La Russia e l’enigma americanista, dalla Siria a Boston

Dedefensa, 22 aprile 2013

Barack Obama, Vladimir PutinA forza di testimoniare e di testimoniare ancora e ancora su quello che fanno davanti le innumerevoli commissioni del Congresso (Camera e Senato), si finisce per chiedersi se i ministri del governo degli Stati Uniti facciano effettivamente qualcosa. In alternativa, un’altra ipotesi, che fanno quel che gli pare e che le testimonianze siano vuote. Questa osservazione un po’ parossistica, non è tuttavia sbagliata nel tentativo di definire la politica estera degli Stati Uniti, come se questa politica non sia che una parodia di politica… Questo tipo di domanda spesso attraversa le menti dei russi, e si riferisce essenzialmente al ministero della politica estera degli Stati Uniti, il dipartimento di Stato, e al suo nuovo segretario (ministro), John Kerry.
• A Istanbul, alla riunione degli Amici della Siria, il segretario di Stato John Kerry ha annunciato nuovi aiuti ai ribelli siriani, per un totale di 127 milioni di dollari. Si tratta di “armi” cosiddette “non-letali”, tra cui veicoli blindati che possono ancora essere utilizzati in modo efficace. Questa micro-gestione degli aiuti ai ribelli scaturisce da una tattica che potrebbe essere sottile, ma che è per lo più confusa, dell’intenzione degli Stati Uniti di non concedere un decisivo sostegno, ma con la preoccupazione di continuare ad apparire decisi sostenitori dei ribelli.
• Il 19 aprile 2013, Kerry ha parlato alla Commissione Esteri del Senato. Le sue intenzioni erano piuttosto confuse, come riassunto da Antiwar.com, ancora segnate dall’idea dell’”interferenza” necessaria… “Il segretario di Stato John Kerry ha avvertito che era vitale “risolvere” la guerra civile siriana in modo tempestivo, dicendo che la nazione rischia altrimenti “una frattura in enclavi”. Quando il segretario Kerry parla, per essere chiari, di una “soluzione politica” in Siria, si riferisce alle ripetute richieste unilaterali degli Stati Uniti che Assad si dimetta e consenta ai ribelli stranieri di formare un nuovo governo. Eppure la preoccupazione che i ribelli non siano uniti è palpabile, così come la paura del dominio di al-Qaida nella Siria post-Assad. A tal fine, Kerry ha chiesto alle varie nazioni che appoggiano i ribelli di restare “sulla stessa pagina” riguardo la creazione del nuovo regime, suggerendo che ciò che i ribelli siriani vogliono, per non parlare del popolo della Siria, significa poco o niente nel grande schema delle cose.”
• Per non complicare le cose, non ci fermeremo troppo sulle dichiarazioni del segretario alla Difesa Hagel e di un’altra, parallela, del suo capo di Stato maggiore Generale Dempsey, mettendo ancora una volta in evidenza, l’uno e l’altro, la differenza di orientamento tra i due ministri (Hagel e Kerry), ma anche e soprattutto le differenze sulla loro risoluzione. Kerry sembra opaco, sfuggente e volubile, mentre Hagel è fermo e deciso nella sua volontà (come il generale Dempsey) consigliando vivamente di astenersi da ogni intervento in Siria (Aniwar.com, 18 aprile 2013 ): “È meglio essere dannatamente sicuri, come è vero che si debba esserlo prima di fare qualcosa, perché una volta che sei dentro, non c’è supporto da fuori, si tratti di una no-fly zone, di una zona sicura, di proteggere questi, qualunque cosa siano… Una volta che sei dentro, non è possibile fermarsi. Non si può semplicemente dire, bene, non va come ho pensato che sarebbe andato, così dobbiamo uscirne“… Ma è essenzialmente con Kerry che i russi hanno a che fare, e con tutti gli altri rappresentanti della diplomazia statunitense. E ciò che riferiscono è ancor più scioccante e angosciante. Quindi c’è un episodio, molto più esemplare che eccezionale, che ha avuto luogo nelle poche settimane tra metà febbraio e metà marzo. Quando Kerry ha fatto la sua famosa affermazione, o meglio, per nulla nota, a Oslo il 12 marzo, l’episodio si è svolto tra Stati Uniti e Russia. La svolta diplomatica sulla Siria è essenzialmente un accordo tra le due potenze, che si realizzerebbe con dei negoziati diretti tra il regime di Assad e i ribelli. Abbiamo scritto di ciò, soprattutto in un testo del 26 marzo 2013, “Il primo caso è una dichiarazione di John Kerry a Oslo, il 12 marzo. Nella sua revisione settimanale del 22 marzo 2013, l’istituto di Beirut Forum Osservatorio sui Conflitti, indicava: “le osservazioni del segretario Kerry del 12 marzo, che non sono state pubblicate integralmente da nessun giornale mainstream occidentale, sono comunque significative: ‘Il mondo vuole fermare il massacro. E noi vogliamo poter vedere Assad e l’opposizione siriana incontrarsi per la costituzione di un governo di transizione, secondo il quadro che è stato tracciato a Ginevra’.”
Questa affermazione di Kerry, quindi, si poneva nell’ambito dell’iniziativa di Russia-Stati Uniti d’America, facendo parlare di un riavvicinamento decisivo tra le due potenze sulla Siria. Si trattava  di avviare negoziati, ritenuti decisivi, tra una delegazione di ribelli e una del governo al potere; gli Stati Uniti hanno ignorato la loro richiesta di vedere sparire Assad prima di negoziare con lui (il famoso sofismo)… Entrambi i partner hanno dovuto creare e organizzare una delegazione della parte “sponsorizzata”. Gli Stati Uniti hanno quindi chiesto ai russi di organizzare una delegazione negoziale del regime di Assad. I russi si sono impegnati a organizzarla, cosa che ha richiesto diverse settimane di lavoro delicato, promesse e pressioni. Infine, la lista era pronta, la squadra negoziale creata. I russi l’hanno comunicato ai loro “partner” degli Stati Uniti… E non ne hanno mai più sentito parlare, non ricevendo alcuna risposta, nessuna reazione. Era come se il messaggio fosse caduto in un buco nero, completamente risucchiato dallo strano disordine del vuoto, senza fondo e così profondo, che caratterizza la non-politica estera americanista. E i russi misurano ancora una volta ciò che chiamiamo, in modo un po’ stiracchiato, “l’enigma americanista”. Se il caso sembra insolubile, non sorprende più di tanto i russi, che lo sperimentano ogni giorno da diversi anni, e il suo carattere enigmatico non riguarda più di tanto questa stessa politica incomprensibile, perché non c’è niente da capire, dati i vari componenti sfuggenti che l’annichiliscono per trasformarla in qualcosa che non ha più alcuna spiegazione di per sé. Inoltre, bisogna contare affinché le cose sembrino, forse (!), mutare e cambiare, sull’inaspettato e l’imprevisto. Questa epoca non n’è sprovvista, manifestandosi di fronte alla paralisi e all’assenza di attività umane, la cui dinamica solleva soltanto effetti inaspettati e imprevisti… Se ne scriviamo, è perché in realtà una nuova pista si apre con l’ipotesi di un collegamento diretto tra l’attentato di Boston e la situazione in Siria, le cui circostanze in realtà sono inaspettate e impreviste…
