Mandela e il Mossad: come Israele ha corteggiato l’Africa nera

La storia sconosciuta di come Israele ha segretamente addestrato gli attivisti anti-apartheid in judo, sabotaggio e armi, tra cui Nelson Mandela
David Fachler Haaretz 20 dicembre 2013

D591-036-e1372106600842Nella copertura esaustiva della morte di Nelson Mandela e del suo atteggiamento ambiguo nei confronti dello Stato ebraico, un episodio che getta nuova luce su tale relazione deve essere raccontato dall’Archivio di Stato d’Israele. Tornando ai primi anni ’60, Israele era pronto a corteggiare gli Stati africani di recente decolonizzati, dimostrandogli quindi solidarietà votando sempre le risoluzioni delle Nazioni Unite che condannavano l’apartheid e il regime che lo sosteneva. Ciò ebbe conseguenze per la comunità ebraica sudafricana, colpita dall’ira del primo ministro Verwoerd e dal suo ministro degli Esteri Eric Louw, ma resero simpatico Israele ai movimenti anti-apartheid. L’ANC, allora guidato da Oliver Tambo, scrisse una lettera da Londra al presidente d’Israele Yitzhak Ben Zvi, ringraziandolo per le azioni d’Israele presso le Nazioni Unite. Circa tre mesi prima che Tambo inviasse la lettera, l’11 ottobre 1962, una lettera fu inviata da ciò che probabilmente era un agente del Mossad, Y. Ben Ari, presso l’ambasciata d’Israele in Etiopia, all’ufficio Africa del ministero degli Esteri israeliano, e contenente le seguenti informazioni:
Come ricorderete, tre mesi fa abbiamo discusso il caso di un tirocinante giunto presso l’ambasciata (israeliana) in Etiopia dal nome David Mobsari, proveniente dalla Rhodesia. Il suddetto fu addestrato dagli Etiopi (nome in codice per gli agenti del Mossad, secondo Haaretz) in judo, sabotaggio e armi. Salutò i nostri uomini con ‘Shalom’, aveva familiarità con i problemi degli ebrei e d’Israele, e dava l’impressione di essere un intellettuale. Il personale ha cercato di farne un sionista. Nelle conversazioni con lui, esprimeva una visione del mondo socialista e, a volte dava l’impressione che tendesse al comunismo. Ed ora appare dalle fotografie pubblicate sulla stampa sull’arresto in Sud Africa della ‘Primula Nera’, che il tirocinante dalla Rhodesia utilizzava uno pseudonimo, i due uomini sono la stessa persona.”
In risposta, 13 giorni dopo, il ministero degli Esteri confermava che la ‘Primula Nera’ era infatti Nelson Rolihlahla Mandela, che l’anno prima aveva organizzato uno sciopero nazionale e successivamente era entrato in clandestinità. ‘Primula Nera’ era il nome in codice per Nelson Mandela utilizzato dalle autorità sudafricane che gli davano la caccia. Curiosamente accennavano anche che fosse considerato dai sostenitori dell’ANC e da molti altri, la persona più importante nel movimento, nonostante Albert Luthuli fosse ancora il presidente dell’ANC. Quindi, Nelson Mandela, sotto pseudonimo, apprese l’uso di armi e le tecniche di sabotaggio dal personale dell’ambasciata, probabili agenti del Mossad, venendo lentamente spinto a diventare sostenitore dello Stato ebraico.
Questo episodio è notevole per una serie di motivi. Prima di tutto, Mandela non fu l’unico a partecipare a un programma di addestramento segreto israeliano: Israele aveva stabilito legami con  vari movimenti considerati sovversivi dal governo sudafricano. Un certo numero di ambasciate israeliane in Africa fornivano addestramento, consulenza e trasporti ai membri del Pan Africanist Congress, tra cui Potlkako Leballo, il capo della sua ala militante Poqo. Dato che il PAC era considerato anti-comunista e non allineato con l’Unione Sovietica, era più attraente per Israele  trattare con questo piuttosto che con l’ANC. Eppure, ciò che rende così affascinante tale contatto provvisorio con un Mandela pre-carcere, era la sua volontà di impegnarsi con gli israeliani, in primo luogo. L’epoca d’oro della cooperazione fra Israele e i movimenti di liberazione africani durò per tutti gli anni ’60. Golda Meir, ministro degli Esteri ed ardente ammiratrice dell’Africa nera, chiese clemenza nel processo Rivonia e la commutazione della condanna a morte. L’ufficio relazioni pubbliche dagli archivi nazionali israeliani, e la stampa israeliana, furono attenti a sottolineare le azioni di Golda Meir e l’aspetto pubblico del sostegno d’Israele agli attivisti anti-apartheid. Mentre ciò era un caso mirabile di attivismo umanitario, tuttavia, è difficile che sia tutta la storia. La storia  d’Israele con il Sudafrica è segnato non solo dai rapporti con coloro che si opponevano all’apartheid, ma anche dalle tensioni con questi stessi gruppi e individui verso Israele: la luna di miele con i movimenti di liberazione finì.
Uno storico non deve ipotizzare su ciò che sarebbe accaduto se Mandela non fosse stato catturato e processato dalle autorità sudafricane. Né quali sarebbero state le conseguenze per Israele, dopo il suo abbandono dell’Africa Nera negli anni ’70, e se non avesse favorito stretti legami con il regime dell’apartheid. Eppure questo episodio in qualche modo dimostra che le tensioni attuali non erano inevitabili. La liberazione di Mandela dalla prigione nel 1990, pose un dilemma ad Israele. Dopo quasi vent’anni di sostegno attivo al regime dell’apartheid, dovette venire a patti con il fatto che il Sud Africa cambiava rotta e attraversava una fase di transizione che avrebbe inevitabilmente posto  fine al dominio bianco nella Repubblica. Eppure, l’ambasciatore d’Israele in Sud Africa di allora, Zvi Gov-Ari, sembrava incapace di adeguarsi alla nuova situazione. Così, invece di cercare di coltivare i legami con l’ANC appena riconosciuto, il rappresentante d’Israele a Pretoria fece il  doppio passo falso di criticare Mandela, leader de facto del movimento, mentre esprimeva simpatia per Mangosuthu Buthelezi, visto quale burattino nero del governo nazionalista. Forse non  meraviglia che Israel Maisels, importante leader ebraico e sionista, solido avvocato della difesa nel processo Rivonia, non stimasse l’ambasciatore definendolo “stupidamente stronzo” (da Cutting through the Mountain: Interviews with South African Jewish Activists (1997), a cura di Immanuel Sutner).
Tornando in Israele, il venerabile Jerusalem Post, che in quel momento faceva del suo meglio per mostrarsi fedele al Likud, probabilmente rifletteva l’opinione del governo quando previde il 25 giugno 1991 che “se il leader dell’ANC Nelson Mandela assume il potere in Sud Africa, certamente non ci sarà una democrazia… Se lui o i suoi governeranno il Sud Africa, il Paese subirà un disastro totalitario assoluto e sarà un caso economico disperato“, e per sottolineare le sue fosche previsioni, il giornale dichiarò: “Se una piena e non segregata uguaglianza politica si avrà in Sud Africa, non sarà il violento ANC, che conta 300000 membri, a dominare. Gli Zulu e i loro seguaci, che sono sei milioni, i tre milioni di colorati (persone di sangue misto) alieni alle idee comuniste dell’ANC, il milione di indiani e i cinque milioni di bianchi, probabilmente formeranno una coalizione di governo un giorno. Solo allora ci sarà la possibilità che il Sud Africa sia libero e prospero“. Nessuno sa se il primo ministro israeliano Yitzhak Shamir e il suo gabinetto onestamente pensassero che Mandela non avesse un futuro politico in Sud Africa, ma il loro appoggio persistente al vecchio regime finì solo con l’ascesa al potere di Yitzhak Rabin e del suo Partito laburista. Con la nomina del dottor Alon Liel, diplomatico esperto e stretto alleato di Yossi Beilin, uno dei critici israeliani più rumorosi del regime bianco, Israele riuscì ad evitare qualche danno coltivando legami con l’ANC. Infatti il processo di pace israelo-palestinese del 1993 fornì ad Israele maggiori opportunità di riconciliarsi con l’ANC al governo, solidale e grato verso le prospettive di una soluzione pacifica tra lo Stato ebraico e la sua controparte palestinese. Purtroppo, fallito il processo di Oslo, le relazioni tra Israele e la Repubblica continuarono ad essere tese, come oggi.
Con la morte di Mandela, Israele aveva ancora una volta la possibilità di sanare almeno una parte dei danni che aveva causato in passato, inviando una delegazione di alto livello comprendente almeno il capo del governo e il capo dello Stato. Non è stato così, optando invece per l’invio dello speaker della Knesset. Purtroppo Israele ha dimostrato più follia che malizia, fraintendendo ancora il nuovo Sud Africa, e le ripercussioni si faranno sentire non solo in ambito diplomatico, ma anche nella comunità ebraica del Sudafrica.

David Fachler ha conseguito un master in Diritto nel Sud Africa (LLM) e un master in Ebraismo contemporaneo alla Hebrew University, Gerusalemme (MA).

