Per la liberazione dei nostri connazionali e colleghi prigionieri a Baba Amr

Thierry Meyssan, Réseau Voltaire Homs (Siria) 25 Febbraio 2012

Diversi giornalisti sono trattenuti nella zona vicino a Baba Amr. Secondo i leader atlantisti, gli è vietato uscire dalle forze siriane che devasterebbero la roccaforte dei ribelli. Presente sul posto e testimone privilegiato dei negoziati, Thierry Meyssan fa un resoconto della realtà: i giornalisti sono prigionieri dell’esercito libero “siriano”, che li usa come scudi umani. Alla Mezzaluna Rossa siriana è stato impedito di evacuare i ribelli.

I nostri colleghi Marie Colvin (Sunday Times) e Rémi Ochlik (IP3 Presse) sono stati uccisi il 22 Febbraio 2012 nella zona dei ribelli all’interno di Homs. Secondo le agenzie di stampa occidentali che citano l’esercito libero “siriano”, sono state vittime dei bombardamenti del quartiere da parte delle forze di Damasco. Tuttavia, l’esercito nazionale ha fatto uso di lanciarazzi multipli per un periodo molto breve, per distruggere le postazioni di tiro, e mai dopo il 13 febbraio. Inoltre, se la città è stato colpita per 21 giorni, come indicato dalle agenzie di stampa, da tempo sarebbe poco più di un cumulo di rovine senza anima viva.
Almeno altri tre giornalisti sono ancora presenti nella zona dei ribelli: Edith Bouvier (Le Figaro Magazine), Paul Conroy e William Daniels (Sunday Times) e probabilmente un quarto di nazionalità spagnola.
In un video pubblicato su Internet, Edith Bouvier, che è stata ferita a una gamba, e William Daniels hanno chiesto un cessate il fuoco e la loro evacuazione in un ospedale in Libano. Immediatamente, un’intensa campagna mediatica è stata organizzata per loro, compresa la creazione di diversi gruppi su Facebook e le dichiarazioni roboanti di Alain Juppé.
Non c’è copertura GSM o G3 a Homs, e le linee telefoniche nella zona ribelle vengono tagliate.
Non sarà sfuggito a nessuno che se i giornalisti sono stati in grado di inviare un video per chiedere aiuto, è perché hanno beneficiato di un collegamento via satellite. E se non hanno potuto chiamare le loro famiglie, i loro datori di lavoro e le loro ambasciate, è perché coloro che controllano la connessione satellitare gliel’hanno rifiutato. Non sono liberi di muoversi, sono dei prigionieri.

La situazione militare
I generali siriani considerano la battaglia di Homs vinta dal 13 febbraio, e hanno riferito al presidente Bashar al-Assad che è terminata giovedì 23 febbraio alle 19.00.
La vittoria non ha lo stesso significato per i civili e per i militari. I primi sognano il ritorno a una vita pacifica. I secondi l’annunciano nello stesso modo con cui un chirurgo annuncia che  l’operazione è riuscita. Resta il fatto che la persona ferita ha ancora necessità di mesi di cure e di anni di riabilitazione. In particolare, la fine della battaglia per loro significa che i ribelli sono isolati in una zona completamente circondata e non rappresentano più un pericolo per il paese.
Le arterie principali della città sono state riaperte al traffico, ma sono irte di ostacoli per chilometri. Le auto non possono che avanzare che a zig-zag. La città, svuotata della stragrande maggioranza dei suoi abitanti, rimane una città fantasma.
La battaglia di Homs si è svolta in tre fasi:
I primi giorni alle truppe siriane è stato impedito di entrare nei quartieri ribelli con il lancio di missili anti-carro, soprattutto di missili Milan.
Poi, le truppe siriane hanno bombardato le postazioni di tiro anti-carro, a costo di significative perdite collaterali tra i loro concittadini, mentre i ribelli si sono ritirati nell’unica zona che hanno occupato.
Infine, le truppe hanno circondato la roccaforte dei ribelli, sono entrate e hanno cominciato a liberare ogni strada, una per una. Per evitare di essere attaccato al tergo, l’esercito siriano avanzava in linea, rallentando la sua progressione.
L’area circondata una volta era abitata da 40.000 persone. Oggi raccoglie un numero imprecisato di civili, per lo più anziani che non hanno potuto fuggire in tempo, e circa 2.000 combattenti dell’esercito libero “siriano”. Dietro questa etichetta, ci sono gruppi rivali divisi in due filoni principali: da un lato i takfiristi che non solo ritengono la democrazia incompatibile con l’Islam, ma anche che gli alawiti (come Bashar al-Assad) sono eretici e dovrebbero essere privati di ogni responsabilità politica nelle terre musulmane; dall’altro lato, dei detenuti che erano stati reclutati per rafforzare il cosiddetto esercito libero “siriano”. Queste bande, non venendo più pagate, hanno ripreso la loro autonomia e non seguono la stessa logica dei takfiristi. La maggior parte dei combattenti stranieri ha lasciato Homs prima dell’isolamento del bastione. Ora si sono riuniti a nord, nel distretto di Idlib.
Tutti i ribelli di Baba Amr hanno una notevole riserva di armi e munizioni, ma nella situazione attuale, non essendo più riforniti, finiranno prima o poi col doversi arrendere – ad eccezione di un intervento militare straniero -. I loro arsenali comprendono fucili da cecchino Dragunov con visori notturni e mortai da 80 e 120 mm, e grandi quantità di esplosivi. Hanno costruito dei magazzini negli scantinati e, talvolta nascondono le armi nelle fogne. Contrariamente a quanto è stato detto, tali reti fognarie sono troppo strette per consentirgli di circolare. Allo stesso modo, i tunnel che sono stati scavati nei giorni in cui disponevano della protezione dell’ex governatore di Homs, non sono più ventilati e non possono più essere utilizzati. L’ex governatore, nel frattempo, si è da tempo rifugiato in Qatar, dove si gode tranquillamente la ricompensa del suo tradimento.
La popolazione aveva sostenuto per un momento i ribelli, ma ora serve da scudo umano. I civili che desiderano fuggire vengono uccisi dai cecchini. Non hanno modo di ribellarsi, soprattutto perché la maggior parte è anziana.
Si potrebbe pensare che a medio termine, le divisioni nell’esercito libero “siriano”, la mancanza di sostegno popolare e la perdita della speranza nei rinforzi internazionali porterà una parte dei ribelli ad arrendersi. Tuttavia, i takfiristi potrebbero decidere di combattere fino alla morte.
Per ora, i ribelli hanno impedito ai civili di fuggire dalla propria area e fanno esplodere le case vuote, a un ritmo di circa una dozzina al giorno. Inoltre, commando situati al di fuori dell’area sigillata, molestano gli insediamenti dell’esercito regolare per disorganizzarlo e allentare l’assedio.  Usano soprattutto autobombe, cosa resa possibile dalla riapertura delle strade, e ciò spiega la presenza degli ostacoli.
Baba Amr non è bombardata. L’unico bombardamento che subisce, sono i colpi di mortaio dei ribelli contro l’esercito nazionale.

