La Russia e l’enigma americanista, dalla Siria a Boston
aprile 22, 2013 2 commenti
Dedefensa, 22 aprile 2013
A forza di testimoniare e di testimoniare ancora e ancora su quello che fanno davanti le innumerevoli commissioni del Congresso (Camera e Senato), si finisce per chiedersi se i ministri del governo degli Stati Uniti facciano effettivamente qualcosa. In alternativa, un’altra ipotesi, che fanno quel che gli pare e che le testimonianze siano vuote. Questa osservazione un po’ parossistica, non è tuttavia sbagliata nel tentativo di definire la politica estera degli Stati Uniti, come se questa politica non sia che una parodia di politica… Questo tipo di domanda spesso attraversa le menti dei russi, e si riferisce essenzialmente al ministero della politica estera degli Stati Uniti, il dipartimento di Stato, e al suo nuovo segretario (ministro), John Kerry.
• A Istanbul, alla riunione degli Amici della Siria, il segretario di Stato John Kerry ha annunciato nuovi aiuti ai ribelli siriani, per un totale di 127 milioni di dollari. Si tratta di “armi” cosiddette “non-letali”, tra cui veicoli blindati che possono ancora essere utilizzati in modo efficace. Questa micro-gestione degli aiuti ai ribelli scaturisce da una tattica che potrebbe essere sottile, ma che è per lo più confusa, dell’intenzione degli Stati Uniti di non concedere un decisivo sostegno, ma con la preoccupazione di continuare ad apparire decisi sostenitori dei ribelli.
• Il 19 aprile 2013, Kerry ha parlato alla Commissione Esteri del Senato. Le sue intenzioni erano piuttosto confuse, come riassunto da Antiwar.com, ancora segnate dall’idea dell’”interferenza” necessaria… “Il segretario di Stato John Kerry ha avvertito che era vitale “risolvere” la guerra civile siriana in modo tempestivo, dicendo che la nazione rischia altrimenti “una frattura in enclavi”. Quando il segretario Kerry parla, per essere chiari, di una “soluzione politica” in Siria, si riferisce alle ripetute richieste unilaterali degli Stati Uniti che Assad si dimetta e consenta ai ribelli stranieri di formare un nuovo governo. Eppure la preoccupazione che i ribelli non siano uniti è palpabile, così come la paura del dominio di al-Qaida nella Siria post-Assad. A tal fine, Kerry ha chiesto alle varie nazioni che appoggiano i ribelli di restare “sulla stessa pagina” riguardo la creazione del nuovo regime, suggerendo che ciò che i ribelli siriani vogliono, per non parlare del popolo della Siria, significa poco o niente nel grande schema delle cose.”
• Per non complicare le cose, non ci fermeremo troppo sulle dichiarazioni del segretario alla Difesa Hagel e di un’altra, parallela, del suo capo di Stato maggiore Generale Dempsey, mettendo ancora una volta in evidenza, l’uno e l’altro, la differenza di orientamento tra i due ministri (Hagel e Kerry), ma anche e soprattutto le differenze sulla loro risoluzione. Kerry sembra opaco, sfuggente e volubile, mentre Hagel è fermo e deciso nella sua volontà (come il generale Dempsey) consigliando vivamente di astenersi da ogni intervento in Siria (Aniwar.com, 18 aprile 2013 ): “È meglio essere dannatamente sicuri, come è vero che si debba esserlo prima di fare qualcosa, perché una volta che sei dentro, non c’è supporto da fuori, si tratti di una no-fly zone, di una zona sicura, di proteggere questi, qualunque cosa siano… Una volta che sei dentro, non è possibile fermarsi. Non si può semplicemente dire, bene, non va come ho pensato che sarebbe andato, così dobbiamo uscirne“… Ma è essenzialmente con Kerry che i russi hanno a che fare, e con tutti gli altri rappresentanti della diplomazia statunitense. E ciò che riferiscono è ancor più scioccante e angosciante. Quindi c’è un episodio, molto più esemplare che eccezionale, che ha avuto luogo nelle poche settimane tra metà febbraio e metà marzo. Quando Kerry ha fatto la sua famosa affermazione, o meglio, per nulla nota, a Oslo il 12 marzo, l’episodio si è svolto tra Stati Uniti e Russia. La svolta diplomatica sulla Siria è essenzialmente un accordo tra le due potenze, che si realizzerebbe con dei negoziati diretti tra il regime di Assad e i ribelli. Abbiamo scritto di ciò, soprattutto in un testo del 26 marzo 2013, “Il primo caso è una dichiarazione di John Kerry a Oslo, il 12 marzo. Nella sua revisione settimanale del 22 marzo 2013, l’istituto di Beirut Forum Osservatorio sui Conflitti, indicava: “le osservazioni del segretario Kerry del 12 marzo, che non sono state pubblicate integralmente da nessun giornale mainstream occidentale, sono comunque significative: ‘Il mondo vuole fermare il massacro. E noi vogliamo poter vedere Assad e l’opposizione siriana incontrarsi per la costituzione di un governo di transizione, secondo il quadro che è stato tracciato a Ginevra’.”
