Per la liberazione dei nostri connazionali e colleghi prigionieri a Baba Amr

Thierry Meyssan, Réseau Voltaire Homs (Siria) 25 Febbraio 2012

Diversi giornalisti sono trattenuti nella zona vicino a Baba Amr. Secondo i leader atlantisti, gli è vietato uscire dalle forze siriane che devasterebbero la roccaforte dei ribelli. Presente sul posto e testimone privilegiato dei negoziati, Thierry Meyssan fa un resoconto della realtà: i giornalisti sono prigionieri dell’esercito libero “siriano”, che li usa come scudi umani. Alla Mezzaluna Rossa siriana è stato impedito di evacuare i ribelli.

I nostri colleghi Marie Colvin (Sunday Times) e Rémi Ochlik (IP3 Presse) sono stati uccisi il 22 Febbraio 2012 nella zona dei ribelli all’interno di Homs. Secondo le agenzie di stampa occidentali che citano l’esercito libero “siriano”, sono state vittime dei bombardamenti del quartiere da parte delle forze di Damasco. Tuttavia, l’esercito nazionale ha fatto uso di lanciarazzi multipli per un periodo molto breve, per distruggere le postazioni di tiro, e mai dopo il 13 febbraio. Inoltre, se la città è stato colpita per 21 giorni, come indicato dalle agenzie di stampa, da tempo sarebbe poco più di un cumulo di rovine senza anima viva.
Almeno altri tre giornalisti sono ancora presenti nella zona dei ribelli: Edith Bouvier (Le Figaro Magazine), Paul Conroy e William Daniels (Sunday Times) e probabilmente un quarto di nazionalità spagnola.
In un video pubblicato su Internet, Edith Bouvier, che è stata ferita a una gamba, e William Daniels hanno chiesto un cessate il fuoco e la loro evacuazione in un ospedale in Libano. Immediatamente, un’intensa campagna mediatica è stata organizzata per loro, compresa la creazione di diversi gruppi su Facebook e le dichiarazioni roboanti di Alain Juppé.
Non c’è copertura GSM o G3 a Homs, e le linee telefoniche nella zona ribelle vengono tagliate.
Non sarà sfuggito a nessuno che se i giornalisti sono stati in grado di inviare un video per chiedere aiuto, è perché hanno beneficiato di un collegamento via satellite. E se non hanno potuto chiamare le loro famiglie, i loro datori di lavoro e le loro ambasciate, è perché coloro che controllano la connessione satellitare gliel’hanno rifiutato. Non sono liberi di muoversi, sono dei prigionieri.

La situazione militare
I generali siriani considerano la battaglia di Homs vinta dal 13 febbraio, e hanno riferito al presidente Bashar al-Assad che è terminata giovedì 23 febbraio alle 19.00.
La vittoria non ha lo stesso significato per i civili e per i militari. I primi sognano il ritorno a una vita pacifica. I secondi l’annunciano nello stesso modo con cui un chirurgo annuncia che  l’operazione è riuscita. Resta il fatto che la persona ferita ha ancora necessità di mesi di cure e di anni di riabilitazione. In particolare, la fine della battaglia per loro significa che i ribelli sono isolati in una zona completamente circondata e non rappresentano più un pericolo per il paese.
Le arterie principali della città sono state riaperte al traffico, ma sono irte di ostacoli per chilometri. Le auto non possono che avanzare che a zig-zag. La città, svuotata della stragrande maggioranza dei suoi abitanti, rimane una città fantasma.
La battaglia di Homs si è svolta in tre fasi:
I primi giorni alle truppe siriane è stato impedito di entrare nei quartieri ribelli con il lancio di missili anti-carro, soprattutto di missili Milan.
Poi, le truppe siriane hanno bombardato le postazioni di tiro anti-carro, a costo di significative perdite collaterali tra i loro concittadini, mentre i ribelli si sono ritirati nell’unica zona che hanno occupato.
Infine, le truppe hanno circondato la roccaforte dei ribelli, sono entrate e hanno cominciato a liberare ogni strada, una per una. Per evitare di essere attaccato al tergo, l’esercito siriano avanzava in linea, rallentando la sua progressione.
L’area circondata una volta era abitata da 40.000 persone. Oggi raccoglie un numero imprecisato di civili, per lo più anziani che non hanno potuto fuggire in tempo, e circa 2.000 combattenti dell’esercito libero “siriano”. Dietro questa etichetta, ci sono gruppi rivali divisi in due filoni principali: da un lato i takfiristi che non solo ritengono la democrazia incompatibile con l’Islam, ma anche che gli alawiti (come Bashar al-Assad) sono eretici e dovrebbero essere privati di ogni responsabilità politica nelle terre musulmane; dall’altro lato, dei detenuti che erano stati reclutati per rafforzare il cosiddetto esercito libero “siriano”. Queste bande, non venendo più pagate, hanno ripreso la loro autonomia e non seguono la stessa logica dei takfiristi. La maggior parte dei combattenti stranieri ha lasciato Homs prima dell’isolamento del bastione. Ora si sono riuniti a nord, nel distretto di Idlib.
Tutti i ribelli di Baba Amr hanno una notevole riserva di armi e munizioni, ma nella situazione attuale, non essendo più riforniti, finiranno prima o poi col doversi arrendere – ad eccezione di un intervento militare straniero -. I loro arsenali comprendono fucili da cecchino Dragunov con visori notturni e mortai da 80 e 120 mm, e grandi quantità di esplosivi. Hanno costruito dei magazzini negli scantinati e, talvolta nascondono le armi nelle fogne. Contrariamente a quanto è stato detto, tali reti fognarie sono troppo strette per consentirgli di circolare. Allo stesso modo, i tunnel che sono stati scavati nei giorni in cui disponevano della protezione dell’ex governatore di Homs, non sono più ventilati e non possono più essere utilizzati. L’ex governatore, nel frattempo, si è da tempo rifugiato in Qatar, dove si gode tranquillamente la ricompensa del suo tradimento.
La popolazione aveva sostenuto per un momento i ribelli, ma ora serve da scudo umano. I civili che desiderano fuggire vengono uccisi dai cecchini. Non hanno modo di ribellarsi, soprattutto perché la maggior parte è anziana.
Si potrebbe pensare che a medio termine, le divisioni nell’esercito libero “siriano”, la mancanza di sostegno popolare e la perdita della speranza nei rinforzi internazionali porterà una parte dei ribelli ad arrendersi. Tuttavia, i takfiristi potrebbero decidere di combattere fino alla morte.
Per ora, i ribelli hanno impedito ai civili di fuggire dalla propria area e fanno esplodere le case vuote, a un ritmo di circa una dozzina al giorno. Inoltre, commando situati al di fuori dell’area sigillata, molestano gli insediamenti dell’esercito regolare per disorganizzarlo e allentare l’assedio.  Usano soprattutto autobombe, cosa resa possibile dalla riapertura delle strade, e ciò spiega la presenza degli ostacoli.
Baba Amr non è bombardata. L’unico bombardamento che subisce, sono i colpi di mortaio dei ribelli contro l’esercito nazionale.

La situazione dei giornalisti
I giornalisti nella zona ribelle sono raggruppati in un solo appartamento, chiamato “media center”, la cui precisa ubicazione è sconosciuta.
Sono entrati illegalmente in Siria, quando avrebbero tutti potuto chiedere ed ottenere un visto per la stampa, ad eccezione di quelli con cittadinanza israeliana, a causa dello stato di guerra tra i due paesi.
Il loro viaggio ad Homs è stato organizzato da una singola filiera, o dal nord del Libano o dalla Turchia meridionale. Questo filiera svolge il ruolo di Ufficio Relazioni con il Pubblico dell’esercito libero “siriano”. E questa che li ha messi in contatto con coloro che li ospitano, e la cui identità non è chiara.
Venerdì 24, la Croce Rossa Internazionale e la Mezzaluna Rossa siriana hanno negoziato con l’esercito libero “siriano” tramite l’ufficio della Mezzaluna Rossa che opera all’interno della sacca.  Hanno ottenuto il permesso di entrare nella zona con le ambulanze per rimpatriare i corpi dei due giornalisti morti, e di evacuare i giornalisti che fossero rimasti feriti o illesi. Tuttavia, all’ultimo momento, i giornalisti si sono rifiutati di partire, temendo di essere vittime di una trappola tesa dalle autorità di Damasco. Anzi, sono stati convinti dai loro colleghi francesi, che hanno lasciato la scena prima della chiusura della sacca, che il governo siriano farebbe di tutto per eliminarli. Inoltre, avendo accesso solo ai canali televisivi satellitari della NATO e del GCC, sono convinti che gli scontri di cui sono vittime non si limitano al loro quartiere, ma si estendano a tutta la Siria.
Al momento di partire, essendo vuote le ambulanze, alla Mezzaluna Rossa siriana è stato permesso di evacuare ventisette civili, malati o feriti, che sono stati trasportati nell’ospedale al-Amin di Homs (nella parte liberata della città). L’ufficio di Londra della Fratellanza Musulmana, noto come Osservatorio siriano dei diritti dell’uomo, secondo cui gli ospedali sono diventati centri di tortura, ha diffuso la voce che alcuni di questi feriti sono stati poi arrestati dalla polizia siriana. Dopo un’inchiesta, la Mezzaluna Rossa ha detto che queste accuse sono assolutamente false.
Sabato 25, la Croce Rossa Internazionale e la Mezzaluna Rossa hanno chiesto l’autorizzazione dell’esercito libero “siriano” di rientrare nella zona. Presente sul posto, mi sono messo a disposizione delle autorità per facilitare l’estrazione dei miei concittadini e dei miei colleghi. I negoziati sono durati oltre quattro ore. Alcuni Stati, come la Francia, sono stati tenuti informati degli eventi.
Dopo vari colpi di scena, gli ufficiali dell’esercito libero “siriano” hanno ricevuto istruzione via satellite di rifiutare. Le loro comunicazioni cifrate con i superiori arrivano a Beirut, dove vengono  trasmessi via Beirut. De facto, i giornalisti sono usati come scudi umani ancor più efficaci dei civili, temendo i ribelli un assalto finale delle forze siriane.
Pertanto, i giornalisti sono ora prigionieri dei manovratori dell’esercito libero “siriano”, gli stessi a cui gli “Amici” della Siria, che si sono incontrati nella conferenza a Tunisi, hanno chiesto di sostenere, finanziare e armare.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le truppe di Assad sempre più vicine ai mercenari stranieri

Saeed Naqvi Sunday Guardian 19 febbraio 2012
Saeed Naqvi è un Distinguished Fellow presso la Observer Research Foundation ed è un giornalista.
 
