Iraq: situazione dal 23 al 27 giugno

Alessandro Lattanzio, 28/6/2014
801cff3273e5183d6ee40d9cf5b4042e22 giugno, Umaya Naji Jabara, consigliera del governatore di Tiqrit, veniva uccisa da un cecchino del SIIL, ma dopo aver eliminato tre terroristi.
23 giugno, la Giordania invia truppe, blindati e pezzi di artiglieria al suo confine con l’Iraq. Presso la raffineria Baiji, l’assalto di 11 autoveicoli dei terroristi viene respinto con la distruzione di 9 di essi tramite attacchi aerei, 22 i terroristi eliminati. Presso Ramadi, le forze di sicurezza irachene riprendono il controllo del valico di frontiera di al-Walid, tra Iraq e Siria, dopo che i terroristi del SIIL l’avevano brevemente sequestrato. Liberato anche il valico di Tribil con la Giordania. Più di 70 persone uccise nella provincia di Babil, dopo che i terroristi hanno attaccato un convoglio che trasferiva i detenuti di una prigione.
24 giugno, l’aviazione irachena attacca le postazioni dei terroristi a Tal Afar. Il Maggior-Generale Abu Walid afferma di aver ripreso la parte meridionale della città dopo la riorganizzazione delle forze governative. I terroristi entrano ad al-Alam, ad est di Tiqrit, dopo un accordo con il locale clan Jabur. I servizi di sicurezza e le milizie irachene eliminano i terroristi da al-Athim, 60 km a nord di Baquba. Riyadh al-Athath, a capo del governo provinciale di Baghdad, afferma che le forze di sicurezza a Baghdad sono sufficienti per affrontare il SIIL. Arrivano i primi 50 ‘consiglieri’ statunitensi, inviati a Kirkuk per crearvi un centro d’intelligence. Il compito principale degli “osservatori” degli Stati Uniti è, secondo il dipartimento della Difesa USA, “valutare le forze irachene che combattono contro le brigate del SIIL“. I 300 “consiglieri” statunitensi non sono che spie inviate a compromettere la sicurezza operativa e le forze irachene. Il quotidiano turco Milliyet afferma che cittadini dei seguenti Paesi sono presenti al confine con la Siria: Cina, Germania, Francia, Svizzera, Svezia, Arabia Saudita, Azerbaijan, Afghanistan, Stati Uniti, Uzbekistan, Tagikistan, Yemen, Marocco, Tunisia, Libano, Sudan e Russia. Il capogruppo parlamentare di Hezbollah, Muhammad Rad, afferma che il movimento di resistenza libanese affronterà i mandanti del SIIL, dopo che il presidente iraniano Hassan Ruhani aveva indicato negli Stati del Golfo Arabo i finanziatori del terrorismo. “Sappiamo come affrontare i vostri piani e come abbattere le vostre illusioni. Si volgeranno contro di voi quando il nostro popolo in Iraq li scaccerà“. Ruhani aveva invitato gli “Stati dei petrodollari” a interrompere il finanziamento del terrorismo, “Consiglio i Paesi musulmani che sostengono i terroristi con i loro petrodollari di fermarsi. Domani sarete i prossimi ad essere presi di mira… da tali terroristi selvaggi, che si sporcano le mani uccidendo musulmani“.
25 giugno: il premier Nuri al-Maliqi dichiara che i tentativi occidentali di eliminarlo tramite “l’invito a formare un governo nazionale di emergenza è un colpo di Stato contro la costituzione e il processo politico. L’obiettivo pericoloso di formare un governo nazionale di emergenza non è occulto. È un tentativo di coloro contrari alla Costituzione e al processo democratico, sabotando il voto degli elettori”. L’alleanza elettorale dell’amministrazione al-Maliqi ha 92 seggi in parlamento, tre volte quelli del secondo partito. Al-Maliqi ha avuto circa 720000 voti personali, di gran lunga superiore a qualsiasi altro candidato. L’Iran avrebbe inviato velivoli carichi di forniture militari in Iraq, dove avrebbe anche istituito un centro di raccolta informazioni e d’intercettazione delle comunicazioni a Baghdad, ed impiegato droni da ricognizione. La Siria effettua attacchi aerei sulle posizioni dei terroristi nell’Iraq occidentale. Il governo egiziano chiude tre canali iracheni, al-Baghdadiya, al-Rafadayn e al-Hadath su richiesta del governo iracheno, poiché incitano all’odio settario in Iraq. Scontri tra terroristi a Sayda, provincia di Diyala. 5 terroristi del SIIL eliminati a Tiqrit. Il SIIL ha finora bruciato 11 chiese e distrutto la tomba del profeta Yunus e la tomba del profeta Shayth a Mosul.
26 giugno, 40 turcomanni sciiti vengono assassinati dal SIIL nei villaggi Tuz Khurmato e Bashir, presso Kirkuk. Muqtada al-Sadr, a Najaf, afferma “Faremo tremare il terreno sotto i piedi dell’ignoranza e dell’estremismo“. Il presidente del governo regionale del Kurdistan, Masud Barzani, visita Kirkuk per rassicurare i funzionari locali che le forze curde difenderanno la città contro il SIIL. La visita di Barzani è avvenuta il giorno dopo l’attentato che ha ucciso 7 persone e ferito altre 20. Una bomba nel quartiere sciita di Baghdad di Qadhimiya uccide 8 persone. William Hague, il ministro degli Esteri inglese si reca a Baghdad e nel Kurdistan iracheno per incontrarne i capi. Iyad Allawi, ex-premier fantoccio degli USA e capo della coalizione United Alliance, incontra capi curdi e sunniti “per trovare una soluzione per il futuro dell’Iraq”. Infatti Washington spera che i gruppi armati sunniti fiancheggiatori del SIIL possano essere persuasi a passare dall’altra parte, a condizione che siano inclusi in un nuovo governo. Gli iracheni riorganizzano le forze armate, che  respingono un altro assalto a Samara eliminando 6 terroristi. Le forze di sicurezza governative eliminano il capo del SIIL a nord di Tiqrit. Altri 22 terroristi e 8 loro autoveicoli vengono eliminati dai Servizi di sicurezza nella provincia di Anbar. Altri 7 terroristi sono liquidati a nord di Baquba. Elicotteri dell’esercito iracheno bombardano il palazzo di Sadam Husayn a Tiqrit. Le forze irachene lanciano un assalto aereo a Tiqrit sbarcando dei commando nello stadio dell’università, un elicottero viene abbattuto dai terroristi. Intensi scontri intorno al complesso universitario. I tiratori dell’esercito si posizionano sugli edifici del complesso universitario. In precedenza, le forze governative avevano inviato commando d’élite a bordo di elicotteri a difendere la più grande raffineria di petrolio del paese, a Baiji. Il segretario di Stato USA John Kerry s’incontra a Parigi con il ministro degli Esteri iracheno Nasser Judah e le controparti di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti per discutere di Siria e Iraq.
27 giugno, il portavoce dell’esercito Qasim Ata dichiara, “i militanti del SIIL che cercavano di avvicinarsi alla raffineria di Baiji sono stati schiacciati. Vi assicuriamo che la raffineria è il cimitero dei vili terroristi del SIIL“. Dopo il raid dei commando governativi iracheni a Tiqrit, i terroristi del SIIL fuggivano verso Kirkuk, mentre la locale base militare ritornava ai governativi. Kerry chiarisce che gli Stati Uniti non chiedono un governo d’emergenza, avendo Maliqi respinto qualsiasi idea di governo di unità nazionale di emergenza, proposto ufficialmente dal fantoccio della CIA Iyad Allawi. Tre sospetti, l’ex-ufficiale statunitense Douglas Gillem, l”accademico’ (leggasi agente della CIA) statunitense Mark Polyak e il ‘ricercatore’ francese Fabrice Jean-Michel Robert Blanche, vengono arrestati mentre tentano d’infiltrarsi in Siria, a Kilis. Erano equipaggiati di macchine fotografiche, telefoni satellitari e dispositivi di navigazione. Il ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman afferma “L’Iraq si spezza sotto i nostri occhi e sembra che la creazione di uno Stato curdo indipendente sia scontata“, anche il presidente israeliano Shimon Perez, ha detto “I curdi hanno di fatto creato un proprio Stato democratico. Uno dei segni della democrazia è la concessione della parità alle donne“. Difatti, il greggio curdo fluisce in Israele passando per la Turchia: una nave cisterna, la Baltic Commodore, era arrivata nel porto israeliano di Ashkelon carica di greggio iracheno già il 31 gennaio 2014, seguita dalla Hope A carica di greggio curdo giunta ad Ashkhelon e Haifa il 10-15 febbraio. Infine la Kriti Jade, sempre carica di greggio curdo, era salpata dalla Turchia per Ashkhelon e Haifa, il 17-20 maggio. Il primo ministro della regione curda Nechervan Barzani, visita Ankara per incontrare il ministro degli Esteri turco Ahmed Davotoglu, il ministro dell’Energia e delle Risorse naturali Taner Yildiz, il capo del servizio d’intelligence turco MIT Hakan Fidan e rappresentanti dell’AKP, il partito al potere in Turchia, per discutere del riconoscimento dello Stato curdo nel Nord dell’Iraq. La visita in Turchia segue una del premier curdo a Teheran.
Dal 2004 le Forze Armate irachene hanno ricevuto dagli Stati Uniti 146 carri armati Abrams A1AIM; 10000 veicoli corazzati ruotati M-1117, Cougar, Humvee; 1000 veicoli trasporto truppe M-113; semoventi M-109 e obici M-198 da 155 mm; missili anticarro Hellfire; sistemi antiaerei missilistici Hawk ed Avenger/Stinger. L’Iraq intanto acquista velivoli da combattimento da Russia e Bielorussia per combattere i terroristi, dati i gravi ritardi nel consegnare i caccia F-16 degli Stati Uniti. Le truppe irachene sono rimaste senza supporto aereo e il primo ministro Nuri al-Maliqi dichiara che gli aviogetti “dovrebbero arrivare tra due o tre giorni. Se Dio vuole, entro una settimana questa forza sarà efficace e distruggerà i covi dei terroristi“. Al-Maliqi accusa “di lungaggine e grave lentezza” gli Stati Uniti nella consegna di 36 velivoli da combattimento. “Sarò franco dicendo che c’eravamo illusi quando abbiamo firmato il contratto con gli Stati Uniti. Non dovevamo comprare solo jet statunitensi, ma avremmo dovuto comprare jet inglesi, francesi e russi per fornire supporto aereo. Se oggi avessimo avuto il supporto aereo, niente di tutto questo sarebbe successo“. Secondo il sito dell’intelligence militare israeliana DEBKAfile “L’attacco aereo siriano in Iraq è una dimostrazione impressionante della stretta sincronizzazione operativa tra i centri di comando iraniani a Damasco e Baghdad, collegati agli alti comandi degli eserciti siriano e iracheno. Questo coordinamento permette flessibilità ai centri di comando di Teheran nelle due capitali arabe, inviando droni iraniani dalle basi aeree siriane e irachene, per informare i centri con l’intelligence necessaria per la pianificazione strategica delle operazioni militari degli eserciti siriano e iracheno”, volte a respingere il tentativo del SIIL di creare un’entità tra Diyala e Raqah, puntando a tagliare i collegamenti tra Iran e Siria, e a collegare la Turchia a Giordania e Arabia Saudita. Uno degli obiettivi della guerra d’Israele contro il Libano, nel luglio 2006, era il “Nabucco“, il gasdotto che dal Mar Caspio doveva raggiungere la Turchia e il porto di Haifa in Israele, per poi arrivare al Mar Rosso, creando un’alternativa alla rotta via stretto di Hormuz. È lo stesso obiettivo del SIIL. Il gasdotto Bassora-Banyas che trasporta petrolio e gas dall’Iran al Mar Mediterraneo è stato infatti interrotto dal SIIL.

