Il caos iracheno: la Waterloo di Obama, lo Yarmuq dell’Iran

Ziad al-Fadil Syrian Perspective
531655_Syrian Perspective ricorda umilmente di essere stata tra i primi a rivelare il ruolo di Izat Ibrahim al-Duri nel disastro in Iraq. Abbiamo seguito al-Duri per anni dopo esser sfuggito ai tribunali illegali istituiti dall’alto commissario statunitense L. Paul Bremer, forse uno dei più completi imbecilli del mondo, nascondendosi nel nord, nella sua città natale di Mosul, svicolando lungo le linee di faglia tra arabi, curdi e turchi. Finalmente arrivato in Turchia, fu adottato da una squadra di spettri statunitensi e inglesi presentatigli dai sicari del MIT di Erdoghan. Da quel momento svolge il ruolo che gioca ora. Attenzione, non credo che il SIIS sia ciò che sembra. Non è un’organizzazione salafita, poiché tali organizzazioni, ripeto, non prendono quali capi ex-baathisti come al-Duri. Alcuni di voi avranno sentito parlare di una recente dichiarazione da Mosul secondo cui il SIIS ha ora un comando unificato con al-Duri. È vero, al-Duri è un ex-militare iracheno salito alla ribalta sotto Sadam, divenendo l’unico uomo capace di sputare in faccia a leader temibili senza nemmeno alzare un sopracciglio. Tuttavia al-Duri non ha alcuna esperienza militare sostanziale come comandante sul campo, e se ne vedrà abbastanza presto il fallimento. È inoltre in cattive condizioni di salute, soffre di gravi condizioni respiratorie e nefrite che lo spacceranno al più presto. Che un naqshbandi/baathista (sufi) come al-Duri si possa alleare con Abu Baqr al-Baghdadi prova che il SIIS è un fantoccio statunitense ingrassato dai soldi sauditi e abbellito dalle banalità dei terroristi jihadisti. La pretesa di Obama di esser disposto ad inviare la propria potenza aerea in Iraq per aiutare al-Maliqi, è un semplice cavallo di Troia o dote di Jalila, un metodo per rimuovere il Primo Ministro al-Maliqi una volta divenuto chiaro che il disgraziato presidente statunitense non è riuscito a spodestare il nostro Dr. Bashar al-Assad. Il piano sionista, inventato e promosso dai traditori neo-con, viole che la Mezzaluna Fatimide sia più una collana di  perle che una vera mezzaluna. Se non è possibile sbarazzarsi del cordone siriano, si passi a quello iracheno. Questo è un piano sionista, reso evidente dal fatto che solo possono profferire una visione così sociopatica da comportare lo sterminio dei cristiani d’Iraq e Siria.
Il piano dei traditori neo-con è questo: Per soffocare Hezbollah è necessario troncarne i legami con l’Iran. Ciò significa distruggere Siria e Iraq. Hanno preso di mira la Siria per prima, dato che sembrava la più debole dei due. Ma la Siria non era la più debole dato l’immenso sostegno ricevuto  da Federazione Russa e Iran. Ciò lascia l’Iraq unico obiettivo per respingere gli iraniani dalla regione e isolare Hezbollah. Se l’Iraq finisse nelle mani di sadamisti come al-Duri, l’Iraq ancora una volta diverrebbe un cuscinetto contro l’Iran e un buco nero per Hezbollah. Voglio qui ricordare, inoltre, che il recente ammonimento dell’Arabia Saudita che le forze straniere dovrebbero rimanere fuori dal conflitto iracheno, serve solo a sviare le accuse sul suo netto coinvolgimento nel finanziamento del mostro SIIS in Siria e Iraq. Tre realtà sono ormai emerse da tutto ciò, per le sanguisughe sioniste: 1. La campagna di Bush contro Sadam fu un disastro di proporzioni storiche, che deve essere corretto; 2. Hezbollah è una delle forze più minacciose che lo Stato-colono sionista deve affrontare nei conflitti futuri; 3. Lo stesso piano disastroso contro la Siria potrebbe ancora funzionare in Iraq con una corretta pianificazione.
Nota: le dichiarazioni del Generale Qasim Ata a Baghdad, ieri, avvertivano i cittadini e l’opinione pubblica a diffidare di articoli faziosi da fonti che vomitano menzogne e propaganda. E’ la stessa situazione della Siria, con la condizione che gli iracheni sono pienamente consapevoli della campagna mediatica in Siria e sono disposti a contrastarla. Il Generale Qasim Ata, portavoce dell’esercito iracheno, cerca di assicurare avvertendo i cittadini su al-Arabiya, al-Jazeera e tutto il resto di ben noti menzognifici già utilizzati contro la Siria. E ancora più interessante notare come SIIS ed alleati del Baath iracheni usino in modo sofisticato internet, manipolando l’opinione popolare. Il modo con cui tali selvaggi utilizzano internet chiaramente indica una tutela di Stati Uniti ed alleati inglesi, turchi e altri. Suggerimento: si guardi attentamente come la BBC copre gli avvenimenti in Iraq e saprete chi c’è dietro tutto ciò.
Con il SIIS che sostiene di controllare le province del nord dell’Iraq contigue alla Turchia, si assicura le aree con i principali impianti petroliferi e basi militari. Ieri ha falsamente affermato di aver invaso la raffineria di petrolio di Bayji, la più grande dell’Iraq. Con tale piano, gli Stati Uniti probabilmente continueranno a sostenere logisticamente il SIIS fino a che al-Maliqi farà ciò che il Presidente Assad doveva fare: dimettersi. Ma ora la palla è nelle mani di Teheran. Potrà sostenere al-Maliqi come ha fatto con Assad? E (un grande E) Mosca interverrà anche qui? L’Iran ha un profondo rapporto storico con Mesopotamia/Iraq. Gli esempi dell’interazione tra i due popoli sono infiniti. Difficilmente si deve risalire ad Artaserse o Barmecide per spiegarlo. Ma oggi, nell’Iran teocratico, i luoghi santi di Najaf e Qarbala ne domineranno il pensiero geo-politico. L’Iran andrà in guerra per proteggere i santuari sciiti e ciò significa centinaia di migliaia di guerrieri Basij pronti ad attraversare il confine iracheno per sradicare le larve supportate dagli statunitensi che operano sotto la bandiera della banda di cannibali finanziati dai sauditi. Il SIIS ha già chiarito l’intenzione di uccidere gli “apostati” e distruggerne i santuari, galvanizzando i volontari iracheni che proteggono i santuari di Sayid Zaynab e Suqayna di Damasco e spingendoli a continuare la lotta in Iraq.  Avvertiamo i politici statunitensi di non permettere che la politica estera statunitense sia diretta dai traditori sionisti neo-con a Washington DC. Il loro movimento deve essere fermato e processato per alto tradimento.
La Russia osserva questi eventi con molta attenzione. L’Iraq è una miniera d’oro per i produttori di armi russi e Mosca non traballerà nel suo approccio. Tuttavia, Putin affronta molte questioni oggi.  La crisi ucraina creata dalla NATO, soprattutto da Obama, potrebbe essere una mossa volta a distrarre i russi, mentre gli Stati Uniti cercano di far risorgere il fallito piano sionista per sloggiare i leader di governi legittimi, soppiantandoli con i loro corrotti adulatori filo-sionisti, le cui vite saranno alquanto effimere. Già i media occidentali si scagliano su al-Maliqi accusandolo di settarismo e brutalità nella guida del suo Paese. Non stupitevi se sentirete parlare di atrocità commesse dai “lealisti pro-Maliqi”. Già delle storie vengono diffuse su prigionieri sunniti a Mosul  giustiziati da guardie sciite mentre il SIIS tentava di liberarli. Nauseanti storie inventate, menzogne e propaganda, ci si può aspettare cose ancor più nauseanti di quelle sentite sulla Siria. Non si arrendono. I sionisti non mollano, a meno che i popoli statunitense, francese, inglese e australiano s’oppongono e si riprendono la propria politica estera, tale rapporto da vampiro parassita continuerà a loro danno. Al-Maliqi deve fare ciò che il Dottor Assad ha fatto in Siria, deve serrare i ranghi e prepararsi a un lungo confronto con la chimera statunitense di Obama. Non è fantasia. La dirigenza sionista è ossessionata dall’Iran e trascinerà nel baratro dell’Inferno gli USA pur di prolungare l’esistenza del fasullo Stato-Ghetto. Al-Maliqi deve tendere la mano, come fa oggi, a tutti i sunniti, unendo le forze per bloccare l’assalto alla cultura semitica irachena arabo-musulmano-cristiana da parte dei coloni ebrei europei e cazari che non hanno portato nulla se non peste e miseria al nostro amato Vicino Oriente. Deve inoltre continuare l’alleanza con il Dr. Assad e utilizzare l’esperienza dell’Esercito siriano nel combattere le orde barbariche di Obama e del sionismo. Più che altro, il Primo Ministro al-Maliqi deve avere ciò che il Dottor George Habash chiamava “chiara visione”.  Non deve permettere che la pletora di trappole e disinformazione l’accechino dalla pura oggettività nel valutare la situazione. Ciò che ha mantenuto lucido il Dr. Assad è la sua formazione scientifica. O come GWF Hegel suggerirebbe nel suo Die Welt Verkehrte (Il mondo capovolto), che al-Maliqi si metta nella posizione dei suoi nemici e veda il loro punto di vista, svelandone i piani come se fossero stati creati dalla sua mente.