Mandela fu addestrato da agenti del Mossad in Etiopia
Documento d’archivio top-secret rivela anche che Mandela aveva ‘familiarità con i problemi degli ebrei e d’Israele’ e che agenti israeliani cercarono di ‘farne un sionista’
Ofer Aderet e David Fachler Haaretz 20 dicembre 2013

131207-peresmandela-vlg-6p.photoblog600Nelson Mandela, l’ex leader sudafricano morto all’inizio di questo mese, fu addestrato in armi e sabotaggio da agenti del Mossad, nel 1962, pochi mesi prima di essere arrestato in Sud Africa. Durante l’addestramento, Mandela espresse interesse per i metodi dell’Haganah clandestina e veniva  considerato dal Mossad tendente al comunismo. Queste rivelazioni provengono da un documento dell’Archivio di Stato di Israele etichettato “Top Secret.” L’esistenza del documento viene rivela qui per la prima volta. Emerge, inoltre, che agenti del Mossad cercarono di incoraggiarne le simpatie sioniste.
Mandela, il padre del nuovo Sudafrica e premio Nobel per la Pace, guidò la lotta contro l’apartheid nel suo Paese dagli anni ’50. Fu arrestato, processato e liberato un certo numero di volte prima di finire seppellito nei primi anni ’60. Nel gennaio 1962, segretamente e illegalmente fuggì dal Sud Africa e visitò diversi Paesi africani, tra cui Etiopia, Algeria, Egitto e Ghana. Il suo obiettivo era incontrare i leader dei Paesi africani e raccogliere il sostegno finanziario e militare per l’ala armata del clandestino African National Congress. Una lettera inviata dal Mossad al Ministero degli Esteri a Gerusalemme, rivela che Mandela seguì un addestramento militare del Mossad in Etiopia, durante tale periodo. Gli agenti non conoscevano la vera identità di Mandela. La lettera, classificata top secret, è datata 11 ottobre 1962, circa due mesi dopo che Mandela venisse arrestato in Sud Africa, poco dopo il suo rientro nel Paese. Il Mossad inviò la lettera a tre destinatari: il capo dell’ufficio Africa del ministero degli Esteri, Netanel Lorch, che divenne il terzo segretario della Knesset; il Maggior-Generale Aharon Remez, capo del dipartimento del ministero della cooperazione internazionale e primo comandante dell’Israeli Air Force, e Shmuel Dibon, ambasciatore d’Israele in Etiopia tra il 1962 e il 1966 ed ex-capo dell’ufficio Medio Oriente presso il ministero.
L’oggetto della lettera era “la Primula Nera”, il termine che media sudafricani già utilizzavano per indicare Mandela. Basandosi sulla primula rossa, il nome di battaglia dell’eroe del romanzo della baronessa Emma Orczy, che salvava i nobili francesi dalla ghigliottina durante la Rivoluzione francese.
Come ricorderete, tre mesi fa abbiamo discusso il caso di un tirocinante giunto presso l’ambasciata (israeliana) in Etiopia dal nome David Mobsari, proveniente dalla Rhodesia. Il suddetto fu addestrato dagli Etiopi (nome in codice per gli agenti del Mossad, secondo Haaretz) in judo, sabotaggio e armi.” La lettera ha anche osservato che il soggetto in questione “ha mostrato interesse per i metodi dell’Haganah ed altri movimenti clandestini israeliani”, aggiungendo “Salutò i nostri uomini con ‘Shalom’, aveva familiarità con i problemi degli ebrei e d’Israele, e dava l’impressione di essere un intellettuale. Il personale ha cercato di farne un sionista”, scrisse l’agente del Mossad  “Nelle conversazioni con lui, esprimeva una visione del mondo socialista e, a volte, dava l’impressione che tendesse al comunismo”. La lettera prosegue, notando che l’uomo che si faceva chiamare David Mobsari era lo stesso che era stato recentemente arrestato in Sud Africa. “Ed ora appare dalle fotografie pubblicate sulla stampa sull’arresto in Sud Africa della ‘Primula Nera’, che il tirocinante dalla Rhodesia utilizzava uno pseudonimo, i due uomini sono la stessa persona.”
Una nota scritta a mano sulla lettera fa riferimento a un’altra lettera inviata circa due settimane  dopo, il 24 ottobre 1962. L’annotazione osservava che la “Primula Nera” era Nelson Mandela, seguita da una breve recensione che citava un articolo di Haaretz su Mandela.
Tale lettera è rimasta per decenni negli Archivi di Stato d’Israele e non è mai stato resa pubblica. Fu scoperta pochi anni fa da David Fachler, residente ad Alon Shvut, mentre si occupava di documenti sul Sud Africa per una tesi sulle relazioni tra il Sudafrica e Israele presso l’Istituto per l’ebraismo contemporaneo dell’Hebrew University.

Nelson Mandela fu addestrato dal Mossad nel 1962
Un lettera depositata negli archivi di Stato israeliani rivela che l’icona sudafricana fu addestrata sotto falsa identità
Harriet Sherwood The Guardian, 20 dicembre 2013

untitledNelson Mandela a quanto pare ricevette l’addestramento militare dal Mossad, in Etiopia nel 1962, senza che il servizio segreto israeliano ne conoscesse la vera identità, secondo una lettera depositata negli archivi di Stato israeliani. La missiva, rivelata dal giornale israeliano Haaretz due settimane dopo la morte del leader sudafricano, afferma che Mandela fu istruito nell’uso delle armi e delle tecniche di sabotaggio, e fu incoraggiato a sviluppare simpatie sioniste. Mandela ha visitato altri Paesi africani nel 1962, al fine di raccogliere sostegno per la lotta del Congresso nazionale africano contro il regime dell’apartheid in Sud Africa. Mentre era in Etiopia, cercò aiuto presso l’ambasciata israeliana, utilizzando uno pseudonimo, secondo la lettera classificata top secret inviata ai funzionari israeliani nell’ottobre 1962. Il suo oggetto era la “Primula Nera”, termine usato dalla stampa sudafricana per riferirsi a Mandela. Haaretz afferma che la lettera riporta: “Come ricorderete, tre mesi fa abbiamo discusso il caso di un tirocinante giunto presso l’ambasciata (israeliana) in Etiopia dal nome David Mobsari, proveniente dalla Rhodesia. Il suddetto fu addestrato dagli Etiopi (nome in codice per gli agenti del Mossad, secondo Haaretz) in judo, sabotaggio e armi.
Aggiungeva che l’uomo aveva mostrato interesse per i metodi dell’Haganah, organizzazione paramilitare ebraica che combatté contro i dominatori inglesi e la popolazione araba della Palestina negli anni ’30 e ’40, e di altri movimenti clandestini israeliani. E continua: “Salutò i nostri uomini con ‘Shalom’, aveva familiarità con i problemi degli ebrei e d’Israele, e dava l’impressione di essere un intellettuale. Il personale ha cercato di farne un sionista. Nelle conversazioni con lui, esprimeva una visione del mondo socialista e, a volte dava l’impressione che tendesse al comunismo. Ed ora appare dalle fotografie pubblicate sulla stampa sull’arresto in Sud Africa della ‘Primula Nera’, che il tirocinante dalla Rhodesia utilizzava uno pseudonimo, i due uomini sono la stessa persona.”
Secondo Haaretz, una successiva annotazione manoscritta alla lettera confermava che la Primula Nera fosse Mandela. Il giornale ha detto che la lettera era conservata negli archivi di Stato, e che fu scoperta alcuni anni fa da uno studente nella ricerca per una tesi sui rapporti tra Israele e Sud Africa. Il sito del ministero degli Esteri d’Israele si riferisce ad un documento che conferma l’incontro tra Mandela e un funzionario israeliano in Etiopia nel 1962, ma non fa alcun riferimento esplicito al Mossad o a un qualsiasi tipo di addestramento.
Una nota del 9 dicembre 2013 dice: “L’Archivio di Stato d’Israele detiene un documento (non rilasciato per la pubblicazione) che dimostra che Mandela (sotto falsa identità) s’incontrò con un rappresentante ufficiale d’Israele in Etiopia già nel 1962… Il rappresentante israeliano non era a conoscenza della vera identità di Mandela. Invece i due discussero dei problemi d’Israele in Medio Oriente, con Mandela che dimostrava un ampio interesse sulla materia. Solo dopo il suo arresto nel 1962, al suo ritorno in Sud Africa, Israele ha saputo la verità.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La rivoluzione rumena: dove erano i 30000 agenti del KGB nel 1989?

Valentin Vasilescu, Reseau International, 16 dicembre 2013

Recentemente, è apparso evidente che Ceausescu probabilmente fu ucciso dai generali dell’esercito rumeno in collaborazione con i servizi segreti ungheresi, statunitensi e della NATO. Per nascondere la verità, diffusero la falsa tesi della presenza di “turisti” russi, il cui numero aveva raggiunto i 100000, ma ora sappiamo che in realtà non esistettero mai. Chi ha letto il mio articolo, Il Tesoro di Ceausescu, pensando che non si poteva fare di peggio al popolo rumeno, avrà un terribile shock alla lettura dei seguenti episodi dedicati agli eventi del dicembre 1989, origine dei mali della Romania.

