Il terrorismo in Tunisia: Hamas s’infiltra nel Maghreb

Lilia Ben Rejeb, Tunisie Secret 17 marzo 2014

Oggi s’annuncia il tragico futuro tunisino con l’offensiva contro i terroristi islamici a Jinduba e Sidi Buzid, con la scoperta di un campo di addestramento jihadista a Monastir, e rivelazioni sui piani di criminali di ritorno dalla Siria… Che “belle” notizie da una Tunisia una volta pacifica e prospera.
map_of_tunisiaProve fotografiche in mano, il portavoce del ministero degli Interni, Muhammad Ali Larui, ha rivelato il 17 marzo 2014 l’esistenza di un campo di addestramento dei terroristi islamici nel governatorato di Monastir, la città natale di Burguiba! Più esattamente a Menzel Nur, dove un’operazione antiterrorismo è stata condotta il 13 marzo. È il risultato di questa operazione contro il campo di addestramento dei terroristi ad essere rivelato. “Abbiamo prove, documenti e foto di questo campo di addestramento dove giovani si allenano prima di essere inviati in Siria“, ha detto Muhammad Ali Larui. Secondo le nostre informazioni, 13 persone sono state arrestate, tra cui lo  sceicco Tawfiq, proprietario del “ristorante islamico” di Susa. Che in effetti si chiama Tawfiq al-Aisi ed è accusato di cospirazione e terrorismo, essendo un leader della rete di terroristi addestrati in Siria. Per ogni contingente inviato, prendeva 30000 dinari. Ma il portavoce degli Interni ha mentito su due punti. In primo luogo, non è l’unico campo di addestramento jihadista in Tunisia. Ve ne sono molti altri, soprattutto nella regione di Tatawin, Sfax, Biserta e Qalibia presso Huaria. In secondo luogo, i jihadisti non sono destinati alla Siria, dove la derattizzazione è al massimo. Si addestrano per la futura guerra santa che inghiottirà Tunisia, Libia e Algeria. E’ grazie a due operazioni antiterrorismo condotte congiuntamente a Jinduba e Sidi Buzid, la città natale del falso “martire” Tariq Buazizi, che il campo paramilitare Menzel Nur è stato scoperto. Nell’operazione a Jinduba, vi sono stati sei feriti tra le forze di polizia, tre morti tra gli islamo-terroristi e sei arresti: tre donne con niqab, tra cui Salwa Fijari, collegamento tra i finanziatori jihadisti e i terroristi nel Shambi. I tre terroristi eliminati erano Raqib Hanashi, Rabi Saydani e un terzo, non algerino contrariamente a quanto annunciato, ma palestinese di Hamas.
Secondo i nostri colleghi di Business News nella casa sequestrata la polizia ha trovato due Kalashnikov, due caricatori, una granata, una cintura esplosiva, una Smith & Wesson, un computer portatile, due pulci telefoniche e due documenti appartenenti a due agenti uccisi durante gli eventi di Uled Mana. Alla conferenza stampa, il portavoce del ministero degli Interni ha anche confermato la notizia che il fratello della “rappresentante del popolo” di al-Nahda, Sonia Ben Tumia, è uno dei capi delle bande terroriste che Ghanuchi e Marzuqi inviano in Siria. Secondo Muhammad Ali Larui, il fratello della poetessa dell’ANC attualmente è sul fronte siriano. È falso, ha detto la poetessa in una dichiarazione ad al-Sabah News, “Mio fratello è in Libia, dove lavora come meccanico!” Infatti, non è in Siria, essendo troppo codardo per andarci, ma a Tripoli dove gioca al meccanico con quei fratelli terroristi libici agli ordini dei loro mandanti del Qatar.
L’ultimo raccolto nella terra della “rivoluzione dei gelsomini”: jihadisti tunisini di ritorno dalla Siria hanno ideato un piano per attaccare, con il supporto di terroristi di varie nazionalità, una città tunisina e prendere il controllo dei suoi istituti di sicurezza. Ciò è almeno quello che ha confessato durante l’interrogatorio Qantari Salim (alias Abu Ayub), numero 2 del gruppo terroristico Ansar Sharia, ramo di al-Qaida, arrestato a Gabes, nella Tunisia meridionale. Secondo i nostri colleghi di Kapitalis, che citano il settimanale arabo al-Musawarterroristi di varie nazionalità arabe presenti sul territorio tunisino hanno ricevuto numerose armi dalla Libia. Pianificano lo scontro con l’esercito e la polizia e attendono rinforzi dalla Libia“.
Tali informazioni, diffuse in un solo giorno, indicano quanto la situazione sia pericolosa in Tunisia, un Paese una volta pacifico e prospero e il cui futuro è sempre più oscuro ed esplosivo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Lavrov avverte algerini e tunisini