856c25c6-f182-11e3-a2da-00144feabdc0.imgTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli Stati Uniti lanciano un’altra invasione dell’Iraq

Nikolaj Bobkin Strategic Culture Foundation 17/06/2014
iraqisiscontrolLa guerra civile infuria in Iraq e gli Stati Uniti studiano la possibilità di tornarvi. Lo Stato creato dagli USA scoppia, rientrando in un nuovo vicolo cieco. Lo Stato Islamico in Iraq e Levante (tradotto anche come Stato islamico in Iraq e Siria, abbreviato SIIL o SIIS) è un attivo gruppo militante jihadista in Iraq e Siria influenzato dal wahhabismo. Il presidente degli Stati Uniti  prende in considerazione l’aiuto ai militanti in Siria. Allo stesso tempo, in Iraq non esclude alcuna opzione contro i jihadisti. Così Washington avanza la sua consueta politica dei due pesi e due misure. Non è esclusa che l’avanzata del SIIL a Baghdad sia ispirata dagli statunitensi per giustificarne l’intervento. La forte presenza di jihadisti soddisfa gli interessi degli Stati Uniti, perché dividerà l’Iraq in tre parti controllate da sunniti, sciiti e curdi. Il caos creerà un focolaio ai confine iraniani, e il mondo arabo avrà una nuova guerra civile cui gli alleati degli Stati Uniti saranno trascinati sostenendoli. Gli Stati Uniti sfrutteranno la situazione a proprio vantaggio, tornando in Iraq probabilmente diffondendone l’espansione in Siria. La Casa Bianca ha iniziato a discutere apertamente della possibilità di bombardare la Siria dopo la vittoria elettorale di Bashar Assad. Riyadh non cerca di nascondere la sua soddisfazione. L’Arabia Saudita vorrebbe vedere Bashar Assad rovesciato in Siria ed è pronta a partecipare a qualsiasi azione anti-sciita degli Stati Uniti contro l’Iran. Teheran sostiene gli sciiti iracheni al potere in Iraq. Irremovibile nella sua posizione, il presidente Ruhani ha già detto che l’Iran è pronto a sostenere il governo al-Maliqi nella lotta contro gli islamisti. Secondo lui, l’Iran aiuterà l’Iraq su richiesta per combattere e cacciare i terroristi. Ad un certo momento l’Iran ha anche espresso disponibilità ad agire in sintonia con gli Stati Uniti per ripristinare la sicurezza in Iraq. Ruhani l’ha detto a condizione che l’intenzione di Washington di lottare contro il terrorismo sia reale. Ma dopo pochi giorni l’Iran ha drasticamente cambiato posizione, dato che era chiaro che la Casa Bianca aveva paura del coinvolgimento iraniano ancor più del rovesciamento del suo pupillo al-Maliqi. Gli statunitensi sono già alla ricerca di qualcuno che lo sostituisca, non escludendo che provenga dalla comunità sunnita.
Patrick Cockburn dell’Independent ritiene che il dominio dei governi sciiti insediati dagli Stati Uniti dopo il rovesciamento di Sadam Husayn, si avvicini alla fine. Anche se l’Iraq riavrà il controllo della maggior parte del Paese, non tornerà nel settentrione sunnita. Sembra che Washington veda tale prospettiva. Secondo quanto si dice, gli Stati Uniti non vogliono che i jihadisti sunniti prendano piede in Iraq, ma in realtà gli Stati Uniti non vogliono aiutare gli sciiti iracheni vicini all’Iran. Nella sua dichiarazione sull’Iraq, il presidente degli Stati Uniti Obama ha detto, “Così ogni azione che possiamo adottare fornendo assistenza alle forze di sicurezza irachene, deve essere affiancata dall’impegno serio e sincero dei leader iracheni di mettere da parte differenze settarie, promuovere la stabilità e calcolare gli interessi legittimi di tutte le comunità irachene, continuando a costruire una forza di sicurezza efficace. Non possiamo farlo al posto loro, e in mancanza di tale azione politica, l’azione militare a breve termine, compresa qualsiasi assistenza che potremmo offrire, non avrebbe successo. Quindi ciò è un campanello d’allarme. I leader iracheni devono dimostrare la volontà di prendere decisioni e compromessi difficili in nome del popolo iracheno, guidando insieme il Paese. In tale sforzo avranno l’appoggio degli Stati Uniti e dei nostri amici ed alleati”. Obama è esasperato dall’incapacità delle forze di sicurezza irachene nel svolgere la propria missione. Tutte le richieste di aiuti di al-Maliqi devono ricevere ancora una risposta.
L’esercito iraniano è già in Iraq. Secondo i media occidentali, l’Iran ha dispiegato forze della Guardia Rivoluzionaria per combattere i militanti di al-Qieda che hanno occupato una serie di città irachene, aiutando le truppe irachene a riconquistare il controllo della maggior parte di Tiqrit. Il Guardian del 15 riporta che centinaia di volontari sono giunti in Iraq dall’Iran, così come due battaglioni delle Forze Quds (500 uomini), ramo estero del Corpo delle Guardie rivoluzionarie dell’Iran che ha operato a lungo in Iraq. Giungono in aiuto degli assediati del governo dominato dagli sciiti del primo ministro Nuri al-Maliqi. Un funzionario iracheno ha confermato che 1500 forze Basiji avevano attraversato il confine nella città di Khanaqin, provincia di Diyala, nell’Iraq centrale, il 13 giugno, mentre altri 500 erano entrati nella zona di Badra Jassan, provincia di Wasat, nella notte. The Guardian ha riportato il 13 giugno che il Maggior-Generale Qasim Sulaymani, del capo d’elite Quds delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, era arrivato a Baghdad per supervisionarne la difesa. Vi è la crescente prova che a Baghdad le milizie sciite continuano a riorganizzarsi, con voci dalla città di Samara, 110 chilometri a nord della capitale, a difendere i due santuari sciiti dai gruppi jihadisti sunniti che li circondano. Secondo il Wall Street Journal, un battaglione delle forze speciali iraniane già combatte gli islamisti. Il 12 giugno l’unità ha aiutato l’esercito iracheno a liberare Tiqrit. Due unità delle Guardie provenienti dalla province occidentali del confine dell’Iran, l’11 giugno, hanno il compito di proteggere Baghdad e le città sante sciite di Qarbala e Najaf, secondo fonti della sicurezza. Il Ministero degli Esteri iraniano respinge categoricamente tali relazioni, “Finora non abbiamo ricevuto alcuna richiesta di aiuto dall’Iraq. L’esercito iracheno è certamente in grado di gestire la sicurezza”, ha detto l’11 giugno il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Marzieh Afgham. Però il governo iraniano non ha intenzione di lasciare il vicino in difficoltà, volendo inviarvi armi e consiglieri militari. Teheran cerca di fare il miglior uso degli aiuti degli Stati Uniti in Iraq. Dopo la richiesta se l’Iran fosse pronto a collaborare con gli USA in Iraq, Ruhani ha detto: “Tutti i Paesi devono intraprendere lo sforzo congiunto sul terrorismo. Al momento, il governo e il popolo iracheni combattono il terrorismo. Abbiamo visto gli Stati Uniti non fare nulla per ora. Una volta che gli statunitensi prenderanno provvedimenti contro i gruppi terroristici, li potremo considerare”. Il confine tra l’Iran e l’Iraq è lungo circa 1500 km, così ovviamente l’Iran è preoccupato dalla situazione nello Stato confinante, ma difficilmente lancerà un intervento diretto opponendosi a qualsiasi ingerenza straniera. Alcuni l’occidente sostiene l’opinione che gli Stati Uniti possano chiedere all’Iran d’inviarvi truppe. Ma tale supposizione non ha alcuna giustificazione. Nel 2010 Obama formalmente concluse l’operazione in Iraq dicendo che il costo è stato pesante e gli Stati Uniti consegnavano il futuro del Paese al suo popolo. Washington non previde mai il riavvicinamento tra Iraq e Iran. Il senatore John McCain continua il suo attacco viscerale all’amministrazione del presidente Barack Obama sull’Iraq, il 13 giugno, chiedendo ancora che la sua squadra di sicurezza nazionale sia sostituita per vai delle sue gravi decisioni, “Il presidente ha voluto ritirarsi e ora ne paghiamo un prezzo pesante”, ha detto a MSNBC il repubblicano dell’Arizona. McCain ha detto ripetutamente che gli Stati Uniti “hanno vinto il conflitto” dopo l’assalto delle truppe del 2007, con l’Iraq che aveva un governo stabile e gli estremisti di al-Qaida sconfitti. Ma la decisione dell’amministrazione Obama di non lasciare alcuna  forza residuale, ha detto, ha deteriorato la situazione, “è una delle più gravi minacce alla sicurezza statunitense nella storia recente”. Il senatore Lindsey Graham (RS.C.) il 12 giugno ha detto che il presidente Obama dovrebbe autorizzare attacchi aerei in Iraq per fermare l’avanzata dei gruppi estremisti, “Non c’è scenario in cui possiamo fermare l’emorragia in Iraq senza la potenza aerea statunitense”, ha detto ai giornalisti dopo aver annunciato il briefing del Comitato per i Servizi Armati del Senato, “Se la forza aerea statunitense non interviene non vedo come fermare questa gente”. Ha detto che se i consiglieri militari del presidente raccomandano gli attacchi aerei, “lo sosterrò” ed che aveva sentito “cose spaventose” a una conferenza a porte chiuse, dicendo che i gruppi estremisti avanzano verso Baghdad “molto rapidamente” ed esortando a ritirere il personale dell’ambasciata degli Stati Uniti nella città. Il senatore statunitense Roy Blunt (Mo), del Comitato per i Servizi Armati del Senato degli Stati Uniti e della Sottocommissione Stanziamenti per la Difesa, ha rilasciato la seguente dichiarazione sulla situazione della sicurezza in Iraq, “Prima di oggi, i senatori sono stati informati del crollo immediato di quattro delle 17 divisioni irachene, senza alcuna reazione. Questa è una situazione disperata che evolve rapidamente. Mi sembra che i nodi vengono al pettine della politica del presidente di non lasciarvi alcuna forza stabilizzante. Alcuni soldati iracheni sono andati a lavorare con abiti civili sotto le uniformi, è un brutto segno. Nel breve termine, gli Stati Uniti devono fare tutto il possibile per sostenere le richieste del Governo regionale del Kurdistan di assistenza, per rispondere alla crescente crisi umanitaria alla frontiera del Kurdistan”.
Al Congresso i repubblicani fanno pressione su Obama per fargli lanciare un’operazione terrestre in Iraq. Gli Stati Uniti hanno più possibilità di opporsi all’Iran che unirvisi nella lotta contro lo stesso nemico. Non è un caso che Teheran si opponga a qualsiasi ingerenza straniera in Iraq. La recente dichiarazione del ministero degli Esteri iraniano afferma che le autorità irachene possono farcela da sole. Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia si preparano all’intervento. In questo caso, l’Iran dovrà intervenire se la situazione evolve verso una guerra di religione in piena regola. L’occidente si troverà unito a combattere i terroristi sunniti. Lo spettro della guerra settaria e della partizione dell’Iraq aumenta dal 13 giugno quando i vertici religiosi sciiti del Paese hanno chiesto ai loro  seguaci di prendere le armi contro i ribelli predoni estremisti sunniti che hanno catturato ampie parti del settentrione, questa settimana, nell’avanzata verso Baghdad. L’esortazione del Grande Ayatollah Ali al-Sistani avviene mentre il presidente Obama ha detto che gli iracheni devono risolvere la crisi da soli promettendo di non inviare forze degli Stati Uniti in Iraq, un Paese in cui 4500 soldati statunitensi e inglesi hanno perso la vita spendendo più di un trilione di dollari in otto anni di guerra, che Obama ha definito storia quando le ultime truppe se ne andarono nel 2011. Rispondendo alla chiamata alle armi dell’Ayatollah Sistani, i volontari sciiti si sono precipitati al fronte rafforzando le difese della città santa di Samara, a 70 miglia a nord di Baghdad, e aiutando a contrastare gli attacchi dei combattenti sunniti radicali dello Stato Islamico dell’Iraq e Siria in alcune piccole città ad est. Gli scontri hanno suggerito che sciiti e sunniti ancora una volta si scontreranno in un aperto conflitto per il controllo dell’Iraq, come durante l’occupazione statunitense  che spodestò Sadam Husayn. Le reciproche jihad faranno esplodere l’Iraq e l’intero Medio Oriente. Era stato indicato che la Casa Bianca non prevedeva di inviare soldati sul campo, come ha detto Obama, che valuta le opzioni per fornire aiuti militari all’Iraq, ma non l’intervento. Gli Stati Uniti non sono attendibili, i segnali della preparazione degli Stati Uniti a un’altra avventura militare sono visibili. I militari statunitensi presenti in Iraq se ne vanno e il segretario alla Difesa Chuck Hagel ha ordinato che una portaerei da Norfolk, in Virginia, l’USS George HW Bush, passi dal Mare Arabico settentrionale al Golfo Persico, mentre il presidente Barack Obama studia le possibili opzioni militari in Iraq. L’addetto stampa di Hagel, contrammiraglio John Kirby, dice che l’ordine che darà il presidente fornirà flessibilità, se sarà necessaria un’azione militare per proteggere cittadini e interessi statunitensi in Iraq. Ad accompagnare la portaerei vi saranno l’incrociatore lanciamissili USS Philippine Sea e il cacciatorpediniere lanciamissili USS Truxtun. Le navi completeranno i loro movimenti nel Golfo il 14 giugno. Le navi trasportano missili tomahawk che possono raggiungere l’Iraq. La Bush ha dei caccia che potrebbero facilmente arrivare in Iraq. Il segretario dice che l’invio delle navi è volto a difendere e aggiungere flessibilità. Sappiamo tutti cosa s’intende per flessibilità, quindi l’unica cosa rimasta è definire le dimensioni dell’intervento imminente.