La situazione dei giornalisti
I giornalisti nella zona ribelle sono raggruppati in un solo appartamento, chiamato “media center”, la cui precisa ubicazione è sconosciuta.
Sono entrati illegalmente in Siria, quando avrebbero tutti potuto chiedere ed ottenere un visto per la stampa, ad eccezione di quelli con cittadinanza israeliana, a causa dello stato di guerra tra i due paesi.
Il loro viaggio ad Homs è stato organizzato da una singola filiera, o dal nord del Libano o dalla Turchia meridionale. Questo filiera svolge il ruolo di Ufficio Relazioni con il Pubblico dell’esercito libero “siriano”. E questa che li ha messi in contatto con coloro che li ospitano, e la cui identità non è chiara.
Venerdì 24, la Croce Rossa Internazionale e la Mezzaluna Rossa siriana hanno negoziato con l’esercito libero “siriano” tramite l’ufficio della Mezzaluna Rossa che opera all’interno della sacca.  Hanno ottenuto il permesso di entrare nella zona con le ambulanze per rimpatriare i corpi dei due giornalisti morti, e di evacuare i giornalisti che fossero rimasti feriti o illesi. Tuttavia, all’ultimo momento, i giornalisti si sono rifiutati di partire, temendo di essere vittime di una trappola tesa dalle autorità di Damasco. Anzi, sono stati convinti dai loro colleghi francesi, che hanno lasciato la scena prima della chiusura della sacca, che il governo siriano farebbe di tutto per eliminarli. Inoltre, avendo accesso solo ai canali televisivi satellitari della NATO e del GCC, sono convinti che gli scontri di cui sono vittime non si limitano al loro quartiere, ma si estendano a tutta la Siria.
Al momento di partire, essendo vuote le ambulanze, alla Mezzaluna Rossa siriana è stato permesso di evacuare ventisette civili, malati o feriti, che sono stati trasportati nell’ospedale al-Amin di Homs (nella parte liberata della città). L’ufficio di Londra della Fratellanza Musulmana, noto come Osservatorio siriano dei diritti dell’uomo, secondo cui gli ospedali sono diventati centri di tortura, ha diffuso la voce che alcuni di questi feriti sono stati poi arrestati dalla polizia siriana. Dopo un’inchiesta, la Mezzaluna Rossa ha detto che queste accuse sono assolutamente false.
Sabato 25, la Croce Rossa Internazionale e la Mezzaluna Rossa hanno chiesto l’autorizzazione dell’esercito libero “siriano” di rientrare nella zona. Presente sul posto, mi sono messo a disposizione delle autorità per facilitare l’estrazione dei miei concittadini e dei miei colleghi. I negoziati sono durati oltre quattro ore. Alcuni Stati, come la Francia, sono stati tenuti informati degli eventi.
Dopo vari colpi di scena, gli ufficiali dell’esercito libero “siriano” hanno ricevuto istruzione via satellite di rifiutare. Le loro comunicazioni cifrate con i superiori arrivano a Beirut, dove vengono  trasmessi via Beirut. De facto, i giornalisti sono usati come scudi umani ancor più efficaci dei civili, temendo i ribelli un assalto finale delle forze siriane.
Pertanto, i giornalisti sono ora prigionieri dei manovratori dell’esercito libero “siriano”, gli stessi a cui gli “Amici” della Siria, che si sono incontrati nella conferenza a Tunisi, hanno chiesto di sostenere, finanziare e armare.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le truppe di Assad sempre più vicine ai mercenari stranieri

Saeed Naqvi Sunday Guardian 19 febbraio 2012
Saeed Naqvi è un Distinguished Fellow presso la Observer Research Foundation ed è un giornalista.
 