Una caratteristica della crisi siriana, che deve piacere a chi cerca apertamente la cacciata del regime, è che si sta rivelando un percorso lungo. Così lungo, infatti, che il mondo sta cominciando a sviluppare l’amnesia in merito alla questione palestinese. Questo deve essere uno stato di cose abbastanza felice per alcuni. Ciò fornisce certamente sollievo, una digressione che potenzialmente può tenere l’attenzione lontana da temi imbarazzanti, anche se i burattinai improvvisano una crisi dopo l’altra.
Ora ci sono giornalisti, traghettati in Siria da contrabbandieri affidabili, che testimoniano “il terrorismo transfrontaliero” da Turchia, Iraq, Giordania, Libano alla Siria. La risposta “brutale” siriana fa notizia, ma “il terrorismo transfrontaliero” no. L’espressione deve essere raccolta almeno a New Delhi.
I governi a volte operano in segreto e attutiscono le loro risposte. Ma il terrorismo transfrontaliero non fa eco neanche nei media indiani e in coloro che credono di attivare un discorso pubblico. Infuria il dibattito negli Stati Uniti, se assassinare gli scienziati iraniani abbia uno scopo utile. Ma l’intellighenzia, in questa madre della civiltà, non esprime stupore sulla dimensione etica se l’organizzare l’assassinio degli scienziati sia giusto o sbagliato, non c’è in nessuna parte del discorso. Questo stato di cose è un miglioramento della descrizione di Anthony Trollope di un colono della Tasmania che, alla domanda chi avrebbe ucciso prima se avesse visto un serpente e un aborigeno, ha risposto con candore stupefacente, “La questione non dovrebbe sorgere“?
Già, la storia siriana ha avuto molti colpi di scena sconvolgenti. La Lega Araba invia una missione in Siria, ma la sua relazione è nascosta perché il capo “sudanese” della missione è troppo “equilibrato” tra la  brutalità di Stato e la violenza dei manifestanti. Che gli operativi di al-Qaida e dei taliban di Libia, Afghanistan e Pakistan abbiano trovato la loro strada per la Siria, viene riferito anche in Occidente. Ma i taliban dal Qatar? Il Qatar è un hub per il dialogo con i taliban, anche se ha iniziato a sdoppiarsi in un centro di reclutamento per le operazioni in Siria? Se è così, queste operazioni hanno la benedizione dalla più alta autorità di al-Qaida, Ayman al-Zawahiri.
In altre parole, Stati Uniti, Europa, Israele, Arabia Saudita, Qatar sono apertamente in compagnia di al-Qaida in Siria. Lanciare una guerra globale contro il terrorismo in Afghanistan e in Pakistan e infilare al-Qaida in nuovi teatri come la Libia e la Siria! Suppongo, la guerra globale al terrore verrà reindirizzata in questi teatri, una volta che l’Afghanistan e il Pakistan saranno stati ripuliti – una sorta di seconda fase di un’operazione in due tempi.
Bana kar mitana
Mita kar banane
(Costruisci, distruggi, costruisci di nuovo).
Nel frattempo, il gioco siriano è stato immensamente complicato dalla visita del Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov a Damasco, insieme al personale d’intelligence russo. La prova fotografica è stata paragonata al di fuori di tutta la massa del dissenso violento in Siria. Evidentemente, Bashar al-Assad ha ricevuto il termine di una quindicina di giorni entro cui “ripulire” tali centri di ribellione, come Homs, non lontano dal confine con il Libano.
Lo spionaggio correlato alla diplomazia sta procedendo in parallelo alle operazioni ad Homs. Ad esempio, i nove pellegrini iraniani catturati dai ribelli mentre viaggiavano da Aleppo ad Hama per il santuario di Zainab, a Damasco. All’incirca nello stesso tempo, l’esercito siriano ha arrestato 49 soldati turchi. Ankara ha chiesto a Teheran di organizzare la loro liberazione. Il Ministro degli Esteri turco, Ahmet Davutoglu si precipitava a Mosca per chiedere aiuto. Per facilitare lo scambio l’esercito libero siriano (un camuffamento dei ribelli) ha rilasciato i pellegrini iraniani sul lato turco del confine. I pellegrini hanno fatto ritorno a Teheran.
Una situazione infinitamente più grave è sorta in una zona di Homs, dove mercenari e forze speciali stranieri sono circondati dall’esercito siriano. Piuttosto che bombardare la zona di Baba Amro, la strategia siriana punta a catturare vivi gli stranieri e a ribaltare la situazione nella guerra mediatica occidentale. Un indizio circa la veridicità di questa storia è venuto dal ministro degli esteri francese Alain Juppé, che sta cercando l’aiuto della Russia per creare “corridoi umanitari” con cui consentire l’accesso ai “civili intrappolati dalle violenze“. In effetti, lo sforzo sui “corridoi” include l’idea di una nuova risoluzione del Consiglio di sicurezza, a cui l’occidente sta cercando di legare i russi.
I siriani, nel frattempo, stanno mantenendo i loro occhi sull’orologio e si affrettano lentamente a stringere il cordone sulla località di Baba Amro, presso Homs. Con altre buone notizie per loro, le fonti giordane confermavano l’arresto da parte dell’esercito giordano di sette terroristi che s’infiltravano in Siria. 
 
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Nuovi gasdotti in costruzione nel Maghreb e Sahel

La strategia del governo franco-israeliano dei finti gruppi GIA/AQIM/GICM/LIFG nel Maghreb e Sahel completamente svelata

La DCRI ha creato AQMI, utilizzando gli harki controllati dal DRS, assieme alla feccia ebraica sionista della kabyla Tewfik, passata sotto la bandiera statunitense, e del suo ‘apprendista’ Kherfi. La DCRI, che non è altro che il Mossad e la Gestapo del CRIF di Parigi, ha preso il controllo di Boko Haram in Niger, e la Francia ha installato una pesante presenza militare, con la cattura di falsi ostaggi francesi, quale  scusa per ri-colonizzare l’intera area. Alain Juppé ha svelato la strategia franco-israeliana di liquidazione e divisione del Maghreb-Sahel durante la sua recente visita in Nigeria. ‘Offrendo aiuti’ al presidente nigeriano Jonathan Goodluck, egli stesso prigioniero degli israeliani che già lavorano a una divisione della Nigeria in due paesi, come il Sudan.
Diversi studi sull’identità degli ‘emiri di AQMI’ hanno portato a conclusioni definitive, gli ‘emiri’ di AQMI non sono quelli che i servizi francesi e i loro harki del DRS algerino pretendono siano, come è stato mostrato per la GIA. Così, l’emiro Abdelhamid Abu Zeid, si chiama Ghadir Mohamed, e non Abid Hamadou come sostengono gli ‘esperti di terrorismo del Sahel’ come l’Interpol o la DCRI, che hanno messo nella loro lista rossa delle persone attivamente ricercate. I falsari dei servizi franco-algerino-israeliani hanno usato il fatto che entrambi avessero lo stesso percorso:
– I due erano in origine dei ‘contrabbandieri’ e si erano uniti al Fronte Islamico di Salvezza per diversi scopi, ‘infiltrazione’ o ‘affari’.
– Entrambi avevano lo stesso profilo: un fratello e due cugini che si sono alleati con loro e si sono uniti ai ‘gruppi armati’.
Le famiglie dei due hanno fornito foto e confermato che Ghadir Mohamed era bianco, nato nella regione di Debdeb, vicino al confine libico, mentre Abid Hamadou detto Abu Zeyd, è nero ed è nato a Touggourt nel dipartimento di Ouargla.
Abid Hamadou morì sotto i colpi dell’esercito franco-algerino dell’israelita Nezzar, nel Sahara, negli anni ’90, ma la sua morte non è stato registrata dai servizi israelo-franco-algerini, che ne hanno usato l’identità per creare AQMI, che non è in realtà affatto presente sul terreno, come il GIA, il cui primo emiro Layada ha apertamente confermato che  Francia-Israele sostengono finanziariamente e militarmente per combattere il FIS e seminare la guerra civile.
Confrontare le prove e le fotografie dei due uomini alle loro madri, con quella dell’ex ostaggio francese Pierre Camatte, rapito il 25 novembre 2009. Camatte, rilasciato nel febbraio 2010, ha aiutato a svelare la vera identità del celebre Abu Zeid con l’aiuto della foto che gli venne presentata. La DCRI è stata smascherata, rivelando la frode del servizio francese. Questo è noto a tutti gli ‘specialisti’, ma l’ordine ai media francesi proibisce di parlarne.
Per ricolonizzare la regione del Maghreb-Sahel, con il pretesto del terrorismo e dei falsi sequestri di persona, in una prima fase, ha il fine di ripristinare basi operative militari ufficiali nella regione del Maghreb-Sahel. Quindi utilizzare ‘le rivoluzioni arabe’, come in Libia, come fattore di destabilizzazione dell’intera regione. Così la DCRI prevede di utilizzare la Libia come copertura per organizzare attentati in Europa, Squarcini e Netanyahu fallirono nel 2008 nel far saltare una centrale nucleare a Lione. Per una terza fase per riprendersi il pieno controllo di questa regione, da parte della NATO e dei suoi generali maghrebini arabi, di cui il Qatar avrà il comando operativo, c’è la famosa NATO araba.
Dopo la guerra in Libia, “l’AQMI non esiste più’, ha assunto una dimensione più ‘europea’ ed è deliberatamente armata e finanziata dalla NATO.
Un “flusso massiccio di armi” dalla Libia viene recuperato da ‘Al-Qaida nel Maghreb islamico’, capirete il DRS-DCRI della Francia-Israele. La Libia era un paese super-attrezzato e super-armato, e tutto l’arsenale (del regime del colonnello Muammar Gheddafi) o una gran parte, è scomparsa ed è finita sugli assi del Sahel.
Un flusso massiccio di armi ha lasciato la Libia sotto la protezione della NATO. Falsi gruppi armati, in realtà contrabbandieri e trafficanti di droga, insieme alla CIA e ai narcotrafficanti colombiani, che fanno atterrare i loro aerei nel Sahel. L’Algeria, che condivide con la Libia circa un migliaio di chilometri di confine, ha anche ‘denunciato’ il flusso di armi dalla Libia, con l’obiettivo di creare una guerra civile e continuare l’instabilità nella regione.
Mali e Mauritania, che sono gestite dalla DCRI, con dei colpo di stato, sono tra i paesi più colpiti dalle attività di questi finti gruppi, assieme al Niger e all’Algeria.
L’esercito mauritano, difatti l’esercito francese, interviene regolarmente in Mali, con il cosiddetto accordo di Bamako, a ‘caccia degli elementi di AQMI’, in realtà un tentativo di delineare zone militari di esclusione attorno alla zone ricche di idrocarburi e delle nuove zone petrolifere ritrovate in Niger, delle aree minerarie di uranio, silicio e fosforo, e per preparare la costruzione di nuovi gasdotti dall’Algeria, al Niger, alla Costa d’Avorio e alla Nigeria. Entrambi i paesi sono stati destabilizzati per consentire la disposizione dei futuri gasdotti e  oleodotti sotto controllo militare occidentale.
Comprendiamo meglio come il governo francese e la NATO abbiano consapevolmente ‘armato AQMI’ finanziando e armando il CNT libico, controllato dall’AQMI stessa, ma col ramo statunitense della CIA. Così la falsa minaccia del terrorismo è una copertura di questa gigantesca truffa che sono le ‘rivoluzioni arabe’, che mirano a incanalare l’energia verso gli Stati Uniti dal Sud e verso l’Europa e dal Nord, e a dominare Africa del Nord e il Sahel con l’imposizione di nuovi pupazzi arabi della NATO, come i generali d’Israele Ammar, Lamrani e Hiftar, il colonnello Riad al-Assad, ai popoli arabi e africani attraverso il politica degli Stati Uniti del ‘Grande Medio Oriente’ e quella europea del PEV ‘Politica europea di vicinato’. Le agende si fondono davanti ai nostri occhi …

