Il Golfo Arabo sbircia nel mondo multipolare

MK Bhadrakumar - 11 ottobre 2014
635302-01-08Il tradizionale sistema di alleanze prevalente nella regione del Golfo da quando l’allora presidente degli Stati Uniti Franklin Roosevelt lasciò il vertice di Jalta (1945) con Winston Churchill e Josif Stalin e si diresse senza preavviso in Egitto per un appuntamento segreto con re Abdul Aziz ibn Saud dell’Arabia Saudita, a bordo del cacciatorpediniere statunitense USS Murphy, nelle acque dei Grandi Laghi Amari, si sta inesorabilmente indebolendo. L’ultimo segno di tale processo è l’annuncio del Cremlino della visita del re del Bahrayn Hamad ibn Isa al-Qalifa, che lascia il resort della città russa di Sochi per incontrare il Presidente Vladimir Putin e di partecipare al capitolo russo della Campionato mondiale di Formula Uno. Il sovrano del Bahrayn è un compare della famiglia reale saudita e fu solo il brutale intervento militare saudita che l’ha finora aiutato a frenare la rivolta per la democrazia e i diritti umani della maggioranza sciita del Paese.
L’importanza di ciò che oggi accade nel cortile dell’occidente, è che sembra quasi che la Russia sia il centro di pellegrinaggio dei governanti del Golfo Arabo scontenti dei modi del presidente Barack Obama e della politica degli Stati Uniti in Medio Oriente per la promozione di democrazia e diritti umani. Se va indicato il momento decisivo di tale crescente tendenza degli arabi del Golfo a disilludersi verso l’amministrazione Obama, è quando Hillary Clinton svelò drammaticamente e con molto clamore il Secolo del Pacifico Americano, la strategia del “pivot”in Asia degli Stati Uniti.
I Clinton affiancano la famiglia Bush del Texas per devozione ai regimi del Golfo Arabo e la segretaria di Stato Clinton non anticipava l’effetto devastante che la sua brillante strategia del “pivot” avrà sul morale degli alleati degli Stati Uniti nel Golfo. Gli autocrati arabi del Golfo sono travolti dall’angoscia che gli Stati Uniti taglino la corda per l’Asia-Pacifico, lasciandoli ai lupi della regione e che Washington non si adopererà per la sopravvivenza dei loro regimi arcaici. La primavera araba e gli eventi catastrofici che portarono alla caduta di Hosni Mubaraq in Egitto, momento cruciale delle strategie statunitensi in Medio Oriente, hanno scosso la fede degli autocrati arabi del Golfo nella fedeltà degli Stati Uniti come pretoriani dei loro regimi, soprattutto con le prova accumulatesi su Washington che si mette dalla “parte giusta della storia” e tranquillamente s’impegna con i Fratelli musulmani, che allora sembravano l’emergente “forza vitale” in Medio Oriente. Inoltre, rapporti hanno cominciato a circolare sulla dipendenza degli Stati Uniti dal petrolio dal Golfo in drastica diminuzione con la vertiginosa produzione di shale gas negli USA, che a sua volta si tradurrebbe in geopolitica nel disinteresse di Washington nella sopravvivenza delle oligarchie dei petrodollari regionali. La tesi in sé è falsa perché il coinvolgimento degli Stati Uniti verso gli Stati dei petrodollari non è solo in termini di consumo di petrolio, ma anche di traffico nel mercato energetico mondiale ed esportazione di tecnologia del petrolio, nonché di processo di riciclaggio dei petrodollari, pilastro fondamentale del sistema bancario-economico occidentale. Ma avanzò comunque la tesi della strategia del “pivot” in Asia di Clinton, guadagnandosi credibilità.
Se la caduta di Mubaraq fu un campanello d’allarme, la riluttanza degli Stati Uniti a farsi trascinare nel “cambio di regime” in Siria degli Stati arabi del Golfo, trasmise ulteriormente l’impressione che la presa statunitense in Medio Oriente sia in declino continuo. E poi venne l’impegno diretto degli Stati Uniti con l’Iran (sciita). Spargendo sale sulle ferite, Washington s’impegnava con l’Oman, Stato del GCC, ad agire da intermediario per discutere i termini dell’impegno, mantenendo l’Arabia Saudita all’oscuro di ciò che che si svolgeva. Sembra, infine, che i peggiori timori sauditi si avverino, Stati Uniti e Iran normalizzano le relazioni e Riyad perde lo status di alleato chiave di Washington in Medio Oriente. Naturalmente, lo scenario post-Guerra Fredda contro il quale tutto ciò viene dispiegato è importante da notare: l’illusione sfuggente degli Stati Uniti del “momento unipolare” e l’emergere del mondo multipolare. Gli arabi del Golfo iniziano ad intuire la possibilità che l’ordine mondiale multipolare possa salvaguardare i loro interessi fondamentali. In poche parole, per loro gli USA sono ancora il miglior spettacolo in città, ma non più l’unico.
Arriva la Russia. La guerra civile siriana è stata una rivelazione per gli arabi del Golfo, la cartina di tornasole di quanto Mosca avrebbe fatto a sostegno di un vecchio amico e alleato (anche se la Russia ha i suoi interessi, anche). In netto contrasto con il malcelato disinteresse o la riluttanza degli Stati Uniti nel salvare il regime di Mubaraq. In secondo luogo, Mosca ha sempre ridimensionato la primavera araba, senza mezzi termini fredda verso la ragion d’essere della trasformazione democratica del Medio Oriente. Al contrario, è stata abbastanza accomodante con l’idea di fare affari con regimi autoritari. In realtà, Mosca ridicolizza apertamente e ovunque il piano di democratizzazione degli Stati Uniti. In terzo luogo, la Russia continua a considerare i fratelli “terroristi” e la Fratellanza musulmana resta un gruppo radicale proscritto nella “watch list” russa. Gli autocrati arabi del Golfo sono immensamente soddisfatti di come la Russia chiaramente bolli l’islam politico come anatema nel mondo moderno. In quarto luogo, la Russia non ha perso tempo ad abbracciare senza esitazione la giunta militare che ha preso il potere a Cairo con il colpo di Stato sponsorizzato dai sauditi in Egitto, nel luglio 2013. Avendo davvero impressionato i sauditi che, nel momento cruciale, gli statunitensi ancora predichino la virtù della democrazia sulle rive del Nilo. (Probabilmente, i russi sono anche costretti a ripensare all’approccio statunitense verso la giunta di Cairo, qualcosa che i sauditi non hanno potuto compreso da soli). In quinto luogo, la crisi Ucraina ha convinto gli arabi del Golfo che il DNA russo non è cambiato e che Mosca persegue i propri interessi vitali in gioco, non importa cosa comporti. In altre parole, gli arabi del Golfo hanno iniziato a giocare con l’idea di fare della Russia attore del loro benessere e della sopravvivenza dell’attuale sistema oligarchico arcaico regionale. In sesto luogo, la fredda profonda spaccatura USA-Russia attrae gli arabi del Golfo. Se la frattura si approfondisce, sarà ancora meglio. In poche parole, gli statunitensi saranno costretti a pensare alle ombre russe nella regione del Golfo, a sua volta costringendo Washington a rinnovare l’interesse per il vecchio sistema di alleanze costruito intorno alla serie impressionante di basi militari statunitensi nella regione. Infine, nonostante tutti i protagonismi sulla comprensione strategica tra la Russia e Iran, che entrambi i Paesi si sforzano costantemente di pianificare, gli arabi del Golfo sanno essere un rapporto incredibilmente complesso radicato su animosità, sospetti reciproci e tradimenti sordidi tra le due potenze regionali, risalenti al lungo cammino nella storia moderna.
