Vaclav Havel, un necrologio

Eroobit 18 dicembre 2011

Infine anche se tardivamente, avrebbe potuto succedere tanti anni o addirittura decenni prima, qualcosa che così tante brave persone, dentro e fuori l’ex Cecoslovacchia, aspettavano da così tanto tempo e con tanta impazienza, è successa. La prostituta americana, la puttana fascista e forse il più rabbioso russofobo sulla superficie di questo pianeta (contando tutte quelli della stessa specie in America, Regno Unito, nei tre cosiddetti Stati Baltici e in Polonia), la creatura velenosa e irrazionale nei suoi molteplici odi, anti-slava e veramente anti-europea, è morta.
Vaclav Havel ha tirato le cuoia.
Vaclav Havel non è stato un drammaturgo come i propagandisti sostengono fosse – poche persone hanno cercato di leggere l’effluente sottigliezza politica, poi apertamente propagandistica, che ha prodotto. Coloro che hanno avuto la sfortuna di tentarlo in poche occasioni, devono esser stati scoraggiati dalla noia e dall’evidente mancanza di un qualsiasi talento, anche per i non troppo elevati standard delle letteratura ceca (potrei citare due scrittori di lingua ceca dimenticati, che sono degni del titolo, anche se entrambi vissero negli anni ’20).
Vaclav Havel è un esempio di scrittore politico, un pamphlettista del tipo camuffato, che ottiene premi, elogi e, infine, benefici per il contenuto politico dei suoi opuscoli impiegati al servizio dell’Impero del Male o del Reich americano del dopoguerra, nella sua lotta contro il comunismo o la Russia, e non per i meriti artistici del suo lavoro.
Solzhenitsyn è stato anche un autore che ha beneficiato della propaganda dell’Impero del Male – anche se a differenza di Havel, Solzhenitsyn era un essere umano decente e un buon scrittore. Solzhenitsyn ebbe tutti i tipi di premi, è stato onorato con un gran numero di traduzioni, un numero di copie stampate come se fosse la Bibbia, il Premio Nobel per la letteratura (beh, anche Obama o Obomber, ha ottenuto il Premio Nobel per la Pace, tanto per la nobiltà del premio Nobel), ha ottenuto lo status di lettura obbligatorio all’università (un totalitarismo fasullo) e infine la venerazione appropriata per una divinità.  Quando Solzhenitsyn è diventato più in se stesso e ha preso la maggior parte dell’ideologia dai suoi scritti, ha smesso di essere un autore di cui chiunque avrebbe avuto notizie nell’Impero del Male (gli USA), infine. Vale la pena sottolineare che Solzhenitsyn scrisse un opera in due volumi sui rapporti ebraico-russi, Due secoli insieme (anche tradotto come Duecento anni insieme, anche se suona un po strana alle mie orecchie), che è stata ignorata negli USA  e nel Regno Unito, e che nessun editore avuto il coraggio di stampare e, dal 2011, non esiste traduzione in inglese, anche se ce n’è una in francese (Deux siècles ensemble) e anche in tedesco (Zweihundert Jahre zusammen).
Vaclav Havel non ha mai affrontato il dilemma di Solzhenitsyn, rimanendo una prostituta, russofoba, atlantista, anti-slava e una puttana propagandista degli statunitensi fino alla fine, anche dopo (per fortuna lui) aver smesso di scrivere i suoi opuscoli.
Vaclav Havel proveniva da quello che era una famiglia a modo sotto orribile dispotismo etnico tra le due guerre dei cechi di Boemia, altrimenti ricordata come Cecoslovacchia. Dopo che Hitler aveva eliminato la Cecoslovacchia (la Slovacchia fece la secessione alla prima occasione, con il pieno consenso degli ex-alleati dell’Intesa, l’unica parte che aveva protestato in modo significativo fu l’Unione Sovietica stalinista), e lo staterello venne diviso nei protettorati di Boemia (effettiva “Repubblica Ceca”) e Moravia, la famiglia di Vaclav Havel aveva collaborato con i nazisti fino alla fine, quando naturalmente cambiò bandiera e subito divenne patriota ceca. Essere un collaboratore e un traditore sembra essere il patrimonio genetico inerente alla famiglia di Havel. Io non sono a conoscenza di una qualsiasi istanza in cui Vaclav Havel condanna la pulizia etnica, i massacri e le espulsioni a scala genocida dei cittadini germanofoni della Cecoslovacchia perpetrati dal cosiddetto Stato democratico filo-americano Ceco, tra il 1945 e il 1948, un crimine che è stato di gran lunga maggiore di qualsiasi cosa in cui l’Unione Sovietica abbia commesso altrove, un crimine che nella sua bruttezza e mostruosità, è paragonabile solo agli eventi che ebbero ka denominazione collettiva di Olocausto nella pratica statunitense, uno slittamento semantico, negli anni ’60.