L’Expression Algérien, 12 marzo 2014 – Tunisie-secret

La Russia alza la voce. Toccherà all’Algeria avverte Sergej Lavrov, ministro degli Esteri della Russia, che detto en passant, è stato accolto a Tunisi con la bandiera serba, un errore della diplomazia tunisina oramai incapace di distinguere la bandiera russa da quella serba. Il complotto contro l’Algeria non è più un segreto. Tutto è pronto per destabilizzare questo Paese tra la Tunisia sotto mandato islamo-atlantista e il Marocco sotto l’influenza d’Israele e la Libia afghanizzata. A Tunisi, cinque condizioni sono state soddisfatte per completare il piano anti-algerino: la base militare degli Stati Uniti, vicino al confine con l’Algeria, la sede di Freedom House, terreno fertile dei cyber-collaborazionisti, i ratti palestinesi di Hamas che hanno scavato decine di tunnel al confine tunisino-algerino, il miniesercito di jihadisti tunisini, algerini, libici e ceceni in Tunisia e le cellule dormienti di al-Qaida.

map_of_algeriaNella breve visita in Tunisia, di qualche ora, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha avvertito che “partiti stranieri” vogliono mettere a ferro e fuoco l’Algeria spacciando la primavera algerina. Un diplomatico russo ha aggiunto che questi stessi partiti “hanno aperto diversi fronti presso il confine con l’Algeria, da Libia, Tunisia e Mali”. Da alleato, Lavrov ha ribadito il sostegno del suo Paese all’Algeria. Il capo della diplomazia russa ha svelato durante la sua visita in Tunisia, che l’Algeria sarà bersaglio di istigatori e altri fomentatori che scriveranno l’ultimo episodio della presunta primavera araba. Quindi ha avvertito le autorità algerine contro gli istigatori della cosiddetta “primavera araba”. Il ministro degli Esteri russo accusa direttamente coloro che hanno causato i tumulti deliberati in Tunisia, Libia e Mali da cui proviene la maggiore minaccia all’Algeria. Ritiene che i cospiratori del nuovo ordine mondiale abbiano piani basati su una politica d’influenza verso minoranze e reti terroristiche. Tuttavia, la minaccia sottolineata da Mosca non è nuova ai servizi segreti algerini. Sottoposte a una notevole pressione dall’inizio della guerra civile in Libia, le forze di sicurezza algerine hanno fatto affidamento sulla loro esperienza nella lotta al terrorismo. In tempi relativamente brevi, migliaia di fonti d’informazione di prima mano sono state analizzati e controllate dal DRS, nella corsa contro il tempo contro ogni minaccia, compresi i gruppi criminali nati all’ombra della crisi libica, usata come catalizzatore del movimento jihadista, relativizzata e talvolta banalizzata dai partiti in guerra contro il regime di Gheddafi, tra cui Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. Nella loro banca dati, i servizi di sicurezza sono riusciti a identificare le  nuove reti composte da marocchini e libici. L’arresto di alcuni agenti del Mossad in Algeria n’è la prova. Non trovando necessario rivelare il vero scenario programmato contro l’Algeria, le stesse fonti vicine al contesto sanno che l’Algeria è “terreno fertile” per i grandi appetiti occidentali. Il rapporto del dipartimento di Stato USA sui diritti umani, che paradossalmente accusa l’Algeria e l’analisi del Centro anti-terrorismo (CTC) dell’Accademia Militare di West Point che ha messo sotto il microscopio tutto ciò che accade nel sud dell’Algeria, sostenendo che questa regione sensibile dell’economia del Paese sarà l’epicentro di una esplosione popolare per via della marginalizzazione delle minoranze, non possono essere considerati che un’introduzione degli obiettivi reali degli occidentali.
