Silenzio su Aleppo! La verità non va detta, soprattutto sui crimini del Sultano e l’intensificazione del terrorismo

Amin Hoteit, Global Research, 25 gennaio 2013

185682Niente sarà risparmiato alla città di Aleppo… Un proverbio locale dice: “Uccidono, poi si accodano  al carro funebre di chi hanno ucciso!“. E questo è ciò a cui indirettamente, volontariamente o involontariamente, invitano tutti gli istituti di istruzione superiore in Francia, con “un minuto di silenzio in solidarietà con l’Università di Aleppo, il 23 gennaio alle 12.00” [1]. Sebbene sia molto caritatevole dimostrare solidarietà agli studenti che, nonostante le ripetute minacce dei terroristi oscurantisti, hanno scelto di fare gli esami. Eppure non dovrebbero ucciderli di nuovo!
Voi sembrate, signore e signori rettori e piume d’accademia, assai ben informati sui risultati del bombardamento del 15 gennaio della “storica Università di Aleppo” che, secondo certa vostra stampa viene “presa di mira da tempo dalle forze del regime di al-Assad“, mentre altri si accontentano di esprimere “solidarietà al popolo siriano” senza contraddirsi con le vostre accuse di prima. [2] Eppure, le relazioni e gli articoli di stampa che denunciano i veri assassini sono innumerevoli. Ma perché leggere e apprendere quando, per definizione, il vostro compito è indirizzare e monitorare l’intera politica accademica come indicato dal ministro della pubblica istruzione e dell’istruzione superiore?
Sì, Aleppo ora ha il triste privilegio di apparire nella prima linea delle “città simbolo” per la loro resistenza, nonostante i morti negli attentati individuali o nelle stragi, nonostante la distruzione delle sue infrastrutture private e pubbliche, nonostante la profanazione dei suoi tesori archeologici… ma il nemico e gli assassini non sono quelli che voi indicate! Sì, Aleppo, crocevia di civiltà per millenni, è [forse dovremmo dire era?] una città bella ed è sempre stata un oggetto del desiderio. I suoi abitanti sanno che, anche in caso di vittoria, il gioco riparte. Questo è il loro destino, come ci ha detto il Generale Hoteit Amin nel suo articolo tradotto qui di seguito.
Sì, è sempre possibile tradurre gli articoli e le dichiarazioni di testimoni credibili e legittimi, ma come tradurre un’infamia? Come si fa a raccontare l’orrore indicibile, i cadaveri smembrati, gli attentati e le stragi, membra e teste mozzate di compatrioti vivi, gli innumerevoli stupri di ogni tipo? Come si fa a parlare del numero di aborti in ospedale risultante da questi stupri, denunciato da un  amico medico di Aleppo? Infamie che non contribuireste a coprire se vi prendeste la briga d’informarvi. Voi avete per scopo illuminare le generazioni future, e non fargli ingoiare le rozze menzogne della propaganda di guerra, elemento essenziale delle “guerre per procura” che precipitano popoli e nazioni nella sventura e nell’oscurantismo. Le università non sono state create per questo!
Attenzione però che questi terroristi, che il Quai d’Orsay definisce ammirevoli rivoluzionari “distruggono sempre più scuole siriane, a volte con i loro studenti e insegnanti dentro. Sappiate che mentre invitate a tacere sui veri assassini, 20.000 studenti e insegnanti hanno aderito alle “Forze di Difesa speciali” per difendere il proprio paese, il proprio esercito e le proprie autorità legittime guidati da un presidente diventato simbolo garante della loro indipendenza. Due brevi video saranno sufficienti a dimostrarlo [3] [4]. Non c’è bisogno di tradurre, nonostante gli esperti [5], i giornalisti [6], e molti orientalisti che continuano a ingannare con il pretesto di essere arabofoni.
[Nota di Mouna Alno-Nakhal].

