Gladio II: guerra di quarta generazione contro Russia, Siria, Iran

Dr. Christof Lehmann, PressTV 8 aprile 2014

fsbIl Direttore del FSB Aleksandr Bortnikov ha annunciato che Umarov è stato neutralizzato a seguito di operazioni di combattimento chirurgiche nel primo trimestre del 2014. Centinaia di altri militanti e loro sostenitori sono stati arrestati. In vista delle Olimpiadi Invernali del 2014 a Sochi, i servizi di sicurezza russi hanno effettuato 33 operazioni antiterrorismo nei primi tre mesi del 2014. Tredici signori della guerra e 65 terroristi sono stati uccisi durante le operazioni, altri 240 terroristi e 18 emissari di organizzazioni terroristiche internazionali sono stati arrestati. Il capo dell’intelligence russa non ha rivelato esattamente quando Umarov è stato ucciso e non è improbabile che la sua morte fosse tenuta riservata per evitare ritorsioni durante i Giochi Olimpici Invernali 2014. A gennaio, il Presidente della Repubblica autonoma russa della Cecenia, Ramzan Kadyrov, aveva annunciato che le comunicazioni intercettate tra i capi dei terroristi indicavano che Umarov era stato ucciso. La dichiarazione è stata confermata oggi. Uno dei più stretti collaboratori di Doku Umarov, Islam Atev, è stato ucciso a dicembre insieme ad altri due taqfiri. Gli esplosivi nel loro nascondiglio, in un villaggio in Daghestan, furono attivati e fatti esplodere durante uno scontro a fuoco con le forze di sicurezza russe. Il FSB della Russia stava per prendere Umarov, uno dei più pericolosi agenti taqfiri contro la Russia sponsorizzato da sauditi e NATO. Una delle ultime apparizioni pubbliche di Umarov è un video in cui invitava taqfiri russi e stranieri a sabotare a tutti i costi le Olimpiadi invernali 2014 di Sochi.
Le prove del supporto dell’Arabia Saudita ai gruppi taqfiri ceceni e di altro tipo nelle repubbliche caucasiche della Russia, così come in Siria, divennero di pubblico dominio ad agosto 2013, quando l’ufficio stampa presidenziale del Presidente russo Putin divulgò parte del verbale di una riunione tra il Presidente Vladimir Putin e l’allora capo dell’intelligence saudita principe Bandar bin Sultan, del 3 agosto 2013. I verbali rivelarono che i servizi segreti e il ministero degli interni dell’Arabia Saudita hanno il controllo diretto delle reti terroristiche in Russia e Siria. Putin e Bandar discussero, tra l’altro, dell’attacco con armi chimiche nel sobborgo di Damasco del Ghuta orientale, il 21 agosto 2013, che secondo i testimoni e altre fonti, fu effettuato dal Liwa al-Islam filo-saudita al comando di Zahran al-Lush. Fin dal 1980 l’esperto di armi chimiche Zahran al-Lush ha lavorato per le intelligence dell’Arabia Saudita e degli Stati Uniti nelle reti di al-Qaida. Il verbale della riunione Putin-Bandar ha rivelato che Bandar cercava di corrompere Putin con accordi su armi e petrolio per avere il sostegno del presidente russo nel spodestare il governo di Assad. Bandar supponeva che il governo siriano doveva essere sostituito dall’opposizione sostenuta e sponsorizzata dai sauditi. Bandar garantì che gli interessi della Russia in Siria sarebbero stati preservati dal governo filo-saudita se la Russia sosteneva il cambio di regime. Mentre Bandar ha tentato di fare di Putin un potenziale alleato del cambio di regime in Siria, ha anche fatto una minaccia velata dicendo, tra l’altro: “Posso garantirvi la protezione delle Olimpiadi invernali nella città di Sochi, sul Mar Nero, del prossimo anno. I gruppi ceceni che minacciano la sicurezza dei giochi sono controllati da noi, e non si muoveranno sul territorio siriano senza coordinarsi con noi. Tali gruppi non ci spaventano, li usiamo contro il regime siriano, ma non avranno alcun ruolo o influenza nel futuro politico della Siria“. Putin rispose che i russi sanno che i sauditi sostengono i gruppi terroristici ceceni da un decennio, e che il supporto che Bandar appena aveva offerto era assolutamente incompatibile con gli obiettivi comuni della lotta globale contro il terrorismo.
La conferma della morte di Umarov da parte del capo del FSB Aleksandr Bortnikov getta anche nuova luce su Gladio II della NATO e la sua Guerra di 4.ta generazione contro Russia, Siria, Iran, Ucraina e altri Paesi presi di mira. I terroristi dalla Cecenia e altre repubbliche caucasiche della Russia operano in Siria in unità dalle dimensioni del gruppo di combattimento e in stretto collegamento con Jabhat al-Nusrah, Liwa al-Islam e altre brigate taqfire controllate e formate dall’Arabia Saudita e dalla NATO. Combattono in Siria anche le truppe filo-USA del MEK,  responsabile della morte di almeno 17000 iraniani. A febbraio, il capo ultranazionalista ucraino dell’apertamente neonazista Pravý Sektor (Fazione Destra), Dmitrij Jarosh, aveva chiesto pubblicamente a Doku Umarov e ad altre brigate takqire in Russia e internazionali, di colpire gli interessi russi per “sostenere la rivoluzione in Ucraina”. Dmitrij Jarosh, insieme ad altri ultranazionalisti ucraini, ha combattuto contro la Russia nella guerra cecena, dove Jarosh conobbe Umarov. Pravý Sektor collabora strettamente con il cosiddetto esercito di liberazione nazionale dell’Ucraina, UNA-UNSO, che aveva giocato un ruolo chiave nella guerra filo-NATO della Georgia contro l’Ossezia del 2007. Le unità ucraine di UNA-UNSO sono ritenute responsabili di alcuni dei peggiori crimini di guerra commessi durante il tentativo della Georgia di pulizia etnica nella regione. UNA-UNSO è noto per i suoi stretti legami con l’intelligence e la rete Gladio della NATO. UNA-UNSO è, secondo gli analisti, responsabile dell’uccisione di 90 e il ferimento di oltre 500 manifestanti e agenti di polizia a Kiev ad opera dei cecchini, attribuiti alle forze speciali della polizia ucraina (Berkut) e al Presidente Janukovich. L’incidente fu usato come pretesto per il sequestro del parlamento e l’estromissione di Janukovich, il giorno dopo l’accordo mediato da polacchi, tedeschi, francesi e UE per una soluzione pacifica, riforma costituzionale ed elezioni anticipate con l’”opposizione” di Euro-Majdan. Gli Stati dell’UE e della NATO continuarono il sostegno al colpo di Stato, nonostante il fatto che una telefonata trapelata tra il capo degli affari esteri dell’UE Ashton e il ministro degli Esteri lettone Paet rivelasse che l’opposizione aveva ordinato ai cecchini gli assassini.
Una delle operazioni di alto profilo di Doku Umarov, nel 2010, fu l’attentato alla metropolitana di Mosca sotto l’ufficio del servizio d’intelligence russo FSB. L’esplosione uccise e ferì 24 persone. Dopo soli 40 minuti un’altra esplosione deragliò un treno a Park Kulturij (Parco della Cultura) a Mosca, uccidendo 12 persone e ferendone un’altra decina. Considerando l’esplosione del 2010 sotto l’ufficio di Mosca del FSB, il direttore Aleksandr Bortnikov poteva aver interesse personale nella preparazione dell’eliminazione di Doku Umarov. La Guerra di 4.ta generazione della NATO, tuttavia, è destinata a continuare fin quando la “comunità internazionale” chiuderà un occhio sulla sponsorizzazione e il controllo della NATO e dell’Arabia Saudita di morte e distruzione in nome di “libertà e demoinganno”.

spetsnaz_fsb_by_muaythai40000-d51ml1gTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Erdogan, il sultano della CIA!

