Egitto, i fratelli musulmani e la guerra degli USA alla Siria

Tony Cartalucci Global Research, 25 marzo 2014

cartina_egitto_bLa condanna a morte senza precedenti di oltre 500 membri dei fratelli musulmani, in Egitto, per il loro ruolo nell’attacco, tortura e omicidio di un poliziotto egiziano, è il culmine di un’illuminante e onnicomprensivo giro di vite della sicurezza nella centrale nazione araba del Nord Africa. La mossa ha creato un effetto raggelante che ha ammutolito le masse altrimenti violente dei fratelli musulmani e le strade, dove in genere seminano caos, tranquille e vuote. Il New York Times nel suo articolo, “Centinaia di egiziani condannati a morte per l’assassinio di un agente di polizia”, scrive che: “Una folla si è radunata davanti il tribunale della città di Matay, scoppiando in pianto e rabbia  quando un giudice ha condannato a morte 529 imputati solo nella seconda sessione del processo,  condannati per l’omicidio di un agente di polizia nella rabbia per l’estromissione del presidente islamista. Qui, a pochi chilometri di distanza dalla capitale provinciale, le scuole hanno chiuso in anticipo, e molti sono rimasti a casa temendo una rivolta, dicono i residenti. Ma la folla è andata a casa e ben presto le strade sono rimaste tranquille”. La mossa dei giudici egiziani ha attirato la condanna prevedibile del dipartimento di Stato degli Stati Uniti. L’articolo del Washington PostTribunale egiziano condanna a morte 529 persone“, dichiara: “Gli Stati Uniti sono “profondamente preoccupati, e direi in realtà piuttosto scioccati”, per la condanna a morte di massa, ha detto Marie Harf, portavoce del dipartimento di Stato. “Sfida la logica” e “di certo non sembra possibile che un’autentica analisi di prove e testimonianze secondo gli standard internazionali”, possa essere stata effettuata in due giorni, ha detto”.
Mentre gli Stati Uniti continuano a fingere di sostenere il governo di Cairo, sono completamente dalla parte del regime della fratellanza musulmana guidata di Muhammad Mursi, delle sue folle in piazza e delle reti di ONG in Egitto che ne sostengono e difendono le attività. L’ultima di tali ONG ad apparire è l’Iniziativa egiziana per i diritti personali (EIPR) citata dal suddetto articolo del New York Times, che afferma: “Non abbiamo mai sentito parlare di nulla del genere prima, dentro o fuori dell’Egitto, che aveva un sistema giudiziario contrario all’esecuzione di massa“, ha detto Qarim Midhat al-Narah, ricercatore presso l’Iniziativa egiziana per i diritti personali specializzato in giustizia penale. “E’ ridicolo”, ha detto, sostenendo che sarebbe impossibile dimostrare che 500 persone abbaino ognuno avuto un ruolo significativo nell’assassinio di un solo agente di polizia, in particolare dopo appena uno o due brevi sessioni. Chiaramente è un tentativo di intimidire e terrorizzare l’opposizione, e in particolare l’opposizione islamista, ma il giudice è profondamente impegnato in politica fino a questo punto?” EIPR è finanziato tra gli altri dall’ambasciata d’Australia a Cairo, e svolge lo stesso noto ruolo che altre ONG finanziate dagli occidentali hanno avuto durante la “primavera araba” del 2011, coprendo violenze e atrocità dell’opposizione e usando i “diritti umani” per condannare le repressioni della sicurezza effettuati in risposta dallo Stato.

Come c’è arrivato qui l’Egitto
L’attuale crisi in Egitto è risultato diretto della cosiddetta “primavera araba” del 2011. Mentre  nazioni come la Libia sono in rovina avendo avuto la “rivoluzione” “successo”, dove il popolo libico è soggiogato dai fantocci filo-occidentali, e la Siria continua a combattere un grave conflitto da tre anni costato decine di migliaia di vite, l’Egitto ha preso una strada diversa. Quando i tumulti in Egitto cominciarono ad avvicinarsi alle violenze libiche e siriane, l’esercito egiziano, che fu il pilastro del potere in Egitto per decenni, si piegò ai venti del cambiamento. Hosni Mubaraq fu  estromesso e l’esercito tollerò l’ascesa al potere della fratellanza musulmana. Tuttavia prima  gettarono le basi per la sua rovina. La leadership militare attese il suo momento con pazienza, aspettando il momento giusto per spodestare la fratellanza e frantumare rapidamente le sue reti politiche e militari. Fu un colpo da maestro che finora ha salvato l’Egitto dalla stessa sorte subita dalle altre nazioni che bruciano ancora nel caos scatenato dalla “primavera araba”.

