Al-Qaida in Siria: Le ambizioni “imperiali” dell’emirato del Qatar

Fida Dakroub  Mondialisation 15 gennaio 2012

La democrazia, la democrazia delle potenze imperialiste e colonialiste, che ci schiacciano e sfruttano, la democrazia proclamata dall’Impero, scritto in lettere maiuscole sulla fronte dell’occidente, in ogni carcere di Guantanamo e su ogni missile Tomahawk o Cruise, la sua vera, autentica, prosaica espressione è il caos costruttivo, le guerre civili, i conflitti religiosi, etnici e tribali nelle forme più spaventose, nelle guerre in Medio Oriente.
La Democrazia! Tale era il grido di battaglia di Cesare George W. Bush. La Democrazia! Gridava Barack Obama, il giorno in cui Sirte è diventata cenere, in grazia della “missione umanitaria” della NATO in Libia. La Democrazia! Gridava Hamad, il despota assoluto del Qatar, eco brutale delle monarchie assolute e decadenti del Golfo Arabico. La Democrazia! Rimproverò l’esplosione terroristica a Damasco lacerando il corpo del popolo siriano.  

Al-Qaida in Siria
In un video che segnava il decimo anniversario degli attacchi dell’11 settembre, il nuovo leader di al-Qaida, Ayman al-Zawahiri, esortava i siriani a “continuare la loro resistenza” al presidente Bashar al-Assad: “Il tiranno sembra vacillare. Continuate la pressione su di lui fino al prossimo autunno“, prometteva. [1]
Non sarebbe stato difficile a un osservatore alle prime armi, che mostrasse una certa curiosità – innata o acquisita – nei conflitti in Medio Oriente, sottolineare che una certa somiglianza raccoglieva, in un unico cestino, i recenti attacchi terroristici che hanno colpito la capitale siriana, Damasco, e quelli che avevano colpito l’Iraq dopo l’invasione delle legioni dell’Impero statunitense; da notare, quindi, che il “cervello” che ha ordinato gli attacchi di Damasco aveva anche diretto il terrore in tutto il mondo, dagli attentati alle ambasciate statunitensi in Africa [2] all’ultimo attacco contro i civili in Iraq, che ha lasciato almeno 68 morti [3]; e di trovare, inoltre, che tutti questi attacchi, del passato e del presente – ma anche quelli che potrebbero aversi nel prossimo futuro – provengono dalla stessa ideologia, basata sulla eliminazione dell’Altro, ossia il salafismo wahhabita; dato che 1) il metodo utilizzato – attentatori suicidi, autobombe – 2) la vittima mirata – le istituzioni governative e i  luoghi civile – specialmente in Iraq – e 3) la giustificazione ideologica – una ideologia islamista salafita takfirista che chiede la morte degli “infedeli” e anche dell’Altro religioso.
Nel frattempo, non sarebbe stato così difficile – questa volta per un osservatore avvertito – notare che dopo il ritiro delle legioni dall’Iraq, l’Impero statunitense “rovescia il tavolo” sulla testa del giocatore iraniano, e ciò per stabilire un nuovo ordine regionale che manterrebbe il Medio Oriente sotto il suo controllo. Ma la Bastiglia non è ancora stata presa. Il trionfo momentaneo dei gruppi terroristici nel colpire il cuore della capitale siriana viene pagato con l’annientamento di tutte le illusioni e le fantasie che camuffano la presunta “rivoluzione” siriana, dalla disintegrazione di ogni discorso “filantropico” delle potenze imperialiste, dalla scissione della Lega araba in tre campi: i paesi resistenti all’Impero, i paesi obbedienti all’Impero e quelli che si tengono fuori.  
Nacquero così le ambizioni imperiali dell’Emirato del Qatar.

Taliban in Qatar: il nemico di ieri, l’amico oggi
Ricordiamo tutti i discorsi patriottici del Cesare George W. Bush la sera dell’11 settembre, dalla Casa Bianca. Durante quella notte molto buia, Bush si rivolse alla nazione parlando con una certa gravità, che evocava in noi la memoria dei grandi patriarchi biblici:
“Stasera vi chiedo di pregare per tutti coloro che sono afflitti, per i bambini il cui mondo è in frantumi, per tutti coloro il cui senso di sicurezza è stato minacciato. E prego che siano alleviati dal potere più grande di cui ci parla il Salmo 23: “Quand’anche camminassi nella valle dell’ombra della morte, non temerei alcun male perché tu sei con me” [4].
Quella sera, dopo il suo discorso alla nazione, due angeli sarebbero scesi sulla Casa Bianca e avrebbero preso Cesare George W. Bush per mano, sussurrando al suo orecchio: “Vai dunque, conduci il popolo dove ti ho detto: Ecco, il mio angelo camminerà davanti a te, ma il giorno della mia vendetta, io li punirò per il loro peccato“. [5].
Pochi giorni dopo, Giovedi, 20 settembre, Cesare George W. Bush pronunciava un discorso a entrambe le Camere del Congresso. Tra i punti salienti del suo discorso, si legge:
Consegnare alle autorità americane tutti i leader di al-Qaida che si nascondono nella vostra terra“. [6] “Queste richieste non sono aperti ai negoziati o discussioni. I taliban devono agire e agire subito. Consegnino i terroristi o condivideranno il loro destino” [7]. “La nostra guerra contro il terrore inizia contro al-Qaida, ma non finisce qui. Non finirà fino a quando ogni gruppo terroristico che può colpire in qualsiasi parte del mondo sarà trovato, fermato e sconfitto” [8].
A dispetto dello Spirito Santo, che ha soffiato l’audacia nella bocca di Cesare, queste affermazioni sono diventate subito copyright della storia. Infatti, tutti gli ostacoli sembrano oggi eliminati affinché i negoziati possano iniziare tra i nemici di ieri, e amici di oggi.
A partire dall’estate 2011, si sente sussurrare nei corridoi delle potenze imperialiste, dell’apertura di un ufficio di rappresentanza dei taliban in Qatar, come simbolo del processo di pace con il principale gruppo di ribelli in guerra contro La NATO e il governo di Kabul. [9]
Certo, questa iniziativa onorevole dell’emiro del Qatar, non avrebbe potuto vedere la luce senza la benedizione dell’Impero. Così, solo gli inviati degli Stati Uniti hanno incontrato “una dozzina di volte” i rappresentanti dei Taliban. [10]
Tuttavia, questo evento non è in alcun senso un incidente isolato. Invece, è parte di un flusso di messaggi d’amore tra i gruppi islamici salafiti – Taliban e i Fratelli musulmani – da un lato, e l’impero statunitense – attraverso il suo concessionario in Medio Oriente, l’emirato del Qatar – dall’altro. Le prime luci della nuova alba sono apparse nel marzo 2009, dopo che l’amministrazione Obama aveva abbandonato la “guerra contro il terrorismo“, termine adottato dal suo predecessore Bush [11].
A un altro livello, i funzionari statunitensi hanno iniziato di recente dei colloqui con il governo di Kabul per trasferire alle autorità afgane dei funzionari di alto rango dei taliban, imprigionati nel Gulag dell’Impero, a Guantanamo, dopo l’invasione Afghanistan, e questo nella speranza di raggiungere una tregua tra Washington e gli insorti. I funzionari degli Stati Uniti hanno già espresso la loro approvazione a mandare via da Guantanamo i detenuti taliban [12].
Inoltre, fonti della amministrazione Obama hanno indicato che i prigionieri taliban saranno liberati una volta che i ribelli avranno accettato di aprire un ufficio in Qatar e avviato i colloqui con gli statunitensi [13]. Da parte loro, i taliban si sono detti disposti a portare avanti i colloqui.
Si noti che tali scambi romantici di tipo epistolare tra l’Impero e gli insorti avvengono dopo dieci anni di guerra atroce. [14]  
Lontano dalle condizioni tremende di nemici di ieri, e di amici di oggi, nel corso di un ricevimento della delegazione della Lega araba, tra cui lo sceicco Hamad, a Damasco, il 26 ottobre scorso, il ministro degli esteri siriano Walid Moallem, secondo quanto riferito, aveva “lottato” per modificare alcuni articoli del testo dell’iniziativa araba, come l’articolo sul “ritiro dell’esercito siriano“, un articolo considerato il più pericoloso dalle autorità siriane, che ritiene impossibile considerare il ritiro dell’esercito dalle zone oramai diventate teatro di una guerra civile, come Homs. Ma lo sceicco Hamad ha chiesto il ritiro: “E’ imperativo rimuovere l’esercito e smettere di uccidere i manifestanti!” Diceva. Ciò che il presidente siriano ha dichiarato: “L’esercito non uccide i manifestanti, ma persegue piuttosto i terroristi armati. Se aveste una soluzione per finirla con questi ultimi, sarebbe la benvenuta!” [15]. Tuttavia, lo sceicco Hamad persisteva a voler fare credere ai suoi ospiti che respingeva qualsiasi uso del termine “terrorismo” ed ha anche mancato di ricusare ogni menzione delle bande nelle città [16].
Una domanda s’impone: perché questo anelito verso i gruppi armati islamisti – i nemici di ieri – da parte dell’Impero e del suo concessionario in Medio Oriente?

