Novorossija: disfatta di Kiev e della NATO

Alessandro Lattanzio, 17/7/2014

Igor Strelkov: La liberazione di Kiev dalla banda occupante di pedofili, cultisti e altra feccia è uno dei compiti più importanti della nostra campagna.

_75196909_022413684-1I cinque distaccamenti della giunta di Kiev attivi nella regione di Donestk- Lugansk erano la 79.ma brigata aeroportata, i battaglioni Shakhtjorsk e Azov, la 24.ma brigata d’artiglieria e la 72.ma brigata meccanizzata. Dal 15 luglio, enormi convogli ucraini di blindati, artiglieria e autocarri alla rinfusa si ritiravano verso Kozhevnja (a sud di Dmitrevka) per sottrarsi all’accerchiamento delle truppe di Lugansk. Durante la ritirata da Izvarino, le forze speciali ucraine (SBU) di Kirovograd subivano ingenti perdite: 8 morti e 30 feriti. La milizia dell’autodifesa riprendeva le posizioni occupate dagli ucraini il 13 luglio. Nella zona dell’aeroporto di Lugansk rimanevano bloccati 45 tra carri armati e blindati majdanisti. La milizia dell’autodifesa aveva catturato alle forze ucraine 4 carri armati T-64, 3 cannoni semoventi 2S1 Gvozdika, 1 BTR e 2 autoveicoli. La giunta a Kiev, dopo aver subito notevoli perdite e problemi logistici nell’offensiva su Lugansk-Donestk, nel fallimentare tentativo di sbloccare l’aeroporto di Lugansk, si ritirava mentre la milizia della RPL  sventava la maggiore operazione strategica dei majdanisti, infliggendo alla giunta naziatlantista la peggiore sconfitta dall’inizio della guerra, costringendola a un’urgente pausa operativa. Dal 1 luglio al 14 luglio, i miliziani della Repubblica Popolare di Lugansk avevano eliminato oltre 800 miliziani majdanisti e 50 loro blindati.

Il 15 luglio, colonne di blindati e obici semoventi con bandiere russe e della Novorossija si muovevano diversi punti tra Donetsk e Lugansk raggiungendo Enakevo, 100 km ad ovest di Lugansk.
UkraineIl 16 luglio, la milizia dell’autodifesa delle Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk lanciava un’offensiva contro la Guardia Nazionale ucraina. L’offensiva iniziava “alle 5 del mattino del 16 luglio per liquidare la sacca di Stepanovka (Donetsk), con i bombardamenti dei carri armati e dei mortai sulle postazioni della Guardia Nazionale ucraina presso Marinovka (regione di Donetsk), che continuarono per un’ora“. La milizia combatteva anche nella zona del villaggio Tarani e di Savr-Mogila, utilizzando mortai e carro armati contro le posizioni ucraine. Nei pressi di Amvrosevka, il 3.zo battaglione della 72.ma brigata ucraina veniva bombardato dagli MLRS Grad della milizia, infliggendo 4 morti e oltre 10 feriti, mentre i miliziani della RPD facevano saltare in aria la torre delle comunicazioni dell’aeroporto di Donetsk, con cui i golpisti guidavano le operazioni di aviosbarco di armi, mercenari e munizioni nell’aeroporto di Lugansk. A Izvarino, la milizia eliminava 8 spetsnaz ucraini di Kirovograd e ne feriva atri 10. Un’altra unità majdanista veniva circondata sempre presso Izvarino, perdendo 1 sistema d’artiglieria semovente e 40 autocarri. Nella zona di Sverdlovsk, regione di Lugansk, la milizia devastava la 72.ma brigata con artiglieria e mortai. La raffineria di Lisichansk, LINIK, veniva liberata dalle forze armate di Novorossija. La raffineria rappresenta circa il 40% della capacità totale di raffinazione dell’Ucraina. Un distaccamento dell’esercito della RPD catturava 4 blindati abbandonati dalle forze majdaniste presso Tonenkoe, mentre a Mospino la milizia eliminava 2 BMP-2 e 50 naziguardie. Due aviogetti Sukhoj Su-25 venivano abbattuti su Gorlovka. 2 paracadutisti russi furono uccisi da un gruppo di naziguardie ucraine infiltratesi nel territorio della Federazione Russa. Durante la ritirata i miliziani dell’autodifesa intercettavano gli aggressori majdanisti, eliminandone la maggior parte. Veniva anche liberata Marinovka, dove le forze golpiste, i paracadutisti della 79.ma brigata, venivano accerchiate perdendo 1 BTR e 2 BMP-2, di cui 1 catturato intatto. Il fronte meridionale di Novorossija veniva così assicurato. Nelle altre zone del fronte meridionale, la Milizia continuava l’offensiva impiegando l’artiglieria contro le colonne majdaniste. In totale venivano accerchiati 2500 dei 5000 mercenari majdanisti impiegati direttamente contro la Novorossija. Diverse unità si disperdevano, come ad esempio la 24.ma brigata meccanizzata, mentre un centinaio di miliziani ucraini si rifugiava in Russia. La 72.ma brigata meccanizzata, isolata nella zona di Birukova-Gukovo, subiva gravi perdite e carenze di munizioni, carburante, cibo e acqua. Le forze ucrainiste abbandonavano in fretta le posizioni presso Provale, Krasnodon, Aleksandrovka, Izvarino e Shaste. In pratica, tutte le unità majdaniste impiegate sul fronte meridionale di Novorossija si ritiravano disordinatamente, abbandonando materiale e mezzi. Si trattava delle 5 unità da combattimento di Kiev già indicate: la 79.ma e la 24.ma brigate aeroportate, il battaglione territoriale Shakhtjorsk, il battaglione naziatlantista Azov e la 72.ma brigata meccanizzata. Tutte intenzionate a rompere l’accerchiamento cui erano sottoposte dalla Milizia dell’autodifesa. L’esercito ucraino avrebbe perso 258 soldati e altri 922 sarebbero stati feriti nell’operazione contro il sud-est dell’Ucraina, secondo il portavoce del Consiglio di Difesa e Sicurezza Nazionale ucraino Andrej Lisenko.
Il ‘ministro’ degli Interni golpista Arsen Avakov licenziava 585 agenti di polizia di stanza a Donetsk per ‘tradimento’, mentre arrivava un battaglione di volontari israeliani in supporto della giunta golpista a Kiev, per combattere contro i federalisti. Il comandante dell’unità incita tutti gli ebrei ucraini ad aderire al battaglione “Matilan“. Si tratta di un’unità speciale della polizia di frontiera israeliana, creata nel 1996. Matilan significa “intelligence, osservazione, intercettazione, operazioni speciali”. Nel porto di Odessa venivano sbarcati in segreto 12 semoventi da 152 mm Vz.77 Dana di produzione ceca ma provenienti dalla 1.ma brigata d’artiglieria polacca Masuria, assieme ad autocarri, militari e altri mezzi. Inoltre, Kiev ha ricevuto dagli Stati Uniti 2000 giubbotti antiproiettile Interceptor, sebbene in compenso “l’esercitazione Rapid Trident 2014, inizialmente prevista per luglio in Ucraina, verrà rinviata“, come dichiarava il tenente-colonnello dell’USAF David Westover Jr. “Le date esatte e i partecipanti devono essere determinati“. L’esercitazione era prevista presso Lvov, in Ucraina, e doveva coinvolgere unità di Stati Uniti, Ucraina, Armenia, Azerbaijan, Bulgaria, Canada, Georgia, Germania, Moldavia, Polonia, Romania e Regno Unito.

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Fonti:
Alawata
Army Times
Cassad
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ITAR-TASS
Global Research
Maidan Translations
Politikus
Sociologia Critica
Sputniki Pogrom
Vineyard Saker
Vineyard Saker
Voice of Russia

