Una verità nascosta: Amnesty International

Fortune 26 gennaio 2014

amnesty1.gif w=358&h=510In un primo momento, le ONG perseguivano obiettivi lodevoli legati alla difesa dei diritti umani e della dignità umana, ma sempre più prove dimostrano che per alcune di tali organizzazioni questa osservazione è relativa. Infiltrate da funzionari governativi e coinvolte in certi conflitti, ignorandone altri. In filigrana si notano i contorni di una strategia che riflette la politica dei dipartimenti degli Esteri. Alcuni governi, come gli Stati Uniti, neanche nascondono tale strumentalizzazione delle organizzazioni “non governative”. Così, l’ex segretario di Stato Colin Powell, in un discorso alle ONG all’inizio dell’operazione Enduring Freedom (invasione dell’Afghanistan), nell’ottobre 2001,  disse: “Le ONG sono un nostro moltiplicatore di forza, parte importante della nostra squadra di combattimento.” (1)
L’ONG Amnesty International è stata fondata dall’inglese Peter Benenson. Prima di praticare la professione di avvocato, lavorò al ministero dell’Informazione e della stampa inglese durante la Seconda Guerra Mondiale. Ha poi lavorato a Bletchley Park, il centro di decrittazione inglese dove fu assegnato alla “Testery“. Peter Benenson era responsabile della decifrazione dei codici tedeschi. “Nel 1960, Benenson fu colpito da un articolo che riportava l’arresto di due studenti condannati a sette anni di carcere per aver brindato alla libertà sotto la dittatura di Salazar. Disgustato, lanciò sul giornale Observer (il cui direttore era David Astor) un appello ai “prigionieri dimenticati” in cui fu  utilizzato per la prima volta il termine “prigioniero di coscienza”. L’avvocato ricevette migliaia di lettere di sostegno. L’appello, ripreso dai giornali di tutto il mondo, chiedeva ai lettori di scrivere lettere per protestare contro l’arresto dei due giovani. Per coordinare tale campagna, Benenson fondò nel luglio 1961 l’associazione Amnesty International con l’aiuto, tra gli altri, di Sean MacBride e Eric Baker.” (2) Da allora, Amnesty ebbe il carattere di organismo consulente delle Nazioni Unite e tra gli altri, del suo Consiglio economico e sociale, dell’UNESCO, dell’Unione Europea e dell’Organizzazione degli Stati Americani. Ebbe anche lo status di osservatore presso l’Unione Africana. In diverse occasioni, l’organizzazione illustrò la sua imparzialità. A tal proposito, criticò l’intervento dell’esercito francese in Mali, a tre settimane dall’avvio, con uno studio “globale” di dieci giorni, illustrando l’attenzione che l’organizzazione attribuiva a tale tema. Amnesty International è un’organizzazione non governativa finanziariamente indipendente grazie a donazioni in maggioranza anonime. Tuttavia, resta il dubbio sulla natura del finanziamento dell’organizzazione.

Finanziamento
In primo luogo si nota che l’ONG ha diversi livelli. Amnesty International è in prima fila, ma poi troviamo Amnesty International Charity Limited, registrata come organizzazione caritatevole  attraverso cui passa il finanziamento da gruppi statali e corporativi. George Soros, il miliardario accusato di insider trading della Société Générale in Francia è il capo della Fondazione Open Society Institute, che promuove la democrazia, ed uno dei maggiori donatori di Amnesty International Charity Limited. Ha già investito più di 100 milioni di dollari nell’ONG. (Forse per motivi di consapevolezza e di trasparenza nei confronti degli Stati). Due anni fa, un altro “scandalo” finanziario colpì l’ONG. L’ex direttrice di Amnesty International, Irene Khan, ebbe una buonuscita di oltre 600000 euro; strano per una donna che aveva attivamente combattuto contro la povertà nel mondo (3). Amnesty International sfrutta il Transparency International Act, un indice di percezione della corruzione. Ma non ci sono dettagli sulle donazioni. Una donazione può essere un regalo di uno Stato o di un individuo. Dove sono i dettagli? Perché non sono dichiarati ufficialmente? Possiamo considerare trasparenti questi passaggi? Tutti questi problemi gettano dubbi sull’ONG.

La relativa indipendenza di Amnesty
Suzanne_Nossel_narrow Dopo aver esaminato la discutibile indipendenza finanziaria e il finanziamento opaco di Amnesty International, ci sembra importante analizzare l’influenza e la collusione dell’ONG con certe entità (Paesi, aziende, altre ONG). Di tale “indipendenza”, sia politica che finanziaria, di cui si fa portavoce, Amnesty International per certi aspetti è il contrario di ciò che predica. Anzi, perché non vede il conflitto di interessi quando Suzanne Nossel, direttrice di Amnesty International USA nel 2012-2013, era assistente personale di Hillary Clinton agli Esteri degli Stati Uniti? Questa stessa persona è responsabile della creazione dello “Smart Power”, combinazione tra modo dolce (soft) d’influenzare, e modo duro (hard) d’imporre la potenza militare. “Smart Power” è ora il cavallo di battaglia dell’amministrazione Obama. Dopo aver passato un anno al timone di Amnesty International USA, Suzanne Nossel è diventata direttrice dell’associazione PEN American Center (4). Alcuni critici interni di Amnesty International hanno contestato le direttive strategiche assai vicine alla politica estera statunitense. Ma questi critici si rassicurano con Franck Jannuzi, scelto per sostituire ad interim Suzanne Nossel. La scelta di Jannuzi alla carica di vicedirettore esecutivo di  Amnesty International USA, a Washington DC, è sorprendente se si guarda alla sua carriera. Jannuzi ha lavorato per il Bureau of Intelligence and Research come analista politico-militare della regione asiatica. Costui oggi è responsabile dell’adattamento alla politica estera statunitense degli indirizzi strategici di Amnesty International USA (5). Ma è così recente tale collusione tra il governo degli Stati Uniti e Amnesty International? Due casi dimostrano che tale legame esiste da oltre 20 anni. Prima dell’avvio della prima guerra del Golfo, l’amministrazione statunitense trasmise informazioni secondo cui i soldati iracheni avevano tolto dalle incubatrici più di 300 neonati prematuri, in un ospedale del Quwayt. I bambini furono gettati a terra, e le incubatrici rimpatriate in Iraq. Tale fatto fu determinante nel convincere il pubblico statunitense ad essere a favore dell’intervento in Medio Oriente. Amnesty International svolse un ruolo chiave nel supportare il governo degli Stati Uniti durante tutta l’operazione. Più di recente, Amnesty International lanciò la campagna per sostenere l’intervento della NATO in Afghanistan, “Enduring Freedom“, soprattutto con forze statunitensi. Amnesty International diffuse durante il vertice NATO del maggio 2012, dei manifesti che affermavano: “I diritti umani delle donne e delle ragazze in Afghanistan: la NATO perpetua i progressi!“. Il numero di vittime civili nel conflitto in Afghanistan, ancora alla fine dell’agosto 2009, veniva stimato in 9500 morti (6). A tale proposito, è sorprendente che il conflitto in Afghanistan non abbia suscitato le stesse critiche dell’intervento francese in Mali. Tali interventi sono volti a combattere il terrorismo e la repressione delle popolazioni da parte degli islamisti.
Dov’è il fervore di Amnesty International nel stabilire la verità, nel denunciare gli autori di tale mancato rispetto dei diritti umani? Così, quando Amnesty International indagava sull’intervento francese in Mali, appena una settimana dopo l’inizio dell’offensiva, dovremmo vedervi un lodevole approccio ansioso di difendere i diritti umani o un manovra eversiva per danneggiare l’immagine degli eserciti francese e maliano? In considerazione del coinvolgimento di persone collegate al governo degli Stati Uniti nella gestione di Amnesty International, ci si può legittimamente interrogare sull’indipendenza e l’imparzialità dell’organizzazione.
Al di là della difesa dei diritti umani e della dignità umana come obiettivo primario, non vi vediamo il secondo fine di divenire il relè dell’influenza culturale statunitense? Ciò per imporre un terreno a lungo termine favorevole alle ambizioni strategiche degli Stati Uniti?

evil-george-sorosNote
(1) Michael Mann, Incoherent Empire, Verso, 2003
(2) Peter Benenson
(3) Daily Mail
(4) PEN
(4) Amnesty USA
(6) BBC

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Amnesty International, propaganda di guerra e terrorismo dei diritti umani

Gearóid Ó Colmáin, Dissident Voice 8 agosto 2013

Donatella Rovera, fantoccio dirittumanitarista del terrorismo imperialista

Donatella Rovera, fantoccio dirittumanitarista del terrorismo imperialista

A Jaramana, periferia di Damasco, il 7 agosto 18 civili sono stati fatti a pezzi. Tra i morti vi erano dei bambini. Il governo russo ha condannato questo crimine contro l’umanità, che è stato appena accennato dalla stampa occidentale, per non parlare del silenzio dei governi occidentali che  riforniscono di armi i terroristi. Forse i bambini uccisi durante l’attentato erano sostenitori di Bashar al-Assad ed erano quindi colpevoli. Nel frattempo, nella “terra dei diritti umani”, i parigini sorseggiano il caffè leggendo il “journal sérieux” LeMonde. Il quotidiano francese ha pubblicato la storia di un organismo riconosciuto a livello internazionale per il suo ruolo nella difesa dei ‘diritti umani': Amnesty International. Amnesty International è indignata per le violenze contro i civili in Siria. Ma non menziona per niente il massacro di Jaramana. Stranamente, non sapeva della notizia. Non sa che i terroristi avevano piazzato una bomba in una zona affollata di Jaramana, assassinando dei civili. Invece, l’articolo di Le Monde citava le dichiarazioni di Donatella Rovera, un’attivista di Amnesty che ha passato del tempo con gruppi simili a quelli che avevano piazzato la bomba a Jaramana. Rovera è indignata dalla determinazione dell’esercito siriano nel sconfiggere i terroristi. “Il regime usa armi proibite“, ha detto. Una visione contorta di Rovera: le armi proibite non includerebbero le autobombe nelle piazze affollate. Le armi proibite sono le armi che tutti gli eserciti nazionali usano per difendere la loro nazione, come i missili balistici.
Rovera, la nostra attivista dei “diritti umani” è stata costretta ad ammettere che alcuni crimini sono stati commessi da suoi amati “ribelli”, ma lei, da vera professionista, ha avuto grande cura nel spacciare i loro crimini per danni collaterali: “I crimini di guerra che commettono prendono essenzialmente di mira i membri delle forze governative e le loro milizie che catturano i ribelli, ma questi gruppi sono diventati anche più visibili presso la popolazione civile, sulla quale adattano il loro punto di vista.” La militante per i diritti umani di Amnesty non spiega quale sia questo punto di vista. Non menziona che i suoi amati ribelli costringono le donne di Aleppo occupata, ad indossare il burka, né menziona il fatto che usano il cibo come arma contro il popolo, nel tentativo di affamarlo per sottometterlo. No, il messaggio è chiaro, i ribelli sono i buoni, anche se ci sono alcuni furfanti tra di loro.
Non è forse sorprendente che un governo che ha l’obiettivo di uccidere il maggior numero possibile di propri cittadini, un mostro tirannico che sadicamente massacra i propri cittadini, giorno dopo giorno, riesca a rimanere al potere, nonostante il fatto che così tanti cittadini sostengono gli eroici  attentatori che attaccano quel governo, sostengono i tagliagole dell’opposizione, tifano per i bambini soldato armati di fucili che riescono a malapena a sollevare contro quel governo, e che una tale “rivolta popolare” possa avere il pieno sostegno logistico, propagandistico e militare della nazione più potente che il mondo abbia mai conosciuto, e che ancora dopo due anni e mezzo di decapitazioni, cannibalismo, omicidi e caos, i “ribelli” di al-Qaida ancora non riescono a concludere la “rivoluzione”? Per Amnesty International, i bambini tra le macerie di Jaramana sono ovviamente “forze del governo”. Se il parere di Amnesty International fosse stato il contrario, avrebbe pubblicato la condanna di tali crimini. Non l’ha fatto ed è quindi complice di tali crimini. Questo è ciò che Amnesty International compie ormai da molti anni, e dall’inizio di questa guerra contro il popolo siriano, Amnesty è saldamente dalla parte degli aggressori. Le sue relazioni sulla guerra sono tutte basate sue “voci di attivisti”, “secondo gli attivisti” o “i militanti dei diritti umani”, eppure ha condannato il governo siriano sulla base di queste affermazioni del tutto prive di fondamento delle sue cosiddette fonti “affidabili”, che sono state colte commettere crimini e attribuire al governo i cecchini sconosciuti che aprirono il fuoco sui manifestanti e la polizia nella città di Daraa, il 17 marzo 2011.
Amnesty International è un’organizzazione per la propaganda bellica dell’imperialismo. In realtà, la maggior parte delle organizzazioni dei diritti umani più pubblicizzate operano come agenzie di indottrinamento ideologico per il neo-colonialismo e l’imperialismo occidentali. A questo proposito, hanno sostituito i missionari cristiani del 19° secolo che fornivano la giustificazione per la sottomissione coloniale con il pretesto di diffondere la “civiltà cristiana”. Il colonialismo che diffonde valori cristiani è stato sostituito da quello che promuove i diritti umani. Durante la campagna terroristica dei mujahidin della CIA contro la Repubblica Democratica dell’Afghanistan, negli anni ’80, Amnesty International pubblicò un rapporto che condannava le presunte torture e gli abusi ai diritti umani dei terroristi mujahidin da parte del governo afghano, ignorando le autobombe e le atrocità contro i civili commesse da bin Ladin e dalle sue orde di teppisti drogati, razzisti e misogini. La mente della ‘trappola afghana’, progettata per provocare l’intervento sovietico in Afghanistan, fu il consigliere della Sicurezza Nazionale USA Zbigniew Brzezinski, che è anche ex-direttore di Amnesty International. L’attuale direttore della sezione statunitense di Amnesty International è Suzanne Nossel, ex-assistente del segretario del dipartimento di Stato per le organizzazioni internazionali. E’ tempo di mettere in discussione non solo Amnesty International, ma l’intera ideologia dei diritti umani.