I crimini immaginari e le illusioni del Sultano
E’ con la segreta speranza di accedere alla grandiosa carica di “governatore di una delle future province siriane del New American Empire“, vale a dire la provincia di Aleppo, che Erdogan si è gettato a capofitto nell’attuazione del progetto occidentale mirante alla distruzione dello Stato siriano, che avrebbe dovuto abbandonare ogni dignità e uscire dall’”asse della resistenza”, piegandosi alla servitù e alla dipendenza. È per il successo di questo progetto essenzialmente statunitense che Erdogan ha architettato il piano dell’”amicizia simulata” verso il popolo siriano, dopo aver ricevuto l’onore di esserne la punta di diamante, dimenticando che non era, in realtà, che un esecutore tra i tanti! Non avrebbe mai immaginato che l’attacco fallisse, e che i suoi deliri si sarebbero dissipati al vento, e che i suoi sogni si sarebbe frantumati ai piedi dei siriani. Ha vissuto nell’illusione per quasi 22 mesi, guidando, passo dopo passo, la sua “guerra” contro il popolo siriano.
All’inizio, mentre i canali diplomatici tra Ankara e Damasco furono spalancati dal presunto “rispetto reciproco” tra le due capitali, si acconciava a prodigare preziosi consigli da capo che vuole essere obbedito. In breve, le autorità siriane avrebbero fatto bene a “dare il potere a coloro che sono stati scelti per governare; questi fortunati erano ovviamente della Fratellanza musulmana!” La risposta, naturalmente, non si fece aspettare, significativamente, gentilmente e fermamente il popolo siriano è sovrano e solo esso ha il diritto di scegliere i propri leader, nonostante le gentilezze di un amico o di un alleato. La Siria rifiuta i dettami e accoglie dai consulenti ciò che non danneggia la sua sovranità e la sua indipendenza. Pertanto, guidato da delusione, vanità e paranoia, il presunto “amico e alleato strategico” si è improvvisamente trasformato in un nemico che minaccia ogni sorta di ritorsione, che non tarda ad attuare.
In effetti, il “sultano immaginario” si è precipitato a scatenare i suoi media contro il cosiddetto “vecchio amico” qual’era la Siria, e a fornire la sua cortese ospitalità ai siriani che condividono le sue illusioni perdute e la sua follia, per riunirli in un concilio che avrebbe diretto sotto il suo comando, con il titolo fuorviante di “Consiglio nazionale di transizione”. Poi si è affaccendato per tenere conferenze su conferenze dei cosiddetti “Amici della Siria”, o qualunque sia il nome che possiamo dargli oggi… In particolare, ben prima che i siriani fossero costretti a fuggire dal disastro che Erdogan aveva così ben programmato, fece istituire sul suolo turco i famosi “campi per i rifugiati siriani” per radunare i mercenari provenienti da tutto il mondo, e le occasionali famiglie dei combattenti siriani, ingannati o complici, incaricati del la realizzazione di ciò che s’era sognato… i campi dovrebbero permettergli di andare tranquillamente in guerra contro il proprio paese, ma sono stati rapidamente trasformati nei santuari della miseria, delle violenze e di ogni tipo di aggressioni contro le loro sfortunate famiglie.
Poi venne il momento, e con l’aiuto dei suoi collaboratori, fu in grado di trasformare il confine turco-siriano in un “passaggio per i terroristi”, dotati tutti di tutti i mezzi logistici immaginabili, per commettere i crimini più efferati contro il popolo siriano di cui pretendeva essere amico! Ed è proprio ad Aleppo [1] e nella sua regione che queste bande di falsi rivoluzionari, ladri, stupratori e assassini furono particolarmente feroci. Sotto la supervisione di “esperti in demolizioni” spediti sul posto, smantellarono la maggior parte degli impianti di tutta la regione, prima di trasferire il maggior numero di macchine e attrezzature in Turchia e, naturalmente, saccheggiarono tutto ciò che  potevano portarsi via.
Così Erdogan, motivato dal suo desiderio di porre fine a ogni concorrenza regionale e internazionale tra le esportazioni della Turchia e quelle di Aleppo, la città industriale per eccellenza della Siria, ha inflitto un colpo fatale alla sua vita economica e al suo popolo detestato semplicemente perché si rifiutava di rispettare i suoi ordini di lasciarsi vendere e di tradire! E ora il suo ego sproporzionato, non completamente soddisfatto dai crimini continui e dal suo insaziabile appetito colonialista, nonostante l’annessione del “Sangiaccato di Alessandretta” dopo la caduta dell’impero ottomano, vorrebbe diventare il “Sublime signore” della Siria attraverso la nomina di un oscuro “Wali” [governatore delle province ottomane ai tempi dei sultani] che continuerà ad ingannare chi è riuscito ad intrappolare nei campi dell’infelicità, creati presumibilmente per motivi umanisti e umanitari!
Erdogan persiste e firma, la sua vanità gli impedisce di rendersi conto delle nuove realtà sul terreno in Siria, a livello regionale e a livello internazionale. Non ha ancora accettato l’idea che l’aggressività “NATO-arabo-turco-sionista” non è riuscita a spezzare la resistenza della Siria e dei siriani. Se avesse avuto un minimo di buon senso, avrebbe cessato i suoi attacchi micidiali e quindi cessato di danneggiare il suo partito e il suo popolo; i missili “Patriot” che ha piatito dai suoi amici della NATO non possono essere utilizzati per proteggere la sua persona, o per sostenere la sua aggressione contro la Siria.
Per la Siria, nonostante tutto quello che ha vissuto per 22 lunghi mesi in orrore, devastazione e distruzione, nonostante gli omicidi, le sanzioni e le sofferenze inflitte al suo popolo, è riuscita a creare una situazione che non permette e né permetterà ad Erdogan di realizzare le sue ambizioni. Il popolo siriano ha preso la risoluzione indipendente di riporre fiducia nel suo Stato e nei suoi rappresentanti, eletti da esso stesso, e che non possono essere sostituiti che nelle urne delle prossime elezioni. La Siria continua la sua battaglia difensiva con fiducia e rifiuta qualsiasi intervento straniero, da qualsiasi parte provenga, qualsiasi cosa ne pensi il famoso Wali delegato da Erdogan, da tutti i nostalgici della “Sublime Porta” dell’impero ottomano e dagli installatori NATO-isti di “Patriot” alle sue frontiere. Coloro che, per irragionevolezza, sperano ostinatamente altrimenti devono capire che corrono dietro alle chimere.
In effetti, non è più possibile considerare un intervento militare straniero, come non è possibile pensare ad una soluzione pacifica se colui che l’offre spera sempre di strappare una parte di quel bottino che aveva motivato la sua coalizione con il campo degli aggressori. Ora la soluzione pacifica significa iniziare a scegliere tra siriani e non siriani, poi tra gli oppositori armati contro il governo siriano e coloro che non lo sono, e quindi la dipartita di tutti i combattenti stranieri; e, infine, dalla sospensione  del sostegno armato e logistico a tutti questi mercenari da parte delle potenze che ne coprono i crimini. In caso contrario, nessun dialogo è possibile ed è chiaramente irragionevole pensare che il “Diritto del cittadino siriano” ceda a qualche siriano armato o ad alcuni Paesi esteri, compresa la Turchia.
La Siria ha vinto, e il vincitore non consegna il bottino ai vinti! Inoltre, il vertice del campo degli aggressori è pienamente consapevole della situazione e ha iniziato a praticare “la politica dello sganciamento della zavorra”, perché sa che quel che potrebbe ottenere attraverso i negoziati, semplicemente non basterà a salvare faccia a tutti gli alleati. È per questo che ha incoraggiato la Francia ad impegnarsi in Mali, ha ispirato la Gran Bretagna a ritirarsi in silenzio e ha lasciato alla Germania la scelta di una via d’uscita. Rimane il fattore chiave corrispondente alla Turchia, il fattore che gli Stati Uniti vorrebbero esaurire un po’ di più, poiché resta totalmente asservito alla NATO, anche se questo dovrebbe essere fatto a scapito della dignità del suo popolo, perfino al prezzo del suo sangue, come è accaduto di recente, quando si trattò del suo rapporto con Israele.
Pertanto, Erdogan deve comprendere, nel proprio interesse, che è il momento di abbandonare i burattini che ospita, anche se ha chiuso gli occhi sui furti, omicidi e distruzione delle infrastrutture nel loro Paese e non ha trovato nulla da ridire sull’aggressione alla sua sovranità nominando un Wali turco per la regione settentrionale del Paese. Questi sono traditori per l’opinione pubblica araba siriana e non hanno posto in Siria!

I motivi per l’intensificazione del terrorismo
Chi osserva con obiettività gli scontri attualmente in corso sulla scena siriana, non può non vedere che i gruppi terroristici e i combattenti armati che sognavano di abbattere lo stato siriano con il fuoco e il sangue, secondo delle operazioni tutte denominate con nomi di tempeste o terremoti, non sono riusciti ad imporre la loro autorità, almeno nel vero senso del termine. Anche se sono entrati, usciti, e poi ritornati in varie parti del paese, non sono riusciti a mantenere le loro posizioni e non sono neanche stati più in grado di crearne di nuove, dove praticare a tutti i costi il loro terrorismo confessionale.
Oggi, vediamo che l’esercito arabo siriano è al contrattacco infliggendo pesanti perdite, e che il popolo siriano partecipa alla propria difesa attraverso i Comitati popolari e le forze speciali costituite da volontari di tutto il Paese. I terroristi, vedendosi alle strette e fallire, raddoppiano le violenze e tendono a praticare al massimo le stragi, con la mentalità del giocatore d’azzardo e la forza della disperazione. Ciò per quattro motivi:
1. Sollevare il morale delle proprie truppe.
2. Mantenere fiducia e sostegno dai loro “protettori”.
3. Vendicarsi del popolo siriano che li ha ignorati.
4. Fare pressione sulle parti coinvolte nei negoziati per salvasi, senza uscirne totalmente perdenti. In altre parole, sono in trappola.
La loro scommessa punta alle autobombe, agli attacchi suicidi, ai bombardamenti a distanza contro i civili, confermandone l’impotenza militare, mentre la scelta di giocare con la vita e il sangue dei siriani, e con tanta ferocia, gli smaschera e allontana coloro che sostenevano il loro governo e la loro esercito. Stiamo forse assistendo ai segni della vittoria della Siria? Qui dobbiamo dire che il destino della Siria è pagare un caro prezzo per la propria libertà e sovranità, un prezzo che rimane inferiore al prezzo pagato da coloro che l’avrebbero perse,  diventando schiavi degli stranieri, come nel caso di molti arabi e musulmani!