Il nuovo ruolo riservato al Qatar: la cornacchia che vuole imitare l’aquila
E’ chiaro fin dal principio che il ruolo svolto dal Qatar sul palcoscenico degli eventi regionali, dagli accordi di Doha nel 2008 [17] cerca di imporre questo piccolo emirato con una popolazione che non supera il milione e qualche centinaia di migliaia di assoggettati [18], come protagonista del conflitto in Medio Oriente.
Allo stesso modo, dal momento della sua precipitazione teatrale sulla scena degli eventi della presunta Primavera araba, l’Emiro del Qatar, Sheikh Hamad, insiste nel voler apparire nei costumi del despota illuminato. [19] Per farlo, si veste come Federico II di Prussia, detto Federico il Grande [20], e frequenta i Voltaire dell’imperialismo francese, come Bernard-Henri Lévy, e quelli dell’oscurantismo arabo, come Youssef al-Qaradawi [21].
Per contro, è vero che Hegel osservava da qualche parte che “tutti i principali eventi e personaggi storici si ripetono, per così dire due volte.” Ha dimenticato di aggiungere: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa [22].
Inoltre, lo sceicco Hamad – che si fa chiamare anche emiro – si è incontrato il 4 gennaio con il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, per coinvolgere l’ONU nella missione della Lega Araba di Siria, in modo di avvalersi dell’”esperienza” della organizzazione internazionale in fatto di missioni di pace e di interposizione [23].
Questo passaggio dalla emiro mira a raggiungere due obiettivi: primo, facilitare e legittimare un intervento della NATO nella crisi siriana – non è più un segreto che tra i recenti “esperimenti” delle Nazioni Unite, figura il via libero alla NATO per la distruzione della Libia – e in secondo luogo, contrastare il potere della Lega Araba e ridurne il ruolo, come organizzazione che rappresenta gli interessi del mondo arabo, a una sorta di Loya Jirga [24], rappresentando soltanto gli emiri e sultani delle famiglie reali del Golfo.
E’ lo stesso per l’emirato del Qatar, che ha un esercito di 1500 mercenari, ma che contiene, per contro, la più grande base militare statunitense nella regione, e mira a svolgere un ruolo internazionale, tanto grande quanto l’enormità della presenza di truppe straniere sul suo territorio.
Così, alle prime luci della cosiddetta primavera araba, il Qatar, che è diventato uno strumento mediatico nel mondo arabo nelle mani delle potenze imperialiste, accorse sul luogo degli eventi. Sottolineiamo a questo proposito il ruolo del canale al-Jazeera, il cui scopo è distorcere i dati effettivi della guerra imperialista contro la Siria, promuovendo un discorso di odio e di risentimento contro i gruppi delle minoranze religiose nel mondo arabo. Anche il Qatar, allineandosi alle posizioni che suggeriscono addirittura l’intervento straniero in Siria, è andato oltre la questione delle sanzioni contro la Siria, che hanno lasciato degli effetti negativi diretta sul tenore di vita, il cibo e le medicine del popolo siriano.
Noi condividiamo la stessa opinione del politologo russo Vjacheslav Matuzov, che ha sottolineato che il Qatar ha un ruolo negativo nella Lega araba, aggiungendo che “gli Stati Uniti vogliono la rovina e la distruzione della Siria come Stato arabo indipendente (…) L’Occidente ha una sola richiesta per la missione degli osservatori arabi, e cioè una presa di posizione in solidarietà con l’opposizione radicale, senza alcuna preoccupazione per gli eventi reali sul campo“, ha detto l’analista russo, in un’intervista alla TV “Russia Today” [25].
Vale la pena ricordare che l’interferenza ostile del Qatar negli affari interni della Siria avvengono quando due potenze si confrontano in una specie di guerra fredda nella regione del Golfo Persico: quella dell’aquila calva [26] statunitense e quella del Derafsh Kaviani [27] iraniano. La presenza della prima potenza è in declino nella regione, soprattutto dopo il ritiro delle legioni dell’Impero dall’Iraq, quella della seconda potenza sta crescendo. Tra queste due grandi potenze belligeranti – Iran e l’Impero USA – le ambizioni “imperiali” del Qatar evocano in noi la favola di La Fontaine, la cornacchia che voleva imitare l’Aquila [28].  

Il Qatar sequestra la Lega Araba
Durante tutti i periodi precedenti la presunta primavera araba, l’Egitto giocava un ruolo centrale nella Lega permittendogli di guidare il mondo arabo, soprattutto nell’era del presidente Nasser (1956 – 1970) e dell’ascesa dell’ideologia nasseriana [29].
Dalla sua nascita nel 1945, la Lega Araba era sempre divisa in due campi, dagli scopi politici opposti. In primo luogo, negli anni Quaranta e Cinquanta, l’accordo tra l’Egitto e l’Arabia favorevole all’indipendenza si opponeva ai progetti dell’asse hashemita giordano-iracheno, più incline a cooperare con la potenza britannica, ancora padrona di molti protettorati e mandati (Sudan, Palestina, Emirati Arabi, ecc.). Successivamente, nel contesto dell’anti-colonialismo e della Guerra Fredda, la divisione ha assunto una nuova linea tra Stati socialisti vicini all’URSS (Libia, Siria, Algeria, Egitto di Nasser, Iraq, Yemen del Nord) e Stati vicini agli Stati Uniti (gli emirati e sultanati arabi del Golfo) [30]. Infine, dopo la caduta dell’Unione Sovietica, la Lega araba era ancora divisa in due campi: da un lato, i paesi che resistevano ai piani di dominio degli USA (in particolare Siria e Libano), d’altra parte i paesi docili all’Impero (sempre gli emirati e i sultanati del Golfo arabo, l’Egitto di Mubarak).
Dopo la caduta dell’ultimo faraone, Mubarak, nel 2011, l’Egitto è occupato dai suoi problemi interni, che gli impediscono di continuare a svolgere un ruolo di primo piano nel mondo arabo, anche se il segretario generale della Lega continua a privilegiare l’Egitto. Non è più un segreto che l’assenza “transitoria” dell’Egitto come leader del mondo arabo ha ridotto il ruolo della Lega. Oltre l’Egitto, nessun paese è in grado di guidare il mondo arabo. Egitto rimane l’unico paese “in grado” di svolgere questo ruolo, dato il suo peso demografico [31], economico e culturale. Su un altro livello, l’Arabia Saudita non è più in una posizione che gli consenta di riempire il vuoto lasciato dal blocco dell’Egitto nei propri problemi e crisi interni, data la fragilità e l’instabilità interna – minaccia sciita nell’est del regno – e il terremoto politico alle porte del regno – la rivoluzione in Bahrain e la guerra civile in Yemen. Nel contempo, i paesi del Maghreb non sono in grado di guidare il mondo arabo, data la loro posizione geografica, all’estremo del mondo arabo, e in secondo luogo dalla natura demografica di quei paesi che non costituiscono in realtà degli agglomerati di masse, come l’Egitto e il Levante, ma piuttosto sono dei centri urbani sparsi lungo la costa mediterranea del Nord Africa. Allo stesso modo, la Tunisia rimane nella scia della sua rivoluzione dei gelsomini, instabile politicamente, e la Libia è rovinata dalla grazia della “missione umanitaria” della NATO.  
Pertanto, il ritiro temporaneo dell’Egitto dalla scena degli eventi ha creato un vuoto, politico e diplomatico. Accoppiato con il ritiro delle legioni dell’Impero dall’Iraq, che ha aperto le porte alla potenza iraniana in ascesa. Per “contenere” l’espansione dell’Iran, solo il Qatar sembra in grado di svolgere questo ruolo a livello politico e diplomatico, i quanto concessionario e commerciante dell’Impero – piuttosto che negoziatore -, per la semplice ragione che dal punto di vista militare, il Qatar è in realtà solo una base militare statunitense nella regione.
Per contrastare il ruolo della Lega Araba, le interferenze ostili del Qatar nella crisi siriana e il suo pieno impegno nella cospirazione imperialista volta, in primo luogo, a creare divisioni tra i suoi membri, sulla base della sensibilità religiosa – sunniti contro sciiti – ed etnica – arabi contro persiani – e in secondo luogo, trasformare la Lega in una sorta di Loya Jirga, degli emirati e dei sultanati arabi del Golfo, in cui le monarchie siano giustificate da una ideologia wahhabita islamista, la stessa dei taliban. Più tardi, il nuovo blocco sunnita wahhabita, che include gli emirati e sultanati arabi del Golfo, i taliban dell’Afghanistan e i Fratelli Musulmani dell’Egitto e della Siria – che beneficiano dell’enorme sostegno delle potenze imperialiste – cerca di smembrare l’arco sciita che si estende dall’Iran al Libano, mentre passa attraverso l’Iraq e la Siria, sovvertendo il regime siriano, in primo luogo, e poi isolando l’Iraq filo-iraniano di Maliki, in secondo luogo.  Pertanto, Hezbollah in Libano verrebbe totalmente isolato dalla sua retrovia, l’Iran, che faciliterebbe, in una fase successiva, l’invasione dell’Iran.
In breve, l’apertura di un ufficio dei taliban in Qatar mette fine, ufficialmente, alla guerra degli statunitensi contro il terrorismo; e i nemici di ieri diventano gli amici di oggi. Vale a dire che i recenti attacchi terroristici nel cuore della capitale siriana esprimono l’applicazione pratica delle nuove Liaisons dangereuses [32] che sono emerse recentemente tra il vero padrone – l’impero statunitense – rappresentato dal suo concessionario arabo – il Qatar – da una parte e i taliban dall’altra parte – e dietro di loro al-Qaida, naturalmente.