Bahar Kimyongür al-Manar 03/04/2014/

Milioni di turchi, arabi e musulmani hanno visto Erdogan come l’eroe e liberatore dopo il suo spettacolo con Shimon Peres a Davos nel 2009. In effetti, era cinema. Come dimostra la sua nuova spedizione militare contro la Siria e il desiderio d’inscenare un finto attacco, il tutto al servizio dei suoi padroni di Washington. Bahar Kimyongür analizza la menzogna di tale “operazione bottino”…

1532150Una forza di spedizione jihadista addestrata nel sud della Turchia si muove verso la città costiera di Lataqia nel nord-ovest della Siria. Principalmente composta da europei, asiatici, nordafricani, turchi, arabi del Golfo e alcuni siriani sparsi, tra cui dei turkmeni, la Legione Straniera è l’ultimo cavallo di battaglia del primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan nella sua guerra per procura contro la Siria. Dopo la rivolta di milioni di turchi contro la sua politica repressiva e bellicosa, dopo le rivelazioni sul suo coinvolgimento in una vasta rete mafiosa e, soprattutto, dopo tre anni di fallimenti sul fronte siriano, Erdogan sembra scommettere tutto. Non aveva promesso ai suoi seguaci di pregare nella moschea degli Omayadi dopo aver rovesciato il governo siriano? Non riuscendo a realizzare il suo piano megalomane, Erdogan sente molto il bisogno di conquistare animo e terra dei popoli ribelli. Per questo, volentieri s’ispira al patrimonio imperiale del Paese, sognandosi novello Selim I, il sultano ottomano soprannominato “il terribile” o “il crudele”, che sottomise la Siria e l’Egitto nei primi anni del Cinquecento. Erdogan non battezzò a caso il terzo ponte sul Bosforo, attualmente in costruzione, con il nome del suo mentore imperiale. Come il sultano Selim, Erdogan vuole governare la Siria e l’Egitto. E come il sultano Selim, Erdogan ha inviato le sue truppe a massacrare aleviti, alawiti e altre comunità sospettate di infedeltà, eresia e vicinanza all’Iran. Tuttavia, a differenza del tremendo sultano-califfo, Erdogan è il tirapiedi di un potere più forte di lui, l’impero USA. La sua carriera politica a capo dello Stato è segnata dal desiderio di conciliare le ambizioni personali con gli interessi dei suoi padroni. Lo stesso per il suo sostegno imperturbabile a terrorismo e guerra in Siria, incoraggiato e sostenuto sin dall’inizio della crisi siriana dal partner strategico degli Stati Uniti.

False Flags anti-turche, CIA, Menderes e Erdogan
Le conversazioni top-secret tra funzionari turchi sui piani di Erdogan, diffuse la scorsa settimana sui social network, hanno rivelato che il capo dell’intelligence Hakan Fidan era pronto a bombardare il mausoleo del nonno del fondatore dell’Impero Ottomano, Sulayman Shah, che si trova in un’enclave turca in Siria, per giustificare l’entrata in guerra di Ankara contro Damasco. Il sultano neo-ottomano Erdogan era pronto a distruggere un tesoro nazionale per la propria gloria e indirettamente, per il bene degli USA. Non è la prima volta che un governo turco organizza, in coordinamento con Washington, un attacco fasullo contro un edificio turco di alto valore simbolico, per prevalere sui  più deboli. Nel 1955, i servizi segreti turchi perpetrarono un attacco sotto falsa bandiera(false flag) contro la casa di Mustafa Kemal Ataturk a Salonicco in Grecia. La Turchia accusò i comunisti di esserne gli autori. All’epoca, la Turchia era guidata da Adnan Menderes, primo ministro “islamo-conservatore” pro-USA. Con questa “strategia della tensione”, gli spettri turchi e statunitensi  cercarono di giustificare la guerra interna contro i comunisti turchi. In conseguenza di questo falso attacco del 6-7 settembre 1955, chiese greche e armene, sinagoghe, scuole, case e negozi furono saccheggiati, bruciati, uomini linciati nel cuore di Istanbul, per la loro identità religiosa. L’operazione fu orchestrata dall’esercito segreto della Gladio turca della NATO, in guerra contro la “minaccia comunista”. Precisamente, Adnan Menderes, negli anni ’50 l’uomo della CIA che coprì il pogrom di Istanbul, è anche il modello di Recep Tayyip Erdogan.

La guerra del regime di Ankara agli armeni siriani
Se il piano di attacco al mausoleo ottomano in Siria non ha avuto successo, armeni e altre minoranze in Siria, denunciate come “infedeli”, sono ora il nuovo obiettivo del regime di Ankara.  Infatti, dal primo giorno di primavera, orde di jihadisti provenienti dalla Turchia hanno invaso Qasab, villaggio armeno e alawita sulle pendici del Monte Casius nel nord-ovest della provincia costiera di Lataqia. Soprannominata “operazione bottino” (Anfal) dai capi jihadisti, questa nuova incursione barbara non potrebbe avere nome più azzeccato. Per facilitare l’avanzata degli invasori jihadisti, l’aviazione turca ha abbattuto un MiG-23 siriano che proteggeva Qasab. Erdogan ha rivendicato la violazione dello spazio territoriale turco da parte dell’aereo siriano abbattuto. Tuttavia, l’aereo è precipitato nella zona di Qasab, in Siria. Il pilota Ismayl Thabat non è superman né era dotato di una tuta alata. Paracadutandosi, logicamente è atterrato diversi chilometri all’interno della Siria. Il regime di Ankara ha attaccato non solo la Siria, ma anche fornito copertura aerea ai mercenari. Ad esempio, Quota 45 domina la zona montuosa Qastal Maf, presso Qasab, brevemente occupata dalla Legione straniera di Erdogan grazie al fuoco dell’artiglieria dell’esercito turco. E i jihadisti feriti in battaglia venivano trasferiti dai militari turchi negli ospedali nella provincia turca di Hatay. Davanti l’avanzata dei jihadisti, gli abitanti di Qasab e dei villaggi circostanti si rassegnarono a fuggire verso Lataqia. Solo pochi anziani armeni, probabilmente stanchi di essere ossessionati dallo spettro della migrazione, preferirono rimanere. Furono il bersaglio di violenze e umiliazioni: le loro case saccheggiate, crocifissi, bottiglie di vino e maiali distrutti davanti ai loro occhi, come riconosciuto dal signore della guerra saudita Abdullah Mhasna (France 24, 26 marzo 2014). Mentre i patrioti che resistevano all’assalto jihadista, furono assassinati. Come nel caso di Nazim Shihadah. Ad agosto, sua madre, sua moglie e due figli furono rapiti dai terroristi solo perché alawiti. Centinaia di civili e soldati siriani furono uccisi durante l’assalto jihadista turco nel nord della provincia di Lataqia.