web-mosul-2-gettyLa ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

ISIS svelato: l’identità della rivolta in Siria e Iraq

Christof Lehmann Nsnbc 15.06.2014

L’offensiva dell’ISIS/SIIL del giugno 2014 in Iraq e le eventuali risposte politico-militari non possono essere compresi senza prima “svelare l’ISIS”. Le brigate ISIS/SIIL in pochi giorni hanno occupato la città settentrionale irachena di Mosul e la maggior parte dell’Iraq occidentale. L’esercito iracheno s’è ritirato dalla seconda città dell’Iraq senza opporre resistenza. Svelando l’ISIS, tutti i sentieri conducono alla casa reale dei Saud, al quartier generale della CIA e alla loro rete globale di mercenari e terroristi chiamata al-Qaida.

iraq_syria-isis-activity_al_qaedaL’origine di ISIS/SIIL come al-Qaida in Iraq
ISIS/SIIL è un’organizzazione erede dell’ex-al-Qaida in Iraq, presumibilmente fondata da Abdullah al-Rashid al-Baghdadi. Al Baghdadi tuttavia è una creatura di al-Qaida, una figura pubblica per assegnare alla creazione saudita-statunitense “al-Qaida” un volto iracheno cui i radicali sunniti iracheni possano identificarsi. Dean Yates riferisce in un articolo di Reuters del 18 luglio 2007: “Un capo di al-Qaida in Iraq catturato questo mese, ha raccontato agli inquirenti militari degli Stati Uniti che un importante gruppo di al-Qaida è solo una facciata e il suo leader fittizio, ha detto un portavoce militare. Il Brigadier-Generale Kevin Bergner ha detto in conferenza stampa che Abu Umar al-Baghdadi, capo del sedicente Stato Islamico dell’Iraq, presumibilmente istituito lo scorso anno, non esiste. Lo Stato islamico dell’Iraq è stato creato per cercare di dare un volto iracheno a  una rete eterodiretta, ha detto Bergner. Il nome Baghdadi deriva dalla capitale irachena”. Una delle persone responsabili del marchio al-Baghdadi era l’egiziano Abu Ayub al-Masri, stretto collaboratore e successore di Abu Musab al-Zarqawi di al-Qaida, ucciso in un raid aereo statunitense il 7 giugno 2006. Al-Masri era politicamente attivo nei fratelli musulmani egiziani (Iqwan), da cui si unì alla Jihad islamica egiziana di Ayman al-Zawahiri nel 1982. continuò con  Usama bin Ladin a dirigere il campo di addestramento di al-Faruq in Afghanistan nel 1999. Andò  in Iraq passando dal Regno Emirati Arabi e dall’Arabia Saudita nel 2002.

L’ISIS rinasce, l’Iraq chiude le vie del contrabbando saudite di al-Anbar, creando tensioni tra sauditi, giordani e statunitensi
ISIS/SIIL era dormiente in Iraq, mentre alcune sue brigate furono coinvolte da Arabia Saudita, Stati Uniti, Qatar e Turchia nella loro guerra alla Siria. Armi, forniture logistiche e mercenari per l’ISIS furono inviati prevalentemente dall’Arabia Saudita attraverso le vie del contrabbando nella provincia di al-Anbar. Il governo filo-iraniano del Primo ministro iracheno Nuri al-Maliqi fu lasciato “relativamente” incontrastato dall’ISIS, cioè Arabia Saudita e Stati Uniti, fino a quando l’amministrazione al-Maliqi, nell’autunno del 2012, decise di aumentare la propria presenza militare ad al-Anbar. L’obiettivo era fermare il flusso di armi e combattenti dall’Arabia Saudita alla Siria. Anche se non c’è una documentazione dettagliata disponibile, è probabile che Damasco e Teheran abbiano incitato Baghdad a chiudere le rotte del contrabbando. La chiusura di tali rotte aggravò le tensioni tra Giordania, Arabia Saudita e Stati Uniti. L’invio di armi e combattenti già instradati via Iraq alla Siria, dovette essere re-indirizzato dall’Arabia Saudita attraverso la città di confine giordana di al-Mafraq. Ttruppe statunitensi e combattenti stranieri arrivarono ad al-Mafraq a fine 2011. Quando il traffico via al-Mafraq aumentò tra fine 2012 e inizio 2013, la situazione in Giordania divenne critica. I parlamentari giordani iniziarono a lamentarsi della maggiore presenza di truppe statunitensi, del flusso di armi attraverso la Giordania per la Siria e della maggiore presenza di combattenti stranieri. Nel luglio 2013, il Vicepresidente del Parlamento giordano Qalil Atiya espresse preoccupazione per l’aumento della presenza di truppe USA in Giordania, dicendo: “Come deputati rappresentanti del popolo giordano, non accettiamo truppe degli Stati Uniti o di qualsiasi altro Paese in Giordania. I giordani non credono che la Siria rappresenti una minaccia“. Il capo del Centro di studi politici al-Quds, Urayb Rintavi, dichiarava all’AFP: “I giordani non si sentono a proprio agio con la presenza di truppe e armi statunitensi nel Paese. Per la gente comune della Giordania, la presenza militare degli Stati Uniti è associata alla cospirazione contro i vicini della Giordania… La società non accoglie gli statunitensi, anche se dicono di voler proteggere il nostro Paese“.

Il dilemma dell’amministrazione al-Maliqi. La decisione di far rinascere l’ISIS
Come si può vedere, l’amministrazione del primo ministro iracheno Nuri al-Maliqi si trovò di fronte a un dilemma. Lasciare l’Arabia Saudita usare le rotte del contrabbando nella provincia di al-Anbar per placare Arabia Saudita, Stati Uniti e Giordania, mentre abbandonava la lobby di iracheni sciiti, Teheran e Damasco. Al-Maliqi avrebbe scelto di prendere tempo, almeno fino alla eventuale caduta di Damasco. L’altra opzione era placare Damasco e Teheran affrontando ad al-Anbar i militanti ISIS/SIIL dell’alleanza antisiriana Arabia Saudita, Stati Uniti ed occidente. Due fattori possono aver contribuito alla scelta dell’amministrazione al-Maliqi per la seconda opzione. Uno dei motivi principali fu la decisione di Israele, GCC e NATO di lanciare la guerra alla Siria per impedire il completamento del gasdotto Iran-Iraq-Siria, dai giacimenti di gas iraniani di Pars nel Golfo Persico alle coste orientali del Mediterraneo in Siria. Al-Maliqi deve aver saputo che l’Iraq sarebbe il successivo se Damasco cadesse. La seconda è che l’amministrazione al-Maliqi è strettamente allineata a Teheran e alla lobby degli sciiti filo-iraniani in Iraq. Litigare con Teheran avrebbe rotto i legami con l’unico supporto regionale su cui può contare l’amministrazione al-Maliqi. La decisione fu presa nell’autunno del 2012, quando l’esercito iracheno ebbe l’ordine di chiudere le rotte del contrabbando di al-Anbar e affrontare i mercenari sauditi-statunitensi dell’ISIS/SIIL. A dicembre, un deputato iracheno avvertì sui media che intenzioni contro l’Iraq venivano covati da Turchia, Qatar e Arabia Saudita, invitando tutti i cittadini iracheni ad essere vigili. Il mese prima, il premier al-Maliqi avvertì che Arabia Saudita e Qatar cercavano di attuare: “Un complotto in Iraq contro la Siria nel tentativo di rovesciarne il governo impiegando i terroristi“. In un’intervista alla rete satellitare libanese al-Mayadin, al-Maliqi precisò che un colpo di Stato era pianificato contro l’Iraq, dicendo: “Qatar e Arabia Saudita, cercando di rovesciare il governo siriano, ora attuano la stessa ingerenza per rovesciare il regime iracheno. Il loro obiettivo è rovesciare il governo iracheno, il  sistema di governo iracheno e non me“. È interessante notare che il think tank degli Stati Uniti Stratfor, nel 2002 suggerisse di dividere l’Iraq in tre Stati. Nuri al-Maliqi e la sua amministrazione sapevano che il vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden approvò tale piano nel 2002, quando ancora senatore degli Stati Uniti.