Abu Suleyman – Islamic-Intelligence

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Menzogne e Verità sulla Siria

Thierry Meyssan Réseau Voltaire Damasco (Siria) 27 novembre 2011

Da otto mesi, i leader occidentali e qualche media pubblico sostengono una guerra in Siria. Le accuse estremamente gravi che portano contro Assad, intimidiscono coloro che mettono in dubbio la validità di un nuovo intervento militare. Tutti? No, perché, con il sostegno del Réseau Voltaire, alcuni sono giunti a verificare, ed hanno potuto misurare l’entità della propaganda della NATO. Thierry Meyssan fa il punto sullo stato della guerra mediatica.

Nel 1999, durante la guerra del Kosovo, il Réseau Voltaire s’indignò per il fatto che la Francia potesse entrare in guerra a fianco della NATO, senza un voto dell’Assemblea Nazionale, con la complicità passiva dei presidenti dei gruppi parlamentari. Abbiamo considerato che il rifiuto del Presidente e del Primo Ministro di tenere una discussione vera, auspicasse l’opacità con cui questa guerra sarebbe stata condotta. Così abbiamo preso l’iniziativa di pubblicare un bollettino quotidiano sul conflitto. Essendo i siti web del governo serbo distrutti immediatamente dall’Alleanza Atlantica, non potemmo avere accesso alla versione serba di eventi. Altrimenti, ci abbonammo alle agenzie di stampa della regione (croata, bosniaca, greca, cipriota, turca, ungherese, ecc.). Durante il conflitto, abbiamo presentato quotidianamente una sintesi della conferenza stampa della NATO a Bruxelles, e una sintesi delle testimonianze di giornalisti dei paesi rivieraschi, paesi a volte con pesanti conflitti con la Serbia, ma i cui governi condividevano loro la stessa narrazione degli eventi. A mano a mano che il tempo passava, la versione della NATO e quella dei giornalisti locali si allontanavano, fino a non avere nulla in comune. Alla fine, si avevano due storie radicalmente differenti.  Non abbiamo avuto modo di sapere chi stesse mentendo e se una delle due fonti avesse ragione. I nostri ebbero l’impressione di diventare schizofrenici, soprattutto perché i media riferivano solo la versione occidentale della NATO e, quindi, i nostri lettori non poterono confrontare le due versioni parallele che leggevamo. Abbiamo continuato questo esercizio di stile nel corso dei tre mesi di combattimenti. Quando le armi tacquero e colleghi e amici furono in grado di andare lì, videro con stupore che non c’era “propaganda da entrambi i lati.”  No, la versione della NATO era completamente falsa, mentre i giornalisti locali avevano del tutto ragione. Nei mesi che seguirono, le relazioni parlamentari in diversi Stati membri dell’Alleanza stabilirono i fatti. Molti libri apparvero sul metodo sviluppato dal consulente per i media di Tony Blair, che ha permesso alla NATO di manipolare tutta la stampa occidentale: lo “story telling“. E’ possibile avvelenare tutti giornalisti occidentali e nascondergli i fatti, se a loro si racconta una storia per bambini, a condizione che non interrompano la narrazione, di caricarle di riferimento che risveglino emozioni distanti e di mantenerne la  coerenza.
Non ho avuto il riflesso di correre in Serbia prima della guerra e non ho potuto farlo quando le armi parlavano. Al contrario, caro lettore, io sono ora in Siria, dove ho avuto il tempo di investigare e dove  scrivo questo articolo. In piena consapevolezza, posso dire che la propaganda della NATO è ora in azione verso la Siria come lo era verso la Serbia.
L’Alleanza ha cominciato a raccontare una storia sconnessa dalla realtà, che mira a giustificare un “intervento militare umanitario”, secondo l’ossimoro blairiano. Il parallelo finisce lì: Slobodan Milosevic è stato un criminale di guerra che si è cercato di presentare come un criminale contro l’umanità, per smembrarne il paese, Bashar al-Assad è un resistente all’imperialismo e al sionismo, che sostiene Hezbollah quando il Libano fu attaccato, e supporta Hamas e la Jihad islamica, nella loro ricerca per la liberazione della patria palestinese.

Quattro bugie della NATO
1. Secondo la NATO e i suoi alleati nel Golfo, delle manifestazioni di massa avrebbero avuto luogo per otto mesi in Siria, per chiedere maggiore libertà e la caduta del presidente Bashar al-Assad.
Non è vero. Ci sono stati, in alcune città, delle dimostrazioni contro il presidente Bashar al-Assad su chiamata di predicatori sauditi ed egiziani che parlavano su al-Jazeera, ma hanno raccolto in totale, al massimo, solo 100000 persone. Non chiedono più libertà, ma l’istituzione di un regime islamico. Chiedevano le dimissioni del presidente al-Assad, non a causa della sua politica, ma perché questi manifestanti si rifanno a una setta sunnita, il takfirismo, e accusano Assad di essere un eretico (è alawita) usurpando il potere in un paese musulmano, che non può legittimamente essere governato che da un sunnita della loro scuola teologica.

2. Secondo la NATO e i suoi alleati nel Golfo, il “regime” avrebbe risposto disperdendo la folla con pallottole vere, uccidendo almeno 3.500 manifestanti dall’inizio dell’anno.
Non è vero. In primo luogo, non può esservi alcune soppressione di manifestazioni inesistenti. Poi, all’inizio degli eventi, le autorità si resero conto che stavano cercando di provocare scontri settari in un paese dove la laicità è la spina dorsale dello Stato fin dall’ottavo secolo. Il presidente Bashar al-Assad, quindi, non ha permesso alle forze di sicurezza, polizia ed esercito, di usare le armi da fuoco in ogni circostanza in cui i civili potessero essere feriti. Questo serve a prevenire che feriti, o anche deceduti, di un credo particolare, fossero strumentalizzati per giustificare una guerra di religione. Tale divieto è rispettato dalle forze di sicurezza a rischio della vita, come vedremo. Per quanto riguarda i morti, non sono che meno della metà.  La maggior parte non sono civili, ma soldati e poliziotti, e ho potuto vederlo visitando gli ospedali e gli obitori, civili e militari.

3. Dopo che siamo riusciti a rompere il silenzio e ad ottenere che i grandi media occidentali segnalassero la presenza in Siria, di squadroni della morte dall’estero, di imboscate contro l’esercito e di assassini ci civili nel cuore delle città, la NATO e i suoi alleati nel Golfo hanno segnalato la presenza di un esercito di disertori. Secondo essi, dei militari (ma non poliziotti) che hanno ricevuto l’ordine di sparare sulla folla, si sarebbero ribellati. Si sarebbero dati alla macchia e istituito il libero esercito siriano, già forte di 1500 uomini.
Non è vero. I disertori sono solo poche decine, che fuggirono in Turchia dove sono sotto la supervisione di un ufficiale del clan Hakim Rifaat al-Assad/Abdel Khaddam, pubblicamente legato alla CIA. Vi sono, al contrario, sempre più ribelli, dei giovani che si rifiutano di fare il servizio militare, spesso sotto la pressione dalle loro famiglie, che per decisione personale. Infatti, i soldati che cadono in un’imboscata non hanno alcun diritto di usare le loro armi per difendersi, se dei civili sono presenti sul posto. Devono pertanto sacrificare la loro vita, se non sono in grado di fuggire.

