La NATO finanzia e arma, e nello stesso tempo combatte al-Qaida dal Mali alla Siria Landdestroyer
11 gennaio 2013 (LD) – Un diluvio di articoli è stato rapidamente messo in circolazione per difendere l’intervento militare della Francia nella nazione africana del Mali. L’articolo del Time, “La crisi in Mali: l’intervento francese fermerà l’avanzata islamista?” decide che i vecchi trucchi sono i migliori trucchi, ed sceglie la noiosa narrativa della “Guerra al Terrore”. Time sostiene che l’intervento cerca di impedire ai terroristi “islamisti” di impadronirsi dell’Africa e dell’Europa. Nello specifico, l’articolo afferma: “…è una (probabilmente ben fondata) paura della Francia che un Mali islamista radicale minacci la Francia soprattutto, dal momento che la maggior parte degli islamisti sono francofoni ed hanno parenti in Francia. (Fonti dell’intelligence di Parigi hanno detto a Time di aver identificato degli aspiranti jihadisti in partenza dalla Francia per il nord del Mali, per addestrarsi e combattere.) Al-Qaida nel Maghreb Islamico (AQIM), uno dei tre gruppi che compongono l’alleanza islamista del Mali e che ne costituisce gran parte della leadership, ha anche designato la Francia, la potenza rappresentante l’occidente nella regione, come obiettivo primario degli attacchi“.
Ciò che Time evita di raccontare ai lettori è che al-Qaida nel Maghreb Islamico (AQIM) è strettamente collegata al Gruppo combattente islamico libico (LIFG, che la Francia ha supportato durante l’invasione per procura della NATO della Libia, nel 2011, fornendo armi, addestramento, forze speciali e anche aerei per sostenerlo nel rovesciamento del governo della Libia. Già nell’agosto del 2011, Bruce Riedel, del think-tank della grande finanza Brookings Institution, ha scritto “L’Algeria sarà la prossima a cadere“, dove aveva allegramente predetto che il successo in Libia avrebbe incoraggiato gli elementi radicali in Algeria, AQIM in particolare. Tra le violenze estremiste e la prospettiva di attacchi aerei francesi, Riedel sperava di vedere la caduta del governo algerino. Ironia della sorte, Riedel osservava: “L’Algeria ha espresso particolare preoccupazione che i disordini in Libia possano portare alla creazione di un rifugio sicuro e importante santuario per al-Qaida e altri estremisti jihadisti.” E grazie alla NATO che la Libia è diventata esattamente ciò, un santuario per al-Qaida sponsorizzata dall’occidente. Con l’avanzata di AQIM nel nord del Mali e il coinvolgimento francese, ora si vedrà il conflitto sconfinare inevitabilmente in Algeria.
Va notato che Riedel è co-autore di “Quale percorso verso la Persia?”, che cospira apertamente ad armare un’altra organizzazione definita terroristica dal Dipartimento di Stato degli USA, (il numero 28 della lista), la Mujahidin-e Khalq (MEK), per causare caos in Iran e contribuire a far pressione sul governo locale, illustrando chiaramente l’impiego delle organizzazioni terroristiche, anche quelle elencati tali dal Dipartimento di Stato statunitense, nell’eseguire la politica estera degli Stati Uniti.
L’analista geopolitico Pepe Escobar ha notato un collegamento più diretto tra LIFG e AQIM, in un articolo di Asia Times dal titolo “Come al-Qaida ha potuto dominare Tripoli”: “Soprattutto, ancora nel 2007, il numero due di al-Qaida, Zawahiri, ha annunciato ufficialmente la fusione tra LIFG e al-Qaida nel Maghreb islamico (AQIM). Quindi, a tutti gli effetti, da allora LIFG/AQIM sono la stessa cosa, e Belhaj ne era/è il suo emiro“. “Belhaj”, ovvero Abdul Hakim Belhaj, leader del LIFG in Libia, ha ottenuto sostegno, armi, finanziamenti e riconoscimento diplomatico dalla NATO per il rovesciamento di Muammar Gheddafi, e ora ha gettato la nazione in una perenne guerra intestina genocida razzista e tribale. Questo intervento ha visto anche l’epicentro della rivolta, Bengasi, staccarsi da Tripoli come semi-autonomo “emirato del terrorismo”. L’ultima campagna di Belhaj si svolge in Siria, dove è stato certamente al confine siriano-turco ad inviare armi, denaro e combattenti al cosiddetto “Esercito libero siriano”, ancora una volta sotto gli auspici della NATO.
L’intervento della NATO in Libia ha fatto risorgere l’organizzazione terroristica affiliata ad al-Qaida, LIFG. Aveva già combattuto in Iraq e in Afghanistan, e ora invia combattenti, denaro e armi, il tutto grazie alla NATO, dal Mali in occidente alla Siria in oriente. Il temuto “califfato globale” con cui i neo-con hanno spaventato i bimbi occidentali per un decennio, sta prendendo forma attraverso le macchinazioni di USA, Arabia Saudita, Israele e Qatar e non grazie all”Islam’. In realtà, i veri musulmani pagano il prezzo più alto nella lotta contro questa vera e propria “guerra contro il terrorismo finanziato dall’occidente.”
Il LIFG, che con armi, contanti e supporto diplomatico francesi, sta invadendo il nord della Siria per conto di un cambiamento di regime tentato dalla NATO, ufficialmente si è fuso con al-Qaida nel 2007, secondo il Centro di lotta al terrorismo (CTC) di West Point dell’esercito degli Stati Uniti. Secondo CTC, AQIM e LIFG non solo hanno obiettivi ideologici, ma anche strategici e tattici. Le armi che il LIFG ha ricevuto, certamente sono finite nelle mani di AQIM passando attraverso i confini porosi del deserto del Sahara e del nord del Mali. In realtà, ABC News ha riferito, nell’articolo “Il gruppo terroristico di al-Qaida: ‘riceviamo le armi libiche“, che: “un esponente di spicco di un gruppo terrorista affiliato ad al-Qaida, ha indicato che l’organizzazione può aver acquisito alcune migliaia di potenti armi scomparse nel caos della rivolta libica, alimentando i timori dei funzionari occidentali. Siamo uno dei principali beneficiari delle rivoluzioni nel mondo arabo,” ha detto alla agenzia di stampa mauritana ANI Moqtar Belmoqtar, un leader nordafricano di al-Qaida nel Maghreb islamico [AQIM]. “Per quanto riguarda il nostro beneficiare delle [libiche] armi, è una cosa naturale in questo tipo di circostanze.”
Non è un caso che mentre il conflitto libico si avvicinava alla conclusione, un altro conflitto scoppiava nel nord del Mali. Fa parte di un premeditato riordinamento geopolitico che ha avuto inizio con la caduta la Libia, da allora usata come trampolino di lancio per invadere altre nazioni prese di mira, tra cui Mali, Algeria e Siria, usando terroristi armati fino ai denti, finanziati e aiutati dalla NATO. Il coinvolgimento francese può scacciare AQIM ed i suoi affiliati dal nord del Mali, ma sono quasi sicuri di finire in Algeria, molto probabilmente in base a un piano preciso. L’Algeria è stata in grado di sventare la sovversione, durante le prime fasi della “primavera araba” ideata dagli USA nel 2011, ma sicuramente non è sfuggita all’attenzione dell’occidente, che si trova a trasformare una regione che si estende dall’Africa al pianerottolo di Pechino e di Mosca, usando, con un impeto di schizofrenia geopolitica, i terroristi sia come come casus belli per invadere e sia come inesauribile forza mercenaria da impiegarvi.
“Il segretario alla difesa USA Leon Panetta ha detto che le sempre più esigue forze dovrebbero essere concentrate per impedire ad al-Qaida … di riconquistare sostegno nelle nazioni distrutte dalla guerra”.
