La situazione in Libia: ambizioni militari e racket del petrolio

120912_Libya1Il 1 febbraio 2014, il quotidiano francese Le Figaro sosteneva che membri della forza d’élite statunitense Delta Force, operassero assieme a forze del CNT nel sud della Libia. Citando “una fonte diplomatica a Tunisi“, Le Figaro affermava che le forze statunitensi erano di stanza in una base segreta nel governatorato di Tatawin, nel sud della Tunisia, presso il confine libico. Ma se il governo tunisino negava ciò, altre fonti d’informazione rivelarono la presenza di agenti della CIA e militari dell’Africom in quattro basi tunisine: due nel sud del Paese a Bin Qirdan Madanin e a Djerjis, per controllare le coste tunisine nei pressi del confine libico, e due nelle montagne Shanbi, al confine con l’Algeria, dove ufficiali statunitensi disponevano di sistemi di rilevazione e sorveglianza satellitare. I militari statunitensi collaborano da mesi con i vertici dell’esercito tunisino nel creare una base militare tunisino-statunitense per sorvegliare i movimenti da e per la Tunisia. Hosin al-Qafi, ex-funzionario del ministero degli Interni tunisino, affermò che “Vi sono 12 campi di addestramento jihadisti in territorio tunisino, e i funzionari degli Interni lo sanno. Una volta addestrati, i jihadisti vengono inviati nel Sahara algerino, in Mali e Siria”. Al-Qafi aggiunse: “Se c’è un’esplosione in un luogo pubblico, hotel, centro commerciale, si deve sapere che sono le forze speciali tunisine che l’hanno pianificato, cercando di aggravare la situazione per ingannare il popolo tunisino e dargli l’impressione che il terrorismo si diffonda in Tunisia e che al-Qaida attacchi la società civile. L’obiettivo è preparare il terreno all’intervento dei marines degli Stati Uniti in Tunisia.” Intanto il presidente ciadiano Idris Deby prorogava la presenza della base militare di Parigi, permettendo ai francesi di rafforzare la loro presenza militare nel nord del Ciad, ampliando la base militare di Faya e creandone una nuova a Zuar, per sorvegliare il sud della Libia. Ed infatti, il 21 febbraio 2014, un aereo-ospedale militare Antonov An-26 diretto verso l’aeroporto di Tunisi-Cartagine si schiantava nel governatorato tunisino di Nabul. A bordo c’erano sette passeggeri e quattro membri d’equipaggio, tutti rimasti uccisi. I sette passeggeri erano membri di al-Qaida e di Ansar al-Sharia, che dovevano essere curati negli ospedali della capitale tunisina. Tra di loro vi era Muftah Dhauadi. Originario di Sabratha, Dhauadi era l’emiro e fondatore di Ansar al-Sharia e del Gruppo armato islamico combattente libico (LIFG). Muftah Dhauadi era noto nell’ambito di al-Qaida come Abu Abd al-Ghafar. Dopo l’invasione della Libia nel 2011, divenne il capo del consiglio militare di Sabratha. Inoltre, a bordo dell’aereo vi erano quattro importanti capi di al-Qaida, che il Qatar, con la complicità dei fratelli mussulmani tunisini di al-Nahda, cerca di insediare in Tunisia. I quattro islamisti erano Ali Nur al-Din al-Sid, Abdelhaqim al-Sid, Walid Salah al-Sid e Tahar Abdelmula al-Sharif. Se “lo schianto del velivolo può essere un incidente, riesce gradito in certi Stati occidentali. La scomparsa di mercenari, testimoni scomodi, è un loro obiettivo strategico”. Intanto, la presenza della Resistenza Verde si consolidava nelle seguenti città e cittadine: Sabha, al-Gilat, Ghat, Ragdalin, Tobruq, Im Sat, al-Qubah, Timimi, al-Bayda, Fatahya, al-Murj, Tulmina, Dersia, Ribyana, al-Ragurya, Persis, al-Abyar, Sluq, Jadabya, Jawat, al-Mitanya, al-Alziziyah, Guminis, al-Briga, Ras Lanuf, Soluq, Gardina, Ubari, Tarhuna, Bani Walid, Warshala, al-Asadia, Abu Salim, Gadamis, mentre scontri tra milizie e elementi “verdi” si registrarono a Tripoli, Misurata, Benghazi; Sabha e Qufra erano sotto il controllo della Resistenza.
Stati Uniti e Gran Bretagna presiedono alla ricostruzione delle forze armate della Libia. A gennaio, la Defense Security Cooperation Agency degli Stati Uniti annunciava di aver notificato al Congresso USA di aver approvato vendite militari alla Libia per diversi milioni di dollari e l’avvio dell’addestramento di 6000-8000 soldati. “L’addestramento comprende fino ad otto anni di addestramento, sostentamento e miglioramento delle infrastrutture ed attrezzature, tra cui 637 carabine M4A4 e munizioni per armi leggere, servizi di supporto logistico ed organizzativo, abbigliamento e attrezzature individuali, e altri elementi logistici legati al programma“. Nel frattempo, 340 reclute libiche erano giunte in Italia presso la base militare italiana di Cassino. L’Italia addestrerà 5200 soldati libici in due anni. Tripoli ha versato alla Gran Bretagna 2,5 milioni dollari per riaprire la vecchia base militare di Bassingbourn, nell’Inghilterra orientale, per addestrare un altro contingente. La Libia, impegnata nella ricostruzione delle forze armate (Comitato Supremo di Sicurezza), dovrebbe arruolare 40000–55000 uomini. Si parla anche dell’acquisizione di vari sistemi d’arma. Oltre a Italia, Gran Bretagna e Francia, anche la Turchia nel 2013 ha addestrato 1000 soldati libici presso la scuola di fanteria di Egirdir, e nel 2014 è previsto l’arrivo di 2000 effettivi, oltre ad 800 agenti di polizia. Come visto, 6/7000 soldati libici saranno addestrati dagli statunitensi nell’arco di 8 anni presso due basi bulgare, tra cui quella di Novo Selo. I corsi riguardano l’addestramento della fanteria e di un nucleo antiterrorismo. Infine, altre reclute si addestrano in Giordania, ma probabilmente si tratta una copertura per ospitare e armare terroristi libici da infiltrare in Siria. Il CNT ha richiesto 287 fuoristrada Humvee statunitensi, di cui 54 già consegnati, oltre a 20 autoblindo FIAT Puma regalati da Roma (e ‘requisite’ dalla milizia di Zintan) e a 49 NIMR-II ottenuti dagli EAU, usati nelle zone di confine e per sorvegliare gli edifici governativi. La Libia avrebbe anche ricevuto 10 sistemi missilistici anticarro Khrizantema-S. L’unico battaglione corazzato attivo, il 204.to, raccoglie i veicoli da combattimento ancora efficienti già impiegati dalla Jamahiriya. La marina del CNT è costituita dalla fregata al-Hani e dalle navi da sbarco Ibn Harisa e Ibn Uf, che sono in cantiere per lavori di manutenzione assieme a 2 motovedette classe Bigliani, in riparazione a Napoli. Ad esse si aggiungerebbe la motomissilistica Shafaq. Nel 2013 la Marina libica ha ricevuto i primi 30 di 50 gommoni 1200UM ordinati alla francese Sillinger, che saranno schierati nelle basi navali di Ras Agadir e Bardia. A ciò si aggiunge l’ordinativo per due battelli, Janzur e Aqrama, all’azienda francese Raidco che si occuperà anche dell’addestramento di 32 marinai libici a Lorient. Infine l’aeronautica del CNT consiste in pochissimi velivoli ereditati dalla Jamahiriya. Il Capo di Stato Maggiore del CNT, generale Gerushi, aveva avanzato un programma che prevedeva l’acquisizione di 14/16 caccia Dassault Rafale per costituire le squadriglie schierate nelle basi di Gordabaya e Watya, nel Fezzan, e 7/9 caccia EFA Typhoon da schierare a Tobruq e Bengasi-Benina. Il CNT avrebbe anche richiesto l’acquisto negli USA di due aerei cargo C-130J-30 Super Hercules e di sei elicotteri da trasporto CH-47D Chinook. Secondo la pubblicazione statunitense Defense News, il colonnello Ibrahim al-Fortya, addetto militare libico a Washington, aveva dichiarato alla Camera di Commercio Americana: “Ci piacerebbe dare priorità alle aziende statunitensi“.