Questa affermazione di Kerry, quindi, si poneva nell’ambito dell’iniziativa di Russia-Stati Uniti d’America, facendo parlare di un riavvicinamento decisivo tra le due potenze sulla Siria. Si trattava di avviare negoziati, ritenuti decisivi, tra una delegazione di ribelli e una del governo al potere; gli Stati Uniti hanno ignorato la loro richiesta di vedere sparire Assad prima di negoziare con lui (il famoso sofismo)… Entrambi i partner hanno dovuto creare e organizzare una delegazione della parte “sponsorizzata”. Gli Stati Uniti hanno quindi chiesto ai russi di organizzare una delegazione negoziale del regime di Assad. I russi si sono impegnati a organizzarla, cosa che ha richiesto diverse settimane di lavoro delicato, promesse e pressioni. Infine, la lista era pronta, la squadra negoziale creata. I russi l’hanno comunicato ai loro “partner” degli Stati Uniti… E non ne hanno mai più sentito parlare, non ricevendo alcuna risposta, nessuna reazione. Era come se il messaggio fosse caduto in un buco nero, completamente risucchiato dallo strano disordine del vuoto, senza fondo e così profondo, che caratterizza la non-politica estera americanista. E i russi misurano ancora una volta ciò che chiamiamo, in modo un po’ stiracchiato, “l’enigma americanista”. Se il caso sembra insolubile, non sorprende più di tanto i russi, che lo sperimentano ogni giorno da diversi anni, e il suo carattere enigmatico non riguarda più di tanto questa stessa politica incomprensibile, perché non c’è niente da capire, dati i vari componenti sfuggenti che l’annichiliscono per trasformarla in qualcosa che non ha più alcuna spiegazione di per sé. Inoltre, bisogna contare affinché le cose sembrino, forse (!), mutare e cambiare, sull’inaspettato e l’imprevisto. Questa epoca non n’è sprovvista, manifestandosi di fronte alla paralisi e all’assenza di attività umane, la cui dinamica solleva soltanto effetti inaspettati e imprevisti… Se ne scriviamo, è perché in realtà una nuova pista si apre con l’ipotesi di un collegamento diretto tra l’attentato di Boston e la situazione in Siria, le cui circostanze in realtà sono inaspettate e impreviste…
• DEBKAfiles suggerisce involontariamente questo sviluppo inatteso e imprevisto, naturalmente. Sull’attentato a Boston, DEBKAfiles non è particolarmente emozionante nella sua analisi, attribuendolo ad al-Qaida e inserendolo nel contesto mediorientale, cosa comunque nella sua attività e nell’orientamento che colora molte delle analisi precedenti. Ma il sito israeliano torna alla carica con un altro approccio. Ritiene che il tour mediorientale iniziato oggi dal segretario alla Difesa Hagel, abbia completamente cambiato direzione a causa dell’attentato di Boston. L’idea che l’Iran sarebbe stato al centro delle conversazioni di Hagel, soprattutto con gli israeliani e i sauditi, viene improvvisamente sostituita dalla Siria, a causa dell’attentato di Boston, perché i russi, naturalmente, ne approfittano per forzare la politica incoerente degli Stati Uniti, per poter produrre finalmente qualcosa di solido. (Dal punto di vista dei russi, Hagel sarebbe un partner molto più interessante di Kerry, cosa facilmente comprensibile). La logica generale di questa variazione è così sintetizzata: “Su un piano diverso, Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita mentre tengono viva la minaccia di un Iran nucleare, vengono strattonati dalla consapevolezza della crescente presenza di al-Qaida in Siria, Iraq e Sinai, rappresentando una minaccia per Israele, Libano e Giordania. Tutto questo avviene assieme ai giochi di potere intorno alla guerra civile siriana.”
L’idea di DEBKAfiles è che i russi abbiano giocato un ruolo importante nel risolvere l’attentato di Boston, a scapito dell’FBI che vagava miseramente perché non aveva controllato i due giovani Tsarnaev. E’ vero che BHO ha personalmente ringraziato Putin per il suo aiuto, ed è anche vero che la Cecenia è una questione vitale per la Russia, un argomento che ha imperversato per quindici anni nell’atteggiamento degli Stati Uniti patteggiando per i ribelli e i terroristi ceceni, esaltando la loro causa in nome dei valori generali “liberali”, “democratici” e anti-russi; insomma ciò che chiamiamo il partito dei salottieri. Oggi, i russi sono nella posizione ideale per far comprendere ad Obama che sostengono Assad non solo per il principio di sovranità (argomento un po’ troppo alto per Washington), ma anche perché temono l’impatto terroristico, in stile Cecenia, che avrebbe necessariamente una sconfitta di Assad da parte dei terroristi (al-Nusra, pseudo al-Qaida, poiché al-Qaida può essere in tutte le salse). Dopo Boston, i russi possono sperare che il pensiero americanista possa essere sensibile ad alcuni di quei loro ragionamenti che penavano a fargli accettare finora. Secondo un diplomatico russo “la politica degli Stati Uniti cambierà quando convinceremo il presidente Obama che Assad è il suo migliore amico...” Così DEBKAfiles sviluppa questo tema il 21 aprile 2013. Potete leggere la cosa con un po’ di attenzione, quando non si sa che esistono tra russi e israeliani, nonostante le lunghe vicissitudini e gli antagonismi politici, dei collegamenti piuttosto discreti ma molto specifici sulla sicurezza.
