Iran e la guerra per procura in Kurdistan

Eric Draitser New Eastern Outlook 16/10/2014

tumblr_mqep8m3Mwo1s6c1p2o1_1280Nella guerra contro il SIIL (Stato islamico) che si svolge in Iraq e Siria, un eventuale cambio di alleanze, che potrebbe modificare sostanzialmente l’equilibrio di potere nella regione, si svolge senza che nessuno sembri notarlo. In particolare, il rapporto nascente tra Repubblica islamica dell’Iran e regione semi-autonoma del Kurdistan del nord dell’Iraq può mutare il panorama politico del Medio Oriente. Naturalmente, un tale sviluppo è parte di una più ampia azione geopolitica dall’Iran, e avrà conseguenze significative per tutti gli attori regionali. Tuttavia, Turchia, monarchie del Golfo e Israele avranno più da perdere da tale sviluppo. Mentre l’Iran ha vecchie controversie con elementi della propria minoranza curda, ha palesemente preso l’iniziativa di favorire i curdi iracheni nella guerra contro gli estremisti del SIIL. Come il presidente curdo Massud Barzani ha spiegato a fine agosto, “La Repubblica islamica dell’Iran è stato il primo Stato ad aiutarci… fornendoci armi e attrezzature”. Questo fatto da solo, insieme ad accuse plausibili anche se non confermate, del coinvolgimento militare iraniano nell’Iraq curdo, dimostra chiaramente l’alta priorità che Teheran concede alla cooperazione con il governo di Barzani e il popolo curdo nella lotta ai militanti filo-sauditi e filo-qatariori del SIIL. La domanda è perché? Cosa spera di ottenere l’Iran da un coinvolgimento in questa lotta? Cosa rischia di perdere? E come potrebbe cambiare la regione?

L’equazione iraniana
Mentre molte sopracciglia si aggrottano sul coinvolgimento iraniano al fianco dei curdi nella lotta contro il SIIL, forse non dovrebbe sorprendere. Teheran ha costantemente puntellato le sue relazioni con Irbil, sia come genuino desiderio di formare un’alleanza che come contromisura alla cacciata dell’alleato e partner ex-primo ministro iracheno Nuri al-Maliqi. Dalla guerra statunitense in Iraq iniziata nel 2003, e soprattutto dopo che le truppe statunitensi l’hanno lasciato nel 2011, l’Iran si è posizionato come attore chiave, e per certi versi dominante, in Iraq. Non solo aveva un’influenza significativa con Maliqi e il suo governo, ma vedeva l’Iraq come opportunità per spezzare l’isolamento imposto da Stati Uniti, Unione europea e Israele per il controverso programma nucleare. Per l’Iran, l’Iraq di Maliqi era un ponte fisico (collegando l’Iran ai suoi alleati Siria e in Libano meridionale) e politico (da intermediario nei negoziati con l’occidente). Inoltre, l’Iraq di Maliqi doveva essere il fulcro di una nuova strategia economica che includeva il proposto gasdotto Iran-Iraq-Siria, un progetto che avrebbe fornito all’Iran accesso al mercato europeo dell’energia, consentendo così alla Repubblica islamica di togliere al Qatar il dominio regionale nell’esportazione del gas all’Europa. Inoltre, l’Iraq era in prima linea nella continua lotta dell’Iran contro i gruppi terroristici filo-occidentali, il più infame dei quali è il Mujahidin-e-Khalq (MeK). Fu il governo di Maliqi che chiuse Camp Ashraf, la base da cui il famigerato MeK operava conducendo una continua guerra terroristica contro l’Iran. Naturalmente non è un segreto che il MeK sia il beniamino della dirigenza neocon, lodato da quasi ogni architetto, supporter e attuatore della guerra in Iraq di Bush. Visto così, l’Iraq era una necessità economica e politica per l’Iran, che non poteva semplicemente far scivolare di nuovo nell’orbita di Washington. E così, con l’emergere del SIIL e il conseguente rovesciamento del governo Maliqi tramite pressioni e propaganda globali occulte, che lo ritraevano come un dittatore brutale pari a Sadam Husayn, l’Iran chiaramente dovette ricalcolare la propria strategia. Sapendo di non poter fidarsi del nuovo governo di Baghdad, più o meno scelto dagli Stati Uniti, Teheran vede chiaramente una nuova opportunità nel Kurdistan.

