La Russia in Afghanistan: un imperativo post-NATO

Debidatta Aurobinda Mahapatra, RIR, 19 novembre 2013

image2La Russia incrementa la propria presenza militare nella base aerea di Kant, in Kirghizistan. La crescente presenza militare della Russia non avverrà nel vuoto, ma influenzerà l’architettura della sicurezza in evoluzione in Asia centrale e Afghanistan. Questo mese il segretario generale dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) ha incontrato il ministro degli Esteri russo e il suo vice a Mosca, per coordinare gli sforzi per garantire la stabilità in Afghanistan e contrastare il narcotraffico e il terrorismo. I recenti sviluppi suggeriscono che la Russia avrà un ruolo maggiore in Afghanistan nel 2014. Viktor Sevostjanov, capo della Seconda Aviazione e del Comando della Difesa Aerea è stato citato dalla televisione russa RT: “L’espansione della base (di Kant) avverrà entro dicembre“, inoltre rivelando che la Russia raddoppierà il numero di aerei da guerra nella base. Attualmente la Russia ha circa 10 caccia Sukhoj, due elicotteri Mi-8, una dozzina di aerei da trasporto e da addestramento, e circa 400 effettivi nella base. Questo potrebbe non bastare per affrontare le sfide dopo la partenza dell’International Security Assistance Force della NATO dall’Afghanistan. Rapporti suggeriscono che gli Stati Uniti potrebbero accelerare la ritirata anche prima della scadenza prevista. E hanno esplorato piani per il ritiro anticipato dalla base aerea di Manas, usando di transito un’altra base aerea in Romania. Il rinnovamento della Russia del contratto per la base aerea di Kant fino al 2032, la pone in vantaggio nel monitorare e controllare gli sviluppi in Afghanistan.
La crescente presenza della Russia in Asia centrale ne promuoverà gli interessi in quanto responsabile della sicurezza nella regione. La diffusione dei taliban negli Stati dell’Asia centrale è sempre una possibilità, e ogni vuoto nella sicurezza fornirà all’organizzazione estremista un via libero. Nikolaj Bordjuzha, segretario generale della CSTO, recentemente ha articolato questa preoccupazione. Secondo la Voce della Russia, avrebbe detto, “siamo consapevoli che le cose non saranno più stabili di quanto lo siano adesso, e ci aspettiamo che la situazione in Afghanistan abbia  un certo effetto negativo sugli Stati membri della CSTO (Russia, Armenia, Bielorussia, Kazakhstan, Kirghizistan e Tagikistan). Molte misure preventive sono già state prese, compresa l’assistenza al Tagikistan e il rinforzo del suo confine con l’Afghanistan.” Il caso del Tagikistan è particolarmente sensibile, in quanto ha legami etnici con l’Afghanistan e, all’indomani del crollo sovietico, subì un’intensa guerra civile con sostegno da oltre frontiera. L’Afghanistan condivide il confine con alcuni Stati dell’Asia centrale, Paesi post-sovietici. La Russia ha previsto che la base aerea di Kant promuova la stabilità e la sicurezza sotto la bandiera della CSTO.
Il segretario generale dell’OSCE, Lamberto Zannier, ha incontrato il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov e il viceministro degli Esteri Aleksej Meshkov a Mosca, l’11 novembre. Anche se i dettagli della riunione non sono stati resi noti, difatti hanno esplorato le prospettive della cooperazione in Afghanistan. Nelle prossime elezioni in Afghanistan, l’OSCE su richiesta del governo afghano ha promesso di offrire aiuto inviando osservatori elettorali. Aumentando il coordinamento degli sforzi tra la Russia e l’OSCE si contribuirà a colmare il vuoto creato dal ritiro delle forze internazionali di assistenza alla sicurezza. Sarà la vecchia esperienza della Russia nel saper affrontare gli insorti combinata con sua la crescente presenza militare in Asia centrale e la competenza dell’OSCE, a colmare le fratture createsi nell’estenuante guerra in Afghanistan.
Il crescente ruolo della Russia in Afghanistan è un imperativo post-NATO. E’ probabile che la Russia preferisca stabilità e pace nella regione attraverso l’azione collettiva di CSTO, SCO e RIC.  La Russia ha la capacità di procedere da sola, ma la sua leadership è più intenta a ricorrere al collettivismo e al regionalismo nell’affrontare le sfide in Afghanistan.