Stalin, il grande benefattore dell’ingrato e patrono del male (anche se nemico della nazione russa), sentiva un affetto per le piccole fastidiose tribù (avendo avuto origine da una particolarmente maligna), aveva una passione per gli staterelli tribali artificiali, come l’Estonia, che ha conservato per qualche motivo (un atto tragico in retrospettiva), ma ha anche contribuito a ricreare la Cecoslovacchia, ancora una volta come un sistema centralizzato sul governato dalla dittatura etnica di Praga, nonostante i desideri di circa il 70% della popolazione, che piuttosto non avrebbe voluto vivere in un regime centralizzato chiamato Cecoslovacchia. Che percentuale di popolazione è stata ridotta di circa il 25%, i cittadini di lingua tedesca, i cosiddetti tedeschi dei Sudeti o Sudetendeusche, che furono uccisi e cacciati in un atto di pulizia etnica compiuta dallo Stato ceco (non ancora stato slovacco, perché gli slovacchi non avevano stato, ma sono stati trascinati in questa unione empia, questa volta ricreato con l’aiuto di Stalin) su una scala senza precedenti nella storia europea. Neanche la privazione dei diritti della massa di lingua russa negli staterelli etnico-nazisti di Estonia e Lettonia, negli anni ’90, ha raggiunto una frazione della portata del male che ha segnato la pulizia etnica ceca dei  tedeschi dei Sudeti, Boemia e Moravia. Anche sotto la protezione di NATO e UE, gli staterelli fascisti di Estonia e Lettonia sono impegnati nell’etnocidio e nella discriminazione linguistica su una scala senza precedenti altrove, e le persone dell’etnia sbagliata sono costrette ad andarsene sotto le pressioni indirette, finora solo poche persone sbagliate (come gli slavi) sono state effettivamente uccise dai nazisti estoni e lettoni, negli ultimi 20 anni. D’altra parte la pulizia etnica nella Cecoslovacchia post 1945 fu enorme, sanguinosa ed effettuata rapidamente.
Anche se pochi si rendono conto che la Cecoslovacchia è morta nel 1939 e non è mai formalmente risorta, nonostante le marcatura dei prodotti fabbricati con il “Made in Cecoslovacchia” e le notizie relative all’hockey, e il fatto che il nuovo stato fu chiamato Repubblica Ceca e Slovacca, la sua essenza rimase la stessa. Il nuovo stato era impegnato nella pulizia etnica dei tedeschi e nell’omicidio sfrenato dei dissidenti slovacchi e religiosi, ma come tutti gli stati etnici, è stato indulgente con la propria schiatta, e cioè in realtà non ha fatto molto contro i cechi etnici che hanno collaborato con i nazisti (e ciò su circa l’intera nazione. Anche i killer di Reinhard Heydrich dovettero essere spediti dall’Inghilterra). Se non fosse stato il caso dei genitori di Vaclav Havel, sarebbero stati puniti. Vaclav Havel  proveniva da una famiglia antidemocratica e fascista, credenziali cui tenne fede in tutta la sua vita. Miloš Havel produsse un film di propaganda nazista, aveva cenato con Goebbels e ebbe anche una croce di ferro. Anche se Vaclav Havel tradì i tedeschi di Boemia e Moravia (ma mai li ha veramente menzionati o chiesto la restituzione dei beni di cui furono derubati , il traditore è sempre un traditore, il tradimento è un segno), caratteristicamente continuò lo stesso tipo di servizio che i suoi predecessori  familiari resero alla propaganda nazista, tranne che ha servito gli interessi degli Stati Uniti, in quanto questi ultimi occuparono il ruolo del Terzo Reich di guida della crociata contro il comunismo e la Russia sotto qualsiasi forma, comunista o meno.
La Russofobia di Vaclav Havel era insolita per gli standard cechi.
Ironia della sorte, sotto la presidenza di Vaclav Havel (anche se formalmente diede le dimissioni) il lavoro di Hitler per distruggere la Cecoslovacchia venne completata. Questo è forse il risultato più grande e più ironico della sua vita.
Brucia all’inferno, Vaclav.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I Baffi dell’impero