Iraqi Checkpoint StationFonti:
al-Alam
Aydinlik Daily
Dedefensa
Islamic Invitation Turkey
Jordan Times
National Post
Nsnbc
Nsnbc
Nsnbc
Reseau International
Times of India
Vineyard Saker
Vineyard Saker
Vineyard Saker
Vineyard Saker
Zerohedge

Alessandro Lattanzio all’IRIB: “Guantanamo per reclutare dirigenti dell’esercito di mercenari e terroristi

Il caos iracheno: la Waterloo di Obama, lo Yarmuq dell’Iran

Ziad al-Fadil Syrian Perspective
531655_Syrian Perspective ricorda umilmente di essere stata tra i primi a rivelare il ruolo di Izat Ibrahim al-Duri nel disastro in Iraq. Abbiamo seguito al-Duri per anni dopo esser sfuggito ai tribunali illegali istituiti dall’alto commissario statunitense L. Paul Bremer, forse uno dei più completi imbecilli del mondo, nascondendosi nel nord, nella sua città natale di Mosul, svicolando lungo le linee di faglia tra arabi, curdi e turchi. Finalmente arrivato in Turchia, fu adottato da una squadra di spettri statunitensi e inglesi presentatigli dai sicari del MIT di Erdoghan. Da quel momento svolge il ruolo che gioca ora. Attenzione, non credo che il SIIS sia ciò che sembra. Non è un’organizzazione salafita, poiché tali organizzazioni, ripeto, non prendono quali capi ex-baathisti come al-Duri. Alcuni di voi avranno sentito parlare di una recente dichiarazione da Mosul secondo cui il SIIS ha ora un comando unificato con al-Duri. È vero, al-Duri è un ex-militare iracheno salito alla ribalta sotto Sadam, divenendo l’unico uomo capace di sputare in faccia a leader temibili senza nemmeno alzare un sopracciglio. Tuttavia al-Duri non ha alcuna esperienza militare sostanziale come comandante sul campo, e se ne vedrà abbastanza presto il fallimento. È inoltre in cattive condizioni di salute, soffre di gravi condizioni respiratorie e nefrite che lo spacceranno al più presto. Che un naqshbandi/baathista (sufi) come al-Duri si possa alleare con Abu Baqr al-Baghdadi prova che il SIIS è un fantoccio statunitense ingrassato dai soldi sauditi e abbellito dalle banalità dei terroristi jihadisti. La pretesa di Obama di esser disposto ad inviare la propria potenza aerea in Iraq per aiutare al-Maliqi, è un semplice cavallo di Troia o dote di Jalila, un metodo per rimuovere il Primo Ministro al-Maliqi una volta divenuto chiaro che il disgraziato presidente statunitense non è riuscito a spodestare il nostro Dr. Bashar al-Assad. Il piano sionista, inventato e promosso dai traditori neo-con, viole che la Mezzaluna Fatimide sia più una collana di  perle che una vera mezzaluna. Se non è possibile sbarazzarsi del cordone siriano, si passi a quello iracheno. Questo è un piano sionista, reso evidente dal fatto che solo possono profferire una visione così sociopatica da comportare lo sterminio dei cristiani d’Iraq e Siria.
Il piano dei traditori neo-con è questo: Per soffocare Hezbollah è necessario troncarne i legami con l’Iran. Ciò significa distruggere Siria e Iraq. Hanno preso di mira la Siria per prima, dato che sembrava la più debole dei due. Ma la Siria non era la più debole dato l’immenso sostegno ricevuto  da Federazione Russa e Iran. Ciò lascia l’Iraq unico obiettivo per respingere gli iraniani dalla regione e isolare Hezbollah. Se l’Iraq finisse nelle mani di sadamisti come al-Duri, l’Iraq ancora una volta diverrebbe un cuscinetto contro l’Iran e un buco nero per Hezbollah. Voglio qui ricordare, inoltre, che il recente ammonimento dell’Arabia Saudita che le forze straniere dovrebbero rimanere fuori dal conflitto iracheno, serve solo a sviare le accuse sul suo netto coinvolgimento nel finanziamento del mostro SIIS in Siria e Iraq. Tre realtà sono ormai emerse da tutto ciò, per le sanguisughe sioniste: 1. La campagna di Bush contro Sadam fu un disastro di proporzioni storiche, che deve essere corretto; 2. Hezbollah è una delle forze più minacciose che lo Stato-colono sionista deve affrontare nei conflitti futuri; 3. Lo stesso piano disastroso contro la Siria potrebbe ancora funzionare in Iraq con una corretta pianificazione.
Nota: le dichiarazioni del Generale Qasim Ata a Baghdad, ieri, avvertivano i cittadini e l’opinione pubblica a diffidare di articoli faziosi da fonti che vomitano menzogne e propaganda. E’ la stessa situazione della Siria, con la condizione che gli iracheni sono pienamente consapevoli della campagna mediatica in Siria e sono disposti a contrastarla. Il Generale Qasim Ata, portavoce dell’esercito iracheno, cerca di assicurare avvertendo i cittadini su al-Arabiya, al-Jazeera e tutto il resto di ben noti menzognifici già utilizzati contro la Siria. E ancora più interessante notare come SIIS ed alleati del Baath iracheni usino in modo sofisticato internet, manipolando l’opinione popolare. Il modo con cui tali selvaggi utilizzano internet chiaramente indica una tutela di Stati Uniti ed alleati inglesi, turchi e altri. Suggerimento: si guardi attentamente come la BBC copre gli avvenimenti in Iraq e saprete chi c’è dietro tutto ciò.
Con il SIIS che sostiene di controllare le province del nord dell’Iraq contigue alla Turchia, si assicura le aree con i principali impianti petroliferi e basi militari. Ieri ha falsamente affermato di aver invaso la raffineria di petrolio di Bayji, la più grande dell’Iraq. Con tale piano, gli Stati Uniti probabilmente continueranno a sostenere logisticamente il SIIS fino a che al-Maliqi farà ciò che il Presidente Assad doveva fare: dimettersi. Ma ora la palla è nelle mani di Teheran. Potrà sostenere al-Maliqi come ha fatto con Assad? E (un grande E) Mosca interverrà anche qui? L’Iran ha un profondo rapporto storico con Mesopotamia/Iraq. Gli esempi dell’interazione tra i due popoli sono infiniti. Difficilmente si deve risalire ad Artaserse o Barmecide per spiegarlo. Ma oggi, nell’Iran teocratico, i luoghi santi di Najaf e Qarbala ne domineranno il pensiero geo-politico. L’Iran andrà in guerra per proteggere i santuari sciiti e ciò significa centinaia di migliaia di guerrieri Basij pronti ad attraversare il confine iracheno per sradicare le larve supportate dagli statunitensi che operano sotto la bandiera della banda di cannibali finanziati dai sauditi. Il SIIS ha già chiarito l’intenzione di uccidere gli “apostati” e distruggerne i santuari, galvanizzando i volontari iracheni che proteggono i santuari di Sayid Zaynab e Suqayna di Damasco e spingendoli a continuare la lotta in Iraq.  Avvertiamo i politici statunitensi di non permettere che la politica estera statunitense sia diretta dai traditori sionisti neo-con a Washington DC. Il loro movimento deve essere fermato e processato per alto tradimento.
La Russia osserva questi eventi con molta attenzione. L’Iraq è una miniera d’oro per i produttori di armi russi e Mosca non traballerà nel suo approccio. Tuttavia, Putin affronta molte questioni oggi.  La crisi ucraina creata dalla NATO, soprattutto da Obama, potrebbe essere una mossa volta a distrarre i russi, mentre gli Stati Uniti cercano di far risorgere il fallito piano sionista per sloggiare i leader di governi legittimi, soppiantandoli con i loro corrotti adulatori filo-sionisti, le cui vite saranno alquanto effimere. Già i media occidentali si scagliano su al-Maliqi accusandolo di settarismo e brutalità nella guida del suo Paese. Non stupitevi se sentirete parlare di atrocità commesse dai “lealisti pro-Maliqi”. Già delle storie vengono diffuse su prigionieri sunniti a Mosul  giustiziati da guardie sciite mentre il SIIS tentava di liberarli. Nauseanti storie inventate, menzogne e propaganda, ci si può aspettare cose ancor più nauseanti di quelle sentite sulla Siria. Non si arrendono. I sionisti non mollano, a meno che i popoli statunitense, francese, inglese e australiano s’oppongono e si riprendono la propria politica estera, tale rapporto da vampiro parassita continuerà a loro danno. Al-Maliqi deve fare ciò che il Dottor Assad ha fatto in Siria, deve serrare i ranghi e prepararsi a un lungo confronto con la chimera statunitense di Obama. Non è fantasia. La dirigenza sionista è ossessionata dall’Iran e trascinerà nel baratro dell’Inferno gli USA pur di prolungare l’esistenza del fasullo Stato-Ghetto. Al-Maliqi deve tendere la mano, come fa oggi, a tutti i sunniti, unendo le forze per bloccare l’assalto alla cultura semitica irachena arabo-musulmano-cristiana da parte dei coloni ebrei europei e cazari che non hanno portato nulla se non peste e miseria al nostro amato Vicino Oriente. Deve inoltre continuare l’alleanza con il Dr. Assad e utilizzare l’esperienza dell’Esercito siriano nel combattere le orde barbariche di Obama e del sionismo. Più che altro, il Primo Ministro al-Maliqi deve avere ciò che il Dottor George Habash chiamava “chiara visione”.  Non deve permettere che la pletora di trappole e disinformazione l’accechino dalla pura oggettività nel valutare la situazione. Ciò che ha mantenuto lucido il Dr. Assad è la sua formazione scientifica. O come GWF Hegel suggerirebbe nel suo Die Welt Verkehrte (Il mondo capovolto), che al-Maliqi si metta nella posizione dei suoi nemici e veda il loro punto di vista, svelandone i piani come se fossero stati creati dalla sua mente.

856c25c6-f182-11e3-a2da-00144feabdc0.imgTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli Stati Uniti lanciano un’altra invasione dell’Iraq