Kant_Air_BaseDr. Debidatta Aurobinda Mahapatra è un commentatore indiano. La sue aree di interesse riguardano conflitti, terrorismo, pace e sviluppo, Kashmir, Asia del Sud e gli aspetti strategici della politica eurasiatica.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Siria: conflitto USA-Russia ed ecatombe di agenti dei servizi segreti

Sami Kleib, Global Research, 10 novembre 2012
Articolo tradotto dall’arabo da Mouna Alno-Nakhal per Mondialisation.ca

Dall’inizio della cosiddetta “Primavera araba” numerosi ufficiali dei servizi segreti nella regione sono stati allontanati o abbattuti. Da cui sorge una fastidiosa domanda: scherzo del destino e delle coincidenze, o segnali di una lotta segreta in preparazione di nuove linee nella politica internazionale in Medio Oriente?
Ieri (6 novembre), il principe Mohammed bin Nayef è stato nominato ministro degli interni dell’Arabia Saudita, a seguito di significativi mutamenti nei servizi segreti guidati dal principe saudita Bandar bin Sultan. Ciò accade nel contesto di una serie di attentati nel regno, alcuni dei quali tenuti segreti o nascosti per evitare sospetti. Le tendenze del principe Mohammed bin Nayef in fatto di sicurezza sono ben note. Egli stesso è stato obiettivo di un attentato degli estremisti islamici. Ma non si sa granché di quello che si ci aspetta nel prossimo passo, se non che vi è un forte calo nel dominare il vento del cambiamento che soffiava in tutto il regno, nel tentativo di placare la situazione, perché il risentimento non è limitato alla sola regione orientale del paese. In particolare, la cattiva salute di re Abdullah e l’assenza di due principi influenti, Sultan e Nayef, aggravano una situazione sempre più tesa.
In Libano, il generale Wissam al-Hassan è stato liquidato ed è assolutamente impossibile escludere che tale liquidazione non sia correlata all’asse che collega l’Arabia Saudita a Libano, Giordania, Stati Uniti e alcune capitali dell’Occidente e dei paesi del Golfo. Tale sospetto è condiviso da molti osservatori, secondo cui Wissam al-Hassan era direttamente coinvolto non solo nel conflitto che consuma la Siria, ma anche in conflitti internazionali e regionali. Questo omicidio è stato preceduto dalla morte del capo dei servizi segreti e vicepresidente egiziano Omar Suleiman [1], dall’assassinio del Viceministro della Difesa e dei funzionari della sicurezza in Siria [attentato a Damasco del 18 Luglio 2012. NdT], seguito dall’accantonamento di Ali Mamlouk, capo della sicurezza nazionale siriana, sospettato di aver complottato nel caso di Michel Samaha in Libano, mentre il vicedirettore dei servizi segreti turco Hakan Fidan è stato assassinato a sua volta, e Mohammed al-Zahabi, ex capo dei servizi segreti giordani, è stato arrestato per corruzione finanziaria.
E’ difficile capire cosa stia succedendo, senza collegare questi eventi ai dossier principali su Iran, Siria, movimenti salafiti, e concorrenza politica ed economica tra Russia e Stati Uniti. Il conflitto tra le varie coalizioni regionali e internazionali è al suo apice. L’Occidente, l’Arabia Saudita, il Qatar e altri Paesi del Golfo Persico hanno sostanzialmente sostenuto alcuni partiti dell’opposizione siriana. Solo per il Qatar, stiamo parlando di circa 11 miliardi di dollari. Il numero di insorti armati e le tonnellate di armi inviati in Siria hanno raggiunto un livello che impedisce alla Russia di raccogliere i frutti del suo sostegno al governo del presidente Bashar al-Assad, ma che comunque non bastano a rovesciarlo.
