La guerra imperialista contro la Siria: Erdogan Pasha, l’ultimo sultano ottomano

Fida Dakroub, Global Research, 12 giugno 2013

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Generalità
Ad un ricevimento presso il palazzo presidenziale di Damasco, il 9 agosto 2011, il capo della diplomazia turca, Ahmet Davutoglu comunicò al presidente siriano Bashar al-Assad un messaggio duro e fermo, chiedendogli di porre fine alla “sanguinosa repressione delle manifestazioni pacifiche in Siria [1]” prima che fosse troppo tardi. In quella giornata indimenticabile, Davutoglu arrivò a Damasco, dopo giorni e notti a cavallo dell’altopiano anatolico. Al suo arrivo davanti le mura della città, evitò il suq e i caravanserragli del vecchio quartiere e rapidamente si precipitò a Qasr al-Muhajerin, il palazzo presidenziale, circondato da fiori di acacia e gardenia. Senza far seccare il sudore sulla fronte o togliendosi la polvere che gli copriva il becco [2] si appoggiò sul bastone e il guanto di Carlo Magno [3], e si pose davanti Assad come Gano [4] davanti Marsiglia [5], e pieno di arroganza, iniziò il suo discorso da messaggero della Santa Alleanza arabo-atlantica. Infatti, Ahmet Davutoglu era arrivato nella capitale degli omayyadi con un messaggio “deciso”, secondo le parole del primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan; Davutoglu fu inviato dalla Santa Alleanza a consegnare al presidente siriano Assad un messaggio occidentale, dentro una busta araba e con timbro di spedizione della turca PTT (posta ve telgraf teskilati) [6].

Inizio della guerra imperialista contro la Siria
Basta fare un parallelo con le dichiarazioni dei leader arabo-atlantici nello stesso periodo, per sapere fino a che punto la Turchia sia coinvolta, fin dall’inizio, nella guerra contro la Siria. La prova è che durante il suo incontro con il presidente Assad, Davutoglu disse che la Turchia non poteva rimanere spettatrice degli eventi che si verificavano in un Paese con il quale condivide un confine di circa 900 km, e legami storici, culturali e familiari. [7] Aggiunse anche che il messaggio di Ankara sarebbe stato più rigoroso, forte e chiaro, avendo la Turchia quasi perso la pazienza, aggiunse. [8] La sera stessa, la segretaria di Stato degli Stati Uniti, Hillary Clinton, chiese a Davutoglu di dire al presidente Assad che doveva “rimandare i suoi soldati nelle caserme” [9]. Da parte sua, l’Unione europea previde nuove sanzioni. Il servizio diplomatico europeo fu incaricato di preparare una lista di opzioni per andare oltre ciò che era in vigore [10] e la Francia, che nascondeva un rancore  colonialista verso la Siria, si dichiarò per l’attuazione della transizione di potere, “il tempo dell’impunità è finito per le autorità siriane”, dichiarò Christine Fages, allora vice-portavoce del ministero degli Esteri. [11]
Va notato qui che gli emiri e sultani arabi, temendo di perdere il bavaglio [12], esortarono la Siria a porre fine al “bagno di sangue”. Re Abdullah dell’Arabia Saudita disse che la Siria aveva solo due scelte per il futuro: “optare volontariamente nella saggezza o impantanarsi nel caos e nella violenza“, riassunse in una dichiarazione dal tono insolitamente duro verso lo Stato siriano. Da parte sua, il capo della diplomazia del Kuwait, lo sceicco Mohammed al-Sabah, rese omaggio alla decisione dell’Arabia Saudita. Più tardi, lo Stato del Bahrein si unì alla festa, e prese parte al Rot [13]: “Il Bahrein ha deciso di richiamare il suo ambasciatore a Damasco per consultazioni e chiede saggezza alla Siria“, disse il ministro degli Esteri del Bahrein, sheikh Khalid bin Ahmad al-Khalifa [14]. In effetti, gli emiri e sultani arabi, questi despoti e tiranni delle monarchie assolute del mondo arabo, si precipitarono al festino del Fagiano [15] dell’Unione europea, non solo per celebrare l’inizio della guerra imperialista contro la Siria, ma anche per versare olio sul fuoco dell’odio per le minoranze musulmane eterodosse religiose di tutto il mondo musulmano. Nonostante le minacce dirette e sottintese, la Siria respinse l’ultimatum della Santa Alleanza e la consulente politica del presidente siriano, Dr. Bouthaina Shaaban, avvertì il diplomatico [turco] che avrebbe dovuto aspettarsi una gelida accoglienza e che la Siria avrebbe presentato ad Ankara un messaggio ancor più fermo di quello di Davutoglu, rifiutando l’ultimatum: “Se [...] Davutoglu viene per consegnare un messaggio duro alla Siria, allora sentirà propositi ancor più duri sulla posizione della Turchia. La Turchia non ha ancora condannato i brutali omicidi di civili e soldati da parte dei gruppi armati terroristici”, riferiva l’agenzia SANA. [16] Dopo il rifiuto dell’ultimatum da parte dello Stato siriano, la guerra imperialista contro la Siria fu innescata, e l’ingerenza straniera prese una linea ascendente. Davutoglu tornò ad Ankara deluso senza riuscire a “spaventare” il presidente siriano Assad e le sue minacce furono portate via dal vento, la Siria aveva già preso una ferma e determinata decisione: resistere, confrontarsi e portare il Paese alla vittoria decisiva, nonostante i notevoli sacrifici.
In risposta alla decisione dello Stato siriano, la Santa Alleanza decise di togliersi la maschera e mostrare il suo volto spaventoso: o le dimissioni di Assad o la Siria sarà distrutta completamente.  Così, i presunti oppositori si riunirono ad Istanbul per creare un fronte unito contro lo Stato siriano e il giorno dopo, il miserabile Consiglio nazionale siriano (CNS) nacque, allora presieduto da un docente universitario di Parigi, Burhan Ghalyun [17]. Due giorni dopo, il 4 ottobre 2011, la creazione del CNS fu seguita dal progetto di risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che condannava la Siria, ma subì l’opposizione del doppio veto russo e cinese. Mosca si oppose “all’approccio del confronto” che andava “contro una soluzione pacifica della crisi“, mentre Pechino respinse “l’interferenza negli affari interni” di un Paese [18]. Eravamo ancora agli inizi della guerra imperialista contro la Siria.

Erdogan Pasha: il sigillo del califfato ottomano
Tutto quello che abbiamo detto prima appartiene già alla storia, lo Stato siriano ha resistito non solo alla peggiore guerra imperialista del secolo, ma il suo esercito ottiene vittorie decisive sul terreno contro le ondate di “nuovi mongoli” che hanno invaso il territorio siriano con la grazia e la benedizione del califfo di Istanbul, Erdogan Pasha. Tuttavia, Erdogan oggi non è più un Sadrazam [19] o Davutoglu un Reis Effendi [20]. Nella seconda settimana di proteste senza precedenti, le forze democratiche turche apprendono i loro preparativi. Continuano a occupare luoghi pubblici e a gridare i loro slogan contro il governo Erdogan. I manifestanti sono attivisti della società civile, studenti, disoccupati, sostenitori della sinistra e dell’estrema sinistra all’opposizione e ambientalisti. Le loro richieste: in primo luogo, l’abbandono da parte del governo del progetto immobiliare a Piazza Taksim, l’epicentro della rivolta in corso a Istanbul e simbolo storico della repubblica e della laicità turche. Un progetto che prevede la costruzione di una moschea e di un enorme centro commerciale. Tuttavia, l’opposizione a questo progetto è solo un pretesto per molti turchi nella loro frustrazione nei confronti di ciò che avvertono come le limitazioni delle libertà civili e politiche antidemocratiche dell’AKP, il partito di governo.
Su un altro livello, vale la pena ricordare qui l’articolo pubblicato questa settimana sulla rivista britannica The Economist, che segue gli ultimi sviluppi in piazza Taksim a Istanbul. L’interesse di un tale articolo non è certo nei contenuti, dei contenuti che non rompono ovviamente con il “classico” discorso occidentale sull’Oriente e gli orientali, o l’approccio che l’autore segue, ma piuttosto nel titolo che presenta: “I moti della Turchia: democratico o sultano” [21], nonché il fotomontaggio del ritratto del sultano ottomano Selim III con la faccia del primo ministro turco Erdogan. Tutto ruota intorno al seguente: per la rivista The Economist, una rivista monopolio certamente legata ai centri di potere imperialisti, pubblicare un tale articolo con un titolo e una foto del genere, criticando l’alleato più fedele della Santa alleanza nella guerra contro la Siria, dovrebbe avere una buona ragione. Tuttavia, questa “buona” ragione non risiede necessariamente nei paragrafi dell’articolo, né nel suo discorso sulla diffusione della democrazia. In altre parole, l’impressione creata leggendo l’articolo è la seguente: Erdogan Pacha abusa della democrazia e la rivista The Economist l’ha avvertito, semplicemente! Purtroppo, una tale lettura è parte del cosiddetto “grado zero di pensiero critico” o “massimo stadio d’ingenuità politica.” Certo, il motivo per cui questo articolo appare su The Economist, oggi, risiede altrove, soprattutto quando si sa che questa non è la prima volta in 10 anni di governo, che Erdogan “abusa” della democrazia nel suo Paese, né la prima volta che getta benzina sul fuoco dello sciovinismo e dell’odio religioso contro i gruppi etnici e religiosi della Turchia, come curdi, armeni e alawiti, senza che sia protetto e coperto dal silenzio dei monopoli mediatici che hanno giocato finora il ruolo delle tre scimmiette davanti le pratiche ostili di Erdogan.
Ritornando ad Erdogan e il ministro degli Esteri Davutoglu, si presentano come la punta di diamante della guerra imperialista contro la Siria, e per oltre due anni hanno pronunciato “sorprendenti” discorsi sui diritti, la democrazia, la libertà, la giustizia, la tolleranza, promettendo al popolo delle “vecchie province arabe” dell’impero ottomano una nuova era di luce, giustizia e prosperità al punto in cui avremmo immaginato Voltaire e Montesquieu, la pace sia su di loro, rivolgersi alle masse arabe nelle persone di Erdogan e del Reis Effendi Davutoglu.
A maggior ragione, la pubblicazione di un tale articolo nella rivista The Economist deve essere letta nel contesto delle vittorie decisive riportate sul campo dall’esercito arabo siriano contro i gruppi takfiri, che hanno nelle regioni di confine turche con la Siria le proprie retrovie. In altre parole, va detto che i centri del potere imperialista non conoscono amici o nemici permanenti, ma piuttosto  interessi permanenti, e dopo due anni e rotti di guerra imperialista contro la Siria, dove i principali “attori” erano fino a ieri il Sadrazam Erdogan e il Reis Effendi Davutoglu, la Santa Alleanza non è riuscita a rovesciare il regime del presidente Assad, nonostante le cifre catastrofiche in perdite umane e materiali, malgrado l’uso di tutti i centauri [22] e i minotauri [23] dell’Ade. Ciò significa che le potenze imperialiste ora cercano di sostituire Erdogan, che ha appena ricevuto il “cartellino rosso”, con un altro “giocatore” turco che sarebbe pronto a correre come Maradona nella fase del  compromesso internazionale sulla Siria pianificato tra Mosca e Washington.

