L’Algeria è la vera vittima della guerra francese in Mali?

Mohamed Tahar Bensaada, Oumma 19 gennaio 2013

President Abdul Aziz Bouteflika

“Chi osa infastidire l’Algeria rischia di farsi mordere” (Ibrahim Boubacar Keita, ex Primo ministro del Mali)

Come previsto, l’esito della drammatica crisi degli ostaggi svoltasi nel sito gasifero di Amenas, dopo i sanguinosi assalti delle forze speciali algerine contro il gruppo terroristico, ha suscitato la reazione delle ambasciate e dei media occidentali, che non potevano perdere una tale opportunità per imporre la loro contro-verità in quella che appare già come una vera guerra psicologica contro l’Algeria. Nonostante il battage mediatico delle ultime 48 ore, diverse zone d’ombra continuano a circondare questa operazione. Motivo in più per rimanere vigili, trattandosi di esaminare un caso che non ha finito di rivelare tutte le sue carte. Molti fatti strani sono stati ignorati dai media mainstream. Vale la pena di tornarvi per illuminare meglio i problemi che cercano di nasconderci.
Innanzitutto, la prima cosa che colpisce dell’attacco terroristico che aveva come obiettivo il sito di Amenas è la sua natura spettacolare. Un gruppo terroristico multinazionale di 32 persone dalla varia origine (Algeria, Libia, Egitto, Tunisia, Mauritania, Niger, Francia e Canada), è entrato dalla vicina Libia. Centinaia gli ostaggi nel sito energetico, oltre che strategico, posizionato in una zona ben monitorata. Nei dieci anni di guerra sporca, durante il decennio nero, nessun incidente simile è accaduto nelle regioni gasifere e petrolifere del sud dell’Algeria, motore economico dell’Algeria, in quanto forniscono la maggior parte delle sue entrate in valuta estera. In questa operazione spettacolare, non si può escludere la possibilità della manipolazione di un servizio segreto impegnato in una spietata guerra speciale nella regione.
Come al solito, le accuse più contraddittorie che circolano sul web vengono alimentate dai molti fan della cospirazione. Ma in mancanza di prove convincenti e nell’attuale rischioso clima d’intossicazione mediatica, sarebbe meglio cercare di districare questo caso concentrandosi sulla domanda fondamentale: Quali sarebbero i dividendi geopolitici che potrebbero raccogliere i vari attori coinvolti in una guerra che ha avuto inizio molto prima dell’intervento francese in Mali?
Primo elemento in questa strana storia. L’intervento della Francia in Mali, così dichiarando guerra ai gruppi islamici, tra cui Ansar al-Din, che non ha mai commesso atti terroristici nel territorio del Mali o altrove. E cosa fa il gruppo scissionista dell’AQIM guidato da Moqtar Belmoqtar? Attacca in Algeria, vale a dire, l’unico Paese della regione che ha sempre espresso la sua opposizione alla guerra, da quando la Francia ha iniziato a preparare i suoi servi nei paesi africani, a rischio di apparire come la “madrina” di Ansar al-Din, come tendono a far credere siti specializzati nella propaganda anti-algerina. Nessuna azione è stata registrata contro i molti Stati ausiliari della Francia nel Sahel e nell’Africa occidentale, che hanno deciso d’inviare i loro battaglioni in Mali, eppure sono mille volte più vulnerabili dell’Algeria nell’affrontare questo tipo di azioni terroristiche.
Naturalmente, il fatto che Moqtar Belmoqtar si sia prestato al gioco del negoziato, in vista di una sua consegna ai servizi di sicurezza algerini, operazione di resa poi abortita qualche anno fa, non manca di suscitare il sospetto di alcuni analisti che lo vedono come un agente doppio. Altri arrivano al ridicolo implicandovi un’azione interna dei servizi algerini, senza preoccuparsi di spiegare, in questo caso, l’essenziale, ovvero il rifiuto dell’Algeria alla “cooperazione” proposta dalla NATO. Perché preoccuparsi di montare una simile operazione se si rifiuta anche ciò che si suppone possa essere un’eccellente vantaggio diplomatico? In realtà, in qualsiasi guerra speciale, tradimenti e rientri abbondano, questo è un altro motivo per evitare di cadere nelle storie poliziesche, di rischiare di abbandonare l’analisi geopolitica e strategica, le uniche che dovremmo tenere in conto.
Secondo elemento strano. L’attacco terroristico ha avuto luogo presso la base operativa gestita congiuntamente da tre società: algerina (Sonatrach), inglese (BP) e norvegese (Statoil). Mentre il gruppo terrorista rivendicava di voler affrontare l’intervento francese in Mali, perché fa pressione sulla Francia attaccando le compagnie petrolifere che sono di fatto le principali concorrenti della compagnia francese Total in Algeria? Ma la cosa più allarmante è la reazione di alcune ambasciate e dei media occidentali, le loro reazioni dopo gli omicidi nell’assalto delle forze speciali algerine. Se Washington ha osservato che Algeri non l’ha consultata senza ulteriori commenti, il primo ministro britannico David Cameron, ha criticato la gestione della crisi da parte delle autorità algerine. Queste ultime avrebbero deciso d’intervenire troppo in fretta senza chiedere il parere delle potenze in questione. Che audacia da parte di queste potenze nel chiedere all’Algeria di negoziare con i terroristi che avevano messo cariche esplosive addosso agli ostaggi e minacciato di farli saltare in aria, mentre la Francia interveniva in Mali con il rischio di mettere in pericolo la vita degli ostaggi algerini ed europei trattenuti da AQIM e Mujao!
Certo, se i leader algerini che hanno la grande responsabilità di aver dato l’ordine per l’assalto, avessero avuto la minima possibilità di salvare la vita degli ostaggi attraverso il negoziato con i rapitori, e non l’avessero fatto, avrebbero un’imperdonabile colpa morale e politica. Ma sapendo il rischio che correvano mettendosi dietro ai paesi occidentali, i cui cittadini avrebbero potuto perdere la vita durante l’attacco, non c’è dubbio che fossero quasi certi che una qualsiasi altra soluzione, diversa dall’assalto, sarebbe stata più costosa in termini umani, politici, diplomatici ed economici. Il cinismo dei media e degli pseudo-esperti invitati per l’occasione non ha limiti, quando la denuncia della “brutalità” delle forze speciali algerine proviene dalle stesse persone che hanno sempre trovato scuse per gli “errori” delle forze NATO in Afghanistan e in Iraq, che non hanno esitato a bombardare feste, matrimoni, funerali e altre manifestazioni pacifiche. Salutiamo di passaggio la coraggiosa presa di posizione di Robert Fisk, che ha sottolineato nella sua rubrica sul quotidiano The Independent, “che i media occidentali non avrebbero reagito in quel modo se tra gli ostaggi uccisi, non ci fossero stati biondi con gli occhi azzurri, ma solo algerini!
Al di là della dimensione umana della tragedia, costata la vita di tanti innocenti, e al di là del ruolo svolto da francesi e algerini, ci poniamo la domanda che conta di più, oggi: chi cerca i protagonisti principali di questa crisi? Per i francesi, l’unico problema rilevante, per cui vale la pena che la diplomazia francese tenga un basso profilo e faccia finta di avere una postura “comprensiva” verso l’attacco dell’esercito algerino, è evidentemente dovuta alla loro guerra sporca contro l’Algeria, sapendo che non potrebbero portare a compimento la battaglia in cui sono attualmente impegnati in Mali senza la collaborazione dell’esercito algerino.
Riprendendo ricercatori e esperti fasulli, come al solito, Libération ha cercato di dare una parvenza di giustificazione logica al cosiddetto “riavvicinamento franco-algerino” sulla questione del Mali. Il voltafaccia di Ansar al-Din, che ha tradito le sue promesse ad Algeri, lanciando le sue forze nel sud del Mali, avrebbe dovuto alla fine convincere il Presidente Boutefliqa a cambiare la sua disposizione, e a permettere agli aerei da combattimento francesi di sorvolare lo spazio aereo algerino. Ma questo voltafaccia è il preludio di un cambio di strategia algerina verso i gruppi islamici, ossia né più né meno che un ritorno alla linea dello sradicamento perseguita negli anni ’90 dallo stato maggiore dell’esercito algerino. Per William Lawrence: “il sorprendente assalto dei combattenti islamici nel sud del Mali, lo scorso fine settimana, alla fine ha fatto superare all’Algeria la sua riluttanza. Messo alle strette, Boutefliqa non era in grado di opporsi al sorvolo degli aerei francesi e a chiudere il confine con il Mali, anche irritando una popolazione sensibile ad ogni possibile manifestazione di “neocolonialismo” della Francia. La crisi degli ostaggi, senza precedenti nella sua ampiezza, dovrebbe avere costretto Algeri a rivedere la sua strategia contro gli islamisti.”