Nikolaj Bobkin Strategic Culture Foundation 17/06/2014
iraqisiscontrolLa guerra civile infuria in Iraq e gli Stati Uniti studiano la possibilità di tornarvi. Lo Stato creato dagli USA scoppia, rientrando in un nuovo vicolo cieco. Lo Stato Islamico in Iraq e Levante (tradotto anche come Stato islamico in Iraq e Siria, abbreviato SIIL o SIIS) è un attivo gruppo militante jihadista in Iraq e Siria influenzato dal wahhabismo. Il presidente degli Stati Uniti  prende in considerazione l’aiuto ai militanti in Siria. Allo stesso tempo, in Iraq non esclude alcuna opzione contro i jihadisti. Così Washington avanza la sua consueta politica dei due pesi e due misure. Non è esclusa che l’avanzata del SIIL a Baghdad sia ispirata dagli statunitensi per giustificarne l’intervento. La forte presenza di jihadisti soddisfa gli interessi degli Stati Uniti, perché dividerà l’Iraq in tre parti controllate da sunniti, sciiti e curdi. Il caos creerà un focolaio ai confine iraniani, e il mondo arabo avrà una nuova guerra civile cui gli alleati degli Stati Uniti saranno trascinati sostenendoli. Gli Stati Uniti sfrutteranno la situazione a proprio vantaggio, tornando in Iraq probabilmente diffondendone l’espansione in Siria. La Casa Bianca ha iniziato a discutere apertamente della possibilità di bombardare la Siria dopo la vittoria elettorale di Bashar Assad. Riyadh non cerca di nascondere la sua soddisfazione. L’Arabia Saudita vorrebbe vedere Bashar Assad rovesciato in Siria ed è pronta a partecipare a qualsiasi azione anti-sciita degli Stati Uniti contro l’Iran. Teheran sostiene gli sciiti iracheni al potere in Iraq. Irremovibile nella sua posizione, il presidente Ruhani ha già detto che l’Iran è pronto a sostenere il governo al-Maliqi nella lotta contro gli islamisti. Secondo lui, l’Iran aiuterà l’Iraq su richiesta per combattere e cacciare i terroristi. Ad un certo momento l’Iran ha anche espresso disponibilità ad agire in sintonia con gli Stati Uniti per ripristinare la sicurezza in Iraq. Ruhani l’ha detto a condizione che l’intenzione di Washington di lottare contro il terrorismo sia reale. Ma dopo pochi giorni l’Iran ha drasticamente cambiato posizione, dato che era chiaro che la Casa Bianca aveva paura del coinvolgimento iraniano ancor più del rovesciamento del suo pupillo al-Maliqi. Gli statunitensi sono già alla ricerca di qualcuno che lo sostituisca, non escludendo che provenga dalla comunità sunnita.
Patrick Cockburn dell’Independent ritiene che il dominio dei governi sciiti insediati dagli Stati Uniti dopo il rovesciamento di Sadam Husayn, si avvicini alla fine. Anche se l’Iraq riavrà il controllo della maggior parte del Paese, non tornerà nel settentrione sunnita. Sembra che Washington veda tale prospettiva. Secondo quanto si dice, gli Stati Uniti non vogliono che i jihadisti sunniti prendano piede in Iraq, ma in realtà gli Stati Uniti non vogliono aiutare gli sciiti iracheni vicini all’Iran. Nella sua dichiarazione sull’Iraq, il presidente degli Stati Uniti Obama ha detto, “Così ogni azione che possiamo adottare fornendo assistenza alle forze di sicurezza irachene, deve essere affiancata dall’impegno serio e sincero dei leader iracheni di mettere da parte differenze settarie, promuovere la stabilità e calcolare gli interessi legittimi di tutte le comunità irachene, continuando a costruire una forza di sicurezza efficace. Non possiamo farlo al posto loro, e in mancanza di tale azione politica, l’azione militare a breve termine, compresa qualsiasi assistenza che potremmo offrire, non avrebbe successo. Quindi ciò è un campanello d’allarme. I leader iracheni devono dimostrare la volontà di prendere decisioni e compromessi difficili in nome del popolo iracheno, guidando insieme il Paese. In tale sforzo avranno l’appoggio degli Stati Uniti e dei nostri amici ed alleati”. Obama è esasperato dall’incapacità delle forze di sicurezza irachene nel svolgere la propria missione. Tutte le richieste di aiuti di al-Maliqi devono ricevere ancora una risposta.
L’esercito iraniano è già in Iraq. Secondo i media occidentali, l’Iran ha dispiegato forze della Guardia Rivoluzionaria per combattere i militanti di al-Qieda che hanno occupato una serie di città irachene, aiutando le truppe irachene a riconquistare il controllo della maggior parte di Tiqrit. Il Guardian del 15 riporta che centinaia di volontari sono giunti in Iraq dall’Iran, così come due battaglioni delle Forze Quds (500 uomini), ramo estero del Corpo delle Guardie rivoluzionarie dell’Iran che ha operato a lungo in Iraq. Giungono in aiuto degli assediati del governo dominato dagli sciiti del primo ministro Nuri al-Maliqi. Un funzionario iracheno ha confermato che 1500 forze Basiji avevano attraversato il confine nella città di Khanaqin, provincia di Diyala, nell’Iraq centrale, il 13 giugno, mentre altri 500 erano entrati nella zona di Badra Jassan, provincia di Wasat, nella notte. The Guardian ha riportato il 13 giugno che il Maggior-Generale Qasim Sulaymani, del capo d’elite Quds delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, era arrivato a Baghdad per supervisionarne la difesa. Vi è la crescente prova che a Baghdad le milizie sciite continuano a riorganizzarsi, con voci dalla città di Samara, 110 chilometri a nord della capitale, a difendere i due santuari sciiti dai gruppi jihadisti sunniti che li circondano. Secondo il Wall Street Journal, un battaglione delle forze speciali iraniane già combatte gli islamisti. Il 12 giugno l’unità ha aiutato l’esercito iracheno a liberare Tiqrit. Due unità delle Guardie provenienti dalla province occidentali del confine dell’Iran, l’11 giugno, hanno il compito di proteggere Baghdad e le città sante sciite di Qarbala e Najaf, secondo fonti della sicurezza. Il Ministero degli Esteri iraniano respinge categoricamente tali relazioni, “Finora non abbiamo ricevuto alcuna richiesta di aiuto dall’Iraq. L’esercito iracheno è certamente in grado di gestire la sicurezza”, ha detto l’11 giugno il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Marzieh Afgham. Però il governo iraniano non ha intenzione di lasciare il vicino in difficoltà, volendo inviarvi armi e consiglieri militari. Teheran cerca di fare il miglior uso degli aiuti degli Stati Uniti in Iraq. Dopo la richiesta se l’Iran fosse pronto a collaborare con gli USA in Iraq, Ruhani ha detto: “Tutti i Paesi devono intraprendere lo sforzo congiunto sul terrorismo. Al momento, il governo e il popolo iracheni combattono il terrorismo. Abbiamo visto gli Stati Uniti non fare nulla per ora. Una