Costa d’Avorio: perché Sarkozy ha abbattuto Gbagbo?

Capitano Martin Tunisie Secret 8 agosto 2014

Abbandonato dai suoi amici del PS nel 2011, abbandonato dall’Internazionale socialista poiché il legittimo presidente della Costa d’Avorio, Laurent Gbagbo, viene giudicato dal Tribunale penale internazionale, istituito per punire i “dittatori” africani, arabi, asiatici e latino-americani e mai i capi occidentali che hanno commesso crimini contro l’umanità, specialmente in Iraq, come George W. Bush e Tony Blair, o in Palestina, come Golda Meir, Yitzhak Shamir, Ariel Sharon e Benjamin Netanyahu. Il nostro amico “Capitano Martin”, ci ha inviato questo articolo che solleva il velo sulle vere ragioni per cui Nicolas Sarkozy “cacciò” Laurent Gbagbo, che ha poca più fortuna di Gheddafi, e sostituirlo con il burattino Alassane Ouattara. Si potrebbe pensare che qui le ragioni di Sarkozy siano ragione di Stato ed interessi della Francia, ma in realtà sono mercanteggiamenti vergognosi e grossolani, come nel caso della Libia e delle vecchie spedizioni coloniali.   Gbagbo_2486173bLaurent Gbagbo, ex-presidente della Costa d’Avorio, è attualmente incarcerato presso la Corte penale internazionale dell’Aia per crimini contro l’umanità. Quattro le accuse contro colui che viene  presentato come il perdente delle elezioni del 2010: omicidio, stupro e violenza sessuale, persecuzione e altri atti inumani. No, naturalmente, che la persona accusata abbia commesso tali atrocità, ma in quanto responsabile burocratico, e perfino ispiratore. Questa storia sembra essere l’ennesimo caso dei tanti dittatori che hanno insanguinato l’Africa. Laurent Gbagbo è stato chiamato a rispondere delle sue azioni dopo che le forze speciali Licorne lo catturarono nel palazzo presidenziale, dove si era barricato. L’ex presidente ivoriano è nato nel 1945 e subito s’immerse nella politica e le sue opinioni socialiste e panafricane lo portarono rapidamente ad opporsi al regime autoritario di Houphouët-Boigny, che governò la Costa d’Avorio per quasi trent’anni. Imprigionato più volte, infine fu costretto all’esilio a Parigi. Nelle elezioni presidenziali del 2000 Laurent Gbagbo ebbe l’effettiva possibilità di vincere. Il 23 ottobre, i primi risultati indicavano che era davanti a Robert Guei. La sera del primo turno, tale concorrente gli contestò la vittoria e sciolse il 23 ottobre la commissione elettorale, prima che il dipartimento degli Interni ne annunciasse la vittoria il giorno successivo. Ma il 25 ottobre, decine di migliaia di manifestanti scesero in piazza e, nonostante i soldati gli sparassero, costrinsero il capo della giunta a mollare. Laurent Gbagbo fu finalmente nominato presidente il 26 ottobre ed iniziò il mandato in un’atmosfera velenosa. Presidente in carica, nel 2010 si presenta contro Alassane Ouattara, ex-ministro di Houphouët-Boigny. La votazione fu segnata da violenze. Dopo il secondo turno, Ouattara fu proclamato il 2 dicembre quarto presidente della Costa d’Avorio, con il 54,1% dei voti. Ma il Consiglio costituzionale invalidò i risultati del Nord e annunciò la riconferma di Laurent Gbagbo con il 51,45% dei voti. Alassane Ouattara aveva il sostegno della “comunità internazionale”. L’11 aprile 2011, Laurent Gbagbo fu arrestato dalle forze del suo rivale appoggiate dall’esercito francese. Quest’ultimo si proclamò presidente il 6 maggio 2011 e la sua nomina avvenne a Yamoussoukro il 21 maggio 2011, alla presenza di molti capi di Stato, tra cui Nicolas Sarkozy. Pochi giorni prima di togliere il potere al governo democraticamente eletto, l’Eliseo era in trattative con lui. Secondo fonti attendibili, le discussioni s’incentrarono sulla ricchezza del sottosuolo ivoriano. L’ex-presidente francese chiese al suo omologo ivoriano L. Gbagbo di conservare per la Francia l’80% dei proventi del petrolio del bacino del Golfo di Guinea. Del restante 20%, il 10% doveva essere trasfuso al Burkina Faso e il resto alla Costa d’Avorio. Sulla questione, fonti vicine alle discussioni telefoniche tripartite (Eliseo, ambasciata di Francia in Costa d’Avorio, ministero degli Esteri francese) indicano che il capo di Stato ivoriano avrebbe opposto un rifiuto categorico. La Francia non ebbe altra alternativa che bombardare la residenza di L. Gbagbo e posizionare dei ribelli. Dalla cacciata dell’ex-presidente ivoriano, Total ha ottenuto una buona quota degli idrocarburi, dopo aver completato l’acquisizione del secondo blocco petrolifero offshore nel Golfo di Guinea. Gli investitori francesi generalmente si fregano le mani. Parigi ha un controllo sempre più stretto sull’economia della Costa d’Avorio: la Banca di Francia emette moneta attraverso l’unione monetaria dell’Africa occidentale (Franco CFA) e i molti investimenti rendono l’economia ivoriana dipendente dalla metropoli. Gruppi come Bouygues, Orange, BNP Paribas, Société Generale, Bolloré e Total oggi ne traggono succosi benefici. Nonostante gli sforzi di Fadi al-Abdallah, portavoce della Corte penale internazionale, e dell’assistente procuratore Fatu Benuda, la procedura è costellata da molte ombre e dimostra che la manovra era volta solo a sbarazzarsi di un personaggio fastidioso. Con un sottile giro di prestidigitazione democratica, venne eseguita l’operazione. Via Gbagbo e viva Ouattara! L’ex potenza coloniale è ancora presente in Africa…
La Francia non ha mai abbandonato, dai presidenti Chirac e Sarkozy, la ribalta del continente nero. I numerosi contributi di questi ultimi anni (Mali, Costa d’Avorio, Repubblica Centrafricana, ecc.) sono lì a dimostrarlo. Per Parigi, la vecchia dottrina della Françafrique è più attuale che mai, con il suo colonialismo basato su sfruttamento e violenze. Ma questa volta con il sostegno della “comunità internazionale”.

cotedivTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli Stati Uniti hanno tradito l’Egitto: al-Sisi

Christof Lehmann 10/08/2014RTX120E0-e1375297827217Il 4-6 agosto, il presidente statunitense Barack Obama ha ospitato a Washington il vertice dei leader dell’Africa presso la Casa Bianca. Obama disse “Non vedo i Paesi e i popoli dell’Africa come un mondo a parte. Vedo l’Africa come parte fondamentale del nostro mondo interconnesso, partner dell’America per il futuro che vogliamo per i nostri figli. Tale partenariato deve basarsi su responsabilità e rispetto reciproco“. Il 14 luglio, il portavoce della Casa Bianca al Consiglio di Sicurezza Nazionale, Ned Price, ha detto che il presidente Obama aveva deciso d’invitare il Presidente dell’Egitto Abdelfatah al-Sisi, con breve preavviso. Obama aveva deciso di invitare al-Sisi perché l’Unione Africana aveva ridato la piena adesione all’Egitto. Abdelfatah al-Sisi declinò l’invito dicendo che non aveva tempo per parteciparvi. Disse che invece avrebbe inviato il primo ministro Ibrahim Mahlab. Il rifiuto educato di al-Sisi ricorda l’intervista di Larry Weissman del 2012 con l’allora Generale Abdelfatah al-Sisi che disse: “Il popolo dell’Egitto è consapevole del fatto che gli Stati Uniti l’hanno pugnalato alla schiena con i Fratelli musulmani e Mursi. Nulla che l’Egitto possa facilmente dimenticare o perdonare“. Dicendo ciò al-Sisi s’è dimostrato non solo un vero statista coraggioso. Ha toccato uno dei temi centrali nei dibattiti africani sul neo-colonialismo. Cioè, se Mandubuchi Dukor aveva ragione quando parlava di “non-libertà africana”, sempre più  pensatori africani, come John Ezenwankwor, non respingono Dukor ma sottolineano che “l’africano come essere umano con libero arbitrio e responsabilità non può continuare a incolpare i colonizzatori quando può rifiutare azioni coloniali predeterminate o accettarle assumendosene la responsabilità“.

Come gli USA hanno tradito l’Egitto e il suo popolo con Mursi e i Fratelli musulmani?
Nel luglio 2012 il Capo dell’Intelligence militare egiziana, Umar Sulayman, morì durante un controllo medico di routine in un ospedale di Cleavland. Umar Sulayman era non solo uno degli amici più stretti di al-Sisi. Sulayman conosceva profondamente il coinvolgimento dei servizi segreti di Stati Uniti, Qatar e Turchia nella primavera araba. Mursi divenne il primo presidente democraticamente eletto dell’Egitto. Sospese la camera bassa del parlamento e la magistratura, senza proteste dagli Stati Uniti. Mursi cambiò costituzione e legge elettorale dell’Egitto, rendendo impossibile ai partiti non-islamisti competere alle elezioni. L’amministrazione Obama elogiò Mursi nel riformare l’Egitto. Mursi divenne il primo dittatore democraticamente eletto dell’Egitto. La propaganda spacciò un colpo di Stato per lotta per la libertà e la democrazia. Quando l’opposizione chiese di discutere seriamente delle modifiche costituzionali, il capo dei Fratelli musulmani Amir Darag disse che era “una perdita di tempo e sospendere il dialogo nazionale sulla questione costituzionale era irrealistico“. Fu dopo tale dichiarazione, nel gennaio 2013, che l’opposizione organizzò le proteste di massa. Nel giugno 2013 Mursi segnò un altro punto. Circa 14 milioni di egiziani scesero in piazza chiedendogli di avviare colloqui con l’opposizione o dimettersi.  L’esercito si schierò a protezione degli edifici pubblici. L’avvertimento che l’esercito doveva intervenire a meno che Mursi parlasse con l’opposizione, fu ignorato. La risposta degli Stati Uniti alla cacciata di Mursi, il 3 luglio 2013, fu una condanna inequivocabile. Il peggior tradimento, però, doveva ancora venire.
Ad agosto, la polizia e i militari annunciarono che i manifestanti avrebbero dovuto lasciare piazza Rabia perché la sua occupazione da un mese aveva portato il traffico e le attività di Cairo a un punto morto. Misteriosi cecchini furono visti sui tetti sparare ai manifestanti che seguivano gli ordini della polizia lasciando piazza Rabia. Il panico seguì e la gente fuggì di nuovo in piazza dove fu accolta con tiri di fucili automatici. Centinaia di manifestanti in preda al panico furono falciati dai militanti dei Fratelli Musulmani che aprirono il fuoco da dietro i sacchi di sabbia posizionati sulla piazza.  Video che mostravano i militari sparare furono diffusi da al-Jazeera. Non venne detta una parola sul fatto che l’esercito sparava a uomini armati che tiravano sui manifestanti. 578 furono uccisi e 4021 feriti. Gli Stati Uniti risposero inequivocabilmente condannando il brutale massacro dei pacifici manifestanti pro-Mursi. Fu dopo questo incidente che al-Sisi disse: “Il popolo dell’Egitto è consapevole del fatto che gli Stati Uniti hanno pugnalato alla schiena l’Egitto con i Fratelli musulmani e Mursi. E’ qualcosa che l’Egitto non dimenticherà o perdonerà facilmente“.