La risposta siriana e il declino della Lega araba
Un diplomatico arabo al Cairo ha riferito che durante il ricevimento della delegazione della Lega araba a Damasco, il 26 ottobre, 2011, il presidente siriano Bashar al-Assad aveva accusato il primo ministro del Qatar, Hamad, di essere l’esecutore dei “diktat americani” e gli disse: “Io proteggo la mia gente, con l’aiuto del mio esercito, ma tu hai il tuo per proteggere le basi americane stabilite sulla tua terra (…) Se venite qui come Delegazione della Lega Araba, siete i benvenuti. Tuttavia, se siete i delegati degli americani, sarebbe meglio se smettessimo ogni discussione” [33].
Tuttavia, lo sceicco del Qatar ha dovuto attendere il 10 gennaio per ascoltare il presidente siriano dare la sua risposta finale all’interferenza del Qatar negli affari interni del suo paese. Lo stesso giorno, l’ambasciatore siriano alla Lega Araba, il signor Youssef Ahmed, aveva chiesto allo sceicco del Qatar di dire chi gli aveva dato il mandato di parlare a nome della Siria: “Deve tacere ed evitare ogni ingerenza negli affari siriani“, aveva detto. [34]
In un discorso all’anfiteatro dell’Università di Damasco, il presidente siriano Bashar al-Assad, schierò la sua artiglieria pesante e ha dichiarato l’inizio di una nuova fase della guerra imperialista contro la Siria, quella della contro-offensiva siriana: “Avevamo mostrato pazienza e resistenza in una battaglia senza precedenti nella storia moderna della Siria, e questo ci ha reso più forti, e benché questa lotta comporti grandi rischi e sfide fatalo, la vittoria è vicina se siamo in grado di resistere, di sfruttare i nostri  molti punti di forza e di conoscere i punti deboli dei nostri avversari, che sono molti di più”[35], aveva detto.
Durante il suo discorso, il presidente Assad ha attaccato la Lega Araba in diverse occasioni. L’ha accusata di aver accettato di diventare una sorta di vetrina diplomatica, dietro la quale nascondere i veri cospiratori, le potenze imperialiste: “Dopo il fallimento di questi paesi al Consiglio di Sicurezza nel  convincere il mondo delle loro menzogne, è stato necessario utilizzare una copertura araba, che diventata una base per esse” [36], ha sottolineato il presidente Assad.
Il presidente Assad ha voluto “inviare” messaggi multipli a più destinatari. Possiamo riassumere questi messaggi in tre punti:
In primo luogo, la Siria non ha paura di una sospensione dalla Lega Araba. Le conseguenze di una siffatta sospensione, appaiono prive di enormi effetti sulla Siria. Per contro, la Siria sarà “libera” dalle pretese della Lega, soprattutto ora che il Qatar ha dirottato il suo ruolo, e che tutte le risoluzioni della Lega sono preparate dietro le quinte dalle potenze imperialiste.  
In secondo luogo, senza la Siria, la Lega perde la sua legittimità e validità, mentre il mondo arabo come entità culturale, non può esistere – né in teoria né in pratica – senza la Siria, la culla della cultura e della civiltà arabo-musulmana. A maggior ragione, all’alba della brillante civiltà musulmana della Siria omayyade (661-750). Nelle arti, letteratura, lingua, scienze, storia, memoria collettiva e religioni, la Siria rimane il “cuore” del mondo arabo. Dal punto di vista geografico, senza la Siria, il mondo arabo non può esistere come entità politica, al contrario, sarà lacerato in diverse aree geografiche separate: la penisola arabica, la Valle del Nilo e il Nord Africa. Va notato qui che la Siria, come entità culturale e geografica, va oltre i confini della Repubblica araba siriana, imposti dal colonialismo franco-britannico a seguito dello smembramento dell’Impero Ottomano nel 1918. Stiamo parlando qui della Siria naturale. Il presidente Assad è stato chiaro su questo punto quando ha detto che “se alcuni paesi arabi hanno lavorato per sospendere la nostra arabità dalla Lega, diciamo che avrebbe sospeso piuttosto l’arabismo della Lega, o, senza la Siria, è l’arabismo della Lega che viene sospeso. Mentre alcuni credono di poter far uscire dalla Lega la Siria, non possono far uscire dalla Siria l’identità araba, perché l’arabismo non è una decisione politica, ma un patrimonio e una storia” [37], aveva continuato.
In terzo luogo, la Siria non sarà mai in ginocchio davanti alle potenze imperialiste. Le sanzioni imposte dalle potenze imperialiste e quelle imposte dalle monarchie assolute arabe potrebbero probabilmente avere un impatto negativo sull’economia della Siria. Tuttavia, nel mondo, ci sono altre potenze economiche in ascesa, esterne al sistema di subordinazione verso l’Occidente, come Russia, Cina, India, Iran, vale a dire l’Oriente. Il presidente Assad ha notato che la Siria si sta muovendo verso l’Oriente, e questo l’aveva fatto per anni: “L’Occidente è importante per noi, non possiamo negare questa verità, ma l’Occidente oggi non è quello che è stato un decennio prima (…) I rapporti della maggioranza del mondo con la Siria sono buoni nonostante le circostanze attuali e la pressione occidentale” [38], ha indicato, notando che l’embargo imposto alla Siria e le circostanze politiche e di sicurezza hanno un impatto, ma “potremmo ottenere degli obiettivi riducendo le perdite” [39], aveva precisato.

Cosa significa avere ambizioni
In conclusione, riteniamo utile passare rapidamente alle ambizioni “imperiali” dell’emirato del Qatar.
Approfittando della presenza militare delle legioni dell’Impero nel territorio del suo feudo, l’Emiro del Qatar, Hamad, sembra convinto che la seconda resurrezione del Regno di Prussia, per così dire, diventi ogni giorno inevitabile; questa volta non sulle rive della Vistola e per mano degli Hohenzollern, ma lungo il Golfo Persico e per mano degli al-Thani, la famiglia reale del Qatar.
Resta da aggiungere che è vero che il Qatar punta a giocare un ruolo nella regione superiore alla sua reale “dimensione”, è vero che la cornacchia che voleva un giorno emulare l’aquila, non poté ritirarsi. Il pastore viene, lo prende e l’ingabbia bellamente, dandola ai suoi figli per passatempo. [40]

Note
[2] Gli attentati di Nairobi e Dar es Salaam del 7 agosto 1998.
[5] Esodo 32:34.
[12] RussiaToday
[13] RussiaToday
[14] RussiaToday
[15] Algeria Watch
[16] Algeria Watch
[17] L’accordo di Doha è un accordo politico temporaneo per la sistemazione economica, in una situazione di necessità e senza cambiamento costituzionale, tra l’opposizione libanese pro-siriana e il governo libanese, allora pro-saudita, dopo gli avvenimenti dell’8 maggio 2008, che portarono alla caduta totale della capitale Beirut nelle mani dei combattenti dell’opposizione.  
[18] La popolazione totale del Qatar è 1.699.435 persone.
[19] Il dispotismo illuminato è una variante del dispotismo che si è sviluppato nella metà del XVIII secolo, il potere è esercitato col diritto divino dei monarchi, le cui decisioni sono guidate dalla ragione e presentandosi come i primi servi dello Stato. I principali despoti illuminati così mantennero una costante corrispondenza con i filosofi dell’Illuminismo.
[20] Federico II di Prussia ha fatto entrare il suo paese nella corte delle grandi potenze europee. Dopo aver un tempo frequentato Voltaire, è diventato famoso per essere uno dei sostenitori dell’idea del principe dell’illuminismo, quale “despota illuminato”.
[21] Le Grand Soir
[22] Marx, Karl. Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte.  
[23] Info Syrie
[24] La Loya Jirga (Grande Assemblea o riunione di grandi dimensioni), è un termine d’origine Pashto che designa una riunione convocata per prendere decisioni importanti per il popolo afghano.
[25] Sana
[26] L’aquila calva è il simbolo ufficiale del Gran Sigillo degli Stati Uniti d’America.
Derafsh Kaviani è la leggendaria bandiera dell’impero persiano, che indica la Gloriosa bandiera dell’Iran.
[28] Le Favole di La Fontaine, libro II, favola 16.
[29] IL nasserismo è una ideologia pan-araba rivoluzionaria, combinato con un socialismo arabo, ma  contrario alle idee marxiste.
[30] Jean-Christophe Victor, «Mondes arabes», Le Dessous des cartes, 10 settembre 2011.
[31] L’Egitto è il paese più popoloso del mondo arabo e del Medio Oriente, con una popolazione di 82 milioni. 
[32] Les Liaisons dangereuses è il titolo di un romanzo epistolare scritto da Pierre Choderlos de Laclos, e pubblicato nel 1782.
[33] Algeria Watch
[35] Sana
[36] Sana
[37] Sana
[38] Sana
[39] Sana
[40] Le Favole di La Fontaine. La Cornacchia che volle imitare l’Aquila, libro II, favola 16.

Ricercatrice in Studi francesi (UWO, 2010), Fida Dakroub è membro del “Gruppo di ricerche e studi sulle letterature e le culture del mondo francofono” (GRELCEF) presso la University of Western Ontario. Elle est l’auteur de E’ autrice di “L’Orient d’Amin Maalouf, Écriture et construction identitaire dans les romans historiques d’Amin Maalouf” (2011).

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’esercito libero siriano è comandato dal governatore militare di Tripoli

Thierry Meyssan Réseau Voltaire Damasco (Siria) 18 Dicembre 2011

Per quanto riguarda la “Primavera araba” e gli interventi della NATO, ufficiali o segrete, il Qatar sta cercando di imporre ovunque possa dei leader islamisti. Questa strategia ha portato non solo a finanziare i Fratelli Musulmani e a offrirgli al-Jazeera, ma anche a sostenere i mercenari di al-Qaida. Questi ultimi inquadrano l’esercito siriano ora libero. Tuttavia, tale sviluppo desta serie preoccupazioni in Israele e tra i sostenitori dello “scontro di civiltà”.

I membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si confrontano sull’interpretazione di eventi che sconvolgono la Siria. Per la Francia, il Regno Unito e gli Stati Uniti, una rivoluzione scuote il paese, seguendo la “primavera araba“, è oggetto di una repressione sanguinosa. Al contrario, per la Russia e la Cina, la Siria si trova ad affrontare bande armate estere, che combatte goffamente causando vittime collaterali tra la popolazione civile che cerca di proteggere.
L’inchiesta che Réseau Voltaire ha condotto sul posto, convalida questa seconda interpretazione [1]. Abbiamo raccolto testimonianze di sopravvissuti degli attacchi dei gruppi armati. Descrivono alcuni attaccanti come iracheni, giordani o libici, riconoscibili dal loro accento, così come anche dei pashtun.
Negli ultimi mesi, alcuni giornali arabi,  favorevoli all’amministrazione al-Assad, hanno evocato l’infiltrazione in Siria da 600 a 1500 elementi del Gruppo combattente islamico in Libia (LIFG), ridenominato dal Novembre 2007 al-Qaida in Libia. Alla fine di novembre, la stampa libica ha riferito del tentativo, da parte delle milizie di Zintan, di fermare Abdelhakim Belhaj, compare di Usama bin Ladin [2], leader storico di al-Qaida in Libia, divenuto governatore militare di Tripoli per grazia della NATO [3]. La scena ha avuto luogo presso l’aeroporto di Tripoli, mentre stava andando in Turchia. Infine, i giornali turchi hanno parlato della presenza di Belhaj alla frontiera turco-siriana.
Queste accuse si scontrano con l’incredulità di tutti coloro per i quali al-Qaida e la NATO sono nemici inconciliabili, fra cui non è possibile alcuna cooperazione. Invece, rafforzano la tesi che io difendo dagli attacchi dell’11 settembre 2001, secondo cui i combattenti etichettati al-Qaida sono mercenari utilizzati dalla CIA [4].

