L’UNASUR e la geopolitica del complesso marittimo

 La necessità della sicurezza e della difesa strategica comune
Patricio Carvajal, Geopolitica, 17 gennaio 2013

Islas_MalvinasArg-UnasurQual è il futuro geopolitico dell’America Latina? Sarà l’America ancora uno spazio geografico senza conflitti? Queste due domande rientrano esattamente nel campo della riflessione geopolitica e delle relazioni internazionali. La geopolitica è la base della politica estera degli Stati e fondamento della difesa e della sicurezza strategica dell’America Latina; dalla fondazione dell’UNASUR la sicurezza e la difesa dovrebbero essere intese come una proposta regionale. Non si può continuare con una strategia di sicurezza e di difesa nazionali. Tale strategia è obsoleta e non è uno strumento adatto per le sfide della politica mondiale del XXI.mo secolo.
Ora, da un punto di vista geopolitico l’America Latina era uno spazio marginale fino alla fine della Guerra Fredda. Tuttavia, la guerra delle Falkland (1982) ha mostrato che la strategia britannica non solo corrispondeva a quella di uno Stato sovrano, ma anche alla strategia dell’Unione europea, oggi comunità economica, e degli interessi militari della NATO. Con la fine della Guerra Fredda (1989 -1991) si è ancora di più apprezzato il significato geopolitico delle Falkland nella strategia europea. Dopo la guerra fredda l’America Latina ridefinisce la propria politica regionale con il mondo sulla base di due principi: il realismo periferico proposto dallo specialista argentino in Relazioni Internazionali, Carlos Escudé, e la centralità della periferia proposta dal geografo brasiliano M. Santos (1998). Per Escudé, il realismo periferico impegna gli Stati dell’America latina nel campo delle relazioni internazionali, cioè al rispetto del diritto internazionale, dei trattati e degli accordi conclusi con singoli Stati in tutto il mondo. Qualsiasi violazione di tale normativa ridurrebbe gli Stati dell’America Latina allo status di “emarginati” della comunità internazionale.
Non c’è dubbio che la proposta fatta da Escudé sia fortemente influenzata dall’esperienza della dittatura militare argentina e dalla sua avventura militare nelle isole Malvinas. Per noi latino-americani, le Malvinas sono argentine. Cosa che non può essere messa in discussione se vogliamo consolidare l’UNASUR e raggiungere una politica regionale di sicurezza e di difesa. La proposta di M. Santos si riferisce agli spazi americani durante l’esistenza degli imperi coloniali europei, costituendo la periferia del sistema mondiale, secondo il criterio geo-storico (Braudel, Wallertein).
Con il processo di globalizzazione dopo la guerra fredda, la politica mondiale passa dal bipolarismo (USA/URSS) al multipolarismo (USA, UE, Russia, Cina, India, Brasile, Giappone). Ciò significa che nuovi giocatori emergono come potenze regionali con aspirazioni mondiali: le ex colonie europee in  America, Asia e Africa. Il blocco geopolitico emblematico di questa nuova realtà sono i BRICS. I Paesi di questo vettore di unità geopolitica si è distinto internazionalmente da quello dei Paesi della Triade Stati Uniti – Giappone – Unione europea (Ohmae).
Ora, come concepire una strategia marittima e geopolitica per l’UNASUR? Un punto di partenza può essere proposto dai già menzionati Escudé e Santos. D’altra parte, abbiamo un pensiero marittimo geopolitico latino-americano che ci permette di formulare questa strategia comune. Infatti, è necessario prestare attenzione ai discorsi sulla geopolitica marittima degli ammiragli Storni (Argentina), Buzeta, Ghisolfo, Martinez (Cile) e Vidigal (Brasile). Buzeta propose nel suo Geopolitica del 1978 un programma chiamato “Il Grande Progetto Sud America“, la cui base è l’integrazione regionale. Nel 1980, l’ammiraglio Ghisolfo aveva postulato specificamente una geopolitica navale, centrata sull’isola di Pasqua. Questa strategia insulare navale s’integra con il controllo argentino delle Falkland, poiché assumendo il comando di entrambi gli spazi insulari si ha il controllo delle rotte oceaniche del Pacifico del Sud e del Sud Atlantico. L’ammiraglio Martinez postulò nel 1993 una politica oceanica che sottolineasse la Convenzione di Giamaica (1982). Infine, l’ammiraglio Vidigal nel suo Amazzonia Blu (2006), propose l’incorporazione nel territorio brasiliano le 200 miglia della ZEE.
Secondo i criteri formulati da questi ammiragli, nei loro discorsi, l’UNASUR dovrebbe spiegare che l’area marittima degli Stati costieri dei suoi membri corrisponde alle linee guida tracciate dagli ammiragli. Ma questa affermazione, se fatta, non sarebbe sufficiente nemmeno a consolidare la strategia marittima e geopolitica dell’UNASUR. Perciò è necessaria una specifica strategia navale. In altre parole, definire l’esistenza di una forza congiunta navale dell’UNASUR, che inizialmente potrebbe essere basata sulle marine più potenti dell’alleanza: di Argentina, Brasile e Cile. Lo sviluppo di questa strategia è essenziale per la sicurezza e la difesa dei suddetti spazi marittimi complessi. In effetti, se si considera lo sviluppo dei sottomarini delle forze navali di Cina (Type 093 e Type 094), India (Kilo, Scorpène), Giappone (classe Soryu), Russia (classe Borej) e Stati Uniti (classe Virginia), possiamo apprezzare l’importanza assegnata da questi Stati al controllo delle zone marittime. Ad esempio, è possibile evidenziare l’entrata in servizio nell’US Navy della classe di sottomarini Virginia, unità polivalenti che esaltano la strategia nucleare con specifiche operazioni tattiche.
Una forza navale congiunta degli Stati ABC richiede l’incremento sostanziale della forza sottomarina, la creazione di basi per sottomarini negli spazi insulari del Pacifico e del Sud Atlantico, e lo sviluppo di unità di superficie in grado di operare di continuo nei mari meridionali. La forza sottomarina della marina cilena, con la classe Scorpène arriva a un alto livello di sviluppo tecnologico simile a quelle delle marine suddette, mentre certamente sono necessarie più unità di questo tipo, dato il vasto spazio oceanico delle nostre coste. Il programma del sottomarino nucleare brasiliano, basato sulla classe Scorpène, è una risposta adeguata alle sfide sulla sicurezza e sulla difesa dello spazio regionale. Il caso della marina dell’Argentina è preoccupante, date le riduzioni di bilancio in corso riguardanti le forze armate e la mancanza di una strategia marittima in linea con le sfide della politica mondiale del XXI.mo secolo, e di una strategia comune con Brasile e Cile.
L’esplosione demografica che colpisce il pianeta, la crescente domanda di risorse per nutrire la popolazione, la necessità di acqua e altri beni, indicano che molto presto la Convenzione di Giamaica (1982) e il Trattato sull’Antartico (1959) saranno convenzioni internazionali relative alla storia del diritto e non a una dottrina giuridica internazionale. Pertanto, abbiamo bisogno di nuove convenzioni internazionali in materia di complessi spazi marittimi. In questo senso, con il concetto geo-giuridico sviluppatosi dalla geopolitica e dal diritto pubblico tedeschi (Haushofer, Schmitt) siamo in grado di fornire una rigorosa base concettuale nella progettazione di queste nuove convenzioni. La cartografia prodotta dalla squadra del prof. dr. Martin Pratt dell’IBRU, sottolinea che la polemica è già scoppiata tra gli Stati membri della Comunità internazionale sul controllo del complesso marittimo. Infine, citiamo le parole dell’ex ministro degli Esteri brasiliano e attuale ministro della Difesa, dott. Celso Amorim, che possono servire da base per la geopolitica marittima dell’UNASUR: “Ma la politica di difesa dovrebbe essere preparata alla possibilità che il sistema di sicurezza collettivo possa basarsi su norme che potrebbero aver esito negativo, per un motivo o un altro, come del resto è successo con frequenza indesiderabile. Questo è uno dei motivi per cui dovremmo “rafforzare” il nostro soft power, rendendoci più forti. Pertanto, la nostra strategia di cooperazione regionale deve essere accompagnata da un deterrente globale contro possibili aggressori“. (Amorin, 2012:14)

