Un gigantesco centro di spionaggio negli Stati Uniti

Mondialisation, 6 maggio 2013

nsa ii parteNel deserto dello Utah, negli Stati Uniti, è in costruzione un gigantesco centro di spionaggio, in grado di raccogliere e valutare al livello mondiale e-mail, telefonate, richieste di ricerche su Google, rotte, acquisti di libri, curricula e dati dei personal computer. Amici dell’intelligence ci hanno inviato alcune notizie. I server occuperanno una superficie di 8000 metri quadrati. Su un altro piano, di 2750000 metri quadrati, saranno collocati gli archivi dati. La quantità di informazioni che potrà essere salvata è difficilmente immaginabile, poiché già oggi un terabyte di dati occupa un chip delle dimensioni di un’unghia. La quantità di dati che la National Security Agency (NSA) vuole raccogliere è enorme: l’ex capo di Google, Eric Schmidt, ritiene che tutta la conoscenza umana generata fino al 2003 misuri 5 exabyte. Secondo la società web Cisco, il traffico dati globale su Internet, tra il 2010 e il 2015, aumenterà di quattro volte fino a un volume di 9.766 exabyte. Un milione di exabyte corrisponde a un yottaotteto. Il Pentagono sta cercando di gestire la sua rete di comunicazione globale da yottabyte di dati per sfruttare in diretta?(!) immagini satellitari così come  dati provenienti dai sensori e dalle comunicazioni…
Allo stesso modo, la NSA memorizzerà ed elaborerà diversi yottaotteti di dati. Quindi è possibile salvare i dati costantemente pubblicati su Internet per diversi anni. Attraverso questo centro costruito per 2 miliardi di dollari, si potrà, a partire dall’autunno 2013, applicare l’idea del trattamento totale di tutte le informazioni, come era già stato previsto sotto il presidente George W. Bush. Un impiegato della NSA ha caratterizzato la situazione unendo l’indice e il pollice e dicendo: “Siamo ancora lontani dall’avere chiavi in mano uno Stato totalitario…
I dati sono raccolti dalla rete globale di monitoraggio della NSA (“aspiratore nello spazio“) e dalla capacità allargata del sistema di archiviazione. Per aumentare la capacità di calcolo, la NSA ha già deciso nel 2004 di avviare un nuovo progetto, il “Programma per i Sistemi di Calcolo ad Alta Produttività” (HPCS). Lo scopo è aumentare di migliaia di volte le prestazioni di calcolo. I nuovi computer, chiamati Patflop, saranno in grado di compiere un migliaio di miliardi di calcoli al secondo(!). Come già al tempo del segreto Progetto Manhattan, con cui venne sviluppata la bomba atomica, s’è scelto per il programma il nuovo supercomputer di Oak Ridge, dove si trova l’Oak Ridge National Laboratory Department of Energy. Il programma del supercomputer consisteva in una parte pubblica, che ha pubblicato i risultati della ricerca, e una segreta con cui la NSA ha sviluppato il proprio supercomputer. Nel 2009, i ricercatori del governo sono riusciti a svilupparne il più veloce del mondo, nominato XT-5, che al tempo aveva una capacità di calcolo di 1,75 petaflop.
Nel frattempo, ci hanno dato ulteriori dettagli sul potenziale del nuovo centro di calcolo e di spionaggio. E questo è orribile! Lo scopo del progetto definitivo (in 2-5 anni) è raccogliere quante più informazioni su ogni abitante del mondo! Premendo un tasto si ottiene il profilo completo del “soggetto cercato.” Il sistema produce in meno di un minuto fino a 500 pagine di informazioni, che contengono, secondo il profilo scelto, tutti i dati dalla nascita ad oggi. Tutte le pagelle della scuola, tutte le note degli insegnanti e dei datori di lavoro, tutti i viaggi fin dalla gioventù, ecc., saranno registrati. Una seconda pressione del pulsante permette di vedere tutti i rapporti finanziari e la lista di amici e conoscenti. Si avranno informazioni sulle contravvenzioni, le preferenze sul cibo e i vestiti. Inoltre, vi sarà il “profilo delle debolezze” che mostra tutte le preferenze nascoste e rivelate. Un “profilo sulla salute” che riassume tutto ciò che è stato notato da medici, ospedali, ecc.
E’ interessante il fatto che tutti questi dati siano già memorizzati e disponibili. Se vi è una richiesta da un ufficio amministrativo o dai servizi segreti, basta premere un pulsante per ottenere tutto. “Dalla nascita alla morte, nessun dettaglio viene perso“, ci assicura la nostra fonte, che ha già visto il primo computer e il suo impiego “in diretta”. Un programma particolarmente insidioso mostra le relazioni tra amici, conoscenti e i rapporti commerciali. Questi, tuttavia, possono essere osservati distintamente nel profilo. Un circolo infinito! Avendo la NSA già oggi un grande deposito di dati, che ha intercettato senza essere in grado di leggere, verrà impiegato sui vecchi dati. Un ex dipendente afferma che molti dati dei governi stranieri, codificati a 128 bit o meno, non sono stati finora decifrati. Più i computer andranno veloci, più saranno in grado di spezzare i codici. Il Grande Fratello davvero ti guarda, e i segreti saranno presto parte del passato.

Fonte originale: Vertraulicher Schweizer Brief n° 1351 del 03/02/13
Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Putin, Netanyahu, S-300 e SS-26