Il governo francese non può pretendere di meglio. Questa operazione per forzare Algeri “a rivedere la sua strategia contro gli islamisti”, rivedendo la propria politica di dialogo e riconciliazione nazionale che gli ha permesso di ricostruire il suo fronte interno, e ritornando alla politica di eradicazione a cui si richiamano i circoli più antipopolari nell’esercito e nella classe politica algerina, potrebbe causare un ritorno ai vecchi demoni della guerra civile, e quindi dare un buon pretesto all’intervento straniero nel giorno X. Ma i fatti sono testardi, e non è sicuro che i desideri di Libération si avverino presto. Anche se si confermasse che l’Algeria sia stata ingannata dai leader di Ansar al-Din, che in realtà hanno dato alla Francia un comodo pretesto per precipitare l’intervento in Mali, deve essere davvero stupido chi creda per un momento che la Francia abbia bisogno di un pretesto per scatenare una guerra, di cui tutto indicava che si stesse preparando per ragioni che hanno poco a che fare con l’avanzata dei nomadi.
Dall’inizio della crisi in Mali, l’Algeria è stata spinta incessantemente a partecipare a questa grande guerra, o per lo meno a non opporvisi attivamente. E’ posta sotto pressione dagli statunitensi, e per non perdere del tutto i contatti con i suoi vicini africani, perché purtroppo non è possibile scegliere i propri vicini, il governo algerino ha indubbiamente permesso il sorvolo del suo spazio aereo da parte degli aerei da combattimento francesi. Tuttavia, sia l’opinione pubblica che i leader algerini sono divisi sulla questione. Alcuni credono, a torto, che sia un male minore salvarsi dall’ira dello Zio Sam, in particolare, e che in questa guerra la Francia non solo è supportata dai suoi alleati della NATO, prevedibilmente guidati da Stati Uniti e Gran Bretagna, ma che ha anche il supporto,  sorprendentemente, di altri due membri del Consiglio di sicurezza, Russia e Cina. Ma altre voci, anche dall’interno del sistema algerino, giustamente avvertono contro gli effetti negativi di quello che potrebbe apparire come un allineamento alla crociata francese in Mali sulla coesione nazionale, in un contesto politico doppiamente indebolito dalle tensioni sociali e dalle lotte intestine che affliggono il contesto politico della guerra di successione al Presidente Boutefliqa. E’ quindi ragionevole pensare che l’operazione, che avrebbe dovuto rafforzare il clan pro-atlantista all’interno del sistema algerino, potrebbe portare al risultato opposto. Coloro che non hanno smesso di suonare l’allarme, mettendo in guardia contro le onde d’urto della guerra nella regione, vedranno rafforzata la loro posizione.
L’Algeria sta emergendo come prima vittima della guerra francese in Mali, cosa che non può che rafforzare gli oppositori alla politica bellica francese nel sistema algerino. E questo è forse ciò che spiega le reazioni abbastanza divise nelle capitali occidentali, a seguito dell’azione delle forze speciali algerine. Se non potevano che congratularsi con la neutralizzazione del gruppo terroristico, queste capitali non potevano ammettere di non essere state consultate dal governo algerino. È un indice che non sbaglia. Se gli “amici” dei circoli occidentali avessero avuto il controllo delle operazioni, sarebbe stato difficile immaginare un tale scenario. L’opinione pubblica algerina che per lo più rimane ostile all’interventismo occidentale, e in particolare francese, nei paesi arabi e musulmani, non si sbaglia. Salutando con sollievo e orgoglio le critiche occidentali, ne vede la prova che lo Stato algerino continua, nonostante tutto, ad essere attaccato a ciò che resta dell’indipendenza e della sovranità nazionale squassata dalle interferenze delle grandi potenze negli anni ’90, durante la selvaggia apertura economica imposta da FMI e Banca mondiale, e dall’ascesa di una borghesia compradora che si è sviluppata all’ombra della privatizzazione e dell’economia rentier, riuscendo a corrompere e ad indebolire grandi settori dello Stato.
Qualunque siano i retroscena di questa operazione terroristica, una cosa è certa. Tale operazione era volta oggettivamente ad influenzare l’esito della battaglia tra i sostenitori della deriva atlantista che con il pretesto dell’apparente isolamento diplomatico dell’Algeria, vogliono giungere alla “normalizzazione” accogliendo le richieste delle capitali occidentali, e i sostenitori della duramente conquistata indipendenza nazionale, ma che oggi è più che mai minacciata dalla globalizzazione, dalla dipendenza dall’economia del petrolio e dall’alleanza tra la borghesia compradora e i centri imperialisti.
Le voci di cosiddetti “esperti”, diffuse dai media algerini, saldate a quelle degli imprenditori vicini ai circoli neo-coloniali, criticano le incongruenze del governo algerino nella lotta contro gruppi armati islamici, quando non addirittura l’accusano di complicità in ciò che equivale a un osceno ricatto, ripetuto come un ritornello dai siti specializzati nella disinformazione: o fai fuori il musulmano o sei accusato di esserne complice o istigatore! L’operazione terroristica di Amenas si inserisce in questo quadro. E’ una tattica diversiva, per allontanare il centro dei combattimenti in Mali e allentare il cappio che strangola i loro accoliti nel Paese o, più seriamente, è una sorta di “prova generale” per un attacco maggiormente coerente, in fase di preparazione, contro uno degli ultimi ostacoli al ritorno dell’Impero nella regione? Il fatto che per la prima volta in 20 anni di crisi, un sito gasifero, anche perché è un sito che fornisce il 15% della produzione algerina, sia stato oggetto di un’operazione bellica, potrebbe nascondere altri oscuri disegni. Ricordiamoci le “indiscrezioni” di Sarkozy distillate dalla stampa, che dicevano che l’Algeria sarebbe la prossima nella lista dopo la Libia e la Siria.
Non c’è dubbio che la pressione internazionale aumenterà sull’Algeria per farle assumere il ruolo di gendarme nella regione del Sahel. In un movimento islamista soggetto alle più diverse infiltrazioni, ci saranno sempre “utili idioti” che si prestano alle potenze che cercano il minimo pretesto per intervenire in una regione ricca di petrolio e di minerali preziosi. Ma questo non è un argomento sufficiente per giustificare l’ingiustificabile collaborazione con la Francia, che osa giocare nel ruolo di pompiere, mentre è il vero piromane dell’incendio partito dalla Libia e dal Mali, e che oggi minaccia di raggiungere altri Paesi della regione?
Se l’Algeria venisse mal consigliata, rientrando in una “comunità franco-africana” logisticamente sostenuta dalla NATO e diplomaticamente dai suoi partner strategici Russia e Cina, non è detto che essa non abbia le risorse per prendere tempo, fino al momento, che non tarderebbe, in cui l’incendiario-pompiere francese e i suoi servi africani saranno impantanati nel deserto del Sahel-Sahara, rivelando la vera natura della loro guerra, i cui primi crimini commessi dall’esercito del Mali, che hanno iniziato ad inquietare le organizzazioni umanitarie internazionali, sono solo un presagio di ciò che attende il Mali: massacri e voltafaccia geopolitici in prospettiva. Oggi possono diventare alleati gli avversari di domani. I servi che ora applaudono l’intervento francese contro i loro fratelli del nord, l’impareranno a loro spese, prima di quanto pensano, che la Francia non è venuta per liberarli dei gruppi jihadisti, imponendogli il suo piano di un Azawad dall’ampia “autonomia”, per sfruttare al meglio il petrolio e l’uranio nel nord del Mali.
L’Algeria, che ha interesse a restare lontana dal conflitto e a difendere la propria sicurezza inviando messaggi forti come quello che ha inviato ad Amenas, non deve dimenticare il suo dovere di solidarietà con il popolo del Nord del Mali, che potrebbe vivere un indomani terribile in mano agli indisciplinati ed eccitati soldati africani, da cui ora è possibile temere dei terribili crimini di guerra sotto lo sguardo compiaciuto dei loro padroni francesi, che non sono alla loro prima atrocità in Africa, come tristemente ricorda il genocidio ruandese.
Come Stato, l’Algeria ha un margine molto ristretto di manovra contro la politica guerrafondaia della Francia e dei suoi alleati in Mali. Ma la Francia e i suoi alleati occidentali sono consapevoli del fatto che, se messa alle strette, l’Algeria ha risorse ancora sufficienti per ostacolarli in una zona in cui i fattori di resistenza al sistema di Françafrique sono molti di più di quanti si pensi.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Al-Qaida nel Maghreb islamico: Chi sono e chi c’è dietro?