Chi ha ragione?
Per una settimana il quotidiano monarchico in lingua spagnola ABC, ha pubblicato a episodi il documentario del fotografo Daniel Iriarte. Questo giornalista è vicino all’esercito libero siriano (ASL) appena a nord del confine turco. Ha preso la causa della “rivoluzione” e non trova mai parole abbastanza forti contro il “regime al-Assad“.
L’esercito libero siriano sarebbe formato da più di 20000 uomini, secondo il loro leader politico, il colonnello Riyad al-Asaad, di poche centinaia seconda le autorità siriane [5].
Tuttavia, nell’edizione di Sabato 17 Dicembre 2011, Daniel Iriarte testimonia di un incontro che l’ha scioccato. Mentre i suoi amici della ASL lo portavano in un nuovo nascondiglio, si trovò con degli strani ribelli: tre libici [6].
Il primo di loro era Mahdi al-Harati, un libico che ha vissuto in Irlanda prima di entrare in al-Qaida. Alla fine della guerra in Libia, è diventato il comandante della Brigata di Tripoli, il numero 2 del Consiglio militare di Tripoli guidato da Abdelhakim Belhaj. Si è dimesso da questa funzione, secondo alcuni, perché era venuto in conflitto con il Consiglio nazionale di transizione, secondo altri perché voleva tornare in Irlanda da cui proviene la moglie [7]. In realtà, ha raggiunto la Siria.
Ancora più strano: questo membro di al-Qaida era, nel giugno dello scorso anno, tra gli attivisti filo-palestinesi a bordo della nave turca Mavi Marmara. Agenti di molti servizi segreti, tra cui quegli degli Stati Uniti, si erano infiltrato nella “Freedom Flotilla” [8]. Fu ferito e tenuto prigioniero per nove giorni in Israele.
Infine, durante la Battaglia di Tripoli, Mahdi al-Harati ha comandato il gruppo di al-Qaida che ha assediato e attaccato l’hotel Rixos, dove mi trovavo con i miei compagni di Réseau Voltaire e della stampa internazionale, e i cui sotterranei erano utilizzati come ricovero per i leader della Libia, sotto la protezione della guardia di Khamis Gheddafi [9]. Secondo quest’ultimo, Mahdi al-Harati godeva della consulenza di ufficiali francesi, presenti sul terreno.
Il secondo libico incontrato dal fotografo spagnolo nell’esercito libero siriano, non è altro che Kikli Adem, un altro luogotenente di Abdelhakim Belhaj.  Infine, Daniel Iriarte non è stato in grado d’identificare il terzo libico, che si chiamava Fouad.
Questa testimonianza si sovrappone a ciò che i giornali arabi anti-siriani dichiarano da diverse settimane: l’esercito libico siriano è inquadrato da almeno 600 “volontari” di al-Qaida in Libia [10]. L’intera operazione è gestita da Abdelhakim Belhaj in persona, con l’aiuto del governo Erdogan.
Come spiegare che anche un giornale anti-Assad come ABC abbia deciso di pubblicare la testimonianza del suo inviato speciale, quando  mette in luce i metodi nauseanti della NATO e conferma la tesi del governo siriano della destabilizzazione armata? È che da una settimana, alcuni ideologi dello scontro delle civiltà si ribellano a questo sistema che integra gli estremisti islamici alla strategia del “mondo libero“.
Ospite del blog CNBC [11], l’ex primo ministro spagnolo José Maria Aznar ha rivelato, il 9 Dicembre 2011, che Abdelhakim Belhaj era sospettato del coinvolgimento negli attentati dell’11 marzo 2004 a Madrid [12], gli attacchi che hanno iniziato a porre fine alla carriera politica nazionale di Aznar.
L’uscita di Aznar corrisponde agli  interventi dei suoi amici del Jerusalem Center for Public Affairs, il think tank guidato dall’ex ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite Dore Gold [13]. Esprimono pubblicamente i loro dubbi sulla validità della strategia attuale della CIA, di mettere al potere gli islamisti in tutto il Nord Africa. La loro critica è rivolta innanzitutto contro la Confraternita dei Fratelli musulmani, ma anche a due personalità libiche: Abelhakim Belhadj e il suo amico, lo sceicco Ali al-Salibi. Quest’ultimo è considerato il nuovo leader del paese [14]. I due uomini sono considerati essere le pedine del Qatar nella nuova Libia [15]. Questo è anche lo sceicco Salabi che ha distribuito 2 miliardi di dollari del Qatar per aiutare al-Qaida in Libia [16].
Così la contraddizione che si sta cercando di nascondere, negli ultimi dieci anni, ritorna in superficie: i mercenari, già pagati da Usama bin Ladin, non hanno mai smesso di lavorare al servizio della strategia degli Stati Uniti dalla prima guerra in Afghanistan, compreso il periodo degli attentati dell’11 settembre. Eppure vengono presentati dai leader occidentali come nemici implacabili.
E’ probabile che le obiezioni di Aznar e del Jerusalem Center for Public Affairs saranno ignorati dalla NATO come quelle del generale Carter Ham, comandante di AFRICOM. Questi era indignato, all’inizio della guerra in Libia, dalla necessità di proteggere i jihadisti che avevano appena massacrato i soldati USA in Iraq.
Lontano dalla realtà, il Comitato anti-terrorismo delle Nazioni Unite (il “Comitato d’applicazione della risoluzione 1267“) e il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, mantengono sulla loro lista nera l’organizzazione di Abdelhakim Belhaj e dello sceicco Salabi, sotto il suo vecchio nome di gruppo combattente islamico in Libia. Ed è del parere che sia dovere di ogni stato fermare questi individui se passano sul loro territorio.

Note
[1] «Menzogne e verità sulla Siria», Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 27 novembre 2011.
[2] «Libya’s Powerful Islamist Leader», Babak Dehghanpisheh, The Daily Beast, 2 settembre 2011.
[3] «Come al-Qaida é arrivata al potere a Tripoli», Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 6 settembre 2011.
[4] «Ennemis de l’OTAN en Irak et en Afghanistan, alliés en Libye», Webster G. Tarpley, Réseau Voltaire, 21 maggio 2011
[5] «Syria’s opposition, rebels hold talks in Turkey», Safak Timur, AFP, 1 dicembre 2011.
[6] «Islamistas libios se desplazan a Siria para “ayudar” a la revolución»,  Daniel Iriarte, ABC (Espagne), 17 dicembre 2011. Versione francese: «Des islamistes Libyens en Syrie pour “aider” la révolution», traduzione di Mounadil al-Djazaïri, Réseau Voltaire, 18 dicembre 2011.
[7] «Libyan-Irish commander resigns as deputy head of Tripoli military council», Mary Fitzgerald, The Irish Times, 11 ottobre 2011.
[8] «Flottille de la liberté: le détail que Netanyahu ignorait», Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 6 giugno 2010.
[9] «Thierry Meyssan et Mahdi Darius Nazemroaya menacés de mort à Tripoli», Réseau Voltaire, 22 agosto 2011.
[10] «Libyan fighters join “free Syrian army” forces», Al Bawaba , 29 novembre 2011.
[11] «Spain’s Former Prime Minister Jose Maria Aznar on the Arab Awakening and How the West Should React», CNBC.com, 9 dicembre 2011.
[12] «Attentats de Madrid : l’hypothèse atlantiste», Mathieu Miquel, Réseau Voltaire, 6 novembre 2009.
[13] «Diplomacy after the Arab uprisings», Dore Gold, The Jerusalem Post, 15 dicembre 2011.
[14] «Meet the likely architect of the new Libya», Marc Fisher, The Washington Post, 9 dicembre 2011.
[15] «Libyans wary over support from Qatar», John Thorne, The National (Emirati Arabi), 13 dicembre 2011.
[16] John Thorne, op. cit.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Abdelhakim Belhadj: la maschera dietro molti volti