Siria, un altro Vietnam degli Stati Uniti
Sarebbe ingenuo credere che gli Stati Uniti siano neutrali, disinteressati ed estranei a tale nuovo assalto contro il territorio siriano. Dall’inizio della guerra in Siria, le forze speciali degli Stati Uniti e la CIA sono discretamente presenti su entrambi i lati del confine turco-siriano. Il generale Paul E. Vallely, il senatore John McCain, l’intera vecchia guardia statunitense che ha combattuto in Vietnam hanno visitato i jihadisti nel nord della Siria, provenendo dalla Turchia di Erdogan. Decine di foto mostrano Vallely e McCain insieme ai capi jihadisti in Turchia e in Siria. La presenza statunitense  prova sufficientemente la cooperazione tra il governo di Erdogan e la dirigenza degli Stati Uniti nella guerra contro la Siria. Si noti incidentalmente che dall’invasione dell’Iraq, Erdogan s’era dichiarato vicepresidente del Programma del Grande Medio Oriente (“Büyük Ortadogu Projesinin Esbaskaniyim” in turco), il piano di conquista con il “soft power” dei Paesi arabi, sviluppato durante l’era George Bush. La rivoluzione colorata del marzo 2011 sponsorizzata da Washington (si ricordi la partecipazione dell’ambasciatore statunitense in Siria Robert Ford alle proteste antigovernative) fu repressa dallo Stato siriano, che ora affronta una rivolta terroristica sempre sponsorizzata da Washington. Nonostante i suoi battibecchi mediatici per via del suo temperamento, il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan sembra essere il proconsole fedele e zelante pronto a reclutare tutti gli psicopatici del mondo nella sua campagna militare contro la Siria. Milioni di turchi, arabi e musulmani hanno visto in Erdogan un eroe e liberatore con il suo spettacolo “One Minute” con Shimon Peres, al vertice di Davos nel 2009. In realtà, Erdogan ha ereditato dai conquistatori sultani la loro arroganza e crudeltà. Tutto il resto è Hollywood.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La vittoria della Siria è la svolta sull’egemonia globale occidentale

Tony Cartalucci New Oriental Outlook 31.03.2014

1069131Dal 2011, la Siria è l’obiettivo di un tentativo di cambio di regime eterodiretto. Cavalcando il momento della “primavera araba” ideata degli USA, manifestanti scesero in piazza in Siria per coprire i militanti armati da Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita, a cui si preparavano almeno dal 2007. Fu nel 2007, con l’articolo della giornalista premio Pulitzer Seymour Hersh, “The Redirection: la nuova politica dell’amministrazione avvantaggia i nostri nemici nella guerra al terrorismo?” che venne profeticamente dichiarato: “Per minare l’Iran sciita, l’amministrazione Bush ha deciso, in effetti, di riconfigurare le sue priorità in Medio Oriente. In Libano, l’amministrazione ha collaborato con il governo dell’Arabia Saudita, sunnita, in operazioni clandestine volte ad indebolire Hezbollah, l’organizzazione sciita sostenuta dall’Iran. Gli Stati Uniti hanno inoltre preso parte ad operazioni clandestine contro l’Iran e la sua alleata Siria. Un sottoprodotto di tali attività è il rafforzamento dell’azione dei gruppi estremisti sunniti, che sposano una visione militante dell’Islam e sono ostili agli USA e solidali ad al-Qaida“. La destabilizzazione della Siria fu avviata assieme a quella di altri Paesi arabi, come Tunisia, Libia ed Egitto. In Tunisia e in Egitto si ebbe una  ricaduta politica con violenze di piazza limitate. In Libia, la ricaduta fu assoluta, la nazione totalmente devastata dai cosiddetti “combattenti per la libertà”, svelatisi militanti di al-Qaida del Gruppo combattente islamico libico (LIFG). Il blitzkrieg occidentale in Nord Africa e Medio Oriente ha colto molte nazioni di sorpresa. La loro incapacità nel rispondere efficacemente alla “rivoluzione colorata” orchestrata ha portato a tre anni di destabilizzazione regionale, cambio di regime e persino guerra.
In Siria però, il governo e il popolo hanno resistito e poi cominciarono a combattere. Era chiaro dal gennaio 2013 che le forze di sicurezza siriane avevano reagito contro i militanti stranieri che per 2 anni poterono attraversare i confini seminando caos mortale in tutta la nazione mediorientale. Avanzate irreversibili sono state compiute da nord, nei pressi della maggiore città della Siria, Aleppo, a tutto il confine libanese, e in particolare nella città meridionale di Dara, la cosiddetta “culla” della “rivolta”. I media occidentali hanno continuato a raffigurare la situazione in Siria come fluida con il governo siriano in bilico e i loro ascari sul punto di vincere. In realtà, la disperazione pervadeva Washington, Londra, Riyadh e Tel Aviv. Dei tentativi di provocare una grande guerra con gli attacchi israeliani sul territorio siriano furono effettuati, ma senza alcun effetto, e nell’agosto del 2013 l’occidente divenne ancora più disperato, nel tentativo d’intervenire direttamente per salvare i suoi ascari in difficoltà, inscenando anche un attacco chimico sotto falsa bandiera nella periferia di Damasco. Con grande disappunto dell’occidente, l’attacco false flag non solo non fornì il pretesto necessario per un intervento diretto, ma danneggiò severamente e forse irreparabilmente propri credibilità e prestigio internazionale.