Il popolo turco chiede la dipartita di Erdogan
Un anno e mezzo fa, precisamente il 22 novembre 2011, Erdogan ha esortato il presidente siriano Bashar al-Assad a dimettersi al fine di “evitare ulteriori spargimenti di sangue” nel Paese: “Per la salvezza del tuo popolo, del tuo Paese e della regione, ora lascia il potere“, disse in Parlamento davanti al gruppo parlamentare del suo partito Giustizia e Sviluppo AKP [24]. Ora, diciotto mesi dopo, a Piazza Taksim e al Gezi Park di Istanbul, migliaia di attivisti della società civile e delle forze democratiche turche, che sono scesi ogni giorno per le strade di tutto il Paese, chiedono le dimissioni del primo ministro Recep Tayyip Erdogan, che accusano di guidare un governo conservatore che cerca di islamizzare il Paese e di ridurne la democrazia e la laicità.

Nella pianura con i Dodici
Quindi Gesù discese dalla montagna con i dodici Apostoli e si fermò nella pianura. Vi era un gran numero di discepoli, e una folla di persone da tutta la Giudea, Gerusalemme e dal litorale di Tiro e  Sidone (…) Guardando poi i suoi discepoli, Gesù disse: “Perché vedi la pagliuzza nell’occhio di tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come potrai dire a tuo fratello, ‘ Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio’, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi vedrai bene per poter togliere la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello“. [25]

Fida Dakroub, Ph.D Sito ufficiale dell’autrice

Note
[1] Today’s Zaman (8 agosto 2011) Davutoglu to deliver harsh message to Damascus.
[2] Il becco è una scarpa del Medioevo (XIV secolo), con un estremità a punta allungata fino a 50 cm, di solito sollevata. Più si apparteneva a una classe sociale elevata, più la punta era lunga. Per i re, la dimensione della punta poteva essere grande quanto desiderato. L’estremità era imbottita con schiuma o canapa per irrigidirne la punta.
[3] Ne “La Chanson de Roland“, il bastone e il guanto di Carlo Magno sono la potenza conferita al messaggero.
[4] Personaggio letterario de “La Chanson de Roland“, Gano è il figlio di Grifone, Conte di Hautefeuille. È il patrigno di Orlando. È il messaggero di Carlo Magno presso il re di Saragozza.  Eppure fu lui che ha tradito Orlando mettendolo nella retroguardia che doveva essere attaccata dai saraceni. Per questo motivo è in qualche modo diventato, nella tradizione francese, l’archetipo del criminale o del traditore.
[5] Marsilio è il nome di un leggendario personaggio che appare ne “La Chanson de Roland” o “La canzone di Roncisvalle.” E’ il re saraceno di Saragozza nemico di Carlo Magno.
[6] Acronimo turco per “Posta ve Telgraf Teskilati Genel Müdürlügü” o Direzione Generale delle Poste e Telecomunicazioni della Turchia.
[7] Le Point (9 agosto 2011) Syrie: le chef de la diplomatie turque arrivé à Damas avec un message ferme pour Assad.
[8] Today’s Zaman, op. cit.
[9] Le Monde (8 agosto 2012) Le président syrien de plus en plus isolé après le rappel d’ambassadeurs de pays arabes.
[11] ibidem
[12] Nel Medioevo, il banchetto iniziava con insalata o frutta fresca di stagione per preparare lo stomaco a ricevere i piatti più ricchi.
[13] Nel Medioevo, il banchetto comprendeva anche il “Rot”, un piatto principale che consisteva di carni arrostite accompagnate da varie salse.
[14] Le Monde (8 agosto 2012) op.  cit.
[15] La corte di Borgogna sviluppò un’etichetta a tavola senza precedenti per la sua raffinatezza e ritualità. Fece di ogni banchetto uno spettacolo permanente. Il più famoso, dove centinaia di ospiti e spettatori parteciparono, fu il banchetto del Fagiano tenutosi a Lilla nel 1454.
[16] Le Devoir (8 agosto 2011)  Damas passe de nouveau à l’attaque.
[17] Le Devoir (4 ottobre 2011) Mabrouk! – Syrie : euphorie et émotion accueillent la création du Conseil national
[18] Radio Canada (5 ottobre 2011) Résolution de l’ONU sur la Syrie: le veto sino-russe critiqué par l’opposition, applaudi par Damas.
[19] Sadrazam o gran visir era il Primo ministro dell’Impero Ottomano.
[20] Il Reis Effendi era il ministro degli Esteri dell’Impero Ottomano.
[21] The Economist (8 giugno 2013) “Turkey’s troubles. Democrat or sultan?
[22] Nella mitologia greca, i centauri sono creature metà uomo metà cavallo. Discendono da Ixion, il primo uomo ad aver ucciso un membro della propria famiglia, che ideò il primo Centauro unendosi a una nuvola cui Zeus, il dio supremo, aveva dato la forma di sua moglie Hera. I centauri vivevano in Tessaglia, intorno a Monte Pelio, ed erano considerati esseri selvatici incivili.
[23] Nella mitologia greca, il Minotauro o “toro di Minosse” è un mostro abbastanza orrendo con  testa di toro e corpo umano. Il Minotauro è figlio dell’amore della regina Pasifae di Creta e di un toro bianco che Minosse non aveva sacrificato a Poseidone.
[24] Le Monde (22 novembre 2011) Le premier ministre turc demande le départ de Bachar Al-Assad.
[25] Vangelo di Gesù secondo Luca (6, 41-42).


Ricercatrice in Studi francesi (The University of Western Ontario, 2010), Fida Dakroub è scrittrice e ricercatrice in teoria di Bachtin. È attivista per la pace e i diritti civili.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

“Eager Lion”, operazione di esfiltrazione dei mercenari islamici in Siria?

Valentin Vasilescu, AVIC 12 giugno 2013

562316Nella guerra civile siriana, la posizione russa è stata fin dal principio di non interferenza, ma  monitora la situazione con migliaia di agenti sul terreno, con le apparecchiature ELINT a bordo delle navi militari nel porto di Tartus, attraverso immagini satellitari, ecc. In sostanza, la Russia è l’unica superpotenza che sa perfettamente tutto ciò che si muove in Siria ed è in grado di rispondere in modo efficace. Il peso della vittoria ha iniziato a pendere dalla parte del Presidente Bashar al-Assad, con la sconfitta del cosiddetto Esercito libero nelle operazioni di accerchiamento e conquista di Damasco, terminate il 5 febbraio 2013. Dopo il successo del contrattacco del marzo 2013, seguito da un approccio globale nelle operazioni offensive aero-terrestri di maggio e inizio giugno, guidate da Hezbollah e sostenute dall’esercito siriano, assicurandosi le frontiere prendendo di mira le linee di rifornimento in reclute, armi e munizioni dei ribelli.
Prendendo l’iniziativa, l’esercito nazionale fedele al presidente siriano Bashar al-Assad, ha potuto avviare l’attacco generale soltanto con la protezione della flotta russa schierata nel Mediterraneo, che ha la sua base nel porto siriano di Tartus. In un articolo precedente ho descritto in dettaglio, in concomitanza con le battaglie a terra, che nel Mediterraneo si è svolta una guerra più complessa tra le flotte russe e statunitense, con manovre di riposizionamento strategico estremamente rischiose, secondo ogni regola dell’arte militare moderna. Il ruolo del gruppo navale russo è impedire che i sottomarini e i cacciatorpediniere della Sesta flotta statunitense, inviati nel Mediterraneo orientale, lancino missili cruise contro la Siria per contrastare offensiva militare del governo. Gli errori commessi dagli israeliani negli attacchi aerei del 3/4-4/5 maggio contro la Siria e la revoca dell’embargo dell’UE, hanno permesso a Mosca d’inserirsi inviando i sistemi missilistici S-300PMU2 per garantirsi che Israele ed Europa non intervengano in Siria sul modello libico. Anche se i missili S-300 non sono ancora in Siria, i russi possono farli arrivare e attivarli in poche ore. Vi sono solo quattro batterie per lanciare la prima salva di 32 missili S-300, che non dispongono di una vasta gittata. I missili che equipaggiano l’S-300PMU2 non sono indipendenti, ma sono elementi di un complesso sistema di difesa integrato antiaereo, costituiti da radar e vari elementi per la guerra elettronica, in cooperazione con altri sistemi di difesa aerea a breve e a medio raggio. Erano alcuni di questi gli elementi indicati dal Presidente Bashar al-Assad, quando ha detto che una parte degli S-300 era arrivata in Siria.
Sappiamo già che il risultato è stata la distruzione dei centri offensivi dei ribelli di al-Qusayr (nodo di passaggio per armi, munizioni e reclute provenienti dal Libano) e Daraa (situata a 10 km dal confine meridionale con la Giordania e a 30 km a est del confine con Israele). Allo stesso tempo, l’esercito fedele al Presidente Bashar al-Assad ha consolidato la striscia di confine con la Turchia, lunga 50 km, a nord del Governatorato di Latakia (sulle coste mediterranee), attraverso cui venivano riforniti i ribelli con armi e munizioni. Per questa ultima manovra, una divisione di ribelli islamici, circa 15.000 combattenti che occupavano le aree del governatorato di Hama, a nord di al-Qusayr (Homs), è stata isolata da un’altra divisione di ribelli operanti nel vicino governatorato di Idlib. Il 27 maggio 2013, il senatore repubblicano John McCain, accompagnato dal comandante dell’esercito ribelle, il generale Idris Salim, ha attraversato il confine tra Turchia e Siria per incontrare la brigata dei combattenti guidata da Mohammed Nur. Quel giorno McCain e Idris hanno incontrato, nella città turca di Gaziantep, i comandanti dei gruppi islamisti di al-Qusayr, Homs, Hama, Idlib, Aleppo, Daraa e provincia di Damasco. McCain ha avuto colloqui con funzionari di Ankara, ha visitato il contingente statunitense ufficialmente preposto ai sistemi missilistici Patriot nella base militare di Incirlik. Il viaggio del senatore statunitense è stato organizzato dalla SETF (Task force di emergenza siriana), una ONG statunitense che sostiene l’opposizione siriana. Uno dei più importanti risultati tratti da McCain, era che il primo ministro turco Erdogan ha iniziato lo smantellamento dei centri di raccolta dei mercenari e degli islamisti in Turchia, rifiutandosi di consentire il transito di armi e munizioni verso la Siria. Coincidenza o no, il 30 maggio 2013 nel centro di Istanbul è esplosa la protesta “spontanea” contro il primo ministro Erdogan, che si è amplificata secondo gli schemi dei movimenti della “primavera araba”.
Il 9 giugno 2013, l’esercito siriano fedele al Presidente Bashar al-Assad ha lanciato l’operazione “Tempesta del Nord”, l’offensiva per sgomberare il governatorato di Aleppo nella Siria nord-occidentale. Si prevede che la resistenza armata, formata da 25.000 ribelli islamici, sarà più forte e più lunga di quella di al-Qusayr. Il terreno nelle vicinanze di Aleppo favorisce i difensori, essendo l’area in una depressione circondata da colline e trovandosi a 20-30 km dal confine con la Turchia (sia a nord che ad ovest). Uno dei principi della scienza militare raccomanda che le manovre militari al confine di uno Stato in guerra civile siano pianificati con l’intenzione d’intervenire nel conflitto a favore dell’altra parte. Ora che i ribelli stanno per essere sconfitti da Bashar al-Assad, l’esercito statunitense ha iniziato in Giordania l’operazione “Eager Lion” per un periodo di 12 giorni, che coinvolge 8.000 truppe di Paesi arabi, Stati Uniti (4500) e Regno Unito. L’Expeditionary Unit 26 è formata dalla nave d’assalto anfibio USS Kearsarge, arrivata il 14 maggio 2013 nel porto israeliano di Eilat, dove ha sbarcato il 3° battaglione marines dotato di LAV-25 e AAVP-7A1 e lo Squadrone 226 di supporto, dotato di V-22 Osprey. Oltre a queste due unità, l’esercito statunitense è attualmente impegnato in manovre con le batterie dei MIM-104 Patriot, unità dell’esercito e un certo numero di squadroni di F-16.
Il nord-est della Giordania, luogo delle esercitazioni, è zona di responsabilità del comando orientale giordano. In questo comando vi è la 2° Brigata meccanizzata della guardia, composta da due battaglioni meccanizzati equipaggiati con 80 veicoli da combattimento della fanteria M113, un battaglione blindato dotato di 40 carri modernizzati M60A3 Patton e una divisione con 24 obici semoventi M109. A tutto questo si aggiunge la 90° Brigata meccanizzata dell’esercito giordano composto da due battaglioni meccanizzati. La 3° Divisione corazzata è la forza strategica dell’esercito giordano consistente nelle 40°, 60° e 91° Brigata, ciascuna dotata di 90 carri armati al-Hussein (carri armati britannici FV4030/4 Challenger 1 modernizzati dalla giordana KADDB). L’aviazione giordana dispone di 12 F-16A Block-15 e 34 F-16AM Block-40, comprati usati da Belgio e Olanda, e 29 elicotteri d’attacco AH-1F Cobra. Questo esercito, sotto il comando degli Stati Uniti, non può eseguire che operazioni offensive limitate nel tempo e nella portata contro la Siria. Può tuttavia creare un corridoio di “esfiltrazione” in Giordania per le divisioni ribelli musulmane, circondate dall’esercito siriano a Idlib e Hama. Perché è così importante per gli Stati Uniti non lasciare che i mujahidin cadano prigionieri dei siriani? Ecco una domanda alla quale vi invito a rispondere nella sezione commenti.
A causa del logoramento delle unità dell’esercito siriano, dopo due anni di guerra civile, il corpo giordano-statunitense può entrare, in 24 ore per quasi 300 km dal confine giordano, bypassando Damasco fino a Idlib. La difesa aerea siriana è composta da 8 batterie missilistiche S-200 Angara (SA-5), 50 batterie di Dvina/S-75M (SA-2) e S-125 Neva/S-125M Pechora, da 20 batterie di missili 2K12 Kub (SA -6), 14 batterie di 9K33 Osa (SA-8) e 12 batterie di Pantsir-S1E (SA-22). Dopo aver discusso e sviluppato il piano, si nota lo schieramento di aerei giordani e statunitensi nella zona degli scontri di Idlib, cosi come di 5-6 batterie di Dvina/S-75M (SA-2) e di S-125 Neva/S-125M Pechora.