Dr. Christof Lehmann NSNBC 25 settembre 2011

Nei progetti di ‘Nation Building‘ anglo-statunitensi, decenni di subdolo doppiogioco di CIA, DIA, MI5, MI6 e servizi d’intelligence della NATO, spesso hanno avuto l’effetto che persone, che sono utili pedine, vengano manovrate verso i luoghi di potere e l’attenzione del pubblico. Quando l’attenzione del pubblico sfocia nel giornalismo investigativo, una pedina può diventare responsabile delle pubbliche relazioni. Nessun altro caso recente, lo dimostra come, ovviamente, il caso di Abdelhakim Belhadj, alias Hasidi, alias Abu Abdullah al-Saddiq, alias …: “Chi è la maschera dietro i molti volti“.
Recentemente, dall’assassinio del Generale Younis, è diventato evidente che vi sono fratture profonde dietro la farsa hollywoodiana dei combattenti per la libertà della Libia, e di “UN” consiglio nazionale di transizione della Libia, che non molto tempo fa, ha dichiarato che “porterà la democrazia in Libia in 20 mesi“. Oggi, un rappresentante del Partito Democratico Libico, DPL, Sabri Malik, ha invitato il presidente del CNT  Jibril a dimettersi, chiedendo alle Nazioni Unite il sostegno nel “costruire la democrazia” in Libia. Jibril, non sembra avere alcuna fretta di dimettersi, e neanche Jalil. Tra i molti contendenti per il potere, c’è un uomo con abbastanza nomi per mettere essere nominati in ogni posizione presso l’Ufficio Esecutivo del CNT, ultimamente più noto come comandante del Consiglio Militare di Tripoli, Abdelhakim Belhadj, e molte fila sono tirate per manovrare il leader del Gruppo combattente islamico libico, ex prigioniero della CIA, assassino di soldati statunitensi in Iraq, combattente talib in Afghanistan, e posizionarlo al centro del potere in Libia. Con Jibril che afferma che la sanguinosa battaglia per la Libia non è ancora finita, è in qualche modo comprensibile che sia Belhadj, e con lui la maggioranza di coloro che rischiano la vita per la rivoluzione NATO-alQaida, sentano che gli spetti una quota maggiore da rivendicare presso i falchi-galline di CIA e MI6, Jalil e Jibril. Allora, chi è questo contendente alla presidenza della nazione più ricca del Nord Africa, e cosa implica la sua posizione per lui stesso, la Libia e il mondo.
Abdelhakim Belhadj è nato nel 1966 nella zona di Suq al Jum’aa, nella città vecchia di Tripoli. E’ stato impossibile trovare informazioni sul suo nome di nascita, e con numerosi cambiamenti di alias, chissà se se lo ricorda lui stesso. Nulla è pubblicamente noto della sua infanzia e della sua gioventù, ma ha conseguito una laurea in ingegneria civile presso l’Università al-Fatah di Tripoli. Cadde sotto l’occhio della polizia libica, quando si unì ad un gruppo di radicali islamici, che furono arrestati e sbaragliati dalla polizia libica. Belhadj non fu accusato e venne rilasciato. Belhadj era uno dei tanti giovani idealisti che si sono ispirati all’immagine del combattente per la libertà religiosa, che gli Stati Uniti hanno attentamente coltivato dal 1979, tanto che aveva creato la possibilità di reclutarli per l’insurrezione in Afghanistan e la sovversione contro il governo afgano filo-URSS, nella Repubblica Democratica dell’Afghanistan.
Nel 1992, dopo i suoi primi scontri con le autorità della polizia libiche, l’anno in cui i mujahidin avevano preso il controllo di Kabul, lasciò la Libia dall’Egitto e si recò in Afghanistan, dove entrò a far parte dei taliban, e dei mujahidin che furono poi pesantemente finanziati e sostenuti dalla CIA, dall’Inter Service Intelligence pakistana ISI e dall’Arabia Saudita. Il Pakistan, in permanente stato di conflitto a bassa intensità con l’India sul Kashmir, dove gli Stati Uniti giocano un ruolo subdolo, cercava d’influenzare l’Afghanistan per l’acquisizione di una profondità strategica nel caso di una guerra con l’India. A quel tempo, Abdelhakim Belhadj era conosciuto come Abu Abdullah al-Sadiq.
Non è chiaro se Abu Abdullah al-Sadiq sia divenuto membro del gruppo combattente islamico libico, LIFG, prima di partire per l’Afghanistan, o se fosse entrato in contatto e ne divenisse un membro già in Libia. Molti leader del Gruppo combattente islamico libico, che hanno combattuto nella rivolta in Libia, erano fuggiti in Afghanistan dopo un tentativo fallito di assassinare Muammar Gheddafi e la rigorosa contro-insurrezione dei militari, polizia e servizi segreti libici. Il fallito assassinio di Muammar Gheddafi, con l’aiuto del LIFG, fu un complotto ideato e sostenuto dall’MI6 britannico.
Durante il suo periodo in Afghanistan, Belhadj alias al-Sadiq, ascese nelle file del LIFG, che era stato decimato nel 1998, e venne introdotto sia presso il leader talib mullah Omar, che presso la pedina della CIA, e successivo utile idiota della CIA, Usama bin Ladin. Il figlio di un miliardario saudita, Usama bin Ladin che lavorava sia per la CIA che per i servizi segreti sauditi, operando soprattutto a capo dell0ufficio di coordinamento e logistica dei giovani jihadisti arabi, asiatici ed europei, che volevano combattere la guerra santa. Prima contro l’URSS, e più tardi “apparentemente” contro gli USA. La maggior parte di questi giovani si unì “alla rete” della Jihad, senza sapere che erano indirettamente, e almeno in parte, al servizio sia della CIA che di altri servizi di intelligence occidentali. Come queste relazioni vennero create, facilitate e applicate dalle canagliesche reti di intelligence, è ottimamente documentato dallo storico dott. Webster Griffin Tarpley. Questa rete sarebbe diventata nota come al-Qaida, e il Gruppo combattente islamico libico divenne il vestito  libico di al-Qaida. Anche dopo l’attentato di al-Qaida alle ambasciate statunitensi in Tanzania e Kenya, al-Qaida ha continuato a funzionare come reparto reclutamento e logistica dell’esercito segreto di mercenari di USA e NATO. I combattenti di al-Qaida hanno giocato un ruolo cruciale nella sovversione della Serbia e nella separazione del Kosovo dalla Serbia.  L’esercito di liberazione del Kosovo (KLA/UCK) è stato fortemente dotato di armi statunitensi e tedesche, di denaro, e venne fortemente sostenuto da questo esercito segreto per la Jihad della NATO, accusato di innumerevoli massacri contro i serbi e dei più grave  crimini di guerra, crimini contro l’umanità e di genocidio.
Gli attacchi terroristici contro il complesso del World Trade Center e il Pentagono, ha segnato l’inizio di ciò che è stato commercializzato come “Guerra al Terrore“. Poco si sapeva, allora, che massimi vertici dei servizi di intelligence degli Stati Uniti, così come i massimi vertici dell’Amministrazione di G.W. Bush, avevano dettagliate e avanzate conoscenze per impedire gli attacchi. Tra le tante eccellenti  documentazioni su questo argomento, “Extreme Prejudice” dell’ex agente della CIA, e attivista per la pace da lunga data, difensore dei diritti delle donne e informatrice sul 9/11, Susan Lindauer, è di estremo valore, perché descrive il proprio lavoro presso le ambasciate libica e irachena alle Nazioni Unite, e i suoi contatti con funzionari chiave della Casa Bianca sono innegabili. Lindauer descrive, tra l’altro, come le venne ordinato di minacciare gli ambasciatori alle Nazioni Unite di Iraq e Libia a cooperare, “o di rispedire coi bombardamenti i loro paesi all’età della pietra“. Poco si sapeva, allora, che la scintilla iniziale della “guerra al terrore” è stata fortemente finanziata, tra gli altri, dall’Arabia Arabi, che il dipartimento che avrebbe  studiato l’ammanco di 2.300 miliardi USD che Donald Rumsfeld aveva denunciato l’10 settembre, fu quello che venne distrutto da “qualcosa”, nessuno sapeva che il 9/11 era stato pianificato almeno dal 1998, e che i colpevoli erano seduti alla Casa Bianca, nei palazzi dell’Arabia Saudita, nei bunker di comando dell’intelligence israeliana e dalle Corporations, ma certamente non in una caverna dell’Afghanistan. Qualcosa è andato storto per Bin Laden, per Abdelhakim Belhadj, e molti altri, in tutti i loro successi, erano stati doppiamente e triplicamente traditi. Si diventa “utile idiota“, quando un gioco di guerra diventa, improvvisamente, così caldo che ti brucia prima ancora di sapere cosa sta succedendo.
Nulla di tutto ciò era ancora noto. Anche senza le minacce di annientamento, o lo “o stai con noi o sei con i terroristi” il mondo era in uno stato di shock, e la simpatia ed empatia si diffondeva dagli Stati Uniti fino al più improbabile dei luoghi, delle organizzazioni, delle nazioni e dei loro leader. “Quale shock  scoprire che o si sta con i terroristi o si sta con Bush, si sta sempre con i terroristi“. Anche Muammar Gheddafi, subito dopo il fondatore del PFLP-GC, Ahmed Jibril, il capro espiatorio preferito per tutto il male che colpisce gli Stati Uniti, anche Gheddafi, ha mostrato più cooperazione di quanto ci si sarebbe aspettato. Nel 2002 un mandato di arresto per Abdelhakim Belhadj fu rilasciato dalla polizia libica. Nel mandato d’arresto si sostiene che aveva stretti legami con al-Qaida e il mullah Omar. Belhadj aveva anche un rapporto personale con l’autista di Bin Ladin, Salim Hamdan. Armata con una risoluzione delle Nazioni Unite che ha violato la Carta delle Nazioni Unite, la NATO ha intrapreso il suo secondo progetto neo-coloniale, in Afghanistan. Quando l’Afghanistan è diventato un posto troppo poco sicuro, i leader restanti del LIFG andarono in varie località dell’Europa e del Sud Est Asiatico. Belhadj anche operato in Iraq, combattendovi l’occupazione statunitense. Per quanto riguarda l’attuale sovversione della NATO in Libia, dove Belhadj opera come comandante del LIFG, ossia di al-Qaida e, recentemente nominato nuovo consigliere militare di Tripoli, è più interessante notare che Bengasi e Derna sono le due città che hanno fornito la maggior quantità pro capite di combattenti per al-Qaida in Iraq, e che la Libia e il LIFG hanno contribuito,  pro capite, con combattenti per al-Qaida, più che persino l’Arabia Saudita.
Poiché l’MI6 aveva stretti legami con il LIFG, recentemente, da quando hanno cospirato per assassinare Gheddafi, e da quando la squadra di al-Qaida a Kabul era l’ufficio di reclutamento per i mercenari della CIA, che consapevolmente o inconsapevolmente. combattono nell’interesse degli Stati Uniti, Belhadj è stato rintracciato sia dalla CIA che dall’MI6. Al momento opportuno, nel 2004, è stato arrestato insieme alla moglie incinta, all’aeroporto di Kuala Lumpur in Malesia, ed è stato estradato sullo stesso aereo a Bangkok. A Bangkok, Belhadj è stato detenuto in una prigione segreta e illegale della CIA, da dove è stato rilasciato in Libia, dove ha trascorso sette anni in compagnia di altri membri LIFG e altri prigionieri politici. Molti di loro, come lui, vittime del doppiogioco di MI6, CIA e altri.
Non è forse per il fatto che è noto per aver personalmente ucciso soldati statunitensi in Afghanistan e in Iraq; e non fosse stato per il fatto che ha supervisionato il massacro di migliaia di libici, bianchi e neri, di lavoratori migranti in Libia, durante la recente rivolta organizzata dalla NATO e sotto il suo comando di capo del consiglio militare di Tripoli, in altre parole, se non fosse stato per il fatto che ha commesso i più gravi crimini di guerra, crimini contro l’umanità e di genocidio, per cui giustamente dovrebbe essere consegnato all’Ufficio del Procuratore speciale dell’Aja, si potrebbe anche tendere a dare credito alla narrativa ultimamente diffusa, che sia una povera vittima di torture, punizioni crudeli e inumani dagli Stati Uniti, e che lui è semplicemente un “combattente per la libertà”, che ha combattuto per una causa giusta, e che oggi si batte per una giusta causa, come comandante del nuovo esercito libico. Si “deve” chiedere in particolare all’amministrazione degli Stati Uniti, e al comandante in capo Obama, se vogliono soffiare aria in un pallone, pur di mantenere, nascosta in bocca, la polvere sugli archivi USA dei doppigiochi segreti. Either – Or ! O – O! Remember ? Ricordi?
Sia che gli USA hanno combattuto guerre ingiuste in Afghanistan e Iraq, sia che Belhadj stesse lottando per una buona causa, ciò non giustifica affatto la supervisione del massacro di decine di migliaia di libici neri, o che gli Stati Uniti combattano soltanto delle guerre assolutamente criminali e illegale in Afghanistan e Iraq, nel qual caso Belhadj resiste dalla parte dei buoni. Giusto? Oppure mi sbaglio in qualcosa, qui. Giusto! Gli Stati Uniti hanno combattuto guerre illegali, e Belhadj è un cattivo ragazzo. Vedete, il problema con il costruzionismo sociale è che si lavora solo fino a quando non si presta nessuna attenzione.
Il fatto è che la Libia e il mondo intorno a lui, almeno non a Abdelhakim Belhadj stesso, hanno a che fare con lui, il suo passato, il suo presente, il suo futuro, e dopo la vita che ha vissuto, le esperienze che ha avuto, la sua necessariamente estremamente mente complessa. Ha a che fare con il fatto che egli stesso è stato manovrato, ed è stato portato a una posizione in cui è un potenziale candidato alla Presidenza o un primo ministro nella ricca nazione del Nord Africa.
Ci sono altre persone, grandi personalità, che hanno subito tali transizioni. Yasser Arafat per uno. Anche se non è stato torturato, anche se non ha commesso massacri sulla scala che Belhadj ha recentemente commesso, è stato denunciato come un terrorista, ed è diventato un Presidente. Solo, non ha mai potuto davvero sfuggire alla sua natura di “combattente“. Nel suo caso, c’era qualcosa per cui combattere, ed era una buona causa.
Una persona come Joshua Nkomo, che ha sperimentato la tortura nella sua mente corpo e anima, come Abdelhakim Belhadj, è stato un caso difficile già in termini di assolvimento alla carica di premier di tutti, che avrebbe lavorato con l’opposizione per migliorare il proprio paese, piuttosto che il doppiogioco contro di esso. Il caso di un Nelson Mandela, mi si perdoni, che dopo 27 anni di reclusione, trattamento crudele e disumano, è troppo difficile, e solo il fatto che egli è uno dei più grandi esseri umani che ha camminato su questa terra, gli ha permesso di trasformare la sua sofferenza in qualcosa che è stato costruttivo e che ha riconciliato la sua nazione e il suo popolo, e anche lui stesso. Tuttavia, non di questi uomini è stato torturato dallo stesso “sistema”, sistema in senso psicologico, che li ha aiutati ad ottenere una posizione di potere e di riabilitazione, almeno non apertamente.
Nel caso di Abdelhakim Belhadj, abbiamo a che fare con un capo di stato potenziale, e in ogni caso, con una persona con influenza molto forte, che deve avere un intenso rapporto amore-odio verso costruzioni, sistemi e persone che sono legate al tessuto mentale delle esperienze che hanno dominato gli ultimi due decenni della sua vita. Lo sforzo recente dei PR di al-Jazeera e altri, un esercizio di costruttivismo sociale applicato, indica che si tratta di un problema di immagine per CNT, USA, UE e NATO – e si è consapevoli di ciò. Altro  amore/odio.
Anche se il PR rafforzerà il suo ego, lo rende anche consapevole del fatto che è un problema. Problema dialettico. I problemi dialettici sono difficili da sopportare per le personalità instabili. Il risultato più probabile di tali dialettica e dilemma è che diventerà ancor più doppiogiochista, si tratterrà in pubblico, e sfogherò la sua rabbia e la sua aggressività frustrata di più quando non sarà visto, o in attività segrete.
Cercare di capire quando insicuro debba sentirsi – di quanto ha bisogno di avere il controllo. dopo essere stato torturato, dopo aver saputo che la mano che l’ha tradito e ne ha abusato, e l’ha utilizzato, è la mano che lo alimenta ora, quando è al vertice delle possibilità. Libici poveri, poveri rivali politici e militari libici, poveri che sono sospettati di opporsi a lui. “Deve” avere un intenso bisogno di controllo, al fine di sentirsi un po più sicuro! Ciò rende molto difficile averci a che fare lavorare. E’ un circolo che  autoalimenta le proprie dinamiche.
Non è assolutamente impensabile che saranno presi di mira – non subito, ma dopo che il CNT sarà più consolidato e il paese più stabile, se accadrà mai fino a quando il 95% della sua popolazione si oppone all’occupazione, e tutto ciò che viene con essa. Francesi, inglesi, statunitensi, la NATO, Israele, tutti i servizi che sostengono i loro colleghi o rivali, potrebbero esserne i colpevoli. In alternativa, se accade, e lui va al potere, o al vertice di un subsistema, come quello militare, non è improbabile che continuerà ad essere utilizzato come operativo per le attività militanti sotto copertura, – False flag o simili.
Se è così, sarà un doppiogiochista, di quelli che utilizzano i suoi servizi, e se potrà farla franca, otterrà vendetta. Immaginate una false flag che va storta, perché alcuni spettri di DIA, CIA, MI5 e MI6, credono che possa essergli utile. E’ lui la maschera dietro molti volti – Abdelhakim Belhadj.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia: le quattro verità dell’ex capo del DST Yves Bonnet