Dottor Amin Hoteit, 24/01/2013
Da  due articoli originali: Al-Tayyar/Cham Press

Articolo tradotto dall’arabo da Mouna Alno-Nakhal, Mondialisation.ca

Note:
[1] Un minuto di silenzio in solidarietà con l’Università di Aleppo, mercoledì 23 gennaio, ore 12.00
[2] Università di Aleppo (Siria) bombardata: un minuto di silenzio presso l’Università di Rennes 2
[3] Un minuto di silenzio e studenti siriani di tutte le università del paese ce manifestano per  affermare che il terrorismo non può impedirgli di perseguire il loro obiettivo di apprendere e capire. 
[4] Il giornalista tedesco Manuel Ochsenreiter su RT sul bombardamento dell’Università di Aleppo
[5] Aleppo assediata futura “città simbolo”? Del colonnello Jean-Louis Dufour
[6] Tweet di Jean-François Kahn – Aleppo, la carneficina che ci lascia freddi

Il dottor Amin Hoteit è un analista politico, esperto di strategia militare e Generale di brigata in pensione libanese.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Siria, Stati Uniti d’America, la guerra e l’umore furioso di Erdogan

Dedefensa 25 ottobre 2012

Non c’è carenza di ipotesi, calcoli, descrizioni anche sulla “marcia verso la guerra“, in particolare della Turchia (contro) la Siria. Questo è un tema ricorrente e ridondante da diversi mesi, intervallato da episodi di scontri di frontiera, sequestro di velivoli in volo, provocazioni, false flag varie, ecc. Inoltre, la guerra non scoppia. Ciò spinge a classificare il progetto, in attesa di ipotetici estensioni, sotto la voce “trattenetemi o faccio qualcosa” che sembra caratterizzare l’insistenza aggressiva e bellicosa la patologia psicologica della nebulosa formata dal blocco BAO o intorno al blocco BAO, di cui uno dei più zelanti araldi è il ministro francese Fabius. (In questa sezione, abbiamo posto come archetipo l’attacco a sorpresa contro l’Iran annunciato con gran chiasso come imminente e devastante, dal febbraio 2005, quando un GW Bush appena rieletto disse a Bruxelles, il 21 febbraio 2005, che “tutte le opzioni sono sul tavolo“, anche e soprattutto l’attacco, perché Israele e gli Stati Uniti si fondono fraternamente. Ci è stato detto oggi, da Fabius in modo categorico e finalmente definitivo, che è previsto, praticamente assicurato, per il 2013. L’epoca attuale è quella del cambiamento esponenziale e brutale delle situazioni.)
Due estratti dai giornali turchi ci forniscono alcune indicazioni sulla situazione, almeno psicologica, molto prossima alla guerra contro la Siria. Altri vi aggiungono alcune informazioni aggiuntive, che vanno in altre direzioni. Ne consegue che l’osservazione di una situazione di grande disordine non ci rende soddisfatti di alcuna ipotesi politica, geopolitica e militare dalla connotazione escatologica, e ci rivolgiamo ancora una volta all’ipotesi della depressione maniacale dei nostri leader politici. Perché dobbiamo riconoscere che l’ipotesi della depressione maniacale continua più che mai a conservare il nostro favore, quando un evento mediatico (una dichiarazione, un’ipotesi suggerita, un roboante anatema, ecc.), sembra costituire di per sé un adeguato atto politico, geopolitico e militare dalla sola connotazione escatologica decisiva. Non negheremo che non vi sia certamente dell’escatologia nell’aria, ma il contrario, dal momento che si tratta di una tesi a cui attribuiamo la massima attenzione, e una consistenza significativa. Semplicemente e con decisione, l’escatologia non sembra essere affatto legata ai sapiens coinvolti, che sembrano piuttosto dei pietosi giocattoli. Tutto questo è deciso, vale a dire gli eventi sono ordinati da forze superiori e sostenuti dai sapiens coinvolti (i nostri leader politici), senza che ne capiscano nulla, immaginandosi di agire in modo decisivo (escatologico), per il semplice fatto di avere la parola facile e di farsi guidare dallo stato d’animo…
• L’umore, soprattutto quello di Erdogan. Da quanto emerge da questo articolo di Mehmet Ali Birand, corrispondente del grande quotidiano turco Hurriyet presso le Nazioni Unite, del 23 ottobre 2012, scrive che sembrano esserci due mondi diversi, quello della Turchia, dove si parla febbrilmente di guerra imminente tutti i giorni, e le Nazioni Unite dove l’idea di una guerra con la Siria sembra provenire proprio da un altro pianeta. Il giornalista turco raccoglie spunti interessanti anche da un diplomatico degli Stati Uniti che si lamenta degli stati d’animo e delle esplosioni del primo ministro Erdogan, il cui comportamento descrive come quello di un uomo psicologicamente instabile, a volte facendo temere a Washington di essere trascinata in una guerra che nessuno, proprio nessuno, vuole… “Analizzando quello che è successo tra noi e la Siria, e dopo il controllo dei nostri media, vieni qui e resti stupito da ciò che si sente e si legge. E’ come se vivessimo su un altro pianeta e le persone qui vivono in un pianeta completamente diverso. Secondo quanto riportato nel nostro pianeta, la Turchia è un fantoccio degli Stati Uniti e agisce secondo gli ordini provenienti da Washington. Possiamo aspettarci che uno scontro armato scoppia lungo il confine, in qualsiasi momento. Quando si guarda la situazione da qui, nessuno cita un intervento armato come soluzione della questione siriana. Risolvere il problema con le armi, più precisamente l’idea del rovesciamento di Bashar al-Assad attraverso un intervento esterno, è una questione chiusa da molto tempo. Sotto lo stretto controllo di Washington, ad Ankara vi è la preoccupazione di non parlare troppo apertamente: “Il primo ministro, di volta in volta, diventa così arrabbiato e così eccitato che anche noi, qui, abbiamo paura di un intervento militare della Turchia”, ha detto un diplomatico statunitense. “In realtà sappiamo bene che la Turchia non vuole un intervento armato. Ci hanno detto questo molto chiaramente. Tuttavia, d’altra parte, ci fanno nuovamente pressione affinché al-Assad se ne vada al più presto possibile. Capiamo anche che un intervento militare sarebbe disastroso non solo per voi, ma per tutta la regione. Il nostro timore è che una manovra di al-Assad riceva una reazione da [primo ministro Recep Tayyip] Erdogan, facendoci ritrovare tutti insieme in una guerra.” Ciò che il diplomatico diceva era molto chiaro. Dimenticatevi che Ankara segua gli ordini di Washington: Washington sta apertamente cercando di calmare Ankara ed ha paura di entrare in guerra a causa di un incidente. La ragione di ciò è evidente: Washington non ha, minimamente, alcuna intenzione di intervenire in Siria. Quando si ascolta l’opinione pubblica statunitense, se ne capisce subito il motivo…”
L’articolo prosegue con una tirata abbastanza standard della frase “L’opinione pubblica statunitense è stanca degli interventi internazionali“… Conosciamo la musica e sappiamo proprio che quella sensazione può essere ulteriormente migliorata dal coro di esperti e di coloro che pretendono di definire la politica degli Stati Uniti, e che quando lo fanno, infine, fanno ciò che il Cielo l’induce a fare. (“Il Cielo”?! Diciamo piuttosto quelle “forze impersonali” individuate dal saggio ed esperto geopolitico George Friedman: vedasi 15 ottobre 2012.)
