Storia rivoluzionaria dell’Iraq

Dean Henderson 20 maggio 2014

Ieri è stato annunciato che la coalizione guidata dal partito della Legge di Stato del Primo ministro Nuri al-Maliqi è emerso vittorioso nelle tormentate elezioni parlamentari del mese scorso in Iraq. Mentre militanti sauditi dello Stato islamico in Iraq e Levante (SIIL) controllano Falluja e parte di Ramadi, oltre 3500 persone sono già state uccise nelle violenze settarie quest’anno. L’occupazione statunitense dell’Iraq ha portato con sé l’insediamento di una classe dirigente esiliata da decenni. Questa cricca monarchica tenta di trasformare il Paese da Stato arabo egualitario a bastione del capitalismo selvaggio occidentale. Anni di lotta rivoluzionaria avevano liberato l’Iraq dall’egemonia bancaria internazionale guidata dai Rothschild. Tale lotta non sarà abbandonata senza combattere.

iraqNel 1776 la British East India Company stabilì il quartier generale in quello che oggi è il Quwayt. Quando i membri del clan quwaitiano al-Sabah aiutò i turchi ottomani a sedare le rivolte nel sud dell’Iraq, lo shayq della tribù dei Muntafiq diede agli al-Sabah boschetti di datteri presso Fao e Sufiyah nel sud dell’Iraq. Il Quwayt fu considerato altamente strategico dagli inglesi nella protezione delle rotte marittime dell’Oceano Indiano. Nel 1900 gli inglesi siglarono un accordo con Mubaraq al-Sabah, separando il Quwayt dall’Iraq e facendone un protettorato inglese. La stragrande maggioranza delle persone che vi abitava s’oppose al piano britannico, volendo continuare a far parte dell’Iraq da sempre considerando il Quwayt parte della provincia di Bassora dell’Iraq. [1] Per decenni i leader iracheni contestarono la legittimità dell’accordo Sykes-Picot del 1920, attraverso cui francesi e inglesi fecero del Quwayt un protettorato inglese. Gli iracheni non furono mai  consultati quando fu firmato il “gentlemans agreement”. Il Quwayt divenne un importante fornitore di petrolio per l’occidente e di petrodollari per i banchieri dell’economia mondiale. L’ex-ministro degli Esteri inglese Selwyn Lloyd dichiarò che i soldi del petrolio kuwaitiano puntellano la sterlina inglese. Una battuta di Wall Street dice: “Perché gli Stati Uniti e il Quwayt hanno bisogno l’uno dell’altro?” La risposta “Il Quwayt è un sistema bancario senza patria. Gli Stati Uniti un Paese senza sistema bancario“.
Nel 1937 e di nuovo nel 1946 il Partito Comunista Iracheno indisse scioperi presso l’Iraq Petroleum Company (IPC), a Kirkuk. Da quando la BP divenne l’importante proprietario dell’IPC, gli inglesi  inviarono truppe per sedare gli scioperi. Mezzo milione di acri di terra nella provincia di Qut fu rilevato dai fratelli al-Yasin, lacchè degli inglesi. Nel 1958, l’1% dei proprietari terrieri in Iraq controllava il 55% dei terreni. [2] Nel 1950 l’IPC fu al centro del boom del petrolio in Iraq. I suoi numerosi tentacoli includevano Bassora Petroleum e Mosul Petroleum. Chevron, Texaco, Exxon, Mobil, Gulf e RD/Shell furono esclusi dall’IPC dopo che tali predecessori dei Quattro Cavalieri firmarono l’accordo della Linea Rossa. La rivoluzione in Egitto del 1952, che depose la monarchia di Faruq e portò al potere il leader nazionalista Gamal Abdal Nasser, ispirò una serie di rivolte in Iraq contro l’IPC e la monarchia irachena. Nel 1958 re Faysal fu assassinato insieme a numerosi membri della famiglia reale. La monarchia irachena, da tempo marionetta dell’impero inglese, fu deposta. Gli Stati Uniti e gli inglesi agirono rapidamente per garantirsi l’installazione di un altro burattino nel generale Nuri al-Sayd. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna convinsero al-Sayd a firmare il Patto di Baghdad, di cui una parte chiedeva il riconoscimento ufficiale del Quwayt. Un’altra parte dell’accordo autorizzava l’invio di forze irachene in Libano per sostenere il governo filo-occidentale e impopolare di Camille Chamoun. [3] Nel 1958 al-Sayd fu deposto da un colpo di Stato guidato da ufficiali nazionalisti dell’esercito fedeli a Abdul Qarim Qasim. Il settimanale parigino L’Express riferì, “Il colpo di Stato iracheno è stato ispirato dalla CIA per placare i nazionalisti. La CIA ha visto Qasim come contenibile e preferibile agli elementi più radicali che rapidamente guadagnano consensi tra il popolo iracheno“. Inizialmente i membri del Partito comunista furono banditi dal governo Qasim. Ma sotto la pressione della potente sinistra irachena, Qasim subito sciolse la monarchia irachena e coltivò legami con l’Unione Sovietica e la Cina. Si ritirò dal Patto di Baghdad e chiese l’annessione del Quwayt alla provincia di Bassora. Tolse il divieto del Partito Comunista Iracheno che divenne una forza importante nel suo governo. Creò l‘Iraqi National Oil Company statale (INOC), facendo dell’Iraq il primo Paese del Medio Oriente a nazionalizzare le attività dei Quattro Cavalieri. Nel 1961 Qasim approvò la legge 80 che recuperava il 99,5% dei terreni inesplorati dell’IPC e chiese l’annessione del Quwayt. Big Oil e le sue otto famiglie proprietarie ne ebbero abbastanza. Nel 1960 Sydney Gottlieb della Divisione Servizi Tecnici della CIA ordì un piano per assassinare il Presidente Qasim. [4] Una campagna terroristica a bassa intensità fu organizzata dalla CIA con i partiti nazionalista e baathista che attaccavano il Partito Comunista Iracheno, il partito di sinistra più formidabile della regione. La CIA diede ai suoi sgherri gli elenchi dei leader di sinistra da colpire. Nel 1961 il Quwayt dichiarò l’indipendenza, prendendosi lo sbocco del solo porto dell’Iraq, Bassora. Le truppe statunitensi sbarcarono in Libano e quelle inglesi in Giordania. [5]
abdul_karim_kassemNel 1963 l’agente della CIA Bruce Odell organizzò un ponte aereo per armare la cellula di destra del partito Baath di Baghdad. Gli operatori del Baath scatenarono un’ondata di terrorismo segnata da innumerevoli massacri di civili. L’uomo di punta della CIA, la cui fazione di destra nel Baath emerse vittoriosa dopo l’assassinio Qasim nel 1963, fu Sadam Husayn. [6] Secondo un articolo del 17 aprile 2003 dell’Indo-Asian News Service, la CIA fece uscire Sadam dall’Iraq dopo l’assassinio e lo piazzò in un hotel di Cairo per qualche notte. Adb al-Salam al-Arif fu nominato presidente. Il suo primo decreto abrogò la legge 80. I Quattro Cavalieri erano di nuovo in sella all’IPC. Nel 1967 l’IPC perforò diversi pozzi con un potenziale di 50000 barili al giorno. Si nascosero questi risultati al governo iracheno. Quando la notizia trapelò il popolo iracheno ne fu indignato. Arif ne seguì l’esempio. Nazionalizzò banche e compagnie di assicurazione, insieme a trentadue altre grandi imprese. L’Iraq approvò le leggi 97 e 123 che diedero all’INOC statale un ruolo maggiore nell’industria petrolifera irachena, tra cui il diritto esclusivo di sviluppare il giacimento petrolifero di Rumayla Nord, presso il Quwayt. La Brown & Root di Houston aveva costruito il terminal petrolifero dell’IPC di Fao che serviva Rumayla Nord, mentre la società tedesca Mannesman costruì la pipeline Kirkuk-Dortyol dell’IPC. [7] Ora le multinazionali corsero ai ripari mentre un Iraq irritato ruppe le relazioni con gli Stati Uniti. L’anno dopo il presidente di sinistra Hasan al-Baqr combatteva l’Unione Patriottica del Kurdistan sostenuta dalla CIA e guidata da Jalal Talabani, mentre le truppe lealiste curde di Mustafa Barzani attaccarono le strutture del’IPC nei pressi di Kirkuk. Il decreto del governo iracheno dell’11 marzo 1970 premiò i curdi di Barzani con l’autonomia delle province settentrionali di Kirkuk e Dohuk. Nel 1971 l’Iraq ruppe i rapporti con l’Iran dopo che lo Shah fu scoperto aiutare la fazione di Talabani per conto della CIA. Nel 1972 al-Baqr nazionalizzò l’IPC. Nel 1973 la Bassora Petroleum fu nazionalizzata. Entro dicembre 1975 tutte le aziende straniere in Iraq erano state nazionalizzate. [8] Non dovrebbe sorprendere che il flessibile Jalal Talabani sia il presidente dell’Iraq occupato dagli USA.
La Siria guidava i Paesi della regione seguendo l’esempio iracheno. La nazionalizzazione dell’IPC fu molto popolare e fu sostenuta dal governo di al-Baqr, che costituì l’Iraqi Company for Oil Operations (ICOO) per commercializzare all’estero il petrolio dell’INOC. ICOO siglò accordi di fornitura con Giappone, India, Brasile, Grecia e molte nazioni del Patto di Varsavia. Nel 1973-1978 i proventi del petrolio iracheno passarono da 1,8 miliardi di dollari a 23,6 miliardi dollari all’anno. [9] L’Iraq implementò controlli valutari rigorosi per evitare che i banchieri internazionali sabotassero il dinaro. Introdussero restrizioni alle importazioni di valuta estera, affinché non venisse sprecata in beni di lusso frivoli. L’Iraq divenne un leader rispettato della fazione dei falchi dei prezzi dell’OPEC. Fu un esempio mondiale del tentativo di liberarsi dalla schiavitù della otto famiglie della mafia bancaria che voleva la testa di al-Baqr. Dopo un fallito tentativo di colpo di stato nel 1975 contro al-Baqr, la polizia irachena scoprì i dollari in possesso dei golpisti. [10]
Nel corso di quattro decenni, i Quattro Cavalieri e i loro scagnozzi della CIA cercarono di sedare il  nazionalismo del popolo iracheno. Il successo fu minimo e i loro regimi fantoccio di breve durata. Il regime di Sadam Husayn sembrava promettente ai banchieri internazionali. Un giro di vite sui partiti nazionalisti uccise e deportò gli elementi più radicali. Invase l’Iran rivoluzionario con una gomitata del tirapiedi dei Rockefeller Zbigniew Brzezinski. Aprì l’economia irachena alle multinazionali occidentali. Ma quando sauditi e kuwaitiani iniziarono a pretendere da Sadam il rimborso di 120 miliardi di dollari in prestiti per la guerra all’Iran, che avevano originariamente chiamato “sovvenzioni”, Sadam esplose. Gli Stati Uniti dissero ai monarchi al-Sabah d’insistere, spingendo Sadam sulla nota via socialista del popolo iracheno. Presto si trovò nel mirino dei suoi ex-sponsor. Una volta ritiratisi completamente gli Stati Uniti dall’attuale multimiliardario incubo neo-coloniale, gli iracheni sembrano destinati a continuare sul familiare percorso rivoluzionario socialista. Non è facile abrogare la storia di un popolo, a dispetto dell’arroganza e della ricchezza del propagandista.