Il dipartimento di Stato degli Stati Uniti e i paralleli con l’Ucraina
Nel febbraio 2014, circa 100 poliziotti ucraini e manifestanti furono uccisi da cecchini misteriosi.  La risposta degli Stati Uniti al massacro era l’inequivocabile condanna del presidente ucraino Victor Janukovich. Una telefonata trapelata tra l’assistente del segretario di Stato USA Victoria Nuland e l’ambasciatore statunitense Geoffrey Pyatt dimostrò che gli Stati Uniti gestivano il cambio di regime in Ucraina. Nel corso di un’audizione presso la commissione Esteri della Camera, Nuland ammise  che gli Stati Uniti collaboravano con i nazisti ucraini. Una telefonata trapelata tra il capo degli Esteri dell’Unione europea Catherine Ashton e il ministro degli Esteri estone Umeas Paet, rivelò che i membri dell’opposizione filo-occidentale erano responsabili dei massacri. C’è un parallelo tra Cairo e Kiev che dimostra, oltre ogni ragionevole dubbio, che il dipartimento di Stato degli Stati Uniti era coinvolto nelle violenze a Cairo e Kiev. I volantini che incitavano i “manifestanti pacifici” di Cairo a prepararsi a manifestazioni violente erano identici ai volantini distribuiti tra i “manifestanti pacifici” di Kiev. L’organizzatore di tali volantinaggi era Canvas, già nota come Demoz. Canvas è sponsorizzata dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti. L’organizzazione fu coinvolta nelle sovversioni in Jugoslavia. È parte del kit per il cambio di regime del dipartimento di Stato degli Stati Uniti.

Troppo occupato per recarsi a Washington, per il vertice dei leader africani con Obama alla Casa Bianca
Il Presidente dell’Egitto Abdelfatah al-Sisi rifiutava cortesemente l’invito di Obama perché era troppo occupato. La situazione a Gaza richiede attenzione. L’Egitto s’è offerto di aprire il valico di Rafah tra Striscia di Gaza e Sinai. Condizione dell’Egitto per l’apertura delle frontiere è che sia un governo d’unità palestinese, e non Hamas o qualsiasi altro soggetto, a controllare la parte palestinese del confine. Qatar e Turchia hanno finora comunicato ad Hamas di respingere la proposta e gli Stati Uniti non sono interessati a un governo di unità. L’Egitto ancora affronta l’insurrezione armata nel Sinai, supportata da Turchia, Qatar e dalla fazione di Hamas di Qalid Mashal. Obama ha dovuto tenere a Washington il vertice dei leader africani senza al-Sisi. Il comandante in capo del neo-colonialismo e primo presidente afro-americano alla Casa Bianca è responsabile della morte di più neri africani dei cinque suoi predecessori. Al-Sisi mostra il potenziale di vero leader africano, concludendo il dibattito su Dukor e la “non libertà africana” mostrando libero arbitrio e pragmatismo.
_72955220_9ns4rbqnIl Dr. Christof Lehmann consulente politico indipendente su conflitti e risoluzione dei conflitti, fondatore e direttore di Nsnbc, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La distruzione della Libia, un avvertimento per Egitto, Siria ed Ucraina

Tony Cartalucci New Oriental Outlook 27/07/2014libyaL’articolo di RT, “Con il 90% degli aerei distrutti nell’aeroporto di Tripoli, la Libia può chiedere l’assistenza internazionale“, riferisce che: “La Libia valuta il dispiegamento di una forza internazionale per ristabilire la sicurezza, tra l’ondata di violenze a Tripoli che ha visto decine di razzi distruggere la maggior parte della flotta aerea civile nel suo aeroporto internazionale. “Il governo esamina la possibilità di un appello alle forze internazionali per ristabilire la sicurezza sul terreno e aiutare il governo ad imporre la sua autorità”, ha dichiarato il portavoce del governo, Ahmad Lamin”. Il “domani democratico” promesso dalla NATO nel 2011 s’è realizzato, sotto forma di brogli elettorali prevedibilmente da nessuno accettati, lasciando un vuoto di potere che chiaramente sarà risolto con conflitti armati sempre più violenti. Forse la cosa più ironica di tutte è che tali conflitti sono intrapresi dai vari fantocci armati che la NATO ha usato per la guerra  terrestre, mentre bombardava la Libia per quasi tutto il 2011.

Cannibalismo tra fantocci della NATO
Nel maggio 2014, i combattimenti nella città di Bengasi lasciarono decine di morti, e ancor più feriti e abitanti in fuga per salvarsi la vita, mentre ciò che i media occidentali chiamano “generale rinnegato” guida la guerra ai “militanti islamici” nella città. Reuters nel suo articolo, “Famiglie evacuano Bengasi mentre il generale rinnegato promette nuovi attacchi“, afferma: “L’autoproclamato esercito nazionale libico guidato da un generale rinnegato, ha detto ai civili di lasciare Bengasi prima di lanciare un nuovo attacco agli islamisti, il giorno dopo che decine di persone sono state uccise nei peggiori scontri da mesi”. Il generale rinnegato Qalifa Haftar (talvolta scritto Hiftar), che viveva negli Stati Uniti, presso Langley in Virginia, da anni a libri paga della CIA fino al suo ritorno in Libia nel 2011, per guidare le forze di terra nell’invasione per procura della NATO. Business Insider riferiva nel suo articolo del 2011 “Il generale Qalifa Hiftar è un uomo della CIA in Libia?“, che: “Fin dal suo arrivo negli Stati Uniti nei primi anni ’90, Hiftar viveva in Virginia, presso Washington, DC. Badr ha detto che era incerto su cosa esattamente facesse Hiftar per sostenersi, e che si concentrava principalmente su come aiutare la sua numerosa famiglia. Così un ex-generale di Gheddafi, passato agli Stati Uniti, metteva radici in Virginia, presso Washington DC, dove in qualche modo manteneva la famiglia ingannando un collega che lo conosce da sempre. Hmm. La probabilità che Hiftar sia coinvolto in una qualche attività è piuttosto elevata. Proprio come figure quali Ahmad Chalabi, coltivato per l’Iraq post-Sadam, Hiftar può aver giocato un ruolo simile mentre l’intelligence statunitense lo preparava per una svolta in Libia”. L’ironia è che molti dei settari che Haftar combatte a Bengasi sono gli stessi che Muammar Gheddafi ha combattuto per decenni da leader della Libia, gli stessi militanti che la NATO ha armato e spalleggiato a fianco di Haftar per rovesciare Gheddafi nel 2011. Sulla sua campagna a Bengasi, Haftar ha affermato che continuerà fino a quando “Bengasi sarà ripulita dai terroristi“, e “abbiamo iniziato questa battaglia e la continueremo fino a quando raggiungeremo i nostri obiettivi. La piazza e il popolo libici sono con noi“. I sentimenti di Haftar fanno eco a quelli di Muammar Gheddafi nel 2011, solo che allora i media occidentali negarono l’esistenza dei terroristi presenti a Bengasi da decenni, e ritraevano le operazioni di Tripoli come un “massacro” di “pacifici manifestanti pro-democrazia“.