Perché il Kurdistan?
Mentre gli imperativi per l’Iran ad impegnarsi in Iraq sono chiari, rimane la domanda su ciò che specificamente il Kurdistan offre a Teheran come necessità strategica e geopolitica della proiezione di potenza. Per capire il movente iraniano, si deve esaminare come curdi e Kurdistan rientrano nelle relazioni nazionali ed internazionali dell’Iran. Prima di tutto l’Iran, come Iraq, Siria e Turchia, ospita una considerevole minoranza curda costantemente manipolata da Stati Uniti e Israele, ed usata come pedina nella partita a scacchi geopolitica con la Repubblica islamica. Con il caos in Iraq e Siria, e la continua oppressione ed emarginazione della minoranza curda in Turchia, sembra che un Kurdistan indipendente che possa modificare sostanzialmente la mappa regionale sia una possibilità sempre più praticabile. Quindi, al fine di evitare ogni possibile destabilizzazione curda dell’Iran e del suo governo, Teheran sembra aver iniziato un alleanza, invece che di contrastare, con gli interessi curdi in Iraq. Probabilmente l’Iran vede in questa alleanza un tacito, se non palese, accordo che una qualsiasi indipendenza curda non venga usata come arma contro Teheran. In secondo luogo, schierandosi con il governo di Barzani e fornendogli sostegno materiale e tattico, l’Iran chiaramente manovra per posizionarsi contro i rivali regionali. Da un lato, l’Iran riconosce la minaccia rappresentata dal membro della NATO Turchia, il cui governo guidato da Erdogan e Davutoglu è intimamente coinvolto nella guerra contro la Siria e nell’armamento e finanziamento del SIIL e degli altri gruppi terroristici nel Paese. Mentre Ankara ha pubblicamente rifiutato di partecipare ad operazioni militari in Siria, le sue azioni dimostrano il contrario. Ospitando e rifornendo i terroristi tramite CIA ed altre agenzie d’intelligence, fomentando la guerra civile in Siria, la Turchia si è dimostrata parte integrante del tentativo USA-NATO-GCC di effettuare un cambio di regime. Ovviamente non sfugge ai curdi esattamente ciò che la Turchia ha fatto e continua a fare. Non solo conduce una guerra ultradecennale contro il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), ma ha sempre rifiutato di considerare la propria minoranza curda come qualcosa di diverso da cittadini di seconda classe. E ora, dato il ruolo centrale che Erdogan, Davutoglu & Co. giocano nel fomentare la guerra in Siria, permettono ai loro ascari terroristici del SIIL di massacrare altri curdi. Non dovrebbe quindi sorprendere che molti curdi vedano la Turchia, e non Siria o Iran, come grave minaccia e nemico del proprio popolo. E così l’Iran colma il vuoto, offrendo ai curdi non solo sostegno materiale, ma anche politico e diplomatico. Dal punto di vista di Teheran, la Turchia continua ad essere il rappresentante dell’agenda USA-NATO-GCC; Ankara ha svolto un ruolo chiave nel bloccare lo sviluppo economico iraniano, in particolare sull’esportazione di energia. Va ricordato che la Turchia è uno dei principali attori nella corsa all’energia nel Caspio, fornendo gli oleodotti necessari sia al TANAP (Trans-Anatolian Pipeline) che al progetto di gasdotto Nabucco ovest, tra gli altri. Tali progetti sono sostenuti dagli Stati Uniti in concorrenza al South Stream della Russia (gasdotto russo verso l’Europa meridionale) e alla proposta pipeline Iran-Iraq-Siria. In sostanza quindi la Turchia dovrebbe essere un potente pezzo degli scacchi utilizzato per bloccare le mosse iraniane verso l’indipendenza economica e l’egemonia regionale.
Le aperture iraniane verso i curdi e il coinvolgimento nella lotta contro il SIIL in generale, devono essere interpretati come un passo contro i rivali regionali dell’Iran, Arabia Saudita e Qatar. Entrambi implicati nell’organizzazione e finanziamento di gruppi e reti di terroristi operanti sotto la bandiera del SIIL, usato come ascaro per spezzare l'”Asse della Resistenza” tra Hezbollah, partito Baath siriano e Iran. Gli interessi economici e politici di Arabia Saudita e Qatar, in particolare delle famiglie regnanti di tali Paesi, sono evidenti; la loro presa sul potere è possibile solo mantenendo il dominio sul commercio dell’energia. Nell’Iran, le monarchie del Golfo vedono una potente e ricca nazione che, data l’opportunità di svilupparsi economicamente, probabilmente li eliminerebbe quali leader regionali. Quindi, naturalmente, devono attivare le loro reti jihadiste per privare l’Iran dei suoi due alleati strategici Iraq e Siria, spezzando così il legame con Hezbollah e rompendo l’arco sciita. Una politica di potenza, in sostanza, grazie a cui ora i curdi pagano con la propria vita le aspirazioni meschine dei monarchi del Golfo. Infine, l’azione in Kurdistan degli iraniani rappresenta una nuova fase della lunga guerra per procura tra Iran e Israele. Non è un segreto che, come detto sopra, alcune fazioni e organizzazioni curde siano state a lungo assai vicine a Tel Aviv. In realtà, il rapporto ultradecennale tra i due è uno dei motivi principali dell’acquiescenza curda ai piani occidentali contro Iraq e Iran. Come il blogger filo-israeliano e auto-proclamatosi “saggio prodigioso” Daniel Bart ha scritto: “Ci fu un assai stretta cooperazione tra Israele e KDP nel 1965-1975. In quel periodo vi erano di solito circa 20 specialisti militari di stanza in una località segreta nel sud del Kurdistan. Rehavam Zeevi e Moshe Dayan erano tra i generali israeliani che prestarono servizio in Kurdistan… Gli israeliani addestrarono l’esercito curdo di Mustafa Barzani e persino ne guidarono le truppe in battaglia… La cooperazione “segreta” tra Kurdistan e Israele fu principalmente in due campi. Il primo nell’intelligence e questo è difficilmente notevole avendo avuto la metà del mondo, tra cui molti Stati musulmani, tali rapporti con Israele. Il secondo è l’influenza a Washington”. Bart, basandosi sul lavoro dello scrittore e ricercatore israeliano Shlomo Nakdimon, ha ragione nel sottolineare che l’intelligence israeliana, tra cui alcuni dei più celebri (o famigerati, a seconda della prospettiva) leader israeliani, ebbe rapporti con la leadership curda per più di mezzo secolo. Anche se le prove sono scarse, coloro che seguono da vicino la vicenda in generale credono che la cooperazione tra Tel Aviv e Irbil sia aumentata drammaticamente, soprattutto dopo l’invasione statunitense dell’Iraq nel 2003, infatti Israele ha probabilmente agenti segreti e ufficiali dei servizi segreti in Kurdistan, e da qualche tempo. Questo non è certamente un segreto per gli iraniani, convinti (e probabilmente a ragione) che molti degli omicidi, attentati e altri atti terroristici perpetrati da Israele siano stati pianificati e organizzati dal territorio curdo. Tale pensiero è sostenuto dalle indagini del giornalista premio Pulitzer Seymour Hersh che notò nel 2004: “Gli israeliani hanno avuto lunghi legami con i clan Talabani e Barzani (in) Kurdistan e molti ebrei curdi emigrati in Israele hanno ancora molti contatti. Ma a un certo momento, prima della fine dell’anno (2004), non mi è chiaro esattamente quando, sicuramente direi sei/otto mesi fa, Israele ha iniziato a collaborare con alcuni commando curdi, apparentemente con l’idea di alcuni comandanti israeliani di unità d’élite antiterrorismo, o terroristiche a seconda dei punti di vista, di accelerare l’addestramento dei curdi”. I leader iraniani sono profondamente consapevoli della presenza di forze speciali ed intelligence israeliane in Kurdistan, sapendo che in ultima analisi Teheran è nel mirino. Così l’Iran ha chiaramente approfittato di un’opportunità per affermare la propria influenza sul Kurdistan, inserendosi in quello che era, finora, un dominio degli israeliani. Resta da vedere come Tel Aviv risponderà.
Mentre il mondo guarda con orrore la continua avanzata del SIIL in Iraq e Siria, c’è un’altra storia che si svolge, quella di come l’Iran, da tempo demonizzato come paria regionale, trasformi un caos volto a distruggerlo con i suoi alleati in un possibile trampolino per una futura cooperazione. E’ la storia di ex-nemici che terrorismo e guerra per procura hanno avvicinato, esponendo al mondo il tradimento dei governi una volta visti come alleati. E’ la storia di alleanze mutevoli come la sabbia del deserto. Ma in questa storia, il prossimo capitolo deve ancora essere scritto.

000_mvd6580355_03Eric Draitser è analista geopolitico indipendente di New York City, fondatore di StopImperialism.org, ed editorialista di RT, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