531655_Note
[1] Beyond the Storm: A Gulf Crisis Reader. Phyllis Bennis and Michel Monshabeck. Olive Branch Press. Brooklyn, NY. 1991. p.39
[2] Iraq Since 1958: From Revolution to Dictatorship. Marion Farouk-Sluglett and Peter Sluglett. I.B. Tauros & Company, Ltd. New York. 1990.
[3] Diplomacy in the Near and Middle East: A Documentary Record: 1914-1956. J.C. Hurewitz. D. Van Nostrand Company, Inc. Princeton, NJ. 1956. p.236
[4] Iraq and Kuwait: A History Suppressed. Ralph Schoenman. Veritas Press. Santa Barbara, CA. 1990. p.14
[5] Ibid
[6] Ibid. p.14
[7] Ibid
[8] Sluglett and Sluglett. p.120
[9] Bennis and Monshabeck. p.31
[10] Schoenman. p.20

Dean Henderson è autore di: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve, Stickin’ it to the Matrix & The Federal Reserve Cartel.  Potete seguirlo su Left Hook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Leningrado Invitta

Jurij Emeljanov (Russia) Stoletie  31 gennaio 2014 – tradotto da Oriental Review

45Ai primi di settembre 1941 le truppe tedesche avanzanti tagliarono le linee ferroviarie per Leningrado. L’8 settembre la città era completamente circondata ed iniziò un blocco senza precedenti nella storia moderna sia nella durata che negli effetti disastrosi. La situazione di Leningrado fu straordinariamente difficile fin dall’inizio. Dopo che i nazisti bruciarono i depositi di alimentari del magazzino Badaevskij, le razioni furono estremamente limitate. Il 12 settembre, Leningrado aveva grano e farina per nutrire i suoi abitanti solo per 35 giorni, cereali e pasta per 30 giorni, carne per 33 giorni, olio per 45 giorni e zucchero per 60 giorni. Per questo motivo la quantità di cibo distribuita tramite le carte annonarie cominciò a diminuire fin dai primi giorni dell’assedio.  Inoltre, vari tipi di sostanze estranee vennero presto aggiunti al pane. Anche il grano affondato quando furono bombardate dai tedeschi le chiatte che lo trasportavano, fu recuperato. I palombari poterono recuperare il carico dalle chiatte sul fondo del lago Ladoga, e il grano fradicio fu aggiunto al pane. A partire dal 20 ottobre, il pane disponibile era di farina di segale al 63%, 4% di semi di lino, 4% di crusca, 8% di farina di avena, 4% farina di soia, 12% di farina di malto e il 5% muffa.  Entro un paio di giorni, quando la fornitura di farina di malto cominciò a diminuire, si cominciarono ad utilizzare altre alternative, come la cellulosa trattata adeguatamente e semi di cotone. La prima riduzione delle razioni di cibo a Leningrado fu effettuata il 2 settembre, la seconda il 10 settembre, la terza il 1 ottobre, la quarta il 13 novembre e la quinta il 20 novembre. L’assegnazione giornaliera di ciò che si chiamava ancora “pane” variava tra i 125 e 250 grammi. Il giornalista inglese Alexander Werth osservò, “Già dopo la quarta riduzione, la gente iniziò a morire di fame.”
Secondo le informazioni di Werth, nel novembre 1941 11000 persone morirono nella città, a dicembre 52000, e nel gennaio 1942 3500-4000 persone morivano ogni giorno. Tra dicembre 1941 e gennaio 1942 200000 persone morirono. Anche quando la scarsità di cibo finì, molti continuarono a soccombere alle malattie causate dalla fame prolungata. Secondo varie stime, 1-1,5 milioni di abitanti di Leningrado morirono durante il blocco. Werth osservò, “Il patriottismo locale e una disciplina di ferro, in parte imposta dalle autorità, sono da attribuire alla virtuale assenza di tumulti o sommosse per la fame. … Ci fu inevitabilmente del racket, ma nel complesso la disciplina era buona. … Il morale, anche nelle condizioni terribili della carestia al culmine, venne mantenuto in tutti i modi: vi furono molti spettacoli teatrali per tutto l’inverno, con attori che quasi svenivano per la fame, indossando (come il pubblico) tutto il possibile per tenersi al caldo.” La composizione di Dmitrij Shostakovich della sua famosa Settima Sinfonia nella città assediata fu la prova dello spirito inflessibile di Leningrado. Shostakovich disse: “Dedico la mia Settima Sinfonia alla nostra lotta contro il fascismo, alla nostra prossima vittoria sul nemico, alla mia città natale, Leningrado“. Nonostante le condizioni particolarmente difficili, gli abitanti di Leningrado continuarono a vivere e a lavorare per difendere la città. Nella primavera del 1942, 57 aziende della difesa operavano a Leningrado. Durante quel periodo produssero 99 cannoni, 790 mitragliatrici, 214000 proiettili e 200000 mine. E i lavoratori dei cantieri navali erano occupati a riparare le navi da guerra. Anche i capi del Reich furono impressionati dallo spirito eroico di Leningrado. Nel suo diario, Goebbels ammise che i difensori della città fecero qualcosa di inaudito nella storia moderna.
136402162_86dad16abc_oTentativi vennero compiuti dai primi giorni dell’assedio per rifornire la città attraverso una rotta sul Lago Ladoga. Ma le chiatte e altre navi che navigavano da e per Leningrado furono sotto costante bombardamento da parte dei tedeschi. Molte donne e bambini su queste barche morirono mentre venivano evacuati dalla città. Durante il primo mese di attività, la rotta sul lago per Leningrado  poté trasportare solo 9800 tonnellate di rifornimenti, sufficienti a fare sopravvivere per otto giorni i residenti della città. Poi i rifornimenti alimentari iniziarono ad aumentare. Tra il 12 settembre e il 15 novembre, 25000 tonnellate di merce arrivarono a Leningrado, permettendo ai residenti di resistere per altri 20 giorni. Ma il 15 novembre 1941, i rifornimenti di cibo si fermarono perché il lago Ladoga cominciò a congelarsi. I milioni di abitanti nella città poterono ora essere riforniti soltanto per via aerea. Da fine novembre 1941, tentativi furono fatti per trasportare cibo sul lago Ladoga ghiacciato. Cercare di rifornire la città da questa “strada della vita”, come veniva chiamata a Leningrado, era estremamente pericoloso. I tedeschi la bombardarono incessantemente ed autoveicoli sprofondarono con passeggeri e merci. Un autista che trasportò rifornimenti lungo la strada della vita sul Ladoga, durante gli anni dell’assedio, disse che lasciava la portiera aperta mentre guidava e, a volte, addirittura era in piedi sul predellino per poter avere la possibilità di saltare dall’auto prima di scivolare sotto l’acqua gelida. E tuttavia, i rifornimenti di cibo attraverso la Strada della Vita permisero di aumentare le razioni di Leningrado da fine gennaio 1942, a 200-350 grammi di “pane.” Alla fine del gennaio 1942 si vide anche l’inizio dell’evacuazione organizzata di donne, bambini, anziani e malati da Leningrado attraverso la Strada della Vita sul Ladoga e anche per via aerea. Un milione di persone fu evacuato da Leningrado nel 1942. Nel novembre 1942 solo 550000 civili rimasero in città.
Ora alcuni si domanderanno: “Non sarebbe stato possibile arrendersi e impedire ai cittadini di Leningrado di morire di fame così?” Hitler aveva condannato Leningrado e i suoi residenti al totale annientamento. Le note stenografiche della riunione del Comando militare supremo del 25 settembre 1941, presso Rustenburg, mostrano l’ordine di Hitler al feldmaresciallo Erich von Manstein “di cancellate Leningrado dalla faccia della terra“. Chiaramente anche i capi militari tedeschi furono sorpresi da tale direttiva e, quindi, Hitler commentò quel giorno, dopo cena, “Probabilmente molte persone si saranno messe le mani sui capelli, cercando di rispondere alla domanda, ‘Come può il fuhrer distruggere una città come San Pietroburgo?’ Ma quando sento che la nostra razza è in pericolo, i miei sentimenti lasciano il posto a calcoli molto freddi.” Ora i documenti tedeschi venuti alla luce indicano che le unità militari che circondarono la città avevano l’ordine di sparare a qualsiasi residente affamato che cercasse di fuggire dalla città. Nel gennaio1943, il blocco di Leningrado fu parzialmente rotto, e l’assedio completamente finito il 27 gennaio 1944, giorno in cui i sopravvissuti del blocco, felici, festeggiano la loro straordinaria vittoria sotto le salve di 24 cannoni.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Da Mosca a Stalingrado la grande svolta dell’Armata Rossa