Dedefensa 8 maggio 2013

6bec2d627576f415be813643cc1d4917Come già detto più volte, il sito DEBKAfiles deve essere decifrato tra le sue analisi orientate, se non fabbricate, e le osservazioni fondate e informate che riecheggiano le vere preoccupazioni della comunità di sicurezza nazionale d’Israele. Si porrà la notizia del 7 maggio 2013 nella seconda categoria. E’ un testo molto severo sul comportamento e la “strategia” di Netanyahu durante la sequenza degli attacchi israeliani in Siria. Il testo si conclude con questa osservazione effettivamente molto grave, in cui si ritiene che il fine manovratore che presumibilmente sarebbe stato Netanyahu, si è ritrovato intrappolato nel viaggio in Cina (5-10 maggio), che ha deciso di effettuare durante la situazione di emergenza tra Israele e la Siria…
“…Chiaramente, il primo ministro Netanyahu avrebbe fatto meglio a rimandare la visita cinese invece di recarvisi mentre le esplosioni dell’aviazione israeliana si riverberano ancora a Damasco. Rimanendo avrebbe mostrato una più solida e stabile mano sul timone. E dopo il decollo, avrebbe fatto bene a non indugiare per due giorni a Shanghai. Questo ha dato al leader russo la possibilità di spiazzarlo e somministrargli un forte rimprovero assai pubblicizzato, piombando così sull’agenda dei prossimi colloqui di Netanyahu con i leader cinesi.” Si noti che questa valutazione molto negativa del comportamento di Netanyahu è condivisa da diversi analisti, e anche dai leader politici intervenuti pubblicamente. Il più interessante di questi interventi è quello di Erdogan, alleato d’Israele nella guerra contro la Siria di Assad, ma dalla forte antipatia per Netanyahu e con una sfiducia generale verso Israele, che fa di questa “alleanza” una circostanza assai debole, se non incredibile. Novosti del 7 maggio 2013, riporta la reazione di Erdogan: “‘L’attacco israeliano contro Damasco è totalmente inaccettabile e non può avere alcuna giustificazione. Per il regime illegittimo di Assad, questo attacco è un dono e un bene prezioso’, ha detto Erdogan al gruppo parlamentare del partito al governo Giustizia e Sviluppo (AKP). E spiega che Assad potrebbe sfruttare il raid aereo per distrarre l’opinione pubblica mondiale dal sanguinoso conflitto in Siria“.
Nella sua analisi, DEBKAfiles fa riferimento a una conversazione telefonica tra Putin e il primo ministro israeliano del 6 maggio 2013, mentre il secondo era a Shanghai. Le circostanze erano davvero assai sfavorevoli per Netanyahu isolato a Shanghai, impegnato in un tour commerciale, mentre Putin sembra abbia parlato di cose ben più gravi. Se il riferimento di cui sopra (Novosti) non è preciso, DEBKAfiles al contrario non è per nulla avaro, facendo riferimento alle proprie fonti che possono essere giudicate un relè semi-diretto dei leader della sicurezza nazionale israeliana… La sfiducia della comunità è ben nota, se non l’ostilità verso la leadership politica israeliana in generale, e in particolare verso Netanyahu.
Putin non ha detto come, ma ha annunciato di aver ordinato l’accelerazione delle forniture delle più  avanzate armi russe alla Siria. Fonti militari hanno rivelato a DEBKAfile che il leader russo si riferiva ai sistemi antiaerei S-300 e ai missili di superficie con capacità nucleare 9K720 Iskander (codice NATO SS-26 Stone), abbastanza precisi da colpire un bersaglio entro 5-7 metri di raggio a una distanza di 280 chilometri. Nella sua telefonata a Netanyahu, il leader russo non ha fatto mistero della sua determinazione a non permettere che Stati Uniti, Israele o qualsiasi altra forza regionale (ad esempio Turchia e Qatar) rovescino il Presidente Bashar Assad. Ha consigliato il primo ministro di tenere ciò in mente. Le nostre fonti aggiungono: Delle squadre della difesa aerea siriane sono già state addestrati in Russia sulla gestione delle batterie di intercettori S-300, che possono entrare in servizio non appena vengano sbarcati da uno dei voli arerei quotidiani dalla Russia alla Siria. Ufficiali della difesa aerea russa supervisioneranno il loro schieramento e la loro preparazione operativa. Mosca non reagisce solo alle operazioni aeree di Israele contro la Siria, ma anche in previsione dell’imminente decisione dell’amministrazione Obama di inviare le prime armi statunitensi ai ribelli siriani.”
I dettagli delle armi russi sono importanti. Riguardano due sistemi d’arma verso cui gli israeliani hanno dimostrato di avere una grande paura. Hanno già chiesto ai russi, al massimo livello (primo ministro) e a più riprese fin dal 2007, di non inviare S-300 e SS-26 agli iraniani e ai siriani. Abbiamo già trovato numerose indicazioni sulla possibilità che i russi consegnino gli SS-26 ai siriani (28 agosto 2008, 11 dicembre 2012 e 20 dicembre 2012). Gli S-300 non hanno molta importanza per la Siria, per ora, ma è proprio adesso il problema. Entrambi i casi sono teoricamente molto preoccupanti per Israele.
• L’SS-26 è un’arma offensiva dalla gittata sufficiente a minacciare in profondità Israele dai Paesi vicini. È molto precisa, molto difficile da rilevare ed estremamente difficile da intercettare. In termini di comunicazione e di simbolismo (ovviamente non parliamo dell’efficacia), vi è il fatto che l’SS-26 è un arma a doppia capacità (convenzionale e nucleare).
• L’S-300, a causa della sua gittata, elimina il vantaggio aereo essenziale dell’IAF, che interviene spesso contro la Siria in modalità “stand-off”, cioè da una posizione distante (spesso lo spazio aereo libanese) e sparando missili a lungo raggio, ma questo intervallo è più o meno equivalente appunto all’S-300. La vasta gittata dell’S-300 è una grave minaccia siriana all’aviazione militare israeliana.
Non discutiamo qui il fatto se ci siano state effettivamente delle consegne… L’annuncio di molte  consegne o di possibili consegne di queste armi, è di per sé una terribile arma della comunicazione. Ciò significa che la Russia, se lo era, non si ritiene più obbligata ad alcun passato accordo con Israele a non inviare tali armi, se non nel caso estremo in cui ci sarebbe stata una tale decisione. Legami o relazioni tra Israele e Russia in materia di sicurezza sono complesse e talvolta sorprendenti. La Russia può avere nei confronti d’Israele un approccio “comprensivo”. Al contrario, se gli eventi l’ordinano, la Russia può avere una politica molto rigorosa, e gli israeliani, che conoscono e rispettano i russi, sanno che la determinazione russa in questo caso è un fattore importante che non ha nulla a che fare con la procrastinazione e la politica gommosa degli Stati Uniti in questo settore. Tutto ciò dimostra indirettamente che in questa circostanza, come in altre, ma forse ancora di più in questo caso, la critica dei responsabili della sicurezza nazionale a Netanyahu è fondata, e ricorda del resto quel che abbiamo riportato nel testo del 7 maggio 2013, che riguardava direttamente Netanyahu: “Secondo i capi del Shin Bet: mentre era al comando, Yaakov Peri, ritiene di non aver ricevuto durante i sei anni del suo mandato, alcun ordine dai successivi governi. Vi è questa formula, i cui termini sono condivisi dai suoi colleghi: Israele ha vinto la maggior parte delle battaglie, ma senza vincere la guerra. ‘Non sapevamo da che parte andare’, dice Peri. ‘C’era sempre una visione tattica, ma mai strategica’.”
Se Putin in realtà ha detto a Netanyahu ciò che DEBKAfiles dice, o anche solo la metà di quello che DEBKAfiles dice, per Netanyahu la situazione è grave… Erdogan ha ragione quindi nel parlare di un “regalo”, che si può definire stupido, fatto da Netanyahu alla Siria. Il vero “dono” fatto alla Siria è avere aperto la strada alla Russia… Finora la Russia consegnava armi alla Siria seguendo un argomento che continuava ad indebolirsi, secondo cui adempiva ai vecchi contratti e/o consegnava principalmente attrezzature che non avevano alcun ruolo nella “guerra siriana”. Valido un anno fa, questo argomento è ormai vulnerabile e traballante a causa del prorogarsi e dell’approfondirsi del conflitto, mettendo la Russia in una posizione più vulnerabile nei confronti del suo “partner” del blocco BAO. Ma poi improvvisamente Israele crea la nuova dimensione dell’aggressione esterna alla sovranità della Siria, un argomento convincente che implica l’illegalità, la minaccia di un conflitto più ampio che costituirebbe un rischio terribile per la sicurezza della regione, ecc.; tutti argomenti molto forti a favore dell’atteggiamento russo nei negoziati come nella crisi in generale. Quindi, la Russia può dire che invia armi ad Assad al fine di proteggere la sovranità di un Paese, per contrastare l’espansione della guerra, per rispondere a un comportamento che può essere descritto non solo illegale, ma anche irresponsabile e catastrofico, tutto a spese d’Israele. La Russia è ancora una volta in una posizione di grande forza, sapendo discretamente di poter anche intervenire, rendendo un fatto se questo e quest’altro armamento avanzato venga consegnato e gestito da squadre russe.
Vediamo che S-300 e SS-26, consegnati o no, sono armi molto potenti innanzitutto sul piano della comunicazione. La loro evocazione, in una situazione in cui diventa accettabile, e anche quasi logico e indirettamente “legale” fornire tali sistemi, introducendo una terribile minaccia per Israele, non avendo mai nascosto la propria paura per tali armi. Israele perde quei vantaggi che tanto gli servivano ora: una posizione di pseudo-neutralità molto assertiva, supportata dalla minaccia aerea  contro cui nessuno, nella regione, avrebbe potuto fare molto. Dalla scorsa settimana e dalla chiamata di Putin a Netanyahu di ieri, questa percezione è andata in frantumi. Israele viene ora visto strategicamente molto vulnerabile, e questo per un vantaggio aleatorio e puramente tattico. La Siria ha ricevuto un dono regale, la Russia è più che mai padrona del gioco. SS-26 o no, S-300 o no, vi è la possibilità che queste cose inquietanti vengano effettivamente introdotte in Siria…

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Guerra in Oriente: come Khalkhin-Gol ha cambiato il corso della seconda guerra mondiale

Rakesh Krishnan Simha Indrus 7 maggio 2013

Nel 1939 un generale sconosciuto di nome Georgij Zhukov, sconfisse il Giappone nella battaglia di Khalkhin-Gol nelle steppe della Mongolia, spostando la traiettoria dell’espansionismo giapponese verso Pearl Harbour e le colonie asiatiche dell’Europa.

soldat_0Le ragioni delle spettacolari vittorie sovietiche in Europa durante la seconda guerra mondiale, possono essere ricondotte a una poco nota, ma significativa, battaglia che ebbe luogo in Asia ben due anni prima che Adolf Hitler invadesse l’Unione Sovietica. Nell’agosto del 1939, poche settimane prima che Hitler e Stalin invadessero la Polonia, l’Unione Sovietica e il Giappone combatterono una massiccia battaglia tra carri armati a Khalkhin-Gol, al confine con la Mongolia. Fu la più grande battaglia di carri armati nel mondo fino a quel momento. Khalkhin-Gol cambiò radicalmente il corso della seconda guerra mondiale, e quindi la Storia. Ossessionati dalla schiacciante sconfitta, i giapponesi strapparono i loro piani per annettersi l’Estremo Oriente russo e la Siberia. Invece decisero che sarebbe stato più facile espandersi verso il Pacifico e il Sud-Est asiatico. Il risultato: Pearl Harbor e l’invasione giapponese delle colonie asiatiche dell’Europa.

Offensive e contrattacchi
Se si avesse l’opportunità di viaggiare indietro nel tempo, si cerchi di evitare la Russia nel 1917.  Alcune cose davvero terribili stavano succedendo lì: la caduta dello zar, la rivoluzione bolscevica e una guerra civile intercontinentale. Tutto questo nel bel mezzo di una guerra mondiale durante la quale l’esercito tedesco arrivò a 500 km da St. Pietroburgo. (Sì, questo era prima che riapparissero nei paraggi durante la seconda guerra mondiale). Vedendo il vicino gigante in difficoltà, i giapponesi occuparono le sue province dell’Estremo Oriente e parti della Siberia nel 1918. Tuttavia, l’avventurismo giapponese non durò a lungo. Nel 1922, i comunisti poterono concentrare le loro forze e costrinsero Tokyo a ritirarsi da quei territori. Ma nel 1931 il Giappone ritornò occupando la Manciuria dove creò lo Stato fantoccio del Manchukuo. Ciò era abbastanza allarmante dal punto di vista dei russi, perché la Transiberiana, il loro unico legame con l’Estremo Oriente russo, adesso era  alla portata del territorio occupato dai giapponesi. Un altro temibile fattore fu il patto anti-comunista firmato nel 1936 tra la Germania e il Giappone, e successivamente raggiunto da altri Paesi, tra cui Italia, Spagna, Turchia, Croazia, Ungheria e Finlandia.