Diritti umani contro diritti sociali
israele-amnesy-internationalIl filosofo francese Michel Foucault sosteneva che l’uomo come ‘dualità empirico-trascendentale’ sia essenzialmente un’invenzione del 18° secolo, sostenendo che la nozione di individualità concepita come trascendentale dall’io separabile dalle forze sociali e storiche, apparve la prima volta nella filosofia occidentale durante l’Illuminismo. Foucault ha celebrato la “morte dell’uomo” quando gli esseri umani cominciarono ad essere concettualizzati, da strutturalisti e post-strutturalisti, come punti decentrati nella vasta matrice dei rapporti di potere, una visione che, in ultima analisi, ha privato l’uomo dell’agire. La conseguenza politica di questa concezione profondamente nietzscheana dell’uomo è il relativismo, il nichilismo e il sinistrismo reazionario e piccolo-borghese che si oppongono a tutto e non difendono nulla. Tuttavia, nonostante il loro rifiuto dell’uomo, i post-strutturalisti e i postmodernisti ancora difendono i diritti umani. I marxisti rifiutano anche la nozione di diritti umani a causa del fatto che rappresenta una concezione borghese dell’essere umano. Per i marxisti, i diritti umani sono categorie borghesi che corrispondono agli interessi di classe della borghesia.
Molti attivisti di sinistra difendono il concetto di diritti umani. Ci sono altri, invece, che sostengono che il concetto di diritti umani deve essere criticato e respinto; gli esseri umani come entità sociali sono ciò che dovrebbero difendere; gli esseri umani come attori socialmente e storicamente costituiti, modellati dal loro ambiente, ma anche capaci di costruirlo e superare tale ambiente; complessi, gli esseri sociali dialettici non sono ego con dei diritti astratti. Non dovrebbe sorprenderci che le agenzie dei diritti umani funzionino come dipartimenti di propaganda dell’imperialismo. Il concetto dei diritti dell’uomo è nato con l’avanzata storica della borghesia e del modo di produzione capitalistico. Pertanto, i diritti umani vanno di pari passo con i diritti della proprietà. I diritti umani sono sempre i diritti di proprietà, i diritti degli sfruttatori, i diritti degli oppressori e dei terroristi. Invece, abbiamo bisogno di difendere i diritti sociali. L’uomo, come sosteneva Aristotele, è un animale politico, vale a dire, un animale il cui essere è inseparabile dalla polis, dal tessuto sociale, dalla comunità. Amnesty International, Human Rights Watch e altre organizzazioni simili, sono le prostitute del nuovo imperialismo iper-individualista che minaccia il futuro degli esseri umani, impedendogli di entrare in empatia con la sofferenza del prossimo. I gruppi per i diritti umani sono più interessati ai “diritti” che agli umani, a titoli e azioni più che a emozioni e passioni, di essere dalla parte “giusta” del politicamente corretto che essere sinceri e onesti, per la libertà del mercato invece che per la libertà dell’essere umano.
Gli attivisti per la pace dovrebbero non solo denunciare e condannare le loro menzogne e manipolazioni, ma la stessa filosofia dei diritti umani in sé, gli esseri umani non possono essere concettualizzati come soggetti nati con diritti inalienabili, ma piuttosto come esseri sociali che crescono e si evolvono in comunità dinamiche che impongono doveri, debiti e obblighi ineluttabili nei confronti dei loro compagni proletari e operai. Senza tali complessi rapporti d’interdipendenza non ci sarebbe nessuna società e di conseguenza nessun essere umano. Dobbiamo respingere i diritti umani astratti e proclamare i diritti sociali concreti; diritto ad un alloggio gratuito, diritto alla titolarità democratica dei mezzi di produzione, diritto di vivere in pace, diritto a un lavoro, diritto alla privacy, il diritto a istruzione, trasporto e assistenza sanitaria gratuiti, diritto al cibo sano e all’acqua, il diritto alla libertà di espressione.
Non dobbiamo dimenticare che la maggior parte, se non tutti, i crimini indicibili di questa guerra sono stati commessi dai cosiddetti ribelli. Non dobbiamo dimenticare le stragi di Hula, Banias, Hatlah, università di Aleppo, tra gli innumerevoli altri meno noti, meno pubblicizzati, e ora il massacro di Jaramana. Amnesty International, Human Rights Watch e altri, ne sono complici coprendo questi crimini. Dovrebbero essere chiamati a risponderne. Non solo perché Amnesty International è un’organizzazione dei diritti umani fasulla e complice dei crimini di guerra commessi contro il popolo siriano, anzi, la propaganda di guerra di Amnesty International per conto dell’imperialismo è semplicemente un corollario dell’ideologia borghese cui aderiscono tutti i gruppi dirittumanitaristi. Le attuali guerre “umanitarie”, con tanto zelo difese dai fanatici dei diritti umani, sono sintomatici della profonda crisi di civiltà. Nel 1960, il regista maoista francese Jean-Luc Godard tentò di mostrare, nel suo preveggente film da incubo Le Weekend, come l’ideologia borghese francese trasformi gli esseri umani civilizzati in cannibali assetati di sangue. Questo autore ha sentito numerosi commenti sulla stampa francese e internazionale, giustificare e spiegare il cannibalismo di alcuni terroristi siriani come reazione all’insondabile “brutalità” del “regime”. Cannibali e psicopatici sono stati trasformati nei nobili selvaggi di Montaigne. Questa è l’ideologia di una decadente società consumatrice dove certe tendenze ataviche da linciatori riemergono nel caos causato dalla lenta morte del capitalismo tecnocratico. Dobbiamo documentare crimini come il massacro di Jaramana e smascherare coloro che tentano di coprire i loro autori, non perché sono violazioni dei diritti umani, ma perché sono violazioni dell’umanità e delle reti sociali che sostengono le più significative relazioni umane. Dobbiamo difendere l’essere umano e gettare i diritti umani nella pattumiera della storia.

Gearóid Ó Colmáin è un analista politico di Parigi. Collaboratore frequente di Russia Today, Radio del Sur e Inn World Report. Il suo blog è Metrogael.

Suzanne Nossel: da segretaria di Hillary Clinton a segretaria di Amnesty International

Suzanne Nossel: da segretaria di Hillary Clinton a segretaria di Amnesty International

Danno collaterale del terrorismo sponsorizzato dalla NATO e coperto da Amnesty International

‘Danno collaterale’ del terrorismo sponsorizzato dalla NATO e celebrato da Amnesty International

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Noam Chomsky: pennivendolo imperiale. La Libia e la fabbrica del consenso

Dan Glazebrook Ahram Novembre 2011

Ripulendo i ribelli libici e demonizzando il regime di Gheddafi, il leader intellettuale statunitense Noam Chomsky contribuisce all’invasione imperialista? In una lunga intervista con Chomsky, Dan Glazebrook se lo chiede.

noamÈ stato un colloquio difficile per me. Fu Noam Chomsky che per primo mi aprì gli occhi sulla struttura neo-coloniale del mondo e sul ruolo dei media aziendali nel mascherare e legittimare questa struttura. Chomsky ha costantemente dimostrato come, fin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, i regimi militari furono imposti al Terzo Mondo dagli Stati Uniti e dai loro alleati europei, con lo scopo riconosciuto di tenere bassi i salari (e quindi alte le opportunità di investimento) con l’annientamento di comunisti, sindacalisti e chiunque altro fosse considerato una potenziale minaccia all’impero. Fu in prima linea nel svelare le menzogne e le motivazioni reali dietro l’aggressione contro l’Iraq, l’Afghanistan e la Serbia negli ultimi anni, e contro l’America Centrale e il Sud-Est asiatico prima. Ma sulla Libia, a mio parere, è stato terribile. Non fraintendetemi: ora la campagna è quasi finita, Chomsky può essere molto schietto nella sua denuncia, come spiega nell’intervista. “In questo momento, la NATO bombarda la più grande tribù della Libia“, mi dice. “Non viene sempre detto, ma se si leggono i rapporti della Croce Rossa descrivono una crisi umanitaria terribile nella città sotto attacco, con gli ospedali al collasso, senza farmaci e persone che muoiono, fuggono a piedi nel deserto per cercare di allontanarsi, e così via. Ciò accade sotto il mandato alla NATO di proteggere i civili“. Ciò che mi preoccupa è che questo era esattamente il mandato che Chomsky ha sostenuto.
Il generale statunitense Wesley Clark, comandante della NATO durante i bombardamenti della Serbia, aveva rivelato alla televisione statunitense sette anni fa che il Pentagono, nel 2001, elaborò una “lista” di sette Stati da eliminare entro cinque anni: Iraq, Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e Iran. Grazie alla resistenza irachena e afgana, il piano è in ritardo, ma chiaramente non è stato abbandonato. Dovevamo, quindi, aspettarci pienamente l’invasione della Libia. Dato il fallimento dell’ex presidente degli Stati Uniti George Bush, nell’ottenere con la prepotenza il supporto globale nella guerra all’Iraq, con l’impegno dichiarato di Obama al multilateralismo e al “soft power”, avremmo dovuto aspettarci che questa invasione venisse meticolosamente pianificata per darle una patina di legittimità. Data la crescente predilezione della CIA nell’istigare “rivoluzioni colorate” per colpire i governi che non gli piacciono, avremmo dovuto aspettarci qualcosa di simile nell’ambito dell’invasione della Libia. E data la stretta collaborazione di Obama con i Clinton, ci si sarebbe dovuti aspettare che questa invasione seguisse il modello di grande successo istituito dall’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton in Kosovo: supportare i movimenti ribelli a terra per condurre provocazioni violente contro uno Stato, per poi urlare al genocidio per la risposta dello Stato, al fine di terrorizzare l’opinione pubblica mondiale per farle supportare l’intervento. In altre parole, avremmo dovuto vedere intellettuali di spicco e ampiamente rispettati, come Chomsky, adoperarsi per pubblicizzare le rivelazioni di Clark, avvertire dell’imminente aggressione e attirare l’attenzione sulla natura razzista e settaria dei “movimenti ribelli” che i governi di Stati Uniti e Gran Bretagna hanno tradizionalmente impiegato per rovesciare governi non conformi. Chomsky non ha certo bisogno di ricordare le atrocità sgangherate dell’Esercito di liberazione del Kosovo, dei Contras del Nicaragua, o dell’Alleanza del Nord afghana. Anzi, fu lui che allertò il mondo su molti di essi. Ma Chomsky non si è adoperato per chiarire questi punti.
Invece, in un’intervista con la BBC, a un mese dall’inizio della ribellione e, soprattutto, appena quattro giorni prima del voto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite della risoluzione 1973 e l’inizio della guerra lampo della NATO, ha preferito definire la ribellione “meravigliosa”. Altrove, l’occupazione della città orientale di Bengasi da parte di bande razziste, come “liberazione”, e la ribellione come “inizialmente non violenta”. In un’intervista con la BBC, aveva anche affermato che “la Libia è l’unico posto [in Nord Africa], dove c’è stata una reazione molto violenta dello Stato nel reprimere le rivolte popolari“, una rivendicazione così lontana dalla verità che è difficile sapere da dove iniziare. L’ex presidente egiziano Hosni Mubaraq, attualmente è sotto processo per l’uccisione di 850 manifestanti, mentre secondo Amnesty International, solo 110 morti possono essere confermati a Bengasi prima dell’avvio delle operazioni della NATO, compresi i filo-governativi uccisi dalle milizie ribelli. Ciò che rende davvero eccezionale la Libia nella Primavera araba del Nord Africa, è che sia l’unico Paese in cui la ribellione era armata, violenta e apertamente volta a facilitare l’invasione straniera. Ora che Amnesty ha confermato che i ribelli libici hanno compiuto violenze fin dall’inizio, torturando e giustiziando in massa libici neri e migranti africani fin da allora, ho iniziato l’intervista chiedendo a Chomsky se oggi si rammarica per il suo sostegno verso di loro. Lui alza le spalle. “No. Sono sicuro che Amnesty International ha ragione. Vi erano elementi armati tra di loro, ma noto che non ha detto che la ribellione fosse armata, infatti, la grande maggioranza è formata probabilmente da persone come noi [sic], oppositori borghesi di Gheddafi. Era quasi una rivolta senza armi. Si è trasformata in una rivolta violenta, e gli omicidi che vengono descritti in effetti avvengono, ma non è cominciata così. Appena è diventata una guerra civile, è successo.” Tuttavia, in realtà è iniziata proprio così.
Il vero volto dei ribelli è apparso il secondo giorno della ribellione, il 18 febbraio, quando furono arrestati e giustiziati 50 lavoratori migranti africani nella città di Bayda. Una settimana dopo, un testimone oculare terrorizzato disse alla BBC di altri 70 o 80 lavoratori migranti fatti a pezzi davanti ai suoi occhi, dalle forze ribelli. Questi incidenti, e molti altri simili, chiarirono il carattere razzista delle milizie ribelli ben prima dell’intervista della BBC a Chomsky, il 15 marzo. Ma Chomsky lo rifiuta. “Queste cose non erano assolutamente chiare, e non sono state segnalate. E anche dopo, quando sono state segnalate, non si parlava della rivolta. Si parlava di  elementi interni ad essa.” Questo può essere il modo con cui Chomsky la vede, ma entrambi gli incidenti sono stati seguiti dai principali media come BBC, National Public Radio e il quotidiano britannico The Guardian, finora. Certo, erano nascosti dopo pagine e pagine di bile anti-Gheddafi e giustificate con il solito pretesto che i migranti sono “mercenari sospetti”, ma la competenza di Chomsky nell’analisi dei media avrebbe dovuto scorgerne il senso. Inoltre, l’espulsione il mese scorso di tutta la popolazione della città libica a maggioranza nera di Tawarga, da parte delle milizie di Misurata dai nomi come “brigata per l’eliminazione dei neri“, ebbe recentemente la benedizione ufficiale del presidente Mahmoud Jibril del Consiglio Nazionale di Transizione libico (CNT). Presentando questi crimini razziali come una sorta di elemento insignificante, sembra farlo volutamente in malafede. Ma Chomsky continua ad attenersi alle sue sparate. “Parli di ciò che è accaduto dopo la guerra civile e l’intervento della NATO cui sono contrario. Due punti, lo ripeto. Prima di tutto, non si sapeva, e in secondo luogo fu un aspetto secondario della rivolta. La rivolta è opera della stragrande maggioranza della classe media, dell’opposizione non violenta. Ora sappiamo che c’erano elementi armati diventati rapidamente prominenti dopo l’inizio della guerra civile. Ma non sarebbe accaduto se questo secondo intervento non avesse avuto luogo, e forse le cose non sarebbero andate in questo modo.”
Chomsky divide l’intervento della NATO in due parti. L’intervento iniziale, autorizzato dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per impedire un massacro a Bengasi, che sostiene che fosse legittimo. Ma il “secondo” intervento, in cui il triumvirato Stati Uniti, Gran Bretagna e  Francia ha agito come forza aerea delle milizie di Misurata e Bengasi nell’occupazione del resto del Paese, era sbagliato e illegale. “Dobbiamo ricordare che vi sono stati due interventi, non uno, della NATO. Uno è durato circa cinque minuti. Si basava sulla risoluzione 1973 del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che prevedeva una no-fly zone su Bengasi quando v’era la minaccia di un grave massacro, insieme a un mandato a lungo termine per proteggere i civili. Durò pochissimo [come] quasi subito, non la NATO, ma le tre tradizionali potenze imperiali Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti eseguirono il secondo intervento che non aveva niente a che fare con la protezione dei civili e di certo non era una no-fly zone, ma piuttosto il sostegno alla rivolta dei ribelli cui assistiamo”. “Fu quasi isolata internazionalmente. I Paesi africani sono fortemente contrari. Hanno chiesto negoziati e diplomazia fin dall’inizio. I principali Paesi indipendenti, i BRICS, si sono anch’essi opposti al secondo intervento chiedendo negoziati e diplomazia. Anche nell’ambio della partecipazione limitata della NATO, al di fuori del triumvirato, nel mondo arabo, non c’era quasi niente: il Qatar ha inviato un paio di aerei e l’Egitto, vicino e pesantemente armato, non ha fatto nulla”. “La Turchia ha atteso per un bel po’ e, infine, ha partecipato debolmente nell’operazione del triumvirato. Quindi è un’operazione molto isolata. Si è sostenuto che è stata effettuata su richiesta della Lega Araba, ma è una menzogna. Prima di tutto, la richiesta della Lega araba era estremamente limitata e solo una minoranza vi ha partecipato, solo l’Arabia Saudita e gli Stati del Golfo hanno in realtà anche richiesto due no-fly zone. Una sulla Libia e l’altra a Gaza. Non possiamo parlare di quello che è successo al secondo.”
Nella sostanza siamo d’accordo. La mia tesi, però, è che fu dolorosamente chiaro da subito che la risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza era una foglia di fico del triumvirato proprio per quel “secondo intervento” che Chomsky denigra. “Non era chiaro, neanche per cinque minuti, che le potenze imperiale avrebbero accettato la risoluzione. Divenne chiaro un paio di giorni dopo, quando iniziarono i bombardamenti a sostegno dei ribelli. E non doveva accadere. E avrebbe potuto essere che l’opinione mondiale, la maggior parte di esso, BRICS, Africa, Turchia e così via, avrebbe prevalso“. Sembra bizzarro e ingenuo per un uomo dalla visione di Chomsky fingere sorpresa riguardo alle potenze imperiali che utilizzano la risoluzione 1973 dell’ONU per i propri scopi, al fine di far cadere uno dei governi sulla loro lista nera. Che altro avrebbero utilizzato? E’ anche esasperante: se fosse stato qualcun altro a parlare, gli avrei detto loro di leggere Chomsky. Chomsky avrebbe detto che le potenze imperiali non agiscono umanitariamente, ma per impulsi totalitari e per difendere ed estendere il loro dominio sul mondo e le sue risorse. Gli avrebbe anche detto, avrei pensato, di non aspettarsi che quelle potenze attuassero misure volte a salvare i civili, perché ne avrebbero solo approfittato facendo il contrario. Tuttavia, in questa occasione Chomsky sembrava seguire una logica diversa. Chomsky non accetta che la sua ripulitura dei ribelli e la demonizzazione di Gheddafi, nei giorni e nelle settimane prima dell’invasione, possa aver contribuito a facilitarla? “Certo che non ho ripulito i ribelli. Non ho detto quasi nulla di loro.”
L’intervista originale ebbe luogo prima di tutto ciò, quando doveva essere presa la decisione di presentare alle Nazioni Unite la risoluzione per chiedere la no-fly zone, e tra l’altro dissi che dopo che fosse passata, pensavo che sarebbe stata usata per questo scopo, e ancora oggi lo dico.
Eppure, anche dopo che l’aggressione inglese, francese e statunitense alla Libia era evidente, Chomsky scrisse un altro articolo sulla Libia, il 5 aprile. In quel periodo migliaia, se non decine di migliaia di libici erano stati uccisi dalle bombe della NATO. Questa volta il pezzo di Chomsky  criticava apertamente i governi britannico e statunitense, ma non per la loro guerra, ma per il loro presunto sostegno a Gheddafi “e ai suoi crimini“. Questo non alimentava la demonizzazione che giustificava e perpetuava l’aggressione della NATO? “Prima di tutto, non accetto la tua descrizione non la chiamerei aggressione della NATO, è stata più complessa. Il passo iniziale, il primo intervento di cinque minuti, credo fosse giustificabile. C’era una possibilità, significativa, di un gravissimo massacro a Bengasi di cui Gheddafi ha un orribile record, e che dovrebbe essere noto, ma a quel punto credo che la reazione corretta avrebbe dovuto essere raccontare la verità su quello che accadeva.” Non posso che chiedermi perché la responsabilità di “dire la verità su quello che succede” valga solo per la Libia. Non dovremmo anche dire la verità su quello che accade in occidente? Della sua inestinguibile sete di decrescenti riserve di gas e petrolio, per esempio, o della sua paura di un’Africa indipendente, o della sua lunga esperienza nel sostenere e armare gangster brutali contro i governi che vuole abbattere? Chomsky ha abbastanza familiarità di tali esempi. Non dovremmo dire la verità sulla crisi che attualmente avvolge il sistema economico occidentale e che porta le sue élite sempre più a fare affidamento sui guerrafondai per mantenere il proprio fatiscente predominio? Non è tutto ciò, in realtà molto più pertinente sulla guerra alla Libia che raccontare i presunti crimini di Gheddafi di 20 anni fa?
Chomsky ha affrontato l’accademico e attivista statunitense James Petras, nel 2003, per la sua condanna dell’arresto a Cuba di diverse decine di agenti statunitensi e l’esecuzione di tre dirottatori. Petras avevano sostenuto poi che “gli intellettuali hanno la responsabilità di distinguere tra le misure difensive adottate da Paesi e popoli sotto attacco imperiale e le modalità offensive delle potenze imperialiste impiegate nella conquista. È il culmine dell’arroganza e dell’ipocrisia adottare un’equivalenza morale tra la la violenza e la repressione dei Paesi imperialisti nella conquista e quelle dei Paesi del Terzo Mondo sotto attacco militare e terroristico“. In questa occasione, Chomsky ha fatto di peggio. Lungi dall’adottare equivalenze morali, ha semplicemente cancellato i crimini degli alleati libici della NATO, mentre amplificava e distorceva le misure difensive adottate dal governo della Libia nell’affrontare una ribellione armata e appoggiata dagli USA. Ricordai a Chomsky il suo commento di qualche anno prima, secondo cui la Libia veniva pestata dai politici statunitensi per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi interni. “Sì, è vero, ma questo non vuol dire che non sia stato bello.” Ora lo è molto meno.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Uccidere la speranza: Laura Boldrini, Eritrea e Libia