7romanian_revolution_1989_demonstrators-1In una chiara e concisa lettera, Mihai Caraman, direttore dell’intelligence estera, chiese ai sovietici di ritirare i loro commando, circa 25000-30000 elementi.” La dichiarazione fu rilasciata da Petre Roman, primo ministro della Romania nel dicembre 1989 – settembre 1991. Roman sostenne che nel dicembre 1989 37000 turisti sovietici entrarono Romania e che appartenessero al KGB. E che 25000 di loro rimasero in Romania fino all’ottobre 1990. Come gli agenti del KGB poterono entrare e restare in Romania nel 1989-1990, Roman non lo disse. Se entriamo nella logica di Petre Roman,  numero due di Ion Iliescu al FSN (Fronte nazionale di salvezza, creato in segreto sei mesi prima), lui e il suo regime sarebbero stati installati dai sovietici. Pertanto i sovietici, e non qualcun altro, furono responsabili dei morti del 22 dicembre 1989 a Timisoara e Bucarest. Tutti i sovietici erano colpevoli, cosa che suscitò la lotta antiterrorismo che lui e Ion Iliescu attivarono nel pomeriggio del 22 dicembre. Secondo la logica di Petre Roman, i russi rovesciarono Ceausescu per mettere al potere Ion Iliescu e lui, per garantirsi che il Paese rimanesse per sempre nella loro sfera d’influenza. Cioè non aderire alla NATO (come fece lo stesso Ion Iliescu nel 2004) o all’Unione europea. Questi tizi ci prendono per idioti? Non sarebbero i soli, con Sergiu Nicolaescu che porta i turisti sovietici nel 1989 a 54000, o 30000 più di quanto non lo furono nel 1988, assicurando che tra loro almeno 20000 fossero soldati del GRU (il servizio d’intelligence militare sovietico). Nicolaescu mise tutto sul conto di un accordo tra Gorbaciov, Kohl, Mitterrand e Bush. Spiegò che nel 1988-89 decisero di prendere alcune misure contro Ceausescu e la Romania. Quali fossero, non lo dice. Ma durante il periodo indicato da Sergiu Nicolaescu e Petre Roman, che non vuole morire nelle tenebre dell’ignoranza, Ceausescu impose restrizioni ai turisti sovietici in Romania, con la decisione n° 20/016750 del 17 dicembre 1989. Sempre il 18 dicembre furono respinte centinaia di vetture immatricolate in URSS che giunsero ai valichi di frontiera della Romania, ma non fu concesso alcun visto o passaporto a cittadini sovietici o a rumeni residenti in URSS che volevano visitare le famiglie in Romania per le festività natalizie. Mentre negli hotel di Timisoara e Bucarest non vi erano che un paio di centinaia di turisti sovietici, quindi gli agenti del KGB avrebbero dovuto dormire nelle loro “Lada“. Pertanto, i romeni non avrebbero potuto protestare contro Ceausescu, a piedi, a Timisoara, Bucarest e Cluj occupate da 10000 auto “Lada“, ciascuna con a bordo 3-4 agenti sovietici…(*)
La sera del 21 dicembre 1989, il contrammiraglio Stefan Dinu, a capo dell’Agenzia d’Intelligence Militare (DIA) avviò un diversivo per interrompere le attività spionistiche contro il servizio di sicurezza. La DIA affermò di aver catturato “turisti” che in realtà erano agenti di KGB e GRU che avrebbero avuto una missione simile all’invasione sovietica della Cecoslovacchia nel 1968. Dinu disse che aveva trovato tra i turisti arrestati un elenco completo con le foto allegate degli agenti del controspionaggio romeno da eliminare. Sostenendo che nel 1968 KGB e GRU avevano rastrellato e bloccato negli uffici dei servizi d’intelligence tutti gli agenti del controspionaggio della Cecoslovacchia, che furono poi messi al muro e giustiziati uno per uno con un colpo nella nuca. Siccome nessuno ebbe l’idea di controllare ciò, la voce della DIA diede i suoi frutti. Perché, negli  eventi dell’agosto 1968, 72 cittadini cecoslovacchi furono uccisi con armi da fuoco, la maggior parte manifestanti, e nessun agente dei servizi segreti. Alla luce di tali informazioni, la mattina del 22 dicembre 1989, alcuni comandanti delle guarnigioni nelle città in cui vi erano uffici e centri d’ispezione della sicurezza ebbero l’ordine di costituire gruppi di miliari comandati da ufficiali, per arrestare presso le loro unità tutti gli agenti di sicurezza, in particolare quelli della struttura UM 0110 (che si occupava delle spie dai Paesi socialisti). Dopo che gli agenti di sicurezza furono arrestati dalle unità militari, naturalmente per proteggerli da KGB e GRU, furono isolati e messi sotto scorta armata per una settimana, durante cui si ebbe la cosiddetta lotta antiterrorismo. Ma tale pratica è impiegata solamente dagli agenti degli Stati Uniti, che l’utilizzarono nell’invasione dell’Iraq del 2003, con il famoso mazzo di carte che indicava le persone a uccidere.
La sera del 22 dicembre 1989, un gruppo di civili con bracciali tricolori entrò nella sede dell’UM 0110 di via Roma. L’esercito fu quindi lasciato senza sicurezza e agenti del controspionaggio operativi. I civili che ne erano a conoscenza, ma senza conoscere tutti i dettagli su KGB e GRU, poterono liberamente sequestrare gli archivi, che non furono mai ritrovati. L’unità fu sciolta a fine  dicembre 1989 dall’autorità appena installata, in cui vi erano Petre Roman e Mircea Dinescu. Qual era la realtà sul terreno che Petre Roman voleva coprire con un petardo bagnato? Affronteremo la questione nei futuri articoli.

Note:
(*): Non esistevano targhe di Russia, Moldavia, Ucraina e altre nell’epoca sovietica. Le targhe erano formate da gruppi di 3 lettere e 4 numeri. Le targhe valide nel 1982-1993 sono quelle di sinistra… senza segni distintivi per Paese… delle repubbliche dell’Unione Sovietica.

Rivoluzione rumena: vittoria della rivolta di Timisoara o separazione della Transilvania dalla Romania?
Valentin Vasilescu, Reseau International, 18 dicembre 2013