Una prima percezione di ciò che sta per accadere. “L’Algeria è nel mirino degli Stati Uniti?” si chiedeva L’Expression in una precedente edizione! La risposta è stata rivelata dal Los Angeles Times. Il giornale ha riferito che “Forze speciali statunitensi operano in Tunisia“. La presenza di cui avevamo prova, ma negata dalle autorità tunisine, è giustificata, dice lo stesso giornale, dal fatto “di addestrare i militari tunisini nella lotta contro il terrorismo.” I marine, che sarebbero una cinquantina, hanno preso posizione nel sud della Tunisia, presso la frontiera algerina, nel gennaio 2014. “Un aeromobile tipo elicottero è presente“, aggiunge il Los Angeles Times. E’ solo la parte visibile di un iceberg e della grande strategia della guerra annunciata contro l’Algeria. Infatti, dalla fine dello scorso anno, rapporti confermano la forte presenza di agenti dei servizi segreti statunitensi e dell’AFRICOM nel sud della Tunisia. Gelosa della sua sovranità, l’Algeria aveva agito a tempo di record per liberare oltre 600 ostaggi, garantendo al contempo i confini. L’unità speciale chiamata a condurre l’operazione aveva impressionato il mondo per la sua professionalità! Anche se il pretesto della mobilitazione degli Stati Uniti in Africa è il coordinamento della lotta contro il terrorismo e salvaguardare i propri interessi, non è difficile credere che gli Stati Uniti non abbiano interesse nelle regioni dell’Algeria con giacimenti di shale gas, gas convenzionale e altri minerali come l’uranio. Clan compiacenti sono già sul terreno, pronti ad avviare il motore della destabilizzazione.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Algeria nel mirino degli Stati Uniti

Charles Francis L’Autre Afrique 13 febbraio 2014

algeria-mapDa diversi mesi gli Stati Uniti hanno classificato l’Algeria un “Paese a rischio sicurezza per i diplomatici” e posto installazioni militari con contingenti navali nel meridione della Spagna, senza nascondere le intenzioni interventiste in Africa settentrionale. Si sa inoltre che gli Stati Uniti puntano alla zona di confine tra il sud della Tunisia e l’Algeria, “segno che gli Stati Uniti sono determinati ad agire, il Pentagono ha appena occupato, nel sud della Tunisia, una base in disuso da ristrutturare per intervenire nel teatro libico, ha detto una fonte diplomatica a Tunisi” (LeFigaro, 1 febbraio 2014). Il minimo che possiamo dire, anche se si tratta per il momento d’intervenire in Libia, è che l’orco si avvicina… Minacce punitive per non aver sufficientemente sostenuto l’intervento militare francese in Mali? Una piano di destabilizzazione dell’ultimo bastione indipendente dall’influenza degli Stati Uniti? Il fatto è che dopo il Mali e lo stato di tensione in tutta la sub-regione, gli algerini hanno il diritto ad avere gravi preoccupazioni.