volta che gli statunitensi prenderanno provvedimenti contro i gruppi terroristici, li potremo considerare”. Il confine tra l’Iran e l’Iraq è lungo circa 1500 km, così ovviamente l’Iran è preoccupato dalla situazione nello Stato confinante, ma difficilmente lancerà un intervento diretto opponendosi a qualsiasi ingerenza straniera. Alcuni l’occidente sostiene l’opinione che gli Stati Uniti possano chiedere all’Iran d’inviarvi truppe. Ma tale supposizione non ha alcuna giustificazione. Nel 2010 Obama formalmente concluse l’operazione in Iraq dicendo che il costo è stato pesante e gli Stati Uniti consegnavano il futuro del Paese al suo popolo. Washington non previde mai il riavvicinamento tra Iraq e Iran. Il senatore John McCain continua il suo attacco viscerale all’amministrazione del presidente Barack Obama sull’Iraq, il 13 giugno, chiedendo ancora che la sua squadra di sicurezza nazionale sia sostituita per vai delle sue gravi decisioni, “Il presidente ha voluto ritirarsi e ora ne paghiamo un prezzo pesante”, ha detto a MSNBC il repubblicano dell’Arizona. McCain ha detto ripetutamente che gli Stati Uniti “hanno vinto il conflitto” dopo l’assalto delle truppe del 2007, con l’Iraq che aveva un governo stabile e gli estremisti di al-Qaida sconfitti. Ma la decisione dell’amministrazione Obama di non lasciare alcuna  forza residuale, ha detto, ha deteriorato la situazione, “è una delle più gravi minacce alla sicurezza statunitense nella storia recente”. Il senatore Lindsey Graham (RS.C.) il 12 giugno ha detto che il presidente Obama dovrebbe autorizzare attacchi aerei in Iraq per fermare l’avanzata dei gruppi estremisti, “Non c’è scenario in cui possiamo fermare l’emorragia in Iraq senza la potenza aerea statunitense”, ha detto ai giornalisti dopo aver annunciato il briefing del Comitato per i Servizi Armati del Senato, “Se la forza aerea statunitense non interviene non vedo come fermare questa gente”. Ha detto che se i consiglieri militari del presidente raccomandano gli attacchi aerei, “lo sosterrò” ed che aveva sentito “cose spaventose” a una conferenza a porte chiuse, dicendo che i gruppi estremisti avanzano verso Baghdad “molto rapidamente” ed esortando a ritirere il personale dell’ambasciata degli Stati Uniti nella città. Il senatore statunitense Roy Blunt (Mo), del Comitato per i Servizi Armati del Senato degli Stati Uniti e della Sottocommissione Stanziamenti per la Difesa, ha rilasciato la seguente dichiarazione sulla situazione della sicurezza in Iraq, “Prima di oggi, i senatori sono stati informati del crollo immediato di quattro delle 17 divisioni irachene, senza alcuna reazione. Questa è una situazione disperata che evolve rapidamente. Mi sembra che i nodi vengono al pettine della politica del presidente di non lasciarvi alcuna forza stabilizzante. Alcuni soldati iracheni sono andati a lavorare con abiti civili sotto le uniformi, è un brutto segno. Nel breve termine, gli Stati Uniti devono fare tutto il possibile per sostenere le richieste del Governo regionale del Kurdistan di assistenza, per rispondere alla crescente crisi umanitaria alla frontiera del Kurdistan”.
Al Congresso i repubblicani fanno pressione su Obama per fargli lanciare un’operazione terrestre in Iraq. Gli Stati Uniti hanno più possibilità di opporsi all’Iran che unirvisi nella lotta contro lo stesso nemico. Non è un caso che Teheran si opponga a qualsiasi ingerenza straniera in Iraq. La recente dichiarazione del ministero degli Esteri iraniano afferma che le autorità irachene possono farcela da sole. Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia si preparano all’intervento. In questo caso, l’Iran dovrà intervenire se la situazione evolve verso una guerra di religione in piena regola. L’occidente si troverà unito a combattere i terroristi sunniti. Lo spettro della guerra settaria e della partizione dell’Iraq aumenta dal 13 giugno quando i vertici religiosi sciiti del Paese hanno chiesto ai loro  seguaci di prendere le armi contro i ribelli predoni estremisti sunniti che hanno catturato ampie parti del settentrione, questa settimana, nell’avanzata verso Baghdad. L’esortazione del Grande Ayatollah Ali al-Sistani avviene mentre il presidente Obama ha detto che gli iracheni devono risolvere la crisi da soli promettendo di non inviare forze degli Stati Uniti in Iraq, un Paese in cui 4500 soldati statunitensi e inglesi hanno perso la vita spendendo più di un trilione di dollari in otto anni di guerra, che Obama ha definito storia quando le ultime truppe se ne andarono nel 2011. Rispondendo alla chiamata alle armi dell’Ayatollah Sistani, i volontari sciiti si sono precipitati al fronte rafforzando le difese della città santa di Samara, a 70 miglia a nord di Baghdad, e aiutando a contrastare gli attacchi dei combattenti sunniti radicali dello Stato Islamico dell’Iraq e Siria in alcune piccole città ad est. Gli scontri hanno suggerito che sciiti e sunniti ancora una volta si scontreranno in un aperto conflitto per il controllo dell’Iraq, come durante l’occupazione statunitense  che spodestò Sadam Husayn. Le reciproche jihad faranno esplodere l’Iraq e l’intero Medio Oriente. Era stato indicato che la Casa Bianca non prevedeva di inviare soldati sul campo, come ha detto Obama, che valuta le opzioni per fornire aiuti militari all’Iraq, ma non l’intervento. Gli Stati Uniti non sono attendibili, i segnali della preparazione degli Stati Uniti a un’altra avventura militare sono visibili. I militari statunitensi presenti in Iraq se ne vanno e il segretario alla Difesa Chuck Hagel ha ordinato che una portaerei da Norfolk, in Virginia, l’USS George HW Bush, passi dal Mare Arabico settentrionale al Golfo Persico, mentre il presidente Barack Obama studia le possibili opzioni militari in Iraq. L’addetto stampa di Hagel, contrammiraglio John Kirby, dice che l’ordine che darà il presidente fornirà flessibilità, se sarà necessaria un’azione militare per proteggere cittadini e interessi statunitensi in Iraq. Ad accompagnare la portaerei vi saranno l’incrociatore lanciamissili USS Philippine Sea e il cacciatorpediniere lanciamissili USS Truxtun. Le navi completeranno i loro movimenti nel Golfo il 14 giugno. Le navi trasportano missili tomahawk che possono raggiungere l’Iraq. La Bush ha dei caccia che potrebbero facilmente arrivare in Iraq. Il segretario dice che l’invio delle navi è volto a difendere e aggiungere flessibilità. Sappiamo tutti cosa s’intende per flessibilità, quindi l’unica cosa rimasta è definire le dimensioni dell’intervento imminente.