La NATO distrugge la Libia
Le atrocità citate dalla NATO per avviare l'”intervento umanitario” in Libia, in primo luogo, iniziarono immediatamente per mano delle stesse forze NATO e dei suoi fantocci. Intere città furono circondate, affamate e bombardate fino a quando non capitolarono. In altre città, intere popolazioni furono sterminate, sfrattate e respinte oltre i confini della Libia. La città di Tawarga, la patria di circa 10000 libici fu totalmente sradicata, indicata dal London Telegraph come “città fantasma“.
Dalla caduta di Tripoli, Sirte e altre città libiche che resistettero all’invasione per procura della NATO, ritornò in Libia scarsa stabilità di fondo, per non parlare della “rivoluzione democratica” promessa dalla NATO e dai suoi collaboratori. Il governo di Tripoli rimane nel caos, le sue forze di sicurezza sono divise e ora una “canaglia” della CIA guida una grande operazione militare contro Bengasi, usando anche aerei da guerra apparentemente senza l’approvazione di Tripoli. Anni dopo la conclusione della “rivoluzione”, la Libia resta un Paese sciancato che regredisce. I molti successi del governo di Muammar Gheddafi sono da tempo annullati, e difficilmente saranno ripristinati, e figuriamoci superati, nel prossimo futuro. La NATO ha effettivamente rovesciato e distrutto un intero popolo, non solo bruciandolo mentre le risorse sono saccheggiate dalle multinazionali occidentali, ma anche usandolo come modello per le future avventure extraterritoriali in Siria, Egitto, Ucraina e ora Iraq.

Il modello libico: attenti Egitto, Siria e Ucraina
Proprio come in Libia, le “rivoluzioni” hanno cercato di mettere radici in Egitto, Siria e Ucraina.  Gli stessi racconti, testualmente, ideati da think tank politici e spin doctors dei media occidentali per la Libia, vengono ora riutilizzati per Egitto, Siria e Ucraina. Le stesse organizzazioni non governative (ONG) vengono usate per finanziare, armare e comunque sostenere i gruppi d’opposizione in ogni Paese. Termini come “democrazia”, “progresso”, “libertà” e lotta contro la “dittatura” sono temi familiari. Le proteste erano e sono ognuna accompagnate da estremisti armati totalmente sostenuti dall’occidente. In Siria, la pretesa delle proteste è stata eliminata così come il concetto dei “combattenti per la libertà”. I media occidentali ora trascorrono molto tempo a giustificare il motivo per cui la NATO e i suoi partner regionali finanziano e armano i settari, come al-Qaida, per rovesciare il governo siriano. In Egitto c’è ancora qualche ambiguità, come nel 2011 sulla Siria, su chi siano davvero i manifestanti, che cosa vogliono veramente e da quale parte del conflitto sempre più violento l’occidente stia. Un’attenta analisi rivela che proprio come i Fratelli musulmani furono usati in Siria per preparare il terreno per la devastante guerra che v’infuria, la Fratellanza musulmana egiziana fa altrettanto nei confronti di Cairo. Infine, in Ucraina, i manifestanti “pro-democrazia” “pro-Unione Europea” e “Euromaidan” si sono rivelati dei neo-nazisti e nazionalisti di ultra-destra che ricorrono regolarmente a violenze ed intimidazioni politiche. Proprio come in Siria nel 2011, e in Egitto oggi, l’intensità degli scontri armati aumenta  verso ciò che si può definire guerra per procura tra NATO e Russia in Europa orientale. Ma per queste tre nazioni, ed i partecipanti su tutti i campi, lo stato attuale della Libia dev’essere esaminato. Tali “rivoluzioni” hanno una sola conclusione logica e prevedibile: saccheggio, divisione e distruzione di ogni nazione, prima di essere piegata a Wall Street e al montante ordine sovranazionale di Londra, per essere sfruttata al massimo e per sempre da Stati Uniti, Regno Unito e Unione europea già da oggi. Coloro che chiedono cosa ne sarà di Egitto, Siria e Ucraina, se la NATO dovesse vincere, dovrebbero solo guardare alla Libia. E coloro che hanno sostenuto la “rivoluzione” in Libia, devono chiedersi se sono soddisfatti del suo esito finale. Non vogliono un tale risultato anche per Egitto, Siria e Ucraina? Hanno immaginano che i piani della NATO per ciascuno di tali Paesi finissero diversamente? E perché?

pepsi-libiaTony Cartalucci, ricercatore in geopolitica e scrittore di Bangkok, per la rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’esclusione della Russia dal G7, istituzione superata, inutile e ridicola