Prof Michel Chossudovsky, GlobalResearch, 21 gennaio 2013

74681Chi c’è dietro il gruppo terroristico che ha attaccato il complesso gasifero della BP-Statoil-Sonatrach del giacimento di Amenas, che si trova al confine con la Libia nel sud-est dell’Algeria? L’operazione era stata coordinata da Moqtar Belmoqtar, leader della brigata islamista al-Mulathamin, o “coloro che si firmano con il sangue”, affiliata ad al-Qaida. L’organizzazione di Belmoqtar è coinvolta nel traffico di droga, nel contrabbando e nel sequestro di stranieri nel Nord Africa. Sebbene la sua ubicazione sia nota, l’intelligence francese ha soprannominato Belmoqtar “l’imprendibile”. Belmoqtar si è assunta la responsabilità, per conto di al-Qaida, del rapimento di 41 ostaggi occidentali, tra cui 7 statunitensi, nel complesso gasifero della alla BP di Amenas. Belmoqtar, tuttavia, non è stato direttamente coinvolto nell’attacco vero e proprio. Il comandante sul campo dell’operazione era Abdul Rahman al-Nigeri, un veterano jihadista del Niger, che aveva fatto parte del Gruppo Algerino per la Predicazione e il Combattimento (GSPC) nel 2005. (Albawaba, 17 gennaio 2013)
L’operazione per il sequestro di Amenas è stata effettuata cinque giorni dopo l’avvio degli attacchi aerei della Francia contro i militanti di al-Qaida nel Maghreb Islamico (AQIM) nel nord del Mali. Le forze speciali francesi e le truppe del Mali hanno ripreso il controllo di Diabaly e Konna, due cittadine a nord di Mopti. La città di Diabaly era stata apparentemente presa pochi giorni prima dai combattenti guidati da uno dei principali comandanti di AQIM, Abdelhamid Abu Zeid. Mentre l’attacco terroristico e il sequestro dell’impianto gasifero d’In Amenas è stato descritto come una vendetta, non è stata per nulla improvvisato, come confermato dagli analisti, l’operazione con ogni probabilità è stata pianificata con largo anticipo: “Ufficiali europei e statunitensi dicono che il raid era quasi certamente fin troppo elaborato, per essere stato pianificato in così breve tempo, anche se l’operazione della Francia avrebbe spinto i combattenti a condurre un assalto che avevano già preparato.” Secondo i recenti rapporti (20 gennaio 2012) ci sono state circa 80 vittime, tra ostaggi e combattenti jihadisti. Vi erano diverse centinaia di lavoratori nell’impianto gasifero, la maggior parte dei quali  algerini. “Tra le persone soccorse, solo 107 su 792 lavoratori erano stranieri“, secondo il ministero degli Interni algerino. I governi britannico e francese incolpano i jihadisti. Secondo il primo ministro britannico David Cameron: “Naturalmente la gente farà delle domande sulla reazione algerina a questi eventi, ma vorrei solo dire che la responsabilità di queste morti ricade direttamente sui terroristi che hanno lanciato questo attacco, feroce e vile”. (Reuters, 20 gennaio 2013). Notizie di stampa confermano, tuttavia, che il gran numero di morti tra gli ostaggi e i combattenti islamici è stato il risultato dei bombardamenti delle forze algerine.
Dei negoziati con i rapitori, che avrebbero potuto salvare delle vite, non sono stati seriamente contemplati né dai governi algerini né da quelli occidentali. I militanti chiedevano la fine degli attacchi francesi nel nord del Mali, in cambio della sicurezza per gli ostaggi. Il leader di al-Qaida Belmoqtar aveva affermato: “Siamo pronti a negoziare con l’occidente e il governo algerino, a condizione che s’interrompano i bombardamenti dei musulmani del Mali.” (Reuters, 20 gennaio 2013) Nelle fila dei jihadisti vi erano mercenari provenienti da un certo numero di paesi musulmani, tra cui la Libia (ancora da confermare), così come dei combattenti provenienti da paesi occidentali.