La crisi interna dell’Egitto è guidata da interessi esteri
Nel gennaio 2011 ci dissero che una rivolta “spontanea” e “indigena” spazzava il Nord Africa e il Medio Oriente in quella che fu chiamata “primavera araba”. Sarebbero passati mesi prima che i media occidentali ammettessero che gli Stati Uniti erano dietro le rivolte tutt’altro che “spontanee” o “indigene”. In un articolo dell’aprile 2011 pubblicato dal New York Times, intitolato “Gruppi degli Stati Uniti hanno allevato le rivolte arabe“, si afferma: “Un certo numero di gruppi e individui direttamente coinvolti nelle rivolte e riforme radicali della regione, tra cui il Movimento Giovanile 6 Aprile in Egitto, il Centro del Bahrain per i diritti umani e attivisti di base come Entsar Qadhi, un giovane leader nello Yemen, ricevettero formazione e finanziamento da gruppi come International Republican Institute, National Democratic Institute e Freedom House, un’organizzazione per i diritti umani senza scopo di lucro di Washington“. L’articolo aggiunse anche, sul National Endowment for Democracy (NED): “Gli istituti repubblicano e democratico sono liberamente affiliati ai partiti repubblicano e democratico. Furono creati dal Congresso e sono finanziati dal National Endowment for Democracy, istituito nel 1983 per convogliare borse di studio per promuovere la democrazia nei Paesi in via di sviluppo. Il National Endowment riceve circa 100 milioni di dollari all’anno dal Congresso. Freedom House ne ottiene la maggior parte dal governo statunitense, soprattutto dal dipartimento di Stato“. Lungi dal semplicemente capitalizzare o “cooptare” disordini genuini, i preparativi per la “primavera araba” iniziarono già nel 2008. Attivisti egiziani dall’ormai famigerato Movimento 6 Aprile erano a New York per la prima edizione del summit dell’Alleanza dei movimenti giovanili (AYM), noto anche come Movements.org. Lì ricevettero formazione, opportunità di collegarsi e il sostegno all’AYM da vari sponsor governativi e statunitensi, tra cui il dipartimento di Stato USA. Il rapporto del summit AYM 2008 (pagina 3 del .pdf) afferma che il sottosegretario di Stato per la diplomazia Pubblica e gli Affari Pubblici, James Glassman, vi partecipò assieme a Jared Cohen, che siede nello staff per la pianificazione della politica del segretario di Stato. Altri sei membri e consiglieri del dipartimento di Stato parteciparono al vertice assieme a un immenso numero di esponenti aziendali, mediatici e istituzionali. Poco dopo, 6 Aprile si recò in Serbia per allenarsi con CANVAS finanziato dagli USA, formalmente l’ONG finanziata dagli USA “Otpor” che contribuì a rovesciare il governo della Serbia nel 2000. Otpor, secondo il New York Times, è un “movimento ben oliato e sostenuto con diversi milioni di dollari dagli Stati Uniti”. Dopo il successo avrebbe cambiato il nome in CANVAS e cominciato ad addestrare attivisti da usare nelle operazioni di cambio di regime appoggiate dagli USA. Il Movimento 6 Aprile, dopo l’addestramento con CANVAS, tornò in Egitto nel 2010, insieme con il capo dell’AIEA Muhammad al-Baraday. I membri di 6 Aprile addirittura rimasero in attesa dell’arrivo di al-Baraday all’aeroporto di Cairo, a metà febbraio. Già, al-Baraday nel 2010 annunciò l’intenzione di concorrere alle elezioni presidenziali del 2011. Insieme a Wail Ghonim di Google del 6 Aprile e una coalizione di altri partiti d’opposizione, al-Baraday assemblò il suo “Fronte Nazionale per il Cambiamento” ed iniziò a preparare la prossima “primavera araba”. Chiaramente la “primavera araba” fu a lungo pianificata, e programmata dall’estero, con attivisti provenienti da Tunisia ed Egitto addestrati e supportati dall’occidente, in modo che ritornando seminassero disordini in una campagna coordinata regionalmente. Un articolo dell’aprile 2011 di AFP lo conferma, Michael Posner del dipartimento di Stato USA avrebbe ammesso che decine di milioni di dollari furono stanziati per attrezzare e addestrare gli attivisti due anni prima della “primavera araba”.
Il ruolo della fratellanza musulmana venne occultato. Mentre i media occidentali si concentravano sui più presentabili capi “pro-democratici” che aveva addestrato e messo a capo delle folle di piazza Tahrir, la grande adesione dei fratelli musulmani riempì il resto della piazza. Erano anche i responsabili degli attacchi armati in Egitto che costarono gli oltre 800 morti “della rivoluzione”. Gli egiziani subito diffidarono della leadership della protesta, soprattutto di al-Baraday i cui legami con gli interessi occidentali furono scoperti portando alla rapida fine della sua influenza. Il movimento di protesta non aveva una macchina politica per colmare il vuoto creatosi. Ancora una volta, l’occidente si voltò verso i fratelli musulmani e l’occidentale Muhammad Mursi, per avere dei risultati.

Resurrezione dei fratelli musulmani
La fratellanza musulmana è un movimento pseudo-teocratico settario, un movimento regionale che trascende i confini nazionali. Colpevole di seminare violenze per decenni non solo in Egitto ma in tutto il mondo arabo, rimane una grave minaccia per gli Stati laici e nazionalisti, dall’Algeria alla Siria. Oggi, la stampa occidentale denigra gli sforzi egiziani e siriani per frenare questi estremisti settari, in particolare in Siria, dove il governo è stato accusato di aver “massacrato” i militanti armati della Fratellanza ad Hama, nel 1982. Le costituzioni secolari delle nazioni arabe dell’Africa settentrionale e del Medio Oriente, tra cui la Costituzione siriana riscritta, hanno tentato di escludere i partiti confessionali, soprattutto le affiliazioni “regionali”, per evitare che i movimenti politici  collegati a Fratelli musulmani e al-Qaida non vadano mai al potere. E mentre lo spettro di estremisti settari che prendono il potere in Egitto o in Siria può sembrare una minaccia imminente per gli  interessi occidentali (israeliani compresi), in realtà è un enorme vantaggio. Mursi non è affatto un “estremista” o “islamista.” E’ un tecnocrate statunitense che si limita a porsi da “duro” per coltivare il sostegno fanatico della truppa della fratellanza. I figli di Mursi sono anche cittadini statunitensi.  Nonostante una lunga campagna di propaganda finto antisraeliana ed antiamericana, durante le presidenziali egiziane, la fratellanza musulmana aderì all’intervento “internazionale” di Stati Uniti, Europa e Israele contro la Siria. L’Egitto ruppe le relazioni diplomatiche con la Siria, restaurate dopo che Mursi fu finalmente cacciato dal potere.