web-mosul-2-gettyLa ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

ISIS svelato: l’identità della rivolta in Siria e Iraq

Christof Lehmann Nsnbc 15.06.2014

L’offensiva dell’ISIS/SIIL del giugno 2014 in Iraq e le eventuali risposte politico-militari non possono essere compresi senza prima “svelare l’ISIS”. Le brigate ISIS/SIIL in pochi giorni hanno occupato la città settentrionale irachena di Mosul e la maggior parte dell’Iraq occidentale. L’esercito iracheno s’è ritirato dalla seconda città dell’Iraq senza opporre resistenza. Svelando l’ISIS, tutti i sentieri conducono alla casa reale dei Saud, al quartier generale della CIA e alla loro rete globale di mercenari e terroristi chiamata al-Qaida.

iraq_syria-isis-activity_al_qaedaL’origine di ISIS/SIIL come al-Qaida in Iraq
ISIS/SIIL è un’organizzazione erede dell’ex-al-Qaida in Iraq, presumibilmente fondata da Abdullah al-Rashid al-Baghdadi. Al Baghdadi tuttavia è una creatura di al-Qaida, una figura pubblica per assegnare alla creazione saudita-statunitense “al-Qaida” un volto iracheno cui i radicali sunniti iracheni possano identificarsi. Dean Yates riferisce in un articolo di Reuters del 18 luglio 2007: “Un capo di al-Qaida in Iraq catturato questo mese, ha raccontato agli inquirenti militari degli Stati Uniti che un importante gruppo di al-Qaida è solo una facciata e il suo leader fittizio, ha detto un portavoce militare. Il Brigadier-Generale Kevin Bergner ha detto in conferenza stampa che Abu Umar al-Baghdadi, capo del sedicente Stato Islamico dell’Iraq, presumibilmente istituito lo scorso anno, non esiste. Lo Stato islamico dell’Iraq è stato creato per cercare di dare un volto iracheno a  una rete eterodiretta, ha detto Bergner. Il nome Baghdadi deriva dalla capitale irachena”. Una delle persone responsabili del marchio al-Baghdadi era l’egiziano Abu Ayub al-Masri, stretto collaboratore e successore di Abu Musab al-Zarqawi di al-Qaida, ucciso in un raid aereo statunitense il 7 giugno 2006. Al-Masri era politicamente attivo nei fratelli musulmani egiziani (Iqwan), da cui si unì alla Jihad islamica egiziana di Ayman al-Zawahiri nel 1982. continuò con  Usama bin Ladin a dirigere il campo di addestramento di al-Faruq in Afghanistan nel 1999. Andò  in Iraq passando dal Regno Emirati Arabi e dall’Arabia Saudita nel 2002.

L’ISIS rinasce, l’Iraq chiude le vie del contrabbando saudite di al-Anbar, creando tensioni tra sauditi, giordani e statunitensi
ISIS/SIIL era dormiente in Iraq, mentre alcune sue brigate furono coinvolte da Arabia Saudita, Stati Uniti, Qatar e Turchia nella loro guerra alla Siria. Armi, forniture logistiche e mercenari per l’ISIS furono inviati prevalentemente dall’Arabia Saudita attraverso le vie del contrabbando nella provincia di al-Anbar. Il governo filo-iraniano del Primo ministro iracheno Nuri al-Maliqi fu lasciato “relativamente” incontrastato dall’ISIS, cioè Arabia Saudita e Stati Uniti, fino a quando l’amministrazione al-Maliqi, nell’autunno del 2012, decise di aumentare la propria presenza militare ad al-Anbar. L’obiettivo era fermare il flusso di armi e combattenti dall’Arabia Saudita alla Siria. Anche se non c’è una documentazione dettagliata disponibile, è probabile che Damasco e Teheran abbiano incitato Baghdad a chiudere le rotte del contrabbando. La chiusura di tali rotte aggravò le tensioni tra Giordania, Arabia Saudita e Stati Uniti. L’invio di armi e combattenti già instradati via Iraq alla Siria, dovette essere re-indirizzato dall’Arabia Saudita attraverso la città di confine giordana di al-Mafraq. Ttruppe statunitensi e combattenti stranieri arrivarono ad al-Mafraq a fine 2011. Quando il traffico via al-Mafraq aumentò tra fine 2012 e inizio 2013, la situazione in Giordania divenne critica. I parlamentari giordani iniziarono a lamentarsi della maggiore presenza di truppe statunitensi, del flusso di armi attraverso la Giordania per la Siria e della maggiore presenza di combattenti stranieri. Nel luglio 2013, il Vicepresidente del Parlamento giordano Qalil Atiya espresse preoccupazione per l’aumento della presenza di truppe USA in Giordania, dicendo: “Come deputati rappresentanti del popolo giordano, non accettiamo truppe degli Stati Uniti o di qualsiasi altro Paese in Giordania. I giordani non credono che la Siria rappresenti una minaccia“. Il capo del Centro di studi politici al-Quds, Urayb Rintavi, dichiarava all’AFP: “I giordani non si sentono a proprio agio con la presenza di truppe e armi statunitensi nel Paese. Per la gente comune della Giordania, la presenza militare degli Stati Uniti è associata alla cospirazione contro i vicini della Giordania… La società non accoglie gli statunitensi, anche se dicono di voler proteggere il nostro Paese“.