SIIL d’Israele

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 13/10/2014

wpid-israel-likeisis__articleIl flagello noto come Stato “islamico” dell’Iraq e del Levante (SIIL), noto anche come Stato Islamico dell’Iraq e Sham (SIIS) e Stato islamico (IS), è stato da tempo istruito nei think tank e uffici di pianificazione militare d’Israele. All’idea di un gruppo come il SIIL contro gli Stati nazionali arabi del Medio Oriente erano consacrato due piani politici israeliani: “La strategia d’Israele negli anni Ottanta” scritto nel 1982 dall’ex-funzionario del ministero degli Esteri israeliano Oded Yinon e “Un taglio netto: una nuova strategia per la protezione del reame”, in gran parte scritto dal falco guerrafondaio neoconservatore statunitense Richard Perle per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e pubblicato nel 1996, che includeva contributi di agenti d’influenza israeliani compari di Perle dentro e vicini a sensibili cariche governative negli Stati Uniti: Douglas Feith e David e Meyrav Wurmser. Il gruppo di neocons assunto da Netanyahu, noto come “Gruppo di studio per la nuova strategia israeliana per il 2000”, ha tracciato la politica statunitense in Medio Oriente per oltre vent’anni ed è tale gruppo responsabile delle disastrose politiche degli Stati Uniti che hanno portato all’occupazione dell’Iraq e al coinvolgimento nelle rivolte islamiste in Libia e Siria. I pentoloni politici che hanno contribuito alla fondazione del SIIL in Siria e in Iraq, attuando il piano Yinon e il Taglio netto, si trovano nella grande Washington DC, nelle organizzazioni non-profit pro-israeliane come l’Istituto Ebraico per la Sicurezza Nazionale (JINSA), l’Istituto di Washington per la Politica del Vicino Oriente (WINEP), e l’Istituto per la Strategia Avanzata e gli Studi Politici (IASPS).
La politica del Taglio netto fu studiata da tempo da Netanyahu, che per primo lanciò l’idea di un Grande Israele o “Eretz Israel” che domini i vicini arabi attraverso guerre civili intestine, alla Conferenza di Gerusalemme sul terrorismo internazionale convocata dal Jonathan Institute il 2 luglio 1979. L’Istituto Jonathan prende il nome dal fratello di Netanyahu, il commando Jonathan Netanyahu ucciso nel raid israeliano del 1976 nell’aeroporto di Entebbe in Uganda, per liberare gli ostaggi di un aereo di linea Air France dirottato. Documenti segreti inglesi in seguito rivelarono che Netanyahu è morto in un’operazione false flag progettata dal Mossad per creare simpatia per Israele in Francia e in altri Paesi. Il Piano Yinon, come il “Taglio netto”, fu ideato dal brain trust di neocon ebraico-statunitensi di Netanyahu, chiamati a demolire l’intero processo di pace palestinese ed annettere e assorbire Cisgiordania, Gerusalemme Est, alture del Golan e Gaza. Le ultime proposte israeliane per reinsediare forzatamente i palestinesi di Gaza e Cisgiordania nel deserto del Sinai in Egitto, sotto sovranità quasi-israeliana, indica che Israele continua a prevedere una striscia di Gaza spopolata con la forza dai suoi residenti palestinesi. Il piano Yinon, pubblicato sul Kivunim giornale per l’ebraismo e il sionismo, prevede la dissoluzione di Libano, Siria, Iraq, Egitto e Arabia Saudita in mini-Stati etno-settari in guerra tra essi, tra cui almeno uno Stato sunnita, uno sciita e uno curdo in Iraq. Il piano Yinon afferma: “l’Iraq, ricco di petrolio e lacerato internamente, è sicuramente un candidato degli obiettivi d’Israele. La sua dissoluzione è ancora più importante per noi di quella della Siria. L’Iraq è più forte della Siria. … Ogni confronto inter-arabo ci aiuterà nel breve periodo e accorcerà la strada all’obiettivo più importante, spezzare l’Iraq in domini come Siria e Libano. In Iraq, la divisione in province lungo linee etno-religiose, come in Siria durante il periodo ottomano, è possibile. Così esisteranno almeno tre Stati attorno alle tre principali città: Bassora, Baghdad e Mosul, e le aree sciite del sud si separeranno dal nord sunnita e curdo. … L’intera penisola arabica è un candidato naturale della dissoluzione su pressioni interne ed esterne, e la questione è inevitabile soprattutto per l’Arabia Saudita”.
zionists-promised-land-eretz-israel La comparsa sulla scena del SIIL con il supporto logistico, militare, finanziario e d’intelligence d’Israele, soddisfa i piani di Yinon e Netanyahu. Israele ora è pronta a capitalizzare il caos creato dal SIIL. Per alcuni aspetti, Netanyahu ha modificato i piani Yinon e Taglio netto. Il SIIL è intento a stabilire un unico califfato sunnita su Iraq e Siria, mentre sottopone curdi, sciiti e altre minoranze a conversioni forzate alla setta wahabita o, in caso contrario, all’esecuzione. Vi sono anche rapporti secondo cui il SIIL deporta bambini profughi da Siria e Iraq agli insediamenti in Cisgiordania per aumentarne la popolazione israeliana. L’idea che i coloni israeliani, molti dei quali sostengono apertamente il SIIL agitandone le bandiere in Cisgiordania, Gerusalemme e Tel Aviv, giudaizzino forzatamente cristiani, sciiti, sunniti, alawiti, drusi e yazidi siriani e iracheni per vivere come cittadini israeliani nella West Bank, rivaleggia con le peggiori politiche etno-demografiche del Terzo Reich nazista. Vi sono state segnalazioni dalla provincia irachena di Anbar, da cui le forze del SIIL puntano su Baghdad, che commando israeliani consegnino armi alle forze del SIIL. Inoltre, almeno un adolescente ebreo francese sarebbe andato in Siria per unirsi alle forze del SIIL che combattono contro il governo del Presidente Bashar al-Assad. Le truppe israeliane presenziano all’esfiltrazione dalla Siria del SIIL e dell’alleato Jabhat al-Nusra sulle alture del Golan per l’assistenza medica e logistica. Aerei da guerra israeliani hanno bombardato le forze governative siriane mentre erano bloccate in battaglie con le forze di SIIL e al-Nusra. Gli illegali coloni israeliani della Cisgiordania hanno promosso il SIIL nei raduni tenuti a Gerusalemme e Tel Aviv. Attivisti della destra israeliana, principale sostenitrice del governo Netanyahu, indossavano le blasfeme t-shirt nere del SIIL con il sigillo del Profeta Maometto e sventolavano la bandiera nera del SIIL con lo stesso sigillo. L’intelligence iraniana ritiene che ci sia un coordinamento nelle operazioni anti-governative in Iraq tra SIIL e il gruppo terroristico iraniano Mohajedin-e-Khalq (MEK), fortemente sostenuto da famosi neocon statunitensi come Richard Perle e Rudolph Giuliani. I rapporti su unità del SIIL che attraversano il confine con l’Iran si sommano ai rapporti sulle accresciute attività del MEK al confine iracheno-iraniano. Non c’è dubbio che Israele coordini le attività transfrontaliere di SIIL e MEK in Iran. Vi sono anche rapporti secondo cui SIIL e MEK hanno avuto colloqui informali in Francia, a conoscenza del primo ministro Manuel Valls. Si suppone che i francesi supervisionino le operazioni militari contro SIIL in Siria e in Iraq. La moglie di Valls, Anne Gravoin, è una nota sostenitrice d’Israele, essendo di origine ebraico-moldava.
Anche se il SIIL riceve gran parte dei finanziamenti da Arabia Saudita, Qatar ed Emirati del Golfo, il suo mentore ideologico rimane Israele. Nessun politico e capo militare israeliano ha suggerito che il SIIL rappresenti una minaccia per lo Stato ebraico. Gli apprendisti raramente minacciano i loro padroni. Il principe saudita Walid bin Talal, finanziatore del neocon Rupert Murdoch e della sua fanaticamente filo-israeliana News Corporation, ha indicato l’esistenza dell’alleanza tra Israele, Arabia Saudita, Qatar, Turchia e Quwayt. Tale diabolica alleanza utilizza il SIIL come avanguardia per cercare di ridisegnare i confini del Medio Oriente secondo Yinon e Taglio netto. Tale vero “asse del male” minaccia Iran ed Egitto nel breve termine e, nel lungo Russia e Cina.

10441421La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La NATO verso la Siria, l’Iran traccia la linea rossa