Motivazioni e paure del Giappone
GV8UG2aTTupiNDOYTZNOZHaV20kI giapponesi avevano validi motivi per espandersi in Asia. Uno, si era ancora nell’età degli imperi. Se i nazisti parlavano di Lebensraum (spazio vitale in più per i tedeschi dagli occhi azzurri) a occidente, dall’altra parte del globo il Giappone spacciava la sua Grande Asia Orientale-Sfera di coprosperità, un eufemismo per la propria versione di Lebensraum. Il secondo fattore furono le risorse naturali, tra cui il petrolio. L’Estremo Oriente della Russia, per esempio, essendo sotto-abitato, sotto-difeso e sovrabbondante di risorse, era semplicemente troppo allettante.
Essendo potenze sul Pacifico, Russia e Giappone erano rivali da decenni. Nella guerra russo-giapponese del 1905, il Giappone aveva affondato l’intera flotta russa che aveva imprudentemente circumnavigato il mondo dal Mar Baltico. Il Giappone aveva anche occupato Vladivostok durante la guerra civile russa. Ma dal 1930 la Russia risorse. Lo Stato Maggiore Generale Imperiale di Tokyo era particolarmente preoccupato per la minaccia dei sommergibili sovietici alle rotte giapponesi, e per la possibilità che i bombardieri sovietici di Vladivostok potessero colpire l’entroterra giapponese.
Il Giappone aveva due opzioni strategiche. Il Gruppo dei generali per l’Attacco a Nord dell’esercito giapponese voleva occupare la Siberia fino al Lago Bajkal, per via delle sue risorse. Il Gruppo per l’Attacco al Sud, sostenuto dalla Marina giapponese, cercava le ricche terre del sud-est asiatico, che erano sotto il dominio traballante di potenze europee come Gran Bretagna, Paesi Bassi e Francia.

Colpire in Cina e in Mongolia
Il Gruppo per l’Attacco a Nord prevalse. Nel 1937, i giapponesi, convinti che le purghe di Stalin del 1935-1937 avessero paralizzato il corpo degli ufficiali sovietici, entrarono in Cina. Il Paese era nel bel mezzo di una guerra civile e non avrebbe potuto reagire. L’invasione occupò rapidamente Shanghai e Nanchino, dove furono uccisi milioni di civili cinesi. I russi, temendo l’accerchiamento da parte del Giappone e della Germania, agirono rapidamente. Conclusero un trattato con la Cina, fornendo aiuti finanziari e militari; 450 piloti e tecnici e 225 aerei da guerra furono inviati in Cina nel 1937. Ma la vera posta in gioco venne puntata sulle steppe mongole. Nei mesi di luglio e agosto 1938, il Giappone e l’URSS si scontrarono ripetutamente al confine tra  Mongolia (alleato dei sovietici) e Manciuria. Dopo aspre battaglie aero-terrestri, i giapponesi infine decisero per lo scontro totale. Scelsero la zona remota del Khalkhin-Gol, il fiume tra la Mongolia e la Manciuria. Nel maggio 1939 i giapponesi occuparono la zona intorno al villaggio di Nomonhan, sperando di sfidare la Russia. L’esercito giapponese era fiducioso che la propria forza d’attacco avrebbe colpito il nemico “come la mannaia del macellaio smembra un pollo“.
Il comando delle forze sovietiche fu affidato a un generale relativamente sconosciuto, che era sfuggito alle sanguinose purghe di Stalin per puro caso. Questi era il 42enne Comandante di Corpo Georgij Zhukov. A metà agosto, Zhukov aveva raccolto 50.000 soldati, 216 pezzi di artiglieria e 498 veicoli blindati tra cui carri armati. Il supporto aereo era fornito da 581 velivoli. Alle 05:00 del 20 agosto 1939, Zhukov colpì. Iniziarono 200 bombardieri sovietici che martellarono le posizioni giapponesi. Quando i bombardieri si ritirarono, un massiccio sbarramento di artiglieria iniziò, durando quasi tre ore. Nel frattempo, gli aerei tornarono per un secondo bombardamento. Infine, Zhukov ordinò all’artiglieria un tiro di sbarramento di 15 minuti sui concentramenti delle truppe giapponesi. “I giapponesi erano rannicchiati nelle loro trincee sotto il bombardamento più pesante a cui qualsiasi unità giapponesi era mai stata sottoposta“, scrive Stuart D. Goldman in Nomonhan 1939: la vittoria dell’Armata Rossa che decise la seconda guerra mondiale. “L’artiglieria sparava 2-3 colpi al secondo. Terra e cielo pulsavano.”
Con la propria artiglieria eliminata, i giapponesi erano indifesi contro i carri armati dotati di lanciafiamme, che un ufficiale giapponese descrisse “sputare dardi rossi come lingue di serpenti“.  Un comandante d’artiglieria giapponese descrisse il bombardamento, riverberante come “i gong dell’inferno“. L’effetto, fisicamente e psicologicamente, fu sconvolgente. L’epilogo si ebbe quando i soldati giapponesi, traumatizzati, erano così a corto di acqua che per disperazione bevettero il liquido dei radiatori dei loro veicoli, immobilizzandoli. Ciò che seguì fu un assalto combinato. La fanteria sovietica attaccò il centro giapponese e i corazzati circondarono i fianchi giapponesi.  Nell’11.mo giorno della battaglia, la forza giapponese era decimata e circondata. Poche unità giapponesi riuscirono a rompere l’accerchiamento, ma coloro che rimasero furono finiti dagli attacchi aerei e dall’artiglieria. Il 16 settembre la guerra non dichiarata venne dichiarata finita.

Cambiare il corso della storia
Georgi-ZhukovKhalkhin-Gol ebbe due importanti risultati. Uno, assicurò le retrovie della Russia. I militaristi imperialisti del Giappone si resero conto di aver gravemente sottovalutato i sovietici. Non avrebbero mai più minacciato l’URSS. Ed infatti quando la Germania attaccò, i giapponesi, nonostante la tentazione e la pressione di Hitler, ne rimasero alla larga. Zhukov assicurò che la Germania e il Giappone non avessero mai la possibilità di collegare le loro aree conquistate attraverso la Russia. I militari sovietici, oberati, furono in grado di concentrare le proprie forze su un solo fronte. Poterono muovere 15 divisioni di fanteria, tre divisioni di cavalleria, 1.700 carri armati e 1.500 aerei dall’Estremo Oriente al fronte europeo. Questi rinforzi trasformarono l’andamento nella battaglia di Mosca nel 1941 (Ma non è vero! NdT). La battaglia catapultò Zhukov ai vertici militari sovietici. Molti dei suoi compagni di trincea a Khalkhin-Gol, in seguito, divennero importanti comandanti in tempo di guerra. S. I. Bogdanov, Capo di Stato Maggiore di Zhukov, continuò a comandare la Seconda Armata corazzata della Guardia, una delle formazioni meccanizzate d’élite che giocarono un ruolo importante nella sconfitta della Germania. Khalkhin-Gol dimostrò la fattibilità delle tattiche militari sovietiche. Un anno dopo aver contrattaccato respingendo i tedeschi da Mosca, Zhukov pianificò ed eseguì la sua offensiva nella battaglia di Stalingrado, utilizzando una tecnica simile a Khalkhin-Gol. In questa battaglia, le forze sovietiche mantennero il nemico al centro, costruendo una forza massiccia nelle zone inosservate, e lanciò un attacco a tenaglia intrappolando i tedeschi.
In secondo luogo, i pianificatori della guerra giapponesi cominciarono a guardare ai possedimenti coloniali inglesi, francesi e olandesi nel sud-est asiatico, che offrivano maggiori prospettive di espansione. Mentre gli eserciti europei venivano sonoramente battuti dalla Germania, il Gruppo per l’Attacco a Sud discese spazzando e occupando le loro colonie uno a uno, con la più spettacolare vittoria avutasi nella battaglia di Singapore, dove sconfissero 135.000 truppe inglesi. L’umiliazione degli ufficiali e dei soldati inglesi di fronte ai popoli asiatici assoggettati, giocò un ruolo enorme nel porre fine al colonialismo in Asia. La marcia d’inversione del Giappone, inoltre, lo gettò a capofitto nella guerra contro gli Stati Uniti, con il susseguente brillante, anche se in definitiva controproducente, attacco a Pearl Harbor del 7 dicembre 1941.
Il resto, come si dice, è storia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Ed ecco l’islamo-sionismo in tutto il suo splendore