La collaborazione della Russia nella strategia del contenimento degli Stati Uniti verso l’Iran, negli ultimi anni, sul problema nucleare; la conformità della Russia con le sanzioni degli Stati Uniti contro l’Iran; l’avversione dell’élite russa verso l’Iran; gli interessi sovrapposti di Russia e Iran nel Caspio, Caucaso e Asia centrale, tutto ciò sottolinea la complessità del rapporto. Più importante, l’emergere della leadership filo-occidentale in Iran e l’accelerazione dell’impegno tra Stati Uniti e Iran preoccuperebbero la Russia. Lo spettro che si aggira in Russia è naturalmente un Iran potenziale strumento chiave del piano USA per ridurre la forte dipendenza dell’Europa dalle forniture energetiche russe (dalle gravi implicazioni per la leadership transatlantica degli Stati Uniti). Infatti, l’Iran è l’opzione migliore per l’Europa nel ricercare la diversificare delle fonti di energia, tramite l’hub energetico della Turchia. D’altra parte, qualsiasi riduzione della dipendenza energetica dell’Europa dall’energia russa è molto più questione di reddito drasticamente ridotto per la Russia, privandola del suo “strumento geopolitico” per sfruttare le politiche europee. Il punto è che un Iran integrato nella “comunità internazionale” cessa di avere qualsiasi convergenza di interessi con la Russia nel contestare le politiche regionali degli Stati Uniti. Sempre più spesso, Iran e Stati Uniti potranno anche trovarsi sullo stesso lato riguardo sicurezza e stabilità dell’Iraq (e forse della Siria pure). Tale tendenza potrebbe isolare la Russia e costringerla a cercare nuovi partenariati regionali per prepararsi ad ogni evenienza con la vicinanza strategica USA-Iran. Basti dire che le relazioni russo-iraniane sono a un bivio oggi. È vero, non vi è alcuna prospettiva imminente di un asse statunitense-iraniano, dato che il problema nucleare iraniano deve ancora essere risolto e non ci sono segni dagli Stati Uniti di un “salto di fede” verso l’Iran. Le lobby saudite e israeliane lavorano duramente a Washington per lo stallo sull’accordo nucleare, e gli interessi degli Stati Uniti inoltre sono troppo profondi ed estesi negli Stati arabi del Golfo, rendendo estremamente difficile all’amministrazione in carica alla Casa Bianca di cooptare apertamente l’Iran come alleato in Medio Oriente nel prossimo futuro. Detto questo, Mosca non perde alcuna possibilità, neanche. E ha fatto aperture verso gli Stati arabi del Golfo sperando che questi ultimi siano attratti dalle possibilità presentate dall’ordine mondiale multipolare; Mosca è riuscita ad avere un interlocutore costante nel re di Giordania Abdullah. L’anno scorso Abdullah ha visitato Mosca e quest’anno è già stato in Russia due volte (come il 2 ottobre) e ci sono altri due mesi ancora per una terza visita. Nel frattempo, Abdullah ha anche ospitato ad Amman un visitatore russo di eccezione, il leader ceceno Ramzan Kadyrov. È interessante notare che Mosca sa perfettamente bene che non cessa la partecipazione della Giordania al “cambio di regime” saudita in Siria e che la Giordania è un pesce piccolo per una grande potenza come la Russia, ma rimane un Paese interessante data la possibilità di Abdullah di essere un tramite per i contatti con la leadership saudita e l’occidente. Così, un dialogo fitto si sviluppa tra Abdullah e Putin sulla base della realpolitik e di una corrispondenza d’interessi dallo spirito pragmatico. Più che altro, la Giordania ha stretti legami con Israele e visti i crescenti contatti saudita-israeliani, Mosca vedrebbe la possibilità di una base comune da sviluppare, ad un certo punto, dalla comune antipatia/disillusione dei quattro i protagonisti verso la politica regionale degli Stati Uniti.
L’ Egitto, senza dubbio, s’inserisce anche in questo paradigma. I legami russo-egiziani si sviluppano velocemente e la visita del Presidente Abdelfatah al-Sisi a Mosca ad agosto è stata interpretata come il messaggio agli Stati Uniti che Cairo ha opzioni strategiche nel contesto multipolare. Dal punto di vista russo, però, il pesce grosso è l’Arabia Saudita. Mosca non ha lasciato nulla d’intentato negli ultimi anni, anche a fronte degli sgarbi diplomatici di Riyadh, per sviluppare il rapporto e trasformarlo in una partnership, ma i sauditi erano pesanti e lenti, almeno finora. La guerra civile in Siria pone una contraddizione acuta. Ma il nocciolo della questione è che i sauditi sono lungi dall’aver rinunciato all’alleanza strategica con gli Stati Uniti. I sauditi ancora sperano che l’amministrazione di Barack Obama possa fermarsi dal cercare un accordo con l’Iran entro novembre. Se nessun accordo nucleare fruttifica e se nel frattempo il Senato degli Stati Uniti cambia di mano finendo sotto il controllo dei repubblicani, l’impegno di Stati Uniti e Iran nato sotto cattive stelle, non andrebbe avanti per molto e, infatti, ci potrebbe anche essere una recrudescenza delle tensioni tra i due vecchi avversari. La strategia saudita, in breve, è sedersi e aspettare in qualche modo la fine della presidenza Obama nel 2016. Ma le cose possono cambiare drasticamente se ci sarà un accordo USA-Iran sulla questione nucleare. Mosca e Riyad avrebbero molto da perdere se l’integrazione dell’Iran con l’occidente iniziasse realmente. (E così in effetti anche Israele). In tale eventualità, il Medio Oriente probabilmente entrerà nel mondo multipolare. Ma poi ci sono tanti “se” e ‘ma’ impliciti in tale scenario. Molto dipenderà da come la guerra di Obama contro lo Stato islamico finirà. La grande questione è, cosa succede se lo Stato islamico prevale e arriva in Arabia Saudita? Dopo tutto, da movimento “neo-wahhabita”, l’obiettivo chiave dello SI è l’Arabia Saudita e non l’occidente. La sua strategia è provocare gli Stati Uniti ad intervenire militarmente in modo che possa cavalcare l’onda dei diffusi sentimenti antiamericani in Medio Oriente, che a loro volta apporterebbe alla causa nuove reclute e altri finanziamenti dagli Stati arabi del Golfo.