4. Secondo la NATO e i suoi alleati nel Golfo, il ciclo rivoluzione/repressione ha dato modo di iniziare una “guerra civile“. 1,5 milioni di siriani, intrappolati, soffrirebbero la fame. Si dovrebbero quindi organizzare “corridoi umanitari” per fornire aiuti alimentari e permettere ai civili che lo vogliano, di fuggire dalla zone di combattimento.
Non è vero. Dato il numero e la crudeltà degli attacchi degli squadroni della morte dall’estero, i profughi sono pochi. La Siria è autosufficiente nella produzione agricola, che non è scesa in modo significativo. Al contrario, la maggior parte degli agguati si svolgono sulle strade principali, queste sono spesso interrotte. Inoltre, quando gli attacchi si verificano nei centri delle città, i commercianti chiudono i negozi immediatamente. Ciò si traduce in gravi problemi di distribuzione, anche per il cibo. Il vero problema è altrove: le sanzioni economiche hanno causato un disastro. Mentre la Siria aveva, durante il decennio, una crescita intorno al 5% all’anno, non può più vendere il suo petrolio all’Europa occidentale, mentre l’industria del turismo è colpita. Molte persone hanno perso lavoro e reddito. Fanno risparmi su tutto. Il governo sostiene e procede alla distribuzione gratuita di olio combustibile (per il riscaldamento) e di cibo. In queste condizioni, sarebbe meglio dire che se il governo al-Assad non intervenisse, in Siria 1,5 milioni di persone soffrirebbero di malnutrizione a causa delle sanzioni occidentali.
In definitiva, mentre siamo nella fase della guerra non convenzionale, con l’invio di mercenari e di forze speciali per destabilizzare il paese, la narrazione dalla NATO e dei suoi alleati nel Golfo è già significativamente lontana dalla realtà. Questo divario si allargherà sempre più.
Per ciò che vi riguarda, caro lettore, non avere motivo di credermi più che della NATO, non essendo voi stessi sul posto. Tuttavia, disponete di diversi elementi che vi dovrebbero mettere la pulce nell’orecchio.
Quattro prove accuratamente nascoste dalla NATO:

1. Si potrebbe pensare che le accuse sulla presunta repressione e il numero delle vittime siano state accuratamente verificate. Niente affatto. Hanno avuto origine da una singola fonte: Osservatorio siriano dei diritti dell’uomo, con sede a Londra, i cui leader chiedono l’anonimato. Qual è il valore della gravità delle accuse, se non sono sottoposte a un controllo incrociato, e perché istituzioni come l’Alto Commissario per i Diritti Umani e le Nazioni Unite, le riprendono senza controllarle?

2. Russia e Cina hanno posto il veto a una bozza risoluzione del Consiglio di Sicurezza che apre la strada a un intervento militare internazionale. I leader politici della NATO ci dicono, ci spiace, i russi proteggono la loro base navale a Tartus e i cinesi faranno di tutto per racimolare alcuni barili di petrolio.  Dovremmo accettare l’idea manichea che Washington, Londra e Parigi sono guidati da buoni sentimenti, mentre Mosca e Pechino sono essenzialmente egoisti e insensibili al martirio di un popolo? Come non notare che Russia e Cina hanno molto meno interesse nel difendere la Siria, che gli occidentali a distruggerla?

3. È alquanto strano vedere la coalizione degli stati cosiddetti benintenzionati. Come non notare che i due principali contribuenti alla Lega Araba e promotori della “democratizzazione” della Siria, Arabia Saudita e Qatar, sono dittature vassalle degli Stati Uniti e del Regno Unito? Come non chiedersi quanto l’Occidente – che ha appena distrutto in successione l’Afghanistan, l’Iraq e la Libia, uccidendo più di 1,2 milioni di persone in dieci anni, e che mostra quanto poco in conto tengano la vita umana – sia credibile quando sventola la bandiera umanitaria?

4. In particolare, per non essere manipolati sugli eventi in Siria, si dovrebbe entrare nel giusto contesto. Per la NATO ed i suoi alleati nel Golfo, i cui eserciti hanno invaso lo Yemen e il Bahrain al fine di schiacciare nel sangue le manifestazioni, la “rivoluzione siriana” è un’estensione della “primavera araba“: i popoli della regione aspirano alla democrazia di mercato e al comfort della American Way of Life. Invece, per i russi e i cinesi, come i venezuelani e i sudafricani, gli eventi in Siria sono la continuazione del “rimodellamento del Medio Oriente allargato” annunciato da Washington, che ha già ucciso 1,2 milioni di morti e che chiunque si preoccupi della vita umana, dovrebbe fermare. Si ricordano che il 15 settembre 2001, il presidente George W. Bush programmò sette guerre. La preparazione di un attacco alla Siria iniziò formalmente 12 dicembre 2003, con il passaggio della Syrian Accountability Act sulla scia della caduta di Baghdad. Da allora, il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama oggi, può ordinare di attaccare la Siria e non è necessario che si presenti davanti al Congresso prima di aprire il fuoco. Pertanto, la questione non è se la NATO ha trovato una giustificazione divina per andare in guerra, ma se la Siria trova una via d’uscita da questa situazione, come è stata in grado di sfuggire a tutte le accuse diffamatorie e a tutte le insidie precedenti, come l’assassinio di Rafik Hariri e il raid israeliano contro un’immaginaria centrale nucleare militare.

I media occidentali testimoniano
Alla fine di questo articolo, vorrei dirti, caro lettore, che la Rete Voltaire ha facilitato un viaggio stampa organizzato su iniziativa del Centro cattolico d’informazione dei cristiani d’Oriente, come parte dell’apertura ai media occidentali annunciata dal presidente al-Assad alla Lega araba. Abbiamo aiutato i giornalisti mainstream a viaggiare nelle zone degli scontri. I nostri colleghi hanno dapprima malvisto la nostra presenza al loro fianco, sia perché erano prevenuti verso di noi e perché pensavano che stavamo cercando di fargli il lavaggio del cervello. Successivamente, sono stati in grado di vedere che siamo persone normali e che pur scegliendo il nostro campo, non rinunciamo al nostro spirito critico. Alla fine, benché siano fermamente convinte della bontà della NATO e non condividano il nostro impegno anti-imperialista, hanno visto e sentito la verità. Onestamente, hanno  riportato le azioni di bande armate che terrorizzano il Paese. Naturalmente, hanno rinunciato a contraddire apertamente la versione atlantica e hanno cercato di conciliare ciò che hanno visto e sentito con quella, e questo ha portato a volte a contorsioni intorno al concetto di ‘guerra civile’ tra l’esercito siriano e i mercenari stranieri. Tuttavia, i rapporti della Radio e Televisione belga (RTBF) e de La Libre Belgique, per citarne alcuni, dimostrano che, dopo otto mesi, la NATO maschera le azioni degli squadroni della morte e che attribuisce falsamente i loro crimini alle autorità siriane.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il progetto Eurasiatico, una minaccia al Nuovo Ordine Mondiale