L’intervento militare annunciato
500 marines w otto caccia degli Stati Uniti sono stati schierati dall’estate del 2013, una sostanziale forza d’intervento militare, nella piccola città di Moron, Spagna. Se la presenza militare degli Stati Uniti su suolo spagnolo non è uno scoop, ciò che è nuovo è lo scopo specifico di tale nuovo schieramento. La confessione del governo spagnolo in merito a ciò è davvero notevole: “consentire ai militari degli Stati Uniti d’intervenire in Africa settentrionale in caso di gravi perturbazioni“. Non si può infatti essere più chiari! Oggi, mentre gli Stati Uniti hanno appena fatto la richiesta formale al governo Rajoy di aumentare l’attuale presenza di marines, chiamata “Forza di risposta alle crisi in Africa“, apprendiamo dal quotidiano spagnolo El Pais, di grandi movimenti della marina degli Stati Uniti sulle coste spagnole: “L’11 febbraio, il cacciatorpediniere USS Donald Cook arriverà con il suo equipaggio di 338 uomini nella base navale di Cadice. Una seconda nave, l’USS Ross, arriverà a giugno e altri due, USS Porter e USS Carney, nel 2015. In totale, 1100 marines con le loro famiglie, che si sistemeranno nella base di Cadice.” Alla domanda su tutte queste manovre e schieramenti militari, Gonzalo de Benito, segretario di Stato agli Esteri spagnolo ha solo commento: “Quali operazioni compiranno questi marines super-equipaggiati? Non posso dirlo perché queste forze non sono qui per operazioni specifiche, ma per per dei possibili imprevisti…
Tra minacce e gerghismi, misuriamo come il suono degli stivali dev’essere preso molto sul serio. Che siano in Italia o in Spagna, nel nord del Mali o del Niger, francesi o statunitensi, è chiaro che le basi militari aumentano intorno al Maghreb.

Innanzitutto umanitari e poi la guerra…
Tutti gli interventi esteri che presiedono, e tendono ancora, al processo di disgregazione territoriale e politico delle nazioni, in particolare dell’Africa… sono sempre stati preceduti da campagne ultra-mediatiche sul piano “umanitario”. Si conosce lo svolgersi delle operazioni: “umanitari” e ONG segnalano, di solito dove gli viene detto, una situazione drammatica per i civili, denunciando carestie attuali o future, individuando moltitudini sottoposte a genocidio (o a rischio di), inondando il pubblico con immagini shock e opinioni, infine … le grandi potenze sono “costrette” a difenderli s’intende.. intervenendo a favore del “diritto alla vita dei popoli interessati”. Come in Libia, Costa d’Avorio, Africa Centrale, Mali… disintegrando, tagliando e infine dividendo tutto. Così, dopo averlo rodato da tempo in Biafra e in Somalia, entrambi disintegrati (1), il “buon” dottore Kouchner, ministro francese di destra e di sinistra, s’inventava nell’ex-Jugoslavia, anch’essa disintegrata, la versione finale del “diritto di intervento”! Invenzione che, dopo aver dimostrato la propria efficacia nell’implosione dei Balcani, prospera nel pianeta soggetto alla globalizzazione imperiale. Dalle “armi di distruzione di massa” irachene al “sanguinario” Gheddafi in Libia, “migliore amico della Francia”, dalla Siria al Mali, dalla Costa d’Avorio all’Africa Centrale… notando che si tratta di numerose guerre condotte in suo nome nel continente, si misurano i risultati di tale politica “umanitaria”.