Karim Zmerli Tunisie-Secret 6 maggio 2013

396972L’ultima aggressione israeliana contro la Siria, se necessario, conferma l’alleanza tattica e strategica tra islamisti e sionisti, tra Arabia Saudita, Qatar e Turchia, da una parte e Israele, Stati Uniti d’America ed Europa dall’altra. Un’alleanza assai vecchia, nonostante le apparenze e la propaganda islamista. Coloro che ancora non capiscono la “primavera araba” e la “rivoluzione dei gelsomini” si diano una svegliata.
Contro ogni previsione e per il dispiacere degli pseudo-rivoluzionari, la Siria non è caduta come la Tunisia, la Libia, l’Egitto e, in misura minore, Yemen e Marocco. Peggio per i soldati della NATO e i mercenari dell’imperialismo che si pretendono rivoluzionari, l’esercito arabo siriano negli ultimi sei mesi ha decapitato coloro che si definiscono ELS, cioè la Fratellanza musulmana siriana, la barbarica al-Qaida e gli islamo-terroristi stranieri (ceceni, tunisini, libici, sauditi, taliban, australiani, francesi, belgi, inglesi…) che hanno risposto alla Jihad invocata da Qaradawi, Rashid Ghannouchi e John McCain! L’eliminazione della mafia islamista s’è accelerata negli ultimi due mesi, nonostante il sostegno politico, mediatico, diplomatico, finanziario e militare degli “amici” degli arabi e dei  “difensori” della democrazia.
Notando questo triste fallimento, davanti a un esercito patriottico e a una popolazione che non vuole la “primavera araba”, Israele ha abbandonato la sua “neutralità” nel disperato tentativo di salvare la sua quinta colonna in Siria. Neutralità solo relativa, poiché dall’avvio su Internet della campagna The Syrian Revolution, nel febbraio 2011, operazione in cui i cyber-collaborazionisti tunisini  hanno avuto un ruolo centrale, i servizi israeliani erano già coinvolti. In pieno coordinamento con l’emirato wahhabita del Qatar, che un filosofo tunisino ha chiamato Qatraele, e del governo islamista turco, Israele ha supportato militarmente e logisticamente i “ribelli”. Oltre alla distruzione della Siria, che gli si oppone da mezzo secolo, l’interesse di Israele è ovvio: la vendetta su Hezbollah che gli ha inflitto un’umiliante sconfitta nel 2006, e spezzare l’asse Teheran-Damasco-Beirut per isolare l’Iran fino ad attaccarlo con i suoi nuovi alleati sunniti.
Contrariamente alla disinformazione della maggioranza dei media occidentali, secondo cui aerei da guerra israeliani hanno bombardato “depositi di missili Fateh-110 trasportati dall’Iran per Hezbollah“, gli attacchi del 4 e 5 maggio erano volti a salvare gli islamo-terroristi e ad allentare la presa sui mercenari dell’imperialismo e del sionismo nella regione di Ghouta, un sobborgo di Damasco. Questa aggressione, salutata dagli “Allah Akbar” della milizia islamo-terrorista, prendeva di mira anche il centro di ricerca militare di Jamraya, a nord di Damasco, che era già stato attaccato a fine gennaio dagli aerei da guerra israeliani. Inoltre, è stata presa di mira una caserma. Secondo RussiaToday, queste incursioni avrebbero causato centinaia di morti (in realtà ‘solo’ quattro. NdT). Dei venti velivoli che hanno condotto il raid, due sono stati colpiti dalla difesa aerea e un terzo è stato abbattuto. Entrambi i piloti, Samuel Azar ed Eysson Gary, sono stati catturati.
Mentre la Lega Araba, che dalla “rivoluzione dei gelsomini” è diventata preda dello sceicco  Hamad, ha solo lanciato un vago appello al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, e la presidenza egiziana vede in questa “aggressione”, “una violazione dei principi e del diritto internazionale, che (…) minacciano la sicurezza e la stabilità della regione“, come era perfettamente prevedibile, l’usurpatore del governo tunisino, proposto da John McCain e Joe Lieberman, riveduto e corretto dallo sceicco Hamad e dalla sceicca Moza, non ha per nulla risposto a questa aggressione contro la Siria. Normale per un governo venduto e vassallo, il primo a rompere le relazioni diplomatiche con la Siria, mentre la Tunisia ospitava il primo congresso dei traditori e mercenari siriani.
Il silenzio del governo dei vassalli tunisini è così insopportabile che anche il serissimo sito Kapitalis ha dovuto reagire in modo insolito: “Né Moncef Marzuqi, primo responsabile della diplomazia tunisina, né Ali Larayedh, da cui dipende il ministero degli Esteri, né ancora il ministro responsabile di questo reparto, il cosiddetto diplomatico Othman Jarandi, si sono sentiti in obbligo di pubblicare una dichiarazione, anche concisa, di condanna, accennata e pro forma, dell’attacco dell’aviazione militare israeliana contro il Centro di Ricerca Scientifica Jamraya a Damasco, nella notte tra sabato e domenica… Marzuqi e Larayedh attendono istruzioni dall’emiro del Qatar e dal suo ministro degli esteri, per sapere che posizione prendere?” Ci rassicurano i nostri colleghi di Kapitalis, secondo cui  il governo usurpatore e venduto di Tunisi, alla fine rilascerà una dichiarazione che condanna l’aggressione israeliana, come del resto l’emirato del Qatar, per anestetizzare la piazza araba.  Mentre il governo degli Stati Uniti ha già giustificato l’aggressione israeliana nella sua solita formula: “Israele ha il diritto di difendersi dagli Stati che minacciano la sua sicurezza“!
Dalla “rivoluzione dei gelsomini”, che ha annunciato la “primavera araba”, gli israeliani avevano scelto il loro campo, i “democratici” contro la “dittatura”, i “diritti umani” contro la “tirannia”. In modo che le persone non capiscano niente, la propaganda cristiano-sionista ha convinto il pubblico arabo che Ben Ali, Mubaraq e Gheddafi fossero “agenti dell’America” e del “Mossad”, attribuendo il proprio tradimento e il proprio servilismo imperialista-sionista ai loro avversari politici. Con l’aiuto dei cyber-collaborazionisti, era stato detto che Ben Ali e Mubaraq avevano sparato sui manifestanti con proiettili dell’esercito israeliano, che ufficiali dell’esercito israeliano assistevano e consigliavano l’esercito di Gheddafi contro i mercenari di Bengasi…
Dalla “rivoluzione dei gelsomini” nel gennaio 2011, tutto era chiaro, tuttavia, per coloro che hanno una minima esperienza politica e conoscenza della geopolitica. Le cose diventano ancora più chiare quando il numero tre di al-Qaida, Abdelhakim Belhadj, e il numero uno del sionismo francese, Bernard-Henri Levy, erano mano nella mano nella distruzione della Libia. La stessa coppia incestuosa ha continuato la sua macabra crociata contro la Siria, sperando di finire lo sporco lavoro il più rapidamente possibile, per poi dedicarsi all’Algeria. Ma la Siria, governanti e governati, resiste. Ed è a causa della resistenza di questa grande Nazione che subito Israele è passato dal soft power alla forza bruta… svelando l’alleanza islamico-sionista.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il gioco del Qatar in Tunisia

Kapsa* Tunisie-Secret 1 maggio 2013

1763790_3_0413_rached-ghannouchi-chef-du-parti-islamiste_aa544e25556e509700f6ff417c7555f7Il riconoscimento tardivo dell’intellighenzia tunisina, in questo articolo di Kapsa, pseudonimo di un accademico franco-tunisino, esprime una malinconia che la dice lunga sulla disillusione nella società tunisina. Siamo lontani dall’euforia rivoluzionaria che la Tunisia ha vissuto due anni fa. L’articolo qui sotto è stato pubblicato l’1 maggio 2013, su Politique-Actu.com.