Il collegamento siriano
Gli affiliati siriani della Fratellanza musulmana inviano armi, denaro e combattenti stranieri in Siria per combattere la guerra per procura di Wall Street, London, Riyadh, Doha e Tel Aviv. L’articolo della Reuters del 6 maggio 2012 intitolato “L’ascesa dei fratelli musulmani dalle ceneri della Siria“, afferma: “Lavorando con calma, la fratellanza ha finanziato i disertori dell’esercito libero siriano in Turchia e inviato denaro e forniture in Siria, per far rinascere la sua base tra i piccoli contadini e la classe media sunniti, dicono fonti dell’opposizione“. I fratelli musulmani erano vicini all’estinzione in Siria, prima dei disordini, e mentre Reuters fallisce categoricamente nel spiegare il “retroscena” della resurrezione della fratellanza, svelata in un articolo del New Yorker del 2007 intitolato “The Redirection” di Seymour Hersh. La confraternita fu direttamente sostenuta da Stati Uniti e Israele che inviarono sostegno attraverso i sauditi in modo da non compromettere la “credibilità” del cosiddetto movimento “islamico”. Hersh ha rivelato che i membri della cricca libanese di Saad Hariri, allora guidato da Fuad Siniora, furono gli intermediari tra i pianificatori statunitensi e i fratelli musulmani siriani. Hersh riferisce che la fazione libanese di Hariri aveva incontrato Dick Cheney a Washington informandolo personalmente sull’importanza di usare i fratelli musulmani in Siria in qualsiasi azione contro il governo: “(Walid) Jumblat poi mi disse che aveva incontrato il vicepresidente Cheney a Washington, lo scorso autunno, per discutere, tra l’altro, la possibilità di minare Assad. Lui e i suoi colleghi avvisarono Cheney che se gli Stati Uniti avessero agito contro la Siria, i membri della Fratellanza musulmana siriana erano “coloro con cui parlare”, disse Jumblat“.
L’articolo continua spiegando come già nel 2007 Stati Uniti e Arabia Saudita iniziarono ad appoggiare la confraternita: “Ci sono prove che la strategia del reindirizzamento dell’amministrazione abbia già beneficiato la confraternita. Il Fronte di Salvezza Nazionale siriano è una coalizione di gruppi d’opposizione i cui membri principali sono una fazione guidata da Abdul Halim Qadam, ex-vicepresidente siriano che disertò nel 2005, e la fratellanza. Un ex-alto ufficiale della CIA mi disse: “Gli statunitensi hanno fornito sostegno politico e finanziario. I sauditi  prendono l’iniziativa del sostegno finanziario ma c’è il coinvolgimento statunitense”. Disse che Qadam, che ora vive a Parigi, riceveva denaro dall’Arabia Saudita con la consapevolezza della Casa Bianca. (Nel 2005, una delegazione di membri del Fronte s’incontrò con funzionari del Consiglio di Sicurezza Nazionale, secondo la stampa). Un ex-funzionario della Casa Bianca mi disse che i sauditi avevano dato ai membri del Fronte documenti di viaggio. Jumblat disse di aver capito che la questione era sensibile per la Casa Bianca. “Ho detto a Cheney che ad alcune persone nel mondo arabo, soprattutto gli egiziani”, la cui leadership moderata sunnita combatté i fratelli musulmani egiziani per decenni, “non piacerà se gli Stati Uniti aiutassero la fratellanza. Ma se non prendono la Siria, affronteremo in Libano Hezbollah in una lunga lotta che non potremo vincere”.” Avvertì che tale supporto avrebbe giovato alla fratellanza nel suo complesso, non solo in Siria, e avrebbe influenzato l’opinione pubblica anche sull’Egitto, dove una lunga battaglia contro i fautori della linea dura venne combattuta per mantenere il governo secolare egiziano. Chiaramente la fratellanza non risorse spontaneamente in Siria, fu resuscitata da contanti, armi e direttive statunitensi, israeliani e sauditi. Similmente risorse in Egitto.