Nord Africa, Algeria e Tunisia chiaramente nel mirino
Non dimentichiamo che il dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha recentemente classificato l’Algeria tra i Paesi “a rischio sicurezza per i diplomatici.” Inoltre, allo stesso tempo, nel Congresso degli Stati Uniti sono state discusse nuovamente modifiche alla legge antiterrorismo, con l’obiettivo dell’intervento delle forze armate, senza previa consultazione… del Nord Africa! In questo modo… le ONG umanitarie, che hanno già espresso la volontà di “chiamare in aiuto le grandi potenze” e i loro eserciti, sono da tempo all’opera in Algeria. Secondo il sindacato centrale UGTA (Unione generale dei lavoratori algerini) queste ONG operano per dividere e contrapporre le popolazioni: Nord contro Sud, arabi contro berberi, lavoratori contro disoccupati… in cima a queste ONG “umanitarie” vi sono Freedom House, Canvas, NED… i cui legami con la CIA non sono un segreto.(2) L’UGTT ne accusa così l’infiltrazione nei movimenti sociali per “ingannarli e trascinarli in violenze, cercando di creare una crisi che possa giustificare l’intervento” e ancora “mentre i giovani manifestano legittimamente per i posti di lavoro, contro la precarietà e lo sfruttamento, i leader giovanili di Canvas li sfruttano per trascinare la questione dell’occupazione nel contesto del separatismo del sud dell’Algeria, cioè laddove si trovano le grandi ricchezze in minerali, petrolio e gas. “Casualmente, si è tentati di aggiungere o meglio… come al solito”. (3)
Insicurezza e disagio sociale suscitati al di qua delle frontiere, diffusa insicurezza suscitata aldilà. Il metodo è noto. Gli Stati Uniti, che già si affidano alla destabilizzazione regionale per giustificare il dispiegamento militare nel Mediterraneo, domani non mancheranno di cogliere il pretesto dei disordini sociali o del “pericolo per i diplomatici” per intervenire direttamente. Non sarebbe legittimo, tuttavia, chiedersi della responsabilità delle grandi potenze, soprattutto degli Stati Uniti, nella proliferazione del terrorismo in questa regione dell’Africa? Non lo è, e non è l’ultimo dei paradossi che, in nome dell’insicurezza, gli Stati Uniti tramite NATO e Francia decidessero di far saltare la Libia nel 2011? Non è per la stessa ragione che l’esercito francese entrò in guerra in Mali nel 2012. Due interventi, si ricordi, lungi dal portare la pace, aggravando la  destabilizzazione, facendo del Sahel e dell’intera sub-regione una polveriera.
Queste nuove minacce degli Stati Uniti, che rientrano nella cosiddetta strategia del “domino” tanto cara alla precedente amministrazione Bush, devono essere prese molto sul serio. Visto che tanti falsi pretesti non mancano e non mancheranno, nel prossimo futuro, a motivare l’intervento militare estero. Le grandi potenze non si fermeranno, al contrario, rischiano la disintegrazione regionale e relative conseguenze letali per i popoli. Già questa è la regione che subisce l’incredibile proliferazione di armi per via dell’esplosione dello Stato libico e del continuo flusso di armi di ogni  tipo, totalmente irresponsabile, per gli estremisti islamici in Siria. Le onde d’urto di tale situazione si sono viste in Mali dove una Francia militarmente obsoleta si mostra molto (troppo) amichevole verso dei separatisti assai ben equipaggiati che spuntano in Algeria, dove si pensava che il terrorismo islamico fosse stato sradicato, e in Tunisia, dove sciamano gruppi paramilitari che pretendono di rappresentare l’Islam e dove, allo stesso tempo, il potere lascia impuniti l’omicidio degli oppositori politici.
Appare sempre più chiaro alle popolazioni colpite che tali minacce verso gli Stati sovrani hanno per obiettivo di lasciarle in nazioni indebolite dirette da ascari impotenti e divisi, incapaci di resistere alla cupidigia delle multinazionali. Ecco perché gli Stati da cui provengono le multinazionali vanno così d’accordo, nonostante i loro interessi e quel che dicono, con i peggiori islamisti, sia oggi in Sahel e Siria che in Libia ieri. In altre parole, a ognuno il suo spazio, i suoi profitti e il suo bottino. Certo, mai come oggi le “vecchie chimere” ideate dai fondatori dell’Indipendenza come il “Panafricanismo” o “l’Africa agli africani”…, gettate nella pattumiera della storia, sembrano avere tanta attualità. Ad ogni modo e qualunque siano i discorsi urgenti imposti dalla drammatica situazione nel continente, l’attualità impone che l’Algeria non si faccia dettare le proprie azioni dall’intervento militare.cnvs1. Dopo il Biafra, Bernard Kouchner spiegò che bisognava “convincere” prima l’opinione pubblica, e poi seguono le operazioni spettacolari come “sacchetti di riso per la Somalia”, “barche per il Vietnam”… i disaccordi con MSF, la sua dipartita e la creazione di Medici del Mondo.
2. UGTA, Algeri 28 giugno 2013, sul giornale del PT algerino Fraternité
3. Sul ruolo nefasto di “umanitari”, ONG e destabilizzazione delle nazioni, vedasi “Banca Mondiale e ONG destabilizzano gli Stati