Quando abbiamo combattuto contro i terroristi e quando li abbiamo messi sul libro paga statunitense?
L’ipocrita politica estera di Barack Obama è identica a quella dei suoi due predecessori Bush il Minorato e Squallido Jefferson Clinton. Tutti e tre, in qualche modo, sono riusciti a convertire i “mujahidin” alleati di Ronald Reagan (originariamente chiamati “combattenti per la libertà”) in terroristi, giusto il tempo di far ripartire il brillante piano di guerra mondiale limitata del Pentagono, prima che Obama convertisse i mujahidin (“al-Qaida“) di nuovo in nostri alleati in Libia e Siria. I mujahidin di al-Qaida hanno sempre lavorato a libro paga statunitense, anche quando facevano esplodere le nostre strutture estere e contribuivano a demolire luoghi di interesse statunitense. Ora che siamo di nuovo sul punto di rilanciare la moneta truccata a due teste di al-Qaida, ricordiamo agli statunitensi le scuse fasulle per “mantenere al-Qaida fuori dall’Afghanistan” e le truppe statunitensi in Afghanistan, nell’ultima reinterpretazione di “Why We Fight” secondo il signor Panetta.
Il Pentagono e i suoi seguaci nella produzione filmica in stile Hollywood, offrono la loro versione della realtà dalla Seconda Guerra Mondiale. Ora che i loro computer gli danno la capacità di creare simulazioni della loro versione della realtà, dispongono dei migliori bugiardi che lavorano a una reale simulazione della Terza Guerra Mondiale. Loro intenzione finale è utilizzare questa simulazione come un veicolo per scatenare una guerra mondiale tutto l’anno, una fin troppo reale per la vita dei popoli di tutto il mondo, a partire dal 2013. Questa è la chiave per comprendere le contraddizioni, l’ipocrisia e il mix di falsità mediatiche ed eventi reali. I mass media rendono tutto possibile, senza di essi ci sarebbe solo la realtà, una realtà che non sarebbe possibile negare.
Abbiamo raggiunto il punto di contraddizione della più grande delle PSYOP, dove la maggioranza delle persone non sarà più capace di “sospendere l’incredulità,” elemento chiave di ogni buona produzione di Hollywood. La “guerra globale al terrorismo” degli USA funziona con gli stessi principi di ogni precedente stravaganza di Hollywood, in modo da far andare avanti la trama, dove lo spettatore deve innanzitutto accettare i termini di un contratto simbolico tra spettatore e regista. In questo caso, stiamo parlando della clausola sociale, nel contratto di intrattenimento, della “sospensione dell’incredulità“. Ogni spettatore deve rispettare questo concetto guida fin dall’inizio, per vedere il film con occhio acritico, sorvolare su ogni critica alle carenze della trama fino alla fine del film, o almeno fino a quando la vera storia viene rivelata.
Questo è laddove è arrivata la produzione (PSYOP) Hollywood/Pentagono, dove la vera trama viene rivelata da quelli tra noi che hanno la forza o la voglia di vedere la verità nella guerra al terrore statunitense, normalmente un punto che viene raggiunto verso la fine della produzione. Dal momento che veniamo risucchiati in uno stato di guerra mondiale limitata permanente, le regole del galateo dei film non si applicano più su di noi. Quelli di noi che possono vederlo sono liberi di strappare apertamente l’inconsistente trama che ci viene imposta. Siamo bloccati in una guerra terroristica, anche se ora siamo apertamente alleati con gli stessi terroristi di “al-Qaida” contro cui avremmo presumibilmente combattuto dall’inizio della guerra al terrore di Bush. Barack Obama sta usando dei terroristi che sono chiaramente l’elemento centrale della sua politica estera. Li stiamo utilizzando come forza mercenaria a nostro servizio in Libia e Siria, come utilizziamo il Tehreek e-Taliban Pakistan (TTP) collegato ad “al-Qaida“, nella regione tribale del Pakistan. Anche Mehsud Hakeemullah proprietario del franchising TTP di “al-Qaida” in Pakistan, sta lavorando per Obama, anche se originariamente i pakistani venivano uccisi da Bush il Minorato.
Prima di noleggiare questi terroristi di “al-Qaida” in Pakistan, Bush e Cheney avevano noleggiato un ramo diverso di “al-Qaida”, per uccidere militari statunitensi in Iraq. Bush ne aveva bisogno per prolungare la guerra in Iraq, dopo l’efficace veloce vittoria iniziale. Ora Obama ha bisogno di loro per svolgere lo stesso servizio in Pakistan e in Afghanistan, aiutandolo a prolungarvi la guerra per un futuro indefinito. Ogni volta che la politica estera statunitense fa affidamento su un nucleo di forza dei militanti “islamisti”, che combattano per noi come “combattenti per la libertà”, o contro di noi come “terroristi”, la contraddizione intrinseca viene svelata. Questo è il punto di svolta, dove l’audience inizia a “guardare dietro lo schermo.”
Questo è il punto della contraddizione che ora affrontiamo, quando tutte le stronzate governative vanno in malora. Questo è il momento di sbarazzarci di tali ipocrite contraddizioni dalle nostre teste e volgerle a nostro vantaggio, o cedere il nostro paese ai fascisti e ai comunisti che hanno cospirato per rovinarci fino a questo punto? Un’altra rivoluzione americana batte sicuramente per un’altra guerra civile americana, ogni giorno.
Peter Chamberlin è un analista politico statunitense, autore del blog There Are No Sunglasses.
Tony Cartalucci Global Research, 1 settembre 2012 - Landdestroyer
La preparazione del terreno per i terroristi di al-Qaida, supportati dall’occidente, nella regione del Caucaso russo. Con gli Stati Uniti che apertamente supportano, armano e letteralmente “tifano” per al-Qaida in Siria, non dovrebbe essere una sorpresa che il loro sostegno alle altre operazioni di al-Qaida si stia ora lentamente svelando. Per decenni, delle brutali campagne terroristiche sono state condotte in Russia dalla fazione di al-Qaida nelle Montagne del Caucaso, che costituisce la spina dorsale dei cosiddetti “ribelli ceceni.”
Mentre un tempo gli Stati Uniti mostravano una finta solidarietà al governo russo, quando combatteva gli affiliati di al-Qaida che effettuavano attacchi attraverso le Montagne del Caucaso, nella regione meridionale della Russia, così come attentati in tutto il paese, tra cui Mosca stessa; la ricerca rivela che gli Stati Uniti hanno sostenuto di nascosto questi terroristi per tutto questo tempo. Proprio come gli Stati Uniti hanno creato, finanziato, armato e diretto al-Qaida nelle montagne dell’Afghanistan, negli anni ’80, ancora oggi finanziano, armano e dirigono al-Qaida dalla Libia alla Siria e alla Russia.
Gli Stati Uniti cercano di minare e sconvolgere l’ordine politico russo
Il Dipartimento di Stato è stato scoperto recentemente interferire pesantemente nella politica russa. Dal finanziamento del cosiddetto osservatorio elettorale “indipendente” Golos, che ha cercato di far cancellare le recenti elezioni, passandole come “truccate”, alle manifestazioni di piazza guidate dai membri dell’opposizione finanziata dagli USA, che sono stati colti letteralmente prendere ordini nell’ambasciata statunitense a Mosca; gli Stati Uniti chiaramente tentano di minare e sequestrare l’attuale ordine politico in Russia. La recente trovata pubblicitaria delle Pussy Riot è stata organizzata dall’opposizione finanziata dagli USA, e pienamente sfruttata da queste organizzazioni, dai loro sponsor stranieri e dai media occidentali. Mentre queste cosiddette opzioni soft-power vengono attuate, un complotto più sinistro è in fase di preparazione, coinvolgendo la rinascita del terrorismo nella regione del Caucaso russo, e che di sicuro filtrerebbe nel resto della Russia. Oggi è stato scoperto che molti dei fronti di propaganda che agiscono come centri di raccolta dei militanti ceceni, erano in realtà sovvenzionati dagli Stati Uniti.