Il dilemma dell’amministrazione al-Maliqi. La decisione di far rinascere l’ISIS
Come si può vedere, l’amministrazione del primo ministro iracheno Nuri al-Maliqi si trovò di fronte a un dilemma. Lasciare l’Arabia Saudita usare le rotte del contrabbando nella provincia di al-Anbar per placare Arabia Saudita, Stati Uniti e Giordania, mentre abbandonava la lobby di iracheni sciiti, Teheran e Damasco. Al-Maliqi avrebbe scelto di prendere tempo, almeno fino alla eventuale caduta di Damasco. L’altra opzione era placare Damasco e Teheran affrontando ad al-Anbar i militanti ISIS/SIIL dell’alleanza antisiriana Arabia Saudita, Stati Uniti ed occidente. Due fattori possono aver contribuito alla scelta dell’amministrazione al-Maliqi per la seconda opzione. Uno dei motivi principali fu la decisione di Israele, GCC e NATO di lanciare la guerra alla Siria per impedire il completamento del gasdotto Iran-Iraq-Siria, dai giacimenti di gas iraniani di Pars nel Golfo Persico alle coste orientali del Mediterraneo in Siria. Al-Maliqi deve aver saputo che l’Iraq sarebbe il successivo se Damasco cadesse. La seconda è che l’amministrazione al-Maliqi è strettamente allineata a Teheran e alla lobby degli sciiti filo-iraniani in Iraq. Litigare con Teheran avrebbe rotto i legami con l’unico supporto regionale su cui può contare l’amministrazione al-Maliqi. La decisione fu presa nell’autunno del 2012, quando l’esercito iracheno ebbe l’ordine di chiudere le rotte del contrabbando di al-Anbar e affrontare i mercenari sauditi-statunitensi dell’ISIS/SIIL. A dicembre, un deputato iracheno avvertì sui media che intenzioni contro l’Iraq venivano covati da Turchia, Qatar e Arabia Saudita, invitando tutti i cittadini iracheni ad essere vigili. Il mese prima, il premier al-Maliqi avvertì che Arabia Saudita e Qatar cercavano di attuare: “Un complotto in Iraq contro la Siria nel tentativo di rovesciarne il governo impiegando i terroristi“. In un’intervista alla rete satellitare libanese al-Mayadin, al-Maliqi precisò che un colpo di Stato era pianificato contro l’Iraq, dicendo: “Qatar e Arabia Saudita, cercando di rovesciare il governo siriano, ora attuano la stessa ingerenza per rovesciare il regime iracheno. Il loro obiettivo è rovesciare il governo iracheno, il  sistema di governo iracheno e non me“. È interessante notare che il think tank degli Stati Uniti Stratfor, nel 2002 suggerisse di dividere l’Iraq in tre Stati. Nuri al-Maliqi e la sua amministrazione sapevano che il vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden approvò tale piano nel 2002, quando ancora senatore degli Stati Uniti.

L’ISIS e la famiglia reale dell’Arabia Saudita
Zahran_alloushIl coinvolgimento diretto del ministero degli Interni e dell’intelligence dell’Arabia Saudita nella gestione delle brigate di al-Qaida in Siria, Iraq e altrove è ben documentata. Per citare un esempio;  il fondatore e comandante supremo della Liwa al-Islam, direttamente coinvolto nell’attacco chimico nel sobborgo di Damasco del Ghuta orientale del 21 agosto 2013, Zahran al-Lush, lavora per l’intelligence saudita dal 1980. ISIS/SIIL è sotto il comando diretto della famiglia reale dell’Arabia Saudita. Nel gennaio 2014, al-Arabiya pubblicò un articolo e un video dell’interrogatorio di un combattente dell’ISIS catturato in Siria. L’articolo e il video completo furono rimossi, ma l’Istituto per gli Affari del Golfo finanziato dall’Arabia Saudita ha ancora un estratto del video sul suo canale Youtube, caricato il 22 gennaio 2014. Brevemente sui retroscena. Le brigate-fantoccio di Arabia Saudita e Qatar furono coinvolte in pesanti scontri in Siria dal 2012, che portarono infine alla quasi eliminazione delle brigate fantoccio del Qatar, mentre brigate saudite presero il sopravvento in tutta la Siria. I dettagli su tale lotta intestina sono spiegati nell’articolo “Alti funzionari USA e sauditi responsabili delle armi chimiche in Siria“. Interrogato sul perché l’ISIS “insegue l’Esercito libero siriano” e su chi comandasse, il combattente catturato dell’ISIS afferma che non sapeva perché, ma che gli ordini provenivano da Abu Faysal, noto anche come principe Abdul Rahman al-Faysal, fratello del principe Saud al-Faysal e del principe Turqi al-Faysal.
Domanda: Perché (l’ISIS) monitora i movimenti dell’esercito libero siriano?
Detenuto: Non so esattamente perché, ma abbiamo ricevuto ordini dal comando ISIS.
Domanda: Chi nell’ISIS da gli ordini?
Detenuto: il principe Abdul Rahman al-Faysal, anche noto come Abu Faysal.
Il “comandante supremo” dell’ISIS/SIIL è il principe Abdul Rahman al-Faysal, della famiglia reale saudita, del ministero degli Interni e dell’intelligence dell’Arabia Saudita. L’ISIS svelato descrive una serie di operazione d’intelligence e mercenarie di Arabia Saudita-USA-NATO. Non c’è nulla di “misterioso” nell’ISIS/SIIL. Non è nemmeno così misteriosa da impedire ai media mainstream occidentali di riferirne i fatti.

Comunicazione preventiva
Saudi royal family behind ISIL crimes in Syria: ReportI governi sauditi e statunitensi hanno una risposta standard a dichiarazioni pubbliche imbarazzanti sulla partecipazione di dirigenti sauditi alle operazioni dei mercenari-terroristi. L’esempio di Usama bin Ladin è il prototipo del modello standard ideato per la disinformazione. Usama, si dice al mondo, era “la pecora nera” della famiglia bin Ladin. La disinformazione è sorretta da media mainstream complici, anche quelli che convincono i lettori di non essere una facciata dell’intelligence come The Guardian. Dopo gli incidenti dell’11 settembre 2001, che divenne la giustificazione per l’invasione di Afghanistan e Iraq sotto falsi pretesti, The Guardian fece ciò che ci si aspetta da un giornale infiltrato da MI5-6. Il 12 ottobre 2001, il Guardian pubblicò l’intervista al fratello di Usama bin Ladin, Abdullah, dal titolo “No è mio fratello”. Il Guardian lasciò Abdullah dire ai lettori del Guardian: “So che nei primi anni ’90 la famiglia più volte l’aiutò tentando di moderarne le idee. Dopo questi tentativi falliti, ci fu il consenso unanime, ma riluttante, che Usama doveva essere disconosciuto”. Per impedire una simile campagna di disinformazione sull’ISIS/SIIL guidato dal principe Abdul Rahman al-Faysal, dobbiamo affermare chiaramente che il principe Abdul, in nessun modo appartiene a una “frangia” della famiglia reale saudita. L’uomo che guida nel 2014 la guerra di Stati Uniti-Arabia Saudita all’Iraq fu viceministro della Difesa dell’Arabia Saudita nel 1978-2011, ed è anche fratello del principe Saud al-Faysal e del principe Turqi al-Faysal. Il principe Saud al-Faysal è ministro degli Esteri dell’Arabia Saudita dal 13 ottobre 1975, ed è il secondogenito di re Faysal. Turqi al-Faysal fu direttore dell’intelligence dell’Arabia Saudita nel 1979-2001, ambasciatore dell’Arabia Saudita negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Si dimise da direttore dell’intelligence pochi giorni prima degli attacchi “terroristici” negli Stati Uniti dell’11 settembre 2001. Turqi al-Faisal ha pubblicamente accusato il primo ministro iracheno Nuri al-Maliqi “di cessione di gran parte del nord dell’Iraq ai terroristi“.