DEBKAfiles suggerisce involontariamente questo sviluppo inatteso e imprevisto, naturalmente.  Sull’attentato a Boston, DEBKAfiles non è particolarmente emozionante nella sua analisi, attribuendolo ad al-Qaida e inserendolo nel contesto mediorientale, cosa comunque nella sua attività e nell’orientamento che colora molte delle analisi precedenti. Ma il sito israeliano torna alla carica con un altro approccio. Ritiene che il tour mediorientale iniziato oggi dal segretario alla Difesa Hagel, abbia completamente cambiato direzione a causa dell’attentato di Boston. L’idea che l’Iran sarebbe stato al centro delle conversazioni di Hagel, soprattutto con gli israeliani e i sauditi, viene improvvisamente sostituita dalla Siria, a causa dell’attentato di Boston, perché i russi, naturalmente, ne approfittano per forzare la politica incoerente degli Stati Uniti, per poter produrre finalmente qualcosa di solido. (Dal punto di vista dei russi, Hagel sarebbe un partner molto più interessante di Kerry, cosa facilmente comprensibile). La logica generale di questa variazione è così sintetizzata: “Su un piano diverso, Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita mentre tengono viva la minaccia di un Iran nucleare, vengono strattonati dalla consapevolezza della crescente presenza di al-Qaida in Siria, Iraq e Sinai, rappresentando una minaccia per Israele, Libano e Giordania. Tutto questo avviene assieme ai giochi di potere intorno alla guerra civile siriana.”
L’idea di DEBKAfiles è che i russi abbiano giocato un ruolo importante nel risolvere l’attentato di Boston, a scapito dell’FBI che vagava miseramente perché non aveva controllato i due giovani Tsarnaev. E’ vero che BHO ha personalmente ringraziato Putin per il suo aiuto, ed è anche vero che la Cecenia è una questione vitale per la Russia, un argomento che ha imperversato per quindici anni nell’atteggiamento degli Stati Uniti patteggiando per i ribelli e i terroristi ceceni, esaltando la loro causa in nome dei valori generali “liberali”, “democratici” e anti-russi; insomma ciò che chiamiamo il partito dei salottieri. Oggi, i russi sono nella posizione ideale per far comprendere ad Obama che sostengono Assad non solo per il principio di sovranità (argomento un po’ troppo alto per Washington), ma anche perché temono l’impatto terroristico, in stile Cecenia, che avrebbe necessariamente una sconfitta di Assad da parte dei terroristi (al-Nusra, pseudo al-Qaida, poiché al-Qaida può essere in tutte le salse). Dopo Boston, i russi possono sperare che il pensiero americanista possa essere sensibile ad alcuni di quei loro ragionamenti che penavano a fargli accettare finora. Secondo un diplomatico russo “la politica degli Stati Uniti cambierà quando convinceremo il presidente Obama che Assad è il suo migliore amico...” Così DEBKAfiles sviluppa questo tema il 21 aprile 2013. Potete leggere la cosa con un po’ di attenzione, quando non si sa che esistono tra russi e israeliani, nonostante le lunghe vicissitudini e gli antagonismi politici, dei collegamenti piuttosto discreti ma molto specifici sulla sicurezza.
Per più di due anni, il presidente russo Vladimir Putin ha sostenuto che la simpatia non è la sua motivazione nel sostenere il regime di Bashar Assad a Damasco, ma la certezza oggettiva che la sua caduta scatenerà uno sciame di jihadisti di al-Qaida su Damasco e in altre città siriane. Da lì,  si diffonderebbero nel sud del Caucaso russo per poi assaltare Mosca e altre importanti città russe. Sostenendo Assad, Mosca protegge quindi la Russia, dice Putin riprendendo la tesi che l’ex presidente USA George W. Bus aveva presentato quando difese l’invasione dell’Iraq nel 2003 come necessaria per proteggere le città statunitensi dal terrorismo. Il presidente Barack Obama, da parte sua, ha puntato sulla vecchia strategia antiterrorismo di decapitare al-Qaida, nella convinzione che senza i suoi comandanti, la truppa jihadista si arrenderebbe e tornerebbe a casa. Questa strategia è stata distrutta dagli attentati di Boston. Nonostante la liquidazione di capi e le operazioni dei droni della CIA, una grande città statunitense era alla mercé di terroristi islamici, e forse lo sarà di più in futuro. Mentre un esercito di agenti di polizia provenienti da tutto gli USA è sciamato per cinque giorni nei cortili di Watertown e sulla barca in cui Dzhokhar Tsarnaev era rannicchiato, il presidente Obama ha telefonato al presidente Putin e l’ha ringraziato per la sua “cooperazione [non specificata] nelle indagini sugli attentati alla maratona di Boston. Questo discorso derivava dalla richiesta dell’intelligence russa all”FBI, nel 2011, di controllare il maggiore dei fratelli Tsarnaev; i legami di Tamerlan con i gruppi terroristici islamici nel Caucaso, avendo in quel momento deciso di giurare fedeltà ad al-Qaida. Di fronte all’indifferenza dell’agenzia statunitense su questo avvertimento, i servizi segreti russi hanno posto i due fratelli sotto stretta sorveglianza, certamente seguendo le orme di Tamerlano nei sei mesi che ha trascorso visitando Daghestan e Cecenia l’anno scorso, e anche presumibilmente negli USA. Al suo ritorno, non è stato messo sulla lista dell’FBI. L’agenzia russa quindi aveva il possesso esclusivo dell’intelligence quando l’FBI cercava d’identificare i terroristi che avevano perpetrato gli attentati a Boston ed i loro complici, sia all’interno che fuori degli USA. La “cooperazione” del presidente russo richiesta dagli Stati Uniti, è stata quindi preziosa. Secondo le fonti dell’antiterrorismo e militari di DEBKAfile, la contropartita di Putin per questo supporto non è ancora nota, certamente si riferisce al conflitto siriano piuttosto che alla questione iraniana.
Si osservi che questo è un approccio razionale e ultra-realistico, molto in linea con i termini della forma diversificata della politica di Putin. La Russia sviluppa una politica basata da una parte sui principi intangibili che formano la strategia in nome della quale si oppone agli errori irresponsabili degli Stati Uniti (soprattutto l’”aggressione dolce”), dall’altro su una tattica flessibile, in base al quale cerca una collaborazione da parte degli Stati Uniti (specialmente da Obama) su argomenti in cui una convergenza di interessi può esserci. La logica dovrebbe essere, per ora, potentemente dalla parte russa dopo l’episodio di Boston. Tuttavia, non saremo meno attenti alle avventure che attendono questa logica, conoscendo a proposito il potere e la capacità di recupero del “buco nero della non-politica” di Washington, e la velocità con cui questa non-politica può seppellire le iniziative più logiche, come dimostrato dalla disavventura di Kerry, due mesi fa. L’ostinazione russa è proverbiale e forse ammirevole, ma è solo umana ed armata della sola logica, ed è molto, molto lontana dal ritenersi sufficiente contro il fenomeno del nichilismo per dissoluzione e disintegrazione  dell’azione degli Stati Uniti, e dalla continua potenza della politica-Sistema che guida il tutto. In ogni caso, l’episodio è degno di nota e merita di essere seguito.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Indagine sulle nuove reti terroristiche in Siria e in Europa