Al-Qaida nel Maghreb Islamico (AQIM). Chi è?
Vi è un certo numero di gruppi affiliati attivamente presenti nel nord del Mali:
Al-Qaida nel Maghreb Islamico (AQIM), guidato da Abdelmaleq Druqdel, “l’emiro di al-Qaida nel Maghreb islamico“,
Ansar al-Din guidato da Iyad Ag Ghaly,
• il Movimento per l’Unicità e la Jihad in Africa occidentale (MUJAO).
Il Gruppo Islamico Armato, o Groupe Islamique Armé (GIA) che era in primo piano negli anni ’90, è in gran parte defunto. I suoi membri hanno aderito ad AQIM. Il Movimento Nazionale per la Liberazione del Azawad (MNLA) è un movimento per l’indipendenza tuareg, nazionalista e laico.

Cenni storici
Nel settembre 2006, il Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (GSPC) unì le forze con al-Qaida. Il GSPC è stato fondato da Hassan Hattab, un ex comandante del GIA. Nel gennaio 2007, il gruppo mutò ufficialmente il nome in al-Qaida nel Maghreb Islamico (AQIM). Nei primi mesi del 2007 la nuova formazione stabilì stretti rapporti con il Gruppo combattente islamico libico (LIFG). I comandanti del GSPC si ispirano all’insegnamento religioso del salafismo dell’Arabia Saudita, che storicamente ha svolto un ruolo importante nell’addestramento dei mujahidin in Afghanistan. La storia dei comandanti jihadisti di AQIM è importante per affrontare la questione più ampia:
• Chi c’è dietro le varie fazioni affiliate ad al-Qaida?
• Chi sostiene i terroristi?
• Quali interessi politici ed economici servono?
Il Counsil on Foreign Relations (CFR) di Washington fa risalire le origini di AQIM alla guerra in Afghanistan: “La maggior parte dei leader principali di AQIM si crede sia stato addestrata in Afghanistan durante la guerra contro i sovietici, nel 1979-1989, nell’ambito del gruppo di volontari del Nord Africa conosciuto come “arabi afghani”, che ritornarono nella regione e radicalizzarono i movimenti islamici, negli anni che seguirono. Il gruppo è diviso in “katiba” o brigate, che  raggruppano cellule diverse e spesso indipendenti. Il comandante supremo del gruppo, o emiro, dal 2004 è Abdelmaleq Druqdel, noto anche come Abu Mussab Abdelwadud, un ingegnere esperto di esplosivi che ha combattuto in Afghanistan ed ha origini nel GIA in Algeria. Fu sotto la guida di Druqdel che AQIM dichiarò che la Francia è il suo obiettivo principale. Uno dei “più violenti e radicali” leader di AQIM è Abdelhamid Abu Zeid, secondo gli esperti di antiterrorismo. Abu Zied è legato a diversi rapimenti ed esecuzioni di cittadini europei nella regione”. (Council on Foreign Relations, al-Qaida nel Maghreb Islamico, Cfr.org, senza data).
Ciò che il rapporto del CFR non riesce a ricordare è che la Jihad islamica in Afghanistan fu un’iniziativa della CIA, avviata nel 1979 durante l’amministrazione Carter. Venne attivamente sostenuta dal presidente Ronald Reagan nel corso degli anni ’80. Nel 1979, la più grande operazione segreta nella storia della CIA venne attuata in Afghanistan. Missionari wahabiti provenienti dall’Arabia Saudita crearono delle scuole coraniche (madrase) in Pakistan e Afghanistan. I libri di testo islamici utilizzati nelle madrasse venivano stampati e pubblicati in Nebraska. Il finanziamento occulto veniva incanalato ai mujahidin con il sostegno della CIA: “Con l’attivo incoraggiamento della CIA e dell’ISI pakistano, che volevano trasformare la jihad afghana in una guerra globale condotta da tutti gli stati musulmani contro l’Unione Sovietica, circa 35.000 musulmani radicali provenienti da 40 paesi islamici si unirono alla lotta in Afghanistan, tra il 1982 e il 1992. Decine di migliaia di persone andarono a studiare nelle madrase pakistane. Alla fine, più di 100.000 musulmani radicali stranieri furono direttamente influenzati dalla jihad afghana.” (Ahmed Rashid, “I taliban: l’esportazione dell’estremismo“, Foreign Affairs, novembre-dicembre 1999).
La Central Intelligence Agency (CIA), usando i militari pakistani dell’Inter-Services Intelligence (ISI), svolse un ruolo chiave nell’addestramento dei mujahidin. A sua volta, l’addestramento dei guerriglieri sponsorizzati dalla CIA venne integrato con gli insegnamenti dell’Islam: “Nel marzo 1985, il presidente Reagan firmava la Decisione direttiva per la Sicurezza Nazionale N° 166, … [che] autorizzava [l']intensificazione degli aiuti militari occulti ai mujahidin, e chiariva che la guerra segreta afghana aveva un nuovo obiettivo: sconfiggere le truppe sovietiche in Afghanistan attraverso azioni occulte e incoraggiare il ritiro sovietico. La nuova assistenza segreta degli Stati Uniti iniziò con un drammatico aumento delle forniture di armi, un costante aumento fino a 65.000 tonnellate all’anno nel 1987… così come un “flusso incessante” di specialisti della CIA e del Pentagono che si recarono al quartier generale segreto dell’ISI pakistana, sulla strada principale di Rawalpindi, in Pakistan. Gli specialisti della CIA incontrarono i funzionari dell’intelligence pakistana per pianificare le operazioni dei ribelli afghani.” (Steve Coll, Washington Post, 19 luglio 1992)
Moqtar Belmoqtar, la mente dietro l’attacco terroristico della brigata islamista al-Mulathamin al  complesso gasifero di Amenas, è uno dei membri fondatori di AQIM. Fu addestrato e reclutato dalla CIA in Afghanistan. Belmoqtar era un volontario nordafricano, un “afgano arabo” arruolatosi a 19 anni come mujahidin per combattere nelle fila di al-Qaida in Afghanistan, in un momento in cui la CIA e la sua affiliata pakistana, l’Inter Services Intelligence (ISI), sostenevano attivamente sia il reclutamento che l’addestramento dei jihadisti. Moqtar Belmoqar ha combattuto nella “guerra civile” in Afghanistan. Tornato in Algeria nel 1993, si unì al GSPC. La storia di Belmoqtar e il suo coinvolgimento in Afghanistan suggeriscono che sia stato sponsorizzato quale “asset dell’intelligence” statunitense.