Algerie.Senego.com 25/08/2011

Yves Bonnet, Prefetto emerito, ex capo della Direzione della sorveglianza del territorio (DST) e fondatore del Centro Internazionale per la Ricerca e Studi sul Terrorismo (AVT-CIRET), si è recato in Libia per un mese con una delegazione internazionale di esperti. L’obiettivo era quello di incontrare i belligeranti e di valutare la situazione nel paese. Commenta, per France-Soir, le conclusioni della sua relazione missione.

Lei ha incontrato, in successione, i pro-Gheddafi di Tripoli e i ribelli del Consiglio nazionale di transizione (CNT) a Bengasi. Quali sono state le sue prime impressioni?
In Occidente, in Tripolitania, c’è ancora uno stato di diritto. Tutto funziona. Questo non è il caso della Cirenaica (Bengasi).

La vostra dichiarazione di missione descrive l’attuale conflitto una “guerra civile“, mentre Bernard-Henri Levy dice, intanto, che tutte le tribù libiche si sono unite contro il colonnello Gheddafi e il suo regime…
Ciò che non ha potuto verificare BHL, è la reale popolarità di Gheddafi in Tripolitania. Non possiamo ignorare la dimensione tribale in questo paese, anche se il CNT lo nega, lo rifiuta. Prendete il Presidente della CNT di Tobruk: questo è semplicemente il capo della tribù locale. Quanto a Gheddafi, che ha in passato fatto molto per i Tuareg, prendendo le loro parti contro l’autorità del Mali (il popolo Tuareg vive tra la Libia e l’Algeria e alle frontiere del Mali, Niger e Burkina Faso). Ci siamo incontrati con i Tuareg del Niger, che hanno attraversato il deserto a piedi per venire a combattere al suo fianco.

Il popolo di Tripoli può avere altra scelta che sostenere Gheddafi?
Ci siamo spostati liberamente a Tripoli e abbiamo potuto parlare con la gente. La popolarità di Gheddafi si spiega con la situazione sociale della popolazione, che è particolarmente avanzata. Il regime non è tenero in termini di libertà, di sicuro. Ma il tenore di vita è buono. I libici sono spesso proprietari delle loro case, possiedono una macchina e le prestazioni sociali sono assicurate. Gli ospedali sono un livello comparabile a quelli che troviamo qui. Quello che sta accadendo in Libia non è una rivoluzione sociale ed economica come in Tunisia o in Egitto. Si tratta di una rivoluzione politica.

Lei parla di “operazione pianificata con cura“, riguardo i primi giorni della rivoluzione…
Ciò che mi è apparso chiaro, visitando quattro località del CNT, tra Bengasi, Derna e Tobruk, lo scenario è che le prime ore della ribellione siano esattamente le stesse. Copia e incolla. Si comincia con una manifestazione studentesca, con 15-20 persone. La polizia reprime, ci sono uno o due morti.  Che a sua volta porta all’organizzazione di una grande manifestazione che mette in fuga le autorità. Queste ultime, ogni volta, non cercano di prendere le cose in mano. Abbiamo le prove che gli ordini impartiti da Tripoli erano di non fare nulla. Infatti, il campo è stato lasciato ai ribelli, che hanno attaccato gli uffici dello Stato,: stazioni di polizia, municipi, palazzi di giustizia. Tutto ciò che poteva rappresentare l’autorità di Tripoli è stata saccheggiato e distrutto. Ho concluso che non vi erano istruzioni. Noto per inciso che in quel momento, la responsabilità per il mantenimento dell’ordine incombeva sul Generale Younis (ex ministro degli interni di Gheddafi), che è ormai diventato il capo di stato maggiore dei ribelli libici.

Accusate i ribelli di aver “derubato” e “ucciso” centinaia di lavoratori africani.
Questi sfortunati si sono trovati intrappolati nel fuoco incrociato. Accusati di essere mercenari al soldo del colonnello Gheddafi dai bengasini, sono stati derubati dalle forze dello stesso Gheddafi, quando hanno cercato di fuggire in Tunisia o in Egitto.

Possiamo parlare allora, così come fa la vostra missione, della “natura razzista dell’insurrezione“?
Oggi, l’insurrezione definisce le persone di colore quali nemici. Anche se sono libici. Un leader tribale, ha dichiarato: “Noi dei neri, non ne vogliamo sentire parlare. Si sono schierati con Gheddafi!”. “Nicolas Sarkozy ha intrapreso questa strada troppo avventatamente”.

Con la vostra lettura, si capisce che non stimate molto il CNT…
Il CNT è la Torre di Babele. È gente simpatica, intelligente, aperta su palcoscenico, per compiacere l’Occidente. Ma dietro di loro, si vedono le figure del vecchio regime, come l’ex ministro della Giustizia di Gheddafi, Mustafa Mohamed Aboud al-Jelil, coinvolto nel caso delle infermiere bulgare (come presidente della Corte di appello, aveva confermato le condanne a morte), che sono al comando carica. Questo è inquietante … E poi ci sono gli islamisti, anche se fanno molta attenzione a non mostrarsi troppo. Il ramo libico di al-Qaida è molto vivo e si trova in Cirenaica. In questa regione, si sente il peso della religione. La posizione delle donne è sottovalutata, devono indossare il velo. Ci sono anche dei barbuti, cosa molto sintomatica. Il velo e la barba descrivono i comportamenti della società. Descrivere il CNT come istituzione democratica sembra quindi prematuro. Oggi, questo non è il caso.