Sylvain Henri, Global Research, 4 aprile 2013

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Come uscire dal pantano siriano? Questa è la domanda che dà fastidio, due anni dopo lo scoppio della crisi siriana, non solo ai politici occidentali, ma anche ai servizi d’informazione e di sicurezza europei e statunitensi, che sono ora nel buio più totale. All’euforia dei primi mesi, quando tutti i politici occidentali, probabilmente accecati da alcuni analisti frettolosi di spacciare il capo di Stato siriano e non sapendo nulla dei siriani, si è passati al dubbio e alla confusione. La domanda che ora si pongono questi strateghi dilettanti, auto-avvelenatisi con i precedenti tunisini, libici, yemeniti ed egiziani, non è sapere quando il regime di Bashar al-Assad cadrà, ma come uscire illesi da questo pasticcio. Intanto, i servizi d’intelligence, in particolare quelli incaricati della lotta al terrorismo, avevano dato l’allarme e sono stati ostacolati, spesso apertamente, da una politica miope e suicida che alcuni tardi neoconservatori occidentali vogliono applicare in Siria, con il sostegno mediatico e finanziario delle monarchie del Golfo, della Giordania e della Turchia.
Questa disillusione è stata recentemente descritta da un diplomatico francese, citato da Le Monde (edizione di 31 marzo – 1 aprile 2013) circa la politica sconnessa seguita da Hollande verso la Siria, fin dall’assunzione della presidenza… Per il diplomatico vi è “incertezza” e “confusione al vertice dello Stato su questo tema.” Stava commentando la rinuncia della Francia nell’armare l’opposizione siriana, dopo aver sostenuto con foga e pianti la revoca dell’embargo UE all’invio di armi sia al governo siriano che all’opposizione; embargo imposto, si ricordi, da Parigi e Londra. Gli europei guidati da Francia e Regno Unito, hanno trascinato anche gli altri Stati membri dell’Unione europea ad imporre una serie di sanzioni economiche, finanziarie e diplomatiche contro, dicono, il regime siriano, ma in realtà colpendo le fasce più vulnerabili della società. Questa è la stessa logica assassina che ha portato questi Paesi ad imporre un embargo criminale contro l’Iraq nel 1991, causando la morte di un milione e mezzo di iracheni. Tali sanzioni comprendono sia quelle volte personalmente non solo a tutta la nomenklatura politica ed economica, ma anche ai capi dell’intelligence dell’antiterrorismo, anche quelli con i quali avevano stabilito, in passato, i migliori rapporti nella lotta comune contro gruppi terroristici e reti criminali. Prendendo di mira i leader  dell’unità di intelligence siriana che monitorava le reti dormienti della nebulosa jiadista di al-Qaida, non solo in Siria ma anche in Europa e in Maghreb, la Francia si è sparata sui piedi.
Il diplomatico in questione, citato da Le Monde, ha riconosciuto questo errore suggerendo: “Da quando abbiamo chiuso l’ambasciata a Damasco, dice, la nostra comprensione delle realtà sul terreno è diminuita in modo significativo. Nessuno può garantire che ciò che si dice abbia un fondamento. I tre attori principali della nostra diplomazia, difesa, esteri e presidenza, non hanno una visione comune. Da qui la sensazione d’incertezza.” Molte persone della comunità d’intelligence francese, che hanno una certa idea della politica estera della Francia, avevano rimproverato la cecità dei politici francesi, prima sotto Sarkozy e ora con Hollande. Molti, soprattutto tra gli ex amministratori dell’intelligence, l’hanno detto pubblicamente, come nel caso di Yves Bonnet o di Alain Chouet. Altri, ancora operativi, condividono perfettamente la posizione dei loro ex capi, ma non commentano pubblicamente, per giusti motivi di riservatezza. Ciò non ha impedito al testardo magistrato dell’anti-terrorismo francese Marc Trevidic, di ribellarsi al cinismo dei funzionari occidentali, in un’intervista con JDD (1). Sono probabilmente le posizioni di queste personalità pragmatiche, competenti e coraggiose, secondo cui gli interessi dello Stato hanno la precedenza sugli interessi delle diverse lobby politiche e mediatiche, che bilanciano l’incertezza della politica francese e impediscono il suicidio portando avanti questa politica. E non è ancora finita, l’ultima incredibile svolta di Francois Hollande sull’invio di armi sofisticate ai gruppi armati siriani, è un passo nella giusta direzione.
Pochi mesi fa, il sito francese Afrique-asie (2) ha pubblicato un articolo ben informato, dal titolo “Quando la comunità d’intelligence si è ribellata alla strategia suicida della Francia in Siria“. Ma davanti l’ascesa della minaccia terroristica, soprattutto dall’impegno militare della Francia nel Sahel e dalla proliferazione dei gruppi jihadisti in Libia e Tunisia, anche in Europa, alcuni ex dipendenti dei servizi francesi, presumibilmente con l’approvazione dei loro superiori, hanno cercato di riprendere il filo della cooperazione contro il terrorismo tra i due Paesi. Secondo diversi siti web e media arabi, Parigi avrebbe addirittura chiesto alla Giordania d’intercedere presso Damasco affinché la cooperazione venga ripresa informalmente. La richiesta è giunta dopo che le autorità siriane avevano sventato un tentativo di assassinare il capo dello Stato siriano, sponsorizzato dai servizi segreti francesi e turchi. Il rifiuto siriano all’offerta di cooperazione francese è totale. Ciò si spiega probabilmente per l’innegabile successo dei servizi anti-terrorismo di Damasco registrato sul campo. Avendo in effetti demolito il formicaio jihadista, infliggendo una serie di stoccate alle reti terroristiche vicine ad al-Qaida, che prevedeva d’avviare decine di attentati spettacolari, anche con l’uso di autobombe. Come risultato di questi raid, hanno raccolto informazioni preziose sulle cellule dormienti, non solo in Siria ma anche in Giordania. Subito trasmesse ai colleghi giordani, queste informazioni hanno permesso di sventare una serie di attentati simili nel regno hashemita. Comprendiamo perché la Giordania abbia improvvisamente chiuso i suoi confini con la Siria e proibito ai gruppi jihadisti di attraversarli.
Abbiamo anche assistito alla svolta drammatica compiuta da re Abdullah II, realizzando che dopo la caduta del regime siriano, deciso dall’azione combinata dei Fratelli musulmani e dei gruppi radicali salafiti, sarebbe stato il successivo nella lista. Da qui la sua rabbia improvvisa contro la nuova “mezzaluna sunnita” guidata da Turchia, Egitto e Qatar, i tre pilastri dei Fratelli musulmani. Provenendo ciò da un re vicino all’intelligence inglese, statunitense e israeliana, che per primo aveva parlato di una “mezzaluna sciita” qualche anno fa, il mutamento, l’ammetto, è enorme! Questa svolta del re è dovuta più a una tattica per la difesa personale che a un vero cambiamento strategico. E’ questa nuova realtà che ha probabilmente raffreddato l’ardore anti-siriano dei giordani, portando alcune fonti vicine ai servizi segreti di sua maestà hashemita a confidarsi con l’agenzia on line araba AsiaNews (3): “Abbiamo presentato ai siriani tutti i dati relativi alle indagini sulle cellule terroristiche che stavano progettando di compiere attentati con le autobombe, ha detto la fonte della sicurezza giordana. Queste indagini hanno dimostrato che le cellule terroristiche, attive o dormienti, che operano in Siria e in Giordania, e anche in Francia, sono gestite da un comando centrale a pianta aperta, rappresentato da un personaggio centrale, il “facilitatore”. Costui dirigerebbe le cellule sul campo, senza che i membri di queste cellule sappiano nulla. Ma questo personaggio chiave è caduto nelle mani dei siriani, che hanno potuto ricostruire, con il supporto di confessioni e documenti, l’intera filiera le cui azioni si estendono dalla Siria all’Europa attraverso la Giordania e il Libano“. Sempre secondo le confidenze ad AsiaNews,grazie alle informazioni fornite da Damasco, abbiamo identificato le persone che erano in contatto con il facilitatore. E’ stato dopo il suo arresto che le autorità francesi hanno voluto rinnovare quei contatti che Damasco ha categoricamente rifiutato. E per una buona ragione: l’alto ufficiale incaricato di questo caso non era altri che il colonnello Hafiz Maqluf, che fa parte del gruppo di funzionari siriani i cui nomi compaiono negli elenchi delle sanzioni francesi ed europee“.
Come promemoria, il sondaggio pubblicato dal sito Afrique-asie, sopra menzionato, segnala il malcontento dei vertici della DGSE verso la politica del loro Paese riguardo la Siria. Una politica che costerà caro in termini di collaborazione nell’anti-terrorismo. “I siriani, afferma questa indagine, hanno salvato la vita a centinaia di cittadini francesi grazie alla loro collaborazione con i francesi e le loro controparti occidentali, nella lotta contro il terrorismo e contro la criminalità organizzata (tra cui la mafia dei farmaci contraffatti).” La folle politica fermamente anti-siriana, intrapresa dall’ex presidente Nicolas Sakozy e proseguita con dogmatismo e acrimonia dal suo successore socialista François Hollande, in particolare sostenendo un’opposizione eterogenea e coordinata sul terreno da gruppi terroristici, il cui unico obiettivo è il rovesciamento del regime laico del Ba’ath e la sua sostituzione con un “emirato wahhabita” o un regime islamico, ha spinto Damasco, sottolineano i vertici della comunità di intelligence francese, “a congelare ogni cooperazione con i nostri servizi, a danno della sicurezza dei nostri cittadini.” Lo stesso articolo ha anche sottolineato le lettere di ringraziamento scritte e inviate dagli ufficiali francesi ai loro omologhi siriani, per aver contribuito a smantellare molte reti terroristiche e criminali, e a sventare numerosi attentati. Oltre al suo sostegno ai terroristi in Siria, l’ingratitudine di Parigi ha portato alla stesura della lista nera europea, inserendovi la maggior parte degli agenti, tra cui il più famoso, il colonnello Hafiz Maqluf, il cui nome prima di apprire sulla lista nera, figurava nell’intestazione delle lettere di ringraziamento e di gratitudine rivoltegli dai suoi omologhi francesi.
Bassam Tayyarah, giornalista libanese residente a Parigi, riporta nel suo sito d’informazione in arabo Akhbarboom, la stessa analisi della comunità d’intelligence francese. “Se vi è piaciuto Claude Gueant (l’ex ministro degli interni di Sarkozy), vi innamorerete di Manuel Valls (l’attuale detentore della carica)“, ha scritto. Si riferiva alla politica di la lotta al terrorismo dell’attuale ministro degli interni, che segue le orme del suo predecessore di destra. Per entrambi, la lotta al terrorismo è una “priorità assoluta”. Soprattutto dall’inizio della guerra contro il Mali e dalle minacce da parte degli islamisti contro coloro che chiamano “nuovi crociati francesi.” Claude Gueant aveva ottimi rapporti con i servizi segreti del Medio Oriente, quando era ancora l’uomo ombra di Sarkozy, anche prima di diventare ministro degli Interni. Una delle sue relazioni, e non meno importante, era con i servizi di sicurezza siriani noti come i migliori, secondo un collaboratore di Gueant. La Francia ha beneficiato ampiamente della sua cooperazione nella sicurezza con la Siria, il cui aiuto è stato prezioso in operazioni come lo smantellamento di reti terroristiche o la prevenzione di attentati contro interessi francesi o addirittura contro la metropolitana di Parigi. Sempre secondo Tayyarah, i servizi segreti siriani hanno informato i loro omologhi francesi sui movimenti dei jihadisti francesi che attraversano i suoi confini per raggiungere l’Iraq. La cooperazione della Siria era così popolare che ha contribuito, al momento, all’apertura di Sarkozy verso Damasco. Ma le cose sono cambiate in due anni, vale a dire dall’inizio della “rivoluzione” siriana, perché la Francia ha scelto di essere in prima linea nel sostenere l’opposizione armata, portando logicamente a rompere tutti i ponti tra i due Paesi. L’ufficio sulla sicurezza e la lotta al terrorismo, che coordinava la collaborazione, è stato trasferito da Damasco ad Amman.
Di fronte ai crescenti pericoli terroristici, una fonte vicina ai servizi francesi era ancora ottimista.  “Non perdiamo la speranza, dice, perché adesso è nell’interesse di entrambe le parti por fine al  blocco e riprendere la cooperazione bilaterale nella sicurezza, a condizione che Parigi comprenda che l’idea della guerra segreta contro Damasco non porta da nessuna parte ed è perdente.” Fino a questo ipotetico ritorno alla ragione e al pragmatismo, il regime siriano non si arrenderà e continuerà a condurre una caccia spietata contro le reti terroristiche e jihadiste rifornite dall’estero. Secondo un osservatore libanese citato dal sito d’informazione Arabi Press, “Damasco sa che un numero significativo di forze speciali francesi aiuta l’Esercito libero siriano. La Francia agevola l’invio di armi dal mercato nero. I servizi siriani sono ben consapevoli della presenza di militari francesi, inglesi e statunitensi che operano attraverso i confini con Libano, Giordania e Turchia.  Questa presenza non è ancora di tipo combattente. È ancora nella fase dell’addestramento, della logistica e del controllo dei centri di comando e del rifornimento di armi e apparecchiature di comunicazione. Per non parlare del loro ruolo nel monitoraggio dei gruppi jhiadisti e delle armi che possono procurarsi.”
Questi sono gli agenti francesi che, operando ai confini della Siria, hanno avvisato il capo dello Stato e l’hanno convinto a rinunciare a voler fornire armi sofisticate all’opposizione, senza dubbio.  È questo l’inizio della revisione francese della drammatica offensiva politica nei confronti della Siria? In questo caso, la Francia avrà ancora una volta bisogno della cooperazione nella sicurezza con Damasco, per arrestare il flusso costante di jihadisti stranieri e far smettere il finanziamento di queste filiere da parte dei Paesi del Golfo. Ma ancora non ci siamo, e lo spettro di un ritorno in Europa dei jihadisti che hanno combattuto (e ancora combattono) in Siria, ne fa tremare le capitali, e Parigi avvierà un capovolgimento radicale, come al solito.

