioni Unite in Libia, le forze aeree della NATO furono utilizzate non per proteggere i civili, come il documento dichiarava avrebbero dovuto fare, ma per aiutare le forze dell’opposizione a rovesciare il regime di Muammar Gheddafi. L’intervento della NATO ha prodotto l’effetto domino in tutto il Sahel dell’Africa. Il nocciolo della politica estera degli Stati Uniti in Medio Oriente, è il supporto, tra cui l’uso della forza militare, all’opposizione che combatte i regimi laici, non importa se in gran parte è influenzata dai radicali, come in Siria per esempio. Il risultato è la regione che sprofonda nel caos, portando volente o nolente a situazioni che richiedono una risposta militare. Gli Stati Uniti possono vincere le guerre, ma fino ad ora non sono per nulla riusciti a vincere la pace.

Riferimenti:
1. USnews
2. Tripoli Post
3. Mideast Foreign Policy

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La carta curda giocata da Washington

Olga Zhigalina (Russia) New Oriental OutlookOriental Review 14 maggio 2013
INTER-201025-Turquie-Kurdistan_grandL’Arabia Saudita e le altre monarchie del Golfo Persico hanno interesse nel piano per istituire un “Grande Kurdistan”, elemento importante della dottrina statunitense del “Grande Medio Oriente”.  Queste monarchie vogliono che l’Iraq, la Siria, l’Iran e la Turchia vengano rapidamente smembrate.  Non è la prima volta che Washington prova a giocare la “carta curda” nella regione, ed intende utilizzare i curdi come “quinta colonna” per aumentare la pressione sui regimi al potere, in particolare in Iran e Siria. Marcate modifiche si sono avute proprio in questo secolo, nel movimento democratico nazionale curdo. La caduta del regime di Saddam Hussein in Iraq e la sua occupazione da parte delle forze della coalizione a guida USA, è stato un fattore importante nel scatenare il nazionalismo tra i curdi iracheni. Il processo politico iracheno ha contribuito al riconoscimento dell’autonomia del Kurdistan iracheno nella costituzione del nuovo stato federato del 2005. L’élite nazionale curda ha accettato il federalismo nell’Iraq post-Saddam e ha proposto una nuova versione nazionalista della semi-indipendenza della loro regione. Nel 2012, i curdi in Siria occuparono parte del Kurdistan siriano e formarono una regione curda autonoma. Il governo iraniano si avvicinava all’opposizione curda con la proposta di avviare negoziati. Le nuove tendenze in atto in Turchia poterono in grado di facilitare i progressi sul problema curdo.
L’interesse del primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan nel mantenere il Partito Sviluppo e Giustizia (AKP) al potere e le sue aspirazioni verso la presidenza, hanno contribuito a qualche allentamento della sua linea dura contro i curdi: apparentemente aveva iniziato a mostrare la volontà di modificare la costituzione del Paese e di alterarne il sistema politico. La montante crisi siriana e il deterioramento della situazione al confine turco-siriano (lungo 500 km ed abitato prevalentemente da curdi) hanno spinto Erdo?an ad adottare misure più drastiche. A un tratto si è reso conto che la politica della Turchia verso la Siria, e in particolare il suo sostegno all’opposizione siriana, veniva giocata dai curdi della Turchia, in particolare dal PKK, sostenendone e favorendone l’avanzata  demografica, politica e militare. Ciò significava che il coinvolgimento della Turchia nelle ampie  azioni internazionali e regionali volte a limitare l’influenza iraniana su Damasco avrebbe complicato le relazioni turco-russe e intensificato il conflitto armato con il PKK. Pertanto, la preoccupazione per la questione curda in Turchia e la creazione dell’autogoverno curdo in parte del Kurdistan siriano, ha spinto i leader della Turchia a moderare le loro mire espansionistiche verso la Siria e fare il passo inedito di aprire dei colloqui con Abdullah Ocalan, nonostante l’opposizione dai nazionalisti e dei militari turchi.
I colloqui avviati dal gruppo parlamentare curdo coinvolsero rappresentanti dell’intelligence turca,  producendo un accordo con il capo del PKK Ocalan. Il PKK era stata dichiarata organizzazione terroristica dai leader della Turchia ed opera illegalmente in Turchia. Nonostante un penoso processo di raggiungimento di un accordo sia in corso, si può dire che riguarda disposizioni intese a frenare le aspirazioni nazionaliste dei curdi. L’élite politica curda ha reagito in modo ambivalente verso la riconciliazione di Ocalan con le autorità turche, con gli oppositori che affermano che le speranze dei curdi possono realizzarsi solo attraverso la “disintegrazione” di altri Paesi, in particolare la Siria e l’Iraq. Diffidano dell’accordo di Ocalan nel disarmare e ritirare i combattenti curdi provenienti dalla Repubblica di Turchia. Altri sostengono la tesi contraria, che il cessate il fuoco aiuterà il movimento curdo ad espandersi e nel fornire ai curdi più opportunità per soddisfare le loro richieste nell’ambito della struttura statale esistente. L’Unione europea, gli Stati Uniti e i curdi iracheni vedono il processo dei negoziati come una mossa positiva. Washington ha detto che sosterrà il popolo della Turchia nei suoi sforzi per risolvere il problema. L’UE ha esortato le parti ad incontrarsi e a raggiungere la pace promettendo pieno sostegno al processo di pace. I rappresentanti dei curdi iracheni hanno espresso soddisfazione per i curdi turchi che si muovono nella giusta direzione, anche se sentono che sia ancora presto.