Una caratteristica della crisi siriana, che deve piacere a chi cerca apertamente la cacciata del regime, è che si sta rivelando un percorso lungo. Così lungo, infatti, che il mondo sta cominciando a sviluppare l’amnesia in merito alla questione palestinese. Questo deve essere uno stato di cose abbastanza felice per alcuni. Ciò fornisce certamente sollievo, una digressione che potenzialmente può tenere l’attenzione lontana da temi imbarazzanti, anche se i burattinai improvvisano una crisi dopo l’altra.
Ora ci sono giornalisti, traghettati in Siria da contrabbandieri affidabili, che testimoniano “il terrorismo transfrontaliero” da Turchia, Iraq, Giordania, Libano alla Siria. La risposta “brutale” siriana fa notizia, ma “il terrorismo transfrontaliero” no. L’espressione deve essere raccolta almeno a New Delhi.
I governi a volte operano in segreto e attutiscono le loro risposte. Ma il terrorismo transfrontaliero non fa eco neanche nei media indiani e in coloro che credono di attivare un discorso pubblico. Infuria il dibattito negli Stati Uniti, se assassinare gli scienziati iraniani abbia uno scopo utile. Ma l’intellighenzia, in questa madre della civiltà, non esprime stupore sulla dimensione etica se l’organizzare l’assassinio degli scienziati sia giusto o sbagliato, non c’è in nessuna parte del discorso. Questo stato di cose è un miglioramento della descrizione di Anthony Trollope di un colono della Tasmania che, alla domanda chi avrebbe ucciso prima se avesse visto un serpente e un aborigeno, ha risposto con candore stupefacente, “La questione non dovrebbe sorgere“?
Già, la storia siriana ha avuto molti colpi di scena sconvolgenti. La Lega Araba invia una missione in Siria, ma la sua relazione è nascosta perché il capo “sudanese” della missione è troppo “equilibrato” tra la  brutalità di Stato e la violenza dei manifestanti. Che gli operativi di al-Qaida e dei taliban di Libia, Afghanistan e Pakistan abbiano trovato la loro strada per la Siria, viene riferito anche in Occidente. Ma i taliban dal Qatar? Il Qatar è un hub per il dialogo con i taliban, anche se ha iniziato a sdoppiarsi in un centro di reclutamento per le operazioni in Siria? Se è così, queste operazioni hanno la benedizione dalla più alta autorità di al-Qaida, Ayman al-Zawahiri.
In altre parole, Stati Uniti, Europa, Israele, Arabia Saudita, Qatar sono apertamente in compagnia di al-Qaida in Siria. Lanciare una guerra globale contro il terrorismo in Afghanistan e in Pakistan e infilare al-Qaida in nuovi teatri come la Libia e la Siria! Suppongo, la guerra globale al terrore verrà reindirizzata in questi teatri, una volta che l’Afghanistan e il Pakistan saranno stati ripuliti – una sorta di seconda fase di un’operazione in due tempi.
Bana kar mitana
Mita kar banane
(Costruisci, distruggi, costruisci di nuovo).
Nel frattempo, il gioco siriano è stato immensamente complicato dalla visita del Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov a Damasco, insieme al personale d’intelligence russo. La prova fotografica è stata paragonata al di fuori di tutta la massa del dissenso violento in Siria. Evidentemente, Bashar al-Assad ha ricevuto il termine di una quindicina di giorni entro cui “ripulire” tali centri di ribellione, come Homs, non lontano dal confine con il Libano.
Lo spionaggio correlato alla diplomazia sta procedendo in parallelo alle operazioni ad Homs. Ad esempio, i nove pellegrini iraniani catturati dai ribelli mentre viaggiavano da Aleppo ad Hama per il santuario di Zainab, a Damasco. All’incirca nello stesso tempo, l’esercito siriano ha arrestato 49 soldati turchi. Ankara ha chiesto a Teheran di organizzare la loro liberazione. Il Ministro degli Esteri turco, Ahmet Davutoglu si precipitava a Mosca per chiedere aiuto. Per facilitare lo scambio l’esercito libero siriano (un camuffamento dei ribelli) ha rilasciato i pellegrini iraniani sul lato turco del confine. I pellegrini hanno fatto ritorno a Teheran.
Una situazione infinitamente più grave è sorta in una zona di Homs, dove mercenari e forze speciali stranieri sono circondati dall’esercito siriano. Piuttosto che bombardare la zona di Baba Amro, la strategia siriana punta a catturare vivi gli stranieri e a ribaltare la situazione nella guerra mediatica occidentale. Un indizio circa la veridicità di questa storia è venuto dal ministro degli esteri francese Alain Juppé, che sta cercando l’aiuto della Russia per creare “corridoi umanitari” con cui consentire l’accesso ai “civili intrappolati dalle violenze“. In effetti, lo sforzo sui “corridoi” include l’idea di una nuova risoluzione del Consiglio di sicurezza, a cui l’occidente sta cercando di legare i russi.
I siriani, nel frattempo, stanno mantenendo i loro occhi sull’orologio e si affrettano lentamente a stringere il cordone sulla località di Baba Amro, presso Homs. Con altre buone notizie per loro, le fonti giordane confermavano l’arresto da parte dell’esercito giordano di sette terroristi che s’infiltravano in Siria. 
 
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Nuovi gasdotti in costruzione nel Maghreb e Sahel

La strategia del governo franco-israeliano dei finti gruppi GIA/AQIM/GICM/LIFG nel Maghreb e Sahel completamente svelata