*Patricio A. Carvajal, Università degli Studi di Playa Ancha-Cile Dipartimento di Storia, Professore Associato di Storia moderna e contemporanea, Centro per lo studio del bacino del Pacifico / CECPAC – UPLA

Fonti:
Amorim, C (2012). A Política de Defesa de um País Pacífico, in: Revista da Escola de Guerra Naval, Junho de 2012. vol. 18. Nº 1, pp. 7-15
Carvajal, P (2011). La geopolitica dell’Unione Europea per l’Atlantico meridionale, in: EURASIA, Rivista di Studi geopolitici
Carvajal, P; Monteverde, A (2012). La Geopolítica marítima de los Almirantes Buzeta, Ghisolfo y Martínez. Universidad de Playa Ancha, Centro de Estudios de la Cuenca del Pacífico/CECPAC
Le Dantec, F 2008. ¿Cooperación o conflicto? Relación Argentino – chilena. Santiago de Chile
IBRU- International Boundaries Research Unit
Institut Français de Géopolitique

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché gli Stati Uniti non possono perdonare Chavez

Melkulangara Bhadrakumar, Strategic Culture Foundation, 08/03/2013

542697Una tabella di marcia è pronta La storia, evidentemente, non si è conclusa in America Latina. Tra la tempesta del ‘sequestro’ che colpisce incessantemente il circuito politico Washington, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama potrebbe ancora vedere un alone argenteo fra le pesanti nuvole nere, affrettandosi ad esprimere interesse in un ‘rapporto costruttivo’ con il Venezuela, appena il presidente Hugo Chavez ha esalato l’ultimo respiro. Ma Obama, che non è mai a corto di parole, sembrava insolitamente brusco e incerto su come necessariamente presentare le sue condoglianze. Le élite politiche statunitensi, in qualche modo si sono unite, le élite sono così polarizzate che possono anche non essere d’accordo che la terra ruoti intorno al sole, ma subito serrano le fila scrutando attraverso il binocolo verso Caracas e gridando ‘Terra!’
Chavez evoca forti sensazioni nella mente statunitense. I repubblicani sulla collina gongolano, ritenendo una buona cosa che Chavez sia morto. Sia i democratici che i repubblicani vedono la possibilità di lasciarsi alle spalle il lungo periodo di tensioni USA-Venezuela e di aprire una nuova pagina. Tuttavia, con il passare delle ore, il dipartimento di Stato è intervenuto per tenere un briefing speciale, fornendo una sfumata reazione statunitense, forse nel tentativo di perfezionare le esplosioni d’intemperanza politica dei membri del Congresso, nonché per trasmettere una serie complessa di segnali alla leadership al potere a Caracas… Privo di retorica, il briefing del dipartimento di Stato ha segnalato la disponibilità di Washington a relazionarsi con il Venezuela post-Chavez, ma con l’importante avvertenza che le elezioni presidenziali dovrebbero tenersi entro 30 giorni, come previsto dalla Costituzione, assicurando “parità di condizioni” all’opposizione nel parteciparvi e tenendole in modo libero e leale, con gli osservatori stranieri, per essere convinti che “i principi democratici” sono rispettati.
Gli anonimi alti funzionari del dipartimento di Stato si sono lamentati che Chavez era solito usare lo Zio Sam come un «bersaglio, usandoci come una specie di spaventapasseri che può essere attaccato”, e hanno ammesso “quanto sia difficile cercare di avere un rapporto positivo con il Venezuela, ci piacerebbe… un più produttivo rapporto funzionale”. Hanno ripetutamente individuato aree specifiche in cui ci potrebbe essere dell’interesse reciproco, “dove i nostri interessi coincidono”, la lotta alla droga e al terrorismo, il commercio e le relazioni economiche, l’energia. Hanno detto che gli Stati Uniti “vedono se c’è qualche spazio per lavorare su queste cose… se c’è lo spazio per farlo da parte loro [del Venezuela], lo scopriremo”, anche se “almeno inizialmente, non vediamo questo grande cambiamento”. Nel complesso, quindi, gli Stati Uniti “adotteranno un processo lento durante il quale continueremo a parlare e a difendere i principi democratici… abbiamo stabilito una sorta di tabella di marcia, se volete, la via che ci piacerebbe seguire, una sorta di processo passo dopo passo”.
Leggendo tra le righe, l’amministrazione Obama sta cercando a tentoni una via d’uscita, data l’alta probabilità che il braccio destro di Chavez e Vicepresidente Nicolas Maduro possa essere il potere dominante emergente alle prossime elezioni presidenziali. Washington perseguirà un duplice approccio verso di lui, facendo pressione con il pretesto della sua preoccupazione ai “principi democratici”, mentre cerca un’apertura per un “rapporto costruttivo”. Si tratta di un ben noto approccio che gli Stati Uniti hanno illustrato nel corso del tempo, non solo in America Latina ma anche altrove. Ma se funzionerà nel Venezuela di oggi, resta da vedere. La dipartita di Chavez non significa la fine della sinistra in Venezuela. Né l’amministrazione statunitense ignora l’enorme importanza politica della fedeltà apertamente espressa a Maduro dai militari venezuelani.