Nel frattempo, c’è tensione in Turchia tra sostenitori e oppositori della politica conciliante sulla questione curda. Alcuni curdi ritengono che tale politica può causare una spaccatura nel PKK e la sua eliminazione progressiva, e che ciò interessa le autorità turche e l’occidente. Ci sono aspetti positivi e negativi nei tentativi del governo della Turchia di raggiungere un accordo con il PKK. Il governo turco ha riconosciuto per la prima volta che Ocalan è il leader politico dei curdi della Turchia e non un terrorista, ed ha ritenuto opportuno avviare negoziati con lui sulla questione curda. I politici si sono rifiutati di discutere con lui di una prospettiva nazionalista. Vogliono porre la questione di far tornare le relazioni turco-curdi a prima del periodo di Kemal, all’epoca dell’impero ottomano, quando il Kurdistan godeva di uno status speciale. Erdogan ha anche accennato alla possibilità di discutere una struttura federata, in futuro. Tuttavia, questo non significa che i curdi guadagnano terreno verso il raggiungimento dei loro obiettivi nazionali, come la creazione di uno Stato curdo. Nel suo messaggio del marzo 2013, tuttavia, il leader del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) Ocalan ha detto che la fine della lotta armata tra i combattenti curdi e l’esercito turco apre le porte a una nuova fase dello sviluppo del movimento curdo, all’intensificazione della lotta democratica e all’espansione del movimento. Possiamo supporre che, accettando le garanzie costituzionali ai diritti dei curdi, prenderanno respiro iniziando una nuova fase della loro lotta.
Nel frattempo, né la Turchia (e gli altri leader regionali), né gli Stati Uniti sono interessati a creare uno Stato curdo. Gli Stati Uniti sono sempre stati disposti a mantenere in vita il problema curdo,  riuscendo a mantenere vantaggiosamente l’equilibrio delle forze di cui hanno bisogno nella regione. Infatti, la perdita del Kurdistan della Turchia ne indebolirebbe significativamente la posizione geopolitica in Asia occidentale, impedendole di realizzare i piani strategici per l’Asia centrale, il Caucaso e la Russia. Uno Stato curdo unificato (costituito dalle aree curde della Turchia e dell’Iraq) dominerebbe le regioni del sud-est e dell’est della Turchia, bloccandone l’accesso all’Azerbaigian, al Caucaso e alle repubbliche turche dell’Asia centrale. Rivali della Turchia nell’influenza nel Caucaso e in Asia centrale, gli Stati Uniti si sono già assicurati posizioni decenti in Azerbaigian. Se il gasdotto che collega il giacimento di Shah Deniz in Azerbaigian con la città turca di Erzurum (attraverso il quale già passa un gasdotto che collega la Turchia e l’Iran) verrà costruito, gli Stati Uniti, dopo aver ottenuto il sostegno dei curdi turchi, saranno in grado di controllare le forniture energetiche dall’Asia centrale alla Turchia.
Prendendo l’iniziativa politica di placare i curdi turchi, allontanandoli dagli Stati Uniti, i leader turchi cercano di evitare che gli Stati Uniti e Israele utilizzino il fattore curdo per bloccare gli interessi della Turchia nel Caucaso e nella regione del Mar Caspio. Anche ignorando le critiche degli Stati Uniti, bypassando Baghdad per concludere contratti petroliferi diretti con la regione del Kurdistan iracheno. La Turchia continua a rafforzare il suoi contatti commerciali ed economici con i curdi iracheni nonostante le preoccupazioni dell’amministrazione Obama che ciò possa destabilizzare l’Iraq. In una conversazione telefonica con il presidente del Kurdistan Massoud Barzani, il segretario di Stato degli Stati Uniti John Kerry ha insistito sul fatto che i curdi iracheni non devono stipulare contratti di forniture di greggio alla Turchia ignorando Baghdad, sostenendo che ciò potrebbe portare alla disintegrazione del Paese. Desiderando rimanere l’unico arbitro regionale, gli Stati Uniti tentano di bloccare e indebolire la posizione della Turchia in Iraq e nel Kurdistan turco, dove la Turchia ha iniziato a rivendicare un ruolo nuovo e più significativo. Il processo di pace nel Kurdistan turco, innescato dagli eventi in Siria, favorisce Erdogan che vuole concorrere alla presidenza, così come alcuni politici turchi che cercano di espandere i loro progetti politici ed economici nel Caucaso e in Asia centrale. Tuttavia, è ancora troppo presto per valutarne l’impatto sui curdi della Turchia.

Olga Zhigalina, Dr. sc.  (Storia), è capo della sezione di curdologia e studi regionali del Medio Oriente e Senior Fellow del Centro per lo Studio dei Paesi del Medio Oriente dell’Istituto di Studi Orientali dell’Accademia delle Scienze Russa.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Qusayrgrad della III Guerra Mondiale?

SyriaNews

4117644-3x2-700x467[1]Una tranquilla città di confine di 30.000 abitanti circondata da bellissime orchidee, una città un tempo molto bella e in posizione strategica, come tutte le città siriane, la maggior parte strategiche al microscopio internazionale, ma questa volta non a causa di una qualsiasi ragione geografica, storia o artistica, ma per motivi molto più pericolosi, si tratta della guerra nucleare la cui fiamma nucleare potrebbe essere stata già accesa. La città di al-Qusayr prenderà presto il nome di ‘Qusayrgrad’.
Il vecchio Hafiz al-Assad ha detto una volta: “Siamo i migliori a giocare sul bordo del baratro, e se cadiamo, cadiamo sui corpi dei nostri nemici“, il giovane leone della Siria ha ereditato molte  funzioni dal padre, e questa è uno di esse. Dopo due anni, gli aggressori pensavano di avere il sopravvento nella crisi siriana, e nonostante le centinaia di avvertimenti da Damasco e dai suoi alleati, tra cui dal Presidente Bashar al-Assad: “Se la Siria cade, vi sarà un terremoto, un errore di calcolo e l’intera regione sarà devastata da un terremoto”. Gli strateghi occidentali notoriamente arroganti e razzisti, in altre parole stupidi, hanno sminuito gli avvertimenti di Assad, che continuava a dire che la Siria è diversa, non è la Libia, l’Iraq, la Somalia o qualsiasi altro Paese ‘democratizzato’ dall’occidente, come andavano dicendo saltellando i media occidentali tradizionali, sapendo e nascondendo l’infiltrazione in Siria più di 40.000 terroristi stranieri di al-Qaida, come l’inviato dell’ONU Ibrahim ha confermato. Sappiamo che è ciò che ne resta, oggi, su un totale di 125.000 almeno, unitisi ai criminali locali reclutati. I terroristi che controllavano la maggior parte delle campagne di Aleppo e la città di Raqqa, i migliaia provenienti dalla Giordania nel sud che occuparono la città di Daraa, caduta nelle loro mani, che infestarono la provincia di Damasco in molti luoghi, soprattutto Daraya e al-Utaibah, da cui i colpi di mortaio iniziarono a cadere sulla capitale. Non poteva andare meglio per i criminali Stati occidentali; la loro base nella città di al-Qusayr è il loro comando e centro di controllo principale, con ufficiali dei servizi segreti qatarioti, sauditi, israeliani, turchi, francesi, statunitensi, inglesi e tedeschi infiltratisi dal Libano, in particolare i francesi, che scomparvero dalla loro base nel nord del Libano quando Damasco non cadde.
La Siria di Assad era sul bordo del baratro sempre più sottile, restando solo con il suo vertice superiore, ma le Forze di Difesa Nazionale avevano finito l’addestramento intensivo, a Hezbollah era stato chiesto di custodire i santuari religiosi con l’aiuto dei comitati locali, un’amnistia presidenziale era stata emanata il 16 aprile, e un mese era stato concesso ai criminali per arrendersi.  Un’amnistia presidenziale in mezzo a tutto questo?! L’EAS ha avuto l’ordine: liberare il Paese e sterminare i terroristi. E l’EAS l’ha eseguito.
600 terroristi a Jididet Fadhl, presso Damasco, sono svaniti in 3 ore, facendo impazzire i chierici  wahhabiti che avevano dichiarato la jihad contro la Siria, a cui non risponde più nessuno; la strada dal centro di Hama ad Aleppo, nel nord, è ripulita, un’altra strada è ripulita da Idlib, nel nord ovest, alla provincia di Latakia, assai infestata da terroristi infiltrati dall’intelligence turca, dove le enormi operazioni dell’EAS, delle FDN e della resistenza locale siriana hanno eliminato decine di terroristi, liberando Qirbet Solas, Quota 45 e altri siti strategici; la città di al-Utaibah vicino all’aeroporto internazionale di Damasco e centro di comando e controllo dei terroristi nel sud, provenienti e riforniti dall’Iraq e dalla Giordania, attraverso il deserto, è caduta nelle mani dell’EAS, che poi avvolge la provincia, spostandosi a nord e a sud, e recupera la città strategica di Qirbet Ghazalah, infliggendo così un colpo decisivo ai terroristi nel sud, uccidendo, almeno secondo le stime, 1600 terroristi. E più importante è l’avanzata tra i villaggi e le città ad ovest del fiume Oronte, nella provincia di al-Qusayr, liberandole una dopo l’altra, accerchiando la città e impedendo ai terroristi di fuggire verso il Libano. Le armi chimiche, il cui utilizzo da parte dell’esercito arabo siriano contro i civili, avrebbe attraversato la linea rossa di Obama, non sono state utilizzate; la linea rossa di Obama non é stata attraversata, e la confusione e l’isteria regnano nel campo occidentale da quando pensava di celebrare la vittoria, invece iniziando a ricevere brutte notizie dalla Siria, ma buone per il mondo intero. Israele viene coinvolto direttamente e compie un raid contro le galline dei pollai e un deposito di armi nei pressi di Damasco, molto probabilmente utilizzando mini-bombe nucleari, in coordinamento con i combattenti di al-Qaida che avevano attaccato 19 diversi posti di blocco dell’EAS intorno alla capitale, un altro epico fallimento. L’ex-ambasciatore statunitense in Siria, Robert S. Ford, il padre degli squadroni della morte iracheni noti per uccidere sciiti e sunniti iracheni, oltre ai marine, arriva in una città di confine tra Siria e Turchia, proprio quando una doppia esplosione si verifica in quella città uccidendo più di 40 esseri umani e ferendone circa 100; le accuse contro la Siria sono immediate. Perché questa pazzia improvvisa? La NATO perde, ma c’è altro.
L’esercito arabo siriano invita i terroristi di al-Qusayr ad arrendersi, non c’è più il corridoio per fuggire, il corridoio che hanno usato per entrare, e l’amnistia presidenziale è passata, i terroristi si rifiutano di arrendersi e le notizie di trattative segrete con il governo siriano, con cui l’occidente chiede all’EAS di riaprire il corridoio affinché coloro che sono nella città di al-Qusayr si ritirino in Libano, sono respinte dalla Siria, e John Kerry va a Mosca, Cameron il giorno successivo visita Mosca, Laurent Fabius, che insisteva su una soluzione militare della crisi siriana, improvvisamente afferma che ci deve essere una soluzione pacifica alla crisi politica. Dopo più di due anni, e per al-Qusayr avviene questa svolta? Aspettate. Kerry è d’accordo con i russi sulla soluzione pacifica e una nuova conferenza internazionale per risolvere la crisi siriana, con Ginevra 2; il giorno dopo Kerry sostiene che laddove non è riuscita Ginevra 1, fallirà Ginevra 2, ovvero la partenza di Assad. Cameron è d’accordo con i russi sulla soluzione pacifica e la nuova conferenza internazionale per risolvere la crisi siriana, Ginevra 2, lascia la Russia per Washington e riprende di nuovo la storia delle armi chimiche! Cosa c’è nella città di al-Qusayr?
Ricapitoliamo: incursione d’Israele, attentati a Reyhanli, le ripetute accuse sulle armi di distruzione di massa ‘irachene’, funzionari occidentali in pellegrinaggio a Mosca e infine il dipartimento di Stato degli Stati Uniti che presente direttamente la seguente questione in inglese, arabo e persiano..!  Qusayr è la parola chiave principale:

Il dipartimento di Stato sui volantini a Qusayr, Siria
10 maggio 2013
DIPARTIMENTO DI STATO
Ufficio del Portavoce
10 Maggio 2013
2013/0551

DICHIARAZIONE DI JEN PSAKI, Portavoce

Volantini su Qusayr, Siria
Siamo profondamente preoccupati per le notizie secondo cui il regime di Assad ha lanciato volantini su Qusayr dicendo ai civili di evacuare o saranno considerati combattenti. Condanniamo con forza qualsiasi bombardamento di civili o minacce di farlo. Disporre un diverso dislocamento della popolazione civile in queste circostanze, è l’ultima dimostrazione di brutalità da parte del regime.
I continui indiscriminati bombardamenti aerei del regime su aree civili, tra cui panifici, file per il pane e ospedali, viola il diritto internazionale umanitario. Mentre notizie terribili su atrocità e massacri del regime continuano ad emergere, il regime di Assad e tutti i suoi sostenitori che commettono crimini contro il popolo siriano, dovrebbero sapere che il mondo sta guardando e che saranno identificati e ritenuti responsabili. Mentre il popolo siriano affronta tali responsabilità, gli Stati Uniti continueranno a lavorare con i siriani e la comunità internazionale per sostenere la documentazione delle violazioni.

Parole chiave: Siria, Qusayr, diritti umani, violazioni del diritto umanitario
IIPdigital

Perché non ci sono state dichiarazioni simili per Utaibah, Qirbet Ghazalah, Jididet Fadhl, la provincia meridionale di Aleppo, e tutto il resto?  L’occidente scatenerà stupidamente la Terza Guerra Mondiale, l’Armageddon per salvarsi dall’umiliazione di ciò che il mondo conoscerà su al-Qusayr? L’Iran ha mostrato solidarietà alla Siria, Hezbollah ha dichiarato che si unirà alla lotta  contro l’intervento straniero. L’esercito turco, sicuramente, secondo l’autore, non appoggerà il Primo ministro dei Fratelli musulmani Erdogan e si rifiuterà di essere coinvolto in una guerra tra Paesi musulmani per niente. I russi non permetteranno che il loro unico punto d’appoggio al mondo, al di fuori del Mar Nero, cada, non aderiranno alla lotta, ma sosterranno i loro alleati.
L’occidente è in grado di commettere stupidità e grandi crimini, speriamo che ci sia qualcuno sano di mente che l’impedisca.
Nel frattempo, guardate questo breve reportage dalla periferia di al-Qusayr:

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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