Due anni dopo lo scoppio di quella che è comunemente chiamata la “primavera araba”, cominciamo a capire meglio i pro e i contro di questa cosiddetta rivoluzione araba, che ha instaurato l’oscurantismo islamico e, soprattutto, degli incompetenti come Ghannouchi in Tunisia e Morsi in Egitto, con l’approvazione degli Stati Uniti e il finanziamento saudita-qatariota. Da quei giorni tristi si assiste alla messa in discussione delle conquiste, pagate a caro prezzo dalla Tunisia, un piccolo Paese con scarsi mezzi finanziari ma grandi capacità umane, alla sistematica distruzione delle basi storiche di questo Paese che ha sempre conosciuto e praticato l’Islam ampiamente contestualizzato e quindi aperto e tollerante. Da allora, è stato sostituito un regime certamente non democratico, ma moderno e laico, con i nuovi despoti attuali, dei piccoli “barboncini” ben addomesticati pronti a servire gli interessi stranieri, a cui sono in gran parte asserviti. Qualcuno potrebbe rispondere dicendo che questo è un complotto di gente al soldo del vecchio regime. La verità è che le persone, presumibilmente liberate, rimpiangono amaramente il passato regime, alcune arrivando a chiederne il ritorno oggi, rifiutando in blocco al-Nahda e il suo dilettantismo politico, accoppiato all’incompetenza permanente.
Quali sono le ragioni occulte di questi principi del deserto, afflitti dallo scherno e dall’ignoranza delle qualità del popolo tunisino, che ha cominciato a organizzarsi contro il complotto islamo-capitalista di cui la Tunisia è ostaggio? In effetti, tutto è partito dagli attacchi terroristici contro gli Stati Uniti e dalla conseguente invasione dell’Afghanistan, poi gli statunitensi hanno cambiato strategia nell’affrontare le diverse correnti islamiche, mutando la posizione assunta fin lì, che considerava gli islamisti un pericolo e dei nemici da combattere. Il rovesciamento di valori e il cambiamento fondamentale nella strategia politica degli Stati Uniti, utilizzerà gli islamisti pentiti e cosiddetti moderati come nuovi guardiani degli interessi statunitensi nel mondo arabo. Lo strumento di questa nuova alleanza USA-islamista, lungi dall’essere un’alleanza contro natura, è stata la riproposizione del solito ritornello, in questo tipo di situazione, della costruzione della democrazia e dei diritti umani in questi Paesi, dove è vero che sono da lungo negate, ma con la cauzione e il sostegno degli USA stessi e dei loro “pupazzi” dell’Europa e dei Paesi arabi del Golfo. L’installazione di queste nuove dittature oscurantiste e reazionarie, obbedisce a determinate condizioni imposte dagli Stati Uniti:
1) accettare il controllo degli Stati Uniti sulle risorse energetiche, tra cui il petrolio del mondo arabo;
2) imporre lo Stato d’Israele come unica potenza regionale a spese dei legittimi diritti storici dei martiri palestinesi;
3) fermare definitivamente tutti gli attacchi e le attività terroristiche contro gli Stati Uniti ed i suoi interessi nel mondo;
Ma tutti sanno che i diritti umani sono l’ultima preoccupazione, o meglio l’ultimo “avatar”, secondo il genetista Axel Kahn, della missione civilizzatrice delle ex potenze coloniali e neo-coloniali di oggi. Per provarlo, basta controllare un libro di riferimento su tale diabolico piano degli Stati Uniti, scritto da Robert Dreyfus e dal suggestivo titolo “Devil’s Game. How the United States Helped Unleash Fundamentalist Islam“, pubblicato nel novembre 2005. Questi Paesi liberati affrontano oggi la crescente influenza del wahhabismo, considerato una forma estrema di Islam politico, manipolato dagli Stati Uniti, come l’autore fa notare in modo eccellente. Questo piano venne semplicemente accelerato dal presidente democratico Obama, quando salì al potere negli Stati Uniti. Va ricordato che il presidente Obama aveva un padre keniota musulmano, ed è cresciuto in un ambiente musulmano con un patrigno musulmano indonesiano, conosce bene questo tipo di Islam, piuttosto chiuso e rivolto al comunitarismo e all’isolazionismo, che contrasta con l’Islam maggioritario della nazione arabo-musulmana e in particolare nel Maghreb; parlo di un Islam ampiamente contestualizzato, tollerante, aperto al suo ambiente regionale e internazionale, come nel caso della Tunisia.
Va detto che all’arrivo di Obama alla Casa Bianca, gli islamisti non potevano sperare in un alleato migliore per iniziare finalmente la loro tanto attesa conquista del potere nel mondo arabo, dopo tanti anni di emarginazione e di repressione. Gli islamisti, però, sbagliano e quasi commettono un peccato imperdonabile facendosi tentare da una potenza straniera generalmente islamofoba che cerca solo di assicurare e perpetuare i propri interessi e quelli dei suoi alleati. In breve, questa nuova generazione di dittatori al servizio degli stranieri non si è ancora resa conto di quanto gli Stati Uniti saranno nemici della democrazia e della libertà dei popoli, quando i loro interessi vitali ne saranno toccati. Credo con convinzione alla strategia degli Stati Uniti per indebolire l’Islam e i musulmani con l’unico vero veleno che hanno trovato finora, gli islamisti, e che sembra avere effetto. E’ attraverso questa strategia diabolica e machiavellica che la leadership degli Stati Uniti s’inserisce nel mondo arabo, dopo l’assai controversa “primavera araba”. In altre parole, gli Stati Uniti di Obama sono passati da una certa ostilità per le correnti e le varie organizzazioni islamiche nel mondo, gran parte delle quali incluse nella lista completa dei movimenti terroristici, a quasi alleato strategico dei Fratelli musulmani e dei loro accoliti tunisini. E’ il piccolo Stato del Qatar responsabile dell’attuazione di questa strategia pericolosa, che porta in sé i semi di gravi conseguenze destabilizzanti per i vari Paesi, già alle prese con delle gravi sfide socio-economiche.
È il caso della Tunisia di oggi, dal momento che è il primo Paese ad aver vissuto questo grande inganno chiamato “primavera tunisina”, che non è altro che una grande truffa resa possibile dalla collusione di interessi che vanno ben oltre il popolo tunisino, che fino a ieri non vedeva, ma su cui oggi apre gli occhi, cominciando a chiamare le cose con il loro nome, e cioè che affronta una cospirazione imperialista-islamista, di cui inizia a coglierne i veri pericoli. Come spiegare altrimenti il sostegno quasi spontaneo delle principali monarchie del Golfo alla presunta rivolta tunisina? O anche come spiegare il sostegno finanziario e militare fornito dal Qatar e dall’Arabia Saudita ai cosiddetti combattenti per la libertà in Siria, che mettono in pericolo la stabilità del Paese e della regione nel complesso, vincolandola agli Stati Uniti e all’Europa in nome dei diritti umani e della democrazia? Chi sarà il prossimo Paese? Certamente l’Iran, il Libano e l’Algeria per poi finire il lavoro definendo un califfato che annetta tutti i Paesi così liberati.
Il coinvolgimento di Doha nella politica interna tunisina è totale fin dalla cacciata dell’ex presidente Ben Ali, con tutto il suo peso finanziario usato per far a vincere le prime elezioni tunisine ad al-Nahda, non così trasparenti come vogliono far credere, visto che tale Paese ha firmato assegni per circa 300 milioni per il partito islamista al-Nahda, per consentirgli di raccogliere il massimo dei voti e vincere le elezioni. Questa è solo la parte visibile di un iceberg; accordi segreti sono stati firmati con gli islamisti tunisini su una sorta di cassa di guerra per governare la Tunisia da Doha, con effetti su tutti gli Stati coinvolti in questa primavera araba.

Siria, uno Stato attaccato da mercenari…
Il colmo è che la Tunisia è diventata una retroguardia della Jihad islamica, da cui decine di giovani disoccupati, indottrinati, addestrati, vanno a combattere in Siria per conto della grande jihad, con la promessa di ricevere una notevole somma di denaro. Questi giovani non tornano, perché coloro che cadono vengono cremati sul posto, non lasciando alcuna prova della presenza di mercenari jihadisti. Dopo un periodo di indottrinamento questi giovani vanno al confine con la Turchia, dove finiscono in un conflitto di cui non capiscono assolutamente nulla, se non che sono lì a lottare per il trionfo dello stendardo dell’Islam. In realtà, questo piccolo regno del deserto non vuole perdere la faccia e non si fermerà davanti a niente per far cadere il regime di Bashar al-Assad, consapevole del fatto che oramai assai coinvolto in questa cosiddetta primavera araba. Doha non ha altra scelta che adempiere a questa strategia machiavellica musulmano-americanista. L’assai rimpianto Shuqri Bel Aid non si ingannava quando parlò di complotto israelo-statunitense, anche alla vigilia della sua morte, per dominare il mondo arabo-musulmano mettendo alla sua testa governi islamici incompetenti, dei dilettanti della politica.

Appello al popolo e al governo algerini…
La Tunisia è ormai ostaggio del Qatar, quindi penso che sarà difficile sfuggire al complotto, mentre l’islamista al-Nahda rimane al potere. Al-Nahda rende conto al Qatar, dal momento che questo movimento deve la sua vittoria agli aiuti finanziari versati da Doha, permettendogli di acquistare voti. Questo è il motivo per cui esorto i nostri amici algerini, prossimo obiettivo di questa grande manipolazione, d’investire in Tunisia per far fallire questo piano, in gioco vi sono il futuro e la sicurezza dell’Algeria. Infatti, l’Algeria dispone di oltre 250 miliardi di dollari, con cui gli sarebbe possibile salvare la Tunisia e se stessa dal complotto. Investendo solo 3 miliardi di dollari per ricostruire la Tunisia, tra cui la costruzione della strada che colleghi il nord e il sud a lungo emarginato, e che continua ad esserlo oggi a due anni dalla rivolta tunisina. L’Algeria può essere il miglior baluardo contro lo strisciante wahbabismo che minaccia la stabilità del nostro caro Maghreb e del mondo arabo. La prova più evidente è la decisione del Qatar di concedere un prestito alla Tunisia di 5 miliardi all’enorme tasso d’interesse del 3,5%, il più alto dei mercati finanziari internazionali, più di quello che il FMI può offrire, mentre il Giappone ha offerto la stessa cifra per un misero 0,5%.