L’ISIS e la famiglia reale dell’Arabia Saudita
Zahran_alloushIl coinvolgimento diretto del ministero degli Interni e dell’intelligence dell’Arabia Saudita nella gestione delle brigate di al-Qaida in Siria, Iraq e altrove è ben documentata. Per citare un esempio;  il fondatore e comandante supremo della Liwa al-Islam, direttamente coinvolto nell’attacco chimico nel sobborgo di Damasco del Ghuta orientale del 21 agosto 2013, Zahran al-Lush, lavora per l’intelligence saudita dal 1980. ISIS/SIIL è sotto il comando diretto della famiglia reale dell’Arabia Saudita. Nel gennaio 2014, al-Arabiya pubblicò un articolo e un video dell’interrogatorio di un combattente dell’ISIS catturato in Siria. L’articolo e il video completo furono rimossi, ma l’Istituto per gli Affari del Golfo finanziato dall’Arabia Saudita ha ancora un estratto del video sul suo canale Youtube, caricato il 22 gennaio 2014. Brevemente sui retroscena. Le brigate-fantoccio di Arabia Saudita e Qatar furono coinvolte in pesanti scontri in Siria dal 2012, che portarono infine alla quasi eliminazione delle brigate fantoccio del Qatar, mentre brigate saudite presero il sopravvento in tutta la Siria. I dettagli su tale lotta intestina sono spiegati nell’articolo “Alti funzionari USA e sauditi responsabili delle armi chimiche in Siria“. Interrogato sul perché l’ISIS “insegue l’Esercito libero siriano” e su chi comandasse, il combattente catturato dell’ISIS afferma che non sapeva perché, ma che gli ordini provenivano da Abu Faysal, noto anche come principe Abdul Rahman al-Faysal, fratello del principe Saud al-Faysal e del principe Turqi al-Faysal.
Domanda: Perché (l’ISIS) monitora i movimenti dell’esercito libero siriano?
Detenuto: Non so esattamente perché, ma abbiamo ricevuto ordini dal comando ISIS.
Domanda: Chi nell’ISIS da gli ordini?
Detenuto: il principe Abdul Rahman al-Faysal, anche noto come Abu Faysal.
Il “comandante supremo” dell’ISIS/SIIL è il principe Abdul Rahman al-Faysal, della famiglia reale saudita, del ministero degli Interni e dell’intelligence dell’Arabia Saudita. L’ISIS svelato descrive una serie di operazione d’intelligence e mercenarie di Arabia Saudita-USA-NATO. Non c’è nulla di “misterioso” nell’ISIS/SIIL. Non è nemmeno così misteriosa da impedire ai media mainstream occidentali di riferirne i fatti.

Comunicazione preventiva
Saudi royal family behind ISIL crimes in Syria: ReportI governi sauditi e statunitensi hanno una risposta standard a dichiarazioni pubbliche imbarazzanti sulla partecipazione di dirigenti sauditi alle operazioni dei mercenari-terroristi. L’esempio di Usama bin Ladin è il prototipo del modello standard ideato per la disinformazione. Usama, si dice al mondo, era “la pecora nera” della famiglia bin Ladin. La disinformazione è sorretta da media mainstream complici, anche quelli che convincono i lettori di non essere una facciata dell’intelligence come The Guardian. Dopo gli incidenti dell’11 settembre 2001, che divenne la giustificazione per l’invasione di Afghanistan e Iraq sotto falsi pretesti, The Guardian fece ciò che ci si aspetta da un giornale infiltrato da MI5-6. Il 12 ottobre 2001, il Guardian pubblicò l’intervista al fratello di Usama bin Ladin, Abdullah, dal titolo “No è mio fratello”. Il Guardian lasciò Abdullah dire ai lettori del Guardian: “So che nei primi anni ’90 la famiglia più volte l’aiutò tentando di moderarne le idee. Dopo questi tentativi falliti, ci fu il consenso unanime, ma riluttante, che Usama doveva essere disconosciuto”. Per impedire una simile campagna di disinformazione sull’ISIS/SIIL guidato dal principe Abdul Rahman al-Faysal, dobbiamo affermare chiaramente che il principe Abdul, in nessun modo appartiene a una “frangia” della famiglia reale saudita. L’uomo che guida nel 2014 la guerra di Stati Uniti-Arabia Saudita all’Iraq fu viceministro della Difesa dell’Arabia Saudita nel 1978-2011, ed è anche fratello del principe Saud al-Faysal e del principe Turqi al-Faysal. Il principe Saud al-Faysal è ministro degli Esteri dell’Arabia Saudita dal 13 ottobre 1975, ed è il secondogenito di re Faysal. Turqi al-Faysal fu direttore dell’intelligence dell’Arabia Saudita nel 1979-2001, ambasciatore dell’Arabia Saudita negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Si dimise da direttore dell’intelligence pochi giorni prima degli attacchi “terroristici” negli Stati Uniti dell’11 settembre 2001. Turqi al-Faisal ha pubblicamente accusato il primo ministro iracheno Nuri al-Maliqi “di cessione di gran parte del nord dell’Iraq ai terroristi“.

ISIS Svelato – un mostro a due teste
Abbiamo svelato ISIS, l’ISIS svelato si rivela un mostro a due teste. Il suo corpo è costituito da volontari, mercenari e agenti di servizi segreti e forze speciali sauditi, turchi e statunitensi. Le sue due teste sono la famiglia reale saudita e il quartier generale della CIA di Langley, Virginia, Stati Uniti d’America. Qualsiasi valutazione di qualsiasi intervento straniero, politico o militare in Iraq senza considerare tali fatti, porterà a conclusioni sbagliate. Perciò non si avrà alcuna informazione diversa da quella frammentata sui vari media occidentali o del Golfo arabo.

10458823Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le orde terroristiche della NATO in Iraq un pretesto per l’invasione della Siria

Tony Cartalucci New Oriental Outlook 13/06/2014
Bp2WnwaCYAIX1KiTutte le strade portano a Baghdad e lo Stato Islamico in Iraq e Siria (ISIS) le segue dal nord della Siria e dal sud della Turchia. Leggendo i titoli occidentali, due racconti zoppicanti iniziano a girare. La prima è che ciò costituisce il “fallimento” della politica statunitense in Medio Oriente, un alibi di come Stati Uniti e loro partner della NATO non devono in alcun modo essere considerati complici dell’attuale coordinato, massiccio, immensamente finanziato e pesantemente armato blitzkrieg del terrore su Baghdad. La seconda è come l’ISIS sembri “balzare” dalle dune di sabbia alle palme viaggiando senza problemi come militari professionisti in convogli di camion Toyota. In realtà l’ISIS è il prodotto di una cospirazione NATO-GCC risalente al 2007, quando i politici USA-sauditi cercarono d’innescare una guerra settaria regionale per eliminare dal Medio Oriente l’arco d’influenza dell’Iran dai suoi confini, attraverso Siria e Iraq, a Libano e Mediterraneo. L’ISIS è nutrito, addestrato, armato ed ampiamente finanziato da una coalizione di Stati della NATO e del Golfo Persico nel territorio della Turchia (NATO) dalle cui frontiere ha lanciato incursioni nel nord della Siria con, spesso, la copertura aerea e d’artiglieria turca. L’ultimo esempio è stata l’invasione di al-Qaida del villaggio di Qasab, provincia di Lataqia nel nord-ovest della Siria. A marzo, l’ISIS ritirò i suoi battaglioni terroristici dalle province di Lataqia e Idlib riposizionandole nella parte orientale della Siria, chiaramente preparandosi ad invadere l’Iraq settentrionale. Il Daily Star ha riportato, in un articolo di marzo intitolato “Il gruppo scissionista in Siria di al-Qaida lascia due province: attivisti”: l’ISIS, alienatasi molti ribelli occupando territori ed uccidendo capi rivali, s’è ritirato dalle province di Idlib e Latakia ed ha inviato le proprie forze nella provincia orientale di Raqqa e nella periferia orientale della città di Aleppo, dicono gli attivisti”. Il territorio occupato dall’ISIS attraversa la frontiera siriano-irachena, il che significa che qualsiasi campagna per sradicarla dal territorio iracheno può facilmente sconfinare in Siria. Questo è esattamente il punto. L’ISIS ha devastato Mosul, in Iraq vicino al confine turco, dirigendo a sud la guerra lampo del terrore che ora minaccia la capitale irachena Baghdad, e il governo iracheno valuta l’assistenza USA e/o NATO per spezzare l’ondata terroristica. Rafforzando tale pretesto, l’ISIS, sfidando ogni idea o tattica o strategica, ha sequestrato il consolato turco a Mosul, prendendo 80 ostaggi turchi, dando alla Turchia non solo un nuovo pretesto per invadere l’Iraq settentrionale, come ha fatto tante volte nel perseguire presunti militanti curdi, ma per invadere il territorio siriano dove risiede l’ISIS.

La Turchia ha già tentato di utilizzare attacchi false flag di al-Qaida per giustificare l’invasione della Siria
Scoprendo che la NATO ha pianificato un attacco falsa bandiera contro la Turchia per giustificare l’invasione turca del nord della Siria, l’International Business Times, nel suo articolo “La Turchia vieta YouTube: la trascrizione completa della conversazione trapelata sulla ‘guerra’ in Siria tra funzionari si Erdogan”, pubblica la trascrizione completa di una conversazione tra il capo dell’intelligence turca Hakan Fidan e il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu: “Il divieto del primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan di YouTube avviene dopo che è trapelata una conversazione tra il capo dell’intelligence turco Hakan Fidan e il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu, e volto a rimuoverlo dal sito dei video. I dettagli della conversazione trapelata, indicano che Erdogan pensava che un attacco alla Siria “deve essere un’opportunità per noi (la Turchia)”. Nella conversazione, il capo dell’intelligence Fidan diceva d’inviare quattro uomini dalla Siria ad attaccare la Turchia, per “farne un casus belli“. L’articolo inoltre indica: “Nel video trapelato, Fidan discute con Davutoglu, Guler e altri funzionari di una possibile operazione in Siria per assicurare la tomba di Suleyman Shah, nonno del fondatore dell’impero ottomano. Invece di quattro uomini che effettuano una false flag per occupare la tomba, sembra che un intero esercito di mercenari verrebbe utilizzato come pretesto per occupare tutto il nord dell’Iraq e la Siria orientale”.

Banche svaligiate per finanziare l’invasione? I media occidentali mettono il carro davanti ai buoi
Il racconto dell’ISIS che saccheggia armerie, autorimesse e banche viene accuratamente diffuso dai media occidentali per ritrarre l’invasione come  rivolta terrorista che si sostiene saccheggiando armi e denaro. In realtà, l’ISIS già possedeva tutto ciò di cui aveva bisogno prima d’iniziare la campagna dai territori siriano e turco. L’International Business Times, nel suo articolo “Mosul caduta: i jihadisti rubano 429 milioni di dollari dalla Banca centrale della città, divenendo la più ricca forza terroristica del mondo”, afferma: “Lo Stato Islamico dell’Iraq e al-Sham (ISIS) è diventato il gruppo terroristico più ricco dopo il saccheggio 500 miliardi di dinari iracheni, l’equivalente di 429 milioni di dollari, dalla banca centrale di Mosul, secondo il governatore regionale. Il governatore di Ninive Athil al-Nujaifi ha confermato le notizie della televisione curda secondo cui i militanti dell’ISIS avevano rubato numerosi milioni dalla banche di Mosul. Una grande quantità di lingotti d’oro sarebbe stata rubata. Dopo l’assedio della seconda città del Paese, il bottino raccolto dal gruppo lo rende più ricco di al-Qaida stessa, quanto piccole nazioni come Tonga, Kiribati, Isole Marshall e isole Falkland”. Tale storia di copertina è l’ultima della lunga propaganda destinata a coprire il patrocinio ampiamente documentato dell’ISIS ed altre filiali di al-Qaida da parte di Stati Uniti, NATO e monarchie del Golfo Persico. I precedenti tentativi di spiegare perché dei presunti “moderati” ricevessero miliardi dall’occidente che finivano ad al-Qaida in Siria, avevano affermazioni secondo cui “le donazioni via twitter” eclissavano gli aiuti forniti da Stati Uniti, UE, NATO e Stati del Golfo Persico.

