Israele cerca solo di guadagnare tempo!

Nasser Kandil Global Research, 16 luglio 2014

GazaBigWar1. Secondo lei, signor Kandil, fino a che punto Israele potrebbe spingere il suo assalto a Gaza?
Penso che Israele sia in difficoltà perché non può permettersi la pace che legittimerebbe la sua esistenza, come non può permettersi una guerra che gli consenta di tornare al “periodo delle iniziative”. Questo è il motivo per tale ennesima aggressione a Gaza, distruggendo tutto ciò che può colpire, armi, capi, combattenti e infrastrutture, ritenendo che ciò gli darebbe notevoli benefici nella prossima fase del conflitto. Guadagnare tempo sembra essere “l’unica strategia del momento” di fronte alla nuova mappa regionale che si delinea, dove non è più un fattore decisivo. Questo è anche il motivo per cui retrocede sulla creazione dello Stato curdo, che all’inizio ha incoraggiato [1], il clima internazionale e regionale è dominato da avvertimenti contro i pericoli delle partizione dell’Iraq.

2. Altre guerre d’Israele sono dunque in vista?
Quello che posso assicurare è che se Israele decide di impegnarsi in una guerra aperta e totale, troverà una Resistenza pronta ad andare fino in fondo e senza alcuna intenzione di lasciare porte aperte agli “aggiustamenti” che continua a pretendere ogni giorno [...]

3. Dice che Israele non ha una strategia chiara e che cerca solo di guadagnare tempo. Perché?
Penso che tutto ciò che la nostra regione ha vissuto dalla guerra d’Israele contro il Libano, nel luglio 2006, sia il risultato del rapporto intitolato “Baker-Hamilton” presentato al presidente George W. Bush il 6 dicembre 2006 [2] [3]. In realtà, sono passati otto anni, il Libano era sull’orlo di una guerra memorabile che ha imposto una nuova equazione regionale dopo “l’erosione della deterrenza israeliana“. Per cui è nato il nuovo approccio statunitense, presentato in tale famosa relazione firmata e supervisionata dai due pilastri democratico e repubblicano alla guida dei servizi segreti e degli Esteri, e Consiglieri della Sicurezza Nazionale… In breve, la relazione invita gli Stati Uniti a fare tutto il possibile per risolvere il conflitto israelo-palestinese, implicitamente riconoscendo:
• la sconfitta del progetto statunitense in Iraq e in Afghanistan,
• il fallimento del ruolo regionale d’Israele,
• l’emergere di potenze regionali concordi con gli Stati Uniti nel salvare l’Iraq e stabilizzare la regione.
Ciò sulla base del ritiro statunitense da Afghanistan e Iraq, con:
• l’accettazione di una partnership USA-Russia per gestire la stabilizzazione della regione,
• il riconoscimento del ruolo centrale dell’Iran, Stato nucleare, su Afghanistan, Iraq e Stati del Golfo,
• riconoscimento del ruolo influente della Siria nel Levante.
Ma la cosa più importante di tale relazione è spingere Israele ad attuare le risoluzioni delle Nazioni Unite sul conflitto arabo-israeliano, tra cui:
• uno Stato palestinese nei territori occupati nel 1967 con capitale Gerusalemme est
• una giusta soluzione al problema dei profughi sulla base della “risoluzione 194″ garantendo il diritto al ritorno e al risarcimento,
• la restituzione del Golan siriano occupato alla linea del 4 giugno,
• il ritorno ai libanesi delle fattorie Shaba.
Dal dicembre 2006 viviamo le conseguenze della denigrazione del rapporto Baker-Hamilton con  una serie di guerre per procura e conflitti che insanguinano l’asse della Resistenza. Nessuno conosce la portata della cooperazione tra Israele e Stati del Golfo, come Arabia Saudita e Qatar, per contrastare le raccomandazioni della relazione strategica degli Stati Uniti, o trovare alternative e quindi ignorare la Roadmap che raccomanda di garantire la necessaria stabilità regionale. Tali imbrogli si sono complicati passo passo. Per iniziare, c’erano le elezioni iraniane del 2008 con il piano di rovesciare il Presidente Ahmadinejad ed imporre Muhammad Khatami al potere con la promessa di permettere all’“Impero iraniano il suo dossier nucleare” contro l’abbandono della causa palestinese. All’epoca, Martin Indyk aveva parlato di “rovesciare l’Iran in Palestina”. Tale scommessa fallì, e la prima guerra contro Gaza ebbe luogo, ancora con lo stesso slogan di Indyk: “rovesciare l’Iran in Palestina”. Consacrata la sconfitta d’Israele, la ripresa del percorso di pace fu ridotta ad imporre all’Autorità palestinese ulteriore obbedienza. Quindi nel 2010 il piano di Hillary Clinton per una pace israelo-palestinese “parziale” fatta di concessioni minime degli israeliani. Ma l’estremismo israeliano è responsabile della distruzione del piano di Clinton, il piano d’Israele è una pace che si traduca nell’”alleanza arabo-israeliana contro l’Iran“. In altre parole, i sionisti hanno scelto di costruire tale alleanza invece di accettare il basso costo che avrebbe rappresentato lo smantellamento del 10% degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, per garantire la continuità territoriale tra le parti del residuale mini-Stato palestinese.