Qatar, Stato terrorista?
Non è più un tabù dire che questo piccolo emirato è fortemente coinvolto nel finanziamento del terrorismo islamico, oggi, in Siria e Mali. Questa verità non rischia oggi di essere scoperta sulla stampa tunisina agli ordini dei principi zelanti del Qatar; è l’articolo di un giornale algerino The New Republic, che evidenzia chiaramente il ruolo detestabile di questo Paese su tutti i fronti. E’ stato pubblicato il 28 gennaio 2013, riprendendo un articolo pubblicato in Francia dal Canard Enchaîne del giugno 2012, dal titolo: “Il nostro amico del Qatar finanzia gli islamisti in Mali.” Questo Paese, infatti, finanzia i Fratelli musulmani egiziani, tunisini e i vari jihadisti in Siria, dopo che ha finito il suo sporco lavoro fornendo sostegno finanziario ai ribelli libici sostenuti dalla NATO, riuscendo ad abbattere Muammar Gheddafi, dopo aver supportato la sua cattura ed esecuzione sommaria, in condizioni di pura barbarie, indegne dell’islam e dei musulmani.
Il ruolo del Qatar va al di là del Nord Africa, il suo obiettivo è imporsi come  attore chiave nell’Africa occidentale, per via della sua lunga presenza in Mali. Questo Paese e i suoi vicini sono davvero interessanti, sostanzialmente per la ricchezza di materie prime che richiede notevoli investimenti e infrastrutture per essere sfruttata. Sappiamo che il Qatar si è recentemente specializzato nell’applicazione di questo tipo di servizio, non mancherà di fornire la sua esperienza, e Doha nel fare ciò cercherà di consolidare la sua presa sul continente. Il successo di questo gioco demoniaco, almeno per il momento, in Tunisia e in Libia, ha dato le ali a questo insignificante emirato, con una politica di disinformazione diffusa dal suo strumento propagandistico, la rete al-Jazeera, che si accontenta di prendere ordini, dimenticando i più elementari principi di etica giornalistica.
La Tunisia è una piccola parte di un più ampio piano di controllo dei Paesi che non rientrano nella linea wahhabita di Arabia Saudita e Qatar, che cercano anche di proteggersi dal presunto pericolo dell’asse Iran, Siria, Hezbollah. La verità è che cercano di non sprofondare nella Primavera Araba ed essere i prossimi obiettivi dei popoli di questa regione, volutamente tenuti nell’ignoranza totale dalla solita politica di pace sociale comprata con i proventi del petrolio e del gas. Sono fermamente convinto che sia davvero giunto il momento di affrontare, come un sol uomo questo piano distruttivo che gioca con la stabilità del continente, trasformando la Tunisia, Libia ed Egitto negli ostaggi dell’imperialismo islamo-capitalista. Oggi è la Siria, domani l’Algeria, il Libano, l’Iran e l’elenco è tutt’altro che esaustivo. Non si dimentichi il proverbio algerino che dice “Sono le buche scavate dai topi che fanno cadere il cavallo“.
Sì! La Tunisia sta vivendo un passaggio significativo nella sua lunga storia, è a un punto di svolta nella sua storia così ricca, tuttavia, resto fiducioso sul futuro della Tunisia, sulla tolleranza, la forza della sua capacità umana e sulla leggendaria comprensione del suo popolo. Un Paese che ha dato alla luce la prima costituzione moderna in un Paese arabo-musulmano, organizzando un potere politico fondato il 26 aprile 1861 da Mohammed Bey Sadoq, dopo la proclamazione del Patto Fondamentale del 1857, un movimento di idee che ha a lungo ispirato le successive generazioni di desturiani, che chiesero costantemente la costituzione dai primi anni del XX.mo secolo fino alla Costituente dopo l’indipendenza. Un Paese che ha vissuto una drammatica immersione nella modernità sotto Ahmed Bey (1837-1855). Un Paese che si distingue per la sua originalità, che ha abolito la schiavitù il 23 gennaio 1846, due anni prima della Francia (27 aprile 1848). Un Paese, patria di grandi riformatori coraggiosi come Qair al-Din Pasha ha spiegato nel 1868, e cito, “il futuro della civiltà islamica è legato alla modernizzazione“. Un paese, quello dello sceicco Mohamed Snoussi, che nel 1897 auspicava la promozione dell’istruzione delle bambine, o di Abdelqadir Thaalbi, che propugnava la rimozione del hijab, che Bourguiba aveva definito un “miserabile straccio.” Il Paese di Mohamed Bayram, Tahar Haddad, emblemi del moderno riformismo tunisino. Un Paese che si distinse per una serie di leggi rivoluzionarie assai avanzate per il loro tempo, intendo il “Codice dello statuto personale” che diede diritti alle donne tunisine, come il consenso necessario al matrimonio, la creazione della causa di divorzio e l’abolizione della poligamia, o ancora il diritto all’aborto medico e sociale nel 1969, cinque anni prima che venisse concesso lo stesso diritto alle donne francesi…
Questo Paese non può affondare nell’irrazionalità. Voglio credere che la Tunisia saprà sempre respingere i complotti e le strategie di destabilizzazione.

(*) Il signor  Kapsa è lo pseudonimo di un accademico franco-tunisino specialista in questioni geostrategiche. Lo ringraziamo per questo contributo e questa appello coraggioso.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Qatar1

Vedasi: Qatar – L’assolutismo del XXI.mo secolo

L’Unione europea e la McJihad in Siria

Mahdi Darius Nazemroaya, Global Research, 5 maggio 2013

siria-imperialismo Interessanti sviluppi hanno luogo nell’Unione europea. L’allarme aumenta in tutta l’UE, mentre funzionari dell’Unione europea e di diversi Stati membri dell’UE esprimono timore per il ritorno di loro cittadini combattenti in Siria. L’allarme è iniziato quando sono stati emessi avvisi nei Paesi Bassi su cittadini olandesi che si recano a combattere in Siria, seguiti dal Belgio. Poi, l’Ufficio europeo di polizia (Europol), le forze dell’ordine dell’UE che si occupano d’intelligence criminale, ha riferito che gli scontri in Siria potrebbero creare una futura ondata di terrorismo che potrebbe minacciare i membri dell’Unione europea, nel suo EU Terrorism Situation and Trend Report (TE-SAT) for 2013. Per quanto riguarda la Siria, sul rapporto Europol si legge: “La Siria è divenuta la meta scelta dai combattenti stranieri nel 2012. Un certo numero di cittadini dell’UE è stato arrestato in Belgio, Francia, Paesi Bassi e Regno Unito in viaggio da o per la Siria.” (TE-SAT 2013, p.22).
Il coordinatore antiterrorismo dell’UE, Gilles de Kerchove, ha poi precisato che circa cinquecento cittadini europei, soprattutto di Gran Bretagna, Francia e Irlanda, erano in Siria a combattere a fianco delle forze anti-governative con l’obiettivo di rovesciare il governo di Damasco. De Kerchove esprimerebbe le stesse preoccupazioni di Europol su questi cittadini dell’UE che ritornano nell’UE dai campi di battaglia in Siria. Le sue preoccupazioni sarebbero state riprese a Londra. Anche se il suo governo lavora per legalizzare il trasferimento di armi britanniche alle forze anti-governative in Siria, il ministro degli Esteri britannico, William Hague, ha avvertito della minaccia posta alla Gran Bretagna dai combattenti inglesi di ritorno dalla Siria. Poco dopo, la Germania ha confermato che cittadini tedeschi prendono parte alla lotta per rovesciare il governo siriano. In precedenza, si ebbe la notizia che anche un cittadino danese, ex prigioniero di Guantanamo, era stato ucciso negli scontri in Siria.

La McJihad
La situazione è abbastanza paradossale. La Siria viene presentata, ora dall’UE, come preoccupante, per l’”assenza di Stato” e come “covo jihadista”. L’ironia è che i membri dell’UE, a fianco dei loro omologhi di Stati Uniti, Turchia, Giordania Arabia Saudita e Qatar, hanno promosso e agevolato l’intera McJihad in Siria con l’obiettivo finale di un cambio di regime a Damasco. Per più di due anni, gli appelli alla jihad contro Damasco sono stati diffusi in tutto il mondo da personaggi come Yusuf al-Qaradawi e altri pseudo-religiosi e tele-predicatori in Arabia Saudita e nelle tirannie del Consiglio di cooperazione del Golfo. I funzionari dell’UE non hanno detto niente. Inoltre, organizzazioni come i Fratelli musulmani, che reclutano combattenti da mandare in Siria, in realtà lavorano liberamente a Londra, dove hanno sede da molto tempo, così come organizzazioni simili che guardano alla Russia e all’Asia centrale per le fasi successive della McJihad. Dall’Afghanistan controllato dai taliban alla Somalia, i cosiddetti “Stati falliti”, operano per conto degli Stati Uniti, e questi stessi Paesi formano i gruppi degli “Amici della Libia” e degli “Amici del popolo siriano”. Questi Paesi dovrebbero essere chiamati, più correttamente, “Imperialismo SpA”. William Hague e soci hanno bisogno solo di guardarsi allo specchio per trovare i colpevoli che minacciano di terrorismo l’UE.
Il concetto di “ritorno di fiamma” o di conseguenze non intenzionali delle operazioni d’intelligence  diventa vecchio. Da un lato persone provenienti da Paesi come la Gran Bretagna e la Francia inondano la Siria come combattenti anti-governativi, mentre dall’altra parte spaventano la propria popolazione con il loro allarmismo su questi combattenti. Nella maggior parte dei casi, i combattenti dell’UE entrati in Siria hanno sostanzialmente avuto il via libera e il permesso dal proprio governo per andarvi a combattere. La situazione era la stessa in Libia, dove cittadini statunitensi, britannici, canadesi, francesi e irlandesi hanno combattuto per rovesciare la Jamahiriya libica. Un cittadino statunitense dell’Arizona, Eric Harroun, ritornato negli Stati Uniti dalla Siria avrebbe dovuto affrontare un processo per aver combattuto a fianco di al-Nusra, ma suo padre Darryl Harroun ha rivelato il segreto che Eric lavorava per la CIA in Siria.