Impossibile nascondere il trionfo della Siria
L’avanzata recente della Siria contro gli invasori islamisti ascari dell’occidente appare chiara a Yabrud, questo mese, a 80 km a nord-ovest di Damasco, una città strategica per le campagne degli islamisti contro i siriani e, attraverso il vicino confine, i libanesi. La città di Yabrud era ritenuta saldamente nelle mani degli islamisti per tutto il conflitto. Con la restaurazione dell’ordine a Yabrud, e le fazioni islamiste intrappolate in massa, sembra che le operazioni militari su vasta scala contro la Siria siano ampiamente al termine e si volgano invece verso una campagna terroristica di bassa intensità. L’occidente non può più ritrarre i suoi ascari islamisti come una forza di opposizione vitale politicamente, socialmente e adesso strategicamente. Le forze siriane hanno respinto gli islamisti ai confini della Siria. Proprio oggi, la Turchia ha sparato sostenendo di aver abbattuto un aereo da guerra siriano, mentre le forze siriane combattono gli islamisti sul confine. Nella città meridionale di Dara, vicino al confine siriano-giordano, il cosiddetto “Fronte del Sud” composto da 49 presunte fazioni militanti che sostengono di avere 30000 combattenti nei loro ranghi, è messo in dubbio persino da fonti occidentali che parlano di “alleanza sulla carta”.
Il Carnegie Endowment for International Peace stilò un rapporto inquietante sul costante sostegno militare ai terroristi che inondano la Siria dalla Giordania, armati e finanziati da Stati Uniti e Arabia Saudita, anche se di recente hanno fatto finta di castigare il Qatar per lo stesso motivo. Nel suo rapporto intitolato “Il “Fronte del Sud” esiste?”, sostiene: “Secondo diverse fonti, non vi è ancora stato un incremento del sostegno ai ribelli del sud dalla fine di febbraio, con grandi quantità di soldi spesi per gli stipendi dei ribelli e camion sauditi che portano merci verso il confine Giordania-Siria. Ma senza un notevole aumento del sostegno e, probabilmente, l’invio di armi efficaci come i missili antiaerei, è difficile immaginare che i ribelli possano avanzare di molto o che possano unirsi intorno ad un unico capo”. Sembra essere l’ultima spinta disperata di una forza impoverita contro i militari siriani ben radicati ed efficienti. Mentre l’occidente senza dubbio cerca di alimentare i disordini in Siria, sembra che le avanzate dei militari siriani abbiano raggiunto il punto di svolta che nessun sostegno indiretto, per quanto grande, può impedire. Senza un ampio intervento militare diretto delle forze occidentali, la guerra per procura è definitivamente perduta.

Cosa significa la vittoria della Siria per l’egemonia occidentale
L’attuale ricerca dell’egemonia occidentale deriva dalla fine della Guerra Fredda, quando Wall Street e Londra credettero che fosse possibile porre il pianeta sotto il loro controllo, in assenza di una qualsiasi superpotenza avversaria. Le rivoluzioni colorate in Europa orientale, il saccheggio della Russia negli anni ’90, la prima guerra in Iraq e la distruzione dei Balcani sembravano suggerire che tale piano fosse ben avviato. Tuttavia, Russia, Cina, India e altre nazioni in via di sviluppo reagirono subito e le ambizioni occidentali venivano lentamente messe sotto controllo. Oggi, con l’occidente estromesso dall’Iraq, impantanato in Afghanistan, le sue macchinazioni  svelatesi in Libia come predazione aggressiva, e confuso in Siria e Ucraina, non solo sembra che le su ambizioni siano sotto controllo, ma potrebbe in realtà correre il pericolo di un rovescio totale. Il fallimento dell’occidente in Siria invia un messaggio agli obiettivi dell’ingerenza occidentale. Non serve scendere a compromessi, negoziare o assecondare le convenzioni che l’occidente ha impostato per legare le mani ai suoi obiettivi. In realtà, così facendo, una nazione si rende più vulnerabile già solo nel tentativo di aderire alle norme che l’occidente insiste che gli altri seguano, ma che esso poi volontariamente viola.
Mentre l’occidente risponde alla propria crescente impotenza globale insistendo sulla continua ricerca del suo modello unipolare fallimentare costruito per raggiungere l’egemonia globale, nazioni come Russia e Cina insistono sui partenariati reciproci con altre nazioni in un mondo multipolare, senza dettare o violare la sovranità delle altre nazioni. Il fallimento dell’occidente in Siria indica che suoi poteri ed influenze sono in declino, illustrando i moderni pericoli storicamente affrontati dagli imperi sovraestesi. Anche se l’occidente riuscisse a ribaltare i suoi fallimenti in Siria, le sue reputazione e legittimità sono danneggiate a tal punto che qualsiasi spinta geopolitica sulla Siria sarebbe del tutto impossibile. Editorialisti e scribacchini politici occidentali si lamentano della “ritirata” del primato occidentale, ma è in “ritirata” solo perché ha scelto di essere bellicoso, in primo luogo. Una nazione che gioca un ruolo positivo e costruttivo a livello internazionale può ancora essere influente, se rispetta chi interagisce e agisce efficacemente impostando esempi interessanti. All’occidente e al suo secolare soggiogare gli altri, questo concetto non solo è estraneo, ma apparentemente meno preferibile rispetto al collasso cui attualmente presiede.
La vittoria della Siria significa che mentre l’occidente può spogliare le altre nazioni nel prossimo futuro, la somma vettoriale del suo potere e della sua influenza sarà in declino perenne. Per la Siria e le altre nazioni che affrontano la stessa possibile destabilizzazione interna, una lezione costosa viene appresa sul tentativo di placare e soddisfare le ambizioni occidentali. Creando un alto morale fin dall’inizio e avendo mezzi come media nazionali destinati al pubblico internazionale, come PressTV dell’Iran o RT della Russia, per raccontare al mondo la propria versione della storia, permette ad una nazione presa di mira di resistere e, se necessario, di combattere. Il tentativo di usare lo stesso sistema che l’occidente ha attuato per conseguire il primato mondiale, come l’ONU, il racket dei diritti umani e i media internazionali, giocando al gioco occidentale, secondo le sue regole e le sue condizioni, è un netto ed immenso svantaggio.

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Tony Cartalucci, ricercatore di geopolitica e scrittore di Bangkok, per la rivista online “New Oriental Outlook

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Washington e Riyad a un passo dalla “soluzione finale” della questione siriana