Stati Uniti, NATO e Stati del Golfo Persico sono dietro l’ISIS
Nel 2007, ben quattro anni prima dell’avvio della “primavera araba” nel 2011, l’articolo sul New Yorker del giornalista vincitore del premio Pulitzer, Seymour Hersh, dal titolo, “The Redirection: la nuova politica dell’amministrazione avvantaggia i nostri nemici nella guerra al terrorismo?” dichiara espressamente: “Per minare l’Iran sciita, l’amministrazione Bush ha deciso, in effetti, di riconfigurare le sue priorità in Medio Oriente. In Libano, l’amministrazione ha collaborato con il governo dell’Arabia Saudita, sunnita, in operazioni clandestine volte ad indebolire Hezbollah, l’organizzazione sciita sostenuta dall’Iran. Gli Stati Uniti hanno inoltre preso parte ad operazioni clandestine contro l’Iran e l’alleata Siria. Sottoprodotto di tali attività è il rafforzamento dell’azione dei gruppi estremisti sunniti dalla visione militante dell’Islam, ostili agli USA e simpatizzanti di al-Qaida”. Durante il conflitto siriano iniziato nel 2011, l’occidente e i suoi partner regionali hanno inviato miliardi in contanti, armi e attrezzature. Nel marzo 2013 l’articolo del Telegraph dal titolo “Stati Uniti ed Europa avviano un ponte aereo per armare i ribelli siriani attraverso Zagabria“, dice: “Da novembre, sono state inviate 3000 tonnellate di armi dell’ex-Jugoslavia a bordo di 75 aerei cargo dall’aeroporto di Zagabria ai ribelli, in gran parte attraverso la Giordania. La storia conferma che l’origine delle armi ex-jugoslave viste in numero crescente nelle mani dei ribelli sui video online, come descritto il mese scorso da The Daily Telegraph e altri giornali, suggerisce quantitativi assai maggiori di quanto sospettato. L’invio verrebbe pagato dall’Arabia Saudita agli ordini degli Stati Uniti, e il rifornimento delle armi organizzato attraverso Turchia e Giordania, confinanti della Siria. Ma l’articolo aggiunge che così come dalla Croazia, le armi provenivano “da diversi altri Paesi europei, tra cui la Gran Bretagna”, senza specificare se fossero armi fornite o procurate degli inglesi. È noto che consiglieri militari inglesi, tuttavia, operano nei Paesi confinanti con la Siria insieme a francesi e statunitensi, addestrando capi ribelli ed ex-ufficiali dell’esercito siriano. Gli statunitensi li addestrerebbero anche sulla protezione di siti di armi chimiche in Siria”.
Inoltre, The New York Times nel suo articolo, “L’invio di armi via aerea ai ribelli in Siria s’espande con l’aiuto della CIA“, ammette che: “Con l’aiuto della CIA, i governi arabi e la Turchia hanno fortemente aumentato il loro aiuto militare ai combattenti dell’opposizione in Siria negli ultimi mesi, espandendo il ponte aereo segreto per armi e attrezzature ai rivoltosi contro il Presidente Bashar al-Assad, secondo i dati del traffico aereo, le interviste a funzionari di diversi Paesi e i resoconti di capi ribelli. Il ponte aereo, iniziato su piccola scala nei primi mesi del 2012 e proseguito ad intermittenza fino allo scorso autunno, s’è ampliato in un flusso costante e molto più grande alla fine dello scorso anno, come mostrano i dati. È cresciuto fino a comprendere più di 160 voli di cargo militari giordani, sauditi e qatarioti che atterrano all’aeroporto Esenboga nei pressi di Ankara e, in misura minore, in altri aeroporti turchi e giordani. Con la promessa di nuovi aiuti, l’importo complessivo degli aiuti non letali dagli Stati Uniti alla coalizione e ai gruppi civici nel Paese è di 250 milioni di dollari. Durante l’incontro, Kerry ha invitato le altre nazioni ad intensificare la loro assistenza, con l’obiettivo di fornire un miliardo di dollari di aiuti internazionali”. Gli Stati Uniti ammisero anche che ufficialmente armano e addestrano terroristi in Siria. L’articolo del Washington Post, “Le armi statunitensi arrivano ai ribelli siriani“, riferiva: “La CIA ha iniziato a fornire armi ai ribelli in Siria, dopo mesi di ritardo negli aiuti letali promessi dall’amministrazione Obama, secondo funzionari statunitensi e figure siriane. Gli invii verso il Paese iniziarono nelle ultime due settimane, insieme con l’invio distinto dal dipartimento di Stato di autoveicoli ed altra attrezzatura, un flusso di materiale che segna un importante escalation del ruolo degli Stati Uniti nella guerra civile in Siria”. I media e i governi occidentali forniscono la loro visione ed ora si aspettano che il pubblico a creda che “donazioni via twitter” e “rapine in banca” siano superiori a tale inedita impresa logistica multinazionale facendo prevalere al-Qaida sulle inesistenti “forze moderate” filo-occidentali in Siria e creando legioni di terroristi fantasma capaci di occupare intere province oltre i confini nazionali. Le prove semplicemente non convincono.
I rapporti del Centro antiterrorismo di West Point dell’US Army, “Bombardieri, conti bancari e rinforzi: al-Qaida dentro e fuori l’Iraq” e “Combattenti stranieri di al-Qaida in Iraq“, chiariscono che le legioni di al-Qaida/ISIS furono create, finanziate ed armate dagli Stati del Golfo Persico e rinforzate da combattenti stranieri provenienti dall’epicentro terroristico libico di Bengasi, e dall’Arabia Saudita in particolare. Tali legioni sono attive da quando furono create dalla CIA e dalle intelligence pakistana e saudita negli anni ’80, per combattere le forze sovietiche in Afghanistan.

Un pretesto per l’invasione della NATO
Il territorio occupato dall’ISIS attraversa il confine iracheno-siriano formando una regione quasi dalle stesse dimensioni della Siria. Baghdad chiede l’intervento straniero, e l’ISIS da alla NATO il pretesto perfetto occupando il consolato turco di Mosul, permettendo una nuova invasione dell’Iraq. I media occidentali sfruttano la famigerata brutalità dell’ISIS’, come decapitazioni di massa e centinaia di migliaia di civili in fuga, attuando chiaramente la campagna per influenzare l’opinione pubblica a favore dell’intervento. Invadere l’Iraq settentrionale permetterebbe alla NATO di giustificare operazioni contro la Siria orientale. In realtà, ciò che la NATO farà è stabilire la tanta desiderata “zona cuscinetto” da cui i terroristi possano lanciare efficaci attacchi in profondità nel territorio siriano. Con la Siria occidentale che torna alla pace e all’ordine dopo le vittorie del governo siriano, l’ultimo fronte dei fantocci della NATO è l’arco del terrore di al-Qaida lungo il confine della Turchia e quello orientale e settentrionale tra Siria e Iraq. La presenza della NATO nel nord dell’Iraq ostacolerebbe la logistica iraniano-siriana. L’idea di una tale zona cuscinetto gira almeno dal marzo 2012, quando fu proposta dalla Brookings Institution finanziata dalle corporations finanziarie degli Stati Uniti, nel “Medio Oriente, Memo# 21: Valutare le opzioni del cambio di regime” in cui si dichiara espressamente: “Un’alternativa agli sforzi diplomatici concentrati in primo luogo su come porre fine alle violenze e avere l’accesso umanitario, secondo la direzione di Annan. Ciò può portare alla creazione di zone franche e corridoi umanitari che verrebbero sostenuti da un potere militare limitato. Ciò, naturalmente, non raggiunge gli obiettivi degli Stati Uniti sulla Siria e potrebbe mantenere Assad al potere. Da questo punto di partenza, tuttavia, è possibile che una vasta coalizione con l’appropriato mandato internazionale possa aggiungere un’ulteriore azione coercitiva ai suoi sforzi“.
Nell’Iraq, la NATO usa i propri ascari terroristici per creare il pretesto per riattuare la strategia della “zona cuscinetto”. La prospettiva di Stati Uniti, NATO e Stati del Golfo Persico che riforniscono l’ISIS in Iraq è un dramma ironico, in quanto prova definitiva che svela l’incursione brutale dell’ISIS quale opera collettiva di tale coalizione, avviata per fini insidiosi. Invece, una campagna antiterrorismo congiunta iraniano-iracheno-siriana dovrebbe essere condotta per schiacciare il corpo di spedizione terroristico dei mercenari della NATO, una volta per tutte.

2014-06-11T223604Z_1_LYNXMPEA5A0YD_RTROPTP_4_IRAQ-SECURITYTony Cartalucci, ricercatore di geopolitica e scrittore di Bangkok, per la rivista online “New oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