La cooperazione russo-iraniana sulla sicurezza regionale

Vladimir Evseev New Oriental Outlook 16/07/2014

IranafpakNegli ultimi anni, un Grande (allargato) Medio Oriente che include Asia Centrale e Caucaso, attrae sempre più attenzione dalla comunità internazionale. In passato tale attenzione fu collegata in diversi modi ai giacimenti di petrolio e gas naturale e al loro trasporto nel mondo, così come ai numerosi conflitti regionali, alcuni dei quali armati. Successivamente, a causa del “risveglio islamico” (un termine più preciso di “primavera araba”) e del continuo intervento di Stati Uniti ed  alleati negli affari interni degli Stati stranieri, l’instabilità interna s’è intensificata notevolmente nella regione, fino al punto di divenire una minaccia agli interessi nazionali della Federazione Russa e dei suoi alleati della Collective Security Treaty Organization (CSTO) e dei partner della Shanghai Cooperation Organization (SCO), tra cui i principali attori regionali: Repubblica islamica dell’Iran (IRI) e Turchia. La situazione della sicurezza nel Grande Medio Oriente peggiora. Ad esempio, il problema afghano rappresenta una potenziale minaccia per tutti i Paesi circostanti, come la crescente esportazione illecita di stupefacenti e il radicalismo islamico. Le elezioni presidenziali in Afghanistan, in questo caso non ispirano ottimismo. Il protetto degli statunitensi Ashraf Ghani Ahmadzai, già ministro delle Finanze, ha vinto le elezioni al secondo turno. Sostiene chiaramente la firma dell'”Accordo di cooperazione per la sicurezza e difesa tra Stati Uniti d’America e Repubblica islamica dell’Afghanistan”. Questo garantirà la presenza delle truppe statunitensi nel Paese fino al 2024, quando si prevede che i soldati statunitensi saranno sotto giurisdizione degli USA, cioè non potranno essere portati davanti ai tribunali afghani. Tuttavia, la vittoria nelle elezioni presidenziali afghane è dovuta in gran parte a brogli. Ciò dà all’altro candidato, Abdullah Abdullah, già ministro degli Esteri, motivo con cui sfidare non solo i risultati delle elezioni, ma anche per controbattere con forza gli ascari degli statunitensi. Tutto ciò avviene sullo sfondo della significativa riduzione del numero di truppe straniere in Afghanistan, prevista per la fine del 2014, e del ritiro statunitense dalla base di transito nell’aeroporto internazionale di Manas. Tali soggetti più enfaticamente prevedono la costituzione di un sistema di sicurezza unificato, con la partecipazione di tutti gli Stati interessati come Russia, Iran, Pakistan, India, Uzbekistan, Tagikistan e Turkmenistan. Purtroppo, la Cina è riluttante a partecipare al processo, desiderando accordarsi con i taliban afghani. Presumibilmente ciò darà a Pechino vantaggi significativi, se i taliban arrivassero al potere a Kabul.
La presenza militare degli Stati Uniti in Afghanistan, dopo il 2014, merita una considerazione a parte come fanno, forse, alcuni loro alleati (per esempio, la Germania). Secondo i dati disponibili, tra 6000 e 13600 truppe straniere rimarranno nel Paese, che non basterebbero a contenere i vari estremisti. Per via di elevata corruzione, mancanza di formazione e attrezzature, e vulnerabilità alla propaganda islamista, le forze armate nazionali e le forze dell’ordine non potrebbero fare nulla. In particolare, solo il 7% delle unità dell’esercito afgano (1 su 23 brigate) e il 9% delle unità di polizia hanno sufficiente addestramento nel combattere i taliban, permettendogli di agire con un supporto minimo di truppe estere. Non solo Pechino, ma Washington e Kabul hanno grandi speranze sui negoziati con i taliban afghani. Molto probabilmente, ciò porterà a significative concessioni delle tre parti, con la conseguente “islamizzazione soft” dell’Afghanistan nel migliore dei casi, o la presa  dei taliban dell’autorità a Kabul, nella peggiore. In tale contesto, il traffico di droga in Afghanistan aumenterà significativamente, così come il contrabbando di armi, milizie e radicalismo sul territorio dei vicini Tajikistan, Uzbekistan e Kirghizistan. In uno scenario possibile, i taliban, in collaborazione con i combattenti di al-Qaida e del “movimento islamico uzbeko”, creeranno una base politica e militare nel distretto Warduj, nella provincia del Badakhshan, espandendosi gradualmente ai distretti limitrofi di Jurm e Yumgon. Ciò preparerebbe la presa dei taliban del nord dell’Afghanistan, costituendo una vera e propria minaccia per gli Stati dell’Asia centrale. I leader di detti Stati chiaramente lo sanno, ma non potranno resistere senza aiuti. Allo stesso tempo, Dushanbe e Bishkek contano sull’assistenza militare di Mosca e Tashkent di Washington. E’ del tutto possibile evitare lo scenario negativo degli eventi in Afghanistan, soprattutto se si considera che l’Iran vi ha un’influenza seria, in primo luogo sui prossimi tagiki e hazara. L’Iran ha fornito a questo Paese assistenza economica sostanziale. Ad esempio, nel 2008, l’Iran ha costruito la ferrovia Herat-Khwaf, di cui 76 km in territorio iraniano e 115 km in territorio afgano. E anche sotto la pressione dei narcotrafficanti, l’Iran continua a dare rifugio e lavoro a centinaia di migliaia di rifugiati afghani. Le posizioni di Mosca e Teheran sul problema afghano in gran parte coincidono. La Russia è a favore del ritiro completo delle truppe straniere e del dialogo tra le diverse forze politiche del Paese. Allo stesso tempo, il ritorno dei taliban al potere a Kabul non è auspicabile per la Russia, per via dell’inevitabile crescita delle minacce alla sicurezza non tradizionali che ne deriverebbe. Pertanto, Federazione Russa e Iran devono coordinare i loro sforzi, sia su base bilaterale che attraverso i contatti tra Iran e CSTO.
hakbari20130305192058713Una situazione estremamente complessa rimane nella Repubblica araba siriana (RAS). La conferenza internazionale “Ginevra-2″ ha avuto un successo assai limitato, e le elezioni presidenziali della Siria nel 2014 non sono state riconosciute legittime, ancor prima che avessero luogo, dall’occidente e dagli Stati arabi del Golfo Persico. Ciò ha permesso a Stati Uniti ed alleati di sollevare la questione della necessità di un forte aumento dell’invio di armi, tra cui missili antiaerei portatili e lanciarazzi anticarro, per armare l’opposizione e rovesciare il Presidente Bashar al-Assad.  In particolare, gli Stati Uniti prevedono per la cosiddetta “opposizione moderata” 500 milioni di dollari in diversi tipi di armi e attrezzature militari. Non vi è dubbio che gran parte di esse finirà ai radicali, sia per sequestro che con la vendita sul mercato “nero” della regione. Ciò accade mentre le forze di opposizione si sono radicalizzate, l’esercito libero siriano moderato continua a degradarsi e il suo successore non è solo il fronte islamico, ma lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (SIIL), che poco prima era generosamente finanziato dall’Arabia Saudita. Inoltre, quest’ultima organizzazione ha annunciato la creazione dello Stato islamico (califfato) sul territorio di Iraq e Siria, che potrebbe portare alla disintegrazione dell’Iraq e a mutare i confini di tutti gli Stati circostanti. Oltre a ciò, con il tacito appoggio di Ankara e Washington, il presidente del Kurdistan iracheno Masud Barzani ha invitato il parlamento regionale ad istituire una commissione per la preparazione del referendum per l’indipendenza. Il primo ministro iracheno Nuri al-Maliqi ha fortemente condannato le azioni della leadership curda, tra cui l’occupazione armata di Kirkuk e delle sue circostanti aree ricche di petrolio. Ciò preoccupa vivamente l’Iran, dove vi è una significativa diaspora curda. L’Iran ha una maggiore influenza sugli iracheni arabi sciiti che costituiscono la maggioranza della popolazione del Paese. Per via del lungo confine tra i due Paesi, i molti santuari religiosi sciiti in Iraq, la necessità di mantenere corridoi per la Siria e una varietà di altre ragioni, l’Iran è attivamente coinvolto nella soluzione della crisi irachena. In particolare, non meno di tre battaglioni della Guardia Rivoluzionaria Islamica e molto probabilmente velivoli iraniani combattono in Iraq, per impedire il rovesciamento del governo di Nuri al-Maliqi e la preservazione dell’integrità territoriale dello Stato. Ancora una volta Mosca e Teheran hanno la stessa posizione. Ciò si riflette, per esempio, sul fatto che il 28 giugno, su richiesta del governo nazionale, cinque aerei d’assalto russi Su-25 siano stati schierati in Iraq nella base di al-Muqtana, nei pressi di Baghdad. Teheran, da parte sua, ha consegnato all’Iraq un gruppo di suoi velivoli senza equipaggio d’intelligence “Ababil”, lanciati dalla base aerea Rashid, sempre vicino Baghdad, e gestiti da specialisti iraniani, avendo quel dominio dell’aria che impedisce alla milizia sunnita di organizzare grandi offensive.
C’è ancora molta incertezza sulla questione nucleare iraniana. Alla fine della presidenza di GW Bush, ciò quasi comportò la guerra regionale dalle conseguenze imprevedibili. Ora la situazione è notevolmente migliorata grazie agli sforzi del presidente iraniano Hassan Rouhani nel risolvere la crisi nucleare, come indicato nel “piano d’azione comune” firmato il 24 novembre 2013 a Ginevra. Nel prossimo futuro un accordo più ampio tra i rappresentanti dell’Iran e i sei mediatori internazionali potrà essere firmato risolvendo la crisi nucleare iraniana. Tuttavia, contrariamente ad alcune aspettative, ciò non rafforzerà i legami statunitensi-iraniani, in primo luogo per le profonde divergenze sulla risoluzione delle crisi siriana, irachena e afgana, e poi per la riluttanza di Washington a rimuovere completamente le sanzioni economiche e finanziarie unilaterali su Teheran. Questo processo prevede dieci anni, quindi per il momento la questione è togliere solo le sanzioni bancarie all’Iran. Ciò, da un lato, conserva la contrapposizione statunitense e iraniana, sebbene a un livello sostanzialmente inferiore. Dall’altra, gli iraniani avranno nuove opportunità d’interazione con partner in ambiti politico-militari ed economici. La Russia è senza dubbio il partner regionale più attraente per l’Iran. Ciò per la coincidenza delle posizioni sulla maggior parte dei problemi regionali e globali, nonché per la persistente volontà di rafforzare non solo la cooperazione politica ed economica, ma anche militare. Di conseguenza, una partnership “costruttiva” tra i due Stati è possibile, e nel lungo termine, anche un partenariato strategico. In particolare, ciò implica, con il sostegno attivo della Russia, l’avvio dei principali gasdotti iraniani verso est (Pakistan, Cina, India). Il coinvolgimento dell’Iran nel processo d’integrazione eurasiatica e della cooperazione tra Iran e Stati membri della CSTO nel Caucaso meridionale e nell’Asia centrale, continuerà. Nella prima fase del processo, quest’ultimo potrà essere realizzato attraverso la creazione dei contatti operativi nell’Associazione Analitica della Collective Security Treaty Organization.
Rouhani and PutinNonostante alcuni problemi, la Turchia ha un’elevata credibilità nella regione, avendo una crescita economica stabile e fungendo da corridoio petrolifero per molti Paesi. In queste circostanze sarebbe utile coinvolgere la Turchia nel dialogo russo-iraniano, rafforzando la stabilità regionale e contrastando minacce non tradizionali come estremismo e terrorismo islamici. L’iniziativa russa d’istituire un centro universale della SCO per contrastare le nuove sfide e minacce che, di regola, provengono da attori non-regionali (Stati Uniti e altri Stati membri della NATO) è estremamente rilevante. E’ chiaro che la situazione nel consiglio di sicurezza regionale dipende in larga misura dall’interazione tra Russia, Iran e Turchia, caratterizzate da rivalità tradizionale e cooperazione durevole. In particolare, Teheran e Ankara costantemente oscillano tra confronto e relazioni diplomatiche reciprocamente favorevoli, avendo numerose divergenze strategiche su sicurezza regionale e cooperazione economica. Entrambi i Paesi hanno apertamente espresso il loro desiderio di diventare leader regionali. Hanno scelto diversi piani di sviluppo politico assieme alle tattiche corrispondenti per influenzare il Grande Medio Oriente. Tuttavia, la leadership di entrambi i Paesi si basa su un approccio ben noto in diplomazia: “una pace imperfetta è meglio di nessuna pace”, già confermata dai risultati della visita del primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan a Teheran, alla fine di gennaio 2014, e poi dalla visita del Presidente Hassan Rouhani ad Ankara nella prima metà di giugno. Nel corso della prima visita, l’Iran non ha richiamato l’attenzione sull’atto ostile della Turchia d’installare sistemi missilistici antiaerei Patriot ed altri elementi del sistema di difesa missilistica, o sulle posizioni opposte dei due Paesi sulla Siria. Non possono ancora addivenire a un accordo su questi temi. Di conseguenza, il pragmatismo è necessario alla diplomazia del Presidente Hassan Rouhani, basata sulla comprensione che, sebbene l’Iran giochi un ruolo importante nel Grande Medio Oriente, non sia l’unico. Il Ministero degli Esteri dell’Iran riconosce il diritto della Turchia ad avere la propria politica militare, in gran parte dipendente dagli obblighi di Ankara in conformità all’adesione alla NATO e dalle relazioni da alleato di Washington. Ciò determina la prevedibilità della diplomazia iraniana verso la Turchia, per cui la priorità della cooperazione bilaterale è espandere le relazioni economiche e commerciali. Teheran ha molta esperienza. La  visita del presidente Hassan Rouhani ad Ankara l’ha confermato. L’obiettivo è raddoppiare il commercio turco-iraniano fino a 30 miliardi di dollari all’anno. Hanno inoltre discusso della lotta al terrorismo e all’estremismo nella regione, così come della situazione in Egitto, Siria e Stati arabi del Golfo Persico. Tuttavia, Ankara è preoccupata dalle prospettive delle relazioni iraniano-turche, dopo il possibile miglioramento delle relazioni tra Iran e occidente. E’ chiaro che dalla revoca parziale delle sanzioni economiche e finanziarie contro l’Iran, influenza di Teheran nei processi regionali potrebbe aumentare seriamente. Perciò la Turchia può perdere lo status di superpotenza regionale.  Secondo alcuni esperti russi, le differenze dei possibili modelli di sviluppo di Iran e Turchia favoriscono Teheran, prima di tutto, in politica estera. E la rivalità tra Turchia e Iran segue linee parallele. Ciò costringe Stati Uniti e Unione europea a venire a patti con l’idea che, nel prossimo futuro, potrebbero avere a che fare con l’egemonia regionale di questi Paesi islamici.
Un altro leader regionale, l’Arabia Saudita, basa le sue rivendicazioni sul sostegno alle forze radicali islamiche. Il sostegno dall’occidente è temporaneo, per esempio, su Siria e Iran. In queste circostanze, alcuni negli Stati Uniti e in Europa considerano l’Iran un partner sufficientemente prevedibile e affidabile. L’occidente, ovviamente vincolato dagli obblighi con la NATO, avrebbe preferito una scelta a favore di Ankara. Ma l’Iran non intende fare marcia indietro. Questo è il motivo per cui il suo mercato attrae le aziende occidentali, in modo che, a loro volta, combattano per rilassare le severissime sanzioni economiche e finanziarie contro l’Iran. La Russia, allo stesso tempo, sviluppa la politica di collaborazione con Iran e Turchia. Mosca è interessata a rafforzare la cooperazione politica tra Ankara e Teheran, mentre l’amministrazione statunitense considera inaccettabile qualsiasi interazione iraniana e turca su questioni chiave del Medio Oriente. Tuttavia, le differenze rimangono, in primo luogo sulla questione siriana. E possono anche peggiorare, se Ankara non abbandona i piani per rovesciare il governo legittimo della Siria e di concedere l’indipendenza al Kurdistan iracheno. Ma a dispetto dei seri legami economici della Turchia con Mosca e Teheran, Ankara continua a concentrarsi solo sull’opposizione siriana, e talvolta funge da canale degli interessi statunitensi. Ciò convince della necessità di rafforzare le relazioni bilaterali con l’Iran in tutti i campi, facendone un partner strategico. In futuro questo processo potrebbe includere la Turchia dove, in caso di riduzione sostanziale dell’influenza occidentale, gli interessi nazionali potrebbero probabilmente avere la priorità sugli interessi degli alleati della NATO. Solo quando sarà possibile costruire un nuovo sistema di sicurezza regionale trilaterale, per stabilire pace e stabilità nel Grande Medio Oriente, escludendo eventuali conflitti armati, vi sarà lo sviluppo della cooperazione economica reciprocamente vantaggiosa e il rafforzamento dei processi d’integrazione, nonché il rafforzamento dei legami nella scienza, cultura e sport.
Naturalmente, nel Grande Medio Oriente, così come nelle sue singole parti (ad esempio, il Caucaso meridionale), significative minacce alla sicurezza permangono. Ciò è dovuto ai problemi irrisolti afgani, iracheni e siriani, mancata regolamentazione nella crisi nucleare iraniana, nonché dalla questione del Nagorno-Karabakh e dell’integrità territoriale della Georgia. Ma questo sottolinea solo l’urgente necessità d’istituire un nuovo sistema regionale di sicurezza, basato sugli interessi nazionali di tutti gli Stati, e indipendentemente dalla loro affiliazione ad unioni politico-militari. “Una piattaforma per la stabilità e la cooperazione nel Caucaso” potrebbe esserne la base, come proposto dalla Turchia nell’agosto 2008. Non vi è dubbio che l’attivazione del gruppo di lavoro di Minsk dell’OSCE, un significativo miglioramento delle relazioni russo-iraniane e russo-georgiane, e il rafforzamento dei processi d’integrazione in Asia centrale e nel Caucaso meridionale ridurranno significativamente i possibili conflitti nel Grande Medio Oriente trovando una soluzione pacifica ai problemi attuali. Ci saranno ulteriori opportunità, questa volta, per Armenia, Kirghizistan e forse Tagikistan, entrando nell’Unione economica eurasiatica, in via di formazione. In questo modo, la cooperazione russo-iraniana nella sicurezza regionale viene ulteriormente rafforzata. Ciò permette di pensare a una partnership “costruttiva” tra Russia e Iran e di sollevare la questione della redditività di un futuro partenariato strategico tra i nostri due Paesi.