3126fb7674e98090fe6701f5905ceea603d7cf74Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La NATO verso la Siria, l’Iran traccia la linea rossa

MK Bhadrakumar – 9 ottobre 2014Obama-US-Turkey-Nucle_Horo-e1368726239951Teheran ha apertamente avvertito la Turchia su “qualsiasi mossa che ulteriormente aggravi e complichi la situazione regionale con conseguenze irreparabili”. Il portavoce del ministero degli Esteri ha rivelato che Teheran ha avviato un’iniziativa verso Ankara affinché agisca con grande circospezione. Questa è la prima reazione iraniana alla risoluzione approvata dal parlamento turco che autorizza il governo ad inviare truppe in Siria. La reazione iraniana è tagliente ed equivale all’avvertimento che se truppe turche attraversano il confine si avranno “conseguenze irreparabili”. Hmm. Le cose sono sempre più piuttosto esplosive. Perché una così tagliente reazione iraniana? Evidentemente Teheran vede il piano del primo ministro turco Recep Erdogan svolgersi su tre livelli. Erdogan vede che la campagna aerea dagli Stati Uniti contro lo Stato islamico non sarà sufficiente a frenare la sfida estremista e che sarà necessario avere “stivali sul terreno”. Sa che la Turchia è l’unico Paese che può dispiegare truppe rafforzando la strategia degli Stati Uniti contro lo SI. Così Erdogan ha presentato una precondizione, vuole che gli Stati Uniti rielaborino la loro strategia anti-SI in Siria includendo un ‘cambio di regime’, ma Washington tergiversa. Allora, Erdogan gioca la sua seconda carta, far rivivere la vecchia proposta turca di creare una “zona cuscinetto” in Siria, e poi fare della zona cuscinetto condizione preliminare per l’intervento di Ankara a difesa della città siriana di Kobani sul confine turco, sotto attacco. Ancora una volta, Washington traccheggia. Kobani è caduta in mano allo SI. Nel frattempo Erdogan ha comunque segnato un gol, Kobani è una città curda e la sua cattura da parte dello SI indebolisce l’organizzazione separatista curda PKK che combatte l’esercito turco. In poche parole, Erdogan permette allo SI (che la Turchia sostiene segretamente) di schiacciare i curdi nel nord della Siria, mentre allo stesso tempo offre aiuto al presidente Barack Obama per combatterlo, a condizione naturalmente che gli Stati Uniti sostengano le ambizioni territoriali della Turchia (con l’alibi delle zone cuscinetto e ‘no-fly-zone’) in Siria, nel primo colpo per ‘balcanizzare’ il Paese.
Chiaramente, l’ordine del giorno di Erdogan si concentra sul “cambio di regime” in Siria e quindi su indebolimento e decimazione dei gruppi separatisti curdi, mentre il suo atteggiamento verso lo SI rimane sempre ambivalente. Per quanto il presidente Barack Obama resisterà al ricatto di Erdogan? La resistenza degli Stati Uniti all’idea della zona cuscinetto s’indebolisce come accennato dal segretario di Stato John Kerry oggi, in una nota dopo l’incontro con l’omologo inglese, anche se il Pentagono continua ad insistere che la “zona cuscinetto” non è considerata dalla strategia degli Stati Uniti. Il punto è che Obama è oggetto di critiche interne che ritengono “abbia fatto poco” per impedire la caduta di Kobani. Erdogan coprirebbe l’invio di truppe turche nell’ambito di una sorta d’intervento della NATO in Siria. Il che rende la visita ad Ankara, oggi, del segretario generale della NATO Jens Stoltenberg assai significativa. (L’inviato speciale degli Stati Uniti per la Siria, generale John Allen, è arrivato ad Ankara, sempre oggi). Il presidente francese Francois Hollande esprime sostegno all’idea della “zona cuscinetto” in Siria. Il che naturalmente, significa che l’Arabia Saudita l’appoggia pure. Certo, si prepara lo slancio all’intervento della NATO in Siria. Può sembrare modesto all’inizio, con la NATO che offre “protezione” a un Paese membro (Turchia). Il potente presidente del comitato per le relazioni estere della Camera di Washington, Edward Royce, in una dichiarazione ha criticato aspramente l’amministrazione Obama, “Un esercito terrorista è alle porte della NATO. E’ tempo per la Turchia e gli altri membri dell’Alleanza di fare di più verso le forze coinvolte nella lotta contro il SIIL in Siria“.
Erdogan probabilmente valuta che se le truppe turche invadono Siria nell’ambito di un’operazione della NATO, l’Iran (e la Russia) esiterebbe a compiere contromosse per paura di entrare in collisione con l’alleanza occidentale. Ma Teheran sembra aver capito ciò che accade. Il portavoce del ministero degli Esteri ha annunciato, oggi, che l’Iran è disposto ad intervenire (militarmente) per liberare Kobani dallo SI se il governo siriano del Presidente Bashar al-Assad lo richiede. In termini reali, Teheran anticipa il pretesto dell’intervento della NATO in Siria. Erdogan potrebbe esser sorpassato. In Turchia, l’opposizione è contro l’invio di truppe turche in Siria, anche nel campo islamista. Infatti, se i curdi liberano Kobane con l’aiuto iraniano, smaschereranno completamente Erdogan. Le ripercussioni possono essere assai gravi per la Turchia, perché i curdi non accetteranno il tradimento di Erdogan. Grandi violenze antigovernative sono esplose nelle regioni curde della Turchia orientale.

418481Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Ucraina verso la dissoluzione

Xavier Moreau, RealpolitikReseau International 24 agosto 2014

Il sistema ucraino continua nella dissoluzione politica, economica e militare. Il calcolo del Cremlino, che prevede che la realtà economica porti alla ragione il governo oligarchico, sembra funzionare. La questione è ora se ci sarà qualcuno che avvierà le riforme costituzionali per la federalizzazione del Paese.

alexander-zakharchenkoSituazione militare
Il 19 agosto Kiev ha lanciato all’assalto, ancora una volta, le sue forze, e ancora senza risultati. In realtà, avvicinandosi alle truppe ribelli ucraine, nel corpo a corpo, la superiorità della fanteria della Nuova Russia è decisiva, soprattutto contro le truppe demoralizzate o abituate alle zuffe di Majdan. L’artiglieria ribelle, più professionale e manovriera, regolarmente sconfigge quella di Kiev, che si vendica bombardando indiscriminatamente le città. Il rinvio del convoglio umanitario russo non è dovuto alla possibilità che i russi vi nascondano una divisione di paracadutisti o di T-90, ma del fatto che l’aiuto sfida gli sforzi di Kiev nell’affamare il popolo della Nuova Russia. L’intera strategia della junta si basa sulla speranza di ripetere ciò che è successo a Slavjansk. Si noti che il tentativo di tagliare l’acqua a Donetsk è fallito, l’amministrazione comunale è riuscita a ripristinare le stazioni di pompaggio. Stanchi dell’anarchia di Kiev e con il controllo del territorio dei combattenti della Nuova Russia, i russi inviano il loro convoglio, giunto oggi a Lugansk. La crisi umanitaria è innegabile per Kiev, tanto più che il suo esercito ne è anche vittima. L’OSCE continua ad essere d’accordo con la Russia, e i soldati ucraini, non riuscendo a combattere efficacemente i combattenti del Donbas, sono ridotti ai selfie in cui si consegnano prigionieri ai soldati russi. Mentre Pravyj Sektor e SBU torturano e brutalizzano i prigionieri, l’esercito della Nuova Russia illustra come cura correttamente i prigionieri. Gli ucraini catturati sono autorizzati a chiamare le famiglie, avendo un effetto devastante, perché Kiev nega il massacro che subisce il suo esercito. Ancora una volta lo scontro tra barbarie della modernità occidentale e l’Europa cristiana. I russi non hanno bisogno d’inviare materiale perché, come ha sottolineato con umorismo il Premier della RPD Aleksandr Zakharchenko, l’unico affidabile fornitore di armamenti dei ribelli rimane l’esercito ucraino. I russi sicuramente inviano volontari e denaro, ma questa guerra è una guerra civile che Kiev perde, senza ammetterlo. Sembra che la controffensiva annunciata regolarmente tre settimane fa sia iniziata. Su tutti i punti del fronte, le forze kieviane si ritirano. L’obiettivo della Nuova Russia è controllare completamente la zona cuscinetto tra il confine con la Russia e Lugansk. Conseguiti questi primi obiettivi, i federalisti potrebbero reindirizzarsi, se le riserve lo consentono, su Slavjansk e Marjupol. I prossimi giorni decideranno.

Stalingrado, l’offensiva del Tet e anche lo sbarco del 6 giugno 1944
Lo Stato Maggiore della Nuova Russia ha attutato Stalingrado contenendo le forze d’invasione, mentre prepara il contrattacco. Avviando l’offensiva del Tet, rivela all’opinione pubblica ucraina e occidentale che la guerra è lungi dall’essere vinta da Kiev, e che può essere persa. Infine, avendo il governo di Kiev inviato la maggior parte delle proprie forze nel Donbas, ha creato un vuoto tra Donetsk e le altre città orientali: Kharkov, Dnepropetrovsk e Zaporozhe. L’esercito tedesco si trovò nella stessa situazione dopo la battaglia di Normandia. Su richiesta dell’ambasciata degli Stati Uniti, i media francesi hanno spiegato questa debacle come cambio di strategia, “un calcolo intelligente” dice Harold Hyman. Incompetente come i suoi omologhi francesi, ha allegramente confuso munizioni illuminanti e bombe al fosforo, come Frédéric Encel confonde il T-64, prodotto a Kharkov, con il T-72. A sua difesa, a differenza dei suoi omologhi francesi, il giornalista statunitense ha almeno il merito di essere divertente.