Reuters_VP-lybia(1)Nel frattempo, il 14 febbraio 2014, con un discorso di 11 minuti trasmesso dalla televisione di Stato libica, il generale Qalifa Belqasim Haftar affermava di aver preso il controllo delle istituzioni e di sospendere il governo e il parlamento, “il comando nazionale dell’esercito libico si muove per impostare la nuova tabella di marcia verso la democrazia per salvare il Paese dalla sciagura. Terremo incontri con partiti e gruppi di potere per testare la condivisone di questa marcia”. Da parte sua, il primo ministro Ali Zaydan dichiarava alla TV saudita al-Arabiya di aver licenziato il generale Haftar e di mantenere l’esercizio delle sue funzioni. Il generale Haftar aveva detto di non voler imporre il potere militare, ma di agire nell’interesse nazionale per porre fine al regno delle milizie, annunciando una consultazione con le principali forze politiche allo scopo di nominare un presidente e un governo civile ad interim. La settimana precedente, sebbene il Parlamento avesse esaurito il proprio mandato, decideva unilateralmente di prolungare la propria attività fino ad agosto per poter stendere la nuova Costituzione. Probabilmente, in tale quadro, il generale Haftar interveniva su richiesta di Washington, mentre da oltre un mese le forze nazionaliste occupano diverse città nel sud del Paese. Ex-generale della Jamahiriya Araba di Libia, nel 1987 durante la guerra in Ciad Qalifa Haftar subì una pesante sconfitta e disertò. Fuggì negli Stati Uniti e fu addestrato dalla CIA. Creò l’Esercito di liberazione della Libia nell’ambito del Fronte nazionale per la salvezza della Libia, ma non riuscì a rovesciare Muammar Gheddafi. Con i suoi uomini, per lo più della sua tribù Farjani, combatté come mercenario di Washington nella Repubblica democratica del Congo. Portato a Bengasi dalla NATO, nel marzo 2011, divenne il numero due delle “forze ribelli” e loro capo dopo l’assassinio del generale Fatah al-Yunis per mano di al-Qaida. Dopo la vittoria della NATO, fu imposto quale Capo di stato maggiore dell’esercito libico. Anche Ali Zaydan è un ex-diplomatico libico che nel 1980 disertò passando agli oppositori libici rifugiatisi in occidente.
Il 18 febbraio 2014, il Consiglio generale nazionale della Libia raggiunse un accordo per indire le “elezioni anticipate”. Al Congresso Nazionale Generale (GNC), il primo partito era il Partito della Giustizia e Costruzione (PGC), ala politica dei Fratelli musulmani sostenuta da Qatar e Turchia, e il primo partito d’opposizione era l’Alleanza delle Forze Nazionali (NFA) liberale. I 200 membri del Congresso furono eletti nel luglio 2012, che dovevano entro 18 mesi guidare la transizione del Paese. Ma il 7 febbraio decisero di prorogare il loro mandato fino al dicembre 2014, suscitando una crescente opposizione popolare. Il 14 febbraio migliaia di libici protestarono contro l’estensione del mandato chiedendo nuove elezioni. Quindi il Consiglio decideva la nomina di un organo costituzionale per adottare una nuova costituzione entro quattro mesi dalla nomina, altrimenti si sarebbero indette le nuove elezioni, per formare organi legislativi transitori per altri 18 mesi.
Il 3 marzo 2014, i parlamentari della Libia si trasferivano nell’albergo Waddan, il giorno dopo che rivoltosi armati avevano assaltato il parlamento, incendiandolo, uccidendo una guardia e ferendone sei deputati. I manifestanti volevano che il Parlamento si sciogliesse immediatamente dopo la fine del mandato, scaduto a gennaio. L’assalto al parlamento avveniva mentre assassini e attacchi contro migranti cristiani e milizie filo-governative aumentavano in Cirenaica. L’ultimo assassinio fu quello di un ingegnere francese che lavorava presso un centro medico attivo a Bengasi dal 2009. A gennaio sette egiziani cristiani copti erano stati rapiti dalle loro case, ed uccisi con un colpo alla testa e al torace.
L’8 e 9 marzo i separatisti libici iniziarono caricare greggio su una petroliera saudita, ignorando le minacce del CNT di Tripoli. I separatisti controllano i terminali petroliferi della Libia orientale su richiesta delle regioni autonome orientali. L’8 marzo la nave cisterna battente bandiera panamense Morning Glory, ma di proprietà di una società saudita, ormeggiava al terminal di al-Sidra, il primo ministro Ali Zaydan aveva ordinato di non far imbarcare il greggio altrimenti la petroliera sarebbe stata bombardata, mentre il ministro del petrolio, Omar Shaqmaq, accusava i separatisti di “pirateria”. Il 9 marzo, il ministro della Cultura Amin al-Habib disse che navi della marina libica erano state dispiegate in mare per fermare la petroliera. “La petroliera non deve lasciare il porto, o sarà trasformata in un mucchio di metallo“. Il ministero della Difesa aveva impostato l’azione militare, ordinando al comandanti di marina ed aeronautica “di colpire le petroliere che entrano nelle acque libiche senza il permesso delle autorità legittime“. Zaydan però riconobbe che l’esercito non era riuscito ad adempiere agli ordini, quando inviò dei rinforzi da Aghedabia, ad ovest di Bengasi, ad al-Sidra, che rimane in mano ai separatisti della Cirenaica. A gennaio, la marina libica aveva sparato contro una petroliera battente bandiera maltese mentre cercava di caricare greggio sempre ad al-Sidra. Il portavoce della National Oil Corporation, Muhammad al-Harayri, ha detto che la Morning Glory era “ancora nel porto e il caricamento è in corso“. La nave avrebbe dovuto imbarcare 350000 barili di greggio. Fonti militari avevano detto che vi era un piano per intercettare la petroliera prima che lasciasse le acque territoriali della Libia. Zaydan aveva detto che “Tutte le parti devono rispettare la sovranità libica. Se la nave non le rispetterà, sarà bombardata“, aggiungendo che le autorità avevano intimato al comandante della nave di lasciare le acque della Libia, ma che uomini armati a bordo gli impedivano di salpare. Un portavoce del governo della Cirenaica a est, ribadiva che le esportazioni di petrolio da al-Sidra erano comunque cominciate, “Non sfidiamo il governo o il congresso, ma insistiamo sui nostri diritti“, dichiarava Rabo al-Barasi, a capo dell’ufficio esecutivo della Cirenaica, formato nell’agosto 2013.