Igor Pankratenko, Strategic Culture Foundation, 28/03/2014

562316Recentemente la questione siriana è divampata ancora una volta. Accese discussioni nei circoli politici statunitensi e discorsi emotivi dei partecipanti alla conferenza della Lega Araba in Quwayt, il 25-26 marzo, non riguardano piani per la risoluzione pacifica del conflitto siriano, ma come  conquistare Damasco e rovesciare il Presidente al-Assad nel modo più efficace. La situazione in Siria, per l’opposizione militante, le bande jihadiste internazionali e i mandanti stranieri della “razza di vipere” è in un vicolo cieco. Bashar al-Assad e la sua squadra hanno elaborato una tattica efficace per resistere ai ribelli e all’intervento dei jihadisti, che consiste nel scacciare opposizione e jihadisti dalle aree strategicamente importanti e nell’attaccarne i centri logistici. In sostanza, questa è la tattica della fase finale della campagna afgana dell’URSS, quando la cosa importante non era prendere il controllo di ogni centimetro di terreno, ma ridurre le possibilità dell’avversario ad un’“accettabile minaccia terroristica”. Damasco vince in ragione delle capacità di combattimento superiori delle forze governative, dei distaccamenti di Hezbollah e delle brigate di volontari sciiti, del supporto delle truppe dell’artiglieria pesante e del dominio dell’aria. Le grandi vittorie dell’esercito siriano quando ha preso Yabrud e ripreso il controllo della gola del Qalamun non significano la fine della guerra o anche una svolta strategica, ma rendono difficile alle forze antigovernative prima di tutto di raggiungere i porti libanesi, e in secondo luogo, di accedere all’enclave sunnita di Arsal nella valle della Beqa in Libano, che i ribelli hanno trasformato nella loro base di appoggio. Gli sciiti libanesi e le forze governative hanno ora la meravigliosa opportunità di cancellare Arsal che, attraverso gli sforzi dei jihadisti, è diventata non solo la loro base logistica ma un centro per la produzione di droga e il contrabbando di armi e persone.
I successi militari di Damasco hanno infatti messo in un vicolo cieco i suoi avversari; il principe ereditario dell’Arabia Saudita, shaiq Salman bin Abdulaziz ne ha parlato emotivamente al vertice in Quwayt, con passione ha accusato il mondo intero di “tradire l’opposizione” e trasformarla in “facile preda del dittatore sanguinario”. Washington e Riyadh vedono che il cambio dell’equilibrio militare a favore dei ribelli è in un vicolo cieco. L’essenza del discorso del principe ereditario era un appello ad inviargli armi pesanti, al fine di eliminare il dominio aereo delle forze governative e la superiorità delle potenza di fuoco dell’esercito. La mappa politica del Medio Oriente cambia rapidamente e la questione dell’egemonia saudita nella regione non è più solo soddisfare le ambizioni della dinastia, ma una questione di sopravvivenza. Dopo aver convinto i suoi partner, e non tutti, a “punire” il Qatar e, quindi, dopo aver stabilito la sua leadership nel Consiglio di cooperazione degli Stati arabi del Golfo (CCG), Riyadh ha bisogno di un successo rapido e serio in politica estera. La cattura di Damasco è il premio più prezioso per Riyadh, rafforzerebbe la posizione dei sauditi nel mondo arabo permettendogli d’iniziare gli altri loro progetti: creare una federazione giordano-palestinese e formare una lega antisciita dalla Penisola araba al Pakistan. Questa è la ragione della rigidità dei sauditi nel loro dialogo con Obama. Le offerte di Washington a Riyadh, sistemi di difesa missilistica contro l’Iran, un programma di riarmo, supervisione degli affari in Palestina e Paesi del Magreb, nonostante la loro attrattiva finanziaria e i dividendi politici, non sono particolarmente compatibili per la dinastia reale, in quanto sono di natura difensiva e non rispondono alla questione principale dei sauditi: “Come possiamo fermare l’avanzata dell’influenza iraniana e del ‘Risveglio’ sciita?”
L’aggressività dei sauditi, che per la sopravvivenza della dinastia hanno bisogno di una “piccola, guerra vittoriosa”, mette Obama in una posizione molto interessante. Da un lato, quasi il 46 per cento dell’arsenale chimico della Siria è stato distrutto, il che rende lo “scenario Iraq” impossibile  riguardo Damasco. L’opinione pubblica negli Stati Uniti è fortemente contraria a un intervento diretto in Siria, ciò è importante proprio prima delle elezioni congressuali di novembre, e la corsa presidenziale non è lontana. D’altra parte, gli Stati Uniti hanno investito circa 2 miliardi di dollari nel rovesciamento di al-Assad. I neocon statunitensi, che hanno criticato duramente Obama per la sua indecisione sulla questione siriana, hanno perso ogni ritegno dopo la Crimea. Il ricatto e la minaccia di sanzioni contro la Russia non hanno funzionato. Ora gli statunitensi vedono la Siria come “vendetta per la Crimea” e la caduta di Damasco un’opportunità per privare Mosca di ogni posizione in Medio Oriente. La lobby saudita, dietro cui spiccano gli interessi del settore industriale militare e le multinazionali, ricatta la Casa Bianca con la minaccia di un raffreddamento serio dei rapporti tra Washington e il regno saudita. E mentre Obama in qualche modo resiste a tale ricatto, per John Kerry e le sue ambizioni presidenziali tali minacce creano numerosi problemi in futuro.
Gli Stati Uniti sono stati trascinati in Siria molto più di quanto la Casa Bianca volesse. Oltre a due miliardi spesi per esportare la democrazia in Siria, ci sono altri quattro fronti della guerra non dichiarata contro Damasco, che Washington conduce sotto la copertura della retorica pacifica.
Il primo è la fornitura di armi alle forze antigovernative, con la consapevolezza del Congresso degli Stati Uniti. Il secondo è il finanziamento (il volume totale dei pagamenti da gennaio è stato di circa 3 milioni di dollari) e l’addestramento intensivo dei ribelli. Dalla fine del 2012, agenti della CIA e istruttori delle forze speciali statunitensi guidano i campi di addestramento dei ribelli nei territori di  Giordania e Turchia. L’addestramento prevede la gestione di armi pesanti, in particolare di sistemi anticarro e MANPAD. Questi campi di addestramento promuovono diverse centinaia di ribelli al mese, alcuni dei quali poi diventano istruttori dei combattenti sul territorio della Siria. Il terzo è l’invio di “aiuti non letali”, il cui volume è in crescita (attualmente quasi 80 milioni di dollari al mese) e cambia qualitativamente. Mentre all’inizio del 2013 gli “aiuti non letali” comprendevano per lo più farmaci e razioni alimentari, oggi si compone principalmente di apparecchiature per le comunicazioni, dispositivi per la visione notturna, attrezzature e veicoli. Il quarto è lo strumento preferito di Washington per esportare la democrazia: le sanzioni. A partire da ora gli Stati Uniti e i loro partner della coalizione anti-siriana hanno congelato tutti i beni esteri di Damasco, ed eventuali investimenti, forniture di qualsiasi materiale e qualsiasi transazione dei prodotti petroliferi siriani sono vietati. Si deve aggiungere che tali sanzioni non si applicano ai territori sequestrati dai ribelli.
Washington è a un passo dalla decisione principale, fornire ai ribelli armi pesanti e MANPAD, così come la creazione di una no-fly zone lungo il confine turco o giordano, che diverrebbe il punto di partenza per un nuovo attacco a Damasco. La riunione dei rappresentanti dell’opposizione siriana che ha avuto luogo il 6 marzo presso l’Istanbul Wyndham Hotel è finita in una reciproca recriminazione dopo 30 minuti, durante cui Ahmad Jarba, che era stato incensato in modo eloquente al vertice della Lega Araba in Quwayt, è stato trascinato nella “discussione”; ciò tuttavia è il costo del processo di unificazione, per così dire. Secondo fonti d’intelligence occidentali, oggi circa il 70% dei gruppi dell’opposizione militante s’è “unito per contrastare congiuntamente sia il regime di al-Assad che gli islamisti”.
Obama visiterà Riyadh il 28-29 marzo. Alla fine della settimana sarà chiara quale strada gli oppositori di al-Assad hanno scelto per la “soluzione finale” della questione siriana.