Situazione economica
Il primo ministro Jatsenjuk, che certuni fraintendono moderato e ragionevole, impazzisce sulle sanzioni contro la Russia. Gli europei hanno appreso con costernazione che stava per tagliare il flusso di gas dall’Ucraina. L’incredulità è divenuta sconcerto quando ha proposto la privatizzazione parziale della rete dei gasdotti ucraini. Le strutture sono in serio stato di abbandono, nessuno vi vorrà investire. La Shell ha subito declinato l’offerta, preferendo lavorare con la Russia. Tutti aspettano il “South Stream“, mentre i bulgari, minacciati da John McCain e dall’UE, hanno congelato il progetto contro i propri interessi. Sarà interessante vedere come il governo bulgaro si spiegherà con la popolazione questo inverno, se Kiev interrompe il gas. In realtà, l’inverno arriva, ma non il gas. Le forniture alternative si dimostrano una favola, come abbiamo detto fin dall’inizio. Il deficit di gas, che impedisce di riscaldare correttamente le case d’inverno, si aggiunge a quello dell’acqua calda e del carbone (generalmente estratto nel Donbas). In 40 giorni, l’Ucraina passa da esportatrice ad importatrice. La produzione di elettricità, in cui l’Ucraina era esportatrice, sarà gravemente colpita, anche a Kiev. Avendo acquistato boiler e stufe elettriche, si prevede che gli ucraini subiranno il “blackout” questo inverno. L’aiuto del FMI, previsto per il 29 agosto, non è garantito. Data la situazione, il ministro dell’economia Pavel Sheremet s’è dimesso il 21 agosto.

Situazione politica
Le dimissioni del ministro dell’economia non sono un caso isolato. Parubi ha lasciato il Consiglio di Sicurezza Nazionale, dopo aver rinunciato due settimane prima alla segreteria generale. Tatiana Chernovol, altra isterica banderista, nel frattempo, ha lasciato il suo ministero della lotta alla corruzione. Il governo ucraino cede alle minacce di Jarosh. Il capo di “Pravyj Sektor” che non supportando che i suoi scagnozzi vengano arrestati per traffico di armi, aveva minacciato di lasciare il Donbas per Kiev. Secondo voci, Poroshenko ne avrebbe chiesto l’eliminazione e che le unità naziste, prive di professionalità facendone facili bersagli dei ribelli, siano inviate nelle zone più pericolose per essere distrutte (il dispiegamento tragicomico dell’unità in questo video, comporterebbe l’immediata espulsione dalla scuola di fanteria). Diversi capi radicali sono stati feriti o uccisi. L’efficacia di Jarosh ci ricorda quella di un altro grande stratega della seconda guerra mondiale. L’arbitrio domina l’Ucraina. Rapimenti e torture aumentano. Gli scambi di prigionieri e di spoglie umane svelano gli spaventosi maltrattamenti nelle carceri di Kiev. Come se non bastasse, il presidente Poroshenko ha firmato un decreto che autorizza la detenzione di 30 giorni senza l’autorizzazione del giudice. Quindi, i valori statunitensi scompaiono in Ucraina. Majdan viene sgombrata, almeno in parte. Vitalij Klishko ha le mani in tasca e non è mai stato così popolare da quando riempie i cassonetti, evitando di parlare. Così il governo non baderà più al soviet di Majdan, senza suscitare l’indignazione di Anne Tinguy, che si era fatta trascinare, con molta sensualità, dalla felicità del 26 febbraio, prima della costruzione di tale favoloso e originale sistema politico. Nei Carpazi, gli ungheresi chiedono l’indipendenza con il sostegno del partito nazionalista ungherese Jobbik. Sorridiamo pensando a coloro che volevano unire i nazionalisti di tutta Europa. Saremo lieti della reazione di Svoboda e del suo capo Tjagnibok. A Kiev, la situazione è più delicata, l’Ungheria non è solo un membro della NATO ma anche un Paese amico della Russia, con cui condivide valori cristiani, in attesa di riceverne il gas.

Relazioni tra Russia e Ucraina
Il presidente Poroshenko incontrerà Vladimir Putin a Minsk il 26 agosto, ma il suo peso è limitato. Julija Timoshenko, che non ha ancora digerito la sconfitta nella corsa presidenziale, è in agguato con l’accusa di tradimento, nel caso in cui il presidente ucraino accetti la federalizzazione. E’ supportata da Igor Kolomojskij, in procinto di sequestrare Odessa e metterla a disposizione della “principessa del gas”, con il suo esercito privato composto dai banditi armati di Pravyj Sektor. Se Poroshenko vuole fare qualcosa, come la costituzione ucraina, prima o poi dovrà mettere in conto le dimissioni. Eletto per fare la pace, è sempre più impopolare e rischia di perdere le elezioni parlamentari. Beneficerebbe in tale caso del sostegno francese e russo. La domanda è se Angela Merkel, che l’incontrava a Kiev il 23 agosto, saprà fargli dimenticare il revanscismo antirusso. La Russia è l’unico Paese interessato ai risultati delle indagini sulla distruzione del Boeing malese. Scommetto che la relazione, se ci sarà, farà storia sui media francesi, come l’omicidio di James Foley, presumibilmente detenuto da Bashar al-Assad dal 2012.

Fallimento delle sanzioni
Le sanzioni sono un fallimento quasi totale. L’UE, che non dubita di nulla, chiede al Sud America di sanzionare la Russia, così come la Serbia. La risposta non si è fatta attendere. Gli statunitensi sperano su Cina e Corea, Washington spera, con grande ottimismo e candore, che facciano pressione. Il Giappone continua a fingere. I contadini russi e serbi possono così ringraziare UE e NATO. Da parte sua, la Russia batterà nel 2014 il record di produzione del grano, ed ha anche firmato un contratto di forniture dall’Egitto nell’ambito della politica araba ereditata dall’Unione Sovietica. Con le sanzioni, il valore delle azioni delle aziende agricole russe è aumentato del 20%. I 125 milioni proposti dall’UE sono soltanto una goccia nell’oceano del disastro, gli ideologi pro-europei cercano di spiegare ai produttori europei che è ancora più difficile per i russi. Anche se ciò fosse vero, sarebbe una magra consolazione per i contadini francesi che, a differenza di Bruxelles e Washington, non sono in guerra contro la Russia; né per i lettoni, troppo stanchi, o gli spagnoli che ora protestano apertamente. Povero Jacques Rupnik che vede nella crisi ucraina un test per l’Europa (in realtà l’UE, ma la distinzione è troppo sottile per il suo entusiasmo da tifoso). Sarà servito. UE e NATO vivono ancora nel 1990, ed è tempo che la Francia entri nel ventunesimo secolo e smetta di seguire i capricci della Polonia rivolgendosi ai BRICS e all’Asia. Per ora, la Francia ha giocato bene la sua parte alla mostra degli armamenti di Mosca, dal 13 al 17 agosto, quando Dimitri Rogozin ha annunciato che le società presenti nei momenti difficili non sarebbero state dimenticate. Su Exxon-Mobil, di cui abbiamo discusso nell’ultima analisi, la compagnia petrolifera non ha mostrato alcun interesse per i tubi arrugginiti di Naftogaz, ma tuttavia ha inaugurato in diretta, con Putin e Igor Sechin (sulle liste delle sanzioni) la sua prima perforazione USA-Russia nell’Artico, il 9 agosto. La Russia si aspetta che la situazione si calmi. Le sanzioni saranno una doccia fredda per l’UE, che chiaramente pensava che Mosca si sarebbe fatta punire come un discolo. Il governo francese, di cui si deve salutare la perseveranza sulla Mistral, è stato trascinato in sanzioni stupide e sterili per via della nullità degli “esperti” consultati sulle questioni russe e ucraine. I giornalisti francesi, naturalmente, non contano e Gomart, Encel, Tertrais, Rupnik e altri Heisbourg, la cui incompetenza lede gravemente gli interessi francesi, devono sparire. La Fondazione per la Ricerca Strategica e l’IFRI devono recuperare con urgenza, assolutamente e seriamente.