Il caos della Siria è un avvertimento sul possibile futuro dell’Egitto
Anche se il mondo comincia a raccogliere ciò che è stato seminato in Siria, mediante la risurrezione intenzionale dei fratelli musulmani da parte dell’occidente e delle fazioni estremiste che la fratellanza ha supportato, sembra che non sia stata appresa alcuna lezione dall’opinione pubblica, dove molti affermano essere “esperti geopolitici”. La stessa destabilizzazione, passo dopo passo, è in corso in Egitto e ancora una volta attraverso la fratellanza musulmana. Legioni di terroristi sono in attesa, nella regione egiziana del Sinai, che la fratellanza getti basi sufficientemente ampie tra la popolazione dell’Egitto, in modo che possano distruggerlo, proprio come in Siria. E dietro tutto ciò vi è l’occidente che cerca disperatamente di sloggiare l’esercito egiziano dal potere con una combinazione di carote sgradevoli e bastoni rotti. Il think tank strategici degli USA, finanziati dalle corporazioni, quali Carnegie Endowment for International Peace, hanno espresso il desiderio degli USA di vedere l’esercito egiziano ridotto ed escluso interamente dal potere politico, proprio come in Turchia. In realtà, l’occidente è così orgoglioso di quanto è stato realizzato in Turchia, che si riferisce alla rimozione di qualsiasi istituzione militare indipendente, nel mondo, e alla sua sostituzione con un regime di ascari facilmente manipolabili, come al “modello turco”.
Il post dell’Endowment intitolato “L’Egitto non può replicare il modello turco: ma può imparare da esso“, articola tale desiderio affermando: “In Egitto, un certo numero di giovani e islamici moderati ha sottolineato il governo in Turchia di Giustizia e Sviluppo (AKP) quale fonte d’ispirazione, citando la riforma giuridica, il successo della gestione economica e le vittorie elettorali come modelli da emulare. In alcuni ambienti politici, la Turchia viene anche presentata come modello globale per il mondo arabo, una caratterizzazione che deriva in gran parte dalla sua capacità apparentemente unica di accoppiare democrazia laica e società prevalentemente musulmana. Il partito non solo ha aumentato il suo sostegno tra imprese secolari e classi medie, ma ha anche reso l’idea di Stato onnipotente che comanda l’economia e la vita dei musulmani attraverso i principi islamici, obsoleta. Per lo più l’AKP ha mantenuto la struttura costituzionale e istituzionale di base dello Stato turco, ma ha approvato emendamenti costituzionali per l’armonizzazione con l’UE e ridurre il potere dei militari“. In altre parole, l’Islam e la democrazia sono diventati compatibili in Turchia sotto il neoliberismo. Al-Monitor dell’Arabia Saudita, agenzia politica occidentale, afferma chiaramente nel suo articolo, “La Seconda Rivoluzione dell’Egitto, un colpo alla Turchia”, che: “L’esercito egiziano considera Giustizia e Sviluppo della Turchia un rivale politico e un alleato dei fratelli musulmani. Inoltre, l’istituzione militare egiziana vede il modello turco di limitazione del potere della dirigenza militare della Turchia, per mezzo dell’alleanza con Washington, un modello che minaccia la presenza e gli interessi dell’esercito egiziano”.
Un altro think tank degli Stati Uniti finanziato da aziende, il Council on Foreign Relations (CFR), cita un altro, più vecchio “modello turco”, quello in cui l’esercito turco era al potere, prima di essere ridotto in dimensioni e influenza, accusato della caduta dei fratelli musulmani in Egitto. Nel suo post, “In Egitto, i militari adottano il modello turco per controllare Mursi“, Stephen Cook del CFR scrive: “Poco dopo la caduta di Mubaraq, il feldmaresciallo Tantawi chiese la traduzione della costituzione della Turchia del 1982, che dota gli ufficiali turchi di ampi poteri di polizia politica e limita il potere dei capi civili. Nel decreto del 17 giugno, i militari arginarono la vittoria di Mursi approssimandosi al ruolo tutelare dell’esercito turco di poco prima”. I think tank statunitensi di politica estera e gli editoriali confrontano continuamente Egitto e Turchia, e indicano come l’Egitto può trasformarsi, eliminando l’influenza politica dei militari, in uno Stato fantoccio come la Turchia, membro della NATO definitivamente piegato alla volontà di Wall Street, Londra ed Unione europea.