SIIS in Iraq e Siria: vergogna su Obama mentre Hezbollah sostiene il mosaico

Murad Makhmudov e Lee Jay Walker Modern Tokyo Times 11 giugno 2014

iraqIl presidente Obama e gli altri capi di Francia, Qatar, Arabia Saudita, Turchia e Regno Unito dovrebbero essere ritenuti responsabili della ri-destabilizzazione dell’Iraq assieme alla destabilizzazione di Libia e Siria. Infatti, le conseguenze vengono sentite in Egitto, Libano, Mali, Tunisia e molto più lontano. Pertanto, i capi del Golfo e delle potenze occidentali assieme alla Turchia hanno scatenato forze che decapitano, massacrano minoranze, compiono attentati terroristici quotidianamente, distruggono monumenti e miriadi di altre barbarie. L’ex-capo degli USA George Bush junior iniziò la destabilizzazione dell’Iraq con scuse false e mendaci. Dopo anni finalmente si ha la stabilizzazione, nonostante il terrorismo sia una realtà in Iraq, e allora Obama apre le porte al caos che sostiene in Libia e Siria. Tale follia guida la grave crisi in Iraq a seguito del caos pianificato in Libia e Siria. Ironia della sorte, nonostante l’isteria di Israele e USA, Hezbollah in Libano supporta il mosaico del Levante. Dopo tutto, i cristiani in Siria fuggono e sono massacrati da terroristi e settari supportati da potenze del Golfo e Turchia. Naturalmente, il ruolo oscuro di USA, Francia e Regno Unito nell’inviarvi armi, combattenti e propaganda massiccia gioca un ruolo importante. Pertanto, Hezbollah è una potenza stabilizzante che opera assieme al principale partito cristiano in Libano di Michel Aoun. Questa realtà è ignorata comodamente da Israele e USA, perché non soddisfa il solito mantra contro Hezbollah. Il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha avvertito della minaccia taqfira affermando: “Se tali (gruppi taqfiri) vincono in Siria, e se Dio vuole non accadrà, la Siria sarà peggio dell’Afghanistan“. Nasrallah continuava: “Se tali gruppi armati vincono, ci sarà un futuro per il Movimento Futuro in Libano? Ci sarà una possibilità per chiunque tranne i taqfiri, nel Paese?” Infatti, il recente attacco frontale totale dello Stato Islamico dell’Iraq e Sham (SIIS) all’Iraq esprime vari motivi. Dopo tutto, è chiaro che il SIIS vuole staccare parti di Iraq e Siria creando uno Stato taqfiri da “anno zero dell’islamismo”, dove la mentalità salafita domini su tutto. Tuttavia, non è chiaro se il SIIS agisce sulla base della forza o perché le forze armate della Siria e i loro alleati, tra cui Hezbollah, respingono tali forze dal Paese. In entrambi i casi, è del tutto evidente che le forze centrali in Iraq devono iniziare a considerare un patto militare congiunto con la Siria, o almeno una maggiore cooperazione tra le due forze armate per attaccare il SIIS in modo coordinato. In altre parole, gli USA hanno in primo luogo destabilizzato l’Iraq sotto Bush figlio e poi tradito questa nazione con Obama quando sembrava che il peggio fosse passato, l’Iraq deve quindi avvicinarsi al governo della Siria. Dopo tutto, se il governo siriano cade, allora non solo crollerà il mosaico di questa nazione ma l’Iraq e il Libano subiranno terribili conseguenze ancora peggiori. Hezbollah l’ha pienamente compreso in Libano e assieme al governo della Siria è in prima linea nella guerra di civiltà, con cui taqfiri, petrodollari del Golfo e potenze occidentali cercano di schiacciare il mosaico del Levante.
Con i nuovi capi delle maggiori potenze della NATO e del Golfo, è chiaro che gli affiliati di al-Qaida e altri gruppi settari estremisti fioriscono. Nel nuovo ordine mondiale, da quando Obama è entrato in carica, è ovvio che al-Qaida e destabilizzazione si diffondono grazie ai petrodollari del Golfo e alle politiche torbide delle principali potenze occidentali. Pertanto, le varie forze settarie e taqfire crescono in tutto il Nord Africa, Africa occidentale, Medio Oriente e in altre parti del mondo, secondo gli intrighi del Golfo e occidentali. In altre parole, Usama bin Ladin era rintanato in un piccolo posto in Pakistan (chiaramente in cattiva salute, protetto dagli Stati Uniti e supportato dal  Pakistan) prima di essere ucciso. Tuttavia, oggi gli affiliati di al-Qaida e le forze settarie suscitano apertamente il caos per dei capricciosi torbidi obiettivi di politica estera. La ripetizione dell’Afghanistan degli anni ’80 e ’90 si rinnova in diverse nazioni perché le stesse potenze del Golfo e occidentali cercano di utilizzare la “bandiera terrorista e settaria”. Tuttavia, proprio come testimonia il contraccolpo dall’11 settembre, quando migliaia di innocenti furono uccisi, oggi l’Iraq  affronta tale ritorno di fiamma. La situazione di cui sopra è nauseante, perché in Siria gli stessi giocatori sono apertamente in combutta con vari gruppi terroristici, milizie settarie e forze mercenarie. In altre parole, tutte le decapitazioni in Siria da parte delle forze taqfiri e dell’esercito libero siriano (ELS) non significano nulla nei corridoi del potere delle prime nazioni del Golfo e occidentali. Allo stesso modo, la consapevolezza che le minoranze religiose in Siria affrontino un bagno di sangue, se il governo siriano crollasse, non sembra riguardare i soliti giocatori, pur sapendolo appieno. Tuttavia, il ritorno di fiamma in Iraq è una questione diversa, perché evidenzia il fallimento totale di Obama e di altre nazioni come il Regno Unito. Dopo tutto, migliaia di truppe alleate vi sono morte, e numerosi civili continuano a morire in Iraq. Eppure oggi è amico degli USA ma l’amministrazione Obama provoca quanto accade in Iraq per la propria politica contro il governo della Siria. Il SIIS lancia un’offensiva militare su Mosul e altre parti dell’Iraq. Nel frattempo l’amministrazione Obama ancora parla di assistere le varie forze in Siria, mentre l’Iraq è in fiamme e il Levante è minacciato. Attualmente, l’unica forza che redime è Hezbollah che rifiuta di piegarsi alle pressioni internazionali. Pertanto, in Siria le forze armate di questa nazione e altre forze fedeli al Presidente Bashar al-Assad resistono con Hezbollah preservando il ricco mosaico religioso del Levante. È giunto il momento che il governo iracheno unisca le forze con la Siria e Hezbollah perché gli amici degli USA inviano petrodollari del Golfo e jihadisti internazionali per diffondere il caos in Iraq.
Nasrallah ha dichiarato sull’Afghanistan: “Considerate l’esperienza dell’Afghanistan. Le fazioni jihadiste afghane combatterono uno dei due più potenti eserciti del mondo, l’esercito sovietico, che fu sconfitto in Afghanistan”. Tuttavia, Nasrallah continua: “C’erano alcune fazioni in Afghanistan dall’ideologia taqfira, esclusiva, discriminatoria, sanguinarie e omicida… le fazioni jihadiste afghane entrarono in un sanguinoso conflitto intestino… i jihadisti distrussero città e villaggi… cose che non fece neppure l’esercito sovietico… E ora, dov’è l’Afghanistan? Dal giorno in cui i sovietici si ritirarono ad oggi, portatemi un giorno in Afghanistan senza omicidi, feriti, profughi, distruzione e dove non sia difficile vivere. Portatemi un giorno di pace e felicità nella vita da tali (gruppi)...” Nonostante la realtà dell’Afghanistan, l’amministrazione Obama era disposta a vendere l’Egitto ai fratelli musulmani. Inoltre, sotto la supervisione sua e delle élite di Francia, Qatar, Arabia Saudita, Turchia e Regno Unito, allora affiliate ad al-Qaida e a varie forze settarie, furono avviate sommosse in molte nazioni. Infatti, l’Europa esporta sempre più terroristi taqfiri in Medio Oriente e altre parti del mondo. La realtà brutale è che Hezbollah e il governo della Siria si concentrano sulla conservazione del ricco mosaico del Levante. Tuttavia, le forze del settarismo e del terrorismo, apertamente supportate dagli amici di USA, Qatar, Arabia Saudita e Turchia, sono dedite a distruggere l’Iraq proprio come la Libia. Pertanto, l’Iraq dovrebbe riallinearsi con il governo della Siria ed Hezbollah, perché è del tutto ovvio che i petrodollari del Golfo e le ingerenze occidentali nel Levante sono alla radice dell’attuale avanzata del SIIS in tutta la regione.

Hezbollah-leader-Sheikh-Hassan-NasrallahTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La guerra della NATO contro la Siria s’incarognisce

Tony Cartalucci Global Research, 10 dicembre 2013

379659L’occidente annaspa nel coprire la propaganda sulla Siria che un vincitore del Premio Pulitzer e l’Esercito elettronico siriano svelano.
Il giornalista vincitore del premio Pulitzer Seymour Hersh, che aveva avvertito già nel 2007 dei piani USraelo-sauditi per utilizzare al-Qaida quale ascaro per rovesciare il governo siriano, ha pubblicato un altro articolo dal titolo “Quale Sarin?“, in cui Hersh dice: “Barack Obama non ha detto tutto, questo autunno, quando ha cercato di fare sì che Bashar al-Assad venisse indicato quale responsabile dell’attacco di armi chimiche presso Damasco il 21 agosto. In alcuni casi, ha omesso importanti dati d’intelligence, mentre in altri ha presentato delle ipotesi come fatti. Più importante, non è riuscito a riconoscere ciò che era noto alla comunità d’intelligence degli Stati Uniti: l’esercito siriano non è l’unica parte nella guerra civile ad avere accesso al Sarin, l’agente nervino che secondo uno studio delle Nazioni Unite è stato utilizzato, ma senza valutarne la responsabilità nell’attacco missilistico. Nei mesi prima dell’attacco, le agenzie d’intelligence statunitensi produssero una serie di rapporti altamente classificati, culminando in un formale Ordine di Operazioni, un documento per la pianificazione di un’invasione terrestre, citando la prova che il Fronte al-Nusra, un gruppo jihadista affiliato ad al-Qaida, aveva appreso i metodi per produrre il Sarin in grandi quantità. Quando si verificò l’attacco di al-Nusra, se ne sarebbe dovuto sospettare, ma l’amministrazione scelse le informazioni che giustificassero l’attacco contro Assad.”
Il lungo articolo va avanti nei dettagli, nel modo in cui i leader occidentali manipolano intenzionalmente o addirittura fabbricano l’intelligence per giustificare l’intervento militare in Siria, stranamente simile alle bugie raccontate per giustificare l’invasione e l’occupazione dell’Iraq e l’escalation della guerra in Vietnam dal Golfo del Tonchino. Il rapporto rivela anche che al-Nusra, filiazione siriana di al-Qaida, è ritenuta dai servizi segreti statunitensi possedere da tempo armi chimiche. Questi sono gli stessi terroristi su cui Hersh aveva avvertito nel suo articolo del 2007 dal titolo “The Redirection: la nuova politica dell’amministrazione aiuterà i nostri nemici della guerra al terrorismo?“, che profeticamente dichiarava: “Per minare l’Iran sciita, l’amministrazione Bush ha deciso, in effetti, di riconfigurare le sue priorità in Medio Oriente. In Libano, l’amministrazione ha collaborato con il governo dell’Arabia Saudita, sunnita, in operazioni clandestine volte ad indebolire Hezbollah, l’organizzazione sciita sostenuta dall’Iran. Gli Stati Uniti hanno inoltre preso parte ad operazioni clandestine contro l’Iran e il suo alleato Siria. Un sottoprodotto di queste attività è stato il rafforzamento dell’azione dei gruppi estremisti sunniti che sposano una visione militante dell’Islam e sono ostili agli USA e solidali con al-Qaida“. Hersh mise in guardia l’opinione pubblica sul complotto occidentale che utilizza terroristi per rovesciare il governo sovrano della Siria (che si è svolto esattamente come ha predetto anni fa), così come il loro impiego di armi chimiche. Inoltre svelava il modo sistematico con cui l’occidente ha mentito sull’attacco chimico del 21 agosto 2013 a Damasco. Hersh ha riassunto nel suo ultimo articolo, ponendo una domanda fondamentale a coloro che ancora insistono nel dire che il governo siriano sia dietro l’attacco, e a cui non sono riusciti a rispondere: “La distorsione dei fatti sull’attacco del Sarin dell’amministrazione solleva una questione ineludibile: cosa sappiamo della volontà di Obama di allontanarsi dalla sua minaccia della ‘linea rossa’ per bombardare la Siria? Aveva affermato di avere prove ferree, ma improvvisamente decise di portare la questione al Congresso, e poi di accettare l’offerta di Assad di cedere le armi chimiche. Sembra possibile che a un certo punto abbia avuto davanti informazioni contraddittorie, con prove abbastanza forti da convincerlo a cancellare il suo piano di attacco ed accettare le critiche dei repubblicani.”
L’occidente ha abbandonato i suoi piani d’intervento militare in Siria, perché il mondo ha respinto la sua storia, e nonostante le assicurazioni dell’occidente di avere dati d’intelligence precisi, dopo molti mesi il coperchio è ancora ben chiuso. E’ chiaro che l’occidente voleva l’intervento militare nel peggiore dei modi, e non aveva alcuna vera intelligence che collegasse gli attacchi al governo siriano, che sicuramente avrebbe rivelato. Come sottolinea Hersh, non hanno mai avuto tali prove per iniziarla, dipendendo interamente dalla loro capacità di spacciare un altro mucchio di bugie.