Elena Ponomareva Strategic Culture 09/10/2011

Si potrebbe essere tentati di considerare il documento del premier russo Vladimir Putin, “Un nuovo progetto per l’integrazione del Eurasia: Il futuro in divenire“, che è stato pubblicato sulle Izvestia del 3 ottobre 2011, come un programma tracciato sommariamente da un concorrente delle elezioni presidenziali; ma dopo un controllo, sembra essere solo una parte di un quadro più ampio. L’articolo di opinione, ha momentaneamente acceso ampie polemiche in Russia e all’estero, ed ha evidenziato lo scontro di posizioni in corso sullo sviluppo globale…
Indipendentemente dalla interpretazione dei dettagli, la reazione dei media occidentali al progetto di integrazione presentato dal premier russo, è uniformemente negativo e riflette con estrema chiarezza una ostilità aprioristica verso la Russia e le iniziative che avanza. Mao Zedong, però, era solito dire che affrontare la pressione dei propri nemici è meglio che essere in una condizione in cui non si preoccupano di tenerti sotto pressione.
Aiuta a capire perché, al momento, i titoli in stile Guerra Fredda spuntano costantemente sui media occidentali e perché la recente presentazione dell’integrazione eurasiatica di Putin, è percepita dall’Occidente come una minaccia. La spiegazione più ovvia è che, se attuato, il piano diverrebbe  una sfida geopolitica al nuovo ordine mondiale, al dominio della NATO, del FMI, dell’Unione europea e degli altri organismi sovranazionali, e al primato palese degli Stati Uniti. Oggi, una sempre più assertiva Russia suggerisce, ed è pronta ad iniziare a costruire, un’ampia alleanza basata su principi che forniscono una valida alternativa al neoliberismo e all’atlantismo. E’ un segreto di pulcinella, che in questi giorni l’Occidente sta mettendo in pratica una serie di progetti geopolitici di vasta portata, per riconfigurare l’Europa sulla scia dei conflitti balcanici e, sullo sfondo della crisi provocata in Grecia e a Cipro, assemblare il Grande Medio Oriente sulla base di cambiamenti di regime in serie, in tutto il mondo arabo e, come progetto relativamente nuovo, la realizzazione del progetto per l’Asia, il cui recente disastro in Giappone, è stata una fase attiva.
Nel 2011, l’intensità delle dinamiche geopolitiche è senza precedenti dal crollo dell’Unione Sovietica e del blocco orientale, con tutti i principali paesi e organismi internazionali che vi contribuiscono. Inoltre, l’impressione attuale è che la forza militare, in qualche modo, sia diventata uno strumento legittimo nella politica internazionale. Solo pochi giorni fa, Mosca ha attirato una  valanga di critiche dopo aver posto il veto alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che potrebbe autorizzare la replica dello scenario libico in Siria. Come risultato, l’inviata permanente degli USA all’ONU, S. Rice, ha rimproverato la Russia e la Cina per il veto, mentre il ministro degli esteri francese, Alain Juppé, ha dichiarato che “è un giorno triste per il popolo siriano. E’ un giorno triste per il Consiglio di Sicurezza“. Durante l’acceso dibattito al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il 5 settembre, il rappresentante siriano ha redarguito Germania e Francia, ed ha accusato gli USA del genocidio perpetrato in Medio Oriente. Dopo di che, S. Rice ha accusato la Russia e la Cina di sperare di vendere armi al regime siriano, invece di stare dalla parte del popolo siriano, e ha abbandonato precipitosamente la riunione, e l’inviato francese Gérard Araud ha rilevato che “Nessun veto può cancellare la  responsabilità delle autorità siriane, che hanno perso qualsiasi legittimità uccidendo il proprio popolo“, lasciando l’impressione che uccidere i popoli, come in Jugoslavia, Afghanistan, Iraq e Libia, dovrebbe essere un privilegio della NATO.
I “partner” occidentali di Mosca si indignano quando la Russia, di concerto con la Cina, pone ostacoli sulla strada del nuovo ordine mondiale. La Siria, anche se un paese di notevole valenza regionale, giunge ad emergere nell’ordine del giorno solo fugacemente, ma l’ambizioso piano di Putin per l’intera Eurasia – “per raggiungere un più alto livello di integrazione – una Unione Euroasiatica” – avrebbe dovuto aspettarsi di evocare le preoccupazioni profonde e durature dell’Occidente. Mosca sfida apertamente il dominio globale da parte dell’Occidente “suggerendo un modello di una potente unione sovranazionale che può diventare uno dei poli del mondo di oggi, pur essendo un efficace collegamento tra l’Europa e la dinamica regione Asia-Pacifico“. Senza dubbio, il messaggio di Putin che “la combinazione di risorse naturali, di capitale e di forte potenziale umano, renderà l’Unione Euroasiatica competitiva nella gara industriale e tecnologico e nella corsa al denaro degli investitori, in nuovi posti di lavoro e negli impianti di produzione all’avanguardia” e che “insieme con altri protagonisti e istituzioni regionali come l’Unione Europea, USA, Cina e l’APEC, garantirà la sostenibilità dello sviluppo globale“, sembra allarmante per i leader occidentali.
Né il crollo dell’URSS e del mondo bipolare, né la conseguente proliferazione di “democrazie” filo-occidentali, ha segnato un punto finale nella lotta per il primato mondiale. Ciò che seguì fu un periodo di interventi militari e rovesciamenti di regimi sfidanti, con l’ausilio della guerra dell’informazione e l’onnipresente soft power occidentale. In questo gioco, l’Eurasia rimane il primo premio in linea con l’imperativo geopolitico di John Mackinder, per cui “Chi governa l’Est Europa comanda l’Heartland, chi governa l’Heartland comanda l’Isola-Mondo, chi governa l’Isola-Mondo controlla il mondo“.
Alla fine del XX secolo gli USA sono diventati il primo paese non eurasiatico a combinare i ruoli di potenza più importante del mondo e di arbitro finale negli affari eurasiatici. Nel quadro della dottrina del nuovo ordine mondiale, gli Stati Uniti e l’Occidente nel suo complesso, vedono l’Eurasia come una zona di importanza fondamentale per il loro sviluppo economico e crescente potere politico. Il dominio globale è un obiettivo dichiarato apertamente e costantemente perseguito della comunità euro-atlantica e dalle sue istituzioni militari e finanziarie – la NATO, il FMI e la Banca Mondiale – insieme con i media occidentali e le innumerevoli ONG. Nel processo, l’establishment occidentale rimane pienamente consapevole del fatto che, nelle parole Z. Brzezinski, il “primato globale dell’America è direttamente dipendente da quanto tempo e quanto efficacemente la sua preponderanza sul continente eurasiatico è sostenuta“. Sostenere la “preponderanza“, a sua volta, significa assumere il controllo di Europa, Russia, Cina, Medio Oriente e Asia Centrale.
L’aperta egemonia occidentale in Europa, Asia centrale e, quindi, in Medio Oriente e anche in Russia, conta quale risultato indiscutibile degli ultimi due decenni, ma al momento la situazione appare fluida. Gli osservatori occidentali, cinesi e russi prevedono un fallimento imminente del modello di globalizzazione neoliberista integrata nel nuovo ordine mondiale, ed è in arrivo il tempo, per la classe politica, di adottare una visione.
Aprendo nuove opportunità per proteggere gli originali modelli di sviluppo nazionali dalla pressione atlantista, e per mantenere una reale sicurezza internazionale, il nuovo progetto di integrazione di Putin mantiene una promessa importante, per la Russia e i suoi alleati, e presenta quindi ai nemici della Russia un problema serio. Né la Russia, né alcun altra repubblica post-post-sovietica può sopravvivere nel mondo di oggi da sola, e la Russia come attore chiave geopolitico dell’Eurasia, con una potenzialità economica, politica e militare senza precedenti in tutto lo spazio post-sovietico, può e deve, giocare l’offerta di una architettura mondiale alternativa.
L’allergia dell’Occidente al piano di Putin è dunque spiegabile, ma, a prescindere dalla opposizione che il progetto può incontrare, la debolezza di alcuni dei suoi elementi, e la potenziale difficoltà nel metterlo in pratica, il progetto di integrazione eurasiatica nasce dalla vita nello spazio geopolitico e culturale post-sovietico ed è affine alle attuali tendenze globali. Sopravvivere, conservando le basi economiche e materiali dell’esistenza nazionale, mantenendo vive le tradizioni e costruendo un futuro sicuro per i figli, sono gli obiettivi che le nazioni eurasiatiche possono realizzare solo se rimangono allineate con la Russia. In caso contrario, l’isolamento, le sanzioni e gli interventi militari le attendono…
 
E’ gradita la ripubblicazione con riferimento alla rivista on-line della Fondazione per la Cultura Strategica.
 
Traduzione di Alessandro Lattanzio –  SitoAurora

La cosiddetta “rivoluzione” siriana: una guerra imperialista contro la Siria

Fida Dakroub Mondialisation.ca 29 settembre 2011 – Le Grand Soir

A credere i leader delle potenze imperialiste, che si mostrano ingenui e innocenti, la Siria sarebbe stata negli ultimi mesi, l’arena dove si confrontano, da un lato le “forze del male” incarnate dal regime e dal suo alleato coadiuvanti iraniano, e dall’altro lato le “forze del bene” espresse dall'”anima immortale” del “popolo buono” per natura, purtroppo ridotto dal “tiranno di Damasco” a una semplice folla di schiavi.

Il ritorno del colonialismo
E’ certo che questo approccio superficiale alle violenze in Siria, che divide il mondo, o piuttosto la realtà con le sue molteplici dimensioni, in due forze opposte, quella del Bene (la cosiddetta “opposizione“) e del male (il regime), svolge un ruolo d’argumentum ad captandum vulgus, nella giustificazione delle ambizioni dell’imperialismo britannico e francese in Nord Africa e nel Levante, dove sono stati scacciati all’indomani della seconda guerra mondiale.
Notiamo l’ultima visita di Sarkozy e Cameron, gli appaltatori delle operazioni militari su delega del triumviratus (Sarkozy, Cameron e Obama) in Libia, una visita che ha preparato il tavolo per spezzettare e ritagliarsi il “post-Gheddafi“. A Tripoli, i due cospiratori sono andati a celebrarvi la loro vittoria, incorniciati dai loro gorilla locali del CNT e dai loro ciarlatani propagandisti, con i tamburi, trombe e cembali dei media occidentali “principali” e quelli arabi “subordinati“. [1]
A maggior ragione, era innegabile che le forze imperialiste si stessero preparando a mobilitare le loro artiglieria pesante contro la Siria e il suo regime, una volta che il cosiddetto “re dei re d’Africa“, Gheddafi, fosse detronizzato. Per fare ciò, un secondo triumviratus (Sarkozy, Erdogan e Obama) è nato. E i tre triumviri hanno urlato: “Carthago  delenga est! Dobbiamo sbarazzarci del tiranno di Damasco!“.

Il casus belli
Pertanto, la Siria è il bersaglio di una guerra sistematica (mediatica, diplomatica e anche militare) orchestrata secondo lo sviluppo degli eventi sul terreno. L’esempio più significativo di questa feroce campagna è fornito dal ministro degli esteri francese, Alain Juppé, che ha denunciato “i crimini contro l’umanità” in Siria: “Prendiamo atto che il regime siriano è coinvolto in crimini contro l’umanità“, ha detto a Mosca, il 7 settembre. [2]
Inoltre, migliaia di canali TV, radio, giornali, siti web e social network su internet, in qualsiasi parte del mondo, hanno avviato un bombardamento massiccio del regime siriano con aggettivi diabolizzanti, volti a ridurre la sua immagine nella strada araba, e di presentarlo come un semplice fenomeno selvaggio, e certamente spogliato di ogni qualità umana, quindi di ogni diritto di esistere. Ha aggiunto che gli Stati Uniti e l’Unione Europea non smettono di chiedere le dimissioni del presidente siriano Bashar al-Assad: “… è necessario che si dimetta“, ha detto Ashton; “Nell’interesse del popolo siriano, è giunto il momento per il presidente Assad di ritirarsi“, ha detto Obama; “Le gravi violazioni dei diritti umani in Siria contro i manifestanti, potrebbero rivelarsi dei crimini contro l’umanità“, dice il 17 Agosto, un rapporto dell’Alto Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite. [3]