La DCRI ha creato AQMI, utilizzando gli harki controllati dal DRS, assieme alla feccia ebraica sionista della kabyla Tewfik, passata sotto la bandiera statunitense, e del suo ‘apprendista’ Kherfi. La DCRI, che non è altro che il Mossad e la Gestapo del CRIF di Parigi, ha preso il controllo di Boko Haram in Niger, e la Francia ha installato una pesante presenza militare, con la cattura di falsi ostaggi francesi, quale  scusa per ri-colonizzare l’intera area. Alain Juppé ha svelato la strategia franco-israeliana di liquidazione e divisione del Maghreb-Sahel durante la sua recente visita in Nigeria. ‘Offrendo aiuti’ al presidente nigeriano Jonathan Goodluck, egli stesso prigioniero degli israeliani che già lavorano a una divisione della Nigeria in due paesi, come il Sudan.
Diversi studi sull’identità degli ‘emiri di AQMI’ hanno portato a conclusioni definitive, gli ‘emiri’ di AQMI non sono quelli che i servizi francesi e i loro harki del DRS algerino pretendono siano, come è stato mostrato per la GIA. Così, l’emiro Abdelhamid Abu Zeid, si chiama Ghadir Mohamed, e non Abid Hamadou come sostengono gli ‘esperti di terrorismo del Sahel’ come l’Interpol o la DCRI, che hanno messo nella loro lista rossa delle persone attivamente ricercate. I falsari dei servizi franco-algerino-israeliani hanno usato il fatto che entrambi avessero lo stesso percorso:
– I due erano in origine dei ‘contrabbandieri’ e si erano uniti al Fronte Islamico di Salvezza per diversi scopi, ‘infiltrazione’ o ‘affari’.
– Entrambi avevano lo stesso profilo: un fratello e due cugini che si sono alleati con loro e si sono uniti ai ‘gruppi armati’.
Le famiglie dei due hanno fornito foto e confermato che Ghadir Mohamed era bianco, nato nella regione di Debdeb, vicino al confine libico, mentre Abid Hamadou detto Abu Zeyd, è nero ed è nato a Touggourt nel dipartimento di Ouargla.
Abid Hamadou morì sotto i colpi dell’esercito franco-algerino dell’israelita Nezzar, nel Sahara, negli anni ’90, ma la sua morte non è stato registrata dai servizi israelo-franco-algerini, che ne hanno usato l’identità per creare AQMI, che non è in realtà affatto presente sul terreno, come il GIA, il cui primo emiro Layada ha apertamente confermato che  Francia-Israele sostengono finanziariamente e militarmente per combattere il FIS e seminare la guerra civile.
Confrontare le prove e le fotografie dei due uomini alle loro madri, con quella dell’ex ostaggio francese Pierre Camatte, rapito il 25 novembre 2009. Camatte, rilasciato nel febbraio 2010, ha aiutato a svelare la vera identità del celebre Abu Zeid con l’aiuto della foto che gli venne presentata. La DCRI è stata smascherata, rivelando la frode del servizio francese. Questo è noto a tutti gli ‘specialisti’, ma l’ordine ai media francesi proibisce di parlarne.
Per ricolonizzare la regione del Maghreb-Sahel, con il pretesto del terrorismo e dei falsi sequestri di persona, in una prima fase, ha il fine di ripristinare basi operative militari ufficiali nella regione del Maghreb-Sahel. Quindi utilizzare ‘le rivoluzioni arabe’, come in Libia, come fattore di destabilizzazione dell’intera regione. Così la DCRI prevede di utilizzare la Libia come copertura per organizzare attentati in Europa, Squarcini e Netanyahu fallirono nel 2008 nel far saltare una centrale nucleare a Lione. Per una terza fase per riprendersi il pieno controllo di questa regione, da parte della NATO e dei suoi generali maghrebini arabi, di cui il Qatar avrà il comando operativo, c’è la famosa NATO araba.
Dopo la guerra in Libia, “l’AQMI non esiste più’, ha assunto una dimensione più ‘europea’ ed è deliberatamente armata e finanziata dalla NATO.
Un “flusso massiccio di armi” dalla Libia viene recuperato da ‘Al-Qaida nel Maghreb islamico’, capirete il DRS-DCRI della Francia-Israele. La Libia era un paese super-attrezzato e super-armato, e tutto l’arsenale (del regime del colonnello Muammar Gheddafi) o una gran parte, è scomparsa ed è finita sugli assi del Sahel.
Un flusso massiccio di armi ha lasciato la Libia sotto la protezione della NATO. Falsi gruppi armati, in realtà contrabbandieri e trafficanti di droga, insieme alla CIA e ai narcotrafficanti colombiani, che fanno atterrare i loro aerei nel Sahel. L’Algeria, che condivide con la Libia circa un migliaio di chilometri di confine, ha anche ‘denunciato’ il flusso di armi dalla Libia, con l’obiettivo di creare una guerra civile e continuare l’instabilità nella regione.
Mali e Mauritania, che sono gestite dalla DCRI, con dei colpo di stato, sono tra i paesi più colpiti dalle attività di questi finti gruppi, assieme al Niger e all’Algeria.
L’esercito mauritano, difatti l’esercito francese, interviene regolarmente in Mali, con il cosiddetto accordo di Bamako, a ‘caccia degli elementi di AQMI’, in realtà un tentativo di delineare zone militari di esclusione attorno alla zone ricche di idrocarburi e delle nuove zone petrolifere ritrovate in Niger, delle aree minerarie di uranio, silicio e fosforo, e per preparare la costruzione di nuovi gasdotti dall’Algeria, al Niger, alla Costa d’Avorio e alla Nigeria. Entrambi i paesi sono stati destabilizzati per consentire la disposizione dei futuri gasdotti e  oleodotti sotto controllo militare occidentale.
Comprendiamo meglio come il governo francese e la NATO abbiano consapevolmente ‘armato AQMI’ finanziando e armando il CNT libico, controllato dall’AQMI stessa, ma col ramo statunitense della CIA. Così la falsa minaccia del terrorismo è una copertura di questa gigantesca truffa che sono le ‘rivoluzioni arabe’, che mirano a incanalare l’energia verso gli Stati Uniti dal Sud e verso l’Europa e dal Nord, e a dominare Africa del Nord e il Sahel con l’imposizione di nuovi pupazzi arabi della NATO, come i generali d’Israele Ammar, Lamrani e Hiftar, il colonnello Riad al-Assad, ai popoli arabi e africani attraverso il politica degli Stati Uniti del ‘Grande Medio Oriente’ e quella europea del PEV ‘Politica europea di vicinato’. Le agende si fondono davanti ai nostri occhi …

Abu Suleyman – Islamic-Intelligence

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Menzogne e Verità sulla Siria

Thierry Meyssan Réseau Voltaire Damasco (Siria) 27 novembre 2011

Da otto mesi, i leader occidentali e qualche media pubblico sostengono una guerra in Siria. Le accuse estremamente gravi che portano contro Assad, intimidiscono coloro che mettono in dubbio la validità di un nuovo intervento militare. Tutti? No, perché, con il sostegno del Réseau Voltaire, alcuni sono giunti a verificare, ed hanno potuto misurare l’entità della propaganda della NATO. Thierry Meyssan fa il punto sullo stato della guerra mediatica.