1016729_La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Egitto, i fratelli musulmani e la guerra degli USA alla Siria

Tony Cartalucci Global Research, 25 marzo 2014

cartina_egitto_bLa condanna a morte senza precedenti di oltre 500 membri dei fratelli musulmani, in Egitto, per il loro ruolo nell’attacco, tortura e omicidio di un poliziotto egiziano, è il culmine di un’illuminante e onnicomprensivo giro di vite della sicurezza nella centrale nazione araba del Nord Africa. La mossa ha creato un effetto raggelante che ha ammutolito le masse altrimenti violente dei fratelli musulmani e le strade, dove in genere seminano caos, tranquille e vuote. Il New York Times nel suo articolo, “Centinaia di egiziani condannati a morte per l’assassinio di un agente di polizia”, scrive che: “Una folla si è radunata davanti il tribunale della città di Matay, scoppiando in pianto e rabbia  quando un giudice ha condannato a morte 529 imputati solo nella seconda sessione del processo,  condannati per l’omicidio di un agente di polizia nella rabbia per l’estromissione del presidente islamista. Qui, a pochi chilometri di distanza dalla capitale provinciale, le scuole hanno chiuso in anticipo, e molti sono rimasti a casa temendo una rivolta, dicono i residenti. Ma la folla è andata a casa e ben presto le strade sono rimaste tranquille”. La mossa dei giudici egiziani ha attirato la condanna prevedibile del dipartimento di Stato degli Stati Uniti. L’articolo del Washington PostTribunale egiziano condanna a morte 529 persone“, dichiara: “Gli Stati Uniti sono “profondamente preoccupati, e direi in realtà piuttosto scioccati”, per la condanna a morte di massa, ha detto Marie Harf, portavoce del dipartimento di Stato. “Sfida la logica” e “di certo non sembra possibile che un’autentica analisi di prove e testimonianze secondo gli standard internazionali”, possa essere stata effettuata in due giorni, ha detto”.
Mentre gli Stati Uniti continuano a fingere di sostenere il governo di Cairo, sono completamente dalla parte del regime della fratellanza musulmana guidata di Muhammad Mursi, delle sue folle in piazza e delle reti di ONG in Egitto che ne sostengono e difendono le attività. L’ultima di tali ONG ad apparire è l’Iniziativa egiziana per i diritti personali (EIPR) citata dal suddetto articolo del New York Times, che afferma: “Non abbiamo mai sentito parlare di nulla del genere prima, dentro o fuori dell’Egitto, che aveva un sistema giudiziario contrario all’esecuzione di massa“, ha detto Qarim Midhat al-Narah, ricercatore presso l’Iniziativa egiziana per i diritti personali specializzato in giustizia penale. “E’ ridicolo”, ha detto, sostenendo che sarebbe impossibile dimostrare che 500 persone abbaino ognuno avuto un ruolo significativo nell’assassinio di un solo agente di polizia, in particolare dopo appena uno o due brevi sessioni. Chiaramente è un tentativo di intimidire e terrorizzare l’opposizione, e in particolare l’opposizione islamista, ma il giudice è profondamente impegnato in politica fino a questo punto?” EIPR è finanziato tra gli altri dall’ambasciata d’Australia a Cairo, e svolge lo stesso noto ruolo che altre ONG finanziate dagli occidentali hanno avuto durante la “primavera araba” del 2011, coprendo violenze e atrocità dell’opposizione e usando i “diritti umani” per condannare le repressioni della sicurezza effettuati in risposta dallo Stato.

Come c’è arrivato qui l’Egitto
L’attuale crisi in Egitto è risultato diretto della cosiddetta “primavera araba” del 2011. Mentre  nazioni come la Libia sono in rovina avendo avuto la “rivoluzione” “successo”, dove il popolo libico è soggiogato dai fantocci filo-occidentali, e la Siria continua a combattere un grave conflitto da tre anni costato decine di migliaia di vite, l’Egitto ha preso una strada diversa. Quando i tumulti in Egitto cominciarono ad avvicinarsi alle violenze libiche e siriane, l’esercito egiziano, che fu il pilastro del potere in Egitto per decenni, si piegò ai venti del cambiamento. Hosni Mubaraq fu  estromesso e l’esercito tollerò l’ascesa al potere della fratellanza musulmana. Tuttavia prima  gettarono le basi per la sua rovina. La leadership militare attese il suo momento con pazienza, aspettando il momento giusto per spodestare la fratellanza e frantumare rapidamente le sue reti politiche e militari. Fu un colpo da maestro che finora ha salvato l’Egitto dalla stessa sorte subita dalle altre nazioni che bruciano ancora nel caos scatenato dalla “primavera araba”.