2Vladimir Evseev, Direttore del Centro di Studi Sociali e Politici, in esclusiva per la rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia salva l’Iraq

L’Iraq salvato dalla Russia da una guerra civile come quella in Siria?
Valentin Vasilescu Reseau International 13 luglio 2014

????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????Chi ha addestrato i ribelli islamici del SIIL, ben armati ed appositamente preparati all’uso di efficaci sofisticate armi anticarro e alle condizioni specifiche del combattimento urbano nelle città irachene? Nel marzo 2013, Der Spiegel riferì che istruttori delle forze speciali statunitensi furono schierati dal febbraio 2012 nella base militare di Safawi, nel nord della Giordania. Casualmente, il dispiegamento militare statunitense in Giordania avvenne subito dopo l’incontro tra Hillary Rodham Clinton e re Abdullah II di Giordania, il 18 gennaio 2012. Safawi è la base utilizzata dagli statunitensi per addestrare i ribelli islamici cosiddetti “moderati”, nell’ambito del piano segreto di Stati Uniti e alleati per aiutare gli insorti a combattere contro il regime del Presidente Bashar al-Assad. L’addestramento dei combattenti islamici a Safawi fu la prima informazione a filtrare a smentiva il discorso ufficiale che affermava che Washington non aveva legami con i gruppi estremisti nemici. Gli Stati Uniti addestrarono in Giordania, nel 2012-2013, più di 200 ribelli, tra cui membri dello Stato Islamico dell’Iraq e Levante, in particolare all’uso delle armi anticarro e nei combattimenti urbani. Successivamente, il Guardian integrava le informazioni di Der Spiegel, affermando che altri ribelli islamici furono addestrati da istruttori delle forze speciali inglesi e francesi, in un’altra base nel sud della Giordania. Ad integrazione di tali informazioni, WND.com  rivelò l’esistenza di un terzo campo di addestramento del gruppo Stato Islamico dell’Iraq e Levante (SIIL), oltre ai due in Giordania, sotto la supervisione di istruttori degli eserciti di Stati Uniti, Regno Unito e Francia. Tale base non è lontana dalla base aerea di Incirlik, nei pressi di Adana in Turchia. La base aerea di Incirlik è utilizzata dall’esercito turco e dall’esercito degli Stati Uniti e si trova 40 km ad ovest del terminale petrolifero di Ceyhan, sul Mar Mediterraneo.
I combattenti del SIIL sorprendono per le loro attrezzature, pari a quelle dell’esercito iracheno.  Sono dotati di mimetiche statunitensi con giubbotti antiproiettile e dispongono di visori notturni statunitensi AN/PVS-7. Le armi leggere sono i fucili d’assalto M-16 con lanciagranate M-203 da 40 mm già montati, e mitragliatrici M60E3. È l’equipaggiamento standard dei soldati statunitensi. La difesa antiaerea è fornita dai missili statunitensi FIM-92C Stinger, e la mobilità delle subunità del SIIL è facilitata da diversi mezzi, quali blindati Humvee, MRAP e APC. Tutte queste armi sono state acquisite dopo l’attacco a sorpresa e la conseguente cattura di Mosul, nel nord dell’Iraq, dove vi sono depositi di attrezzature, armi e munizioni della 2.nda Divisione di fanteria irachena, responsabile della difesa del settentrione. Poiché tali obiettivi militari della 2.nda Divisione di fanteria erano supportati da plotoni di carri armati statunitensi M1A1 Abrams appartenenti alla 36.ma brigata corazzata, i combattenti del SIIL si dotarono di mezzi anticarro, dimostrando  competenza nel loro uso. Sul posto, 28 carri armati furono distrutti, di cui 5 crivellati dai proiettili anticarro sparatigli contro. E ancora, il SIIL non ha utilizzato i missili anticarro a guida laser 9M133 Kornet che possono penetrare la corazza per 1000-1200 mm a una distanza di 8000 m, per la semplice ragione che non avevano molti. Al contrario, il SIIL aveva lanciagranate portatili RL90 M95 (versione modernizzato del M79 OSA) fabbricati in Croazia, che possono penetrare 400 mm di corazza. Il RL90 M95 fa parte dell’arsenale consegnato ai ribelli islamici in Siria dalla Croazia, Paese membro della NATO, su richiesta di Hillary Clinton, segretaria di Stato degli Stati Uniti.
Nel luglio 2008, la Defense Security Cooperation Agency degli Stati Uniti approvò la richiesta irachena per l’acquisto di armi per un valore di decine di miliardi di dollari. La maggior parte delle armi apparteneva da decenni alle forze armate statunitensi. Verso la fine del 2012, l’esercito iracheno acquisiva:
140 carri armati M1A1 Abrams
64 veicoli blindati M1151A1B1 Hummer
92 veicoli M1152
centinaia di APC
I tre battaglioni corazzati della 36.ma Brigata abbandonarono i carri armati sovietici per essere equipaggiati con carri armati statunitensi M1A1. L’attacco alla guarnigione a Mosul dimostra che i carri armati statunitensi M1A1 Abrams non sono immuni alle armi meno costose, anche se gli Stati Uniti si vantavano, fino a quel momento, che i loro carri armati fossero invulnerabili. Dopo l’occupazione dell’Iraq da parte dell’esercito degli Stati Uniti, tutti gli aviogetti MiG-21, MiG-23, MiG-29, Su-22, Su-24, L-39, Mirage F-1Q e gli elicotteri d’attacco Mi-24 rimasti illesi dopo i bombardamenti furono demoliti dalle truppe di occupazione. Al contrario, gli Stati Uniti permisero all’Iraq di acquistare:
36 aerei turboprop d’attacco al suolo Beechcraft AT-6B Texan II
8 aeromobili con motori a pistoni Cessna 208 Caravan, adattati al lancio di missili anticarro
10 elicotteri da ricognizione Bell OH-58 Kiowa
24 elicotteri civili Bell 407
Gli elicotteri sono armati con mitragliatrici e razzi. Durante i combattimenti contro i gruppi del SIIL, 6 elicotteri di produzione statunitense sono stati abbattuti dalle armi pesanti dei ribelli, perché privi di protezione. Il primo ministro iracheno Nuri al-Maliqi ha cercato l’aiuto della Russia per combattere il terrorismo, acquistando un primo lotto di 12 elicotteri corazzati Mi-35, che ora sopportano il peso della lotta contro il gruppo SIIL. Oltre agli equipaggiamenti di cui sopra, l’esercito iracheno è stato dotato dagli statunitensi di:
10 aerei da ricognizione Beechcraft 350 King Air
18 velivoli monomotori giordani Seabird SBL-360 Seeker/Westar dotati di sensori (velocità massima 207 kmh)
6 velivoli da trasporto C-130J Hercules.
Tutti questi mezzi si sono rivelati vulnerabili al fuoco delle mitragliatrici pesanti e ai missili portatili, pertanto inefficaci contro colonne e piccoli gruppi in movimento dei jihadisti del SIIL. Anche se nel marzo 2009 il governo iracheno comprò e ricevette l’approvazione del Congresso per l’acquisto di uno squadrone di 18 F-16E/F Block 60 o F-16 C/D Block 52+ (Desert Falcon) oggi nessuno di essi è ancora stato consegnato dagli Stati Uniti. Pressato dall’offensiva del SIIL, il primo ministro iracheno ha fatto di nuovo appello alla Russia, il 25 giugno 2014, ricevendo i primi 3 dei 5 velivoli d’attacco al suolo Su-25, armati e pronti al combattimento, che prenderanno parte ai combattimenti a 3-4 giorni dall’arrivo. Il 28 giugno 2014, sulla pagina facebook del primo ministro iracheno, apparve l’annuncio relativo alla fornitura dei 6 velivoli Su-30K, parte dei 12 Su-30K e 5 Su-25 che costituiscono il contratto da 500 milioni di dollari firmato con la Russia.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La situazione in Iraq, dal 28 giugno al 9 luglio