Alessandro Lattanzio, 10/3/2014

Fonti:
Allain Jules
Al-Wihda
CTV News
ChasVoice
Nsnbc
Nsnbc
RID
Tunisie-secret
SpaceWar
Voltairenet

Libia: campo di battaglia tra occidente ed Eurasia

The International parte II: The Offshore Petroleum Standard

Dean Henderson  27 febbraio 2014
Henry-Kissinger-e-David-RockefellerIl mercato degli eurodollari controllato da Londra è un veicolo comodo per riciclare gli enormi fondi neri dei petrodollari generati dai Quattro Cavalieri. Un eurodollaro è semplicemente una qualsiasi valuta convertibile esistente in un Paese diverso dal suo Paese di origine. Una caratteristica fondamentale del mercato degli eurodollari è la mancanza di regolamentazione e la segretezza. La forza della sterlina inglese, ingiustificata per motivi puramente economici, ha a che fare con il fondo multi-miliardario in petroeurodollari che Londra attira, in tandem con la serie di banche off-shore nei protettorati inglesi che facilitano il commercio di eurodollari e i mercati di narcotici, diamanti, oro, platino, plutonio e armi. I principali centri bancari offshore come le Isole Cayman, le Bahamas, Bermuda, Turks & Caicos, Antigua, l’isola di Jersey, Isola di Man, Hong Kong, Dubai e Liberia sono tutti sotto il controllo della Corona inglese. La Casa dei Windsor ospita ogni loggia massonica del mondo, sfruttando la segretezza offerta nel guidare i tentativi della nobiltà nera. Gli Stati Uniti hanno miliardi di dollari di debito dovuti al loro esercito spedito in  tutto il mondo a proteggere questi monarchi e il loro bottino. Nel Sud-est asiatico la CIA ha protetto e diffuso le rotte dell’oppio della HSBC della Corona. Dopo la guerra del Vietnam, gli investitori internazionali persero fiducia nel dollaro, scommettendo sul fatto che gli Stati Uniti avrebbe avuto difficoltà nel ripagare il loro enorme debito di guerra ai banchieri internazionali. Nel 1968 il presidente francese Charles de Gaulle aggravò la crisi quando chiese pagamenti in oro al posto dei dollari, per protestare contro il coinvolgimento degli Stati Uniti in Vietnam. Quando Nixon fece uscire gli Stati Uniti dal Gold Standard, enormi quantità di capitale fluirono dalle banche statunitensi ai mercati off-shore di Londra degli eurodollari. Il dollaro s’era diffuso in tutto il mondo durante la guerra del Vietnam, creando un enorme eccesso di offerta non compensata da una domanda altrettanto robusta. Alcuni surplus di dollari furono rastrellati attraverso programmi di prestito, organizzati dalle mega-banche statunitensi tramite la vendita di buoni del Tesoro USA, che contribuirono a sostenere il debito degli Stati Uniti. Ma il surplus del debito di guerra e del dollaro costrinsero gli Stati Uniti a perdere il controllo dell’offerta di moneta nazionale e Nixon fu costretto a svalutare il dollaro dell’11% nel 1971. Le perdite continuarono. Nel 1973 Nixon svalutò il dollaro di un altro 6%. Dato che anche le multinazionali statunitensi, come oggi, producevano all’estero la maggior parte dei loro beni per l’esportazione, i prezzi all’importazione salirono e l’inflazione si aggravò. Nixon rispose imponendo controlli sui prezzi, ma le multinazionali deviarono le scarse materie prime, come il grano, nei mercati d’esportazione in cui poter avere maggiori profitti. I banchieri internazionali persero la pazienza con Nixon.
Subito l’esistenza dei nastri del Watergate fu svelata alla stampa dall’informatore della CIA Alexander Butterfield, il cui compito ufficiale era collegare la Casa Bianca al servizio segreto, ufficialmente un ramo della Federal Reserve. Le trascrizioni dei nastri del Watergate furono consegnate ai giornalisti investigativi Bob Woodward e Carl Bernstein del Washington Post da una fonte della Casa Bianca, identificatasi solo come Gola Profonda. I ricercatori concordano sul fatto che Gola Profonda dovesse essere il segretario di Stato Henry Kissinger o il generale Alexander Haig, che sostituì HR Haldeman a capo dello staff di Nixon negli ultimi giorni della presidenza. Haldeman fu licenziato dal capo del servizio segreto Robert Taylor, che ora comanda la rete di sicurezza privata degli interessi economici della famiglia Rockefeller. Kissinger, che ha sposato un’assistente dei Rockefeller e deposita i suoi preziosi documenti presso la Rockefeller Pocantico Hills, immobiliare di New York, raccomandò Haig a successore di Haldeman. Haig più tardi divenne presidente della Chase Manhattan Bank di David Rockefeller. Il direttore della CIA di Nixon, Richard Helms, fu licenziato da vicedirettore operativo della CIA poco prima che il suo ex-presidente Kennedy venisse assassinato. [781] Gli idraulici del Watergate Hunt, Sturgis, Quintero, Barker, Diego e Martinez che causarono le difficoltà di Nixon, erano tutti coinvolti nell’Operazione 40 della CIA, da cui provenivano gli assassini di JFK. Fu Kissinger, non Nixon, che ideò gli idraulici del Watergate quale unità speciale d’indagine della Casa Bianca. Il procuratore generale di Nixon, John Dean, disse più tardi che fu David Rockefeller a suggerire che Kissinger creasse gli idraulici. Nixon usò la collusione di Helms nell’assassinio di JFK per estorcere il sostegno della CIA al CREEP (Comitato per rieleggere il presidente) e utilizzò Haldeman per controllare Helms. Helms affermò che voleva che Nixon “scomparisse”, mentre la CIA si chinò sui nastri forniti da Butterfield, sperando di sapere che la “pistola fumante” potesse essere usata per sbarazzarsi di Nixon, senza un altro bagno di sangue in stile Dallas. L’assistente della Casa Bianca di Nixon, Charles Colson, voleva che il presidente licenziasse Helms e facesse indagare sul “complotto della CIA contro il presidente”. Colson poi disse che Nixon era un prigioniero dei luogotenenti di Rockefeller, Kissinger e Haig, durante gli ultimi mesi della presidenza. [782] Spinsero Nixon a dimettersi. Quando si rifiutò, il presidente del Joint Chiefs of Staff inviò un messaggio ai comandanti delle forze militari statunitensi nel mondo, dichiarando: “Al ricevimento di questo messaggio non sarà più possibile eseguire alcun ordine della Casa Bianca. Accusare ricevuta“. [783] Nixon si dimise cinque giorni dopo. Il massone 33.mo e talpa dell’FBI nella Commissione Warren, Gerald Ford, di una ricca famiglia del Michigan, fu nominato presidente. Il vice-presidente di Ford fu Nelson Rockefeller. Il suo direttore della CIA fu George Bush Sr. Kissinger rimase segretario di Stato, mentre Alexander Haig venne nominato Comandante supremo delle forze alleate della NATO in Europa. Il colpo di palazzo Rockefeller era compiuto.