• Un altro interessante articolo sulla stampa turca, di Soli Ozel, del quotidiano Haberturk del 22 ottobre 2012, proviene da un diverso orizzonte (da una conferenza stampa dell’ambasciatore statunitense ad Ankara); le osservazioni che vi si leggono sembrano fatte per rafforzare l’idea che gli amici americanisti siano un po’ stanchi di sentire Erdogan vituperare gli “amici” americanisti e i loro alleati del BAO, perché lasciano sola la Turchia nel fare il lavoro sporco contro la Siria e, in particolare, gli Stati Uniti non fanno assolutamente nulla per aiutare la Turchia su questa spaventosa faccenda. Non abbiamo un particolare affetto per i diplomatici degli Stati Uniti di stanza all’estero, con tutti i loro imbrogli, ma dobbiamo riconoscere che l’argomento di Ricciardone, basato sulla rivelazione di una proposta degli Stati Uniti che nessuno ha smentito, ha un certo peso e anche l’accento di una verità rivelatrice, e si può immaginare quanto gli amici americanisti debbano essere sopraffatti dallo stato d’animo turco, pubblicando questo pezzo. (“Che altro vi aspettate da noi? Offriamo la massima collaborazione con i migliori mezzi tecnici a nostra disposizione. Inoltre, il nostro obiettivo è il comandante supremo del PKK, ma voi non volete.”)
L’ambasciatore degli Stati Uniti in Turchia Francis Ricciardone, ha sganciato una bomba nel suo incontro con i giornalisti ad Ankara, la scorsa settimana. Ha detto che gli Stati Uniti hanno proposto un’operazione congiunta con la Turchia contro i leader del partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), nella catena montuosa di Kandil, sulla falsariga della caccia e uccisione di Usama bin Ladin da parte degli Stati Uniti. Secondo il primo ministro Recip Tayyip Erdogan, la Turchia ha rifiutato l’offerta a causa delle differenze delle condizioni topografiche. Ovviamente, Ricciardone ha inteso la rivelazione come una risposta decisa ai dubbi dell’opinione pubblica turca. Ricordiamo come il Capo di Stato Maggiore, Generale Necdet Ozel, abbia lamentato di non avere intelligence sufficiente e tempestiva dagli Stati Uniti. L’opinione pubblica ha visto l’osservazione del Gen. Ozel come la riaffermazione della sua apprensione per gli Stati Uniti. L’ambasciatore degli Stati Uniti, in un certo senso, ha cercato di cancellare la diffidenza turca verso il suo paese, dicendo: “Che altro vi aspettate che facciamo? Abbiamo proposto la cooperazione ai più alti livelli con i nostri migliori mezzi tecnici. Inoltre, il nostro obiettivo era il comando superiore del PKK, ma voi non lo volete”. Ricciardone ha anche colto l’occasione per rinfrescare l’idea su come Washington vede la politica della Turchia in Siria. Il messaggio era che, sebbene gli Stati Uniti siano in stretta collaborazione con la Turchia sulla crisi siriana, si preoccupano di qualsiasi sviluppo che potrebbe elevare la crisi a una guerra. Gli Stati Uniti ritengono inoltre che la prosecuzione della crisi siriana stia mettendo in pericolo la stabilità della regione, in particolare in Giordania, Iraq e Libano. Washington non favorisce una prolungata crisi come alcuni sostengono, ma vuole che gli scontri finiscano al più presto possibile.”
Secondo queste osservazioni, tutti ci dicono che sembrano averne abbastanza delle voci di una guerra contro la Siria, e persino dei rumori di una guerra in Siria a breve; le spedizioni di armi cominciano a sembrare scarseggianti; ci dicono che dei piani di pace potrebbero essere tracciati (ennesimo tentativo, ma questa volta buona), come il tentativo di cessate il fuoco temporaneo lanciato per una festa religiosa musulmana e che probabilmente, naturalmente, molto difficilmente supererà la prova del caos installatosi in Siria… Tutto ciò non influisce sugli eventi in Siria, essendo soprattutto prigioniero del caos prevalente nel paese. Tutto ciò non fa altro che dimostrare la stanchezza psicologica crescente tra loro, perfino tra i mandanti del blocco BAO (tranne Fabius, accordiamolo), davanti alla cosa che hanno creato, e che dura e dura…
• Inoltre, non si dimentichi l’iniziativa di Erdogan, una tappa importante verso la “regionalizzazione” del tentativo di risolvere il conflitto, senza guerra e senza gli Stati Uniti, ma con la Russia e l’Iran. Si tratta, dice l’editorialista Semih Idiz, sul Milliyet del 22 ottobre 2012, di una “nuova visione” (di Erdogan)… Mentre leggete queste poche osservazioni, sembra che questo caso evolva parallelamente agli altri casi di cui alimenta spudoratamente le contraddizioni, poggiando ancora sui ricorrenti problemi psicologici (l’”allergia” della Turchia di cui Idiz parla è, ovviamente, psicologica).
“…In breve, Mosca bloccando le mosse delle Nazioni Unite e l’atteggiamento dell’Iran che ha colpito le aspettative della Turchia nella regione, hanno spinto in un angolo Ankara che é costretta a modificare la propria politica inflessibile sulla Siria. Il “sistema di negoziazione tripla” di cui Erdogan ha parlato dopo il suo incontro con Ahmadinejad, è un segnale importante. Il “sistema di negoziazione triplo” riunirà la Turchia, l’Egitto e l’Iran; la Turchia, la Russia e l’Iran, e la Turchia, l’Egitto e l’Arabia Saudita per lavorare separatamente verso una soluzione in Siria. Come si può vedere dalla dichiarazione di Erdogan, l’iniziativa mira a superare l’ostacolo della mancanza della volontà saudita di sedersi nello stesso tavolo con l’Iran. La Turchia sembra essersi curata dell’allergia dal discutere della Siria con la Russia e l’Iran.”
• … e Ankara, inoltre, parallelamente veniamo a sapere che Israele, conquistato da ciò che considera come una svolta pro-BAO di Erdogan, sia probabilmente convinto che la Turchia sia ridiventata un “fantoccio” di Washington, avendo così l’opportunità di far prendere la mano alla Turchia, e proponendo perfino di seppellire, se non l’ascia di guerra, almeno il contenzioso che offusca le relazioni tra i due paesi dal 2009. Sembrava logico: i burattini delle mie marionette sono i miei burattini, dicono gli astuti strateghi israeliani… Come no! I pupazzi non sono più quelli di una volta, un Erdogan ancora una volta furioso ha detto a Israele che Israele non ha capito la situazione. Nessuna speranza di parlare, anche della Siria, poiché Israele non è venuto a Canossa umilmente, chiedendo di farsi perdonare per le azioni contro le “terribili flottiglie della pace” di fine primavera del 2010, che hanno spinto Erdogan a prendere in considerazione di assumersi il comando di una  di queste flottiglie… Ecco come Zaman ha riferito, il 22 ottobre 2012, il tentativo di riconciliazione israeliano e la irricevibilità, indiretta ma categorica, da un chiaramente arrabbiato e fumante Erdogan…
L’invito al dialogo è venuto da Pinhas Avivi, ex ambasciatore israeliano in Turchia, che attualmente è direttore politico del ministero degli esteri israeliano. Parlando ad un gruppo di giornalisti turchi, Avivi ha detto che Israele cerca di avere colloqui con la Turchia riguardo la crisi siriana, rilevando che la situazione in Siria avrà un impatto futuro su Turchia e Israele. “Dobbiamo lasciare da parte i problemi tra Israele e la Turchia, e guardare al futuro”, avrebbe detto secondo la NTV. Ad Ankara, invece, il portavoce del ministero degli esteri, Selçuk Unal, ha detto che Israele deve parlare con i fatti piuttosto che coi messaggi veicolati dei media. [...] Ankara chiede le scuse ufficiali e il risarcimento per le famiglie delle vittime, così come la revoca del blocco israeliano su Gaza, per normalizzare le relazioni. Israele ha respinto queste richieste, sostenendo che i suoi soldati hanno agito per legittima difesa. In segno di protesta per il rifiuto di Israele di soddisfare le richieste turche, Ankara aveva espulso l’ambasciatore israeliano e tagliato le relazioni militari con il paese. Unal ha detto che le condizioni poste dalla Turchia per la normalizzazione dei rapporti restano in vigore. “Non c’è alcun cambiamento nella posizione della Turchia. I funzionari israeliani dovrebbero adottare le misure previste, invece di inviare messaggi tramite dichiarazioni ai media,” ha detto.”