I media aziendali preparano il terreno a un rinnovato terrorismo
Proprio come in Siria, dove i terroristi stranieri sono fallacemente ritratti come locali, giustificati come “combattenti per la libertà e pro-democrazia“, una storia analoga viene stilata per ripulire i terroristi che operano nelle montagne del Caucaso russo. Recentemente Reuters ha pubblicato l’articolo “Brutalità, la rabbia che alimenta la jihad nel Caucaso russo“, dove i lettori vengono bombardati da menzogne riguardo la genesi e la causa di fondo delle violenze nella regione.
Leggendola come una dichiarazione del Dipartimento di Stato USA, ci viene detto che i ceceni sono “afflitti dalla corruzione ufficiale” e vogliono un cambiamento “come quello visto nella rivoluzione egiziana, lo scorso anno.” Reuters non riconosce che “la rivoluzione dello scorso anno” sia divenuta quest’anno la tirannia della Fratellanza musulmana, piegando le libertà civili e imbavagliando le critiche della stampa locale, mentre sostiene le avventure all’estero di Wall Street e Londra.
Come in Siria, dove siamo costantemente rassicurati che la rivoluzione “per lo più” rifiuta l’estremismo settario, che viene giustamente accusato per le violenze, Reuters tenta di affermare che, mentre la violenza in Russia sembra “religiosa”, la maggior parte delle persone rifiutano la Sharia, che verrebbe inevitabilmente imposta da al-Qaida. Allo stesso modo, ci presentano Doku Umarov, che secondo Reuters “guida un movimento clandestino per creare un emirato in tutta la regione del Caucaso.” Reuters omette di menzionare che Umarov è indicato dalle Nazioni Unite come affiliato di al-Qaida. Secondo le Nazioni Unite: “Doku Umarov è direttamente coinvolto nell’organizzazione di una serie di gravi atti di terrorismo: la cattura di aree residenziali nei distretti di Vedenski e Urus-Martanovski nella Repubblica cecena della Federazione russa (agosto 2002), il rapimento di personale presso l’Ufficio del Pubblico Ministero della Repubblica Cecena (dicembre 2002), e gli attentati dell’edificio che ospita il Dipartimento del Servizio federale di sicurezza russo della Repubblica di Inguscezia, nella città di Magas, e a due convogli ferroviari a Kislovodsk (settembre 2003). E’ stato uno dei principali organizzatori del raid dei militanti in Inguscezia, il 22 giugno 2004, della sortita di Groznij il 21 agosto 2004, della presa di ostaggi di Beslan dell’1-3 settembre 2004, e degli attentati terroristici alle stazioni della metropolitana a Mosca, il 29 marzo 2010.”
Umarov, e i terroristi sotto il suo comando, guidano la cosiddetta Jihad, secondo la Reuters, che tenta di ripulire e sostenere dei terroristi inequivocabilmente legati ad al-Qaida, e che in nessun modo sono “combattenti per la libertà”, e la cui causa e modalità in alcun modo sono giustificabili.
Foto: “Bin Ladin della Russia,” Doku Umarov guida squadroni della morte terroristici in Cecenia dagli anni ’90 al 2011, quando le Nazioni Unite alla fine lo hanno classificato come terrorista affiliato ad al-Qaida. A un certo punto, anche Umarov si è dichiarato “Emiro del Caucaso del Nord russo.” Il suo centro di propaganda, il Centro Kavkaz, è finanziato dal Dipartimento di Stato USA, così come molti fronti di supporto tra cui il National Endowment for Democracy, che finanzia la Società per l’amicizia russo-cecena. Il primo supporta attualmente gli sforzi degli Stati Uniti per rovesciare il governo siriano. Quest’ultima organizzazione attualmente sostiene il recente stratagemma propagandistico del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti delle Pussy Riot.
Reuters non ammette che la fede musulmana della Cecenia sia stata deviata dalle pratiche tradizionali dal perverso insegnamento saudita diffuso dalle madrase, sia dall’estero che nelle montagne del Caucaso, nel corso degli ultimi 20 anni. Casualmente, l’Arabia Saudita aveva creato, con uno sforzo congiunto con gli Stati Uniti, al-Qaida, nel corso degli ultimi 30 anni. Si tratta di giovani che passando attraverso queste madrase, imparano tale perversa revisione dell’Islam, alimentando le fila della legione straniera dell’Occidente, al-Qaida.
Reuters sostiene che gli sforzi dell’ex-presidente russo Dmitrij Medvedev per ricostruire la regione e far rilassare le misure messe in atto per frenare l’estremismo settario, sono stati ampiamente lodati. Le violenze recentemente divampate nella regione del Caucaso, sono spiegate da Reuters come il risultato del ritorno di Vladimir Putin alla presidenza russa, e in particolare dalla “frantumazione di ogni dissenso” al presidente ceceno Ramzan Kadyrov. Tuttavia, questa scusa sulfurea ignora il fatto che Kadyrov sia, in realtà, il presidente messo in carica nel corso del termine “progressista” di Medvedev, e presuppone che i lettori credano semplicisticamente che il presidente Putin, in carica da 4 mesi, abbia avuto abbastanza tempo per mutare così drasticamente il panorama politico della Cecenia, spingendo la gente a prendere le armi e le cinture da kamikaze.
La Reuters tenta di vendere l’idea che i militanti armati si stiano sollevando contro il governo, e l’idea che tenta di lasciare ai lettori è che le persone si rivolgono al terrorismo per l’assenza di un’alternativa migliore. Paradossalmente, scrive Reuters nello stesso articolo, questi terroristi prendono anche di mira le locali sette musulmane, perché, sostiene Reuters, sono “sostenute dallo stato.” In realtà, questa militanza guidata da al-Qaida sta cercando di ritagliarsi l’intera regione del Caucaso, dove indottrinare o uccidere gli abitanti del luogo, in sostanza una forma di imperialismo saudita-statunitense che supporta qualsiasi accusa dei ribelli alla Russia.
L’unione tra Dipartimento di Stato degli USA, l’opposizione finanziata da statunitensi e sauditi, e i terroristi armati
In realtà, l’Occidente si oppone al ritorno in carica del Presidente Putin. L’Occidente è anche contrario a dargli la stabilità per fare uscire la Russia socialmente, economicamente e geopoliticamente fuori dal consenso di Wall Street-Londra. Pertanto, hanno stabilito che elementi stranieri armati e la diretta militanza mercenaria, una spiegazione molto più realistica per l’improvviso aumento delle violenze, saranno utilizzati per garantirsi che il controllo del Presidente Putin sulla nazione sia invece destabilizzata. Lo strumento scelto, come è stato negli anni ’80 in Afghanistan, sono i terroristi finanziati dagli statunitensi e dai sauditi, indottrinati dall’estremismo settario, armati fino ai denti e scatenati a diffondere regressione e distruzione contro tutti i bersagli della politica estera occidentale.