Nel 1999, durante la guerra del Kosovo, il Réseau Voltaire s’indignò per il fatto che la Francia potesse entrare in guerra a fianco della NATO, senza un voto dell’Assemblea Nazionale, con la complicità passiva dei presidenti dei gruppi parlamentari. Abbiamo considerato che il rifiuto del Presidente e del Primo Ministro di tenere una discussione vera, auspicasse l’opacità con cui questa guerra sarebbe stata condotta. Così abbiamo preso l’iniziativa di pubblicare un bollettino quotidiano sul conflitto. Essendo i siti web del governo serbo distrutti immediatamente dall’Alleanza Atlantica, non potemmo avere accesso alla versione serba di eventi. Altrimenti, ci abbonammo alle agenzie di stampa della regione (croata, bosniaca, greca, cipriota, turca, ungherese, ecc.). Durante il conflitto, abbiamo presentato quotidianamente una sintesi della conferenza stampa della NATO a Bruxelles, e una sintesi delle testimonianze di giornalisti dei paesi rivieraschi, paesi a volte con pesanti conflitti con la Serbia, ma i cui governi condividevano loro la stessa narrazione degli eventi. A mano a mano che il tempo passava, la versione della NATO e quella dei giornalisti locali si allontanavano, fino a non avere nulla in comune. Alla fine, si avevano due storie radicalmente differenti.  Non abbiamo avuto modo di sapere chi stesse mentendo e se una delle due fonti avesse ragione. I nostri ebbero l’impressione di diventare schizofrenici, soprattutto perché i media riferivano solo la versione occidentale della NATO e, quindi, i nostri lettori non poterono confrontare le due versioni parallele che leggevamo. Abbiamo continuato questo esercizio di stile nel corso dei tre mesi di combattimenti. Quando le armi tacquero e colleghi e amici furono in grado di andare lì, videro con stupore che non c’era “propaganda da entrambi i lati.”  No, la versione della NATO era completamente falsa, mentre i giornalisti locali avevano del tutto ragione. Nei mesi che seguirono, le relazioni parlamentari in diversi Stati membri dell’Alleanza stabilirono i fatti. Molti libri apparvero sul metodo sviluppato dal consulente per i media di Tony Blair, che ha permesso alla NATO di manipolare tutta la stampa occidentale: lo “story telling“. E’ possibile avvelenare tutti giornalisti occidentali e nascondergli i fatti, se a loro si racconta una storia per bambini, a condizione che non interrompano la narrazione, di caricarle di riferimento che risveglino emozioni distanti e di mantenerne la  coerenza.
Non ho avuto il riflesso di correre in Serbia prima della guerra e non ho potuto farlo quando le armi parlavano. Al contrario, caro lettore, io sono ora in Siria, dove ho avuto il tempo di investigare e dove  scrivo questo articolo. In piena consapevolezza, posso dire che la propaganda della NATO è ora in azione verso la Siria come lo era verso la Serbia.
L’Alleanza ha cominciato a raccontare una storia sconnessa dalla realtà, che mira a giustificare un “intervento militare umanitario”, secondo l’ossimoro blairiano. Il parallelo finisce lì: Slobodan Milosevic è stato un criminale di guerra che si è cercato di presentare come un criminale contro l’umanità, per smembrarne il paese, Bashar al-Assad è un resistente all’imperialismo e al sionismo, che sostiene Hezbollah quando il Libano fu attaccato, e supporta Hamas e la Jihad islamica, nella loro ricerca per la liberazione della patria palestinese.

Quattro bugie della NATO
1. Secondo la NATO e i suoi alleati nel Golfo, delle manifestazioni di massa avrebbero avuto luogo per otto mesi in Siria, per chiedere maggiore libertà e la caduta del presidente Bashar al-Assad.
Non è vero. Ci sono stati, in alcune città, delle dimostrazioni contro il presidente Bashar al-Assad su chiamata di predicatori sauditi ed egiziani che parlavano su al-Jazeera, ma hanno raccolto in totale, al massimo, solo 100000 persone. Non chiedono più libertà, ma l’istituzione di un regime islamico. Chiedevano le dimissioni del presidente al-Assad, non a causa della sua politica, ma perché questi manifestanti si rifanno a una setta sunnita, il takfirismo, e accusano Assad di essere un eretico (è alawita) usurpando il potere in un paese musulmano, che non può legittimamente essere governato che da un sunnita della loro scuola teologica.

2. Secondo la NATO e i suoi alleati nel Golfo, il “regime” avrebbe risposto disperdendo la folla con pallottole vere, uccidendo almeno 3.500 manifestanti dall’inizio dell’anno.
Non è vero. In primo luogo, non può esservi alcune soppressione di manifestazioni inesistenti. Poi, all’inizio degli eventi, le autorità si resero conto che stavano cercando di provocare scontri settari in un paese dove la laicità è la spina dorsale dello Stato fin dall’ottavo secolo. Il presidente Bashar al-Assad, quindi, non ha permesso alle forze di sicurezza, polizia ed esercito, di usare le armi da fuoco in ogni circostanza in cui i civili potessero essere feriti. Questo serve a prevenire che feriti, o anche deceduti, di un credo particolare, fossero strumentalizzati per giustificare una guerra di religione. Tale divieto è rispettato dalle forze di sicurezza a rischio della vita, come vedremo. Per quanto riguarda i morti, non sono che meno della metà.  La maggior parte non sono civili, ma soldati e poliziotti, e ho potuto vederlo visitando gli ospedali e gli obitori, civili e militari.