Il bluff delle sanzioni occidentali contro la Russia sulla Crimea
Parte 3/4: L’esclusione della Russia dal G7, istituzione superata, inutile e ridicola
Jean-Paul Pougala, Babone (Camerun) 06/05//2014
SILVIO_popIeri 4 giugno 2014 s’è tenuta a Bruxelles una cena di lavoro tra i capi di Stato e di governo dei Paesi del G7: Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia, Regno Unito, Italia e Canada. Sono anche definiti i Paesi più ricchi del mondo, anche se non è vero. Dal 1974 è una menzogna. Fino al marzo 2014 si chiamavano G8 con la Russia e l’incontro originariamente previsto a Sochi. Dopo la riunione del 20 marzo annunciarono trionfalmente l’esclusione della Russia dal G8 e soprattutto la cancellazione del previsto incontro a Sochi, in Russia, per giugno 2014. Cos’era il G8? Secondo i suoi inventori, il club riuniva i Paesi più potenti della terra. E chi decide chi è potente e chi no? Gli Stati Uniti naturalmente. Basta guardare la composizione del G8. Oltre alla Russia, appena esclusa, tutti i Paesi membri hanno una particolarità: sono indebitati. Si tratta di Paesi che languono sotto il peso del debito pubblico; vi troviamo per esempio Canada e Italia. Domanda: il Canada è dunque più potente della Cina? E l’Italia è più potente del Brasile o dell’India? Mistero!
Questo ci porta al vero problema che manifesta l’inutilità di tale organizzazione: quali sono le decisioni di ciò che è oggi ancora il G7? Nessuna. Sì, avete capito niente. Perché è evidente che queste anatre zoppe non possono prendere decisioni e attuarle, gli mancano quei soldi che non hanno. Peggio, sono pecoroni inconsapevoli di non avere il potere di costringere le potenze reali, come India, Brasile, Messico e Cina, alle loro decisioni. In un articolo del quotidiano economico e finanziario inglese, Financial Times (FT) del 13 giugno 2013, ci si fa grandi beffe dei fannulloni del club. Non lo dico io ma il Financial Times del 17/06/2013 che scriveva: “Il G8 non conta nulla, non rappresenta nessuno e non decide nulla, ma è il simbolo del comitato esecutivo occidentale“. In altre parole, secondo il quotidiano finanziario inglese, per capire come l’occidente ha raggiunto il capolinea è sufficiente ricordare che il suo comitato esecutivo, il suo cervello, è rappresentato da un’organizzazione che non vale e decide nulla, il G7+1. Perché l’ultima, la Russia, non è mai stata accettata pienamente in tale club. Alle riunioni dei ministri dell’economia del G8, la Russia non veniva mai invitata. Questo è il motivo per cui non ho mai creduto nel G8, ma nel G7+1, come molti analisti statunitensi hanno smesso di chiamarla dopo l’entrata della Russia.

Perché il G7+1è un’organizzazione inutile?
A margine della preparazione del G7+1 de L’Aquila, in Italia, il presidente del Consiglio italiano era alla Casa Bianca del presidente degli Stati Uniti Barack Obama, il 15 giugno 2009. Alla conferenza stampa seguente, Obama comunicò i 4 punti all’ordine del giorno del G7+1 de L’Aquila: lotta contro il terrorismo, riduzione degli armamenti nucleari, lotta contro la crisi economica e infine lotta per la sicurezza alimentare e la cancellazione della miseria nel mondo. Basta prendere l’ultimo punto del programma. Sono anatre zoppe che pretendevano per due giorni, in una città in rovina distrutta dal terremoto in Italia, di risolvere il problema della fame nel mondo. Per salvare l’Africa, quando devono salvare se stessi. 6 aprile 2009, 03:32, un terremoto d’intensità 6,3 Mw causa 309 morti, 1500 feriti gravi e circa 10 miliardi di euro di danni. Siamo lontani dai 6000 morti del terremoto del 1703. Durante il 35.mo summit del G8, dall’8 al 10 luglio 2009 a L’Aquila, i 7 capi gareggirono in impegni sulla ricostruzione della città. Fu il presidente Obama a vincere il premio delle promesse più grandi, seguito dal presidente francese Sarkozy che promise 3 milioni di euro per la ricostruzione della Chiesa delle Anime Sante e Angela Merkel promise di ricostruire un’altra chiesa nella città di Onna. Né Obama né Sarkozy si ricorderanno delle loro promesse, tanto meno Merkel. Mi sono chiesto perché tra tutte le chiese distrutte a L’Aquila, la cancelliera tedesca avesse tanto bisogno di parlare della chiesa di un piccolo villaggio vicino L’Aquila? Poi scoprì l’ennesimo cinismo dei Paesi democratici: il 2 giugno 1944, la resistenza italiana uccise un ufficiale tedesco e per rappresaglia i tedeschi presero 25 persone a caso ad Onna e le fucilarono. Il 7 giugno 1944, un altro ufficiale tedesco fu ucciso dai resistenti, per rappresaglia i tedeschi presero a caso 17 adolescenti in questo piccolo villaggio, ragazzi e ragazze, e li fucilarono. Nonostante il peso della storia e delle emozioni, ancora oggi questa chiesa non è stata ricostruita. Nessuno ha visto il becco dei 3 milioni di euro promessi da Sarkozy. Nessuno ha visto il denaro così tanto promesso da Obama. La città è ancora in ginocchio per mancanza di soldi per la ricostruzione.
Quando scrivo queste parole, 6 maggio 2014, a L’Aquila tutto è in rovina come nei giorni del G8, per mancanza di soldi. Quindi se non riuscivano ad aiutare una loro città, livida e distrutta da un terremoto, poche settimane prima della riunione del G8, perché dovrebbero essere più sensibili al problema della fame di persone nel mondo che non conoscono? Euronews nella sua edizione del 10 gennaio 2014, tornava a scoprire cos’era successo alle promesse del G7 per il salvataggio dei 70000 senzatetto del sisma del 6 aprile 2009. Zero! Riferiva tre osservazioni molto interessanti. La prima di un residente, Pierluigi Lo Marco, che si lamentava di aver ricevuto solo le bollette per il  riscaldamento, 5000-7000 euro, senza sapere dove prendere quei soldi, poiché gli edifici sono mal fatti. Questa è la mafia che ha vinto la gara d’appalto e che non ha fatto nulla. Pierluigi riassume la qualità di alcune case prefabbricate con tali parole: “infiltrazioni d’acqua, materiali fragili, scarso isolamento“. Il secondo personaggio è l’eurodeputato Søren Bo Søndergaard, della commissione per il controllo dei bilanci del Parlamento europeo, che in una relazione al Parlamento europeo nel novembre 2013 non era affatto rassicurante. In questo rapporto, scopriamo che gran parte dei 493 milioni di euro dei fondi europei di solidarietà per alloggi di emergenza de L’Aquila fu data ad  imprese legate alla mafia, che usano ampiamente il metodo della sovrafatturazione. Il terzo personaggio è il sindaco de L’Aquila. Prima delle dimissioni poche settimane dopo l’intervista, il sindaco disse ad Euronews che per ricostruire la sua città servirebbero 5 miliardi di euro, e nessuno sa dove trovarli. La cortina fumogena del G7 è di un cinismo sconcertante. “Abbiamo trovato un modo per raccogliere fondi per la ricostruzione, perché ci vogliono molti soldi (…) con un prestito 40ennale da un pool di banche, per esempio“. Ecco in quale scompiglio oggi si trova L’Aquila che ha ospitato il vertice G7+1 nel 2009, nonostante le promesse generose dei presunti più potenti del mondo, che non trovano di meglio che cercare disperatamente prestiti 40ennali dalle banche per ricostruire la città dignitosamente. Se non possono aiutare se stessi, come possono salvare l’umanità? È necessario essere uno scienziato per capire che questa cosa chiamata G7 è un vero bluff mediatico? Torniamo al 2009, al vertice de L’Aquila.
6 presidenti africani furono invitati tra cui il presidente dell’Unione africana Muammar Gheddafi, che promise 20 miliardi di euro in tre anni per fare dell’Africa un continente sviluppato. Appena due anni dopo, i membri di questo G7, incapaci di mantenere le loro false promesse, assassinarono l’allora presidente dell’Unione africana. Nel 2014, cinque anni dopo, si può vede che dei 20 miliardi di euro promessi nulla è stato versato a chicchessia nel continente africano, confermando che il G7 è principalmente un club di bugiardi annoiati. Il più ridicolo del circo era il presidente del Consiglio italiano che durante la stessa conferenza stampa alla Casa Bianca disse: “Gli Stati Uniti metteranno a disposizione di vari Paesi poveri una quantità enorme di moneta per garantire il raggiungimento dell’obiettivo della sicurezza alimentare”. Analizzate bene tali parole, avanzate alla Casa Bianca da un italiano che le attribuisce al presidente degli Stati Uniti, propositi che non mantiene, davanti alla stampa nella conferenza dei due tizi. Se Obama voleva dare ai cosiddetti Paesi poveri una quantità enorme di denaro, perché non si prendeva il piacere di annunciarlo lui stesso? Ma c’è di peggio: cos’è una “quantità enorme di denaro”? Questi sono i due Paesi più indebitati al mondo, che sarebbero lieti di trovare una quantità enorme di denaro per i Paesi africani. Domanda: perché non hanno usato parte di quell’enorme quantità di denaro per ripagare i loro debiti pubblici? O anche per ricostruire L’Aquila. Queste erano promesse del 2009, cinque anni fa. C’è un solo esempio al mondo di Paese che ha risolto il suo problema alimentare con questa presunta enorme quantità di denaro di Obama? Non lo so. È un bluff, ma ha almeno il merito d’impressionare i creduloni. Infatti, al G8 de L’Aquila ci fu una vergognosa processione di certi capi di Stato africani sedotti da false promesse.