Il rovesciamento della Jamahiriya Libica e l’assassinio del suo leader non avevano nulla a che fare con i diritti umani e altra spazzatura ideologica. “Chi oggi cerca di far credere ciò, dovrebbe essere accusato di apologia di crimini di guerra e complicità dalla Corte penale internazionale, se questa vuole ancora avere un minimo di credibilità.”

'Combattenti per la Libertà' in Siria, per i quali Laura Boldrini, come ha già fatto in occasione della distruzione della Libia, invoca il supporto della Comunità Internazionale (ovvero, l'intervento armato della NATO contro lo Stato e il Popolo siriani)

‘Combattenti per la Libertà’ in Siria, per i quali Laura Boldrini, come ha già fatto in occasione della distruzione della Libia, invoca il ‘supporto della Comunità Internazionale’ (ovvero, l’intervento armato della NATO contro lo Stato e il Popolo siriani)

Nell’estate del 2010, montò un’aspra campagna anti-libica, volta a sabotare gli accordi strategici tra Tripoli e Roma. In vista anche dell’assalto e della distruzione della Repubblica popolare socialista delle Masse (Jamahiriya) di Libia. La campagna propagandistica, attuata dai mass media di sinistra: l’Unità, Repubblica-L’espresso, Rai3/TG-3, ecc. verteva su una storia diffusa da alcune ONG e dal CIR (Consiglio Italiani  dei Rifugiati) che, basandosi sulle oramai oggi famose e fumose ‘anonime voci locali’, affermavano che il 30 giugno 2010, 247 ‘profughi’ eritrei e somali sarebbero stati “caricati a forza su tre container e, dopo un viaggio di 10 ore, portati a Saba (ma le stesse fonti poi parlano di  Misurata. NdR), nel mezzo del deserto del Sahara, come punizione per una rivolta e un tentativo di fuga dal centro di ‘detenzione’ di Misurata”.
A queste ‘notizie’, il PD, la sinistra e i verdi prontamente scattavano chiedendo l’intervento del premier Silvio Berlusconi, del ministro degli Esteri Franco Frattini e di quello degli Interni Roberto Maroni, affinché “l’Italia si faccia carico di queste persone”. In tale quadro, i Verdi, oramai in via di estinzione, nel tentativo di riguadagnare i galloni da campo agli occhi della dirigenza atlantista, scattavano a loro volta pretendendo “un’inchiesta internazionale immediata e ai massimi livelli“, mentre il loro presidente Angelo Bonelli insisteva “é materia da Tribunale penale internazionale, se le notizie che arrivano dai campi libici fossero confermate, avremmo una violazione dei diritti fondamentali dell’uomo, con una implicita complicità dell’Italia, cosa che getterebbe vergogna e fango sulla storia della nostra democrazia“. I Verdi, come da tradizione, accorrevano ad oliare i fucili della NATO, assieme ad altri figuri, come il senatore dell’UDC Giampiero D’Alia che invitava il governo a “non mettere la testa sotto la sabbia e a dimostrare almeno una volta di non essere succube del colonnello Gheddafi“, mentre il deputato del PdL Enrico Pianetta, ex-presidente della Commissione Diritti Umani del Senato, si appellava a Frattini e Maroni “Per salvare i nostri 300 fratelli eritrei che hanno diritto ad avere asilo politico e non di essere trattati come bestie dalla Libia…” concludendo che era una cosa “più grande degli interessi geopolitici internazionali”. E difatti, un anno dopo, nel 2011, Frattini accoglieva l’appello strappalacrime mettendo davanti agli interessi nazionali ben altri interessi… Pianetta se ne sarà felicitato.
Infatti, la ben istruita Amnesty International avviava la sua ben rodata prassi di disinformazione e propaganda negativa contro i prossimi bersagli della NATO; Riccardo Noury di Amnesty International Italia collegava le due ‘feroci dittature’ libica ed eritrea, da sempre invise sia alla NATO che ai suoi petro-ascari arabi: “Il destino per chi viene rispedito in Eritrea è il carcere, torture e maltrattamenti per loro e i familiari. Chiediamo alla Libia il rispetto degli obblighi umanitari”, corredandole di accuse contro Asmara: leva militare permanente, mancanza di libertà di stampa, persecuzioni religiose, ecc. Al solito, tutto l’occorrente hollywoodiano per creare il fantoccio del nemico perfetto da bombardare in modalità ‘politically correct’.
Difatti, nel dicembre 2009, le Nazioni Unite imponevano le routinarie sanzioni all’Eritrea, compreso il congelamento dei beni e il divieto di espatrio dei membri del Governo. Le solite cose viste, regolarmente applicate ai nemici della NATO e delle istituzioni finanziarie internazionali, come le agenzie finanziarie di George Soros, bandito transnazionale, uso pagare ONG e guitteria dirittumanitarista affinché svolgano i richiesti servizi mirati di disinformazione strategica. Infatti, il governo libico, davanti alle operazioni di ingerenza interna imbastita guarda caso dall’Alto Commissariato dei Rifugiati delle Nazioni Unite, la cui portavoce era proprio Laura Boldrini, decideva di espellere dalla Libia l’UNCHR, per l’opera di destabilizzazione che stava svolgendo soprattutto, sempre un caso, a Misurata, futura roccaforte della sovversione salafita-atlantista del 2011.
Di fronte alla pronta reazione di Tripoli, scattavano la controffensiva mediatica delle varie guapperie del ‘politically correct’ viola o arancione che fossero. In sostanza le associazioni anti-razziste, pro-migranti, dirittumanitariste a senso unico, iniziavano il battage pubblicitario anti-libico, ottenendo il sostegno dei su ricordati pavidi ‘personaggi istituzionali’, nel mettere sotto pressione il governo italiano, affinché auto-sabotasse la propria iniziativa verso la Jamahiriya Libica. All’orizzonte, intanto, si profilava il golpe-insurrezionale anglo-franco-qatariota di Bengasi. Fonte principale di questa storia dei profughi eritrei picchiati e internati in Libia, erano le ONG Fortress Europe e Habesha, che da Roma raggiunsero agevolmente alcuni presunti ‘detenuti’ a Misurata. Resta da spiegare come fosse possibile che dei ‘detenuti vessati e picchiati’, potessero colloquiare tranquillamente al telefono con esponenti di note ONG eritree anti-governative e foraggiate da frazioni della dirigenza italiana e dal Vaticano. Ma nonostante tutto, la terribile repressione denunciata dall’ONG Habesha riguardava dei feriti e dei tentati suicidi “per evitare la compilazione dei moduli di identificazione”; una pratica normale in qualsiasi Paese.
Va ricordato che Habesha è un’agenzia diretta e gestita da elementi contrari al governo di Asmara, e che a sua volta rilanciava tali notizie presso l’UNCHR, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), il CIR, e gli immancabili Amnesty International e Human Rights Watch. Lo scopo come detto era sabotare un’intesa italo-libica, da sempre contrastata dai partiti di centro-sinistra e della destra filo-sionista, da sempre totalmente proni agli interessi statunitensi, inglesi, francesi e israeliani, come ben dimostra la carriera ONUsiana dell’attuale presidente della Camera Laura Boldrini. Anche lei direttamente coinvolta e partecipe in tali eventi dalle origini e modalità più che dubbie.
Esilarante, poi, quando quell’estate 2010 accade un evento che sebbene svoltosi sotto gli occhi di un pubblico di milioni telespettatori, sfuggì totalmente alla loro attenzione. Ebbene, il TG-3, il telegiornale di sinistra, gestito dal PD in base alla spartizione partitocratica (e privatistica) delle risorse pubbliche, trasmise per alcuni giorni la notizia allarmante sui migranti eritrei, lanciando l’allarme sulle brutali condizioni vigenti nei ‘campi di concentramento’ di Gheddafi, dove perfino un milione, dicevano, di africani veniva brutalizzato e perfino lasciato morire. I ‘migranti eritrei’ denunciavano al TG-3 i maltrattamenti subiti dalla polizia di Gheddafi: torture, bastonature, incatenamenti, isolamento, denutrizione, maltrattamenti, malattie e fame. Sembrava che tutte le storie horror delle varie agenzie antirazziste, oggi scopertesi al soldo della NATO, del social-colonialismo parigino e dei petro-emirati del Golfo Persico, venissero verificate e dimostrate. Ma la cosa strana, che ai giornalisti del TG-3 sfuggì, o che semplicemente ignorarono contando sulla dabbenaggine del telespettatore medio di ‘sinistra’, era dato dal fatto che i poveri migranti eritrei, ‘internati e torturati’ nei lager gheddafiani, potessero tranquillamente spargere questa disinformazione intervenendo in diretta, durante il telegiornale stesso, parlando con lo speaker del TG-3 che, candidamente, diceva al pubblico che i “migranti-prigionieri” intervenivano grazie alla disponibilità di un telefono satellitare. Ovviamente si guardarono bene dallo specificare come fosse possibile che dei ‘prigionieri’ incatenati in un lager, avessero a disposizione, e chissà grazie a chi, addirittura un telefono satellitare con cui poter screditare il sistema libico parlando in diretta con i giornalisti del TG-3.
Il TG 3 si era prestato ad un’operazione di disinformazione strategica e di preparazione all’aggressione bellica alla Jamahiriya Libica, e questo ben sei-sette mesi prima che si sentisse parlare di “Primavera Araba”, con ciò dimostrando che l’intervento contro la Libia Popolare era in preparazione da molto tempo, anni se non decenni prima del 2011. Come si vedrà, la presunta ‘Primavera Araba’ in Libia è sempre stata seguita, coccolata e protetta fin dal primo giorno della “rivolta” di Bengasi. Altrimenti, cosa ci facevano la Portaeromobili Garibaldi e la nave-spia Elettra della marina militare italiana, nelle acque al largo di Bengasi, proprio nei giorni dell’esplosione della rivolta contro Gheddafi? Senza parlare poi della nave da carico utilizzata dalla nota ONG Emergency per prestare soccorso ai golpisti islamisti di Misurata (e solo a loro), che veniva regolarmente utilizzata per trasportare armi, mercenari, terroristi e consulenti occidentali, addirittura dei droni canadesi, per supportare la sanguinaria rivolta islamista e atlantista contro la Libia socialista e popolare.