Mentre i gruppi di opposizione appoggiati dagli USA tentano di gettare le basi per demonizzare il Presidente Putin e l’attuale ordine politico russo a Mosca, Washington sta lavorando diligentemente per sollevare la minaccia militante affinché possa sconvolgere l’apparato di sicurezza della Russia, s assai similmente al modo descritto dai responsabili politici statunitensi del Brookings Institution, nella relazione Quale via per la Persia?, riguardante l’Iran. Infliggere alla Russia una considerevole minaccia militante entro i suoi confini, ottunderebbe anche la capacità della Russia di contrastare altrove le campagne egemoniche dell’Occidente, come in Siria, contro l’Iran e in tutta l’Asia centrale. Idealmente, collegando l’insorgenza sostenuta dagli USA ai manifestanti a Mosca, e dipingendola come una unica “rivolta politica”, come ha fatto in Siria, sarebbe l’obiettivo finale, aprendo la porta a più ampie operazioni segrete, da effettuarsi in tutto il territorio nazionale, nonché motivare sanzioni e altre misure punitive da adottare.
Il trucco dei propagandisti professionisti di Reuters, CNN, BBC e altri, è legare in modo stabile i fantocci del Dipartimento di Stato USA a Mosca con la militanza in Cecenia. Adottandone lo stesso linguaggio e la presunta causa di lotta alla “corruzione” e all’”oppressione”, già i media cercano di intrecciare entrambi i movimenti, anche se essi non sono in alcun modo collegati, tranne che per il loro sostegno straniero.
Aprire la via alle orde: dalla Libia alla montagne del Caucaso
La creazione di un fronte unito contro l’Iran è l’obiettivo immediato della primavera araba. Ha lasciato il mondo arabo in disordine e ha addirittura rovesciato governi nazionalisti, sostituendoli con degli eclettici fantocci occidentali. Tunisia, Libia ed Egitto sono gestiti da diretti delegati della politica estera degli Stati Uniti, mentre la Siria, il Libano e l’Iran combattono terroristi stranieri, aiutati dagli emergenti governi estremisti settari della regione.
Foto: AQIM dal nord del Mali, LIFG dalla Libia, Fratelli Musulmani in Egitto, con il supporto da Arabia Saudita, Israele, Qatar, Turchia e altri, convergono verso la Siria (in nero), e poi l’Iran. Qualora la Siria o l’Iran, o entrambi, cedano alle brigate terroristiche filo-occidentali, e se l’Occidente riuscisse a utilizzare i curdi in Turchia e nel nord dell’Iraq, per creare un percorso (in rosso), verrà aperta la strada tra le montagne del Caucaso verso la recalcitrante Russia e su Mosca stessa. Le nazioni che si trovano sul percorso di questa orda, comprese la Turchia e la Georgia, rischiano di essere colpite o coinvolte in prolungati e costosi conflitti. Altre nazioni che rischiano molto dal terrorismo sostenuto dall’Occidente, includono l’Algeria, il Pakistan e la Cina.
La Libia è diventata un rifugio sicuro per al-Qaida, un accampamento terroristico dalle dimensioni di una nazione, che incanala armi della NATO, contanti e combattenti addestrati verso i confini dei nemici dell’Occidente. La Siria si trova ad affrontare essenzialmente un’invasione militare guidata da terroristi libici, aiutati dalla NATO, in particolare dalla Turchia, e dal Gulf Cooperation Council (GCC), in particolare dall’Arabia Saudita e dal Qatar.
Se la Siria o l’Iran, o entrambi collassano, e l’Occidente riesce a ritagliarsi una regione curda per i militanti armati fedeli alla sua causa, i militanti di tutto il mondo arabo potrebbero essere addestrati dal Mali e dalla Libia, dalla Siria e dal Kurdistan, con armi e materiali da tutto il mondo, tutti controllati e diretti alle montagne del Caucaso e in Russia. La Turchia, naturalmente, sarebbe la grande perdente, venendo privata di una parte del proprio territorio, aggiunto al Kurdistan come parte della via; una mossa azzardata del primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan, che al tempo stesso è consapevole e maliziosamente indifferente ai presunti vantaggi nel proprio avanzamento nell’élite di Wall Street-Londra, a detrimento collettivo della Turchia e del suo futuro.
Mentre sembra improbabile che una tale mossa possa essere concepita e tanto meno eseguita, va ricordato che la primavera araba e la successiva violenta sovversione della Siria furono progettate fin dal 2007-2008, con la conseguenza indiretta di minare l’Iran, come ultimo obiettivo. Che tutto ciò sia parte di una grandiosa strategia nata dalle macchinazioni del lontano 1991, orchestrata dai responsabili politici degli Stati Uniti, che paragonano la geopolitica e la mappa del mondo ad una “Grande Scacchiera”, è abbastanza facile da comprendere.
Non c’è modo migliore per controllare le vaste risorse, la geografia e le popolazioni dell’Eurasia e oltre, assicurandosi ogni cosa dal Nord Africa, dal Medio Oriente e dall’Eurasia, che utilizzare dei fanatici medievali, ignoranti, indottrinati e guidati da co-cospiratori doppiogiochisti che operano d’accordo con le multinazionali-finanziarie occidentali, mantenendo le proprie popolazioni nella paura e nell’ignoranza, e contemporaneamente diffondendo al-Qaida in tutto il mondo in via di sviluppo, permettendo all’Occidente di imporre drastiche misure repressive interne, soffocando la vera indipendenza politica ed economica e l’auto-determinazione delle proprie popolazioni.
Il risultato è l’egemonia globale incontrastata, sia in patria che all’estero, su una popolazione mondiale sottoposta alle macchinazioni e ai capricci di una dittatura scientifica radicata nell’eugenetica hitleriana e nell’ideologia malthusiana.
Nell’attualità, che nulla sembra indicare possa diventare sfavorevole al blocco BAO, nonostante l’evidenza e la documentazione che si accumulano sulla realtà della sua azione, al-Qaida non nasconde le sue ambizioni. Fondamentalmente, si tratta di formare uno “stato islamico”, una sorta di cuore da cui generare un califfato in ottime condizioni, composto da Siria e Iraq, il cui scopo sarebbe condurre una guerra risolutiva e spietata contro Israele e Iran, e liberare i palestinesi.
Questo programma è il “riassetto” del Medio Oriente, che dovrebbe fare appello a tutti i sostenitori della modernità del post-postmoderno blocco BAO, poiché essi stessi sono gli obiettivi principali di questa azione di sostegno ad al-Qaida, che sfocia nei “valori”, caratteri e regole tanto cari ai suddetti… Ecco perché possiamo descrivere questa modernità, come post-postmoderna.
• Russia Today, il 26 luglio 2012, fornisce alcune indicazioni su queste ambizioni, dichiarazioni che le sostanziano, ecc., e anche attraverso un articolo del New York Times. “Un operativo iracheno di al-Qaida, ha ammesso che la sua organizzazione sta prendendo parte alla rivolta contro il presidente siriano Assad”. La rivelazione avviene durante la crescente evidenza che al-Qaida ha acquisito un punto d’appoggio in Siria. Abu Thuha, un 56enne operativo di al-Qaida, di Kirkuk nel nord dell’Iraq, descrive il grande piano dell’organizzazione islamista a un inviato iracheno de The New York Times. “Abbiamo esperienza, ora, avendo combattuto gli americani, e più esperienza ora, con la rivoluzione siriana”, ha osservato. “La nostra grande speranza è formare uno Stato Islamico siriano-iracheno per soli musulmani, e poi annunciare la nostra guerra contro Iran e Israele, e per la Palestina libera.”