Alessandro Lattanzio, 10/7/2014

iraq-hell-terrorism-650_41628 giugno, un capo dell’ordine Naqshabandi, Qalid Ibrahim, viene ucciso a Baquba dalle forze speciali. Il SIIL distrugge tre moschee sciite: Husaniyah, Ahlulbayt e al-Haqim e tre mausolei, Qadir Ilyas, Imam Sad Ibn Aqil, Ar Mamut a Tal Afar. Il SIIL annuncia che santuari e mausolei nel suo territorio saranno distrutti. A Tiqrit, elicotteri da combattimento attaccano le postazioni dei terroristi prima dell’assalto dell’esercito. Il Tenente-Generale Sabah Fatawi, “I terroristi del SIIL hanno due scelte: fuggire o morire“. L’ammiraglio John Kirby, portavoce del dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, dichiara che gli Stati Uniti possono schierare 30000 soldati in Iraq in caso il presidente lo decida. 5 terroristi del SIIL sono eliminati dalle forze di sicurezza a Falluja; 20 autoveicoli dei terroristi distrutti presso Samara; Abu Abdul Hadi, capo del SIIL e altri 29 terroristi sono eliminati a Tiqrit. Qasim Ata, portavoce dell’esercito iracheno, afferma che i velivoli russi Sukhoj Su-25 sosterranno presto le operazioni dell’esercito. Le forniture di aerei militari russi all’Iraq rientrano nei contratti già stipulati e da completare entro la fine dell’estate, afferma l’ambasciatore russo in Iraq Ilja Morgunov. “Prevediamo di fornire 5-10 aeroplani entro la fine dell’estate, se non prima. I contratti furono conclusi nel 2013 e ora sono adempiuti. Non sono per gli aerei, ma anche per altri equipaggiamenti, che verranno consegnati appena pronti“. 5 aviogetti sono stati consegnati con un aereo da trasporto russo An-124. “Il Sukhoj Su-25 è un aereo da supporto aria-terra per le missioni antiterrorismo. In questi tempi difficili abbiamo grande bisogno di tali aeromobili. Con l’aiuto di Dio, potremo schierarli nei prossimi 3-4 giorni a sostegno delle nostre forze di terra, nelle operazioni contro il SIIL“, aveva detto il Tenente-Generale dell’esercito iracheno Anwar Hamad Ahmad. “Abbiamo piloti provetti e altri professionisti. I nostri amici russi hanno anche inviato i propri esperti per aiutarci nella preparazione dei velivoli. Anche la logistica è pianificata“. Gli aerei da combattimento saranno di stanza in una base aerea meridionale, mentre il comandante dell’aeronautica irachena Hamid al-Maliqi ha confermato l’invio di elicotteri d’attacco russi MI-35M e MI-28, per “supportare lo slancio” negli attacchi contro il SIIL. Il comandante ha firmato tre contratti con i russi e ha sottolineato l’importanza degli elicotteri quali “eccellenti armi antiterrorismo“. Se l’Iraq crolla potrebbe destabilizzare l’intero Medio Oriente e le regioni limitrofe, avvertiva il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, “Se crolla l’Iraq, e considerando che la Libia è quasi crollata, e qualcuno vuole che la Siria condivida un destino simile, l’intera regione semplicemente esploderebbe e i disordini diventerebbero sua caratteristica dominante, influenzando non solo Medio Oriente e Nord Africa, ma le regioni adiacenti. Esortiamo tutti a trarre le conclusioni da ciò che è successo in Iraq, Libia e Yemen. Non sono Londra e Washington che dovrebbero decidere,.. come in Iraq nel 2003, ma tutti i Paesi della regione, tutti i vicini dell’Iraq“, aveva detto Lavrov aggiungendo che Russia e Cina dovrebbero partecipare a “questa consultazione”. “Vorrei sottolineare ancora una volta, che tutti i vicini dell’Iraq dovrebbero partecipare ai negoziati, proprio come tutti i vicini della Siria dovrebbero discutere la questione siriana. Credo che un simile approccio dovrebbe essere adottato affrontando la crisi in Afghanistan. Se l’occidente smettesse di pensare di esser l’unico ad elaborare una strategia per tutta la comunità internazionale, la situazione si svilupperebbe in modo assai positivo“.
29 giugno, Qasim Ata afferma che 142 terroristi sono stati eliminati e 51 loro autoveicoli distrutti. Scontri tra le forze di sicurezza e il SIIL a sud di Tiqrit, nel villaggio di al-Rwashid. La milizia turcomanna cerca di spezzare la presa del SIIL sul villaggio sciita Bashir, presso Kirkuk. Unmanned Aerial Vehicles (UAV) dell’esercito iracheno bombardano le basi del SIIL a Mosul. Inoltre, al-Iraqiya TV ha riferito che aerei da combattimento iracheni avevano attaccato un convoglio di decine di autoveicoli del SIIL presso Samara eliminando tutti i terroristi a bordo, “la forza aerea irachena ha lanciato intensi e precisi attacchi aerei su raduni del SIIL presso Mosul”. Un nuovo gruppo di resistenza a Mosul, composto da 183 elementi, soldati e ufficiali dell’esercito, si propone di contrastare la presenza dei terroristi nella provincia di Niniwa.
30 giugno, il capo della più grande tribù sunnita irachena, Ali Hatim Sulaymani, dichiarava che continuerà a sostenere gli islamisti fintanto che Maliqi sarà al potere. Il re dell’Arabia Saudita Abdullah licenziava il viceministro della Difesa principe Qalid bin Bandar bin Abdulaziz, su raccomandazione del ministro della Difesa, principe Salman.
1 luglio, l’aeronautica irachena attaccava gli islamisti a Samara. La Turchia registrava un forte calo delle esportazioni in Iraq, pari al 21% rispetto l’anno precedente. Hossein Amir Abdul Allahaan, viceministro degli Esteri iraniano, durante la sua visita a Mosca dichiarava la volontà dell’Iran di fornire attrezzature militari a Baghdad, contro “il tentativo degli Stati Uniti di fare dell’Iraq una seconda Ucraina. … Anche se l’Iraq ha un forte esercito, l’Iran è pronto ad inviarvi consulenti militari per aiutarlo nella battaglia contro il SIIL. Tutte le fazioni irachene dovrebbero rispettare la costituzione del Paese“. Gli Stati Uniti inviavano altri 200 militari in Iraq assieme a droni ed elicotteri, per proteggere i propri interessi. Secondo l’ONU 2417 iracheni furono uccisi a giugno. Il capo del SIIL di Kirkuk, il ceceno Abu Baqr al-Shishani, veniva eliminato dai servizi di sicurezza iracheni. Altri 50 terroristi del SIIL eliminati ad ovest di Mosul. Scontri a Baquba, 1 soldato e 3 terroristi uccisi. Due IED esplodevano a Baghdad uccidendo 9 civili. I seguaci del movimento anti-iraniano del religioso sciita Mahmud al-Hasani al-Sarqi si scontravano a Qarbala con la polizia, 25 persone sarebbero morte. Il movimento blocca anche le strade per Nasiriya e Basrah. L’aeronautica siriana bombardava le posizioni del SIIL a Raqah, distruggendo il centro di ricerca agricolo usato dai terroristi come deposito per gli autoveicoli, un campo di addestramento usato dai terroristi come centro comando, una postazione a 10 chilometri dalla città e le basi del SIIL di Raqah, al-Manaqir e al-Hamrat, e le raffinerie di petrolio. Gli attacchi aerei distrussero numerosi autoveicoli sottratti dai terroristi all’esercito iracheno ed inviati in Siria.
2 luglio, altri 5 aerei Sukhoj Su-25 arrivavano in Iraq. L’aeronautica irachena ora possiede 10 Su-25 forniti dalla Russia, assieme a 7 elicotteri russi, 3 Mil Mi-28 e 4 Mi-35M. Altri 24 Mi-28NE e Mi-35M saranno consegnati entro il 2016 con un contratto da 4,2 miliardi di dollari firmato nel 2012. Secondo fonti inglesi altri 7 Su-25 iraniani sarebbero arrivati a Baghdad per sostenere le operazioni delle forze armate irachene contro il SIIL. I velivoli sarebbero pilotati dai Pasdaran della Guardia rivoluzionaria islamica (IRGC). Gli aerei sarebbero schierati, assieme ai Su-25 russi, nella base aerea Imam Ali. Secondo ACIG.org, l’Iran ha fornito agli iracheni 3 velivoli da combattimento Su-25UBKM e 4 Su-25KM. Tiqrit veniva sgombrata dai terroristi. L’ambasciatore iracheno negli Stati Uniti, Luqman al-Fayli, dichiarava: “Baghdad non può aspettare oltre l’assistenza degli Stati Uniti“, sottolineando che l’Iraq potrebbe rivolgersi ad altri governi per gli aiuti militari, come Iran e Turchia. Il dr. Haydar al-Abadi, portavoce di Maliqi, dichiarava, “Dobbiamo stare attenti a non farci coinvolgere in una guerra settaria: gli sciiti non sono contro sunniti, e il SIIL ha una propria agenda sull’Iraq. Qualunque cosa facciamo, anche se nominassimo un primo ministro sunnita, saranno contro di noi. Combatteranno anche contro Alawi perché è laico, anche se non sciita“. I Su-25 attaccavano le posizioni del SIIL ad Anbar e Babylon, eliminando 60 terroristi. Athil al-Nujayfi, governatore di Niniwa, chiedeva la creazione di un “territorio sunnita” in Iraq, sottolineando che la regione è ricca di petrolio, come i 15 giacimenti recentemente scoperti nella provincia di Anbar, oltre ad ampie risorse idriche. Il SIIL a Mosul chiedeva alle tribù alleate e ai combattenti baathisti di deporre le armi e giurare fedeltà al loro califfo. I capi di al-Qaida giordana Abu Muhammad al-Maqdisi e Muhammad Shalabi condannavano il SIIL. Scontri tra terroristi del SIIL e combattenti Naqshabandi ad Himrin, provincia di Niniwa, che lasciavano 4 morti. I terroristi del SIIL conquistavano la cittadina siriana di Buqamal, occupata dal rivale Jabhat al-Nusra. Il SIIL avanzava verso la roccaforte di Jabhat al-Nusra, Shuhayl. Masud Barzani incontrava il capo della Coalizione nazionale siriana Ahmad al-Jarba.
3 luglio, aeromobili iracheni bombardavano un convoglio di autocisterne del SIIL  presso il villaggio di al-Safra, a sud di Kirkuk. Il raid ha distruggeva 3 autocisterne e ne danneggiava altre 6. I peshmerga si scontravano con i militanti del SIIL a Baquba. Da Jurf al-Saqar, provincia di Babil, venivano cacciati i terroristi del SIIL, mentre l’aviazione bombardava Shurqat, nella provincia di Salahudin. Abu al-Ula al-Shami, capo del SIIL responsabile del reclutamento, veniva eliminato dalle forze di sicurezza ad Anbar. Usama al-Nujayfi, capo del partito Mutahidun, affermava di “aver ricevuto la conferma dal vicepresidente statunitense Joe Biden della ‘necessità di un cambio’ nel Paese. Maliqi è ormai il passato“, e giustificava l’indipendenza curda. La coalizione dello Stato di Diritto guidata da Nuri al-Maliqi dichiarava che non avrebbe permesso ad Usama al-Nujayfi di occupare la carica di presidente, primo ministro o presidente del parlamento. Il portavoce Muhammad al-Sayhud dichiarava: “la nostra convinzione è che Nujayfi abbia fallito nel processo politico iracheno“. L’esercito iracheno liberava il villaggio di Awja, a sud di Tiqrit, eliminando 50 terroristi.
4 luglio, scontri tra SIIL e peshmerga a Jalawa, provincia di Diyala. Il comando delle forze speciali degli Stati Uniti diventava operativo ad Irbil, nel Kurdistan iracheno. Le forze antiterrorismo del governo iracheno eliminavano 80 terroristi e 12 autoveicoli nella provincia di Salahudin, e controllavano Qarbala e le altre città coinvolte nella rivolta di Mahmud al-Sarqi. I velivoli Sukhoj Su-25 iracheni effettuavano attacchi a Kirkuk contro obiettivi del SIIL. 30 terroristi del SIIL venivano eliminati nell’assalto alla raffineria di Baiji. Maliqi dichiarava “Non rinuncerò mai alla mia candidatura a primo ministro“.