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

La Turchia tenta di provocare una guerra contro la Siria

La Turchia spara sulla Siria dopo che degli sconosciuti hanno attaccato una città di confine turca
Tony Cartalucci, Land Destroyer, 3 ottobre 2012

Dopo aver ospitato terroristi stranieri e sostenuto le loro operazioni lungo tutto il confine siriano-turco per oltre un anno, la Turchia, membro della NATO, ha sostenuto di aver risposto militarmente contro “obiettivi” in Siria, per un presunto attacco al territorio turco che essa attribuisce al governo siriano. Nonostante le organizzazioni terroristiche pesantemente armate che operano in gran numero su entrambi i lati del confine turco, con l’esplicita approvazione e il supporto logistico della Turchia, il governo di Ankara sembra aver escluso la possibilità che queste forze terroristiche, non l’esercito siriano, siano responsabili dell’attacco con dei colpi di mortaio, che i militanti armati sono noti usare ampiamente.

Immagine: i terroristi che operano in Siria posano accanto a un grande mortaio. I mortai di ogni calibro sono i favoriti dai terroristi, che operano in Siria per attuare, per conto della NATO, un cambiamento violento del regime. I mortai che hanno sparato in territorio turco probabilmente potrebbero provenire dalla Turchia, che finanzia, arma e accoglie i terroristi per conto delle a lungo pianificate macchinazioni della NATO. A differenza del governo siriano, i terroristi, la Turchia, e di conseguenza la NATO, hanno una motivazione reale per lanciare l’attacco iniziale che giustificherebbe la Turchia nel reagire e prevedibilmente nel chiedere alla NATO di intervenire.

Il New York Times, nel suo articolo intitolato “L’artiglieria della Turchia spara su obiettivi siriani in rappresaglia per la morte di civili”, ammette che: “Non si sa se i proiettili di mortaio siano stati sparati dalle forze governative siriane o dai ribelli che combattono per rovesciare il governo del presidente Bashar al-Assad. La risposta turca sembrava dare per scontato che il governo siriano ne sia responsabile”. L’immediato atto ingiustificato di aggressione militare della Turchia, insieme all’istintiva condanna degli Stati Uniti, ha tutte le caratteristiche di un evento orchestrato, o per lo meno, di un tentativo di cogliere opportunisticamente un caso isolato per far avanzare in modo infido l’agenda geopolitica collettiva dell’Occidente. La Siria non ha evidentemente alcun interesse a minacciare la sicurezza della Turchia, né alcun motivo di attaccare il territorio turco, cosa che fonirebbe sicuramente la scusa che si cerca per poter intervenire direttamente a fianco dei fallimentari terroristi fantocci della NATO.