Gli “esperti” da poltrona alla riscossa
Ma anche con la capitolazione dell’occidente in Siria, e nei mesi che passano senza un briciolo di prove credibili prodotte, i media occidentali continuano a perpetuare la narrazione originale. Tra questi ci sono ovviamente think-tank e facciate propagandistiche finanziati da corporazioni-finanziarie come la Brookings Institution, la rivista Foreign Policy, la Fondazione per la Difesa delle Democrazie (FDD) e giornali di regime come il Guardian. In tutto questo primeggia l’autoproclamatosi esperto di armi Eliot Higgins, una facciata propagandistica 2.0 dell’occidente. L’inglese Higgins ha perso il lavoro e passa le sue giornate a scriminare sui social media “prove”, per farne poi analisi e relazioni. I media occidentali, avendo i propri propagandisti espulsi dalla Siria e molte “fonti” siriane smascherate nei miserabili tentativi di fabbricare e manipolare prove, hanno subito adottato Higgins elevando il blogger da poltrona ad “esperto analista.” Da allora, Higgins ha aderito al già screditato “Osservatorio siriano per i diritti umani”, un altro inglese su cui girano le favole siriane dell’occidente. Brian Whitaker del Guardian, sospettosamente vicino ad Higgins e al suo lavoro, ha recentemente pubblicato una sorprendente condanna del venerato giornalista vincitore del premio Pulitizer Seymour Hersh. In un pezzo dal titolo “Indagare sulle armi chimiche in Siria: il confronto Seymour Hersh – Moses Brown“, dove con “Moses Brown” si riferisce ad Eliot Higgins, Whitaker sostiene: “Nell’angolo blu, Seymour Hersh, uno dei giornalisti investigativi più famosi e ben pagati d’America. Nell’angolo rosso, Eliot Higgins, che si trova a casa in una città della provincia inglese a setacciare le sue scoperte internet, tweet e blog sotto lo pseudonimo di Moses Brown. Domenica, in un articolo di 5000 parole per la London Review of Books, Hersh ha suggerito che ribelli siriani, piuttosto che il regime, sarebbero responsabili degli attacchi chimici presso Damasco il 21 agosto. Lunedì, Higgins ha risposto sul sito di “Foreign Policy” demolendo il nucleo del ragionamento di Hersh in soli 1700 parole. Mentre cerca di riaccendere il dibattito sul “chi è stato” delle armi chimiche, l’articolo di Hersh ha involontariamente rivelato molto sulla natura mutevole del giornalismo investigativo. Hersh è della vecchia scuola. Opera in un mondo di contatti porta-a-porta, spesso fonti anonime ben piazzate, passaggio di frammenti di informazioni attorno cui costruisce un articolo che sfida la saggezza comune. Lo stile del giornalismo di Hersh ha certamente un posto, ma nell’era di internet è sminuito, come il lavoro sul web di Higgins ed altri dimostra continuamente”.
Whitaker tenta disperatamente di mantenere in carreggiata la nuova macchina propagandistica 2.0 del regime, manipolando i social media proprio nel modo con cui Hersh descrive venga manipolata l’intelligence pur di avere un qualsiasi risultato necessario a sostenere la narrazione prestabilita. Ciò che non si affronta è il fatto che il lavoro di Higgins dipende quasi interamente dai video pubblicati on-line da persone ignote e di cui può travisarne la natura, cosa fanno e per quali motivazioni, tale è la natura dell’anonimato sul web e perciò da sole queste prove sono inutili al di fuori del contesto geopolitico. Sia Whitaker che Higgins, che sostengono che il governo siriano sia responsabile degli attacchi, non riescono ad affrontare un’altra realtà lampante. Un attacco sotto falsa bandiera è volta apparire come opera del nemico. In altre parole, i terroristi in Siria utilizzano attrezzature, uniformi, armi e tattiche con cui accusare del crimine il governo siriano. Higgins ha dimostrato, finora, solo dettagli superficiali di un’operazione, convincendo proprio che si tratta di un attacco sotto falsa bandiera.

Le dichiarazioni secondo cui i terroristi non possono produrre o gestire correttamente le armi chimiche, sono false
Whitaker saluta il pezzo di Higgins su Foregin Policy dal titolo arrogante ‘L’errore chimico di Hersh’, ma in realtà, tutto ciò che fa Higgins è sottolineare aspetti specifici dell’attacco, alcuni dei quali confermati, altri impliciti, secondo cui potrebbe essere stata opera del governo o dei terroristi. La questione cui Higgins non riesce a rispondere è la motivazione del governo per effettuare tali attacchi a pochi chilometri di distanza da una base delle Nazioni Unite, mentre le forze governative già vincono decisamente la guerra con armi convenzionali? L’unico possibile scenario che porterebbe il governo siriano a perdere questo conflitto, sarebbe l’intervento militare straniero, e il modo migliore per arrivarci sarebbe utilizzando armi chimiche. Verso la fine del brano di Higgin, anche lui, come i suoi amici del Guardian, tenta di sostenere che al-Nusra, contrariamente all’articolo di Hersh, molto probabilmente non può produrre Sarin. Afferma: “Ho chiesto allo specialista di armi chimiche Dan Kaszeta la sua opinione. Ha paragonato la possibilità di Jabhat al-Nusra di usare armi chimiche ad un altro attacco terroristico con Sarin: la gassificazione nel 1996 della metropolitana di Tokyo a opera della setta Aum Shinrikyo. L’esperienza giapponese del 1994-1996 ci dice che anche un grande e sofisticato sforzo da milioni di dollari, una grande struttura dedicata e molto lavoro, si produce qualche litro di Sarin, non tonnellate“, ha detto Kaszeta. “Anche se l’attacco del 21 agosto fosse stato limitato agli otto razzi Vulcano di cui si parla, abbiamo uno sforzo industriale di due ordini di grandezza più grande di quello di Aum Shinrikyo. Si tratta di un impegno non banale e molto costoso, e dubito fortemente se qualcuno dei possibili attori non statali coinvolti abbia una fabbrica per produrlo. Dove si trova questa fabbrica? Dove si trovano i rifiuti? Dove sono le decine di persone qualificate, non un membro di al-Qaida, necessarie per produrre questa quantità di materiale.”
Naturalmente, definire al-Nusra attore non statale non è del tutto vero. Al-Nusra e altre reti estremiste in Siria ricevono sostegno da Stati Uniti, Arabia Saudita e Israele, almeno dal 2007. Dal 2011, il Qatar e la Turchia hanno avuto un ruolo immenso nel sostenere al-Nusra, con il membro della NATO, la Turchia, che le fornisce rifugio e anche supporto logistico. Higgins e il suo “esperto” si chiedono dove siano fabbriche, rifiuti e personale qualificato, la risposta più probabile è da qualche parte in una delle tante nazioni che supportano al-Nusra. Certamente hanno la capacità di produrre e trasportare gas in Siria, o viceversa, fornendo ad al-Nusra mezzi e personale per produrlo in Siria. Higgins e il suo mancato “esperto” presentano al-Nusra come dei cavernicoli ingenui con quattro soldi, quando anche il dipartimento di Stato degli USA ha ammesso che nel 2012 l’organizzazione terroristica operava a livello nazionale, effettuando centinaia di attentati in tutto il Paese. Nel tentativo di coprire la crescente influenza della filo-occidentale al-Qaida in Siria, molti racconti su “donazioni via twitter” furono diffusi per spiegare come al-Nusra si espandesse più velocemente dei cosiddetti moderati che ricevevano miliardi di dollari in attrezzature, addestramento, veicoli e armi dall’occidente e dai suoi alleati regionali. In realtà, quel torrente di denaro e armi finiva intenzionalmente nelle mani di al-Nusra e di altri gruppi estremisti.
Chiaramente, se qualcuno in Siria, oltre al governo, produce e distribuisce armi chimiche, sarebbe al-Nusra. Higgins, Whitaker e altri giornalisti propagano la storia ufficiale dell’occidente, secondo cui non solo è sicuro che il governo l’abbia fatto, perché le “prove” lo suggeriscono e perché i militanti non possiedono armi chimiche, ma anche perché i militanti che lottano contro il governo non possiedono l’addestramento per effettuare tali attacchi. Higgins ha fatto un lavoro magistrale dimostrando che tutti i militanti avrebbero bisogno di un camion e di un tubo metallico per lanciare le munizioni implicate negli attacchi. Riguardo l’addestramento nella gestione delle armi chimiche, la CNN ha rivelato che gli Stati Uniti da tempo se ne occupano. L’articolo della CNN del dicembre 2012, dal titolo “Fonti: gli USA supportano l’addestramento dei ribelli siriani nella protezione delle armi chimiche“, dichiarava che: “Stati Uniti e alcuni alleati europei impiegano contractor della difesa per addestrare i ribelli siriani su come assicurarsi le armi chimiche in Siria, hanno detto alla CNN un alto funzionario statunitense e diversi alti diplomatici. L’addestramento, che si svolge in Giordania e in Turchia, comporta il controllo e la sicurezza dei depositi e la gestione dei siti e dei materiali bellici, secondo le fonti. Alcuni dei contractors sono in Siria per cooperare con i ribelli nel monitorare alcuni dei siti, secondo uno dei funzionari”.