5 luglio, la Tunisia ritirava il personale diplomatico in Iraq. I curdi scoprivano finanziariamente e politicamente difficile dichiarare l’indipendenza, dato che per poter vendere il petrolio devono raffinarlo presso gli impianti di Baghdad. Una nave cisterna carica del loro greggio era al largo del Marocco in attesa di acquirenti. Le tribù irachene eliminavano un capo del SIIL, Nasir Sabat. Il pilota iraniano colonnello Shojat Alamdari Murjani cadeva in combattimento in Iraq, presso il santuario sciita di Samara. Il SIIL distruggeva un santuario sunnita, la tomba del nipote del secondo Califfo Umar ibn Qatab a Mosul. Rinforzi arrivavano alla raffineria di Baiji mentre si ebbero scontri tra il personale della sicurezza e milizie filogovernative con i terroristi a Babil, a sud di Baghdad. 2 civili venivano uccisi da 2 autobombe a Basrah. Husayn Firas al-Mashadani, l’emiro di al-Qaida in Iraq, veniva eliminato dalle forze di sicurezza irachene. Il primo ministro Nuri al-Maliqi avvertiva che un referendum sullo Stato curdo nel nord dell’Iraq è incostituzionale, “Nessuno ha il diritto di sfruttare gli eventi attuali per imporre il fatto compiuto, come è già accaduto nella regione curda“.
L’ambasciatore iracheno in Sud Africa, dr. Hisham al-Alawi, dichiarava “L’insurrezione non è solo un problema iracheno, ma internazionale, quindi richiede cooperazione internazionale per essere sconfitta. Le nostre forze di sicurezza hanno ripreso il controllo del campus universitario di Tiqrit e continuano le operazioni di rastrellamento in città, ma ci vorrà del tempo dato che gli insorti hanno piazzato molte bombe. Abbiamo ricevuto jet Sukhoj dalla Russia e attendiamo la consegna di alcuni jet F-16 dagli Stati Uniti. L’Iran ha offerto assistenza militare, se il nostro governo lo richiede, quindi abbiamo supporto morale e materiale da tutto il mondo. Gli insorti hanno ucciso più di 2000 uomini disarmati, donne e bambini nel tentativo di seminare paura tra la popolazione civile, così almeno mezzo milione di persone è fuggito dalle aree che controllano. Gli insorti provengono per lo più dell’apparato di sicurezza della vecchia dittatura. Hanno cercato di dipingerla come un conflitto settario, ma non è così, il capo dell’esercito e il capo delle forze speciali sono sunniti, 9 delle 14 divisioni sono guidate da generali sunniti. Abbiamo diviso il reddito tra le province sulla base della popolazione e le due province più povere sono infatti quelle sciite, a sud di Baghdad. Abbiamo avuto tre elezioni negli ultimi dieci anni e ridotto la disoccupazione dal 30 per cento nel 2003 all’11 per cento dell’anno scorso. Siamo impegnati in uno Stato federale democratico e unito nel rispetto dei diritti umani e dello Stato di diritto. I ribelli hanno commesso crimini di guerra, ucciso 14 importanti imam sunniti e distrutto santuari. Questo è un modello visto in altre parti del mondo, motivo per cui diciamo che è una minaccia globale e dobbiamo avere la cooperazione internazionale per sconfiggerlo“.
miraq 6 luglio, 20 terroristi vengono eliminati nella provincia di Salahudin, a Tiqrit, mentre un capo del SIIL e due guardie del corpo vengono eliminati da una IED, a nord-est di Baquba. Masud Barzani dichiarava a un giornale tedesco che la partizione dell’Iraq è inevitabile e che la Turchia è ormai un “buon vicino” del Kurdistan. Il ministero della Difesa iracheno inviava un battaglione di carri armati a supporto delle forze governative che combattono a Jurf al-Saqir, a nord di Babil. L’ex primo ministro iracheno Iyad Allawi incontrava funzionari turchi a Istanbul chiedendo a Maliqi di dimettersi. 3 civili uccisi a Baquba. L’esercito iracheno distruggeva 8 autoveicoli del SIIL presso la raffineria di Baiji e 5 autoveicoli di un convoglio del SIIL presso Falluja. Il giornale curdo Ozgur Gundem, del Partito dei lavoratori curdo, affermava che l’operazione avviata dal SIIL contro Mosul seguiva un piano stabilito in un incontro ad Amman, il 1° giugno, tra esponenti di Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Giordania, Turchia e il leader del Kurdistan Masud Barzani. Parteciparono alla riunione il capo dell’intelligence giordana e rappresentante del re Salah Qalab, il rappresentate del Partito Democratico del Kurdistan Azad Bervari, il vicepresidente dell’intelligence curda Masrur Barzani noto come “Juma”, rappresentanti del partito Baath, due delegati dell’esercito dei mujahidin, e rappresentanti di Ansar al-Islam, Ansar al-Sunnah, esercito della ‘Comunità vittoriosa’ maghrebina, “Brigate della Rivoluzione del 1920″, Esercito dell’Islam e un libico residente a Mosul. L’obiettivo della riunione era l’occupazione di Mosul e l’avanzata su Baghdad, con cui imporsi sull’Iraq, mentre Barzani riceveva il sostegno di Gran Bretagna, Israele e Turchia all’indipendenza del Kurdistan iracheno. Secondo la rete irachena al-Sumarya, il capo del SIIL, Abu Baqr al-Baghdadi, sarebbe in Siria dopo essere stato gravemente ferito in un raid aereo ad Anbar. Secondo il rappresentante del Parlamento internazionale iracheno, dr. Haydar al-Shara, “Le forze di sicurezza irachene hanno effettuato un’operazione nella città di Qaim, al confine con la Siria. Grazie ad intelligence accurata e con l’aiuto dell’aeronautica, avrebbero ferito gravemente il capo del SIIL. Dopo essere stato colpito, al-Baghdadi e vari elementi della sua organizzazione sono fuggiti nella vicina Siria, dove al-Baghdadi potrebbe essere morto per le ferite”. Iran e Russia concordi nel sostenere congiuntamente l’Iraq contro il terrorismo, affermava il Viceministro degli Esteri iraniano per gli affari arabi e africani Hossein Amir-Abdollahian. “Teheran e Mosca sostengono fermamente l’Iraq nella sua lotta contro il terrorismo e sosterranno nettamente la nazione e il governo iracheni nel proteggere unità, indipendenza e l’integrità territoriale irachene“. Iran e Russia si oppongono a qualsiasi cospirazione per la disintegrazione dell’Iraq, “Teheran e Mosca hanno stretto in molti casi una comune e coordinata posizione sugli sviluppi regionali. Se Maliqi viene riproposto come primo ministro dell’Iraq, lo sosterremo con forza; e chiunque altro venga eletto nell’ambito del risultato delle recenti elezione, sarà anch’egli sostenuto dalla Repubblica islamica dell’Iran. È una questione interna dell’Iraq”. Il generale di brigata iraniano Masud Jazayri indica negli USA il cervello dei gruppi terroristici nella regione.
7 luglio, il Viceministro degli Esteri iraniano Hossein Amir-Abdollahian visiterà Oman, Quwayt ed Emirati Arabi Uniti. Il comandante delle forze Basiji iraniane, Generale di brigata Mohammad Reza Naqdi, dichiarava che un nuovo fronte di resistenza contro l’occidente si formerebbe in Iraq se gli Stati Uniti continueranno a proteggere i terroristi. Citibank e Standard Chartered Bank ritiravano i loro uffici dall’Iraq, come HSBC aveva già fatto a crisi iniziata. Il governo iracheno affermava di combattere contro SIIL, baathisti e l’ordine Naqshabandi. Il Kurdistan iracheno ha bisogno di 6 milioni di litri di benzina al giorno, per alimentare oltre 600000 vetture, ma ne produce solo 3,2 milioni di litri. Il governo locale ricorre al razionamento. La protezione del santuario di Samara dell’Imam Asqari veniva assegnata alle Brigate Badr guidate da Haji al-Amari e alla Asayb Ahlal Haq guidata da Qais al-Qazali, la periferia era assegnata alle Brigate della Pace di Muqtada Sadr, mentre la polizia federale veniva allontanata. Un alto comandante delle forze irachene, Maggior-Generale Najm Abdullah Sudan, della 6° Brigata, rimaneva ucciso nelle operazioni antiterrorismo presso Baghdad, dove 60 terroristi venivano eliminati dalle forze di sicurezza irachene. L’alleanza del Kurdistan dichiarava che non parteciperà ai colloqui per la formazione del governo fino a quando non sarà scelto un nuovo Primo ministro. Le forze peshmerga effettuavano operazioni contro il SIIL a Jalawla, presso Diyala. L’esercito e l’aviazione iracheni distruggevano 15 autoveicoli del SIIL a Baiji, provincia di Salahudin, mentre altri 125 terroristi venivano eliminati a Baghdad e dintorni. Il Primo ministro iracheno licenziava il comandante delle forze di terra irachene, Tenente-Generale Ali Ghaidan Majid, insieme al suo vice maggiore Abdul Rahman al-Handal e al suo capo di stato maggiore, Generale di brigata Hasan Abdul Razaq. La motivazione era la ritirata da Mosul di giugno.
8 luglio, l’esercito iracheno assaltava Tiqrit da nord. Muqtada Sadr incontrava la leadership delle Brigate della Pace a Samara. Ad al-Zwaya, a nord di Tiqrit, l’esercito distruggeva 3 autoveicoli del SIIL. Il religioso sunnita e capo degli Studiosi in Iraq, shayq Qalid al-Mulla dichiarava che nelle città sunnite verranno organizzati i Battaglioni di Difesa Nazionale per lottare contro i terroristi, in sintonia con l’appello lanciato da Sistani. Una bomba uccideva 3 poliziotti presso Samara. Diverse bombe a Baghdad uccidevano 3 civili e ne ferivano 17. Maliqi nominava il Generale Raid Shair Jawdat nuovo capo della polizia irachena. Abdulqadir Hamat, ex-colonnello dell’esercito baathista veniva eliminato assieme a 33 terroristi nei raid aerei governativi su Tal Afar. Altri 38 terroristi rimanevano feriti. Un ex-jihadista turco afferma che oltre 6000 islamisti turchi sono stati addestrati dal SIIL. Masud Barzani affermava che i curdi non sono più soggetti alla costituzione irachena. I curdi sosteevano di aver eliminato 200 terroristi del SIIL. Il Consiglio provinciale di Najaf vietava la vendita di merci saudite. L’inviato cinese in Medio Oriente Wu Sike  incontrava il premier iracheno Nuri al-Maliqi, affermando che la Cina è saldamente al fianco degli iracheni nella loro lotta per preservare la sovranità e l’indipendenza contro il terrorismo. Iraq e Cina hanno piena fiducia reciproca e sincera amicizia, dichiarava il Primo ministro, ringraziando il governo cinese per il sostegno a sovranità e indipendenza dell’Iraq, promettendo che Baghdad continuerà a promuovere la cooperazione con Pechino in tutti i settori. Invitava inoltre la Cina a partecipare alla ricostruzione del Paese. “La stabilità dell’Iraq è essenziale per la pace e la stabilità del Medio Oriente e del mondo”, dichiarava Wu. La Cina esorta la comunità internazionale a fare di più per aiutare l’Iraq, sottolineando che continuerà a fornire sostegno materiale all’Iraq.
9 luglio, 3 autobombe esplodevano a Hila, provincia di Babil, uccidendo 3 civili e ferendone 11. Abu Usama al-Musrati, emiro di Sadiya, veniva eliminato insieme a due guardie del corpo in un attentato nella provincia di Diyala. Aerei Sukhoj Su-25 bombardavano le posizioni del SIIL a Babil, eliminando 28 terroristi, mentre unità antiterrorismo del governo, in coordinamento con l’aviazione, assaltavano le posizioni del SIIL nella provincia di Salahudin. Agenti dei servizi segreti del Qatar venivano arrestati negli Emirati Arabi Uniti. La Coalizione nazionale siriana sostituiva Ahmad al-Jarba con Hadi al-Bahra, un agente dell’Arabia Saudita.