Il curriculum vitae di un baffuto guru del golpismo bianco

Si sta formando un fronte anti-russo anche in ambiti insospettati (il solito ambiente liberale ed anarcoide), presentando il fronte antiPutin come una orgnizzazione ‘rivoluzionaria’ di sinistra (con tanto di pugno sorosiano). Anni di fatti e spiegazioni non servono con gli asini e le quinte colonne.

Da parte sovietica c’era nei miei confronti una grande diffidenza perché mi consideravano come l’uomo di Enrico Berlinguer. Per un anno non mi venne concesso l’accredito. E in diverse occasioni i sovietici chiesero che venissi rispedito in Italia.

Facevo il giornalista e nessuno mi ha mai chiesto di fare il rappresentante di partito.

Commentavo le notizie e basta. Ci sono le prove del lavoro che ho svolto: nel ‘98 ho ricevuto un premio come miglior corrispondente estero. Un premio assegnato da una giuria di cui facevano parte molti importanti giornalisti italiani. Dubito che mi avrebbero premiato se non avessi dimostrato indipendenza di giudizio.
(Sarebbe interessante sapere chi fossero. NdC)

Dai politici sovietici non riuscivo a ottenere grandi dritte e notizie. Alcuni scoop furono regalati ai giornalisti dei giornali “borghesi”. Si preferiva così.

Io trovavo grandi difficoltà ad accedere alle informazioni più elementari. Tutti quelli che mi hanno visto lavorare in Urss lo sanno. Era una situazione particolare e delicatissima, anche dal punto di vista giornalistico.

Abitavo in via Pravda, non avevo il poliziotto sotto casa e potevo ricevere chi mi pareva. Naturalmente i miei telefoni erano sorvegliati.

Certo, per loro ero comunque un rappresentante di un “partito fratello” anche se un po’ eretico. I microfoni erano nascosti bene e nessuno aveva prove certe della loro esistenza. Anni dopo ho avuto per caso la conferma da una mia amica russa. Mi raccontò che un conoscente le chiese se conosceva Giulietto Chiesa.Lei rispose di sì, che ero un suo amico. Il suo interlocutore rispose: “Anch’io lo conosco. Ero adibito alla trascrizione dei suoi dialoghi. So tutto della sua vita, tranne com’è fatto di persona. Me lo descrivi?”.

Sono stato chiamato a lavorare a Washington e ho saputo solo dopo che le mie corrispondenze venivano tradotte in inglese e pubblicate dal Dipartimento di Stato per i suoi funzionari.
Ho trascorso un anno sabbatico all’Istituto di studi sovietici avanzati Kennan e ho tenuto un ciclo di 24 conferenze e qualche importante briefing, uno persino alla CIA.
Discutevo con assoluta libertà perché tutto quello di cui parlavo era pubblicato. Era interessante anche per me, come studioso, partecipare a questi briefing.
Tutte le ambasciate occidentali, quella americana in testa, mi avrebbero voluto a lavorare per loro a Mosca. La ragione è che, essendo io un giornalista comunista che scriveva cose inconsuete, si stupivano e credevano che avessi delle fonti speciali nel partito.

Che ci si creda o no, io non avevo nessuna informazione privilegiata. Avevo però un vantaggio straordinario.