Statistiche comparative dei debiti per Paese
Secondo i dati più recenti del CIA World Factbook 2011, ecco la situazione dei debiti dei G7+1:
Giappone: 205,50% del PIL (243,20% nel 2013)
Italia: 120,10% del PIL (132,5% nel 2013)
Canada: 87,40% del PIL (89,10% nel 2013)
Francia: 86,10% del PIL (93,90% nel 2013)
Regno Unito 85,30% del PIL (90,10% nel 2013)
Germania 80,60% del PIL (78,10% nel 2013)
USA: 67,80% del PIL (104,50% nel 2013)
Russia: 8,30% del PIL (9,10% nel 2013)
Possiamo scoprire che secondo i dati diffusi dai servizi segreti statunitensi (CIA) da Washington, la Russia è il Paese meno indebitato e ha 8 volte meno debito rispetto al più virtuoso del circolo, gli Stati Uniti. I dati 2013 vennero forniti da ciascuno Stato nei primi mesi del 2014 e confermano la tendenza prevista dalla CIA. Rispetto al famoso G7, secondo la stessa fonte e lo stesso anno, la Guinea Equatoriale ha un debito del 5,10% rispetto al PIL, l’Algeria dell’8,30% , il Camerun dell’13,90%, la Nigeria del 17,80% e l’Angola del 18,10%. Come possono Paesi il cui debito pubblico è maggiore della loro ricchezza totale pretendere di decidere il futuro del mondo e dirigerlo? Sono Paesi con una cattiva gestione delle finanze pubbliche, invece di nascondersi e tacere pretendono d’insegnare il buon governo ai Paesi più virtuosi. Come può un Paese come l’Italia, che dal 2001 ha visto la scomparsa di 120000 aziende in tutti i settori, pretendere di essere più potente della Cina che languisce sotto le enormi riserve valutarie derivanti dalle esportazioni in tutto il mondo? In conclusione, l’annullamento della riunione del G8 del giugno 2014 a Sochi è l’annullamento della nullità. E poiché per definizione se si moltiplica qualsiasi variabile per zero, si ottiene zero, se si divide un numero per zero, è fantastico si ha sempre zero. Non tenere il G7+1 a Sochi non influisce sul mondo. Escludere la Russia dal G8 non fa né freddo né caldo al cittadino russo, tanto meno a quello della Crimea. E sulle dichiarazioni di Obama al suo arrivo a Bruxelles, il 6 giugno, che non potrà mai abbandonare la Crimea, possiamo solo chiederci se non deliri. O è solo accecato dall’odio anti-russo?