4. Israele continuerà a guadagnare tempo iniziando altre guerre di logoramento, senza esaurirsi?
Dalla sconfitta d’Israele nella sua guerra contro il Libano, nel luglio 2006, riteniamo che non sia più questione di guerra aperta israeliana o statunitense. Ma la negazione di nuove realtà sul terreno  riempirebbe il vuoto strategico dopo il ritiro degli Stati Uniti da Iraq e Afghanistan. Pertanto, dal dicembre 2006, cioè negli ultimi otto anni, Israele cerca di evitare di pagare il conto della Baker-Hamilton, creando ogni sorta di problema per paralizzare l’Asse della Resistenza formato da Iran, Siria, Hezbollah e anche Hamas. Opportunamente, l’esplosione della cosiddetta “primavera araba” certamente nata dalla rabbia popolare contro i loro governanti, è stata l’occasione per Stati Uniti, Turchia e Qatar d’ adottare la loro idea di affidare il potere regionale ai Fratelli nusulmani, con l’idea che l”impero ottomano’ avrebbe ereditato il potere in Tunisia ed Egitto, con alla sola condizione di abbandonare la Siria. La guerra “universale” contro la Siria ha avuto quindi luogo, ma è fallita, mentre la strategia del caos ha creato un ambiente favorevole al terrorismo e al suo radicamento, con il rischio che il califfato del SIIL divida l’Iraq ed altre entità della regione…
Nel frattempo, Hamas ha perso l’illusione che l’identità condivisa con i Fratelli musulmani prevalesse sull’appartenenza alla resistenza palestinese. Ma dopo il fallimento delle vittorie in Egitto e Siria, ha rivisto i conti. I neo-ottomani sono stati sconfitti e il “Fronte del Rifiuto” si avvicina alla vittoria, Hamas non riesce a trovare il suo posto che rientrando nella trincea della resistenza all’occupazione israeliana. Israele ha fallito nonostante i ripetuti tentativi di minare la Resistenza.  Indipendentemente dalle posizioni assunte da certi capi di Hamas, qualsiasi siano i disaccordi con Fatah. Ciò che conta è che le Brigate al-Qasam (ramo militare di Hamas) operino e siano pienamente impegnate nella lotta contro l’aggressione israeliana a Gaza. Israele ha scommesso sulla sconfitta della Siria, e sulla sconfitta di Hezbollah in Siria, sostenendo i vari rami di al-Qaida con i suoi raid aerei [4] su Jamraya [Centro di ricerca scientifica a nord ovest di Damasco], nella speranza che vincessero la guerra ad al-Qusayr [maggio 2013], i raid su Janta affinché vincessero a Yabrud, e i raid su al-Qunaytra per imporre la cintura di sicurezza alla cosiddetta opposizione siriana complice. Ma tutti questi piani sono falliti, uno dopo l’altro. Israele oggi è in ansia perché incapace di scatenare una guerra ma anche di aspettare. Questo mentre il mondo assiste alla cristallizzazione di due campi, uno che rappresenta le crescenti forze di Russia, Cina, Brasile e altri Paesi BRICS, l’altro guidato da Washington, sconfitto in Ucraina e Siria e che si prepara ad altre sconfitte in Yemen e Iraq…
Israele si trova ad affrontare una nuova equazione basata sulla previsione di ciò che potrebbe derivare dal ritiro statunitense dall’Afghanistan, alla fine dell’anno, ora che l’Iraq è alleato di Siria e Iran, con un accordo tra occidente ed Iran si profila all’orizzonte e segnali indicanti la vittoria siriana che appaiono, mentre l’opposizione a uno Stato curdo nato dalla partizione dell’Iraq è quasi unanime, nonostante il suo dichiarato sostegno. Sa che le condizioni per una nuova guerra saranno diverse da quelle della guerra del 1973, come previsto da una relazione del Shabak [servizio di sicurezza interna d'Israele] nel 2010… Israele non potrà vincere una nuova guerra contro una resistenza che si prepara ad ogni evenienza, soffrendo dello stesso deficit strutturale che ha causato le sue sconfitte precedenti. Tutto ciò che ottiene da tale nuovo assalto su Gaza, è reindirizzare la bussola sulla “causa prima”: la lotta contro l’occupazione e la colonizzazione della Palestina.