Il ruolo degli alleati degli USA: Arabia Saudita e Qatar
Al-Qaida nel Maghreb Islamico (AQIM) fin dal 2007 aveva stabilito una stretta relazione con il Gruppo combattente islamico libico (LIFG), i cui leader erano stati addestrati e reclutati in Afghanistan dalla CIA. Il LIFG era sostenuto segretamente dalla CIA e dall’MI6 britannico. Il LIFG è stato supportato direttamente dalla NATO durante la guerra del 2011 contro la Libia, “fornendo  armi, addestramento, forze speciali e perfino aerei per aiutarlo a rovesciare il governo della Libia.” (Tony Cartalucci, The Geopolitical Reordering of Africa: US Covert Support to Al Qaeda in Northern Mali, France “Comes to the Rescue”, Global Research, gennaio 2013).
Le Forze speciali britanniche SAS giunsero in Libia prima dell’inizio dell’insurrezione, in qualità di consulenti militari del LIFG. Recentemente, relazioni confermano che AQIM ha ricevuto armi dal Gruppo combattente islamico libico (LIFG). Mercenari del LIFG si sono integrati nelle brigate di AQIM. Secondo il comandante Moqtar Belmoqtar, che ha coordinato l’operazione del sequestro  di In Amenas: “Siamo uno dei principali beneficiari delle rivoluzioni nel mondo arabo. Per quanto ci riguarda, abbiamo ottenuto delle armi (dalla Libia), questa è una cosa naturale in simili circostanze.“ Hanford
L’impianto della BP ad In Amenas è situato direttamente sul confine con la Libia. Si sospetta che vi fosse un contingente di combattenti del Gruppo combattente islamico libico (LIFG) coinvolto nell’operazione. AQIM ha anche legami con il Fronte al-Nusra in Siria, sostenuto segretamente da Arabia Saudita e Qatar. Al-Qaida nel Maghreb Islamico è indelebilmente legato all’agenda delle intelligence occidentali. È descritto come “uno dei più ricchi e più armati gruppi militanti della regione“, finanziato segretamente da Arabia Saudita e Qatar. Il giornale francese Canard enchaîné ha rivelato (nel giugno 2012) che il Qatar (un fedele alleato degli Stati Uniti) ha finanziato varie entità terroristiche in Mali, tra cui il salafita Ansar al-Din: “I ribelli tuareg del MNLA (indipendentisti e laici), Ansar al-Din, AQIM (al-Qaida nel Maghreb islamico) e Mujao (Jihad in Africa occidentale), ricevono dollari dal Qatar, secondo un rapporto (The Examiner). Il giornale satirico francese Canard enchaîné riportava [nel giugno 2012] che il Qatar stava probabilmente finanziando gruppi armati nel nord del Mali, che si diffondevano in Algeria e nell’Africa occidentale. I sospetti che Ansar al-Din, il principale gruppo armato pro-shari’ah nella regione, abbia ricevuto finanziamenti dal Qatar, circolano in Mali da diversi mesi. Rapporti (ancora non confermati) su un aereo del ‘Qatar’ che sarebbe atterrato a Gao carico di armi, denaro e droga, per esempio, sono emersi all’inizio del conflitto.
L’articolo originale cita un rapporto dell’intelligence militare francese che indicava che il Qatar forniva sostegno finanziario a tutti e tre i principali gruppi armati nel nord del Mali: l’Ansar al-Din di Iyad Ag Ghali, al-Qaida nel Maghreb Islamico (AQIM) e il Movimento per l’Unicità e la Jihad in Africa occidentale (MUJAO). L’importo del finanziamento concesso a ciascuno dei gruppi non viene menzionato, ma si parla di rapporti ripetuti del DGSE francese al ministero della Difesa, che indicavano il sostegno del Qatar al ‘terrorismo’ nel nord del Mali
.”
Il ruolo di al-Qaida nel Maghreb islamico come attività dell’intelligence deve essere attentamente valutata. L’insurrezione islamica crea le condizioni che favoriscono la destabilizzazione politica del Mali come Stato-nazione. Quali interessi geopolitici vengono serviti?