• Nello stesso testo, abbiamo individuato le fonti dell’informazione del governo iracheno, che mostrano una forte consapevolezza dei progetti di al-Qaida e della minaccia che tali progetti comportano per l’Iraq e la Siria. L’ultima ondata di attentati in Iraq dimostra che al-Qaida tiene sott’occhio l’Iraq e non esiterà ad intervenire con la severità che è necessaria. I chiarimenti coinvolgono anche, comprensibilmente, una maggiore collaborazione tra il governo iracheno e il governo siriano, al punto che si può parlare di un’alleanza de facto. “Siamo al 100 per cento sicuri del coordinamento sulla sicurezza con le autorità siriane, che vogliono i nomi che noi abbiamo, e che sono gli stessi nomi ricercati che le autorità siriane cercano, specialmente negli ultimi tre mesi“, ha detto Izzat al-Shahbandar, un aiutante del primo ministro iracheno. “L’al-Qaida che opera in Iraq è la stessa che opera in Siria”. “Il ministro degli esteri iracheno Hoshyar Zebari ha anche notato che, mentre il paese nel decennio passato ha sofferto l’afflusso di operativi di al-Qaida provenienti dalla Siria, adesso tale flusso si è ora invertito. Abbiamo informazioni solide e intelligence secondo cui i membri della rete terroristica di al-Qaida sono andati in Siria”, ha detto ai giornalisti, a Baghdad, il 5 luglio. “La nostra principale preoccupazione, ad essere onesti con voi, riguarda le infiltrazioni di estremisti, gruppi terroristici, che si radicano nei paesi limitrofi.”
• Aggiungiamo a ciò, le notizie fresche dal nuovo “fronte” siro-iracheno, il rischio di un intervento iraniano, il primo del genere concernente l’annuncio che l’Iran interverrà in Siria se ci sarà un intervento straniero contro questo paese. (Potremmo credere che l’idea di un intervento in Siria, nelle stesse circostanze, non sia così lontana dalle menti della leadership irachena.) Abbiamo parlato di questo il 25 luglio 2012, rilevando la dichiarazione iraniana: “L’avvertimento lanciato dal generale iraniano Masoud Jazayeri, portavoce dello stato maggiore iraniano, sostanziano questo sviluppo” [Russia Today, 24 luglio 2012]: “Il regime del presidente Bashar al-Assad ha amici nella regione, pronti ‘ad attaccare’ in caso di intervento in Siria [...] Nessuno degli amici della Siria o del grande fronte della resistenza è ancora entrato in scena, e nel caso in cui questo accada, attacchi decisivi colpiranno il nemico, soprattutto gli odiati governanti arabi”, ha detto all’agenzia Fars il Gen. Masoud Jazayeri, portavoce dello Stato Maggiore congiunto del paese.” Possiamo quindi aggiungere Tehran, altro obiettivo dichiarato di al-Qaida, nell’alleanza stabilitasi saldamente tra Baghdad e Damasco. Ciò costituisce l’asse Damasco-Baghdad-Teheran che, con la crisi di Hormuz, completa perfettamente quello che abbiamo chiamato, il 23 luglio 2012, “diagonale della crisi” che mostra che gli eventi vanno così veloci, che hanno già superato l’ipotetica constatazione di questo testo… “La situazione nella regione considerata non è una crisi, ma tre crisi geograficamente allineate – una catena critica perfetta, sia a livello politico e strategico, che perfettamente geografico, con una diagonale che infila successivamente la crisi siriana, la crisi nello stretto di Hormuz (Golfo Persico) e la crisi iraniana; la crisi di Hormuz che collega le altre due, confermando così il modello già esposto di un “cambiamento strategico” (vedi 4, 12 e 26 gennaio, 2012). (La diagonale è completata dalla presenza dell’Iraq, la cui posizione politica ambigua, nella migliore delle ipotesi, più vicina all’Iran che agli Stati Uniti, completa aggravandola questa catena critica.)“
Le notizie sopra elencate dimostrano che l’asse Damasco-Baghdad-Teheran diventa una necessità naturale della situazione creata da ciò che, ora, è ampiamente considerata una spinta “espansionista” di al-Qaida, che si trova in pochi mesi nella posizione di giocatore importante nel conflitto in corso in Medio Oriente, e che già ora supera il conflitto in Siria, come abbiamo ampiamente visto qui. Questa analisi va incontro a quello che Lavrov ha detto pochi giorni fa, secondo cui ora ci sono tre giocatori in Siria: il governo di Assad, l’opposizione e al-Qaida, con la differenza, a vantaggio di essa, che l’”attore al-Qaida” è l’unico con una evidente ramificazione internazionale in Iraq. Questo dovrebbe spingere Damasco, ancora una volta quale necessità naturale, a cercare un’alleanza internazionale così chiara che le dia peso, e ciò deve ovviamente avvenire con il governo iracheno.
In questa logica, che si sta sviluppando sotto i nostri occhi, l’estensione della ramificazione internazionale Baghdad-Damasco si estende, proprio come una necessità naturale, verso Teheran, che viene designata da al-Qaida come il nemico da distruggere. Questa volta l’alleanza tra Teheran e Damasco non è del tipo che conosciamo, un’alleanza di convenienza piuttosto indiretta, derivante dal fatto che Siria e Iran sono minacciate in modi diversi e per motivi differenti, dalla stessa potenza (il blocco BAO); a questa alleanza di convenienza, perché può cambiare a seconda dell’evoluzione delle due crisi considerate, si sostituisce un’alleanza di necessità diretta, basata sull’opposizione alla stessa minaccia con, tra i due, l’Iraq che viene anche minacciato nello stesso modo, e dallo stesso “attore”. Ciò significa che la prospettiva di un asse Teheran-Damasco-Baghdad si presenta come una necessità, una necessità che deve essere rapidamente attuata. Questo dimostra ancora una volta la velocità e l’integrazione delle crisi di sicurezza in corso, come abbiamo considerato il 23 luglio 2012, che si effettuano con la crisi di Hormuz, che naturalmente si colloca nella diagonale così tracciata attraverso il Medio Oriente, dal Mediterraneo all’Oceano Indiano.
Finora, si tratta di pura logica… Vi aggiungeremo, in un poscritto diverso, l’una o l’altra situazione schizofrenica, che in realtà non è nuova, ma in evoluzione verso l’assurdo e l’incontrollabile .
• Che fare con Israele e cosa Israele farà, nemico giurato dell’Iran e nemico piuttosto d’obbligo della Siria, che si trova davanti alla prospettiva proclamata di al-Qaida che contempla uno stato islamico, il cui altro obiettivo è la distruzione Israele: la stessa minaccia pesa su Teheran e Tel Aviv, mentre Tel Aviv non sogna che di avere la pelle di Teheran, o meglio ancora, con Tel Aviv che addirittura è pronta ad unirsi alla crociata contro la Siria, per far piazza pulita… preparando il terreno ad al-Qaida, che vuole la sua distruzione? Stiamo inventando la schizofrenia poliedrica, in quanto vi sono diversi gruppi in gioco. Certo, “il caso della dissoluzione interna di Israele“, previsto il 25 luglio 2012, è anche collegato al cul-de-sac schizofrenico a cui conduce la politica della coppia Netanyahu-Barak.
• Postscript complementare al precedente: chiedere a Erdogan cosa ne pensa del nuovo asse Damasco-Baghdad-Teheran, mentre Assad offre generosamente ampie opportunità ai suoi curdi (10% della popolazione siriana), prontamente armati, d’intervenire a sostegno dei curdi della Turchia.