Assalto all’ambasciata jamhiriyana libica di Roma da parte delle forze politiche (sinistra italiana e islamisti nordafricani) di cui, oggi, è espressione la neo-eletta presidente della camera Laura Boldrini.

Come mai al centro di queste vicende si trovano dei profughi eritrei? E come mai la pronta sollecitudine di ONG eritree, o presunte tali, nel denunciare sia Tripoli che Asmara? Come scrive un intellettuale-gangster nemico di Gheddafi e di Afeworki: “Se si dovesse ricomporre una vecchia canzone eritrea per descrivere quante volte il Presidente eritreo ha visitato la Libia negli ultimi dieci anni, uno dei versi reciterebbe così: ‘L’aereo vola, vola, viaggiare da Asmara a Tripoli è diventato un divertimento'”.
Isaias Afeworki è il leader del Fronte Popolare di Liberazione Eritreo e  presidente dell’Eritrea. In un’intervista del presidente eritreo ai media libici, del 5 gennaio 2011, descrisse la relazione tra i due Paesi come speciale e storica. Aveva anche dichiarato di aver visitato la Libia durante le sanzioni delle Nazioni Unite imposte alla Jamahiriya Libica dal 1992 al 2003, sottolineando la forte opposizione della Libia quando sanzioni analoghe sono state inflitte Eritrea, nel 2007. L’ultimo viaggio del Presidente Isaias Afeworki in Libia avvenne il 9-12 ottobre 2010, mentre l’ultimo incontro tra i due leader libico ed eritreo, avvenne a N’djamena, in Chad, il 21 luglio e poi in Libia il 23 dello stesso mese. Aferworki si recava in Libia per avere supporto materiale e politico, per affrontare le cospirazioni organizzategli contro. Afeworki compì la sua prima visita in Libia il 3 febbraio 1998, stabilendo in quell’occasione le relazioni diplomatiche tra i due Paesi, che migliorarono notevolmente dopo la guerra eritreo-etiopica del maggio 1998, quando l’Eritrea ricevette il sostegno dalla Libia, che dopo di allora chiese di spostare la sede dell’OUA da Addis Abeba a Tripoli.
In tale quadro, il 4 febbraio 1998, la Jamahiriya Libica creò la Comunità degli Stati del Sahel e del Sahara (CEN-SAD), con sede a Tripoli. La Comunità degli Stati del Sahel e del Sahara è una delle Comunità economiche regionali del continente (CER) riconosciuti dall’Unione africana. L’Unione Africana riconosce attualmente otto CER, ognuna di esse ha un ruolo chiave nel processo d’integrazione africana. Al vertice di fondazione del CEN-SAD parteciparono Gheddafi, i capi di Stato di Mali, Chad, Niger, Sudan e un rappresentante del presidente del Burkina Faso (come non notare tra essi i diversi Paesi aggrediti negli ultimi anni, dalle forze atlantiste). Le relazioni tra i due Paesi divennero ancora più strette dopo che l’Eritrea aderì all’organizzazione nell’aprile 1999. Difatti, il CEN-SAD arrivò a riunire 23 Strati (circa il 43% di tutti i membri dell’Unione Africana) divenendo a sua volta una piccola Unione africana. In ultima analisi, in questo attivismo anti-coloniale della Libia, che ostacolava l’invadenza dell’Unione del Mediterraneo, sponsorizzata dalla Francia, e del Comando Africa degli USA (AFRICOM), sul continente africano, risiede la motivazione profonda dell’aggressione e della distruzione della Jamahiriya Libica. Aggressione e distruzione sponsorizzate da Laura Boldrini, che nel suo ruolo di esponente dell’UNCHR, ha condotto la campagna mediatica volta a promuovere il bombardamento umanitario della Libia, così come oggi, marzo 2013, la medesima Boldrini svolge una campagna mediatica per promuovere il bombardamento della Siria baathista.
Gheddafi, promuovendo la sua politica panafricana, avviò il CEN-SAD per conseguire i seguenti obiettivi:
– la creazione di un’unione economica basata sull’attuazione complessiva di un piano di sviluppo della comunità integrando e supportando i piani di sviluppo nazionali dei Paesi membri, comprendenti diverse aree di sviluppo economico e sociale come l’agricoltura, l’industria, l’energia, le iniziative sociali, culturali e sanitarie
– L’eliminazione di tutte le restrizioni che ostacolano:
• La libera circolazione delle persone, dei capitali e degli interessi dei cittadini degli Stati membri
• Le libertà di residenza, proprietà ed esercizio di attività economiche
• Le libertà di commercio e di circolazione di beni, prodotti e servizi degli Stati membri
• La promozione del commercio estero e di una politica di investimenti negli Stati membri
• Lo sviluppo dei trasporti tra gli Stati membri e di congiunti progetti per le comunicazioni terrestri, aerei e marittime
• Riconoscimento ai cittadini degli Stati membri degli stessi diritti e obblighi
• Armonizzazione dei sistemi di istruzione, educativi, scientifici e culturali Sempre più Stati africani s’interessavano ai piani di Gheddafi.
Nel 2009, all’ottavo vertice dell’organismo erano presenti 28 Stati: Libia, Burkina Faso, Mali, Chad, Sudan, Niger, Repubblica Centrafricana, Eritrea, Senegal, Gambia, Gibuti, Egitto, Marocco, Tunisia, Nigeria, Somalia, Togo, Benin, Guinea-Bissau, Costa d’Avorio, Ghana Sierra, Leone, Guinea, Comore, Kenya, Mauritania, Sao Tome e Principe, Liberia. In conclusione: in meno di dieci anni l’organizzazione del CEN-SAD era riuscita a riunire 28 paesi con 350 milioni di abitanti, che si estendevano dall’Atlantico al Oceano Indiano, dal Mar Mediterraneo al Golfo di Guinea, cioè la metà settentrionale del continente. Il governo jamahiriyano libico copriva il 15 per cento dell’intero bilancio dell’Unione Africana, pagando le quote annuali degli stati africani più piccoli e poveri. Negli ultimi dieci anni, aveva donato miliardi di dollari in aiuti a vari Paesi africani, e aveva istituito un fondo di 1,5 miliardi dollari per l’Africa.
Fu questo imponente e rapido processo che spinse le potenze occidentali, soprattutto le vecchie potenze coloniali come Francia e Regno Unito, ad organizzare il sabotaggio di questo programma, con l’attivo supporto di frange dell’ONU e delle ONG finanziate o da Parigi/Londra, o dai loro nuovi alleati del Golfo Persico, gli oscurantisti regni petro-islamisti del Golfo Persico come Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Quwait e Oman. Gli USA a loro volta reagirono costituendo nel 2004 l’iniziativa antiterrorismo trans-sahariana e nel 2008 l’AFRICOM. Per poter giustificare la nuova ingerenza delle potenze della NATO, vennero ricreati e favoriti i locali ‘gruppi islamici terroristi’ come Ansar al-Din, MUJAO o l’AQMI, al-Qaida nel Maghreb Islamico, di cui fa parte il Gruppo islamico combattente in Libia (LIFG), armato e finanziato dalla NATO allo scopo di distruggere la Libia. Il LIFG é principale ispiratore della repressione degli immigrati africani e della minoranza libica-africana,la cittadina di Tarhouna, composta da 40000 abitanti discendenti degli schiavi africani, è stata rasa al suolo, sotto lo sguardo compiaciuto di Laura Boldrini e di quelle ONG dirittumanitariste e ‘antirazziste’ che per prima sparsero la voce che i 2,5 milioni di immigrati presenti nella Jamahiriya Libica fossero ‘mercenari di Gheddafi’. Menzogna diffusa per giustificare i veri crimini contro l’umanità commessi dai mercenari salafiti-taqfiriti arruolati dalla NATO e dal Qatar.
Gheddafi visitò l’Eritrea il 7-9 febbraio 2003, dove fu ricevuto a Massaua e ad Asmara da migliaia di eritrei. Fu proprio in quel periodo che l’agenzia para-governativa bzrezinskiana statunitense Human Rights Watch lanciò l’offensiva mediatica mondiale tesa a screditare l’Eritrea. Allo scopo sono stati fondati e finanziati ONG e Partiti di Opposizione che, come il Partito Nazionale Wufaq, che apertamente invoca la rivolta armata per rovesciare il governo eritreo, prendendo come esempio le ‘Primavera araba’. Il Partito Wufaq fa parte del Congresso nazionale per il cambio democratico (NCDC); più che un titolo un marchio di fabbrica che porta direttamente alle agenzie d’influenza e d’intelligence statunitensi, come il NED, l’IRI e la CIA. La sigla standard di ‘Congresso democratico’ è già stata ampiamente utilizzata dagli ascari delle forze d’opposizione siriane, irachene e iraniane, che hanno sempre fatto ricorso al terrorismo e hanno sempre invocato l’intervento armato della NATO contro i rispettivi Paesi. Ed è a questo tipo di forze che si richiama Laura Boldrini, quando parla di “richieste di pace e libertà” in Siria.
Ritornando al NCDC, non è una pura coincidenza che abbia sede ad Addis Abeba, capitale dell’Etiopia, con cui l’Eritrea è in conflitto da decenni. Nel frattempo i cosiddetti Democratici ed attivisti dei diritti umani eritrei, radunati dalla Rete della Società Civile eritrea in Europa (NESC-Europe), dopo aver trovato “edificante vedere questa nuova ondata democratica che attraversa l’Africa, l’emergere dell”Africa in movimento’”, ovvero l’intervento della NATO in Costa d’Avorio, Libia, Repubblica centrafricana e Mali, i ‘democratici euro-eritrei’ chiedono all’Unione europea di saper cogliere “l’ora della resa dei conti” con il governo di Asmara, per “cambiamento strategico”. Cambiamento, l’attuale parola d’ordine degli ascari del Pentagono e di Wall Street risuona in continuazione in questi ultimissimi anni, in tutti gli angoli in cui vi siano interessi degli statunitensi e dei loro alleati. Infatti, la Rete NESC-Europa chiede all’UE supporto finanziario-politico; l’avvio di una campagna d’infiltrazione presso la ‘società civile’ eritrea, ovvero preparare l’ennesima rivoluzione colorata; il riconoscimento di unico rappresentante legittimo dell’Eritrea; ecc.
Insomma, il solito armamentario mieloso, che serve solo a nascondere i proiettili e le bombe dell’armamentario effettivo. Non a caso una copia di tale ‘appello’ era stata speranzosamente inviata a Nicolas Sarkozy, l’ex-presidente della Repubblica francese, primo responsabile della tragedia libica. E infatti, l’UE, e soprattutto Roma, ha prestato orecchio a tale commovente appello. L’Intergovernmental Authority on Development (IGAD) è un’ente regionale per lo sviluppo del Corno d’Africa, rifondato nel 1996, e che riunisce Gibuti, Eritrea, Etiopia, Kenya, Somalia, Sud Sudan, Sudan e Uganda. Notare che nel 2007 l’Eritrea è stata sospesa, mentre l’inesistente Somalia, e lo Stato fantoccio Sud Sudan, prede di una inestinguibile guerra civile, continuano a farne parte, ricevendo i sostanziosi fondi elargiti dai ‘partner’ occidentali dell’IGAD, riuniti nel FPI (Forum dei Partner dell’IGAD), fondato a Roma nel gennaio 1998, dove si decise d’istituire il Comitato di attuazione del progetto, poi attivato nel novembre 1998. Il Presidente dell’IGAD è il Presidente del FPI, e il governo italiano è il primo co-presidente. Si noti che all’FPI fa parte anche la già accennata Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), coinvolta nella sovversione in Libia. In sostanza, l’Eritrea è stata sospesa dall’IGAD, e quindi esclusa da qualsiasi finanziamento per lo sviluppo dall’UE e dagli USA, e l’Italia in tale decisione ha avuto un ruolo determinate. Si ricordi che all’epoca era al governo in Italia il centro-sinistra, cui ideologicamente si richiama Laura Boldrini.
Le ONG eritree, soprattutto quelle che si occuperebbero di migranti e profughi, sono finanziate dai Paesi occidentali, dal Vaticano e dalle petro-monarchie, tutti nemici dichiarati del governo Afeworki. Quindi, non è una casualità che si sia colta l’occasione dei presunti abusi, probabilmente inventati, sugli immigrati eritrei in Libia. Si è cercato di colpire non solo i rapporti tra Roma e Tripoli, ma anche quelli tra Tripoli e Asmara. L’Eritrea, come visto, aveva un grande amico in Gheddafi, colpendo i legami tra Eritrea e Libia, quindi, si è cercato di destabilizzare anche Aferworki, giocando la carta di una presunta persecuzione dei migranti eritrei pur di suscitare una reazione tra la popolazione eritrea contro il governo in Patria.
Tale accanimento contro l’Eritrea è dettato soprattutto dall’importante posizione strategica che occupa, sul Mar Rosso, laddove passa la maggior parte del flusso petrolifero che va dal Golfo Persico al Mediterraneo-Europa occidentale. Asmara coltiva solidi rapporti con potenze eurasiatiche come l’Iran e la Cina popolare, Stati percepiti come avversari strategici dagli USA, e quindi dalla NATO, e dai loro petro-ascari delle monarchie oscurantiste arabe e delle varie fazioni terroristiche salafite che tormentano il Medio Oriente. E quindi non è un caso che, dopo la farsa del presunto ‘golpe’ del gennaio 2013, quando vi fu un’azione sconclusionata di alcuni squinternati in cerca di denaro, venne gonfiata e trasfigurata in una ‘rivoluzione’ dagli organi di disinformazione occidentali. Tra queste, in prima linea, la solita al-Jazeera, e quindi l’emiro del Qatar, che cercava di esportare la sua ‘democrazia’ anche in Eritrea. Giustamente il governo di Asmara ha adottato i provvedimenti necessariamente adeguati nei confronti delle spie e dei propagandisti del salafismo militante qatariota, espellendoli dal Paese. Difatti, anche in Eritrea il regime del Qatar ha dimostrato di cooperare con Israele.
Secondo il think tank statunitense Stratfor:Iran, Qatar, Arabia Saudita ed Egitto stanno diventando stretti alleati del piccolo Paese africano. L’Iran ha fornito armi e addestra i ribelli yemeniti al-Houthi sistemati sulle coste eritree. Ciò ha svegliato l’interesse dell’Arabia saudita per l’Eritrea, poiché Riyadh vuole contenere i ribelli. Il Qatar, che vuole aumentare la sua influenza in Africa orientale, ha mediato nella disputa di confine tra Eritrea e Gibuti”. D’accordo con il governo di Asmara, nel 2008 l’Iran ha attivato una piccola guarnigione militare a protezione della raffineria di Assab, e nel 2009 l’Export Development Bank of Iran ha investito nel paese 35 milioni di dollari. Secondo Stratfor, per l’Iran è importante la posizione strategica dell’Eritrea, che controlla lo stretto di Bab el-Mandeb, importante passaggio del traffico marittimo internazionale, soprattutto del trasporto di greggio.
Sempre secondo Stratfor,Israele ha una piccola ma significativa presenza” in Eritrea: una stazione di ascolto ad Amba Soira e un attracco nell’arcipelago delle isole Dahlak. “L’arrivo degli israeliani, secondo fonti dell’intelligence italiana, è stato mascherato da investimenti nel settore ittico, in particolare nella costruzione di progetti per l’allevamento intensivo dei gamberetti. La funzione di questa presenza sarebbe tenere sotto controllo i movimenti degli iraniani, senza però ledere le relazioni, importanti per la politica africana di Israele, con l’Etiopia. Secondo la stampa israeliana, l’attracco nelle isole Dahlak verrebbe utilizzato dai sottomarini israeliani nelle operazioni per contrastare il presunto traffico di armi dall’Iran verso Hamas ed Hezbollah, via Sudan.” E secondo l’intelligence italiana, nel Paese vi sarebbero anche i cinesi, che controbilanciano la presenza nella confinante Gibuti di statunitensi e francesi, tutte presenze che rientrano nelle missioni navali antipirateria di NATO, Russia India, Iran e Cina popolare, che pattugliano Bab el-Mandeb e le acque del Golfo di Aden.