Giocando un gioco lungo
Chiaramente, la sinistra è penetrata profondamente nella società venezuelana e nel breve termine almeno, Maduro erediterà il mantello della leadership. L’opposizione venezuelana, che rappresenta in generale gli interessi della classe media, non ha oggi il peso per mutare l’equilibrio di potere a suo favore. Anche i detrattori ammettono che Chavez si è ripetutamente assicurato dei mandati legittimi governando attraverso genuine elezioni democratiche. In breve, la “tabella di marcia” eil  “passo dopo passo” degli statunitensi si propongono, da un lato di far tremare il governo Maduro, imponendogli una risposta “costruttiva” alle aperture di Washington, mentre dall’altra parte gioca un  gioco lungo. Le due parole agghiaccianti espresse al briefing del dipartimento di Stato, “tabella di marcia” e “lento processo”, suggeriscono che lo Zio Sam ha tutta l’intenzione di screditare il Chavismo, gli insegnamenti di Chavez, ora che il bizzarro e avvincente populista socialista dall’immenso carisma ha lasciato libero il palco. Evidentemente Washington non ha nessuna intenzione di lasciare che il Venezuela cerchi da solo la via, in un momento cruciale della sua storia. Tanto è in gioco.
Prima di tutto, vi è il petrolio. Chavez ha preso di nuovo nelle mani nazionali il controllo delle vaste risorse petrolifere del Venezuela. Nel 2007 ha iniziato a spingere per un controllo nazionale dell’industria petrolifera del Paese. Le sue azioni hanno portato all’abbandono dei grandi progetti nell’Orinoco di Exxon Mobil e ConocoPhillips. Eppure, raffinerie statunitensi continuano a importare più di un milione di barili di petrolio venezuelano al giorno, la seconda fonte più importante delle importazioni di petrolio degli Stati Uniti, superate solo dalle cessioni dal Canada. Ma altre aziende internazionali si sono insediate, in particolare, dalla Russia e dalla Cina. A dire il vero, si attende una lotta cupa con Big Oil che cerca di recuperare almeno parte del terreno perduto, oltre alle sgomitate con i concorrenti, essendo un’aspettativa diffusa che il Venezuela possa probabilmente aumentare la sua produzione di petrolio.
Il Venezuela ha dimostrato di avere riserve di greggio per 297.570 milioni di barili, secondo un rapporto del 2012 dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio. Tuttavia produce solo 2,9 milioni di barili al giorno e ne esporta 1,6 milioni  al giorno. (In confronto, l’Arabia Saudita, il più grande produttore dell’OPEC, ha minori riserve accertate, 265.410 milioni di barili, anche se produce 9,3 milioni di barili al giorno e ne esporta 7,2 milioni al giorno, secondo l’OPEC.) La vendita di petrolio del Venezuela alla Cina è salita alle stelle e Chavez ha firmato un accordo per 40 miliardi di dollari di prestito con Pechino, confermando la garanzia dell’accesso della Cina al petrolio venezuelano. Inoltre Chavez ha fornito Cuba di tutto il petrolio di cui aveva bisogno, linfa vitale per l’economia di quel Paese in lotta per trovare la sua strada nella difficile transizione nel periodo post-guerra fredda, di fronte all’ostilità implacabile di Washington. Il petrolio venezuelano ha forgiato l’asse Cuba – Venezuela, che si è rivelato un punto di svolta nella politica regionale. L’Avana ha inviato migliaia di operatori sanitari in Venezuela che hanno contribuito a realizzare il progetto sociale per i poveri di Chavez. I consulenti di sicurezza cubani hanno aiutato Chavez a neutralizzare le macchinazioni degli Stati Uniti contro il suo governo.
Inoltre, ancora una volta il petrolio ha spinto Chavez verso il suo iniziale obiettivo diplomatico di rilanciare il cartello dei paesi esportatori di petrolio, conosciuto come la OPEC [Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio] con l’ordine del giorno di incrementare i proventi per il Venezuela. E questo, a sua volta, lo mise in contatto con un leader che gli Stati Uniti vogliono ostracizzare totalmente, l’iraniano Mahmoud Ahmadinejad. La vicinanza tra i due è sbocciata in una stretta amicizia e alleanza in pochissimo tempo, nutrita dalla comune antipatia verso le politiche degli Stati Uniti. Basti dire che il petrolio rimarrà un fattore chiave per le politiche degli Stati Uniti verso il Venezuela. Ma alla fine l’eredità di Chavez non può essere ridotta a quella di un venditore di petrolio. Il punto è che ha colpito in profondità i principali interessi degli Stati Uniti a livello regionale e globale, divenendo difficile per Washington perdonarlo facilmente, e possibilmente per sempre.

Un’alternativa al Consenso di Washington
L’eredità di Hugo Chavez è una cosa meravigliosa. Il Venezuela è un Paese con una popolazione di circa 30 milioni dalla limitata forza nazionale, ma la morte di Chavez è stata osservata e discussa come un evento internazionale di grande importanza. Nonostante la campagna sostenuta dall’occidente per demonizzare Chavez come ‘dittatore’, l’opinione pubblica mondiale in generale lo prende seriamente come un uomo del destino, come è confermato dalla lode smaccata profusa dalle leadership di Brasile, Russia, Cina, India e così via. Infine, ciò che conta è che, nonostante il suo stile autoritario, nella tradizione latinoamericana del caudillismo o del governo forte, Chavez era un leader eletto e ogni elezione che ha affrontato, ne è uscito vincente in modo schiacciante sui suoi rivali.
Cosa spiega questa straordinaria popolarità tra il suo popolo? In poche parole, è stata la Rivoluzione Bolivariana, la visione di Chavez a fare del Venezuela uno Stato socialista. Ha intrapreso numerosi ‘missioni’ sociali al fine di promuovere l’alfabetizzazione di massa, fornendo sicurezza alimentare e assistenza sanitaria in tutto il Paese. Il risultato è evidente. Chavez è riuscito in buona misura nella ridistribuzione della ricchezza del Venezuela, migliorando il tenore di vita del popolo oppresso. Secondo le Nazioni Unite, la Commissione economica per l’America Latina, la povertà in Venezuela è scesa di ben il 20,8 per cento, dal 48,6% al 27,7, nei soli otto anni tra il 2002 e 2010, e la portata del successo di Chavez nel colmare il divario tra ricchi e i poveri è stato tale, che il Paese oggi ha il più basso coefficiente di Gini di tutta l’America Latina: 0,394. La Banca Mondiale stima che nel corso del periodo 2003-2009 la percentuale di venezuelani che vive sotto la soglia di povertà sia scesa dal 62% al 29%. In sei anni, dal 2001 al 2007, l’analfabetismo è sceso dal 7% al 5%. Chiaramente, Chavez ha portato il Venezuela a un elevato livello di uguaglianza socio-economica. Questo e solo questo spiegherebbe la massiccia dimostrazione di sostegno, di elezione dopo l’elezione da parte della classe operaia del Paese. Ma ancora più importante, gli ha dato una voce, un senso di dignità, un’assertività nel rivendicare i propri diritti e anche il diritto a sognare una vita migliore.
In effetti, questo ha funzionato anche in altri modi. In primo luogo, Washington era ‘bloccata’ con Chavez. Tutti i trucchi sporchi nell’armeria della Central Intelligence Agency non potevano destabilizzare il regime di Chavez. Né poteva scherzare con il caudillismo come con il peronismo. In altre parole, non era una questione di personalità o cojones soltanto. In circostanze diverse, Washington avrebbe sminuito Chavez per la sua mancanza di istinti democratici. Ma, al contrario, Chavez ha mantenuto costantemente il Venezuela sul percorso democratico. Le violazioni dei diritti umani erano una rara occorrenza. La libertà dei media in disaccordo o critici del governo non è mai stata minacciata. Le elezioni si sono svolte regolarmente e sono state assai eque secondo gli osservatori imparziali, e la prospettiva di un trasferimento pacifico del potere non è mai stata messa veramente in dubbio. Il fatto è che Chavez ha vinto la sua rielezione di ottobre con il 54% dei voti. Con la sola forza della sua personalità e delle sue politiche, Chavez ha assicurato che il ‘sinistrismo’ si radicasse nella politica del Venezuela. Così, nelle elezioni di ottobre, anche il principale candidato dell’opposizione Henrique Capriles Radonski finì praticamente con l’approvare le missioni di Chavez, sostenendo che avrebbe avuto la possibilità di poterle gestire meglio e in modo più efficiente.
La moltitudine di poveri, che sono stati ignorati e dimenticati, hanno riacquistato il rispetto di sé durante l’era Chavez e, anche senza di lui, sono tenuti a richiedere la partecipazione al sistema politico e sociale del Paese. Il fervore delle masse almeno in parte compensa il pericolo che il sistema che Chavez ha lasciato non sia così radicato come dovrebbe essere. Così, nel breve periodo, il suo partito è del tutto certo di mantenere il potere. A dire il vero, Chavez ha lasciato un segno indelebile nel panorama politico non solo in Venezuela, ma anche nel continente latino-americano nel suo complesso. Ha ispirato l’ondata politica di sinistra in tutto il continente. Diversi paesi hanno ‘oscillato’ negli ultimi 14 anni, Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay, Ecuador, Perù, e hanno continuato a eleggere leader di sinistra. Ciò che li accomuna è l’accento che questi leader hanno posto sulla lotta alla povertà, la giustizia sociale e l’opposizione pronunciata all”imperialismo’ USA. Avviando questa sinergia, Chavez ha svolto un ruolo fondamentale nel creare nuovi organismi regionali con una concertata integrazione regionale, L’Unione delle nazioni sudamericane [Unasur], l’Alleanza Bolivariana per le Americhe [Alba] e la Comunità di Stati Latinoamericani e dei Caraibi [ Celac]. Si tratta di una strategia accorta, in quanto ha creato un ‘muro di fuoco’ contro un eventuale intervento degli Stati Uniti nella regione. La realtà per cui l’Organizzazione degli Stati Americani [OSA], che gli Stati Uniti hanno utilizzato come strumento di egemonia regionale, è stata relegata in secondo piano perdendo la sua preminenza. La conseguente perdita di influenza degli Stati Uniti nella regione, potrebbe rivelarsi il lascito più importante di Chavez.
Dal punto di vista di Washington, il culmine della sua influenza regionale è stato nel dicembre 1994 a Miami, quando il presidente Bill Clinton ospitò il primo vertice delle Americhe nel tentativo di lanciare in America Latina l’immagine degli Stati Uniti. Da allora in poi, è stato un costante declino. Il pendolo ha cominciato oscillare praticamente dall’altra parte dal 1998, quando Chavez andò al potere. Oggi la regione riverbera il modello socialista che Chavez ha esposto, e non la zona di libero scambio delle economie di mercato, dall’Artico alla Tierra del Fuego, che Bill Clinton immaginava. Chavez ha stabilito che l’America Latina non ha bisogno di seguire l’esempio di Washington e in effetti farebbe meglio a non farlo. È vero, il modello Chavez non è diventato un modello uniforme dell’America Latina, ma il suo progetto ha dimostrato in modo generale che ci sono alternative alla visione di sviluppo economico e politico di Washington. La lungimiranza di Chavez sta nella sua generosità nel mettere il petrolio venezuelano a disposizione degli altri Stati poveri della regione, salvandone le economie in modo che fossero abbastanza forti da scontrarsi con il diktat di Washington. Vide che, aiutando i vicini piccoli, rafforzava la capacità del Venezuela nel resistere alle pressioni degli Stati Uniti. A sua volta, la sua posizione abrasiva contro l’imperialismo degli Stati Uniti, sulla scena internazionale, ha anche fornito lo spazio politico per altri Paesi dell’America Latina, meno ‘militanti’, per poter negoziare con Washington. Nel frattempo, questo emergente clima politico latinoamericano ha aperto la porta ad altri grandi giocatori comparsi sulla scena, che era fino ad allora dominata dagli Stati Uniti, in particolare la Cina.
Infatti, attraversando una fase critica, quando tutto questo stava accadendo in America Latina, gli Stati Uniti erano occupati dal tentativo di districarsi dal pantano in Iraq. Ma in ultima analisi, sono state le iniziative di Chavez, nel creare un’unione economica e un’unità politica regionale, che praticamente hanno ricacciato il potere degli Stati Uniti sulla regione. In aggiunta a questo, il suo atteggiamento provocatorio sulla scena mondiale, rimproverando l’imperialismo degli USA, ha colpito le corde profonde della psiche popolare latino-americana. L’effetto valanga di tutto questo era evidente nel fallimento degli Stati Uniti nell’avere il sostegno di molti Paesi dell’America Latina per l’invasione dell’Iraq, nel 2003. Guardando indietro, Chavez è riuscito nella sua missione di minare l’influenza degli Stati Uniti in tutta l’America Latina e probabilmente c’è riuscito su una scala che neanche Fidel Castro e Che Guevara, nel loro periodo di massimo splendore, potevano avere…