Petroleum standard
president-richard-nixon-and-dr-kissingerLa notte dell’infame massacro di Nixon, quando licenziò Archibald Cox, Elliot Richardson e William Ruckleshaus, solo tre giorni prima i membri dell’OPEC si riunirono a Quwayt City per lanciare l’embargo petrolifero del 1973. Quando ministri del petrolio dell’OPEC si riunirono a Teheran, per discutere dei nuovi prezzi del greggio, il fantoccio di Rockefeller, lo Shah dell’Iran, sostenne l’aumento del prezzo del petrolio. Mentre il re saudita Faisal ordinava la riduzione del 25% delle esportazioni di petrolio del suo Paese, per sostenere l’embargo, lo Shah firmò l’accordo di Teheran, che garantì ai Quattro Cavalieri una quantità illimitata di petrolio. Re Faisal fu assassinato poco tempo dopo. Lo stesso Henry Kissinger si diede da fare creando l’Agenzia internazionale dell’energia, cui i francesi si rifiutarono di aderire definendola una macchina da guerra. [784] La scomparsa di Nixon, l’IAE di Kissinger e l’improvviso desiderio dello Scià di alzare il prezzo del petrolio coincisero con l’introduzione nel 1973 del mercato dei futures petroliferi e il rafforzamento del mercato londinese degli eurodollari. I banchieri internazionali potevano manipolare i prezzi del petrolio attraverso il mercato, mentre incanalarono un nuovo torrente di petrodollari dall’embargo ai paradisi fiscali offshore. Ma come potevano i banchieri internazionali fermare il crollo del dollaro? Kissinger guidò un piano del NSC volto a recuperare 20 miliardi di dollari che gli Stati Uniti spesero in petrolio del Medio Oriente. Questo sforzo dei Rockefeller portò alla riunione del FMI del 1973 a Nairobi, in Kenya, dove i funzionari di Morgan Guaranty Trust convinsero il capo della  SAMA, Anwar Ali, a lanciare una banca d’affari saudita con sede a Londra, potendo essere una forza importante nel mercato degli eurodollari. Un secondo incontro voluto dai Rockefeller ebbe luogo a Lagos, in Nigeria nel 1979. Anch’esso coincise con un boicottaggio del petrolio arabo. Il  presidente della Federal Reserve Paul Volcker, che in seguito presiedette la Commissione Trilaterale, andò a Lagos e poi a Quwayt City. Istruì i dittatori nigeriani e kuwaitiani a ridurre il prezzo del loro greggio di alta qualità e ad accettare in pagamento solo dollari statunitensi. Il Bonny Light nigeriano è considerato il migliore greggio del mondo, e il Light Sweet Crude del Quwayt divenne il greggio di riferimento per tutto il mondo. Altri Paesi furono costretti alla dollarizzazione dei loro mercati petroliferi. [785]
Il dollaro USA fu salvo. Attraverso i nodi mercantili del petrolio di New York e Londra i banchieri potevano controllare non solo il prezzo del greggio, ma il valore del dollaro, il cui default veniva ancorato al prezzo del greggio. Big Oil smise di reinvestire i proventi del petrolio in Medio Oriente.  Invece agli sceicchi del GCC dissero di acquistare certificati di dollari di 20 e 30 anni depositati nelle mega-banche controllate dai Quatto Cavalieri, i cui profitti vengono depositati nelle stesse banche come crediti a nome degli sceicchi. Le banche adottarono la politica del prestito a riserva frazionaria, per cui potevano prestare 1 dollaro ogni 66,6 centesimi coniati. Le banche poterono prestare 60 milioni di dollari ai Paesi latino-americani al costo di soli 70000 dollari annui in pagamenti per gli interessi dei titoli posseduti dagli arabi. Il governatore del Texas John Connolly, i fratelli Hunt e il miliardario saudita sceicco Qalid bin Mahfuz, seppero di questa truffa. Raggiunsero il banchiere inglese Jon May nel tentativo di accaparrarsi il mercato dell’argento e utilizzarne il ricavato per lanciare la Banca del Texas, indipendente dai truffatori della Federal Reserve. May nacque in una famiglia inglese benestante e viaggiò per il mondo creando oltre 4000 conti fiduciari. Scoprì la “piccola intesa” che controllava scambio e tassi d’interesse e le politiche bancarie globali. Scoprì che “il prestito o meno del denaro era controllato del tutto“. [786] Il  presidente di Citibank Walter Wriston una volta precisò il gioco pesante svolto dall’intesa quando  dichiarò, senza mezzi termini: “Se Exxon paga l’Arabia Saudita 50 milioni di dollari, tutto ciò che accade è che noi addebitiamo l’Exxon e accreditiamo l’Arabia Saudita. Il bilancio della Citibank rimane lo stesso. E se dicono che non gli piacciano le banche americane, saranno messi nel Credit Suisse. Tutto ciò che facciamo è assegnarlo all’Arabia Saudita e accreditarlo al Credit Suisse. Il nostro bilancio rimane lo stesso. Così, quando le persone corrono in attesa che il cielo cada, non c’è alcun modo che il denaro possa lasciare il sistema. E’ un circuito chiuso“. [787] May cercò d’istituire strutture di finanziamento alternative. Venne molestato dalla polizia in tutto il mondo. A Londra fu perseguitato dall’ispettore generale Goldsworthy. Gli mise un uomo alle costole e scoprì che era coinvolto nel traffico di droga. Andò negli Stati Uniti dove fu incarcerato con accuse fasulle. Molti governi del Terzo Mondo, consapevoli della truffa della FED, contattarono May cercando un nuovo modo con cui prendere in prestito denaro. Lo Scià di Persia aveva appena ottenuto l’aiuto di May quando venne estromesso. May dice che lo Scià era in buona salute fin quando fu portato in una base dell’US Air Force. [788]
Il presidente della Deutsche Bank Alfred Herrhausen fu coinvolto nel tentativo del mercato dell’argento e fu subito assassinato. La versione ufficiale della morte segue la formula P-2 e Gladio, fu accusata la fazione Baader-Meinof dell’Armata Rossa della Germania, ma il colonnello degli Stati Uniti ed assistente di Edward Lansdale al Polo Sud, Fletcher Prouty, pensa che Herrhausen sia stato ucciso dalla CIA per volere dei banchieri internazionali. Herrhausen era un sostenitore della remissione del debito del Terzo Mondo. Aveva ideato un piano di riduzione del debito in una riunione di FMI/Banca Mondiale a Washington due mesi prima della morte. Alla riunione Herrhausen imbarazzò il presidente di Citibank Walter Reed, subendo da lui diverse taglienti critiche pubbliche. [789] Un industriale austriaco che lavorò con Jonathan May fu dichiarato pazzo. La CIA addestrò dei mercenari in Belize, molto probabilmente su un terreno di proprietà dell’amico di Bush e socio di Carlos Marcello Walter Mischer, per assassinare il dittatore nigeriano con cui Volcker stipulò un contratto, perché avevano paura che avrebbe parlato. Jonathan May, che rimane in un carcere del Minnesota, dice che questi stessi mercenari addestrati in Belize furono usati per assassinare Herrhausen. [790] Il 3 ottobre 2005, il Wall Street Journal riportò che i sauditi e le altre nazioni del GCC avevano ancora una volta sorpassato la Cina e il Giappone come maggiori acquirenti di titoli del Tesoro degli Stati Uniti, per via del drammatico aumento dei prezzi del petrolio a quasi 70 dollari al barile. L’alto prezzo del petrolio era necessari per sostenere il traballante dollaro degli Stati Uniti? Nel giugno 2007 le sei nazioni del GCC spesero 1600 miliardi dollari in attività estere. Dubai diventava centro finanziario internazionale rivaleggiante con Londra e aveva acquistato le partecipazioni di Standard Charter, HSBC e Bank Veuthes. Halliburton  trasferì la propria sede a Dubai, nel 2007.