Punto di svolta?
Un punto di svolta è all’orizzonte, puntando a una rinnovata spinta contro il governo siriano. Richard Ottaway, un parlamentare dello stesso partito conservatore britannico di William Hague e  presidente del comitato ristretto della Commissione Affari Esteri della Camera dei Comuni britannica, ha annunciato che crede che l’annuncio dell’Aja sia legato ai piani britannici per intervenire apertamente in Siria per “minare” i jihadisti stranieri. In termini orwelliani, i combattenti stranieri vengono utilizzati come pretesto per armare ulteriormente le forze anti-governative in Siria. Non sarebbe un caso che le capitali dei Paesi membri della NATO annunciano che il gas nervino sarin sia stato utilizzato dal governo siriano. Annunci circa l’uso di armi chimiche da parte della Siria sono stati fatti da Londra, Parigi, Tel Aviv e Washington DC. Nonostante il fatto che le forze anti-governative abbiano minacciato di usarle, i rapporti sull’uso di armi chimiche in Siria consegnati dal governo siriano alle Nazioni Unite vengono politicizzati con l’obiettivo di incolparne Damasco. Ripetendo lo scenario libico, l’UE ha deciso di iniziare a comprare petrolio siriano dalle forze anti-governative, mentre gli Stati Uniti hanno inviato truppe in Giordania e Israele per la costruzione di infrastrutture per le forze anti-governative e preparandosi ad inviare droni in Siria dallo spazio aereo giordano.
I combattenti stranieri e le forze anti-governative che combattono in Siria collaborano con gli Stati Uniti e i loro alleati direttamente o indirettamente. Ormai il fallimento della cosiddetta “guerra al terrore” degli Stati Uniti dovrebbe essere evidente ai più. Sin dall’inizio non era una guerra contro il terrorismo, ma una “guerra terroristica.” Coloro che sono stati etichettati terroristi e jihadisti dal governo degli Stati Uniti e dai suoi alleati, in molti casi erano proprio la fanteria degli statunitensi nella lenta guerra imperialista di conquista.

Avanti con la McJihad
L’alleanza della guerra fredda tra jihadisti e blocco occidentale, durante la luna di miele anti-sovietica in Afghanistan, è stata ripresa. Ancora una volta i combattenti jihadisti vengono utilizzati come fanteria nella McJihad degli USA. Nella chiamata alle armi, al-Qaradawi e la sua gente hanno dichiarato che la Russia è il nemico numero uno degli arabi e dei musulmani. Ma prima sulla loro lista dei nemici c’è la nemesi degli USA, l’Iran. Questa posizione è politicamente motivata, perché al-Qaradawi aveva proibito ogni combattimento nel 2010 contro la Russia nel Caucaso del Nord. Il pubblico destinato alla revisione della sua posizione sulla Russia e all’animosità verso l’Iran, è composto da battaglioni di combattenti stranieri in Siria, tra cui gruppi militanti del Caucaso del Nord entrati Siria e Libano per combattere attivamente contro il governo siriano, nell’ambito della McJihad degli USA. Le milizie anti-governative in Siria avevano già espresso la loro ostilità verso Mosca e Teheran.
Il Telegraph di Londra, presentato dalla trionfante lingua di Jake Wallis Simons, commenta che la chiamata alle armi di al-Qaradawi è il segnale che una nuova alleanza di interessi si forma tra le forze che la primavera araba ha portato al potere, come ad esempio i Fratelli musulmani, e l’occidente, contro l’asse formato da Russia, Iran e Cina. Simons avrebbe inoltre  implicitamente assegnato Israele a questa nuova alleanza contro Mosca, Teheran e Pechino. Ciò spiegherebbe perché degli israeliani sono stati catturati mentre spiavano le navi russe a Tartus.
La Siria non sarà il capolinea della McJihad. Se la Siria cade, in un modo o in un altro attraverso l’instabilità cronica o un cambiamento di regime, i combattenti stranieri invaderanno dal suo territorio tutto il mondo, utilizzandolo come chiave di volta per colpire Paesi come l’Iran e la Russia. Ciò è quello che è successo in Libia, utilizzata come base per inviare armi e combattenti in Siria dal Nord Africa. Potenzialmente, posti come il Distretto Federale del Caucaso del Nord in Russia e le province di confine iraniane poterebbero vedere l’afflusso di combattenti stranieri ed attentati terroristici. Ma nel breve termine il Libano sarà il prossimo fronte, se la Siria dovesse cadere.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I banchieri israeliani e il progetto mediorientale

Dean Henderson – 5 maggio 2013

1245976338sharon_bank_leumi_checkQuesta mattina aerei da guerra israeliani hanno sganciato bombe sui sobborghi di Damasco per la seconda volta negli ultimi giorni. Con l’esercito siriano che avanza nettamente sul terreno contro i ribelli di al-Qaida finanziati dai sauditi e addestrati dagli israeliani, i banchieri Illuminati sono sempre più disperati nel tentativo di salvare la loro fallita operazione segreta. La Siria è un perno fondamentale per il loro tentativo d’imporre un modello neocoloniale per estrarre petrolio nella regione del Medio Oriente, un piano che ha avuto inizio nel periodo successivo alla Guerra del Golfo.