Valentin Vasilescu, pilota ed ex-vicecomandante delle forze militari a Otopeni, laurea in Scienze Militari presso l’Accademia di Studi Militari a Bucarest nel 1992.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Ibran Mustafic: Srebrenica è stato un “caos pianificato”

De-construct

I fantocci della sinistreria occidentale, da quella dei salotti parigini e londinesi, fino ai barboncini rossi e alla mefitica cloaca sionistra italiana, hanno avuto sempre, dai tempi della guerra alla Jugoslavia, un rapporto amoroso e un invaghimento da cheeleaders adolescenziale verso il terrorismo integralista islamista. Naser Oric, criminale di guerra e eroe della nostrana squallida sinistra ‘anti-anti’, resta nei cuori dei lerci guru del sinistrume pattoatlantista, a partire dal più marcio di tutti, lo yachtofilo gallipolese bombardatore della Jugoslavia, Dalema. Oggi, le stesse laide e misere icone della sinistra italiana fanno il tifo per i Naser Oric di Libia e Siria. Per fortuna, non ci saranno giudici amici pattoatlantisti a soccorerli, ma veri e severi giudici, armati, non di buone intenzioni nei loro confronti. (NdT)

Alija Izetbegovich, eroe della NATO e della sinistra occidentale e italiana, nonchè integralista, mafioso, stragista e criminale di guerra.

Alija Izetbegovich signore della guerra bosniaco, eroe della NATO e della sinistra occidentale e italiana, nonchè integralista, mafioso, stragista e criminale di guerra.

Immediatamente prima del 1 aprile 2008, del dibattimento alla corte di appello del tribunale dell’Aja, del caso del signore della guerra e comandante dell’esercito bosniaco musulmana a Srebrenica, Naser Oric, una testimonianza scritta rivela alcuni particolari inediti sul “signore della vita e della morte nella guerra a Srebrenica“, è stata resa pubblicata. Ibran Mustafic, l’autore del libro “Caos pianificato“, che la maggior parte dei leader musulmani bosniaci non avrebbe voluto fosse mai scritto, è un ex deputato del Partito dell’Azione Democratica (SDA, guidato dal signore della guerra musulmano bosniaco Alija Izetbegovic) al parlamento della Bosnia-Erzegovina costituito dopo le elezioni del 1990 e poco prima dell’inizio della guerra civile, ed ex-presidente del comitato esecutivo dell’Assemblea comunale di Srebrenica.
All’inizio della guerra civile bosniaca si scontrò, come dice, con la “giunta di Naser Oric”, suscitando una serie di tentativi per assassinarlo. Nel terzo attentato dell’11 maggio 1995, Mustafic venne gravemente ferito e ritiene un miracolo che sia sopravvissuto. Gli assalti musulmani bosniaci contro Mustafic divennero più frequenti dopo la pubblicazione del libro. L’ultimo ebbe luogo il 25 aprile 2008, quando fu aggredito e picchiato da un gruppo di teppisti al centro di Srebrenica, in pieno giorno. “Mi chiamano traditore“, dice Mustafic, “sostenendo che ho inventato i crimini di Naser Oric, ma quel tipo di stupidità non mi preoccupa per niente. Lo scopo del mio libro non è difendere i serbi, ma non difendere in alcun modo i membri della mia nazione che hanno commesso atrocità! I criminali sono criminali, indipendentemente dal loro nome e dall’origine etnica. Ho categoricamente affermato che Naser Oric è un criminale di guerra senza pari!”

Crimini di guerra atroci contro i serbi di Srebrenica
“Caos Pianificato” getta nuova luce sui fatti di Srebrenica durante la guerra e rappresenta la prima ammissione e testimonianza di un bosniaco musulmano di Srebrenica sulle sofferenze dei serbi nella regione di Srebrenica. Oltre a descrivere i crimini commessi dall’esercito bosniaco musulmano sotto il comando di Naser Oric contro i serbi, Mustafic testimonia anche dell’armamento dei musulmani bosniaci prima e durante la guerra civile, compreso il periodo in cui Srebrenica fu dichiarata zona smilitarizzata sotto la protezione delle Nazioni Unite. Descrive anche gli scontri interni tra musulmani bosniaci a Srebrenica, dominata dalla mafia di Naser Oric. Lungi dal rappresentarsi come “colomba” bosniaca musulmana, Ibran Mustafic si presenta come idolatra del movimento ustascia fin dalla prima giovinezza, scegliendo i suoi eroi nei famigerati tagliagole nazisti croati Jure Francetic, Kadrija Softic, Nurif Oric e altri membri della “Legione nera” ustascia  e nei bosniaci musulmani della 13.ma SS Division Handzar, indottrinati al disprezzo e all’odio contro i serbi. Indipendentemente da ciò, il suo resoconto scritto delle atrocità commesse contro i serbi bosniaci dalla banda di teppisti di Naser Oric, suscitò diffuse accuse di “tradimento” tra i musulmani bosniaci.
Nonostante le prove schiaccianti delle atrocità e dei crimini di guerra commessi da Oric e dalla sua banda nella città di Srebrenica e nei villaggi circostanti popolati dai serbi, il tribunale-farsa dell’Aja l’assolse dall’accusa di coinvolgimento diretto nell’omicidio e nelle crudeltà contro i serbi, e dalla responsabilità per la distruzione indiscriminata di interi villaggi, chiese, case e proprietà. Mentre è stato condannato per “non essere riuscito a impedire agli uomini al suo comando di uccidere e maltrattare prigionieri serbi bosniaci”, condannandolo a due anni di carcere, da cui fu  immediatamente rilasciato, dal momento che aveva già trascorso tre anni a l’Aja durante il processo farsa.

Naser Oric è un mostro, un criminale di guerra senza un pari
Tuttavia, il libro di Mustafic offre ulteriori prove del coinvolgimento diretto di Oric in alcuni dei crimini più efferati commessi sul territorio della Bosnia-Erzegovina durante la guerra civile. Probabilmente il capitolo più scioccante del libro è quello cui offre ulteriori prove del primo omicidio di un serbo commesso personalmente da Naser Oric, quello del giudice di Srebrenica Slobodan Ilic. “Quando abbiamo preso il gruppo catturato a Zalazje dal carcere [di Srebrenica] per riportarlo a Zalazje, iniziò il loro assassinio, Slobodan Ilic capitò tra le mie mani. Gli salii sul petto. Era barbuto e irsuto come un animale. Mi guardò senza dire una parola. Tirai fuori la baionetta e glielo conficcai dritto in un occhio, e poi lo girai avanti e indietro. Non fece un solo suono. Poi lo colpì con il coltello nell’altro occhio… Non potevo credere che non reagisse. Francamente, in quel momento ho avuto paura per la prima volta, così gli ho tagliato la gola subito dopo“, Oric ha descritto la sua ‘impresa’ a Mustafic parola per parola quando Mustafic l’andò a visitare una sera.
L’ammissione di Oric è seguita dalla testimonianza dello zio di Mustafic, Ibrahim, che assistette allo stesso massacro. “Naser venne  e mi disse di prepararmi e di recarmi con la bandiera al carcere di Srebrenica. Mi vestì e andai. Quando arrivai al carcere, presero tutti quelli catturati a Zalazje e mi ordinarono di portarli a Zalazje. Quando raggiungemmo il deposito, mi ordinarono di fermarmi e di parcheggiare il camion. Mi misi a distanza di sicurezza. Ma quando vidi la loro ferocia quando l’eccidio iniziò, sentivo tutto il sangue raggelarmi nella testa. Quando Zulfo (Tursunovic)  squarciò con il coltello il petto dell’infermiera Rada, mentre le chiedeva dove stesse la stazione radio, non riuscivo a guardare più. Tornai a Srebrenica a piedi, e quando riportarono il camion indietro, lo presi da Srebrenica per ritornare a casa, a Potocare. L’interno era tutto insanguinato“, Mustafic cita la testimonianza di suo zio. La suddetta infermiera Rada Milanovic risiedette a Srebrenica, anche dopo che la famiglia si era allontanata. Il quartier generale della difesa territoriale di Srebrenica l’aveva assegnata al gruppo del campo medico e all’ospedale locale.