Quanto l’occidente sia disposto e possa fare in Egitto per avere un tale riordino e quale percorso farà è ancora difficile dirlo. Fino a che punto sia disposto ad andare, in generale, si può vedere nelle macerie disseminate nelle strade in fiamme e nelle città decimate della Siria. Aggiungendovi i fratelli musulmani, considerando il loro ruolo nella continua distruzione della Siria, il governo militare egiziano può essere accusato di uso eccessivo della forza, ma essendo l’Egitto molte volte più grande della Siria per popolazione e superficie, e considerando la devastazione e la perdita di vite umane avutesi in Siria, l’alternativa come accordo temporaneo, negazione o inerzia, è assolutamente inaccettabile.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il terrorismo in Tunisia: Hamas s’infiltra nel Maghreb

Lilia Ben Rejeb, Tunisie Secret 17 marzo 2014

Oggi s’annuncia il tragico futuro tunisino con l’offensiva contro i terroristi islamici a Jinduba e Sidi Buzid, con la scoperta di un campo di addestramento jihadista a Monastir, e rivelazioni sui piani di criminali di ritorno dalla Siria… Che “belle” notizie da una Tunisia una volta pacifica e prospera.
map_of_tunisiaProve fotografiche in mano, il portavoce del ministero degli Interni, Muhammad Ali Larui, ha rivelato il 17 marzo 2014 l’esistenza di un campo di addestramento dei terroristi islamici nel governatorato di Monastir, la città natale di Burguiba! Più esattamente a Menzel Nur, dove un’operazione antiterrorismo è stata condotta il 13 marzo. È il risultato di questa operazione contro il campo di addestramento dei terroristi ad essere rivelato. “Abbiamo prove, documenti e foto di questo campo di addestramento dove giovani si allenano prima di essere inviati in Siria“, ha detto Muhammad Ali Larui. Secondo le nostre informazioni, 13 persone sono state arrestate, tra cui lo  sceicco Tawfiq, proprietario del “ristorante islamico” di Susa. Che in effetti si chiama Tawfiq al-Aisi ed è accusato di cospirazione e terrorismo, essendo un leader della rete di terroristi addestrati in Siria. Per ogni contingente inviato, prendeva 30000 dinari. Ma il portavoce degli Interni ha mentito su due punti. In primo luogo, non è l’unico campo di addestramento jihadista in Tunisia. Ve ne sono molti altri, soprattutto nella regione di Tatawin, Sfax, Biserta e Qalibia presso Huaria. In secondo luogo, i jihadisti non sono destinati alla Siria, dove la derattizzazione è al massimo. Si addestrano per la futura guerra santa che inghiottirà Tunisia, Libia e Algeria. E’ grazie a due operazioni antiterrorismo condotte congiuntamente a Jinduba e Sidi Buzid, la città natale del falso “martire” Tariq Buazizi, che il campo paramilitare Menzel Nur è stato scoperto. Nell’operazione a Jinduba, vi sono stati sei feriti tra le forze di polizia, tre morti tra gli islamo-terroristi e sei arresti: tre donne con niqab, tra cui Salwa Fijari, collegamento tra i finanziatori jihadisti e i terroristi nel Shambi. I tre terroristi eliminati erano Raqib Hanashi, Rabi Saydani e un terzo, non algerino contrariamente a quanto annunciato, ma palestinese di Hamas.
Secondo i nostri colleghi di Business News nella casa sequestrata la polizia ha trovato due Kalashnikov, due caricatori, una granata, una cintura esplosiva, una Smith & Wesson, un computer portatile, due pulci telefoniche e due documenti appartenenti a due agenti uccisi durante gli eventi di Uled Mana. Alla conferenza stampa, il portavoce del ministero degli Interni ha anche confermato la notizia che il fratello della “rappresentante del popolo” di al-Nahda, Sonia Ben Tumia, è uno dei capi delle bande terroriste che Ghanuchi e Marzuqi inviano in Siria. Secondo Muhammad Ali Larui, il fratello della poetessa dell’ANC attualmente è sul fronte siriano. È falso, ha detto la poetessa in una dichiarazione ad al-Sabah News, “Mio fratello è in Libia, dove lavora come meccanico!” Infatti, non è in Siria, essendo troppo codardo per andarci, ma a Tripoli dove gioca al meccanico con quei fratelli terroristi libici agli ordini dei loro mandanti del Qatar.
L’ultimo raccolto nella terra della “rivoluzione dei gelsomini”: jihadisti tunisini di ritorno dalla Siria hanno ideato un piano per attaccare, con il supporto di terroristi di varie nazionalità, una città tunisina e prendere il controllo dei suoi istituti di sicurezza. Ciò è almeno quello che ha confessato durante l’interrogatorio Qantari Salim (alias Abu Ayub), numero 2 del gruppo terroristico Ansar Sharia, ramo di al-Qaida, arrestato a Gabes, nella Tunisia meridionale. Secondo i nostri colleghi di Kapitalis, che citano il settimanale arabo al-Musawarterroristi di varie nazionalità arabe presenti sul territorio tunisino hanno ricevuto numerose armi dalla Libia. Pianificano lo scontro con l’esercito e la polizia e attendono rinforzi dalla Libia“.
Tali informazioni, diffuse in un solo giorno, indicano quanto la situazione sia pericolosa in Tunisia, un Paese una volta pacifico e prospero e il cui futuro è sempre più oscuro ed esplosivo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Lavrov avverte algerini e tunisini