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Fonti:
RAI-news24
Il Fattoquotidiano
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Alessandro Lattanzio, 18/03/2012

Chi ha ucciso Slobodan Miloševic e perché

7 dicembre 2012 De-construct

Slobodan-MilosevicXL’improvvisa morte sospetta del presidente jugoslavo e serbo Slobodan Miloševic in una cella del tribunale dell’Aja, continua a suscitare interrogativi tra i ricercatori e i media indipendenti sei anni dopo. Robin de Ruiter, pubblicista e storico olandese cresciuto in Spagna, ha scritto un libro affascinante (di prossima pubblicazione in Serbia, ma non ancora disponibile in italiano), che non mette in discussione se l’ex presidente della Serbia sia stato ucciso a L’Aja, ma si concentra sui mandanti e gli esecutori di questo crimine.

Demonizzazione brutale tesa all’omicidio premeditato
De Ruiter utilizza fatti verificabili per smantellare il mito occidentale del “macellaio dei Balcani”, ed esamina le ragioni dietro la brutale propaganda di demonizzazione volta a trasformare l’ex presidente serbo in un mostro, insieme all’intera nazione serba. Utilizzando un metodo semplice, mettendo insieme il ritratto di una persona reale e i fatti storici, andando oltre le caricature grottesche create dall’occidente, l’autore presenta una forte prova sulla ragione principale per cui la NATO e e le potenze occidentali guidate da Washington, hanno voluto far tacere per sempre Miloševic.
Contrariamente a quanto sostenuto in generale e alle premesse dell’imputazione del tribunale dell’Aja, “l’obiettivo politico di Miloševic era mantenere il Kosovo all’interno dei confini della Serbia e impedire alla maggioranza albanese di scacciare la minoranza serba dal Kosovo. Non vi era alcun incitamento all’odio nazionalista, né è stata effettuata una pulizia etnica. Al contrario, i membri del Partito socialista di Milosevic hanno sempre sottolineato i vantaggi della multietnicità per la Serbia“, scrive Robin de Ruiter. L’autore, che si sentiva obbligato a scrivere questo libro “per amore della verità”, cita una serie di giuristi, storici e giornalisti investigativi indipendenti che l’hanno aiutato nella sua ricerca approfondita, mettendo insieme il materiale presentato.

Un aspirina al giorno toglie il medico di torno
L’11 marzo 2006, alle 10:00, a 65 anni, Miloševic veniva trovato morto nella sua cella situata a  Scheveningen, all’Aja, Paesi Bassi, mentre il suo processo per presunti crimini di guerra era in pieno svolgimento, con la presentazione delle prove della difesa. Secondo i patologi olandesi, la causa della morte fu un arresto cardiaco. Oltre alla autopsia, un’analisi tossicologia venne richiesta. Secondo i funzionari dell’Aja, la salute di Miloševic aveva iniziato a peggiorare bruscamente e progressivamente quando era iniziato il processo, ed era sotto costante supervisione da parte di “personale medico altamente qualificato”.
L’autore, tuttavia, ha scoperto il fatto che solo un medico generico e un infermiere componevano l’intera squadra del centro di detenzione dell’Aja composto da ‘personale medico altamente qualificato’. De Ruiter rivela anche che la ‘terapia’ che Miloševic ricevette durante il primo anno di detenzione, consisteva in una singola aspirina al giorno, nonostante il fatto che fosse noto che soffrisse di problemi cardiaci e di pressione alta. L’avvocato di Miloševic, Zdenko Tomanovic, afferma che d’allora la salute del suo cliente venne sistematicamente erosa.
Quando il presidente Miloševic morì, lo specialista russo Dr. Leo Bokeria, del famoso Istituto Bakulev, rivelò ai media: “Negli ultimi tre anni abbiamo sempre insistito, senza successo, che Miloševic venisse ricoverato in un ospedale per essere correttamente diagnosticato. Se a Miloševic fosse stato consentito l’accesso a una qualsiasi clinica specialistica, avrebbe avuto un trattamento adeguato e avrebbe vissuto molti anni.”
All’inizio di maggio 2003, un gruppo di tredici medici tedeschi inviarono al tribunale un testo, esprimendo la loro preoccupazione per la salute di Miloševi? e l’assenza di un trattamento adeguato. Ma tutti i suggerimenti dei medici specialisti vennero scartati e una terapia adeguata rimase indisponibile. Inoltre, non vi fu alcuna risposta a questa e ad altre proteste scritte dallo stesso gruppo di medici.

Farmaci sconosciuti nel sangue di Miloševic
Dopo un anno di trattamento della miracolosa aspirina quotidiana come panacea per malattie cardiovascolari, un gruppo di medici messo su dai burocrati del tribunale emise la seguente diagnosi: danni secondari a vari organi e pressione estremamente alta che in determinate condizioni potrebbe portare a ictus, arresto cardiaco e coronarico o morte prematura. In contrasto con questi risultati, il procuratore generale dell’Aja Carla del Ponte, che sembrava saperne di più, affermò che secondo lei Miloševic “stava eccezionalmente bene”.
L’analisi medica nel 2005 aveva mostrato la presenza di sostanze chimiche “sconosciute” presenti nei sangue di Miloševic, che annullavano gli effetti dei farmaci per la pressione alta. A causa di questa scoperta, Miloševic chiese di essere curato da specialisti russi. Anche se il governo russo il 18 gennaio 2006 offrì la garanzia che Miloševic sarebbe stato messo a disposizione del tribunale, dopo le cure, la richiesta di Miloševic venne negata a febbraio. Poche settimane dopo era già troppo tardi: Miloševic subì l’annunciato e atteso infarto. Tra gli altri, De Ruiter cita la conclusione della rivista olandese Obiettivi:Il fatto stesso che i giudici [Robinson, Kwon e Bonomy] si rifiutassero di dar seguito alla sua richiesta di cure, è sufficiente motivo per sporgere denuncia contro il Tribunale per omicidio premeditato.”
Ulteriori sospetti vennero sollevati dal fatto che le ripetute richieste della famiglia di Miloševic, di un’autopsia indipendente al di fuori dei Paesi Bassi, vennero negate e ignorate. Robin de Ruiter cita anche la dichiarazione di Hikeline Verine Stewart di Amnesty International, che ha sottolineato che la morte prematura di Miloševic era stata conseguenza diretta dei farmaci controindicati trovati nel suo sangue. “Siamo certi che siano la causa della morte. La morte per cause naturali è assolutamente fuori questione“, disse.

Purè di patate con rifampicina
L’autore prende in esame una serie di speculazioni circa l’avvelenamento prolungato dell’ex presidente, nel centro di detenzione di Scheveningen, e conclude che sono tutt’altro che infondate. Nel 2002 si scoprì che a Miloševic venivano somministrati farmaci sbagliati che alzavano la pressione già alta. De Ruiter cita il quotidiano olandese NRC Hadelsblad dal 23 novembre 2002: “Slobodan Miloševic assumeva farmaci sbagliati nel centro di detenzione di Scheveningen, che  aumentavano la sua pressione sanguigna. Questo fu il motivo per cui il processo all’ex presidente jugoslavo dovette essere sospeso all’inizio di novembre. Uno dei commentatori del tribunale sosteneva che questo non era un errore. Rifiutò ulteriori commenti.”
Una delle prove che dimostra che Miloševic è stato probabilmente avvelenato durante il suo processo, fu un incidente alla fine di agosto 2004, quando il personale di Scheveningen fu assai  allarmato dopo aver scoperto che un altro detenuto aveva ricevuto la cena di Miloševic. Nel settembre 2004, durante il processo, Miloševic citò questo episodio: “Per tre anni i medici di qui mi hanno considerato in salute e in grado di condurre la mia difesa. E poi qualcosa di veramente strano ha avuto luogo: tutto ad un tratto un ‘medico indipendente’ arrivato dal Belgio, paese in cui ha sede la NATO, annunciava che la mia salute non era abbastanza buona perché continuassi la mia difesa. E tutti i medici qui furono improvvisamente d’accordo in modo unanime su ciò [...] Sentitevi liberi di raggiungere le vostre conclusioni, ma vi prego di tenere presente che sto usando farmaci che i medici hanno prescritto. Io non sono molto sicuro di quello che sta succedendo qui, ma potrei chiamare il personale di guardia a testimoniare su tutto ciò che è accaduto quando mi è stato dato un pasto preparato per una persona dell’altro lato del corridoio. Ci fu un grande clamore per darmi del cibo che era stato preparato specificatamente per me, anche se tutti i pasti sembrano esattamente uguali. Non ne ho fatto un problema, non avevo idea di ciò che stava accadendo. Ma ho alcune ipotesi che possono essere giustificate o meno, ma non vi è una chiara prova…” A quel punto, il giudice Robinson fece tacere Miloševic chiudendo il suo microfono.
Questo incidente allarmante non è mai stato discusso o indagato. Nel frattempo, la salute di Miloševic continuava a deteriorarsi rapidamente e quotidianamente. Aveva riferito un malessere quotidiano, una terribile pressione dietro gli occhi e nelle orecchie. L’ex ambasciatore canadese James Bissett testimoniò, dopo aver visitato il presidente serbo Milosevic a Scheveningen, che improvvisamente era diventato terribilmente rosso in faccia e che si prese la testa fra le mani. Miloševic disse che la testa riecheggiava quando parlava, come una pentola di metallo.
Nel marzo 2006, Miloševic espresse le sue preoccupazioni per l’ennesima volta: “Nel corso di cinque anni di detenzione non ho preso un solo antibiotico, non ho avuto infezioni, tranne un’influenza e ancora, nel referto medico del 12 gennaio 2006 [che ricevette due mesi dopo] diceva che vi era un farmaco nel mio sangue, usato per trattare la tubercolosi e la lebbra, la Rifampicina.” Commentando questi risultati dei test che avevano rilevato la rifampicina, altamente tossica, nel sangue di Miloševic, Verine Stewart disse: “E’ un mistero inspiegabile perché dessero a Miloševic e ai suoi avvocati i risultati dei suoi test medici del 12 gennaio, solo due mesi dopo, il 7 marzo.”
Un’altra domanda rimasta senza risposta era perché la morte di Milosevic venne scoperta così tardi, nel più sicuro centro di detenzione, il più tecnologicamente avanzato e dotato di telecamere in ogni cellula, e con controlli ogni mezz’ora. Alla conferenza stampa seguente Carla del Ponte sostenne che non vi furono controlli ogni mezz’ora, durante la notte in cui Miloševic morì. Inoltre, per qualche ragione, tutte le telecamere erano spente quella notte. Quando gli chiesero perché, Del Ponte semplicemente rispose che “non era responsabile delle cose che accadono in prigione“.

L’ambasciatore tedesco: le accuse a Miloševic non valgono la carta su cui sono scritte
Nel frattempo, secondo De Ruiter, emerse una serie di dichiarazioni ufficiali dal mondo del diritto internazionale e degli esperti di crimini di guerra, che sottolineava che il processo a Miloševic, in un primo momento annunciato come il ‘processo del secolo’, si era trasformato in un processo segreto. Secondo l’ex ambasciatore tedesco Ralph Hartmann, “già nel suo discorso di apertura, Miloševic ha rivelato fatti sensazionali, dimostrando il ruolo attivo di Stati Uniti, Germania ed altri paesi della NATO giocato nello smembramento e nelle guerre della ex-Jugoslavia. Si può ignorare la verità, ma non la si può sconfiggere“. Mentre il processo progrediva divenne evidente che l’accusa del tribunale dell’Aja valeva solo la carta su cui era scritta.