“Il ponte era immerso nel sangue serbo”
Mustafic ha anche raccontato altri crimini contro i serbi nella città di Srebrenica, più o meno noti. Ha ricordato che, dopo l’assalto contro il villaggio Jezestica, “Kemo di Pale [nei pressi di Sarajevo] si portava appresso una testa mozzata per spaventare la gente“. Descrive l’omicidio della famiglia Stjepanovic. I membri della famiglia Stjepanovi? furono trascinati fuori dal loro appartamento a Srebrenica dal battaglione dei macellai di Oric, nel luglio 1992, e portati nella vicina Potocare. “Andjelija Stjepanovic (74 anni) e suo figlio Mihajlo (50 anni) furono tra coloro che vennero brutalmente uccisi. Un bosniaco musulmano di Potocari descrisse poi come tutto il ponte, dove fu abbattuta questa povera gente, fosse letteralmente immerso nel sangue. Il killer della famiglia Stjepanovic era Kemo Mehmedovic di Pale, fedele seguace delle atrocità di Naser. Oggi il boia vive in Austria, e ci sono tonnellate di esempi simili a Srebrenica. E’ un peccato che nessuno di questi mostri in forma umana abbia affrontato le proprie responsabilità nei crimini, e il loro principale organizzatore, colui che gli ordinava di uccidere, Naser Oric, gira oggi in libertà“, ha commentato uno dei pochi serbo-bosniaci sopravvissuti all’inferno della reclusione di Srebrenica. I dettagli sconosciuti della tortura e dell’uccisione dei malati gravi Krsto Dimitrovski e della moglie Velinka, di Srebrenica, furono anche rivelati nel libro di Mustafic, accusando Ejub Golic, ex comandante del “battaglione indipendente della collina” del villaggio di Glogovo. Golic fu prosciolto dalle accuse sollevate contro di lui per questo crimine.

Il tribunale dell’Aja ha un occhio di riguardo per i criminali di guerra bosniaci musulmani
Oltre a raccontare questi e molti altri episodi di torture e omicidi selvaggi dei serbi che ebbero la sfortuna di rimanere nella città di Srebrenica occupata dai macellai di Oric, Mustafic descrive anche come la sua testimonianza contro i mostri musulmani di Srebrenica al tribunale dell’Aja venne respinta, e perché non ebbe occasione di dire alla Corte che cosa realmente fosse il “porto sicuro di Srebrenica” prima che il generale Mladic la riprendesse. “Fui, infatti, chiamato a testimoniare davanti al tribunale dell’Aja come testimone dell’accusa [nel processo contro Oric], e credo che avrei dovuto essere l’ultimo testimone dell’accusa. Dopo tre giorni trascorsi per la preparazione, ci fu un grande scontro tra il procuratore e io stesso. Prima di tutto, l’atto d’accusa contro Naser era del tutto ridicolo. Fu accusato di cose che non aveva commesso, e non di quelle di cui era colpevole. In secondo luogo, il Tribunale dell’Aja iniziò sempre più a sembrare alla sfilata di Carla Del Ponte, per cui un certo numero di processi si trasformò in un circo. Infine, mi offesi quando cercarono di ricattarmi, minacciandomi di sette anni di carcere o 200.000 euro di multa. Non potevo rimanere in silenzio quando vidi quel foglio, e dissi al procuratore: ‘Giusto! Il mio scopo nel venire qui a testimoniare era avere effettivamente una pena più grave di quella di Erdemovic [un altro criminale di guerra musulmano bosniaco], premiato dal tribunale dell’Aja per l’ammissione di aver preso parte personalmente a più di 140 omicidi!’ Dopo tutto ciò, quando arrivai al tribunale, attesi per due ore, ma alla fine fui informato che i giudici avevano deciso di non farmi testimoniare e che potevo tornare a casa“, ha scritto Mustafic.

Srebrenica come porto sicuro per criminali di guerra, delinquenti e mafiosi
Riguardo la situazione nel “porto sicuro di Srebrenica”, Mustafic ha scritto che, quando la regione fu dichiarata zona smilitarizzata e posta sotto la protezione delle Nazioni Unite, non ci furono “provocazioni” da parte dell’esercito serbo-bosniaco. Nonostante ciò, secondo Mustafic, le truppe musulmane di Oric continuarono a scavare trincee intorno alla città di Srebrenica e, assieme all’aiuto umanitario, venivano consegnate armi nella “zona demilitarizzata”, il tutto sotto gli occhi  del battaglione olandese dell’UNPROFOR. Mustafic scrive che, anche se dei cartelli furono  collocati intorno alla città di Srebrenica dichiarando “zona demilitarizzata, ogni operazione militare è severamente vietata, secondo l’articolo 60 del protocollo 1 della Convenzione di Ginevra“, la consegna di armi, munizioni, uniformi ed esplosivi non fu mai interrotta. L’equipaggiamento militare, nonostante la risoluzione ONU che vietava i sorvoli della Bosnia-Erzegovina, veniva consegnato con gli elicotteri. Nello stesso modo, l’accordo firmato dal generale Ratko Mladic da parte serbo-bosniaca e Sefer Halilovic da parte dei musulmani bosniaci, che prevedeva che “non a un solo soldato che si trovasse all’interno, o entrasse nella zona smilitarizzata, fatta eccezione per i membri dell’UNPROFOR, era permesso portare armi, esplosivi o munizioni“, fu ritenuto completamente inutile dalle truppe bosniache musulmane di Srebrenica.
Mustafic scrive che ci furono 18 voli per la consegna di armi, la maggior parte effettuati quando  Srebrenica, come zona presumibilmente demilitarizzata, era sotto la protezione del Corpo di pace delle Nazioni Unite [UNPROFOR]. Mustafic fa notevoli accuse alle truppe olandesi a Srebrenica, sostenendo che erano pienamente consapevoli delle quotidiane violazioni commesse dalla banda di Oric, ma scelsero di osservare il silenzio, sperando di uscirsene indenni. “Ovviamente, gli olandesi accettarono di pattugliare le linee insieme alle nostre truppe solo al fine di non assumersene la responsabilità, e per mostrare al mondo che Srebrenica era una zona demilitarizzata. In effetti, all’epoca, il battaglione olandese, che avrebbe dovuto avere circa 600 soldati, ne aveva circa 250 , mentre la 28.ma divisione [di Oric] era composta da 5.500 uomini presumibilmente demilitarizzati“, ha scritto Mustafic. “Quando la battaglia per Srebrenica iniziò, uno dei nostri teppisti, probabilmente su ordine, uccise un soldato del battaglione olandese. Questo contribuì a sciogliere l’intero sistema di responsabilità degli olandesi“, ha rivelato Mustafic.

La fondazione dello Stato musulmano, sigillata dal sangue sacrificale degli innocenti
Osserva inoltre che le truppe musulmane di Srebrenica compirono delle imboscate dal “porto sicuro” dell’ONU, uccidendo membri dell’esercito serbo-bosniaco, e usarono la condizione di area protetta di Srebrenica per lanciare attacchi contro i circostanti villaggi serbi, come il raid dei comandanti di Oric, Ekrem Salihovic e Ibrahim Mandzic, contro il villaggio serbo-bosniaco Visnjica, dove uccisero i civili e incendiarono il borgo. “Quando ho detto a Madzic che tali attacchi potrebbero giustificare l’assalto dell’esercito serbo-bosniaco a Srebrenica, disse: ‘Questa non è un’azione iniziata da noi. Abbiamo ricevuto ordini da Sarajevo“, testimonia Mustafic, aggiungendo che poi apprese che “l‘ordine di attaccare i villaggi serbi intorno a Srebrenica era stato firmato dal generale Enver Hadzihasanovic [dell'esercito musulmano bosniaco, dal comando di Sarajevo]… Chiaramente, volevano provocare una reazione per risolvere il problema di Srebrenica”. Tuttavia, si è scoperto che il “problema” che i leader bosniaci musulmani e i loro sponsor stranieri volevano risolvere, era molto più ampio di una città della Bosnia-Erzegovina, si trattava del modo di strappare il dominio su tutta la repubblica bosniaca dopo la distruzione della Jugoslavia, anche se i bosniaci musulmani erano solo una delle tre grandi nazioni che vivono in Bosnia-Erzegovina, e ancora oggi non sono la maggioranza. L’unico modo che pensavano potesse essere utile per farlo, era che i serbi bosniaci fossero completamente sterminati o, altrimenti, accusare l’intera nazione serba con l’accusa di “genocidio”, consentendo la totale assimilazione delle proprietà e delle terre dei serbi. Ibran Mustafic confermò questa affermazione nel luglio 1996: “Secondo le nostre abitudini [bosniaco musulmano], quando qualcuno finisce le fondamenta di una casa, un animale deve esservi macellato sopra. Sembra che Srebrenica sia stato l’agnello sacrificale per la fondazione di questo Stato [musulmano]“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

F-35B: nato in URSS

Il velivolo a decollo corto e atterraggio verticale statunitense F-35B ha origine nella collaborazione segreta tra la russa Jakovlev e la statunitense Lockheed
Rakesh Krishnan Simha Indrus 10 giugno 2013

1606782L’F-35B statunitense, la versione navale del Joint Strike Fighter, non è stato progettato a Fort Worth, Texas, ma a Mosca, in Russia. La turboventola con un solo ugello per il decollo e il volo che permette al caccia stealth F-35B di eseguire decolli e atterraggi verticali (VTOL) è stata progettata quasi tre decenni fa dall’ufficio progettazione Jakovlev in URSS, per il caccia multiruolo supersonico Jak-141.

Più veloce ancora…
Lo Jak-141 fu un riuscito sviluppo del vecchio jet a decollo verticale Jak-38. Buon esempio degli scarsi risultati della Russia nel settore dell’aviazione navale, lo Jak-38 era un simulacro di caccia, essendo superato in ogni ambito dal suo rivale occidentale dal grande successo, il Sea Harrier inglese. Nell’ambito della massiccia espansione della Marina sovietica con l’Ammiraglio Gorshkov, nel 1975 la Jakovlev ricevette l’ordine di sviluppare un aereo estremamente versatile. Doveva avere un mix senza precedenti di velocità supersonica, capacità di decollo e atterraggio verticale e un raggio d’azione esteso, il cui ruolo principale era difendere la flotta navale sovietica e le sue rotte. L’aereo non solo poteva operare dalle portaerei, ma anche da piattaforme di atterraggio e decollo che potevano essere collocate in tutto il Paese, consentendo all’aviazione sovietica di entrare in scena.
I progettisti della Jakovlev abbandonarono la configurazione del doppio motore, popolare a quei tempi, come lo Jak-38 e il Sea Harrier. Afferma MilitaryToday: “Invece hanno ideato un progetto con un singolo motore, che poteva flettersi per 95 gradi verso il basso con due ulteriori motori per la spinta verticale, situati al centro della fusoliera, appena dietro il centro di gravità. Questi sarebbero stati accesi solo durante il decollo verticale, l’atterraggio verticale e l’hovering. Gli ingegneri dovettero allungare la fusoliera per la stabilità aerodinamica“.

Un vero aereo: 12 record mondiali per rimanere a terra
Nel 1977, l’aereo ottenne il via libera per il pieno sviluppo. Nel marzo 1987 compì il primo volo e il primo sorvolo nel dicembre 1989. Nell’aprile 1991 il pilota collaudatore Andrej Sintsyn ottenne 12 record mondiali per aeromobili a decollo e atterraggio verticale, riconosciuti dalla FAI. Ma presto si abbatterono i guai su questo caccia molto promettente. Il 5 ottobre 1991 un prototipo si schiantò mentre tentava un atterraggio verticale. Poi arrivò la crisi finanziaria a seguito della dissoluzione dell’Unione Sovietica. Ciò significava che la Jakovlev era ormai sola e doveva ottenere finanziamenti da qualche parte.