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Algeria corre verso lo spazio

Vladimir Platov New Oriental  Outlook 06/01/2014

????????????????????????????????????????????Mentre una parte significativa del mondo arabo è costretta a subire le conseguenze della cosiddetta “primavera araba” e la radicalizzazione della società, con conseguente crescente isolamento interno ed esterno, l’Algeria apre a realizzazioni creative nazionali e al rafforzamento delle propria autorità internazionale con l’imminente lancio del terzo satellite del Paese, Alsat-3. Tale evento molto significativo potrebbe aversi nel gennaio 2014 dal poligono nazionale Hammaguir Huadu nella parte sud-occidentale del Paese. Nel 1952-1967, questo sito era un centro di prova per i vettori  spaziali francesi. Il primo satellite francese Astérix fu lanciato da qui nel 1965. Nel 1967 secondo l’accordo di Evian, il sito venne consegnato allo Stato algerino. Per assolvere una serie di compiti pratici e svolgere attività di ricerca, i Paesi arabi hanno a lungo cercato di sfruttare le grandi opportunità offerte dalla tecnologia spaziale. Tuttavia, la base produttiva sottosviluppata del mondo arabo e lo scarso livello tecnico-scientifico dell’industria spaziale furono responsabili della loro grave dipendenza dai Paesi più sviluppati in questo settore. Tuttavia, nonostante tutto, gli Stati arabi parteciparono a vari programmi spaziali internazionali: dal 1986 il sistema di comunicazione satellitare Arabsat è attivo. Questa organizzazione internazionale nell’ambito del LAS fornisce, oltre ai servizi di telecomunicazione, ricerca spaziale, osservazioni meteorologiche e navigazione.
Un maggior sviluppo della ricerca spaziale e l’uso pratico dello spazio nell’interesse dell’economia nazionale, nell’ultimo periodo, sono apparsi in diversi Paesi arabi, in particolare in Algeria. Il programma spaziale nazionale fu avviato nel DPRA molto tempo fa. Il suo principale obiettivo entro il 2020 è mettere la tecnologia spaziale al servizio dello sviluppo sociale ed economico del Paese. Nel 2001 fu creata l’agenzia spaziale algerina, responsabile dello sviluppo del programma spaziale e del coordinamento delle componenti interessate allo sviluppo della tecnologia, alla valutazione delle risorse naturali e alla tutela ambientale. Il suo obiettivo è lanciare 10 satelliti entro il 2017. Il Paese cerca di crearsi una propria infrastruttura per il monitoraggio e il controllo degli oggetti spaziali, nonché di creare una base per l’addestramento del personale per l’industria spaziale nazionale. Il programma spaziale algerino è un grande modello promettente per gli altri Paesi arabi.  Negli ultimi tredici anni, l’Algeria è riuscita a mettere due satelliti in orbita. Il primo satellite algerino, Alsat-1, fu creato con il sostegno del Regno Unito nel 2003 e lanciato dal cosmodromo russo di Plesetsk. Fu progettato per il telerilevamento, nel quadro dei programmi internazionali per il monitoraggio della superficie della Terra e la prevenzione dei danni delle calamità naturali. Il secondo satellite algerino, Alsat-2B, fu creato nell’impianto produttivo nazionale di Orano, e fu lanciato nel 2010 dal Satish Dhawan Space Centre (Chennai) in India.
Essendo uno dei più grandi Stati dell’Africa, in termini territoriali, l’Algeria ha un oggettivo bisogno di satelliti d’osservazione, importanti particolarmente riguardo le calamità naturali significativi e i focolai di tensione in alcune aree del Paese. Gli algerini non dimenticano la loro storia recente, quando un certo numero di Paesi respinse la richiesta di fornire informazioni satellitari per le operazioni antiterrorismo sul loro territorio nazionale. Dal 2002, l’Algeria è avanzata sulla strada verso l’esplorazione spaziale sviluppando una propria ricerca e una propria base produttiva in questo settore. Ciò ha permesso al Paese di cambiare lo status da osservatore della commissione per gli usi pacifici dello spazio extra-atmosferico (COPUOS) a suo membro permanente. Inoltre, i sottocomitati scientifici di questa struttura furono diretti dal Paese per due volte, nel 2008 e nel 2009. L’esperienza accumulata nel trattare i dati satellitari consente all’Algeria il coordinamento regionale nella prevenzione delle catastrofi e del programma di emergenza “UN SPIDER” riguardante il Nord Africa e la regione del Sahara-Sahel. DPRA collabora strettamente nell’esplorazione pacifica dello spazio con una serie di Paesi, non solo con i leader dell’industria spaziale mondiale, ma anche con Stati africani come Sud Africa, Nigeria e Kenya. Secondo gli esperti internazionali, dopo il lancio del proprio satellite dal proprio sito di lancio, a gennaio 2014, l’Algeria occuperà il suo legittimo posto tra le altre potenze spaziali, rafforzando ulteriormente il prestigio internazionale del Paese.