La Turchia desidera ardentemente un pretesto per avviare la seconda guerra con la Siria
E’ stato precedentemente riportato che la Turchia è stata designata dalla NATO e, più specificamente, da Wall Street e Londra, a guidare gli sforzi per ritagliare “zone franche” nel nord della Siria, e di farlo tramite una falsa forza “umanitaria” o un falso pretesto per la “sicurezza”. Ciò è stato confermato dal Brookings Institution, un think-tank sulla politica estera degli Stati Uniti, finanziato da Fortune-500, che ha stilato i progetti per il cambiamento di regime in Libia così come in Siria e Iran. Nella sua relazione “Valutazione delle opzioni di un cambio di regime” si afferma: “Un’alternativa agli sforzi diplomatici su come concentrarsi per porre fine alle violenze e avere accesso umanitario, come si sta facendo sotto la guida di Annan. Ciò potrebbe portare alla creazione di zone franche e corridoi umanitari che dovrebbero essere sostenuti da un limitato potere militare. Ciò, naturalmente, non raggiunge gli obiettivi degli Stati Uniti per la Siria, in cui Assad potrebbe conservare il potere. Da questo punto di partenza, però, è possibile che una vasta coalizione con un mandato internazionale possa aggiungere ulteriori azioni coercitive ai suoi sforzi“. Pagina 4,  ‘Valutazione delle opzioni per il cambiamento di regime’, Brookings Institution.

Immagine: Brookings Institution, Memo N°21 sul Medio Oriente, “Valutazione delle opzioni di un cambio di regime (.pdf), non è un segreto che l’umanitaria “responsabilità di proteggere” non sia che un pretesto per un cambio di regime a lungo pianificato.

Il Brookings continua descrivendo come la Turchia potrebbe allineare grandi quantità di armi e truppe lungo il confine, in coordinamento con gli sforzi israeliani nel sud della Siria, che potrebbe contribuire a un violento cambiamento del regime vigente in Siria: “Inoltre, i servizi di intelligence d’Israele hanno una forte conoscenza della Siria, così come delle attività nel regime siriano, che potrebbero essere utilizzate per sovvertire la base di potere del regime e avviare la rimozione di Assad. Israele potrebbe inviare truppe su o vicino le alture del Golan e, in tal modo, potrebbe distogliere le forze del regime dal reprimere l’opposizione. Questa posizione può evocare la paura nel regime di Assad di una guerra su vari fronti, in particolare se la Turchia è disposta a fare lo stesso sul suo confine, e se l’opposizione siriana è alimentata continuamente con armi e addestramento. Una tale mobilitazione potrebbe, forse, convincere la leadership militare della Siria a cacciare Assad al fine di preservare se stessa. I sostenitori argomentano che questa pressione supplementare potrebbe far pendere la bilancia contro Assad in Siria, se altre forze vi si allineano correttamente”. Pagina 6, ‘Valutazione delle opzioni per il cambiamento di regime’, Brookings Institution.
I leader turchi hanno chiaramente passato molto tempo a fabbricare scuse varie per soddisfare le richieste di Washington, fabbricando o approfittando delle violenze che la stessa Turchia promuove lungo il confine con la Siria. La relazione menzionerebbe anche il ruolo della Turchia nel contribuire a minare, sovvertire e staccare l’antica città settentrionale di Aleppo: “Poiché la creazione di un’opposizione nazionale unificata è un progetto a lungo termine che non avrà probabilmente mai pieno successo, il gruppo di contatto, pur non abbandonando questo sforzo, può chiedere obiettivi più realistici. Ad esempio, potrebbe concentrare il massimo sforzo per l’attesa  frattura tra Assad e, diciamo, l’elite di Aleppo, la capitale commerciale e città in cui la Turchia ha il maggior effetto leva. Se Aleppo dovesse cadere in mao all’opposizione, l’effetto demoralizzante sul regime sarebbe notevole. Se questa opzione fallisce, gli Stati Uniti potrebbero semplicemente accettare una pessima situazione in Siria o intensificare una delle seguenti opzioni militari”. Pagina 6, ‘Valutazione delle opzioni per il cambiamento di regime’, Brookings Institution.
Le opzioni militari comprendono tutto ciò che serve a perpetuare le violenze, secondo la Brookings,facendolo sanguinare, si mantene un avversario regionale debole, evitando i costi dell’intervento diretto“, dalla “no-fly zone” in stile ad libico a una vera invasione militare. E’ chiaro, leggendo la nota della Brookings, che la cospirazione ha avuto inizio fin dalla sua redazione; con varie opzioni militari in fase di preparazione e vari cospiratori che si posizionano per eseguirle. Per la Brookings Institution le “zone franche” e i “corridoi umanitari” sono destinati ad essere creati dal membro della NATO, la Turchia, che per mesi ha minacciato di invadere parzialmente la Siria, al fine di raggiungere questo obiettivo. E mentre la Turchia sostiene che tutto ciò si basa su “questioni umanitarie”, esaminando la situazione abissale dei diritti umani in Turchia, oltre alle proprie attuali campagne di genocidio contro il popolo curdo, sia all’interno che all’esterno delle sue frontiere, è chiaro che sta semplicemente adempiendo agli ordini dettati dai suoi padroni occidentali di Wall Street e della City di Londra.

Foto: nel 2008, carri armati turchi entrano in Iraq per un’incursione contro città curde e per cacciare sospetti ribelli. Più recentemente, la Turchia ha bombardato “sospette” basi dei ribelli sia in Turchia che in Iraq, così come ha effettuato massicci arresti a livello nazionale. Stranamente, la Turchia verifica ciò di cui la Libia di Gheddafi e la Siria di Assad vengono accusate di fare, in totale  ipocrisia, chiedendo l’invasione parziale della Siria sulla base di “preoccupazioni umanitarie.”

Questo ultimo scambio a fuoco tra la Turchia e la Siria non è il primo. La Turchia ha fabbricato  storie su pretesi ‘attacchi’ delle truppe siriane oltre il confine turco-siriano. The New York Times ha pubblicato queste accuse in grassetto, prima di ammettere, in fondo pagina, che “non è chiaro che tipo di armi hanno causato danni, domenica, a circa sei miglia all’interno del territorio turco“, e che “ci sono resoconti contrastanti circa l’incidente“. Come lo sono tutte le accuse fatte dalla NATO, dall’ONU e dai singoli Stati membri per giustificare l’ingerenza negli affari della Siria, questi resoconti comprendo le voci sparse dagli stessi ribelli. E’ chiaro che la Turchia, la NATO e le Nazioni Unite tentano continuamente di inventarsi un pretesto per la creazione di “zone franche” e “corridoi umanitari” destinati ad aggirare il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che ha visto i tentativi di via libero all’intervento militare bloccati dal veto multiplo posto da Russia e Cina. Che le Nazioni Unite non siano riuscite del tutto a condannare le provocazioni combinate e l’ingerenza negli affari della Siria, illustra il fallimento assoluto della sovranazionalità, per non parlare della governance globale.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché la battaglia di Aleppo sarebbe decisiva per i terroristi?