3. Dopo che siamo riusciti a rompere il silenzio e ad ottenere che i grandi media occidentali segnalassero la presenza in Siria, di squadroni della morte dall’estero, di imboscate contro l’esercito e di assassini ci civili nel cuore delle città, la NATO e i suoi alleati nel Golfo hanno segnalato la presenza di un esercito di disertori. Secondo essi, dei militari (ma non poliziotti) che hanno ricevuto l’ordine di sparare sulla folla, si sarebbero ribellati. Si sarebbero dati alla macchia e istituito il libero esercito siriano, già forte di 1500 uomini.
Non è vero. I disertori sono solo poche decine, che fuggirono in Turchia dove sono sotto la supervisione di un ufficiale del clan Hakim Rifaat al-Assad/Abdel Khaddam, pubblicamente legato alla CIA. Vi sono, al contrario, sempre più ribelli, dei giovani che si rifiutano di fare il servizio militare, spesso sotto la pressione dalle loro famiglie, che per decisione personale. Infatti, i soldati che cadono in un’imboscata non hanno alcun diritto di usare le loro armi per difendersi, se dei civili sono presenti sul posto. Devono pertanto sacrificare la loro vita, se non sono in grado di fuggire.

4. Secondo la NATO e i suoi alleati nel Golfo, il ciclo rivoluzione/repressione ha dato modo di iniziare una “guerra civile“. 1,5 milioni di siriani, intrappolati, soffrirebbero la fame. Si dovrebbero quindi organizzare “corridoi umanitari” per fornire aiuti alimentari e permettere ai civili che lo vogliano, di fuggire dalla zone di combattimento.
Non è vero. Dato il numero e la crudeltà degli attacchi degli squadroni della morte dall’estero, i profughi sono pochi. La Siria è autosufficiente nella produzione agricola, che non è scesa in modo significativo. Al contrario, la maggior parte degli agguati si svolgono sulle strade principali, queste sono spesso interrotte. Inoltre, quando gli attacchi si verificano nei centri delle città, i commercianti chiudono i negozi immediatamente. Ciò si traduce in gravi problemi di distribuzione, anche per il cibo. Il vero problema è altrove: le sanzioni economiche hanno causato un disastro. Mentre la Siria aveva, durante il decennio, una crescita intorno al 5% all’anno, non può più vendere il suo petrolio all’Europa occidentale, mentre l’industria del turismo è colpita. Molte persone hanno perso lavoro e reddito. Fanno risparmi su tutto. Il governo sostiene e procede alla distribuzione gratuita di olio combustibile (per il riscaldamento) e di cibo. In queste condizioni, sarebbe meglio dire che se il governo al-Assad non intervenisse, in Siria 1,5 milioni di persone soffrirebbero di malnutrizione a causa delle sanzioni occidentali.
In definitiva, mentre siamo nella fase della guerra non convenzionale, con l’invio di mercenari e di forze speciali per destabilizzare il paese, la narrazione dalla NATO e dei suoi alleati nel Golfo è già significativamente lontana dalla realtà. Questo divario si allargherà sempre più.
Per ciò che vi riguarda, caro lettore, non avere motivo di credermi più che della NATO, non essendo voi stessi sul posto. Tuttavia, disponete di diversi elementi che vi dovrebbero mettere la pulce nell’orecchio.
Quattro prove accuratamente nascoste dalla NATO:

1. Si potrebbe pensare che le accuse sulla presunta repressione e il numero delle vittime siano state accuratamente verificate. Niente affatto. Hanno avuto origine da una singola fonte: Osservatorio siriano dei diritti dell’uomo, con sede a Londra, i cui leader chiedono l’anonimato. Qual è il valore della gravità delle accuse, se non sono sottoposte a un controllo incrociato, e perché istituzioni come l’Alto Commissario per i Diritti Umani e le Nazioni Unite, le riprendono senza controllarle?

2. Russia e Cina hanno posto il veto a una bozza risoluzione del Consiglio di Sicurezza che apre la strada a un intervento militare internazionale. I leader politici della NATO ci dicono, ci spiace, i russi proteggono la loro base navale a Tartus e i cinesi faranno di tutto per racimolare alcuni barili di petrolio.  Dovremmo accettare l’idea manichea che Washington, Londra e Parigi sono guidati da buoni sentimenti, mentre Mosca e Pechino sono essenzialmente egoisti e insensibili al martirio di un popolo? Come non notare che Russia e Cina hanno molto meno interesse nel difendere la Siria, che gli occidentali a distruggerla?

3. È alquanto strano vedere la coalizione degli stati cosiddetti benintenzionati. Come non notare che i due principali contribuenti alla Lega Araba e promotori della “democratizzazione” della Siria, Arabia Saudita e Qatar, sono dittature vassalle degli Stati Uniti e del Regno Unito? Come non chiedersi quanto l’Occidente – che ha appena distrutto in successione l’Afghanistan, l’Iraq e la Libia, uccidendo più di 1,2 milioni di persone in dieci anni, e che mostra quanto poco in conto tengano la vita umana – sia credibile quando sventola la bandiera umanitaria?