5. Cosa ne pensate della nomina di Staffan de Mistura a successore di Laqdar al-Brahimi[5]?
Ad ogni fase della guerra contro la Siria, corrisponde un inviato con una specifica missione. Kofi Annan alla fine si dissociò con dimissioni storiche. Laqdar Brahimi, la cui unica missione era condurre colloqui politici, fece ciò che poteva. Qui siamo nella fase della scelta di De Mistura, probabilmente per le sue competenze tecniche e diplomatiche. Tecnicamente curò la prima missione dell’ONU di lancio di aiuti alimentari [Ciad – 1973], fu vicedirettore del Programma alimentare mondiale [2009-2010]. Diplomaticamente, ha ricoperto vari incarichi presso le Nazioni Unite [6], in particolare come rappresentante speciale delle Nazioni Unite in Afghanistan [2010-2011], Iraq [2007-2009] e Libano [2001 - 2004]. Pertanto, la sua nomina suggerisce l’esistenza di una nuova mappa regionale dall’Afghanistan al Libano, dove per anni ha gestito il conflitto tra Hezbollah e Israele e lo Stato libanese. In altre parole, ha le chiavi del conflitto arabo-israeliano. Probabilmente  non controlla sufficientemente il dossier siriano, ma può essere compensato dalle sue numerose relazioni con personalità regionali, che si precipiteranno, come dovrebbero, per renderlo edotto dei più piccoli dettagli.

6. Secondo Voi, qual è la missione di De Mistura?
Preparare il tavolo per la nuova mappa regionale. Come mediatore delle Nazioni Unite nel conflitto siriano, può passare dalla Siria a Iraq, Afghanistan e Libano. Penso che sarà il partner principale del presidente egiziano al-Sisi.

7. Tale nuova carta regionale richiede la partizione dell’Iraq?
Non credo assolutamente.

8. Eppure molti dicono il contrario, prevedendone la partizione in tre Stati: sunnita, sciita e curdo.  Alcuni parlano anche di uno “Stato del SIIL!”
In sostanza, l’idea di partizione, non solo dell’Iraq, si basa sulla tesi di Bernard Lewis, il famoso storico statunitense [7], la cui tesi venne discussa sotto l’egida della NATO a Francoforte nel novembre 2012. La domanda era: “Dovremmo mantenere i confini tracciati da Sykes-Picot, o dovremmo riprogettarli sulla base dei dati demografici regionali?“, cioè in base alle popolazioni sunnita, sciita, curda, alawita, ecc… tale partizione in linea di principio sarebbe più facile in Iraq che altrove. Se dovesse avvenire, il secondo passo dovrebbe portare alla partizione della Turchia, creando uno Stato curdo nei suoi territori orientali, e non dell’Iran, al 90% dalla stessa confessione. Ciò spiega l’immediata ritirata dei capi turchi che iniziano a rendersi conto che pagheranno per l’aggressione alla Siria, soprattutto per Qasab e Aleppo. Da parte loro, i sauditi hanno finalmente capito che rischiano grosso vedendo gli Houthi alla periferia di Sana, e la minaccia della creazione di uno Stato sciita sulle coste petrolifere orientali del loro regno. Ecco perché credo che la decisione sarà altra che non la partizione, ed è per questo motivo che quattro dichiarazioni dicono NO ad uno Stato curdo in Iraq! Di Ban ki Moon [8], del Presidente al-Sisi [9], dal comunicato congiunto Stati Uniti e Russia, del numero due della sicurezza nazionale alla Casa Bianca, Tony Blinken, che ha dichiarato che “l’unità dell’Iraq è l’obiettivo da difendere“. E quando si dice ciò, s’intende NO alla partizione dell’Iraq!

Nasser Kandil 11/07/2014, sintesi di due interventi:
Video di al-Mayadin, MN Kandil è intervistato da Diya Sham e articolo su al-Bina;
Trascrizione e traduzione di Mouna Alno-Nakhal per Mondialisation.ca

ISIS TerritoryNote:
[1] Il premier israeliano è a favore di un Kurdistan indipendente
[2] Baker-Hamilton Report 2006
[3] Baker-Hamilton/Wikipedia
[4] VIDEO. Raid israeliano in Siria uccide almeno 42 soldati, bilancio incerto
[5] Staffan de Mistura successore di Brahimi come mediatore
[6] Staffan de Mistura/Wikipedia
[7] Bernard Lewis/Wikipedia
[8] L’Iraq deve avere uno Stato unito, secondo Ban Ki-moon
[9] Egitto: Sisi, un referendum nel Kurdistan iracheno sarebbe una “catastrofe”

Nasser Kandil è un ex-deputato libanese ed direttore di TopNews-Nasser-Kandil e del quotidiano libanese al-Bina
Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Una jihad globale contro i BRICS?