harta5In un altro articolo su Timisoara abbiamo detto che per simulare una massiccia repressione, Tokes ebbe bisogno di veterani delle operazioni speciali per indurre una manifestazione di piazza, creando la percezione che l’esercito non avrebbe sparato. Tale percezione suggerisce che i generali dell’esercito fossero convinti che, una volta presa Timisoara, Ceausescu sarebbe caduto. Ancora una volta, tutto ciò fu forse solo un’impressione che non poté resistere a un’esame. In realtà, probabilmente, i generali ebbero fin dall’inizio un ruolo attivo nello scenario immaginato dai servizi segreti stranieri e già avviato. Una volta soddisfatte tali condizioni, il movimento della folla e la falsa percezione che essa potesse fraternizzare con l’esercito, la fase successiva fu il lancio dello slogan dei veterani della guerriglia urbana: “L’esercito è con noi!” Nessuno lavorava a Timisoara, le manifestazioni di piazza spontanee furono organizzate e strutturate dalle imprese (6 Marzo, Azur, UMT, Electromures, Spumatim, Detergentul, Banatul, ELBA, Electromotor e Solventul), ogni colonna era inquadrata da uomini che, finora, non erano mai stati identificati. La disciplina venne imposta ai manifestanti dalla vigilanza di questi uomini, che vietava ad estranei l’adesione alle colonne dei manifestanti e che controllava le entrate alle aziende.
Il 17 dicembre 1989, durante la notte, s’innescarono le provocazioni simulanti le operazioni di una massiccia repressione dell’esercito. In questa fase non c’era bisogno di creare gravi danni, ma solo d’indurre brevemente il panico e il caos per dare l’impressione della disorganizzazione delle guardie delle unità militari. Cioè, quando gli individui, finora sconosciuti ma certamente veterani della guerriglia urbana, aprirono il fuoco da edifici vicini e da auto in movimento sulle unità militari e le guardie in uniforme sulle strada, provocando le prime vittime della rivoluzione. Nel frattempo, su alcune unità militari furono lanciate bottiglie molotov, bruciandone i depositi, dimostrando che coloro che l’avevano fatto furono scelti tra coloro che conoscevano perfettamente le caserme. Nel frattempo furono lanciati slogan radicali: “Abbasso Ceausescu”, “Libertà, libertà”, “Oggi, a Timisoara, domani in tutto il Paese“. Alle 18:45 i generali Gusa e Stanculescu ebbero un vertice con Ceausescu, dove lo costrinsero a consegnargli ciò che realmente volevano: il codice “Radu cel Frumos“, vale a dire l’allerta parziale. Così, la notte del 17/18 dicembre, durante tale simulazione della repressione di massa, vi furono 66 morti e 196 feriti e il 18/19 dicembre altri 7 morti e 98 feriti. L’effetto cercato dai generali Stanculescu e Gusa fu raggiunto. Per le strade di Timisoara si raccolsero più di 200000 persone, nel corso della giornata. Nella notte, le strade si svuotarono dei manifestanti per riempirle il secondo giorno, gridando: “Vogliamo un governo democratico,” “Vogliamo elezioni libere”, “Iliescu“. C’era già un cambiamento significativo nell’atteggiamento della popolazione che si diffuse per contagio in tutto il Paese. L’odio della popolazione contro Ceausescu crebbe preparando il piano del colpo di Stato.
In questo contesto, la stampa occidentale, incaricata di esagerare all’infinito, iniziò una campagna mediatica per demonizzare Ceausescu. I giornalisti occidentali a Timisoara avevano “trovato” e trasmesso immagini e filmati di una fossa che nascondeva da 4000 ad oltre 10000 vittime delle sicurezza. Successivamente, si constatò che non vi erano più di 19 corpi di persone morte per cause naturali e non reclamati dai parenti all’obitorio della contea, sepolti pochi mesi prima del dicembre 1989. Questo è il motivo per cui la maggior parte dei corpi erano senza vestiti, alcuni dei quali  legati con filo spinato. Attraverso questa operazione, al di fuori dei confini della Romania, si creò l’immagine di Ceausescu quale assassino, avendo massacrato il suo popolo, così nessun Paese al mondo avrebbe avuto il coraggio di sostenerlo in qualsiasi modo. La domanda rimasta volontariamente senza risposta finora era: perché Timisoara è stata scelta come centro per attuare le due operazioni: l’avvio e la simulazione di una massiccia rappresaglia nel piano per rovesciare il regime di Ceausescu. A questo punto, dovrò ricorrere a nozioni di geografia militare. A causa delle caratteristiche della catena montuosa dei Carpazi occidentali, l’attacco da ovest alla Romania, dall’Ungheria, è possibile solo da due direzioni operative. La prima è la “Porta sul fiume Somes” che attraversa il massiccio Apuseni, per il valico di Ciucea, tra le montagne Plopis e Vladeasa, seguendo la strada Carei Zalau-Cluj-Tg.Mures-Sfiatu Gheorghe. Agendo in questo modo, l’Ungheria non può togliere alla Romania che meno della metà della Transilvania, come nel caso del Trattato di Vienna del 30 agosto 1940. La seconda direzione è dalla porte di Mures per due direzioni operative, una da Arad a Lipova seguendo il fiume Mures, e l’altra per Timisoara, Timis e Bega.
Agendo seguendo tale seconda direzione operativa, dalla “Porta di Mures”. l’esercito ungherese poteva bloccare i passi dei Carpazi, in un primo momento, per poi passare gradualmente verso l’altopiano della Transilvania. Dato che la maggioranza etnica ungherese vive nelle depressioni di Giurgeu, Ciuc e Brasov, il blocco è molto più facile sui colli Paltinis, Tulghes, Bicaz, Ghimes e Oituz, nei Carpazi orientali, tagliando i collegamenti tra la Transilvania e la Moldavia, consentendo all’esercito ungherese di occupare l’intera Transilvania.
Nelle prime ore del 20 dicembre 1989, l’esercito ebbe l’ordine dal generale Gusa di non sparare più e di fornire munizioni ai leader dei manifestanti. La folla in quel momento, non riconosceva lo stato di diritto e i leader legittimamente eletti della Romania, e la sua azione fu inquadrata secondo i modelli separatisti, sebbene la maggior parte dei suoi dirigenti non se ne rendesse conto. E il 21 dicembre 1989 fu creata un’enclave separatista nel Banato e nelle due contee orientali vicine, potendo controllare le strade accennate nello scenario operativo della Porta di Mures. Questo era anche il luogo dove erano presenti forti presidi militari. Quindi, se per qualsiasi motivo il colpo di Stato non si fosse verificato o fosse fallito, e Ceausescu fosse rimasto al potere, il piano B “Marcel” poteva essere applicato in conformità alla Dichiarazione di Budapest del 16 giugno 1989. L’esercito ungherese avrebbe attraversato a tutta velocità dei corridoi specifici lasciati liberi dal dispositivo militare rumeno, ora sotto il comando dei leader secessionisti in tutti i settori chiave del dispositivo di azionamento delle porte di Mures. La Romania sarebbe stata ridotta al territorio antecedente la prima guerra mondiale.

Valentin Vasilescu, pilota ed ex-vicecomandante della base militare presso l’aeroporto Otopeni, laureato in Scienze Militari presso l’Accademia di Studi Militari di Bucarest, nel 1992.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Tradimento contro Ceaucescu

Valentin Vasilescu, Reseau International, 14 dicembre 2013

Il 25 dicembre 1989 a Targoviste, il giorno dell’esecuzione dei Ceausescu, fu pronunciata una frase veritiera: “Vedete, il traditore è sempre stato vicino a voi”. La persona in questione era Victor Atanasio Stanculescu responsabile dell’esecuzione dei Ceausescu.

16-Elena-and-Nicolae-CeausescuL’agente di un servizio straniero collocato in una posizione chiave nello Stato, vale quanto un intero esercito. Stanculescu fu probabilmente reclutato nel 1986 da un agente dell’MI6 (l’intelligence estera inglese). L’agente di nome George Pop, un rumeno con cittadinanza inglese, che operò nel 1984 in Romania, rappresentava la divisione motori aeronautici ed equipaggiamenti militari della Rolls-Royce. Supervisionava l’assemblaggio dei motori aeronautici ROMBAC (del BAC-1/11 costruito su licenza in Romania). Più tardi, l’MI6 aveva passato informazioni a Stanculescu sui colleghi dell’AVO ungherese (NdT: i servizi segreti ungheresi) che avevano sviluppato un meccanismo per operazioni d’importazione di materiale militare in Romania, coinvolgendolo nei colloqui con il suo omologo ungherese Ferenc Karpati, Capo di Stato Maggiore ungherese. Sotto tale pretesto, Stanculescu nell’agosto 1989 partecipò a un seminario di formazione organizzato dall’AVO in una villa sulle rive del lago Balaton. Durante tale incontro ebbe assegnato un ruolo decisivo, organizzare il colpo di Stato del 22 dicembre 1989 per togliere definitivamente dal potere Ceausescu. Curiosamente, o forse no, alcune discussioni di Victor Stanculescu sul lago Balaton e successivi contatti con l’addetto militare ungherese in Romania, Sandor Aradi, erano note al controspionaggio rumeno. La sicurezza registrò l’11 settembre 1989 le telefonate ricevute da Aradi, a Budapest, riguardo un “cesto di frutta” che Stanculescu avrebbe dato all’addetto militare presso il ministero della Difesa.
La missione di Stanculescu a Timisoara, assieme a Gusa (NdR: generale rumeno, allora Capo di Stato Maggiore) comprendeva la distruzione dell’esercito sotto la loro direzione. Quando il suo compito a Timisoara fu adempiuto, alle 05:00 del 20 dicembre, Stanculescu, in attesa dell’esito della manifestazione che doveva aver luogo, si presentò all’ospedale militare di Timisoara simulando un attacco di cistifellea, e poi disse per telefono al generale Milea che doveva tornare a Bucarest. Cosa che fece la notte successiva, 21 dicembre 1989, con un aereo militare. La mattina del 22 dicembre, alle 06:00, Stanculescu andò all’Ospedale Militare Centrale, questa volta per farsi ingessare un piede. Questa mossa rientrava nel piano per rovesciare il regime di Ceausescu, perché dopo il suicidio del ministro della Difesa, generale Vasile Milea, alle 09:00, Stanculescu doveva impedire ad ogni costo la cancellazione del golpe, che dipendeva dalla sua nomina a ministro della Difesa. Nicolae Ceausescu, per evitare il tradimento dell’esercito, avrebbe nominato suo fratello, il Tenente-Generale Ilie Ceausescu, a ministro della Difesa, essendo stato anche uno dei tre assistenti di Milea. Dopo la partenza dei Ceausescu dal Comitato Centrale, alle 13:30, Stanculescu chiamò un medico militare presso il ministero della Difesa, per liberarlo dall’ingessatura. Fu lo stesso medico dell’Ospedale Militare Centrale, Colonnello Niculescu, direttore del Dipartimento di Traumatologia, a farlo. Gusa era andato a Timisoara il 22 dicembre alle 12:45, e 5 minuti dopo Stanculescu annunciò la riuscita del colpo di Stato, come previsto, anche se finì il lavoro solo il 25 dicembre, con l’eliminazione fisica dei Ceausescu. Il potere fu consegnato ad Ion Iliescu, che iniziò ad applicare con Gusa un altro scenario, quello dei terroristi, in realtà inesistenti, causando altri 942 morti tra i rumeni. Tutti gli ordini provenivano da Timisoara, e non da Ceausescu.
Facendo riferimento al generale dell’esercito romeno Stanculescu, nel 1989 Miklos Nemeth, ex-primo ministro di Ungheria, confermò a Susan Branstatter, regista del documentario sulla rivoluzione rumena del dicembre 1989 dal titolo “Scacco matto – Strategia per una rivoluzione“, che  l’Ungheria era riuscita a reclutare molte persone nelle posizioni chiave del regime di Ceausescu. Definì i criteri per l’arruolamento dicendo che queste persone erano in grado di aiutare le vittime del regime. Cinico sulle famiglie delle 1104 persone uccise dall’esercito rumeno durante gli eventi del 1989, ma anche realista, secondo la prospettiva degli interessi nazionali dell’Ungheria che ha sempre cercato di “liberare” la Romania, in particolare la Transilvania rumena.