La crisi interna dell’Egitto è guidata da interessi esteri
Nel gennaio 2011 ci dissero che una rivolta “spontanea” e “indigena” spazzava il Nord Africa e il Medio Oriente in quella che fu chiamata “primavera araba”. Sarebbero passati mesi prima che i media occidentali ammettessero che gli Stati Uniti erano dietro le rivolte tutt’altro che “spontanee” o “indigene”. In un articolo dell’aprile 2011 pubblicato dal New York Times, intitolato “Gruppi degli Stati Uniti hanno allevato le rivolte arabe“, si afferma: “Un certo numero di gruppi e individui direttamente coinvolti nelle rivolte e riforme radicali della regione, tra cui il Movimento Giovanile 6 Aprile in Egitto, il Centro del Bahrain per i diritti umani e attivisti di base come Entsar Qadhi, un giovane leader nello Yemen, ricevettero formazione e finanziamento da gruppi come International Republican Institute, National Democratic Institute e Freedom House, un’organizzazione per i diritti umani senza scopo di lucro di Washington“. L’articolo aggiunse anche, sul National Endowment for Democracy (NED): “Gli istituti repubblicano e democratico sono liberamente affiliati ai partiti repubblicano e democratico. Furono creati dal Congresso e sono finanziati dal National Endowment for Democracy, istituito nel 1983 per convogliare borse di studio per promuovere la democrazia nei Paesi in via di sviluppo. Il National Endowment riceve circa 100 milioni di dollari all’anno dal Congresso. Freedom House ne ottiene la maggior parte dal governo statunitense, soprattutto dal dipartimento di Stato“. Lungi dal semplicemente capitalizzare o “cooptare” disordini genuini, i preparativi per la “primavera araba” iniziarono già nel 2008. Attivisti egiziani dall’ormai famigerato Movimento 6 Aprile erano a New York per la prima edizione del summit dell’Alleanza dei movimenti giovanili (AYM), noto anche come Movements.org. Lì ricevettero formazione, opportunità di collegarsi e il sostegno all’AYM da vari sponsor governativi e statunitensi, tra cui il dipartimento di Stato USA. Il rapporto del summit AYM 2008 (pagina 3 del .pdf) afferma che il sottosegretario di Stato per la diplomazia Pubblica e gli Affari Pubblici, James Glassman, vi partecipò assieme a Jared Cohen, che siede nello staff per la pianificazione della politica del segretario di Stato. Altri sei membri e consiglieri del dipartimento di Stato parteciparono al vertice assieme a un immenso numero di esponenti aziendali, mediatici e istituzionali. Poco dopo, 6 Aprile si recò in Serbia per allenarsi con CANVAS finanziato dagli USA, formalmente l’ONG finanziata dagli USA “Otpor” che contribuì a rovesciare il governo della Serbia nel 2000. Otpor, secondo il New York Times, è un “movimento ben oliato e sostenuto con diversi milioni di dollari dagli Stati Uniti”. Dopo il successo avrebbe cambiato il nome in CANVAS e cominciato ad addestrare attivisti da usare nelle operazioni di cambio di regime appoggiate dagli USA. Il Movimento 6 Aprile, dopo l’addestramento con CANVAS, tornò in Egitto nel 2010, insieme con il capo dell’AIEA Muhammad al-Baraday. I membri di 6 Aprile addirittura rimasero in attesa dell’arrivo di al-Baraday all’aeroporto di Cairo, a metà febbraio. Già, al-Baraday nel 2010 annunciò l’intenzione di concorrere alle elezioni presidenziali del 2011. Insieme a Wail Ghonim di Google del 6 Aprile e una coalizione di altri partiti d’opposizione, al-Baraday assemblò il suo “Fronte Nazionale per il Cambiamento” ed iniziò a preparare la prossima “primavera araba”. Chiaramente la “primavera araba” fu a lungo pianificata, e programmata dall’estero, con attivisti provenienti da Tunisia ed Egitto addestrati e supportati dall’occidente, in modo che ritornando seminassero disordini in una campagna coordinata regionalmente. Un articolo dell’aprile 2011 di AFP lo conferma, Michael Posner del dipartimento di Stato USA avrebbe ammesso che decine di milioni di dollari furono stanziati per attrezzare e addestrare gli attivisti due anni prima della “primavera araba”.
Il ruolo della fratellanza musulmana venne occultato. Mentre i media occidentali si concentravano sui più presentabili capi “pro-democratici” che aveva addestrato e messo a capo delle folle di piazza Tahrir, la grande adesione dei fratelli musulmani riempì il resto della piazza. Erano anche i responsabili degli attacchi armati in Egitto che costarono gli oltre 800 morti “della rivoluzione”. Gli egiziani subito diffidarono della leadership della protesta, soprattutto di al-Baraday i cui legami con gli interessi occidentali furono scoperti portando alla rapida fine della sua influenza. Il movimento di protesta non aveva una macchina politica per colmare il vuoto creatosi. Ancora una volta, l’occidente si voltò verso i fratelli musulmani e l’occidentale Muhammad Mursi, per avere dei risultati.

Resurrezione dei fratelli musulmani
La fratellanza musulmana è un movimento pseudo-teocratico settario, un movimento regionale che trascende i confini nazionali. Colpevole di seminare violenze per decenni non solo in Egitto ma in tutto il mondo arabo, rimane una grave minaccia per gli Stati laici e nazionalisti, dall’Algeria alla Siria. Oggi, la stampa occidentale denigra gli sforzi egiziani e siriani per frenare questi estremisti settari, in particolare in Siria, dove il governo è stato accusato di aver “massacrato” i militanti armati della Fratellanza ad Hama, nel 1982. Le costituzioni secolari delle nazioni arabe dell’Africa settentrionale e del Medio Oriente, tra cui la Costituzione siriana riscritta, hanno tentato di escludere i partiti confessionali, soprattutto le affiliazioni “regionali”, per evitare che i movimenti politici  collegati a Fratelli musulmani e al-Qaida non vadano mai al potere. E mentre lo spettro di estremisti settari che prendono il potere in Egitto o in Siria può sembrare una minaccia imminente per gli  interessi occidentali (israeliani compresi), in realtà è un enorme vantaggio. Mursi non è affatto un “estremista” o “islamista.” E’ un tecnocrate statunitense che si limita a porsi da “duro” per coltivare il sostegno fanatico della truppa della fratellanza. I figli di Mursi sono anche cittadini statunitensi.  Nonostante una lunga campagna di propaganda finto antisraeliana ed antiamericana, durante le presidenziali egiziane, la fratellanza musulmana aderì all’intervento “internazionale” di Stati Uniti, Europa e Israele contro la Siria. L’Egitto ruppe le relazioni diplomatiche con la Siria, restaurate dopo che Mursi fu finalmente cacciato dal potere.

Il collegamento siriano
Gli affiliati siriani della Fratellanza musulmana inviano armi, denaro e combattenti stranieri in Siria per combattere la guerra per procura di Wall Street, London, Riyadh, Doha e Tel Aviv. L’articolo della Reuters del 6 maggio 2012 intitolato “L’ascesa dei fratelli musulmani dalle ceneri della Siria“, afferma: “Lavorando con calma, la fratellanza ha finanziato i disertori dell’esercito libero siriano in Turchia e inviato denaro e forniture in Siria, per far rinascere la sua base tra i piccoli contadini e la classe media sunniti, dicono fonti dell’opposizione“. I fratelli musulmani erano vicini all’estinzione in Siria, prima dei disordini, e mentre Reuters fallisce categoricamente nel spiegare il “retroscena” della resurrezione della fratellanza, svelata in un articolo del New Yorker del 2007 intitolato “The Redirection” di Seymour Hersh. La confraternita fu direttamente sostenuta da Stati Uniti e Israele che inviarono sostegno attraverso i sauditi in modo da non compromettere la “credibilità” del cosiddetto movimento “islamico”. Hersh ha rivelato che i membri della cricca libanese di Saad Hariri, allora guidato da Fuad Siniora, furono gli intermediari tra i pianificatori statunitensi e i fratelli musulmani siriani. Hersh riferisce che la fazione libanese di Hariri aveva incontrato Dick Cheney a Washington informandolo personalmente sull’importanza di usare i fratelli musulmani in Siria in qualsiasi azione contro il governo: “(Walid) Jumblat poi mi disse che aveva incontrato il vicepresidente Cheney a Washington, lo scorso autunno, per discutere, tra l’altro, la possibilità di minare Assad. Lui e i suoi colleghi avvisarono Cheney che se gli Stati Uniti avessero agito contro la Siria, i membri della Fratellanza musulmana siriana erano “coloro con cui parlare”, disse Jumblat“.
L’articolo continua spiegando come già nel 2007 Stati Uniti e Arabia Saudita iniziarono ad appoggiare la confraternita: “Ci sono prove che la strategia del reindirizzamento dell’amministrazione abbia già beneficiato la confraternita. Il Fronte di Salvezza Nazionale siriano è una coalizione di gruppi d’opposizione i cui membri principali sono una fazione guidata da Abdul Halim Qadam, ex-vicepresidente siriano che disertò nel 2005, e la fratellanza. Un ex-alto ufficiale della CIA mi disse: “Gli statunitensi hanno fornito sostegno politico e finanziario. I sauditi  prendono l’iniziativa del sostegno finanziario ma c’è il coinvolgimento statunitense”. Disse che Qadam, che ora vive a Parigi, riceveva denaro dall’Arabia Saudita con la consapevolezza della Casa Bianca. (Nel 2005, una delegazione di membri del Fronte s’incontrò con funzionari del Consiglio di Sicurezza Nazionale, secondo la stampa). Un ex-funzionario della Casa Bianca mi disse che i sauditi avevano dato ai membri del Fronte documenti di viaggio. Jumblat disse di aver capito che la questione era sensibile per la Casa Bianca. “Ho detto a Cheney che ad alcune persone nel mondo arabo, soprattutto gli egiziani”, la cui leadership moderata sunnita combatté i fratelli musulmani egiziani per decenni, “non piacerà se gli Stati Uniti aiutassero la fratellanza. Ma se non prendono la Siria, affronteremo in Libano Hezbollah in una lunga lotta che non potremo vincere”.” Avvertì che tale supporto avrebbe giovato alla fratellanza nel suo complesso, non solo in Siria, e avrebbe influenzato l’opinione pubblica anche sull’Egitto, dove una lunga battaglia contro i fautori della linea dura venne combattuta per mantenere il governo secolare egiziano. Chiaramente la fratellanza non risorse spontaneamente in Siria, fu resuscitata da contanti, armi e direttive statunitensi, israeliani e sauditi. Similmente risorse in Egitto.