ISIS Svelato – un mostro a due teste
Abbiamo svelato ISIS, l’ISIS svelato si rivela un mostro a due teste. Il suo corpo è costituito da volontari, mercenari e agenti di servizi segreti e forze speciali sauditi, turchi e statunitensi. Le sue due teste sono la famiglia reale saudita e il quartier generale della CIA di Langley, Virginia, Stati Uniti d’America. Qualsiasi valutazione di qualsiasi intervento straniero, politico o militare in Iraq senza considerare tali fatti, porterà a conclusioni sbagliate. Perciò non si avrà alcuna informazione diversa da quella frammentata sui vari media occidentali o del Golfo arabo.

10458823Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le orde terroristiche della NATO in Iraq un pretesto per l’invasione della Siria

Tony Cartalucci New Oriental Outlook 13/06/2014
Bp2WnwaCYAIX1KiTutte le strade portano a Baghdad e lo Stato Islamico in Iraq e Siria (ISIS) le segue dal nord della Siria e dal sud della Turchia. Leggendo i titoli occidentali, due racconti zoppicanti iniziano a girare. La prima è che ciò costituisce il “fallimento” della politica statunitense in Medio Oriente, un alibi di come Stati Uniti e loro partner della NATO non devono in alcun modo essere considerati complici dell’attuale coordinato, massiccio, immensamente finanziato e pesantemente armato blitzkrieg del terrore su Baghdad. La seconda è come l’ISIS sembri “balzare” dalle dune di sabbia alle palme viaggiando senza problemi come militari professionisti in convogli di camion Toyota. In realtà l’ISIS è il prodotto di una cospirazione NATO-GCC risalente al 2007, quando i politici USA-sauditi cercarono d’innescare una guerra settaria regionale per eliminare dal Medio Oriente l’arco d’influenza dell’Iran dai suoi confini, attraverso Siria e Iraq, a Libano e Mediterraneo. L’ISIS è nutrito, addestrato, armato ed ampiamente finanziato da una coalizione di Stati della NATO e del Golfo Persico nel territorio della Turchia (NATO) dalle cui frontiere ha lanciato incursioni nel nord della Siria con, spesso, la copertura aerea e d’artiglieria turca. L’ultimo esempio è stata l’invasione di al-Qaida del villaggio di Qasab, provincia di Lataqia nel nord-ovest della Siria. A marzo, l’ISIS ritirò i suoi battaglioni terroristici dalle province di Lataqia e Idlib riposizionandole nella parte orientale della Siria, chiaramente preparandosi ad invadere l’Iraq settentrionale. Il Daily Star ha riportato, in un articolo di marzo intitolato “Il gruppo scissionista in Siria di al-Qaida lascia due province: attivisti”: l’ISIS, alienatasi molti ribelli occupando territori ed uccidendo capi rivali, s’è ritirato dalle province di Idlib e Latakia ed ha inviato le proprie forze nella provincia orientale di Raqqa e nella periferia orientale della città di Aleppo, dicono gli attivisti”. Il territorio occupato dall’ISIS attraversa la frontiera siriano-irachena, il che significa che qualsiasi campagna per sradicarla dal territorio iracheno può facilmente sconfinare in Siria. Questo è esattamente il punto. L’ISIS ha devastato Mosul, in Iraq vicino al confine turco, dirigendo a sud la guerra lampo del terrore che ora minaccia la capitale irachena Baghdad, e il governo iracheno valuta l’assistenza USA e/o NATO per spezzare l’ondata terroristica. Rafforzando tale pretesto, l’ISIS, sfidando ogni idea o tattica o strategica, ha sequestrato il consolato turco a Mosul, prendendo 80 ostaggi turchi, dando alla Turchia non solo un nuovo pretesto per invadere l’Iraq settentrionale, come ha fatto tante volte nel perseguire presunti militanti curdi, ma per invadere il territorio siriano dove risiede l’ISIS.

La Turchia ha già tentato di utilizzare attacchi false flag di al-Qaida per giustificare l’invasione della Siria
Scoprendo che la NATO ha pianificato un attacco falsa bandiera contro la Turchia per giustificare l’invasione turca del nord della Siria, l’International Business Times, nel suo articolo “La Turchia vieta YouTube: la trascrizione completa della conversazione trapelata sulla ‘guerra’ in Siria tra funzionari si Erdogan”, pubblica la trascrizione completa di una conversazione tra il capo dell’intelligence turca Hakan Fidan e il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu: “Il divieto del primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan di YouTube avviene dopo che è trapelata una conversazione tra il capo dell’intelligence turco Hakan Fidan e il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu, e volto a rimuoverlo dal sito dei video. I dettagli della conversazione trapelata, indicano che Erdogan pensava che un attacco alla Siria “deve essere un’opportunità per noi (la Turchia)”. Nella conversazione, il capo dell’intelligence Fidan diceva d’inviare quattro uomini dalla Siria ad attaccare la Turchia, per “farne un casus belli“. L’articolo inoltre indica: “Nel video trapelato, Fidan discute con Davutoglu, Guler e altri funzionari di una possibile operazione in Siria per assicurare la tomba di Suleyman Shah, nonno del fondatore dell’impero ottomano. Invece di quattro uomini che effettuano una false flag per occupare la tomba, sembra che un intero esercito di mercenari verrebbe utilizzato come pretesto per occupare tutto il nord dell’Iraq e la Siria orientale”.

Banche svaligiate per finanziare l’invasione? I media occidentali mettono il carro davanti ai buoi
Il racconto dell’ISIS che saccheggia armerie, autorimesse e banche viene accuratamente diffuso dai media occidentali per ritrarre l’invasione come  rivolta terrorista che si sostiene saccheggiando armi e denaro. In realtà, l’ISIS già possedeva tutto ciò di cui aveva bisogno prima d’iniziare la campagna dai territori siriano e turco. L’International Business Times, nel suo articolo “Mosul caduta: i jihadisti rubano 429 milioni di dollari dalla Banca centrale della città, divenendo la più ricca forza terroristica del mondo”, afferma: “Lo Stato Islamico dell’Iraq e al-Sham (ISIS) è diventato il gruppo terroristico più ricco dopo il saccheggio 500 miliardi di dinari iracheni, l’equivalente di 429 milioni di dollari, dalla banca centrale di Mosul, secondo il governatore regionale. Il governatore di Ninive Athil al-Nujaifi ha confermato le notizie della televisione curda secondo cui i militanti dell’ISIS avevano rubato numerosi milioni dalla banche di Mosul. Una grande quantità di lingotti d’oro sarebbe stata rubata. Dopo l’assedio della seconda città del Paese, il bottino raccolto dal gruppo lo rende più ricco di al-Qaida stessa, quanto piccole nazioni come Tonga, Kiribati, Isole Marshall e isole Falkland”. Tale storia di copertina è l’ultima della lunga propaganda destinata a coprire il patrocinio ampiamente documentato dell’ISIS ed altre filiali di al-Qaida da parte di Stati Uniti, NATO e monarchie del Golfo Persico. I precedenti tentativi di spiegare perché dei presunti “moderati” ricevessero miliardi dall’occidente che finivano ad al-Qaida in Siria, avevano affermazioni secondo cui “le donazioni via twitter” eclissavano gli aiuti forniti da Stati Uniti, UE, NATO e Stati del Golfo Persico.