Obama e l’odio anti-russo
Noi africani conosciamo la discriminazione basata sul colore della pelle. Quello che non sappiamo è che in Europa c’è una discriminazione ancora più forte non basata sulla razza o tribù, ma sulla lingua. Così il problema ucraino è sostanzialmente l’epilogo della discriminazione dei russofoni in tutta l’Unione europea. Sì, si capisce che nei Paesi dell’Unione europea parlare russo è un crimine. Parlare russo è peggio del deicidio ebraico. La discriminazione contro gli ebrei in Europa si basa sulle bugie della Bibbia secondo cui gli ebrei uccisero il figlio di Dio. Basti notare che non c’è un Dio per capire che si tratta di discriminazione basata su menzogne. Per i russi è anche peggio. L’accusa non esiste, ma se parlate russo siete per forza il demonio. E l’Unione europea lascia fare, che dico? L’UE incoraggia la discriminazione, dato che chiude gli occhi e fa finta di non vedere. In Lettonia, ad esempio, quando il Paese proclamò l’indipendenza dalla Russia nel 1991, quest’ultima non si oppose. Ma ciò che fece per ringraziare la non interferenza della Russia, è stupefacente: il Paese neo-indipendente conferiva la nuova cittadinanza lettone a tutti coloro che non parlano russo. E i russofoni? Senza diritti. Sì oggi nel 2014 con l’approvazione dell’Unione Europea, la popolazione russofona della Lettonia non ha cittadinanza, né passaporto e non può lasciare il Paese per recarsi all’estero. A meno che non ci s’infila in un percorso ad ostacoli per dimostrare di meritarsi il titolo di lettone. Ciò è certamente quello che è accaduto all’attuale sindaco della capitale Riga, Nils Usakovs. La sua storia sembra presa da un film dell’orrore. Questo giovane molto intelligente e attivo è il più giovane sindaco della Lettonia. Dice  nella sua biografia che aveva solo 23 anni quando ottenne la cittadinanza lettone. Ma il peggio è che sua madre, fino ad oggi, non ha la cittadinanza; le autorità lettoni non la trovano abbastanza in forma per essere una lettone. Risultato, è un’apolide. Il suo unico difetto: parla lettone non molto chiaramente, con accento russo. Perché la Russia non può darle un passaporto russo? Risposta: perché l’Unione Europea e la NATO insorgerebbero immediatamente accusandola d'”interferenza negli affari di un Paese democratico, membro dell’Unione europea e della NATO“. Scrive nella sua biografia: “Mio padre era apolide, mia madre non ha ancora la cittadinanza lettone, questo problema è qualcosa di molto personale per me“. Nel 2009, il partito politico che ha creato vinse le elezioni, ma non sarà mai Primo ministro della Lettonia, perché tutti gli altri partiti politici lettoni, che hanno perso le elezioni, saranno d’accordo per escluderlo dal potere. Così si accontenta del consiglio municipale di Riga, dove tali accordi non sono previsti dalla legge. In tale città, il 60% della popolazione parla russo. Così vinse le elezioni comunali e divenne il sindaco più giovane del Paese. C’era la crisi economica e per salvare la sua città, aveva bisogno di fondi, si rivolge a Mosca, dove si reca regolarmente per esaltare le virtù della sua città a turisti e funzionari russi. I turisti russi si affollano, le casse municipali si riempiono e si creano gelosie. Viene quindi accusato di essere una spia di Putin. Nella stampa lettone, venne pubblicata la sua corrispondenza con un dipendente dell’ambasciata della Federazione Russa in Lettonia, un certo Aleksandr Gapilov, chiedendo di favorire l’arrivo dei turisti russi in città. Ecco ciò che dice nella sua biografia: “Chi altro dovrebbe partecipare? Non c’erano alternative alla Russia (…) Il mio compito era pubblicizzare Riga e creare un clima politico favorevole, facendo arrivare i turisti e il denaro degli imprenditori russi, e questo era utile alla città“. Se tutte queste calunnie non hanno funzionato, è solo perché ha potuto condurre una gestione finanziaria molto sana e rigorosa del comune. Onestà che anche i suoi più duri avversari gli riconoscono. E’ chiaro che l’Unione europea che assegna il premio Sakharov a vincitori da Paesi dittatoriali non potrà mai dare il premio al giovane Nils Usakovs: svolge una buona azione nel Paese sbagliato. Se fosse stato in Russia, Repubblica Democratica del Congo, Cina o Zimbabwe, non c’è dubbio che avrebbe avuto oggi il Premio Nobel per la Pace. E il sostegno di tutte le cosiddette ONG per i diritti umani. In un articolo dedicatogli da due giornalisti: Tomas Ancytis e Vaidas Saldziunas della rivista “Lietuvos Rytas” di Vilnius, si legge: “Allora, da dove provengono le lamentele di certi lettoni verso il politico russofono? Ovviamente, la “lealtà”. Questo termine appare frequentemente nelle discussioni dei lettoni. Non si fidano dei politici russi, e questo è tutto (…) ma sembra che tali sospetti siano meno necessari. Nils Usakovs è un politico il cui nome non è mai stato associato ad alcun scandalo”.

Conclusione
L’esclusione della Russia dal G7 è meno importante della rivincita della lotta contro il razzismo che il presidente russo Vladimir Putin lancia in Europa per riconquistare la dignità di coloro che morirono per la leggendaria democrazia. L’occidente ha la sfortuna di affrontare il 21° secolo con dei capi politici del tutto sfasati rispetto ai vari conflitti. Gli abbiamo visti sostenere in Siria gli stessi che al ritorno compiono attentati in Belgio. Hollande minacciava di bombardare la Siria, senza mai chiedersi se potesse sopportare la potenza di fuoco della Russia in Siria. Finiremo per rimpiangere la guerra fredda. C’era più tensione, ma almeno avevamo anche dei leader molto bravi e coriacei per affrontarla. Oggi i capi occidentali non conoscono nemmeno i problemi che pretendono di risolvere. La catastrofe libica ci ha svegliato su ciò. Il G7 è un’organizzazione troppo inutile, anacronistica e composta da Stati indebitati per spaventare anche una mosca. Deve semplicemente sparire al più presto. La Russia è soprattutto un Paese europeo. Ho l’impressione, quando ascolto il presidente degli Stati Uniti Obama parlare dei russi, che parli di un Paese di Marte. Si può essere indulgenti verso Obama sapendo che gli statunitensi non sono bravi in geografia; ma che dire di François Hollande e David Camerun che s’arrabattano nell’incomprensione totale della palude politica internazionale che loro e i loro consiglieri non capiscono, per quanto è complicata.