Nel frattempo, diversi ministri russi, come quelli della Difesa e degli Affari Esteri, non esitano a dichiarare ad alta voce il loro sostegno alle autorità siriane e il loro rifiuto ad abbandonare il presidente al-Assad. Mosca diventa una sorta di scudo per il governo siriano. Accusa l’Occidente, critica l’opposizione e ripete instancabilmente che c’è una soluzione mediante i negoziati, in cui il presidente siriano deve partecipare. Infine, è riuscita a contrastare i piani dell’Occidente per  modificare il potere in Siria.
Washington, approfittando della crisi siriana, ha inasprito l’escalation aggressiva contro l’Iran. Ha  adottato tutte le sanzioni contro di esso, strangolato l’economia e ha contribuito con alcuni dei suoi alleati a esacerbare il fanatismo settario contro questo paese e Hezbollah allo stesso tempo. Ma il signor Obama è arrivato a fine mandato senza scacciare il Presidente siriano, che invoca da più di un anno e mezzo. Al-Assad è ancora al suo posto e l’esercito siriano combatte da quasi due anni. D’altra parte, la stessa coalizione anti-siriana è riuscita a raggiungere il suo obiettivo di compromettere la Turchia nella sua guerra contro la Siria, che ha risposto lasciando che gli scontri  raggiungessero i suoi confini, e anche il suo centro, attraverso curdi, alawiti e la provincia di Hatay.
Le possibilità di intesa tra i paesi del Golfo e le autorità siriane sono ridotte a nulla. Si dice che l’emiro del Qatar abbia visitato Gaza per ristabilire la sua popolarità tra gli arabi, tramite la causa palestinese, dopo averne perso parecchia nei “paesi della primavera araba”. Ma si è anche detto che questa visita dovrebbe servire da copertura per la preparazione di una successiva operazione, politica o militare, contro la Siria. L’operazione potrebbe iniziare a nord, con la creazione di una zona cuscinetto aumentando l’armamento dell’opposizione e formando un governo in esilio. Inoltre, l’emiro del Qatar aveva promesso ai suoi alleati occidentali di calmare l’ardore del presidente palestinese Mahmoud Abbas riguardo al riconoscimento di uno Stato palestinese da parte delle Nazioni Unite.
Dal lato opposto, l’Iran, la Siria e la Russia, in larga misura, sono riusciti ad attirare l’Iraq nel loro campo. Preoccupazioni, esterne e interne, sono sufficienti a trascinare la Giordania ad una neutralità minima, mentre il Libano subisce l’impatto della guerra contro la Siria e può solo pagare un prezzo più alto, se la guerra continua. Al culmine dei tentativi per soffocare l’economia iraniana, e la Siria con le armi, tre paesi vedono la loro sicurezza interna minacciata: Arabia Saudita, Bahrain e Turchia. La situazione politica in Giordania pone dei problemi. Il tono torna a salire negli Emirati Arabi Uniti, con il capo della polizia di Dubai che accusa i Fratelli musulmani[2], mentre molti responsabili nei paesi del Golfo invitano a ulteriori precauzioni contro di loro, e altri sono preoccupati per l’espansione iraniana in Yemen e ai confini dell’Arabia Saudita.
Pertanto, è probabile che abbiamo assistito ad una guerra tra i vari servizi segreti, ma è certo che la regione è sull’orlo della guerra. Nessuno osa premere il grilletto per primo, ma la situazione è intollerabile. E’ difficile immaginare che l’Iran rimanga in silenzio quando è economicamente asfittico. E’ ancora più difficile immaginare che la Siria rimanga pigramente in attesa dell’arrivo di missili antiaerei nelle mani dei ribelli che dilagano in tutto il paese. Senza contare che l’Occidente ha cominciato a preoccuparsi seriamente dei suoi interessi e di quelli d’Israele, davanti all’espansione del movimento salafita jihadista dall’Iraq alla Siria attraverso la Giordania e il Libano settentrionale, e nel Sinai egiziano! E’ quindi necessaria una guerra o un accordo. Entrambi sono più che mai possibili, tanto più che gli Stati Uniti hanno rieletto il presidente. Nessuno può permettersi di fallire in questa battaglia delle coalizioni, poiché chi perderà, perderà tutto!