1535591Fonti:
Electronic Resistance
ITAR-TASS
Iraqi News
Nsnbc
Nsnbc
PressTV
Reseau International
Reseau International
RussiaToday
The Aviationist
The BRICS Post
Vineyard Saker
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Voice of Russia

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La situazione in Libia dal 20 maggio al 9 luglio 2014

Alessandro Lattanzio, 9/7/2014
628x471Il 20 maggio, quattro massicce esplosioni colpivano la zona residenziale vicino alla strada per l’aeroporto di Tripoli, causando 4 morti e 7 feriti. La maggior parte delle forze del cosiddetto Scudo centrale della Libia era tornata a Misurata mentre un contingente era diretto verso Tripoli. L’Unione delle Famiglie dei Martiri di Misurata condannava le operazioni del generale Qalifa Haftar contro gli islamisti. Una milizia islamista aveva attacco l’ospedale di Derna. Uomini armati attaccavano anche la residenza del nuovo primo ministro libico Ahmad Mitiq. Le guardie di Mitiq risposero al fuoco ferendo e arrestando due aggressori.
Il 25 maggio gli Stati Uniti inviavano 1000 marine della nave d’assalto anfibio USS Bataan presso le coste Libiche, in vista dell’evacuazione dell’ambasciata degli Stati Uniti. Washington aveva suggerito ai suoi concittadini in Libia “di partire immediatamente“. Gli Stati Uniti dispiegavano a Sigonella 250 marine, 7 velivoli Osprey e 3 aerei da rifornimento. Muhammad Zahawi, capo di Ansar al-Sharia, avvertiva contro qualsiasi interferenza degli Stati Uniti nella rivolta in Libia, “Ricordiamo all’America le sconfitte in Afghanistan, Iraq e Somalia; dovrebbe affrontare qualcosa di molto peggio in Libia. E’ stata l’America ad inviare Haftar a portare il Paese verso la guerra e lo spargimento di sangue“. Un ufficiale delle forze speciali degli Stati Uniti affermava che il dispiegamento di droni e 80 soldati statunitensi in Ciad era volto ad intensificare le operazioni regionali, “E’ un’operazione che comprende le cosiddette operazioni antiterrorismo in Nigeria, Ciad, Niger, Mali, Libia e Algeria“.
Bernard-Henri Lévy il 22 maggio si era recato a Tripoli, dove rimase per 2 ore all’aeroporto internazionale di Mitiga, incontrandosi con il terrorista Ali Belhadj, per negoziare il ritorno di Ali Zaydan, l’ex primo ministro fuggito in Europa. Ad al-Aziziya, città a 55 chilometri a sud di Tripoli, si svolse il 25 maggio la Conferenza delle tribù libiche che riunì 2000 capi tribù libici. Il consiglio decise:
1 – Scioglimento del Congresso Generale Nazionale libico.
2 – Abolizione di tutte le leggi approvate da tale struttura illegale ed anche quelle adottate sotto la minaccia delle armi dal governo.
3 – Abolizione di tutti i contratti ed impegni sottoscritti dal governo, perché in contrasto con la sovranità del Paese.
4 – Scioglimento delle milizie e divieto ad esercito e polizia di schierare armi. Ammettere che attaccare una regione o una tribù è come attaccare l’intero Paese.
5 – Ritorno degli esiliati, instaurando il dialogo nazionale e l’amnistia per tutti coloro che non hanno ucciso o derubato libici.
6 – Rilascio di tutti i prigionieri e far decadere le accuse contro di loro.
7 – Ristabilire esercito, polizia e controllo delle frontiere.
8 – Aggiornamento dei documenti di identità per certificare la cittadinanza di chiunque affermi essere libico.
9 – Indennizzo per tutte le vittime della guerra che avranno diritto al titolo di martire.
10 – Si ordina a militari e poliziotti allontanatasi dai loro compiti di ritornare alle loro funzioni, recuperare le armi delle milizie e assicurare la protezione delle zone tribali e di frontiera.
11 – Appellarsi a tutte le organizzazioni internazionali affinché aiutino e proteggano la salvaguardia nazionale libica.
12 – Le tribù assicurano il rispetto degli interessi di individui e nazioni in tutto il territorio libico.
13 – Le tribù rifiutano qualsiasi governo che agisca sotto qualsiasi bandiera, che non tenga in considerazione l’integrità territoriale e il fatto che la nazione è la prima tribù nel Paese sul quale tutto si fonda.
14 – Il Consiglio supremo da il benvenuto a tribù, regioni o istituzioni civili che vogliano partecipare alla ricostruzione nazionale.
15 – Il Consiglio, nella fase di transizione, è pronto ad assumere il potere fino a quando il Paese avrà una Costituzione e potrà eleggere un Parlamento e un Presidente.
Unità del 4° Reggimento paracadutisti dell’esercito algerino operano fino a 200 chilometri entro la Libia, in operazioni coordinate con il Reggimento di Uargla (700 chilometri a sud di Algeri) e i tiratori del GIS (Gruppo Intervento Speciale) del DRS (Dipartimento di Intelligence e Sicurezza). Tali operazioni vengono condotte con l’assistenza delle milizie di Zintan e dei Warfala, sempre fedeli alla Jamhiriya e che controllano la città di Bani Walid. Tali operazioni sono svolte contro i campi di addestramento dei terroristi in Libia, dove almeno tredici capi dei gruppi terroristici vennero eliminati mentre progettavano attacchi agli impianti petroliferi di Hasi Masaud in Algeria. In un’altra operazione venne eliminato il capo della milizia islamista di Misurata. Anche la Tunisia ha impiegato il suo reggimento di elicotteri d’attacco dell’esercito contro gruppi terroristici a Ghardimau e nel governatorato di Jinduba.
Il 4 giugno un attacco suicida contro la residenza dell’ex-generale Qalifa Haftar uccideva quattro guardie, ad Abyar, 60 chilometri a est di Bengasi. L’attentato seguiva gli scontri tra le forze di Haftar e gli islamisti avutisi a Bengasi il 3 giugno, quando tre gruppi islamisti attaccarono una base di Haftar. Elicotteri delle forze di Haftar risposero all’attacco. Il governo ordinava la chiusura di scuole, università, negozi, aziende e dell’aeroporto. Almeno 20 i morti e 70 i feriti. Il 2 giugno un aereo da guerra di Haftar bombardava l’università durante un raid contro una vicina base islamista. mentre la sede del Primo Ministro a Tripoli veniva attaccata. Nel frattempo, gli scioperi nelle raffinerie causavano penuria di benzina; la produzione era comunque oramai pari solo al 10 per cento di quella precedente al 2011. Secondo Sadiq al-Qabir, governatore della Banca centrale, la Libia ha tratto solo 6 miliardi di dollari dalle esportazioni energetiche nei primi quattro mesi del 2014, meno di un quarto dei 18 miliardi previsti. Ciò suscitava attriti tra la Banca e il parlamento, che non potendo varare la finanziaria chiese alla banca centrale di sbloccare 110 miliardi di dollari di riserve valutarie. L’ex-premier al-Thani accusava Qabir di agire da “dittatore”, bloccando la spesa approvata dal parlamento e il vicegovernatore Ali Muhammad al-Habri chiedeva di licenziare  dipendenti statali. La valuta libica si svalutava del 7% verso il dollaro, sul mercato nero. Ciò colpiva i 30 miliardi di prodotti alimentari importati in Libia da Europa, Tunisia e Turchia.
Il 29 maggio, secondo il think tank inglese The Henry Jackson Society, un’operazione delle forze speciali statunitensi, francesi e algerine sarebbe scattata nella Libia meridionale contro i terroristi dell’AQIM, per distruggerne i depositi di armi, le infrastrutture di addestramento e comunicazioni. Il capo di AQIM, Muqtar Belmuqtar, sarebbe stato l’obiettivo prioritario dei commando algerini nell’operazione che coinvolgeva 3500 militari del Reggimento Paracadutisti e 1500 del gruppo di sostegno e supporto logistico. Un’altra fonte diplomatica affermava che i 5000 soldati mobilitati erano appoggiati da blindati BTR, veicoli armati 4×4, velivoli da trasporto, cacciabombardieri, elicotteri d’assalto e d’attacco Mi-24, aerei da ricognizione e UAV. Il Reggimento Paracadutisti è lo stesso dell’operazione Scorpion del gennaio 2013, per la liberazione del complesso gasifero Tiguenturin di In Amenas. Il ruolo dei paracadutisti algerini sarebbe stato sigillare il confine, chiudere i punti di rifornimento e tagliare la ritirata ai gruppi che cercavano di fuggire in Libia orientale. Per dissuadere una puntata nel Sahel, l’esercito ciadiano assicurava il controllo della striscia di Aozou e il Tibesti, lasciando poco margine ai jihadisti. L’esercito francese aveva richiamato il Comando Operazioni Speciali distaccato in Niger, dotato di veicoli da ricognizione, elicotteri d’attacco Tiger ed elicotteri d’assalto Caracal. I 5-800 uomini dell’esercito degli Stati Uniti, con Hercules ed Osprey, avrebbero inseguito i gruppi jihadisti nel Sud e occupato i siti petroliferi libici. L’obiettivo degli algerini era ripulire il Nalut Zintan, al confine con la Tunisia, dai campi di addestramento jihadisti e dalle basi per l’invio di armi in Algeria, per poi spingersi verso Sabha, nodo logistico nel deserto libico. Il Generale Bualim Madi, a capo della Direzione centrale informazioni e orientamento dell’ANP, l’esercito algerino, aveva dichiarato che “la situazione al confine era preoccupante“.
Le agenzie di sicurezza e d’intelligence egiziane, algerine e tunisine si riunivano agli inizi di luglio per coordinare la lotta contro l’espansione dello Stato Islamico (IS) in Libia, particolarmente di al-Qaida nel Maghreb islamico (AQIM). La Libia post-Jamahiriya è divenuta fonte d’instabilità e terreno per lo sviluppo della minaccia degli estremisti islamisti dello Stato Islamico in Iraq e Levante (SIIL). “Riceviamo rapporti che indicano jihadisti libici e tunisini rientrare nei Paesi d’origine per creare filiali del SIIL in Nord Africa”, affermava una fonte della sicurezza algerina al quotidiano al-Qabar. Il Qatar ha “un suo impatto sui salafiti jihadisti in Libia” mobilitandoli contro il SIIL, aggiungendo che agenti dei servizi segreti del Qatar avevano visitato ai primi di luglio Algeria, Tunisia e Libia. “L’Egitto opera sul controllo delle frontiere con la Libia dal territorio egiziano, piuttosto che inviare forze in Libia“, affermava l’esperto di strategia Ahmad Abdal Hamid. L’Egitto si coordina con Algeria e altri Paesi africani, così come con Giordania e Paesi del Golfo, per unificare la posizione araba e africana contro il terrorismo. Il presidente Abdal Fatah al-Sisi visitava l’Algeria a giugno, sviluppando le relazioni  strategiche tra Egitto ed Algeria. “La Libia va verso la secessione di tre Stati: Bengasi, Tripoli e Fezzan, e il governo egiziano è decisamente contrario a ciò“, affermava l’esperto Talat Mussa. Sisi aveva anche affermato che l’indipendenza del Kurdistan iracheno sarebbe una catastrofe. Secondo al-Qabar, i jihadisti di AQIM supportano il SIIL, provocando scontri interni, in Libia, tra terroristi di al-Qaida e jihadisti del SIIL.
Infine, 630000 dei 3,4 milioni di libici votarono il 25 giugno 2014 alle elezioni parlamentari, con un tasso di affluenza del 18,52%. In altre parole, l’81,5% degli elettori libici non partecipava all’elezione del Congresso generale nazionale.

mapoflibyaFonti:
Allain Jules
Cameroon Voice
Nsnbc
Nsnbc
Nsnbc
Palestine Solidarité
Strategika51
Wsws

Lo strano caso di Nuri al-Maliqi

Eric Draitser New Oriental Outlook 03/07/2014

pirhayati20121113210450680Mentre l’attenzione del mondo s’è fissata sulla rapida avanzata e conquista del territorio del SIIL in Iraq, un chiaro cambio nella retorica e nell’analisi ha avuto luogo contro il Primo ministro Nuri al-Maliqi e il suo governo. Anche se è stato elogiato da Washington mentre le truppe statunitensi  rimanevano sul suolo iracheno, nei quasi tre anni dalla loro ritirata s’è magicamente trasformato in un autocrate settario e brutale evocando gli aspetti peggiori del regime di Sadam e dei suoi vicini e alleati sciiti in Iran. Cosa potrebbe spiegare un tale drammatico voltafaccia? La questione allora è: il mondo ha semplicemente preso atto della dittatura di Maliqi, sullo sfondo della guerra contro il SIIL? Oppure può darsi che il racconto muta perché l’ordine del giorno e gli interessi degli Stati Uniti sono cambiati e, quindi, anche l’immagine di Maliqi. Da rappresentante democratico della maggioranza religiosa/etnica a feroce tiranno volto alla distruzione delle minoranze sunnite e curde, Maliqi ha subito un restyling politico scioccante. Infatti, Maliqi non è il primo, né è probabilmente l’ultimo, capo appoggiato, armato e sostenuto politicamente e militarmente dagli Stati Uniti divenire la proverbiale “maggiore minaccia a pace e stabilità regionali”. Tale fu il destino di Sadam, così pure di Jean-Bertrand Aristide ad Haiti. E sembra ora che Maliqi, come innumerevoli altri aspiranti burattini statunitensi che improvvisamente scoprono i propri interessi nazionali, è magicamente divenuto il centro del male in Iraq e nella regione. Va notato che l’esame di come la narrativa su Maliqi sia mutata non deve essere considerata un avallo di tutte le sue azioni politiche. Al contrario, una tale analisi si basa sull’esame di fatti e condizioni materiali, piuttosto che un appello emotivo a “schierarsi” e “sostenere il popolo”. Queste e altre frasi vuote hanno adornato le tesi di molti analisti su tale problema, nelle scorse settimane, senza esaminare a fondo le reali forze in gioco. In quanto tali, le frasi vuote diventano analisi superficiali che producono confusione sull’Iraq di oggi.