Osservazioni conclusive: “The American Sudan”
Con amara ironia, il sequestro nel sud dell’Algeria e la tragedia risultante dall’operazione militare di “salvataggio” algerina, fornisce una giustificazione umanitaria all’intervento militare occidentale guidato dall’US AFRICOM. Quest’ultimo non opera solo in Mali e Algeria. Potrebbe anche includere la vasta regione che si estende sulla cintura sub-sahariana del Sahel, dalla Mauritania al confine occidentale del Sudan. Questa escalation è parte di un piano militare e strategico degli Stati Uniti, fase segeunte della militarizzazione del continente africano, “un passo successivo” della guerra USA-NATO in Libia del 2011. Si tratta di un progetto di conquista neo-coloniale degli Stati Uniti di una vasta area.
Mentre la Francia è l’ex potenza coloniale che interviene a nome di Washington, la fine del gioco  vedrà l’esclusione della Francia, infine, dal Maghreb e dall’Africa sub-sahariana. Questo declassamento della Francia come potenza coloniale, è stato avviato fin dalla guerra di Indocina nel 1950. Mentre gli Stati Uniti si preparano, a breve, a condividere il bottino di guerra con la Francia, l’obiettivo ultimo di Washington è “ridisegnare la mappa del continente africano” e infine portare l’Africa francofona nella sfera di influenza statunitense. Quest’ultima si estenderebbe su tutto il continente, dalla Mauritania sull’Atlantico a Sudan, Etiopia e Somalia. Un analogo processo di esclusione della Francia dall’Africa francofona è in corso dal 1990 in Ruanda, Burundi e  Repubblica del Congo. A sua volta, il francese quale lingua ufficiale nell’Africa francofona, viene insidiato. Oggi in Ruanda l’inglese è la lingua ufficiale, accanto al kinyarwanda e al francese. Da quando l’RPF è al governo, dal 1994, l’istruzione secondaria veniva offerta in francese o in inglese. Ma dal 2009 viene offerta solo in inglese. L’università, dal 1994, non utilizza più il francese. (Il presidente del Ruanda Paul Kagame non legge o non parla francese). Nel 2009, il Rwanda entrava a far parte del Commonwealth.
La posta in gioco è un vasto territorio che, durante il periodo coloniale francese copriva l’Africa occidentale ed equatoriale francese. Il Mali durante il periodo francese veniva indicato come Le Soudan français (il Sudan francese). Ironia della sorte, questo processo di indebolimento e, infine, di esclusione della Francia dall’Africa francofona viene effettuato con l’avallo tacito dell’ex presidente Nicolas Sarkozy e del presidente François Hollande, entrambi al servizio degli interessi geopolitici degli Stati Uniti, a danno di quelli della Repubblica francese. La militarizzazione del continente africano fa parte del mandato dell’US AFRICOM. L’obiettivo a lungo termine è esercitare il controllo geopolitico e militare su una vasta area, che storicamente rientrava nella sfera d’influenza della Francia.
Questa zona è ricca di petrolio, gas, oro, uranio e minerali strategici. (Cfr. R. Teichman, The War on Mali. What you Should Know: An Eldorado of Uranium, Gold, Petroleum, Strategic Minerals…, Global Research, 15 gennaio 2013)

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Mali: Algeri silura l’intervento dell’ECOWAS

CH Sylla, L’Aube, Maliactu 2 ottobre 2012

NdT. L’Algeria sventa e contrasta i vari piani per l’interferenza e l’invasione del Sahel e del Sahara  da parte della Francia (e quindi degli USA e d’Israele), suscitando i malumori dei locali fantocci di Parigi. La guerra per il futuro dell’Africa non è ancora decisa, nonostante la presunta ‘vittoria’ in Libia dell’asse atlantista.

Mentre le autorità del Mali e dell’ECOWAS appoggiano l’adozione di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che autorizza l’intervento militare nel nord del Mali, l’Algeria moltiplica le manovre per evitare l’intervento. La settimana scorsa, il ministro della difesa nigerino Mahamadou Karidiou ha fatto visita ad Algeri. Il signor Karidiou è stato ricevuto dal presidente algerino Abdelaziz Bouteflika. Nell’agenda vi erano anche le questioni legate alla cooperazione tra Algeri e Niamey sulla situazione in Mali. Al termine dell’incontro, il ministro nigerino ha detto che sull’occupazione delle regioni settentrionali del Mali, vi è una “convergenza di vedute” tra i due paesi. Vale a dire, “una soluzione del problema del nord del Mali passa attraverso il dialogo.” Questa dichiarazione del ministro della difesa nigerino ha sorpreso gli osservatori, anche quelli che hanno sempre seguito la posizione fino a quel momento sostenuta da Niamey sulla questione del nord del Mali.
In effetti, il Niger ha sempre difeso l’idea di un intervento militare per espellere i gruppi armati nella zona. E questo paese, durante le varie consultazioni dell’ECOWAS, era stato sia molto deciso che disponibile. Inoltre, il Niger si è persino offerto d’inviare truppe nel quadro del Micema. Ed ha offerto ospitalità ai molti militari del paese confinante ripiegati sul suo territorio. Il contingente guidato dal colonnello Gamou (composto da circa 500 elementi), è ancora a Niamey. Inoltre, il Niger, che ha ottimi rapporti con il Mali sul piano della sicurezza, ha sempre sostenuto la politica del bastone contro le varie ribellioni tuareg… Questi sono fatti e atti che facevano del Niger un paese necessario per qualsiasi operazione militare per la riconquista delle regioni settentrionali del Mali.

Pressioni dagli algerini
Che cosa può spiegare questa inversione di marcia delle autorità nigerine? Non è utile cercare troppo lontano. Niamey ha finalmente ceduto alle pressioni dell’Algeria sull’intervento militare in Mali. In effetti, per mesi, l’Algeria ha dimostrato riluttanza a qualsiasi intervento dell’ECOWAS nel nord del Mali. Gli algerini continuavano poi ad intraprendere manovre per sconfiggere tutte le iniziative intraprese dall’organizzazione. Prima del Niger, la Mauritania si è unita alla posizione algerina, annunciando che non parteciperà alle operazioni militari nel nord del Mali. Questo non è tutto. Gli algerini stanno attualmente lavorando all’interno dell’UA e dell’ONU per impedire l’adozione di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che autorizzi l’intervento nel nord del Mali. È per questo che, nonostante gli appelli urgenti dell’ECOWAS e anche della Francia, il caso del nord del Mali non ha ancora ottenuto l’unanimità  internazionale.
In realtà, l’Algeria ha sabotato tutte le iniziative volte a coinvolgere altri paesi nell’intervento nel nord del Mali. Questo atteggiamento degli algerini non è nuovo. Hanno sempre considerato il nord del Mali come una loro “wilaya” (provincia). Pertanto, nessuna forza straniera, che sia anche dell’ECOWAS, dovrebbe intervenire. Inoltre, ricordiamo ancora l’ostilità degli algerini, quando nel 2006 la Libia aveva tentato di aprire un consolato a Kidal. Così ci si chiede fino a che punto arriveranno gli algerini per impedire ai paesi dell’ECOWAS di entrare in Mali, per aiutarlo a recuperare la propria integrità territoriale? Nel frattempo, si sforzano di creare qualche dissenso all’interno dell’organizzazione e a spingere (costringere?) i paesi membri dell’ECOWAS a rinunciare alla partecipazione alle operazioni militari nel nord del Mali.