Entra Lockheed
Cercando di rimanere in volo nei cieli turbolenti di un impero crollato, Jakovlev iniziò a cercare un partner straniero. Un’impresa riuscita fu lo sviluppo dell’aereo da addestramento Jak-130 in collaborazione con l’italiana Aermacchi. Un’altra associazione fu con Lockheed Martin. Nei primi anni novanta, i militari degli Stati Uniti decisero di sostituire i loro cacciabombardieri F-16, F-18 e A-10 con una famiglia comune di aerei per le tre armi che impiegano aeromobili ad ala fissa. Lockheed Martin era una delle aziende che cercavano di strappare il contratto multimiliardario per il Joint Strike Fighter. Ma l’azienda statunitense non aveva alcuna esperienza pregressa nello sviluppo dei VTOL e l’inglese Jaguar era vecchio, perciò vide del potenziale nel progetto della Jakovlev. Secondo l’analista dell’aviazione Bill Gunston, la partnership Lockheed-Jakovlev iniziò alla fine del 1991, anche se non venne rivelato pubblicamente dalla Jakovlev che il 6 settembre 1992. Lockheed-Martin lo rivelò solo nel giugno 1994. Lockheed portò quasi 400 milioni di dollari.  Per la Jakovlev i frutti della collaborazione furono tre nuovi prototipi e un aereo per prove statiche per testare i miglioramenti nel progetto e nell’avionica. Due prototipi furono esposti all’air show di Mosca del 1993. Nessuno volò. Il vero vincitore fu Lockheed. I suoi progettisti avevano trovato l’oro, ne avevano imparato abbastanza della tecnologia “di maggior decollo e maggior crociera” dei russi per progettare il loro prototipo del Joint Strike Fighter, conosciuto come X-35, in preparazione del confronto con il Boeing X-32. Il vantaggio russo pagò profumatamente. Nella corsa serrata al traguardo, l’X-35 ispirato dallo Jak ottenne il contratto.

Le somiglianze
Le analogie tra l’F-35B e lo Jak-141 non sono solo nei motori, negli ugelli e nella turboventola. I due aerei si assomigliano anche esternamente, come gemelli separati alla nascita. Non è certo una coincidenza, perché sotto la carlinga dell’aereo statunitense, vi è un cuore russo. Vi è un altro indizio sul DNA comune dei due aerei. Strategy Page riferisce che negli ultimi cinque anni, i test della versione “B” del nuovo caccia statunitense F-35 hanno dimostrato che il suo motore genera calore sufficiente a danneggiare le piattaforme delle portaerei. Lo Jak-141 ebbe un problema  stranamente simile, era noto per danneggiare piattaforme e ponti da cui operava. MilitaryToday dice che Lockheed-Martinha forse utilizzato l’esperienza maturata da questo progetto per sviluppare il proprio caccia multiruolo F-35“. La verità arriverà tra anni, quando qualcuno, russo o statunitense, si siederà per scrivere le proprie memorie. Fino ad allora, tutto ciò che possiamo dire è che se sembra uno Jak, vola come uno Jak e opera come uno Jak, quindi deve essere uno Jak.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il confronto russo-occidentale sulla Siria s’intensifica mentre i “ribelli” subiscono una sconfitta decisiva

Christof Lehmann (Nsnbc)