Meglio … se muore nella sentenza
Molti giuristi, in tutto il mondo, criticarono la sciarada dell’Aja, sottolineando pubblicamente che il  tribunale dell’Aja chiaramente non aveva alcuna prova reale contro Miloševic e che le accuse contro di lui sfumavano senza tanti complimenti. Un certo numero di commentatori, alcuni dei quali citati da De Ruiter, in realtà avevano sottolineato che l’unico modo per l’Aja di uscire da quella situazione era che Miloševic morisse.
Sarebbe meglio se Miloševic muore mentre si è ancora in ballo, disse James Gaw, esperto e consulente del tribunale per i crimini di guerra dell’Aja. Perché, se il processo continua fino alla fine l’unica cosa che può eventualmente essere condannata è una violazione secondaria della legge”, disse Gaw. L’autore conclude che il tribunale può senza dubbio essere accusato di omicidio colposo, e forse anche di omicidio premeditato per cui, come alcuni resoconti dei media hanno affermato, dovrebbe rispondere. Non vi è alcun dubbio che la responsabilità per la morte di Miloševic ricada in pieno sul Tribunale dell’Aja e su Washington, scrive De Ruiter.

Effetto boomerang
Il 25 agosto del 2005 il procuratore dell’Aja Geoffrey Nice, annunciava che Miloševic non era più accusato del tentativo di creare la mitologica ‘Grande Serbia’. La rimozione di un elemento importante dell’accusa contro il presidente serbo aveva leso radicalmente l’intera costruzione. In effetti, le fondamenta su cui tutte le accuse dell’Aja contro Slobodan Miloševic riposavano e si reggevano tutti insieme, era la premessa che tutto ciò che aveva fatto Miloševic avrebbe avuto un unico obiettivo: creare la ‘Grande Serbia’.
Dolorosamente, il Tribunale comprese che la possibilità di ottenere una condanna anche nominalmente credibile, stava diventando sempre più esigua. L’avvocato olandese NMP Steijnen disse: “Il caos è sempre più evidente. Le accuse cominciano a rivoltarsi contro i pubblici ministeri, come un boomerang. Il tribunale teme che Miloševic e i suoi testimoni riveleranno il ruolo svolto dall’occidente nello smembramento della Jugoslavia, e come l’occidente ha sistematicamente diffuso bugie sulla presunta unità serba per la ‘Grande Serbia’, ed i crimini commessi dalla NATO nella guerra di aggressione contro la Jugoslavia e la Serbia e, quindi, che Miloševic e i suoi testimoni avrebbero in conclusione dimostrato chi doveva essere trascinato davanti ai giudici. Miloševic presentò più e più volte, e con l’aiuto di testimoni occidentali, le prove patenti che il Kosovo non affrontava una ‘catastrofe umanitaria’, alla vigilia del bombardamento NATO della Jugoslavia nel 1999. Non era Miloševic che stava perdendo il processo, ma il tribunale“.
In un articolo, il signor Steijnen scrisse: “Nel corso degli anni del processo, in 466 sessioni, i pubblici ministeri portarono centinaia di testimoni contro Milosevic, accumulando più di 5.000 documenti su di lui, e non hanno dimostrato nulla. Questa assenza di dati reali, la condiscendente  contrattazione dell’azione penale verso sospetti che si rifiutarono di testimoniare contro Miloševic per ottenere riduzioni di pena in cambio, tutto ciò poteva solo danneggiare il tribunale. Gli adoratori del tribunale, nel loro ruolo di reporter, fecero attentamente di tutto per impedire al pubblico di sapere che Miloševic, con i suoi testimoni, aveva inflitto colpi mortali a ciò che restava delle accuse.”

Seri motivi per un omicidio a sangue freddo
De Ruiter prende atto che il tribunale dell’Aja era già in guai seri, ma le cose sarebbero di molto peggiorate quando sarebbe stato finalmente il turno di Miloševic per la sua difesa. I testimoni che avrebbero testimoniato in difesa di Miloševic, senza eccezione, erano eminenti, autorevoli e credibili, e avrebbero causato gravi mal di testa al tribunale, soprattutto se si tiene presente il fatto che diverse testimonianze dell’accusa ‘erano state smontate e dimostrate delle falsità, a volte fino al punto di diventare ridicole e grottesche.
La situazione era diventata estremamente tesa quando, alla fine di febbraio 2006, Miloševic aveva annunciato che avrebbe chiamato Wesley Clark e Bill Clinton alla sbarra. Aveva intenzione di dimostrare, al di là di ogni dubbio, che gli Stati Uniti avevano condotto una guerra illegale contro la Jugoslavia, e consapevolmente e volutamente bombardato obiettivi civili, presentando in tal modo il vero crimine contro l’umanità. Secondo De Ruiter, l’intenzione di Miloševic non era solo inaccettabile per la NATO, ma anche per il tribunale, che sarebbe stato completamente distrutto se tali prove venivano presentate.
James Bissett, ambasciatore del Canada nell’ex Jugoslavia dal 1990-1992, disse: “Sono sempre stato scettico nei confronti di tribunale, perché sono convinto che è uno strumento utilizzato dagli Stati Uniti e dai loro alleati per mascherare i propri errori nella tragedia dei Balcani. Il tribunale serve per presentare Miloševic e la nazione serba come i responsabili di tutti i mali che colpirono quello sfortunato paese.” Il Generale russo Leonid Ivashov disse: “Slobodan Miloševic era l’unico che potesse testimoniare  nettamente e in modo chiaro sul ruolo che gli Stati Uniti hanno svolto nel sanguinoso smembramento della Jugoslavia degli anni novanta, e che avrebbe potuto farlo completamente e fino al più piccolo dettaglio. Questo è esattamente ciò per cui aveva combattuto mentre era sotto processo.” Secondo il Generale Ivashov, se Miloševic veniva dichiarato innocente, tale sentenza avrebbe avuto conseguenze di vasta portata sia per il tribunale che per la NATO. Il Generale Ivashov ritiene che fu questo il motivo dell’omicidio di Miloševic. “Si tratta di un assassinio politico su mandato”, disse Ivashov.
Slobodan Miloševic è morto nella sua cella proprio nel momento in cui la sua difesa era in pieno svolgimento. Era preoccupato per la sua salute, ma bruciava dal desiderio di esporre la verità su ciò che era realmente avvenuto nei Balcani. Non aveva motivo di suicidarsi. D’altra parte, il tribunale dell’Aja aveva un motivo evidente e considerevole per l’omicidio. La NATO, creatrice e finanziatrice del tribunale, stava perdendo il controllo del caso Miloševic. Miloševic doveva essere messo a tacere prima di poter esercitare il proprio diritto di parlare?”, si chiede De Ruiter.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La ‘Primavera araba’ e la seduzione della sinistra occidentale

Fodla32 Mathaba 11/12/2012

304352L’analisi sul fallimento della sinistra occidentale nel riconoscere il nemico e i suoi metodi, da cui volentieri viene sedotta al fine di distruggere il socialismo, la democrazia e la resistenza popolare nel mondo non-bianco. Testo per il primo anniversario della morte del colonnello Muammar al-Gheddafi, presso la sede di Dublino del Partito Repubblicano Socialista irlandese, Dublino,  20 ottobre 2012.

La “primavera araba” e la seduzione della sinistra occidentale
Desidero affermare, in questo testo, che l’invasione della Libia è un precedente della cooptazione della sinistra occidentale nell’avventurismo imperialista. Sulla base dei lavori di Jean Baudrillard, direi che il metodo utilizzato è il vecchio trucco delle seduzione. Il fallimento dei movimenti contro la guerra nel fermarla, non è una novità. Non c’è mai stato un caso in cui i movimenti di protesta abbiano fermato una guerra. Anche la Guerra del Vietnam, che alla fine ha generato proteste di massa negli Stati Uniti, non è stata fermata dalle proteste, ma solo da una vera sconfitta sul campo della macchina bellica statunitense.
Nel 1912, i partiti socialisti riunitisi a Basilea, Svizzera,  promisero che non avrebbero sostenuto i loro governi se una guerra stesse per iniziare. Ma una volta che i tamburi patriottici della Prima Guerra Mondiale cominciarono a rullare, queste promesse furono dimenticate e la maggior parte dei leader socialisti, o pseudo-tali, spinsero vergognosamente i giovani della classe operaia d’Europa al macello. In tutto questo elenco di fallimenti, si è registrato un consistente e attivo movimento contro la guerra, creato dalla sinistra, in Europa e negli Stati Uniti, per decenni.
Nel 2003, mezzo milione di persone marciò a Washington contro la guerra in Iraq. Quasi un milione di persone marciò a Londra. In molti modi, fu un grande successo. Naturalmente, la guerra non fu fermata, ma si può affermare che la macchina della propaganda imperialista venne gravemente indebolita da tale dimostrazione massiccia di rifiuto pubblico. La prossima volta, gli imperialisti sarebbero stati molto più intelligenti, molto più seducenti, e lo furono.
Naturalmente, una volta che l’attacco alla Libia era cominciato, i media occidentali fecero ciò che da sempre è previsto, diffusero tutta la peggiore propaganda contro il governo della Libia, e il suo leader, che poterono inventarsi. Abbiamo avuto le storie risibili su al-Gheddafi che dava il viagra all’esercito libico, in modo che i soldati libici potessero violentare i pacifici manifestanti, un racconto preso e ripetuto da Amnesty International. Questa storia era come la favola dei soldati tedeschi che mangiavano bambini belgi, o dei soldati iracheni che strappavano 500 bambini dalle incubatrici in Kuwait, anche se c’erano solo circa 50 incubatrici in tutto il Kuwait all’epoca (ancora una volta, una storia presa e ripetuta da Amnesty International.) Queste storie apparvero ridicole col senno di poi, ma durante la frenesia dei media per il sangue nemico, vennero prese sul serio da gran parte della popolazione, e servirono a indebolire ogni tentativo di criticare o opporsi alla guerra.
Dai primi giorni della cosiddetta rivolta di Bengasi, delle storie iniziarono a filtrare nei “migliori” giornali occidentali, come il Guardian, su arresti, tortura, linciaggio e morte per fuoco dei neri. Tuttavia, Susan Rice, ambasciatrice degli USA alle Nazioni Unite iniziò a indicare nelle persone di colore massacrate, dei mercenari sub-sahariani. E che quindi era tutto a posto. I media ebbero la loro foglia di fico nel supportare il genocidio razzista. In tutto questo, ci furono segnalazioni costanti nei migliori giornali (nessuno di loro irlandese) del fatto inquietante che la maggior parte di coloro che venivano uccisi non fossero militari. Erano infatti civili neri, molti dei quali lavoratori migranti.
Allora, qual è stata la reazione della sinistra occidentale a tutto questo? La reazione fu ancora più vergognosa di quella del 1914, quando la classe operaia venne tradita da chi le aveva promesso di seguire i principi. Almeno le varie direzioni socialiste, nel 1914, poterono affermare che le loro nazioni erano sotto attacco. La sinistra occidentale non aveva scuse del genere nel 2011, quando la Libia fu attaccata. Qui c’era una piccola nazione, di soli sei milioni di persone, aggredita dall’alleanza con la più devastante potenza militare mai creata nella storia dell’umanità.
Il potere di uccidere a distanza contro la Libia, nel 2011, era più grande di tutto ciò che era stato messo in campo nelle guerre mondiali o nella guerra del Vietnam. 120 missili cruise lanciati nei primi giorni, e poi più di 25.000 sortite degli aerei militari della NATO, per nove mesi. E tutta la sinistra occidentale applaudiva la distruzione delle infrastrutture dello stato socialista e incitava i linciaggi delle folle razziste. Anche il noto pensatore Noam Chomsky, è diventato una cheerleader dei linciaggi razzisti, sminuendo il ruolo delle bande salafite e sostenendo che la ribellione fosse essenzialmente pacifica. Il movimento contro la guerra irlandese chiese il congelamento dei beni dello Stato libico, utilizzati per pagare scuole, ospedali, ecc., e di utilizzare questi vitali fondi sociali per armare il cosiddetto Consiglio nazionale di transizione (CNT), un piccolo gruppo di sconosciuti che avevano passato il precedente ventennio negli Stati Uniti, portati dalla CIA a prendere il potere in Libia e a trasformarla in uno stato fantoccio degli Stati Uniti, con un programma di privatizzazione. Come può accadere una cosa simile?
Come può la bussola morale della sinistra occidentale collassare in modo così disastroso, dalle manifestazioni di massa organizzate nel 2003 per opporsi alla guerra contro l’Iraq, uno Stato  infinitamente peggiore sui diritti umani della Libia (che stava per ricevere un premio per Diritti Umani delle Nazioni Unite, solo pochi mesi prima dell’invasione.) Nel caso della guerra in Iraq, tutte le solite manovre della propaganda dei media vennero utilizzate. Saddam era un dittatore brutale. Certamente vero. Saddam era un pericolo per il suo stesso popolo. Molto spesso era vero. E poi, per dirla tutta, Saddam stava per attaccare l’Occidente con armi di distruzione di massa. Stronzate totali, ma abbastanza efficaci sulle menti di coloro che guardano Fox News o CNN che, tragicamente, sono la maggioranza delle persone. Ma in tutto ciò, la sinistra ha mantenuto la calma e ha organizzato proteste di massa contro la guerra.
Quindi, come si può immaginare che nel 2011, questa stessa sinistra sarebbe diventata la cheerleader di una campagna genocida e razzista contro uno Stato socialista, con uno dei più alti standard di vita tra i paesi in via di sviluppo, e con una situazione dei diritti umani elogiata dalle Nazioni Unite? Per non parlare di un avanzato sistema di Democrazia Diretta.