Jacques Pauwels Global Research 6 dicembre 2011

1536736La seconda guerra mondiale iniziò, almeno per quanto riguarda il “Teatro Europeo”, con l’esercito tedesco che spianava la Polonia nel settembre 1939. Circa sei mesi dopo, altre vittorie spettacolari seguirono, questa volta sul Benelux e la Francia. Entro l’estate 1940, la Germania sembrava invincibile e destinata a governare il continente europeo a tempo indeterminato. (La Gran Bretagna si rifiutò di gettare la spugna, ma non poteva sperare di vincere la guerra da sola, e dovette temere che Hitler avrebbe presto rivolto la sua attenzione su Gibilterra, Egitto e altri gioielli della corona  imperiale inglese). Cinque anni più tardi, la Germania subì il dolore e l’umiliazione della sconfitta totale. Il 20 aprile 1945 Hitler si suicidava a Berlino mentre l’Armata Rossa si spianava la strada verso la città ridotta a un cumulo di macerie fumanti, e l’8/9 maggio i tedeschi si arresero incondizionatamente. Chiaramente, tra la fine del 1940 e il 1944 vi fu una svolta piuttosto drammatica. Ma quando e dove? In Normandia nel 1944, secondo alcuni, a Stalingrado, nell’inverno del 1942-43 secondo altri. In realtà, la svolta avvenne nel dicembre 1941 in Unione Sovietica, più precisamente nell’arida pianura davanti Mosca. Come uno storico tedesco, esperto della guerra contro l’Unione Sovietica, disse: “Quella vittoria dell’Armata Rossa (di fronte Mosca) fu senza dubbio la grande svolta (Zäsur) di tutta la guerra mondiale.”(1)
Che l’Unione Sovietica fu teatro della battaglia che cambiò il corso della Seconda Guerra Mondiale, non dovrebbe sorprendere. La guerra contro l’Unione Sovietica era la guerra che Hitler aveva voluto fin dall’inizio, come rese assai chiaro sulle pagine del Mein Kampf, scritto a metà degli anni ’20. (Ma un Ostkrieg, una guerra a est, cioè contro i sovietici, fu anche l’oggetto del desiderio dei generali tedeschi, degli industriali più importanti della Germania e di altri “pilastri” della dirigenza  della Germania.) In realtà, come uno storico tedesco ha appena dimostrato (2), fu la guerra contro l’Unione Sovietica, e non contro Polonia, Francia o Gran Bretagna ciò che Hitler aveva voluto scatenare nel 1939. L’11 agosto dello stesso anno, Hitler spiegò a Carl J. Burckhardt, un funzionario della Lega delle Nazioni, che “tutto ciò era diretto contro la Russia” e che “se l’occidente (cioè i francesi e gli inglesi) è troppo stupido e cieco per comprenderlo, sarebbe stato costretto a raggiungere un’intesa con i russi, girarsi a sconfiggere l’occidente e poi rivoltarsi con tutte le forze per sferrare il colpo contro l’Unione Sovietica“.(3) Questo infatti fu ciò che successe. L’occidente si rivelò “troppo stupido e cieco”, come Hitler vide, per dargli “mano libera” ad est, così fece un accordo con Mosca, il famigerato “patto Hitler-Stalin”, scatenando la guerra contro Polonia, Francia e Gran Bretagna. Ma il suo obiettivo rimase lo stesso: attaccare e distruggere l’Unione Sovietica al più presto possibile. Hitler e i generali tedeschi erano convinti di aver appreso una lezione importante dalla I Guerra Mondiale. Priva di materie prime necessarie per vincere una guerra moderna, come petrolio e gomma, la Germania non poteva vincere una guerra lunga ed estenuante. Per vincere la prossima guerra, la Germania avrebbe dovuto vincerla subito, in modo assai veloce. Così nacque il concetto di Blitzkrieg, cioè l’idea della guerra (Krieg) veloce come “fulmine” (Blitz). Blitzkrieg significava guerra motorizzata, quindi in preparazione della guerra la Germania, durante gli anni trenta, puntò su un massiccio numero di carri armati e aerei, nonché di camion per il trasporto delle truppe. Inoltre, quantità gigantesche di petrolio e gomma furono importate e stoccate. Gran parte del petrolio fu acquistato da imprese statunitensi, alcune delle quali misero gentilmente a disposizione la “ricetta” per la produzione del carburante sintetico dal carbone.(4) Nel 1939 e nel 1940, questo sistema consentì alla Wehrmacht e alla Luftwaffe tedesche di sopraffare le difese polacche, olandesi, belghe e francesi con migliaia di aerei e carri armati, in poche settimane; le Blitzkriege, “guerre velocissime”, furono invariabilmente seguite dalle Blitzsiege, “vittorie lampo”. Queste vittorie furono abbastanza spettacolari, ma non diedero alla Germania granché cme bottino di vitale importanza quali petrolio e gomma. Invece, il “fulmine di guerra” esaurì le scorte accumulate. Fortunatamente per Hitler, nel 1940 e nel 1941 la Germania poteva continuare a importare petrolio dagli ancora neutrali Stati Uniti, non direttamente, ma attraverso altri Paesi neutrali (e amici) come la Spagna di Franco. Inoltre, secondo i termini del patto Hitler-Stalin, l’Unione Sovietica stessa fornì alla Germania in modo piuttosto generoso, gasolio! Tuttavia, era più preoccupante per Hitler che la Germania in cambio dovesse fornire all’Unione Sovietica prodotti industriali di alta qualità ed avanzata tecnologia militare, utilizzati dai sovietici per modernizzare il loro esercito e migliorare le loro armi.(5)
E’ comprensibile che Hitler avesse già resuscitato il suo vecchio piano per la guerra contro l’Unione Sovietica subito dopo la sconfitta della Francia, cioè nell’estate 1940. Un ordine formale per elaborare piani per un attacco del genere, dal nome in codice Operazione Barbarossa (Unternehmen Barbarossa) fu dato un paio di mesi dopo, il 18 dicembre 1940.(6) Già nel 1939 Hitler aveva voglia di attaccare l’Unione Sovietica, essendosi volto contro l’occidente solo, come uno storico tedesco afferma, “al fine di godere della sicurezza nelle retrovie  (Rückenfreiheit) quando sarebbe stato finalmente pronto a regolare i conti con l’Unione Sovietica“. Lo stesso storico conclude che nel 1940 non era cambiato nulla di ciò che preoccupava Hitler: “Il vero nemico è ad est“.(7) Hitler semplicemente non voleva aspettare oltre prima di realizzare la grande ambizione della sua vita, cioè distruggere il Paese che aveva definito suo acerrimo nemico nel Mein Kampf. Inoltre, sapeva che i sovietici stavano freneticamente preparando le proprie difese contro l’attacco tedesco che, come sapevano fin troppo bene, prima o poi sarebbe arrivato. Dato che l’Unione Sovietica diveniva sempre più forte, di giorno in giorno, il tempo non era ovviamente dalla parte di Hitler. Quanto ancora poteva aspettare prima che la “finestra delle opportunità” si chiudesse? Inoltre, conducendo una guerra lampo contro l’Unione Sovietica, avrebbe rifornito la Germania delle risorse virtualmente illimitate di questo enorme Paese, compresi il frumento ucraino per alimentare la popolazione della Germania con cibo in abbondanza, anche in tempo di guerra, minerali come il carbone, da cui gomma e benzina sintetica potevano essere prodotte e, ultimo ma certamente non meno importante!, i ricchi giacimenti petroliferi di Baku e Groznij, dove i Panzer e gli Stuka dagli elevati consumi di carburante avrebbero potuto riempire i serbatoi fino all’orlo e in qualsiasi momento. Tempratosi con tali attività, sarebbe stata una questione semplice, per Hitler, regolare i conti con la Gran Bretagna, a partire, ad esempio, dalla cattura di Gibilterra. La Germania sarebbe stata finalmente una vera potenza mondiale, invulnerabile nella “fortezza” europea dall’Atlantico agli Urali, in possesso di risorse illimitate e quindi in grado di vincere ulteriori lunghe guerre  contro qualsiasi antagonista, come gli Stati Uniti! In una delle future “guerre dei continenti” evocata dalla febbrile fantasia di Hitler.
Hitler e i suoi generali erano sicuri che la Blitzkrieg che si preparavano a scatenare contro l’Unione Sovietica sarebbe stato un successo come le precedenti “guerre lampo” contro Polonia e Francia. Ritenevano l’Unione Sovietica un “gigante dai piedi d’argilla”, il cui esercito, presumibilmente decapitato dalle purghe staliniane alla fine degli anni ’30, era “Null’altro che uno scherzo“, come lo stesso Hitler ammise una sola volta. [8] Per combattere, e naturalmente vincere le battaglie decisive,  pianificarono una campagna di 4-6 settimane, forse seguita da alcune operazioni di rastrellamento, durante i quali i resti dei sovietici sarebbero “stati inseguiti in tutto il Paese come un gruppo di cosacchi battuti“. (9) In ogni caso, Hitler si sentiva a proprio agio e alla vigilia dell’attacco “credeva di essere sul punto del più grande trionfo della sua vita“.(10) (A Washington e Londra, gli esperti militari erano altresì convinti che l’Unione Sovietica non avrebbe opposto una resistenza significativa al colosso nazista, le cui gesta militari nel 1939-40 gli guadagnarono la reputazione dell’invincibilità. I servizi segreti inglesi erano convinti che l’Unione Sovietica sarebbe stata “liquidata entro otto-dieci settimane” e il Feldmaresciallo sir John Dill, Capo di Stato Maggiore Generale Imperiale, affermò che la Wehrmacht avrebbe tagliato l’Armata Rossa “come un coltello caldo nel burro“, e che l’Armata Rossa sarebbe stata rigettata “come bestiame”. Secondo gli esperti di Washington, Hitler avrebbe “schiacciato la Russia (sic) come un uovo“).(11)
L’attacco tedesco iniziò il 22 giugno 1941, nelle prime ore del mattino. Tre milioni di soldati tedeschi e quasi 700000 alleati della Germania nazista attraversarono il confine, e i loro equipaggiamenti consistevano in 600000 autoveicoli, 3648 carri armati, più di 2700 aerei e poco più di 7000 pezzi d’artiglieria. (12) In un primo momento, tutto andò secondo i piani. Enormi brecce furono aperte nelle difese sovietiche, impressionanti conquiste territoriali furono fatte rapidamente e centinaia di migliaia di soldati dell’Armata Rossa furono uccisi, feriti o fatti prigionieri in una serie di spettacolari battaglie di “accerchiamento” (Kesselschlachten). Dopo una tale battaglia, combattuta nei pressi di Smolensk, verso la fine di luglio, la strada per Mosca sembrava aperta. Tuttavia, subito divenne evidente che la Blitzkrieg in Oriente non sarebbe stata la passeggiata che  prevista. Di fronte alla più potente macchina militare sulla terra, l’Armata Rossa prevedibilmente subì gravi colpi ma, come il ministro della Propaganda Joseph Goebbels confidò sul suo diario già il 2 luglio, ne ammise la dura resistenza e che aveva risposto piuttosto duramente in più di un’occasione. Il generale Franz Halder, per molti versi il “padrino” del piano di attacco dell’Operazione Barbarossa, riconobbe che la resistenza sovietica era molto più dura di qualsiasi altra cosa i tedeschi avessero affrontato in Europa occidentale. I rapporti della Wehrmacht citano una “dura” e anche “selvaggia” resistenza che causava pesanti perdite in uomini e mezzi tra i tedeschi.(13) Più di quanto si aspettassero, le forze sovietiche riuscirono a lanciare contro-attacchi che rallentarono l’avanzata tedesca. Alcune unità sovietiche entrarono in clandestinità nelle vaste paludi del Pripet e altrove, organizzando una mortale guerra partigiana minacciando le lunghe e vulnerabili linee di comunicazione tedesche. (14) Inoltre, si scoprì che l’Armata Rossa era molto meglio attrezzata del previsto. I generali tedeschi furono “stupiti”, scrive uno storico tedesco, dalla qualità delle armi sovietiche come il lanciarazzi Katjusha (“Organi di Stalin”) e il carro armato T-34. Hitler era furioso dal fatto che i suoi servizi segreti non fossero a conoscenza dell’esistenza di queste armi.(5) La maggiore preoccupazione dei tedeschi era il fatto che la maggior parte dell’Armata Rossa riuscisse a ritirarsi in buon ordine eludendo relativamente la distruzione con un’importante Kesselschlacht, ripetendo Canne o Sedan, come Hitler e suoi generali avevano sognato. I sovietici sembravano aver attentamente osservato e analizzato i successi della Blitzkrieg tedesca del 1939 e 1940, e ne trassero lezioni utili. Dovevano aver notato che nel maggio 1940 i francesi avevano ammassato le loro forze sul confine, così come in Belgio, rendendo così possibile alla macchina da guerra tedesca circondarle in una grande Kesselschlacht. (Le truppe inglesi furono  catturate in tale accerchiamento, ma riuscirono a fuggire via Dunkerque). I sovietici lasciarono alcune truppe al confine, naturalmente, e queste truppe prevedibilmente subirono gravi perdite durante le fasi iniziali di Barbarossa. Ma contrariamente a quanto sostenuto da storici come Richard Overy (16), il grosso dell’Armata Rossa venne trattenuto nelle retrovie evitando l’accerchiamento. Fu questa “difesa in profondità” che frustrò l’ambizione tedesca di distruggere l’Armata Rossa interamente. Come il maresciallo Zhukov scrisse nelle sue memorie, “l’Unione Sovietica sarebbe stata distrutta se avessimo organizzato tutte le nostre forze alla frontiera“.(17)
A metà luglio, mentre la guerra di Hitler in oriente iniziava a perdere le sue Blitz-qualità, alcuni dirigenti tedeschi iniziarono a esprimere grande preoccupazione. L’ammiraglio Wilhelm Canaris, capo del servizio segreto della Wehrmacht, l’Abwehr, per esempio confidò il 17 luglio a un collega al fronte, il generale von Bock, che vedeva “solo nero”. Sul fronte interno, molti civili tedeschi iniziarono a capire che la guerra in Oriente non stava andando bene. A Dresda, Victor Klemperer scrisse nel suo diario, il 13 luglio: “Soffriamo perdite immense, abbiamo sottovalutato i russi…“(18) In quel periodo Hitler abbandonò la sua fede in una vittoria rapida e facile, e ridimensionò le sue aspettative; ora esprimeva la speranza che le sue truppe potessero raggiungere il Volga entro ottobre e catturare i giacimenti petroliferi del Caucaso in un mese circa.(19) Entro la fine di agosto, nel momento in cui Barbarossa avrebbe dovuto essere alla fine, un memorandum del Comando della Wehrmacht (Oberkommando der Wehrmacht, OKW), ammise che poteva non essere più possibile  vincere la guerra nel 1941.(20) Uno dei problemi principali era il fatto che, quando Barbarossa iniziò il 22 giugno, le scorte disponibili di carburante, pneumatici, pezzi di ricambio ecc, erano sufficienti per circa due mesi. Ciò fu ritenuto sufficiente, perché ci si aspettava che entro due mesi l’Unione Sovietica sarebbe stata in ginocchio e le sue risorse illimitate, prodotti industriali, nonché materie prime, sarebbero state quindi disponibili ai tedeschi.(21) Tuttavia, alla fine di agosto le punte di lancia tedesche non s’erano avvicinate alle lontane regioni dell’Unione Sovietica dove c’era il petrolio, la più preziosa di tutte le merci militari, da poter predare. Se i panzer continuarono ad avanzare, anche se sempre più lentamente, sulle distese russe e ucraine apparentemente infinite, fu in gran parte per mezzo del carburante e della gomma importati attraverso Spagna e Francia occupata, dagli Stati Uniti. La quota statunitense delle vitali importazioni tedesche di lubrificanti per motori (Motorenöl), ad esempio, aumentò rapidamente durante l’estate del 1941, vale a dire dal 44 per cento di luglio a non meno del 94 per cento di settembre.(22)
136409982_3f16f578fd_oLe fiamme dell’ottimismo si riaccesero a settembre, quando le truppe tedesche catturarono Kiev, accerchiando 650000 prigionieri e più a nord, compiendo progressi in direzione di Mosca. Hitler credeva, o almeno faceva finta di credere, che la fine fosse ormai vicina per i sovietici. In un discorso pubblico a Berlino, al Sportpalast, del 3 ottobre, dichiarò che la guerra orientale era praticamente finita. E alla Wehrmacht fu ordinato di dare il colpo di grazia con il lancio dell’Operazione Tifone (Unternehmen Taifun), un’offensiva volta a prendere Mosca. Tuttavia, le probabilità di successo sembravano sempre più scarse mentre i sovietici stavano alacremente portando unità della riserva dall’Estremo Oriente. (Furono informati dal loro capo dello spionaggio a Tokyo, Richard Sorge, che i giapponesi, il cui esercito era di stanza nel nord della Cina, non avevano più intenzione di attaccare i vulnerabili confini sovietici nella zona di Vladivostok). A peggiorare le cose, i tedeschi non godevano più della superiorità aerea, in particolare su Mosca.  Inoltre, insufficienti forniture di munizioni e cibo venivano trasportate dalle retrovie del fronte, dato che le lunghe linee di rifornimento furono gravemente ostacolate dalle attività partigiane.(23) Infine, stava facendo freddo in Unione Sovietica, anche se non più del solito per quel periodo dell’anno. Ma l’alto comando tedesco, sicuro che la Blitzkrieg orientale sarebbe finita entro la fine dell’estate, non aveva fornito alle truppe l’attrezzatura necessaria per combattere sotto pioggia, fango, neve, gelo e a temperature autunnali e invernali russe. La presa di Mosca si profilava come un obiettivo estremamente importante per Hitler e i suoi generali. Credevano, a torto, che la caduta di Mosca avrebbe “decapitato” l’Unione Sovietica, provocandone il crollo. E sembrava anche importante evitare il ripetersi dello scenario dell’estate del 1914, quando l’avanzata tedesca, apparentemente inarrestabile, fu fermata in extremis alla periferia est di Parigi, durante la battaglia della Marna. Tale disastro dal punto di vista tedesco vietò alla Germania una quasi certa vittoria nelle fasi iniziali della “Grande Guerra”, costringendola a una lunga, estenuante lotta che, in mancanza di risorse sufficienti e con il blocco dalla marina inglese, era destinata a perdere. Questa volta, nella nuova Grande Guerra, combattuta contro un nuovo nemico, l’Unione Sovietica, non ci doveva essere un “Miracolo della Marna” cioè, nessuna sconfitta davanti la capitale, e la Germania quindi non avrebbe più combattuto, senza risorse e bloccata, un lungo, interminabile conflitto che avrebbe perso. A differenza di Parigi, Mosca sarebbe caduta, la storia non si sarebbe ripetuta e la Germania ne sarebbe uscita vittoriosa.(24) O almeno così speravano al quartier generale di Hitler.
La Wehrmacht continuò ad avanzare, anche se molto lentamente, e da metà novembre alcune unità erano a soli 30 chilometri dalla capitale. Ma le truppe erano ormai completamente esaurite ed a corto di rifornimenti. I loro comandanti sapevano che era semplicemente impossibile prendere Mosca, per quanto vicino potesse essere la città, e che anche così facendo non avrebbero avuto la loro vittoria. Il 3 dicembre, numerose unità abbandonarono l’offensiva di propria iniziativa. In pochi giorni, però, l’intero esercito tedesco davanti a Mosca fu semplicemente costretto sulla difensiva. Infatti, il 5 dicembre, alle 3 del mattino, in condizioni di freddo e neve, l’Armata Rossa lanciò improvvisamente una grande e ben preparata controffensiva. Le linee della Wehrmacht furono sfondate in molti punti e i tedeschi furono respinti di 100 – 280 km con pesanti perdite in uomini e mezzi. Fu solo con grande difficoltà che un accerchiamento catastrofico (Einkesselung) poté essere evitato. L’8 dicembre, Hitler ordinò al suo esercito di abbandonare l’offensiva e di trasferirsi su posizioni difensive. Addebitò questa battuta d’arresto all’arrivo inaspettatamente anticipato dell’inverno, rifiutandosi di ritirarsi oltre, come alcuni dei suoi generali suggerirono, e propose di attaccare di nuovo in primavera.(25) Così finì la Blitzkrieg di Hitler contro l’Unione Sovietica, la guerra che, se fosse stata vittoriosa, avrebbe realizzato la grande ambizione della sua vita, la distruzione dell’Unione Sovietica. Ancora più importante, almeno dal nostro punto di vista, una vittoria avrebbe inoltre fornito alla Germania nazista petrolio ed altre risorse sufficienti a farne una potenza mondiale praticamente invulnerabile. Così la Germania nazista sarebbe molto probabilmente stata in grado di finire la testarda Gran Bretagna, anche se gli Stati Uniti si fossero affrettati ad aiutare la cugina anglosassone che, per inciso, non era ancora in ballo all’inizio del dicembre 1941. Una Blitzsieg, cioè una rapida vittoria contro l’Unione Sovietica, poi avrebbe reso impossibile la sconfitta tedesca, e lo sarebbe stato con ogni probabilità. (Probabilmente è giusto dire che se la Germania nazista avesse sconfitto l’Unione Sovietica nel 1941, la Germania sarebbe oggi ancora la potenza egemone dell’Europa, e forse del Medio Oriente e del Nord Africa). Tuttavia, la sconfitta nella battaglia di Mosca, nel dicembre 1941, impedì che la Blitzkrieg di Hitler portasse alla Blitzsieg sperata. Nella nuova “battaglia della Marna”, appena ad ovest di Mosca, la Germania nazista subì la sconfitta che ne rese impossibile la vittoria, non solo contro l’Unione Sovietica, ma anche contro la Gran Bretagna e della guerra in generale. Tenendo conto delle lezioni della Prima guerra mondiale, Hitler e i suoi generali riconobbero fin dall’inizio che, per vincere la nuova “Grande Guerra” che avevano scatenato, la Germania doveva vincere rapidamente, alla velocità del lampo. Ma il 5 dicembre 1941, era evidente a tutti i presenti al quartier generale di Hitler che una Blitzsieg contro l’Unione Sovietica non era imminente, e che la Germania era destinata a perdere la guerra, se non prima, poi. Secondo il generale Alfred Jodl, Capo di stato maggiore delle operazioni dell’OKW, Hitler si rese conto che non poteva più vincere la guerra.(26) E così si può sostenere che le sorti della Seconda Guerra Mondiale furono decise il 5 dicembre 1941. Tuttavia, come le maree reali non cambiano all’improvviso, ma gradualmente e impercettibilmente, la marea della guerra non cambiò in un solo giorno, ma in giorni, settimane, addirittura mesi, cioè nei tre mesi tra la tarda estate del 1941 e l’inizio di dicembre dello stesso anno. La marea della guerra in Oriente mutò poco a poco, ma non impercettibilmente. Già nell’agosto del 1941, mentre i successi tedeschi non imposero la capitolazione sovietica e già la Wehrmacht rallentava notevolmente, gli osservatori più acuti cominciarono a dubitare che la vittoria tedesca, non solo in Unione Sovietica, ma nella guerra in generale, fosse ancora una possibilità. Il Vaticano, ben informato per esempio, inizialmente fu assai entusiasta della “crociata” di Hitler contro la patria sovietica del bolscevismo “senza Dio” e fiducioso che i sovietici sarebbero crollati immediatamente, iniziò ad esprimere gravi preoccupazioni circa la situazione orientale, nella tarda estate del 1941, ed alla metà di ottobre giunse alla conclusione che la Germania avrebbe perso la guerra.(27) Allo stesso modo, a metà ottobre, i servizi segreti svizzeri riferirono che “i tedeschi non possono più vincere la guerra”; tale conclusione si basava sulle informazioni raccolte in Svezia da dichiarazioni di ufficiali tedeschi.(28) Da fine novembre, una sorta di disfattismo aveva iniziato a infettare i vertici della Wehrmacht e del partito nazista. Proprio mentre sollecitavano le loro truppe ad avanzare su Mosca, alcuni generali opinarono che sarebbe stato preferibile fare aperture per la pace e rallentare la guerra senza raggiungere la grande vittoria che sembrava così certa all’inizio dell’Operazione Barbarossa. E poco prima della fine di novembre, il ministro degli Armamenti Fritz Todt chiese a Hitler di trovare una via d’uscita diplomatica alla guerra, in quanto sul piano militare, nonché industriale, era persa.(29)
Quando l’Armata Rossa lanciò la sua devastante controffensiva il 5 dicembre, lo stesso Hitler si rese conto che avrebbe perso la guerra. Ma ovviamente non era disposto a lasciare che il pubblico tedesco lo sapesse. Le brutte notizie dal fronte di Mosca furono presentate al pubblico come una sospensione temporanea, accusandone l’inaspettato inverno anticipato e l’incompetenza o codardia di alcuni comandanti. (Fu solo un anno più tardi, dopo la catastrofica sconfitta nella battaglia di Stalingrado, nell’inverno 1942-1943, che il pubblico tedesco e il mondo intero capirono che la Germania era condannata, è per questo che ancora oggi molti storici credono che la svolta avvenne a Stalingrado). Anche così, non fu possibile mantenere segrete le implicazioni catastrofiche della debacle di fronte Mosca. Ad esempio, il 19 dicembre 1941, il console tedesco a Basilea riferì ai  superiori di Berlino che (l’apertamente filo-nazista) capo della missione della Croce Rossa svizzera, inviato al fronte in Unione Sovietica per assistere solo i feriti tedeschi, ovviamente violando le regole della Croce Rossa, era tornato in Svizzera con la notizia, sorprendente per il console, che “non credeva che la Germania possa vincere la guerra“.(30) Il 7 dicembre 1941, nel suo quartier generale nelle foreste della Prussia orientale, Hitler non aveva ancora completamente digerito l’inquietante notizia della controffensiva sovietica di fronte Mosca quando seppe che dall’altra parte del mondo i giapponesi avevano attaccato gli statunitensi a Pearl Harbour, portando gli Stati Uniti a dichiarare guerra al Giappone, ma non alla Germania, che non aveva nulla a che fare con l’attacco e non era nemmeno a conoscenza dei piani giapponesi. Hitler non aveva alcun obbligo nel correre in aiuto degli amici giapponesi, come sostenuto da molti storici statunitensi, ma l’11 dicembre 1941, quattro giorni dopo Pearl Harbor, dichiarò guerra agli Stati Uniti. Tale decisione apparentemente irrazionale deve essere intesa alla luce della situazione tedesca in Unione Sovietica. Hitler quasi certamente ipotizzò che tale gesto di solidarietà del tutto gratuita avrebbe indotto l’alleato orientale a ricambiare con una dichiarazione di guerra contro il nemico della Germania, l’Unione Sovietica, e questo avrebbe costretto i sovietici nella situazione estremamente pericolosa di una guerra su due fronti. Hitler sembra aver creduto che potesse esorcizzare lo spettro della sconfitta in Unione Sovietica, e della guerra in generale, convocando una sorta di deus ex machina giapponese sulla vulnerabile frontiera siberiana dell’Unione Sovietica. Secondo lo storico tedesco Hans W. Gatzke, il führer era convinto che “se la Germania non si univa al Giappone (nella guerra contro gli Stati Uniti), sarebbe stata la … fine di ogni speranza di un aiuto giapponese contro l’Unione Sovietica“. Ma il Giappone non abboccò all’amo di Hitler. Tokyo disprezzava lo Stato sovietico, ma la terra del sol levante, ora in guerra contro gli Stati Uniti, non poteva permettersi il lusso di una guerra su due fronti, tanto quanto i sovietici, e preferì puntare tutto sulla strategia a “sud”, sperando di vincere il grande premio del sud-est asiatico, tra cui l’Indonesia ricca di petrolio, piuttosto che imbarcarsi in una joint venture nell’inospitale Siberia. Solo alla fine della guerra, dopo la resa della Germania nazista, ci sarebbero state le ostilità tra l’Unione Sovietica e il Giappone.(31) E così, a causa di Hitler, il campo dei nemici della Germania includeva non solo la Gran Bretagna e l’Unione Sovietica, ma anche i potenti Stati Uniti, le cui truppe sarebbero comparse prossimamente sulle coste della Germania, o almeno sulle rive dell’Europa occupata tedeschi. Gli statunitensi avrebbero infatti sbarcato le truppe in Francia, ma solo nel 1944, e questo indubbiamente importante evento è ancora spesso presentato come la svolta della Seconda Guerra Mondiale. Tuttavia, ci si dovrebbe chiedere se gli statunitensi sarebbero mai sbarcati in Normandia o, se per questo, se mai avrebbero dichiarato guerra alla Germania nazista, se Hitler non l’avesse dichiarata a loro l’11 dicembre 1941, e ci si dovrebbe chiedere se Hitler non avrebbe mai compiuto un atto disperato, suicida, decidendo di dichiarare guerra agli Stati Uniti, se non si fosse trovato in una situazione disperata in Unione Sovietica. Il coinvolgimento degli Stati Uniti nella guerra contro la Germania poi, che per molte ragioni non era “previsto” prima del dicembre 1941, fu anche conseguenza della battuta d’arresto tedesca di fronte Mosca. Ovviamente, ciò costituisce ancora un altro fatto che può essere citato a sostegno della tesi “della svolta” in Unione Sovietica nell’autunno e inizio inverno 1941.
998899La Germania nazista era condannata, ma la guerra era ancora lunga. Hitler ignorò il consiglio dei suoi generali, che consigliarono vivamente di cercare di trovare una via d’uscita diplomatica alla guerra, e decise di combattere nella vaga speranza di trarre in qualche modo la vittoria dal cilindro. La controffensiva russa era a corto di potenza, la Wehrmacht sarebbe sopravvissuta all’inverno 1941-1942 e nella primavera del 1942 Hitler avrebbe racimolato tutte le forze disponibili per un’offensiva, nome in codice “Operazione Blu” (Unternehmen Blau), in direzione dei campi petroliferi del Caucaso, via Stalingrado. Hitler stesso riconobbe che “se non abbiamo il petrolio di Majkop e Groznij, avremmo dovuto porre fine a questa guerra“.(32) Tuttavia, l’elemento sorpresa era perduto e i sovietici dimostrarono di disporre di enormi masse di uomini, petrolio e altre risorse, così come equipaggiamenti eccellenti, in gran parte prodotti in fabbriche stabilite oltre gli Urali tra il 1939 e il 1941. La Wehrmacht, d’altra parte, non poteva compensare le ingenti perdite subite nel 1941. Tra il 22 Giugno 1941 e il 31 gennaio 1942, i tedeschi persero 6000 velivoli e oltre 3200 carri armati e veicoli simili, e non meno di 918000 uomini furono uccisi, feriti o dispersi in azione, pari al 28,7 per cento della forza media dell’esercito di 3,2 milioni di uomini.(33) (In Unione Sovietica, la Germania avrebbe perso non meno di 10 milioni del totale di 13,5 milioni di uomini uccisi, feriti o fatti prigionieri durante l’intera guerra, e l’Armata Rossa finì accreditandosi il 90 per cento di tutti i tedeschi uccisi nella Seconda Guerra Mondiale.) (34) Le forze disponibili per una spinta verso i campi petroliferi del Caucaso erano quindi estremamente limitate. In tali circostanze, fu abbastanza notevole che nel 1942 i tedeschi riuscissero a fare quanto fecero. Ma quando la loro offensiva inevitabilmente si esaurì, e cioè nel settembre dello stesso anno, le loro linee debolmente tenute erano tese per centinaia di chilometri, presentando un bersaglio perfetto all’attacco sovietico. Quando l’attacco avvenne, intrappolò un’intera armata tedesca che, infine, distrusse a Stalingrado. Fu dopo questa grande vittoria dell’Armata Rossa che l’ineluttabilità della sconfitta tedesca nella Seconda Guerra Mondiale apparve evidente a tutti. Tuttavia, la sconfitta tedesca apparentemente minore e relativamente sottovalutata di fronte a Mosca, alla fine del 1941, fu il presupposto per la certamente più spettacolare e più “visibile” sconfitta tedesca a Stalingrado. Vi sono altri motivi per proclamare il dicembre 1941 la svolta della guerra. La controffensiva sovietica distrusse la reputazione dell’invincibilità di cui la Wehrmacht si beava fin dal suo successo contro la Polonia nel 1939, alzando così il morale dei nemici della Germania in tutto il mondo. La battaglia di Mosca inoltre assicurò che il grosso delle forze armate della Germania venisse legato ad un fronte di circa 4000 km per un periodo indeterminato di tempo, eliminando ogni possibilità di operazioni tedesche contro Gibilterra, per esempio, e quindi dando un notevole sollievo agli inglesi. Al contrario, il fallimento della Blitzkrieg demoralizzò i finlandesi e gli altri alleati dei tedeschi. E così via…
Di fronte a Mosca, nel dicembre 1941, la marea cambiò perché fu lì che la Blitzkrieg fallì e la Germania nazista fu costretta a combattere senza risorse sufficienti, una lunga, estenuante guerra che Hitler e i suoi generali sapevano che non avrebbero potuto vincere.1CA68VYQSJacques R. Pauwels, autore de Il mito della buona guerra: gli USA nella Seconda Guerra Mondiale, James Lorimer, Toronto, 2002.