MK Bhadrakumar – 9 ottobre 2014Obama-US-Turkey-Nucle_Horo-e1368726239951Teheran ha apertamente avvertito la Turchia su “qualsiasi mossa che ulteriormente aggravi e complichi la situazione regionale con conseguenze irreparabili”. Il portavoce del ministero degli Esteri ha rivelato che Teheran ha avviato un’iniziativa verso Ankara affinché agisca con grande circospezione. Questa è la prima reazione iraniana alla risoluzione approvata dal parlamento turco che autorizza il governo ad inviare truppe in Siria. La reazione iraniana è tagliente ed equivale all’avvertimento che se truppe turche attraversano il confine si avranno “conseguenze irreparabili”. Hmm. Le cose sono sempre più piuttosto esplosive. Perché una così tagliente reazione iraniana? Evidentemente Teheran vede il piano del primo ministro turco Recep Erdogan svolgersi su tre livelli. Erdogan vede che la campagna aerea dagli Stati Uniti contro lo Stato islamico non sarà sufficiente a frenare la sfida estremista e che sarà necessario avere “stivali sul terreno”. Sa che la Turchia è l’unico Paese che può dispiegare truppe rafforzando la strategia degli Stati Uniti contro lo SI. Così Erdogan ha presentato una precondizione, vuole che gli Stati Uniti rielaborino la loro strategia anti-SI in Siria includendo un ‘cambio di regime’, ma Washington tergiversa. Allora, Erdogan gioca la sua seconda carta, far rivivere la vecchia proposta turca di creare una “zona cuscinetto” in Siria, e poi fare della zona cuscinetto condizione preliminare per l’intervento di Ankara a difesa della città siriana di Kobani sul confine turco, sotto attacco. Ancora una volta, Washington traccheggia. Kobani è caduta in mano allo SI. Nel frattempo Erdogan ha comunque segnato un gol, Kobani è una città curda e la sua cattura da parte dello SI indebolisce l’organizzazione separatista curda PKK che combatte l’esercito turco. In poche parole, Erdogan permette allo SI (che la Turchia sostiene segretamente) di schiacciare i curdi nel nord della Siria, mentre allo stesso tempo offre aiuto al presidente Barack Obama per combatterlo, a condizione naturalmente che gli Stati Uniti sostengano le ambizioni territoriali della Turchia (con l’alibi delle zone cuscinetto e ‘no-fly-zone’) in Siria, nel primo colpo per ‘balcanizzare’ il Paese.
Chiaramente, l’ordine del giorno di Erdogan si concentra sul “cambio di regime” in Siria e quindi su indebolimento e decimazione dei gruppi separatisti curdi, mentre il suo atteggiamento verso lo SI rimane sempre ambivalente. Per quanto il presidente Barack Obama resisterà al ricatto di Erdogan? La resistenza degli Stati Uniti all’idea della zona cuscinetto s’indebolisce come accennato dal segretario di Stato John Kerry oggi, in una nota dopo l’incontro con l’omologo inglese, anche se il Pentagono continua ad insistere che la “zona cuscinetto” non è considerata dalla strategia degli Stati Uniti. Il punto è che Obama è oggetto di critiche interne che ritengono “abbia fatto poco” per impedire la caduta di Kobani. Erdogan coprirebbe l’invio di truppe turche nell’ambito di una sorta d’intervento della NATO in Siria. Il che rende la visita ad Ankara, oggi, del segretario generale della NATO Jens Stoltenberg assai significativa. (L’inviato speciale degli Stati Uniti per la Siria, generale John Allen, è arrivato ad Ankara, sempre oggi). Il presidente francese Francois Hollande esprime sostegno all’idea della “zona cuscinetto” in Siria. Il che naturalmente, significa che l’Arabia Saudita l’appoggia pure. Certo, si prepara lo slancio all’intervento della NATO in Siria. Può sembrare modesto all’inizio, con la NATO che offre “protezione” a un Paese membro (Turchia). Il potente presidente del comitato per le relazioni estere della Camera di Washington, Edward Royce, in una dichiarazione ha criticato aspramente l’amministrazione Obama, “Un esercito terrorista è alle porte della NATO. E’ tempo per la Turchia e gli altri membri dell’Alleanza di fare di più verso le forze coinvolte nella lotta contro il SIIL in Siria“.
Erdogan probabilmente valuta che se le truppe turche invadono Siria nell’ambito di un’operazione della NATO, l’Iran (e la Russia) esiterebbe a compiere contromosse per paura di entrare in collisione con l’alleanza occidentale. Ma Teheran sembra aver capito ciò che accade. Il portavoce del ministero degli Esteri ha annunciato, oggi, che l’Iran è disposto ad intervenire (militarmente) per liberare Kobani dallo SI se il governo siriano del Presidente Bashar al-Assad lo richiede. In termini reali, Teheran anticipa il pretesto dell’intervento della NATO in Siria. Erdogan potrebbe esser sorpassato. In Turchia, l’opposizione è contro l’invio di truppe turche in Siria, anche nel campo islamista. Infatti, se i curdi liberano Kobane con l’aiuto iraniano, smaschereranno completamente Erdogan. Le ripercussioni possono essere assai gravi per la Turchia, perché i curdi non accetteranno il tradimento di Erdogan. Grandi violenze antigovernative sono esplose nelle regioni curde della Turchia orientale.

418481Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Destabilizzazione, arma degli USA nella guerra energetica in Ucraina e Medio Oriente

Mahdi Darius Nazemroaya, Global Research, 9 ottobre 2014

Gli Stati Uniti fanno del loro meglio per allontanare l’Unione europea dalla Russia, avere il sopravvento nell’accordo di libero scambio e anche manipolare i Paesi europei per acquistare il più costoso gas naturale degli USA.

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TTIP e Ucraina
Il partenariato transatlantico per gli scambi e gli investimenti (TTIP) è un accordo euro-atlantico di libero scambio oggetto dei negoziati tra Stati Uniti ed Unione europea. Il termine ultimo per finalizzare l’accordo TTIP è nel 2015. Il suo obiettivo è creare ciò che viene definito Zona di libero scambio transatlantica (TAFTA) cementando l’Unione europea con gli Stati Uniti quale unico blocco commerciale sovranazionale. Tali negoziati commerciali sono ignorati dal pubblico, perché hanno avuto luogo assai discretamente a porte chiuse. Il nome stesso di TTIP è volto a nascondere ciò, scelto da bonzi politici e commerciali per timore che la reazione pubblica possa scoppiare contro i negoziati, come nel caso della zona di libero scambio delle Americhe (ALCA) e come nel 2001 con l’accordo economico e commerciale globale (CETA) firmato a Ottawa tra Canada ed Unione europea il 26 settembre. Le parole attentamente scelte per denominare il TTIP vogliono nascondere il fatto che si tratta di un accordo di libero scambio. Washington fa del suo meglio per distruggere i legami commerciali tra l’Unione europea e la Federazione russa per avere una maggiore leva nei negoziati sul TTIP. La strategia è indebolire economicamente i partner europei inducendoli a tagliare i legami con Mosca attraverso le sanzioni antirusse, colpendo direttamente anche le loro economie. Washington ritiene che ciò costringerà l’UE indebolita a massimizzare le concessioni economiche agli Stati Uniti nei colloqui sul TTIP. Geopoliticamente, ciò rientra nel processo euro-atlantico (Europa-USA) d’integrazione rispetto a quello eurasiatico. Si cerca di ridurre l’influenza russa sull’UE ed eventuali rischi del rafforzamento dei legami commerciali tra Russia e UE, cercando di emarginare i russi dall’Europa. I negoziati sul TTIP si sono intensificati perché gli Stati Uniti vogliono fondere l’UE con il Nord America, temendo che Paesi come la Germania possano considerare l’alternativa eurasiatica di Russia e Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) nello spazio post-sovietico. La crisi in Ucraina serve al duplice scopo degli USA d’indebolire UE e Russia. Non solo cercano di espandere la NATO e circondare la Russia, ma anche di danneggiare i legami UE-Russia. L’Ucraina è sfruttata e usata dagli Stati Uniti per creare una frattura tra Mosca e UE e ritrarre la Russia come minaccia alla sicurezza europea.