La ripubblicazione è gradita con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Il Venezuela dopo Chavez

Nil Nikandrov, Strategic Culture Foundation 07/03/2013

7_11_12-Chavez-PutinIl leader del Venezuela è scomparso a 58 anni. Non ha avuto il tempo sufficiente per completare neanche la metà dei suoi piani. Un uomo d’azione che ha dato l’esempio alle forze di sinistra del continente. La sua scomparsa certamente rallenterà, forse temporaneamente, le riforme nell’emisfero occidentale associate al suo nome. Recatosi a Cuba per un nuovo intervento chirurgico nel dicembre 2012, ha invitato i sostenitori a restare uniti. Uniti, ha ripetuto la parola tre volte di proposito, perché è l’unità che può garantire la continuazione del suo percorso politico e la sconfitta storica delle forze guidate dall’impero degli Stati Uniti d’America. E’ stato spesso chiamato il liberatore del XXI.mo secolo, in riferimento a Simon Bolivar, che combatté contro il giogo coloniale spagnolo. Ha fatto molto per liberare il Venezuela dalla dipendenza economica e politica dagli Stati Uniti: l’industria petrolifera è stata nazionalizzata, il processo d’integrazione dell’America Latina è stato accelerato.
Il significato storico di Chavez sarà sempre più distinto col passare del tempo…
Il fatto che il presidente Obama abbia offerto le condoglianze al Venezuela per la morte di Chavez ed espresso la speranza per la costruzione di un rapporto costruttivo bilaterale, è stato percepito da molti come un segnale ai leader bolivariani. Una volta che Obama parla di cooperazione, non è interessato al confronto, in modo che Caracas non dovrebbe rifiutare una stretta di mano. E’ tempo per il dialogo, l’interazione e la riduzione della tensione. Ma la tranquillità ostentata di Obama va di pari passo con l’euforia vendicativa sorta a Washington. I sentimenti prevalenti nei circoli dell’establishment degli Stati Uniti sono evidenti: finalmente l’odiato caudillo è morto! La causa della sua morte deve essere ancora precisata, ma apre la strada a nuove azioni sovversive in Venezuela, per esempio, sviluppando contatti con gli avversari di Nicolas Maduro, l’uomo che Chavez ha nominato come suo successore. L’obiettivo principale dei servizi speciali degli Stati Uniti è inserire un cuneo di discordie tra i leader venezuelani, destabilizzare la situazione, rafforzare l’opposizione, in particolare l’ala radicale, e farle cercare vendetta. Le note di pacificazione nelle parole di cordoglio di Washington non sono altro che una cortina di fumo per un’operazione multifase volta a tenere lontano dal potere i “successori di Chavez”… Tutto il resto non sono altro che parole vuote.
La punizione pubblica di un Paese governato da un “regime populista” è da lungo tempo un’idea fissa di alcuni ambienti al vertice della leadership degli Stati Uniti. Pensano che sia il momento giusto per un attacco esplorativo, per verificare la stabilità del regime bolivariano. L’elezione imminente apre promettenti prospettive. L’opposizione ha la possibilità di prendere l’iniziativa. Tutti i sondaggi dicono che Nicolas Maduro è avanti a Capriles Radonsky del 15-20%. Capriles ha perso con Chavez nell’ottobre 2012, ma coloro che tirano i fili da Washington non rispettano le regole. E sarà una dura lotta. Sabotaggi, provocazioni, sovversioni, omicidi politici, tutto è lecito in amore e in guerra, tutto andrebbe fatto per raggiungere l’obiettivo. Se Maduro sarà un chiaro vincitore nelle elezioni, istigheranno disordini nelle città, bloccando le vie di trasporto, accendendo il confronto e poi alzando i toni e il pianto sulle “vittime della repressione del governo”. L’uso della forza per arrivare al potere non è escluso, ma si può tentare con l’aiuto di mercenari e unità per operazioni speciali straniere. Tali scenari hanno già avuto luogo nella storia contemporanea del Venezuela. L’altra opzione è agire mentre i voti vengono contati. I media e gli attivisti pro-USA diffonderanno informazioni su “falsificazioni di massa”, per colpire Maduro. Tali accuse hanno accompagnato tutte le campagne elettorali che Chavez ha vinto, ma sempre con un ampio margine. Ma ora, riguardo Maduro?
Naturalmente, la leadership bolivariana conta sul sostegno di amici e alleati. E’ già stata riconosciuta dall’Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America (Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América, o ALBA), dalla Comunità di Stati Latinoamericani e dei Caraibi (Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños, CELAC), dall’Unione delle Nazioni Sudamericane (Unión de Naciones Suramericanas, UNASUR) e altri. Nicolas Maduro ha un disperato bisogno del sostegno di Cina, Brasile e Russia, Paesi su cui contava Chavez durante l’assunzione di decisioni in politica estera. Igor Sechin, il presidente esecutivo di Rosneft, guiderà la delegazione russa al funerale. Ha fatto molto per promuovere le relazioni Russia-Venezuela. La squadra russa comprende anche Denis Manturov, ministro del Commercio e dell’Industria della Federazione Russa, e Sergej Chemezov, direttore generale della Russian Technologies State Corporation. La composizione della delegazione mostra chiaramente che la visita non sarà limitata  solo a funzioni rappresentative. La delegazione ha l’obiettivo di impedire lo svolgersi degli eventi secondo il piano di destabilizzazione di Washington, e dare ogni possibile aiuto a Nicolas Maduro.
I liberali già prevedono che la Russia soffrirebbe grandi perdite finanziarie e materiali in Venezuela. Dando alle previsioni una tinta artificialmente drammatica: gli Stati Uniti raggiungeranno il loro obiettivo, gli investimenti della Russia nel bacino dell’Orinoco e in altre zone del Venezuela andranno persi, e l’enorme prestito per l’acquisizione di armi russe svanirà nel nulla. L’opposizione al potere spazzerebbe via tutti coloro che non hanno il favore di Washington, come cinesi, russi,  brasiliani… Queste prospettive oscure sono viste da coloro che credono in un solo modello di politica: chi offrirà più soldi ai successori di Chavez sarà il vincitore. Ma Chavez ha costituito una squadra vera e propria. Quindi, non importa quanto duri potranno essere i tempi, non ci saranno disertori nelle file di coloro che lottano per la vittoria della rivoluzione bolivariana.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Gli USA complottano contro il Venezuela del dopo-Chavez