Seduzione
A questo punto, dobbiamo parlare dell’arte della seduzione. Come sottolinea Baudrillard, nel suo libro intitolato La seduzione, la seduzione è un gioco di fantasia. E’ una promessa, una promessa falsa, per dare al sedotto il suo più profondo desiderio, per farne diventare realtà le fantasie. Di solito, come Freud precisa, abbiamo a che fare con fantasmi originari, cioè la fantasia di vedere e di essere parte di quella scena da cui, da bambini, si è stati  crudelmente esclusi, per esempio l’amore dei nostri genitori. E qual’è la scena primaria della sinistra occidentale? Qual’è la scena di gioia e di liberazione da cui è sempre stata esclusa. Niente meno che la presa del Palazzo d’Inverno nel 1917.
Noi siamo sempre sotto l’incantesimo del film sovietico del grande Sergej Eisenstein, Ottobre 1917. I lavoratori che marciano a decine di migliaia, la polizia e i soldati che disobbediscono agli ordini e che si uniscono ai lavoratori, marciando valorosamente sul palazzo del potere dello Zar. Non importa che ben poco di tutto questo sia realmente accaduto, e che Eisenstein abbia creato una visione della presa del Palazzo d’Inverno che è un omaggio al suo genio, piuttosto che ai fatti di quella notte. Niente di ciò conta. Negli ultimi 90 anni abbiamo cercato di ricreare quella scena primaria con i nostri patetici picchetti e cortei, in cui gli organizzatori non hanno nemmeno il coraggio di parlare di rovesciamento dello stato borghese, ed effettivamente non pensano a farlo. Ma poi, tutto ad un tratto, alla sinistra occidentale è stato dato tutto ciò che aveva sempre sognato. Centinaia di migliaia di persone in Tunisia ed Egitto che scendono in piazza, proprio come nel film, che sembrano rovesciare dei dittatori. Che gioia! Per anni ci era stato detto che questo genere di cose era morto con Lenin. Ma qui c’era, e sotto i nostri occhi. E se i paesi arabi potevano farlo, anche noi possiamo. Occupy Wall Street. Certo, non ha funzionato in piazza Tahrir?
E poi arrivò Bengasi sui nostri schermi televisivi. Il popolo insorge contro un dittatore. Era tutto troppo bello per essere vero, ma perché guardare in bocca a un meraviglioso caval donato? Abbiamo bisogno di lavorarci, in modo da poter mostrare alla nostra gente, qui in Europa, che in realtà si può fare. La seduzione non è uno stupro. Ha bisogno della complicità della sua vittima. Ha bisogno di una vittima che vuole essere sedotta. In effetti, è la vittima che detta le condizioni con le quali la seduzione avrà luogo. La primavera araba è un successo, perché è da questo che la sinistra occidentale vuole essere sedotta. Si è spesso notato che i notiziari TV sono diventati popolari solo dopo l’avvento della TV a colori.
La guerra del Vietnam fu una guerra in bianco e nero. La gente non poteva sopportare nel vedere quelle cose. Il bianco e nero seduce. Il bianco e nero è sempre qualcosa di non reale. La seduzione è sempre qualcosa di non reale. Si lascia un po’ desiderare. Non è possibile visualizzare l’immagine, a meno che non colmi le lacune, a meno che non si diventi complici nella creazione dell’immagine. Il bianco e nero vi trascina nell’orrore. Il bianco e nero è sempre orribile, sempre seducente. Il colore non lo è. E’ troppo reale. E’ più della realtà. Non lascia nulla all’immaginazione. Non lascia nulla al desiderio. Ci si può sedere tranquillamente davanti a una TV a colori, guardando corpi mutilati di bambini, mentre si mangia a cena. Poiché non siete coinvolti, non ne siete sedotti, siete esclusi dall’orrore, allontanati  dall’eccesso di informazione.
Baudrillard ha scritto un libro intitolato La guerra del Golfo non ha avuto luogo. Analizzava il modo in cui l’overdose estrema da media lasci il telespettatore con un totale senso di irrealtà. Questa è la guerra ridotta a videogioco. Per lo spettatore occidentale, nessuna persona reale viene uccisa o ferita. Tutto ciò che accade sono immagini ricreate. Anche il sodati degli USA in Iraq raramente vedevano il risultato omicida delle sue azioni. Anche loro hanno visto la guerra attraverso le loro apparecchiature video.

In bianco e nero
Se la guerra del Golfo è stata una guerra a colori, si potrebbe dire che la primavera araba sia stata in un seducente bianco e nero. Quando le violenze scoppiarono a Bengasi, nel febbraio 2011, il governo libico invitò osservatori e media internazionali a recarsi a Bengasi per vedere cosa stesse succedendo. Pochissimi accettarono l’offerta. Non era questo il piano. Tunisia ed Egitto prepararono per ben la scena, e le potenze imperialiste non avevano alcuna intenzione di turbare quella scena, con la verità sulle bande di violenti e razzisti salafiti collaborazionisti della CIA e delle dittature del Golfo, l’assassinio di poliziotti e soldati, e di qualsiasi persona nera su cui hanno potuto mettere le mani. Come sottolineato da Baudrillard, la seduzione si prende sempre qualcosa dalla scena, la scena del piacere.
La “primavera araba” è un lavoro magistrale, degna di un Don Giovanni. Senza avere alcuna idea reale di chi o cosa questi “ribelli” siano, la sinistra occidentale ne è diventata complice. Ne è stata risucchiata, risucchiata con gioia. Ha riempito gli spazi mancanti con le sue fantasie sui manifestanti democratici, coraggiosamente opposti ai soldati drogati di viagra dell’odiato dittatore. Che un milione di libici scendesse a riempire la Piazza Verde, sotto la minaccia dei bombardamenti della NATO, a dimostrare il loro sostegno a Muammar al-Gheddafi, venne facilmente trascurato. Una persona sedotta, una persona che ama il brivido di essere sedotta, non ha più alcun interesse alla verità o ai fatti. E così, anche dopo il brutale assassinio di Muammar al-Gheddafi, con droni e jet da combattimento all’attacco, e poi da una folla impazzita, la follia della sinistra occidentale è continuata. Ha continuato a sognare piazze Tahrir che spontaneamente scoppiano in tutta Europa e negli Stati Uniti, anche se i fascisti Fratelli musulmani mettono i loro artigli sulle leve del potere in Egitto, per servire gli interessi degli Stati Uniti in misura ancora più servile di Mubaraq.
Ancora oggi, dopo il fallimento totale del Movimento Occupy nel raggiungere qualsiasi cosa, ci sono ancora alcuni illusi, sempre sedotti, idioti della sinistra occidentale, che sostengono le bande settarie della CIA/Mossad in Siria.

La rinnovata conquista dell’Africa
Allora, che cosa ci resta ora? Nel 1873, il sistema capitalista occidentale era schiacciato da un massiccio crollo finanziario. Nulla all’interno di tale sistema poteva fornire la grande quantità di ricchezza reale necessaria per ripristinare quel sistema. La risposta fu molto semplice. Nel 1873, pochissimo di Africa, Asia e Nord America era sotto il dominio imperialista. Nei successivi dieci anni si vide l’espansione dell’imperialismo più genocida mai conosciuto. Tutto il Nord America fu conquistato e l’ingenua popolazione sterminata. La corsa per l’Africa comprese l’orrore indicibile dello stupro belga del Congo, con almeno 13 milioni di persone uccise, e anche la conquista genocida del Sud Africa per mano di Cecil Rhodes, finanziato dalla famiglia criminale dei Rothschild, in nome del sanguinario impero britannico.
Nel 1890, il crollo del capitalismo occidentale si era stato trasformato in un boom senza precedenti, e la scena era pronta per la Prima Guerra Mondiale, con gli imperi in ascesa che avidamente volevano conquistare gli altri. Nel 1930, la Germania e il Giappone cercarono di tirarsi fuori dalla paralizzante depressione economica intraprendendo conquiste coloniali. La Seconda Guerra Mondiale ne fu il risultato. E ricordiamoci che la Grande Depressione negli Stati Uniti non finì che con l’entrata nella Seconda Guerra Mondiale, e il trasferimento di tutta la riserva aurea dell’impero britannico negli Stati Uniti, come pagamento delle armi, ecc.
Oggi, il capitalismo occidentale affronta un crollo ancora più catastrofico che nel 1873. Ancora una volta, ha intrapreso la conquista dell’Africa e la sottomissione della Cina, come risposta alla sua crisi. Il primo passo è stato l’omicidio di un uomo, che più di tutti gli altri, era per l’unità africana di fronte al dominio imperialista: il colonnello Muammar al-Gheddafi. La Siria è sotto attacco, un passo verso l’invasione dell’Iran, un passo che la Russia e la Cina non possono permettere senza accettare la propria distruzione imminente. In effetti, ci troviamo di fronte all’inizio della Terza Guerra Mondiale, che sarà combattuta esattamente per la stessa ragione per cui le prime due guerre mondiali sono state combattute, vale a dire, per sfuggire al collasso finanziario del sistema capitalista.
Possiamo guardare ai leader della sinistra occidentale con fiducia? In cosa consisterebbe una leadership? Sembra ovvio che abbiamo bisogno di dirigenti che siano in grado di superare la loro catastrofica seduzione del 2011. Dobbiamo ammettere apertamente che la sinistra ha completamente sbagliato la sua analisi, ed è stata raggirata da un nemico con competenze enormemente superiori alle sue quella che essa oggi possiede, in generale. Dobbiamo cominciare a estirpare il marcio dal buono. Abbiamo bisogno di persone che capiscano che questa è una lotta all’ultimo sangue contro un nemico che non si fermerà mai, fino a quando non sarà fermato per sempre. Abbiamo bisogno di persone che non siano spinte dall’isteria della maggioranza. Che affermino apertamente che la maggioranza, spesso se non di solito, sbaglia completamente.
La superstiziosa riverenza verso la democrazia rappresentativa deve finire, e una guerra totale contro i media borghesi deve iniziare. La chiesa è finita come potere politico, ma i media borghesi ne hanno preso il posto. E’ questo ambito che deve essere distrutto, non solo l’ultimo detentore di esso. Soprattutto, dobbiamo collegarci con i rivoluzionari autentici in India, Nepal, Sud America e Africa. La loro lotta è la nostra lotta. Le marionette che la seconda “primavera araba” ha portato al potere (la prima primavera araba fu usata per distruggere l’impero ottomano dopo la Prima Guerra Mondiale, e installare i burattini degli inglesi e degli Stati Uniti nel mondo arabo), queste ultime marionette devono essere distrutte. Dobbiamo continuare il grande lavoro iniziato dal colonnello Muammar al-Gheddafi.
La Bandiera Verde deve sventolare a fianco della Bandiera Rossa.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Thierry Meyssan: “I terroristi siriani sono stati addestrati dall’UCK in Kosovo”

Intervista alla rivista serba Geopolitika
Thierry Meyssan risponde alle domande della rivista serba Geopolitika. Ritornando sulla sua interpretazione dell’11 settembre, degli eventi in Siria e della situazione attuale in Serbia
Rete Voltaire Belgrado (Serbia) 2 dicembre 2012

LibyaSyriaGeopolitika: signor Meyssan, siete diventato famoso in tutto il mondo quando è stato pubblicato il libro L’Incredibile Menzogna, che mette in discussione la versione ufficiale delle autorità statunitensi sull’attentato terroristico dell’11 settembre 2001. Il suo libro ha incoraggiato altri intellettuali ad esprimere i loro dubbi su questo tragico evento. Potrebbe brevemente dire ai nostri lettori che cosa è realmente accaduto l’11 settembre, cosa è successo o cosa è esploso sul Pentagono: si trattava di un aereo, che vi si è schiantato, o di qualcosa d’altro? Che cosa è successo con gli aerei che si sono schiantati contro le torri gemelle, e in particolare nel terzo edificio vicino alle torri? Qual è il contesto più profondo dell’attacco, che ha avuto un impatto globale e ha cambiato il Mondo?
Thierry Meyssan: E’ sorprendente che la stampa mondiale abbia ripreso la versione ufficiale, da un lato perché è assurdo, dall’altra parte perché non riesce a spiegare alcuni fatti. L’idea che un tossicodipendente, nascosto in una grotta in Afghanistan, e venti individui, armati di taglierini, possano distruggere il World Trade Center e colpire il Pentagono prima che l’esercito più potente del Mondo avesse il tempo di reagire, non è nemmeno degna di un fumetto. Ma la storia più grottesca è che pochi giornalisti occidentali si pongono delle domande. Inoltre, la versione ufficiale ignora la speculazione sul mercato azionario sulle aziende vittime degli attacchi, l’incendio di un edificio annesso alla Casa Bianca, o il crollo della terza torre del World Trade Center, quel pomeriggio. Tutti eventi che non sono nemmeno menzionati nella relazione finale della Commissione presidenziale d’inchiesta.
Nel merito, non si parla della cosa più importante di quel giorno: dopo l’attacco al World Trade Center, il piano di continuità del governo è stato attivato illegalmente. Esiste una procedura in caso di guerra nucleare. Se vi fosse l’annientamento delle autorità civili e militari, verrebbe instaurato un governo alternativo. Intorno alle 10:30, il piano venne attivato anche se le autorità civili erano ancora in grado di esercitare le loro responsabilità. Il potere passò ai militari che lo restituirono ai civili solo intorno alle 16:30. Durante questo periodo, dei commando raccolsero quasi tutti i membri del Congresso e i funzionari di governo, per metterli in salvo nei rifugi nucleari. Quindi ci fu un colpo di stato militare di un paio d’ore, giusto il tempo per i golpisti per imporre una propria linea politica: uno stato di emergenza permanente all’interno e l’imperialismo globale all’estero. Il 13 settembre, il Patriot Act venne presentato al Senato. E non si tratta di una legge, ma di un sostanzioso codice antiterrorismo la cui redazione venne effettuata in segreto per due o tre anni. Il 15 settembre, il presidente Bush approvò il piano della “matrice mondiale”, che istituiva un sistema globale di rapimenti, prigioni segrete, torture e omicidi. Nella stessa riunione, venne approvato un piano di attacchi in successione a Afghanistan, Iraq, Libano, Libia, Siria, Somalia, Sudan e Iran. Si può vedere che la metà del programma è già stata completata.
Questi attacchi, il colpo di stato e i crimini successivi sono stati organizzati da quello che dovrebbe essere chiamato Stato profondo (questa espressione viene usata per descrivere il potere segreto militare in Turchia o in Algeria). Questi eventi sono stati progettati da un gruppo molto ristretto: gli straussiani, vale a dire, i discepoli del filosofo Leo Strauss. Queste sono le stesse persone che hanno indotto il Congresso degli Stati Uniti al riarmo nel 1995, e che ha organizzato lo smembramento della Jugoslavia. Dobbiamo ricordare, ad esempio, che Alija Itzetbegovic ebbe come consulente politico Richard Perle, come consigliere militare Usama bin Ladin e come consulente mediatico Bernard-Henri Lévy.

Geopolitika: Il suo libro e il suo atteggiamento anti-americano, espresso liberamente sulla rete indipendente Voltaire, sono stati la fonte di problemi che avete avuto personalmente con l’amministrazione dell’ex presidente francese, Nicolas Sarkozy. Puoi dirci un po’ di più? Infatti, nell’articolo che ha scritto su Sarkozy, dal titolo “Operazione Sarkozy: come la CIA ha messo uno dei suoi agenti alla presidenza della Repubblica francese“, ha inserito informazioni sensibili che ricordano dei thriller politico-criminali.
Thierry Meyssan: Non sono antiamericano. Io sono un antiimperialista e penso che anche il popolo degli Stati Uniti sia una vittima dei suoi leader politici. Ho scoperto che Nicolas Sarkozy ha vissuto la sua adolescenza a New York, presso l’ambasciatore Frank Wisner Jr. Questo personaggio è uno dei più grandi dirigenti della CIA, che è stata fondata dal padre, Frank Wisner Sr. Ne consegue che la carriera di Nicolas Sarkozy è stata interamente determinata dalla CIA. Non vi è quindi da stupirsi che, diventato presidente della Repubblica francese, abbia difeso gli interessi di Washington e non quelli francesi. I Serbi hanno familiarità con Frank Wisner Jr., è lui che ha organizzato l’indipendenza unilaterale del Kosovo come rappresentante speciale del Presidente degli Stati Uniti. Ho spiegato tutto questo in dettaglio nel corso di un discorso al Media Forum Euroasiatico (in Kazakistan) e mi è stato chiesto di svilupparlo in un articolo per Odnako (Russia). Accadde che, per un capriccio del momento, venisse pubblicato durante la guerra in Georgia, quando Sarkozy si recò a Mosca. Il primo ministro Vladimir Putin mise la rivista sul tavolo prima di iniziare a chiacchierare con lui. Questo, ovviamente, non ha migliorato il mio rapporto con Sarkozy.