Sami Kleib, giornalista libanese di nazionalità francese, laureato in Comunicazione, Filosofia del Linguaggio e Linguaggio politico, è stato direttore dell’Ufficio di Parigi del quotidiano libanese as-Safir, e redattore del Journal of RMC-Moyen Orient. Responsabile del programma “Visita speciale” su al-Jazeera, ha dato le dimissioni in segno di protesta contro l’orientamento politico della rete TV.

Vedasi anche:
[1] 19 Juillet 2012, le jour où la CIA s’est moquée de nous et du monde
[2] La Syrie se renforce… le Liban s’affaiblit!

Copyright © 2012 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I paesi della NATO non potranno mai sfuggirvi: anche i governi e partiti di sinistra sono infiltrati dagli atlantisti

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 30.07.2012

Francia e Grecia sono gli unici paesi della NATO che sono usciti con successo dalla struttura militare dell’organizzazione occidentale «di difesa». Nel 1966, il presidente Charles de Gaulle fece uscire la Francia dalla struttura di comando militare della NATO ed espulse il quartier generale della NATO da Parigi. La Francia è a pieno titolo membro dell’ala militare della NATO dal 2009, quando Nicolas Sarkozy, con il solo esibizionismo verbale del Partito socialista francese, ha annullato la politica di quasi quarantanni di de Gaulle.  Infatti, nel 1966, il Partito socialista francese censurò de Gaulle per aver ritirato la Francia dalla struttura militare della NATO. Il presidente socialista Francois Hollande non ha mostrato alcuna inclinazione verso una di riadozione della politica di de Gaulle per ritirare la Francia dal comando militare della NATO. Hollande, come Sarkozy e l’ultimo presidente socialista Francois Mitterand, è un pieno atlantista.
Nel 1974, la Grecia si è ritirata dalla struttura di comando militare della NATO, per protestare contro l’occupazione turca della parte settentrionale di Cipro. Tuttavia, il primo ministro del conservatore Nuova Democrazia, Costantino Karamanlis, un fervente sostenitore della NATO, si era ricongiunto alla struttura del comando militare della NATO nel 1980.
I documenti declassificati della Central Intelligence Agency indicano un importante programma degli Stati Uniti per corteggiare i leader dei paesi europei della NATO, nel sostenere l’alleanza, anche se avessero fatto delle promesse di sinistra, almeno in pubblico, contro le politiche della NATO.
Un caso esemplare di paese in cui la CIA ha avuto successo nel cooptare governi di sinistra nel sostenere l’agenda della NATO, è la Danimarca. Un memorandum precedentemente riservato della CIA, prodotto dal National Foreign Assessment Center dell’agenzia nel 31 gennaio 1980, dettaglia il programma della CIA per assicurarsi che il Partito Socialdemocratico di centro-sinistra della Danimarca  ritirasse l’idea di tagliare il bilancio della difesa e sostenesse la decisione della NATO di modernizzare la sua forza nucleare di teatro (TNF), schierando 572 missili da crociera (GLCM) e missili Pershing II dotati di testate nucleari, in Europa occidentale. La decisione della NATO venne vista a Mosca come una delle ragioni principali per lanciare l’invasione dell’Afghanistan, perché i leader sovietici sentivano che non avevano nulla da perdere rispondendo alle installazioni missilistiche della NATO in Europa.
La CIA, ovviamente, vide il governo socialdemocratico della Danimarca, con le sue forti tendenze pacifiste, come una minaccia al programma NATO di modernizzazione della TNF. E’ anche chiaro che il primo ministro danese Anker Jorgensen che, in superficie sembrava essere di sinistra, era saldamente nel campo della NATO. I punti del memo della CIA: «Jorgensen è probabile che faccia pressione crescente sulle questioni della difesa per le forze nucleari di teatro della NATO, sul parlamento più pacifista eletto ad ottobre».
Le elezioni di ottobre rafforzarono i socialdemocratici a spese dei conservatori. I partiti anti-NATO posero fine alla precedente coalizione tra i socialdemocratici e il partito conservatore liberale. La CIA decise di mobilitare i suoi sostenitori, tra cui Jorgensen, per la causa della NATO e di neutralizzare il potere parlamentare dei partiti della sinistra anti-NATO, compresi i liberali radicali, i socialisti di sinistra e il Partito Popolare Socialista. La CIA aveva i partiti conservatori sotto il suo controllo, ed è dalle le fila di uno di essi, il Partito Liberale, che la NATO ha tratto l’attuale Segretario Generale, Anders Fogh Rasmussen, già salito alla carica di Primo Ministro, dove era un leale soldato dell’aggressione militare degli Stati Uniti ad Afghanistan e Iraq.
E’ interessante notare che nel documento della CIA, Henning Christophersen, il leader in Parlamento del Partito liberale di Rasmussen, sia indicato «molto cauto nelle dichiarazioni sull’Afghanistan. Era disposto a spingersi fino a ‘condannare’ le azioni sovietiche, lì».