L’Expression Algérien, 12 marzo 2014 – Tunisie-secret

La Russia alza la voce. Toccherà all’Algeria avverte Sergej Lavrov, ministro degli Esteri della Russia, che detto en passant, è stato accolto a Tunisi con la bandiera serba, un errore della diplomazia tunisina oramai incapace di distinguere la bandiera russa da quella serba. Il complotto contro l’Algeria non è più un segreto. Tutto è pronto per destabilizzare questo Paese tra la Tunisia sotto mandato islamo-atlantista e il Marocco sotto l’influenza d’Israele e la Libia afghanizzata. A Tunisi, cinque condizioni sono state soddisfatte per completare il piano anti-algerino: la base militare degli Stati Uniti, vicino al confine con l’Algeria, la sede di Freedom House, terreno fertile dei cyber-collaborazionisti, i ratti palestinesi di Hamas che hanno scavato decine di tunnel al confine tunisino-algerino, il miniesercito di jihadisti tunisini, algerini, libici e ceceni in Tunisia e le cellule dormienti di al-Qaida.

map_of_algeriaNella breve visita in Tunisia, di qualche ora, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha avvertito che “partiti stranieri” vogliono mettere a ferro e fuoco l’Algeria spacciando la primavera algerina. Un diplomatico russo ha aggiunto che questi stessi partiti “hanno aperto diversi fronti presso il confine con l’Algeria, da Libia, Tunisia e Mali”. Da alleato, Lavrov ha ribadito il sostegno del suo Paese all’Algeria. Il capo della diplomazia russa ha svelato durante la sua visita in Tunisia, che l’Algeria sarà bersaglio di istigatori e altri fomentatori che scriveranno l’ultimo episodio della presunta primavera araba. Quindi ha avvertito le autorità algerine contro gli istigatori della cosiddetta “primavera araba”. Il ministro degli Esteri russo accusa direttamente coloro che hanno causato i tumulti deliberati in Tunisia, Libia e Mali da cui proviene la maggiore minaccia all’Algeria. Ritiene che i cospiratori del nuovo ordine mondiale abbiano piani basati su una politica d’influenza verso minoranze e reti terroristiche. Tuttavia, la minaccia sottolineata da Mosca non è nuova ai servizi segreti algerini. Sottoposte a una notevole pressione dall’inizio della guerra civile in Libia, le forze di sicurezza algerine hanno fatto affidamento sulla loro esperienza nella lotta al terrorismo. In tempi relativamente brevi, migliaia di fonti d’informazione di prima mano sono state analizzati e controllate dal DRS, nella corsa contro il tempo contro ogni minaccia, compresi i gruppi criminali nati all’ombra della crisi libica, usata come catalizzatore del movimento jihadista, relativizzata e talvolta banalizzata dai partiti in guerra contro il regime di Gheddafi, tra cui Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. Nella loro banca dati, i servizi di sicurezza sono riusciti a identificare le  nuove reti composte da marocchini e libici. L’arresto di alcuni agenti del Mossad in Algeria n’è la prova. Non trovando necessario rivelare il vero scenario programmato contro l’Algeria, le stesse fonti vicine al contesto sanno che l’Algeria è “terreno fertile” per i grandi appetiti occidentali. Il rapporto del dipartimento di Stato USA sui diritti umani, che paradossalmente accusa l’Algeria e l’analisi del Centro anti-terrorismo (CTC) dell’Accademia Militare di West Point che ha messo sotto il microscopio tutto ciò che accade nel sud dell’Algeria, sostenendo che questa regione sensibile dell’economia del Paese sarà l’epicentro di una esplosione popolare per via della marginalizzazione delle minoranze, non possono essere considerati che un’introduzione degli obiettivi reali degli occidentali.
Una prima percezione di ciò che sta per accadere. “L’Algeria è nel mirino degli Stati Uniti?” si chiedeva L’Expression in una precedente edizione! La risposta è stata rivelata dal Los Angeles Times. Il giornale ha riferito che “Forze speciali statunitensi operano in Tunisia“. La presenza di cui avevamo prova, ma negata dalle autorità tunisine, è giustificata, dice lo stesso giornale, dal fatto “di addestrare i militari tunisini nella lotta contro il terrorismo.” I marine, che sarebbero una cinquantina, hanno preso posizione nel sud della Tunisia, presso la frontiera algerina, nel gennaio 2014. “Un aeromobile tipo elicottero è presente“, aggiunge il Los Angeles Times. E’ solo la parte visibile di un iceberg e della grande strategia della guerra annunciata contro l’Algeria. Infatti, dalla fine dello scorso anno, rapporti confermano la forte presenza di agenti dei servizi segreti statunitensi e dell’AFRICOM nel sud della Tunisia. Gelosa della sua sovranità, l’Algeria aveva agito a tempo di record per liberare oltre 600 ostaggi, garantendo al contempo i confini. L’unità speciale chiamata a condurre l’operazione aveva impressionato il mondo per la sua professionalità! Anche se il pretesto della mobilitazione degli Stati Uniti in Africa è il coordinamento della lotta contro il terrorismo e salvaguardare i propri interessi, non è difficile credere che gli Stati Uniti non abbiano interesse nelle regioni dell’Algeria con giacimenti di shale gas, gas convenzionale e altri minerali come l’uranio. Clan compiacenti sono già sul terreno, pronti ad avviare il motore della destabilizzazione.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le NATO ha intenzione d’invadere la Tunisia per ‘proteggere’ i tunisini!