Eurodollari e debito del Terzo Mondo
Con tutti questi meccanismi in atto, una marea di liquidità in petrodollari scorreva nei mercati off-shore degli eurodollari controllati da Londra, cementando il “rapporto speciale” anglo-statunitense che puntella la Casa di Windsor. L’embargo petrolifero arabo del 1973 fu il colpo di grazia al piano. Nel 1976 l’American Jewish Congress individuò JP Morgan e Citibank nei loro “ruoli cardine nella realizzazione del boicottaggio arabo“. I dirigenti di Chemical Bank e Morgan si batterono duramente contro la legislazione anti-boicottaggio al Congresso. [791] Nel 1963 il mercato degli eurodollari era di circa 148 milioni di dollari. Nel 1982 ne valeva 2000 miliardi di dollari. La capacità delle corporazioni e dei ricchi di nascondere i loro miliardi nei mercati dell’euro è un problema cronico sia per il Tesoro degli Stati Uniti che per le sue controparti del Terzo Mondo. Nel 1950 le società statunitensi coprivano il 26% del prodotto fiscale totale degli Stati Uniti. Nel 1990 ne coprivano solo il 9%, contribuendo al massiccio deficit di bilancio e ai 2400 miliardi di dollari di debito degli Stati Uniti. E’ peggio nei Paesi poveri, che prendono in prestito i soldi degli sceicchi dai banchieri internazionali a tassi d’interesse esorbitanti, per poi guardare impotenti mentre i compari degli oligarchi dell’FMI fanno bottino attraverso gli assalti di bankster tipo BCCI, rinviando il denaro di nuovo nel vortice del grande mercato degli eurodollari. Il New York Times ha stimato che nel 1978-1987, la sola America Latina abbia perso 600-800 miliardi di dollari con tale tipo d’evasione dei capitali, un importo quasi pari al debito combinato del Terzo Mondo. Il grande leader rivoluzionario africano e presidente della Tanzania Julius Nyerere, si chiese, “Dovremmo lasciare che la nostra gente muoia di fame per ripagare i nostri debiti?” La risposta dei banchieri internazionali fu un “sì” inequivocabile. Il loro Club di Roma, tra un caviale e un patè, sostiene lo spopolamento del mondo degli indesiderabili poveri. Nel 1982 il debito estero totale del Terzo Mondo era di 540 miliardi di dollari, il 70% del quale dovuto alle mega-banche occidentali. Le prime nove banche statunitensi detengono un debito del Terzo Mondo al 233% del patrimonio iniziale. Nel 1974-1982 il credito bancario internazionale si moltiplicò per cinque, fino a oltre il trilione di dollari. Gli utili derivanti dal prestito di petrodollari al Terzo Mondo delle sette maggiori banche degli Stati Uniti, andavano dal 22% al 60% dei guadagni totali. Le maggiori vittime furono Argentina, Brasile, Messico e Jugoslavia. [792]
Le banche centrali degli Stati Uniti con il loro denaro formarono la Financial Services Holding Company, presentando il fronte unito del cartello dei creditori verso i debitori del Terzo Mondo. Il suo consiglio comprendeva il presidente della Federal Reserve Allen Greenspan della Morgan Guaranty, John LaWare di Chase Manhattan e William Rhodes di Citigroup. Cartelli simili includono l’Istituto per la Finanza Internazionale, il Club di Parigi e la Banca Mondiale, il cui capro espiatorio FMI sfilò via per imporre le condizioni di prestito dell’oligarchia finanziaria. Se i Paesi non possono rimborsare tali prestiti usurari, le loro risorse sono consegnate alle multinazionali clienti delle banche, come nel caso della crisi del debito messicano del 1995. Le banche virarono milioni di dollari nei loro sforzi ardui per la rinegoziazione del debito dal basso tasso messicano di 50 milioni di dollari. I colossi bancari d’investimento Lehman Brothers, UBS Warburg, Lazard Freres, Morgan Stanley, Goldman Sachs, Merrill Lynch e CS First Boston presero l’iniziativa nell’ambito del proficuo default, come consulenti dei governi debitori. Quando le prospettive non sembrano rosee per il recupero di crediti in sofferenza, i banchieri hanno l’abitudine di scaricare i loro crediti inesigibili sui contribuenti statunitensi, tramite il Piano Brady, formulato dal segretario del Tesoro di Bush e banchiere di investimenti della Dillon Read, Nicholas Brady. Il Piano Brady comportava un piccolo ripianamento dei debiti dei Paesi debitori del Terzo Mondo, volto ad attrarre nuovi prestiti ad alto tasso d’interesse. Quantità maggiori di debito furono indicati come oneri speciali nei bilanci delle banche, consentendogli di rivendicare enormi vantaggi fiscali come perdita di capitale, mentre da subito le inutili obbligazioni di Brady furono spacciate all’inconsapevole pubblico statunitense.
Il Gold Standard mondiale fu sostituito da quello del petrolio. Secondo il Tesoro degli Stati Uniti, nel 1974-1980 l’OPEC gettò 117 miliardi di dollari nel mercato degli eurodollari. SAMA prestava direttamente alle multinazionali statunitensi. Nel 1975 AT&T ebbe un prestito di 100 milioni dollari dalla Banca Centrale saudita. Il FMI salì sul succulento treno dei petrodollari, prendendo a prestito 10 miliardi di dollari dalla SAMA nel 1980. [793] I banchieri internazionali si muovevano in mare aperto, spesso in joint-venture, per sfruttare la miniera d’oro dei petrodollari che avevano costruito.  La Manufacturers Hanover Trust si legò via off-shore alla NM Rothschild & Son. La Chase Manhattan a Deutsche Bank, National Westminster Bank e Mitsubishi Bank per formare l’attore degli eurodollari del Gruppo Bancario Orion. Nel 1982 il mercato dell’euro aveva un patrimonio di 2000 miliardi dollari, mentre negli Stati Uniti, l’offerta di moneta M-1 era pari a 442 miliardi di dollari. Il debito degli Stati Uniti saliva alle stelle, mentre i grassi banchieri dispiegano le forze statunitensi per proteggere la loro “crapulenza”. Un anno dopo gli eventi del 1973, le banche centrali internazionali videro i loro asset aumentare del 72%. [794] L’economista John Maynard Keynes raccomandò la creazione di un “pool internazionale monetario”. Il mercato degli eurodollari offshore è la piscina olimpionica dei banchieri illuminati che vi nuotano.

[781] Plausible Denial: Was the CIA Involved in the Assassination of JFK? Mark Lane. Thunder’s Mouth Press. New York. 1991
[782] The Rockefeller File. Gary Allen. 76’ Press. Seal Beac, CA. 1977. p.175
[783] The Robot’s Rebellion: The Story of the Spiritual Renaissance. David Icke. Gateway Books. Bath, UK. 1994. p.219
[784] The Prize: The Epic Quest for Oil, Money and Power. Daniel Yergin. Simon & Schuster. New York. 1991. p.608
[785] Behold a Pale Horse. William Cooper. Light Technology Press. Sedona, AZ. 1991. p.333
[786] Ibid
[787] The Money Lenders: The People and Politics of the World Banking Crisis. Anthony Sampson. Penguin Books. New York. 1981
[788] Cooper. p.333
[789] “CIA Kills Progressive German Banker”. Executive Intelligence Review. 7-17-92. p.36
[790] Cooper. p.333
[791] The House of Morgan. Ron Chernow. Atlantic Monthly Press. New York. 1990. p.609
[792] The Confidence Game: How Un-Elected Central are Governing the Changed World Economy. Steven Solomon. Simon & Schuster. New York. 1995. p.194
[793] The World’s Money: International Banking from Bretton Woods to the Brink of Insolvency. Michael Moffitt. Simon & Schuster. New York 1983 p.126
[794] Hot Money and the Politics of Debt. R.T. Naylor. The Linden Press/Simon & Schuster. New York. 1987. p.50

rockefeller-pyramidDean Henderson è autore di cinque libri: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve, Stickin’ it to the Matrix & The Federal Reserve Cartel. Iscrivetevi al suo sito DeanHenderson.wordpress.com

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Algeria nel mirino degli Stati Uniti

Charles Francis L’Autre Afrique 13 febbraio 2014

algeria-mapDa diversi mesi gli Stati Uniti hanno classificato l’Algeria un “Paese a rischio sicurezza per i diplomatici” e posto installazioni militari con contingenti navali nel meridione della Spagna, senza nascondere le intenzioni interventiste in Africa settentrionale. Si sa inoltre che gli Stati Uniti puntano alla zona di confine tra il sud della Tunisia e l’Algeria, “segno che gli Stati Uniti sono determinati ad agire, il Pentagono ha appena occupato, nel sud della Tunisia, una base in disuso da ristrutturare per intervenire nel teatro libico, ha detto una fonte diplomatica a Tunisi” (LeFigaro, 1 febbraio 2014). Il minimo che possiamo dire, anche se si tratta per il momento d’intervenire in Libia, è che l’orco si avvicina… Minacce punitive per non aver sufficientemente sostenuto l’intervento militare francese in Mali? Una piano di destabilizzazione dell’ultimo bastione indipendente dall’influenza degli Stati Uniti? Il fatto è che dopo il Mali e lo stato di tensione in tutta la sub-regione, gli algerini hanno il diritto ad avere gravi preoccupazioni.

L’intervento militare annunciato
500 marines w otto caccia degli Stati Uniti sono stati schierati dall’estate del 2013, una sostanziale forza d’intervento militare, nella piccola città di Moron, Spagna. Se la presenza militare degli Stati Uniti su suolo spagnolo non è uno scoop, ciò che è nuovo è lo scopo specifico di tale nuovo schieramento. La confessione del governo spagnolo in merito a ciò è davvero notevole: “consentire ai militari degli Stati Uniti d’intervenire in Africa settentrionale in caso di gravi perturbazioni“. Non si può infatti essere più chiari! Oggi, mentre gli Stati Uniti hanno appena fatto la richiesta formale al governo Rajoy di aumentare l’attuale presenza di marines, chiamata “Forza di risposta alle crisi in Africa“, apprendiamo dal quotidiano spagnolo El Pais, di grandi movimenti della marina degli Stati Uniti sulle coste spagnole: “L’11 febbraio, il cacciatorpediniere USS Donald Cook arriverà con il suo equipaggio di 338 uomini nella base navale di Cadice. Una seconda nave, l’USS Ross, arriverà a giugno e altri due, USS Porter e USS Carney, nel 2015. In totale, 1100 marines con le loro famiglie, che si sistemeranno nella base di Cadice.” Alla domanda su tutte queste manovre e schieramenti militari, Gonzalo de Benito, segretario di Stato agli Esteri spagnolo ha solo commento: “Quali operazioni compiranno questi marines super-equipaggiati? Non posso dirlo perché queste forze non sono qui per operazioni specifiche, ma per per dei possibili imprevisti…
Tra minacce e gerghismi, misuriamo come il suono degli stivali dev’essere preso molto sul serio. Che siano in Italia o in Spagna, nel nord del Mali o del Niger, francesi o statunitensi, è chiaro che le basi militari aumentano intorno al Maghreb.