Land Destroyer - 6 mar 2013
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Il think-tank della grande finanza, l’American Enterprise Institute (AEI), ha dichiarato nella suo “lista dei doveri post-Chavez per i politici degli Stati Uniti“, che gli Stati Uniti devono muoversi rapidamente per riorganizzare il Venezuela secondo gli interessi degli USA. Al momento le “esigenze fondamentali” della loro lista sono:
• La cacciata dei narco-boss che ora occupano posti di responsabilità nel governo
• Il rispetto di una successione costituzionale
• L’adozione di significative riforme elettorali per garantire una equa campagna e un trasparente conteggio dei voti per le attese elezioni presidenziali
• Lo smantellamento delle reti iraniane e di Hezbollah in Venezuela
In realtà, AEI sta parlando di smantellare del tutto gli ostacoli che hanno impedito agli Stati Uniti e agli interessi delle imprese finanziarie che li dirigono, di installare un regime cliente e di estrarre del tutto le ricchezza del Venezuela, mentre ostacolano e smantellamento i progressi e l’influenza geopolitica realizzata negli anni dal Presidente Hugo Chavez in tutto il Sud America, e altrove. La “lista” dell’AEI, continua affermando: “Ora è il momento per i diplomatici degli Stati Uniti di avviare un dialogo silenzioso con le principali potenze regionali, per spiegare gli elevati costi del regime criminale di Chavez, compreso l’impatto della complicità chavista con i narcotrafficanti che seminano caos in Colombia, America Centrale e Messico. Forse allora saremo in grado di convincere i leader regionali a mostrare solidarietà verso i democratici venezuelani che vogliono ripristinare l’impegno allo stato di diritto e ricostruire un’economia che può essere un motore per la crescita del Sud America”.
Naturalmente, per “democratici venezuelani”, l’AEI intende i fantocci di Wall Street come Henrique Capriles Radonski e la sua facciata politica Primero Justicia, due entità che i media occidentali si stanno già preparando a sostenere in vista delle elezioni anticipate.

L’occidente ha già posizionato i fantocci per spolpare il Venezuela del dopo-Chavez
Primero Justicia è stata co-fondata da Leopoldo Lopez e Julio Borges, che come Radonski, furono gestiti per quasi un decennio dal dipartimento di Stato degli USA. Primero Justicia e la rete di ONG dai finanziamenti esteri che la supportano, hanno avuto sostegno sia diretto e indiretto dall’estero, per almeno altrettanto tempo.

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Immagine: Il documento del dipartimento di Stato USA che illustra il ruolo svolto dalle ONG finanziate dal National Endowment for Democracy (NED) nel sostenere gli esponenti dell’opposizione in Venezuela. Gli Stati Uniti evitano regolarmente di indicare in modo trasparente chi ottiene gli ampi finanziamenti che il NED fornisce ai gruppi di opposizione in Venezuela, quindi, documenti come questo forniscono uno sguardo unico sui nomi e le dinamiche effettivamente operanti. Come si sospettava, il NED invia denaro alle reti che supportano l’attuale  candidato alla presidenza, Henrique Capriles Radonski. In questo documento particolare, i problemi legali di Sumate, finanziato dal NED, sono descritti in relazione al suo tentativo di difesa di Radonski. Al momento della stesura di questo documento, Radonski era in carcere in attesa di giudizio per il suo ruolo di supporto al fallito golpe del 2002, sostenuto dagli USA, contro il presidente Hugo Chavez. Il documento è ancora on-line presso il sito ufficiale del dipartimento di Stato USA.

Tutti e tre i co-fondatori si sono laureati negli USA; Radonski ha frequentato la New York Columbia University (spagnola), Julio Borges il Boston College e Oxford (spagnola), e Lopez Leopoldo la Harvard Kennedy School of Government (KSG), di cui è considerato un ex-alunno (qui). La Harvard Kennedy School, che ospita il noto Centro Belfer, comprende le seguenti facoltà e gli alunni di Lopez, co-fondatore dell’attuale opposizione filo-Stati Uniti in Venezuela: John P. Holdren, Samantha Power, Lawrence Summers, Robert Zoellick, (tutti nella facoltà), così come Ban Ki-Moon (’84), Paul Volcker (’51), Robert Kagan (’91), Bill O’Reilly (’96), Klaus Schwab (’67), e letteralmente centinaia di senatori, ambasciatori e amministratori di Wall Street e di Londra, l’attuale crema dell’ordine globale internazionale.
La Harvard Kennedy School of Government (KSG) è chiaramente una delle diverse università che costituiscono il fondamento della politica globalista-internazionale guidata dalla grande finanza, e che creano le legioni di amministratori per gestirla. Per comprendere pienamente le implicazioni dell’istruzione di Lopez, aiuta a capire la leadership e i principi guida la dichiarazione di missione di Harvard, ben esemplificata dal Belfer Center della KSG che, fino ad oggi, offre il suo sostegno pubblico a Lopez e al suo partito di opposizione Primero Justicia.