4. In particolare, per non essere manipolati sugli eventi in Siria, si dovrebbe entrare nel giusto contesto. Per la NATO ed i suoi alleati nel Golfo, i cui eserciti hanno invaso lo Yemen e il Bahrain al fine di schiacciare nel sangue le manifestazioni, la “rivoluzione siriana” è un’estensione della “primavera araba“: i popoli della regione aspirano alla democrazia di mercato e al comfort della American Way of Life. Invece, per i russi e i cinesi, come i venezuelani e i sudafricani, gli eventi in Siria sono la continuazione del “rimodellamento del Medio Oriente allargato” annunciato da Washington, che ha già ucciso 1,2 milioni di morti e che chiunque si preoccupi della vita umana, dovrebbe fermare. Si ricordano che il 15 settembre 2001, il presidente George W. Bush programmò sette guerre. La preparazione di un attacco alla Siria iniziò formalmente 12 dicembre 2003, con il passaggio della Syrian Accountability Act sulla scia della caduta di Baghdad. Da allora, il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama oggi, può ordinare di attaccare la Siria e non è necessario che si presenti davanti al Congresso prima di aprire il fuoco. Pertanto, la questione non è se la NATO ha trovato una giustificazione divina per andare in guerra, ma se la Siria trova una via d’uscita da questa situazione, come è stata in grado di sfuggire a tutte le accuse diffamatorie e a tutte le insidie precedenti, come l’assassinio di Rafik Hariri e il raid israeliano contro un’immaginaria centrale nucleare militare.

I media occidentali testimoniano
Alla fine di questo articolo, vorrei dirti, caro lettore, che la Rete Voltaire ha facilitato un viaggio stampa organizzato su iniziativa del Centro cattolico d’informazione dei cristiani d’Oriente, come parte dell’apertura ai media occidentali annunciata dal presidente al-Assad alla Lega araba. Abbiamo aiutato i giornalisti mainstream a viaggiare nelle zone degli scontri. I nostri colleghi hanno dapprima malvisto la nostra presenza al loro fianco, sia perché erano prevenuti verso di noi e perché pensavano che stavamo cercando di fargli il lavaggio del cervello. Successivamente, sono stati in grado di vedere che siamo persone normali e che pur scegliendo il nostro campo, non rinunciamo al nostro spirito critico. Alla fine, benché siano fermamente convinte della bontà della NATO e non condividano il nostro impegno anti-imperialista, hanno visto e sentito la verità. Onestamente, hanno  riportato le azioni di bande armate che terrorizzano il Paese. Naturalmente, hanno rinunciato a contraddire apertamente la versione atlantica e hanno cercato di conciliare ciò che hanno visto e sentito con quella, e questo ha portato a volte a contorsioni intorno al concetto di ‘guerra civile’ tra l’esercito siriano e i mercenari stranieri. Tuttavia, i rapporti della Radio e Televisione belga (RTBF) e de La Libre Belgique, per citarne alcuni, dimostrano che, dopo otto mesi, la NATO maschera le azioni degli squadroni della morte e che attribuisce falsamente i loro crimini alle autorità siriane.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il progetto Eurasiatico, una minaccia al Nuovo Ordine Mondiale