Stati Uniti, NATO e Stati del Golfo Persico sono dietro l’ISIS
Nel 2007, ben quattro anni prima dell’avvio della “primavera araba” nel 2011, l’articolo sul New Yorker del giornalista vincitore del premio Pulitzer, Seymour Hersh, dal titolo, “The Redirection: la nuova politica dell’amministrazione avvantaggia i nostri nemici nella guerra al terrorismo?” dichiara espressamente: “Per minare l’Iran sciita, l’amministrazione Bush ha deciso, in effetti, di riconfigurare le sue priorità in Medio Oriente. In Libano, l’amministrazione ha collaborato con il governo dell’Arabia Saudita, sunnita, in operazioni clandestine volte ad indebolire Hezbollah, l’organizzazione sciita sostenuta dall’Iran. Gli Stati Uniti hanno inoltre preso parte ad operazioni clandestine contro l’Iran e l’alleata Siria. Sottoprodotto di tali attività è il rafforzamento dell’azione dei gruppi estremisti sunniti dalla visione militante dell’Islam, ostili agli USA e simpatizzanti di al-Qaida”. Durante il conflitto siriano iniziato nel 2011, l’occidente e i suoi partner regionali hanno inviato miliardi in contanti, armi e attrezzature. Nel marzo 2013 l’articolo del Telegraph dal titolo “Stati Uniti ed Europa avviano un ponte aereo per armare i ribelli siriani attraverso Zagabria“, dice: “Da novembre, sono state inviate 3000 tonnellate di armi dell’ex-Jugoslavia a bordo di 75 aerei cargo dall’aeroporto di Zagabria ai ribelli, in gran parte attraverso la Giordania. La storia conferma che l’origine delle armi ex-jugoslave viste in numero crescente nelle mani dei ribelli sui video online, come descritto il mese scorso da The Daily Telegraph e altri giornali, suggerisce quantitativi assai maggiori di quanto sospettato. L’invio verrebbe pagato dall’Arabia Saudita agli ordini degli Stati Uniti, e il rifornimento delle armi organizzato attraverso Turchia e Giordania, confinanti della Siria. Ma l’articolo aggiunge che così come dalla Croazia, le armi provenivano “da diversi altri Paesi europei, tra cui la Gran Bretagna”, senza specificare se fossero armi fornite o procurate degli inglesi. È noto che consiglieri militari inglesi, tuttavia, operano nei Paesi confinanti con la Siria insieme a francesi e statunitensi, addestrando capi ribelli ed ex-ufficiali dell’esercito siriano. Gli statunitensi li addestrerebbero anche sulla protezione di siti di armi chimiche in Siria”.
Inoltre, The New York Times nel suo articolo, “L’invio di armi via aerea ai ribelli in Siria s’espande con l’aiuto della CIA“, ammette che: “Con l’aiuto della CIA, i governi arabi e la Turchia hanno fortemente aumentato il loro aiuto militare ai combattenti dell’opposizione in Siria negli ultimi mesi, espandendo il ponte aereo segreto per armi e attrezzature ai rivoltosi contro il Presidente Bashar al-Assad, secondo i dati del traffico aereo, le interviste a funzionari di diversi Paesi e i resoconti di capi ribelli. Il ponte aereo, iniziato su piccola scala nei primi mesi del 2012 e proseguito ad intermittenza fino allo scorso autunno, s’è ampliato in un flusso costante e molto più grande alla fine dello scorso anno, come mostrano i dati. È cresciuto fino a comprendere più di 160 voli di cargo militari giordani, sauditi e qatarioti che atterrano all’aeroporto Esenboga nei pressi di Ankara e, in misura minore, in altri aeroporti turchi e giordani. Con la promessa di nuovi aiuti, l’importo complessivo degli aiuti non letali dagli Stati Uniti alla coalizione e ai gruppi civici nel Paese è di 250 milioni di dollari. Durante l’incontro, Kerry ha invitato le altre nazioni ad intensificare la loro assistenza, con l’obiettivo di fornire un miliardo di dollari di aiuti internazionali”. Gli Stati Uniti ammisero anche che ufficialmente armano e addestrano terroristi in Siria. L’articolo del Washington Post, “Le armi statunitensi arrivano ai ribelli siriani“, riferiva: “La CIA ha iniziato a fornire armi ai ribelli in Siria, dopo mesi di ritardo negli aiuti letali promessi dall’amministrazione Obama, secondo funzionari statunitensi e figure siriane. Gli invii verso il Paese iniziarono nelle ultime due settimane, insieme con l’invio distinto dal dipartimento di Stato di autoveicoli ed altra attrezzatura, un flusso di materiale che segna un importante escalation del ruolo degli Stati Uniti nella guerra civile in Siria”. I media e i governi occidentali forniscono la loro visione ed ora si aspettano che il pubblico a creda che “donazioni via twitter” e “rapine in banca” siano superiori a tale inedita impresa logistica multinazionale facendo prevalere al-Qaida sulle inesistenti “forze moderate” filo-occidentali in Siria e creando legioni di terroristi fantasma capaci di occupare intere province oltre i confini nazionali. Le prove semplicemente non convincono.
I rapporti del Centro antiterrorismo di West Point dell’US Army, “Bombardieri, conti bancari e rinforzi: al-Qaida dentro e fuori l’Iraq” e “Combattenti stranieri di al-Qaida in Iraq“, chiariscono che le legioni di al-Qaida/ISIS furono create, finanziate ed armate dagli Stati del Golfo Persico e rinforzate da combattenti stranieri provenienti dall’epicentro terroristico libico di Bengasi, e dall’Arabia Saudita in particolare. Tali legioni sono attive da quando furono create dalla CIA e dalle intelligence pakistana e saudita negli anni ’80, per combattere le forze sovietiche in Afghanistan.

Un pretesto per l’invasione della NATO
Il territorio occupato dall’ISIS attraversa il confine iracheno-siriano formando una regione quasi dalle stesse dimensioni della Siria. Baghdad chiede l’intervento straniero, e l’ISIS da alla NATO il pretesto perfetto occupando il consolato turco di Mosul, permettendo una nuova invasione dell’Iraq. I media occidentali sfruttano la famigerata brutalità dell’ISIS’, come decapitazioni di massa e centinaia di migliaia di civili in fuga, attuando chiaramente la campagna per influenzare l’opinione pubblica a favore dell’intervento. Invadere l’Iraq settentrionale permetterebbe alla NATO di giustificare operazioni contro la Siria orientale. In realtà, ciò che la NATO farà è stabilire la tanta desiderata “zona cuscinetto” da cui i terroristi possano lanciare efficaci attacchi in profondità nel territorio siriano. Con la Siria occidentale che torna alla pace e all’ordine dopo le vittorie del governo siriano, l’ultimo fronte dei fantocci della NATO è l’arco del terrore di al-Qaida lungo il confine della Turchia e quello orientale e settentrionale tra Siria e Iraq. La presenza della NATO nel nord dell’Iraq ostacolerebbe la logistica iraniano-siriana. L’idea di una tale zona cuscinetto gira almeno dal marzo 2012, quando fu proposta dalla Brookings Institution finanziata dalle corporations finanziarie degli Stati Uniti, nel “Medio Oriente, Memo# 21: Valutare le opzioni del cambio di regime” in cui si dichiara espressamente: “Un’alternativa agli sforzi diplomatici concentrati in primo luogo su come porre fine alle violenze e avere l’accesso umanitario, secondo la direzione di Annan. Ciò può portare alla creazione di zone franche e corridoi umanitari che verrebbero sostenuti da un potere militare limitato. Ciò, naturalmente, non raggiunge gli obiettivi degli Stati Uniti sulla Siria e potrebbe mantenere Assad al potere. Da questo punto di partenza, tuttavia, è possibile che una vasta coalizione con l’appropriato mandato internazionale possa aggiungere un’ulteriore azione coercitiva ai suoi sforzi“.
Nell’Iraq, la NATO usa i propri ascari terroristici per creare il pretesto per riattuare la strategia della “zona cuscinetto”. La prospettiva di Stati Uniti, NATO e Stati del Golfo Persico che riforniscono l’ISIS in Iraq è un dramma ironico, in quanto prova definitiva che svela l’incursione brutale dell’ISIS quale opera collettiva di tale coalizione, avviata per fini insidiosi. Invece, una campagna antiterrorismo congiunta iraniano-iracheno-siriana dovrebbe essere condotta per schiacciare il corpo di spedizione terroristico dei mercenari della NATO, una volta per tutte.

2014-06-11T223604Z_1_LYNXMPEA5A0YD_RTROPTP_4_IRAQ-SECURITYTony Cartalucci, ricercatore di geopolitica e scrittore di Bangkok, per la rivista online “New oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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