MAPInsomma
Concludendo con una nota umoristica, vi presentiamo un video su come si gioca con i bambini in Galizia. E’ più simile a una cerimonia voodoo, dopo una tale infanzia, anche un Oleg Tjagnibok è scusato… Infine, ultima e grande novità, il bilancio per produrre RussiaToday in francese, 29 milioni di euro, è stato votato. Il Cremlino prende in considerazione la mancanza di libertà d’espressione in Francia e cerca di porvi rimedio.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Aleksandr Dugin e la “Primavera Russa”

Philippe Grasset Dedefensa, 12 luglio 2014
644551Abbiamo già menzionato che una delle possibili evoluzioni a margine della crisi ucraina, pur causata da essa, sarebbe il radicale indebolimento di Putin sul fianco della destra nazionalista e patriottica, per via della sua prudente politica di non-intervento, quasi di conciliazione. Se questa politica sembra avere una direzione politica chiara e dare i primi risultati, come l’avvicinamento della Russia sulla questione ucraina a Germania e Francia e l’allontanamento di questi due Paesi dagli Stati Uniti, ha i suoi limiti proprio nella minaccia d’indebolimento interno di cui parliamo. Karine Bechet-Golovko ha scritto sul suo blog, il 7 luglio 2014 “…Così, il presidente russo è in una situazione delicata, senza dimenticare che le reazioni lente causano crescente malcontento interno, soprattutto tra gli intellettuali interessati come Dugin. Un’avanzata  estremamente pericolosa, che insiste sull’invio delle forze armate (in Ucraina), l’interposizione di forze russe, l’appello a Strelkov per mettere ordine a Mosca. O. Tsarjov, più calmo, da parte sua dice che se la Russia non interviene a risolvere la situazione in Ucraina, la guerra arriverà a casa sua perché la battaglia che si svolge è la lotta per la Russia, ed ogni colpo è permesso“.
Vediamo Aleksandr Dugin qui citato, è noto che il filosofo mistico e simbolico del nazionalismo patriottico russo è entrato in politica per promuovere l’Eurasiatismo e contrastare i valori occidentali che ritiene destrutturanti e satanici. Dugin è considerato un intellettuale di primo livello, sulla scia di artisti e pensatori profetici, vicino alla corrente della Tradizione, il cui esempio più famoso nel XX secolo è Aleksandr Solzhenitsin. Un articolo della BBC del 10 luglio 2014 parla del ruolo di Dugin, affermando che egli avrebbe scritto il discorso di Putin alla cerimonia per l’annessione della Crimea. (Dugin chiese l’annessione nel 2008). Una conversazione telefonica con la BBC di Dugin permette valutazioni sulla situazione politica nella Russia di oggi. Dugin è assai allarmista e descrive un Putin titubante diviso tra tendenze nazionaliste e liberali filo-occidentali; anche se queste affermazioni sono speculative, tuttavia mostrano la febbre politica a Mosca riguardo la situazione ucraina. “Parlando al telefono da Mosca, in inglese e con un chiaro accento di urgenza nella voce, Dugin teme che la ‘primavera russa’ stia perdendo slancio: “I liberali sono contro Putin. E’ un vero guaio”, e i patrioti lo sosterranno solo se intende continuare con le sue politiche patriottiche. Mentre esita perde l’appoggio di entrambi i lati. È un gioco pericoloso. Ma c’è forse una soluzione? (…) Ora, con le forze ucraine all’offensiva contro i ribelli nelle regioni di Donetsk e Lugansk, Dugin incolpa “i liberali” della riluttanza del Presidente Putin ad inviare truppe. I “liberali” a suo avviso, sono soprattutto affaristi che fecero fortuna negli anni ’90. Se ulteriori sanzioni economiche saranno applicate alla Russia, avranno da perdervi molto essendo “integrati nell’economia mondiale”. L’apparente esitazione del Presidente Putin, secondo Dugin, è dovuta alla lotta nel governo russo, e nella mente del Presidente Putin. “Questa è la lotta tra le forze conservatrice ortodossi patriottiche e le forze liberali, che sono molto forti, dice. In effetti, pensa, ci sono due parti in conflitto in Vladimir Putin. “Il lato patriottico di Putin è supportato dalla maggior parte dei russi, ma la sua ombra liberale è rappresentata dalla maggioranza della classe politica, degli oligarchi e dal suo primo ministro Medvedev. Tale nota anti-establishment è popolare presso la maggioranza dei russi, che non si fida della “élite liberale”, accusata del caos degli anni ’90. Non solo molti russi simpatizzano con il nuovo patriottismo militarista di Aleksandr Dugin, Alcuni arrivano ad acquistarne il kit e a recarsi in Ucraina orientale, per unirsi ai gruppi ribelli“.
L’intervento di Dugin aiuta ad illuminare la portata del dibattito, e quanto la crisi ucraina sia lontana, anche sul terreno stesso della sua esplosione ed estensione, a limitarsi solo al problema ucraino. Questo dibattito è lungi dall’essere geopolitico, verrebbe definito “geopolitico” secondo Dugin, cioè una geopolitica mistica o escatologia geopolitica, un concetto in cui la geopolitica è rappresentazione terrena del disegno spirituale, dove il termine (“mistico”, “escatologico”) è più importante del termine che lo qualifica e riduce alla funzione utensile. (Dugin ha sviluppato l’idea dell’Eurasiatismo, o meglio neo-Eurasiatismo, concretizzando le sue idee come dottrina). Va ricordato che l’idea di scontro di civiltà, del concetto di civiltà antagoniste, è alla base della crisi ucraina e, naturalmente, della situazione russa concernente i recenti (negli ultimi due anni) eventi con tale connotazione. (Si veda, ad esempio, 3 marzo 2012). Un recente articolo di Alexandre Latsa (La Voce della Russia, 1 luglio 2014 e su questo sito 2 luglio 2014) affronta la crisi ucraina, tra cui gli scontri nel Donbas, da questa angolazione. (Si noti che Bechet-Golovko, riportava l’11 luglio 2014 un ulteriore esempio della complessità della crisi ucraina, nel senso che sviluppiamo qui, presentando l’adozione da parte di diverse organizzazioni ucraine a Jalta, il 7 luglio, del “Manifesto del Fronte Popolare ucraino”, le cui rivendicazioni si riferiscono alla prima Maidan, che espresse una protesta popolare pura poi sequestrata congiuntamente da forze estremiste, oligarchi corrotti e criminalità organizzata, forze sovversive del blocco BAO e diktat delle burocrazie ultra-liberali). In tutto ciò, vi sono varie espressioni di una medesima dimensione specifica, comprensiva del confronto culturale e di civiltà tra il blocco BAO, quale espressione del Sistema, e la Russia, partecipe all’eccezionalità della crisi ucraina, rafforzandone il carattere di universalità rispetto alla crisi generale del Sistema.
Inoltre, illustrando la velocità degli eventi e delle modifiche apportate sul terreno dalla crisi stessa, va notato ciò che sembra essere un nuovo importante sviluppo della situazione operativa, dopo la caduta di Slavjansk (v. 9 luglio 2014). Si tratta della notizie dell’importante scontro che ha visto l’annientamento di una unità strutturata dell’esercito ucraino, delle indicazioni di ulteriori scontri e dell’evoluzione strutturale delle forze anti-Kiev, suggerendone un recupero tattico, se non strategico. Il sito The Vineyard of the Saker fornisce maggiori informazioni su questi eventi, il 11 luglio. (Vedi, ad esempio, un testo dell’11 luglio 2014 sull’evoluzione strutturale del movimento di resistenza, e il testo sulla situazione operativa in generale, sempre dell’11 luglio 2014). Si trae da queste varie informazioni e considerazioni l’impressione generale di un accordo tra la resistenza del Donbass e Mosca per un aiuto informale, descritto come generato “dal popolo russo”, più o meno con  iniziative private e il sostegno passivo e discreto del governo, ecc.
Un’osservazione generale infine interessa l’evoluzione della crisi ucraina, qui considerata negli eventi nonché nelle valutazioni intellettuali direttamente legate al teatro operativo. Si tratta di apprezzare la notevole estensione della crisi a questo livello, nonché gli sviluppi indiretti e internazionali (dollaro, posizioni nel blocco BAO, ecc.) ormai ben riconosciuta di grande  importanza. La posizione ucraina crea fattori fondamentali, le cui implicazioni estere e concettuali promettono essere importanti. Questo porta ad osservare, ancora una volta, e a confermare, se si vuole, l’eccezionalità di tale crisi inedita, espressa a tutti i livelli operativi. Anche sul solo punto ucraino, tale crisi non può essere ridotta a una “rivoluzione colorata” di nuovo tipo, a una versione est-europea della “primavera araba”, ecc. A questo proposito, l’idea di “Primavera Russa” di Dugin ha necessariamente una dimensione completamente nuova rispetto all’idea di “primavera araba”; osservando ciò, si pone meno contrasto tra i due eventi che a mostrare qaunto la situazione sia notevolmente cambiata dal 2010. Con la crisi ucraina, non si tratta più, per la molteplice universalità e la profusione d’interessi, di un evento che può essere ridotto a una regione o area geografica o culturale, a un sistema regionale e religioso, ecc. Si tratta infatti di un evento fondamentale per il Sistema, o ancor di più dell’archetipo della manifestazione fondamentale del Sistema, portando al confronto tra Sistema e anti-Sistema in tutta la sua diversità, con le necessariamente differenti valutazioni nell’identificare gli avversari. Vi è un grado in più, un ulteriore passo nello sviluppo della crisi del collasso del Sistema, e della crisi di civiltà che l’accompagna.