La carota e il bastone
La guerra del Golfo ha fornito un’occasione d’oro agli Stati Uniti per scoprire chi erano i loro amici e, soprattutto, chi erano i loro nemici. Il presidente Bush padre, dopo aver esser stato direttore della CIA, sapeva di dover agire da agente provocatore geopolitico, trascinando fuori dall’armadio tutti i nemici degli Stati Uniti per bersagliarli. Dopo la guerra, i Paesi che sostennero l’impegno furono premiati, spesso con fondi sauditi e kuwaitiani. Coloro che simpatizzarono per l’Iraq furono isolati ed esclusi dalla rete finanziaria globale. Poco dopo l’inizio della guerra del Golfo, l’Egitto, la Siria e gli Stati del GCC firmarono la Dichiarazione di Damasco sollecitata dagli USA. L’accordo è un modello di compensazione finanziaria, politica e militare post-bellica per coloro che hanno sostenuto l’operazione Desert Storm. All’inizio della guerra del Golfo, l’Egitto doveva ai creditori esteri 35 miliardi di dollari. Quando il presidente Hosni Mubarak acconsentì l’invio di truppe egiziane, gli Stati Uniti annunciarono l’intenzione di condonare 6,7 miliardi dollari di debiti ai militari egiziani.[1] I sauditi e i kuwaitiani annunciarono una riduzione del debito di 7 miliardi di dollari. Nell’ambito della transazione, 38.000 truppe egiziane rimasero nella penisola saudita. L’Egitto ricevette 2,2 miliardi di dollari annualmente, in aiuti militari dagli USA, che utilizzò per l’acquisto di Apache, F-16 e missili Hellfire, Stinger e Hawk. L’aiuto militare israeliano arrivò a 3,1 miliardi dollari all’anno. Nel 1993 il Kuwait annunciò la fine del suo 42ennale boicottaggio d’Israele, mentre i sauditi smisero di far rispettare il loro boicottaggio.[2]
Quando la Siria si rifiutò di negoziare con Israele, il principe saudita Bandar intervenne. Israele serve da base avanzata per i succhiapetrolio Rothschild/Rockefeller e i loro amici bancari europei. Ashqelon, in Israele, è fondamentale per il commercio dei diamanti della De Beers, finanziata dall’Unione delle Banche, società controllata dalla Bank Leumi, la più grande banca commerciale d’Israele. Bank Leumi è controllata dall’inglese Barclays, una delle quattro banche britanniche che presiedono il Triangolo d’Argento caraibico del riciclaggio di droga e denaro. La famiglia del presidente della Bank Leumi, Ernst Israel Japhet controlla la Charterhouse Japhet, di cui Barclays detiene anche una quota di grandi dimensioni. Charterhouse monopolizza il commercio di diamanti tra Israele e Hong Kong. I Japhet sono una dinastia bancaria tedesca. Furono coinvolti nelle guerre dell’oppio cinesi con i Keswick, Inchcape e Swire. Il fiduciario della Bank Leumi, barone Stormont Bancroft, un ex lord della Regina Elisabetta II e proprietario della Cunard Lines, è un membro della famiglia Samuel che possiede grandi quote della Royal Dutch/Shell e della Rio Tinto. La famiglia Bancroft possiede una grande partecipazione del Wall Street Journal.
Japhet è stato direttore della BCI di Tibor Rosenbaum, istituita nel 1951 dopo la creazione d’Israele, per operare come lavanderia finanziaria svizzera del Mossad. Rosenbaum è stato importante per la fondazione sionista d’Israele, ma non era un amico del popolo ebraico. Tibor era un associato del dottor Rudolph Kastner, il cui buon amico Adolf Eichmann mandò 800.000 ebrei a morte ad Auschwitz. Un articolo della rivista Life del 1967, affermava che la BCI aveva ricevuto 10 milioni di dollari sporchi dalla World Commerce Bank di Meyer Lansky, nelle Bahamas. La seconda banca d’Israele è la Bank Hapoalim, il cui fondatore e proprietario è il visconte britannico Erwin Herbert Samuel, un altro insider della Royal Dutch/Shell. Samuel dirige la Croce Rossa israeliana, un braccio dell’intelligence britannico, ed è cavaliere di San Giovanni di Gerusalemme. Anche la Bank Hapoalim è affiliata alla BCI. Un terzo colosso bancario israeliano è l’Israel Discount Bank, al 100% di proprietà della Barclays, che controlla i finanziamenti e i fondi israeliani alla British Broadcasting Corporation (BBC). Sir Harry Oppenheimer, presidente della De Beers dalle origini anglo-americane, siede nel consiglio della Barclay che comprende cinque membri Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme della Regina Elisabetta, più di qualsiasi altra azienda al mondo.[3]
La Paz Oil detiene il monopolio dei settori petrolifero, petrolchimico e armatoriale d’Israele. Paz è controllata dalla famiglia Rothschild, che fu determinante per la fondazione d’Israele. Gli azionisti includono la Banca  commerciale dello svizzero-israeliano Tibor Rosenbaum, il boss di Detroit ed insider della United Brands Max Fischer, e Sir Isaac Wolfson, membro di una vecchia danarosa dinastia europea e consigliere politico del primo ministro britannico Margaret Thatcher. I membri del consiglio della banca commerciale svizzero-israeliana comprendono l’insider della Permindex generale Julius Klein, il banchiere argentino David Graiver e il segretario al Commercio di Carter Phillip Klutznick.[4]
La Siria inviò truppe a combattere in Iraq e ricevette dai sauditi e dal Kuwait il finanziamento per l’acquisto di 48 caccia MiG-29, 300 avanzati carri armati e un nuovo sistema di difesa aerea. Nel febbraio 1991, il presidente siriano Hafiz Assad ricevette 2 miliardi di dollari di aiuti dai sauditi e dai kuwaitiani. Alla Siria venne permesso d’impadronirsi di territori nel nord del Libano, durante la guerra, frantumando la milizia cristiana del generale Michele Aoun. Il 15 ottobre 1990 le truppe siriane presero Beirut.
Il Senegal ebbe 42 milioni di dollari di debito cancellati dagli Stati Uniti, avendo partecipato all’operazione Desert Storm e inviato forze di pace in Liberia, dove il burattino della CIA Samuel Doe era stato messo alle corde dai rivoluzionari di Charles Taylor. Doe, che stava proteggendo le piantagioni di gomma della Firestone e le miniere di diamanti della DeBeers, venne rovesciato, accusato di tradimento e giustiziato. Nel 2003, secondo l’Economist, la CIA inviò aiuti militari alla Guinea, utilizzati per finanziare due gruppi controrivoluzionari liberiani per spingere il nuovo presidente Charles Taylor all’esilio in Nigeria. Gli Stati Uniti quindi emisero un mandato dell’Interpol per Taylor, che la Nigeria si rifiutò di riconoscere.
Marocco e Tunisia inviarono truppe nel Golfo e furono premiati dall’aiuto del Kuwait e saudita. Le nazioni del Maghreb nordafricano, Algeria, Mauritania, Sudan e Libia denunciarono tutte con veemenza il bombardamento statunitense dell’Iraq. Yemen, Giordania e Autorità palestinese fecero lo stesso. Nel 1990, l’Arabia Saudita vietò la vendita di petrolio a Mauritania, Yemen, Sudan e  Giordania. L’Arabia Saudita e il Kuwait cancellarono i 100 milioni di dollari che dovevano consegnare all’Autorità palestinese, mentre continuavano a finanziare la fondamentalista Hamas. Al vertice islamico del dicembre 1991 a Dakar, in Senegal, il principe ereditario saudita Abdullah rispose a un tentativo di abbraccio di Yasser Arafat con un laconico: “Niente baci per favore“. Adbullah si rifiutò anche di parlare con il re di Giordania Hussein.
I membri del Consiglio di Sicurezza che votarono “sì” alla risoluzione 678  furono anch’essi premiati. La Cina ottenne un prestito della Banca Mondiale di 140 milioni di dollari. La Russia ottenne 7 miliardi di dollari dagli Stati del GCC. Il Congo ebbe una grossa fetta del debito estero condonato e ricevette aiuti militari, mentre Colombia ed Etiopia ricevettero gli aiuti della Banca Mondiale. Gli USA prontamente versarono i 187 milioni di dollari ai delinquenti dell’ONU, che gli dovevano.[5]
Il giorno dopo che lo Yemen diede un solitario “no” alla risoluzione 678, gli Stati Uniti gli cancellarono un pacchetto di aiuti di 42 milioni dollari. L’ambasciatore all’ONU dello Yemen si sentì dire da un diplomatico degli Stati Uniti, il giorno in cui lo Yemen votò, “Questo è il voto più costoso mai dato“.  I sauditi punirono il loro vicino meridionale chiedendo a migliaia di lavoratori yemeniti impiegati nel Regno, di trovare sponsor sauditi per non essere  espulsi. Dopo la guerra, i lavoratori yemeniti, palestinesi e giordani furono sostituiti in massa, in tutte i sei Stati del GCC, che inoltre annullarono 28 milioni dollari di aiuti allo Yemen.[6] La Giordania perse 200 milioni di dollari di aiuti sauditi, assistenza che di norma copriva il 15% del bilancio di Amman. Gli Stati Uniti cancellarono un pacchetto di 37 milioni dollari di aiuti alla Giordania che, come principale partner commerciale dell’Iraq, subì ulteriori conseguenze economiche causate dall’embargo ONU.[7]
Per alcuni Paesi le conseguenze per aver criticato la politica estera degli Stati Uniti furono assai più drastiche. In Etiopia, il governo di Mengitsu Haile Mariam aveva cominciato a denunciare la guerra degli Stati Uniti contro l’Iraq, nonostante il suo precedente “sì” alle Nazioni Unite. Mariam fu rovesciato da una coalizione di ribelli tigrini, eritrei e oromo, che poi sorvegliarono l’ambasciata statunitense a Addis Abeba, davanti cui migliaia di etiopi si riunirono per protestare contro il coinvolgimento degli Stati Uniti nel colpo di Stato.[8] In Algeria, dove il ministro del petrolio del Paese e presidente dell’OPEC, Sadiq Bussena, accusò i venditori di future energetici statunitensi  di manipolare i prezzi del petrolio durante la Guerra del Golfo, il Gruppo islamico armato fondamentalista (AIG) lanciò una campagna terroristica sanguinaria. L’Algeria era un leader dei falchi del prezzo nell’OPEC e i sauditi volevano togliere Boussena dalla presidenza dell’OPEC. Il presidente algerino Chadli Benjedid accusò i sauditi di finanziare l’AIG. Molti algerini vi videro la mano della CIA. La moneta dell’Algeria fu svalutata e nel gennaio 1992 Benjedid venne dimesso. Il primo ordine del giorno del nuovo governo fu approvare la legge sugli idrocarburi, che aprì i giacimenti di petrolio dell’Algeria ai Quattro Cavalieri. Il petrolio dell’Algeria, ricercato per il suo basso contenuto di zolfo, era storicamente gestito dalla Sonatrach statale. Molti membri dell’AIG riemersero per combattere nella guerra della CIA contro la Jugoslavia.

Note
[1] “Power, Poverty and Petrodollars: Arab Economies after the Gulf War”. Yahya Sadowski. Middle East Report. Maggio-Giugno 1991. p.7
[2] “Report Says Bush’s Sons Lobbied for Kuwait Business”. AP. Joplin Globe. 8-30-93. p.3A
[3] Dope Inc.: The Book that Drove Kissinger Crazy. The Editors of Executive Intelligence Review. Washington, DC. 1992. p.200
[4] Ibid.
[5] “An Enemy of Mankind”. Storm Warning. Seattle. Gennaio 1992.
[6] Sadowski. p.10
[7] Morning Edition. National Public Radio. 6-20-91
[8] “Birth Pains of a New Ethiopia”. Gayle Smith. The Nation. 7-1-91. p.1

Dean Henderson è autore di quattro libri: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve & Stickin’ it to the Matrix. È possibile iscriversi gratuitamente al suo settimanale Left Hook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 140 follower