Petro-politica: LNG degli USA contro Gazprom
Gli Stati Uniti combattono anche la guerra energetica sul controllo delle riserve energetiche, le condutture e i corridoi strategici. Il coinvolgimento degli Stati Uniti, gli impegni e le preoccupazioni nei Balcani, Caucaso, Asia centrale, Iraq, Levante, Golfo Persico e Ucraina sono parte di tale guerra per l’energia. Lo shale gas e la fratturazione idraulica rientrano in tale equazione. La fratturazione trasforma gli Stati Uniti, la quarta maggiore riserva di gas shale del mondo, in esportatori di gas. Washington prevede d’iniziare l’esportazione del gas dal Nord America nel 2015 e 2016. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti utilizzano l’integrazione nordamericana rafforzando la presa sulle risorse energetiche canadesi. Il Canada è uno dei maggiori produttori di gas naturale, detentori di riserve petrolifere accertate, produttori di greggio e possiede le maggiori riserve di gas di scisto; nel complesso, è uno dei maggiori produttori di energia al mondo. Nel contesto delle esportazioni statunitensi di energia, Washington vuole competere contro e addirittura emarginare la Russia nel mercato del gas naturale. Perciò gli Stati Uniti fanno pressioni su UE e Turchia per fermare l’acquisto di gas dal gigante energetico russo Gazprom ed invece cominciare ad importarlo dagli Stati Uniti. L’obiettivo d’escludere la Russia dai mercati energetici rientra nella strategia di lungo termine degli Stati Uniti assai discussa nella Washington Beltway prima che gli Stati Uniti invadessero l’Iraq nel 2003. Il gas statunitense, tuttavia, è molto più costoso di quello russo, poiché deve essere estratto, liquefatto e trasportato a costi molto più elevati. Il gas naturale liquefatto (GNL) degli USA non ha alcuna possibilità di competere con l’esportazione di gas russo in Europa a pari condizioni e in un mercato veramente libero. Il cosiddetto libero mercato, tuttavia, non lo è così tanto. C’è sempre stata manipolazione politica nel fornire vantaggi ad aziende e conglomerati che certi governi sostengono. Invece di competere lealmente sul mercato energetico dell’UE, gli Stati Uniti operano accanitamente per eliminare la concorrenza della Russia facendo tagliare semplicemente a Bruxelles i suoi legami energetici con Gazprom e l’industria energetica russa. Ciò è il motivo per cui gli Stati Uniti spingono gli Stati dell’UE ad imporre sanzioni contro la Russia e imporre restrizioni legali e barriere all’acquisto di gas russo.

Crimean-energy-assetsLa guerra energetica e l’Ucraina: l’impero del frack e shale sas
Nel contesto della guerra dell’energia, un terminale GNL polacco è stato impostato nel porto baltico di Swinoujscie per ricevere le prime forniture di gas naturale dal Nord America entro giugno 2015. Polonia e Ucraina sono entrambe considerate risorse importanti per gli Stati Uniti nel tentativo di dominare il commercio del gas. I due Paesi hanno il secondo e quarto maggiore giacimente di gas di scisto in Europa, ed esclusa la Russia le riserve sono prima e terza in Europa. Gli Stati Uniti intendono controllare le grandi riserve di gas di scisto non sfruttato nei due Paesi. Le principali compagnie petrolifere degli USA Chevron, ConocoPhillips, ExxonMobil e Marathon Oil, che opera nel Kurdistan iracheno ed è azionista della Waha Oil Company post-Jamahiriya Libia, hanno tutti enormi piani di esplorazione e sviluppo del gas di scisto polacco. Il governo del presidente ucraino Viktor Janukovich aveva firmato un accordo con il gigante anglo-olandese Royal Dutch Shell per esplorare ed estrarre gas naturale nell’oriente ucraino nel gennaio 2013, a zero tasse. Un altro accordo fu firmato nel novembre 2013 tra il governo Janukovich e Chevron per esplorare e sviluppare anche le riserve energetiche in Ucraina occidentale. Solo un anno prima, nel 2012, Kiev aggiudicò un contratto sul gas al largo della Crimea a un consorzio guidato da ExxonMobil e Royal Dutch Shell per lo sviluppo del giacimento di gas di Skifska. Il giacimento di Skifska non è l’unico al largo della Crimea cui le società petrolifere e gasifere degli Stati Uniti erano interessate. Accanto a Skifska si trovano i campi Foroska, Prikerchenska e Tavrija. Mentre Prikerchenska fu assegnato alla società off-shore statunitense Vanco Prykerchenska Ltd. e Foroska alla Chornomornaftogaz, i campi Foroska e Tavrija sono oggetti di discussioni continue. In parte, l’ostilità degli Stati Uniti verso i ribelli in Ucraina orientale è legata alla protezione delle concessioni gas di scisto che le società energetiche statunitensi hanno ricevuto da Kiev. Andrej Purgin, Viceprimo ministro della Repubblica Popolare di Donetsk ha anche affermato che le stesse tattiche degli Stati Uniti furono utilizzate in Iraq, come la distruzione calcolata di infrastrutture civili, come nell’oriente ucraino. Tali operazioni degli Stati Uniti sono gestite d “soldati di ventura” o mercenari. Secondo una relazione del maggio 2014 sul giornale tedesco Bild am Sonntag, la famigerata società di sicurezza privata statunitense Academi, nuovo nome di Blackwater e Xe Services nota per i suoi crimini in Iraq, si è scatenata su Donetsk e Lugansk.

La guerra energetica e la Siria: blocco sul Mediterraneo?
La situazione in Siria, dove gli Stati Uniti deliberatamente distruggono infrastrutture energetiche con la scusa di combattere il SIIL, può essere vista con lo stesso prisma della petro-politica. I giacimenti di gas naturale al largo della costa levantina tra Siria, Libano, Israele e Gaza detengono immense riserve di gas naturale. Anche in questo caso gli Stati Uniti operano per espellere la Russia e controllare le riserve di gas nel Mediterraneo orientale. Dal 2000, la società di costruzioni russa Strojtransgaz è attiva in Siria con contratti per la costruzione di due raffinerie di gas nella zona di Homs e per costruire la parte siriana dell’Arab Gas Pipeline tra Libano, Siria, Giordania ed Egitto. Un’altra società energetica russa, Sojuzneftegaz, ha ottenuto un appalto da Damasco per operare sul confine orientale con l’Iraq, nel 2004. Nel 2007, la Syria Gas Company (SGC) e la Strojtransgaz decisero di cooperare per sviluppare le riserve di gas naturale scoperte nel campo di Homs. Durante la crisi in Siria, Sojuzneftegaz ha siglato un importante accordo di esplorazione off-shore con Damasco, il 25 dicembre 2013. Inoltre, la crisi in Siria è scoppiata durante i negoziati tra Siria, Iraq e Iran per costruire il gasdotto dal più grande giacimento di gas naturale del mondo alle coste siriane. Damasco ha firmato l’accordo con l’Iraq e l’Iran il 25 giugno 2011. Fin quando il contratto fu annullato nel 2009, Strojtransgaz avrebbe dovuto collegare un gasdotto tra la città petrolifera di Kirkuk e il porto siriano di Baniyas. Qatar e Turchia sono ostili all’accordo sul gasdotto Iran-Iraq-Siria, in quanto li emargina come esportatori di gas e corridoio energetico. La possibilità che il gasdotto Iran-Iraq-Siria possa esportare gas nell’UE abbassando i prezzi rispetto al GNL degli USA viene anche vista negativamente a Washington. I combattimenti in Siria e Iraq hanno sospeso il progetto, mentre il cambio di regime doveva annullarlo.

LevantineEnergyCorridorLa destabilizzazione come tattica della contrattazione degli USA?
Mentre gli Stati Uniti fomentano tensioni in Europa per sostenere i negoziati sul TTIP con Bruxelles, il Pentagono si schiera in Medio Oriente. La presenza del Pentagono nella regione non ha nulla a che fare con la lotta al SIIL. In parte, può essere legato ai negoziati nucleari con l’Iran. In cima ad altri obiettivi, il rafforzamento militare degli Stati Uniti potrebbe essere volto a dare Washington una leva supplementare contro Teheran nei colloqui sul nucleare. Creare instabilità sembra parte dell’approccio ideato. Comunque, la sua creazione appare strumentale nel sostenere trattative e contrattazioni degli USA. Ciò è molto chiaro riguardo le tensioni in Ucraina, dove Washington usa la crisi a proprio vantaggio nelle trattative sul TTIP e le sanzioni contro il gas russo per spacciare il suo GNL all’UE.