Ero passato attraverso l’apparato del partito comunista italiano. Lo conoscevo bene. Iniziai a pensare che forse sarei riuscito a prevedere dei movimenti in Russia in base agli stessi criteri adottati in Italia.

Così fu. Anticipavo nomine e spostamenti d’incarico, indiscrezioni pubblicate con la dovuta prudenza. Indiscrezioni che non erano indiscrezioni, ma semplici analisi.

Ho anticipato le mie future memorie. E’ il libro che vorrei scrivere appena ne ho il tempo, quello sul mio periodo a Mosca.
E’ stato come vivere per vent’anni dentro un libro giallo. Non solo. Sono stato testimone delle cose più importanti che hanno sconvolto questo secolo. Io mi sono appassionato e divertito. Sono contento di esserci passato in mezzo. Molti mi hanno anche invidiato. Qualcuno adesso cerca probabilmente di rifarsi.

I memorabili eventi dell’agosto 1991
A quel punto andai alla Casa Bianca (la sede di allora del Parlamento russo, NdT). Là si era già avvertita l’emergenza. Presso il parlamento russo convergevano via via i deputati, e qualcuno fece in modo di farmi entrare. Vidi allora la prima drammatica riunione dei parlamentari», ricorda Chiesa.

«Devo dire che quando sentii dichiarare che Mikhail Gorbaciov era “gravemente malato”, pensai che non fosse ancora in vita, e che fosse stato fisicamente liquidato. Per me fu uno shock. Avevo creduto nel progetto riformatore di Gorbaciov e ritenevo che il suo successo sarebbe stato importante per tutti noi. Siccome sono un essere umano (e non solo un giornalista) mi sentivo assai coinvolto in questa storia. Mi arrovellavo sul modo in cui fare una domanda che desse fastidio, ma non mi venivano in mente idee particolari», rievoca il giornalista.
A quel punto, salirono a presiedere il tavolo della conferenza diversi membri del Comitato d’Emergenza, il cui capo era il vicepresidente Gennady Yanayev. Chiesa lo aveva conosciuto bene in passato quando ancora capeggiava la Commissione del Soviet per le Organizzazioni Giovanili. Anche Yanayev riconobbe Chiesa, e probabilmente ritenendo che questi fosse ancora il corrispondente a Mosca del quotidiano comunista l’Unità, gli diede subito la parola.
«Per me fu un vero successo. Se ricordo bene, la mia domanda fu la terza. Mi alzai in piedi e – mi creda! – fu proprio in quel momento, mentre osservavo le mani tremolanti di Yanayev, che scoprii finalmente cosa chiedere. Domandai: “e lei come sta signor Yanayev?”. Mi guardò stranamente e disse che stava bene. A quel punto gli formulai una domanda su una questione politica, dichiarando che i membri del Comitato d’Emergenza avevano violato la costituzione dell’URSS. Diede una risposta assai poco convincente, ma non finisce mica qui», racconta Chiesa. Di nuovo nel suo ufficio di corrispondente del quotidiano italiano, si sedette a sbrigare il lavoro e assisté in TV al programma “Vremya”, che aprì la trasmissione proprio con la sua domanda alla conferenza stampa. «A quel punto, compresi che il golpe era fallito. Perché quando la TV sovietica iniziava un programma come “Vremya” con la domanda “e lei come sta signor Yanayev?”, lui non sarebbe stato presidente, e perciò loro non potevano vincere. Perciò cestinai le righe già scritte e scrissi tutto un altro pezzo», rivela Chiesa.
Ma non è finita ancora. «La sera stessa andai alla Casa Bianca, che raccoglieva insieme i rappresentanti di tutte le forze democratiche. E cosa vidi? Alcuni dei presenti presero un lungo striscione di carta e scrissero a mano: “Gennà, come ti senti?”. Così, in una qualche misura, ho personalmente contribuito al fallimento del golpe», sorride Giulietto. Inoltre, è a partire da questo episodio che sono iniziati molti anni di amicizia fra Gorbaciov e Chiesa. «Capitò che Gorbaciov, mentre si trovava a Foros, ebbe l’occasione di vedere la trasmissione di “Vremya” e di assistere alla mia domanda. Quindi, dopo il suo ritorno a Mosca, nella conferenza stampa che venne trasmessa in diretta in mondovisione, ebbi per primo la parola. Trovai che fosse necessario a nome di tutti i presenti salutare Mikhail Gorbaciov, ma lui mi interruppe: “L’ho vista, sa? Lei ha fatto un’ottima domanda”». «Un anno dopo, Mikhail Gorbaciov e Raisa accettarono un invito a cena e vennero a casa mia», conclude il suo racconto Chiesa.