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Immagine: John P. Holdren (con la barba, a sinistra), sostenitore della riduzione della popolazione attraverso la sterilizzazione forzata, supervisionata da un “regime planetario”, è solo uno dei tanti caratteri “colorati” che si trovano nelle aule della Harvard Kennedy School of Government, dove il co-fondatore di Primero Justicia del Venezuela, Leopoldo Lopez, si è laureato. Fino ad oggi, KSG fornisce consulenza negli sforzi dell’opposizione filo-USA nel prendere il potere in Venezuela.

Denominato da Robert Belfer, della Belco Petroleum Corporation e, poi, direttore della fallimentare Enron Corporation, il Centro Belfer si definisce come “il fulcro della ricerca della Harvard Kennedy School, nell’insegnamento e nella formazione nella sicurezza degli affari internazionali, nelle questioni ambientali e risorse, e nella scienza e tecnologia.” Robert Belfer è ancora membro del Consiglio internazionale. Il direttore della Belfer, Graham Allison fornisce un esempio di corporativismo che trae vantaggio guidando la politica degli Stati Uniti. E’ stato uno dei fondatori della Commissione Trilaterale, direttore del Council on Foreign Relations (CFR), consulente della RAND Corporation, direttore di Getty Oil Company, Natixis, Loomis Sayles, Hansberger, Taubman Centers Inc., e Belco petrolio e gas, nonché membro dei comitati consultivi di Chase Bank, Chemical Bank, Hydro-Québec e della losca International Energy Corporation, tutto secondo la sua biografia ufficiale del Centro Belfer.
Altri personaggi discutibili e alunni della Belfer sono Robert Zoellick, membro del CFR e della  Goldman Sachs, ed ex-presidente della Banca Mondiale. Al consiglio di amministrazione vi è l’ex-membro del CFR ed ex consulente di Goldman Sachs, Ashton Carter. C’è anche l’ex direttore di Citigroup e Raytheon, ex direttore della CIA e membro del CFR John Deutch che ottenne il perdono da Clinton per evitare il processo su una violazione della sicurezza, mentre armeggiava nelle sue funzioni nella CIA. Nel frattempo vi sono anche Nathaniel Rothschild di Atticus Capital e RIT Capital Partners, Paul Volcker della Federal Reserve e l’ex segretario della DHS, Michael Chertoff, tutti “consiglieri” del Centro Belfer.
Ultimo ma non meno importante, vi è John P. Holdren, anche membro del Council on Foreign Relations, consigliere scientifico sia del presidente Clinton che del presidente Obama, e co-autore con Paul Ehrilich dell’ormai famigerato “Ecoscience”, quando Holdren non promuove la “distruzione climatica”, con cui sogna un governo totalitario globale malthusiano che sterilizza forzatamente la popolazione mondiale. Teme, erroneamente, che la sovrappopolazione ponga fine dell’umanità. Aveva sostenuto con piena superbia, nel suo scadente libro, “La società senza crescita“, che entro il 2040 gli Stati Uniti avrebbero avuto una popolazione pericolosamente insostenibile di 280 milioni di abitanti, definendola “esagerata”. La popolazione attuale degli Stati Uniti è di oltre 300 milioni di abitanti, e nonostante la leadership e le politiche azzardate, resta ancora sostenibile.
Si potrebbe sostenere che l’istruzione di Lopez risieda nel suo passato, indipendentemente dalle sue attività politiche attuali, tuttavia gli interessi che guidano l’agenda del Centro Belfer ancora dimostrano il suo sostegno agli sforzi del partito Primero Justicia a prendere il potere in Venezuela. Lopez, Radonski e Borges fino ad oggi continuano a ricevere ingenti finanziamenti e sostegno dalle reti di ONG finanziate direttamente dal National Endowment for Democracy del dipartimento di Stato USA, e sono chiaramente favoriti dalla stampa occidentale. Inoltre, CFR, Heritage Foundation  e altri gruppi di riflessione guidati dalle aziende finanziarie sostengono tutti Radonski e Primero Justicia nel loro tentativo di “ripristinare la democrazia” in stile statunitense in Venezuela.
Con la morte di Chavez, i nomi di queste figure dell’opposizione diventeranno i pilastri della comunicazione occidentale in vista delle elezioni anticipate, di cui l’occidente è ansioso tenere; elezioni in cui l’occidente è ben posizionato nel manipolarle in favore di Lopez, Radonski e Borges. Qualunque cosa si possa avere pensato del presidente venezuelano Hugo Chavez e delle sue politiche, ha nazionalizzato il petrolio della sua nazione, cacciando le multinazionali straniere, ha diversificato le esportazioni riducendone la dipendenza dai mercati occidentali (con le esportazioni verso gli Stati Uniti al minimo in 9 anni), e si era apertamente opposto al neo-imperialismo delle aziende finanziarie in tutto il mondo. E’ stato un ostacolo all’egemonia occidentale, un ostacolo che ha provocato un palese depravato giubilo nei suoi avversari, al momento della morte. E mentre molti critici sono pronti a definire le politiche del Presidente Chavez un “fallimento”, sarebbe utile ricordare che gli Stati Uniti hanno schierato le loro vaste risorse, sia apertamente che segretamente, contro il popolo venezuelano nel corso degli anni, per garantirsi che qualsiasi sistema al di fuori della sfera di influenza occidentale fallisca inevitabilmente.

Davanti, giorni oscuri
Giorni bui, in effetti, attendono il Venezuela, con la “lista” dell’AEI che prefigura una “rivolta”, affermando: “Mentre i democratici venezuelani lottano contro il chavismo, i leader regionali devono mettere in chiaro che una repressione in stile Siria non sarà tollerata nelle Americhe. Dobbiamo difendere il diritto dei venezuelani a lottare democraticamente per recuperare il controllo del loro Paese e del suo futuro. Solo Washington può chiarire ai leader cinesi, russi, iraniani, cubani che sì gli Stati Uniti si preoccupano se si cerca di sostenere un regime non democratico e ostile in Venezuela. Qualsiasi tentativo di sopprimere la sua autodeterminazione con contanti cinesi, armi russe, terroristi iraniani o teppismo cubano, riceveranno una risposta coordinata regionale.”
Consiglieri militari e forze speciali degli Stati Uniti sono stati catturati mentre operavano in giro per il Venezuela. Così come ci sono stati segnali di avvertimento in Siria, anni prima che nel 2011 il conflitto iniziasse; le intenzioni degli Stati Uniti di spargere sangue e provocare un cambiamento di regime in Venezuela risalgono al 2002. Proprio come la Siria ora affronta una guerra per procura ideata dall’occidente, lo stesso sarà per il Venezuela, con l’AEI che ha già svelato i piani degli Stati Uniti per condurre una guerra per procura, sul modello siriano, in Sud America.
L’AEI ricorda anche ai lettori che il racket di Hugo Chavez aveva espulso dal Venezuela i falsi diritti umani, “sviluppo economico” e “promozione della democrazia” dell’occidente, diffondendosi in altre regioni del Sud America, e il desiderio dell’occidente di ripristinarle: “Le agenzie di sviluppo degli Stati Uniti dovrebbero cooperare con gli amici della regione, in modo da formare una task force di rappresentanti dell’industria privata, economisti e ingegneri, per collaborare con i venezuelani per identificare le riforme economiche, gli investimenti in infrastrutture, sicurezza, assistenza e negli aiuti umanitari che saranno necessari per stabilizzare e ricostruire il paese. Naturalmente, l’aspettativa sarà che tutti i costi di queste attività saranno a carico di un’industria petrolifera  restaurata nella produttività e nella redditività. Infine, abbiamo bisogno di collaborare con le nazioni che la pensano come noi, per dare nuovo impulso alle organizzazioni regionali impegnate alla democrazia, ai diritti umani, lotta contro la droga, cooperazione e solidarietà emisferica, e che sono state castrate dall’agenda distruttiva di Chavez.”
Mentre gli Stati Uniti finanziano, armano e sostengono apertamente al-Qaida in Siria, eseguono sequestri globali, gestiscono un arcipelago internazionale di centri di tortura, e solo ora conclude un decennio di stragi e assoggettamento in Iraq e in Afghanistan, continuando a mietere vite e a mettere a repentaglio il futuro di milioni di persone, finora resta difficile discernere a chi si rivolga l’AEI. E’ molto probabile a chi sa leggere tra le righe: gli avvoltoi delle corporation finanziarie in attesa del momento giusto per spolpare il Venezuela fino all’osso.
Il destino del Venezuela è nelle mani del suo popolo. La destabilizzazione occulta deve essere affrontata dal popolo venezuelano, mentre i media alternativi devono fare del loro meglio per svelare le bugie già snocciolate nelle tanto a lungo pianificate operazioni per il “Venezuela post-Chavez”. Per il resto di noi, dobbiamo individuare gli interessi aziendali-finanziari che guidano questa agenda; interessi che probabilmente frequentiamo ogni giorno, boicottandole e sostituendole in modo permanente, erodendo l’influenza indebita che hanno e continueranno ad utilizzare contro il popolo venezuelano, così come contro i popoli di tutto il mondo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