Valentin Vasilescu, pilota ed ex-vicecomandante della base militare dell’aeroporto di Otopeni, laureato in Scienze Militari presso l’Accademia di Studi Militari di Bucarest nel 1992.

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Intervista al generale Stanculescu, organizzatore del colpo di Stato contro Ceausescu
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dictators_ceaucescuL’ex generale Victor Atanasie Stanculescu, il capo dell’esercito rumeno quando Ceausescu fu rovesciato, e che diresse il processo-farsa sommario che si concluse con la sua esecuzione, nel suo libro pubblicato di recente, “Infine, la verità“, indica come fu pianificato, insieme ai servizi segreti russi, il “colpo di Stato” del dicembre 1989. Si tratta di cinque interviste con lo storico Alex Stoenescu, dove il generale rivela i piani precedentemente concordati con i sovietici e gli statunitensi, lo sviluppo del colpo di Stato e perché vi furono tante vittime civili. Una testimonianza importante che proviene dal cuore degli eventi, e che rivela alcuni dati che il mito della “Rivoluzione rumena” nasconde. Questa è la traduzione dell’articolo pubblicato da Evenimentul Zilei sul libro. Credo che tale articolo abbia sufficienti rivelazioni da leggere, per poter capire. Mi auguro che nel tempo si possa scrivere un post sul libro, non avendo che le note di base pubblicate su di esso. La teoria della “rivoluzione” è promossa da tutti coloro che cambiarono casacca in tempo per rimanere ai vertici. Inoltre, funge da arma anticomunista perché fa credere che lo scopo delle manifestazioni di piazza di migliaia di cittadini sia stato il rifiuto del comunismo, quando al contrario, sostengono sempre più prove, chiedevano una riforma, non il cambiamento del sistema. Questo non solo lo sostiene il popolo rumeno, con cui si può parlare prendendo una Ursus (birra rumena), ma perfino alcuni soggetti che vissero la rivoluzione come il regista Sergiu Nicolaescu, pochi pensavano che stesse per cambiare il regime, avendo solo richiesto la riforma del socialismo.
Stanculescu sostiene che i servizi segreti russi e statunitensi progettarono il colpo di Stato da tempo, e che fu l’uomo che diresse gli eventi fino a quando Iliescu prese il potere. Il piano originale prevedeva un governo provvisorio militare, guidato da lui, ma alla fine si decise per un governo civile. Fornisce anche indicazioni su come la CIA intervenne presso il governo della Romania dopo la rivoluzione e scelse i suoi presidenti.

Stanculescu porta il KGB nella rivoluzione rumena
L’era di Nicolae Ceausescu è finita con un classico colpo di Stato, preparato dai servizi segreti sovietici, il KGB e il GRU (servizi segreti militari), con l’aiuto di ufficiali romeni, come ha dichiarato il generale Victor Atanasie Stanculescu, il personaggio chiave degli eventi del dicembre 1989, in un libro presentato presso la Biblioteca centrale di Bucarest. Nel volume “Infine, la verità“, il generale Stanculescu colloquia con Alex Mihai Stoenescu, raccogliendo cinque interviste che il generale accordò allo storico, la prima nel 2004 e le altre nel 2009. L’ultima, del 30 dicembre, nel carcere di Jilava (Nota: il generale fu arrestato come responsabile per la sparatorie della marina a Timisoara). “Sono le rivelazioni di Stanculescu sui fatti che conosce. La caduta di Ceausescu fu causata all’estero, dai sovietici e dagli statunitensi, ed era informato di tutto ciò. Descrive anche un evento verificatosi nel lago Balaton in Ungheria, con il capo del KGB. Sapevo anche che ci sarebbe stato un conflitto tra l’esercito e la polizia politica, la Securitate“, dice lo storico Alex Mihai Stoenescu, autore di un altro libro sulla rivoluzione, “Cronologia degli eventi del dicembre 1989“. Il destino del regime comunista della Romania fu deciso a Mosca e Washington, e una delle pedine fondamentali del colpo che eliminò dal potere Ceausescu fu Victor Atanasie Stanculescu, allora viceministro della Difesa. Nella primavera del 1989, l’ex generale era in “vacanza” con la moglie e la figlia sul lago Balaton, in Ungheria. A questa ‘escursione’ parteciparono anche il capo del KGB per l’Europa orientale e il Capo di Stato Maggiore ungherese, generale Ferenc Karpati, che discussero il problema ‘Ceausescu’.

‘Questo Ceausescu finirà male!’
Il capo del KGB era preoccupato per il fatto che la “liberalizzazione” avviata da Gorbaciov, avrebbe ricevuto una risposta dai rumeni, perché reagivano a tutto ciò che proveniva da Mosca, in linea di principio. Ha sempre ripetuto che avremmo dovuto fare qualcosa e cooperare“, ricorda Stanculescu. Dopo l’incontro, su cui il generale ha rifiutato di fornire ulteriori dettagli nel libro, fu contattato nel settembre 1989 dall’attaché militare ungherese a Bucarest, Sandor Aradi: “Mi fu presentato da un ex-ufficiale dell’UM 0.110 (unità anti-KGB della Securitate), come un agente dal  straordinario potere di penetrazione in Romania.” Aradi disse, “Mi hanno detto che si è parlato con lei in passato (sul lago Balaton). Dobbiamo unirci per poter uscire da questo pasticcio della ‘malattia del comunismo’“. Più tardi, Stanculescu l’informò che, dopo i colloqui di Mihkail Gorbaciov con Ceausescu, il 4 dicembre 1989, quando il dittatore rumeno l’aveva accusato di “distruggere il comunismo”, il presidente russo tornò a Mosca e disse al suo assistente segretario alla propaganda: “Questo Ceausescu farà una brutta fine“.

GRU e KGB decisero l’esecuzione di Ceausescu
La decisione di rimuovere Ceausescu venne dai servizi segreti sovietici?”, chiese lo storico Stoneascu al generale, che rispose seccamente: “GRU e KGB insieme”. I primi giorni di dicembre, le truppe speciali della Direzione per l’Informazione (GRU) dello Stato Maggiore dell’Esercito Sovietico, chiamate Spetznaz, entrarono nel Paese. In loro supporto venne impiegato un aereo da guerra elettronica che disturbava il sistema di difesa terrestre. “Era troppo complesso per essere stato installato da noi“, spiega Stanculescu, riconoscendone l’impiego dai sovietici “per facilitare i movimenti, amplificare il caos generale e le azioni contro il regime“. Inizialmente, dopo che il piano era stato già concordato con i servizi segreti stranieri, l’azione doveva iniziare dall’interno, nel  novembre, subito dopo il XVI.mo Congresso del PCR. “Compresi che, a fine novembre, fummo ingannati. Non sapevamo chi avrebbe fatto il primo passo. Alla fine lo fecero i sovietici“, disse il generale, aggiungendo che nessuno agiva per paura della Securitate.

“La Securitate sarà battuta”
La collaborazione tra russi e statunitensi fu confermata in un altro passo. Poco prima degli eventi di dicembre, Victor Stanculescu fece uscire la figlia e il figlio dalle strutture operative della polizia politica, la Securitate, “perché non venissero feriti.” “La Securitate sarà sconfitta” dissero al generale. Avendo alle sue spalle la Securitate, Ceausescu sarebbe stato protetto, così si decise di eliminare il problema. Queste informazioni furono fornite dall’attaché militare statunitense a Bucarest. “Per favore non dica i nomi. Andai nellasua  residenza molte volte, anche con l’addetto militare francese (…) Le informazioni me le diede l’americano. ‘Attenti, ricordate che la Securitate deve scomparire!’ Mi dispiace, ma non posso dare dettagli più precisi, perché ne ho dimenticato alcuni, ho voluto dimenticare“, disse Stanculescu nell’intervista.