309913Note
[1] Gerd R. Ueberschär, “Das Scheitern des, Unternehmens Barbarossa‘”, in Gerd R. Ueberschär e Wolfram Wette (a cura di), Der deutsche Überfall auf die Sowjetunion: “Unternehmen Barbarossa” del 1941, Frankfurt am Main, 2011, p.  120.
[2] Rolf-Dieter Müller, Der Feind steht im Osten: Hitler Geheime für einen Krieg gegen Pläne morire Sowjetunion im Jahr 1939, Berlin, 2011.
[3] Citato in Müller, op.  cit., p.  152.
[4] Jacques R. Pauwels, Il mito della guerra buona: Gli USA nella Seconda Guerra Mondiale, James Lorimer, Toronto, 2002, pp 33, 37.
[5] Lieven Soete, Het Sovjet-Duitse niet-aanvalspact van 23 agosto 1939: Politieke Zeden in het Interbellum, Berchem [Anversa], Belgio, 1989, pp 289-290, compresa la nota 1 a pag.  289.
[6] Cfr. ad esempio Gerd R. Ueberschär, “Hitler Entschluss zum ‘Lebensraum’-Krieg im Osten:? Programmatisches Ziel oder militärstrategisches Kalkül,” nel Gerd R. Ueberschär e Wolfram Wette (a cura di), Der deutsche Überfall auf die Sowjetunion: “Unternehmen Barbarossa” der 1941, Frankfurt am Main, 2011, p.  39.
[7] Müller, op.  cit., p.  169.
[8] Ueberschär, “Das Scheitern …“, p.  95.
[9] Müller, op.  cit., pp 209, 225.
[10] Ueberschär, “Hitler Entschluss …“, p.  15.
[11] Pauwels, op.  cit., p.  62; Ueberschär, “Das Scheitern ...”, pp 95-96, Domenico Losurdo, Stalin: storia e critica di una leggenda nera, Roma, 2008, p.  29.
[12] Müller, op.  cit., p.  243.
[13] Richard Overy,  La Russia in guerra, Londra, 1997, p.  87.
[14] Ueberschär, “Das Scheitern …“, pp 97-98.
[15] Ueberschär, “Das Scheitern ...”, p.  97; Losurdo, op.  cit., p.  31.
[16] Overy, op.  cit., pp 64-65.
[17] Grover Furr, Khrushchev mentì: La prova che ogni ‘rivelazione’ sui “crimini” di Stalin (e Beria) di Nikita Krusciov, nell’infame ‘Discorso Segreto’ al 20° Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica del 25 febbraio 1956, è manifestamente falsa, Kettering/Ohio, 2010, p. 343: Losurdo, op.  cit., p.  31; Soete, op.  cit., p.  297.
[18] Losurdo, op.  cit., pp 31-32.
[19] Bernd Wegner, “Hitler zweiter Feldzug gegen die Sowjetunion: Strategische Grundlagen und Bedeutung historische“, in Wolfgang Michalka (a cura di), Der Zweite Weltkrieg: Analysen – Grundzüge – Forschungsbilanz, Monaco e Zurigo, 1989, p.  653.
[20] Ueberschär, “Das Scheitern ...”, p.  100.
[21] Müller, op.  cit., p.  233.
[22] Tobias Jersak, “Oil für den Führer,” Frankfurter Allgemeine Zeitung, 11 febbraio 1999. Jersak utilizzò un documento “top secret” prodotto dalla Wehrmacht Reichsstelle für Mineralöl, ora nella sezione militare dei Bundesarchiv (Archivio federale), file di RW 19/2694.
[23] Ueberschär, “Das Scheitern …“, pp 99-102, 106-107.
[24] Ueberschär, “Das Scheitern ...”, p.  106.
[25] Ueberschär, “Das Scheitern ...”, pp 107-111, Geoffrey Roberts, Le Guerre di Stalin dalla prima guerra mondiale alla guerra fredda, 1939-1953, New Haven / CT e Londra, 2006, p. 111.
[26] Andreas Hillgruber (a cura di), Der Zweite Weltkrieg 1939-1945: Kriegsziele und Strategie der Grossen Mächte, quinta edizione, Stuttgart, 1989, p.  81.
[27] Annie Lacroix-Riz, Le Vatican, l’Europe et le Reich de la Première Guerre mondiale à la guerre froide, Paris, 1996, p.  417.
[28] Daniel Bourgeois, Affari helvétique et troisième Reich: Milieux d’affaires, politique étrangère, antisémitisme, Losanna, 1998, pp 123, 127.
[29] Ueberschär, “Das Scheitern …“, pp 107-108.
[30] Bourgeois, op.  cit., pp 123, 127.
[31] Pauwels, op. cit, pp 68-69; citazione di Hans W. Gatzke, “Germania e Stati Uniti: Una relazione speciale?”, Cambridge/MA, Londra, 1980, p.  137.
[32] Wegner, op.  cit., pp 654-656.
[33] Ueberschär, “Das Scheitern ...”, p.  116.
[34] Clive Ponting, Armageddon: la Seconda Guerra Mondiale, Londra, 1995, p.  130; Stephen E. Ambrose, Americani in guerra, New York, 1998, p.  72.