181817Mentre gli insorti filo-occidentali subiscono una sconfitta decisiva, il braccio di ferro tra l’occidente e la Russia s’intensifica. Il Regno Unito e la Francia nuovamente sostengono che il governo siriano abbia utilizzato armi chimiche, rivendicazioni che contraddicono sia il rapporto delle Nazioni Unite che tutte le prove indiziarie disponibili. La Russia ribadisce che qualsiasi intervento militare diretto sarà inutile, definendo il continuo sostegno agli insorti un “vicolo cieco”, e propone di sostituire il battaglione austriaco nel Golan siriano occupato dagli israeliani con truppe russe. L’intermediazione di una soluzione pacifica, in occasione della seconda conferenza internazionale sulla Siria a Ginevra, o anche tenere la conferenza come previsto, a giugno, diventa sempre più improbabile, mentre il rafforzamento militare e la retorica bellicosa continuano a crescere in Medio Oriente verso una situazione tipo Sarajevo, dove una scintilla può scatenare una reazione a catena inarrestabile.
I ribelli subiscono sconfitte decisive. Durante la seconda metà del 2012 l’esercito arabo siriano ha iniziato con successo l’attuazione di una strategia di contro-insurrezione, basata in parte sull’esperienza russa nella lotta ai ribelli in Cecenia. Gli analisti concordano sul fatto che il maggiore impiego nel teatro di armi chimiche da parte degli insorti sia un segno di disperazione e un tentativo di creare un percorso politico per l’intervento militare occidentale. Dopo che Hezbollah ha iniziato ad assicurare il confine libanese con la Siria, dopo che il Primo ministro iracheno Nuri al-Maliqi in Iraq ha aumentato la sicurezza lungo il confine iracheno-siriano così come lungo quello iracheno-saudita, il sostegno logistico alla rivolta s’è notevolmente ridotto e limitato a Giordania, Israele, Iraq curdo e Turchia. L’indebolimento dell’amministrazione Erdogan-Gül ad opera delle proteste di massa in Turchia, già si traduce in maggiore sicurezza lungo i 900 km del confine siriano con la Turchia. Il 7 giugno, Nsnbc International ha ricevuto i primi rapporti su diverse sparatorie tra  forze di polizia turche e “ribelli” siriani. L’arresto di 12 membri di Jabhat al-Nusrah in possesso di cilindri di metallo contenenti 2 kg di gas nervino Sarin, solo pochi giorni prima delle prime proteste di massa in Turchia la sera del 31 maggio, indica che l’amministrazione Erdogan perde la sua presa su almeno alcune fazioni della forze dell’ordine e di sicurezza della Turchia, e che l’amministrazione Erdogan-Gül deve far fronte a una maggiore opposizione all’aggressione della Turchia contro il suo vicino arabo.
L’ultima grande forza di combattimento intatta degli insorti è attualmente chiusa in una sacca, nella città di Qusayr. Secondo il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, la maggior parte di quei combattenti provengono da Paesi europei e regionali. Con le linee di rifornimento tagliate e l’esercito arabo siriano che lentamente e sistematicamente avanza attraverso le montagna e la periferia, la situazione degli insorti è sempre più disperata, chiedendo l’invio di osservatori, soccorsi di emergenza per i “civili” feriti e altri appelli. Secondo le dichiarazioni dell’esercito arabo siriano, usa tutte le precauzioni possibili per evitare vittime collaterali. Un alto ufficiale in pensione turco, che mantiene l’anonimato per timore di repressioni, ha dichiarato a Nsnbc International che la città poteva essere presa molto tempo prima, non per il fatto che l’esercito siriano avanzava con ogni precauzione possibile riguardo al diritto internazionale, ma sapendo che l’occidente sorvegliava con attenzione l’avanzata per trarne vantaggi politici ed accusarlo di crimini di guerra.
La retorica occidentale sulla armi chimiche contraddice il rapporto delle Nazioni Unite. Dopo aver esaminato l’uso di armi chimiche ad Aleppo, la relatrice speciale delle Nazioni Unite Carla del Ponte ha dichiarato che, con sua grande sorpresa, non sono riusciti a trovare alcuna prova che indicasse che l’esercito arabo o il governo siriani avessero usato armi chimiche e che, d’altra parte, avevano trovato forti prove circostanziali che indicavano che i “ribelli” avevano ripetutamente usato armi chimiche. Inoltre, del Ponte ha dichiarato che era probabile che il gas Sarin usato contro i civili di Aleppo era giunto in Siria dalla Turchia. Oltre al rapporto della del Ponte, ci sono forti prove circostanziali che sostengono che gli insorti usano armi chimiche, mentre è altrettanto forte l’evidenza che suggerisce che il governo o i militari siriani non usano armi chimiche. Prove indiziarie contro l’uso di armi chimiche da parte della Siria sono indicate dal fatto che tutte le scorte di armi chimiche in Siria sono sotto stretto controllo e tutte le armi e le sostanze chimiche sono registrate con numeri di serie. Nessun arma del genere potrebbe cadere nelle mani di “agenti instabili”. Tutti gli attacchi con armi chimiche finora sono stati diretti contro civili o truppe siriane. E’ altamente improbabile che l’esercito siriano usi le armi contro se stesso. Per quanto riguarda l’uso di armi chimiche contro la popolazione siriana, farlo mentre il dialogo nazionale in Siria progredisce in modo costante e continuo, equivarrebbe a un suicidio politico. Considerando il rischio di un’indagine internazionale sui crimini di guerra ed eventuali accuse contro membri del governo o militari siriani, è improbabile che qualcuno si prenda il rischio di usare armi chimiche. Inoltre, l’esercito arabo siriano ottiene vittorie decisive senza l’uso di armi chimiche. Non c’è né alcun vantaggio strategico o tattico percepito che giustificherebbe anche l’ipotesi dell’uso di queste armi. Prove indiziarie a sostegno dell’uso di armi chimiche da parte degli insorti sono indicate dal fatto che, nel febbraio 2013, la polizia malese ha arrestato l’ex ufficiale malese Yazzid Sufaat e la sua partner Halimah Hussein. Entrambi accusati di favoreggiamento di organizzazioni terroristiche arruolando giovani malesi per il servizio mercenario per conto dei terroristi associati ad al-Qaida in Siria. Nel 2001, dopo il ritorno dall’Afghanistan, Yazzid Sufaat è stato accusato di sostenere al-Qaida, sviluppandone le capacità in armi biologiche e chimiche.
I ribelli hanno più volte brandito le loro armi chimiche rilasciando dichiarazioni pubbliche, nonché attraverso la diffusione di video. In uno dei video, gli insorti mostrano dei contenitori con sostanze chimiche della società chimica turca Tekkim. Gli insorti uccidevano conigli con i prodotti chimici e minacciavano i siriani che non supportano l’insurrezione. Il video è sorprendentemente somigliante ai video girati nei laboratori di armi chimiche statunitensi. In diverse dichiarazioni pubbliche rilasciate dai comandanti degli insorti, le dichiarazioni indicavano che l’Arabia Saudita avrebbe fornito agli insorti piccoli laboratori portatili per armi chimiche. Tali relazioni cominciarono ad emergere dopo la sconfitta decisiva inflitta all’esercito libero siriano ad Aleppo in due importanti battaglie, nel giugno e luglio 2012. I laboratori sarebbero simili o identici a quelli sviluppati per al-Qaida durante gli anni ’90. Mentre il Primo ministro iracheno Nuri al-Maliqi ha sottolineato che l’Arabia Saudita ha riattivato le vecchie vie di contrabbando dalla regione di Anbar. I percorsi, ora utilizzati per il supporto logistico dei ribelli in Siria e per la destabilizzazione dell’Iraq, erano già stati utilizzati durante l’occupazione statunitense dell’Iraq. Laboratori di armi portatili potrebbero facilmente esser stati riforniti attraverso le vie del contrabbando. Nell’aprile 2013 i ribelli appartenenti a Jabhat al-Nusrah vennero segnalati combattere insieme a truppe e piloti turchi, nel tentativo di occupare la strategicamente importante base aerea di Minigh, preso Aleppo. Oltre al fatto che le truppe della Turchia, membro della NATO, vennero coinvolte in operazioni di combattimento contro l’esercito arabo siriano sul territorio siriano, un crimine di guerra che collega la Turchia all’uso di armi chimiche in Siria. Secondo quanto riferiscono l’esercito e il governo siriano, il razzo con testata chimica che aveva ucciso dei civili di Aleppo, era stato sparato da una zona tenuta dagli insorti e dalle truppe turche. E’ assai probabile che la relatrice speciale dell’ONU, Carla del Ponte, abbia mostrato prove dettagliate a sostegno dei fatti e che, tra l’altro, questa sia la prova da lei presentata alla conferenza, che con sua grande sorpresa, vedeva una prova accusare i ribelli di aver usato armi chimiche ad Aleppo, e che l’arma chimica potesse provenire dalla Turchia. Alla fine di maggio, la polizia turca ha arrestato 12 membri di Jabhat al-Nusrah in possesso di 2 kg di gas Sarin. Solo pochi giorni dopo, l’esercito arabo siriano sequestrava 2 contenitori con 2 kg di gas Sarin ai ribelli in Siria. C’è una straordinaria quantità di prove che accusano gli insorti di usare armi chimiche, mentre le prove contro i militari siriani sono praticamente inesistenti, se non in forma di argomenti retorici e prove discutibili o falsificate, che difficilmente possono essere utilizzate per giustificare il sostegno continuo ai terroristi o un intervento militare diretto con forze regolari.
La retorica francese, inglese e statunitense sulle armi chimiche e l’intervento umanitario aumenta proporzionalmente con la sconfitta degli insorti. Apparentemente non influenzata dai fatti sulle armi chimiche, la retorica occidentale su armi chimiche e diritti umani a sostegno del terrorismo e di una guerra aperta alla Siria, aumenta proporzionalmente alla disperazione degli insorti e alla loro schiacciante sconfitta. Il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius ha dichiarato di aver passato un’analisi per identificare tossine militari al capo di una inchiesta delle Nazioni Unite sull’uso delle armi chimiche in Siria, dicendo: “Queste analisi dimostrano la presenza di gas Sarin… Alla luce di queste prove, la Francia è ormai certa che il gas Sarin sia stato utilizzato in Siria più volte ed in maniera localizzata“. Fabius però, aveva dimenticato di dire che il governo siriano è d’accordo sul fatto che il gas Sarin sia stato utilizzato e che la Siria, insieme alla Russia, chiede un’indagine completa su ogni singolo episodio da parte di una commissione indipendente di esperti. Le indagini di tale natura sarebbero probabilmente travolgenti, come risulterebbe dalla documentazione sull’uso del Sarin da parte degli insorti e dal coinvolgimento di Turchia e NATO. Il ministro degli Esteri Fabius ha fatto una tale impressione sul giornalista irlandese Finian Cunningham, che questi suggerisce a Fabius di scrivere romanzi quando sarà in pensione, magari con lo pseudonimo di Fabulous. In seguito, il presidente francese Francois Hollande ha fatto eco al ministro Fabius e ha dichiarato: “Abbiamo elementi di prova e chiediamo alla comunità internazionale di agire.” Sia Hollande che Fabius sottolineano che non avrebbero agito unilateralmente e avrebbero partecipato ai colloqui con Washington. Fabius ha anche dichiarato che: “Una linea è stata indiscutibilmente violata… la Francia e i suoi alleati devono decidere se reagire, anche in maniera armata… ma, allo stesso tempo, non dobbiamo bloccare un’eventuale conferenza di pace“. Il riferimento a “elementi di prova” non solo indica il fatto che Fabius e Hollande camuffano la prova affermando correttamente che il Sarin è stato utilizzato, ma omettono le prove schiaccianti che indicano nei ribelli coloro che l’hanno utilizzato.
Ci sono anche buone ragioni per suggerire che la Francia in effetti potrebbe essere coinvolta nella falsificazione, ovvero nella creazione di prove. Alcuni dei campioni di sangue utilizzati dalla Francia sono stati “contrabbandati dalla Siria da giornalisti di Le Monde” che sostengono che i campioni gli sono stati forniti da medici locali. Si tratta di una “catena di prove” molto discutibile,  probabilmente non reggerebbero in un qualsiasi tribunale meglio del sale, ma è ottimo per la propaganda e la retorica per giustificare una guerra illegale, utilizzando un’arma di persuasione di massa, come fa Le Monde. Le affermazioni di Fabius, che “non ha alcun dubbio che il Sarin sia stato utilizzato da Assad e dai suoi complici” saranno riprese dai media francesi. Dopo tutto, le foto che suggeriscono l’impiccagione del malvagio signore della guerra Assad sono state già diffuse nei media danesi nel 2012, per cui la Francia ha un po’ di ritardo da recuperare sul fronte della propaganda. Il Foreign Office del Regno Unito ha rilasciato dichiarazioni, secondo cui i fluidi  raccolti dalle vittime di uno o più attacchi in Siria, sono stati trovati dagli scienziati dell’impianto inglese di Porton Down, contenere prove dell’uso del gas Sarin. Tuttavia, è stato anche dichiarato che non ci potrebbe essere alcuna certezza al 100% che il regime di Assad abbia usato armi chimiche. Il Foreign Office britannico non avrebbe nemmeno confermato dove o quando i campioni siano stati raccolti. Lyall Grant, ambasciatore inglese alle Nazioni Unite potrebbe semplicemente confermare che “i campioni hanno rivelato prove che suggeriscono l’uso di agenti chimici diversi, a volte Sarin, a volte no.” Il capo delle indagini ONU, Ake Sellstrom, ha rilasciato una dichiarazione in cui ha avvertito che: “La validità delle informazioni non è garantita in assenza di prove convincenti sulla catena di custodia dei dati raccolti.” Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha risposto alle dichiarazioni inglesi e francesi ribadendo che l’utilizzo delle armi chimiche è una linea rossa, ma che ci sono divisioni su come e quanto velocemente procedere contro la Siria. Dopo aver discusso delle pretese francesi e britannici in una riunione dei ministri della difesa della NATO, a Bruxelles, il segretario della Difesa Chuck Hagel ha dichiarato alla stampa che non aveva visto prove e che il ruolo della NATO continua ad essere quello di aiutare la Turchia a tutelare i suoi confini. “Al di là di questo, così Hagel, non abbiamo discusso di piani di guerra aggiuntivi”. Il sostegno pubblico per una possibile guerra aperta alla Siria, negli Stati Uniti, è scarso e la retorica francese-britannica sulle armi chimiche potrebbe alla fine portare a un maggiore sostegno popolare. Ricordandosi i fatti emersi sulle amministrazioni Bush, riguardo alle armi di distruzione di massa in Iraq, però, la retorica sulle armi chimiche potrebbe anche ritorcerglisi politicamente.
La guerra regionale è più un punto di svolta nell’opinione pubblica USA che non le armi chimiche. La diplomazia statunitense in poche parole potrebbe spiegare che: “Gli Stati Uniti vogliono eliminare Assad quale alleato dell’Iran, senza indebitamente provocare la Russia, cercando di creare un regime sostitutivo che sia accettabile a Mosca”. Dato ciò, è comunque previsto che una Siria destabilizzata continuerà a creare tensioni tra l’UE e la Russia sulla sicurezza energetica. Se una destabilizzazione della Siria comportasse il sabotaggio dell’ulteriore integrazione del settore energetico russo-iraniano-europeo e delle economie nazionali, una guerra regionale ne sarebbe il logico passo successivo. L’allargamento del conflitto nei vicini Libano, Turchia, Iraq e Golan, e la retorica sul coinvolgimento di Hezbollah potrebbero essere usati per dirigere l’opinione pubblica degli Stati Uniti verso un riluttante sì all’intervento militare, se la Russia non reagisce al ricatto occidentale. Il senatore repubblicano e presidente del Comitato forze armate del Senato degli Stati Uniti John McCain e Condoleeza Rice starebbero incitando l’amministrazione Obama a un intervento militare degli Stati Uniti, usando sia le armi chimiche che la minaccia di una guerra regionale quali argomenti principali. Cioè, gli argomenti per il pubblico. Finora, nessuna delle parti coinvolte ha apertamente affrontato la sicurezza energetica, le cause geo-politiche ed economiche reali della guerra alla Siria.
La Russia alza la posta, offrendo truppe per sostituire il battaglione austriaco nel Golan siriano occupato dagli israeliani. Dopo che la Russia ha avvertito che qualsiasi intervento militare diretto contro la Siria sarebbe inutile, e onorato il contratto russo-siriano per la fornitura di sistemi SAM S-300, introducendo un fattore di stabilità nella regione, il presidente russo Vladimir Putin ha inviato altri segnali inequivocabili all’alleanza anti-Siria. Secondo il sito web della TV semi-statale russa RT, Vladimir Putin ha detto che Mosca invierà forze russe per sostituire il battaglione austriaco che opera nell’ambito della Forza di osservatori delle Nazioni Unite (UNDOF) nel Golan siriano occupato, se l’ONU lo chiede alla Russia. RT avrebbe citato Putin: “A causa della complicata situazione nel Golan, possiamo sostituire le unità austriache che si ritireranno dalla zona con unità russe nel caso tutti i Paesi della regione concordino e il Segretario generale delle Nazioni Unite lo richieda“. RT riporta anche che Putin ha detto che il segretario generale dell’ONU Ban Kyi-moon ha chiesto alla Russia, durante la sua ultima visita nel Paese, di aumentare il volume delle sue forze nelle missioni di mantenimento della pace organizzate dalle Nazioni Unite. Martin Nesirky, il portavoce del segretario generale Ban Kyi-moon, tuttavia, ha espresso la sua gratitudine per l’offerta della Russia, ma ha sottolineato che l’accordo di disimpegno nel Golan non permette di accettare la proposta russa, in quanto l’accordo prevede che nessuno dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite possa schierare forze di pace nel Golan. Considerando che è estremamente probabile che i funzionari russi ne fossero ben consapevoli, la dichiarazione di Putin viene vista da molti analisti, compreso l’autore, come un avvertimento implicito da parte di uno scaltro statista che ha voluto ribadire che qualsiasi aggressione militare diretta contro la Siria sarebbe inutile e che la Russia, così come l’Iran, risponderanno con forza, e che la continuazione del sostegno dei ribelli attraverso il Golan, deve essere fermato.
Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha discusso del Golan con il Segretario generale delle Nazioni Unite nei preparativi per Ginevra 2. In un comunicato, il ministero degli Esteri russo ha detto che le due parti hanno discusso la situazione politica e militare in Siria, riguardo la situazione di crescente tensione nella zona di disimpegno nel Golan. La Russia ribadisce la necessità di una soluzione politica della Crisi in Siria mentre traccia una chiara linea. Mentre i vertici diplomatici russi sempre più affermano che il continuo sostegno agli insorti o l’intervento militare sono inaccettabili, e mentre l’alleanza anti-siriana sembra fare di tutto per minare la prevista conferenza di Ginevra 2, i diplomatici russi continuano ad impegnarsi a trovare una soluzione politica. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha sottolineato la necessità che tutti gli attori internazionali si sforzino ad avviare il processo politico in Siria. Nel corso di una conferenza stampa presso l’Organizzazione per la cooperazione islamica, Lavrov ha dichiarato: “Oggi abbiamo sottolineato ancora una volta che tutti gli attori internazionali devono lavorare per la soluzione pacifica della crisi e creare condizioni favorevoli per avviare il dialogo tra il governo siriano e l’opposizione“. Rispondendo alle domande dei giornalisti sulle dichiarazioni dei funzionari degli Stati Uniti circa la situazione ad al-Qusayr, Lavrov ha risposto: “Ci sono diversi punti, cosa più importante è che abbiamo avvertito dei gravi pericoli nell’internazionalizzare la crisi in Siria“. Lavrov ha sottolineato che: “Centinaia, forse migliaia di uomini armati che combattono l’esercito siriano sono di nazionalità di Paesi europei e regionali, motivo per cui vi è maggiore importanza nel porre fine alla crisi e creare le condizioni favorevoli per tenere la conferenza internazionale sulla Siria“. Lavrov ha aggiunto che ci sono informazioni su esperti e consiglieri stranieri che aiutano questi uomini armati, anche a Qusayr. Alla domanda circa la condanna occidentale e da altri Paesi delle operazioni dei militari siriani contro gli insorti a Qusayr, Lavrov ha dichiarato che tali dichiarazioni sono ipocrite e ha ribadito che: “Ogni ipocrisia riguardo il diritto internazionale umanitario per distorcere l’immagine reale di al-Qusayr è impossibile… In linea di principio, dobbiamo capire e decidere se vogliamo sostenere il processo politico, nel qual caso tutti devono lavorare per lanciare il dialogo… o vogliamo cambiare il regime“. Lavrov ha concluso le sue dichiarazioni ribadendo che “ogni continuazione del sostegno militare dell’opposizione non porterà a nulla ed è un vicolo cieco“. Anche l’inviato speciale del presidente russo per il Medio Oriente, il viceministro degli Esteri Mikhail Bogdanov, ha indicato l’aumentata assertività russa. Bogdanov ha dichiarato che non ci dovrebbe essere spazio per forze radicali che combattono sul territorio siriano  in qualsiasi accordo futuro sulla Siria. Bogdanov ha dichiarato ai media russi, anche a RT, che la Russia e gli Stati Uniti continuano gli incontri a tutti i livelli per la preparazione della conferenza di Ginevra 2, forse il 25 giugno, e che le armi chimiche erano parte delle discussioni in corso.
Il confronto russo-occidentale sulla Siria s’intensifica mentre i “ribelli” subiscono un sconfitta decisiva, e la Francia e il Regno Unito utilizzano una propaganda sempre più disperata per giustificare l’intervento militare o la continua sponsorizzazione del terrorismo. Un nuovo, instabile equilibrio strategico in Medio Oriente emerge. Finché non sarà assicurato, piccole scintille potrebbero innescare un disastro regionale di proporzioni storiche.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Turchia: un altro Egitto?