L’Esercito elettronico siriano svela le e-mail fasulle dei depravati media occidentali
Anche se forse Higgins e compagnia si sono persi l’articolo della CNN, ora è noto che almeno Higgins e molti altri giornalisti sapessero che contactors statunitensi erano presenti sul campo in Siria, che i militanti avevano accesso alle armi chimiche e, soprattutto, ne pianificavano l’utilizzo in un attacco sotto falsa bandiera nei mesi precedenti l’attacco del 21 agosto a Damasco. L’Esercito elettronico siriano (SEA) ha pubblicato le e-mail di questa settimana tra il contractor statunitense Matthew Van Dyke e membri dei media occidentali, tra cui Higgins. Le e-mail indicano che i militanti avevano armi chimiche e ne progettavano l’utilizzo in un attacco per incastrare il governo siriano, per istigare un maggiore intervento straniero. L’e-mail del SEA sono state confermate da Higgins stesso in una serie di tweet autoincriminanti dove, punto per punto, tenta di spiegare tali schiaccianti rivelazioni.

SkidMark_Moses_SEA_Admission_Dec9_2013È vero, ma… lo spacciatore Eliot Higgins, alias Moses Brown, potrebbe presto andare in pensione anticipata da propagandista di regime, non grazie a certe ONG occidentali che si occupano di trasparenza, ma all’Esercito elettronico siriano, elencato dall’FBI quale “terrorista”.

Vandick_clip_image002Le e-mail rivelano corrispondenze multiple sulle armi chimiche finite nelle mani dei terroristi volti ad utilizzarle in un’operazione sotto falsa bandiera. I mecenati di Higgins e Van Dyke si trovano in Virginia, “presso DC” (Langley è in Virginia) e offerte di lavoro per Higgins da ONG e da un azienda della difesa per l'”intelligence open source”, la nuova parola d’ordine usata da Higgins e Whitaker riguardo la nuova forma di propaganda cui entrambi partecipano.

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Essere un propagandista è lucroso
Le e-mail mostrano la prescienza di armi chimiche nelle mani dei terroristi con cui ne pianificavano un’operazione sotto falsa bandiera. Higgins e altri ebbero questa informazione ed ora hanno anche l’articolo di Seymour Hersh, ma ancora avanzano l’argomento che i militanti non avevano né la capacità né i mezzi per effettuare gli attacchi. In realtà, sembra che i media occidentali e subalterni come Higgins, operino nel loro modo particolare per screditare una nozione affinché non sia neanche presa in considerazione. In altre parole, una concertata cover-up. Le e-mail di cui sopra, e altre in cache di grandi dimensioni, rivelano anche la possibile motivazione per queste menzogne. I cosiddetti giornalisti e ricercatori che spacciano la favola occidentale, sembrano godere di una vasta serie di offerte lucrose, così come di finanziamenti, per continuare il lavoro in cui sono già coinvolti. Ciò naturalmente, solo nel caso in cui i loro racconti coincidano con quelle di istituzioni, aziende e singoli individui finanziatori. Perché Higgins doveva parlare anche della possibilità di un attacco sotto falsa bandiera, quando tutto ciò l’avrebbe allontanato dal regime di cui così avidamente vuole essere parte? Il suo recente articolo su Foreign Policy e la sua promozione incessante del Guardian, sono favori che richiedono reciprocità, indicando una linea che spaccia le storie notoriamente ingannevoli di Higgins e di altri.
Higgins, Guardian e Foeign Policy sono pronti a screditare il giornalista Seymour Hersh per proteggere i loro interessi, illuminando così la profondità della depravazione in cui operano questi “nuovi” media che Whitaker celebra. Peggio per l’occidente, se la trasparenza e la responsabilità che sostengono di difendere non venissero controllate dal SEA, “un’organizzazione terroristica” secondo l’FBI, saremmo portati a credere a truffatori come Whitaker, Higgins e Van Dyke secondo cui il governo siriano e i loro sostenitori sono i cattivi, ma nelle loro parole e azioni vediamo la verità.

Nota:
La serie intera di e-mail svelate dal SEA che indicano Van Dyke e giornalisti associati, quali individui assolutamente depravati, ingannevoli e senza scrupoli, guidati da avidità e narcisismo incontenibili. Le e-mail rivelano anche “i carichi di aiuti” usati per portare armi e combattenti stranieri, che i siriani sono quasi tutti con il governo e che la cosiddetta rivoluzione è “falsa”. Van Dyke viene accusato di aver cospirato per uccidere un uomo e tutta la sua famiglia per una banale disputa personale, e molto, molto di più. I lettori sono invitati a spulciarne gli archivi e di seguire il SEA su Twitter@Official_SEA16.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come costringere l’opposizione armata siriana ai colloqui

Boris Dolgov Strategic Culture Foundation 22/11/2013

1234386I tentativi di distruggere la nazione siriana non hanno tregua dal marzo 2011, il che significa che sono ormai in corso da oltre due anni e mezzo. Durante questo periodo, molte decine di migliaia di persone hanno perso la vita (fino a circa 100000). Milioni sono i rifugiati, alcuni di questi sono profughi interni costretti ad abbandonare le case per sfuggire alle violenze dei gruppi armati anti-governativi che danno la caccia particolarmente alle minoranze religiose, cristiani, arabi, curdi e armeni. Molti vivono in condizioni di estrema difficoltà, e non hanno abbastanza da mangiare. In  conseguenza dei pogrom dei gruppi armati criminali che terrorizzano alcune regioni della Siria, l’infrastruttura produttiva del Paese è stata danneggiata. La crisi è aggravata dalle sanzioni imposte contro la Siria dagli Stati Uniti, da un certo numero di Paesi dell’UE, dalla Turchia e dalle monarchie del Golfo Persico. L’importo totale dei danni inflitti alla Siria nel conflitto equivale a quasi 100 miliardi di dollari, e gli esperti ritengono che la ricostruzione del Paese richiederà almeno 10 anni.
Quasi fin dall’inizio, il conflitto siriano non è stato un affare locale. L’incertezza data da una serie di problemi socio-economici e politici che scontentavano quote della popolazione fu abilmente sfruttata da forze esterne, fomentando il conflitto interno siriano finanziando e armando i gruppi estremisti e inviando mercenari stranieri in Siria. L’obiettivo dell’uso della forza esterna era rovesciare il governo di Bashar al-Assad, così come frammentare e distruggere la Siria in quanto alleato dell’Iran e del movimento Hezbollah. Secondo dati ufficiali, ci sarebbero attualmente più di 1000 gruppi armati antigovernativi operanti in Siria. Il numero totale di militanti coinvolti nell’assalto è oltre 70000. Un numero significativo di mercenari stranieri proviene da più di 80 Paesi da tutto il mondo, compresi Stati Uniti, Europa, Asia centrale, le regioni della Russia del Nord del Caucaso e del Volga. Chi supporta i “jihadisti” in Siria non nasconde il fatto che continuerà a  sostenerli. L’Arabia Saudita ha recentemente deciso di destinare ampie somme di denaro per addestrare altri mujahidin da inviare in Siria. Inoltre, sulla base delle dichiarazioni del presidente Obama, dovrei ricordare che il pianificato attacco militare degli Stati Uniti alla Siria non è stato annullato ma solo rinviato. Allo stesso tempo, un accordo di principio tra Russia e Stati Uniti sulla necessità della conferenza Ginevra-2 suscita la speranza che una soluzione politica alla crisi siriana possa essere trovata. La Siria adempie scrupolosamente a tutti i requisiti dell’accordo per il trasferimento della armi chimiche alla comunità internazionale, per distruggerle; tutto ciò viene confermato dai rappresentanti della Organizzazione Internazionale per la Proibizione delle Armi Chimiche (OPAC). Il governo siriano ha ripetutamente espresso la volontà di partecipare alla conferenza di Ginevra 2. Damasco ha un approccio costruttivo sulla questione della soluzione politica in Siria, come confermato in una telefonata tra Bashar al-Assad e Vladimir Putin del 14 novembre 2013. Inoltre l’opposizione patriottica interna è disposta a dialogare con le autorità. Questa parte dell’opposizione siriana è composta dalle Commissioni di cooperazione, che includono i rappresentanti di 13 partiti; il Fronte Nazionale per il Cambiamento e Liberazione; la Coalizione delle Forze per il cambio pacifico che comprende 16 partiti; e i movimenti che esprimono gli interessi della comunità curda. I curdi hanno già formato i loro governi locali nelle zone che abitano nel nord della Siria.
Riguardo l’opposizione siriana esterna, rappresentata dalla Coalizione Nazionale delle forze di opposizione e rivoluzionarie (NCORF) che l’occidente si era affrettato a riconoscere come “unico legittimo rappresentante del popolo siriano“, ha dichiarato la volontà di partecipare alla conferenza di Ginevra 2, da un lato, ma dall’altro ha avanzato deliberatamente condizioni inaccettabili per coloro che desiderano partecipare alla conferenza, esigendo un termine per l’abbandono del potere da Assad. Il NCORF in nessun modo rappresenta tutta l’opposizione esterna. Vi è un certo numero di gruppi armati dell’opposizione che continua le azioni militari sia contro l’esercito siriano e sia tra essi, mentre terrorizzano la popolazione locale. Tra questi l’esercito libero siriano (ELS), che esplode dividendosi tra coloro che si affiancano alle forze governative e coloro che raggiungono gli islamisti radicali. I più grandi gruppi islamisti sono il Fronte Nusra e lo Stato Islamico della Siria, affiliati ad al-Qaida.
Il raggiungimento di una soluzione politica alla conferenza di Ginevra 2 (se ha luogo) è una questione relativamente complessa. Allo stesso tempo, se c’è volontà politica, in primo luogo da parte dei leader delle maggiori potenze e dei centri regionali di potere, trovare una soluzione alla crisi siriana è del tutto possibile; il ministro degli Esteri russo ha annunciato che “l’opposizione esterna siriana non deve essere convinta a partecipare ai colloqui, deve esservi costretta.” Ma come farlo? Dichiarando attraverso l’ONU che solo le forze politiche che s’impegnano a cessare di combattere e ad avviare il dialogo nazionale, saranno riconosciute come legittimi rappresentanti del popolo siriano. Stabilendo un cessate il fuoco tra tutte le parti che si deve rispettare. Quei gruppi che si rifiutano di rispettare il cessate il fuoco dovrebbero essere riconosciuti, sempre attraverso le Nazioni Unite, quali organizzazioni terroristiche (il Fronte Nusra, per inciso, è già nella lista degli Stati Uniti di tali organizzazioni). In accordo con la risoluzione delle Nazioni Unite, le sanzioni internazionali dovrebbero essere imposte contro le organizzazioni terroristiche e i loro sponsor…
Tenendo a mente il crescente ruolo della Russia in Medio Oriente, la diplomazia russa potrebbe svolgere un ruolo di primo piano nel risolvere la crisi siriana, soprattutto dato che la crisi ha già un impatto diretto sugli interessi della sicurezza nazionale della Russia.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.




Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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