Karim Zmerli, Tunisie-Secret 13 gennaio 2014

Ansar al-Sharia è un alleato oggettivo degli Stati Uniti, come la capofila al-Qaida è la figlia incestuosa di CIA, Pakistan e Arabia Saudita, prima di rompere il cordone ombelicale l’11 settembre 2001! Grazie al Qatar, e grazie alla “primavera araba”, le relazioni “diplomatiche” tra al-Qaida e la CIA sono state restaurate per realizzare il progetto sionista e neoconservatore del Grande Medio Oriente. L’arresto del criminale e mercenario Abu Iyadh annuncia un nuovo passo della strategia degli Stati Uniti: l’accelerazione e la moltiplicazione di azioni terroristiche in Tunisia, che giustificherebbero l’intervento militare della NATO, ovviamente con l’approvazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il cui “dovere” è garantire la giovane “democrazia” in Tunisia.

1450262Molti tunisini, rappresentanti di partiti al potere o all’opposizione, sindacati, media, ONG o dell’ANC che hanno perso ogni dignità, non si offendono per i militari occidentali che vengono in loro soccorso nella prova di forza che presto sarà giocata tra le loro truppe regolari e le loro truppe irregolari, o meglio gregge, cioè Ansar al-Sharia, filiale regionale di al-Qaida. Non si offendono perché tutti devono la loro esistenza a tali forze straniere che destabilizzarono la Tunisia nel gennaio 2011 con il sostegno attivo di una miriade di traditori, in primo luogo i cyber-collaborazionisti. Due nuovi fattori annunciano l’invasione e l’occupazione diretta della Tunisia da parte della NATO. In primo luogo l’arresto a Misurata di Sayfallah bin Hasin, alias Abu Iyadh. In secondo luogo, il ritiro tattico di al-Nahda dalla troika del governo. Insieme, questi due eventi suggeriscono che l’intervento della NATO è prevedibile e anche abbastanza probabile. Perché? Perché l’arresto perfettamente cronometrato di Abu Iyadh non lascia indifferenti i suoi discepoli e seguaci mercenari. Reagiranno  per riflesso condizionato con una dimostrazione di forza. Risponderanno per odio ai loro nemici e alleati oggettivi, gli statunitensi, e per vendetta contro i loro fratelli della setta islamista al-Nahda, il cui governo Larayadh li ha denunciati, nell’agosto 2013, come “gruppo terrorista” dopo l’assassinio di Shuqri Belaid e Muhammad Brahmi. Seguendo le direttive statunitensi ed evitando ad al-Nahda il destino dei Fratelli musulmani in Egitto, dopo il risveglio dei patrioti egiziani, Rashid Ghannuchi ha abbandonato coloro che in precedenza vedeva come suoi “figli”. Rinunciando, ma non completamente, poiché Abu Iyadh non fu mai preoccupato, né tanto meno arrestato. A stretto contatto con Abdelhaqkim Belhadj, l’ex-braccio destro di bin Ladin in Afghanistan, Abu Iyadh, così come il suo capo, potrebbe effettivamente rifugiarsi in Libia, tra le braccia dell’intelligence degli Stati Uniti. Ritornato dai suoi mandanti libici, a loro volta agli ordini del Qatar, che a loro volta sono schiavi degli statunitensi, Abu Iyadh ha continuato a corrispondere con i suoi luogotenenti locali Adil Saida, Muhammad Ayadi, Muhammad Aqari, Qamil al-Qadhqadi e Bubaqir Haqim, il francese che, come il terrorista Tariq Marufi tornato da Bruxelles, si stabilì in Tunisia subito dopo il colpo di Stato del 14 gennaio 2011, ancor prima del rilascio di Abu Iyadh nel marzo 2011 su pressione di Siham bin Sadrin, Radhia Nasrawi, Naziha Rjiba, Muhammad Abu, Muqtar Yahyawi e altri pezzi della Quinta Colonna. Bisogna sempre ricordare che questo criminale di Abu Iyadh scontava una pena di 68 anni di carcere per terrorismo, cospirazione contro la sicurezza dello Stato e appartenenza ad al-Qaida.
Il ritiro tattico dal governo di al-Nahda è il secondo motivo per il probabile intervento militare della  NATO in Tunisia. Essendo ora esonerati da ogni responsabilità, i locali Fratelli musulmani di fatto faranno di tutto per dimostrare ai tunisini e all’opinione internazionale che sotto il loro dominio e nonostante alcune scaramucce dei terroristi con l’esercito e la polizia, la Tunisia è più sicura e stabile. Sostenendo le azioni terroristiche future, gli permetterebbe anche di conciliarsi con i fratelli di Ansar al-Sharia e altre frazioni jihadiste che hanno eletto a domicilio la Tunisia, tra cui i terroristi di Hamas. Se il dipartimento di Stato degli Stati Uniti rileva di aver inserito Ansar al-Sharia nella lista delle organizzazioni terroristiche straniere (FTO) ai sensi delle leggi statunitensi sul terrorismo, c’è uno scopo ben preciso: stabilirsi permanentemente in Tunisia, ufficialmente per combattere il terrorismo, ma effettivamente per imporre un nuovo ordine, anche in Algeria che finora ha resistito alla congiura della “primavera araba”. Dopo aver messo nella lista nera “I firmatari con il sangue” e “al-Murabitun”, gruppi terroristici diretti da Muqtar Belmuqtar, il dipartimento di Stato degli Stati Uniti ora indica i tre rami di Ansar al-Sharia a Bengasi, Derna (Libia) e Tunisia come “organizzazione terroristica straniera”, e i loro rispettivi leader Ahmad Abu Qatalah, Sufyan bin Qumu e Sayfallah bin Hasin comunemente noto come “Abu Iyadh.” Il dipartimento di Stato USA ha osservato che i gruppi di Ansar al-Sharia di Bengasi e Derna, creati separatamente dopo la crociata contro la Libia, furono coinvolti negli attacchi terroristici contro obiettivi civili e in molti altri omicidi e tentati omicidi di funzionari della sicurezza e di politici nella Libia orientale, così come nell’attacco dell’11 settembre 2012 contro il consolato statunitense di Bengasi in cui l’ambasciatore Chris Stevenson e tre altri funzionari statunitensi morirono. Per il dipartimento di Stato, i membri di questi due gruppi terroristici libici “continuano a rappresentare una minaccia per gli interessi degli Stati Uniti“, affermando che Ahmad Abu Qatalah e Sufyan bin Qumu sono i leader di Ansar al-Sharia, rispettivamente a Bengasi e a Derna. Su tale scia, il dipartimento di Stato promette una ricompensa di 10 milioni di dollari per informazioni che portino all’arresto o alla condanna dei responsabili di quell’attacco. Le autorità statunitensi sostengono anche che Ansar al-Sharia in Tunisia, fondata da Sayfallah bin Hasin nei primi mesi del 2011, è coinvolta nell’attacco del 14 settembre 2012 contro l’ambasciata statunitense e la Scuola Americana di Tunisi “che mise in pericolo le vite di oltre un centinaio di dipendenti dell’ambasciata degli Stati Uniti.” A tal proposito, sottolineiamo che il governo tunisino aveva dichiarato che il gruppo dell’organizzazione terroristica fu coinvolto in attacchi contro le forze di sicurezza tunisine, nell’assassinio di politici tunisini e in attentati suicidio in luoghi frequentati dai turisti. Per Washington, “Ansar al-Sharia in Tunisia, ideologicamente, economicamente e logisticamente affiliata ad al-Qaida, è la maggiore minaccia agli interessi degli Stati Uniti in Tunisia.”
Tutti i mezzi sono buoni per neutralizzarla, compreso l’intervento diretto in Tunisia, fulcro del terrorismo internazionale e delle future battaglie tra le differenti frazioni del jihadismo, dipendenti dalle intelligence straniere di Stati Uniti, Israele, Qatar, Arabia Saudita e Iran.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché Washington protegge i Fratelli musulmani?