Articolo originariamente pubblicato su RussiaToday (RT) 8 ottobre il 2014.
Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il “Dream Team” anti-SIIL

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 09/10/2014

...Ma sono io Abu Baqr al-Baghdadi!

…ma sono io Abu Baqr al-Baghdadi!

Come alla fine della seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti ancora una volta sono sul lato sbagliato di un conflitto e della storia. Anni di attenzioni per lo Stato espansionista d’Israele e i principati wahabiti del Golfo Persico hanno portato alla totale bancarotta politica statunitense in Medio Oriente, che vede avanzare le forze del sedicente “Stato islamico” o “califfato”, catturando città dopo città, in Siria e Iraq. Il cosiddetto Stato Islamico dell’Iraq e del Levante o “SIIL”, il cui acronimo preferito dal governo USA (ISIL) non casualmente è simile ad “Israele”, è divenuto una forza da non sottovalutare in conseguenza dell’ingerenza del dipartimento di Stato in Siria, cortesia dei neoconservatori filo-israeliani rimasti dalla precedente amministrazione Bush-Cheney. Non c’è dubbio che la Forza di Difesa israeliana e l’agenzia d’intelligence Mossad abbiao sostenuto attivamente il SIIL e i suoi alleati come il Fronte al-Nusra in Siria e Iraq. Le intelligence irachena, siriana e iraniana sanno che i commando israeliani forniscono alle unità militari del SIIL armi nella provincia occidentale di Anbar, in Iraq. I feriti di SIIL e al-Nusra nei combattimenti contro le truppe governative siriane sulle alture del Golan beneficiano delle rapide operazioni Medevac negli ospedali da campo israeliani in Israele. Picnic israeliani si organizzano sulle alture del Golan per divertirsi a guardare con binocoli e telescopi i ribelli del SIIL/al-Nusra combattere le unità dell’esercito siriano. Mai una volta tali depravati israeliani si sono preoccupati per il tiro dalle posizioni di SIIL/al-Nusra. L’esercito siriano ha evitato di violare il cessate il fuoco delle Nazioni Unite sparando su Israele.
La stampa israeliana riferisce che i giardinieri della città settentrionale israeliana di Nazareth Illit hanno scoperto un sacchetto contenente circa 25 nuove bandiere del SIIL. La scoperta delle bandiere implica che il governo israeliano fornisce non solo supporto militare e logistico al ISIL ma, come si vede con la scoperta delle bandiere, anche propaganda. Era pratica comune tra i sostenitori finanziati da George Soros del “Clean Break” del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, nel 1996, noto anche come politica della “Protezione del Reame”, rifornire di nuove bandiere i ribelli nei Paesi arabi. Durante la cosiddetta “primavera araba”, nuove bandiere dei regimi pre-Assad e pre-Gheddafi, per gentile concessione delle ONG finanziate da Soros, apparvero per le strade di Damasco, Aleppo, Homs, Bengasi e Tripoli, in Libia. Il fatto che un sacchetto di bandiere del SIIL nuove di zecca sia stato scoperto in Israele non dovrebbe sorprendere. Era e rimane una politica israeliana mettere arabi contro arabi e musulmani contro musulmani nei Paesi arabi, puntando a creare Stati belligeranti come il cosiddetto “Stato islamico”. Su tale tentativo, gli israeliani hanno raggiunto un accordo con gli Stati wahabiti del Golfo Qatar, Dubai, Quwayt, Bahrayn, Abu Dhabi e Arabia Saudita, facendo tutto il necessario per sconfiggere gli sciiti della regione e i loro alleati siriani alawiti, cristiani e curdi. Netanyahu ha ridicolmente cercato di sostenere che Hamas e SIIL sono “la stessa cosa” mentre spaccia anche la sciocchezza sionista che Siria e Iran sostengano lo Stato islamico. Netanyahu vede il mondo attraverso il prisma talmudico della menzogna e dell’inganno per raggiungere la tanto ricercata espansione israeliane. Al recente vertice plenario dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, i delegati, ancora una volta, hanno riso della propaganda speciosa e insulsa che Netanyahu ha vomitato dal palco dell’Assemblea generale, una volta noto per discorsi eloquenti sulla pace e non per la pazzesche divagazioni belliciste di Netanyahu. Vi sono anche molte prove secondo cui il direttore saudofilo della Central Intelligence Agency, John O. Brennan, abbia autorizzato l’addestramento di ribelli radicali siriani, anche quelli unitisi al SIIL, in un campo segreto nei pressi della città di Safawi sul lato giordano del confine siriano. Inoltre, i capi del SIIL da Tunisia, Georgia e regione uigura della Cina, avrebbero ricevuto addestramento specifico dalle forze speciali statunitensi a Fort Bragg, North Carolina, e in un campo di addestramento statunitense-turco presso la base aerea di Incirlik in Turchia. La Giordania potrebbe aver stipulato un accordo faustiano con Israele sulla minaccia del SIIL. Netanyahu ha dichiarato che Israele entrerà militarmente in Giordania se il Regno hascemita è minacciato dal SIIL. La presenza israeliana sul campo in Giordania aprirebbe la via all’assorbimento della Giordania nel sogno sionista del “Grande Israele”, sostanzialmente non diverso dal “Grande Reich” della Germania nazista. L’informatore della National Security Agency Edward Snowden ha rivelato che CIA, MI-6 e Mossad hanno collaborato alla creazione del SIIL con il proposito di sconvolgere il Medio Oriente. Snowden ha indicato che il piano è stato chiamato “operazione Nido di Vespe”. Fonti francesi sostengono che il “Califfo” del SIIL, Abu Baqr al-Baghdadi, sia stato addestrato per un anno in un corso intensivo militare in Israele. Il risultato della creazione di CIA, Mossad e MI-6 del SIIL è un esercito ben comandato, in possesso di nuove armi ed equipaggiamenti per comunicazioni avanzati, composto da oltre 12000 combattenti di 81 nazionalità. Oltre il venti per cento dei combattenti del SIIL sono sauditi e, insieme ai ceceni della Repubblica di Georgia e agli uiguri cinesi, sono i mercenari più violenti. Inoltre, i sauditi hanno commesso atrocità terroristiche in Iraq dall’invasione degli Stati Uniti nel 2003; dei 125 attentati suicidi in Iraq, 54 furono effettuati da cittadini sauditi.
Non c’è che un modo per sconfiggere il SIIL al punto da non rappresentare più una minaccia per il relativamente stabilizzato status quo del Medio Oriente. Anche se non accadrebbe mai, considerando la potenza della lobby israeliana presso il governo degli Stati Uniti, essi dovrebbero fare causa comune con le vere potenze anti-SIIL del Medio Oriente, un “dream team” se si vuole, che includa i governi di Siria e Iran, Hezbollah, Hamas e Jihad islamica palestinesi, la fazione Talabani del Governo Regionale del Kurdistan (la fazione Barzani è irrimediabilmente legata agli interessi d’Israele), il clan Huthi zaydita yemenita, come così come Russia, la Cina e gli “stan” centro-asiatici della Shanghai Cooperation Organization. In altre parole, gli Stati Uniti devono abbandonare la lunga fedeltà ai wahabiti radicali che governano l’Arabia Saudita e gli emirati del Golfo, così come i patetici corrotti “collaborazionisti” dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, e riallineare la politica degli Stati Uniti a sostegno della mezzaluna sciita dal sud del Libano all’Iran, fino ad includere gli sciiti tagiki e hazara in Afghanistan. Dopo aver parlato con i rappresentanti di Hamas, Jihad islamica e Hezbollah in Iran, l’autore si è reso conto che i tre gruppi disprezzano il SIIL quale costruzione d’Israele, dei taqfiri wahhabiti e dell’occidente. Israele disprezza queste organizzazioni semplicemente perché rappresentano gli arabi contrari alle macchinazioni regionali d’Israele. Gli sciiti e i loro alleati alawiti in Siria e aleviti in Turchia, sono ben consapevoli del potere non solo dei sionisti ebrei e cristiani, ma anche dei sionisti islamici. Nessun Paese è più utile agli interessi dei sionisti islamici di Arabia Saudita, Bahrayn, Emirati Arabi Uniti e Qatar, che ospita il sionista Centro Saban della Brookings Institution finanziato dal magnate israeliano-statunitense di Hollywood Haim Saban. La riluttanza di India e Giappone ad essere coinvolti nella lotta al SIIL è dovuta alla presenza nei loro governi di indù e buddisti sionisti.
Israeliani e neocon hanno scatenato i loro “cani da guerra” sul Medio Oriente. Solo la coalizione intelligente di sciiti e loro alleati può sconfiggere tale flagello che pretende cinicamente di parlare a nome dell’Islam.