Andrej Areshev Strategic Culture Foundation 10.06.2013

turkey2013In molte occasioni il sistema politico di “tipo turco” è stato visto come un esempio da seguire per l’Egitto, dopo la “rivoluzione dei gelsomini”. La visita al Cairo nel 2011 del primo ministro Recep Tayyip Erdo?an, che è anche presidente del partito Giustizia e Sviluppo (AKP), cercò di apparire come qualcuno che avesse vinto senza combattere e un leader che era riuscito a riprendersi le terre perdute dall’impero ottomano, nel tentativo di farlo rivivere nelle nuove condizioni storiche. Aveva  elogiato fortemente le prestazioni del suo Paese, che ha davvero raggiunto le realizzazioni in politica estera ed economica negli anni 2000 di cui parlava. Ma le cose cambiano e il Medio Oriente è una regione instabile. Ora gli eventi in Turchia acquisiscono una maggiore somiglianza con ciò che è accaduto in Egitto, dove i manifestanti pacifici riempirono la piazza Tahrir di Cairo. Il presidente del Consiglio sembra avere alquanto sovrastimato le risorse e le capacità del Paese. La protesta locale suscitata dagli ambiziosi piani di costruzione nella zona di piazza Taksim, è divenuta  una serie di disordini di massa a livello nazionale con decine o persino centinaia (di migliaia) di manifestanti che occupano le strade. Le richieste di protezione ecologica si sono trasformate in slogan politici. La domanda chiave sono le dimissioni di Erdogan e del suo governo. La protesta continua a diffondersi coprendo nuove aree e interessi.
Scontri feroci tra manifestanti e polizia (non senza ragione alcune unità sono viste come le “guardie private” di Erdogan) hanno avuto luogo a Istanbul, Ankara e altri grandi centri provinciali (come Smirne e Konya), uffici del partito al governo sono stati distrutti. Anche i tifosi di squadre rivali si sono uniti contro la violenza della polizia. La Confederazione dei sindacati dei lavoratori pubblici della Turchia (KESK), si è unita alle proteste. Alcuni dicono che in caso di scioperi in tutto il Paese, la posizione del Padishah diventerebbe davvero traballante. Certo, la Turchia non era immune dalle crisi, in precedenza, ma le forze armate intervennero ogni volta che succedeva. Oggi sono state private di tali funzioni, il partito di governo ha effettivamente schiantato i militari, sradicando ogni tentativo di cospirazione, portando confusione e incertezza nei loro ranghi. (2) Come già in Egitto, il movimento di agitazione non ha prodotto nessun leader (o gruppo di dirigenti) e le reti sociali hanno un ruolo importante nel riunire oltre 8 milioni di persone. Più di due milioni di messaggi sugli eventi in Turchia sono stati inviati da utenti di Twitter in appena 24 ore.  Circa il 90% dei messaggi proveniva dal Paese, la metà dei quali da Istanbul. Circa l’88% dei massaggi erano in lingua turca, portando alla conclusione che i messaggi fossero indirizzati al pubblico interno. Vi sono altri segni che indicano che gli attivisti degli inaspettati disordini fossero perfettamente pronti per la guerra delle informazioni, mentre i poteri forti sembrano essere sulla difensiva e perdenti nei mass media e su internet (a differenza della polizia con i manifestanti, nelle strade e e nelle piazze). Secondo il Guardian, Erdogan ha accusato gli stranieri e ha attaccato Twitter dicendo: “Ora c’è una minaccia che si chiama Twitter. Il miglior esempio di menzogna può essere trovato qui. Per me, i social media sono la peggiore minaccia per la società”. Il ruolo dei media nel mondo moderno è ben noto, e quindi fare affermazioni simili è la via più breve per acquisire l’immagine di “oppressore” e di “dittatore”. Non c’è da stupirsi, non vi è di fatto supporto occidentale al Primo ministro: i media e i politici si scagliano contro la polizia turca, accusandola di essere troppo dura nel sedare i disordini. Per esempio, il segretario di Stato degli USA John Kerry ha espresso preoccupazione per le manifestazioni antigovernative in Turchia chiedendo moderazione. Questa affermazione è in linea con quella di Bruxelles, fatta nella stessa occasione.
Ovviamente non tutti i gruppi politici od organizzazioni informali, i cui attivisti occupano le strade di Istanbul, Ankara e di altre città, sono liberali e filo-occidentali. Tra i radicali partecipanti al movimento Occupy Taksim vi sono gli oppositori di Erdogan di tutto lo spettro politico, dagli ultra-nazionalisti, che lo disprezzano per l’avvio di un dialogo con i curdi, ai gruppi di sinistra che si oppongono alle sue politiche sociali ed economiche eccessivamente “pro-capitaliste”, così come al suo sostegno ai militanti antigovernativi siriani. (3) Nel caso in cui l’agitazione prosegua, le forze più incrollabili, che seguano piani d’azione coerenti e siano pronte ad adottare qualsiasi misura per raggiungere degli obiettivi rigorosamente definiti, saranno coloro che si avvantaggeranno. Evidentemente, la comprensione degli eventi di tale gravità e portata richiede di dare uno sguardo su tutte le cause interne ed esterne. La situazione potrebbe essere causata da tensioni emerse tra l’islamismo “morbido” (gradualmente diventando duro) di Erdogan e i sentimenti presenti nelle file della parte secolarizzata della società. Queste sono le stesse tensioni che, in un modo o nell’altro, furono una caratteristica specifica del califfato ottomano e della Repubblica Kemalista dal 1923. Non importa che il partito Giustizia e Sviluppo abbia vinto una serie di elezioni, l’occidentalizzazione è andata troppo in profondità nel tessuto della società turca. Anche in città tradizionalmente conservatrici come Konya, l’influenza occidentale ha messo radici abbastanza profonde. Erdogan difficilmente potrebbe sostituire il sistema giuridico laico con la legge islamica, ma insiste sulla priorità dei valori e dei simboli religiosi. Per esempio, la legge recentemente approvata che limita il consumo di alcol. Difendendo l’opportunità del provvedimento, Erdogan ha detto che ama il suo popolo e vuole proteggerlo dalle cattive abitudini. Ma molte persone non vogliono vivere sotto lo sguardo vigile di un padre premuroso. (4) Quindi, vi è una divisione civile, o anche, una spaccatura culturale e di civiltà che riflette i processi sociali, economici e politici vivaci e contraddittori in corso nel Paese. L’adesione alla NATO della Turchia e la sua presenza in Medio e Vicino Oriente non sono meno importanti nel mettere il Paese al centro dei recenti esperimenti geopolitici occidentali. Il ruolo distruttivo del Paese nella crisi siriana è evidente. Coloro che seguono da vicino le vicende hanno prestato attenzione sulle pressioni senza precedenti che gli Stati Uniti hanno esercitato sulla Turchia. Vorrei ricordare che Hosni Mubaraq, l’ex leader dell’Egitto, era anch’egli visto come un affidabile partner dagli statunitensi. Non molto tempo prima del rovesciamento aveva iniziato a mostrare un certo grado di indipendenza…
Parlando delle prossime previsioni, è del tutto possibile che Abdullah Gül, presidente della Turchia, adotti misure conciliative. Formalmente compagno di viaggio politico di Erdogan, mantiene una certa distanza dal corso incrollabile del premier e ha la reputazione di politico moderato. Uno dei possibili risultati potrebbe essere il sostegno da alcuni gruppi dell’élite politiche. L’esempio lampante è Fethullah Gülen, auto-esiliatosi nel 1998 in Pennsylvania, dove risiede. Gode di un forte sostegno in Turchia. Leader spirituale del movimento globale Hizmet, che comprende media, scuole e organizzazioni caritative (in gran parte finanziato da imprenditori dell’Anatolia), lo studioso musulmano ha una notevole influenza politica in Turchia, come riferisce l’Economist. (5) Molti (se non la maggior parte) di coloro che votano per il partito Giustizia e Sviluppo, sono sostenitori di Fethullah Gülen e della sua rete Hizmet, e non stupisce che il suo parere su una vasta serie di questioni (il dialogo emergente con i curdi, per esempio) abbia un’importanza fondamentale. (6) Il 31 maggio ha incontrato Ahmet Turk, leader del Partito della società democratica (DTP) pro-curdo, che era in visita negli Stati Uniti. (7) Prima che avesse luogo l’incontro tra lui e il viceprimo ministro Bulent Arinc. (8) Forse non si trattava soltanto della questione curda. Leggendo un sermone a metà maggio, Gülen fece una velata critica della vanità di Erdogan (9). Senza dubbio, rifletteva sullo stile di Erdogan. Anche alcuni giornalisti di Zaman, il quotidiano strettamente legato al suo movimento, hanno criticato l’atteggiamento arrogante del Primo ministro. (10) I seguaci di Gülen, che agivano da alleati del partito al governo (ma più amichevoli verso l’occidente), potrebbero prendere una posizione più precisa se le agitazioni continuano. D’altra parte, gli altri partiti e gruppi, compresi quelli più radicali, possono intensificare le loro attività.
Tutto ciò non sorprende. Vorrei ricordare il “duro lavoro per passare da una tirannia a una democrazia”, l’ondeggiante lungo sostegno alle dittature per rafforzare le democrazie, quale principio fondamentale della politica estera delineata solo pochi anni fa dal presidente Bush Jr., quando il suo mandato stava finendo. (11) Altri attori, che mantengono una sorta di rapporti di “competizione/cooperazione” con Washington, potrebbero perseguire i propri interessi. Già si sono alzate voci che definiscono la situazione in Turchia una “una svolta epocale” nella promozione di una più matura “democrazia turca”. E’ abbastanza evidente. La questione è che in termini concreti l’emergere di questo tipo di democrazia comporterà un’ulteriore frammentazione della società turca (prendendo in considerazione la sua storicamente complessa composizione etnica e il carattere piuttosto complicato dei rapporti con i confinanti), influenzandone i rapporti futuri con tutti gli Stati vicini.