La propaganda imperialista
Va notato qui, che in ogni sconvolgimento politico serio, il meccanismo dei media egemonici imperiale vi mette il suo grano di sale. Ed è lo stesso, come con la “Grossa Bugia” di George Bush sulle armi di distruzione di massa in Iraq.  La prova è che più di dieci anni dopo l’invasione statunitense dell’Iraq, le successive amministrazioni statunitensi non hanno fornito alcuna prova che questo paese avesse armi di distruzione di massa. Ciò che si può dire, è che le masse sono cadute vittima di un complotto della disinformazione. Va da sé che le recenti violenze, che sconvolgono le strade siriane, non sono esentate dalla stessa macchina della propaganda, delle bugie e di altri manipolazione mediatiche, tutt’altro.
Secondo i media dell’egemonia imperiale, attivisti per la pace e pacifici manifestanti hanno trascorso le giornate, per così dire, in meditazione trascendentale, e durante la notte, si sarebbero riuniti in luoghi pubblici, per accendere delle candele alle anime immortali dei “martiri della libertà“, mentre il “mostro di Damasco si vantava nel suo harem“. Tuttavia, lontano dalla caricatura ingenua che le macchine dell’egemonia mediatica creano, una questione s’impone: Chi sono questi “militanti della libertà“; Agni Dei lodati tre volte al giorno: all’alba, a mezzogiorno e prima di coricarsi? Che cosa succede allora?
Uno dei problemi per rivelare il paradosso siriano, è che vi è davvero una richiesta reale cambiamento interno. Nessuno nega questa realtà, né il regime siriano lo nega. Il ministro degli esteri siriano Walid al-Moualem, ha denunciato il 26 settembre l’ingerenza straniera nella gestione delle legittime aspirazioni del popolo siriano alla riforma politica, economica e sociale, in un discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, a New York: “Le esigenze del popolo sono  usate come trampolino di lancio dai gruppi armati, per seminare discordia e indebolire la nostra sicurezza. La Siria ha esercitato la sua responsabilità a proteggere i suoi cittadini. Il governo ha agito per assicurare la loro sicurezza e la stabilità del paese“, ha dichiarato Moualem in riferimento a ciò che chiama interferenza straniera. [4]
Inoltre, la stragrande maggioranza dei siriani vuole le riforme. Il popolo siriano è indignato, da decenni, dalla corruzione e dai tentacoli pervasivi delle autorità di sicurezza.

La ribellione islamista armata
Tuttavia, questa diffusa domanda di una riforma è, come indicato dalla macchina imperialista dei media, fonte di violenze in Siria? Se è vero che ci sono manifestazioni in alcune città, ci sono morti, l’esercito è intervenuto, è anche vero che la Siria è diventata un campo di battaglia tra le forze armate siriane da un lato, e gli insorti sunniti armati, dall’altra parte, come i Fratelli musulmani, al-Qaida e altri gruppi salafiti e wahabiti.
Ciò che i  media agli ordini non dicono è che ci sia una ribellione armata sostenuta dall’estero, e che la Siria sta affrontando un Casus belli dichiarato dalla NATO e dagli emirati arabi e sultanati ‘subordinati’. Qui vale la pena ricordare che Dmitrij Rogozin, delegato della Federazione Russa presso la NATO, ha commentato il 5 agosto, sul quotidiano moscovita Izvestia, il crescente ruolo della NATO nelle violenza in Siria: “La NATO sta pianificando una campagna militare contro la Siria per rovesciare il regime del presidente Bashar al-Assad, con l’obiettivo a lungo termine di preparare una testa di ponte nella regione, per l’attacco contro l’Iran“. [5]
Inoltre, in un’intervista con la TV Euronews, Dimitrij Medvedev, il presidente russo, avverte dei pericoli reali che l’approccio “bianco e nero” potrebbe creare nella situazione in Siria: “i manifestanti anti-governativi in Siria non sono sostenitori di alcun raffinato modello di democrazia europea“. [6]
Per molti aspetti, gli eventi in Siria ricordano qui, una citazione di Lenin nel suo famoso Un passo avanti, due passi indietro, che trattava dei movimenti rivoluzionari in Russia: “… quando una lunga lotta, testarda e ardente continua, accade di solito un momento in cui i punti di contestazioni, centrali ed essenziali, iniziano a comparire, la cui soluzione determinerà l’esito finale della campagna, presso cui i più minimi ed insignificanti episodi della lotta, saranno sempre più allontanati sullo sfondo.” [7]
Senza alcun dubbio possibile, i conflitti sociali e politici nel Levante, diventano rapidamente conflitti religiosi e confessionali, e le rivendicazioni sociali sono ridotte, purtroppo, ad omicidi tribali. Questa amara realtà ci offre, almeno, una migliore lettura della cosiddetta “rivoluzione” siriana, una lettura che scaccia le fanfaronate dei furiosi della “primavera araba“, abbreviata, a tutta velocità, in un “inverno americano” assai funebre!
Prima di tutto, è fondamentale notare che il Levante è uno spazio eterogeneo attraversato da confini etnici, minoranze linguistiche e religiose diverse da quelle imposte dall’accordo Sykes-Picot (1916), all’indomani dello smembramento dell’Impero ottomano nel 1918. Inoltre, dovrebbe anche essere notato che queste frontiere si trasformerebbero rapidamente in zone di conflitto sanguinose, una volta che un governo centrale, in grado di mantenere la pace, fosse rovesciato.  Si consideri l’esempio dell’Iraq dopo l’invasione degli Stati Uniti.
Gli eventi in Siria nascondono, infatti, delle motivazioni religiose, piuttosto che sociali, prendendo in considerazione lo storico conflitto tra Islam ortodosso (sunnita) ed eterodossia dell’Islam (sciismo). In una testimonianza sulla violenze religiose in Siria, Hala Jaber ha avanzato la presenza di estremisti armati (e con la barba), agenti provocatori che stanno lavorando con grande capacità sufficiente a far degenerare le manifestazioni inizialmente pacifiche. Ha dato un resoconto dettagliato degli incidenti gravi che si sono verificati il 18 giugno a Ma’rrat al-Nu’man, una città del nord-ovest, “vediamo che i jihadisti hanno un regno del terrore, e hanno versato il sangue – quando l’esercito ha un profilo basso per evitare incidenti. La storia del rapimento di un oppositore moderato, Mohamed Salida Hamadah e delle torture e delle minacce subite da estremisti sunniti, è agghiacciante, e suggerisce quale potrebbe essere il clima della Siria se cadesse nelle loro mani!“[8]
E’ vero che ua volta scoppiate le violenze in Siria, le proteste presero, in termini di slogan usati (libertà, giustizia, democrazia, rivendicazioni sociali, ecc.) una forma  pacifica; e le richieste dei manifestanti erano ancora limitate alle richieste sociali. Tuttavia, queste proteste si sono trasformate, velocemente, in atti di violenza settaria mirati contro le minoranze religiose del Paese, come i musulmani eterodossi e i cristiani.

La cospirazione imperialista
Inoltre, gli slogan politici precipitano nella congestione dell’odio religioso. Anche se il regime politico in Siria è “contaminato” da decenni da una burocrazia corrotta e contagiosa, questo non giustifica gli atti di barbarie commessi da fanatici religiosi contro le minoranze e le istituzioni dello stato.
In questo senso, è pericoloso dimenticare che dietro le affermazioni di una parte del popolo siriano, legittime all’inizio, nascondono, infatti, l’interesse, per così dire, di veri complottisti: il bonapartismo caricaturale francese di Sarkozy, in primo luogo, la carcassa dell’imperialismo statunitense di Obama, l'”umanesimo” islamista del turco Erdogan e il wahhabismo “illuminato” saudita.
Da quanto è stato detto e in tali circostanze, è chiaro fin dall’inizio che la presunta “rivoluzione” è un complotto guidato da l’alfa e omega dei centri di potere imperialista, il cui obiettivo a breve termine è il rovesciamento del regime del presidente Bashar al-Assad, e a lungo termine, la rioccupazione del Medio Oriente e la ricostruzione della sua mappa geopolitica, un obiettivo che promette, disastrosamente, un futuro catastrofico per la regione.
A mò di conclusione, troviamo opportuno raccontare una piccola storia: “Non molto tempo fa, un uomo buono immaginava che se gli uomini annegavano, ciò accadeva solo perché erano posseduti dall’idea della gravità. Che si togliessero questa rappresentazione dalla testa, ed ecco che ora sono al sicuro dal rischio dell’annegamento.” Questo brav’uomo, è dello stesso tipo degli spacconi vanagloriosi della macchina mediatica imperialista e dei suoi subordinati arabi, che credono, purtroppo, che i problemi del mondo arabo, come lo sviluppo sociale ed economico, l’analfabetismo, i diritti umani, le libertà, la democrazia, l’occupazione, il settarismo, i diritti delle minoranze, i diritti delle donne, ecc. saranno risolti una volta che il regime siriano sarà rovesciato.