Hoteit Amin e Ahmed Farhat, Mondialisation, 1 ottobre 2012
Dottor Amin Hoteit, Ahmed Farhat, al-Manar 29/09/2012 Articolo tradotto dall’arabo da Mouna Alno-Nakhal per Mondialisation.ca Copyright © 2012 Global Research

Una breve conversazione telefonica non è volta a spiegare totalmente una questione dolorosa e orribile come la guerra contro la Siria, affidata alle cure del terrorismo più abietto alimentato dai cosiddetti stati democratici, che cercano di diffondere il loro nuovo ordine e la loro nuova governance col fuoco e il sangue… Questa è la Siria che soffre, ma la magnifica Aleppo soffoca tra i fumi… soffoca tra gli incendi che hanno devastato i tesori archeologici che conservava per tutta l’umanità… E’ strangolata da tonnellate di pneumatici bruciati per suggerire che in parte è andata in fumo… Dove c’era bellezza vi è solo desolazione… Dove fioriva il gelsomino e filtrava il dolce odore delle arance, ora puzza di tradimento… Per la seconda volta in meno di un secolo, il governo francese è colpevole della sofferenza dei suoi abitanti… Il dottor Amin Hoteit ce lo ricorda senza elaborazioni… Chi non è d’accordo con questa accusa consulti i libri di storia sugli accordi e i trattati per la divisione  dei territori siriani tra la Francia e la Turchia, nel corso del secolo scorso; il loro tentativo attuale di smembrare e dividere questi territori è un segreto solo per chi non sa leggere o sentire! [Nota del traduttore Mouna Alno-Nakhal].

Su una superficie di soli 18500 chilometri quadrati, i migliori strateghi di tutti i colori si affrontano, bardati di tutto punto e di entusiasmo guerriero: il tempo è venuto ed è ad Aleppo che si gioca tutto! E Aleppo, la capitale economica e la seconda più grande città siriana, dovrebbe influenzare il corso degli eventi della campagna quasi universale condotta dai tamburi di guerra occidentali e regionali contro la Siria… E’ ad Aleppo che i mercenari dovrebbero rimettere piede prima di diffondersi. Perché Aleppo e per quali  motivi? Il dottor Amin Hoteit esperto di strategia militare e generale di brigata in pensione risponde alle domande, nel corso di una breve telefonata.

Le bande che affliggono la Siria hanno dichiarato che la “Battaglia di Aleppo” è determinante. Perché Aleppo? Perché non Damasco la capitale del paese? 
In più di 18 mesi in cui le bande di terroristi devastano la Siria, non sono riuscite a prendere il controllo finale di una parte del paese, che sia in continuità con le zone di confine. Pertanto, il controllo di Aleppo sarebbe un “salto di qualità” verso la vittoria, altrimenti il gioco è finito! Non essendo state in grado di farlo a Damasco, Homs e Idlib… si sono dirette a nord, per mettere le mani su Aleppo e quindi giungere a una sorta di spartizione territoriale contro le autorità. Se Aleppo gli sfugge, nessun altro territorio di grande importanza, nessuna città siriana, potrebbe essergli utile!

Che cosa vuole la Turchia? 
Il governo di Recep Tayyip Erdogan vuole che le bande vincano ad Aleppo, permettendo così di giustificare la loro ospitalità in territorio turco, e in particolare, il sostegno che ha continuato a fornirgli, un supporto che diventa un pesante fardello per Ankara. Dopo aver fatto tanto per incendiare la Siria, vede le fiamme arrivare pericolosamente vicine per, infine, divorarlo a sua volta. Il governo vuole vincere la guerra tramite i mercenari, e solo una vittoria gli permetterebbe di perseguire la sua politica… Inoltre, anche prima che le bande annunciassero la loro intenzione di dare la battaglia decisiva ad Aleppo, Ankara e Washington hanno avuto diverse riunioni di coordinamento al massimo livello d’intelligence e militare… eppoi, dall’esito di questa battaglia dipende il futuro di Erdogan, che ha un urgente bisogno di successi, da una parte contro i suoi avversari nel suo partito il cui Congresso è stato annunciato per la prossima settimana; dall’altra contro i partiti di opposizione e molti segmenti della società turca, le cui critiche contro la sua politica estera provengono da tutte le direzioni!
Senza contare che a causa della sua posizione strategica e della sua vicinanza all’Anatolia, Aleppo contava molto durante il dominio ottomano. Era già la seconda più grande città dell’Impero dopo Costantinopoli [Istanbul], il primo centro commerciale tra oriente e occidente, e se le ambasciate occidentali erano a Istanbul, Aleppo è sempre stata la sede delle rappresentanze consolari. Senza dimenticare che il Trattato di Sèvres, concluso il 10 agosto 1920 tra gli alleati e l’impero ottomano, dove Aleppo e la sua regione furono aggregate alla Siria, fu respinta da Mustafa Kemal Ataturk, che voleva annetterla come aveva annesso l’Armenia all’Anatolia; Il trattato infine fu sostituito il 24 luglio 1923 con il Trattato di Losanna, più vantaggioso per la Turchia su più di un titolo… Aleppo venne isolata dal suo porto sul Mediterraneo e il suo territorio ampiamente amputato, cioè il Sangiaccato di Alessandretta [corrispondente all'incirca alla provincia attuale di Hatay della Turchia, ndt].

Che cosa cercano i mercenari?
Cercano di trasformare la capitale economica Aleppo nella capitale del terrorismo, che diventerebbe la sede di un nuovo “Consiglio nazionale di transizione” e i paesi del Golfo sarebbero ben lieti di riconoscere, ora che le bande hanno avuto al promessa di questo riconoscimento da parte del governo degli Stati Uniti e del presidente francese François Hollande! Ma questo non è il loro unico scopo. Da un punto di vista sociale, Aleppo è in qualche modo una sorta di piccola Siria, essendo molto rappresentativa di tutta la popolazione e delle sue componenti religiose. Controllarla, permetterebbe alla presunta opposizione siriana di promuovere il suo desiderio di istituire un cosiddetto “sistema pluralistico”, uno slogan bugiardo ed ipocrita dal momento che è ormai chiaro che questa opposizione obbedisce ai dettami di un colore… e che i cristiani avranno molto da perdervi!

Come pensate finirà questa battaglia di Aleppo? 
Gli insorti sono caduti in una trappola e le loro ambizioni si basano sulle sabbie mobili. La battaglia di Siria finirà con la vittoria. I terroristi accetteranno la sconfitta. Nulla all’orizzonte suggerisce una conclusione diversa!