Elena Ponomareva Strategic Culture 09/10/2011

Si potrebbe essere tentati di considerare il documento del premier russo Vladimir Putin, “Un nuovo progetto per l’integrazione del Eurasia: Il futuro in divenire“, che è stato pubblicato sulle Izvestia del 3 ottobre 2011, come un programma tracciato sommariamente da un concorrente delle elezioni presidenziali; ma dopo un controllo, sembra essere solo una parte di un quadro più ampio. L’articolo di opinione, ha momentaneamente acceso ampie polemiche in Russia e all’estero, ed ha evidenziato lo scontro di posizioni in corso sullo sviluppo globale…
Indipendentemente dalla interpretazione dei dettagli, la reazione dei media occidentali al progetto di integrazione presentato dal premier russo, è uniformemente negativo e riflette con estrema chiarezza una ostilità aprioristica verso la Russia e le iniziative che avanza. Mao Zedong, però, era solito dire che affrontare la pressione dei propri nemici è meglio che essere in una condizione in cui non si preoccupano di tenerti sotto pressione.
Aiuta a capire perché, al momento, i titoli in stile Guerra Fredda spuntano costantemente sui media occidentali e perché la recente presentazione dell’integrazione eurasiatica di Putin, è percepita dall’Occidente come una minaccia. La spiegazione più ovvia è che, se attuato, il piano diverrebbe  una sfida geopolitica al nuovo ordine mondiale, al dominio della NATO, del FMI, dell’Unione europea e degli altri organismi sovranazionali, e al primato palese degli Stati Uniti. Oggi, una sempre più assertiva Russia suggerisce, ed è pronta ad iniziare a costruire, un’ampia alleanza basata su principi che forniscono una valida alternativa al neoliberismo e all’atlantismo. E’ un segreto di pulcinella, che in questi giorni l’Occidente sta mettendo in pratica una serie di progetti geopolitici di vasta portata, per riconfigurare l’Europa sulla scia dei conflitti balcanici e, sullo sfondo della crisi provocata in Grecia e a Cipro, assemblare il Grande Medio Oriente sulla base di cambiamenti di regime in serie, in tutto il mondo arabo e, come progetto relativamente nuovo, la realizzazione del progetto per l’Asia, il cui recente disastro in Giappone, è stata una fase attiva.
Nel 2011, l’intensità delle dinamiche geopolitiche è senza precedenti dal crollo dell’Unione Sovietica e del blocco orientale, con tutti i principali paesi e organismi internazionali che vi contribuiscono. Inoltre, l’impressione attuale è che la forza militare, in qualche modo, sia diventata uno strumento legittimo nella politica internazionale. Solo pochi giorni fa, Mosca ha attirato una  valanga di critiche dopo aver posto il veto alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che potrebbe autorizzare la replica dello scenario libico in Siria. Come risultato, l’inviata permanente degli USA all’ONU, S. Rice, ha rimproverato la Russia e la Cina per il veto, mentre il ministro degli esteri francese, Alain Juppé, ha dichiarato che “è un giorno triste per il popolo siriano. E’ un giorno triste per il Consiglio di Sicurezza“. Durante l’acceso dibattito al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il 5 settembre, il rappresentante siriano ha redarguito Germania e Francia, ed ha accusato gli USA del genocidio perpetrato in Medio Oriente. Dopo di che, S. Rice ha accusato la Russia e la Cina di sperare di vendere armi al regime siriano, invece di stare dalla parte del popolo siriano, e ha abbandonato precipitosamente la riunione, e l’inviato francese Gérard Araud ha rilevato che “Nessun veto può cancellare la  responsabilità delle autorità siriane, che hanno perso qualsiasi legittimità uccidendo il proprio popolo“, lasciando l’impressione che uccidere i popoli, come in Jugoslavia, Afghanistan, Iraq e Libia, dovrebbe essere un privilegio della NATO.
I “partner” occidentali di Mosca si indignano quando la Russia, di concerto con la Cina, pone ostacoli sulla strada del nuovo ordine mondiale. La Siria, anche se un paese di notevole valenza regionale, giunge ad emergere nell’ordine del giorno solo fugacemente, ma l’ambizioso piano di Putin per l’intera Eurasia – “per raggiungere un più alto livello di integrazione – una Unione Euroasiatica” – avrebbe dovuto aspettarsi di evocare le preoccupazioni profonde e durature dell’Occidente. Mosca sfida apertamente il dominio globale da parte dell’Occidente “suggerendo un modello di una potente unione sovranazionale che può diventare uno dei poli del mondo di oggi, pur essendo un efficace collegamento tra l’Europa e la dinamica regione Asia-Pacifico“. Senza dubbio, il messaggio di Putin che “la combinazione di risorse naturali, di capitale e di forte potenziale umano, renderà l’Unione Euroasiatica competitiva nella gara industriale e tecnologico e nella corsa al denaro degli investitori, in nuovi posti di lavoro e negli impianti di produzione all’avanguardia” e che “insieme con altri protagonisti e istituzioni regionali come l’Unione Europea, USA, Cina e l’APEC, garantirà la sostenibilità dello sviluppo globale“, sembra allarmante per i leader occidentali.
Né il crollo dell’URSS e del mondo bipolare, né la conseguente proliferazione di “democrazie” filo-occidentali, ha segnato un punto finale nella lotta per il primato mondiale. Ciò che seguì fu un periodo di interventi militari e rovesciamenti di regimi sfidanti, con l’ausilio della guerra dell’informazione e l’onnipresente soft power occidentale. In questo gioco, l’Eurasia rimane il primo premio in linea con l’imperativo geopolitico di John Mackinder, per cui “Chi governa l’Est Europa comanda l’Heartland, chi governa l’Heartland comanda l’Isola-Mondo, chi governa l’Isola-Mondo controlla il mondo“.
Alla fine del XX secolo gli USA sono diventati il primo paese non eurasiatico a combinare i ruoli di potenza più importante del mondo e di arbitro finale negli affari eurasiatici. Nel quadro della dottrina del nuovo ordine mondiale, gli Stati Uniti e l’Occidente nel suo complesso, vedono l’Eurasia come una zona di importanza fondamentale per il loro sviluppo economico e crescente potere politico. Il dominio globale è un obiettivo dichiarato apertamente e costantemente perseguito della comunità euro-atlantica e dalle sue istituzioni militari e finanziarie – la NATO, il FMI e la Banca Mondiale – insieme con i media occidentali e le innumerevoli ONG. Nel processo, l’establishment occidentale rimane pienamente consapevole del fatto che, nelle parole Z. Brzezinski, il “primato globale dell’America è direttamente dipendente da quanto tempo e quanto efficacemente la sua preponderanza sul continente eurasiatico è sostenuta“. Sostenere la “preponderanza“, a sua volta, significa assumere il controllo di Europa, Russia, Cina, Medio Oriente e Asia Centrale.
L’aperta egemonia occidentale in Europa, Asia centrale e, quindi, in Medio Oriente e anche in Russia, conta quale risultato indiscutibile degli ultimi due decenni, ma al momento la situazione appare fluida. Gli osservatori occidentali, cinesi e russi prevedono un fallimento imminente del modello di globalizzazione neoliberista integrata nel nuovo ordine mondiale, ed è in arrivo il tempo, per la classe politica, di adottare una visione.
Aprendo nuove opportunità per proteggere gli originali modelli di sviluppo nazionali dalla pressione atlantista, e per mantenere una reale sicurezza internazionale, il nuovo progetto di integrazione di Putin mantiene una promessa importante, per la Russia e i suoi alleati, e presenta quindi ai nemici della Russia un problema serio. Né la Russia, né alcun altra repubblica post-post-sovietica può sopravvivere nel mondo di oggi da sola, e la Russia come attore chiave geopolitico dell’Eurasia, con una potenzialità economica, politica e militare senza precedenti in tutto lo spazio post-sovietico, può e deve, giocare l’offerta di una architettura mondiale alternativa.
L’allergia dell’Occidente al piano di Putin è dunque spiegabile, ma, a prescindere dalla opposizione che il progetto può incontrare, la debolezza di alcuni dei suoi elementi, e la potenziale difficoltà nel metterlo in pratica, il progetto di integrazione eurasiatica nasce dalla vita nello spazio geopolitico e culturale post-sovietico ed è affine alle attuali tendenze globali. Sopravvivere, conservando le basi economiche e materiali dell’esistenza nazionale, mantenendo vive le tradizioni e costruendo un futuro sicuro per i figli, sono gli obiettivi che le nazioni eurasiatiche possono realizzare solo se rimangono allineate con la Russia. In caso contrario, l’isolamento, le sanzioni e gli interventi militari le attendono…
 
E’ gradita la ripubblicazione con riferimento alla rivista on-line della Fondazione per la Cultura Strategica.
 
Traduzione di Alessandro Lattanzio –  SitoAurora

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