Washington, Teheran e le ‘colpe’ di Maliqi
Non sorprenderebbe nessuno, anche moderatamente consapevole di come la politica estera e la propaganda degli Stati Uniti operino storicamente, che la demonizzazione di Maliqi sia direttamente legata all’incapacità di Washington di controllarlo, o altrimenti detto, il suo rifiuto di accettare i diktat degli Stati Uniti. Di conseguenza, è diventato un capo cattivo, piuttosto che un leader che tenta di creare istituzioni indipendenti, in un Paese in cui tutte le istituzioni sono state create dalle autorità di occupazione militare. Quindi, la domanda è Maliqi cerca semplicemente di consolidare  il suo potere? O Maliqi tenta di eliminare dal governo agenti, clienti, marionette e altri uomini degli statunitensi? Come spesso accade, la risposta sarà nel mezzo. Ascoltando i punti del dipartimento di Stato, esperti ed “esperti di sicurezza”, si potrebbe pensare che l’amministrazione Obama e l’élite politica statunitense siano d’accordo che Maliqi sia un dittatore autocratico. Tuttavia, Obama disse tutto il contrario quando il Primo ministro iracheno giunse alla Casa Bianca meno di due anni e mezzo fa. Il 12 dicembre 2011, poche settimane prima del ritiro definitivo delle truppe statunitensi dall’Iraq, il presidente Obama accanto a Maliqi fece le seguenti osservazioni: “Oggi sono orgoglioso di accogliere il Primo Ministro Maliqi, leader legittimo di uno Stato sovrano, l’Iraq autosufficiente e democratico… che affronta grandi sfide ma che oggi riflette l’impressionante progresso che gli iracheni hanno compiuto. Milioni di persone hanno votato, alcune rischiando o dando la vita, per votare in elezioni libere. Il primo ministro guida ancora il governo iracheno più inclusivo. Gli iracheni lavorano per costruire istituzioni efficienti, indipendenti e trasparenti”. Esaminando queste e altre osservazioni di Obama e Bush prima di lui, appare chiaro che uno spostamento tettonico s’è verificato su come Maliqi sia visto da Washington. Una volta flessibile regime cliente, Maliqi è ormai l’incarnazione di corruzione, settarismo e brama di potere. Cosa avrà motivato un cambiamento così drastico?
In primo luogo gli atteggiamenti e le politiche di Maliqi verso l’occupazione e la presenza di personale militare e non militare statunitensi. In realtà, Maliqi si rifiuta di accogliere la richiesta degli Stati Uniti di mantenere basi militari nel Paese dopo il ritiro, inducendo i primi attacchi contro lui e il suo governo. Fu allora che l’immagine di Maliqi quale fantoccio iraniano è diventata veramente popolare, almeno nei media occidentali. Infatti, come The Guardian ha rilevato, al momento, “Il Pentagono voleva le basi per facilitare la lotta contro la crescente influenza iraniana in Medio Oriente. Solo pochi anni fa gli Stati Uniti avevano piani per lasciarsi alle spalle quattro grandi basi, ma di fronte alla resistenza irachena, il piano viene ridimensionato quest’anno a una forza di 10000. Ma anche questo era troppo per gli iracheni“. Maliqi ha anche compiuto il passo monumentale di chiudere Campo Ashraf ed eliminare od espellerne gli abitanti. Lungi dall’essere un campo per “esiliati politici iraniani”, come i media occidentali hanno tentato di ritrarre, Ashraf era la base dell’organizzazione terroristica iraniana Mujahidin-e-Khalq (MeK), un’organizzazione sostenuta a pieno dai neocon (così come dalla maggioranza dei “liberali”) nella sua guerra terroristica continua contro l’Iran. Naturalmente, poiché Maliqi ha osato purificare l’Iraq da tale teppa terroristica, fu immediatamente condannato dalla corte dell’opinione pubblica statunitense che ha descritto l’operazione come assalto ai “combattenti per la libertà” iraniani. Sappiamo fin troppo bene cosa significa per gli Stati Uniti quando descrive dei terroristi come combattenti per la libertà. E così, rifiutando i diritti alle basi, di estendere immunità e protezioni legali ai mercenari statunitensi che operano in Iraq, e spazzando via Campo Ashraf e il MEK, Maliqi è diventato il cattivo. Più precisamente, fu il suo rifiuto di consentire  che gli Stati Uniti e i alleati usassero l’Iraq come baluardo militare e politico contro l’Iran che gli valse l’ira dell’occidente. Lungi dal voler “un Iraq sovrano, autonomo e democratico”, come Obama eloquentemente proclamò, Washington aveva bisogno che il Paese rimanesse uno Stato cliente usato come arma dalla politica estera degli Stati Uniti nella regione. Rifiutandosi, Maliqi all’improvviso è diventato “un dittatore”. Ma il Maliqi dittatore è diventato un potente strumento per plasmare la narrativa sull’Iraq. Uno dei metodi principali di tale narrativa è indicare, e ribadire costantemente, che Maliqi ha consolidato il proprio potere eliminando dal governo i rivali politici. Mentre vi è indubbiamente qualcosa di vero nel fatto che Maliqi abbia cercato di emarginare alcuni personaggi politici che non volevano “giocare a palla” con il suo regime a Baghdad, questa è solo metà della storia, la sola che i media occidentali fanno ascoltare. L’altra metà di tale storia è il fatto che Maliqi ha ricevuto dagli Stati Uniti un governo fazioso e con personaggi che non rappresentavano l’Iraq ma gli interessi politici e finanziari occidentali. Uno dei modi con cui gli accusatori di Maliqi indicano come esempio della sua dittatura è l’epurazione di figure chiave dalle principali istituzioni irachene. Tuttavia, questi stessi accusatori non menzionano mai esattamente chi sia stato eliminato, e perché.
Uno degli esempi principali di tale epurazione di Maliqi è il licenziamento di due figure chiave nella dirigenza bancaria dell’Iraq. In particolare, Maliqi ha cacciato Sinan al-Shabibi, governatore della Banca Centrale dell’Iraq, e Husayn al-Uzri, ex-capo della Banca commerciale statale. Questi licenziamenti furono indicati come una presa del potere. Tuttavia, quasi mai si parla del fatto fondamentale che tali individui, molto potenti nella struttura finanziaria irachena, fossero amici e collaboratori di Ahmad Chalabi. Un nome che dovrebbe allarmare coloro che hanno seguito la tragedia dell’Iraq in questi ultimi dodici anni; Chalabi era il beniamino di Bush, Cheney e neocon.  Stretto alleato politico, Chalabi originariamente fu indicato da Cheney and Co. come capo del nuovo Iraq, un Iraq suscettibile agli interessi politici e corporativi statunitensi nel Paese. Sebbene Chalabi venisse respinto dal popolo iracheno, e non potesse mai imporsi politicamente, al momento lui e i suoi amici neocon poterono arraffare dal loro popolo gli istituti bancari iracheni, permettendo così l’effettivo controllo statunitense sul credito nel Paese. Come è da sempre noto, il potere sulle finanze è l’autorità politica de facto. Così, Maliqi cerca di consolidare tutto il potere a sé? O cerca di liberare le banche irachene dagli agenti corrotti del capitale finanziario occidentale imposti proprio dalle stesse forze che hanno propugnato con entusiasmo la distruzione dell’Iraq? Un altro dei gravi crimini di Maliqi è attaccare le compagnie petrolifere occidentali che cercano di trarre enormi profitti dai vasti giacimenti energetici dell’Iraq. Forse l’esempio più noto si ebbe nel 2012, quando la ExxonMobil firmò un accordo di esplorazione petrolifera nella regione semi-autonoma del Kurdistan nel nord dell’Iraq. Maliqi respinse la validità della transazione, rilevando che tutti i contratti petroliferi devono essere negoziati con il governo centrale di Baghdad, piuttosto che il governo filo-USA di Barzani ad Irbil. Il portavoce di Maliqi ne prese atto: “Maliqi vede tali offerte come un’iniziativa molto pericolosa che può provocare delle guerre… (e) spezzare l’unità dell’Iraq … Maliqi è pronto a fare il massimo per preservare la ricchezza nazionale e la necessaria trasparenza nell’investimento sulle ricchezze degli iracheni, in particolare sul petrolio… inviando un messaggio al presidente statunitense Barak (sic) Obama, la scorsa settimana, per sollecitarlo ad intervenire per evitare che ExxonMobil vada in tale direzione”. Non è un segreto che la volitiva resistenza di Maliqi a tale accordo, oltre al suo rifiuto di versare ad ExxonMobil 50 milioni di dollari per migliorare la produzione di un importante giacimento di petrolio del sud, ha spinto la compagnia petrolifera a ritirarsi dal lucroso progetto West Qurna-1. In sostanza, quindi, Maliqi ha affrontato potenti compagnie petrolifere (BP non è amica di Maliqi), cercando di avere un accordo migliore per l’Iraq. Sarebbe lecito ritenere che la corruzione endemica in Iraq avrebbe reso più facile a Maliqi e soci arricchirsi con tangenti e/o ricevendo versamenti da altri interessi petroliferi. Tuttavia, ciò è secondario rispetto al “crimine” principale di mettere in discussione l’egemonia delle compagnie petrolifere in Iraq. Maliqi non si rende conto che gli Stati Uniti hanno combattuto la guerra in Iraq anche per proteggere e promuovere gli interessi delle proprie compagnie petrolifere?
Senza dubbio, il maggiore peccato di Maliqi agli occhi di USA-NATO-Israele-GCC è il suo sostegno costante alla Siria e ad Assad. Maliqi s’è rifiutato di abbandonare Assad quando la macchina da guerra USA-NATO si stava preparando a bombardare la Siria. Proclamò a gran voce il suo sostegno ad Assad e la sua resistenza contro qualsiasi tentativo di convincere e persuadere l’Iraq ad allearsi contro di lui. Così, Maliqi ha affermato l’alleanza Teheran-Baghdad-Damasco-Hezbollah contro l’asse USA-NATO-Israele-CCG, e mettendosi in cima alla lista dei nemici di Washington. Alla fine del 2013, Maliqi, assieme ad Assad e alle autorità iraniane, partecipò al proseguimento dei negoziati sul gasdotto Iran-Iraq-Siria che porterà il gas iraniano e iracheno sul Mediterraneo attraverso la Siria, dando così a questi Paesi l’accesso diretto al mercato europeo. Naturalmente, ciò fu visto come sfida diretta all’alleato degli USA Qatar e al suo predominio sul commercio del gas mediorientale in Europa. Va notato che non è un caso che l’esplosione della guerra in Siria coincida perfettamente con i primi negoziati sul gasdotto. Quindi, piuttosto che un leader che difende gli interessi nazionali tentando d’impegnarsi nello sviluppo economico indipendente al di fuori dell’egemonia dei poteri politici e corporativi occidentali, Maliqi viene dipinto come un corrotto e brutale tiranno deciso a distruggere sunniti, curdi e chiunque altro l’ostacoli. Non è forse qualcosa che riguarda il fantoccio Maliqi contrario alla guerra contro la Siria? Quasi come un ripensamento, vi sono ancora altri motivi per cui Maliqi è demonizzato. Ha acquistato notevole materiale militare dalla Russia, come elicotteri d’attacco, piuttosto che fare esclusivamente affidamento sull’assistenza militare degli Stati Uniti. Maliqi ha permesso al vicepresidente iracheno Hashimi, politico noto per essere vicino a Qatar e Stati Uniti, di essere incriminato e processato quale mandante di un assassinio. Maliqi ha riorganizzato la vita politica irachena spezzando alcune istituzioni politiche deliberatamente disfunzionali create dagli occupanti statunitensi dopo la guerra. Ha cercato di utilizzare prestiti e crediti per ricostruire alcune infrastrutture distrutte. Ha rifiutato di permettere che la politica sciita sia territorio esclusivo dei sadristi ed altri. Queste ed innumerevoli altre azioni, ovviamente dimostrano a Stati Uniti ed alleati che “Maliqi deve andarsene”, come amano dire.

Gli Stati Uniti sostengono davvero Maliqi?
Uno degli aspetti più perniciosi della copertura del conflitto in Iraq è la propaganda mainstream e di certi media non tradizionali secondo cui gli Stati Uniti “sostengono” e “puntellano” Maliqi. Decine di articoli e interviste sono apparse nelle ultime settimane, in cui esperti sposano l’idea che l’amministrazione Obama cerca di mantenere al potere Maliqi. Nonostante le giravolte su logica e  fatti, tale racconto si diffonde ovunquei ed è la base su cui molti sostengono de facto il SIIL e gli insorti sunniti loro deboli alleati. Sembrerebbe che coloro che sostengono che gli Stati Uniti vogliano conservare la posizione di Maliqi in Iraq non facciano attenzione. Infatti, titoli come “I capi americani vogliono che l’iracheno Nuri al-Maliqi si dimetta in cambio degli attacchi aerei degli Stati Uniti sul SIIL“, dell’International Business Times, o “L’Iraq deve formare il nuovo governo, Kerry mette in guardia Baghdad” del Financial Times, mettono in discussione tale affermazione. In realtà, non è Maliqi che gli Stati Uniti cercano di preservare, ma la propria influenza sull’Iraq. Questo è il punto che molti cosiddetti esperti hanno totalmente omesso di cogliere; Maliqi non fa ciò che gli dicono, quindi gli Stati Uniti vogliono mettere al suo posto qualcuno che lo faccia, usando l’avanzata del SIIL come conveniente pretesto per il cambio di regime. E quale nome emerge dal dibattito su con chi gli Stati Uniti vorrebbero sostituire Maliqi? Nientemeno che il buon vecchio Ahmad Chalabi, lo stesso fantoccio che Bush e Co. tentarono di piazzare all’inizio. Ayad Alawi, altro politico iracheno con stretti legami con gli Stati Uniti, è anche in lizza. Così, due falliti fantocci statunitensi sono ora promossi a futuro “democratico” e “inclusivo” della politica irachena. E’ abbastanza per non fare ridere nessuno, o star male. E’ anche divertente sentire i cosiddetti esperti che parlano di come gli Stati Uniti inviano truppe in Iraq per aiutare Maliqi. Tale analisi superficiale rivela totale mancanza di comprensione di questioni militari e del modo di operare degli Stati Uniti all’estero. L’autorizzazione all’invio di 300 militari in Iraq non è la prova del tentativo di salvare Maliqi, ma di preservare certe infrastrutture politiche, finanziarie ed energetiche degli interessi occidentali. Gli Stati Uniti non proteggono Maliqi, ma se stessi e loro investimenti da Maliqi, se tentasse di aggrapparsi al potere. Quei soldati proteggeranno l’ambasciata statunitense, e anche saranno i consulenti chiave per la protezione dei giacimenti petroliferi e dei lavoratori petroliferi stranieri. Ciò non può essere scambiato con il sostegno militare a Maliqi, a meno che naturalmente  coloro che sposano tali assurdità convincano il mondo che Maliqi sia l'”uomo degli Stati Uniti in Iraq”.
Oggi l’Iraq è in guerra e rischia di frantumarsi. Con islamisti e insorti sunniti che combattono una guerra contro il governo di Baghdad, il Paese è vicino al collasso totale e alla partizione. Ma questa guerra non è iniziata con il SIIL che conquista Mosul. Non inizia con Maliqi che consolida il potere. E’ iniziata prima che le ultime truppe statunitensi lasciassero l’Iraq. Tutto è iniziato quando Maliqi decise di non farsi intimidire da minacce e diktat statunitensi, iniziando a cercare d’affermare un secondo Iraq indipendente. Perciò l’Iraq paga un prezzo vitale.

iraqEric Draitser è un analista geopolitico indipendente di New York City, fondatore di StopImperialism.org ed editorialista di RT, in esclusiva per la rivista online ” New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Novorossija: assalto contro il tempo

Alessandro Lattanzio, 3/7/2014

flag10Mio padre mi ha detto che si univa alla Milizia, ed è un uomo di parola. Non volevo combattere contro di lui e contro i miei connazionali. Ecco come è successo che mi sono dimesso e ho lasciato”, afferma l’ex-paracadutista Jaroslav, della stessa brigata paracadutisti dei sei equipaggi di APC che si rifiutarono di seguire gli ordini dei golpisti di attaccare la città, passando con la milizia di Slavjansk. Al momento Jaroslav era ad un checkpoint vicino la nativa Kramatorsk. Dice che i commilitoni si preparavano alla battaglia, ma non capivano contro chi: “Non avevano idea, davvero. Tutto perché ci hanno detto che avremmo combattuto terroristi e separatisti, ma poiché sono di Karamatorsk ho capito chi fossero i “terroristi”. Ascoltando l’ufficiale si poteva pensare che mia nonna fosse una terrorista”. “Quando presero un quartiere di Kramatorsk, controllarono ogni casa per vedere se c’erano armi o se gli abitanti avevano contatti con la Milizia. E, se c’erano avrebbero ucciso tutti donne, bambini, uomini. Hanno giustiziato intere famiglie!