La battaglia finale di Chavez: “la mobilitazione del lutto”

Dedefensa 6 marzo 2013

hugo-chavez-nicolas-maduroLa morte del presidente venezuelano Hugo Chavez si pone immediatamente sotto gli auspici di una grande crisi: una crisi, non solo nel Paese, cosa ovvia per un tale evento e sapendo le circostanze generali, ma soprattutto anche una crisi generale che oppone il Sistema a forze necessariamente anti-sistema, rientrando completamente nel contesto internazionale. Il governo e, in generale, il “Gruppo Chavez” condotto finora dal Vicepresidente Maduro, hanno immediatamente ed esclusivamente inserito l’evento in questo contesto, e con tutti gli argomenti necessari per farlo.
Due assi sono stati immediatamente scelti per realizzare questo contesto dell’aggressione del Sistema, rappresentato principalmente dagli Stati Uniti e dal loro processo d’interferenza immemorabile e d’intervento illegale in America Latina. Da un lato, un intervento diretto degli Stati Uniti, anche attraverso militari o funzionari dell’ambasciata degli Stati Uniti, con l’espulsione immediata di due ufficiali dell’USAF addetti all’ambasciata e accusati di proporre ai militari venezuelani delle azioni sovversive; dall’altro, i dubbi sulle cause del cancro di cui Chavez è morto. Si hanno i dettagli dei due assi nell’intervento di Maduro, denunciante un piano di destabilizzazione, su Venezuelanalysis.com del 5 Marzo 2013.
Il Vicepresidente Nicolas Maduro ha oggi denunciato piani di destabilizzazione da parte delle destre venezuelana e internazionale, annunciando l’espulsione di due ufficiali degli Stati Uniti per aver minacciato la sicurezza militare. Implicando anche che il cancro di Chavez sia stato “causato dai nemici del Venezuela” … [...] Inoltre, [Maduro] ha detto: “Non abbiamo dubbi che i nemici storici del Paese hanno cercato un modo per danneggiare la salute del presidente Chavez… aggredito con questa malattia”, alludendo alla possibilità di un “attentato scientifico”. “Proprio come è successo a Yasser Arafat… Alla fine ci sarà un’indagine scientifica sulla malattia del Presidente Chavez”, ha detto.” Questo aspetto, una cospirazione per provocare il cancro Chavez, è ovviamente l’asse più originale del contrattacco preventivo del governo venezuelano nel suo ruolo completamente anti-Sistema.
RussiaToday del 5 marzo 2013 mostra i due assi di questo “contrattacco preventivo”, sviluppando in particolare quello relativo alla salute di Chavez. Ci si ricorda delle accuse dello stesso Chavez, citando il suo caso personale e quello della presidente argentina, e avrebbe potuto aggiungere quelli dell’ex presidente brasiliano Lula e dell’attuale presidente Rousseff, essendosi entrambi curati dal  cancro. “Nel dicembre 2011, Chavez speculava sul fatto che gli Stati Uniti potrebbero avere infettato i leader regionali con il cancro, dopo che alla presidente argentina Cristina Fernandez de Kirchner era stato diagnosticato un cancro alla tiroide. “Non voglio fare qualsiasi accusa insensata“, ha detto Chavez alla luce di qualcosa che risultava essere “molto, molto strana.” “Sarebbe strano se [gli Stati Uniti] abbiano sviluppato una tecnologia per indurre il cancro, e nessuno lo sappia?”, si è chiesto.”
Un altro campo di battaglia del dopo-Chavez riguarda l’economia. Su questo punto, da parte del Sistema è in atto un’intensa campagna propagandistica che ruota attorno alla recente svalutazione in Venezuela, e ovviamente contro di essa. Si tratta di screditare in tutti i modi possibili un sistema economico che si oppone direttamente all’ideologia economica del Sistema, di cui può essere visto in tutto il mondo il carattere destabilizzante e dissolvente, la cui generazione di crisi successive  colpisce la sua stessa essenza. Questi attacchi contro il sistema economico del Venezuela utilizzano ogni sorta di apprezzamento possibile, spesso straordinariamente assurdo e hollywoodiano, sulla realtà di questa svalutazione.
Un buon apprezzamento è dato dall’articolo di Mark Weisbrot sul Guardian del 3 marzo 2013. Ecco un breve estratto dove Weisbrot sembra rimproverare un economista del Sistema che avrebbe confuso, nel suo racconto, le false cifre dell’inflazione con le cifre false della svalutazione: “Non sorprende che parecchio di ciò che passa per analisi sulla stampa, si basa su una logica errata e dati sbagliati. Il premio dei numeri sbagliati questa volta va a Moisés Naim, che scrive sul Financial Times che “durante la presidenza di Chávez, il bolivar è stato svalutato del 992%.” I fan dell’aritmetica sapranno subito che questo è impossibile. Che la moneta al massimo può essere svalutata del 100%, a quel punto verrebbe scambiata per zero dollari. A quanto pare, un’amplissima esagerazione viene consentita quando si scrive del Venezuela, e finché è negativa…
L’economista Weisbrot, co-autore del documentario pro-Chavez di Oliver Stone, South of the Border, collabora anche con il sito Venezuelanalysis.com, che ha un forte sostegno dai “dissidenti” pro-Chavez negli Stati Uniti, ed è una buona fonte per seguire gli avvenimenti in Venezuela. Questo sito ha pubblicato, il 5 marzo 2013, un’interessante analisi del Dr. Francisco Dominguez, segretario della Campagna di solidarietà al Venezuela del Regno Unito, su Ricardo Haussmann, collaboratore episodico del Guardian che prende di mira la situazione economica del Venezuela: Haussmann uomo della vecchia era pre-Chavez, e del FMI, poi di Harvard… Questo è l’archetipo dell’attore economico del Sistema che agisce per raccogliere e organizzare le varie forze economiche dominanti anti-Chavez e pro-USA in Venezuela.
Nelle scorse elezioni di ottobre, vinte da Hugo Chavez in modo schiacciante, Haussmann (in qualità di advisor dello sconfitto candidato della  destra Henrique Capriles) aveva dichiarato che l’opposizione di destra avrebbe avuto 200.000 persone presenti ai seggi elettorali, che poi avrebbero annunciato i propri risultati prima di quelli ufficiali. Fortunatamente questo piano, che fu visto da molti fin dall’inizio come una preoccupante  destabilizzazione volta a legittimare dei risultati internazionalmente non riconosciuti, non scattò a causa della dimensione della vittoria di Hugo Chavez, con Capriles stesso che riconosceva i risultati. Questo non è stato il primo, il quotidiano spagnolo ABC aveva pubblicato un falso sondaggio che dichiarava perdente Hugo Chavez. Sicuramente il suo ruolo di consulente del candidato di destra avrebbe dovuto configurare il pezzo per il Guardian. Ciò spiegherebbe meglio i motivi del contenuto dell’articolo. Allo stesso modo, parte dei media britannici ha recentemente ospitato Diego Arria (che negò che il golpe che in Venezuela nel 2002 fosse un golpe!) e la filo-golpista del 2002, deputata estremista di destra (e amica di George W. Bush) María Corina Machado. Entrambi sono firmatari di primo piano di una recente petizione pubblica che invita i militari venezuelani a rovesciare il governo legittimo del Paese.”