Dopo che la NATO fece pressione su Jorgensen per aumentare la spesa della difesa danese del 3 per cento annuo, rispose affermando che il bilancio della difesa 1978-81 era stato fissato e non poteva essere cambiato. Tuttavia, Jorgensen promise di chiedere un aumento del 3 per cento del bilancio 1981-1985. Era chiaro, nel documento della CIA, che l’agenzia si sentiva in tasca il nominalmente di centro-sinistra Jorgensen. Il documento afferma: «[Jorgensen] ritiene che la NATO sia necessaria e che l’Occidente deve mantenere un ruvido equilibrio militare con il blocco orientale». La CIA vedeva Jorgensen come un baluardo contro «i giovani socialdemocratici, radicali di primo termine in Parlamento».
Ma l’asso nella manica della CIA per la modernizzazione della TNF dell’Europa occidentale, fu subìto dai politici socialdemocratici, tutti citati dal documento della CIA come aventi relazioni, passate e presenti, con gli Stati Uniti. Il documento CIA fornisce i profili dei socialdemocratici nel governo Jorgensen:
«Kjeld Olesen. Ministro degli Esteri Olesen è sempre stato considerato amichevole verso gli Stati Uniti e un pro-NATO. Ci sono indicazioni che ha favorito la modernizzazione della TNF, e l’ha sostenuta nei consigli del partito del 1979. Olesen è un politico ambizioso, e ha mutato l’indirizzo della corrente sinistra del suo partito in materia di difesa, avrà bisogno di incoraggiamento se assumerà un ruolo di leadership per conto delle proposte della NATO». (Nel mondo della CIA, «incoraggiamento» spesso significa fornire favori ad un individuo).
La CIA aveva altre persone di fiducia nel governo Jorgensen. Il documento prosegue:
«Poul Sogaard. Ministro della Difesa. Sogaard è uno specialista in materia di difesa e, come Olesen, ha forti connessioni con gli Stati Uniti… 
Svend Jakobsen. Ministro delle Finanze. Un socialdemocratico di sinistra con stretti legami con i sindacati, sarebbe un convertito prezioso per la causa della modernizzazione TNF. E’ considerato amichevole verso gli Stati Uniti…
Ivar Norgaard. Ministro per gli Affari economici e l’Energia. Norgaard è un sostenitore del SDP, ed è uno dei funzionari più esperti del governo in materia di economia internazionale ed energia… Non ha molto interesse per le questioni di sicurezza, anche se ha lavorato in armonia con i funzionari degli Stati Uniti in molte occasioni.
Knud Heinesen. Leader parlamentare del SDP e ministro delle Finanze nel 1975-79. Heinesen è forse il consigliere più vicino al primo ministro Jorgensen. Heinesen ha visitato gli Stati Uniti nel 1963 nell’ambito del Programma visitatori internazionali, e vi è tornato più volte da allora … Le connessioni di Heinesen con i giovani membri della sinistra del SDP, ne avrebbero fatto un valido alleato nello sforzo di incrementare le forze della difesa.
Poul Dalsager. Ministro dell’Agricoltura e della Pesca. Si crede sia amichevole verso gli Stati Uniti, anche se non è coinvolto in questioni di sicurezza.
KB Andersen. Ministro degli Affari Esteri durante la gran parte degli anni ’70. Come ministro degli esteri, Andersen era generalmente in sintonia con le posizioni degli Stati Uniti in materia di sicurezza, ma come Primo Ministro pone la priorità sulla distensione.
Lasse Budtz. Portavoce della difesa per l’SDP. Scrittore prolifico e portavoce della difesa e l’Alleanza atlantica, Budtz è pro-NATO, ma supporta anche misure volte a favorire la distensione».
La CIA voleva offrire a quelli che considerava amichevoli, le carote degli Stati Uniti. Ma coloro che erano contrari alla modernizzazione delle TNF della NATO, furono anche loro «notati» dalla CIA, tra cui:
«Svend Auken. Ministro del Lavoro. Solo 36enne, Auken è ampiamente considerato come possibile futuro leader del SDP. Fatta eccezione per le dichiarazioni contro la guerra per quanto riguarda il Vietnam, Auken ha detto poco sulle relazioni con l’estero, ma probabilmente è freddo verso le spese per la difesa. Ci sono poche probabilità che possa essere convinto che la TNF ne valga la pena, ma ogni moderazione dei suoi punti di vista potrebbe essere utile agli Stati Uniti.
Karl Hjortnaes. Ministro delle imposte. Come molti leader dell’SDP, ha mostrato poco interesse per gli affari della sicurezza, e gli attribuisce meno importanza che alle questioni sociali. Attualmente è sotto attacco da parte di altri con l’accusa di aver evaso le tasse».
Quando c’era la minima indicazione che la Danimarca potesse allontanarsi dalla NATO, la CIA decideva chi tra i politici danesi poteva entrare nelle grazie statunitensi e chi no. Il copione è lo stesso utilizzato dalla NATO oggi, che dovrebbe adottare il motto: “NATO: una volta che sei dentro, non puoi uscirne“.