KGB e GRU spararono a Bucarest e Timisoara
Uno degli argomenti che occupa alcune pagine del libro, è in relazione a uno dei grandi misteri della rivoluzione: chi erano i “terroristi”? (nota: si chiamano terroristi coloro che spararono contro l’esercito e i civili, una volta che la Securitate e la marina erano passate con i golpisti). Una questione che il generale Stanculescu chiarì: “Il fenomeno del terrorismo ebbe due componenti. La componente esterna, sovietica, e le componenti interne, che agirono come elementi che, avendo visto che il regime era stato rovesciato, dovevano resistere. Alcuni terroristi furono arrestati da noi, dell’esercito, e molti altri ufficiali lasciarono le caserme. (…) Si nascosero per un po’ e, infine,  tornarono alle loro unità. E nessuno sa che cosa fecero durante quel periodo“. Dei dati riportati negli archivi sovietici, studiati in Russia, mostrano che sia il KGB che il GRU spararono dai tetti, sia a Bucarest che a Timisoara, sulle truppe tra la popolazione, essendosi uniti agli ampia movimenti di protesta. Inoltre, l’ex generale riconobbe che vi furono formazioni militari che ricevettero direttive dal Comitato Centrale, guidate per sezioni militari che avrebbero potuto decidere di difendere Ceausescu. “Non ne sappiamo molto, ma sappiamo che fu fatto. Ciò che fu in seguito reso noto è che alcuni uomini furono messi da parte, non concentrati, non mobilitati, non inviati alle manovre, erano parte attiva della Riserva dell’Esercito o dello Stato e che vi erano attivisti tra di loro. Vi furono sempre dei permessi di massa, qualche centinaio da ogni unità rimossi discretamente dai programmi regolari.” (Nota: si riferisce all’esercito romeno, che aveva unità di resistenza preparate a rispondere a un colpo di Stato). In quei giorni, furono arrestati dei militari con ordini “lasciati in bianco” (infiltrati), ma furono rilasciati immediatamente. “Ebbi una lista di 1015 terroristi catturati, identificati come militari. Mi fu comunicato che erano stati arrestati e trattenuti dalla polizia. Di quelli che sono scomparsi, evaporati, non esiste più nulla. Il sistema per proteggerli nelle situazioni estreme di prigionia, funzionò“. Più esattamente, precisa il generale, “si doveva dichiararli arrestati per errore“. Il termine “terroristi” fu applicato anche agli agenti dell’Accademia Militare che, a seguito di ordini confusi, spararono a 38 uomini nella notte del 21-22 sulle barricate di fronte all’Hotel Intercontinental.

“Nel 1991, la CIA mi propose di candidarmi”
STANCULESCU - CONFERINTA Vicino al potere, in parte garantito dal fatto che era stato scelto quale principale pedina del colpo dai servizi segreti stranieri, e in parte perché Nicolae Ceausescu aveva piena fiducia in lui, i piani di Victor Atanasie Stanculescu presero quota. Dopo il suicidio del generale Vasile Milea (Nota: il ministro della Difesa si suicidò, secondo la versione ufficiale, dopo aver guidato la repressione di Timisoara), Ceausescu volle Stanculescu suo successore come ministro della Difesa, ma poi Iliescu nominò Nicolae Militaru. Tuttavia, Stanculescu orchestrò, nella prima fase, il colpo di Stato. L’ordine di prendere il controllo dei consigli provinciali del partito del Paese, il ritiro dei corazzati di fronte il Comitato Centrale, il ritiro dell’elicottero e il suggerimento a Ceausescu di fuggire. Un classico colpo di Stato. “Fui invitato a rivolgermi all’Istituto della Rivoluzione, e rifiutai perché, come ho detto, non voglio partecipare alla riscrittura delala storia di Iliescu. Le cose non andarono come fu raccontato“, testimonia nel libro Stanculescu. Il generale, inoltre, riconobbe, costretto dai testimoni di Timisoara e dalle prove portate da Alex Mihai Stoenescu, di aver ordinato che ai lavoratori delle fabbriche di Timisoara fosse consentito di uscire, per amplificare le dimostrazioni.
Prima che Iliescu entrasse potentemente in scena, i piani per la Romania del dopo Ceausescu dimostrarono che sarebbe cambiato poco con gente come Victor Stanculescu, cioè “la fase principale seguiva il modello portoghese, un breve regime militare seguito da un regime democratico appoggiato dall’esercito. Finora ho sostenuto che successe proprio ciò, ma i compagni non vogliono ammetterlo. Penso che avremmo potuto, in quel periodo che chiamiamo fase di transizione, risolverlo in modo simile alla Grecia o al Portogallo, dove ho vissuto, perché ci fui subito dopo l’azione dei militari. A tre mesi dal rovesciamento del governo Caetano, andai a Lisbona, e quelle manovre furono eseguite in nome dell’esercito”. Parla del colpo di Stato del 1974 e del movimento delle forze armate. A capo dello Stato si sarebbe installato lo stesso Stanculescu: “Fui moralmente e professionalmente preparato a prendere il controllo del Paese, a garantirne la transizione e la tranquillità della popolazione, ma quando cercai di fare qualcosa, bloccarono ogni possibilità di azione“.
La seconda opportunità per accedere alle massime cariche dello Stato gli fu data nel 1991. L’ex generale disse che i primi contatti con gli statunitensi avvennero attraverso l’MI6, i servizi segreti inglesi, con cui ebbe ‘stretti contatti’. In base alle sue dichiarazioni del 2 dicembre 1991, incontrò due statunitensi in un quartiere di Bucarest, un agente della CIA e un rappresentante del ministero della Difesa: “Abbiamo una domanda, ci verrà chiesto se siete interessati a partecipare alle prossime elezioni presidenziali in Romania“, era la proposta che gli fecero. Se parlò di eseguire ‘un sondaggio sui pareri all’estero’ per indagare sull’immagine di Stanculescu all’estero e su certi settori della popolazione. Costo: 3 milioni di dollari, di cui una parte sostenuta dagli statunitensi. “Abbiamo assicurato le elezioni in Colombia, Indonesia, o credo fossero questi due Paesi, ma non abbiamo i soldi al momento. Dopo essere diventato presidente, le restituiremo i soldi.” Respinse categoricamente la proposta. “Non faccio così“, riporta Stanculescu. “Il rifiuto fu causato dalla mia paura di non poter pagare il debito”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Generale Vo Nguyen Giap: Morte di un eroe vietnamita

Samuel Noumoff, Global Research, 7 novembre 2013

Il generale vietnamita Vo Nguyen Giap era popolarmente conosciuto come il “Napoleone Rosso.” Un pioniere della moderna guerriglia, il cui ruolo nelle vittorie stellari delle forze armate vietnamite sui militari colonialisti di Giappone, Francia e Stati Uniti ispirarono milioni di persone nel Sud del mondo, nel loro lotte anticoloniali. Un omaggio.224530Nei primi giorni di ottobre è giunta dal Vietnam la notizia della morte del generale Vo Nguyen Giap, all’età di 102 anni. Celebrato dopo solo Ho Chi Minh, il Generale Giap simboleggia il successo di ciò che viene definita, recentemente, guerra asimmetrica. All’inizio della moderna lotta per l’indipendenza vietnamita, il Viet Minh contava centinaia di aderenti e passò dalle piccole unità di guerriglia alle grandi formazioni di battaglia convenzionali, sconfiggendo le forze di occupazione coloniali francesi, i potenti Stati Uniti e le loro marionette neocoloniali.

Ribelle socialista
Giap, come molti altri leader rivoluzionari, proveniva da una famiglia di proprietari terrieri agiata. Suo padre, un burocrate di basso livello dell’amministrazione coloniale francese, fu imprigionato nel 1919 per agitazione nazionalista, dove morì, come la sorella. Frequentò la stessa scuola di Ho Chi Minh e Ngo Dinh Diem che sarebbe divenuto il presidente del Vietnam del Sud che nel 1963 perse il supporto degli Stati Uniti e fu assassinato. Giap fu espulso dalla scuola per agitazione nazionalista e poi arrestato nel 1930. Trascorse più di un anno in prigione. Si laureò in giurisprudenza presso l’Università di Hanoi, ma fallì l’esame da avvocato a causa della sua attività politica. La sua impossibilità a praticare l’avvocatura lo portò a divenire insegnante di storia, dove  prese familiarità con Napoleone e T. E. Lawrence. In seguito sarà conosciuto dai suoi avversari come il “Napoleone Rosso”. Prima di partire per la Cina nel 1940, fondò un giornale giovanile socialista. Nel 1942 tornò nel Viet Bac, le sei province settentrionali del Vietnam abitate per lo più da minoranze. Quando visitai la zona nel 1973, i generali espressero il loro pieno orgoglio per essere nella zona sicura in cui, ogni volta ne aveva bisogno, il Viet Minh aveva un rifugio impenetrabile. (Sul piano più leggero, a cena uno di loro si inchinò per dirmi se volevo l’indirizzo di Hanoi della fidanzata di Ho Chi Minh, ancora viva. Fu preso a calci sotto il tavolo da uno dei vecchi compagni.) Mentre senza dubbio Giap trasse conclusioni dalla sua esperienza nell’osservare lo sviluppo della rivoluzione cinese sul campo, le sfide che affrontava, su qualsiasi scala, erano indubbiamente assai maggiori di quelle affrontate da Mao. Ma ciò non sminuisce quest’ultimo.
Nel Natale del 1944, a Giap fu affidato il primo assalto a un avamposto militare francese di Vichy, che catturò. Quattro mesi più tardi, le forze Viet Minh contavano 5000 effettivi. Duecento furono  selezionati per l’addestramento e l’armamento dalle forze speciali degli Stati Uniti, nel tentativo di scacciare le forze giapponesi che controllavano il Paese con la collaborazione della Francia di Vichy. Nell’agosto 1945, Giap condusse la sua forza ad Hanoi, ritirandosi tatticamente nel Viet Bac l’anno successivo, quando i francesi rioccuparono i centri del Paese. Ci vollero altri otto anni di  guerriglia prima che la battaglia decisiva di Dien Bien Phu avesse luogo. L’avamposto fortificato francese doveva tagliare le linee di rifornimento Viet Minh, credendo nella propria superiorità tecnologica.