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

I piani turco-statunitensi: miraggi e illusioni

La tendenza in Siria
Ghaleb Kandil, Voltaire, 2 settembre 2012 – Diario de Octubre

Gli Stati Uniti e la Turchia hanno incrementato il loro intervento diretto in Siria, per rafforzare il numero, gli equipaggiamenti e le prerogative dei centri di direzione delle operazioni militari. Le dichiarazioni degli ultimi giorni suggeriscono che si sta preparando una nuova fase dell’aggressione contro la Siria.
Le riunioni di consultazione tra i rappresentanti di Washington e Ankara si sono svolte dopo le dure perdite che l’esercito arabo siriano ha inflitto ai gruppi terroristici ad Aleppo e negli altri luoghi del paese in cui operano gli squadroni della morte, gli agenti della NATO e i mercenari finanziati dalle oscurantiste petro-monarchie del Golfo. Nelle discussioni svoltesi ad Ankara, gli statunitensi e i turchi hanno deciso l’intensificazione del contrabbando di armi e denaro, e i modi per migliorare i collegamenti e le comunicazioni crittografate tra i centri operativi militari installati in Turchia e i gruppi terroristici in Siria. L’obiettivo è migliorare la direzione, la struttura e il movimento dei gruppi armati, sulla base delle informazioni raccolte attraverso le immagini satellitari o le spie dispiegate sul terreno, dei movimenti delle truppe siriane e della loro organizzazione e dei loro metodi di combattimento, che restano un mistero impenetrabile per gli occidentali e i loro aiutanti turchi e del Golfo, soprattutto dopo i risultati delle battaglie di Damasco e Aleppo.
Il tono aspro dei funzionari statunitensi e turchi sugli sviluppi in Siria, non ha nulla a che vedere con quello che si sente nei corridoi e nelle aule diplomatiche. Citando alti funzionari di Washington e Ankara sulle questioni di sicurezza, diversi visitatori arabi segnalano che il piano per rovesciare il presidente Bashar al-Assad e negoziare le condizioni politiche per una transizione, cercando di prolungare la guerra attraverso gli squadroni della morte, trovano grandi ostacoli, non solo in Siria, ma anche per via delle posizioni di Russia e Cina.
I fatti dimostrano che la forza dell’esercito arabo siriano, la sua solidità e il suo supporto popolare aumentano, mentre i continui fallimenti delle bande armate, come i loro abusi e barbarie, sono sempre più evidenti, ed iniziano ad apparire anche nei media occidentali. La popolazione mostra segni di rigetto sempre più accentuato verso i terroristi, molti dei quali sono estremisti jihadisti stranieri che diffondono il terrore nelle città e località siriane, nei loro sforzi per distruggere lo Stato siriano e riportare il paese indietro di 100 anni. Il sentimento di appartenenza nazionale è aumentato in Siria, dove si può vedere una vasta mobilitazione a difesa della patria, evidente anche agli occhi di osservatori e giornalisti che sono lontani dai sostenitori del potere siriano. La battaglia mediatica è anch’essa praticamente persa dalle bande di estremisti che operano in Siria, e dove anche comincia ad apparire qualche cambiamento nell’opinione pubblica internazionale.
Alla luce di questa realtà, i paesi coinvolti nella guerra contro la Siria hanno lanciato una ampia operazione mediatico-psicologica, per cercare di sollevare il morale dei gruppi armati, decimati dalle enormi perdite inflitte dall’esercito nazionale siriano. I media ci inondano con le notizie di un’offensiva qui o là, dell’occupazione dell’80% di Aleppo, ecc. Le autorità siriane, nel frattempo, non si sono nemmeno prese la briga di rispondere a queste menzogne, tanto più che i giornalisti che conoscono il terreno, come il britannico Robert Fisk (le cui recensioni implacabili contro il regime siriano sono ben note), che è stato recentemente a Aleppo, conoscono anche la verità. Scrivono nei loro articoli che l’esercito nazionale siriano è al contrattacco su tutti i fronti e le milizie estremiste non riescono a resistere all’avanzata impetuosa delle truppe regolari, che colpiscono con pugno di ferro le basi, le linee di rifornimento e le zone in cui i jihadisti e i mercenari si raggruppano. Il sostegno della popolazione, appoggio che i giornalisti non riescono a nascondere, si esprime nella cooperazione instaurata tra militari e civili, dal momento che questi ultimi hanno abbandonato il loro timore iniziale e informano le truppe sui covi dei terroristi. Per non parlare anche del fatto che molti civili si sono uniti alle forze dell’esercito per combattere contro ciò che considerano un’invasione straniera contro il proprio paese.
Allo stesso tempo, le conseguenze del coinvolgimento in Siria del governo dell’”illusione ottomana”, hanno cominciato ad apparire in Turchia, nelle ultime settimane:
- Le dichiarazioni di carattere confessionale di Recep Tayyeb Erdogan, che sempre più spesso parla di “guerra civile” in Siria, minacciano la stabilità della Turchia stessa, in cui si sentono delle voci che denunciano il settarismo mostrato dal Primo Ministro.
- Con la sua goffaggine, Erdogan ha aperto il vaso di Pandora del problema curdo. La guerriglia curda, che era quasi scomparsa, ritorna ampiamente nella Turchia del sud-est.
- La Turchia, che aveva già beneficiato degli accordi economici con la Siria, ora perde il suo accesso all’entroterra arabo. Le perdite sostenute dagli uomini d’affari e dagli industriali turchi arrivano al miliardo di dollari.
In questo contesto, i progetti o la creazione di fasce di sicurezza e di corridoi protetti sul territorio siriano non sono altro che mere illusioni, tanto più che la Siria ha annunciato, in modo chiaro, attraverso il consigliere del presidente in visita a Pechino, che prenderebbe in considerazione tali misure come atti di guerra, e che avrebbe difeso la sovranità nazionale con tutte le forze a sua disposizione. Gli strateghi statunitensi temono che tali piani portino a una grande guerra regionale, cosa che metterebbe a rischio l’esistenza stessa d’Israele.
Il quotidiano britannico The Guardian riporta del fallimento degli incontri di conciliazione tra statunitensi e turchi, che non hanno raggiunto una visione comune nel creare una zona cuscinetto. Secondo The Guardian, gli Stati Uniti hanno messo in guardia i turchi contro il piano, e ovviamente hanno chiarito il loro rifiuto ad ogni tentativo di imporre con la forza, e al di fuori del quadro delle Nazioni Unite, una sorta di zona di sicurezza in Siria.
Coinvolti fino al collo nella guerra contro la Siria, Stati Uniti, Turchia e monarchie petrolifere del Golfo hanno ridotto i propri margini di manovra, in particolare, nella misura in cui hanno esaurito quasi tutte le risorse che la loro immaginazione poteva fornirgli per avviare un gioco che doveva danneggiare la Siria.
I gesti più recenti di questa coalizione non sono che gli ultimi tentativi di salvare un complotto fallito, richiedendo grossi sforzi e investimenti significativi. Ma i segni del loro fiasco inevitabile sono evidenti, anche se devono passare ancora dei mesi prima che i congiurati ammettano pubblicamente la sconfitta.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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