È gradita la ripubblicazione con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il piano di destabilizzazione della Siria

Thierry Meyssan, Beirut  (Libano) Voltairenet 14 Giugno 2011

Le operazioni condotte contro la Libia e la Siria mobilitano gli stessi attori e le stesse strategie. Ma i loro risultati sono molto diversi perché questi stati non sono comparabili. Thierry Meyssan analizza il parziale fallimento delle forze coloniali e contro-rivoluzionarie e pronostica un nuovo passaggio del pendolo nel mondo arabo.

Il tentativo di rovesciare il governo siriano, per molti aspetti è simile a quanto è stato fatto in Libia, sebbene i risultati siano assai diversi a causa delle particolarità sociali e politiche. Il progetto di spezzare questi due Stati è stato impostato il 6 Maggio 2002 da John Bolton, quando era sottosegretario di stato nell’amministrazione Bush, la sua attuazione da parte dell’amministrazione Obama, nove anni dopo, nel il contesto del risveglio arabo, non avviene senza problemi.
Come in Libia, il piano originale era quello di suscitare un colpo di stato militare, ma ben presto si è rivelato impossibile per la mancanza degli ufficiali necessari. Secondo alcune fonti, un progetto simile è stato anche considerato per il Libano. In Libia, il complotto fu scoperto e il colonnello Gheddafi ha fatto arrestare il colonnello Abdallah Gehani [1]. In tutti i casi, il progetto originario è stato rivisto nel contesto dell’inaspettata “primavera araba“.

L’azione militare
L’idea principale era quindi causare problemi in una zona ben definita, e di proclamare un emirato islamico che servisse da base per lo smantellamento del paese. La scelta del distretto Daraa si spiega col fatto che si torva sul confine con la Giordania e le alture del Golan occupate da Israele. Sarebbe stato così possibile rifornire i secessionisti.
Un incidente è stato creato artificialmente, chiedendo agli studenti di impegnarsi in delle provocazioni. Ha funzionato al di là di ogni aspettativa a causa della brutalità e della stupidità del governatore e del capo della polizia locale. Quando le manifestazioni iniziarono, dei cecchini furono posizionati sui tetti per uccidere a caso, sia tra la folla che tra la polizia, uno scenario identico a quello utilizzato a Bengasi per provocare la ribellione.
Altri scontri sono stati pianificati, di volta in volta, nei distretti di confine, per assicurarsi una base di supporto, prima al confine col Libano settentrionale, e poi al confine con la Turchia.
I combattimenti sono stati condotti da piccole unità, spesso composte da quaranta uomini, unendo individui reclutati sul posto e un inquadramento di mercenari stranieri delle reti del principe saudita Bandar bin Sultan. Bandar stesso è giunto in Giordania, dove ha supervisionato l’inizio delle operazioni in collaborazione con funzionari della CIA e del Mossad.
Ma la Siria non è la Libia e il risultato è stato ribaltato. Infatti, mentre la Libia è uno stato creato dalle potenze coloniali, combinando con la forza Tripolitania, Cirenaica e Fezzan, la Siria è una nazione storica che è stata ridotta alla sua forma più semplice dalle stesse potenze coloniali. La Libia è spontaneamente in preda a delle forze centrifughe, mentre al contrario la Siria attrae forze centripete, che sperano di ricostruire la Grande Siria (che comprende Giordania, Palestina occupata, Libano, Cipro, e parte dell’Iraq). La popolazione della Siria di oggi non può che opporsi al progetto di partizione.
Inoltre, si può paragonare l’autorità del colonnello Gheddafi e quello di Hafez el-Assad (padre di Bashar). Sono saliti al potere nello stesso periodo e usando la loro intelligenza e brutalità per imporsi. Invece, Assad non ha preso il potere, e non intendeva neanche ereditarlo. Ha accettato la carica alla morte di suo padre, perché suo fratello era morto, e solo la sua legittimità familiare poteva evitare una guerra di successione tra i generali di suo padre. Se l’esercito è venuto a cercarlo a Londra, dove ha esercitato la professione di oculista, è il suo popolo che l’ha insediato. E’ senza dubbio il leader politico più popolare in Medio Oriente. Fino a due mesi fa, è stato anche l’unico che viaggiava senza scorta, e non era riluttante a fare dei bagni di folla.
L’operazione militare per destabilizzare la Siria e la campagna di propaganda che l’accompagnava, sono state organizzate da una coalizione di stati coordinati dagli Stati Uniti, così come la NATO sta coordinando gli Stati membri e non membri dell’Alleanza per stigmatizzare e bombardare la Libia. Come notato sopra, i mercenari sono stati forniti dal Principe Bandar bin Sultan, che è stato improvvisamente costretto ad intraprendere un tour internazionale in Pakistan e Malesia, per incrementare il suo esercito personale dispiegato da Manama a Tripoli. Si può citare, così, come esempio l’installazione di un centro di telecomunicazioni ad hoc nei locali del Ministero delle Telecomunicazioni libanese.
Lungi dall’aizzare il popolo contro il “regime“, il massacro ha provocato un risveglio nazionale attorno al presidente Bashar al-Assad. I siriani, consapevoli che si cerca di puntare alla guerra civile, hanno fatto blocco. In totale nelle manifestazioni anti-governative hanno partecipato tra 150.000 e 200.000 persone, su una popolazione di 22 milioni di persone. Al contrario, alle manifestazioni filo-governative hanno partecipato folle che il paese non aveva mai visto prima.
Le autorità hanno reagito agli eventi con calma. Il presidente ha anche avviato le riforme che voleva intraprendere da molto tempo, e che la maggioranza della popolazione tratteneva per paura che occidentalizzasse la società. Il Partito Baath ha accettato il multipartitismo senza cadere nell’arcaismo. L’esercito non ha represso i manifestanti, al contrario delle affermazioni dei media occidentali e sauditi, ma ha combattuti i gruppi armati. Purtroppo, i suoi alti ufficiali, addestrati in Unione Sovietica, non hanno dimostrato considerazione per le vittime civili del fuoco incrociato.