Fida Dakroub – Dottore Ricercatore francese

Note
[1] A nostro avviso, un  media subordinato è un mezzo della disinformazione posto sotto il controllo di un altro media della disinformazione principale. Il soggetto non è in grado di fornire un messaggio coerente al di fuori da questa dipendenza. Per esempio: i media dei petrodollari arabi entrano in rapporto di subordinazione con i più importanti media occidentali.
[2] L’Eexpress.fr
[3] Chitour, Chems Eddine Le Grand Soir
[4] People Daily
[5] Le Post.fr
[6] Russia Today
[7] Marxists
[8] Michel Collon

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia: L’infinita ostilità americana

William Blum Anti-Empire Report 1 Luglio, 2011 Killinghope.org

Se potessi porre pubblicamente al nostro amato presidente una domanda, sarebbe questa: “Signor Presidente, nel breve periodo del suo incarico ha mosso guerra contro sei paesi – Iraq, Afghanistan, Pakistan, Somalia, Yemen e Libia. Ciò mi fa porre delle domande. Con tutto il rispetto: Cosa c’è di sbagliato in voi“?
I media americani ha fatto del loro meglio per rigettare o ignorare le accuse libiche secondo cui i missili NATO/USA hanno ucciso civili (persone che stavano proteggendo, presumibilmente), almeno fino al recente bombardamento “errato“, troppo evidente per essere nascosto. Ma chi nei media mainstream ha messo in discussione le accuse della NATO/USA che la Libia sparava e “massacrava” i civili libici pochi mesi fa che, ci è stato detto, sono la ragione per gli attacchi delle potenze occidentali? Non guardate ad al-Jazeera per delle domande del genere. Il governo del Qatar, che possiede il network, ha una profonda animosità verso il leader libico Muammar Gheddafi ed è esso stesso il principale propalatore delle storie sui “massacri” libici, così come ha un ruolo militare nella guerra contro Tripoli. I reportage di al-Jazeera sul tema sono stati così vergognosi, che ho smesso di guardare quella rete.
Alain Juppé, il ministro degli esteri della Francia, che è stata la forza trainante dietro gli attacchi contro la Libia, ha parlato al Brookings Institution di Washington, il 7 giugno. Dopo il suo discorso gli è stata posta una domanda dal pubblico, dall’attivista locale Ken Meyercord:
Un osservatore americano degli eventi in Libia ha commentato: ‘La prova non è stata convincente che una grande strage o genocidio fosse probabile o imminente.’ Quel commento è stato fatto da Richard Haas, presidente del nostro Council on Foreign Relations. Se il signor Haas ha ragione, e lui è un esperto, allora ciò che la NATO ha fatto in Libia è attaccare un paese che non minacciava nessuno; in altre parole, un’aggressione. Siete tutti preoccupati che la NATO provochi più morte e distruzione al popolo libico, che la Corte penale internazionale può decidere che voi e i vostri amici della Naked Aggression Treaty Organization dovreste essere perseguiti, piuttosto che il signor Gheddafi?”
Monsieur Juppé ha poi sottolineato, senza attribuirla, che qualcuno ha stimato che 15.000 civili libici erano stati uccisi dalle forze pro-Gheddafi. Per cui il signor Meyercord ha risposto: “Allora, dove sono i 15.000 corpi?” M. Juppé non è riuscito a rispondere a questo, anche se nel tumulto causato dalla prima domanda, non è certo che abbia sentito la seconda. (Per una contro-visione delle storie sul “massacro” libico, vedasi questo video.)
Va notato che, al 30 giugno, la NATO aveva compiuto 13.184 missioni (sortite) sulla Libia, 4.963 delle quali sono descritte come attacchi. È possibile trovare gli ultimi dati sul sito web Comando Alleato delle Operazioni.
Se una qualsiasi potenza straniera sparasse missili contro gli Stati Uniti, Barack Obama vedrebbe ciò come un atto di guerra? Se gli Stati Uniti che sparano centinaia di missili in Libia non è un atto di guerra, come Obama insiste (per evitare di dover dichiarare guerra, come richiesto dalla legge statunitense), allora il decesso causato dagli attacchi missilistici sono degli omicidi. Tutto qui. Non è né guerra né omicidio. Nella misura in cui c’è una differenza tra i due.
Va inoltre osservato che da quando Gheddafi è salito al potere nel 1969, non vi è quasi mai stato un periodo prolungato in cui gli Stati Uniti siano stati preparati a trattar con ogni rispetto, con lui e i molti cambiamenti positivi che ha istituito in Libia e in Africa. Per una storia di queste ostilità, incluse le menzogne continue e le campagne di terrore, vedasi il capitolo Libia del mio Killing Hope.

L’America e la sua costante ricerca dell’amore
Perché non possiamo “avere delle persone che ci amano, in questi paesi oppressi, invece che odiarci“.
-Presidente Dwight D. Eisenhower, in una riunione del Consiglio di Sicurezza Nazionale del marzo 1953 (1)
Gli Stati Uniti se lo stanno ancora chiedendo, e non sono più vicini a comprenderlo del Buon vecchio Ike di quasi 60 anni fa. I leader americani ancora credere a quello che osservò Frances Fitzgerald nel suo studio dei testi di storia americana: “In base a questi libri, gli Stati Uniti sono stati una sorta di Esercito della Salvezza del resto del mondo: nel corso della storia, non hanno fatto null’altro che distribuire benefici ai paesi poveri, ignoranti, malati … gli Stati Uniti hanno sempre agito in maniera disinteressata, sempre per i più alti dei motivi, hanno dato, mai preso“. (2)
Nel 2007 ho scritto questo report sui militari americani in Iraq:
Quasi mi dispiace per loro. Sono degli americani ‘volenterosi’, abituati a fare a loro modo, abituati a pensare se stessi come i migliori, e sono dannatamente frustrati, incapaci di capire “perché ci odiano”, perché non possiamo vincerli, perché non possiamo almeno spazzarli via. Non vogliono la libertà e la democrazia? … Sono dei bravi americani, che usano il buon vecchio ‘know-how americano e la saggezza di Madison Avenue, le campagne di vendita, le pubbliche relazioni, la pubblicità, la vendita del marchio americano, proprio come farebbero appena tornati a casa; impiegando psicologi e antropologi … e niente  aiuta. E come si può, se il prodotto che si sta vendendo è tossico, di per sé, fin dalla nascita, se state rovinando  totalmente la vita dei vostri clienti, senza riguardo per alcun tipo di legge o  morale, della salute o dell’ambiente.  Sono i bravi americani, abituati a giocare secondo le regole – le loro, e sono dannatamente frustrati.

Ecco ora la Cavalleria di Google cavalcare i suoi destrieri d’argento
Attraverso il suo think tank, Google Idee (o “pensare/riempire“), la società ha pagato 80 ex estremisti islamici, neo-nazisti, membri della gang degli Stati Uniti e altri ex-radicali per raccogliersi a Dublino, il 26-28 Giugno (“Summit Contro l’Estremismo Violento“, o SAVE) per esplorare come la tecnologia può giocare un ruolo nella “de-radicalizzazione” del mondo. Ora non è poi un ‘poter fare’ così ambizioso?
I “formatori“, come sono stati spacciati da Google, saranno circondato da 120 intellettuali, attivisti, filantropi e imprenditori. L’obiettivo è quello di sezionare il problema di cosa attira alcune persone, soprattutto giovani, nei movimenti estremisti e perché alcuni di loro li lasciano.
Il responsabile di questo progetto è Jared Cohen, che ha trascorso quattro anni nello staff della pianificazione la politica del Dipartimento di Stato, e sarà presto un membro aggiunto presso il Council on Foreign Relations (CFR), dedito alla lotta alla contro-radicalizzazione, innovazione tecnologica e alla politica statale. (3)
Quindi … è l'”estremismo violento“, questo grande mistero, l’obiettivo che tutti questi intellettuali devono capire. … Perché l’estremismo violento attrae tanti giovani in tutto il mondo? Oppure, più probabilmente importante per i tipi del Dipartimento di Stato e del CFR: Perché gli estremisti violenti individuano gli Stati Uniti come loro bersaglio principale?
I lettori di questo rapporto non hanno bisogno di essere illuminati su quanto riguarda la seconda domanda. C’è semplicemente una grande varietà di cose terribili che la politica estera statunitense ha fatto in ogni angolo del mondo. Per quanto riguarda ciò che attrae i giovani all’estremismo violento, considerate questo: Che cosa rende un milione di giovani americani disposti a recarsi in luoghi come l’Afghanistan e l’Iraq a rischiare la vita e gli arti, a uccidere altri giovani, che non gli hanno mai fatto loro alcun male, e a commettere atrocità e torture indicibili?
È questo non è un comportamento estremo? Non possono, questi giovani americani, essere chiamati “estremisti” o “radicali“? Non sono violenti? Gli esperti di Google capiranno il loro comportamento? Se no, come potranno mai capire gli estremisti islamici stranieri? Gli esperti sono pronti a esaminare il fenomeno sottostante – la profonda fede nell'”eccezionalismo americano” istillato in ogni cellula e ganglio nevralgico della coscienza americana dall’asilo in poi? Gli stimati esperti allora, si preoccuperanno di coloro che credono nell'”eccezionalismo musulmano“?

É solo questo! I leader americani hanno dei sentimenti!
Le critiche del presidente dell’Afghanistan, Hamid Karzai, verso le forze USA e NATO nel suo paese, diventano sempre cresce più accese e dirette, ogni settimana che passa. Recentemente, l’ambasciatore americano Karl Eikenberry è stato spinto a rispondergli: “Quando gli americani, che servono il proprio paese a caro prezzo – in termini di vite e di risorse – si sentono paragonati a degli invasori, si sentono dire che sono qui solo per far avanzare i propri interessi, e vengono presentati come brutali nemici del popolo afghano … sono pieni di confusione e cresce la delusione  per il nostro impegno qui. … cominciano a perdere l’ispirazione nell’andare avanti.”
Ciò certamente si può applicare a molti dei soldati sul campo. Ma oh, se solo i leader militari e politici americani potessero davvero sentirsi così offeso e insultati da quello che si dice su di loro e le loro molte guerre.
Eikenberry – che ha lavorato in Afghanistan per un totale di cinque anni come un generale dell’esercito americano e poi come ambasciatore – ha avvertito che se i leader afghani raggiungono il punto in cui “credono che stiamo facendo più male che bene“, quindi che gli americani possono “giungere a un punto che sentiamo che i nostri soldati e civili si chiedono se si sacrificano senza una giusta causa” e “il popolo americano chiederà che le nostre forze tornino a casa.”
Beh, se Eikenberry è veramente interessato, la BBC World News America/Harris Poll l’8 giugno ha trovato che il 52% degli americani crede che gli Stati Uniti dovrebbero muoversi per fare uscire le loro truppe dall’Afghanistan “ora“, con solo il 35% ritiene che le truppe dovrebbero restare, mentre un sondaggio del Pew Research Center di metà giugno, ha mostrato che il 56% degli americani è favorevole ad un ritiro “immediato“.
L’America non ha mai cercato di occupare una qualsiasi nazione del mondo“, l’ambasciatore ha continuato. “Siamo un popolo buono.” (4)
Che bello. Mi ricorda la Segretaria di Stato Madeleine Albright, dopo i 78 giorni di bombardamento del 1999, contro il popolo inerme della ex Jugoslavia, un crimine di guerra in gran parte autoistigata, quando ha dichiarato:. “Gli Stati Uniti sono buoni. Cerchiamo di fare il nostro meglio ovunque.” (5)
Questi adulti davvero credono a quello che esce dalle loro bocche? Does Mr. Il Sig. Eikenberry per davvero pensa che “l’America non ha mai cercato di occupare qualsiasi nazione del mondo“? Sessantasei anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti hanno ancora grandi basi in Germania e in Giappone, 58 anni dopo la fine della guerra di Corea, decine di migliaia di truppe delle forze armate americane continuano ad essere di stanza in Corea del Sud, per oltre un secolo, gli Stati Uniti hanno occupato Guantanamo Bay a Cuba, contro la fervente volontà del popolo cubano. E quale altro termine dovremmo usare per descrivere la presenza americana in Iraq da più di otto anni? E in Afghanistan da quasi dieci?
George W. Bush non ha avuto dubbi: Gli iracheni “non sono felici se  occupati“, ha detto. “neanche io sarei felice se fossi occupato.” (6)
Tuttavia, l’attuale leader repubblicano alla Camera, John Boehner sembra essere un vero credente. “Gli Stati Uniti non hanno mai proposto di istituire una base permanente in Iraq o altrove“, ha affermato qualche anno fa. (7)
Se gli americani del 18° secolo potettero risentirsi per l’occupazione da parte degli inglesi, quando molti degli americani erano loro stessi inglesi, allora quanto è più facile  capire il risentimento di iracheni e afghani verso gli occupanti stranieri.