Innanzitutto umanitari e poi la guerra…
Tutti gli interventi esteri che presiedono, e tendono ancora, al processo di disgregazione territoriale e politico delle nazioni, in particolare dell’Africa… sono sempre stati preceduti da campagne ultra-mediatiche sul piano “umanitario”. Si conosce lo svolgersi delle operazioni: “umanitari” e ONG segnalano, di solito dove gli viene detto, una situazione drammatica per i civili, denunciando carestie attuali o future, individuando moltitudini sottoposte a genocidio (o a rischio di), inondando il pubblico con immagini shock e opinioni, infine … le grandi potenze sono “costrette” a difenderli s’intende.. intervenendo a favore del “diritto alla vita dei popoli interessati”. Come in Libia, Costa d’Avorio, Africa Centrale, Mali… disintegrando, tagliando e infine dividendo tutto. Così, dopo averlo rodato da tempo in Biafra e in Somalia, entrambi disintegrati (1), il “buon” dottore Kouchner, ministro francese di destra e di sinistra, s’inventava nell’ex-Jugoslavia, anch’essa disintegrata, la versione finale del “diritto di intervento”! Invenzione che, dopo aver dimostrato la propria efficacia nell’implosione dei Balcani, prospera nel pianeta soggetto alla globalizzazione imperiale. Dalle “armi di distruzione di massa” irachene al “sanguinario” Gheddafi in Libia, “migliore amico della Francia”, dalla Siria al Mali, dalla Costa d’Avorio all’Africa Centrale… notando che si tratta di numerose guerre condotte in suo nome nel continente, si misurano i risultati di tale politica “umanitaria”.

Nord Africa, Algeria e Tunisia chiaramente nel mirino
Non dimentichiamo che il dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha recentemente classificato l’Algeria tra i Paesi “a rischio sicurezza per i diplomatici.” Inoltre, allo stesso tempo, nel Congresso degli Stati Uniti sono state discusse nuovamente modifiche alla legge antiterrorismo, con l’obiettivo dell’intervento delle forze armate, senza previa consultazione… del Nord Africa! In questo modo… le ONG umanitarie, che hanno già espresso la volontà di “chiamare in aiuto le grandi potenze” e i loro eserciti, sono da tempo all’opera in Algeria. Secondo il sindacato centrale UGTA (Unione generale dei lavoratori algerini) queste ONG operano per dividere e contrapporre le popolazioni: Nord contro Sud, arabi contro berberi, lavoratori contro disoccupati… in cima a queste ONG “umanitarie” vi sono Freedom House, Canvas, NED… i cui legami con la CIA non sono un segreto.(2) L’UGTT ne accusa così l’infiltrazione nei movimenti sociali per “ingannarli e trascinarli in violenze, cercando di creare una crisi che possa giustificare l’intervento” e ancora “mentre i giovani manifestano legittimamente per i posti di lavoro, contro la precarietà e lo sfruttamento, i leader giovanili di Canvas li sfruttano per trascinare la questione dell’occupazione nel contesto del separatismo del sud dell’Algeria, cioè laddove si trovano le grandi ricchezze in minerali, petrolio e gas. “Casualmente, si è tentati di aggiungere o meglio… come al solito”. (3)
Insicurezza e disagio sociale suscitati al di qua delle frontiere, diffusa insicurezza suscitata aldilà. Il metodo è noto. Gli Stati Uniti, che già si affidano alla destabilizzazione regionale per giustificare il dispiegamento militare nel Mediterraneo, domani non mancheranno di cogliere il pretesto dei disordini sociali o del “pericolo per i diplomatici” per intervenire direttamente. Non sarebbe legittimo, tuttavia, chiedersi della responsabilità delle grandi potenze, soprattutto degli Stati Uniti, nella proliferazione del terrorismo in questa regione dell’Africa? Non lo è, e non è l’ultimo dei paradossi che, in nome dell’insicurezza, gli Stati Uniti tramite NATO e Francia decidessero di far saltare la Libia nel 2011? Non è per la stessa ragione che l’esercito francese entrò in guerra in Mali nel 2012. Due interventi, si ricordi, lungi dal portare la pace, aggravando la  destabilizzazione, facendo del Sahel e dell’intera sub-regione una polveriera.
Queste nuove minacce degli Stati Uniti, che rientrano nella cosiddetta strategia del “domino” tanto cara alla precedente amministrazione Bush, devono essere prese molto sul serio. Visto che tanti falsi pretesti non mancano e non mancheranno, nel prossimo futuro, a motivare l’intervento militare estero. Le grandi potenze non si fermeranno, al contrario, rischiano la disintegrazione regionale e relative conseguenze letali per i popoli. Già questa è la regione che subisce l’incredibile proliferazione di armi per via dell’esplosione dello Stato libico e del continuo flusso di armi di ogni  tipo, totalmente irresponsabile, per gli estremisti islamici in Siria. Le onde d’urto di tale situazione si sono viste in Mali dove una Francia militarmente obsoleta si mostra molto (troppo) amichevole verso dei separatisti assai ben equipaggiati che spuntano in Algeria, dove si pensava che il terrorismo islamico fosse stato sradicato, e in Tunisia, dove sciamano gruppi paramilitari che pretendono di rappresentare l’Islam e dove, allo stesso tempo, il potere lascia impuniti l’omicidio degli oppositori politici.
Appare sempre più chiaro alle popolazioni colpite che tali minacce verso gli Stati sovrani hanno per obiettivo di lasciarle in nazioni indebolite dirette da ascari impotenti e divisi, incapaci di resistere alla cupidigia delle multinazionali. Ecco perché gli Stati da cui provengono le multinazionali vanno così d’accordo, nonostante i loro interessi e quel che dicono, con i peggiori islamisti, sia oggi in Sahel e Siria che in Libia ieri. In altre parole, a ognuno il suo spazio, i suoi profitti e il suo bottino. Certo, mai come oggi le “vecchie chimere” ideate dai fondatori dell’Indipendenza come il “Panafricanismo” o “l’Africa agli africani”…, gettate nella pattumiera della storia, sembrano avere tanta attualità. Ad ogni modo e qualunque siano i discorsi urgenti imposti dalla drammatica situazione nel continente, l’attualità impone che l’Algeria non si faccia dettare le proprie azioni dall’intervento militare.cnvs1. Dopo il Biafra, Bernard Kouchner spiegò che bisognava “convincere” prima l’opinione pubblica, e poi seguono le operazioni spettacolari come “sacchetti di riso per la Somalia”, “barche per il Vietnam”… i disaccordi con MSF, la sua dipartita e la creazione di Medici del Mondo.
2. UGTA, Algeri 28 giugno 2013, sul giornale del PT algerino Fraternité
3. Sul ruolo nefasto di “umanitari”, ONG e destabilizzazione delle nazioni, vedasi “Banca Mondiale e ONG destabilizzano gli Stati

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La diplomazia del cambio di regime

Eric Draitser New Oriental Outlook 10/02/2014

usaid_omar_pppaLa registrazione recentemente diffusa dell’assistente del segretario di Stato USA, Victoria Nuland, che cospira con l’ambasciatore degli Stati Uniti in Ucraina per fabbricare un nuovo governo del Paese, rivela quanto gli Stati Uniti s’infiltrino direttamente negli affari di nazioni sovrane. Tuttavia, invece di un episodio isolato, ciò rientra nella ricca storia degli Stati Uniti della “diplomazia” come mezzo di cambio di regime.
Il 6 febbraio 2014, la conversazione telefonica registrata tra l’assistente del segretario di Stato Victoria Nuland e l’ambasciatore degli Stati Uniti in Ucraina Geoffrey Pyatt,viene svelato. Durante tale telefonata, i due discutono una serie di questioni, tra cui come dovrebbe costituirsi il nuovo governo ucraino e del ruolo specifico dei capi dell’opposizione. La registrazione svela il fatto che, nonostante la retorica su “democrazia” e “autodeterminazione”, l’intenzione di Washington in Ucraina è usare la crisi politica per imporre un governo favorevole agli interessi occidentali e apertamente ostile a Mosca. Durante la conversazione, Pyatt afferma: “Cerchiamo una lettura molto veloce su dove (Klishko) stia in questa roba… (Una telefonata a Klishko) è la prossima chiamata da fare… Sono contento che tu metta (Jatsenjuk) laddove avviene questo scenario.” Nuland risponde: “Non credo che Klish(ko) debba andare al governo… non credo sia una buona idea… Jats(enjuk) è quello giusto, ha esperienza...” Questo breve estratto della telefonata illustra molto chiaramente che, piuttosto che limitarsi a sostenere l’opposizione, Nuland e i suoi superiori a Washington la gestiscono direttamente per imporre un governo di loro scelta. Inoltre, dimostra il fatto inevitabile che, con tutta la sua retorica sulla “democrazia”, l’amministrazione Obama, come quelle precedenti, semplicemente l’usa come scusa dell’agenda del cambio di regime volta ad averre vantaggi geopolitici. Anche se molti osservatori e analisti politici sanno che da decenni gli Stati Uniti utilizzano tali tattiche, ancora molti in politica e nei media corporativi occidentali si rifiutano di riconoscerlo, liquidandolo come mera “speculazione”. La fuga dimostra definitivamente, attraverso prove concrete ed incontrovertibili, che gli Stati Uniti manipolano cinicamente movimenti politici e sociali a livello internazionale.