Geopolitika: signor Meyssan, qual è la situazione attuale in Siria, la situazione sul fronte e la situazione nella società siriana? L’Arabia Saudita e il Qatar, così come i paesi occidentali, che vogliono rovesciare il sistema politico del presidente Bashar Assad con forza, sono vicine a realizzare il loro obiettivo?
Thierry Meyssan: dei 23 milioni di siriani, 2-2,5 milioni sosterrebbero i gruppi armati che cercano di destabilizzare il paese e indebolire il suo esercito. Hanno preso il controllo di diverse città e vaste zone rurali. In ogni caso, questi gruppi armati non saranno in grado di rovesciare il regime. Il piano prevedeva che le prime azioni terroristiche occidentali creassero un ciclo di provocazione/repressione per giustificare un intervento internazionale, sul modello terrorismo dell’UCK e repressione di Slobodan Milosevic, seguito dall’intervento della NATO. Indichiamo di passaggio, che è stato dimostrato che dei gruppi che combattono in Siria sono stati addestrati al  terrorismo dai membri dell’UCK in Kosovo. Questo piano non è riuscito perché la Russia di Vladimir Putin non è quella di Boris Eltsin. Mosca e Pechino non hanno permesso alla NATO di intervenire e da allora la situazione marcisce.

Geopolitika: Che cosa otterrebbero Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Arabia Saudita e Qatar, abbattendo il presidente al-Assad?
Thierry Meyssan: ciascuno Stato membro della coalizione ha un suo interesse in questa guerra, e ritiene di poterlo soddisfare, anche se questi interessi sono talvolta contraddittori. A livello politico, c’è il desiderio di spezzare l'”Asse della resistenza al sionismo” (Iran-Iraq-Siria-Hezbollah-Palestina). C’è anche il desiderio di continuare il “rimodellamento del Grande Medio Oriente.” Ma la cosa più importante è di natura economica: si sono scoperte enormi riserve di gas naturale nella parte sud-orientale del Mediterraneo. Il centro di questo giacimento è vicino Homs in Siria (più precisamente, Qara).

Geopolitika: Puoi dirci un po’ di più della ribellione di al-Qaida in Siria, i cui rapporti con gli Stati Uniti sono in contraddizione, a dir poco, se si guardano le loro azioni sul campo? Lei ha detto in un’intervista che il rapporto tra Abdelhakim Belhadj e la NATO è stato quasi istituzionalizzato. Al-Qaida per chi combatte in realtà?
Thierry Meyssan: Al-Qaida era in origine il nome dei database, dei file di computer, dei mujahidin arabi inviati a combattere in Afghanistan contro i sovietici. Per estensione, si sono denominati al-Qaida gli ambienti jihadisti in cui sono stati reclutati questi mercenari. Poi con al-Qaida è stata designata la cerchia di bin Ladin e, per estensione, tutti i gruppi che nel Mondo sostengono l’ideologia di bin Ladin. Secondo il momento e le esigenze, questo movimento è stato più o meno numeroso. Durante la prima guerra in Afghanistan, la guerra in Bosnia e le guerre in Cecenia, questi mercenari erano dei “combattenti per la libertà”, poiché combattevano contro gli slavi. Poi, durante la seconda guerra in Afghanistan e l’invasione dell’Iraq, erano dei “terroristi” perché stavano attaccando i GI. Dopo la morte ufficiale di bin Ladin, sono ancora una volta diventati “combattenti per la libertà” durante le guerre in Libia e Siria, perché combattono a fianco della NATO. In realtà, questi mercenari sono sempre stati controllati dal clan Sudeiri, la fazione pro-USA e arci-reazionaria della famiglia reale saudita, e più in particolare, dal principe Bandar bin Sultan. Uno che George Bush padre ha sempre presentato come il suo “figlio adottivo” (vale a dire, il figlio intelligente che il padre avrebbe voluto avere), che non mai smesso di lavorare per conto della CIA.
Anche quando al-Qaida combatteva i soldati in Afghanistan e in Iraq, lo era ancora nell’interesse degli Stati Uniti perché poteva giustificarne la presenza militare. Si scopre che negli ultimi anni, i libici hanno formato l’ossatura di al-Qaida. La NATO naturalmente li ha utilizzati per rovesciare il regime di Muammar al-Gheddafi. Una volta che questo è stato fatto, hanno nominato il numero due dell’organizzazione, Abdelhakim Belhaj, governatore militare di Tripoli, anche se è ricercato dalla giustizia spagnola per la sua presunta responsabilità negli attentati di Madrid. In seguito, hanno mandato i suoi uomini a combattere in Siria. Per trasportarli, la CIA ha usato le risorse del Commissariato per i Rifugiati di Ian Martin, rappresentante speciale di Ban Ki-Moon in Libia. I cosiddetti rifugiati sono stati portati in Turchia, nei campi che servono come basi per attaccare la Siria e il cui accesso è stato vietato ai parlamentari e alla stampa turchi. Ian Martin è noto anche ai vostri lettori: è stato il Segretario Generale di Amnesty International e Alto rappresentante del Commissario per i diritti umani in Bosnia-Erzegovina.

Geopolitika: La Siria è al centro non solo di una guerra civile, ma della manipolazione e della guerra mediatica. Vi chiediamo come testimone diretto, presente sul terreno, cosa è realmente accaduto a Homs e Hula?
Thierry Meyssan: Non sono un testimone diretto di ciò che è successo a Houla. Per contro, mi sono fidato di terze parti, nei negoziati tra le autorità siriane e francesi, durante l’assedio dell’emirato islamico di Bab Amr. I jihadisti erano trincerati in questa zona di Homs, da cui avevano cacciato gli infedeli (cristiani) e gli eretici (sciiti). In effetti, solo 40 famiglie sunnite sono state lasciate tra circa 3.000 combattenti. Avevano introdotto la sharia, e un “tribunale rivoluzionario” ha condannato più di 150 persone, che furono uccise in pubblico. Quest’auto-proclamato emirato era segretamente gestito da ufficiali francesi. Le autorità siriane volevano evitare il bombardamento e negoziarono con le autorità francesi affinché i ribelli si arrendessero. In definitiva, i francesi poterono lasciare la città di notte e fuggire in Libano, mentre le forze lealiste entravano nell’emirato e i combattenti si arrendevano. Lo spargimento di sangue fu evitato, ci furono meno di 50 morti, in ultima analisi, durante l’operazione.

Geopolitika: A parte gli alawiti, anche i cristiani vengono presi di mira in Siria. Puoi dirci un po’ di più sulla persecuzione dei cristiani in questo paese e perché la cosiddetta civiltà occidentale, le cui radici sono cristiane, non si mostra solidale con i propri correligionari?
Thierry Meyssan: I jihadisti per primo aggrediscono coloro che sono più vicini a loro: in primo luogo i sunniti e sciiti (compresi alawiti) progressisti, e solo dopo i cristiani. In generale, torturano e uccidono pochi cristiani. Per contro, li espellono e li derubano sistematicamente. Nella regione in prossimità del confine con il nord del Libano, l’esercito libero siriano ha concesso una settimana ai cristiani per fuggire. C’è stato un esodo di 80.000 persone. Coloro che non sono fuggiti in tempo sono stati massacrati. Il cristianesimo è stato fondato da San Paolo a Damasco. Le comunità siriane sono più antiche di quelle occidentali. Hanno mantenuto gli antichi riti e una fede molto forte. La maggior parte è ortodossa. Coloro che sono legati a Roma hanno mantenuto i loro riti ancestrali. Durante le Crociate, i cristiani d’Oriente combatterono con gli altri arabi contro i soldati inviati dal Papa. Oggi, stanno combattendo con i loro compagni contro i jihadisti inviati dalla NATO.

Geopolitika: E’ possibile aspettarsi un attacco contro l’Iran il prossimo anno, e in caso di un intervento militare, quale sarà il ruolo di Israele? Un attacco nucleare è il vero scopo di Tel Aviv, o  Israele viene spinto in questa avventura da una struttura globalista, interessata a una ampia destabilizzazione delle relazioni internazionali?
Thierry Meyssan: L’Iran supporta una rivoluzione. Questo è l’unico grande paese che offre un modello alternativo di organizzazione sociale all’American Way of Life. Gli iraniani sono un popolo mistico e perseverante. Ha insegnato agli arabi l’arte della resistenza e dell’opposizione al progetto sionista, non solo nella regione, ma in tutto il Mondo. Detto questo, nonostante la sua furia, Israele non è in grado di attaccare l’Iran. E gli Stati Uniti hanno rinunciato ad attaccarlo. Si tratta di una nazione di 75 milioni di abitanti, dove tutti aspirano a morire per il proprio paese. Mentre l’esercito israeliano è composto da giovani la cui esperienza militare si limita al tormento dei palestinesi, e l’esercito statunitense è composto da disoccupati che non hanno intenzione di morire per una paga  misera.

Geopolitika: Come vede il ruolo della Russia nel conflitto siriano e come vede il ruolo del presidente della Russia, Vladimir Putin, che viene ampiamente demonizzato dai media occidentali?
Thierry Meyssan: La demonizzazione del presidente Putin sulla stampa occidentale è l’omaggio del vizio alla virtù. Dopo aver raddrizzato il suo paese, Vladimir Putin intende rimetterlo al suo posto nelle relazioni internazionali. Ha basato la sua strategia sul controllo di quello che dovrebbe essere la principale fonte di energia nel XXI secolo: il gas. Già Gazprom è diventata la prima società gasifera mondiale e la Rosneft è la prima petrolifera. Ovviamente, non ha intenzione di lasciare che gli Stati Uniti mettano le mani sul gas siriano, e non lascerà che l’Iran utilizzi il proprio gas senza controllo. Di conseguenza, è dovuto intervenire in Siria e allearsi con l’Iran. Inoltre, la Russia sta diventando il principale garante del diritto internazionale, mentre gli occidentali sostengono, in nome della paccottiglia moralistica, di poter violare la sovranità delle nazioni. Quindi non bisogna temere la potenza russa, perché serve la legge e la pace. A giugno, Sergej Lavrov ha negoziato un piano di pace a Ginevra. E’ stato rinviato unilateralmente dagli Stati Uniti, ma in definitiva dovrebbe essere attuato da Barack Obama durante il suo secondo mandato. Esso prevede il dispiegamento di una forza di mantenimento della pace delle Nazioni Unite, composto prevalentemente da truppe della CSTO. Inoltre, permette la continuazione del potere di Bashar al-Assad, se il popolo siriano lo decide attraverso le urne.

Geopolitika: Cosa ne pensa della situazione in Serbia e del difficile cammino percorso dai serbi negli ultimi due decenni?
Thierry Meyssan: la Serbia è stata esaurita da una serie di guerre che ha affrontato, in particolare la conquista del Kosovo da parte della NATO. E’ davvero una guerra di conquista, in quanto si concluse con l’amputazione del paese e il riconoscimento unilaterale da parte della NATO dell’indipendenza di Camp Bondsteel, vale a dire di una base della NATO. La maggioranza dei serbi ha pensato a un avvicinamento all’Unione europea. Ignorando che l’Unione europea è la faccia civile di un’unica entità di cui la NATO è la faccia militare. Storicamente l’UE è stata creata in riferimento alle clausole segrete del Piano Marshall, che precedette la NATO, ma è comunque parte dello stesso piano di dominio anglosassone. Può essere che la crisi dell’euro porti alla dissoluzione dell’Unione europea. In questo caso, Stati come Grecia e Serbia si volgeranno spontaneamente verso la Russia, con la quali condividono molti elementi culturali e la stessa domanda di giustizia.

Geopolitika: Si consiglia alla Serbia, in modo più o meno diretto, a rinunciare al Kosovo per poter  entrare nell’Unione europea. Lei ha una grande esperienza delle relazioni internazionali, e noi sinceramente Le chiediamo se può darci consigli su cosa dovrebbero fare i serbi in politica interna ed estera?
Thierry Meyssan: Non ho consigli da dare a nessuno. Da parte mia mi dispiace che alcuni Stati abbiano riconosciuto la conquista del Kosovo da parte della NATO. Dal momento che il Kosovo è diventato il fulcro, per lo più, della diffusione in Europa della droga coltivata in Afghanistan sotto la vigile protezione delle truppe statunitensi. Nessun popolo otterrà nulla da questa indipendenza e di certo non i kosovari, ormai ridotti in schiavitù dalla mafia.

Geopolitika: Esisteva tra la Francia e la Serbia una forte alleanza che ha perso senso, quando la Francia ha partecipato al bombardamento della Serbia nel 1999, nel quadro della NATO. Tuttavia, in Francia e Serbia vi sono ancora persone che non hanno dimenticato “l’amicizia delle armi” della prima guerra mondiale, e che pensano che dovrebbero ripristinare la vita spezzata di queste relazioni culturali. Lei condivide questo punto di vista?
Thierry Meyssan: Sapete che uno dei miei amici, con i quali ho scritto Pentagate: L’attacco al Pentagono dell’11 settembre con un missile e non con un aereo fantasma, è il comandante Pierre-Henri Bunel. Venne arrestato durante la guerra della NATO per spionaggio a favore della Serbia. Successivamente, è stato estradato in Francia, processato e condannato a due anni di carcere, invece che a vita. Questo verdetto dimostra che in realtà ha agito su ordine dei suoi superiori. La Francia, membro della NATO, è stata costretta a partecipare all’attacco alla Serbia. Ma lo ha fatto di malavoglia e spesso aiutando segretamente la Serbia che ha bombardato. Oggi, la Francia è in una situazione ancora peggiore. E’ governata da una élite che per proteggere i propri vantaggi economici, si è posta al servizio di Washington e Tel Aviv. Spero che i miei compatrioti, che hanno una lunga storia rivoluzionaria, alla fine caccino queste élite corrotte. E nello stesso tempo, la Serbia riacquisti un’indipendenza effettiva. Così i nostri due popoli si ritroveranno spontaneamente.

Geopolitika: La ringrazio molto per il tempo concessoci.

Documenti di accompagnamento (PDF – 199,1 kb)

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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