Note
[1] LeJDD
[2] Afrique-Asie
[3] AsiaNews

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Grecia: attentati, arresti e mercenari

Darkernet 15 marzo 2013

10greece2-600Riportiamo le notizie sul bombardamento di uffici governativi greci e sugli anarchici arrestati. Nel frattempo vi sono ancora domande senza risposta riguardanti il ruolo dei mercenari impiegati dal governo greco. Tutto questo mentre peggiora la crisi economica, con un appello per coprire la grave carenza di farmaci.

Per primo… aggiornamento di due vecchie storie
1. Un seguito al photoshoping delle foto di Dimitris Politis, Yannis Michailidis, Nikos Romanos e Andreas-Dimitris Bourzoukos, i quattro giovani anarchici picchiati dalla polizia; una rivista ha pubblicato una foto truccata del primo ministro greco picchiato, per attirare l’attenzione sullo scandalo.
2. Kostas Vaxevanis, il giornalista che ha rilasciato i dettagli sulla sezione greca della lista Lagarde (Darkernet ha pubblicato tale elenco, per evitare un’azione legale) secondo il Frontline Club, è stato scelto per il prestigioso premio sul giornalismo dell’Index on Censorship.

A. Attentati e arresti
Tre uffici del partito conservatore Nuova Democrazia di Salonicco sono stati bombardati. Una persona è stata leggermente ferita. Gli attentati sono stati simultanei. Uno degli obiettivi era l’ufficio del Viceministro per lo sviluppo Stavros Kalafatis. Gli altri uffici attaccati sono quelli dei deputati Giorgos Orfanos e Costas Gioulekas.
Gli attentati sono avvenuti dopo che le squadre antiterrorismo di Atene hanno fatto irruzione in due appartamenti a Exarchia e vi avrebbero trovato un’auto a nolo  con due zaini contenenti due fucili Kalashnikov con il calcio segato, quattro granate di tipo F1, tre caricatori (due da 20 cartucce e uno da sei), due casse di grandi dimensioni sigillate contenenti 720 proiettili calibro 7,62 mm, e un paio di guanti di stoffa. Un altro appartamento vicino al Pireo è stato perquisito.
Gli appartamenti e garage sono stati identificati nell’ambito dell’indagine sul gruppo che ha effettuato delle rapine a mano armata a Velvento, vicino alla città settentrionale di Kozani, così come su gruppi legati ad altri recenti atti insurrezionali. Così mentre quattro giovani sono stati arrestati per le rapine di un mese fa, altri quattro vengono ricercati. Il mese scorso circa 30 assalitori mascherati hanno bersagliato il distretto di polizia di Exarchia con bombe incendiarie, causando danni ma nessun ferito; circa otto molotov sono state lanciate sulla stazione di polizia di Kallidromiou Street.