104751227 giugno, bombardamenti su Slavjansk e Semjonovka e scontri ad Artjomovsk. Un punto di controllo dei golpisti viene raso al suolo, dove 3 soldati ucraini sono eliminati e altri 4 feriti (secondo il ministero ucraino). Scontri a Kramatorsk (Repubblica Popolare di Donetsk) e alla periferia di Lugansk, a Metalist e Kamenaja Boroda (Repubblica Popolare di Lugansk). Ad Artjomovsk, i majdanisti sparano su un pullman uccidendo 2 civili. Kiev subisce nei combattimenti a Kramatorsk 4 caduti e 7 feriti della Guardia Nazionale.
28 giugno, scontri a Krasnij Partizan, dove i distaccamenti della naziguardia subisce perdite e si ritira. Un aereo paracaduta un carico di cinque contenitori sul colle Karachun. La base 3023 delle forze del ministero degli Interni ucraino cede le armi, mentre parte dell’unità militare 3004 aderisce alle forze armate della Repubblica del Donetsk. I coscritti sono rilasciati dal governo della RPD, mentre la naziguardia tenta di occupare il posto di frontiera di Krasnopartisansk, ma l’attacco viene respinto. 10 droni conducono operazioni di ricognizione su Slavjansk e una grande quantità di munizioni viene consegnata per il bombardamento delle posizioni della milizia dell’autodifesa, in violazione del “cessate il fuoco”. Scontri presso Vostochnij, con l’impiego da parte dei miliziani di un 2S9 Nona, dotato di un mortaio da 120 mm, e di lanciagranate AGS-17 Plamja, distruggendo numerosi nidi di mortaio della naziguardia. Bombardamenti su Selidovo e Ukrainsk. Aleksandr Karjakin, presidente del Presidium del Consiglio Supremo della RPL, afferma che “Le forze ucraine ignorano l’ordine emesso da Poroshenko. O il presidente manca di autorità o le forze armate prendono decisioni indipendenti. Vi è anche una figura come Kolomojskij, che ha annunciato che non avrebbe rispettato l’ordinanza del presidente sul cessare il fuoco”. A Semjonovka si svolge una manovra con l’utilizzo di 1 carro armato T-72B2 Rogatka e di AGS Plamja. Scontri nella zona del campo d’aviazione di Kramatorsk.
10367182 29 giugno, i majdanisti bombardano Slavjansk, uccidendo 3 civili, mentre a Kiev si radunano i neonazisti in favore dell’invasione del Donetsk. I battaglioni neonazisti Donbass, Dnepr, Ajdar e le organizzazioni di Majdan, guidati da Simon Semenchenko, capo del battaglione Donbass, chiedono a Poroshenko d’interrompere il ‘cessate il fuoco’, dichiarare la legge marziale nel Donetsk e arrestare gli oligarchi Viktor Medvedchuk e Rinat Akhmetov “per attività anti-statali e anti-costituzionali“. Bombardate dai golpisti Vostochnij, Semjonovka e Seleznjovka. La milizia prende il controllo della fabbrica chimica DZhI e comincia a riattivarla per fabbricarvi munizioni. Il distaccamento speciale dell’esercito della Repubblica Popolare del Donetsk prende il controllo della guarnigione del Reggimento della difesa missilistica antiaerea A1402, dotato di sistemi mobili Buk-1M. A1402 è una unità militare formata nella regione di Alekseevka Belgorod-Dnestr, Odessa. Nel 2007 fu ridislocata nel Donetsk. Il reggimento A1402 svolgeva compiti di protezione delle frontiere orientali ucraine ed era posto a difesa degli importanti centri industriali del Donbas. Il sistema di difesa aerea Dom può rilevare bersagli a una distanza di 150 km, e può colpirli con il sistema di difesa aerea Buk a una distanza di 20 km. L’esercito ucraino esaurisce le riserve e i mobilitati ucraini non vogliono combattere. Le forze majdaniste hanno chiuso tutti i corridoi umanitari per Kramatrosk. Sul versante settentrionale del colle Karachun, una postazione di artiglieria majdanista viene soppressa. I golpisti usano armi chimiche contro Semjonovka. Il deposito munizioni nella base militare ucraina di Bosse viene fatto esplodere dai golpisti in ritirata, “Le munizioni sono esplose subito dopo che gli ucraini hanno lasciato la base. Sembra che la detonazione sia stata innescata a distanza”. Il locale reggimento del ministero degli Interni vi aveva concentrato quantità di esplosivo ed armi destinate alle 5 unità di Pravyj Sektor dirette su Donetsk, ma con l’imminente occupazione da parte della milizia dell’autodifesa, le hanno fatto esplodere. Bombardamento di Slavkurort.
30 giugno, bombardamenti pesanti su Kramatorsk e Slavjansk con l’utilizzo di armi chimiche, lanciarazzi (MLRS) Grad e Uragan, aerei Sukhoj. Colpiti un edificio di 7 piani e 2 ospedali. L’esercito di Novorossija ha abbattuto la torre radio/TV di 110 m sul Karachun, usata dai majdanisti come piattaforma d’osservazione. Combattimenti tra carri armati a Karlovka, nella regione del Donetsk. “Una battaglia tra carri armati è in corso a Gorlovka, presso Donetsk. Nel frattempo, quattro autocarri del battaglione Vostok sono all’ingresso di Gorlovka“. La milizia dell’autodifesa attacca una postazione majdanista a Uljanovka Krasnoarmejskij utilizzando un carro armato Josip Stalin III della Seconda Guerra Mondiale, eliminando così tre mercenari golpisti. A Dolzhanskij, sul confine meridionale di Lugansk, distrutto un BTR ucraino.
1 luglio, i golpisti bombardano intensamente Kramatorsk, Slavjansk, Krasnij Liman, Jampol e Krivaja Luka. Intensi combattimenti nella zona di Vishnevo-Djakovo. A Metalist (sobborgo di Lugansk), i majdanisti si ritirano. Bombardamento aereo del villaggio Belenkoe, presso Kramatorsk. Nella RPL combattimenti a Zheltoe, Metalist, Stanitsa Luganskaja e Krasnij Partizan. Bombardamenti dei majdanisti su Snezhnoe, Savr-Mogila, Rubezhnoe, Nikolaevka, Svjatogorsk e Piskunovka. Almeno 6 morti e 4 feriti nel bombardamento di Kramatorsk. Assaltata una colonna majdanista presso Kombikormovij, quando un 2S9 Nona della milizia la bombarda distruggendo 5 autocarri dei rifornimenti. Nell’attacco alle posizioni del Battaglione Mozgovoj Lisichansk della Milizia dell’autodifesa, nella città di Seversk, i golpisti perdono 2 APC prima di ritirarsi. Scontri al confine tra RPL e Federazione russa ad Izvarino, i miliziani distruggono 6 carri armati T-64, 2 BMP, 2 autocarri Ural, 1 BTR e 2 mortai. A Slavjansk 1 morto e 3 feriti nei bombardamenti della città. Un elicottero d’assalto MI-8 e 2 Su-25 vengono abbattuti presso Lugansk, e un cacciabombardiere Su-24 viene abbattuto su Semjonovka. In totale, il 1° luglio vengono abbattuti 5 aeromobili ucraini, l’ultimo su Rajgorodok. A Donetsk viene arrestato l’ufficiale di polizia Pozhidaev, subordinato a Kiev. Non vi sono più forze filo-golpiste a Donetsk. A Krasnodon (Lugansk) la milizia cattura 2 carri armati e un BTR-80 nemici. Tra Makarova e Shatsja, sulle rive del fiume Donetsk, 20 km a nord di Lugansk, la milizia respinge l’assalto dei corazzati majdanisti, distruggendo 6 carri armati e 8 veicoli corazzati ucraini. Il consigliere del ministro degli Interni golpista Anton Gerashenko riconosce che l’aeroporto di Lugansk è isolato e circondato dalla milizia dotata di sistemi antiaerei. Almeno 18 civili uccisi nei bombardamenti dei golpisti.
Dal 2 maggio, le forze golpiste hanno subito la perdita di 3650 miliziani tra caduti e feriti, tra cui un generale, 15 elicotteri da combattimento, 27 veicoli della fanteria BMP, 40 veicoli da trasporto truppe BTR, 2 unità di artiglieria 2S9 Nona, 4 carri armati T-64, 1 aereo da ricognizione Antonov An-30, 1 aereo da trasporto strategico Il-76, 3 jet Su-25, 6 autocarri, un sistema lanciarazzi multipli Grad, 2 sistemi lanciarazzi multipli Uragan, 2 autocarri Ural. Sono stati catturati dalle forze di autodifesa del Donbas 12 BTR, un carro armato T-34, due unità di artiglieria 2S9 Nona, 6 BMP, 5 autobus, 5 carri armati T-64, 6 autocarri, 1 mortaio automatico Vasilek, 1 sistema missilistico anticarro Fagot, 3 lanciagranate automatici AGS-17 Plamja. Anche 3 agenti delle forze speciali del gruppo SBU Alfa sono stati catturati, oltre a 490 combattenti della “guardia nazionale”. Aleksej Mukhin, direttore del Centro per la politica d’informazione, annuncia che 270 mercenari stranieri sono stati uccisi nell’operazione avviata il 2 maggio: 61 polacchi della ASBS Othago, 40 della compagnia statunitense Greystone e 125 della statunitense Academi, 26 cecchini baltici e 18 ufficiali della NATO. Inoltre, nella sola giornata del 1° luglio i golpisti hanno perso almeno 14 soldati, 8 carri armati T-64, 3 BTR-80, 10 BMP, 1 elicottero Mi-8, 4 aerei d’attacco Su-25 e 1 cacciabombardiere Su-24, 9 autocarri e 2 mortai. Vengono catturati anche 20 sistemi lanciarazzi Grad. Infine, il 2 luglio, all’aeroporto di Dnepropetrovsk si schianta un aereo d’attacco ucraino Su-25, di rientro dal bombardamento di Donetsk.
1048897 Una serie di misure per una via d’uscita dalla crisi ucraina viene concordata tra i ministri degli Esteri di Germania, Francia, Russia e Ucraina incontratisi a Berlino. Nella dichiarazione congiunta, i ministri hanno chiesto al gruppo di contatto di riprendere il lavoro “entro e non oltre il 5 luglio con l’obiettivo di raggiungere un cessate il fuoco permanente, incondizionato e di comune accordo“. Il gruppo dovrebbe comprendere rappresentanti di Kiev e delle Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk. “Il cessate il fuoco deve essere monitorato dalla Missione di monitoraggio speciale OSCE in Ucraina, in conformità con il suo mandato“. “Tutte le parti devono contribuire a un ambiente sicuro“. Il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius ha detto, “Il nostro compito è prima di tutto raggiungere la pace e la sicurezza. Penso che l’accordo tra i quattro Paesi raggiunto rappresenti un passo nella giusta direzione”. Turchinov e gli altri agenti nazi-atlantisti, che operano in favore dell’influenza di Washington in Ucraina, cercano da giorni di sabotare tale accordo, “Faremo di tutto per eliminare i separatisti e liberare l’est dell’Ucraina“, ha detto Aleksandr Turchinov, il ‘presidente’ del parlamento golpista ucraino. Sono 110000 i rifugiati ucraini in Russia. Il primo ministro russo Dmitrij Medvedev dichiara che il presidente ucraino Petro Poroshenko è personalmente responsabile di ogni vittima dell’azione militare di Kiev, “Rompendo la tregua, il presidente Poroshenko ha commesso un grave errore. Provocherà nuove vittime, e ne sarà personalmente responsabile. Sarà molto più difficile rilanciare i colloqui. Queste sono le regole di una guerra“.
Il Vicepremier russo Dmitrij Rogozin promette “pieno sostegno” alla Transnistria, spiegando che con l’associazione della Moldavia all’UE, Mosca  aprirà i suoi mercati alla repubblica di Transnistria e le fornirà aiuti. L’obiettivo della Russia è garantire condizioni di vita dignitose ai residenti della Transnistria. Funzionari governativi di Russia e Repubblica di Transnistria hanno firmato una serie di memorandum sulla cooperazione nel commercio, economia, istruzione e cultura. Rogozin ha definito la posizione pro-UE della Moldova contraria alla “logica naturale della vita”, quando 700000 cittadini moldavi lavorano in Russia e i loro redditi sostengono il bilancio del loro Stato. Ha ribadito che Chisinau non prende in considerazione gli interessi del popolo della Transnistria. “Oggi i diritti fondamentali dei residenti della Transnistria vengono violati dalla Repubblica di Moldavia e da tutti coloro che sostengono la firma dell’accordo di associazione con l’Unione europea. In questa situazione ci accingiamo a rivolgerci a una prassi insolita, ma permessa dal diritto internazionale e dalla nostra Costituzione, fornendo ogni tipo di assistenza alla regione in modo che la Transnistria possa sopravvivere a tale periodo difficile“.

10491984Fonti:
Alawata
Colonel Cassad
RIAN
RussiaToday
RussiaToday
RusVesna
RusVesna
Vineyard Saker
Vineyard Saker
Vineyard Saker
Vineyard Saker
Vineyard Saker
Voice of Russia
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