Non siete tenero con Nicolas Sarkozy.
Non vi dirò il contrario. Lui solo ha deciso unilateralmente di tagliare i legami con un paese. Senza previa consultazione. E’ qualcosa di grave. Ha intrapreso questa strada troppo avventatamente. La Francia ha riconosciuto il CNT come stato quando non lo è. La cosa straordinaria è che nessuno ha detto niente. A mio parere, legalmente, non ha alcun valore. Ci si chiede dove sia il diritto in tutto questo.

Come vedete evolvere le cose?
L’ignoto: si metteranno le mani sui terminali petroliferi. Ma il pericolo principale è la divisione del paese. Con conseguente destabilizzazione dei paesi vicini dell’Africa sub-sahariana come il Niger e il Mali. Questo è ciò di cui alcuni diplomatici arabi hanno paura. Alcuni leader politici occidentali non sembrano aver letto i rapporti delle loro intelligence. Con la Libia, disponevamo di un blocco solido contro al-Qaida e contro l’immigrazione clandestina. È appena saltato.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – Aurora03.da.ru

Gli Stati Uniti e il Pakistan vicini a una guerra aperta, un ultimatum cinese avverte gli Stati Uniti dall’attaccare il Pakistan

Webster G. Tarpley 24 maggio 2011

La Cina ha già avvertito gli Stati Uniti che un qualsiasi attacco contro il Pakistan da parte di Washington, sarebbe interpretato come un atto di aggressione contro la Cina. Questo avvertimento è il primo secco ultimatum strategico ricevuto da Washington in oltre mezzo secolo, risalendo all’avvertimento dell’Unione Sovietica durante la crisi di Berlino, tra il 1958 e il 1961, e questo rappresenta un’ulteriore conferma del grave pericolo di una guerra generale dal confronto USA-Pakistan.

“Qualsiasi attacco contro il Pakistan sarà percepito come un attacco alla Cina”
Rispondendo alle relazioni che affermavano che la Cina aveva chiesto agli Stati Uniti di rispettare la sovranità del Pakistan, nei momenti successivi all’operazione bin Ladin, il portavoce del Ministero degli affari esteri cinese, Jiang Yu, ha usato il briefing con la stampa del 19 maggio per ribadire la domanda categorica di Pechino che “la sovranità e l’integrità territoriale del Pakistan devono essere rispettate.” Secondo fonti diplomatiche pakistane, citate dal Times of India, la Cina ha “avvertito senza equivoci, che un attacco contro il Pakistan sarà considerato un attacco alla Cina“. È stato suggerito che questo ultimatum è stato rilasciato durante i colloqui politico-economici che hanno avuto luogo a Washington il 9 maggio, in cui la delegazione cinese era guidata dal vice premier cinese Wang Qishan e dal consigliere di stato Dai Bingguo.(1) Gli avvertimenti dalla Cina sono  implicitamente sostenuti dai missili nucleari della nazione, tra cui 66 missili intercontinentali, di cui molti con la capacità di colpire gli Stati Uniti, e  da altri 118 missili a medio raggio, 36 missili lanciati da sottomarini, e da molti sistemi missilistici a corto raggio.
Il sostegno della Cina è visto dagli osservatori regionali di estrema importanza per il Pakistan, che altrimenti sarebbe intrappolato nel fuoco incrociato tra Stati Uniti e India. “Se la pressione degli Stati Uniti e dell’India continua, il Pakistan potrà dire ‘la Cina è con noi. Non crediate che siamo isolati, abbiamo una potenziale super-potenza con noi”, ha detto all’AFP il generale in pensione e analista politico, Talat Massoud. (2)
L’ultimatum cinese si è avuto durante la visita a Pechino dal Primo Ministro pachistano Gilani, durante il quale il governo ospite ha annunciato il trasferimento immediato e gratuito di 50 jet da combattimento ultimo modello JF-17. (3) Prima della sua partenza, Gilani ha rafforzato l’importanza dell’alleanza tra Pakistan e Cina proclamando: “Siamo orgogliosi di poter contare la Cina tra i nostri migliori amici e di ribadire la fiducia che ci lega. La Cina potrà sempre contare sul Pakistan, che sarà al suo fianco in ogni momento… Quando diciamo che questa amicizia è più grande dell’Himalaya e più profonda degli oceani, cogliamo l’essenza di tale rapporto.” (4) Queste osservazioni sono state accolte con lamenti dai portavoce statunitensi, tra cui il senatore repubblicano dell’Idaho Risch.
La crisi strategica che bolle tra Stati Uniti e il Pakistan, è esplosa con forza il 1° maggio, con il caso del raid del commando unilaterale e non autorizzato, che presumibilmente avrebbe ucciso il fantasma di Usama bin Ladin, in una casa fortificata nella città di Abottabad, cosa che costituisce una flagrante violazione della sovranità del Pakistan. La tempistica di questa cascata militare, condotta per infiammare le tensioni tra i due paesi, non aveva assolutamente nulla a che fare con la presunta guerra contro il terrorismo, e tutto ciò a che fare con la visita in Pakistan, alla fine di marzo, del principe Bandar, il capo della sicurezza nazionale saudita. Questa visita ha comportato una immediata alleanza tra Islamabad e Riad, con il Pakistan che promette di fornire truppe per sedare qualsiasi ribellione architettata dagli Stati Uniti, come una rivoluzione  colorata, nel Regno dei Saud, fornendo nel contempo un ombrello nucleare ai sauditi, rendendoli meno vulnerabili alle minacce di estorsione degli Stati Uniti, per abbandonare la petro-monarchia alle cure di Teheran. Un movimento congiunto tra il Pakistan e l’Arabia Saudita per spezzare il predominio dell’impero statunitense nella regione e, qualsiasi cosa si pensi di questi due regimi, ciò sarebbe un colpo mortale per l’impero in dissoluzione degli Stati Uniti in Asia del sud.
Per quanto riguarda le indicazioni circa il presunto raid contro bin Ladin il 1° maggio, vi è una massa di contraddizioni che cambiano di giorno in giorno, e che non danno alcuna speranza di sapere cosa sia realmente successo. Un’analisi di questa avventura sarebbe in mani decisamente migliori con dei critici letterari e scrittori di riviste teatrali. Il solo fatto solido e consistente che emerge da tutto questo, è che il Pakistan è l’obiettivo principale degli Stati Uniti, con l’intensificazione della politica statunitense anti-Pakistan che è stata messa in vigore dal famigerato discorso  di Obama a West Point, nel dicembre 2009.

Gilani: rappresaglie massicce per difendere il Pakistan
L’avvertimento dei cinesi a Washington si è avuto  poco dopo la dichiarazione di Gilani al parlamento del Pakistan, dove ha detto: “Non permettiamo a nessuno di trarre conclusioni sbagliate. Ogni attacco contro le acquisizioni strategiche del Pakistan, in modo aperto o segreto, troverà una risposta adeguata… Il Pakistan si riserva il diritto di contrattaccare con forza. Nessuno dovrebbe sottovalutare la motivazione e la capacità della nostra nazione e delle sue forze armate nel difendere la nostra sacra patria.” (5) Un monito di rappresaglia di una potenza nucleare come il Pakistan deve essere preso sul serio, anche dai più feroci aggressori del regime di Obama.
Le acquisizioni strategiche di cui Gilani parla sono le forze nucleari pakistane, la chiave per dissuadere un possibile attacco da parte dell’India, scaturente dal quadro delle relazioni di cooperazione nucleare tra Stati Uniti e India. Le forze Usa in Afghanistan non sono state in grado di mascherare la loro ampia pianificazione nel cercare di sequestrare e distruggere le armi nucleari del Pakistan. Secondo un rapporto di Fox News del 2009: “Gli Stati Uniti hanno un piano dettagliato per infiltrarsi in Pakistan e sottomettere il suo arsenale di testate nucleari mobili, se risulta che il paese sta per soccombere al potere dei taliban, al-Qaida o di altri movimenti islamici estremisti. Questo piano è stato sviluppato dal generale Stanley McChrystal, quando era capo del Comando Operazioni Speciali di Fort Bragg, in North Carolina. Questo comando è direttamente coinvolto nella operazione che apparentemente riguardava bin Ladin, è composto da Delta Force, Navy SEAL e da una speciale unità di informazione  alta tecnologia, conosciuta come ‘forza speciale arancione’“. “Piccole unità potrebbero sequestrare armi nucleari del Pakistan, neutralizzarle e successivamente centralizzarle in un posto sicuro“, aveva detto una fonte citata da Fox. (6)

Obama ha già approvato un attacco occulto contro le armi nucleari del Pakistan
Come dice il London Sunday Express, Obama ha già approvato una azione aggressiva in questi termini: “Le truppe degli Stati Uniti saranno schierate in Pakistan, se gli impianti nucleari di quella nazione saranno sotto una minaccia terroristica che cercherebbe di vendicare la morte di bin Ladin… Il piano, che sarebbe stato attivato senza il consenso del presidente Zardari, ha provocato una reazione rabbiosa da parte dei funzionari pakistani… Obama avrebbe dato l’ordine di paracadutare truppe per garantirsi il controllo dei siti nucleari chiave. Ciò comprende il quartier generale della base aerea di Sargodha, che ospita i caccia F-16 e almeno 80 missili balistici a testata nucleari. “Secondo funzionari USA”, il piano ha ricevuto via libero e il presidente ha già indicato la sua intenzione di dispiegare truppe di terra in Pakistan, se pensa che ciò sia importante per la sicurezza nazionale.” (7)
Una estrema tensione su questo tema illustra la follia avventuriera di Obama e del suo attacco unilaterale del 1° maggio, che potrebbe facilmente essere stato interpretato, dalle autorità pakistane, come il promesso attacco contro la sua capacità nucleare. Secondo il New York Times, Obama ha capito che rischiava una guerra immediata con il Pakistan e ha insistito “che la forza di attacco, a caccia di bin Ladin, è abbastanza forte per combattere e lasciare il paese se avesse di fronte forze ostili o di polizia e militari locali”.

Il conto alla rovescia è già iniziato
Il conflitto a fuoco tra forze USA e pakistane hanno subito un’escalation il 17 maggio, quando un elicottero della NATO ha violato lo spazio aereo pakistano in Waziristan. Le forze pakistane erano in allerta e hanno subito aperto il fuoco.  L’elicottero statunitense ha risposto al fuoco. Due soldati di stanza nella zona di confine di Datta Khel sono stati feriti. (8)
Una possibile risposta pakistana a questa incursione potrebbe essersi verificata a Peshawar, il 20 maggio, quando un’autobomba che apparentemente mirava a un convoglio di due veicoli del consolato degli Stati Uniti, causando solo danni materiale agli statunitensi. Un passante è stato ucciso e diversi feriti. In un altro caso di guerra d’intelligence, la televisione Ary 1 ha riportato il nome del capo della stazione CIA a Islamabad, il secondo residente-spia ad avere la copertura rivelata in meno di sei mesi.