• Nel frattempo, il blocco BAO, dalla maestosa civiltà, continua ad allineare le eleganti incongruenze che immaginiamo coordinate per confermare l’impressione che manovra abilmente. Il 24 luglio Fabius, su TF1 annunciava, marziale, che l’impunità per Assad non è in questione, se Assad se ne va o, meglio, quando Assad se ne andrà (impunità che, nella sua grande saggezza, gli ha offerto in cambio della sua partenza volontaria la Lega araba finanziata dall’Arabia Saudita, eccetto l’Iraq che non si è associato alla risoluzione anti-siriano); Assad cadrà e la pagherà per i suoi crimini, aveva detto Fabius, in sostanza. Allora, il 25 luglio, la sua fidanzata Hillary, del dipartimento di Stato, ha annunciato che “non è troppo tardi” per il dopotutto-simpatico Assad, intraprendere la pianificazione del gruppo di transizione che dovrebbe succedergli, cosa che sarà molto utile; dopo di che, si impegnerà con Fabius, che si assicurerà che l’immortale iniziativa Badinter-Mitterrand sia tolta in questo caso, e che si liquidi Assad-il massacratore in nome della “comunità internazionale”.
Così mentre integra le crisi (vedi sopra), vi è l’integrazione delle capacità dei residenti dell’asilo BAO. Anche con un imbuto in testa, non mancano di coordinarsi molto elegantemente.
Thierry Meyssan Réseau Voltaire Damasco (Siria) 23 luglio 2012
Mentre la stampa occidentale presenta l’esercito libero siriano come un’organizzazione armata rivoluzionaria, Thierry Meyssan afferma da più di un anno che si tratta invece di una formazione controrivoluzionaria. Secondo lui, sarebbe passata a poco a poco dalle mani delle monarchie reazionarie del Golfo a quelle della Turchia, che agisce per conto della NATO. Una tale affermazione controcorrente richiede una dimostrazione argomentata…
Da 18 mesi, la Siria è preda di torbidi, che sono aumentati costantemente fino a diventare un ampio conflitto armato che ha già ucciso circa 20.000 persone. Se c’è consenso su questa osservazione, le narrazioni e le interpretazioni su esso variano.
Per gli stati occidentali e la loro stampa, i siriani aspirerebbero a vivere all’occidentale in democrazie di mercato. Seguendo il modello tunisino, egiziano e libico della “primavera araba”, si sarebbero sollevati per rovesciare il loro dittatore Bashar al-Assad. Questi avrebbe represso nel sangue le proteste. Mentre gli occidentali avrebbero voluto intervenire per fermare il massacro, i russi e cinesi, per interesse o per disprezzo della vita umana, si sarebbero opposte.
Invece, tutti gli Stati che non sono vassalli degli Stati Uniti e per la loro stampa, gli Stati Uniti hanno lanciato un’operazione contro la Siria che hanno progettato da lungo tempo. In primo luogo, attraverso i loro alleati regionali, e poi direttamente, hanno infiltrato le bande armate che hanno destabilizzato il paese, sul modello dei Contras in Nicaragua. Tuttavia avrebbero trovato un supporto molto scarso all’interno e sono state sconfitte mentre Russia e Cina avrebbero impedito alla NATO di distruggere l’esercito siriano e di rovesciare l’equilibrio regionale.
Chi ha ragione? Chi ha torto?
I gruppi armati in Siria non difendono la democrazia, la combattono
In primo luogo, l’interpretazione degli eventi siriani come un episodio della “primavera araba” è un’illusione, perché questa “primavera” non esiste. Si tratta di uno slogan pubblicitario per presentare positivamente fatti diversi. Sebbene ci siano state rivolte popolari in Tunisia, Yemen e Bahrain, non se ne sono avute né in Egitto, né in Libia. In Egitto, le manifestazioni di piazza sono state limitate alla capitale e a una certa classe media; mai, assolutamente mai, il popolo egiziano si è sentito preoccupato per lo spettacolo telegenico di Tahrir Square [1]. In Libia, non c’era una rivolta politica, ma un movimento separatista in Cirenaica contro il potere di Tripoli, e l’intervento militare della NATO, che ha ucciso circa 160.000 persone.
La rete TV libanese NourTV ha avuto molto successo trasmettendo una serie di trasmissioni di Hassan Hamade e George Rahme dal titolo “La primavera araba, da Lawrence d’Arabia a Bernard-Henri Levy.” Gli autori sviluppano l’idea che la “primavera araba” sia un remake della “rivolta araba” del 1916-1918 organizzata dagli inglesi contro gli ottomani. Questa volta, gli occidentali hanno manipolato le situazioni per rovesciare una generazione di leader e imporre i Fratelli Musulmani. In effetti, la “Primavera araba” è una pubblicità ingannevole. Ora, Marocco, Tunisia, Libia, Egitto e Gaza sono governate da una confraternita che da un lato impone una morale, e dall’altra supporta il sionismo e il capitalismo pseudo-liberale, vale a dire gli interessi di Israele e degli anglosassoni. L’illusione s’è dissolta. Alcuni autori, come il siriano Said Hilal al-Sharifi deride oramai la “primavera della NATO“.
In secondo luogo, i leader del Consiglio nazionale siriano (CNS) come i comandanti dell’esercito libero siriano (ELS) non sono democratici, nel senso che vorrebbero “sostenere un governo del popolo, dal popolo, per il popolo“, seguendo la formula di Abraham Lincoln, ripresa nella Costituzione francese.
Così, il primo presidente del CNS fu il docente universitario parigino Burhan Ghalioun. Non era certo “un oppositore siriano perseguitato dal regime” poiché viaggiava e circolava liberamente nel suo paese. Non era un “intellettuale laico”, come si afferma, poiché era il consigliere politico dell’algerino Abbassi Madani, presidente del Fronte islamico di salvezza (FIS), ora rifugiatosi in Qatar.
Il suo successore, Abdel Basset Syda [2], è entrato in politica solo nel mese scorso, e subito si è affermato come un mero esecutore della volontà statunitense. Dopo la sua elezione a capo del CNS, ha promesso non di difendere la volontà del suo popolo, ma di attuare la “road map” che Washington ha scritto per la Siria: The Day after.
I combattenti dell’esercito libero siriano non sono attivisti per la democrazia. Riconoscono l’autorità spirituale dello sceicco Adnan al-Arour, un predicatore takfirista che invoca il rovesciamento e l’assassinio di Assad, non per motivi politici, ma semplicemente perché è di confessione alawita, cioè, un eretico ai suoi occhi. Tutti i dirigenti identificati dell’ELS sono sunniti e tutte le brigate dell’ELS sono intitolate a personaggi storici sunniti. “I tribunali rivoluzionari” dell’ELS condannano a morte i loro avversari politici (e non solo i sostenitori di Bashar al-Assad) e i miscredenti, che sgozzano in pubblico. Il programma dell’ELS è volto a porre fine al regime laico installato da Baath, SSNP e comunisti, in favore di un regime puramente confessionale sunnita.
Il conflitto siriano è stato premeditato dall’Occidente
La volontà occidentale di finirla con la Siria è nota ed è più che sufficiente a spiegare gli eventi attuali. Ricordiamo alcuni fatti che non lasciano dubbi sulla premeditazione degli eventi [3].
La decisione di entrare in guerra con la Siria è stata presa dal presidente George W. Bush durante un incontro a Camp David, il 15 settembre 2001, subito dopo gli attentati spettacolari di New York e Washington. Fu previsto di intervenire simultaneamente in Libia per dimostrare la capacità di agire su un doppio teatro di operazioni. Questa decisione è stata confermata dalla testimonianza del generale Wesley Clark, ex comandante supremo della NATO, che vi si era opposto.
Sulla scia della caduta di Baghdad, nel 2003, il Congresso aveva approvato due leggi che istruivano il Presidente degli Stati Uniti a preparare una guerra contro la Libia e un’altra contro la Siria (la Syria Accountability Act).
Nel 2004, Washington ha accusato la Siria di nascondere sul suo suolo, le armi di distruzione di massa che non aveva potuto trovare in Iraq. Questa accusa svanì quando venne ammesso che le armi non esistevano ed erano un pretesto per invadere l’Iraq.