72962646cropTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia in Afghanistan: un imperativo post-NATO

Debidatta Aurobinda Mahapatra, RIR, 19 novembre 2013

image2La Russia incrementa la propria presenza militare nella base aerea di Kant, in Kirghizistan. La crescente presenza militare della Russia non avverrà nel vuoto, ma influenzerà l’architettura della sicurezza in evoluzione in Asia centrale e Afghanistan. Questo mese il segretario generale dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) ha incontrato il ministro degli Esteri russo e il suo vice a Mosca, per coordinare gli sforzi per garantire la stabilità in Afghanistan e contrastare il narcotraffico e il terrorismo. I recenti sviluppi suggeriscono che la Russia avrà un ruolo maggiore in Afghanistan nel 2014. Viktor Sevostjanov, capo della Seconda Aviazione e del Comando della Difesa Aerea è stato citato dalla televisione russa RT: “L’espansione della base (di Kant) avverrà entro dicembre“, inoltre rivelando che la Russia raddoppierà il numero di aerei da guerra nella base. Attualmente la Russia ha circa 10 caccia Sukhoj, due elicotteri Mi-8, una dozzina di aerei da trasporto e da addestramento, e circa 400 effettivi nella base. Questo potrebbe non bastare per affrontare le sfide dopo la partenza dell’International Security Assistance Force della NATO dall’Afghanistan. Rapporti suggeriscono che gli Stati Uniti potrebbero accelerare la ritirata anche prima della scadenza prevista. E hanno esplorato piani per il ritiro anticipato dalla base aerea di Manas, usando di transito un’altra base aerea in Romania. Il rinnovamento della Russia del contratto per la base aerea di Kant fino al 2032, la pone in vantaggio nel monitorare e controllare gli sviluppi in Afghanistan.
La crescente presenza della Russia in Asia centrale ne promuoverà gli interessi in quanto responsabile della sicurezza nella regione. La diffusione dei taliban negli Stati dell’Asia centrale è sempre una possibilità, e ogni vuoto nella sicurezza fornirà all’organizzazione estremista un via libero. Nikolaj Bordjuzha, segretario generale della CSTO, recentemente ha articolato questa preoccupazione. Secondo la Voce della Russia, avrebbe detto, “siamo consapevoli che le cose non saranno più stabili di quanto lo siano adesso, e ci aspettiamo che la situazione in Afghanistan abbia  un certo effetto negativo sugli Stati membri della CSTO (Russia, Armenia, Bielorussia, Kazakhstan, Kirghizistan e Tagikistan). Molte misure preventive sono già state prese, compresa l’assistenza al Tagikistan e il rinforzo del suo confine con l’Afghanistan.” Il caso del Tagikistan è particolarmente sensibile, in quanto ha legami etnici con l’Afghanistan e, all’indomani del crollo sovietico, subì un’intensa guerra civile con sostegno da oltre frontiera. L’Afghanistan condivide il confine con alcuni Stati dell’Asia centrale, Paesi post-sovietici. La Russia ha previsto che la base aerea di Kant promuova la stabilità e la sicurezza sotto la bandiera della CSTO.
Il segretario generale dell’OSCE, Lamberto Zannier, ha incontrato il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov e il viceministro degli Esteri Aleksej Meshkov a Mosca, l’11 novembre. Anche se i dettagli della riunione non sono stati resi noti, difatti hanno esplorato le prospettive della cooperazione in Afghanistan. Nelle prossime elezioni in Afghanistan, l’OSCE su richiesta del governo afghano ha promesso di offrire aiuto inviando osservatori elettorali. Aumentando il coordinamento degli sforzi tra la Russia e l’OSCE si contribuirà a colmare il vuoto creato dal ritiro delle forze internazionali di assistenza alla sicurezza. Sarà la vecchia esperienza della Russia nel saper affrontare gli insorti combinata con sua la crescente presenza militare in Asia centrale e la competenza dell’OSCE, a colmare le fratture createsi nell’estenuante guerra in Afghanistan.
Il crescente ruolo della Russia in Afghanistan è un imperativo post-NATO. E’ probabile che la Russia preferisca stabilità e pace nella regione attraverso l’azione collettiva di CSTO, SCO e RIC.  La Russia ha la capacità di procedere da sola, ma la sua leadership è più intenta a ricorrere al collettivismo e al regionalismo nell’affrontare le sfide in Afghanistan.

Kant_Air_BaseDr. Debidatta Aurobinda Mahapatra è un commentatore indiano. La sue aree di interesse riguardano conflitti, terrorismo, pace e sviluppo, Kashmir, Asia del Sud e gli aspetti strategici della politica eurasiatica.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Siria: conflitto USA-Russia ed ecatombe di agenti dei servizi segreti

Sami Kleib, Global Research, 10 novembre 2012
Articolo tradotto dall’arabo da Mouna Alno-Nakhal per Mondialisation.ca