Vladimir Odintsov New Oriental Outlook 31.12.2013

untitled2L’attentato del 24 dicembre 2013 contro una stazione di polizia nella città egiziana di Mansura, ha lasciato 14 morti e oltre 200 feriti. Il primo ministro egiziano Hazim al-Bablawi non ha semplicemente attribuito l’attentato ai Fratelli musulmani, gli ha anche definiti organizzazione terroristica. Tale passo è stato immediatamente seguito da una conversazione telefonica tra il segretario di Stato statunitense e il ministro degli Esteri egiziano, voluta dal primo. John Kerry ha detto al suo omologo Nabil Fahmy che Washington è “seriamente preoccupata” per la definizione dei Fratelli musulmani quale organizzazione terroristica. Ma chi erano i “Fratelli musulmani” in primo luogo? Oggi i Fratelli musulmani operano nella stragrande maggioranza dei Paesi musulmani, tra cui Arabia Saudita, Quwayt, Sudan, Siria, Tunisia, Qatar, Giordania, Bahrain, Emirati Arabi Uniti (gli “uffici” negli ultimi quattro Paesi sono quelli più radicali) insieme a una serie di “uffici di rappresentanza” del mondo occidentale: Germania, Regno Unito, Svizzera, Francia e Stati Uniti. I “Fratelli musulmani” (Jamat al-Iqwan al-Muslimin), sono un’associazione  religioso-politica internazionale fondata in Egitto alla fine degli anni ’20. L’associazione ha l’obiettivo di islamizzare la società e creare uno Stato islamico. Questa organizzazione riunisce i caratteri di ordini sufi, moderni partiti politici e gruppi armati organizzati. La struttura di tale associazione iniziò a penetrare nei processi politici che si svolgevano nel mondo arabo e altrove. A un certo punto è emerso un nucleo radicale guidato da Sayid Qutb. Poi, nella seconda metà degli anni ’40 la confraternita divenne un’organizzazione estremista che ricorse al terrorismo nella grave lotta per l’influenza. Per tutto gli anni ’50 il gruppo compì assassini politici e nel 1954 attentò per tre volte alla vita del presidente egiziano Gamal Abdel Nasser. A poco a poco, una serie di “gruppi segreti” iniziò a formarsi nelle associazioni nazionali dei Fratelli musulmani in Egitto, Siria, ecc. L’uso di misure estreme sembrò la scelta dei Fratelli musulmani che scatenò la persecuzione di tale organizzazione in numerosi Paesi. Ciò comportò l’introduzione di elementi da “società segreta” nella Fratellanza musulmana e di un sistema di dura subordinazione lineare. L’unità di base della Fratellanza musulmana è una “famiglia” di 5-10 membri che si chiamano “fratelli” e sono governati da un leader, un “grande fratello”. Un certo numero di unità forma una “grande famiglia”, guidata da un “padre”. Il “grande concilio dei padri” elegge lo “sceicco”.
Nel settembre 1981, ex-membri dei Fratelli musulmani egiziani uccisero Anwar al-Sadat. Nello stesso periodo i Fratelli musulmani sostennero attivamente i gruppi islamisti inviando propri  reclutatori per trovare nuove reclute da poter spedire in Afghanistan e in altri Paesi. Dalla metà degli anni ’90, la “Fratellanza musulmana” compì una serie attentati contro il presidente egiziano Hosni Mubaraq, fu responsabile di una serie di attentati terroristici contro i turisti e combatterono anche al fianco dei ribelli in Cecenia e Daghestan. Nel 2003, la “Fratellanza musulmana” svolse un ruolo importante nella destabilizzazione del Caucaso. Nel settembre di quest’anno hanno “finanziato” diversi gruppi ribelli con 3 milioni di dollari, per boicottare le elezioni presidenziali in Cecenia e sabotarne la stabilità. Il 28 giugno 2005 il leader della “Fratellanza musulmana” chiese alla popolazione irachena di allinearsi con i palestinesi e il mondo musulmano dichiarando guerra a Stati Uniti e Israele. Nel 2011, i “Fratelli musulmani” rivendicarono il doppio attentato terroristico a Damasco del 23 dicembre. Ai primi di dicembre 2012, come riportato da al-Jazeera, il leader di al-Qaida ebbe un incontro segreto con i rappresentanti dei Fratelli musulmani. L’incontro avvenne nella città pakistana di Peshawar, dove ha sede al-Qaida. In tale riunione la Guida suprema della “Fratellanza musulmana” Muhammad Badie e il capo di al-Qaida Ayman al-Zawahiri firmarono un patto storico che ingiunge alle due organizzazioni di fondersi. Si deve notare che non fu il primo incontro tra Badie e al-Zawahiri, essendosi incontrati spesso a Cairo dopo le elezioni di Muhammad Mursi.
A quanto pare, anche queste briciole d’informazione mostrano che quasi sempre i “Fratelli musulmani” si sono opposti ai regimi al potere, anche se ciò significava l’uso della violenza e del terrorismo. Non c’è da meravigliarsi che la “Fratellanza musulmana” sia stata riconosciuta gruppo terroristico nella Federazione russa, Tagikistan e Uzbekistan. Nel frattempo, Stati Uniti ed alcuni Paesi europei (ad esempio il Regno Unito), ritengono che i “Fratelli musulmani” non siano coinvolti in attività terroristiche e che quindi il gruppo sia assolutamente legale. Inoltre, la “Fratellanza musulmana” è stata ampiamente utilizzata dai servizi segreti di alcuni Paesi occidentali. Ad esempio, l’intelligence inglese mostrò interesse per tale organizzazione fin da quando la “Fratellanza musulmana” fu creata, in quanto permise al Regno Unito di controllare le colonie e di contestare la crescente influenza tedesca in Egitto. Riguardo gli Stati Uniti, è curioso notare che dopo l’11 settembre, la “Fratellanza musulmana” fu accusata di favoreggiamento dei terroristi. Ciò, tuttavia, non ha impedito alle agenzie d’intelligence degli Stati Uniti di utilizzare i “Fratelli musulmani” per attuare i propri piani sul Medio Oriente e il Nord Africa. Basti semplicemente ricordare gli eventi rivoluzionari della “Primavera araba”. Questi fatti furono svelati da una serie di indagini dei media. In particolare, nel 2012 il quotidiano libanese al-Diyar chiaramente sottolineò che, secondo un piano redatto nel novembre 2011, la “Fratellanza musulmana” aveva firmato un accordo con la CIA. Secondo questo accordo, la “Fratellanza musulmana” s’impegnava a prendere parte attiva nella distruzione di “al-Qaida” in cambio del controllo congiunto su tutto il Medio Oriente. Questo “accordo”, o chiamiamolo “cooperazione pragmatica” tra i “Fratelli Musulmani” e l’amministrazione della Casa Bianca, fu confermato da numerosi dispacci diplomatici pubblicati da Wikileaks.
Ciò che sorprende della reazione critica di Washington, sono le parole espresse il 26 dicembre 2013. Gli Stati Uniti fingono di combattere i gruppi terroristici nel mondo quando, in realtà, collaborano con essi da anni.

Vladimir Odintsov, commentatore politico e collaboratore speciale della rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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