Quando il padrone ordina:
Giulietto Chiesa all’assalto della Russia, si schiera con la strega Hillary Clinton e con il traditore Mikhail Gorbachov contro l’indipendenza e l’integrità della Federazione Russa

Il presidente del comitato per gli affari internazionali della Duma, Konstantin Kossachev, ha messo in guardia Washington contro il sostegno finanziario e diretto a certe forze politiche russe. “Inutile dire che questa affermazione non contribuisce a migliorare il clima nelle nostre relazioni“, ha detto.

Morta a 27 Anni Amy Winehouse

Robert Stevens WSWS 29 luglio 2011

Con la morte, il 23 luglio, della cantautrice britannica Amy Winehouse, a soli 27 anni, il mondo ha perduto un talento genuino e originale.
Possedendo notevoli capacità vocali, Winehouse era una rarità in un ambiente musicale popolare sempre più monopolizzato da musiche artificiali e insignificanti, in quanto era anche una cantautrice di un certo rilievo.
La sua carriera musicale è durata  solo dal 2003 al 2007, durante cui ha registrato due album e diversi altri brani. Essi comprendono una serie di memorabili e, per la gran parte, opere autobiografiche. Aveva una vasta gamma di influenze musicali ed era aperta a vari generi musicali, in particolare jazz dove anche parlava del suo amore per il soul degli anni 1960, il Motown e l’hip-hop.
Winehouse è morta nella sua casa di Camden, a nord di Londra. I test tossicologici e istologici sono attualmente in corso. Martedì scorso, Winehouse si è tenuto il servizio funebre, alla presenza della sua famiglia e di diverse centinaia di altri persone. Suo padre ha dichiarato che di recente aveva ricuperato la sua salute.
La salute di Winehouse è stata scarsa per anni, in conseguenza della sua dipendenza da varie droghe e dal forte consumo di alcol.
Non c’è dubbio che alla fine della sua vita, Winehouse ha sofferto un grande dolore, fisicamente ed emotivamente. Dal viso fresco di una giovane donna che aveva registrato due degli album più venduti, a 23 anni, al terribile declino della sua salute e benessere mentale, che l’aveva portata ad essere regolarmente incapace di cantare. Durante il “tour di ritorno” frettolosamente interrotto, organizzato solo il mese scorso, la Winehouse era visibilmente ubriaca e ha subito l’umiliazione di essere fischiato dietro le quinte.
Fin dalla tenera età, era affascinata dai grandi del jazz che suo padre tassista, Mitchell, aveva suonato. Che spesso cantava alla giovane Amy. Sua madre, Janis, una farmacista, avrebbe in seguito ricordato, “Lui le cantava [Frank] Sinatra e poiché cantava sempre, anche lei cantava sempre, anche a scuola. I suoi insegnanti hanno dovuto dirle di smetterla durante le lezioni“.
Quando aveva nove anni i suoi genitori si separarono.
Citando queste influenze negli anni successivi, la Winehouse ha parlato del suo amore per molti artisti, tra cui Sinatra, Sarah Vaughan, Billie Holiday, Ella Fitzgerald, Dinah Washington, James Moody, Carole King e Minnie Ripperton.
Il suo primo album, Frank, è stato pubblicato nel 2003. Il titolo allude a un tentativo di ritrarre la sua vita e il sui amore, in quel momento. E’ stata acclamata dalla critica e ha avuto successo commerciale, vendendo due milioni di copie, tra cui più di 300.000 copie negli Stati Uniti. Winehouse ha scritto o co-scritto 11 delle 13 canzoni dell’album e ha vinto un Ivor Novello Award.
La maggior parte delle canzoni hanno un nervosismo accattivante, con testi che catturano il flusso e riflusso delle sue relazioni, come “Put It In The Box“. Altri commentano l’ossessione per lo stile di vita banale delle “celebrità” e dell’industria musicale. Uno standout è la sua interpretazione del jazz standard, “There Is No Greater Love“. L’album include anche una cover di James Moody, “Moody’s Mood For Love“, con un ritmo reggae dub.