Il caos della Siria è un avvertimento sul possibile futuro dell’Egitto
Anche se il mondo comincia a raccogliere ciò che è stato seminato in Siria, mediante la risurrezione intenzionale dei fratelli musulmani da parte dell’occidente e delle fazioni estremiste che la fratellanza ha supportato, sembra che non sia stata appresa alcuna lezione dall’opinione pubblica, dove molti affermano essere “esperti geopolitici”. La stessa destabilizzazione, passo dopo passo, è in corso in Egitto e ancora una volta attraverso la fratellanza musulmana. Legioni di terroristi sono in attesa, nella regione egiziana del Sinai, che la fratellanza getti basi sufficientemente ampie tra la popolazione dell’Egitto, in modo che possano distruggerlo, proprio come in Siria. E dietro tutto ciò vi è l’occidente che cerca disperatamente di sloggiare l’esercito egiziano dal potere con una combinazione di carote sgradevoli e bastoni rotti. Il think tank strategici degli USA, finanziati dalle corporazioni, quali Carnegie Endowment for International Peace, hanno espresso il desiderio degli USA di vedere l’esercito egiziano ridotto ed escluso interamente dal potere politico, proprio come in Turchia. In realtà, l’occidente è così orgoglioso di quanto è stato realizzato in Turchia, che si riferisce alla rimozione di qualsiasi istituzione militare indipendente, nel mondo, e alla sua sostituzione con un regime di ascari facilmente manipolabili, come al “modello turco”.
Il post dell’Endowment intitolato “L’Egitto non può replicare il modello turco: ma può imparare da esso“, articola tale desiderio affermando: “In Egitto, un certo numero di giovani e islamici moderati ha sottolineato il governo in Turchia di Giustizia e Sviluppo (AKP) quale fonte d’ispirazione, citando la riforma giuridica, il successo della gestione economica e le vittorie elettorali come modelli da emulare. In alcuni ambienti politici, la Turchia viene anche presentata come modello globale per il mondo arabo, una caratterizzazione che deriva in gran parte dalla sua capacità apparentemente unica di accoppiare democrazia laica e società prevalentemente musulmana. Il partito non solo ha aumentato il suo sostegno tra imprese secolari e classi medie, ma ha anche reso l’idea di Stato onnipotente che comanda l’economia e la vita dei musulmani attraverso i principi islamici, obsoleta. Per lo più l’AKP ha mantenuto la struttura costituzionale e istituzionale di base dello Stato turco, ma ha approvato emendamenti costituzionali per l’armonizzazione con l’UE e ridurre il potere dei militari“. In altre parole, l’Islam e la democrazia sono diventati compatibili in Turchia sotto il neoliberismo. Al-Monitor dell’Arabia Saudita, agenzia politica occidentale, afferma chiaramente nel suo articolo, “La Seconda Rivoluzione dell’Egitto, un colpo alla Turchia”, che: “L’esercito egiziano considera Giustizia e Sviluppo della Turchia un rivale politico e un alleato dei fratelli musulmani. Inoltre, l’istituzione militare egiziana vede il modello turco di limitazione del potere della dirigenza militare della Turchia, per mezzo dell’alleanza con Washington, un modello che minaccia la presenza e gli interessi dell’esercito egiziano”.
Un altro think tank degli Stati Uniti finanziato da aziende, il Council on Foreign Relations (CFR), cita un altro, più vecchio “modello turco”, quello in cui l’esercito turco era al potere, prima di essere ridotto in dimensioni e influenza, accusato della caduta dei fratelli musulmani in Egitto. Nel suo post, “In Egitto, i militari adottano il modello turco per controllare Mursi“, Stephen Cook del CFR scrive: “Poco dopo la caduta di Mubaraq, il feldmaresciallo Tantawi chiese la traduzione della costituzione della Turchia del 1982, che dota gli ufficiali turchi di ampi poteri di polizia politica e limita il potere dei capi civili. Nel decreto del 17 giugno, i militari arginarono la vittoria di Mursi approssimandosi al ruolo tutelare dell’esercito turco di poco prima”. I think tank statunitensi di politica estera e gli editoriali confrontano continuamente Egitto e Turchia, e indicano come l’Egitto può trasformarsi, eliminando l’influenza politica dei militari, in uno Stato fantoccio come la Turchia, membro della NATO definitivamente piegato alla volontà di Wall Street, Londra ed Unione europea.
Quanto l’occidente sia disposto e possa fare in Egitto per avere un tale riordino e quale percorso farà è ancora difficile dirlo. Fino a che punto sia disposto ad andare, in generale, si può vedere nelle macerie disseminate nelle strade in fiamme e nelle città decimate della Siria. Aggiungendovi i fratelli musulmani, considerando il loro ruolo nella continua distruzione della Siria, il governo militare egiziano può essere accusato di uso eccessivo della forza, ma essendo l’Egitto molte volte più grande della Siria per popolazione e superficie, e considerando la devastazione e la perdita di vite umane avutesi in Siria, l’alternativa come accordo temporaneo, negazione o inerzia, è assolutamente inaccettabile.

cp5Copyright © 2014 Global Research

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