Paesi diversi, stessa strategia
In tutto il mondo, gli Stati Uniti usano la diplomazia come copertura per la destabilizzazione dei governi che ritiene ostili. Un esempio particolarmente eclatante sono i ripetuti tentativi di rovesciare il governo del Presidente Mugabe e del suo partito ZANU-PF del Zimbabwe. Washington sostiene da tempo l’agente statunitense Morgan Tsvangirai e il suo partito di opposizione noto come  Movimento per il cambiamento democratico (MDC-T), per la loro volontà di attuare ciò che viene eufemisticamente definita “liberalizzazione economica”, linguaggio in codice per collaborazione con il capitale finanziario neoliberista, così come la sua dedizione nel minare il governo cinese, alleato di Mugabe. Nel 2010, WikiLeaks diffuse i dispacci diplomatici tra l’ex ambasciatore USA in Zimbabwe, Christopher Dell, e i suoi superiori a Washington. I cabli rivelano come gli Stati Uniti abbiano lavorato attivamente a preparare il cambiamento di regime in Zimbabwe. L’ambasciatore Dell scrisse che: “La nostra politica funziona aiutando il cambio qui. Ciò che è richiesto è semplicemente grinta, determinazione e attenzione nel vederlo. Poi, quando finalmente arriva il cambio, dobbiamo essere pronti a muoverci rapidamente per consolidare il nuovo regime… (Tsvangirai) è indispensabile per il cambio di regime, ma forse un peso una volta al potere”. I cabli mostrano il rapporto intimo esistente tra la cosiddetta opposizione e i suoi sostenitori occidentali. Anche se non è un segreto in Zimbabwe, è una novità per molti in occidente, accuratamente indotti a credere che l’MDC-T e Tsvangirai rappresentino un cambiamento sostanziale e un passo verso una maggiore democrazia. Purtroppo, lo Zimbabwe non è il solo ad essere preso di mira dagli Stati Uniti con un cambio di regime sotto il pretesto della “democratizzazione”.
Il Venezuela è il bersaglio principale del cambio di regime degli Stati Uniti, una volta eletto presidente Hugo Chavez. Giustamente visto come minaccia all’egemonia politica ed economica degli Stati Uniti in Venezuela e tutta l’America Latina, Chavez e il suo governo socialista bolivariano furono oggetto di una serie di strategie volte a destabilizzarlo e rovesciarlo. A parte il colpo di Stato del 2002 che, temporaneamente (per qualche ora) depose Chavez e mise al suo posto un governo di destra filo-USA, Washington fece una serie di tentativi di cambio di regime con la vasta rete di ONG e altre organizzazioni finanziate dall’estero. In un dispaccio diplomatico pubblicato da Wikileaks, l’ex ambasciatore degli Stati Uniti in Venezuela, William Brownfield,  dettaglia la miriade di modi con cui gli Stati Uniti tentavano di infiltrarsi nella base politica di Chavez per crearvi divisioni che potessero essere sfruttate per distruggere il movimento bolivariano.  Brownfield spiegò in dettaglio come gli Stati Uniti utilizzano l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID), l’Ufficio Iniziative di Transizione (OTI) e altre organizzazioni per distribuire fondi e fornire assistenza tecnica a una varietà di organizzazioni non governative che lavoravano attivamente contro il legittimo governo di Chavez. A testimonianza di tale impegno costante, basta guardare l’articolo scritto per il Council on Foreign Relations dall’ex ambasciatore degli Stati Uniti in Venezuela Patrick Duddy, in cui presenta una serie di scenari per la destabilizzazione del governo di Chavez dopo le elezioni del 2012. Uno degli scenari più sinistri vede l’uso delle violenze nei giorni successivi alle elezioni per delegittimarne i risultati. Ciò fu esattamente quel che avvenne, anche se Chavez e il suo partito poterono mantenere il controllo. Inoltre, si tratta di un segreto di pulcinella che l’opposizione della Democratic Unity Roundtable (MUD) sia solo un burattino della Camera di Commercio e di altri interessi degli Stati Uniti, e che il loro candidato Henrique Capriles sia solo un surrogato di Washington.
Il Venezuela non è certo l’unica nazione latino-americana guidata da un presidente di sinistra carismatico e popolare preso di mira dagli Stati Uniti per un cambio di regime. Bolivia ed Ecuador sono entrambi sulla lista dei nemici di Washington. In realtà, il presidente boliviano Evo Morales compì il passo straordinario di espellere l’USAID, affermando che non vi sono “null’altro che istituzioni statunitensi che cospirano contro il nostro popolo e soprattutto contro il governo nazionale, motivo per cui cogliamo l’occasione per annunciare… che abbiamo deciso di espellere l’USAID“. Morales sottolineò che i programmi dell’USAID hanno “fini politici piuttosto che sociali“. Nonostante le vigorose smentite dei funzionari dell’USAID e della dirigenza politica degli Stati Uniti, vi sono ampie prove a sostegno delle affermazioni del presidente boliviano. Come in Africa e America Latina, gli Stati Uniti cercarono di manipolare l’opposizione politica per il cambio di regime in Russia. Durante le proteste contro il presidente russo Vladimir Putin, nel 2011-2012, accuse emersero sull’ambasciatore statunitense Michael McFaul secondo cui guidava dall’ombra i capi del movimento d’opposizione. Anche se il dipartimento di Stato e McFaul negarono, la prova fu resa pubblica verificando le accuse. In un video virale caricato su youtube, si vede Boris Nemtsov (co-presidente del partito di opposizione RPR-PARNAS) ed altri esponenti dell’opposizione davanti l’ambasciata USA a Mosca dopo un incontro con l’ambasciatore. Il rapporto tra l’opposizione russa e gli Stati Uniti si vede in tali associazioni personali, ma anche nell’assistenza finanziaria fornita da organi statunitensi come il National Endowment for Democracy (NED). Ciò era ovviamente parte del programma degli Stati Uniti per destabilizzare il governo di Putin e sostituirlo con un governo fantoccio degli Stati Uniti.
Queste rivelazioni dipingono un quadro assai brutto della politica estera degli Stati Uniti, basata sulla cinica manipolazione di istituzioni apparentemente democratiche. Utilizzando una varietà di tattiche politiche e diplomatiche, Washington proietta il suo potere in nazioni che ritiene essere “contrarie”. In tal modo, gli Stati Uniti rivelano ipocrisia pretendendo di “promuovere la democrazia” mentre operano attivamente nel mondo per minare governi democraticamente eletti.

Eric Draitser è un analista geopolitico indipendente di New York City. È il fondatore di StopImperialism.org e opinionista di RT , in esclusiva per la rivista online “New Oriental Outlook.”