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1471285Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il telegramma Zimmermann: la vera ragione che spinse gli USA ad entrare in guerra nel 1917

zimmtransViene spesso, fin troppo spesso, affermato che la causa dell’entrata in guerra di Washington, nella Prima Guerra mondiale, sia stato l’affondamento da parte di un sommergibile tedesco del transatlantico inglese Lusitania, che trascinò con se 123 cittadini statunitensi. (1) In realtà la nave fu affondata nel 1915, mentre gli USA entrarono in guerra nel 1917. Infatti, entrarono in guerra in reazione alla faccenda del “telegramma Zimmermann”.
Il 16 gennaio 1917, Arthur Zimmermann, segretario agli Esteri della Germania imperiale, inviò un telegramma cifrato all’ambasciatore tedesco a Washington, utilizzando il nuovo codice 7500 che gli inglesi non avevano potuto decifrare, ma l’ambasciatore a Washington ritrasmise il telegramma nel vecchio codice 103040, noto agli inglesi, all’ambasciatore tedesco in Messico.
Il testo del telegramma affermava: “Abbiamo intenzione di cominciare la guerra sottomarina senza restrizioni il primo di febbraio. Ci adopereremo, nonostante ciò, a mantenere gli Stati Uniti neutrali. Nel caso non succeda, faremo al Messico una proposta di alleanza sulla seguente base: combattere insieme, fare la pace insieme, un generoso sostegno finanziario e la comprensione da parte nostra del diritto del Messico a riprendersi i territori perduti di Texas, New Mexico e Arizona. I dettagli sono lasciati a voi. Potrete informare il presidente (del Messico) di quanto sopra secretato non appena lo scoppio della guerra contro gli Stati Uniti è certo, e aggiungerei il suggerimento che avrebbe dovuto, di propria iniziativa, invitare il Giappone ad aderirvi immediatamente e anche a mediare tra il Giappone e noi. Si prega di richiamare l’attenzione del presidente sul fatto che l’impiego illimitato dei nostri sottomarini offre ora la prospettiva di convincere l’Inghilterra a fare la pace entro pochi mesi. Accusate ricevuta. Zimmermann
In realtà, il telegramma venne concepito da un funzionario del ministero degli esteri tedesco, Hans Arthur von Kemnitz, che ne scrisse una prima bozza che Zimmermann firmò quasi senza leggere, probabilmente perché impegnato a redigere il testo diplomatico che giustificava l’annuncio della “guerra sottomarina senza restrizioni” contro il traffico navale diretto nel Regno Unito. Quando un altro funzionario seppe del telegramma, esclamò: “Kemnitz, quel fantastico idiota, ha fatto questo!?
Berlino dovette criptare il telegramma perché la Germania era consapevole che gli alleati intercettavano tutte le comunicazioni transatlantiche, una conseguenza della prima azione offensiva della Gran Bretagna nella guerra. All’alba del primo giorno della Prima guerra mondiale, la nave inglese Telconia si avvicinò alle coste tedesche e tranciò i cavi sottomarini transatlantici che collegavano la Germania con il resto del mondo. Questo atto di sabotaggio costrinse i tedeschi ad inviare i messaggi tramite collegamenti radio poco sicuri o cavi sottomarini di proprietà estera. Zimmermann fu costretto a trasmettere il suo telegramma cifrato attraverso la Danimarca e la Svezia con un cavo sottomarino statunitense che passava anche per il Regno Unito. Va ricordato, inoltre, che uno stretto collaboratore del presidente statunitense Woodrow Wilson, il colonnello Edward House, fece si che il dipartimento di Stato degli USA consentisse ai tedeschi la trasmissione di messaggi cifrati diplomatici tra Washington, Londra, Copenhagen e Berlino.
Il telegramma di Zimmermann ben presto venne intercettato ed analizzato dalla Sala 40 dell’Ammiragliato inglese, l’ufficio dell’intelligence elettronica inglese. Winston Churchill, Primo lord dell’Ammiragliato inlgese, ordinò la creazione della sezione intercettazione e decodificazione dei messaggi criptati tedeschi, appunto la Sala 40, divenuta di vitale importanza per gli Alleati. La Sala 40 era formata da linguisti e criptoanalisti. Il telegramma Zimmermann, decifrato parzialmente da Nigel de Grey e dal reverendo William Montgomery, affermava che la Germania voleva istigare il Messico ad attaccare gli USA, un’informazione che avrebbe spinto il presidente degli USA Woodrow Wilson ad abbandonare la neutralità degli Stati Uniti, perciò Montgomery e de Grey lo passarono subito all’ammiraglio Reginald Hall, direttore della Naval Intelligence, aspettandosi che lo trasmettesse agli statunitensi. Ma l’ammiraglio lo ripose nella sua cassaforte, incoraggiando i criptoanalisti a completare il lavoro. Infatti, il 5 febbraio 1917, Hall non ebbe il nulla osta dal Foreign Office affinché consegnasse agli statunitensi tali informazioni. Ma Hall convocò un ufficiale dell’intelligence statunitense a Londra e gli diede lo stesso il telegramma. “In altre parole, il direttore dell’intelligence navale aveva unilateralmente preso la decisione di condividere un’informazione altamente sensibile con una potenza straniera, senza l’autorizzazione del proprio governo“.
Hall pensava che se gli statunitensi venivano a conoscenza del telegramma Zimmermann, i tedeschi avrebbero potuto concludere che il loro nuovo sistema di cifratura 7500 era stato spezzato, spingendoli a sviluppare un nuovo sistema di cifratura, bloccando così l’intelligence inglese. Inoltre “Hall era consapevole che la guerra totale degli U-boat sarebbe iniziata entro due settimane, e che essa avrebbe indotto il presidente Wilson a dichiarare guerra alla Germania imperiale, senza bisogno di compromettere la preziosa fonte dell’intelligence inglese”. Ma il 3 febbraio 1917, sebbene la Germania avesse avviato la guerra sottomarina senza restrizioni, il Congresso statunitense e il presidente Wilson annunciarono la prosecuzione della neutralità. D’altra parte, negli USA era diffuso un notevole sentimento anti-inglese, in particolare tra i cittadini di origini tedesche ed irlandesi, questi ultimi infuriati per la brutale repressione della Rivolta di Pasqua del 1916 a Dublino e, inoltre, presso la stampa statunitense Gran Bretagna e Francia non godevano di maggiore simpatia della Germania. Tutto ciò spinse gli inglesi a sfruttare il telegramma Zimmermann. All’improvviso, e in sole due settimane, Montgomery e de Grey completarono la decifrazione del telegramma. Inoltre, gli inglesi si resero conto che von Bernstorff, l’ambasciatore tedesco a Washington, trasmise il messaggio a von Eckhardt, l’ambasciatore tedesco in Messico, utilizzando il vecchio sistema di cifratura 103040 e “dopo aver fatto alcune piccole modifiche al testo” che poi von Eckhardt avrebbe presentato al presidente messicano Carranza. Se Hall avesse potuto avere la versione “messicana” del telegramma Zimmermann, i tedeschi avrebbero supposto che fosse stato reso pubblico dal governo messicano, e che non era stato intercettato dagli inglesi. Hall contattò un agente inglese in Messico, il signor H., che a sua volta s’infiltrò nell’ufficio telegrafico messicano. Il signor H. poté ottenere così la versione messicana del telegramma di Zimmermann. Hall consegnò tale versione del telegramma ad Arthur Balfour, il segretario agli Esteri inglese, che il 23 febbraio convocò l’ambasciatore statunitense a Londra Walter Page per consegnargli il telegramma di Zimmermann. Il 25 febbraio, il presidente Wilson ebbe la ‘prova eloquente’, come disse, che la Germania incoraggiava un’aggressione agli USA. Il telegramma, in realtà, affermava che il Messico avrebbe dichiarato guerra agli USA solo se questi avessero dichiarato guerra alla Germania. Ciò avrebbe giustificato l’intervento degli USA nella Prima guerra mondiale? Infatti il telegramma di Zimmermann viene citato come il casus belli della guerra tra USA e Germania imperiale. Ma, infine, il Messico sarebbe mai stato un serio nemico per gli Stati Uniti? Il Messico era preda da anni di una feroce guerra civile, non poteva costituire una qualsiasi seria minaccia per gli USA, e Berlino avrebbe dovuto saperlo. Il presidente messicano Venustiano Carranza assegnò a un generale il compito di valutare la fattibilità di un’aggressione agli USA, ma il generale concluse che non sarebbe stato possibile per i seguenti motivi:
– gli Stati Uniti erano militarmente molto più forti del Messico.
– le promesse della Germania erano ritenute appunto soltanto tali. Il Messico non poteva utilizzare alcun “generoso sostegno finanziario” per acquistare armi e munizioni, per la semplice ragione che poteva comprarli solo negli Stati Uniti, mentre la Germania non poteva inviare alcunché in Messico dato che la Royal Navy, ed eventualmente l’US Navy, controllava le rotte atlantiche.
– infine, il Messico aveva adottato una politica di cooperazione con Argentina, Brasile e Cile per evitare un qualsiasi contrasto con gli Stati Uniti e migliorare le relazioni regionali.
Comunque il telegramma fu reso pubblico, ma stampa e parte del governo degli Stati Uniti lo ritennero una bufala ideata dagli inglesi per coinvolgere gli USA nella guerra. Tuttavia, Zimmermann, in modo sbalorditivo, ne ammise pubblicamente la paternità, dicendo a una conferenza stampa a Berlino che semplicemente “non posso negarlo. E’ vero”. La Germania poteva benissimo dire che il “telegramma Zimmermann” era un falso, approfondendo così i gravi dubbi sulla faccenda espressi negli USA, dove l’opinione pubblica era poco restia a partecipare alla Grande Guerra. Perché allora Zimmerman confessò di averlo inviato?
Nell’ottobre 2005, venne scoperto il presunto dattiloscritto originale della decifratura del telegramma Zimmermann, “scoperto da uno storico rimasto ignoto” che lavorava su un testo ufficiale della storia del Government Communications Headquarters (GCHQ), il servizio segreto elettronico inglese. Si riteneva che tale documento sia il telegramma mostrato all’ambasciatore Page nel 1917. Molti documenti segreti relativi a tale incidente furono distrutti su ordine dell’ammiraglio Reginald Hall. Certo, tutto ciò suscita un sospetto: in realtà si sa cosa ha scritto Zimmermann (Kemnitz), ma non è noto cosa avessero di certo mostrato gli inglesi ai diplomatici e al presidente degli USA.
In Germania, le indagini su come gli statunitensi avessero ottenuto il telegramma Zimmermann portarono a credere che fosse stato violato in Messico, proprio come previsto dall’intelligence inglese. Quindi il presidente Wilson, che nel gennaio 1917 aveva detto che sarebbe stato un “crimine contro la civiltà” trascinare il suo popolo in guerra, il 2 aprile dello stesso 1917 affermò: “Consiglio che il Congresso dichiari che il recente corso del governo imperiale non sia in realtà nient’altro che una guerra contro il governo e il popolo degli Stati Uniti, e di accettare formalmente lo status di belligerante cui siamo stati così spinti”.
La diplomazia inglese (così come la sua propaganda nera) cercarono ostinatamente di convincere il presidente Wilson ad abbandonare la promessa di neutralità fatta nella sua campagna elettorale per le presidenziali del 1916, e di entrare in guerra a fianco degli Alleati, ma come affermò la storica statunitense Barbara Tuchman, “Una sola mossa della Sala 40 era riuscita laddove tre anni d’intensa diplomazia avevano fallito”.Unit7_map_Zimmerman_300g80Alessandro Lattanzio, 3/1/2014