Vladimir Platov, esperto di Medio Oriente, in esclusiva per la rivista online “New Oriental  Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Butefliqa ha salvato Ghannuchi da uno scenario egiziano

Nebil Ben Yahmed, Tunisie-Secret, 7 dicembre 2013

Al-Watan ha fatto una rivelazione esplosiva senza dirla. C’è stato un tentativo degli ufficiali  dell’esercito tunisino di sbarazzarsi di al-Nahda, sull’esempio dell’esercito egiziano che ha licenziato i Fratelli musulmani, ma Abdelaziz Butefliqa ha fatto fallire il piano dei patrioti tunisini.

bouteflika-070912-1Ecco la prima rivelazione pubblicata sul quotidiano algerino al-Watan del 6 dicembre 2013: “Secondo le nostre fonti, la crisi è iniziata quando furono stabiliti contatti tra i comandi della sicurezza tunisina e certi Paesi del Golfo e, quando i capi dei servizi di sicurezza vedevano con occhio benevolo i movimenti anti-al-Nahda. Ciò spiegherebbe in parte, le riunioni tra Butefliqa, Ghannuchi e Beji Qaid al-Sibsi, ritenuto vicino ai militari tunisini. Il leader di al-Nahda ha confidato ai funzionari algerini di temere che l’esercito gli preparasse uno scenario egiziano (rimozione del presidente Mursi da parte dello Stato maggiore), con la complicità di alcuni Paesi del Golfo. Algeri cercò di rassicurare entrambe le parti, evitando lo scontro e persino chiedendo ad al-Nahda di fare alcune concessioni per incoraggiare il dialogo. L’esercito tunisino, nel frattempo, è alquanto scontento della gestione del governo islamista dell’insorgere del terrorismo. E forse per assistere maggiormente le forze di sicurezza tunisine, che Algeri ha aperto un canale diretto tra Tunisi e i Paesi interessati alla lotta antiterrorismo nella regione, con la prospettiva dell’adesione della Tunisia all’Iniziativa per la sicurezza di tali Paesi. In realtà, secondo le nostre fonti, l’Algeria si assocerebbe a Mali, Niger, Libia e Tunisia nel programma avviato tre anni fa per addestrare le forze aeree e di terra specializzate nel combattimento nel Sahara.”
In realtà, non c’era un solo tentativo dell’esercito tunisino, ma due. Il primo, che doveva avviarsi il 3 agosto 2013 (compleanno di Burguiba), e il secondo a fine settembre. Secondo quanto riferito, i due piani furono affondati dalla decisione della presidenza algerina. Diciamo presidenza algerina e non esercito algerino, perché i generali erano quasi tutti favorevoli al salvataggio della Tunisia, tanto più che l’opinione pubblica tunisina se l’attendeva. I Paesi del Golfo cui al-Watan allude sono Emirati Arabi Uniti e Quwayt, cioè i principali nemici del Qatar. I servizi egiziani lo supportarono completamente, ma non i siriani, cui gli iraniani che sostengono discretamente ma efficacemente al-Nahda, hanno chiesto neutralità. Riguardo l’Arabia Saudita, ricevette l’ordine dagli statunitensi di non farsi coinvolgere in un tale piano “contro-rivoluzionario” in Tunisia. Butefliqa, che ha fatto enormi concessioni agli Stati Uniti e al Qatar per due anni, avrà ricevuto le stesse istruzioni.