Note:
(1) Main trade union backs Turkey’s anti-govt protests
(2) Inoltre, si sono diffuse voci a Istanbul, secondo cui i militari laici si sono rifiutati di rispondere alle richieste della polizia per avere una mano nel reprimere i disordini, mentre dei manifestanti sarebbero anche stati visti prendere maschere antigas negli ospedali militari. Dorsey J. Tahrir’s Lesson For Taksim: Police Brutality Unites Battle-Hardened Fans? – Analysis
(3) Dopo i tumulti dell’11 maggio di qualche migliaio di manifestanti per le strade di Reyhanli, esprimendo malcontento per l’azione del governo, il gabinetto di Erdogan ha cercato di darne la colpa alla Siria. In precedenza, nel 2012, Faruk Logoglu vicepresidente del Partito Repubblicano del Popolo all’opposizione, ha detto che gli eventi erano una diretta conseguenza della politica del governo in Siria. Difficilmente si può mettere in discussione la competenza dell’ex viceministro degli Esteri, un esperto diplomatico, coinvolto nella preparazione di molti eventi importanti (compresi quelli relativi alla Siria e al Medio Oriente in generale).
(4) Mustafa Akyol. How Not to Win Friends and Influence the Turkish People.
(5) The Gulenists fight back. A Muslim cleric in America wields surprising political power in Turkey
(6) Is Gulen Movement Against Peace With PKK?
(7) Ahmet Türk Fethullah Gülen’le gorustu iddiasi
(8) Bulent Arinç: Fethullah Gülen’le 3 saat gorustuk
(9) Tahrir’s lesson for Taksim: Police brutality unites battle-hardened fans
(10) As Turks Challenge Their Leader’s Power, He Tries to Expand It
(11) Vladimir Avtakov, esperto della Turchia, offre uno sguardo sulla storia della serie di ondate di disordini che negli Stati arabi hanno portando al potere le figure di leader “popolari” o “islamisti”, che in realtà erano strettamente dipendenti dagli Stati Uniti d’America. Turkey: Managed Chaos and Police Instead of Military.

La ripubblicazione è accolto in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia traccia la sua linea rossa sulle sabbie siriane

S-300, MiG-29 e MiG-31 alla Siria. La Russia traccia la sua linea rossa sulle sabbie siriane. Verso l’equilibrio strategico in Medio Oriente
Christof Lehmann (Nsnbc) 6 giugno 2013

Mikoyan-MiG-29M-Russian-Air-ForceIl recente impegno da parte della Russia di onorare un contratto con la Siria per la fornitura dei  sistemi di difesa aerea S-300, considerati tra i migliori, se non i migliori del mondo, viene seguita dalla richiesta siriana di ricevere aerei da combattimento MiG-29M/M2. Nel 2012 la NATO stanziava dei sistemi di difesa missilistica Patriot lungo i 900 km del confine siriano con la Turchia, e Arabia Saudita e Stati Uniti firmavano un accordo per un importante aggiornamento dell’aviazione saudita. La Russia traccia una linea rossa sulla sabbia siriana. Secondo il presidente russo Vladimir Putin, un intervento militare diretto contro la Siria sarebbe inutile. Il Medio Oriente si prepara al confronto. Nel corso di una conferenza stampa il giorno dell’apertura del vertice Russia-UE a Ekaterinburg, il 4 giugno, il presidente russo Vladimir Putin ha confermato ancora una volta che la Russia onorerà il suo contratto con la Siria fornendo i sistemi SAM S-300. Putin ha sottolineato la delusione della Russia per il mancato prolungamento dell’embargo dell’Unione europea sulle armi alla Siria, che consente ad ogni Stato membro dell’UE di decidere se armare i terroristi e i mercenari che destabilizzano la Siria dal 2011. Gli S-300 secondo Putin stabilizzeranno la regione. Putin ha sottolineato che gli S-300 sono tra i migliori, se non sono i migliori sistemi di difesa aerea che, così Putin, ogni esperto militare può confermare. Nella stessa occasione, il presidente russo ha indirizzato un malcelato avvertimento a NATO, Israele e Stati membri del CCG, quando ha dichiarato che qualsiasi tentativo d’intervento militare diretto contro la Siria sarebbe inutile.
Le forze armate siriane raccolgono sempre più successi nella lotta all’insurrezione. Dopo che la strategia militare è stata adattata alla guerra asimmetrica e alle tattiche contro-insurrezionali, tra cui le milizie popolari che difendono villaggi e città contro nuovi attacchi dei ribelli, dopo che l’esercito arabo siriano li ha eliminati assicurando la zona, gli insorti continuano a perdere terreno e iniziano ad utilizzare tattiche da guerra psicologica sempre più disperate, come armi chimiche e il cannibalismo sui cadaveri dei soldati siriani uccisi, con tanto di telecamere. Gli insorti mostrano segni di disperazione. Il coinvolgimento di Hezbollah a protezione del confine libanese con la Siria, rendendolo meno poroso all’infiltrazione di armi e combattenti, e l’impegno del governo iracheno nel fare lo stesso al confine siriano-iracheno, limitano i rifornimento agli insorti. I restanti fronti aperti sono limitati a Turchia, Giordania, Israele e alla regione curda del nord dell’Iraq. La rivolta popolare in Turchia è probabile che, per lo meno, si traduca in un’amministrazione Erdogan gravemente indebolita da dover essere costretta ad adeguare la sua politica verso la Siria. La Turchia potrebbe cessare di essere il fronte logistico primario degli insorti. La Russia ha anche tracciato una linea rossa nella sabbia o nelle acque siriane, quando ha deciso di ricreare la flotta mediterranea. Le prime implementazioni sono arrivate a Tartus che viene lentamente trasformata da porto ausiliario a base navale operativa. La mossa stabilizza la regione ad un certo livello e potrebbe contrastare la creazione di una base NATO a Cipro.
Nel 2012, l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti hanno approvato un accordo per un grande aggiornamento dell’aviazione saudita. Oltre a consegnare la versione più avanzata del jet da combattimento F-15, normalmente riservato ad un ristretto club di sole sei nazioni, gli F-15 più vecchi dell’arsenale saudita hanno ricevuto notevoli aggiornamenti. Dopo il completamento delle consegne, degli aggiornamenti e dell’addestramento l’Arabia Saudita avrà circa 300 jet da combattimento F-15, rendendo l’aviazione saudita paragonabile a quella d’Israele.
Dopo che la Russia aveva inizialmente sospeso il contratto russo-siriano per l’aggiornamento dell’aeronautica siriana, sembra che la Russia lo stia riconsiderando, in risposta alla mancanza di volontà occidentale nel risolvere pacificamente la controversia sulla Siria. In linea di principio, la guerra in Siria è causata dalla mancanza di convergenza sulle pretese energetiche e di sicurezza tra Qatar, Arabia Saudita, Israele, Stati Uniti e i due blocchi concorrenti nell’UE guidati rispettivamente da Francia e Regno Unito e da Germania e Repubblica Ceca, così come con le richieste di Iran e Russia. Il successo della conferenza Ginevra 2 consentirebbe di affrontare le questioni fondamentali. Le dichiarazioni di Vladimir Putin, secondo cui l’introduzione degli S300 crea stabilità, potrebbero essere seguite dall’instaurazione dell’equilibrio strategico anche tra le forze aeree regionali. E’ anche un segnale chiaro che la NATO e l’UE non possono contare sul fatto di poter risolvere i problemi di sicurezza e geopolitica energetiche con guerre illegali, senza dover prendere in considerazione la possibilità di dover pagare un prezzo che potrebbe essere alto.
Le autorità governative siriane hanno ripreso i contatti riguardanti l’attivazione del contratto russo -siriano per l’acquisizione dei caccia MiG-29M/M2 dopo la fine dell’embargo sulle armi dell’UE alla Siria. L’informazione è stata confermata dal costruttore aereo russo. Una delegazione siriana  recentemente era arrivata a Mosca per discuterne i dettagli e i tempi, ha dichiarato il capo del Mikojan Design Bureau Sergej Korotkov. Il contratto è stato inizialmente firmato nel 2007, ma lo scoppio dei disordini civili in Siria nel 2011 ha inizialmente spinto la Russia a sospendere l’accordo per fornire 24 aerei da combattimento MiG-29M e 5 intercettori MiG-31.
Trovare una soluzione pacifica della crisi in Siria diventa sempre più improbabile. Mentre l’opposizione sostenuta dall’estero, ovvero al-Qaida, crea un disastro di pubbliche relazioni dopo l’altro e non riesce a creare un coerente fronte politico, il dialogo nazionale tra i partiti, le organizzazioni di massa, le comunità etniche e religiose, le organizzazioni d’interesse speciale e il governo in Siria continuano a fare progressi. Una vittoria decisiva della rivolta contro l’esercito siriano diventa sempre più improbabile, e la continuazione da parte di Unione europea, Stati Uniti, Arabia Saudita e Qatar nel finanziare e armare i terroristi mercenari di Jabhat al-Nusrah, anche se potrà destabilizzare la Siria, non porterà ad una vittoria decisiva senza l’intervento militare diretto o il sostegno militare diretto alla sovversione. L’introduzione dei MiG-29 e dei MiG-31 russi, insieme all’introduzione dei SAM S-300 e di altra tecnologia missilistica russa, così come la maggiore presenza navale russa, regolerà l’equilibrio strategico tra l’asse occidentale e l’asse russo-iraniano- siriano. Non possono compensare l’enorme potenza di fuoco accumulata dalla NATO e dagli alleati della NATO nella regione, ma garantiranno che qualsiasi aggressione militare contro la Siria sarà più costosa di quanto i leader politici occidentali o arabi siano disposti a subire per sopravvivervi politicamente.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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