L’inviato degli Stati Uniti Grossman respinge la richiesta del Pakistan di cessare le violazioni del confine
Il rappresentante speciale degli Stati Uniti in Afghanistan e Pakistan, Marc Grossman, che ha sostituito il defunto Richard Holbrooke, ha respinto con arroganza il 19 maggio le richieste pakistane per garantire che le operazioni stile Abottabad non sarebbe state perpetrate in Pakistan. (9) Rifiutandosi di  garantire ciò, Grossman ha detto che le autorità pakistane non hanno mai chiesto il rispetto dei loro confini negli ultimi anni. (10)
In questa crisi di importanza strategica, l’India ha continuato con la sua scaletta di provocatorie esercitazioni militari che puntavano al Pakistan. Come l’esercitazione  “Vijayee Bhava” (Siamo vittoriosi) che ha avuto luogo nel deserto del Thar, nel nord del Rajasthan. Questa esercitazione di Blitzkrieg NBC (nucleare, biologico, chimico), implicava il secondo corpo d’armata che è “considerato la più importante formazione di attacco dell’esercito indiano, il cui compito sarebbe praticamente dividere in due il Pakistan, in caso di guerra totale dichiarata tra i due paesi.” (11)
Un modo per ottenere la necessaria provocazione per giustificare un attacco indo-statunitense al Pakistan, sarebbe aumentare le azioni terroristiche attribuite ai cosiddetti taliban. Secondo la stampa pachistana, CIA, Mossad e RAW (Research and Analysis Wing) dell’India, hanno creato la propria versione dei taliban, sotto forma di contro-banda terrorista che controllano e gestiscono. Una fonte ha riferito che “agenti della CIA sono infiltrati nelle reti dei taliban e di al-Qaida ed hanno creato la propria forza Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP), al fine di destabilizzare il Pakistan.” L’ex comandante regionale del Punjab dell’ISI, l’intelligence pakistana, il generale di brigata Aslam Ghuman ha commentato: “Durante la mia visita negli Stati Uniti, ho appreso che l’agenzia di spionaggio del Mossad, con la connivenza dell’indiano RAW e la diretta supervisione della CIA, hanno programmato di destabilizzare il Pakistan a qualsiasi costo.” (12) Il doppio attentato che ha ucciso 80 paramilitari in Waziristan, la scorsa settimana, è stato perpetrato da questa contro-banda?
Allo stesso modo, i servizi segreti russi “hanno rivelato che il contraente della CIA, Raymond Davis, e la sua rete, hanno fornito ad al-Qaida  armi nucleari, chimiche e biologiche, in modo che le installazioni militari statunitensi possano essere prese di mira e accusare il Pakistan…” Davis, egli stesso un veterano delle operazioni speciali, è stato arrestato per l’omicidio di due agenti dell’ISI, ma poi è stato rilasciato dal governo pakistano, dopo una sospetta campagna di lamentele del Dipartimento di di Stato USA.

La CIA ha detto che il nuovo capo di al-Qaida vive Waziristasn
Se gli Stati Uniti hanno bisogno di un nuovo pretesto per ulteriori incursioni, sarà facile citare la presenza ipotizzata in Waziristan di Saif al-Adel, ora definito dalla CIA il  successore di Bin Ladin a capo di al-Qaida. (13) Questo è davvero molto attuale e aiuterà le intenzioni aggressive di Obama sostenendo che Saif al-Adel si trova  nel confine più caldo del mondo, e non a Finsbury o a Flatbush.
Dopo il raid Usa non autorizzato del 1° maggio, il leader pakistano, generale Kayani, ha pubblicato il suo avvertimento che, una tale “disavventura“, non potrà essere ripetuta, annunciando anche che il personale statunitense in Pakistan sarà notevolmente ridotto. Secondo le stime dell’ISI, ci sono attualmente circa 7000 agenti della CIA nel paese, molti di loro sconosciuti al governo pakistano. La condivisione delle informazioni tra il Pakistan e gli Stati Uniti è stata segnalata come  notevolmente ridotta. In risposta alla reazione di Kayani, l’operazione di propaganda della CIA, nota come Wikileaks, ha ancora una volta dimostrato la sua vera natura cercando di screditare il comandante pakistano con dei dubbi rapporti delle ambasciate degli Stati Uniti, secondo cui aveva chiesto maggiori attacchi di droni statunitensi, non di meno, negli ultimi anni.
In particolare, dopo il discorso di Obama a West Point, la CIA ha utilizzato gli attacchi di droni per compiere stragi di civili, al fine di fomentare una guerra civile in Pakistan, portando alla divisione del paese lungo le linee etniche del Punjab, Sindh, Baluchistan e Pashtunistan. L’obiettivo geopolitico di tutto questo è distruggere il potenziale che ha il Pakistan nell’essere il corridoio energetico tra l’Iran e la Cina. Selig Harrison è emerso come il sostenitore statunitense di spicco della secessione del Baluchistan.
Dal 1° maggio, sei attacchi dei droni USA avrebbero causato almeno 42 morti tra la popolazione civile del Pakistan, spingendo la popolazione a un crescente l’odio anti-americano. In risposta, in una sessione congiunta, il Parlamento pachistano ha approvato unanimemente, il 14 maggio, una richiesta formale di sospendere gli attacchi missilistici degli USA, chiedendo al governo di tagliare la strada dei rifornimenti della NATO in Afghanistan, se gli attacchi continuano. (14) Con la linea di rifornimento Karachi-Khyber Pass, che attraversa il passo dallo stesso nome, e che trasporta i due terzi delle forniture richieste dagli invasori dell’Afghanistan, tale azione potrebbe causare il caos tra le forze della NATO. Tutto questo mette in evidenza la follia intrinseca nel provocare la guerra con il paese in cui passano le linee di rifornimento.

Gli Stati Uniti vogliono utilizzare il capo dei taliban, Mullah Omar, contro il Pakistan
Il Dipartimento di Stato ha abbandonato tutte le condizioni per negoziare con i taliban, lo scorso febbraio, e gli Stati Uniti stanno ora cercando di negoziare con gli inviati del Mullah Omar, secondo il Washington Post, il leggendario leader monocolo del consiglio di Quetta, o Shura dei taliban. E’ chiaro che l’alleanza che gli Stati Uniti offrono ai taliban è contro il Pakistan. L’inviato statunitense nella regione, Marc Grossman, è ostile al Pakistan, ma circa i taliban è stato soprannominato “signor riconciliazione“. (15) Al contrario, gli Stati Uniti sarebbero determinati ad assassinare il capo della rete Haqqani, utilizzando un raid come quello effettuato contro bin Ladin. I Pakistani sono determinati a mantenere gli Haqqani come alleati.
Se la Cina si allinea col Pakistan, allora è molto probabile che la Russia si affiancherà alla Cina. Anticipando la prossima riunione dell’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai del 15 giugno di quest’anno, il presidente cinese Hu si è felicitato delle relazioni sino-russe, che si trovano a un livello record di positività fino ad allora senza precedenti, e questo con “un evidente ingrediente strategico“. In una conferenza stampa di questa settimana, il presidente Medvedev è stato costretto a riconoscere indirettamente che il “risveglio” delle relazioni con la Russia, come acclamato da Obama, non ha beneficiato di un miglioramento, dopo la conferma del programma ABM degli USA in Romania e nel resto dell’Europa orientale, un programma così apertamente diretto contro la Russia che, quindi, di fatto dava al Trattato START un valore discutibile, facendo rivivere lo spettro di una nuova guerra fredda. “Considerando l’attacco della Nato contro la Libia, non ci sarà alcuna risoluzione dell’ONU contro la Siria“, ha detto Medvedev. Putin aveva ragione fin dall’inizio e Medvedev cerca di seguirne l’esempio, al fine di ritagliarsi qualche possibilità di rimanere al potere.

Siamo al 1° Luglio 1914?
La crisi che ha portato alla prima guerra mondiale è iniziata con l’assassinio a Sarajevo, del 28 giugno 1914, ma la dichiarazione della prima grande guerra, non ebbe luogo prima del 1° agosto. Durante il mese di luglio, gran parte della opinione pubblica europea era trincerato in una elegiaca e idilliaca illusione, anche se la crisi mortale stava diventando sempre più importante. Qualcosa di simile si può vedere oggi. Molti cittadini statunitensi credono che la presunta morte di bin Ladin segni la fine della guerra contro il terrorismo e della guerra in Afghanistan. Invece, l’operazione contro bin Ladin ha chiaramente provocato una nuova emergenza strategica. Le forze che si erano opposte alla guerra in Iraq, sostengono in modo aperto la sanguinosa aggressione di Obama alla Libia, forze come MSNBC, il movimento dei liberali di sinistra, che sono la maggioranza nel movimento per la pace. Hanno persino celebrato Obama come un guerrafondaio più efficace della cricca Bush-Cheney, a causa del suo presunto successo ai danni di bin Ladin.
In realtà, non c’è mai stato momento migliore per mobilitarsi e fermare il progetto di una nuova guerra incombente, più grande e più mortale.  Il tempo è venuto.

Riferimenti
1 Economic Times
2 “China-Pakistan alliance strengthened post bin Laden,” AFP, 15 maggio 2011,
3 NY Times
4 UPI
5 NY Post
6 Rowan Scarborough,”US Has Plan to Secure Pakistan Nukes if Country Falls to Taliban”, Fox News, 14 maggio 2009.
7 “US ‘To Protect Pakistan,” London Sunday Express, 15 maggio 2011
8 Reuters
9 “US refuses to assure it will not act unilaterally” 
10 “No US assurance on unilateral ops
11 “Getting leaner and meaner?” Times of India, 10 maggio 2011
12 “CIA has created own Taliban to wreak terror havoc on Pakistan, claims Pak paper,” ANI, 12 maggio
13 “New al-Qaeda chief in North Waziristan,” 19 maggio 2011
14 Msnbc 
15  Telegraph
 
Traduzione di Alessandro Lattanzio – Aurora03.da.ru

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