Nel 2005, dopo l’assassinio di Rafik Hariri, Washington ha cercato di entrare in guerra contro la Siria, senza riuscirci, poiché aveva ritirato il suo esercito dal Libano. Gli Stati Uniti hanno poi creato false prove per accusare il presidente al-Assad di aver ordinato l’attentato e hanno creato un tribunale internazionale speciale per giudicarlo. Ma alla fine sono stati costretti a ritirare le loro false accuse, dopo che le loro manipolazioni sono state scoperte.
Nel 2006, gli Stati Uniti hanno iniziato a preparare la “rivoluzione siriana” con la creazione del Syria Democracy Program. Si trattava di creare e finanziare gruppi di opposizione filo-occidentali (come il Movimento per la Giustizia e lo Sviluppo). Al finanziamento ufficiale del Dipartimento di Stato si era aggiunto un finanziamento segreto della CIA attraverso un’associazione della California, la Democracy Council.
Sempre nel 2006, gli Stati Uniti avevano affidato a Israele la guerra contro il Libano, nella speranza di coinvolgere la Siria e d’intervenire. Ma la rapida vittoria di Hezbollah sventò tale piano.
Nel 2007, Israele ha attaccato la Siria, bombardando un’installazione militare (Operazione Orchard). Ma ancora una volta, Damasco ha mantenuto la calma e non si è lasciata coinvolgere nella guerra. I successivi controlli dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica hanno dimostrato che non era un sito nucleare, contrariamente a quanto era stato detto dagli israeliani.
Nel 2008, durante l’incontro che la NATO organizza come Gruppo Bilderberg, la direttrice della Arab Reform Initiative, Bassma Kodmani, e il direttore della Stiftung Wissenschaft und Politik, Volker Perthes, esposero brevemente al Gotha americano-europeo i vantaggi economici politici e militari di un possibile intervento dell’Alleanza in Siria.
Nel 2009, la CIA ha istituito gli strumenti della propaganda in Siria come le reti BaradaTV, con sede a Londra, e OrientTV, a Dubai.
A questi elementi storici, si aggiunga che un incontro si era tenuto a Cairo, la seconda settimana di febbraio 2011, intorno a John McCain, Joe Lieberman e Bernard-Henry Levy, di figure come il libico Mahmoud Jibril (allora numero due del governo libico) e di siriani come Malik al-Abdeh e Ammar Qurabi. Fu questo incontro che diede il segnale delle operazioni segrete, che iniziarono sia in Libia che in Siria (15 febbraio a Bengasi, e il 17 febbraio a Damasco).
Nel gennaio 2012, il Dipartimento di Stato e della Difesa statunitensi costituivano la Task Force The Day After. Supporting a democratic transition in Syria, che ha scritto sia una nuova costituzione che un programma di governo per la Siria [4].
Nel maggio del 2012, la NATO e il GCC hanno istituito il Gruppo di lavoro sulla ripresa economica e lo sviluppo degli Amici del popolo siriano, sotto la co-presidenza tedesca e degli emirati. L’economista siro-britannico Ossam el-Kadi vi ha elaborato una ripartizione delle ricchezze siriane tra gli stati membri della coalizione, da applicare il “giorno dopo” (vale a dire, dopo il rovesciamento del regime per mano della NATO e del GCC) [5].
Rivoluzionari o controrivoluzionari?
I gruppi armati non sono nati dalle proteste pacifiche del febbraio 2011. Queste manifestazioni, infatti, denunciavano la corruzione e chiedevano più libertà, mentre i gruppi armati, come abbiamo visto sopra, provengono dall’islamismo.
Negli ultimi anni, una terribile crisi economica ha colpito il paese. Ciò fu causato dagli scarsi raccolti, che furono erroneamente considerati disgrazie passeggere, mentre erano la conseguenza del cambiamento climatico permanente. A questo si aggiunsero gli errori nell’attuazione delle riforme economiche, che hanno disturbato il settore primario. Fece seguito un massiccio esodo rurale che il governo dovette affrontare, e una deriva settaria di alcuni agricoltori, che il potere aveva trascurato. In molte zone, le abitazioni rurali non si concentrano nei villaggi, ma sono disperse sotto forma di fattorie isolate, nessuno ha misurato la portata del fenomeno fino a quando i suoi seguaci si riunirono.
In definitiva, mentre la società siriana incarna il paradigma della tolleranza religiosa, si sviluppava una corrente takfirista all’interno di essa. Ha fornito la base dei gruppi armati. Questi sono stati riccamente finanziati dalle monarchie wahabite (Arabia Saudita, Qatar, Sharjjah).
Questo colpo di fortuna ha portato al raggruppamento di nuovi combattenti, che comprendevano i parenti delle vittime della repressione di massa del sanguinoso colpo di stato fallito dei Fratelli Musulmani, nel 1982. Le loro motivazioni sono spesso meno ideologiche che personali. Nascono dalla vendetta. Molti delinquenti e detenuti attratti dai guadagni facili vi si sono uniti: un “rivoluzionario” è pagato sette volte un salariato medio.
Infine, i professionisti che hanno combattuto in Afghanistan, Bosnia, Cecenia o in Iraq cominciarono ad arrivare. Al cui primo posto vi erano gli uomini di al-Qaida in Libia, guidati da Abdelhakim Belhaj in persona [6]. I media li presentano come jihadisti, cosa non appropriata, l’Islam non concepisce la guerra santa contro dei fratelli musulmani. Si tratta soprattutto di mercenari.
La stampa occidentale e del Golfo sottolinea la presenza di disertori nell’ELS. Certo, ma è per contro falso che abbiano disertato dopo essersi rifiutati di reprimere le proteste politiche. I disertori in questione rientrano quasi sempre nei casi che abbiamo citato sopra. Inoltre, un esercito di 300.000 uomini ha necessariamente tra le sue file fanatici religiosi e teppisti.
I gruppi armati utilizzano la bandiera siriana a banda verde (al posto della fascia rossa) e tre stelle (invece di due). La stampa occidentale la chiama “bandiera dell’indipendenza”, poiché era in vigore al momento dell’indipendenza nel 1946. In realtà, questa è la bandiera del mandato francese che rimase in vigore durante l’indipendenza formale del paese (1932-1958). Le tre stelle rappresentano i tre distretti religiosi del colonialismo (alawiti, drusi e cristiani). Utilizzare questa bandiera, certamente non significa brandire un simbolo rivoluzionario. Al contrario, significa affermare di voler prolungare il progetto coloniale, quello di Sykes-Picot del 1916 e la ristrutturazione del “Medio Oriente allargato”.
Nel corso dei 18 mesi di azioni armate, questi gruppi armati si sono strutturati, e sono più o meno coordinati. Così oggi, la stragrande maggioranza è posta sotto il comando turco, sotto l’etichetta di esercito libero siriano. In realtà, sono diventati gli ausiliari della NATO; il quartier generale dell’ELS è anch’esso installato nella base aerea NATO di Incirlik. Gli islamisti più estremi hanno formato le proprie organizzazioni o hanno aderito ad al-Qaida. Sono sotto il controllo del Qatar o del ramo Sudeiri della famiglia reale saudita [7]. Difatti, sono collegati alla CIA.
Questa formazione progressiva, che parte dai contadini poveri e termina con l’afflusso di mercenari, è identica a quello che si è visto in Nicaragua, quando la CIA ha organizzato i Contras per rovesciare i sandinisti, o che si è visto a Cuba quando la CIA ha organizzato lo sbarco della Baia dei Porci per rovesciare i castristi. In particolare, è questo il modello che i gruppi armati siriani rivendicano: nel maggio 2012, i Contras in cubani di Miami hanno organizzato seminari di addestramento alla guerra di guerriglia per i loro omologhi contro-rivoluzionari siriani [8].