Una moltitudine di accordi…
Inoltre, l’Algeria ha sempre svolto il ruolo di pompiere piromane nel nord del Mali e nella sub-regione. Un paese che pretende di essere al centro della lotta contro il terrorismo e l’Islam radicale nel Sahel. Tuttavia, l’Algeria appare come la fonte di tutti i mali che affliggono attualmente il Sahel e la parte settentrionale del Mali. L’AQIM è nata in Algeria, è qui che si trovano delle potenti reti di traffico di droga e armi, prima di raggiungere il resto del Sahel. Ancora, migliaia di soldati tuareg (libici) pesantemente armati sono stati trasportati dall’Algeria nel nord del Mali, nell’ottobre 2011. E questo è lo stesso paese che (paradossalmente) è sempre stato un mediatore nella crisi nel nord Mali con i tuareg, ma non è mai stato in grado di risolvere (con il dialogo) il problema. A questo proposito, dal 1990 al 2009, un gran numero di accordi è stato firmato sul suolo algerino tra il governo del Mali e i ribelli tuareg. Il risultato?

Dov’è il CEMOC?
In realtà, l’Algeria ha fatto ogni sforzo, negli ultimi anni, per avere un impatto nel campo della sicurezza di Mali, Niger e Mauritania. Dall’aprile 2010, un comitato degli stati maggiori congiunti (CEMOC) è stato istituito tra i quattro stati. La struttura militare, con sede a Tamanrasset, ha la missione di combattere il terrorismo nel Sahel. E nell’organico del CEMOC ci dovrebbero essere  circa 75.000 effettivi. Questa è stata principalmente un’iniziativa algerina per contrastare la Francia nella regione. A questo proposito, un esperto di sicurezza ha avuto tale pensiero in merito al CEMOC: “Il problema è che l’iniziativa è algerina ed anti-francese. Vuole escludere dai paesi del Sahel l’influenza della Francia…”. E l’esperto aggiunge: “Non c’è un altro problema. L’AQIM è presentato come avversario del CEMOC. Ma l’AQIM nasce dal GSPC, il successore del GIA (Gruppo islamico in Algeria). Ciò solleva interrogativi quando si sa che i servizi segreti algerini sono compromessi nella gestione di queste organizzazioni…”.
Si è tentati di chiedere, allora dove è stato il CEMOC durante l’invasione del nord del Mali da parte dei gruppi armati? Che cosa ha fatto quest’organizzazione per difendere il Mali? Cos’è in realtà questa commissione? Per alcuni osservatori, l’Algeria nasconde male il suo gioco nel nord del Mali e in tutto il Sahel sahariano. E dietro i discorsi, non vi è nessuna azione concreta per proteggere la regione del Sahel e/o per lottare contro il terrorismo. Invece, tutto ciò che ha realizzato l’Algeria è impedire ad altri paesi di intervenire… nella regione. Quando quel paese si oppone a un possibile intervento militare per liberare questa parte del Mali, la comunità internazionale deve semplicemente chiedersi i veri motivi dell’opposizione algerina.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Intelligence inglese ha lavorato con al-Qaida per uccidere Gheddafi

Gerald A. Perreira Global Research, 25 Marzo 2011
Global Breaking News – 22 03 2011

Utilizzando ciò che la Libia sostiene essere un illegale e invalida  risoluzione ONU come un pretesto, una coalizione di crociati, tra cui USA, Gran Bretagna, Francia e Spagna, sta bombardando il paese del Nord Africa con una forza militare che non si è vista dai tempi della guerra del Golfo.
Il vero e illegale obiettivo di quella che viene chiamata Operazione Alba dell’Odissea, è il cambiamento di regime. Riprodurre lo scenario da incubo della guerra del Golfo, il piano è chiaro: disattivare la capacità di difesa della Libia e armare e rafforzare il conglomerato reazionario delle forze ribelli a Bengasi, nella speranza che questa manica di straccioni riporti indietro, una volta per tutte, la rivoluzione libica.
Questo non è il primo tentativo da parte della ex holding degli schiavi e delle potenze coloniali di linciare Gheddafi e di mettere in ginocchio la Libia. Nel 1986, gli Stati Uniti accusarono falsamente la Libia di aver bombardato una discoteca di Berlino. Il presidente Ronald Reagan tentò di assassinare Gheddafi bombardando la sua residenza a Bab al-Azizia a Tripoli. La figlia di Gheddafi e oltre un centinaio di libici furono uccisi. Poi, la Libia è stato falsamente accusata dell’attentato alla Pan Am di Lockerbie nel 1988, come pretesto per l’avvio delle sanzioni, al fine di paralizzare economicamente il paese.
Nel 1996, l’intelligence britannica ricorreva alle prestazioni di una cellula di al-Qaida in Libia, pagandola con un compenso enorme, si parla di più di 100.000 dollari per assassinare Muammar Gheddafi. Una bomba, destinata a Gheddafi, fu fatta esplodere sotto l’auto sbagliata nella sua città natale, Sirte. Numerosi civili furono uccisi.
Un ex operativo del MI5, David Shayler, ha rivelato che mentre stava lavorando all’ufficio Libia, nella metà degli anni ’90, il personale dei servizi segreti inglesi collaboravano con il Gruppo combattente islamico libico (LIFG), che era collegato ad uno dei fidati luogotenenti di Usama bin Ladin. Il LIFG è ormai considerato un gruppo terroristico nel Regno Unito.
Muammar Gheddafi e le forze rivoluzionarie libiche sono state le primi ad emettere un mandato di cattura contro Usama bin Ladin. Il governo libico spese anni ad avvertire il mondo della gravissima minaccia rappresentata da questi devianti islamisti. Secondo Shayler, l’intelligence occidentale era sorda agli avvertimenti della Libia, perché in realtà lavorava con il gruppo di al-Qaida in Libia, per far cadere Gheddafi e la rivoluzione libica.
Anas Al Liby è un membro della cellula libica di al-Qaida. Resta nella lista dei ricercati del governo USA, con un premio di 5 milioni di dollari per la sua cattura, ed è ricercato per il suo coinvolgimento negli attentati alle ambasciate africane degli Stati Uniti. Al Liby era con Bin Ladin in Sudan prima che il leader di al-Qaida tornasse in Afghanistan nel 1996. Sorprendentemente, la correzione, non così sorprendentemente, pur essendo un operativo di alto livello di al-Qaida, ad al-Liby è stato concesso l’asilo politico in Gran Bretagna e visse a Manchester fino al maggio del 2000.
Le affermazioni di Gheddafi e delle forze rivoluzionarie libiche, che i ribelli a Bengasi sono ispirati da al-Qaida nel Maghreb Islamico (AQIM) e la grave minaccia che ciò comporta, non solo in Libia ma in tutta la regione, sono ancora una volta rimasti inascoltati. Perché? Perché le forze dell’intelligence britanniche, tra gli altri, chiaramente collaborano con i ribelli di Bengasi – quelli cui tutti in Libia chiamano “i barbuti” – che hanno stretti legami con al-Qaida nel Maghreb Islamico. La prova di ciò è schiacciante. Gli inglesi hanno un rapporto di lunga data con gli affiliati di al Qaida del Gruppo combattente islamico libico, basato in Libia. Gli inglesi hanno anche un rapporto storico con la versione wahabita/salafita dell’Islam, sposata oggi da Ikhwan al Muslimeen (Fratelli musulmani) e dalle loro diramazioni, tra cui al-Qaida nel Maghreb Islamico.
Nel 1744, si formò l’alleanza tra il fondatore del wahhabismo, Muhammad ibn Abd-Wahhab e lo spietato leader tribale, Muhammad ibn Saud, i cui discendenti dominano l’Arabia Saudita fino ad oggi. Questa versione reazionaria dell’Islam era il fondamento teologico perfetto per la creazione coloniale del Regno dell’Arabia Saudita, e wahabismo resta la tendenza islamica ufficiale in Arabia Saudita a tutt’oggi.
Nel 1915, i britannici stipularono un trattato con la Casa dei Saud, per proteggere le loro terre e fornirgli le loro armi, come parte del progetto coloniale di creazione del Regno dell’Arabia Saudita. Allo stesso tempo, gli inglesi hanno fatto di tutto per aiutare la diffusione della dottrina wahabita, riconoscendola come il perfetto strumento ideologico per favorire i loro obiettivi imperialisti. Alcuni studiosi hanno sostenuto che gli inglesi hanno effettivamente contribuito a creare il wahhabismo.
Oggi, gli inglesi chiedono ai discendenti di Muhammad ibn Saud, l’attuale regime saudita, e al loro attuale esercito di wahhabiti sotto forma di al-Qaida, di unirsi in una crociata medievale per schiacciare il bastione del rivoluzionario Islam qual’è oggi la Libia. E le contraddizioni si verificano qui. Bisogna chiedersi perché un funzionario del governo saudita può dire alla BBC che “consentire ai popoli di scegliere il proprio governo, è una pessima idea“, e perché, con tutte le proteste occidentali sui diritti delle donne nel mondo musulmano, il regime saudita, che  nemmeno permette alle donne di votare o di guidare, non è mai posto in discussione. Invece, sono quelli a cui statunitensi, inglesi e francesi chiedono di unirsi a loro nella distruzione della Libia, che ha liberato la donna e ha lottato per portare la democrazia reale al suo popolo.
Già a metà del 19° secolo, il fondamentalismo wahabita è stato importato a Bengasi dalla Fraternità reazionario e feudale dei Senussi. L’influenza di questa tendenza è stata tramandata di generazione in generazione, e Bengasi è stata il centro per coloro che si sono sempre opposti alla liberazione dell’Islam articolata da Gheddafi e attuate dalla rivoluzione libica.
I musulmani di Bengasi, che abbracciano l’ideologia stessa di al-Qaida nel Maghreb Islamico (AQIM), sono stati rinvigoriti negli ultimi anni dalla presenza di AQIM alle frontiere della Libia. C’è un rinnovato interesse per la possibilità di conseguire l’obiettivo dichiarato di AQIM, che è l’istituzione di un Emirato islamico wahhabita nel Maghreb, che si estenderebbe su tutta la regione del Nord Africa. Quando abbiamo capito la storia di questa regione, ci rendiamo conto perché l’ex holding della schiavitù e le potenze coloniali non hanno fatto in modo di trovare Usama bin Ladin e Ayman al Zawahiri, e come e perché queste forze e dottrine reazionarie sono incoraggiate.