Note:
1) “Gli inglesi contarono 1198 vittime, tra cui 123 statunitensi, mentre in realtà i morti furono 1201; vennero infatti omessi i corpi dei tre tedeschi inviati sul Lusitania dall’attaché militare tedesco a Washington di allora, von Papen, per fotografare eventuali materiali sospetti. I tre furono scoperti e tenuti a bordo come prigionieri. In seguito, il segretario personale del presidente Wilson, Joseph Tumulty, fece credere a Washington che le spie fossero in possesso di un ordigno esplosivo, mentre invece si trattava della macchina fotografica”.

Fonti:
The Telegram that brought US into Great War is found, Ben Fenton
The Zimmermann Telegram, Joseph C. Goulden
The Zimmermann Telegram, Barbara Tuchman

Cina: l’importanza immutata di Mao e della sua eredità per il PCC

D. S. Rajan,  South Asia Analysis Paper No. 5623, 26/12/2013
1310845-Mao_Zedong1. Le manifestazioni, in Cina per il 120.mo anniversario della nascita di Mao, saranno “solenni, austeri e pratici” secondo le istruzioni del Segretario Generale del Partito Comunista Cinese e Presidente della Repubblica Popolare Cinese (RPC), Xi Jinping. I programmi prevedono l’emissione di francobolli commemorativi, pubblicazione di libri, mostre fotografiche e concerti soprattutto nella Grande Sala del Popolo di Pechino, così come manifestazioni nella base rivoluzionaria di Yanan e nel luogo di nascita di Mao, Shao Shan.
2. Una questione chiave che assume importanza nell’occasione, sarà come l’attuale valutazione delle autorità cinesi sul ruolo di Mao si confronta su come sia stato visto in passato. A questo proposito, meritano attenzione le tre citazioni seguenti, che rivelano come la PRC abbia sempre assunto una posizione nel complesso coerente: ‘I contributi di Mao hanno superano i suoi errori‘.
Il compagno Mao Zedong fu un grande marxista e un grande rivoluzionario, stratega e teorico del proletariato. E’ del tutto sbagliato assumere un atteggiamento dogmatico nei confronti delle parole del compagno Mao Zedong, e considerare tutto ciò che ha detto come verità immutabile, da applicare meccanicamente in tutto il mondo, ed essere disposti ad ammettere onestamente che ha commesso degli errori nei suoi ultimi anni, e anche cercare di accanirvisi nelle nostre nuove attività. Tali atteggiamenti non distinguono tra pensiero di Mao Zedong, teoria scientifica formata e testata da molto tempo, e gli errori che il compagno Mao Zedong ha fatto nei suoi ultimi anni. Ed è assolutamente necessario che questa distinzione sia fatta. Vero che ha compiuto errori grossolani durante la “rivoluzione culturale”, ma se giudichiamo la sua attività nel suo complesso, i suoi contributi alla rivoluzione cinese superano di gran lunga i suoi errori. I suoi meriti sono primari e dei suoi errori secondari“. Risoluzione su alcune questioni della storia del nostro partito, dalla fondazione della Repubblica popolare cinese, adottata dalla sesta sessione plenaria dell’11.mo Comitato Centrale del Partito comunista cinese 27 giugno 1981.
I contributi del presidente Mao sono per il 70% positivi e per il 30% negativi“, Deng Xiaoping, 1981.
Le conquiste di Mao Zedong superano i suoi errori“: ‘concorda’ il 78,3% degli intervistati, ‘fortemente concorda’ il 6,8%, ‘è d’accordo’ l’11,7%, e ‘non sa’ circa il 3%. Indagine condotta dal Global Times affiliato al partito, edizione in lingua cinese del 25 dicembre 2013
3. Le dichiarazioni dei leader di partito, i contenuti di importanti documenti e i dettagli degli articoli di testa apparsi sui media ufficiali autorevoli della RPC, sopra menzionati, confermano la consistente prevalenza in Cina nel valutare i contributi di Mao. Ciò che sembra nuovo, tuttavia, è l’idea introdotta di recente dal regime di Xi Jinping: non ripudiare completamente le politiche dell’era di Mao. Questo tema trova una forte eco in Cina da quando Xi si pose la domanda (5 gennaio 2013) che “ciò che è stato raggiunto prima delle riforme non può essere negato sulla base di quello che è successo dopo, e viceversa“, insieme all’avvertimento che un ripudio totale delle politiche di Mao potrebbe portare al “grande caos sotto il cielo”. Il significato politico del passaggio sembra indubbiamente che alcuni elementi nella società, che alimentano un’opposizione cieca a Mao, subiscano l’attacco del partito.
4. Riflettendo sul trend impostato da Xi Jinping, un articolo a piena pagina sul Quotidiano del Popolo (8 novembre 2013) stilato dall’istituto di ricerca storica del partito, afferma che la Cina potrebbe prosperare solo sotto la leadership del partito, sfidando coloro che “predicano l’indiscriminata adozione del sistema occidentale“. Ha indicato come passi volti a minare la legittimità del partito, negare tragedie come la Rivoluzione Culturale del 1966-1976, che precedette le riforme nel 1978; ‘ciò seminerebbe solo i semi dell’autodistruzione del partito’. Chiedendo ai quadri ‘di sostenere e sviluppare il socialismo con caratteristiche cinesi, senza procedere per una strada chiusa e rigida, né prendendo la strada errata di cambiare i nostri bandiere e slogan’,  accusando ‘forze nemiche, in patria e all’estero, che ‘negano’ il periodo precedente la riforma e l’apertura per ‘demonizzare e negare la posizione dominante del PCC’.
5. Ad ampliare l’attacco contro chi nega le ‘grandi conquiste storiche’ del PCC, è un articolo autorevole intitolato “La denigrazione di Mao è guidata da motivazioni politiche” (Global Times, 22 dicembre 2013). Ammettendo l’esistenza dell’attuale dibattito ‘feroce’ nel Paese tra i fedeli a Mao e chi l’attacca, l’articolo osserva che anche a 37 anni dalla morte di Mao, è difficile ignorare la storia dell’era di Mao ed esprimervi un giudizio, perché siamo ancora più o meno influenzati dalla sua epoca, e una valutazione della sua eredità sarà influenzata dall’ideologia. Rilevando che l’osservazione di Deng Xiaoping su Mao sul “70 per cento giusto e 30 per cento sbagliato“, rappresenta l’idea tradizionale su Mao, l’articolo del Global Times afferma che una volta sbiadita la  Rivoluzione Culturale, la maggior parte del popolo cinese riconosce i suoi errori e le sue conquiste. E’ riconosciuto che lo stile personale della leadership di Mao aveva i suoi limiti, suscitando critiche verso di lui dopo la morte. La rivoluzione ha sempre un aspetto crudo, come la rivoluzione cinese guidata da Mao. Sottolineando che non esiste alcuna prova storica abbastanza convincente per denigrare Mao. Le voci che lo denigrano o lo sostengono completamente sono altamente polarizzate. Attualmente, le voci demonizzanti provengono principalmente dall’occidente, che critica il sistema socialista cinese. L’articolo conclude dicendo che coloro che criticano Mao lo fanno per motivazioni politiche piuttosto che per desiderio di un vero dibattito storico, invitando la società tradizionale cinese a resistere a coloro che cercano di minare la politica della Cina in nome del dibattito storico. Un altro articolo (Global Times, 22 dicembre 2013) afferma che ‘poche persone ripudiano Mao, intrattenendo fantasie infantili’.
6. Inoltre, colpisce il successivo articolo sul Quotidiano del Popolo, organo del PCC (23 dicembre 2013) dal titolo “Mao Zedong e le quattro pietre miliari sulla strada del ringiovanimento della nazione cinese“, che elogia il rapporto di Mao con la Rivoluzione di Xinhai del 1911, la fondazione del PCC nel 1921, la fondazione della Repubblica Popolare nel 1949 e la riforma e l’apertura iniziate nel 1978. Citando Deng Xiaoping, “compiamo il lavoro già avviato da Mao, ma che non aveva completato. Stiamo anche correggendo ciò che Mao fece in modo non corretto e miglioreremo il lavoro che Mao non ha adempiuto abbastanza correttamente.” L’articolo ammette le colpe e gli errori di Mao che suscitarono gli sconvolgimenti della Nuova Cina. Tuttavia, non denigrava per nulla la grandezza di Mao e i suoi contributi.
8. Da quanto precede, si può avere un ampio quadro dei fronti ideologici percepibili; il PCC definisce chi tenta di negare completamente il ruolo di Mao nel Paese, come politicamente motivato nel cercare di destabilizzare il dominio del partito. Sicuramente sembra esserci mancanza di chiarezza sull’identità di chi compia tali tentativi e quanto seri siano. Ciò premesso, è un fatto che ci sia un dibattito in corso in Cina sul ruolo di Mao; alcuni (Du Guang, un ex-docente della Scuola centrale del Partito) attribuiscono tale dibattito in Cina al fallimento nel chiarire pienamente gli errori di Mao. In ogni caso, può essere utile guardare la situazione dal punto di vista degli emergenti imperativi politici di Xi. La sfumata posizione a favore di Mao presa da Xi Jinping potrebbe segnalare l’aggravarsi delle spinte ad agire in modo equilibrato, in questa fase nei rapporti, in vista della competizione nel partito, in modo da consolidare ulteriormente la sua leadership. In generale, un compito difficile per Xi sarà raggiungere il tanto necessario equilibrio tra i suoi approcci ‘economicamente liberale’ e ‘politicamente conservatore’. Un indizio di tale situazione è il mancato annuncio, durante il Plenum del partito nel novembre 2013, di decise iniziative di riforma politica.