Nell’ottobre 2006 ha pubblicato il suo secondo album, Back to Black, che l’ha portata alla fama mondiale. Nel 2007 è stata la numero uno degli album venduti nel Regno Unito, con 1,5 milioni di copie vendute. Un’edizione “deluxe” è uscita dopo, nel giugno 2008, i due album combinati hanno accumulato un totale di 90 settimane nella classifica inglese. Negli Stati Uniti, si stima siano state vendute 2,3 milioni di copie. L’album avrebbe venduto 11 milioni di copie dal settembre 2008.
Back to Black è il più oscuro nel contenuto di Frank, e ritrae le esperienze più tristi, tra cui relazioni fallite. Un recensore ha commentato: “Winehouse è sincera: questo matrimonio particolare tra parole e musica rispecchia la dicotomia agrodolce che a volte s’incastra nelle relazioni reali“.
L’album ha vinto numerosi premi. E’ degno di nota per il suo suono ricco e pieno di sentimento, con la produzione di Mark Ronson che fornisce una piattaforma per far risaltare la voce da contralto di Winehouse, con testi penetranti e melodie che restano nella mente. Il titolo del track, scritto da Winehouse e Ronson, include il ritornello sincero: “We only said goodbye with words/I died a hundred times/You go back to her/And I go back to black
E’ cantata con una vera angoscia.
Altre canzoni degne di nota sono le ballate “Love Is a Losing Game” e “Tears Dry on Their Own”.
Rehab” e il famoso documento del suo rifiuto di frequentare una clinica di riabilitazione per affrontare la crescente assunzione di alcol.
Winehouse appare anche in un secondo album di studio di Ronson nel 2007, cantando “Valerie“, originariamente scritto dai The Zutons.
La sua vita poi ha iniziato una spirale che l’ha portata rapidamente verso la sua tragica fine. Fu nel 2007 che venne apparentemente introdotta alle droghe più pesanti, tra cui cocaina, crack ed eroina. Il suo aspetto ha iniziato a cambiare drammaticamente. Non c’era più la figura intera del periodo di Frank.  Perse peso, divenendo sottile, e poi emaciata, con il suo elaborato “alveare” in stato di disordine. Parlava nelle sue interviste di disturbi alimentari e autolesionismo.
Winehouse apparentemente aveva una predisposizione verso la dipendenza, qualunque cosa potesse essere la fonte emotiva o fisiologica di ciò. Il suo modo di cercare di superare questi problemi era attraverso la musica. Nel suo iniziale rifiuto di andare in riabilitazione aveva detto: “Preferisco suonare la chitarra da qualche parte. La musica sarà sempre la mia via d’uscita“.
In “Rehab”, canta, “I’d rather be at home with Ray [Charles]/I ain’t got seventy days/Cos there’s nothing, nothing you can teach me/That I can’t learn from Mr [Donny] Hathaway”.
Dopo la sua morte, i bonzi dei media hanno espresso “shock” e “tristezza“. In molti casi, tuttavia, c’è qualcosa di terribilmente falso in questo rammarico. Negli ultimi cinque anni, il declino fisico della Winehouse e il più piccolo dettaglio della sua vita privata erano stati inesorabilmente e graficamente esposti quotidianamente dalla stampa e dalla televisione. La sua caduta è stata ritratta come un freak show che evocava disprezzo e cinismo, e un fascino laido, dove la preoccupazione e la compassione sarebbero state una risposta sana.
Eppure, questa copertura sembra essere stata ben accolta dalla sua casa discografica. Nelle parole di Hassan Choudry, del Universal Music International, all’inizio del 2008, “Non si può respingere il fatto che la copertura mediatica ha mantenuto il profilo di Amy Winehouse al più alto livello. Tutti [all'etichetta] erano estremamente felici per la quantità di dischi che abbiamo venduto e un sacco di ciò è dovuto ad alcune stupefacenti opportunità del marketing nel mercato, quando l’artista non era disponibile“. L’artista “non era disponibile” perché era in una situazione disperata.