Dall’inizio della cosiddetta “Primavera araba” numerosi ufficiali dei servizi segreti nella regione sono stati allontanati o abbattuti. Da cui sorge una fastidiosa domanda: scherzo del destino e delle coincidenze, o segnali di una lotta segreta in preparazione di nuove linee nella politica internazionale in Medio Oriente?
Ieri (6 novembre), il principe Mohammed bin Nayef è stato nominato ministro degli interni dell’Arabia Saudita, a seguito di significativi mutamenti nei servizi segreti guidati dal principe saudita Bandar bin Sultan. Ciò accade nel contesto di una serie di attentati nel regno, alcuni dei quali tenuti segreti o nascosti per evitare sospetti. Le tendenze del principe Mohammed bin Nayef in fatto di sicurezza sono ben note. Egli stesso è stato obiettivo di un attentato degli estremisti islamici. Ma non si sa granché di quello che si ci aspetta nel prossimo passo, se non che vi è un forte calo nel dominare il vento del cambiamento che soffiava in tutto il regno, nel tentativo di placare la situazione, perché il risentimento non è limitato alla sola regione orientale del paese. In particolare, la cattiva salute di re Abdullah e l’assenza di due principi influenti, Sultan e Nayef, aggravano una situazione sempre più tesa.
In Libano, il generale Wissam al-Hassan è stato liquidato ed è assolutamente impossibile escludere che tale liquidazione non sia correlata all’asse che collega l’Arabia Saudita a Libano, Giordania, Stati Uniti e alcune capitali dell’Occidente e dei paesi del Golfo. Tale sospetto è condiviso da molti osservatori, secondo cui Wissam al-Hassan era direttamente coinvolto non solo nel conflitto che consuma la Siria, ma anche in conflitti internazionali e regionali. Questo omicidio è stato preceduto dalla morte del capo dei servizi segreti e vicepresidente egiziano Omar Suleiman [1], dall’assassinio del Viceministro della Difesa e dei funzionari della sicurezza in Siria [attentato a Damasco del 18 Luglio 2012. NdT], seguito dall’accantonamento di Ali Mamlouk, capo della sicurezza nazionale siriana, sospettato di aver complottato nel caso di Michel Samaha in Libano, mentre il vicedirettore dei servizi segreti turco Hakan Fidan è stato assassinato a sua volta, e Mohammed al-Zahabi, ex capo dei servizi segreti giordani, è stato arrestato per corruzione finanziaria.
E’ difficile capire cosa stia succedendo, senza collegare questi eventi ai dossier principali su Iran, Siria, movimenti salafiti, e concorrenza politica ed economica tra Russia e Stati Uniti. Il conflitto tra le varie coalizioni regionali e internazionali è al suo apice. L’Occidente, l’Arabia Saudita, il Qatar e altri Paesi del Golfo Persico hanno sostanzialmente sostenuto alcuni partiti dell’opposizione siriana. Solo per il Qatar, stiamo parlando di circa 11 miliardi di dollari. Il numero di insorti armati e le tonnellate di armi inviati in Siria hanno raggiunto un livello che impedisce alla Russia di raccogliere i frutti del suo sostegno al governo del presidente Bashar al-Assad, ma che comunque non bastano a rovesciarlo.
Nel frattempo, diversi ministri russi, come quelli della Difesa e degli Affari Esteri, non esitano a dichiarare ad alta voce il loro sostegno alle autorità siriane e il loro rifiuto ad abbandonare il presidente al-Assad. Mosca diventa una sorta di scudo per il governo siriano. Accusa l’Occidente, critica l’opposizione e ripete instancabilmente che c’è una soluzione mediante i negoziati, in cui il presidente siriano deve partecipare. Infine, è riuscita a contrastare i piani dell’Occidente per  modificare il potere in Siria.
Washington, approfittando della crisi siriana, ha inasprito l’escalation aggressiva contro l’Iran. Ha  adottato tutte le sanzioni contro di esso, strangolato l’economia e ha contribuito con alcuni dei suoi alleati a esacerbare il fanatismo settario contro questo paese e Hezbollah allo stesso tempo. Ma il signor Obama è arrivato a fine mandato senza scacciare il Presidente siriano, che invoca da più di un anno e mezzo. Al-Assad è ancora al suo posto e l’esercito siriano combatte da quasi due anni. D’altra parte, la stessa coalizione anti-siriana è riuscita a raggiungere il suo obiettivo di compromettere la Turchia nella sua guerra contro la Siria, che ha risposto lasciando che gli scontri  raggiungessero i suoi confini, e anche il suo centro, attraverso curdi, alawiti e la provincia di Hatay.
Le possibilità di intesa tra i paesi del Golfo e le autorità siriane sono ridotte a nulla. Si dice che l’emiro del Qatar abbia visitato Gaza per ristabilire la sua popolarità tra gli arabi, tramite la causa palestinese, dopo averne perso parecchia nei “paesi della primavera araba”. Ma si è anche detto che questa visita dovrebbe servire da copertura per la preparazione di una successiva operazione, politica o militare, contro la Siria. L’operazione potrebbe iniziare a nord, con la creazione di una zona cuscinetto aumentando l’armamento dell’opposizione e formando un governo in esilio. Inoltre, l’emiro del Qatar aveva promesso ai suoi alleati occidentali di calmare l’ardore del presidente palestinese Mahmoud Abbas riguardo al riconoscimento di uno Stato palestinese da parte delle Nazioni Unite.
Dal lato opposto, l’Iran, la Siria e la Russia, in larga misura, sono riusciti ad attirare l’Iraq nel loro campo. Preoccupazioni, esterne e interne, sono sufficienti a trascinare la Giordania ad una neutralità minima, mentre il Libano subisce l’impatto della guerra contro la Siria e può solo pagare un prezzo più alto, se la guerra continua. Al culmine dei tentativi per soffocare l’economia iraniana, e la Siria con le armi, tre paesi vedono la loro sicurezza interna minacciata: Arabia Saudita, Bahrain e Turchia. La situazione politica in Giordania pone dei problemi. Il tono torna a salire negli Emirati Arabi Uniti, con il capo della polizia di Dubai che accusa i Fratelli musulmani[2], mentre molti responsabili nei paesi del Golfo invitano a ulteriori precauzioni contro di loro, e altri sono preoccupati per l’espansione iraniana in Yemen e ai confini dell’Arabia Saudita.
Pertanto, è probabile che abbiamo assistito ad una guerra tra i vari servizi segreti, ma è certo che la regione è sull’orlo della guerra. Nessuno osa premere il grilletto per primo, ma la situazione è intollerabile. E’ difficile immaginare che l’Iran rimanga in silenzio quando è economicamente asfittico. E’ ancora più difficile immaginare che la Siria rimanga pigramente in attesa dell’arrivo di missili antiaerei nelle mani dei ribelli che dilagano in tutto il paese. Senza contare che l’Occidente ha cominciato a preoccuparsi seriamente dei suoi interessi e di quelli d’Israele, davanti all’espansione del movimento salafita jihadista dall’Iraq alla Siria attraverso la Giordania e il Libano settentrionale, e nel Sinai egiziano! E’ quindi necessaria una guerra o un accordo. Entrambi sono più che mai possibili, tanto più che gli Stati Uniti hanno rieletto il presidente. Nessuno può permettersi di fallire in questa battaglia delle coalizioni, poiché chi perderà, perderà tutto!

Sami Kleib, giornalista libanese di nazionalità francese, laureato in Comunicazione, Filosofia del Linguaggio e Linguaggio politico, è stato direttore dell’Ufficio di Parigi del quotidiano libanese as-Safir, e redattore del Journal of RMC-Moyen Orient. Responsabile del programma “Visita speciale” su al-Jazeera, ha dato le dimissioni in segno di protesta contro l’orientamento politico della rete TV.

Vedasi anche:
[1] 19 Juillet 2012, le jour où la CIA s’est moquée de nous et du monde
[2] La Syrie se renforce… le Liban s’affaiblit!

Copyright © 2012 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I paesi della NATO non potranno mai sfuggirvi: anche i governi e partiti di sinistra sono infiltrati dagli atlantisti

