Turchia: l’effetto boomerang delle bombe di Erdogan

Bahar Kimyongür, Global Research, 15 maggio 2013
521850Il regime di Ankara parla di 51 morti negli attentati nella città di Reyhanli al confine con la Siria.  Ma la gente afferma che le autorità nascondono il numero reale delle vittime. Da parte dei media ufficiali, il black-out. Non pubblicano che i rapporti di polizia e gli scenari dettati dal AKP sul doppio attentato. E per una buona ragione: la Procura della Repubblica di Reyhanli è riuscita a convalidare un decreto di censura del tribunale di mera polizia a Reyhanli. C’è rabbia in Turchia contro il governo Erdogan e contro i suoi mercenari in Siria. A Reyhanli, tra le macerie, le persone accusano il governo turco di voler fare la guerra contro la Siria per conto degli Stati Uniti e d’Israele.

Alcuni giornalisti e blogger sfidano la censura a costo della libertà, come Ferdi Özmen che ha registrato il numero delle vittime del doppio attentato di Reyhanlì. Secondo Özmen, le vittime in sette ospedali della regione, sono le seguenti:
ospedale di Defne: 26 corpi
ospedale pubblico di Antakya: 44 corpi
ospedale di Kirikhan: 18 corpi
ospedale dell’Accademia: 6 corpi
ospedale del Mediterraneo (Akdeniz): 3 corpi
ospedale per le ricerche mediche (Arastirma): 30 corpi
ospedale pubblico di Reyhanli: 50 corpi
In totale, ci sarebbero 177 morti, e non 51 come annunciato dalle fonti ufficiali. Queste accuse non verificabili ma non smentite dal ministro della Salute Mehmet Müezzinoglu, hanno tuttavia portato all’arresto di Ferdi Özmen…
Uno studente di Samandag (Sueydiye in arabo), Meziyet Camuz, chiede giustamente:
“Il giorno dell’attacco, perché i leader dell’AKP si erano riuniti a celebrare un matrimonio (del figlio del deputato Burhan Kuzu, ndr)?
Perché Davutoglu sorrideva parlando delle vittime?
Perché le autorità agiscono come se Hatay non faccia parte della Turchia? Perché nascondono l’entità del massacro e distruggono le prove insabbiandole?
Perché non è stato decretato un giorno di lutto nazionale? I nostri fratelli defunti sono così spregevoli?
Se le bombe attraversano il confine, perché i servizi del governo, della polizia e d’intelligence non hanno fermato il veicolo?  (…)
I ribelli siriani distruggono un autocarro dei vigili del fuoco a Cilvegözü, ma a nessuno del (governo) ciò importa. Uccidono un agente di polizia, e nessuno si muove. Uccidono i miei fratelli, e il governo non se ne cura (…)” (Fonte: Portale Sol, 14 maggio 2013)
Le popolazioni di Antakya, Samandag, Mersin, Reyhanli, Iskenderun e Adana, nel meridione della Turchia, di tutte le etnie e le fedi, protestano contro il governo Erdogan.
Qui, una manifestazione a Samandag:

Nel resto del Paese, i movimenti progressisti mostrano solidarietà alle vittime degli attentati e accusano l’AKP di esserne corresponsabile. Lunedì, la polizia ha impedito una manifestazione di solidarietà con Reyhanli a Kocaeli, presso Istanbul.

Il giorno dopo, la polizia ha manganellato i manifestanti di Adana.
Al mattino, le autorità turche hanno annunciato la cattura di altri quattro esponenti della sinistra, portando a 13 il numero dei “sospetti” arrestati in relazione all’eccidio di Reyhanli. Ma, colpo di scena, il ministro degli interni Muammer Güler ha rivelato al quotidiano Hurriyet che i veri colpevoli non sono ancora stati arrestati. Il suo discorso accredita la teoria dell’interferenza e del depistaggio. Un altro scandalo, secondo alcuni giornali alternativi, 73 telecamere di sorveglianza di Reyhanli erano fuori uso al momento del doppio attentato. Il ministro degli interni ha subito smentito l’informazione.
Da parte sua, il movimento marxista-leninista DHKP-C (Partito-Fronte di Liberazione Popolare Rivoluzionario), cui alcuni sostenitori sono stati arrestati per i loro presunti legami con gli attentati, ha pubblicato una smentita in cui accusa il governo dell’AKP e i gruppi jihadisti di essere dietro gli attentati. Il DHKP-C ci ricorda nel suo comunicato sulla Siria, “i gruppi jihadisti commettono ogni giorno massacri come quello di Reyhanli” (…) “Hanno organizzato attentati simili contro i leader, ministri e comandanti militari del governo Assad, ma anche contro gli imam delle moschee, autobus scolastici, università, edifici governativi e quartieri brulicanti di gente. Hanno ucciso centinaia di persone in attentati di questo tipo, e ogni giorno commettono nuovi massacri. Dopo ognuno di questi massacri contro il popolo siriano, i leader dell’AKP dicono, minacciando, “Assad, la tua fine è vicina.”
Il movimento ribelle turco ritiene che il disagio dell’AKP, davanti all’attentato di Reyhanli, ne tradisca il “sentimento di colpevolezza”. E avverte che presto gli investigatori dell’AKP presenteranno “testimoni anonimi” o “pentiti” imputando i loro crimini ai loro nemici interni (l’opposizione di sinistra) ed esterni (Stato siriano). Questa volta, dalle proteste anti-governative in seguito all’eccidio di Reyhanli, le “teorie del complotto” dell’AKP non sembrano funzionare.
Nonostante la sua partenza per Washington, l’effetto boomerang dell’attentato di Reyhanli sembra assai doloroso per Erdogan.