Nemesi dell’impero
Giap sviluppò ciò che definirei la strategia del cappio, scavando trincee attorno alle forze francesi, circondandole con unità rafforzate da carri armati e artiglieria sovietici. Ironia della sorte, la prima salva di artiglieria fu sparata dalle forze di Giap con cannoni da 105 mm catturati dalle forze nordcoreane nella guerra di Corea, spediti per ferrovia attraverso la Cina e piazzati nel perimetro di Dien Bien Phu. Questi cannoni erano coperti da tessuti di raso, nel 1971, nei sotterranei del Museo della Guerra di Hanoi. Le forze francesi si arresero e gli USA si rifiutarono di fornire un supporto cruciale, quindi i francesi annunciarono la loro ritirata. Richard Nixon, allora vicepresidente degli Stati Uniti, aveva evocato l’uso di armi nucleari tattiche a supporto dei francesi, proposta che il presidente Eisenhower respinse. Gli USA sostituirono i francesi in Vietnam in base alla teoria del domino: se il Vietnam “cade” in mano ai comunisti ne sarebbero seguite altre guerre di liberazione nel Sud-Est asiatico, minacciando Australia e Nuova Zelanda. Nel 1968, il Partito Comunista del Vietnam concluse che una grande offensiva militare avrebbe innescato la ribellione nazionale. La data fu fissata per le vacanze del Tet. È stato suggerito che Giap non ne fosse entusiasta, partendo per cure mediche in Ungheria e tornando in Vietnam una volta iniziata l’offensiva. Come ministro della Difesa, Giap comunque coordinò l’attacco con numerose vittime sui entrambi i lati.
Il Tet fece agli Stati Uniti quello che Dien Bien Phu fece ai francesi, precipitò la decisione di ritirarsi. Giap aveva raggiunto l’obiettivo politico. Mentre la prevista ribellione nazionale non si concretizzò, il morale dei militari sudvietnamiti iniziò a sgretolarsi. Cinque anni dopo, nel 1973,  visitai il fiume Thac An, il fronte che divideva le armate del sud da quelle del nord, e un ufficiale commentò che il comandante della forza meridionale comunicò informalmente al Fronte di liberazione nazionale che se avesse ricevuto l’ordine di aprire il fuoco oltre il fiume, avrebbe sparato nella direzione sbagliata, nessuno dei suoi uomini voleva essere l’ultimo soldato a morire in guerra.  Il governo sudvietnamita sopravvisse per altri sette anni all’offensiva del Tet, prima che i carri armati di Giap facessero irruzione nel palazzo presidenziale di Saigon, catturando l’allora presidente “Big” Minh. Il Vietnam fu riunito. Durante questo periodo l’Unione Sovietica fornì materiale di supporto e l’esercito cinese inviò 320000 soldati.

Riverito e rispettato
Nel 1980, Giap andò in pensione da ministro della Difesa, seguite due anni dopo dalle dimissioni dal Politburo del partito comunista. Rimase Viceprimo ministro e membro del comitato centrale fino al 1991. Molti commentatori occidentali suggerirono che venne emarginato nel periodo post-1975, senza prendere in considerazione l’età e la salute, e che potrebbe essere stato il momento di ritirarsi per la vecchiaia. All’età di 99 anni, Giap espresse gravi riserve sulla proposta di aprire una grande miniera di bauxite, dannosa per l’ecologia degli altopiani centrali del Vietnam, così come  una preoccupazione per la sicurezza nazionale, chiedendo d’investire un trilione di dollari per le richieste modifiche infrastrutturali. Qualche anno prima mi fu detto di chiedere all’Aluminum Company of Canada (ALCAN) se sarebbe stata disposta a prenderlo in considerazione, ma fui informato che l’Australia era in cima alla sua lista, seguita dall’India e, forse mezzo secolo dopo, dal Vietnam.
Vo Nguyen Giap era un uomo complesso in un periodo complesso, ma come possiamo vedere dalle migliaia di persone precipitatesi a casa sua all’annuncio della morte, rimase un leader amato e riverito. Dopo averlo visitato con il cognato due volte ad Hanoi, posso testimoniare come fosse rispettato da tutta la popolazione come dalla famiglia.

Sam Noumoff, negli anni ’70 fu direttore del Centro di Studi sull’Asia Orientale e negli anni ’80 direttore del Centro studi per le  aree in via di sviluppo, prima di ritirarsi dalla McGill University, Canada.
Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le origini naziste della NATO: gli obiettivi di Hitler implementati dall’occidente

Robert S. Rodvik, Rete Voltaire 21 giugno 2012

Chi ha dato alla NATO il diritto di governare il mondo? L’autore chiarisce come le élite occidentali, molte delle quali furono sostenitrici di Hitler, salvarono numerosi gerarchi nazisti e li misero nella condizione di continuare l’ultradecennale lotta contro la Russia. L’uno per cento dell’epoca e l’uno per cento di oggi, condannarono a morte milioni di persone per attuare quello che nel 1918 Winston Churchill indicò come “strangolare nella culla” la minaccia bolscevica. Il controllo totale dei cosiddetti media mainstream favorì tale azione odiosa.