Alla sua morte, i media si accodati nel riferire che Winehouse aveva aderito al cosiddetto “Club 27“, l’età in cui una serie di importanti musicisti popolari sono morti, in circostanze diverse, tra cui Jimi Hendrix, Janis Joplin, Brian Jones, Jim Morrison e Kurt Cobain. Il sottinteso evidente è che la sua morte prematura era più o meno inevitabile. Molti commentatori hanno fatto eco alle conclusioni del Daily Mirror, secondo cui era “un talento perseguitato dall’autodistruzione“.
Tuttavia, attribuire questa morte semplicemente a carenze individuali o apparentemente inevitabile naufragio cui un grande talento musicale si è trascinato, sembra altamente discutibile. Winehouse potrebbe avere avuto gravi difficoltà psicologiche, ma è difficile immaginare che il peggioramento e il carattere, in ultima analisi, letale di questi problemi, non avessero nulla a che fare con l’intensa, e per lo più vulnerabile, e forse insopportabili, pressioni generate dalla pubblicità, dal business della musica affamata di profitti, che mastica il suo materiale umano con la quasi altrettanta continuità con cui sputa nuovi “prodotti“.
Per lo meno, si immagina che i problemi emotivi della cantante avrebbero potuto essere affrontati in modo più calmo e razionale se i media e l’industria non si fossero fissate sulla sua situazione. Interesse e critica, quindi, dovrebbero essere incentrati su questo tema e il problema generale della musica e dell’arte all’interno del sistema del profitto, e non sulle speculazioni delle sue decisioni individuali e  motivazioni. Allo stesso modo, nessuno nei media Nordamericani o britannici, in particolare, potrà mai spiegare perché una grande popolarità da sola dovrebbe portare alla tragedia e alla morte.
Certamente sembra ragionevole chiedersi perché, quando la sua salute e il suo stato mentale erano chiaramente così fragili, che alla Winehouse non hanno neppure permesso di esibirsi il mese scorso a Belgrado, la prima data di un previsto tour di 12 città. La manifestazione di Belgrado si è svolta il 18 giugno,  meno di un mese dopo essere entrata nella Clinica Priorato per la riabilitazione, il 25 maggio, dove è rimasta una settimana. Dopo il “concerto“, in cui la Winehouse a stento si reggeva in piedi, un osservatore ha dichiarato che era stata costretta a salire sul palco. Secondo Ana Zoe Kida, che si è esibita al festival con la sua band Zemlja Gruva, “Quattro guardie del corpo inglesi l’hanno semplicemente spinta sul palco. Lei non voleva e stava facendo una scena cercando di sfuggire da loro. E’ stato angosciante vederla, aveva ovviamente bisogno di aiuto“.
Amy Winehouse possedeva un talento straordinario. Russell Brand, comico, attore e amico della Winehouse, con commozione ha ricordato la prima volta che l’ha vista sul palco: “Entrando ho visto Amy sul palco con [Paul] Weller e la sua band, e poi lo stupore. Il timore che avvolge quando si è in presenza di un genio. Dalla sua presenza stranamente delicate quella voce, una voce che sembrava non venire da lei, ma da qualche parte al di là, perfino da Billie e Ella, dalla fonte di ogni grandezza“.
Parlando con il critico musicale Neil McCormick nel marzo di quest’anno, durante la registrazione di un duetto con un altro dei suoi idoli, Tony Bennett, la Winehouse ha detto di avere piani per il futuro:
Mi piacerebbe studiare chitarra o tromba. Posso suonare parecchi strumenti in modo decente, ma niente veramente bene. Se sai suonare uno strumento, sarai un cantante migliore. Più suoni, meglio canti, più canti, meglio sai suonare“.
Non è chiaro quanto del suo previsto terzo album era stato completato prima della sua morte.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – Aurora03.da.ru

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