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Cina chiave dell’ottimismo dell’Africa… e del rinnovato militarismo occidentale

Finian Cunningham, Strategic Culture Foundation, 03/02/2014

africaChinaC’è un nuovo ottimismo in Africa sul futuro luminoso dello sviluppo del continente. E in questo futuro la Cina gioca un ruolo chiave nel portare capitali d’investimento, infrastrutture, tecnologia e know-how. La Cina letteralmente aiuta a costruire il futuro dell’Africa. Mekonnen, un 19.enne   ingegnere meccanico etiope ritorna dalla capitale, Addis Abeba, nella città natale di Shire, nella regione settentrionale. “Ho molto fiducia nell’Etiopia e nell’Africa, sulla via di un promettente sviluppo”, dice Mekonnen. È il primo membro della famiglia ad andare all’università, e seduto sul bus con il suo computer portatile e lo smartphone, Mekonnen cattura lo sguardo e lo spirito ottimista dell’Africa moderna. La strada per Shire, quasi 1100 chilometri attraverso gli altopiani dell’Etiopia, è stata recentemente completata da una società di costruzioni cinese. Simili reti stradali, costruite da ditte cinesi, s’irradiano dal Addis Abeba collegando villaggi, città, regioni periferiche e Paesi vicini dell’Africa orientale. Solo pochi anni fa questi luoghi remoti e il loro popolo erano isolati. La Cina fornisce all’Etiopia le connessioni nelle telecomunicazioni con  telefoni cellulari e internet praticamente ovunque. La copertura delle rete deve ancora migliorare, ma i grandi benefici allo sviluppo sociale sono già elevati. Servizi pubblici, imprese e commercio, istruzione e strutture sanitarie sono solo alcuni dei settori migliorati in questi ultimi anni, attraverso la diffusione delle telecomunicazioni moderne.
Storicamente, Addis Abeba è la capitale diplomatica dell’Africa, la città sede dell’Unione africana, l’organizzazione che rappresenta le oltre 50 nazioni del continente. L’anno scorso ha visto l’inaugurazione della nuova sede dell’UA, un edificio che sovrasta il centro di Addis. Il finanziamento e la costruzione del nuovo complesso dell’AU sono un regalo del governo cinese per celebrare il 50° anniversario della fondazione dell’organizzazione. Un simbolo che la dice lunga sul partenariato strategico crescente tra Cina e Africa. Un altro importante progetto cinese ad Addis è la costruzione di una rete ferroviaria per la città. Ci vorranno altri due anni per completarla, ma enormi vantaggi nel trasporto andranno ai sei milioni di abitanti della città. Un collegamento anche stradale è in corso, tra la capitale etiope e Gibuti, a nord-est. Quest’ultimo Paese è strategicamente situato sul Corno d’Africa all’ingresso del Mar Rosso sull’Oceano Indiano. Questo snodo commerciale promuoverà il grande sviluppo economico dell’Etiopia, in gran parte grazie al coinvolgimento della Cina. La storia della partnership di sviluppo dell’Etiopia con la Cina è tipico di ciò che accade nel continente. Negli ultimi tre anni, la Cina avrebbe stanziato 100 miliardi dollari di investimenti in quasi ogni Paese africano. Le attività investite comprendono industrie del petrolio e del gas, infrastrutture civili come università, ospedali e trasporti, nonché una vasta gamma di attività minerarie. La famosa ricchezza mineraria dell’Africa è ciò che in gran parte spinse i colonizzatori europei al famigerato assalto all’Africa di oltre un secolo fa. Nonostante i decenni di sfruttamento rapace europeo, fin quando gli Stati africani ebbero l’indipendenza politica negli anni ’60, il continente possiederebbe ancora alcuni dei più grandi giacimenti di risorse naturali della Terra, come petrolio e gas, oro, argento, diamanti e molti metalli industrialmente preziosi come ferro, stagno, rame, molibdeno e tungsteno. Di particolare valore strategico sono le prodigiose riserve di minerale di uranio, il combustibile nucleare primario, in diversi Paesi africani.
Il coinvolgimento della Cina nello sviluppo dell’Africa si basa su una pianificazione strategica durevole. Con una popolazione in espansione di oltre un miliardo di persone, il governo di Pechino sa che deve assicurarsi l’approvvigionamento di materie prime anche in futuro. Vede giustamente l’Africa come fonte cruciale. Ma a differenza del retaggio europeo in Africa, basato su conquista militare, oppressione e sfruttamento spietato a senso unico, la Cina adotta l’approccio di un partenariato totalmente diverso, nel suo rapporto con l’Africa. Ciò riflette in parte la differenza  filosofico-politica ed etico-culturale, ma è anche un calcolo pragmatico della Cina per stringere un contratto strategico sostenibile con l’Africa. E gli africani apprezzano la reciproca opportunità di sviluppo offerta dalla Cina. Per decenni, l’Africa era sinonimo di povertà e di privazione. Questa definizione, dalle sfumature razziste, implicava che il continente nero fosse intrinsecamente arretrato. La realtà, tuttavia, è che la povertà dell’Africa è una manifestazione del sottosviluppo imposto dagli europei, derivante dalla natura del rapporto da sfruttamento intensivo. La nominale indipendenza politica dalle potenze coloniali europee non poteva superare l’eredità della povertà cronica imposta. Enormi ricchezze venivano semplicemente estratta dall’Africa dai colonizzatori europei con un trascurabile ritorno in investimento e sviluppo. La Repubblica dell’Africa Centrale ne offre un esempio classico. L’ex colonia francese ha una superficie equivalente alla Francia, ma una popolazione pari al sette per cento. Il Paese africano ha una ricchezza naturale abbondante in minerali e agricoltura. Eppure, anche prima della recente epidemia di conflitti, povertà e fame erano dilaganti. Nei decenni di dominio coloniale, i francesi hanno solo lasciato in eredità una sola strada nel Paese oltre la capitale amministrativa Bangui. La Francia ha saccheggiato questa colonia, come ha fatto altrove in Africa, con uno spericolato processo estrattivo delle materie prime. Gran parte dell’oro che si trova nel Tesoro Nazionale della Francia di Parigi proviene dalla Repubblica Centrafricana. La stessa eredità di sviluppo stentato e privazioni strutturali in Africa fu lasciata dalle altre ex-potenze coloniali europee. Inoltre, gli istituti finanziari occidentali, in particolare il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, aggravarono le catene coloniali dell’Africa con pratiche usurarie. Le disposizioni finanziarie predatorie avevano poco a che fare con un vero  sviluppo e più con la massimizzazione dei profitti di Wall Street o dei governi occidentali, intrappolando tali Paesi con debiti infiniti. Ciò provocò la corruzione tra le élite politiche africane, che esacerbò il sottosviluppo. In netto contrasto, la Cina ha iniettato liquidità in Africa con favorevoli termini di rimborso e volte allo sviluppo di infrastrutture specifiche. Gran parte della finanza cinese avviene sotto forma di sovvenzioni, operando in modo che gli imprenditori cinesi possano costruire un’università o una rete stradale in cambio di una concessione mineraria a detrimento dei concorrenti occidentali.
Gli africani comprensibilmente agiscono per fare sfruttare la ricchezza formidabile dei loro Paesi e per godere dei benefici di un sano sviluppo atteso da tempo. Gli africani vedono la Cina portare quel capitale d’investimento vitale di cui erano affamati da decenni a causa dell’eredità coloniale europea. Ma ora, grazie alla Cina, le regole del gioco cambiano rapidamente in favore dell’Africa. Non è un caso che le capitali occidentali cerchino segretamente di rinnovare la presenza militare in Africa. Su questo punto, i francesi sembrano essere avanti con quattro grandi interventi militari negli ultimi quattro anni in Costa d’Avorio, Libia, Mali e attualmente Repubblica centrafricana… Il pretesto dichiarato pubblicamente della “preoccupazione umanitaria” è una cinica copertura delle rivalità con la Cina sulle risorse naturali. Mentre i cinesi non hanno alcuna presenza militare in Africa e fanno affari in modo del tutto legale, le potenze occidentali ricorrono alle vecchie abitudini dei sotterfugi e del militarismo. Tuttavia, i tempi sono cambiati in modo significativo. Gli africani hanno imparato ad amare le lezioni della storia e sanno che i loro migliori interessi sono con la Cina e le economie asiatiche di Corea del Sud e Giappone.
Come Mekonnen, il giovane studente universitario, ha detto: “Tutti i Paesi africani hanno grandi ricchezze naturali e potenzialità, e la Cina ci fornisce quella possibilità di svilupparci che non abbiamo mai avuto”.

CinaAfrica1La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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