“Per più di due anni, il presidente russo Vladimir Putin ha sostenuto che la simpatia non è la sua motivazione nel sostenere il regime di Bashar Assad a Damasco, ma la certezza oggettiva che la sua caduta scatenerà uno sciame di jihadisti di al-Qaida su Damasco e in altre città siriane. Da lì, si diffonderebbero nel sud del Caucaso russo per poi assaltare Mosca e altre importanti città russe. Sostenendo Assad, Mosca protegge quindi la Russia, dice Putin riprendendo la tesi che l’ex presidente USA George W. Bus aveva presentato quando difese l’invasione dell’Iraq nel 2003 come necessaria per proteggere le città statunitensi dal terrorismo. Il presidente Barack Obama, da parte sua, ha puntato sulla vecchia strategia antiterrorismo di decapitare al-Qaida, nella convinzione che senza i suoi comandanti, la truppa jihadista si arrenderebbe e tornerebbe a casa. Questa strategia è stata distrutta dagli attentati di Boston. Nonostante la liquidazione di capi e le operazioni dei droni della CIA, una grande città statunitense era alla mercé di terroristi islamici, e forse lo sarà di più in futuro. Mentre un esercito di agenti di polizia provenienti da tutto gli USA è sciamato per cinque giorni nei cortili di Watertown e sulla barca in cui Dzhokhar Tsarnaev era rannicchiato, il presidente Obama ha telefonato al presidente Putin e l’ha ringraziato per la sua “cooperazione [non specificata] nelle indagini sugli attentati alla maratona di Boston. Questo discorso derivava dalla richiesta dell’intelligence russa all”FBI, nel 2011, di controllare il maggiore dei fratelli Tsarnaev; i legami di Tamerlan con i gruppi terroristici islamici nel Caucaso, avendo in quel momento deciso di giurare fedeltà ad al-Qaida. Di fronte all’indifferenza dell’agenzia statunitense su questo avvertimento, i servizi segreti russi hanno posto i due fratelli sotto stretta sorveglianza, certamente seguendo le orme di Tamerlano nei sei mesi che ha trascorso visitando Daghestan e Cecenia l’anno scorso, e anche presumibilmente negli USA. Al suo ritorno, non è stato messo sulla lista dell’FBI. L’agenzia russa quindi aveva il possesso esclusivo dell’intelligence quando l’FBI cercava d’identificare i terroristi che avevano perpetrato gli attentati a Boston ed i loro complici, sia all’interno che fuori degli USA. La “cooperazione” del presidente russo richiesta dagli Stati Uniti, è stata quindi preziosa. Secondo le fonti dell’antiterrorismo e militari di DEBKAfile, la contropartita di Putin per questo supporto non è ancora nota, certamente si riferisce al conflitto siriano piuttosto che alla questione iraniana.“
Si osservi che questo è un approccio razionale e ultra-realistico, molto in linea con i termini della forma diversificata della politica di Putin. La Russia sviluppa una politica basata da una parte sui principi intangibili che formano la strategia in nome della quale si oppone agli errori irresponsabili degli Stati Uniti (soprattutto l’”aggressione dolce”), dall’altro su una tattica flessibile, in base al quale cerca una collaborazione da parte degli Stati Uniti (specialmente da Obama) su argomenti in cui una convergenza di interessi può esserci. La logica dovrebbe essere, per ora, potentemente dalla parte russa dopo l’episodio di Boston. Tuttavia, non saremo meno attenti alle avventure che attendono questa logica, conoscendo a proposito il potere e la capacità di recupero del “buco nero della non-politica” di Washington, e la velocità con cui questa non-politica può seppellire le iniziative più logiche, come dimostrato dalla disavventura di Kerry, due mesi fa. L’ostinazione russa è proverbiale e forse ammirevole, ma è solo umana ed armata della sola logica, ed è molto, molto lontana dal ritenersi sufficiente contro il fenomeno del nichilismo per dissoluzione e disintegrazione dell’azione degli Stati Uniti, e dalla continua potenza della politica-Sistema che guida il tutto. In ogni caso, l’episodio è degno di nota e merita di essere seguito.
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora












