La vera storia (o quasi) del Risorgimento

 

“In Putin vi è più Lenin che in tutta la sinistra occidentale degli ultimi 50 anni”

Risposta di un marxista-leninista russo alla sinistra occidentale
Valentin Zorin Left.ru agosto 2008

Nota: Di seguito pubblichiamo un commento di Valentin Zorin, caporedattore di Left.ru e Burtsev.ru, all’articolo “Lenin’s Epitaph: Lessons from the Russia – Georgia War”, pubblicato nel blog The ruthless critic of all that exists. Ci scusiamo per qualche irregolarità stilistica dell’originale.

283995Ogni “spietata critica di tutto ciò che esiste” non può essere presa sul serio, a meno che non inizi con una spietata autocritica della critica spietata. È doppiamente vero se il critico spietato appartiene alla sinistra imperialista fin dalla nascita e per istruzione, e per tutta la sua vita (per storia politica, mentalità, pregiudizi culturali, ecc.) Il dogma che “tutto è per il petrolio” dimostra la sua totale ignoranza sulle cause di questa guerra (la guerra dei 5 giorni in Georgia). Ma tale ignoranza non è ingenua. La sinistra imperialista l’usa ancora e ancora per mascherare i piani aggressivi dell’ultra-imperialismo occidentale contro la Russia e tutti gli altri Paesi che si oppongono al loro cammino verso il dominio mondiale. Lo stivale sinistro marcia lealmente assieme allo stivale destro, non un passo indietro! La sinistra occidentale è altrettanto spietatamente ipocrita quanto le sue classi dirigenti.
Proprio come il fascista statunitense Robert Kagan, il nostro “critico spietato” ritiene irrilevante chi ha attaccato chi l’8 agosto (2008). Proprio come il nazistofilo McCain, il nostro critico spietato non sembra curarsi del fatto che questo era il terzo tentativo, da parte degli sciovinisti georgiani, di sterminare gli osseti del sud, dal primo sotto il presidente menscevico Zhordanija nel 1920. Proprio come la stampa corporativa occidentale, il nostro spietato critico di tutto, tranne della sua complicità nel lavaggio del cervello ideologico dell’ultra-imperialismo occidentale, beneficiando delle proverbiali “briciole” dal loro tavolo, in qualche modo si dimentica che l’US Navy entrava nel Mar Nero per riarmare i fascisti georgiani, e non la Marina russa entrava nel Golfo del Messico. E’ la NATO che circonda la Russia, non la Russia che circonda la Gran Bretagna e il suo impero coloniale. Sono i servizi segreti statunitensi e inglesi che fomentano l’odio etnico nell’ex-URSS, non i russi dell’FSB che addestrano separatisti scozzesi e texani. Questi fatti non sembrano importanti per il nostro spietato critico di tutto, tranne che dei suoi pregiudizi. Anche gli onesti osservatori borghesi iniziano a parlare come i critici dell’imperialismo occidentale, di fronte a fatti simili, mentre il nostro critico spietato di tutto, con il labbro superiore irrigidito, non scorge la differenza tra l’aggressore e la sua vittima, tra la banda di ultra-imperialisti occidentali e il nazionalismo dei popoli che vogliono distruggere.
Lenin è e rimarrà nei nostri cuori. Anche in Putin vi è più Lenin che in tutta la sinistra occidentale degli ultimi 50 anni. E’ Putin che ha detto, dopo che poco più di 2000 cittadini russi sono stati uccisi dai fascisti georgiani, che il popolo georgiano è nostro fratello, che la cultura russa è impensabile senza la cultura georgiana. E tu che cosa ne sai o capisci di cultura della Georgia? Tu non sai nemmeno il russo, la lingua di Tolstoj e Lenin, per leggere notizie diverse da quelle dei media aziendali che avvelenano il tuo cervello! Vergognatevi tutti voi, svergognati fottuti occidentali, a destra come a sinistra! Per voi, diventare di nuovo umani è l’unica medicina amara che vi può aiutare. Abbiamo subito perdite a decine di milioni per spezzare la schiena al nazismo tedesco; no, al nazismo occidentale, perché senza tutta la storia genocida dell’occidente, non ci sarebbe stato alcun Hitler. La Russia guiderà i popoli del mondo che voi avete fottuto e sottoposto a genocidio per secoli, e vi distruggeremo. Lo faremo, prima o poi!

j_49MOBfcUgValentin Zorin, Marxista-Leninista Russo

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La guerra India-Pakistan del 1971: il ruolo di URSS, Cina, USA e Gran Bretagna

Sanskar Shrivastava The World Reporter 30 ottobre 2011

Nel 1971, i due rivali asiatici del sud si dichiararono guerra, causando notevoli perdite di vite e proprietà, e di territorio nel caso del Pakistan. Se il tema suona controverso, prima d’iniziare vorremmo dire che ogni informazione in questo articolo ha una provenienza. L’articolo è stato scritto dopo una particolare analisi delle varie fonti. Tutte le fonti rilevanti e immediate sono elencati alla fine dell’articolo.

1971_1Prima del 1971, il Bangladesh era parte del Pakistan come Pakistan orientale. Secondo Najam Sethi, giornalista molto rispettato e onorato in Pakistan, il Pakistan orientale si era sempre lamentato di ricevere meno fondi e meno attenzione dal governo del Pakistan occidentale (punjabi). I bengalesi del Pakistan orientale si opposero anche all’adozione dell’urdu come lingua di Stato. Le entrate delle esportazioni, il cotone del Pakistan Occidentale e la iuta del Pakistan orientale, erano gestite principalmente dal Pakistan occidentale. Infine, l’elezione di qualche mese prima della guerra, fu vinta dal leader pakistano orientale ma non ebbe potere, alimentando in tal modo la secessione del Pakistan orientale. L’esercito pakistano iniziò le attività nel Pakistan orientale per contenere il movimento e la rabbia dei bengalesi. L’esercito fu coinvolto in stragi e stupri di massa. L’India ne era consapevole e aspettava solo la scusa per avviare la guerra. L’India accolse un enorme numero di rifugiati, divenuti ingestibili, spingendola ad intervenire. La situazione presto attrasse l’attenzione di molti altri Paesi. Così la guerra non fu solo tra India e Pakistan, ma molti Paesi vennero coinvolti, direttamente o indirettamente. A maggio, Indira Gandhi scrisse a Nixon della ‘strage nel Bengala orientale‘ e del flusso di rifugiati che gravava sull’India. Dopo che LK Jha (ambasciatore indiano negli Stati Uniti) avvertì Kissinger che l’India avrebbe rispedito parte dei rifugiati come guerriglieri, Nixon commentò: ‘Per Dio, taglieremo gli aiuti economici (all’India).’ Pochi giorni dopo, quando il presidente degli Stati Uniti disse che ‘i maledetti indiani’ si preparavano a un’altra guerra, Kissinger rispose ‘sono le persone più dannatamente aggressive in giro‘.

I legami tra Stati Uniti e Cina, un fatto poco noto
(Estratti e fonti dalle 929 pagine dell’XI volume sulle relazioni estere degli Stati Uniti)
Gli USA compiangevano il Pakistan per vari motivi, tra cui due: primo, il Pakistan aderiva ai patti militari degli USA CENTO e SEATO; secondo, gli Stati Uniti credevamo che la vittoria dell’India potasse all’espansione dell’influenza sovietica nelle parti acquisite dall’India, essendo ritenuta una nazione filo-sovietica, anche se non erano alleate. In un telegramma inviato al segretario di Stato statunitense Will Roger, il 28 marzo 1971, il personale del consolato degli Stati Uniti a Dhaka si lamentava, ‘Il nostro governo non è riuscito a denunciare la soppressione della democrazia. Il nostro governo non è riuscito a denunciare le atrocità. Il nostro governo non ha adottato misure energiche per proteggere i propri cittadini, mentre si fa in quattro per placare il governo del Pakistan occidentale… come dipendenti pubblici professionali esprimiamo il nostro dissenso verso la politica attuale e speriamo che i nostri veri e duraturi interessi qui, possano essere definiti e le nostre politiche reindirizzati salvando la posizione della nostra nazione come leader morale del mondo libero‘. Così entrava la Cina. Gli USA avevano bisogno dell’aiuto della Cina e il messaggero fu il Pakistan. Si avvicinarono alla Cina segretamente a riguardo, contenta di ciò credendo che le relazioni con gli Stati Uniti potessero migliorare da allora in poi. Nella seconda settimana di luglio 1971, Kissinger giunse a Pechino, dove ascoltò il primo ministro cinese Zhu Enlai: ‘A nostro parere, se l’India continua il suo corso attuale in violazione dell’opinione del mondo, agirà incautamente. Noi, invece, sosteniamo la posizione del Pakistan, com’è noto a tutti. Se (gli indiani) sono giunti a provocare una situazione del genere, allora non possiamo stare a guardare.’ Kissinger rispose che la Cina doveva sapere che gli Stati Uniti appoggiavano il Pakistan su tale tema. Indira Gandhi, la prima ministra indiana, decise di visitare la maggior parte delle capitali occidentali per dimostrare le ragioni indiane ed avere sostegno e simpatia per i bengalesi del Pakistan orientale. Il 4 e 5 novembre incontrò Nixon a Washington. Nixon le disse direttamente che una nuova guerra nel subcontinente era fuori questione. Il giorno dopo, Nixon e Kissinger valutarono la situazione. Kissinger disse a Nixon: ‘Gli indiani sono dei bastardi comunque. Tramano la guerra‘. La pressione aumentò nel Pakistan orientale, attirando l’attenzione degli indiani che si preparavano alla guerra concentrandosi sul fronte orientale. Per deviare la pressione, il 3 dicembre, nella notte, prima ancora che l’India attaccasse il Pakistan orientale, il Pakistan aprì il fronte occidentale e compì attacchi aerei su sei basi aeree indiane in Kashmir e Punjab. La CIA riferì al presidente degli Stati Uniti che la prima ministra indiana riteneva che i cinesi non sarebbero intervenuti nel nord dell’India e quindi ogni azione cinese sarebbe stata una sorpresa per l’India, e che i militari indiani potevano crollare in una situazione tesa dovuta a combattimenti su tre diversi fronti (est, nord e ovest). Sentendo ciò, il 9 dicembre, Nixon decise d’inviare la portaerei USS Enterprise nel Golfo del Bengala, a minacciare l’India. Il piano era circondare l’India e costringerla a ritirarsi dal Pakistan orientale. Il 10 dicembre, Nixon incaricò Kissinger di chiedere ai cinesi d’inviare truppe verso la frontiera indiana. ‘Minacciano di muovere forze o spostarle, Henry, è quello che devono fare adesso.‘ La Cina temeva che una qualsiasi azione sull’India potesse avviare l’aggressione sovietica. Così, venne assicurato alla Cina che qualsiasi azione intrapresa dall’Unione Sovietica sarebbe stata neutralizzata dagli Stati Uniti, proteggendo la Cina. L’esercito pakistano aveva in qualche modo mantenuto le posizioni e resistito all’avanzata indiana. Credeva che la Cina si preparasse ad aprire il fronte nord, rallentando o fermando l’avanzata indiana. In realtà, il mito delle attività cinesi fu comunicato all’esercito del Pakistan per sollevarne il morale e mantenere la volontà di combattere e sperare. Il tenente-generale AAK Niazi, comandante dell’esercito pakistano a Dhaka, fu informato: “Il fronte della NEFA è attivato dai cinesi, anche se gli indiani, per ovvi motivi, non l’hanno annunciato.” Ma Pechino non fece mai nulla. A Washington, Nixon analizzò la situazione così: ‘Se i russi riescono a sconfiggere i cinesi e gli indiani i pakistani… potremmo vederci puntare la canna del fucile.’ Nixon non era sicuro della Cina; aveva davvero intenzione di avviare un’azione militare contro l’India?

nixon-chou-en-lai-1972Il ruolo dell’Unione Sovietica nella guerra indo-pakistana del 1971
Mentre l’India aveva deciso di continuare con la guerra, e Indira Gandhi, avuto sostegno e simpatia statunitensi per i bengalesi torturati nel Pakistan orientale, fece una mossa efficace e il 9 agosto firmò un trattato di amicizia e cooperazione con l’Unione Sovietica. Lo storico del dipartimento di Stato dice, ‘nella prospettiva di Washington, la crisi divenne più pericolosa, India e Unione Sovietica firmarono un trattato di amicizia e cooperazione‘. Fu uno shock per gli USA, perché era ciò che temevano, l’espansione dell’influenza sovietica in Asia meridionale. Temevano che il coinvolgimento dell’Unione Sovietica potesse sabotare il loro piano. Il 4 dicembre, il giorno dopo che il Pakistan aveva attaccato gli aeroporti indiani in Kashmir e Punjab dichiarando guerra all’India, il coinvolgimento degli USA nella guerra apparve chiaro. Pensando che l’Unione Sovietica potesse entrare in guerra, e una volta venuto a saperlo, causare notevoli danni al Pakistan e al materiale statunitense consegnatogli, l’ambasciatore degli USA alle Nazioni Unite, George HW Bush, (poi 41.mo presidente degli Stati Uniti e padre di George Bush) presentò una risoluzione al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, chiedendo il cessate il fuoco e il ritiro delle forze armate di India e Pakistan. Credendo che l’India potesse vincere la guerra e Indira Gandhi fosse decisa a proteggere gli interessi dei bengalesi, l’Unione Sovietica pose il veto alla risoluzione, permettendo così all’India di lottare per la causa. Nixon e Kissinger fecero notevoli pressioni sui sovietici, ma la fortuna non li aiutò. Il 3 dicembre 1971, il mondo fu scosso da un’altra guerra tra India e Pakistan. L’aviazione pachistana colpì città e piste di atterraggio indiani. La premier indiana Indira Gandhi pose lo Stato di emergenza e ordinò all’esercito indiano di respingere l’aggressione. Feroci operazioni militari si ebbero a terra, aria e mare.
Documento storico: “Confidenziale, 10 dicembre 1971, Mosca. Al Maresciallo DM Andrej Grechko. Secondo le informazioni dal nostro ambasciatore a Delhi, nel primo giorno del conflitto il cacciatorpediniere indiano ‘Rajput’ aveva affondato un sottomarino pakistano con bombe di profondità. Il 4 e 9 dicembre, le motomissilistiche indiane avevano distrutto e danneggiato 10 navi da guerra pakistane usando i missili antinave sovietici P-15. Oltre 12 depositi di petrolio pakistani erano stati incendiati.”

Il confronto anglo-sovietico
Confidenziale. Al Comandante del Servizio d’Intelligence Militare Generale Pjotr Ivashutin. “L’intelligence sovietica ha riferito che le attività operative inglesi si avvicinano alle acque territoriali dell’India, guidate dalla portaerei Eagle (10 dicembre). Per aiutare l’amica India, il governo sovietico invia un gruppo di navi al comando del contrammiraglio V. Krugljakov“. Vladimir Krugljakov, l’ex-comandante del 10° Gruppo operativo da combattimento della Flotta del Pacifico (1970-1975) ricorda: “Mi fu ordinato dal Comandante in capo di monitorare l’avanzata della flotta inglese, posizionando le nostre navi da guerra nel Golfo del Bengala e sorvegliando la portaerei inglese Eagle”. Ma l’Unione Sovietica non aveva abbastanza forze per resistere, se incontravano la portaerei inglese. Pertanto, per sostenere la flotta sovietica nel Golfo del Bengala, incrociatori, cacciatorpediniere e sottomarini nucleari sovietici, dotati di missili antinave, furono inviati da Vladivostok. In reazione, la flotta inglese si ritirò a sud del Madagascar. Ben presto arrivò la notizia che la portaerei Enterprise e l’USS Tripoli statunitensi si dirigevano verso le acque indiane. V. Krugljakov, “Avevo ricevuto l’ordine dal Comandante in capo di non consentire l’arrivo della flotta statunitense presso le basi militari indiane. Li circondammo e puntammo i missili sull’Enterprise. Avevamo bloccato la loro rotta impedendogli di dirigersi da alcuna parte, né Karachi, né Chittagong o Dhaka“. Le navi sovietiche avevano missili a corta gittata (solo 300 km). Pertanto, per tenere l’avversario sotto tiro, i comandanti corsero il rischio di avvicinarsi al nemico il più possibile. “Il Comandante in capo mi aveva ordinato di far emergere i sottomarini, in modo che venissero notati dai satelliti-spia statunitensi o avvistati dalla marina militare statunitense!” per dimostrare che avevamo tutti i mezzi necessari nell’Oceano Indiano, compresi sottomarini nucleari. Li avevo fatti emergere e li riconobbero, quindi intercettammo le comunicazioni statunitensi. Il comandante del Battle Group Carrier, contrammiraglio Dimon Gordon, inviò una relazione al comandante della 7° flotta: ‘Signore, è troppo tardi. Ci sono sottomarini nucleari e numerose navi da guerra dei sovietici‘. Gli statunitensi rientrarono senza poter fare nulla. L’Unione Sovietica minacciò anche la Cina che, se mai avesse aperto un fronte contro l’India, avrebbe ricevuto una dura risposta da Nord.

3499673667_Indira-gandhiIl ruolo dello Sri Lanka
L’alto commissario pakistano a Colombo, Seema Ilahi Baloch disse nel suo discorso al consiglio d’affari pakistano-singalese a Colombo, nel giugno 2011, che il Pakistan non dimenticherà mai l’aiuto che lo Sri Lanka gli offrì durante la guerra del 1971. “Non possiamo in Pakistan dimenticare il supporto logistico e politico che lo Sri Lanka ci concesse nel 1971, quando ci aprì i suoi impianti di rifornimento“, ha detto. Gli aerei pakistani diretti nel Pakistan orientale volavano aggirando l’India via Sri Lanka, dato che non potevano volare nei cieli indiani. Ciò costrinse il Pakistan a far rifornire i propri aerei per strada. Lo Sri Lanka aiutò il Pakistan permettendo agli aerei pakistani di rifornirsi nell’aeroporto Bandaranaike. La guerra si concluse con la resa dell’esercito pakistano, avendo perso l’aiuto statunitense grazie all’azione sovietica che bloccò USA e Cina dall’impedire l’avanzata del’India. Così un nuovo Paese, il Bangladesh, fu creato e riconosciuto da tutto il mondo e dal Pakistan l’anno successivo, con l’accordo di Shimla.


Video tradotto da: Ella Salomatina, The World Reporter.

Fonti:
Guerra del 1971: Come gli Stati Uniti cercarono di accaparrarsi l’India
Volume XI delle relazioni estere del dipartimento di Stato degli Stati Uniti
Dicembre 1971: il conflitto indo-pakistano in mare – IV
“Nuove contorsioni della propaganda ‘Schiaccia l’India'”
Il Palistan ringrazia lo Sri Lanka per l’aiuto nella guerra del 1971

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Una storia di occasioni mancate

Aram Ter-Ghazarjan, RIR, 26 settembre 2014

L’industria del computer in URSS ebbe un rapido sviluppo fino all’inizio degli anni ’70, quando il governo effettivamente ridusse le innovazioni. Alcune di queste conoscenze sono ancora così preziose che rimangono classificate.

Il supeecomputer russo SKIF - Aurora.

Il supercomputer russo SKIF – Aurora

Subito dopo la seconda guerra mondiale il governo di Stalin cominciò a riconoscere la necessità di realizzare una svolta tecnica nel settore industriale e scientifico mentre iniziava la guerra fredda, che richiese la mobilitazione delle risorse intellettuali della nazione. Dai primi anni ’50 l’URSS aveva creato un’industria informatica moderna. Tuttavia, all’inizio degli anni ’70 il governo sovietico decise di porre fine a questi sviluppi unici e di piratare i sistemi occidentali. Di conseguenza, il progresso di un intero settore fu interrotto.

Primi passi: dall’URSS al futuro
Sergej Lebedev I primi passi verso la creazione di una piccola calcolatrice elettronica (MESM) avvennero nel 1948 in un laboratorio segreto di Feofanija, nei pressi di Kiev. Il lavoro era supervisionato da Sergej Lebedev, al tempo direttore dell’Istituto di Ingegneria Elettrica. Propose ed attuò i principi di una macchina per calcoli elettronici con un programma di archiviazione. Nel 1953 Lebedev guidò il team che creò la prima grande calcolatrice elettronica, nota come BESM-1. Fu assemblata a Mosca presso l’Istituto di meccanica di precisione ed ingegneria informatica. I personal computer furono prodotti dall’Istituto di Cibernetica di Kiev negli anni ’60 nella serie che comprese i computer Mir-1, Mir-2 e Mir-3. Questi erano personal computer con tutte le caratteristiche necessarie, memoria e capacità per l’impiego nelle industrie dell’epoca. I sistemi informatici originali in URSS non furono unificati sotto uno standard comune, neanche entro la singola serie. I computer moderni non potevano “capire” i predecessori. Le macchine erano incompatibili per i criteri su capacità digitali e periferiche. Per via dell’assenza di norme unificate e per una strategia di sviluppo sbagliata, l’industria dei computer sovietica cominciò ad seriamente a rallentare all’inizio degli anni ’70. Andrej Ershov, uno dei fondatori dell’informatica in Unione Sovietica, dichiarò apertamente che se Viktor Glushkov non avesse cessato di sviluppare la serie Mir, i migliori personal computer al mondo sarebbero stati creati in URSS.

BESM-6

BESM-6

L’errore fatale: piratare IBM
pentkovskiy Nel 1969 le autorità sovietiche decisero di chiudere tali sviluppi e iniziare a creare computer basato sulla piattaforma IBM/360. In altre parole, decisero di piratare i sistemi occidentali. “Fu la peggiore decisione possibile“, dice Jurij Revich, storico e programmatore. “Il governo sovietico e in parte i costruttori erano da biasimare per il fatto che l’industria avesse cessato di svilupparsi autonomamente. Ogni gruppo rimase isolato e il regime di segretezza facilitò le diverse soluzioni tecnologiche, prese in prestito dalle riviste scientifiche occidentali“. A parere di Revich, ciò fece rallentare l’industria dei computer sovietica. Quando l’Unione Sovietica lanciò il suo primo mainframe ESEVM nel 1971, gli Stati Uniti erano già passati alla successiva generazione di IBM/370. “Gli sviluppatori dovettero compiere una quantità importante di lavoro, non inferiore a quello per creare un computer da zero, come tradurre i programmi e molto altro“, spiega Revich. “Ma il risultato fu del tutto inadeguato. La scienza mondiale perse molto a causa di tale decisione“. Negli anni ’80 l’industria dei computer ristagnava. “Tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, c’erano due o tre tipi di computer nel Paese“, ricorda Maksim Moshkov, fondatore di Lib.ru, prima biblioteca elettronica della Russia. “Al lavoro c’erano due scatole delle dimensioni di una scrivania, alta 1,5 metri, che gestiva i calcoli salariali ordinari dei dipendenti“. Ha spiegato che le scatole contenevano 16 megabyte di RAM ed erano controllate da un team di 15 programmatori, amministratori e tecnici. “I calcolatori stranieri lavoravano in modo simile“, aggiunge Moshkov. Molte menti dell’informatica sovietica si trasferirono all’estero. Vladimir Pentkovskij, che lavorava presso l’Istituto Lebedev di meccanica di precisione ed ingegneria informatica, è diventato lo sviluppatore leader del microprocessore Intel e fu sotto la sua guida che l’azienda creò il processore Pentium, nel 1993. Pentkovski utilizzò le conoscenze acquisite in URSS per sviluppare l’Intel. Nel 1995, Intel lanciò il più moderno processore Pentium Pro, che in termini di capacità era vicino al microprocessore russo El-90 del 1990.

I supercomputer russi
sm.aspxNel 2007-2010, quando il governo ha iniziato a finanziare attivamente le scienze, dopo una pausa di 15 anni, gli scienziati russi e bielorussi hanno creato congiuntamente la serie di supercomputer SKIF (SKIF è l’acronimo russo per SuperComputer Iniziativa Feniks). Un altro supercomputer, AL-100, è stato avviato nel 2008, la cui massima produttività raggiunge i 14,3 Tflops. AL-100 comprende 336 processori Intel Xeon 5355 e ha 1344 GB di RAM. Il supercomputer Lomonosov è stato creato nel 2009. Questa macchina è composta da tre tipi di nodi e processori con diverse architetture computazionali. Il supercomputer è utilizzato per risolvere intensivi problemi di scienza computazionale sviluppando algoritmi e software per potenti sistemi di calcolo. Lomonosov è tra i primi 500 più potenti supercomputer del mondo.

Il supecomputer Lomossonov

Il supercomputer Lomonosov

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Yukio Mishima: nazionalista, genio e morte perfetta

Lee Jay Walker Modern Tokyo Timesmishim12Yukio Mishima afferma: “Se valutiamo così altamente la dignità della vita, come possiamo non valutare anche la dignità della morte? Nessuna morte può essere definita futile“. Questo osservazione è scioccante per molte persone che non hanno mai letto Mishima, o letto profondamente il suo lavoro. Poi la sua morte incombe sulla realtà o irrealtà, poiché in ultima analisi si liberò o si dedicò a una mera illusione?
In realtà, da dove iniziare quando si scrive su Mishima? Inoltre, un critico deve affermare che conosce l’argomento dal lavoro interiore dell’individuo di cui scrive? Oppure immagini e riflessioni avrebbero maggiore profondità, grazie alle immagini degli ultimi momenti di Mishima? Dopo tutto, milioni di buddisti e cristiani hanno letto i libri sacri, ma la storia ci dice che il Buddismo Zen ha sostenuto il nazionalismo fino in fondo in Giappone, negli anni 30 e 40. Pertanto, i templi buddisti di Kyoto nel secolo scorso salutarono il massacro di cinesi inermi. Allo stesso modo, gli aborigeni in Australia si chiedono dove siano l’amore e la pace cristiani? Adolf Hitler rispettava l’Islam in quanto Muhammad avviò la schiavizzazione dei non-musulmani nella jihad, imponendo il potere dalla legge islamica Sharia e della dhimmitudine. Secondo Hitler, il cristianesimo era debole, mentre l’Islam era forte perché questa fede giustificava le guerre sante con il Corano e gli Hadith, radicati nella realtà della guerra e della concentrazione del potere. Quindi, forse è meglio guardare le istantanee e poi formulare le idee; perché Mishima certamente fece così. Dopo tutto, il nazionalismo come tutte le ideologie e o modelli di pensiero si basa su miti, ma con elementi di verità. Se la verità esiste veramente. Detto ciò, la mia istantanea di Mishima è la sua morte, perché le istantanee della storia fluivano nel suo sangue, ma finendo con l’arrampicarsi sugli specchi. Dopo tutto, la morte di Mishima non ha mutato il Giappone o riportato il Paese all’età di Edo, quando il senso di un Giappone isolato non esisteva pienamente per via del complesso sistema daimyo. Sì, un Giappone isolato esisteva, in certa misura, ma era un mito perché il daimyo Shimazu commerciò ed invase Ryukyu (Okinawa). Allo stesso tempo, la completa nipponizzazione del nord era in corso e presto gli Ainu si dissolsero nella schiatta e nella realtà coloniale linguistica giapponese. Pertanto, i momenti finali di Mishima furono un dramma totale, perché le sue azioni furono inutili. Tuttavia, dicendo ciò, Mishima morì di morte desiderata, nonostante i momenti finali siano una realtà che non si può pienamente percepire. Presumo che per quei fugaci minuti e secondi prima del decesso autoindotto, mente e spirito di Mishima fossero in estasi perché parte della sua fantasia divenne la realtà desiderata. Ma ben presto un articolato nazionalista non sarebbe stato, al dunque, per nulla impressionato da Mishima. perché l’occidentalizzazione continua a venare la psiche giapponese.
img_1 Nella breve memoria di Mishima, “Sole e Acciaio”, è chiara la sua ossessione degli ultimi dieci anni per la scrittura e un culturismo estremo. Questo libro fu pubblicato nel 1968 e riflette la psiche di Mishima che fuse la penna con l’allenamento fisico e i concetti sul “nuovo Giappone” che tradiva il “vecchio e glorificato Giappone”. Sole e Acciaio parla di come Mishima si sbarazza del suo precedente romanzo “Confessioni di una maschera”, perché ora Mishima costruiva l’uomo forte. In altre parole, l'”Ubermensch” di Nietzsche nasceva nell’io e nello spirito di Mishima. Mishima ora puntava ad allontanarsi dal suo genio letterario e a sprofondare nel mondo del “corpo e dell’azione”. Tuttavia se, come sostenuto, desiderava liberarsi e abbandonare il “potere della parola”, formandosi da “guerriero” nella sua visione del mondo, allora non ci riuscì. Gli ultimi giorni struggenti della sua vita si basarono sul “potere delle parole” e delle “idee”, derivanti dalla passione interiore in cui confusione, nazionalismo, ricerca dell’attenzione e uomo d’acciaio si fusero nella morte che l’ha glorificato. Mishima evidenziò anche la dualità con cui costantemente lottò, quando afferma: “Molte persone esprimono incredulità che un simile processo possa già essere al lavoro fin dai primi anni di una persona. Ma, senza ombra di dubbio, è ciò che mi è successo, gettando così le basi di tendenze contraddittorie in me, nella determinazione ad andare avanti lealmente, nella funzione corrosiva delle parole, svolgendo il lavoro della mia vita. E il desiderio d’incontrare la realtà in qualche campo in cui le parole non giochino alcun ruolo”. E’ chiaro che la dualità di Mishima deve avergli causato enorme ansia, insieme allo sviluppo di un forte ego basato su potere e forza. Dopo tutto, se si guarda il filmato della sua “rivolta illusoria”, allora si può vedere una passione e uno spirito difficile da trovare nell’ego altrui. Forse Mishima semplicemente combatteva contro se stesso? O forse l’ego ha superato la realtà o forse “la droga della vita” si fuse nella “droga di una morte glorificata?” Qualunque cosa stesse realmente accadendo nella sua mente, certamente credeva in se stesso, perché la trama nazionalista desiderata veniva ignorata dalle masse. Mishima aveva una natura complessa, perché aveva poco tempo per i cosiddetti intellettuali, venerando gli uomini d’azione. Nella sua mente s’identificava con samurai famosi, forti capi militari e persone che si sacrificarono. Ciò trascinò la sua anima, perché vedeva l’abilità letteraria come debolezza, ma come poteva Mishima esprimersi ed ispirare gli altri senza le “parole della passione?” L’allenamento fisico ossessivo di Mishima indicava la creazione del sé guerriero, ma i guerrieri che si sacrificarono avevano qualcosa da sacrificare. Mishima non aveva nulla da sacrificare, perché le sue azioni non furono solo inutili, ma dovute al mondo illusorio che si era creato. La maggior parte delle cricca letteraria del Giappone, negli anni ’60, era di sinistra, e i suoi libri erano incentrati su modelli di pensiero militaristi e nazionalisti. Mishima quindi si fissò sul Bunburyodo e una morte che facesse appello al suo ego. “Il mare della fertilità”, scritto da Mishima in quel periodo era una raccolta di quattro libri molto intriganti. L’anno successivo iniziò l’addestramento in una base militare e formò il suo esercito privato. Mishima era ormai negli ultimi anni di vita ed era intento alla fine nobile desiderata. Mishima nel 1969 su Runaway Horses affermava: “In che situazione strana tende a ritrovarsi un uomo all’età di trentotto anni! La sua giovinezza appartiene al lontano passato. Tuttavia, il periodo della memoria inizia con la fine della giovinezza e ad oggi non ha una singola vivida impressione. Quindi persiste nel sentire che nulla più che una barriera fragile lo separa dalla giovinezza. Ascoltando sempre con la massima chiarezza i suoni di questo dominio vicino, ma senza poterne penetrare la barriera“.
Mishima, nato nel 1925, era molto giovane durante la Seconda Guerra Mondiale ma poté partecipare all’ultimo anno di guerra; era scusato. All’epoca deve esser stato ossessionato dall'”uomo d’acciaio”, perché il suo amico Hasuda, collega scrittore, afferma: “Credo che si debba morire giovani, alla sua età”. Hasuda fu fedele alla parola, perché si suicidò. Sembra che l’omosessualità possa anche aver tormentato Mishima, poiché in Confessioni di una maschera (1949) si occupa di emozioni interiori e passioni. Tuttavia, se Mishima conosceva bene la storia di molti samurai, allora avrebbe creduto che l’omosessualità fosse la forma più pura di sesso. Inoltre, molti leader del Giappone nel periodo pre-Edo ed Edo ebbero concubini maschi. Pertanto, Mishima si vergognò dell’etica cristiana arrivata in Giappone con la Restaurazione Meiji (1868)? Se no, allora molti “uomini d’acciaio” del vecchio Giappone ebbero relazioni omosessuali e questo andava inteso alla luce della realtà. Dopo tutto, la lealtà nel vecchio Giappone era per il sovrano daimyo e i compagni samurai. Pertanto, la compassione era ritenuta cosa per deboli, a causa della natura della vita. Non sorprende che forti legami maschili prendessero piede nella psiche dei samurai e tale realtà culturale sia all’opposto dell’immagine dell’omosessualità nel Giappone moderno, percepita per deboli. Il Wakashudo aveva diversi modi di avviare i ragazzi nel “vecchio Giappone” e nella mentalità dei samurai, le donne venivano viste femminilizzare gli uomini indebolendone lo spirito. Il sistema Wakashudo fu spesso abusato dal clero buddista per proprie gratificazioni sessuali, in passato. Tuttavia, il sistema dei samurai si basava sulla creazione di “un processo di apprendimento secondo un codice etico” impiantando lealtà e forti legami per cui, in tempi di difficoltà, i samurai rimasero attaccati all’istruzione ricevuta. Mishima, gonfiando i muscoli e dalle competenze marziali ben levigate, divenne l'”uomo d’acciaio”. Tuttavia, fu contaminato dalle pose femminili fusesi nel suo martirio. Posò volentieri di fronte alle telecamere e le immagini di San Sebastiano ucciso da molte frecce o del samurai che invoca il suicidio rituale, giocarono la sua psiche e il suo essere. Il mondo di Mishima era reale e surreale, perché potere e forza si fusero, ma avendo una natura femminile seppellita nell’anima. Mishima dichiarò: “Il tipo più appropriato di vita quotidiana, per me, fu la quotidiana distruzione mondiale; la pace è il più duro e anormale modo di vivere”. Pertanto, il 25 novembre 1970, si avverò ciò che Mishima era divenuto. Tale realtà si basava su visioni suicide, quindi il suo mondo illusorio sfociò in un fine violenta. Tuttavia, la verità di Mishima fu la fine violenta e caotica entro una realtà struttura. Dopo tutto, Mishima stilò dei piani successivi alla morte. Inoltre, Mishima si dedicò per tale giorno da anni, ma ora il tempo della recitazione era finito, in parte, perché ancora si agitava nel mondo dell'”ego”. Nel suo mondo illusorio il “sé” avrebbe agito collettivamente con forza, a sua volta generando “uno spirito” tratto dal sogno di Mishima di morte glorificata. Eppure, non era un soldato, dopo tutto aveva mentito, non avendo combattuto per il Giappone; quindi, la retorica nazionalista fu proprio tale e il 25 novembre fu più una”redenzione personale” che pose fine alla “dualità della sua anima”. L’uomo delle parole sarebbe morto nel “paradiso dell’estremo dolore”, perché l’ultima sciabolata che lo decapitò non fu netta, furono necessari diversi tentativi. Dopo tutto, non era un soldato, non era un samurai e lo non erano neanche i suoi fedeli seguaci. L’atto finale è la prova che i “sognatori” sono proprio ciò; quindi, il finale non fu una bella immagine di serenità, ma una scena “infernale stupida e di follia autoindotta”. Il mondo illusorio di Mishima non poteva cambiare nulla, perché non riusciva a riscrivere la storia. Sì, dopo di lui si poté riscrivere la storia e forse questa era cui Mishima anelava?
Nonostante ciò, Mishima è un genio letterario e aveva più spirito ed ego della maggior parte delle persone. Il suo potere poggiava sui “demoni interni con cui lottava” e su una cultura che glorificava il sacrificio di sé. Tuttavia, Mishima non aveva nulla da sacrificare, perché l’ultimo evento della sua vita non scosse il Giappone, essendo più che altro “egoismo” nato dall'”irrealtà”. Eppure, l’opera di Mishima è molto particolare e nel XX secolo affianca i più grandi scrittori internazionali. Pertanto, il ragazzo di Tokyo fu enigmatico e dalla cruda passione. Purtroppo la passione di Mishima manca oggi e forse è qui che il suo “genio risiede”. In Mishima si può immaginare l’energia del passato e il visionario. Pertanto, le mancanze nella sua vita furono le mancanze di tutti; ma ciò va trascurato, perché ignorare gli scritti di Mishima significa ignorare una forza potente nell’energia letteraria del Giappone. Mishima, a differenza della maggior parte degli scrittori, trascese la nazione a cui apparteneva, perché la sua scrittura colpisce un nervo scoperto nell'”animo interiore”.

20130320140600

Nell'anime Toshokan Sensou (La guerra delle biblioteche), i miliziani della censura vestono la stessa divisa dei 'soldati' di Mishima.

Nell’anime Toshokan Sensou (La guerra delle biblioteche), i miliziani della censura vestono la stessa divisa dei ‘soldati’ di Mishima.

Yukio Mishima Cyber Museum
Omaggio a Yukio Mishima
Yukio Mishima

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Aleksandr Pokryshkin: L’asso dell’aria che terrorizzò la Luftwaffe

Rakesh Krishnan Simha RBTH 7 giugno 2014

Le tattiche di combattimento aereo sviluppate dal pilota da caccia russo Aleksandr Pokryshkin si dimostrarono il fattore decisivo per la poderosa sconfitta della Luftwaffe, infine abbattendo la guerra lampo nazista.

pokryshkin-2La vittoria dell’Armata Rossa contro la Wehrmacht fu resa possibile quando l’aviazione russa  sconfisse l’onnipotente Luftwaffe in uno scontro titanico che sminuiva la Battaglia d’Inghilterra. Il merito del successo nei cieli della Russia va a Aleksandr Pokryshkin che con un colpo solo cambiò le obsolete tattiche sovietiche in vigore quando i tedeschi lanciarono la blitzkrieg nel 1941. Ci sono piloti audaci e piloti anziani, ma non piloti anziani audaci. Questo detto popolare era più o meno vero, perché i piloti da caccia avevano un tasso di abbandono elevato durante la Seconda Guerra Mondiale. Ma Pokryshkin andò contro tale tendenza. Non solo era un grande tattico, ma anche un pilota impavido che giunto al fronte vi rimase a combattere fino agli ultimi giorni della guerra.  Durante la guerra, il pilota da caccia russo compì 650 sortite, partecipò a 139 battaglie aeree e fu il secondo asso dell’aria nelle forze sovietiche e alleate, con un conteggio ufficiale di 59 aerei nemici abbattuti. Si ritirò da Maresciallo dell’Aeronautica Sovietica. Tuttavia, la spettacolare carriera di Pokryshkin quasi mai prese il volo sotto la dittatura distopica di Joseph Stalin. La sua critica all’inefficace dottrina della guerra aerea ufficiale, che causò enormi perdite nella Voenno-Vozdushnie Silij (VVS, Aeronautica Militare) contro la Luftwaffe nel 1941, ne fecero un bersaglio della dirigenza. Fu messo a terra quando i superiori scoprirono che insegnava ai suoi colleghi piloti le nuove tattiche che aveva sviluppato. Una lunga permanenza nel gulag sembrava inevitabile. Tuttavia, le prime battute d’arresto contro i tedeschi, in gran parte dovute alle politiche di Stalin, diedero all’alto comando sovietico una certa indipendenza. Quando i vertici di Mosca visionarono le sue tattiche, Pokryshkin fu promosso comandante di squadrone del 55° Reggimento Aerei da Caccia della 4° Armata Aerea. Fu una delle decisioni decisive della guerra.

Contrattacco
__________________ 1_001Nel 1943 l’industria aeronautica russa realizzava aeromobili sempre migliori, come Jak-7B, La-5, Jak-9 e il leggendario Il-2 Shturmovik superiori per potenza e manovrabilità agli aerei tedeschi. Il problema erano le obsolete tattiche sovietiche. Le cose cambiarono con l’arrivo di Pokryshkin. L’asso dell’aria perfezionò le sue tattiche durante i pesanti combattimenti sul Kuban, presso la Crimea, all’inizio del 1943. L’area vide alcuni dei combattimenti aerei più intensi della seconda guerra mondiale, con l’impegno quotidiano di 200 aerei in volo. In confronto, la Battaglia d’Inghilterra era un circo reso popolare dalla propaganda inglese che gonfiò le perdite tedesche ben oltre la realtà. La VVS divenne una nuova macchina. In Russian Aviation and Air Power in the Twentieth Century John Greenwood, Von Hardesty, Robin Higham dicono: “Le innovazioni di Pokryshkin ebbero un ruolo importante nello spezzare il monopolio dell’obsoleta manovra orizzontale e nell’introduzione di tattiche verticali che meglio sfruttavano le qualità dei nuovi aeromobili sovietici“. Pokryshkin comprese il vantaggio della quota. Ideò una nuova formazione di volo chiamata Kuban Stepladder, una formazione a tre livelli che permetteva ai caccia di pattugliamento di sostenersi reciprocamente a bassa, media e alta quota. Oltre a ciò, i comandanti russi cambiarono le priorità d’attacco dei loro piloti. Invece di impegnare i caccia di scorta tedeschi, attaccarono i più lenti bombardieri. Ciò influenzò drammaticamente la battaglia. Poiché i bombardieri più lenti erano più facili da attaccare e i caccia russi li eliminarono. La vista dei loro preziosi bombardieri precipitare in fiamme sul territorio nemico demoralizzò i caccia di scorta tedeschi. I tedeschi furono quindi più propensi a fare mosse avventate, che portarono rapidamente alla disfatta tedesca. I gruppi a bassa e media quota impegnavano i bombardieri nemici e fornivano la copertura aerea alle forze di terra, mentre il gruppo ad alta quota impegnava i caccia nemici e  copriva gli agli altri due gruppi. “I gruppi a bassa e media quota poterono concentrarsi attaccando il nemico, perché il gruppo in alta quota li copriva da attacchi a sorpresa dall’alto“, dice Russian Aviation and Air Power in the Twentieth Century.

Pokryshkin_P39NDisperdersi, c’è la Sotka
Sergej Dolgushin, un altro asso dell’aeronautica russa della seconda guerra mondiale, con 24 vittorie, definì ciò che serviva per essere un pilota di caccia di successo: “Amore per la caccia,  grande desiderio di essere il capobranco“. Nelle battaglie per la morte sul Kuban, Pokryshkin apprese che improvvisi attacchi rapidi erano la chiave del successo e della sopravvivenza in volo. Dopo l’avvistamento dei caccia tedeschi, Pokryshkin era sempre il primo ad agganciarli, creando confusione nelle loro formazioni. La sua semplice e diretta tattica della “quota-velocità-manovra-fuco!” presto si diffuse nella VVS e divenne la formula dei piloti da caccia sovietici per la vittoria. Si trattava di una misura che i tedeschi temevano tanto che si rifiutarono d’impegnare i caccia russi, se sapevano della presenza di Pokryshkin. Infatti, quando la sua unità si trasferì in Ucraina preferì utilizzare il segnale di chiamata Sotka (centuria), perché sapeva che la Luftwaffe aveva ordinato ai suoi piloti di rimanere a terra se sapevano che era in volo.

La svolta
file68htmo07rlv1k9pplea1_800_480In concomitanza con le tattiche di Pokryshkin, un altro fattore svolse un ruolo definitivo nella sconfitta tedesca. Fu il marcato miglioramento delle difese aeree del teatro russo. Il miglioramento qualitativo e quantitativo della armi della difesa aerea resero difficile alle unità dei caccia e bombardieri tedeschi apparire sui cieli del campo di battaglia. Le forze di terra tedesche invocarono le sirene urlanti dei bombardieri in picchiata Stuka, assieme agli altri bombardieri, per creare panico tra i ranghi nemici. Lo fecero in Polonia, Paesi Bassi e contro l’esercito inglese in Francia. Ma contro i russi la Blitzkrieg perse il suo elemento più vitale, il supporto aereo. Per Pokryshkin, la lotta per la superiorità aerea contro la Luftwaffe era quasi un’ossessione. Ma ciò diede dei dividendi.  Così efficace fu la nuova tattica del combattimento aereo della VVS, che divenne il mezzo principale per la superiorità aerea raccogliendo il sorprendente 77 per cento di tutti gli aerei tedeschi distrutti durante la seconda guerra mondiale. I piloti della divisione aerea di Pokryshkin abbatterono ben 1147 aerei nemici. Nel 2003 ad un festival dedicato all’asso dell’aria a Mosca, il Maresciallo dell’Aeronautica Militare Ivan Pstigo gli diresse questo complimento: “Gli aerei d’assalto fecero la loro comparsa solo grazie a Pokryshkin“. Anche dopo la guerra Pokryshkin continuò a soffrire per mano del regime totalitario comunista. Fu ripetutamente scavalcato nella promozione. Solo dopo la morte di Stalin fu finalmente promosso Maresciallo dell’Aria. In seguito si rifiutò di sostenere un resoconto glorificato del ruolo del Premier Leonid Brezhnev nella battaglia del Kuban, dove Breznev aveva svolto un ruolo marginale, nella migliore delle ipotesi. Da vero eroe preferì la verità al disonore.

PIC_0017Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il nazionalismo del Donbas

Leonid Savin  Open Revolt 30 maggio 2014
189340484Gli eventi nel sud-est dell’Ucraina indicano un fenomeno molto importante. Non si tratta solo di un indicatore del fronte della lotta geopolitica tra l’occidente e il club del mondo multipolare, è anche la frattura dello Stato ucraino, che negli ultimi tempi è un satellite e cliente di Washington e Bruxelles; la crescita della coscienza politica dei cittadini (nel senso dei cittadini che difendono i propri diritti e libertà con le armi, e non dei soggetti deboli dello Stato weberiano che non li difende dall’arbitrio degli avversari politici e non adempie agli obblighi sociali); e anche l’emergere di un nuovo nazionalismo, unico per caratteristiche e obiettivi. Il nazionalismo di molti popoli si caratterizza principalmente per la cultura, compresa la lingua (nella versione tedesca), o per la politica (nella versione francese). Tuttavia, il nazionalismo ha un’ampia gamma di attributi, che può includere etnia, solidarietà di gruppo, auto-rappresentazione e identificazione. Proprio in tal senso, si considerano i continui processi di disgregazione dello Stato ucraino segnati dal nazionalismo del Donbas. Il carattere politico del processo, abbastanza evidente a Lugansk, Donetsk, Slavjansk e altre città, da una chiara dimostrazione della soggettività politica. Questa soggettività è entrata nella fase attiva della formazione in periodo conflittuale, come in Abkhazia e Ossezia del Sud, dove il netto rifiuto della politica sciovinista del presidente georgiano Gamsakhurdia creò sacche di resistenza e indipendenza dalla Georgia. Aspirazioni simili, nel conseguire soggettività politica, possono essere osservate in altre regioni del mondo connesse al fattore etnico e ai diversi metodi di risoluzione. In Gran Bretagna ci sono il nazionalismo irlandese e scozzese, in Spagna quello basco e catalano. I sostenitori dell’unione e della creazione di una nazione ucraina unita, spesso volutamente lo dimenticano, anche se l’appello all’idea nazionale viene appunto citato quale esempio del movimento nazionalista europeo. E’ ovvio che l’Ucraina sia condannata dai diversi tipi di etno-nazionalismo, anche sul piano della geografia politica; in relazione agli altri Paesi europei, la repubblica ex-sovietica è troppo grande per essere omogenea, nel senso dell’omogeneizzazione massiccia di cultura nazionale, storia e pratiche socio-politiche. E’ chiaro che oltre all’artificiale, e in larga misura teorico, nazionalismo dei banderisti tracimante in Ucraina, ci sono altre forme d’identità, da quella rutena ad occidente a quella imperiale russa in Oriente.
Per tipologia, possiamo determinare che il nazionalismo del Donbas è di tipo misto, situazionale, cioè ha una specifica costruttivista indotta dall’azione della giunta Kiev. Insieme a questo è primordiale, cioè ha profonde radici storiche propriamente chiamate conoscenza tacita. L’inferiorità della politica liberal-galiziana ufficiale di Kiev, negli ultimi 10 anni, ha contribuito a far crescere e rafforzare l’embrionale nazionalismo del Donbass, ma in diversi aspetti affonda le radici in una piattaforma completa. Se la federalizzazione dell’Ucraina fosse stata attuta all’epoca, l’Ucraina avrebbe evitato la situazione attuale nel quadro di un nazionalismo di Stato nei vari livelli di lingue e culture; avremmo visto qualcosa di simile ai lander federali della Germania o ai cantoni svizzeri (consideriamo tali opzioni, date le frequenti dichiarazioni sulla scelta europea dell’Ucraina e la direzione delle diverse forze politiche negli ultimi 10-15 anni), ma questo non è accaduto. Sugli aspetti primordiali più comunemente posizionati a supporto dei vari movimenti nazionalisti (e di liberazione), è necessario considerare in dettaglio tutte le fasi storiche associate ad esso e il singolo strato di continuità compreso nelle nostra mitologia e memoria storica. La prima fase è associata alla proto-regione, senza una specifica condizione contemporanea chiaramente espressa ed associata al concetto di sovranità. Tuttavia, possiamo trovare tali elementi interessanti come gli alani (sarmati, sciti) giunti sul Don inferiore (Tanai nelle fonti greche e latine) e la riva superiore sinistra del Dnepr e nella riva settentrionale del Mare d’Azov. Proprio come la Crimea, questo contesto rientra nella zona del mondo ellenico, il Donbas diventa parte del circolo culturale alano-sarmato. La seconda fase, che risale all’epoca della grande migrazione, dimostra che molti popoli passarono e vissero nel territorio in esame. Oltre a slavi e turchi, vi furono peceneghi, torchi, kumani e berendi, spesso noti collettivamente come cappucci neri (Karakalpacchi). Il loro territorio era parte del khanato khazaro e più tardi entrò a far parte dell’Orda d’Oro. La terza fase si ebbe quando la regione era contigua alle periferie di diverse potenze, una sorta di terra nullius, campo selvatico senza uno Stato ma dove gli interessi degli Stati in conflitto e competizione (impero russo, regno di Polonia, khanato di Crimea e impero ottomano) erano in grado di scontrarsi militarmente. E’ sufficiente ricordare la lettera di Ivan il Terribile al khan di Crimea, dove dice che i cosacchi, che vivevano nel territorio turbando i tartari, non avevano rapporti con la Moscovia perché erano un popolo libero. Ma tali limes non possono esistere autonomamente a lungo, perché i grandi attori sono costretti a controllare terre, fiumi, mari e comunicazioni, e anche a creare una zona cuscinetto che protegga la metropoli da qualsiasi evento imprevisto. Fu cosi creata Novorossija, quando durante la guerra con l’impero ottomano, l’area del Mar Nero e regioni viciniori furono annesse. Si deve sottolineare che la regione del Donbas aveva suoi fattori culturali, anche se correlati alla generale identità cristiana ortodossa. Nelle attuali  regioni di Lugansk e Donetsk, alla metà del XVIII secolo, ci fu un’unità militare denominata Serbia slava, chiamata così per via dei serbi, montenegrini e valacchi trasferitisi durante l’avanzata dei turchi nei Balcani (un altra unità simile comparve nella regione di Kirovograd e si chiamava Nuova Serbia). Per inciso, un distaccamento di soldati montenegrini già apparve nel territorio slavo, collocandosi nella fortezza di Tor (sito creato nel 1637). Qui vediamo una connotazione molto interessante. Il famoso scienziato, viaggiatore ed esploratore norvegese Thor Heyerdahl, nel tentativo di trovare le origini della mitologia scandinava, arrivò alla conclusione che la divinità che dominava il pantheon pagano, Odino, fosse una persona storica, il capo di una tribù che giunse nel nord Europa proprio dal Don inferiore. Nel gruppo di Odino, come sappiamo, c’era Thor,  direttamente correlato alla guerra e alle pratiche militari. Thor sacrificò la propria mano in modo che gli Dei potessero ingannare il lupo Fenrir, l’incarnazione del male nella mitologia scandinava.  La fase successiva è l’unità politico-territoriale dell’impero russo conosciuta come terra delle forze del Don. Il fattore cosacco qui si mescola con quello religioso, dato che la maggior parte dei cosacchi non accettò le riforme del patriarca Nikon e aderì alla vecchia credenza. Seguì il periodo della Rivoluzione d’Ottobre e il tentativo di creare l’Esercito del Grande Don e la Repubblica di Donetsk-Krivoj Rog. Tuttavia, il territorio del Donbas fu annesso all’Ucraina. Poi venne l’epoca della modernizzazione di Stalin, dove nuovi flussi di popolazione vennero attratti ancora una volta, creando l’industria regionale. E’ evidente che il carattere del lavoro, le gesta eroiche dei minatori e metallurgici, le figure dell’opposizione, dei lavoratori, commercianti e politici (cripto-borghesia) ebbero importanza nel processo di comprensione della profondità dell’identità del Donbas. Questa fase si esplica organicamente nel tardo periodo sovietico, quando si può già sentire la frase “Noi siamo del Donbas” dalla bocca della gente, non vincolatasi all’Ucraina. Per inciso, il fattore minerario ha anche un significato definito nella formazione della concezione del mondo dei residenti del Donbas. Si tratta di una professione pericolosa che spesso porta alla morte, individuale o di gruppo, formando corrispondenti percezione ed atteggiamento verso la morte, assente nei residenti della Polesia o di Lvov. I nazionalisti di Lvov preferiscono sfuggire alla morte recandosi nell'”Europa illuminata” o cercando una nuova casa in Nord America, in Canada o a Chicago, come fecero i loro predecessori poi inclusi nella strategia generale della CIA per combattere l’Unione Sovietica. L’attuale resistenza del Donbass testimonia lo spirito fortemente appassionato degli abitanti di questa regione. Su appello del primo presidente ucraino Leonid Kravchuk, nel 1991, l’intellighenzia (compresa la diaspora) fu coinvolta nella formazione del nuovo edificio statale, della nazione ucraina dall’apparenza eccezionale e corrispondente alla mitopoiesi che parla dei grandi antenati degli ucraini, gli Ariani (Oryans nella versione di questi creatori di miti), puntando a gettare le basi primordiali dell’ideologia ucraina, più che altro dei grevi deliri e allucinazioni da malati di mente, e non una ricerca scientifica o un programma teorico per preparare l’élite del nuovo Stato e istruire allo spirito del patriottismo. Il nazionalismo banderista per sua natura ha un carattere esclusivo, e le contraddizioni nel nazionalismo ucraino, anche tra gli ideologi del XX secolo, hanno un carattere più ripugnante che interessante (contraddizioni simili sono di solito ben nascoste dai numerosi intellettuali nazionalisti, anche se la massa principale è lungi dal conoscere teoricamente le idee di Dontsov, Lipa, Stetsko, Mikhnovskij e altri apologeti del nazionalismo ucraino). Inoltre, deve essere ricordato che la regione del Donbas non ha subito l’espansione greco-cattolica di cui l’Ucraina occidentale ha sofferto e di conseguenza è la Chiesa ortodossa russa del Patriarcato di Mosca ad occupare una posizione dominante. Piccoli gruppi di eretici, che si definiscono seguaci del patriarca di Kiev (Filarete), successivamente passati alla chiesa uniate, insieme a varie denominazioni protestanti, non svolgono un ruolo significativo nella formazione della mentalità delle regioni di Lugansk e Donetsk, e i loro sostenitori e predicatori di solito sono respinti. Quindi, abbiamo la comparsa di un nuovo, unico e interessante evento, il nazionalismo del Donbas. Allo stesso tempo, è parte integrante del più ampio nazionalismo russo, poiché la sua struttura ha la stessa base del nazionalismo russo, agendo come fattore ombrello ed elemento di collegamento con la Russia, soprattutto nelle regioni meridionali storicamente associate al Donbass. Non dipende dall’esito dell’attuale battaglia geopolitica tra il Don e il Dnepr, perché è ovvio che il nazionalismo del Donbas rientra organicamente nel mondo russo dell’Eurasia.

100015751. Il Donbass è il nome del Sud-Est dell’Ucraina contemporaneo (formata da parti delle regioni di Dneptropetrovsk, Lugansk e Donetsk) e parte della regione russa di Rostov.

Ukraine-Map-1728x800_cTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 381 follower