DENG XIAOPINGD. S. Rajan è direttore del Chennai Centre for China Studies, Chennai, India

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Re del Dogfight: il MiG che costrinse alla resa un esercito

Rakesh Krishnan Simha RIR 19 dicembre 2013

mig-21fl-indianIl MiG-21 può essere l’unico aereo nella storia dell’aviazione ad aver costretto una nazione ad arrendersi. L’attacco devastante alla sede del governatore di Dhaka, nel Pakistan orientale, da parte dei MiG-21 fu il punto di svolta della guerra India-Pakistan del 1971. La strategia della guerra lampo dell’India contro l’esercito pakistano portò l’esercito indiano alla periferia di Dhaka in soli nove giorni. Rintanato nel grande edificio, il governo fantoccio del Pakistan orientale aveva dichiarato che non si sarebbe arreso. Alle 11:00 del 14 dicembre 1971, un distaccamento di quattro caccia MiG-21FL individuò la sede del governatore. Dopo averla sorvolata la mitragliarono, puntando razzi e bombe verso l’enorme cupola centrale. Il governatore ebbe così paura di essere colpito che subito si dimise nascondendosi in rifugio antiaereo delle Nazioni Unite. Fu il MiG-21, nome in codice NATO Fishbed, che inflisse i maggiori danni alla Pakistan Air Force. Spazzata via la loro protezione aerea, più di 93000 soldati dell’esercito del Pakistan e 7000 collaboratori civili si arresero senza condizioni.

La furia del Fishbed
I russi avevano progettato il velivolo come “intercettore di punto” ad alta quota, ma l’India l’utilizzò in una moltitudine di ruoli. Oltre alla difesa aerea, il MiG-21 fu utilizzato per l’attacco al suolo, nel fornire protezione agli aerei d’attacco dell’IAF, attirando gli aerei nemici lontano dagli obiettivi strategici, e nel combattimento aereo. Quando la guerra iniziò il 3 dicembre, sei squadroni di MiG-21FL facevano parte dell’organigramma dell’IAF, e parteciparono a operazioni sia nel fronte orientale che occidentale. Verso la fine delle ostilità, il 16 dicembre, i MiG avevano abbattuto quattro F-104 Starfighter, due F-6, un F-86 Sabre e un C-130 Hercules della Pakistan Air Force (PAF). Fu nel teatro occidentale che il MiG-21 venne impiegato nel suo compito primario, la difesa aerea e l’intercettazione. Schierati in tutte le principali basi aeree, da Pathankot nel nord a Jamnagar nella zona sud-occidentale, i MiG-21FL eseguirono centinaia di missioni e decollarono continuamente per intercettare intrusi ostili. Infine il MiG-21 incontrò il suo avversario originale, l’F-104 Starfighter, nei combattimenti aerei durante la guerra del 1971. “In tutti e quattro i duelli aerei classici, il MiG-21 surclassò e sconfisse l’F-104“, dice la storia ufficiale dell’IAF. “La prima vittoria aerea si ebbe il 12 dicembre, quando i MiG-21FL del 47.mo Squadrone abbatterono un F-104 della PAF sul Golfo di Kutch, venendo seguito da altre tre vittorie, in rapida successione, il 17 dicembre, quando i MiG-21FL del 29.mo Squadrone che scortavano degli HF-24 Marut, abbatterono due F-104 presso Uttarlai nel deserto del Rajasthanm, in scontri cannone-missile, mentre un terzo F-104, in missione intrusiva, fu abbattuto da un altro MiG-21FL del 29.mo Squadrone“.

Aeromobile versatile
Un altro ruolo unico su svolto dal MiG-21FL, nel 1971. Il Maresciallo dell’Aria Subhash Bhojwani, allora giovane ufficiale, dice che l’IAF ha utilizzato il MiG come aereo relè ad alta quota. I bombardieri dell’IAF di ritorno dopo aver colpito in profondità nel territorio pakistano, spesso avevano difficoltà ad atterrare perché volavano fuori dalla portata radio e radar. “Così il ruolo del nostro MiG-21FL fu di volare ad un’altitudine di 9 km e trasmettere i segnali ai piloti di ritorno“, dice Bhojwani. “Usavamo un codice ed io ero un ‘passero’. I pakistani che intercettavano le nostri conversazioni mai immaginarono che si trattasse di un MiG-21FL in volo ad alta quota, ed invece pensarono che i russi avevano segretamente dato agli indiani i loro velivoli AWACS, i Moss.”

20091119163814Mig 21Raid su Badin
Badin fu uno dei più importanti obiettivi dell’IAF nella guerra. Situata nel sud Sindh, era sede di una potente unità radar, che forniva supporto alle operazioni aeree della PAF nel settore sud-occidentale. Fu regalata dagli statunitensi al Pakistan, quando aderirono al Patto di Baghdad, e si dimostrò una grande “spina nel fianco” dell’IAF. Anche se era fortemente difesa da cannoni antiaerei, l’IAF decise di distruggerla. La mattina del 12 dicembre, due MiG-21furono inviati da Jamnagar per fotografare il complesso radar. Poche ore dopo, quattro MiG attaccarono il complesso, ma le bombe non colpirono direttamente le antenne. Il giorno seguente, l’IAF inviò altri tre MiG-21 a Badin. Questa volta i MiG colpirono le antenne e l’unità di potenza del complesso radar. Tuttavia, un aereo fu abbattuto dal tiro da terra. L’operazione mise fuori uso il centro e rese la vita un po’ più facile ai piloti indiani.

La paura del Fishbed
Con la protezione offerta dai MiG-21, i Sukhoi Su-7 e gli Hunter dell’IAF attaccarono implacabilmente le basi aeree avanzate del Pakistan, costringendo la PAF ad operare da basi più arretrate. Ciò ne ridusse il raggio d’azione e i velivoli della PAF non poterono più attaccare liberamente. Dall’8 dicembre, dice l’IAF, il Comando aereo occidentale cambiò tattica nelle operazioni antiaeree e di supporto aereo ravvicinato. “Tentativi deliberati furono fatti per attirare l’attenzione della PAF ed ingaggiarla. Missioni di attacco furono condotte da caccia che volavano abbastanza alto per essere avvistati sugli schermi radar pakistani, ma la PAF rifiutò d’intervenire. Invece vi fu un marcato calo degli attacchi contro le truppe indiane“. Uno dei motivi per cui la PAF si rifiutò d’ingaggiare duelli aerei era la paura d’incontrare il MiG-21. I pakistani erano spaventati  dall’effetto moltiplicatore dei MiG-21. L’aereo russo, usando un termine del football americano, interferiva per conto dei bombardieri e degli aerei d’attacco della IAF e la PAF non poteva farci nulla. Inoltre, poiché la guerra logorava costantemente, entrambe le parti perdevano aerei quasi ogni giorno, ma la PAF perdeva aerei e piloti ad un ritmo più veloce, così decise di abbandonare la guerra aerea e di salvare gli aeromobili rimasti piuttosto che affrontare i MiG-21.
“Il MiG-21 ha dimostrato di essere un sistema d’arma da difesa aerea molto efficace“, dice l’IAF. Raggruppare i MiG ad alta quota mentre gli Hunter e i Sukhoj volavano a bassa quota fu una brillante tattica. L’ombrello della superiorità aerea creato dai Fishbed permise agli altri velivoli dell’IAF di attaccare in condizioni favorevoli. Il MiG-21 infatti fu il re del dogfight nella guerra del 1971.

3dTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Mandela e il Mossad: come Israele ha corteggiato l’Africa nera

La storia sconosciuta di come Israele ha segretamente addestrato gli attivisti anti-apartheid in judo, sabotaggio e armi, tra cui Nelson Mandela
David Fachler Haaretz 20 dicembre 2013