143053448_01c0320dcd_zMolti scrittori hanno documentato come le élite inglesi e statunitensi finanziarono l’ascesa al potere di Hitler e come, finché non rivolse le sue forze verso ovest, non intrapresero azioni difensive contro il Terzo Reich. In Gran Bretagna, i membri dell’élite del Right Club, spesso con la complicità del governo, sostennero segretamente le azioni di Hitler contro gli ebrei, i comunisti e i socialisti. Il duca di Wellington era un noto antisemita e membro del Right Club. Edoardo VIII, noto come “il re traditore” era un grande amico di Adolf Hitler e fu costretto a rinunciare al trono non a causa di Wallis Simpson, ma perché si scoprì che passava documenti sulle operazioni belliche inglesi ai nazisti. L’aristocrazia, dopo tutto, non ha mai aspirato alla condivisione delle ricchezze con le classi inferiori, e Adolf perseguiva ugualmente tali obiettivi, come la distruzione degli untermenschen. prevista nel piano A della sua strategia di conquista dell’Europa e della Russia.
La Banca dei Regolamenti Internazionali fu una creazione congiunta degli anni ’30 tra le banche centrali del mondo occidentale, compresa la Federal Reserve Bank di New York. Montagu Norman, governatore della Banca d’Inghilterra, era un sostenitore totale di Hitler e quando i nazisti invasero l’Austria nel 1938, la maggior parte dell’oro del Paese fu imballato e caricato nel caveau controllato dalla Banca dei Regolamenti Internazionali, la principale banca centrale del mondo occidentale. In seguito i nazisti entrarono a Praga, presero i dirigenti della Banca nazionale ceca in ostaggio e  chiesero di cedere il controllo delle riserve auree del Paese, qualcosa come circa 48 milioni di dollari. Informati che l’oro era già stato trasferito nei caveau di Londra, cercarono di contattare Montagu Norman, che trasferì immediatamente i soldi ai tedeschi per alimentarne la macchina da guerra. Un vero amico. Gli Stati Uniti d’America non erano ancora al vertice del potere imperialista mondiale, ma molte loro élite erano allineate ai sentimenti delle élite britanniche. Uno dei protagonisti favorevoli  all’ascesa di Adolf Hitler e del partito nazista non fu altri che Prescott Bush, padre di George Herbert Walker Bush e nonno di G. W, Bush, i futuri presidenti, e del G. W. H. Bush capo della CIA. Questi criminali di guerra mantennero la loro popolarità tra la destra statunitense grazie al  supporto dei media compiacenti che oscurarono presso la popolazione le loro relazioni da amanti dei nazisti.
Nel loro libro George Bush: The Unauthorized Biography, Webster G. Tarpley e Anton Chaitkin scrivono quanto segue: “Nell’ottobre del 1942… Prescott Bush era Managing Partner della Brown Brothers Harriman. Suo figlio 18,enne George, futuro presidente degli Stati Uniti, aveva appena iniziato l’addestramento da pilota della marina. Il 20 ottobre 1942 il governo degli Stati Uniti  ordinò il sequestro delle operazioni bancarie dei nazisti tedeschi a New York, che venivano gestite da Prescott Bush. Sotto il Trading with the Enemy Act, il governo sequestrò l’Union Banking Corporation, di cui Bush era direttore. L’US Property Custodian sequestrò le quote azionarie dell’Union Banking Corp., di proprietà di Prescott Bush, E. Roland “Bunny” Harriman, tre dirigenti nazisti e altri due collaboratori di Bush”. [1]  Tarpley e Chaitkin aggiungono: “La famiglia del presidente Bush aveva già svolto un ruolo centrale nel finanziamento e armamento di Adolf Hitler nell’ascesa in Germania… decidendo che Prescott Bush e altri dirigenti dell’Union Banking Corp. fossero legalmente i prestanome dei nazisti, il governo evitò un più importante problema storico: in che modo i nazisti di Hitler furono arruolati, armati e istruiti dalle cricche di New York e Londra, di cui Prescott Bush era un direttore esecutivo?” [2] Tra coloro che sostennero l’ascesa al potere di Adolf Hitler vi fu l’industriale Henry Ford, un noto giudeofobo. Tra i suoi altri crimini, Ford… “ha rifiutato di costruire motori per aerei per l’Inghilterra e invece fornì e costruì i camion militari da 5 tonnellate che furono la spina dorsale della logistica  dell’esercito tedesco.” [3] L’elenco degli industriali statunitensi legati al nazismo è troppo lungo da spiegare qui, ma si può vederlo nell’eccellente libro di Charles Higham, “Trading With The Enemy: the Nazi-american plot 1933 – 1949”. [4]
Chiaramente importanti finanzieri occidentali erano al fianco di Hitler, occupati a fornirgli i fondi per il riarmo militare finché non li tradì attaccando l’Inghilterra, unendo gli alleati per sconfiggere le forze naziste. In questo sforzo venne formata una diabolica alleanza, quella tra le potenze occidentali e l’Unione Sovietica, la principale forza che sconfisse le legioni hitleriane. Eppure, molto prima della fine della guerra, inglesi e statunitensi complottarono per reindirizzare le proprie energie contro i sovietici, un déjà vu del 1918, quando gli occidentali attuarono l’invasione contro i bolscevichi, certamente l’evento principale meno noto della storia moderna. A tal fine inglesi e statunitensi salvarono i più sanguinari criminali di guerra nazisti, ricercati dai loro stessi governi, e li inserirono negli apparati terroristici inglese e statunitense.
Come scrive Michael McClintock: “fu subito dopo la creazione delle Nazioni Unite che i leader statunitensi trovarono necessario, come questione d’interesse, violare le nuove regole che pubblicamente lodavano. Così facendo, crearono nuovi sistemi con cui eludere la responsabilità nel violare la legge, tra cui un enorme apparato per le azioni segrete e, tramite uno sforzo straordinario, presentare le azioni degli Stati Uniti, di qualunque natura, come fossero in accordo con il diritto internazionale”. [5] Allo stesso tempo, mentre l’occidente progettava le sue azioni segrete contro il suo alleato della seconda guerra mondiale, creò anche il club terroristico noto come NATO, l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord. Quasi ogni sua parte fu un’impresa nazista. Il generale nazista Reinhard Gehlen, per esempio, che aveva guidato l’ufficio Russia del Oberkommando der Wermacht (OKW – Quartier generale supremo di Hitler) e che fu consulente della Soluzione Finale, venne segretamente trasferito negli Stati Uniti dove avrebbe consegnato il suo vasto archivio segreto sull’Unione Sovietica, e quindi creato l’ufficio Russia della neonata CIA. [6] Gehlen sarebbe poi tornato in Germania del dopoguerra, dove fu messo a capo del nuovo Bundesnachrichtendienst (BND) della Germania, il servizio segreto tedesco. In sostanza, due uffici sulla Russia (almeno) operarono invece di uno solo, entrambi con lo stesso fine ultimo: distruggere l’Unione Sovietica e il comunismo.
Centinaia se non migliaia di ex-nazisti trovarono nuova vita lavorando per conto di Stati Uniti, Gran Bretagna e Canada mentre la guerra fredda iniziava, ed ora gli stragisti fecero politica grazie agli stessi Lord of the Manor che avevano sostenuto Hitler all’inizio. E con gli stessi ex-nazisti rimessi in attività, ogni crimine fu impiegato contro i sovietici per evitare qualsiasi sfida al diritto del capitale globale di dettare le condizioni della schiavitù. La Germania Ovest, ora diretta da ex-nazisti sotto il cancelliere Konrad Adenauer, aderì alla NATO nel 1954 e Gehlen mantenne i contatti con il suo mentore filo-nazista Allen Dulles, che sarebbe diventato capo della CIA, e con il fratello John Foster Segretario di Stato. Presto la NATO iniziò a mettere solidi e veri nazisti ai vertici dell’organizzazione. Il generale Hans Speidel, per esempio, divenne comandante in capo nel 1957 di AFCENT (Allied Forces Central Europe). L’ammiraglio nazista Friedrich Guggenberger entrò nel potente comitato militare della NATO di Washington e il generale Adolf Heusinger (vecchio capo di Gehlen all’OKW di Hitler), ne divenne il presidente. Al Quartier generale supremo delle potenze alleate in Europa (SHAPE), Gehlen riuscì a piazzare diversi collaborazionisti dei nazisti in posizioni vitali [7]. Tra questi il colonnello Hennig Strumpell, che divenne vice del Maggior-Generale inglese Charles Traver, assistente del Capo di Stato Maggiore (Intelligence) presso lo SHAPE. Il colonnello Heinz Koller-Kraus divenne responsabile della logistica presso l’AFCENT di Speidel. Molti altri uomini di Gehlen presto entrarono nella NATO per definirne la politica. [8] Con gli stessi nazisti ben integrati nella NATO e la CIA diventata un’estensione della vecchia agenzia d’intelligence nazista di Gehlen, la Neue Weltordnung in sostanza fu trasferita dal Reichstag di Berlino al Pentagono e alla CIA di Langley, in Virginia.
In aggiunta ai piani di guerra antisovietici, le élite degli USA riconobbero il valore del ministero della Verità di Goebbels e applicarono le lezioni apprese nella più sofisticata rete di propaganda del mondo mai creata. Tutte le guerre occidentali avrebbero ora avuto titoli illusori, come ad esempio: “guerre per la democrazia”, “guerre per la pace”, “guerre per la giustizia”, “guerre umanitarie” e così via. Le élite finanziarie aziendali che gestiscono il Regno Unito e il Canada si affrettarono ad adottare gli stessi elementi essenziali. Due componenti delle guerre di propaganda di Stati Uniti/Regno Unito/Neue Weltordnung nazista furono Radio Free Europe e Radio Liberty, create con personale ex-nazista di Gehlen e finanziate dalla CIA. [9] Questi stragisti nazisti istituirono l’ufficio ungherese, affinché armassero e assistessero gli elementi clandestini filo-nazisti in Ungheria che, insieme alla CIA, istigarono la rivolta ungherese che i sovietici repressero brutalmente [10]. Lo scopo principale di questo episodio, però, non aveva a che fare con i morti e i moribondi, ma piuttosto diffondere propaganda ritraendo l’”Impero del Male” che doveva essere distrutto. [11]
Il dr. Eberhardt Taubert aderì al partito nazista nel 1931 e fu presto promosso al rango di Sturmführer al ministero della Propaganda di Goebbels. Dopo la guerra, Taubert scappò in Sud Africa dove trovò conforto tra i neo-nazisti al potere a Johannesburg, occupati a progettare il sistema dell’apartheid. Negli anni ’50 tornò in Germania e si unì al vecchio amico nazista Reinhard Gehlen, diventando membro del BND. Nel suo nuovo ruolo al BND/CIA, Taubert divenne presidente dell’”Associazione Nazionale per la Pace e la Libertà” della CIA, diventando anche consigliere del ministro della Difesa tedesco, l’ex-nazista Franz Josef Strauss; fu poi assegnato da Strauss alla NATO come consulente del “Dipartimento guerra psicologica”. Il ministero della Verità di Goebbels viene riciclato per alimentare racconti fondamentalisti cristiani di nuovo conio, ma familiarmente vecchi e sordidi, ma dal nuovo confezionamento. [12]
La NATO fu anche strettamente collegata ad una serie di attentati terroristici in Italia negli anni ’70-’80, al fine di creare la “strategia della tensione” volta a consentire alla destra fascista di andare al potere e, quindi dare “stabilità” al Paese. Questo piano usò numerosi terroristi di estrema destra, come Stefano Delle Chiaie di Ordine Nuovo ed altre anime dementi che piazzarono bombe in luoghi pubblici, uccidendo centinaia di persone e sostenuti dai terroristi nazisti di Gehlen e della NATO. Anche se ben nascosta in Europa, grazie alla complicità dei media, la narrazione fallì in questo caso. In sostanza costoro e i loro seguaci gestiscono la NATO che oggi uccide in giro nel mondo grazie a fantocci come Barack Obama, Steve Harper e altri satrapi occidentali che posano da difensori dell’umanità. E’ troppo da accettare senza perdere l’appetito più e più volte.

reinhard_gehlen_1945Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente quelle di Réseau Voltaire.

Note
[1] Office of Alien Property Custodian, Vesting Order No. 248. L’ordine fu firmato da Leo T. Crowley, Alien Property Custodian, executed October 20, 1942; F.R. Doc. 42-11568; Filed, November 6, 1942, 11:31 A.M.; 7 Fed. Reg. 9097 (Nov. 7, 1942). Vedasi anche New York City Directory of Directors (presso la Library of Congress). I volumi degli anni ’30 e ’40 indicano Prescott Bush direttore dell’Union Banking Corporation dal 1934 al 1943.
[2] Webster Tarpley e Anton Chaitkin, George Bush: The Unauthorized Biography.
[3] Charles Higham, Trading With The Enemy, A Dell Book, 1983, p.23.
[4] Ibidem, p.177.
[5] Michael McClintock, Instruments of Statecraft, Pantheon Books, New York 1992, p.24.
[6] E. H. Cookridge, Gehlen, Gehlen, Spy of the Century, Random House, NY, 1972.
[7] Ibidem, p. 301.
[8] Ibid.
[9] Ibid.
[10] Ibid.
[11] The Progressive, “Turn it Off” settembre 1993, p.10.
[12] Ibidem, pp.10-11.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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