10704038La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’India dovrebbe isolarsi dalla guerra allo SI

M K Bhadrakumar 5 ottobre 2014Modi-2-621x414È la terza volta che l’India si trova a dover scegliere se unirsi alla guerra degli Stati Uniti contro il terrorismo. Nel 2001, il governo del BJP era piuttosto incline ad unirsi all’invasione dell’Afghanistan per rovesciarne il regime talib. Ma gli Stati Uniti erano più interessati ad imbrigliare l”alleato non-NATO’ Pakistan di Pervez Musharraf, ed accelerarono. La seconda volta fu nel 2003, quando in visita negli Stati Uniti, l’allora vicepremier LK Advani vide favorevolmente l’allora pretesa diplomatica del segretario alla Difesa statunitense Donald Rumsfeld secondo cui l’India doveva unirsi alla “coalizione dei volenterosi” per invadere l’Iraq. Ma la follia di Advani fu corretta dal Premier AB Vajpayee appena in tempo. Ora, il Premier Narendra Modi deve affrontare una scelta simile se far parte della “coalizione dei volenterosi” degli Stati Uniti contro lo Stato islamico in Iraq e Siria. Gli esperti della sicurezza indiani sembrano divisi. A complicare le cose, Israele ha anche lanciato al massimo livello ciò che sembra l’ultimo tentativo d’influenzare Modi, che mantiene apparentemente il senso delle proporzioni circa la mitica minaccia di al-Qaida in India. Tuttavia, sembra la toccata e fuga del nostro campeggio alla NSA di Washington nei fine settimana e causa del disagio che spinge “fonti altolocate” del governo indiano a spargere sistematicamente storie allarmistiche basate su congetture e intelligence scadente da pettegolezzo di bazar (qui e qui).
Tale gestione dei media suggerisce un attento piano per plasmare l’opinione pubblica a favore dell’abbraccio ‘Saath’ tra India e USA. (Saath, ‘andiamo avanti insieme’). Tuttavia, l’India farebbe un errore catastrofico associandosi alla “coalizione dei volenterosi” degli Stati Uniti contro lo SI. Il primo punto da ricordare è che si tratta di una guerra aperta. Il premier inglese David Cameron ha appena previsto che potrebbe essere una guerra generazionale. L’India ha la capacità di persistervi? In secondo luogo, le vite di oltre trenta indiani prigionieri dello SI sono nel mirino. Commettendo errori ci saranno ritorsioni e l’India sarà del tutto impotente, dato che gli Stati Uniti non faranno nulla per l’India oltre ciò che possono per il loro alleato chiave inglese, cioè niente. Il piano dello SI è forzare un Obama riluttante e un riluttante David Cameron ad inviare “soldati sul campo”, quindi vi sono alcune domande molto serie. Chiaramente, gli attacchi aerei contro lo SI non portano a nulla. Lo SI è già passato a una struttura orizzontale, senza comando supremo e centri di comando e controllo. Come un esperto di Medio Oriente ha dichiarato, opera come “un organismo rizoma”. Che vuol dire? Significa che gli Stati Uniti e i loro alleati presto non avranno “obiettivi”, mentre lo SI continua ad avanzare nonostante gli attacchi aerei degli Stati Uniti. Ha appena occupato una base militare irachena, con centinaia di soldati e catturato altre due città di confine in Siria. In breve, presto si dovrà riflettere sul ‘cosa succederà’ dopo gli attacchi aerei? La decisione della Turchia d’inviare truppe in Iraq e Siria e occuparne i territori anticipa l’attuale strategia militare degli Stati Uniti finire in un vicolo cieco, anche prima di quanto pensato. Persino in tale caso, nella “coalizione dei volenterosi” vi sono troppe contraddizioni. Gli Stati Uniti dipendono dagli stessi alleati del Golfo che il vicepresidente Joe Biden ha apertamente riconosciuto, in un discorso all’Università di Harvard, quali soli responsabili della creazione dello SI. In altre parole, i Paesi del Golfo e la Turchia (che finanziano, armano e assistono l’assalto dello SI) hanno un proprio ordine del giorno, diverso da quello degli Stati Uniti. Così l’amministrazione Obama affronta la difficile scelta tra fingere che i suoi partner della coalizione operino per sconfiggere militarmente lo SI inviando “stivali sul terreno” o, più plausibilmente, ad un certo punto accettare l’emergere dello SI e cercare di venirvi a patti.
A complicare le cose, l’Arabia Saudita è pericolosamente sovraestesa stiracchiando il proprio peso politico regionale. I confini con Iraq (900 km) e Yemen (1400 km) possono divenire vie d’infiltrazione di al-Qaida. Inoltre, ribolle la guerra tra fazioni nella famiglia reale saudita sulla successione di re Abdullah. Basti dire che tale crisi è quella del wahhabismo. La strategia saudita di sfruttare i salafiti negli ultimi 30-35 anni in Afghanistan, Pakistan, Siria e così via, chiude il cerchio con l’inevitabile radicalizzazione salafita che si muta nel movimento neo-wahabita qual è lo Stato islamico. Per quanto attese ed aspirazioni della gioventù saudita rimarranno lontane da carisma e forza dello SI? Questo è il problema centrale che emerge oggi. Citando l’analista del Medio Oriente di cui sopra, “la guerra in Medio Oriente è divenuta la guerra tra wahabismo e altri orientamenti del salafismo, come la Fratellanza musulmana (che i sauditi incolpano della nascita dello SI). È una guerra infra-sunnita, dei wahhabiti sauditi contro wahhabiti qatarioti, dei wahhabiti di Jabat al-Nusra contro lo SI; dei wahhabiti dell’Arabia Saudita e alleati contro i Fratelli musulmani“. Basti dire che si tratta di un calderone ribollente dalle inevitabili gravi ricadutee l’alta probabilità del ripetersi della rivoluzione islamica del 1979 in Iran, ma questa volta in Arabia Saudita.
Come osservatore di Obama, la mia impressione è che Obama traccheggi, sapendo perfettamente cosa ci sia in gioco. Obama sembra autorizzare gli attacchi aerei contro i movimenti senza troppa convinzione, intuendo la vulnerabilità terribile dell’Arabia Saudita. Naturalmente, il paradosso è che per la loro passività, gli Stati Uniti potrebbero finire per ripetere la follia in Iran degli anni ’70, rifiutando di fare pressione sul regime saudita per le riforme ed intuendo la vulnerabilità del regime, ma da spettatore paralizzato mentre lo SI avanza su Riyadh. Ma poi, che altro può fare Obama? L’opinione pubblica e l’establishment politico statunitensi non tollereranno che gli Stati Uniti inviino “stivali sul terreno” per salvare il regime saudita. Pertanto, l’India deve essere estremamente attenta a ciò che accade. Vi sono 7 milioni di indiani che si guadagnano da vivere nella regione. Non devono finire nel fuoco incrociato e ciò dovrà essere la prima preoccupazione. In prospettiva di lungo termine, l’India deve rivalutare potenzialità e/o pericoli dell’impennata dell’Islam politico nella mutazione del Medio Oriente. Se lo SI bussa alle porte di Riyadh, il rimbombo si farà sentire fino a Lahore. Questa non è una guerra al terrore. Le vecchie strategie regionali statunitensi perseguite in stretta alleanza con l’Arabia Saudita, hanno inesorabilmente portato all’attuale risultato esplosivo. Il patto faustiano degli Stati Uniti con i sauditi si disfa. L’India non ne ha alcun ruolo e non dovrebbe aspirare ad averne oggi, non importa chi sia il Mefistofele di New York che l’abbia sussurrato a Modi.