La guerra economica
La strategia occidentale-saudita si è poi evoluta. Washington, rendendosi conto che l’azione militare non sarebbe stata, nel breve periodo, in grado di immergere il paese nel caos, ha deciso di agire sulla società nel medio termine. L’idea è che la politica del governo al-Assad stava creando una classe media (l’unica effettiva garanzia di democrazia) e che è possibile rivolgere la classe media contro di lui. Per questo, si doveva causare un collasso economico del paese.
Tuttavia, la  principale risorsa della Siria è il suo petrolio, anche se il volume di produzione non è paragonabile a quella dei suoi ricchi vicini. Per venderlo aveva bisogno di avere degli asset nelle banche occidentali che servono come garanzia per le transazioni. Basta congelare questi beni per uccidere il paese. E’ quindi necessario offuscare l’immagine della Siria per fare ammettere alle popolazioni occidentali le “sanzioni contro il regime“.
In linea di principio, il congelamento dei beni richiede una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ma questo è improbabile. La Cina è già stata costretta a rinunciare al suo diritto di veto durante l’attacco alla Libia, rischiando di perdere il proprio accesso al petrolio saudita, probabilmente non vi si è opposta. Ma la Russia poteva farlo, altrimenti perdeva la sua base navale nel Mediterraneo che vedrebbe la flotta del Mar Nero soffocare dietro i Dardanelli. Per intimidirla, il Pentagono ha schierato l’incrociatore USS Monterey nel Mar Nero, solo per dimostrare che le ambizioni navali russe sono irrealistiche.
In ogni caso, l’amministrazione Obama può risuscitare la Syrian Accountablity Act del 2003 per congelare i beni siriani senza attendere una risoluzione delle Nazioni Unite, e senza la necessità di un voto del Congresso. La storia recente ha dimostrato, soprattutto nei confronti di Cuba e Iran, che Washington può facilmente convincere i suoi alleati europei ad allinearsi alle sanzioni che decide unilateralmente.
Così oggi la vera sfida si sposta dal campo di battaglia ai media. L’opinione pubblica occidentale prende tanto  facilmente lucciole per lanterne non sapendo molto della Siria, e crede nella magia delle nuove tecnologie.