Un estratto dal libro di memorie di William Blum degli anni 1960-1970: West-Bloc Dissident
Quello che i nostri nemici naturali non ci hanno fatto, naturalmente l’abbiamo fatto noi stessi, così come molti degli altri giornali e gruppi del movimento  underground negli anni ’60: disaccordi si propagarono, delle fazioni si formarono e, infine, una scissione colpì senza speranza l’organizzazione – la  sinistra tradizionale fece fuori la squadra.
Mettendola in termini più ampi, ci sono due specie di attivisti di queste grandi famiglie disfunzionali in cui continuano a rompersi le teste, qui, là, dappertutto. Possiamo chiamarli i “politicos” e gli “yippies” (sottospecie: di hippies, anarchici).
I politicos ripongono la loro fiducia nell’organizzazione e nell’intelletto – un movimento di massa, partiti politici di “avanguardia“, gerarchie e leader, grevi  incontri, ideologie e volantini, a volte dottrinari, usando parole e idee per convincere la grande classe media, se non la grande massa non convinta. Ci sono state teorie per giustificare queste tattiche, teorie basate sull’analisi di classe, presentate con annotazioni storiche che ne attestano la fattibilità; teorie che Norman Mailer paragonava in modo dispregiativo al “suono-della-logica-squadrata-del-prossimo-passo in alcuni programmi della nuova sinistra estrema“.
Gli yippies guardavano tutto questo con malcelata impazienza, disprezzo e incredulità. Ha detto un yippie ad un politico di allora: la vostra protesta è così ottusa, la  vostra retorica così noiosa, il vostro gioca di potere ideologico così antiquato…
Ascoltiamo Jerry Rubin, certamente il portavoce più articolate degli yippies:
Il bestione capelluto, che fuma marijuana, elude il programma e interrompe il traffico durante le manifestazioni è una dannata minaccia per il sistema più dei cosiddetti “politicos” con i loro volantini di sostegno al Vietcong e alla imminente rivoluzione della classe operaia. La politica è come vivete la vostra vita, non chi si vota o chi si sostiene.
Il conflitto politico più importante negli Stati Uniti per Rubin non erano le classi, ma “il conflitto generazionale”. “La rispettabile classe media dibatte su LBJ mentre cerchiamo di tirargli giù i pantaloni.”
È [la società americana] interessata alla riforma, o è solo interessata a eliminare il fastidio? Ciò che serve è una nuova generazione di fastidi. Una nuova generazione di persone fricchettone, folli, irrazionali, sexy, arrabbiate, irreligiose, infantili e pazze… persone che bruciano le patenti, le persone che bruciano banconote da un dollaro, le persone che bruciano Master e dottorati, persone che dicono: “Al diavolo i vostri obiettivi”, le persone che con orgoglio portano le bandiere dei Vietcong, le persone che ri-definiscono la realtà, che ri-definiscono le regole, gente che vede la proprietà come un furto, persone che dicono “fottiti” alla televisione, persone che rompono con il gioco dello status-ruolo-titolo-consumatore, le persone che hanno materialmente nulla da perdere, se non i loro corpi … Ciò che i socialisti come l’SWP e il Partito comunista, con la loro conversione del marxismo in una scienza naturale, non riescono a capire è che il linguaggio non radicalizza la gente – quello che cambia la gente è il coinvolgimento emotivo dell’azione.
Quasi nessuno, ovviamente, entra con precisione e unicamente in una di queste classificazioni, incluso Jerry Rubin. Gran parte della “linea di partitoyippies doveva essere presa metaforicamente, a meno che la propria alienazione avesse raggiunto il livello di uno alieno, mentre la maggior parte dei politicos erano indipendenti da qualsiasi partito politico.
Ray Mungo, uno dei fondatori del Liberation News Service, scrisse in seguito di LNS:
E’ impossibile per me descrivere la nostra “ideologia”, per noi semplicemente non ne avevamo, non abbiamo mai sottoscritto un codice di condotta o una Società Ideale chiaramente concettualizzata… E fu l’introduzione dell’ideologia formale nel gruppo che, alla fine, lo distrusse, o più propriamente lo divise in campi in aspramente in guerra.
Quando Mungo parla di “ideologia formale“, fa riferimento ai “politicos” che avevano aderito al LNS dalla sua nascita. Queste persone, che lui definisce “marxisti volgari“, in contrapposizione al suo campo “anarchico“… “credevano fervidamente nella “rivoluzione”, e lavoravano per essa – una rivoluzione basata su Marx e Lenin, Cuba e SDS e “la lotta”; e la gente era supportata solo sulla base di quello che valevano per la rivoluzione, e la maggior parte delle cose nella vita che erano puro piacevole comfort borghese, erano irrilevanti per il servizio notiziario, anche se non assolutamente vietate. … Il loro metodo di gestione del servizio notiziario era l’Assemblea e il Voto, la nostra era la Magia. Abbiamo vissuto, e viviamo, nella Magia, e devo dire che batte qualsiasi cosa sistemica.
Mungo vorrebbe far credere che l’ideologia è una “cosa” introdotta da “fuori“, come la tubercolosi, che è meglio evitare. Direi, comunque, che l'”ideologia” non è altro che un sistema di idee nella propria testa, consapevolmente o meno organizzate, che tenta di rispondere alle domande: Perché il mondo è così com’è? Perché la società è così com’è? Perché la gente è così com’è? E cosa si può fare per cambiare tutto questo? Per dire che non si ha nessuna ideologia, si avvicina pericolosamente a dire che non si ha opinioni su – e forse non interessa – tali questioni. Ray Mungo, credo, aveva una reazione esagerata verso le persone che ha visto come troppo sistemiche, e che non apprezzavano la sua “Magia“.
Così come sapevo istintivamente che non ero un quacchero o un pacifista, sapevo che non era un hippie, yippie o anarchico, il che non vuol dire che non ho potuto godere e anche partecipare ad alcune delle loro buffonate. Jerry Rubin ha sbagliato nel mio caso, come in molti altri – la lingua, parlata e stampata, aveva svolto un ruolo importante nella mia radicalizzazione; altrettanto indispensabile era stato il triste stato del mondo, ma era la lingua che mi aveva illuminato e presentato il triste stato del mondo e offerto le spiegazioni  del perché era così.
Durante la Rivoluzione Americana, il Common Sense di Thomas Paine, che fu venduto centinaia di migliaia di copie nei primi mesi del 1776, usava un linguaggio soffuso sia di ragione che di emozione, per sostenere con forza la causa dell’indipendenza, colpendo in maniera convincente uno dei maggiori ostacoli alla separazione: la venerazione americana per la regalità, e a sottolineare che, al di là della politica e della legalità del conflitto, le colonie erano fonti di profitto cui la corona non avrebbe mai rinunciato volontariamente. Questo messaggio ha chiarito la rivoluzione a migliaia di ribelli confusi, che discussero delle questioni di diritto con Londra.  Immaginate se Paine fosse stato un yippie invece di un politico – il suo messaggio principale potrebbe essere stato tirare giù i pantaloni del re.
Furono i politicanti del movimento che hanno tracciato il corso, continuando ad essere attivisti ben oltre gli anni ’60, mentre il bestione capelluto di Rubin e i tizi Magici di Mungo – mancando delle convinzioni dei loro coraggio – sarebbero stati più facili trovare, negli anni ’70, seduto a gambe incrociate, ai piedi dei guru di ultima moda, sondando relazioni interpersonali, invece che le relazioni internazionali, o in cerca dell’autorealizzazione attraverso il vegetarianismo, “la terra” o il Rolfing. Dagli anni ’80 si sono evoluto negli yuppies.

Note
1. New York Times, 10 Agosto 2003
2. Frances Fitzgerald, America Revised (1980), pp.129, 139
3. Foreign Policy, “State Department Innovator Goes to Google“, 7 Settembre 2010; Washington Post, 24 Giugno 2011
4. Washington Post, 19 giugno, 2011
5. Washington Post, 23 ottobre 1999
6. Washington Post, 14 Aprile 2004 ?
7. United Press International, 26 luglio 2007

http://www.killinghope.org/bblum6/aer95.html

William Blum è autore di:
Il libro nero degli Stati Uniti
Con la scusa della libertà
Rapporti dall’Impero
Alcune parti del libro possono essere lette, e copie firmate acquistate, su Killinghope.org
Precedenti Anti-Empire Report possono essere letti su questo sito.
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Traduzione di Alessandro Lattanzio – Aurora03.da.ru

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