I metodi della CIA sono gli stessi ovunque. E così i Contras siriani hanno concentrato la loro azione militare, in parte sulla creazione di basi fisse (ma nessuna ha tenuto, nemmeno l’Emirato Islamico di Bab Amr), poi sul sabotaggio economico (distruzione di infrastrutture e incendi di grandi fabbriche), e infine sul terrorismo (deragliamento di treni passeggeri, attacchi con autobomba presso siti frequentati, uccisione di leader religiosi, politici e militari). Pertanto, la parte della popolazione siriana che avrebbe potuto avere simpatia per i gruppi armati, all’inizio degli eventi, credendo che rappresentassero un’alternativa al regime attuale, si è a poco a poco dissociata.
Non sorprende che la battaglia di Damasco sia consistita nel far convergere sulla capitale 7.000 combattenti sparsi per il paese, in attesa degli eserciti mercenari nei paesi vicini. Decine di migliaia di Contras hanno cercato di penetrare il paese. Si muovevano simultaneamente su numerose colonne di pick-up, preferendo attraversare deserti che prendere le autostrade. Una parte di loro è stata fermata dai bombardamenti aerei e ha dovuto ritirarsi. Altri, dopo aver preso i valichi di frontiera, hanno raggiunto la capitale. Non hanno trovato il sostegno popolare previsto. Piuttosto, il popolo ha guidato i soldati dell’Esercito Nazionale per identificarli ed eliminarli. Alla fine furono costretti a ritirarsi e hanno annunciato che, data la mancata presa di Damasco, avrebbero preso Aleppo. Quindi, tutto ciò dimostra che non ci sono né Damasceni, né Aleppini in rivolta, ma solo dei combattenti vaganti.
L’impopolarità dei gruppi armati deve essere paragonata con la popolarità dell’esercito regolare e delle milizie di autodifesa. L’esercito nazionale siriano è un esercito di leva, quindi è un esercito popolare, ed è impensabile che possa essere utilizzato per la repressione politica. Recentemente, il governo ha autorizzato la creazione delle milizie di quartiere. Ha distribuito armi ai cittadini che si sono impegnati a dedicare 2 ore al giorno del loro tempo per difendere il loro quartiere, sotto la supervisione militare.
Lucciole per lanterne
A suo tempo, il presidente Reagan incontrò alcune difficoltà a presentare i Contras come “rivoluzionari”. Creò per questo una struttura di propaganda, il Bureau of Public Diplomacy, affidato alla gestione di Otto Reich [9]. Questi corruppe dei giornalisti, soprattutto dai principali media statunitensi e dell’Europa occidentale, per avvelenare l’opinione pubblica. Lanciò anche la voce che i sandinisti avessero armi chimiche e che avrebbero potuto usarle contro il loro popolo. Oggi la propaganda é diretta dalla Casa Bianca dal vice consigliere per la sicurezza nazionale responsabile delle comunicazioni strategiche, Ben Rhodes. Applica i buoni e vecchi metodi ed ha suscitato contro il Presidente al-Assad le voci sulle armi chimiche.
In collaborazione con l’MI6 britannico, Rhodes riuscì ad imporre come principale fonte di informazione per le agenzie di stampa occidentali una struttura fantasma: l’Osservatorio siriano per i diritti umani (OSDH). I media non hanno mai messo in dubbio la credibilità di questa firma, anche se le sue affermazioni sono state negate dagli osservatori della Lega Araba e da quelli delle Nazioni Unite. Meglio, questa struttura fantasma, che non ha né una sede, né personale, né esperienza, è diventata anche la fonte di informazione delle cancellerie europee dal quando la Casa Bianca le ha convinte a ritirare il loro personale diplomatico dalla Siria.
Ben Rhodes ha organizzato anche degli spettacoli per i giornalisti in cerca di emozioni. Due operatori turistici furono istituiti, uno nell’ufficio del primo ministro turco Erdogan e il secondo presso l’ex primo ministro libanese Fouad Siniora. I giornalisti che lo volevano, venivano invitati a entrare illegalmente in Siria con i contrabbandieri. Si offriva un viaggio di mesi dal confine con la Turchia a un villaggio fasullo posto in montagna. Si poteva fare un servizio fotografico con dei “rivoluzionari” e “condividere la vita dei combattenti.” Poi, per i più sportivi, era possibile dal confine con il Libano, visitare l’Emirato Islamico di Bab Amr.
Assai stranamente, molti giornalisti hanno osservato loro stessi le enormi falsificazioni, ma non arrivarono ad alcuna conclusione. Così, un famoso fotoreporter aveva ripreso i “rivoluzionari” di Bab Amr bruciare pneumatici per rilasciare fumo nero e far credere a un bombardamento del quartiere. Immagini che fece mandare in onda su Channel4 [10], ma continuò a sostenere di esser stato testimone del bombardamento di Bab Amr narrato dall’Osservatorio siriano dei diritti dell’uomo.
O ancora, il New York Times ha osservato che le foto e i video inviati dal servizio stampa dell’esercito libero siriano, e che mostrano valorosi combattenti, erano delle messe in scena [11]. Le armi erano in realtà delle riproduzioni, dei giocattoli per bambini. Il giornale ha comunque continuato a credere nell’esistenza di un esercito di disertori di quasi 100.000 uomini.
Secondo uno schema classico, i giornalisti preferiscono mentire che ammettere di esser stati manipolati. Una volta ingannati, partecipano così consapevolmente alla diffusione delle menzogne che hanno scoperto. La questione è se anche voi, lettori di questo articolo, preferite chiudere gli occhi o se decidete di sostenere il popolo siriano contro l’aggressione dei Contras.
Note
[1] La piazza Tahrir non è la più grande al Cairo. Era stata scelta per ragioni di marketing, la parola Tahrir si traduce nelle lingue europee in Libertà. Questo simbolo è stato scelto, ovviamente, non dagli Egiziani, perché ci sono diverse parole in arabo per definire Libertà. Tahrir indica la Libertà che si riceve, non quella che si conquista.
[2] La stampa occidentale ha preso l’abitudine di scrivere il nome del Sig. Syda aggiungendo una “a” per “Saida”, per evitare confusione con la malattia con lo stesso nome. NdA.
[3] Il termine “premeditazione” è usato normalmente nel diritto penale. In politica, il termine corretto è “complotto”, ma l’autore non è riuscito a usarlo perché crea una reazione isterica da coloro che si applicano a credere che la politica occidentale sia trasparente e democratica . NdA
[4] “Washington a rédigé une nouvelle constitution pour la Syrie“, Réseau Voltaire, 21 luglio 2012.
[5] “Les ‘Amis de la Syrie’ se partagent l’économie syrienne avant de l’avoir conquise“, German Foreign Policy, traduzione Horizons et débats, Réseau Voltaire, 14 giugno 2012.
[6] “L’esercito libero siriano è comandato dal governatore militare di Tripoli“, Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 18 dicembre 2011.
[7] Per maggiori dettagli, leggere “La controrivoluzione in Medio Oriente“, Thierry Meyssan, Komsomolskaya Pravda/Réseau Voltaire, 11 maggio 2011.
[8] “L’opposizione siriana crea la sede estiva a Miami“, Cuban News Agency, Jean Guy Allard, Réseau Voltaire, 25 maggio 2012.
[9] “Otto Reich et la contre-révolution“, Arthur Lepic, Paul Labarique, Réseau Voltaire, 14 maggio 2004.
[10] “Syria’s video journalists battle to telle the ‘truth’“, Channel4, 27 marzo 2011.
[11] “Syrian Liberators, Bearing Toy Guns“, C. J. Chivers, The New York Times, 14 giugno 2012.