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 30.07.2012

Francia e Grecia sono gli unici paesi della NATO che sono usciti con successo dalla struttura militare dell’organizzazione occidentale «di difesa». Nel 1966, il presidente Charles de Gaulle fece uscire la Francia dalla struttura di comando militare della NATO ed espulse il quartier generale della NATO da Parigi. La Francia è a pieno titolo membro dell’ala militare della NATO dal 2009, quando Nicolas Sarkozy, con il solo esibizionismo verbale del Partito socialista francese, ha annullato la politica di quasi quarantanni di de Gaulle.  Infatti, nel 1966, il Partito socialista francese censurò de Gaulle per aver ritirato la Francia dalla struttura militare della NATO. Il presidente socialista Francois Hollande non ha mostrato alcuna inclinazione verso una di riadozione della politica di de Gaulle per ritirare la Francia dal comando militare della NATO. Hollande, come Sarkozy e l’ultimo presidente socialista Francois Mitterand, è un pieno atlantista.
Nel 1974, la Grecia si è ritirata dalla struttura di comando militare della NATO, per protestare contro l’occupazione turca della parte settentrionale di Cipro. Tuttavia, il primo ministro del conservatore Nuova Democrazia, Costantino Karamanlis, un fervente sostenitore della NATO, si era ricongiunto alla struttura del comando militare della NATO nel 1980.
I documenti declassificati della Central Intelligence Agency indicano un importante programma degli Stati Uniti per corteggiare i leader dei paesi europei della NATO, nel sostenere l’alleanza, anche se avessero fatto delle promesse di sinistra, almeno in pubblico, contro le politiche della NATO.
Un caso esemplare di paese in cui la CIA ha avuto successo nel cooptare governi di sinistra nel sostenere l’agenda della NATO, è la Danimarca. Un memorandum precedentemente riservato della CIA, prodotto dal National Foreign Assessment Center dell’agenzia nel 31 gennaio 1980, dettaglia il programma della CIA per assicurarsi che il Partito Socialdemocratico di centro-sinistra della Danimarca  ritirasse l’idea di tagliare il bilancio della difesa e sostenesse la decisione della NATO di modernizzare la sua forza nucleare di teatro (TNF), schierando 572 missili da crociera (GLCM) e missili Pershing II dotati di testate nucleari, in Europa occidentale. La decisione della NATO venne vista a Mosca come una delle ragioni principali per lanciare l’invasione dell’Afghanistan, perché i leader sovietici sentivano che non avevano nulla da perdere rispondendo alle installazioni missilistiche della NATO in Europa.
La CIA, ovviamente, vide il governo socialdemocratico della Danimarca, con le sue forti tendenze pacifiste, come una minaccia al programma NATO di modernizzazione della TNF. E’ anche chiaro che il primo ministro danese Anker Jorgensen che, in superficie sembrava essere di sinistra, era saldamente nel campo della NATO. I punti del memo della CIA: «Jorgensen è probabile che faccia pressione crescente sulle questioni della difesa per le forze nucleari di teatro della NATO, sul parlamento più pacifista eletto ad ottobre».
Le elezioni di ottobre rafforzarono i socialdemocratici a spese dei conservatori. I partiti anti-NATO posero fine alla precedente coalizione tra i socialdemocratici e il partito conservatore liberale. La CIA decise di mobilitare i suoi sostenitori, tra cui Jorgensen, per la causa della NATO e di neutralizzare il potere parlamentare dei partiti della sinistra anti-NATO, compresi i liberali radicali, i socialisti di sinistra e il Partito Popolare Socialista. La CIA aveva i partiti conservatori sotto il suo controllo, ed è dalle le fila di uno di essi, il Partito Liberale, che la NATO ha tratto l’attuale Segretario Generale, Anders Fogh Rasmussen, già salito alla carica di Primo Ministro, dove era un leale soldato dell’aggressione militare degli Stati Uniti ad Afghanistan e Iraq.
E’ interessante notare che nel documento della CIA, Henning Christophersen, il leader in Parlamento del Partito liberale di Rasmussen, sia indicato «molto cauto nelle dichiarazioni sull’Afghanistan. Era disposto a spingersi fino a ‘condannare’ le azioni sovietiche, lì».
Dopo che la NATO fece pressione su Jorgensen per aumentare la spesa della difesa danese del 3 per cento annuo, rispose affermando che il bilancio della difesa 1978-81 era stato fissato e non poteva essere cambiato. Tuttavia, Jorgensen promise di chiedere un aumento del 3 per cento del bilancio 1981-1985. Era chiaro, nel documento della CIA, che l’agenzia si sentiva in tasca il nominalmente di centro-sinistra Jorgensen. Il documento afferma: «[Jorgensen] ritiene che la NATO sia necessaria e che l’Occidente deve mantenere un ruvido equilibrio militare con il blocco orientale». La CIA vedeva Jorgensen come un baluardo contro «i giovani socialdemocratici, radicali di primo termine in Parlamento».
Ma l’asso nella manica della CIA per la modernizzazione della TNF dell’Europa occidentale, fu subìto dai politici socialdemocratici, tutti citati dal documento della CIA come aventi relazioni, passate e presenti, con gli Stati Uniti. Il documento CIA fornisce i profili dei socialdemocratici nel governo Jorgensen:
«Kjeld Olesen. Ministro degli Esteri Olesen è sempre stato considerato amichevole verso gli Stati Uniti e un pro-NATO. Ci sono indicazioni che ha favorito la modernizzazione della TNF, e l’ha sostenuta nei consigli del partito del 1979. Olesen è un politico ambizioso, e ha mutato l’indirizzo della corrente sinistra del suo partito in materia di difesa, avrà bisogno di incoraggiamento se assumerà un ruolo di leadership per conto delle proposte della NATO». (Nel mondo della CIA, «incoraggiamento» spesso significa fornire favori ad un individuo).
La CIA aveva altre persone di fiducia nel governo Jorgensen. Il documento prosegue:
«Poul Sogaard. Ministro della Difesa. Sogaard è uno specialista in materia di difesa e, come Olesen, ha forti connessioni con gli Stati Uniti… 
Svend Jakobsen. Ministro delle Finanze. Un socialdemocratico di sinistra con stretti legami con i sindacati, sarebbe un convertito prezioso per la causa della modernizzazione TNF. E’ considerato amichevole verso gli Stati Uniti…
Ivar Norgaard. Ministro per gli Affari economici e l’Energia. Norgaard è un sostenitore del SDP, ed è uno dei funzionari più esperti del governo in materia di economia internazionale ed energia… Non ha molto interesse per le questioni di sicurezza, anche se ha lavorato in armonia con i funzionari degli Stati Uniti in molte occasioni.
Knud Heinesen. Leader parlamentare del SDP e ministro delle Finanze nel 1975-79. Heinesen è forse il consigliere più vicino al primo ministro Jorgensen. Heinesen ha visitato gli Stati Uniti nel 1963 nell’ambito del Programma visitatori internazionali, e vi è tornato più volte da allora … Le connessioni di Heinesen con i giovani membri della sinistra del SDP, ne avrebbero fatto un valido alleato nello sforzo di incrementare le forze della difesa.
Poul Dalsager. Ministro dell’Agricoltura e della Pesca. Si crede sia amichevole verso gli Stati Uniti, anche se non è coinvolto in questioni di sicurezza.
KB Andersen. Ministro degli Affari Esteri durante la gran parte degli anni ’70. Come ministro degli esteri, Andersen era generalmente in sintonia con le posizioni degli Stati Uniti in materia di sicurezza, ma come Primo Ministro pone la priorità sulla distensione.
Lasse Budtz. Portavoce della difesa per l’SDP. Scrittore prolifico e portavoce della difesa e l’Alleanza atlantica, Budtz è pro-NATO, ma supporta anche misure volte a favorire la distensione».
La CIA voleva offrire a quelli che considerava amichevoli, le carote degli Stati Uniti. Ma coloro che erano contrari alla modernizzazione delle TNF della NATO, furono anche loro «notati» dalla CIA, tra cui:
«Svend Auken. Ministro del Lavoro. Solo 36enne, Auken è ampiamente considerato come possibile futuro leader del SDP. Fatta eccezione per le dichiarazioni contro la guerra per quanto riguarda il Vietnam, Auken ha detto poco sulle relazioni con l’estero, ma probabilmente è freddo verso le spese per la difesa. Ci sono poche probabilità che possa essere convinto che la TNF ne valga la pena, ma ogni moderazione dei suoi punti di vista potrebbe essere utile agli Stati Uniti.
Karl Hjortnaes. Ministro delle imposte. Come molti leader dell’SDP, ha mostrato poco interesse per gli affari della sicurezza, e gli attribuisce meno importanza che alle questioni sociali. Attualmente è sotto attacco da parte di altri con l’accusa di aver evaso le tasse».
Quando c’era la minima indicazione che la Danimarca potesse allontanarsi dalla NATO, la CIA decideva chi tra i politici danesi poteva entrare nelle grazie statunitensi e chi no. Il copione è lo stesso utilizzato dalla NATO oggi, che dovrebbe adottare il motto: “NATO: una volta che sei dentro, non puoi uscirne“.

È gradita la ripubblicazione con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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