B. Mercenari
untitled Tre settimane fa abbiamo pubblicato un articolo su sei gruppi di mercenari assunti dal governo greco presumibilmente per proteggere il governo e supervisionare le operazioni di polizia. Tra i gruppi mercenari, vi è la Blackwater (ora Academi). Academi ha inviato un’oscura smentita su un contratto del genere con Academi, Xe o Blackwater; abbiamo aggiornato l’articolo di conseguenza (anche se abbiamo aggiunto che i gruppi mercenari spesso usano nomi diversi per poter dare smentite). Abbiamo anche sostenuto che il governo greco dovrebbe dichiarare quali di queste sei organizzazioni mercenarie/di sicurezza ha assunto e per quale scopo.
Un articolo del giornalista e scrittore Jeremy Scahill ha rivelato come la Blackwater abbia creato oltre 30 scatole cinesi per ricevere finanziamenti e presumibilmente gestire appalti e subappalti. Erik Prince, che ha fondato la Blackwater, è anche a capo di una società chiamata Total Intelligence Solutions (TIS), oggi conosciuta come OODA. Sarebbe interessante vedere se TIS/OODA sia una delle agenzie assunte dal governo greco.
Inoltre un documento è stato appena rilasciato su come la Blackwater sia fondamentalmente un braccio della CIA, facendo riferimento a un articolo del Daily Beast: … la CIA solitamente usa la Blackwater in missioni in tutto il mondo“, scrive. “Queste azioni avvengono in base a contratti scritti e verbali, e attraverso richieste informali. In molte occasioni la CIA non ha pagato la Blackwater per la sua assistenza. La Blackwater ha impiegato anche funzionari e agenti della CIA, e ha fornito coperture agli agenti e funzionari della CIA che agiscono in operazioni segrete e clandestine. Per molti aspetti, la Blackwater, o almeno sue componenti, è un’estensione della CIA. Prince avrebbe il controllo di numerose società affiliate all’Academi.”

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Mali e la sinistra bellica social-colonialista, risposta a Samir Amin

184509Il mondo capitalistico sta sprofondando in una crisi sistemica senza precedenti e il mondo arabo è colpito da tentativi di destabilizzazione dopo decenni di saccheggi e dittature, che non sono per nulla, anzi, il risultato dei fattori locali che l’Africa oggi subisce, dal saccheggio ai conflitti irrisolti, al Congo alla Costa d’Avorio, dal Sud Sudan alla Libia. La Francia è impegnata in un nuovo conflitto armato in una delle sue ex-colonie, il Mali. La “sinistra contro la guerra” è globalmente passata dalla timida condanna del bombardamento della Jugoslavia e dell’Afghanistan all’aperto sostegno delle interferenze in Libia, Siria e Mali. Dobbiamo cercare di capire perché? E il motivo per cui potrebbe essere difficile navigare tra le reti occidentali ex-pacifiste e la sinistra antimperialista dei Paesi del Terzo Mondo.
L’inerzia colpevole e anche acquiescente alle teorie dominanti di molti “progressisti” occidentali sui temi della guerra e della pace, nei recenti avvenimenti in Libia, Siria e Mali, è in netto contrasto con la “guerra alla guerra” di Henri Barbusse, slogan creato nella Francia capitalista dalla sinistra anti-imperialista e anti-colonialista. E in questo contesto si può avvertire la posizione assunta da Samir Amin, in particolare sugli eventi del Mali, come una rottura con i principi fondamentali dell’internazionalismo: la sovranità, l’indipendenza, la non interferenza, ma anche una rottura con, ad esempio, la sinistra latino-americana e in generale la sinistra del sud del Mondo.
Come è possibile presentare Hollande e il suo governo “socialista” come disinteressati e quasi onorevoli nel rappresentare un’Europa in crisi, incapace di una posizione comune verso le crisi arabe e africane, contrastare il grande lupo cattivo USamericano, anche sfocando la questione dell’atteggiamento nei confronti della Cina e della Russia? Si tratta di un governo che rappresenta l’interferenza e l’interventismo francesi, in linea con ciò che furono storicamente in Francia i “socialisti”, uno strumento del colonialismo e della feroce repressione contro i movimenti di liberazione nazionale (si veda in particolare: Mitterand e Algeria). Responsabilità che non sono mai state analizzate, criticate e quindi superate dagli interessati.
Ci aspettiamo che il Presidente del Forum delle alternative presenti un’alternativa all’estensione degli errori della sinistra socialista fin dal periodo coloniale, che in realtà continuarono durante i governi di sinistra dal 1981. L’interventismo militare dei Paesi ricchi, perlopiù Paesi ex-colonialisti, è tutto tranne che un riferimento morale e filantropico per le stesse persone che hanno creato e mantenuto regimi fantoccio dall’indipendenza, come quello che esiste oggi in Mali! Dal rovesciamento con la forza e la manipolazione dei servizi neocoloniali del governo progressista del grande patriota del Mali Modibo Keita. Un comportamento grottesco, pertanto, che non può accettare un sostegno reale al Terzo Mondo, che continua a chiedere inutilmente dal 1960 un nuovo ordine economico mondiale veramente egualitario e, quindi, un nuovo ordine politico che sia anche uguale ed opposto al “nuovo-vecchio ordine mondiale” oggi sostenuto dai centri imperialisti, sulla scia delle politiche reazionarie condotte alacremente nel corso degli ultimi trenta anni. Come si potrebbe immaginarlo, se è questa Francia, con il suo passato, che potrebbe negoziare sul Mali? In nome di cosa, di chi, potrebbe farlo in modo equilibrato?
In sostanza, torniamo ancora una volta alla famosa “responsabilità di proteggere”, ordita dai dronofili d’oltre-atlantico per giustificare o legittimare qui l’intervento militare francese in Mali, grazie allo stesso concetto in voga del “diritto di proteggere”. Ciò verrà visto, una volta che il polverone sollevato dai carri armati ricadrà a terra, dai popoli interessati come arroganza, disprezzo verso i popoli dell’Africa, che devono adorare perfino sulle in strade di Timbuktu le bandiere francesi distribuite ai bambini, dove non  mancherebbe molto che ci dicano “grazie bwana!
Queste storie propagandistiche sono un vero insulto per coloro che vengono presentati come “negri buoni” che applaudono i generosi francesi, come più di un secolo fa pretesero coloro che “portarono la civiltà ai popoli poveri e ignoranti.” In sostanza, dopo aver ripreso il discorso di Dakar di Sarkozy e il suo modo derisorio di presentare l’Africa, in particolare “l’incapacità dell’africano nell’entrare nella storia”, si svolge in realtà esattamente lo stesso discorso che ci riversano addosso i media. Infine, un economista “di sinistra”, se questo termine significa ancora qualcosa, e “contro la guerra”, nel momento in cui la Francia e l’Europa sprofondano nella crisi, nella disoccupazione e povertà di massa, deve prendere posizione anche sul costo di questa guerra, con stime che vanno dai 30 milioni fino, ad oggi, (secondo il ministro della guerra francese) a un milione di euro al giorno! E chiedersi: cosa sarebbe successo se questi importi fossero stati stanziati per lo sviluppo e la vera cooperazione con il Mali dalla Francia, che cosa sarebbe rimasto ai cosiddetti “islamisti” o tuareg separatisti, o ai loro alleati del Qatar e di altrove, dello spazio politico per intervenire?

Come analizzare la crisi in Mali
E’ chiaro che gli eventi del Mali non possono essere separati dagli effetti a lungo termine della colonizzazione e delle politiche neo-coloniali perseguite dalla caduta del primo governo del Mali, veramente indipendente e impegnato nello sviluppo nazionale, del presidente Modibo Keita, condannato a morte in prigione, mentre gli autori del colpo di stato furono portati al potere sotto l’influenza del governo francese del momento. Un colpo di Stato che, finora, ha condotto il Mali sulla via della sottomissione all’influenza neocoloniale, e frenato una politica autonoma di sviluppo.
E’ anche chiaro che gli eventi attuali in Mali sono il risultato diretto della distruzione dello Stato libico, causato delle interferenze delle potenze della NATO e delle monarchie assolutiste della penisola arabica. Armi e gruppi armati riunitisi nel nord del Mali dalla Libia, sono stati inviati in Mali dopo la caduta dello Stato libico, e senza che i satelliti degli Stati Uniti lanciassero l’allarme.
E’ anche chiaro che decenni d’indebolimento del governo del Mali e del suo esercito, come degli altri Stati confinanti, sono stati tollerati e persino incoraggiati dalle potenze esterne, e i soldati del Mali, che sono stati addestrati dai militari statunitensi, sono in gran parte passati, armi e bagagli, nel campo dei ribelli all’arrivo dei gruppi armati dalle diverse tendenze, nel nord del Mali.
E’ anche chiaro che il Mali, come i suoi confinanti, possiede quelle risorse strategiche (uranio, petrolio, gas, oro) ambite dalle potenze internazionali al momento emergenti, in competizione con gli Stati Uniti e i loro protetti, e che sono alla ricerca di fonti di energia e di risorse per garantirsi il proprio sviluppo.
E’ anche chiaro che l’unico Stato indipendente formatosi nella regione sia l’Algeria, il più grande Paese dell’Africa dopo lo smantellamento del Sudan unificato, compiuto sotto l’influenza degli Stati Uniti e di Israele.
E’ anche chiaro che il conflitto in Mali è caratterizzato, in primo luogo, dalle contraddizioni tra le potenze occidentali e le grandi società transnazionali, in una regione che è un’area tradizionale della Francia pre-coloniale e post-coloniale.
Ed è in questo contesto che dobbiamo analizzare l’impegno francese che ha ottenuto un supporto distante dai suoi alleati ufficiali e dalle potenze emergenti. In un Paese che non ha un vero governo legittimo, poiché il governo del Mali di oggi è il risultato di un equilibrio di potere instaurato da un colpo di Stato e da un contro-colpo di Stato, e in cui l’intervento francese gode della sostegno di ECOWAS, un’organizzazione strettamente economica, i cui dirigenti vengono spesso minacciati nella loro sovranità, in particolare, quella del governo della Costa d’Avorio, instaurato in seguito all’intervento esterno, una prima volta negli annali internazionali, incaricato di decidere chi avrebbe dovuto vincere le elezioni in quel Paese.
Ricordiamo, a questo proposito anche il carattere ignobile, aggressivo e criminale del governo francese del tempo, verso questo conflitto ancora irrisolto, che il Partito socialista francese, poi, ha ovviamente accompagnato questo movimento tradendo i suoi “compagni” del Fronte popolare ivoriano, un partito membro dell’Internazionale Socialista. A prescindere, inoltre, dalle opinioni che gli ivoriani possano avere del governo di Gbagbo, di cui sono i soli ad avere il diritto di emettere un giudizio in materia.
E’ anche chiaro che sono stati trovati, nei faldoni di Africom, i vecchi piani separatisti della fine del periodo coloniale francese, sul “grande Sahel”, con l’intenzione di frantumare gli Stati esistenti a favore di una vasta entità nel deserto scarsamente popolato e facilmente controllabile. AFRICOM, il comando militare statunitense per l’Africa, è sempre vanamente in cerca di un Paese africano che accetti di ospitare il suo comando, al momento in “esilio” a Stoccarda, in Germania. Il piano viene incluso come ipotesi di lavoro dalla potenza che sembra competere, in questa regione, con la Francia che, adesso, supporta l’esistenza formale degli Stati costituiti odierni.

Una “Comunità di destino” atlantica e/o contraddizioni inter-imperialiste?
Dal momento che il Qatar è chiaramente dietro tutti i tentativi di rovesciamento violento nei Paesi arabi e musulmani, in particolare in Mali, e che il Qatar è, di per sé, per la maggior parte del suo territorio, una base militare degli Stati Uniti, come concepire le contraddizioni che sembrano emergere in Mali tra la posizione francese e quella del Qatar… e del suo protettore? Sembra che in questo contesto vi sia ora una complementarità tra l’azione della Francia in Mali e l’obiettivo strategico degli Stati Uniti di controllare l’Africa e bloccare lo sviluppo dei contatti tra i Paesi africani e le potenze emergenti dei BRICS, in particolare la Cina, e anche d’impedire l’esistenza di Stati forti e indipendenti sia politicamente che economicamente, in questo asse che parte dalle sponde dell’Oceano Atlantico e si estende al Xinjiang, tagliando l’Africa e l’Eurasia in due parti.
Ma c’è anche una contraddizione inter-imperialista tra il vecchio colonialismo francese e le sue stanche derivazioni della “Françafrique”, e le potenze anglosassoni che appare, in modo particolare, con la competizione tra il gruppo Total e i gruppi British Petroleum ed Exxon-Mobile. E si può supporre che lo stesso valga per l’uranio e l’oro. Tuttavia, in Algeria, l’attacco proveniente dalla Libia che ha recentemente preso di mira il sito gasifero di Amenas, era un sito della British Petroleum, in cui su richiesta della stessa BP, non era  prevista una presenza militare algerina, essendo la sicurezza delegata in linea di principio alle società di sicurezza private scelte dall’azienda… e che non si sono viste attivarsi durante l’attacco terroristico. Questo avrebbe reso più facile attaccare un sito che si trova vicino al confine con la Libia, che nessuno avrebbe attacco altrimenti, inducendo così all’ipotesi della provocazione esterna.
Le autorità algerine hanno in modo rapido e sorprendente, impedito una lunga crisi degli ostaggi, che avrebbe permesso qualsiasi “mediazione” e qualsiasi interferenza negli affari interni dell’Algeria. Un Paese la cui popolazione si è rifiutata di cedere alle sirene della cosiddetta “primavera araba” e in cui dei partiti algerini, sia “laici” che “regionalisti” o “islamisti”, vengono regolarmente ricevuti dall’ambasciatore degli Stati Uniti e dai suoi colleghi di altre potenze occidentali, o che gestiscono TV satellitari dell’opposizione “islamica” basata a Londra e in Qatar. Questo potrebbe spiegare la rabbia manifestata inizialmente dal Primo ministro britannico verso Algeri.
L’Algeria, probabilmente più del Mali, sembra essere un obiettivo primario delle potenze imperialiste della NATO. Sembra anche essere il loro prossimo obiettivo. Tutto è stato fatto affinché lungo i suoi vasti confini, dal Marocco al Mali passando per il Sahara occidentale, e dal Mali alla Libia e alla Tunisia, s’installino poteri o forze ostili a questo Paese non allineato e simbolo di una lotta vincente e difficile per l’indipendenza. In questo contesto, si potrebbe pensare che ci siano nella crisi in Mali due livelli di contraddizioni: la prima contraddizione inter-imperialista tra la Francia e le potenze anglosassoni, tra le multinazionali francesi e quelle associate alle potenze anglosassoni. Poi c’è la simultanea determinazione della Francia a rafforzare la sua posizione nell’alleanza atlantica, mostrando il ruolo essenziale che potrebbe svolgere nel respingere qualsiasi tentativo di sviluppare relazioni più strette e più vantaggiose tra i Paesi africani e le potenze emergenti dei BRICS, in particolare la Cina e i Paesi non allineati, tutti impegnati a sviluppare eque relazioni economiche “Sud-Sud”.
A meno che non si adotti il punto di vista ottimista secondo cui la Francia avrebbe ripreso la sua tradizione gollista, allora sostenuta in linea di principio dal Partito comunista francese, di una politica verso il mondo “arabo” più “equidistante”, rompendo con la tradizione della “Françafrique” e agendo per imporla anche in Africa. Ma per ora, nulla lo suggerisce, poiché anche le esitazioni espresse dal candidato Hollande sulla NATO, sono svanite al suo arrivo al Palazzo dell’Eliseo, e che le attività della Francia in Siria e le continue consultazioni multiple tra Parigi, Doha e Tel Aviv sembrano dimostrare.
E’ impossibile, quindi, rimanere impegnati alla Carta delle Nazioni Unite, e quindi alla sovranità nazionale e alla non ingerenza negli affari interni degli Stati, supportando qualsiasi politica di potenza, per la frammentazione o il dominio dell’Africa, dovunque essa provenga. Possiamo solo sostenere il diritto all’integrità territoriale, all’autodeterminazione e alla sovranità dei Paesi africani e arabi. E quindi tutto ciò che tende verso il ripristino della piena indipendenza, integrità territoriale e  sovranità nazionale del Mali, e a mantenere l’indipendenza e l’integrità territoriale dell’Algeria e di tutti i Paesi della regione saheliana. Motivi per cui, almeno, si dovrebbe essere molto attenti, anche prudenti, circa i recenti avvenimenti in Mali e nei Paesi vicini. Paesi minacciati dai gruppi terroristici creati da molto tempo e noti per i loro legami occulti con la criminalità e i servizi segreti, e che fanno anche riferimento alla loro fedeltà, per la maggior parte di essi, a un cosiddetto “islamismo” inventato dall’influenza di monarchie di un’altra epoca, e le cui attività sono state e sono tuttora supportate da potenze estere in Libia, in Siria e altrove.
Non possiamo quindi, se il progresso sociale dei popoli è importante per noi, che sostenere che la Francia faccia, prima di prendere una qualsiasi posizione, prova di coerenza sui principi avanzati dal governo, senza dubbio per motivi di pura forma, che denunciavano questi gruppi transnazionali e i loro sostenitori nella penisola arabica, dovunque si trovino, e quindi in particolare in Siria, agendo per creare le condizioni affinché il Mali goda il più rapidamente possibile della piena indipendenza e di un calendario per la rapida ricostruzione di un esercito nazionale, degno di questo nome, per l’evacuazione dal Paese delle forze straniere a lungo insediatevi, creando le condizioni per i colloqui di pace tra tutte le forze politiche del Mali, e senza interferenze esterne. Contraddicendo ovviamente gli interessi economici a breve termine delle classi dominanti in Francia. Ciò implica anche che la Francia cessi ogni attività, in Libia, che prolunghi i risultati dell’intervento disastroso del precedente governo francese, cessando ogni interferenza politica negli affari siriani, recidendo tutti i legami con un’opposizione esterna e un esercito la cui presenza è molto più dovuta a fattori esterni che a un desiderio mai mostrato dalla popolazione siriana. Piaccia o no, esiste un legame diretto tra gli eventi in Libia, Siria, Mali e Algeria. E la politica del governo francese sarà supportata quando darà prova di coerenza.
La fine del supporto delle monarchie assolutiste del Golfo, usuali relè regionali dell’imperialismo degli Stati Uniti, ai gruppi ribelli armati in Siria, Libia e Mali dovrebbe, ipso facto, por fine ai conflitti in questi Paesi e quindi rendere inutili la presenza dell’esercito francese in Mali. Se questo è davvero l’obiettivo perseguito da Parigi. In tale contesto, non possiamo che essere sorpresi da alcune voci, come Samirr Amin, note per il loro antimperialismo, prendere parte a questo conflitto, e per di più sostenendo l’azione della Francia, supportata dalla NATO, mentre nello stesso modo, come ricorda l’ambasciatore russo alle Nazioni Unite, la risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non dà alla Francia il diritto di fare in Mali tutto ciò che vuole.

L’”Islam politico” come elemento legittimante le interferenze
E’ in questo contesto generale, abbiamo bisogno di misurare e analizzare i problemi che affliggono molti attivisti per il progresso sociale, in particolare la questione del cosiddetto “Islam politico”. Si deve anzitutto rilevare che questa nozione è, in genere, di origine occidentale, mentre il fondatore dell’Islam è stato il primo leader di un partito politico, rivendicando in quanto tale il nome di “Hezbollah”, e che fu il capo di uno Stato creato a Medina, che ha redatto la prima costituzione al mondo, le cui regole garantivano la coesistenza di tribù e religioni in uno Stato comune.
L’Islam, in linea di principio, non è solo una credenza nella vita dopo la morte, non è solo un’etica sociale e giuridica, ma è anche un progetto politico sin dal suo inizio (economia senza usura, eguaglianza sociale di fronte alla legge, tolleranza religiosa, ecc.), anche se questo progetto, come gli altri, può essere letto e declinato in modo reazionario o progressivo. È quindi chiaro che, allo stesso modo, un Chavez o anche Angela Merkel, può rivendicare un “cristianesimo politico e sociale“, così come l’analisi sociale marxista, in parallelo al caso del Venezuela, può negare a priori ai musulmani il diritto di offrire liberamente al proprio popolo un progetto politico in conformità con le sue convinzioni. A meno che non si accetti, in nome della vecchia laicità ipocrita socialdemocratica denunciata da Lenin a suo tempo, e poi da Maurice Thorez, dei due pesi e due misure che ricorda l’etnocentrismo coloniale.
La cosiddetta questione dell’”islamismo”, difatti del takfirismo, dell’esclusivismo estremista risiede altrove. Sarebbe una questione strettamente interna ai popoli interessati, di cui nessun Stato esterno dovrebbe avere il diritto di interferire, anche se in realtà prende la forma reazionaria che sempre più spesso adotta oggi, se queste correnti non fossero state spesso manipolate dalle grandi potenze imperialiste e dalle monarchie assolutiste loro vassalle, assolutamente soggette alle norme politiche ed economiche del capitalismo predatorio globale. Non si possono confondere i gruppi transnazionali del traffico di droga, armi e migranti che hanno adottato l’etichetta “islamista”, come paravento per le loro lucrative attività e le loro lotte per il controllo del territorio, come sappiamo da almeno venti anni nel Sahel, e che le grandi potenze imperialiste e i loro Stati vassalli hanno lasciato fare, perfino incoraggiato, con le attività di altri “islamisti”, per quanto essi siano reazionari.
E’ necessario ricordare che, al tempo del governo talib in Afghanistan, la coltivazione dell’oppio era stata quasi debellata in nome dei valori tradizionali dell’Islam, e che se l’Afghanistan è di nuovo oggi il principale produttore di droga, ne consegue, a immagine di ciò che è stato fatto in precedenza sotto gli auspici della CIA in America Latina, che l’occupazione del paese da parte della NATO ha rovesciato un governo “islamista” nazionale, reazionario e indipendente, sostituendolo con un un governo “islamista” sottomesso, basato su ogni  traffico possibile, e che è non meno, se non perfino più reazionario nei fatti, sia verso gli strati sociali e le aree emarginate, che nei confronti delle donne, fuori dalla scena mediatica centrale costituita dalla capitale, ad uso dei giornalisti occidentali.
E’ quindi chiaro che esiste un legame tra le declinanti potenze imperialiste occidentali, le monarchie assolutiste create ex novo dai colonialisti al culmine del loro potere, e le reti dei traffici “islamisti” utilizzate da questi circoli, che armano giocare ai pompieri piromani. Ciò non significa che non vi è alcuna contraddizione tra questi circoli. Tuttavia, non vanno confuse le contraddizioni che possono essere un punto non antagonistico tra la borghesia imperialista e compradora e le contraddizioni antagonistiche, o che possono eventualmente diventarlo.
Si può certamente credere che la Francia difenda i propri interessi capitalistici nel Sahel e che ciò passi attraverso atteggiamenti più moderati nei confronti delle popolazioni locali e di Stati indipendenti come l’Algeria, ma non possiamo negare che il suo intervento apre logicamente la strada ad altri interventi, e che nulla ci dica che l’intervento, che l’attuale ministro della ‘difesa’ francese desidera prolungare fino alla vittoria ‘totale’, non vada che a vantaggio della Total al dunque, e che ciò non ci trascini in una guerra infinita, disintegrando gli Stati esistenti ed aprendo, come nel caso della Libia di oggi, la via al disordine generale, permettendo alle aziende transnazionali più potenti di “garantirsi” le miniere e i giacimenti che saranno riusciti ad arraffare, lasciando il resto del territorio nelle mani dei signori della guerra, come è accaduto durante il colonialismo nell’ex-impero cinese, fatto a pezzi fino alla vittoria della Rivoluzione cinese, che restaurò l’integrità territoriale del Paese fin dal 1949.
Il nemico principale dei popoli del Sahara non è di origine locale, ma proviene dai centri dell’imperialismo, e se la Francia fosse seria nelle sue affermazioni di voler rispettare i popoli, prenderebbe la via di una cooperazione reciprocamente vantaggiosa con le popolazioni locali,  rompendo con la NATO e l’UE e riconciliandosi con le potenze emergenti e gli Stati veramente indipendenti di Eurasia, Mediterraneo, Africa e America Latina, che costituiscono l’unico vero contrappeso alle mire guerrafondaie e distruttive del capitalismo predatorio globalizzato, “protetto” dalla NATO e da più di 700 basi militari statunitensi sparse in tutto il mondo, e dall’arcipelago di prigioni segrete della CIA, che godono della cooperazione efficace degli Stati membri della NATO e delle dittature o democrazie formali che vi restano assoggettate.
Quanto al Mali, nulla permette di dire quali siano le opinioni del suo popolo sugli eventi che insanguinano il Paese, dal momento che nulla è stato fatto in prcedenza dagli attori esterni della crisi attuale, per consentire dei negoziati tra tutte le parti rappresentanti il popolo. All’apparenza che sembra fornire a certuni un successo politico o mediatico effimero, preferiamo da parte nostra la difesa dei principi.

Bruno Drweski, storico, politologo, direttore de “La Pensée libre”, militante del collettivo “Pas en notre nom”.
Jean-Pierre Page, sindacalista, ex-responsabile del dipartimento internazionale della CGT, ex membro del Comitato centrale del Partito comunista francese.

Fonte: Combat 94

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Qatar conduce un’operazione aerea per infiltrare decine di terroristi nel Sahel

Eric Denece, direttore del Centro studi francese sull’Intelligence, a Les Temps d’Algerie: “Il Qatar conduce un’operazione aerea per infiltrare decine di terroristi nel Sahel
Les Temps d’Algerie 

1826095_6_9f01_carte-du-mali_91a6912531cf87e888ce1bd7e513061aLes Temps d’Algerie: Il Presidente della Repubblica francese, François Hollande, ha appena effettuato una visita in Mali e a Timbuktu. Qual’è l’impatto di questa visita presidenziale sul morale delle truppe che operano nel nord del Mali?
Denece Eric: Nessuna, si tratta di una tradizione che il Capo dell’esecutivo visiti le truppe impegnate in un’operazione, soprattutto dopo un successo o un evento importante (ad esempio, un attentato). Si tratta anche di una visita politica per sostenere il governo provvisorio del Mali e incoraggiare la ricerca di una soluzione negoziata con i tuareg.

Non teme che i terroristi che detengono gli ostaggi provino a giustiziarli, come hanno fatto a Tiguenturin, o siano costretti a tenerli in vita per cercare di usarli per fare pressioni?
Questo è il rischio. Ma coloro che detengono i nostri ostaggi sanno anche che sono la loro assicurazione sulla vita. Se li uccidono, i servizi speciali o l’esercito li scoverebbero e li eliminerebbero senza esitazioni.

Il leader del Movimento Islamico Azawad (MIA), nato da una scissione di Ansar al-Din, ha di recente attaccato l’Algeria, accusandola di “temere che i tuareg in Algeria siano ispirati dai tuareg in Mali, se questi riescono ad avere una posizione di forza”. Cosa ne pensate?
Penso che queste siano minacce verbali e gratuite. L’Algeria non è il Mali, in particolare gli sforzi fatti per diversi anni verso i tuareg erano reali, in particolare nella conservazione della loro identità e dei loro diritti. Ma ci sono alcuni gruppi tuareg, islamici e non, che ancora rifiutano l’idea dei confini e ritengono di essere stati derubati dei loro territori.

L’intervento militare in Mali finora non ha portato alla neutralizzazione o arresto di un leader terrorista come Belmoqtar o Druqdel. Dove pensate possano essersi nascosti i terroristi di AQIM e Mujao?
Non è difficile per un leader terrorista inviare le sue truppe in battaglia e rimanere nascosto tra le montagne. Questo è il modo con cui molti leader islamici nel Sahel affrontano l’offensiva francese. È anche il caso di Moqtar Belmoqtar, che non era ad Amenas. Questi uomini si nascondono, mutando di continuo luogo, a volte sono nel cuore del deserto, a volte nelle città del Sahel… Alcune fonti hanno recentemente riportato un’operazione aerea del Qatar per infiltrare decine di terroristi nel Sahel, contro l’intervento francese. La possibilità di fughe o di occultamento sono molte, ma è così poco glorioso.

Il primo ministro britannico, David Cameron, ha parlato ad Algeri di terrorismo e cooperazione nella sicurezza tra i due Paesi. Come vedete il rafforzamento di tale cooperazione?
Gli inglesi, dopo aver criticato l’intervento eccessivo delle forze speciali algerine ad Amenas, hanno subito ripreso senso. Non possono fare a meno dell’alleanza con gli algerini nella lotta contro il terrorismo nel Sahel, soprattutto per tutelare le proprie operazioni di sfruttamento degli idrocarburi (la British Petroleum è presente in Algeria). Forse David Cameron ha anche delle cose da farsi perdonare, dopo per aver pilotato assieme a Nicolas Sarkozy l’intervento della NATO in Libia, maggiore causa responsabile del caos attuale nel Sahel.

Vi è una grave minaccia alle infrastrutture per il petrolio e il gas nei Paesi del Maghreb arabo e del Sahel, dopo l’attacco terroristico contro la base operativa di Sonatrach-Statoil-British Petroleum?
Sì, è una realtà. Ma non è una novità. Durante il decennio nero, l’Algeria è stata ugualmente oggetto di azioni terroristiche contro queste strutture. In effetti, è da allora che data il rafforzamento delle misure di sicurezza in tali siti. Ciò che è diverso è che i terroristi, ora, forse cercano di colpire i siti dove ci siano molti occidentali, soprattutto francesi. Tuttavia, questo non gli impedisce di agire contro gli interessi dell’Algeria.

Pensate che ci siano dei Paesi che cercano d’imporre all’Algeria lo schieramento di loro forze militari nei siti petroliferi e gasiferi algerini?
Mi sorprenderebbe molto. Perché ciò non accade da nessuna parte. E’ estremamente raro perfino che le società di sicurezza private, che operano per la difesa dei siti petroliferi, siano armate. Io stesso ho garantito la sicurezza di una pipeline in costruzione in Myanmar, molto esposta alla metà degli anni ’90, e avevamo avuto il divieto di essere armati. Soltanto alcuni Paesi lo permettono. D’altra parte, sembra inconcepibile che il governo algerino permetta la presenza di una forza armata straniera sul proprio territorio.

Cosa possiamo comprendere dal fatto che i terroristi responsabili dell’attacco ad Amenas fossero di nazionalità diverse?
Ciò illustra un fenomeno che conosciamo bene: l’internazionalizzazione del terrorismo jihadista,  accelerato dall’intervento in Libia. I confini della regione per lo più non sono controllati, e i fanatici di tutte le nazionalità possono muoversi liberamente, indulgendo nel traffico, omicidio, sequestro di persona e, incidentalmente, combattere…  Aggiungo che alcune petro-monarchie del Golfo non esitano a reclutare e inviare questi salafiti per imporre la loro visione rigida ed estremista dell’Islam. Un inviato delle Nazioni Unite, pochi giorni fa, ha annunciato che ci sono 200.000 miliziani armati in Libia e che centinaia di persone armate, in questo paese, non sono controllate dal governo libico. I terroristi jihadisti libici sono stati tra gli autori dell’attacco al sito di Tiguenturin. L’inviato delle Nazioni Unite ha avvertito di una possibile relazione con la situazione nel Mali, citando possibili collegamenti tra molte di queste milizie etniche e i jihadisti in Mali.

Questo significa che la situazione in Libia continua a minacciare la sicurezza e la stabilità della regione?
Ovviamente, continua e dovrebbe, purtroppo, durare ancora per un po’ di tempo, perché la situazione è tutt’altro che stabile in Libia, come in Tunisia e in Egitto. Tuttavia, se 200.000 miliziani sono una realtà, non sono tutti jihadisti o criminali. In Libia, un certo numero di tribù, un tempo fedeli a Gheddafi, si sono armate per affrontare l’egemonia dei clan della Cirenaica, che cercano di prendere il pieno controllo del paese. Inoltre, il Paese è nel caos (Ali Zeidan, il Primo ministro, in pochi mesi è stato oggetto di due tentativi di assassinio), molti locali sono armati per garantire la sicurezza delle loro famiglie e del loro villaggio. Ed essendoci armi ovunque, non è difficile.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

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