Per capire meglio il gioco inquietante della presidenza algerina, ricordiamo questa confidenza  pubblicata dalla rivista parigina Afrique-Asie, nota per essere molto vicina ai generali algerini, il 4 luglio 2013, con il titolo di “Vertice segreto tra Mezri Haddad e due ufficiali dell’esercito tunisino”.  Ecco cosa scrisse Afrique-Asie: “Abbiamo appreso attraverso dei canali della sicurezza di un Paese nordafricano che l’ex ambasciatore dell’UNESCO in Tunisia ha incontrato, due mesi fa, due ufficiali dell’esercito tunisino. L’incontro ha avuto luogo presso i confini di un Paese vicino alla Tunisia. L’incontro tra l’innocuo “filosofo” e due ufficiali di cui ignoriamo i gradi, é tanto più preoccupante sapendo che Mezri Haddad lanciò, esattamente un anno prima, l’”Appello in 7 punti” in cui chiedeva all’esercito e non al generale Rashid Amar, di prendere il controllo del Paese, sciogliere l’Assemblea Costituente e formare un governo ad interim di unità nazionale, organizzando entro sei mesi le elezioni presidenziali sotto il controllo esclusivo delle Nazioni Unite. La nostra redazione  pubblicò questo comunicato stampa del 13 giugno 2012, che all’epoca provocò reazioni contrastanti. Alcuni l’accolsero come una boccata d’aria fresca in un Paese inquieto e soffocato, altri lo videro come un appello al colpo di Stato. Incontrando i due ufficiali dell’esercito tunisino, possiamo certamente considerare che Mezri Haddad aveva delle idee “filosofiche”! Il terremoto appena avutosi in Egitto dimostra che alcune idee possano avere un impatto inaspettato!“.
Cosa combina Abdelaziz Butefliqa? Se sostenendo i Fratelli musulmani tunisini si crede al riparo dalla “primavera araba” in Algeria, si sbaglia. Nonostante la sua brevità, questa “primavera araba”, cioè la collocazione al potere degli islamisti, è un piano geopolitico globale statunitense. E ciò l’hanno capito anche i generali algerini fin dall’inizio. Ma non Abdelaziz Butefliqa, che sa che gli islamisti non hanno patria e le relazioni tra Ghannuchi e Abasi Madani sono forti come la collaborazione strategica tra al-Nahda e il FIS. Fin quando la Tunisia e la Libia saranno sotto il giogo dei Fratelli musulmani, l’Algeria non sarà immune. Anche questo i generali algerini l’hanno capito.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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