La guerra mediatica
In primo luogo, la campagna di propaganda focalizza l’attenzione dell’opinione pubblica sui crimini imputati al “regime“, per evitare qualsiasi domanda su questa nuova opposizione. Questi gruppi armati, infatti, non hanno nulla a che fare con gli intellettuali che per protestare hanno scritto la Dichiarazione di Damasco. Provengono dall’ambiente estremista religioso sunnita. Questi fanatici rifiutano il pluralismo religioso nel Levante e  sognano uno stato che gli assomiglia. Non stanno combattendo il presidente Bashar al-Assad perché lo trovano troppo autoritario, ma perché è alawita, vale a dire, ai loro occhi eretico.
Pertanto, la propaganda anti-Bashar si basa sull’inversione della realtà. Per esempio, il caso divertente, notiamo, del blog “A Gay Girl in Damascus” creato nel febbraio 2011. Questo sito web pubblicato in inglese dalla giovane Amina, è diventato una fonte per molti media atlantisti. L’autore ha descritto le difficoltà di una giovane lesbica nel vivere sotto la dittatura di Bashar e la terribile repressione della rivoluzione in corso. Donna e gay, godeva della simpatia protettrice degli utenti occidentali che si sono mobilitati quando fu annunciato il suo arresto da parte dei servizi segreti del “regime“.
Tuttavia, è risultato che Amina non esistesse. Intrappolato dal suo indirizzo IP, uno “studente” di 40 anni degli Stati Uniti, Tom McMaster, è stato il vero autore di questa mascherata. Questa propagandista, che avrebbe dovuto preparare un dottorato di ricerca in Scozia, era presente al congresso dell’opposizione filo-occidentale in Turchia, che ha chiesto l’intervento della NATO. Ed era lì, ovviamente, non in qualità di studente [2].
La cosa più sorprendente della storia non è l’ingenuità degli utenti, che hanno creduto alle bugie della pseudo-Amina, ma la mobilitazione dei libertari per difendere coloro che li combattono. Nella laica Siria, la vita privata è tutelata. L’omosessualità è vietata nei testi, non repressa. Può essere difficile viverla in famiglia, ma non nella società. Al contrario, coloro che i media occidentali presentano come dei rivoluzionari e che consideriamo, al contrario, come dei contro i rivoluzionari, sono violentemente omofobi. Costoro propongono persino di introdurre pene corporali, anche la pena di morte, per alcuni, per punire questo “vizio“.
Questo principio di inversione è applicato su larga scala. Ricordiamo i rapporti delle Nazioni Unite sulla crisi umanitaria in Libia: decine di migliaia di lavoratori migranti in fuga dal paese, per sfuggire alle violenze. I media atlantista avevano concluso che il “regime” di Gheddafi doveva essere rovesciato e bisognava  sostenere i ribelli a Bengasi. Ma non è il governo di Tripoli a essere responsabile di questa tragedia, ma i cosiddetti rivoluzionari della Cirenaica, che andavano a caccia di persone di colore. Guidato da una ideologia razzista, lo hanno accusati di essere tutti al servizio del colonnello Gheddafi e li linciavano quando ne catturavano uno.
In Siria, le immagini di gruppi armati appostati sui tetti che tirano a caso sulla folla e sulla polizia, sono trasmessi dalle televisioni nazionali. Ma queste immagini sono riprese dai canali sauditi e occidentali, per attribuire questi crimini al governo di Damasco.
In definitiva il piano per destabilizzare la Siria non funziona perfettamente. Ha convinto l’opinione pubblica occidentale che questo paese è una dittatura terribile, ma ha saldato la stragrande maggioranza della popolazione col governo. Alla fine, ciò potrebbe diventare pericoloso per i progettisti del piano, soprattutto Tel Aviv. Abbiamo appena assistito, nel gennaio-febbraio 2011, a una ondata di rivoluzioni nel mondo arabo, seguito in aprile-maggio da un’onda contro-rivoluzionaria. Il pendolo non ha completato il movimento.
    
[1] «La France préparait depuis novembre le renversement de Kadhafi», Franco Bechis, Réseau Voltaire, 24 marzo 2011.
[2] «Propagande de guerre: la bloggeuse gay de Damas», Réseau Voltaire, 13 giugno 2011

Traduzione di Alessandro Lattanzio – Aurora03.da.ru

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