D591-036-e1372106600842Nella copertura esaustiva della morte di Nelson Mandela e del suo atteggiamento ambiguo nei confronti dello Stato ebraico, un episodio che getta nuova luce su tale relazione deve essere raccontato dall’Archivio di Stato d’Israele. Tornando ai primi anni ’60, Israele era pronto a corteggiare gli Stati africani di recente decolonizzati, dimostrandogli quindi solidarietà votando sempre le risoluzioni delle Nazioni Unite che condannavano l’apartheid e il regime che lo sosteneva. Ciò ebbe conseguenze per la comunità ebraica sudafricana, colpita dall’ira del primo ministro Verwoerd e dal suo ministro degli Esteri Eric Louw, ma resero simpatico Israele ai movimenti anti-apartheid. L’ANC, allora guidato da Oliver Tambo, scrisse una lettera da Londra al presidente d’Israele Yitzhak Ben Zvi, ringraziandolo per le azioni d’Israele presso le Nazioni Unite. Circa tre mesi prima che Tambo inviasse la lettera, l’11 ottobre 1962, una lettera fu inviata da ciò che probabilmente era un agente del Mossad, Y. Ben Ari, presso l’ambasciata d’Israele in Etiopia, all’ufficio Africa del ministero degli Esteri israeliano, e contenente le seguenti informazioni:
Come ricorderete, tre mesi fa abbiamo discusso il caso di un tirocinante giunto presso l’ambasciata (israeliana) in Etiopia dal nome David Mobsari, proveniente dalla Rhodesia. Il suddetto fu addestrato dagli Etiopi (nome in codice per gli agenti del Mossad, secondo Haaretz) in judo, sabotaggio e armi. Salutò i nostri uomini con ‘Shalom’, aveva familiarità con i problemi degli ebrei e d’Israele, e dava l’impressione di essere un intellettuale. Il personale ha cercato di farne un sionista. Nelle conversazioni con lui, esprimeva una visione del mondo socialista e, a volte dava l’impressione che tendesse al comunismo. Ed ora appare dalle fotografie pubblicate sulla stampa sull’arresto in Sud Africa della ‘Primula Nera’, che il tirocinante dalla Rhodesia utilizzava uno pseudonimo, i due uomini sono la stessa persona.”
In risposta, 13 giorni dopo, il ministero degli Esteri confermava che la ‘Primula Nera’ era infatti Nelson Rolihlahla Mandela, che l’anno prima aveva organizzato uno sciopero nazionale e successivamente era entrato in clandestinità. ‘Primula Nera’ era il nome in codice per Nelson Mandela utilizzato dalle autorità sudafricane che gli davano la caccia. Curiosamente accennavano anche che fosse considerato dai sostenitori dell’ANC e da molti altri, la persona più importante nel movimento, nonostante Albert Luthuli fosse ancora il presidente dell’ANC. Quindi, Nelson Mandela, sotto pseudonimo, apprese l’uso di armi e le tecniche di sabotaggio dal personale dell’ambasciata, probabili agenti del Mossad, venendo lentamente spinto a diventare sostenitore dello Stato ebraico.
Questo episodio è notevole per una serie di motivi. Prima di tutto, Mandela non fu l’unico a partecipare a un programma di addestramento segreto israeliano: Israele aveva stabilito legami con  vari movimenti considerati sovversivi dal governo sudafricano. Un certo numero di ambasciate israeliane in Africa fornivano addestramento, consulenza e trasporti ai membri del Pan Africanist Congress, tra cui Potlkako Leballo, il capo della sua ala militante Poqo. Dato che il PAC era considerato anti-comunista e non allineato con l’Unione Sovietica, era più attraente per Israele  trattare con questo piuttosto che con l’ANC. Eppure, ciò che rende così affascinante tale contatto provvisorio con un Mandela pre-carcere, era la sua volontà di impegnarsi con gli israeliani, in primo luogo. L’epoca d’oro della cooperazione fra Israele e i movimenti di liberazione africani durò per tutti gli anni ’60. Golda Meir, ministro degli Esteri ed ardente ammiratrice dell’Africa nera, chiese clemenza nel processo Rivonia e la commutazione della condanna a morte. L’ufficio relazioni pubbliche dagli archivi nazionali israeliani, e la stampa israeliana, furono attenti a sottolineare le azioni di Golda Meir e l’aspetto pubblico del sostegno d’Israele agli attivisti anti-apartheid. Mentre ciò era un caso mirabile di attivismo umanitario, tuttavia, è difficile che sia tutta la storia. La storia  d’Israele con il Sudafrica è segnato non solo dai rapporti con coloro che si opponevano all’apartheid, ma anche dalle tensioni con questi stessi gruppi e individui verso Israele: la luna di miele con i movimenti di liberazione finì.
Uno storico non deve ipotizzare su ciò che sarebbe accaduto se Mandela non fosse stato catturato e processato dalle autorità sudafricane. Né quali sarebbero state le conseguenze per Israele, dopo il suo abbandono dell’Africa Nera negli anni ’70, e se non avesse favorito stretti legami con il regime dell’apartheid. Eppure questo episodio in qualche modo dimostra che le tensioni attuali non erano inevitabili. La liberazione di Mandela dalla prigione nel 1990, pose un dilemma ad Israele. Dopo quasi vent’anni di sostegno attivo al regime dell’apartheid, dovette venire a patti con il fatto che il Sud Africa cambiava rotta e attraversava una fase di transizione che avrebbe inevitabilmente posto  fine al dominio bianco nella Repubblica. Eppure, l’ambasciatore d’Israele in Sud Africa di allora, Zvi Gov-Ari, sembrava incapace di adeguarsi alla nuova situazione. Così, invece di cercare di coltivare i legami con l’ANC appena riconosciuto, il rappresentante d’Israele a Pretoria fece il  doppio passo falso di criticare Mandela, leader de facto del movimento, mentre esprimeva simpatia per Mangosuthu Buthelezi, visto quale burattino nero del governo nazionalista. Forse non  meraviglia che Israel Maisels, importante leader ebraico e sionista, solido avvocato della difesa nel processo Rivonia, non stimasse l’ambasciatore definendolo “stupidamente stronzo” (da Cutting through the Mountain: Interviews with South African Jewish Activists (1997), a cura di Immanuel Sutner).
Tornando in Israele, il venerabile Jerusalem Post, che in quel momento faceva del suo meglio per mostrarsi fedele al Likud, probabilmente rifletteva l’opinione del governo quando previde il 25 giugno 1991 che “se il leader dell’ANC Nelson Mandela assume il potere in Sud Africa, certamente non ci sarà una democrazia… Se lui o i suoi governeranno il Sud Africa, il Paese subirà un disastro totalitario assoluto e sarà un caso economico disperato“, e per sottolineare le sue fosche previsioni, il giornale dichiarò: “Se una piena e non segregata uguaglianza politica si avrà in Sud Africa, non sarà il violento ANC, che conta 300000 membri, a dominare. Gli Zulu e i loro seguaci, che sono sei milioni, i tre milioni di colorati (persone di sangue misto) alieni alle idee comuniste dell’ANC, il milione di indiani e i cinque milioni di bianchi, probabilmente formeranno una coalizione di governo un giorno. Solo allora ci sarà la possibilità che il Sud Africa sia libero e prospero“. Nessuno sa se il primo ministro israeliano Yitzhak Shamir e il suo gabinetto onestamente pensassero che Mandela non avesse un futuro politico in Sud Africa, ma il loro appoggio persistente al vecchio regime finì solo con l’ascesa al potere di Yitzhak Rabin e del suo Partito laburista. Con la nomina del dottor Alon Liel, diplomatico esperto e stretto alleato di Yossi Beilin, uno dei critici israeliani più rumorosi del regime bianco, Israele riuscì ad evitare qualche danno coltivando legami con l’ANC. Infatti il processo di pace israelo-palestinese del 1993 fornì ad Israele maggiori opportunità di riconciliarsi con l’ANC al governo, solidale e grato verso le prospettive di una soluzione pacifica tra lo Stato ebraico e la sua controparte palestinese. Purtroppo, fallito il processo di Oslo, le relazioni tra Israele e la Repubblica continuarono ad essere tese, come oggi.
Con la morte di Mandela, Israele aveva ancora una volta la possibilità di sanare almeno una parte dei danni che aveva causato in passato, inviando una delegazione di alto livello comprendente almeno il capo del governo e il capo dello Stato. Non è stato così, optando invece per l’invio dello speaker della Knesset. Purtroppo Israele ha dimostrato più follia che malizia, fraintendendo ancora il nuovo Sud Africa, e le ripercussioni si faranno sentire non solo in ambito diplomatico, ma anche nella comunità ebraica del Sudafrica.

David Fachler ha conseguito un master in Diritto nel Sud Africa (LLM) e un master in Ebraismo contemporaneo alla Hebrew University, Gerusalemme (MA).

Mandela fu addestrato da agenti del Mossad in Etiopia
Documento d’archivio top-secret rivela anche che Mandela aveva ‘familiarità con i problemi degli ebrei e d’Israele’ e che agenti israeliani cercarono di ‘farne un sionista’
Ofer Aderet e David Fachler Haaretz 20 dicembre 2013

131207-peresmandela-vlg-6p.photoblog600Nelson Mandela, l’ex leader sudafricano morto all’inizio di questo mese, fu addestrato in armi e sabotaggio da agenti del Mossad, nel 1962, pochi mesi prima di essere arrestato in Sud Africa. Durante l’addestramento, Mandela espresse interesse per i metodi dell’Haganah clandestina e veniva  considerato dal Mossad tendente al comunismo. Queste rivelazioni provengono da un documento dell’Archivio di Stato di Israele etichettato “Top Secret.” L’esistenza del documento viene rivela qui per la prima volta. Emerge, inoltre, che agenti del Mossad cercarono di incoraggiarne le simpatie sioniste.
Mandela, il padre del nuovo Sudafrica e premio Nobel per la Pace, guidò la lotta contro l’apartheid nel suo Paese dagli anni ’50. Fu arrestato, processato e liberato un certo numero di volte prima di finire seppellito nei primi anni ’60. Nel gennaio 1962, segretamente e illegalmente fuggì dal Sud Africa e visitò diversi Paesi africani, tra cui Etiopia, Algeria, Egitto e Ghana. Il suo obiettivo era incontrare i leader dei Paesi africani e raccogliere il sostegno finanziario e militare per l’ala armata del clandestino African National Congress. Una lettera inviata dal Mossad al Ministero degli Esteri a Gerusalemme, rivela che Mandela seguì un addestramento militare del Mossad in Etiopia, durante tale periodo. Gli agenti non conoscevano la vera identità di Mandela. La lettera, classificata top secret, è datata 11 ottobre 1962, circa due mesi dopo che Mandela venisse arrestato in Sud Africa, poco dopo il suo rientro nel Paese. Il Mossad inviò la lettera a tre destinatari: il capo dell’ufficio Africa del ministero degli Esteri, Netanel Lorch, che divenne il terzo segretario della Knesset; il Maggior-Generale Aharon Remez, capo del dipartimento del ministero della cooperazione internazionale e primo comandante dell’Israeli Air Force, e Shmuel Dibon, ambasciatore d’Israele in Etiopia tra il 1962 e il 1966 ed ex-capo dell’ufficio Medio Oriente presso il ministero.
L’oggetto della lettera era “la Primula Nera”, il termine che media sudafricani già utilizzavano per indicare Mandela. Basandosi sulla primula rossa, il nome di battaglia dell’eroe del romanzo della baronessa Emma Orczy, che salvava i nobili francesi dalla ghigliottina durante la Rivoluzione francese.
Come ricorderete, tre mesi fa abbiamo discusso il caso di un tirocinante giunto presso l’ambasciata (israeliana) in Etiopia dal nome David Mobsari, proveniente dalla Rhodesia. Il suddetto fu addestrato dagli Etiopi (nome in codice per gli agenti del Mossad, secondo Haaretz) in judo, sabotaggio e armi.” La lettera ha anche osservato che il soggetto in questione “ha mostrato interesse per i metodi dell’Haganah ed altri movimenti clandestini israeliani”, aggiungendo “Salutò i nostri uomini con ‘Shalom’, aveva familiarità con i problemi degli ebrei e d’Israele, e dava l’impressione di essere un intellettuale. Il personale ha cercato di farne un sionista”, scrisse l’agente del Mossad  “Nelle conversazioni con lui, esprimeva una visione del mondo socialista e, a volte, dava l’impressione che tendesse al comunismo”. La lettera prosegue, notando che l’uomo che si faceva chiamare David Mobsari era lo stesso che era stato recentemente arrestato in Sud Africa. “Ed ora appare dalle fotografie pubblicate sulla stampa sull’arresto in Sud Africa della ‘Primula Nera’, che il tirocinante dalla Rhodesia utilizzava uno pseudonimo, i due uomini sono la stessa persona.”
Una nota scritta a mano sulla lettera fa riferimento a un’altra lettera inviata circa due settimane  dopo, il 24 ottobre 1962. L’annotazione osservava che la “Primula Nera” era Nelson Mandela, seguita da una breve recensione che citava un articolo di Haaretz su Mandela.
Tale lettera è rimasta per decenni negli Archivi di Stato d’Israele e non è mai stato resa pubblica. Fu scoperta pochi anni fa da David Fachler, residente ad Alon Shvut, mentre si occupava di documenti sul Sud Africa per una tesi sulle relazioni tra il Sudafrica e Israele presso l’Istituto per l’ebraismo contemporaneo dell’Hebrew University.

Nelson Mandela fu addestrato dal Mossad nel 1962
Un lettera depositata negli archivi di Stato israeliani rivela che l’icona sudafricana fu addestrata sotto falsa identità
Harriet Sherwood The Guardian, 20 dicembre 2013

untitledNelson Mandela a quanto pare ricevette l’addestramento militare dal Mossad, in Etiopia nel 1962, senza che il servizio segreto israeliano ne conoscesse la vera identità, secondo una lettera depositata negli archivi di Stato israeliani. La missiva, rivelata dal giornale israeliano Haaretz due settimane dopo la morte del leader sudafricano, afferma che Mandela fu istruito nell’uso delle armi e delle tecniche di sabotaggio, e fu incoraggiato a sviluppare simpatie sioniste. Mandela ha visitato altri Paesi africani nel 1962, al fine di raccogliere sostegno per la lotta del Congresso nazionale africano contro il regime dell’apartheid in Sud Africa. Mentre era in Etiopia, cercò aiuto presso l’ambasciata israeliana, utilizzando uno pseudonimo, secondo la lettera classificata top secret inviata ai funzionari israeliani nell’ottobre 1962. Il suo oggetto era la “Primula Nera”, termine usato dalla stampa sudafricana per riferirsi a Mandela. Haaretz afferma che la lettera riporta: “Come ricorderete, tre mesi fa abbiamo discusso il caso di un tirocinante giunto presso l’ambasciata (israeliana) in Etiopia dal nome David Mobsari, proveniente dalla Rhodesia. Il suddetto fu addestrato dagli Etiopi (nome in codice per gli agenti del Mossad, secondo Haaretz) in judo, sabotaggio e armi.
Aggiungeva che l’uomo aveva mostrato interesse per i metodi dell’Haganah, organizzazione paramilitare ebraica che combatté contro i dominatori inglesi e la popolazione araba della Palestina negli anni ’30 e ’40, e di altri movimenti clandestini israeliani. E continua: “Salutò i nostri uomini con ‘Shalom’, aveva familiarità con i problemi degli ebrei e d’Israele, e dava l’impressione di essere un intellettuale. Il personale ha cercato di farne un sionista. Nelle conversazioni con lui, esprimeva una visione del mondo socialista e, a volte dava l’impressione che tendesse al comunismo. Ed ora appare dalle fotografie pubblicate sulla stampa sull’arresto in Sud Africa della ‘Primula Nera’, che il tirocinante dalla Rhodesia utilizzava uno pseudonimo, i due uomini sono la stessa persona.”
Secondo Haaretz, una successiva annotazione manoscritta alla lettera confermava che la Primula Nera fosse Mandela. Il giornale ha detto che la lettera era conservata negli archivi di Stato, e che fu scoperta alcuni anni fa da uno studente nella ricerca per una tesi sui rapporti tra Israele e Sud Africa. Il sito del ministero degli Esteri d’Israele si riferisce ad un documento che conferma l’incontro tra Mandela e un funzionario israeliano in Etiopia nel 1962, ma non fa alcun riferimento esplicito al Mossad o a un qualsiasi tipo di addestramento.
Una nota del 9 dicembre 2013 dice: “L’Archivio di Stato d’Israele detiene un documento (non rilasciato per la pubblicazione) che dimostra che Mandela (sotto falsa identità) s’incontrò con un rappresentante ufficiale d’Israele in Etiopia già nel 1962… Il rappresentante israeliano non era a conoscenza della vera identità di Mandela. Invece i due discussero dei problemi d’Israele in Medio Oriente, con Mandela che dimostrava un ampio interesse sulla materia. Solo dopo il suo arresto nel 1962, al suo ritorno in Sud Africa, Israele ha saputo la verità.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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