Babone (Camerun) 06/05/2014
Jean-Paul Pougala, ex-cameriere

G8:LEADER OSSERVERANNO MINUTO DI SILENZIO PER VITTIME SISMATraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’espansione dei BRICS: ragioni e vincoli

Quanto è importante aprire la porta a nuove adesioni al raggruppamento sempre più influente, e a quanti Paesi?
Debidatta Aurobinda Mahapatra, RIR, 16 maggio 2014
433119bricIl raggruppamento BRICS fa notizia recentemente con l’ambasciatore indiano in Argentina che segnala la possibilità che il Paese latinoamericano possa entrare nel gruppo. Anche se non vi è stata alcuna dichiarazione ufficiale sulla possibile espansione, il dibattito in merito è certamente tempestivo. Da quando il gruppo s’è riunito ufficialmente per la prima volta nella città russa di Ekaterinburg, nel 2009, la sua importanza sulla scena mondiale è aumentata in modo significativo.  Con un’economia combinata di 16.039 miliardi di dollari, è emerso come polo collettivo nel mondo multipolare. Che si tratti delle crisi in Siria, Iran o Ucraina, o della questione della riforma dell’ordine economico internazionale, i membri del gruppo hanno affermato e sostenuto un ordine non sempre in consonanza con quello abbracciato dall’occidente. L’originale BRIC è diventato BRICS nel 2011 con il Sudafrica come nuovo membro. L’adesione del Sud Africa è stata veloce e senza opposizione interna. I soci attuali provengono da Asia, Africa e America Latina. Tre continenti diversi dal Nord America e dall’Europa per crescita economica e peso politico. L’avanzata di questi continenti, che si riflette nella formazione dei BRICS, ha plasmato l’ordine mondiale post-Guerra Fredda. Due dei membri del gruppo, Russia e Cina, sono membri con diritto di veto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, e tutti gli aderenti sono in rapida crescita economica. Nonostante le previsioni di sventura, il gruppo resta ed è forte. Anche se originariamente concepito come agglomerato economico, il profilo dei BRICS ha superato le motivazioni economiche ed è considerato politicamente rilevante nella politica internazionale. In questo contesto, l’ascesa del gruppo è una conclusione scontata. I BRICS sono quasi un’entità d’élite. Sono citati in quasi tutti i dibattiti internazionali, e la loro voce è ritenuta importante. È quindi naturale che altre nazioni siano interessate a farne parte. Ma la questione controversa che si pone, e che i membri devono affrontare, è quanto sia importante aprire la porta a nuove adesioni, e a quanti Paesi?
Forse il caso del NAM è istruttivo, in questo contesto. Originariamente concepito come alternativa  politica ai blocchi della Guerra Fredda, il gruppo (originariamente di meno 30 Paesi) passò a 120. L’ampia adesione ne ha influenzato non solo la filosofia, ma anche le azioni. La sua composizione include Paesi filosoficamente divergenti, da Cuba a Singapore. Il gruppo comprendeva regimi democratici e regimi dittatoriali. La grande adesione ha anche creato gravi beghe interne. Anche se il gruppo festeggia il suo 60° anniversario quest’anno, non è considerato un organismo multilaterale significativo come i BRICS o i G20. Nessuno dei membri dei BRICS preferirebbe il destino del gruppo NAM. Ciò non per sostenere che i Paesi BRICS non debbano espandersi. Potrebbe essere altrimenti. Ma i membri devono considerare questi fattori prima di invitare altri Paesi ad aderire. Il gruppo è ancora nella sua fase formativa. Ha meno di un decennio. Vi sono molte questioni nel gruppo che devono essere affrontate. Prima fra cui la banca dei BRICS. Sebbene un sostanziale progresso è stato fatto sul tema, non è stata presa alcuna decisione concreta sulla posizione della banca, il suo capitale iniziale e la leadership. Sarà prudente affrontare questi problemi, e anche affrontare le divergenze politiche, prima di intraprendere l’allargamento. Quindi è necessario avere un orientamento sui Paesi che si adattano alle caratteristiche della filosofia e dell’agenda del gruppo. Il Viceministro degli Esteri russo Sergej Rybakov ha osservato, “Abbiamo un approccio costruttivo verso eventuali richieste di questo tipo, da chiunque inviate. Ecco perché eventuali problemi sull’ulteriore espansione del gruppo BRICS devono essere elaborate pienamente e completamente”. Anche se l’ambasciatore indiano ha fatto un annuncio ad effetto sull’accettazione della domanda d’adesione dell’Argentina, il governo indiano non ha ufficialmente espresso la sua posizione. Vi sono dibattiti sulla possibile adesione dell’Argentina. L’Argentina è un giocatore chiave in Sud America, ma la sua economia non è robusta come quella dei BRICS. Ha un enorme debito estero. L’adesione di un Paese dev’essere soppesata con attenzione. Paesi come la Siria hanno già chiesto l’adesione. Il gruppo deve essere selettivo nelle sue scelte. Georgij Toloraja, Direttore esecutivo del Comitato Nazionale per gli Studi sui BRICS della Russia, ha definito l’Indonesia, una delle economie in più rapida crescita e dalla maggiore popolazione islamica, un possibile candidato. L’Egitto può essere un candidato anche se l’agitazione interna ne indebolisce la candidatura. La Nigeria, nonostante il problema dell’estremismo religioso, è una delle economie dalla più rapida crescita in Africa. L’uomo più ricco d’Africa è un nigeriano. Il Paese dell’Asia centrale Kazakistan si distingue anche per la sua buona posizione per l’adesione al gruppo. Il Paese dalle ricche risorse gode di una relativa stabilità ed ha adottato un approccio più sfumato sulle questioni internazionali. Alcuni altri possibili candidati sono Messico, Iran e Turchia. Questo elenco non è esaustivo.
Il punto qui è che il gruppo deve adottare un quadro calibrato nell’ammissione di un Paese. In questo contesto, si devono affrontare alcuni temi fondamentali. In primo luogo, l’identità. Si preferirà mantenere il nome BRICS per il corpo allargato o adottare un nome diverso che rifletta l’adesione al gruppo? In secondo luogo, la nomenclatura. Si preferirà suddividere gli aderenti in principali e nuovi? Ci sarebbero provvedimenti contro un membro che violi la filosofia del gruppo? Queste e relative questioni devono essere considerate prima di allargare l’entità. Il prossimo summit in Brasile sarà decisivo nel dibattito sull’allargamento. L’Argentina è nota per la sua opposizione al dominio occidentale sul continente, come Venezuela e Cuba, ma ciò non è sufficiente per l’adesione ai BRICS. I BRICS emergono come formatori dell’ordine mondiale con il loro peso economico e politico, e il Paese che contribuisce a relativi filosofie ed obiettivi può essere il candidato giusto per l’adesione.

10291106Dr. Debidatta Aurobinda Mahapatra è un commentatore indiano. Le sue aree di interesse sono conflitti, terrorismo, pace e sviluppo in Asia meridionale, e gli aspetti strategici della politica eurasiatica.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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