Bahar Kimyongür, 14 maggio 2013
Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Spionaggio USA in Venezuela: Colpo di Stato all’opera

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 18.05.2013
tracyobamalargeTracy è arrivato in Venezuela nel settembre 2012 posando da regista con il compito di seguire la campagna pre-elettorale dell’allora presidente Hugo Chavez e del candidato dell’opposizione Henrique Capriles. Ma si comportò in modo insolito fin da subito. Per esempio, non è mai apparso nel Quartier generale dell’Associazione di Corrispondenti Esteri (APEX). Perfino i corrispondenti indipendenti fanno in modo di rendere il loro soggiorno nel Paese più comodo, evitando di apparire come dei giornalisti petulanti dalle troppe domande. Tracy sapeva bene dove andare a Caracas e non trovava difficoltà nel trovare le persone giuste. Usò un elenco di individui raccomandati per stabilire i primi contatti con attivisti dell’opposizione radicale e avviarne il finanziamento delle attività. I contatti inclusero la Juventud Activa de Venezuela Unida – JAVU e il Movimento Venezuelano del 13 aprile. Strinse legami con il Movimento Rivoluzionario Tupamaro, guidato da persone che più di una volta hanno detto di esser pronte a prendere le armi se l’opposizione avesse tentato di rovesciare il governo legittimo. In particolare, Tracy cercava di valutare quanto sia potente l’organizzazione ed ammise che possiede realmente la capacità di usare la forza, così come quanto fosse efficace la sua interazione con le forze di sicurezza. Secondo SEBIN, la missione principale di Tracy era provocare conflitti e scontri tra chavisti e l’opposizione o, in altre parole, creare i presupposti per la guerra civile.
Agendo sotto copertura, Tracy è riuscito sorprendentemente a sguazzarvi sempre bene. Per esempio, ha ripreso le istruzioni ai giovani militanti dell’opposizione, contro le forze di polizia, date dal generale in pensione Antonio Rivero, figura di spicco dell’organizzazione estremista Volontà del Popolo. Ha anche ripreso i disordini vicino all’ambasciata di Cuba a Caracas, il 14 febbraio 2013. Tracy è stato visto da agenti di sicurezza del SEBIN a Puerto Cabello, dove si trova la principale base navale del Paese. Il giornalista ha prestato particolare interesse al palazzo presidenziale e ha cercato di scattarne delle foto (cosa vietata senza un permesso speciale). Facendo questo, è stato arrestato dalle guardie, che lo rilasciarono molto presto. Le guardie del palazzo erano in allerta da maggio 2004, la misura era dovuta a un tentativo di assaltare l’edificio per uccidere il Presidente Chavez da parte di una formazione di 130 cospiratori di estrema destra e di paramilitari colombiani con divise di fatica militari venezuelane. Gli analisti del SEBIN non hanno dubbi che Tracy abbia ricevuto un addestramento specifico per operare in “ambiente ostile”. La congettura è corroborata dalla sua grande abilità nel penetrare varie organizzazioni. E’ ancora poco chiaro se sia stato addestrato dalla Central Intelligence Agency, dalla Defense Intelligence Agency o dalla Drug Enforcement Administration (DEA) degli Stati Uniti. Lo statunitense non era troppo loquace quando interrogato, fingendo che il suo spagnolo non fosse adeguato. Le domande venivano poste con l’aiuto di un interprete dandogli la possibilità di pensare sulle risposte. La giornalista venezuelana Ivana Cardinale ha detto, in un articolo pubblicato da aporrea.org, che ha fatto ricerche  su Internet, subito dopo lo scandalo, per trovare qualcosa sul regista, ma non ha scovato nulla! Due-tre settimane dopo fu sorpresa nel scoprire che, “improvvisamente”, i risultati di Google mostravano informazioni e non-so-quante-foto di Tim Tracy. Forse hanno pensato che i servizi di sicurezza venezuelani sarebbero stati troppo impegnati con il Presidente Chavez in difficoltà, per prestare attenzione a un collegamento. Anche il suo passaporto aveva solo un anno di validità. Pensavano che il regime sarebbe caduto prima della scadenza?
Dopo la detenzione di Tracy, una campagna per la sua difesa venne lanciata negli Stati Uniti. Non importa quanto si dimostrassero nette le prove, gli amici e i parenti più prossimi dissero che era innocente. Beh, i genitori e un paio di borsisti universitari della Georgetown potrebbero essere stati degli attori. Ed anche le informazioni circa la sua permanenza all’università sono torbide, non concretizzate da date precise. Forse perché si crede che l’università, e giustamente, sia il centro accademico della CIA. Lo stesso presidente Obama agì in sua difesa. Durante la sua visita in America Latina, Obama disse che le accuse contro il documentarista Tim Tracy, 35 anni, erano “ridicole”. E il caso di Tracy verrà gestito come ogni altro in cui un cittadino degli Stati Uniti finisce in un “groviglio legale” all’estero. Aengus James ammette di essere amico e socio di Tracy a Hollywood, California. L’uomo è un vero regista e produttore, ma il nome di Tracy non è mai menzionato in nessuno dei suoi film. Può essere che sia stato avvicinato con la richiesta di dare una mano al connazionale, nei guai a causa della sua lotta contro il “comunismo in America Latina”. James ha accettato di aiutarlo, “Non hanno preso un agente della CIA. Non hanno preso un giornalista. Hanno preso un bambino con una macchina fotografica“, ha detto. Descriveva James Tracy come “senza paura”, ma anche un po’ donchisciottesco. “Tutta questa storia è nata durante una festa nel sud della Florida”, ha detto. “Ha incontrato questa ragazza carina che gli dice: ‘Se sei veramente un documentarista, verrai a raccontare la storia di ciò che sta accadendo in Venezuela’, e se dici una cosa del genere a Tim, lui va, anche se non conosce una sola persona o non sa nulla della situazione politica o delle conseguenze.” James ha davvero inventiva nel raffigurare Tracy come un uomo che si tiene lontano dalla politica, con l’inclinazione alle avventure, troppo vivace e ingenuo per i suoi 35 anni. Che cosa volete da uno come lui?
Apparvero articoli sul materiale raccolto da Tracy per un film sulle organizzazioni criminali che operano nel nord degli Stati Uniti nel contrabbando, nella droga e nella tratta di esseri umani. Ma dove è il film? Forse Tracy ha agito come regista da qualche parte nella zona di frontiera canadese, ma in realtà ha lavorato per la DEA mantenendo i locali trafficanti di droga sotto sorveglianza. Non è forse la ragione per cui i funzionari degli Stati Uniti indugiarono quando il caso di Tracy venne alla ribalta? Le attività della DEA sono vietaei in Venezuela a causa del precedente coinvolgimento dell’agenzia nel raccogliere informazioni su politici e militari venezuelani. Coloro che furono reclutati, sono stati utilizzati per gestire il traffico di cocaina o per operare contro il governo di Chavez. La situazione nel Paese è già abbastanza complicata, l’ambasciata degli Stati Uniti è sotto stretto e intensificato controllo dalle forze dell’ordine venezuelane. E non poteva essere altrimenti, se si prendono in considerazione i diversi fatti sul coinvolgimento dell’ambasciata in cospirazioni, tra cui il tentato colpo di Stato dell’aprile 2002 e lo “sciopero del petrolio” tra la fine del 2002 e l’inizio del 2003. Ecco perché operatori come Tracy vengono inviati in Venezuela per pianificare un altro complotto. Con Washington che vede, nella situazione dopo le elezioni del 14 Aprile 2013, quando Maduro ha vinto con un vantaggio stretto, favorevole a un “cambio di regime” con il “soft power” e l’aiuto dei leader e degli studenti dell’opposizione.
Gli Stati Uniti ritengono che vi sia la solida possibilità di credere che la sconfitta di Capriles possa essere trasformata in una revanche, aumentando gradualmente la pressione sul leader bolivariano.  L’opposizione agisce liberamente, controlla l’80% dei canali TV e delle stazioni radio che ne diffondono la propaganda, i giovani radicali incitano le proteste nelle grandi città, con tentativi di bloccare gli edifici amministrativi, e le forze di polizia vengono provocate in azioni repressive.  L’opposizione possiede un potenziale di mobilitazione con cui fare i conti. In determinate circostanze può ripetere le manifestazioni dell’aprile 2002, quando Chavez fu temporaneamente costretto a lasciare il potere. L’inflazione, scarsità di cibo causata dalle società private (la ripetizione dello scenario cileno), campagne di propaganda che gonfiano la questione della corruzione ai vertici in modo sproporzionato, qualcuno che ha sempre qualche motivo di esser stufo dei politici del “periodo di Chavez”, alcuni dei quali appartengono alla “quinta colonna” nel governo, tutti questi problemi sono davvero difficili da affrontare. Nicolas Maduro saprà evitare uno scenario tipo aprile 2002, quando l’opposizione grazie a nuove nomine e a divisioni interne proprio nel palazzo Miraflores, gettò dei bolivariani dietro le sbarre senza un processo? Allora il presidente Pedro Carmona disse che Chavez doveva essere eliminato. Anche Capriles e il suo team saranno degli spietati liquidatori del potere bolivariano. Spargono sangue, ma si può essere certi che l’impero non interverrà. Questa è la legge della vendetta.
… Nell’aprile 2010 agenti del servizio d’intelligence colombiano DAS furono arrestati nello Stato di Barinas, stavano raccogliendo informazioni sulle infrastrutture energetiche venezuelane E’ ben noto che il DAS collabori strettamente con la comunità d’intelligence degli Stati Uniti. Nell’agosto 2012 un marine statunitense in pensione, che operò in Afghanistan e in Iraq, fu arrestato nello Stato di Tachira. Prima della cattura, cercò di cancellare i suoi appunti. Non molto tempo fa le autorità  dichiararono persone non grate due addetti militari degli Stati Uniti. Ufficiali patriottici  venezuelani indicarono che cercavano di reclutare agenti tra le fila dell’Aeronautica. Il numero di tali episodi è in aumento, lo testimonia il fatto che gli sforzi ostili per la raccolta d’informazioni si sono intensificati. In questo modo le informazioni sulle infrastrutture energetiche vengono utilizzate dai nemici del regime bolivariano per causare dei black-out. La gente ha dovuto attendere dei giorni prima che l’energia venisse ripristinata. Il ripetersi di tali incidenti conduce all’esasperazione degli elettori, che cresce in proporzione. Ciò fu uno dei motivi del critico passaggio a favore dell’opposizione, dalle elezioni del 7 ottobre 2012 a quelle del 14 aprile di quest’anno.

La ripubblicazione è gradita con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I russi avanzano

Dedefensa 14 maggio 2013

942740Osserviamo anzitutto che oggi Netanyahu è andato a presentare i suoi rispetti a Putin, a Sochi-Canossa, come abbiamo visto in altri tempi, quando per problemi di questa portata e di questo settore (la consegna o meno degli S-300 alla Siria dove si svolge una guerra che preoccupa la “comunità internazionale”) ci si rivolgeva agli Stati Uniti, e quando un primo ministro israeliano, se aveva qualcosa da dire a Mosca in questo campo, consultava prima gli USA facendovi affidamento. Ma oggi gli Stati Uniti sono, diciamo, nello spirito dell’”isolazionismo“. Così Netanyahu vedrà direttamente Putin. Putin… che dirige una potenza che diventa sempre più importante nel Medio Oriente. Alcuni possono pensare che la Russia stia cercando di ritrovare il suo posto nel Medio Oriente dei tempi della guerra fredda. Noi tendiamo ad andare oltre, vale a dire, basta considerare che i russi cercano di avere un ruolo di rilievo, mentre gli Stati Uniti scompaiono… Abbiamo dettagliato alcuni fatti che sembrano andare in questa direzione, a favore dei russi, direttamente o indirettamente.
• La flotta russa si è stabilita definitivamente nel Mediterraneo, tornando laddove schierava il 5° Squadrone Navale nel Mediterraneo, attivo dal 1967 fino al suo scioglimento nel 1992. La decisione di trasferire un’unità autonoma russa nel Mediterraneo è stata presa ad aprile e ora abbiamo dettagli sulla flotta permanente, che avrà il proprio stato maggiore e che disporrà possibilmente di sottomarini lanciamissili nucleari. (Novosti 12 maggio 2013.) “La Task Force Mediterraneo della Russia include 5-6 navi da guerra e può essere ampliata includendovi dei sottomarini nucleari, ha detto l’Ammiraglio Viktor Chirkov. “Nel complesso, già da quest’anno abbiamo in programma di disporre 5-6 navi da guerra e da trasporto [nel Mediterraneo], che saranno sostituite a rotazione da navi di ciascuna delle flotte del Mar Nero, del Baltico, del Nord e, in alcuni casi, anche della flotta del Pacifico. A seconda dello scopo e della complessità delle assegnazioni, il numero di navi da guerra della Task Force potrebbe aumentare”, ha detto Chirkov a RIA Novosti. “La marina russa ha detto il comandante, potrebbe anche schierare sottomarini nucleari nel Mediterraneo, se necessario.” “Forse, in prospettiva. I sottomarini erano già presenti all’epoca del 5° Squadrone. C’erano sia sottomarini nucleari che diesel. Tutto dipenderà dalle circostanze”, ha detto.”
• E’ chiaro che dopo gli attacchi israeliani contro la Siria, decisione della Russia di consegnare S-300 alla Siria rafforza i legami tra la Russia e la Siria. Lo stesso potrebbe accadere con l’Iran, se il vecchio accordo tra la Russia e l’Iran sulla consegna agli iraniani di S-300, che la Russia ha finora rifiutato di onorare su richiesta del blocco BAO, venga risolto nella stessa direzione (consegnando gli S-300 all’Iran). Allo stesso modo, i russi hanno intenzione di accelerare le consegne di armi all’Iraq dopo lo sblocco (27 aprile 2013), del grande contratto sulle armi russe ordinate dall’Iraq. Ben inteso, naturalmente, si tratta dell’alleanza Teheran-Baghdad-Damasco che segue una dinamica particolare, godendo del supporto materiale e attivo della Russia.
•… A ciò dobbiamo ora aggiungere Hezbollah. Le notizie sono riprese, commentate e arricchite da Jean Aziz, giornalista libanese del quotidiano al-Akhbar e della stazione OTV, su al-Monitor Pulse del Libano del 12 maggio 2013, sui recenti contatti tra la Russia ed Hezbollah, e le prospettive che si aprono per queste due parti, secondo una nuova dinamica della cooperazione. Si segnala la constatazione che le due parti parlano di equilibrio generale, in cui la Russia verrebbe ora chiamata a svolgere un ruolo di primo piano. “Per la seconda volta in nove giorni, il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha compiuto un discorso televisivo, sapendo che le due apparizioni rientrano nello stesso contesto politico, già discusso in precedenza in queste pagine, indicando tre ragioni dietro la tempistica delle due apparizioni e discorsi. La sezione precedente ha dettagliato del primo motivo dietro l’apparizione di Nasrallah, confermando i principi religiosi e la giustificazione ideologica della presa di posizione di Hezbollah sulla situazione siriana. La seconda ragione era direttamente collegata agli sviluppi politici in Libano e nelle regioni vicine, a cominciare dalla visita del viceministro degli Esteri russo Mikhail Bogdanov a Beirut, il 26 e il 28 aprile. La visita del ministro russo nella capitale libanese dopo Teheran e Damasco non è priva di significato. Chiaramente Russia, Iran, Siria ed Hezbollah si coordinano ad un certo livello e affrontano gli sviluppi regionali e le posizioni, assunte al riguardo, da uno degli elementi di questo nuovo asse [...] Nel frattempo, fonti consapevoli dei risultati della visita di Bogdanov nella capitale libanese, hanno rivelato ad al-Monitor che la conversazione affrontava nettamente il ruolo della Russia nel proteggere le forze che le sono vicine nella regione, così come l’importanza di affrontare Washington e spostare a proprio favore l’equilibrio del sistema globale regionale, nel Medio Oriente almeno. Inoltre, i funzionari hanno commentato sia le prospettive che l’imposizione della delimitazione delle sfere di influenze internazionali in questa regione. In una conversazione netta e diretta hanno chiarito sia le divergenze che le convergenze ideologiche, economiche, geostrategiche e relative alla sicurezza degli interessi di Mosca e delle forze locali nel raggiungimento di tali obiettivi”.
• L’ultimo punto riguarda ciò che potrebbe essere la riconciliazione tra Arabia Saudita e Iran, una manovra che non dispiacerebbe alla Russia, che ha buoni rapporti con l’Iran e collegamenti decenti  con l’Arabia Saudita. La notizia viene riportata da DEBKAfiles (13 maggio 2013), che ora segue con particolare aggressività la sequenza di eventi che segnano il degrado della posizione degli Stati Uniti in Medio Oriente. “L’Arabia Saudita ha deciso di esplorare un dialogo con il suo grande rivale regionale dell’Iran, per porre fine al conflitto siriano e garantendo il futuro politico del Libano, riportano le fonti dal Golfo di DEBKAfile. Hanno rinunciato alla politica degli Stati Uniti verso la Siria, vedendo l’inflessibile supporto russo e iraniano a Bashar Assad, le sue battaglie vinte con l’aiuto di Hezbollah e delle forze iraniane Basij, e l’inazione della Turchia dopo l’attentato terroristico di sabato nella città di Reyhanli vicino al confine siriano, che ha causato 46 morti. Il ministro degli esteri saudita Saud al-Faisal ha approfittato dell’Organizzazione della Conferenza Islamica-OCI, a Jeddah questa settimana sul conflitto in Mali, per incontrarsi il 13 maggio con il ministro degli Esteri iraniano Ali Akbar Salehi che vi partecipava. Le nostre fonti indicano che la prima priorità di Riyadh è stabilizzare il Libano attraverso un accordo tra Arabia Saudita e Iran sugli equilibri politici a Beirut. Sarebbero i sauditi i prossimi a cercare un accordo con Teheran sulle conseguenze del conflitto civile siriano. I governanti sauditi sono giunti alla conclusione, che l’occidente e Israele tardano a riconoscere, che poiché l’alleanza militare iraniano-siriano-Hezbollah progredisce nel conflitto siriano e raccoglie  vittorie, farebbero meglio a guardare ai loro interessi in Libano, dipendendo pesantemente dal clan sunnita guidato da Saad Hariri. Se aspettano che un Hezbollah vittorioso arrivi marciando prendendo il potere a Beirut, la salvaguardia della comunitaria sunnita del Libano sarebbe molto più difficile...”
Il testo fa riferimento al basso credito presso i sauditi del progetto della conferenza organizzata da Stati Uniti e Russia insieme, soprattutto alla luce della mancanza di entusiasmo dimostrata da Obama sulla cosa, sottolineata dai commenti di Obama nella conferenza stampa del 13 maggio con Cameron sul “persistente sospetto ereditato dalla guerra fredda, tra Russia e Stati Uniti“. Questa osservazione è molto strana, dal momento che questo sospetto non è uno stato persistente, ma ovviamente è una re-invenzione degli Stati Uniti, a colpi dei lobbies, di “attacchi soft”, di accuse umanitarie, ecc. contro la Russia, mentre la Russia ha invece a lungo respinto questo tipo di sospetto di cui Obama parla. La frase di Obama, che potrebbe sorprendere alcuni obamanofili, piuttosto evoca la paranoia persistente negli Stati Uniti, questa paranoia così naturale che non ha bisogno della memoria della guerra fredda per farsi sentire, e che piuttosto è alimentata da quella complessità psicologica di cui gli Stati Uniti non hanno bisogno di nessuno per farla suscitare nel loro capo… In tutti i casi, la frase evoca la luce meno amichevole dello “spirito dell’isolazionismo” di cui parla Stephen M. Walt, la luce del disincanto scoraggiato da ciò che è in realtà è molto più che un ritiro tattico degli Stati Uniti, ma una posizione sempre più costretta dal proprio declino e del crollo del proprio potere. In questo caso, allora è notevole vedere, nella prospettiva di un possibile fallimento del tentativo russo-statunitense della conferenza sulla Siria, un Paese come l’Arabia Saudita considerare di rivolgersi all’Iran, e quindi per semplice sequenza, in parte alla Russia, per trovare un modo per stabilizzare un pasticcio che sfugge sempre più al controllo degli attori esterni. Se si affermasse, questa dinamica certamente non lascerebbe né la Giordania, né l’Egitto insensibili… In tale interpretazione, c’è anche una considerazione alquanto amena sulla Turchia, le cui sfrenate manovre di destabilizzazione per quasi due anni, hanno portato alla situazione di stallo che affligge il proprio territorio, cosa rimproverata anche da Obama a Erdogan. (Gli Stati Uniti sono particolarmente preoccupati per i grandi progetti di riunificazione del Kurdistan turco, con le sue parti siriani e iracheni, a causa delle minacce che il progetto pone non solo all’Iraq, ma alla Turchia stessa. Ma Erdogan oppone a queste paure l’assicurazione impeccabile di se stesso e delle sue politiche.)
La conclusione è che, dati gli sviluppi in Siria, il campo costituito dal blocco BAO comincia a cedere alle tendenze della disintegrazione in tutte le direzioni, mentre la Russia gestisce la posizione centrale di una possibile mediazione che diventa sempre meno possibile, puntando sull’organizzazione di un nuovo raggruppamento in Medio Oriente definito dai suoi legami con Iran, Siria, Iraq ed Hezbollah, e forse altri che diserteranno il campo BAO. Tutto ciò avviene come se il disordine abbia cominciato a esaurire coloro che hanno contribuito a crearlo, con la dispersione di questa coalizione eterogenea, da cui la Russia necessariamente emergerà quale attore esterno chiave nel Medio Oriente. Questa sarebbe una ricompensa logica, e solo se lo si vuole, del ruolo che ha svolto. E per il momento non è nulla di più che un punto di vista, e il disordine è ben lungi dall’aver detto l’ultima parola, e senza dubbio avrà sempre voce in capitolo nel contesto della sequenze attuali. Ma la tendenza generale è sempre più chiara, e si afferma a partire dal carattere insopportabile del processo di autodistruzione del sistema, che respinge o colpisce tutti coloro che hanno scommesso sul sistema, con qualcuno che già adesso è alla ricerca di una via d’uscita dal gioco. In ogni caso, vi è ora la possibilità di un interessante rovesciamento che darebbe alla “primavera araba” un aspetto inatteso, e questa possibilità, se viene necessariamente caratterizzata dall’apparente caos mediorientale, lo sarà soprattutto in questo caso, dalla gerarchia di influenze esterne, con la Russia che ritorna con forza in questa regione, non essendo lontana dal poter  soppiantare gli USA sempre più amareggiati, impotenti nella loro incomprensione della situazione, più stanchi che dotati di spirito, infine. In questo contesto, è possibile che l’israeliano Netanyahu parli a Putin di qualcosa di molto diverso degli S-300, gli israeliani potrebbero anche valutare che la loro scelta di aver un esclusivo “padrino” americanista, sia diventata discutibile. Infatti, a parte questi eventi che hanno significati diversi e talvolta sorprendenti, compare il fenomeno dell’esaurimento, con conseguente spostamento della politica verso direzioni completamente inaspettate. Questo esaurimento psicologico è un fattore centrale della crisi del collasso del Sistema, mentre continuiamo a sottolinearne le radici storiche fondamentali. Non è che un apparente paradosso se questa stanchezza colpisce gli attori periferici della crisi siriana, più che gli attori diretti, perché questi attori periferici sono collegati direttamente alla crisi del collasso del sistema.  La forte posizione della Russia, che ovviamente tiene alla sua politica di principio, in realtà è basata sulla promozione e la tutela dei principi strutturali, ed è l’unico modo per sfuggire alla stanchezza causata dalle forze di destrutturazione e disintegrazione del Sistema.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Siria: dopo la strage di Banias, il massacro della verità

Bahar Kimyongür, Investig’Action, Bruxelles 9 maggio 2013

La Siria continua ad agonizzare. Quando preghiamo tutti i pantheon della terra che l’incubo finisca, continua al meglio. Questa volta, l’incubo colpisce Banias, una tranquilla cittadina sulle coste siriane finora risparmiata dalle violenze. All’inizio di maggio, a Banias, l’innocenza è stata vilmente assassinata. Le donne e i figli più belli tra i fiori più belli della Siria nel periodo di massimo splendore, sono stati uccisi, fucilati, pugnalati da … da chi? Ad ogni uccisione, la stessa domanda  insopportabile porta e riversa nei nostri cuori rabbia e disperazione. E quando gradualmente ci riprendiamo la mente, cerchiamo di capire l’indicibile, i padroni del pensiero alla moda già sono sul campo, spingendo le indagini su una sola direzione. Per ora, la confusione e l’inquinamento ambientale mediatico ci impediscono di dire chi sia l’autore di questi omicidi. Tuttavia, con le limitate informazioni che abbiamo, possiamo almeno dire chi non lo sia.

REYHAN~1La regione costiera della Siria, ultima isola relativamente pacifica della Siria, è stata macchiata con il sangue dei suoi bambini, uccisi da mani oscure. A seguito delle uccisioni che si sono avute all’inizio di questo mese, sono già centinaia i morti. Anche se gli autori di questo crimine efferato non sono noti, le reti sociali pro-ribelli si sono affrettate ad accusare il governo siriano e, in particolare, il capo di origine turca della milizia filo-governativa Mihraç Ural. In un video pubblicato sul sito (momentaneamente offline) del movimento chiamato Muqawama Suriy (Resistenza siriana), si vede spiegare la sconfitta dei terroristi nella parte settentrionale della provincia di Latakia. Ecco un estratto del video che suscita polemiche. Spiega la necessità di ripulire la zona di Banias, dove i terroristi cercano di farsi strada verso il mare dopo la loro sconfitta a Khirbet Soulas, un villaggio nei pressi del Deposito 16 del lago di Tishreen. Video della battaglia di Soulas Khirbet, di fonte ribelle, del 29 aprile 2013.
La parola pulizia, “tathir”, usata da Mihraç Ural è un luogocomune utilizzato da tutte le parti nel conflitto in Siria e non indica un’operazione di pulizia etnica come sostengono i media turchi e occidentali. Le vittime dei massacri sono sunniti di Banias, e i media turchi hanno immediatamente colto l’occasione per regolare i conti con l’uomo, un veterano del dissenso marxista turco. Un tempo ciò veniva sfruttato dai siti di estrema destra che hanno trovato nel turco Mihraç Ural l’ideale nemico alawita filo-governativo e comunista. La tesi del coinvolgimento di Mihraç Ural e del suo gruppo armato, tuttavia, non cammina per diversi motivi. In primo luogo, in quanto attivista dalla lunga esperienza nella sinistra turca, Mihraç Ural non ha né il profilo né il discorso o la pratica dello stragista. La sua lotta è patriottica e internazionalista. Mihraç Ural proviene dalla Sinistra rivoluzionaria turca, un movimento politico che, nonostante i suoi molti errori, non ha mai praticato il terrorismo che prende deliberatamente di mira i civili. Prima di mobilitarsi nella guerra dei siriani contro i gruppi jihadisti che infiltravano il confine, Mihraç Ural ha diretto un gruppo scissionista del Partito-Fronte di liberazione popolare di Turchia (THKP-C), chiamato i Soccorritori (Acilciler).
Il THKP-C è un’organizzazione politico-militare nata alla fine degli anni ’60 sulla scia delle rivolte di studenti e lavoratori che scossero la Turchia. Il colpo di stato militare del 12 marzo 1971 e la caccia all’uomo che ne seguì e infine l’assassinio dei massimi leader del THKP-C nel Paese, a Kizildere nel 1972, assieme al fondatore Mahir Cayan, infersero un duro colpo al movimento. Dal 1974, decine di migliaia di giovani presero la fiaccola della lotta rivoluzionaria contro il fascismo e si proclamarono eredi del THKP-C. Tra i movimenti che si sono succeduti al THKP-C, i più famosi sono la Via rivoluzionaria (come Devrimci Yol) e la Sinistra rivoluzionaria (come Devrimci Sol), da cui nacque l’attuale potente movimento chiamato DHKP-C (Partito Rivoluzionario-Fronte di Liberazione del Popolo). Oltre a Dev-Yol e Dev-Sol, una miriade di piccoli gruppi come Dev-Savas (Guerra rivoluzionaria), Halkin Devrimci Öncüleri (Avanguardia rivoluzionaria del popolo) e Acilciler (i Soccorritori) nacquero in Turchia. Oggi, di tutti questi gruppi nati dal THKP-C, solo il DHKP-C è sopravvissuto. Ma verso la fine degli anni ’70, questi movimenti erano attivi e impegnati nella resistenza armata contro il regime turco e contro le milizie fasciste addestrate dalla CIA e comunemente chiamate Lupi grigi.
Mihraç Ural è stato il fondatore della fazione marxista-leninista conosciuta come “I Soccorritori.” Alawita di Antiochia, le sue origini arabe lo portarono a studiare la storia della città e del Sangiaccato di Alessandretta (Hatay in turco), la provincia di cui è capoluogo. Pur sostenendo il comunismo, i Soccorritori divennero gradualmente un’organizzazione in lotta per la liberazione della provincia di Hatay dall’occupazione turca e la sua annessione alla Siria. Mihraç Ural fu arrestato poco prima del colpo di stato militare del 12 settembre 1980, che pose fine alla guerra civile tra le forze di sinistra e di destra. Dopo la fuga dal carcere di Adana, andò in esilio in Siria e avendo origine siriana, ottenne la cittadinanza siriana. Da 32 anni, Mihraç Ural pertanto vive nel Paese di Assad.
Rapidamente emarginati dall’arena politica turca, i leader dei “Soccorritori” cercarono d’infonderle nuova vita in Siria. Il regime di Damasco gli diede un campo di addestramento nella valle della Beqaa in Libano, accanto ai campi della sinistra rivoluzionaria turca come il Devrimçi Sol e il Partito dei lavoratori curdi, il PKK. Ma l’esilio ebbe rapidamente ragione della combattività del  gruppo di Mihraç Ural. In Turchia, i Soccorritori non ebbero che una manciata di sostenitori arabi nella città di Antiochia. Isolato, Mihraç Ural infine quasi sciolse il movimento e divenne scrittore e giornalista impegnato, ma relativamente indipendente. Dall’esilio siriano, ha pubblicato regolarmente articoli sulla politica interna turca, la geopolitica nel mondo arabo, la questione curda e il PKK, organizzazione con la quale ha mantenuto buoni rapporti, la questione della minoranza turca degli alawiti e la storia della questione di Hatay. Quando la primavera siriana esplose, come la maggior parte degli attivisti della sinistra turca, ha accusato i ribelli di essere mercenari al soldo delle potenze imperialiste e dichiarò la sua lotta in sostegno della Siria “laica e progressista”.
Nel 2012, Ural Mihraç creò nella regione di Idlib il Muqawama Suriy (Resistenza siriana), un’organizzazione patriottica per la protezione dei civili di carattere multietnico. Mihraç Ural e i combattenti provenienti principalmente da famiglie arabe transfrontaliere si diedero alla macchia  nelle aree forestali di Latakia, lungo il confine turco-siriano sul lato del Kassab, per evitare che i mercenari salafiti s’infiltrassero in Siria. L’organizzazione ha beneficiato fin dall’inizio di una relativa autonomia politica e militare. A differenza di altri comitati popolari e delle forze di difesa nazionale che supportano l’esercito arabo siriano nella sua “guerra contro il terrorismo”, il Muqawama Suriy ha la sua bandiera con la stella rossa e difende il suo progetto politico chiaramente socialista. Nelle parate militari, il Muqawama Suriy espone il ritratto di Che Guevara. Mihraç Ural è anche da molto tempo critico verso il socialismo in Siria. Ritiene che l’ideologia baathista sia obsoleta e non soddisfi gli interessi di ampi segmenti della popolazione siriana.
Se il bilancio del suo impegno politico può essere sconcertante, un attivista del suo calibro non si sporcherebbe mai le mani con un omicidio senza senso. La sinistra radicale “turca” è totalmente estranea a tali pratiche. La sua ragione d’essere è la stessa brutalità dello Stato turco. Abbiamo contattato telefonicamente Mihraç Ural per avere il suo parere in merito alle accuse che lo descrivono come un genocida anti-sunnita. Il minimo che possiamo dire è che Ural è schifato dall”odiosa campagna diffamatoria.” Conta anche d’inviare un video polemico che proverebbe che i suoi propositi sono stati deviati maliziosamente. Afferma che non era a Banias al momento delle stragi che attribuisce ai terroristi wahabiti e che il video polemico è stato ripreso durante il funerale di Ali Khalil, un militante lealista ucciso nella battaglia di Khirbet Sulas. Mihraç Ural ha detto che i terroristi wahabiti hanno cominciato uccidendo la famiglia dello sceicco Omar Bayassi, imam della moschea di Bayda, con la moglie e il figlio (vedi link di facebook ) e poi hanno trasformato la moschea in una base salafita mutando la natura dell’appello alla preghiera. Ha aggiunto che di fronte alle loro ripetute schiaccianti sconfitte, i terroristi hanno deciso d’incendiare la regione di Banyas, un’operazione denominata “Vulcano della Costa” dallo sceicco salafita quwaitiano Naif Hajjaj al-Ajami, noto per i suoi sermoni razzisti. Anche secondo loro, i massacri di Banias sono opera dei gruppi armati salafiti che volevano vendicare il rifiuto di alcuni uomini di prendere le armi al loro fianco.
Mihraç Ural insiste sui principi morali che caratterizzano l’organizzazione: “Il nostro codice di comportamento implica che mai attaccheremo un disarmato, di non fare del male a donne, bambini e anziani, per cui invece lottiamo proteggendoli“, ha concluso. Gli oppositori anti-baathisti Ahmad Ibrahim e soprattutto il blogger Ahmad Abu al-Qair, nativi di Banias, dicono anche che Mihraç Ural, soprannominato “al-Kayyal“, non ha nulla a che fare con la strage di Banias. Ahmad Ibrahim Abu al-Qair indica le responsabilità dei gruppi terroristici sconfitti su tutti i fronti e denuncia l’assalto agli sbarramenti militari nelle zone costiere, rimaste relativamente intoccate dalle violenze. I dissidenti siriani accusano anche Ibrahim Yasa, un attivista razzista turco e direttore di un sito anti-sciita, di aver diffuso la menzogna sulle responsabilità di Mihraç Ural nei massacri di Banias. Il sito del militante turco anti-sciita e filo-ribelle è Irantehlikesi.com (che significa “Il pericolo dell’Iran“).
Per ora, non sappiamo chi sono gli autori delle stragi di Banias, ma i primi elementi dell’indagine tendono a discolpare Mihraç Ural e il suo gruppo armato. In nome della giustizia e di tutti gli innocenti massacrati a Banias, continueremo la nostra ricerca per fare luce su questa nuova pagina oscura della guerra in Siria.

Bahar Kimyongür è autore di Syriana, la conquista continua.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Ed ecco l’islamo-sionismo in tutto il suo splendore

Karim Zmerli Tunisie-Secret 6 maggio 2013

396972L’ultima aggressione israeliana contro la Siria, se necessario, conferma l’alleanza tattica e strategica tra islamisti e sionisti, tra Arabia Saudita, Qatar e Turchia, da una parte e Israele, Stati Uniti d’America ed Europa dall’altra. Un’alleanza assai vecchia, nonostante le apparenze e la propaganda islamista. Coloro che ancora non capiscono la “primavera araba” e la “rivoluzione dei gelsomini” si diano una svegliata.
Contro ogni previsione e per il dispiacere degli pseudo-rivoluzionari, la Siria non è caduta come la Tunisia, la Libia, l’Egitto e, in misura minore, Yemen e Marocco. Peggio per i soldati della NATO e i mercenari dell’imperialismo che si pretendono rivoluzionari, l’esercito arabo siriano negli ultimi sei mesi ha decapitato coloro che si definiscono ELS, cioè la Fratellanza musulmana siriana, la barbarica al-Qaida e gli islamo-terroristi stranieri (ceceni, tunisini, libici, sauditi, taliban, australiani, francesi, belgi, inglesi…) che hanno risposto alla Jihad invocata da Qaradawi, Rashid Ghannouchi e John McCain! L’eliminazione della mafia islamista s’è accelerata negli ultimi due mesi, nonostante il sostegno politico, mediatico, diplomatico, finanziario e militare degli “amici” degli arabi e dei  “difensori” della democrazia.
Notando questo triste fallimento, davanti a un esercito patriottico e a una popolazione che non vuole la “primavera araba”, Israele ha abbandonato la sua “neutralità” nel disperato tentativo di salvare la sua quinta colonna in Siria. Neutralità solo relativa, poiché dall’avvio su Internet della campagna The Syrian Revolution, nel febbraio 2011, operazione in cui i cyber-collaborazionisti tunisini  hanno avuto un ruolo centrale, i servizi israeliani erano già coinvolti. In pieno coordinamento con l’emirato wahhabita del Qatar, che un filosofo tunisino ha chiamato Qatraele, e del governo islamista turco, Israele ha supportato militarmente e logisticamente i “ribelli”. Oltre alla distruzione della Siria, che gli si oppone da mezzo secolo, l’interesse di Israele è ovvio: la vendetta su Hezbollah che gli ha inflitto un’umiliante sconfitta nel 2006, e spezzare l’asse Teheran-Damasco-Beirut per isolare l’Iran fino ad attaccarlo con i suoi nuovi alleati sunniti.
Contrariamente alla disinformazione della maggioranza dei media occidentali, secondo cui aerei da guerra israeliani hanno bombardato “depositi di missili Fateh-110 trasportati dall’Iran per Hezbollah“, gli attacchi del 4 e 5 maggio erano volti a salvare gli islamo-terroristi e ad allentare la presa sui mercenari dell’imperialismo e del sionismo nella regione di Ghouta, un sobborgo di Damasco. Questa aggressione, salutata dagli “Allah Akbar” della milizia islamo-terrorista, prendeva di mira anche il centro di ricerca militare di Jamraya, a nord di Damasco, che era già stato attaccato a fine gennaio dagli aerei da guerra israeliani. Inoltre, è stata presa di mira una caserma. Secondo RussiaToday, queste incursioni avrebbero causato centinaia di morti (in realtà ‘solo’ quattro. NdT). Dei venti velivoli che hanno condotto il raid, due sono stati colpiti dalla difesa aerea e un terzo è stato abbattuto. Entrambi i piloti, Samuel Azar ed Eysson Gary, sono stati catturati.
Mentre la Lega Araba, che dalla “rivoluzione dei gelsomini” è diventata preda dello sceicco  Hamad, ha solo lanciato un vago appello al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, e la presidenza egiziana vede in questa “aggressione”, “una violazione dei principi e del diritto internazionale, che (…) minacciano la sicurezza e la stabilità della regione“, come era perfettamente prevedibile, l’usurpatore del governo tunisino, proposto da John McCain e Joe Lieberman, riveduto e corretto dallo sceicco Hamad e dalla sceicca Moza, non ha per nulla risposto a questa aggressione contro la Siria. Normale per un governo venduto e vassallo, il primo a rompere le relazioni diplomatiche con la Siria, mentre la Tunisia ospitava il primo congresso dei traditori e mercenari siriani.
Il silenzio del governo dei vassalli tunisini è così insopportabile che anche il serissimo sito Kapitalis ha dovuto reagire in modo insolito: “Né Moncef Marzuqi, primo responsabile della diplomazia tunisina, né Ali Larayedh, da cui dipende il ministero degli Esteri, né ancora il ministro responsabile di questo reparto, il cosiddetto diplomatico Othman Jarandi, si sono sentiti in obbligo di pubblicare una dichiarazione, anche concisa, di condanna, accennata e pro forma, dell’attacco dell’aviazione militare israeliana contro il Centro di Ricerca Scientifica Jamraya a Damasco, nella notte tra sabato e domenica… Marzuqi e Larayedh attendono istruzioni dall’emiro del Qatar e dal suo ministro degli esteri, per sapere che posizione prendere?” Ci rassicurano i nostri colleghi di Kapitalis, secondo cui  il governo usurpatore e venduto di Tunisi, alla fine rilascerà una dichiarazione che condanna l’aggressione israeliana, come del resto l’emirato del Qatar, per anestetizzare la piazza araba.  Mentre il governo degli Stati Uniti ha già giustificato l’aggressione israeliana nella sua solita formula: “Israele ha il diritto di difendersi dagli Stati che minacciano la sua sicurezza“!
Dalla “rivoluzione dei gelsomini”, che ha annunciato la “primavera araba”, gli israeliani avevano scelto il loro campo, i “democratici” contro la “dittatura”, i “diritti umani” contro la “tirannia”. In modo che le persone non capiscano niente, la propaganda cristiano-sionista ha convinto il pubblico arabo che Ben Ali, Mubaraq e Gheddafi fossero “agenti dell’America” e del “Mossad”, attribuendo il proprio tradimento e il proprio servilismo imperialista-sionista ai loro avversari politici. Con l’aiuto dei cyber-collaborazionisti, era stato detto che Ben Ali e Mubaraq avevano sparato sui manifestanti con proiettili dell’esercito israeliano, che ufficiali dell’esercito israeliano assistevano e consigliavano l’esercito di Gheddafi contro i mercenari di Bengasi…
Dalla “rivoluzione dei gelsomini” nel gennaio 2011, tutto era chiaro, tuttavia, per coloro che hanno una minima esperienza politica e conoscenza della geopolitica. Le cose diventano ancora più chiare quando il numero tre di al-Qaida, Abdelhakim Belhadj, e il numero uno del sionismo francese, Bernard-Henri Levy, erano mano nella mano nella distruzione della Libia. La stessa coppia incestuosa ha continuato la sua macabra crociata contro la Siria, sperando di finire lo sporco lavoro il più rapidamente possibile, per poi dedicarsi all’Algeria. Ma la Siria, governanti e governati, resiste. Ed è a causa della resistenza di questa grande Nazione che subito Israele è passato dal soft power alla forza bruta… svelando l’alleanza islamico-sionista.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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