121613_Saudi_16x9Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il SIIL arriva nella “primavera araba”: i corni del dilemma curdo

Ziad al-Fadil Syrian Perspective 7 ottobre 2014Kurdistan-mapHo intenzione di farvi uno scherzo. Ayn al-Arab significa “primavera araba”. La parola “primavera” qui, ovviamente, si riferisce ad una sorgente d’acqua e non alla stagione. E’ anche il luogo chiamato Kobani dai curdi, divenuto ora famoso per l’attacco del SIIL a questa città sul confine siriano-turco. Poveri curdi. I loro capi sono o dei segaioli imperterriti come Masud Barzani, il cui unico scopo nella vita sembra sia pompare petrolio e aria fritta nel nord del Kurdistan iracheno; o condannati a languire in carceri in un’incontaminata isola, famosa per le sistemazioni limitate e la scarsità di televisori a schermo piatto, come Abdullah Ocalan. È già abbastanza brutto non poter condividere con tutti la visione dello Stato-nazione curdo, ma immaginate quanto sia esasperante quando gli unici difensori di Kobani sono del Partito dei Lavoratori del Kurdistan, PKK, milizia designata “terrorista” dagli USA ed alleati, per non parlare dei malvagi erdoghani turchi. Cosa può fare un curdo quando terroristi sono contro terroristi? Beh, i curdi fanno, come sempre, tutto ciò che non dovrebbero. Chiedono altri e più efficaci attacchi aerei degli USA contro il SIIL che è, evidentemente, già a Kobani. Chiedono anche l’aiuto della Turchia. Ahaha! Che barzelletta! La stessa Turchia, tra l’altro, che vede la creazione di uno Stato curdo come se fosse la devoluzione dell’esistenza terrena nello stretto sfintere dell’oblio. E gli Stati Uniti sono restii ad aiutare un gruppo che designano “terrorista” per sconfiggere un altro gruppo “terrorista”. Dimenticate i turchi! Che può fare uno yankee?
I curdi pensano proprio come i palestinesi. Ci sono somiglianze. Entrambi sono popoli del Terzo Mondo oppressi dagli ebrei, Primo Premio dei Popoli Vittime. E proprio come gli ebrei, ma con meno successo, sono determinati a vincere il premio grazie ai buoni uffici di NATO, Stati Uniti e tutti gli altri malintenzionati della rete che trascorrono le loro ore di veglia architettando modi per frustrarne le speranze, i sogni, le aspirazioni e (un grande “e” qui) per tutto il tempo guadagnarsi il favore dei ricconi ebrei di Nord America ed Europa. I curdi della Siria per molti decenni hanno combattuto una battaglia persa per la cittadinanza siriana. nfine l’ebbero concessa dal dr. Assad. Pensate che mantengano i contatti con l’esercito siriano per respingere l’assalto del SIIL? No! Sarebbe troppo facile. Pensate che abbiano capito, ormai, che le aperture di Erdoghan sono solo uno stratagemma per garantirsene l’emarginazione mentre continua l’aggressione criminale contro la Siria? No. Sarebbe troppo semplice da capire. (Non si suppone che i turchi siano stupidi, comunque?) Pensate che si contattino Iran e Russia per vedere se questi due Paesi possano fornirgli aiuti genuini nella lotta contro un movimento sociopatico come il SIIL creato proprio da NATO, Stati Uniti e le alleate scimmie di Arabia Saudita e Qatar? No. Anche questo sarebbe troppo facile.
Iran e Russia? E’ un dato di fatto che i curdi parlano una lingua che deriva dal farsi. Mentre molti curdi sono costretti ad imparare il turco per avere un posto nelle vacue tradizioni delle orde dell’Asia centrale avanzate tra gli elleni e gli armeni dell’Anatolia, la maggior parte di loro non ha alcuna difficoltà ad adattarsi al farsi, che molti loro luminari, come Hoshyar Zibari, parlano fluentemente. I persiani non opprimono i curdi. I persiani non negano ai curdi il diritto di parlare nella loro lingua o d’insegnarla nelle loro scuole. Eppure, come i palestinesi, i curdi continuamente gravitano verso la parte più aggressiva del tracciato. La Russia? L’ex-Unione Sovietica, non è un segreto che il PKK sia socialista, persino comunista. Vero, la Russia ha lasciato quel particolare tipo di socialismo scientifico per migliorare la vita dei russi medi con pratiche capitalistiche spietate e dickensiane, da sociologia malthusiana. Ma per lo meno, la Russia è legata alla Cina comunista, altra potenza che commuta genere divenendo “potenza economica”. Mentre è difficile conciliare le precedenti personalità di questi due potenti membri del Consiglio di sicurezza dell’ONU, non è difficile capire che potrebbero avere meno dubbi nell’aiutare i curdi oppressi a respingere la grottesca folla di roditori assassini del SIIL, avendo anche loro dei fanatici simili a casa, per esempio ceceni e uiguri.
pkk-leader-small Mesut Kiryilan, che dirige il PKK, deve prendere il dilemma per le corna e fare quanto segue: ridurre Abdullah Ocalan allo status di invecchiato e lamentoso boss mafioso che non vedrà mai la luce del giorno, mentre fa salotto nella sua cella ad Imrali. Kiryilan non deve mai dimenticare che Ocalan ha ordinato l’assassinio di Sakine Cansiz a Parigi, con l’aiuto di Erdoghan e Hollande. Ne ordinò l’assassinio perché stava per rivelare, in Germania, la collusione di Ocalan con il piano per neutralizzare il movimento di liberazione curdo. Non dimenticate, la madre di Ocalan era turca, o almeno così ha detto ai suoi carcerieri mentre veniva portato via dall’Africa per essere processato ad Ankara. Non voglio sembrare caustico e cinico, senza cuore. Sono con i palestinesi (mia madre è nata a Jaffa, Palestina) e ho vissuto la loro tragedia per tutta la vita. Eppure, ogni volta che devo sedermi e pensare a come questi popoli vittime gestiscono i loro affari, socialmente, politicamente ed economicamente, capisco che scelgono sempre le soluzioni peggiori ai loro problemi, chiedendo l’amicizia ai più ostili alle loro aspirazioni, o sviluppando relazioni sociali basate su corruzione e furto, accettando le kakocrazie che hanno contribuito a fondare e santificando quegli stessi degenerati che li hanno truffati ed ingannati per decenni, Non ho alcuna simpatia per loro. Quando penso a Mahmud Abbas, leader dei palestinesi, penso alle pecore al macello, dove i macellai sono gli ebrei europei che ancora dentro i loro Konzentrazionlagern, o ai curdi in via di estinzione perché invocano i propri Quisling, Posso solo alzare solo le spalle, abbottonarmi il cappotto e attendere la fine della “primavera araba”.

sakine-cansiz-24Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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