Gerald A. Perreira vive in Libia da molti anni. Ha prestato servizio nella Marcia Verde, un battaglione internazionale per la difesa della rivoluzione libica ed è un membro esecutivo di World Mathaba a Tripoli.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – Aurora03.da.ru

Al-Qaida alleata con USA, NATO, Sarkozy e BHL contro Gheddafi!

Comunicato stampa dei comitati Euro-Libici ELAC
Comitati d’azione 14 Marzo 2011

Al-Qaida alleata con USA, NATO, Sarkozy e BHL contro Gheddafi!
BELGA 13 marzo 22.00: “Un dirigente di Al-Qaeda, Abu Yahya al-Libi ha esortato i ribelli a continuare la loro lotta “senza esitazione e senza paura”, in un video mandato in onda Domenica su dei siti web islamici “.
Da diverse settimane, ormai, l’ala nordafricana di al-Qaida, AQIM, ‘Al-Qaida nel Maghreb Islamico’ (prima del 2004, “Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento”), e l’emiro Abd al-Malik Droukdal (Abu Mus’ab ‘Abd al-Wadud), supporta i ribelli a Bengasi, in comunicati stampa e perfino con dei poster!
AQIM ha un interesse diretto, dal momento che Tripoli è il principale ostacolo al traffico di droga organizzato in Guinea Bissau via Marocco attraverso il Sahara, il traffico è la principale fonte di finanziamento per AQIM.
Si noteranno gli attacchi contro la Francia, mentre Sarkozy e BHL sono ora alleati degli amici libici di AQIM, gli islamo-monarchici di Bengasi e gli islamisti dell’Emirato Islamico di Derna, guidati da Abdelkarim al-Hasadi, un ex detenuto di Guantanamo…
Ecco così la Francia di Sarkozy, attraverso BHL – già lobbista 25 anni fa del defunto islamista Ahmed Shah Massoud, che già allora era finanziato dal commercio di oppio – stare nello stesso campo dei terroristi e dei trafficanti di droga di al-Qaida!
In Afghanistan, la NATO e i militarista neocon dal passaporto francese Sarlozy, stanno uccidendo giovani europei (i loro figli, sono a loro volta in attività), per la cosiddetta “lotta ad al-Qaida” … Ora vogliono uccidere i giovani europei per installare al-Qaida e i suoi alleati islamo-monarchici al potere in Libia!
Come giustamente ha affermato Muammar Gheddafi, a Bengasi, dove gli islamisti hanno vinto con l’aiuto di NATO, Stati Uniti e Francia, “Affronterete un Jihad islamico nel Mediterraneo (… ) Il popolo di bin Laden imporrà la taglia per terra e per mare. Torneremo ai tempi del Barbarossa, dei pirati ottomani che imponevano taglie sulle navi. Questa è veramente una crisi globale e un disastro per tutti.”


Vi ricordate le atrocità di Gheddafi? Tutto il mondo della cosiddetta ‘informazione’ si riempiva la bocca contro i presunti ‘crimini’ di Gheddafi. Ma quando si scopre che a compiere tali crimini sono stati i bravi e buoni ‘ribelli’ democratici e monarchici colorati di Bengasi, le voci della libertà e della democrazia si sono prontamente autosilenziate.

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