Tutto ciò definisce una situazione molto particolare, che non è inaspettata considerando la personalità e l’influenza del defunto, nonché la condanna e l’odio con cui lo perseguiva il Sistema, ma una situazione che resta, tuttavia, straordinaria. Questa morte apparentemente “naturale” (di malattia) è stata chiaramente presentata e già accettata, e dovrebbe essere sempre più vista come una morte per attentato o aggressione dal Sistema, direttamente o indirettamente, a scelta. Questa presentazione e percezione della morte di Chavez, fanno si che sia più molto l’occasione della mobilitazione che del lutto o, se si vuole, di una “mobilitazione del lutto”, che sarebbe il massimo contributo diretto di Chavez alla lotta anti-Sistema. Sembra molto probabile che le elezioni presidenziali (entro 30 giorni, secondo le dichiarazioni del ministro degli Esteri del Venezuela) saranno sotto il segno della mobilitazione: contro l’aggressione del Sistema (gli Stati Uniti e gli economisti del Sistema), anche propriamente o indistintamente considerata responsabile della morte per assassinio di Chavez con un attentato tecnologico-medico, o di una sovversione generalizzata.
Il richiamo generale ai sospetti sulle cause del cancro di Chavez dovrebbe svolgere un ruolo importante nel comportamento e nella mobilitazione della popolazione per le elezioni. E anche se la situazione in America Latina sia coerente a ciò che si percepisce, questa mobilitazione  prevedibilmente supererà i confini del Venezuela, perché riguarda logicamente tutti i nuovi regimi dell’America Latina, dall’estrema-sinistra di Morales in Bolivia, al centro-sinistra di Rousseff e Lula in Brasile. (Usiamo queste nozioni di “sinistra” per facilità, quando si dovrebbero piuttosto indicare queste tendenze come anti-Sistema.) Non diremo che assolutamente tutti apprezzavano Chavez, ma tutto deve essere necessariamente interdipendente, almeno l’immediato dopo-Chavez, nella misura in cui la pressione del Sistema contro il Venezuela di Chavez comporta un attacco contro l’intero continente per il suo attuale orientamento anti-Sistema. Si può arrivare all’ipotesi che tutto è possibile, in talune circostanze, come nel caso di un brutale tentativo di “golpe” contro il regime di Chavez, in cui uno dei vicini, anche il potente Brasile, prenderebbe in considerazione un intervento militare basandosi sulla reazione popolare in Venezuela. Questo tipo di assunzione può portare a situazioni di grande destabilizzazione, in cui il Sistema non esce sempre vincitrice, anzi lontano da ciò, perché a livello continentale vi è la possibilità di un furioso indurimento anti-Sistema, in tali circostanze.
Ma si farà un tentativo diretto e brutale di destabilizzazione? La dottrina del “diritto alla stupidità“, come ha affermato Kerry ad uso universale del Sistema, non è impossibile. L’espulsione di due ufficiali dell’USAF potrebbe essere un segno, perché cercare di fomentare un colpo di stato delle forze armate venezuelane, nelle condizioni attuali, è una tattica brutale che delimita in modo efficace, nelle condizioni attuali (popolarità Chavez, sospetti sulle cause della sua morte, la solidarietà in America Latina), la famosa “stupidità”. (Che i due ufficiali abbiano effettivamente complottato o meno è secondario, il fatto essenziale è che la percezione di tale iniziativa sarebbe troppo in sintonia con i metodi degli Stati Uniti per essere categoricamente rifiutata: in questo caso, il sospetto sulla base dell’esperienza storica crea la verità della questione, altrimenti sarebbe quasi impossibile determinarlo oggettivamente…)
L’assunzione di un tale tentativo attivo e brutale è da prendere in considerazione, se non altro perché tutte le menti sono d’accordo sulla sua possibilità, e non si deve mai disperare di un sistema in cui più poteri non sono coordinati tra di loro e la passione anti-Chavez così ampiamente diffusa, accentuano il riferimento alla “dottrina della stupidità.” E’ su questo terreno che il regime di Chavez dovrebbe logicamente correggere le tattiche per lanciare il dopo-Chavez, e andare rapidamente a nuove elezioni per sfruttarne l’emozione, in particolare sulla mobilitazione che dovrebbe accompagnare questa emozione. Si aggiunga, come ulteriore vantaggio dei successori di Chavez, che l’opposizione è tutt’altro che unita intorno all’avversario di Chavez dell’ottobre 2012, Henrique Capriles.
La cosa più notevole della situazione, ancora una volta, si trova nel campo della comunicazione. L’attacco contro Chavez da parte della comunicazione del Sistema, e in particolare da quando era malato, è stato di tale potenza, coinvolgendo tutti gli aspetti della “dottrina della stupidità”, che l’idea dell’aggressione occulta si è istituzionalizzata. La morte di Chavez non sarebbe vista come naturale, ma causata da un’attentato. La mobilitazione diventerebbe assolutamente naturale, e se questa sarà la mentalità dominante, ovviamente sarà vantaggiosa per il regime; la responsabilità generale della crisi viene vista come il risultato di questo attacco costante e massiccio contro Chavez. Gli stessi metodi della comunicazione, “l’aggressione morbida” come contro la Russia, devono essere falsati in questo caso, perché in America Latina vi è il peso della brutalità storica del Sistema (Stati Uniti) in questa regione, disprezzata e considerata il giardino o il cortile degli Stati Uniti.
Si scaccia difficilmente l’atavismo storico della brutalità, in particolare quando si carica di questa stupidità del Sistema che sembra andare di pari passo con l’attività da superpotenza del Sistema, il suo odio totale per tutti i principi di legittimità della sovranità, il suo gusto per la dipendenza dell’illegalità, arrivando alla tossicodipendenza, ecc. Tutto questo è stato fatto per anni contro Chavez. Il risultato è che la morte di Chavez, qualunque sia la sua causa, viene facilmente percepita come un attacco del Sistema, giustificando tutte le paure e quindi la mobilitazione generale per il contrattacco “preventivo” delle accuse pubbliche del governo, l’espulsione degli ufficiali USAF come l’espulsione di agenti del KGB nei momenti di tensione durante la guerra fredda, e così via.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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