Alfredo Jalife-Rahme  Rete Voltaire 18 luglio 2014

Lungi dall’essere un’alleanza levantina utile alle ambizioni occidentali, il nuovo “Califfato” del XXI secolo riflette gli obiettivi dell’imperialismo globale: per Washington, l’Emirato islamico è un’arma di distruzione di massa dei Paesi emergenti Russia, India e Cina. Alfredo Jalife ne fa un’analisi che va ben oltre Siria e Iraq.

BsQ1JphCAAA06t5Il mistero che circonda la creazione e stupefacente espansione del gruppo jihadista sunnita Stato Islamico in Iraq e Levante (Siria e Libano), SIIL in italiano e Daash in arabo, gruppo che sembra aver diffuso “confusione”, inizia a dissiparsi per l’impatto geostrategico che avrà sui confini di  Russia, India e Cina, i tre Paesi che costituiscono il gruppo dei Paesi emergenti noti come BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa), che hanno avuto il loro sesto vertice a Fortaleza. Il SIIL, che ha ufficialmente cambiato il nome in “Stato islamico”, ha scelto il primo giorno del mese del digiuno musulmano, il Ramadan, giorno di grande significato simbolico, per inscenare l’istituzione del “Califfato islamico” nei territori sotto occupazione militare, e nominare Abu Baqr al-Baghdadi, suo misterioso capo, nuovo califfo (che in arabo significa “discendente” del profeta Muhammad).  Impresa pericolosa la creazione del nuovo califfato dallo “Stato islamico” sunnita, un’eresia totale per 300 milioni di sciiti (20% del numero di musulmani nel mondo), in quanto:
1. il califfato, creato dai “compagni” del Profeta, non potrebbe essere sunnita e fu causa della frattura con gli sciiti che seguono Ali (cugino del Profeta);
2. Abu Baqr, padre della leggendaria Aisha e patrigno del Profeta, primo califfo dell’Islam sunnita, è  il nome di battaglia del “nuovo califfo del XXI secolo”;
3. il califfato sunnita si estende dai confini dell’Iran, nella provincia di Diyala, ad Aleppo (Siria) ai confini della Turchia.
Il califfato originale scomparve dopo la prima guerra mondiale, in seguito alla sconfitta dell’impero ottomano suddiviso secondo la divisione artificiale del Medio Oriente decisa dall’accordo segreto anglo-francese Sykes-Picot; accordo che de facto il nuovo califfato del XXI secolo ha sepolto abolendo il confine tra Siria e Iraq, avvantaggiando il nuovo confine militare del Kurdistan iracheno. Anche se epifenomeno multidimensionale, le possibili conseguenze del nuovo califfato del XXI secolo sono enormi a livello locale, regionale ed eurasiatico, laddove il controllo del petrolio gioca un ruolo importante, dato che parte dell’irredentismo è legato alla sua jihad per il petrolio, così come alla proiezione geopolitica nel prossimo quinquennio. Il conflitto armato del 1980-1988 che oppose gli arabi iracheni (al tempo di Sadam Husayn) ai persiani iraniani (sotto l’Ayatollah Khomeini), prima che Stati Uniti, Gran Bretagna e NATO avviassero le guerre in Iraq (1990-1991 e 2003-2011) dovute al nepotismo dinastico dei Bush (padre e figlio), servì a “qualcuno”. Dopo essere stato tormentato dalla guerra per 34 anni di fila, l’Iraq, ora in avanzato degrado, entra in una nuova fase: la replica etno-religiosa delle guerre di religione europee del XVII secolo, tra sunniti e sciiti, un conflitto che rischia di durare altri 30 anni e già percepibile in vari Paesi del “Medio Oriente allargato” (che secondo il generale israeliano Ariel Sharon, si estende dal Marocco al Kashmir e dalla Somalia al Caucaso), Iraq, Siria, Libano, Yemen, Bahrayn e Arabia Saudita (nelle regioni orientali, dove la “minoranza” sciita è maggioranza), con la partecipazione da dietro le quinte (ma già visibili) e a livello regionale, delle sei monarchie del Consiglio di cooperazione degli Stati arabi del Golfo Persico, Turchia, Giordania e Iran, per non parlare del Kurdistan iracheno (grande alleato d’Israele).
Collocato nel cuore dell’Eurasia, il nuovo califfato del XXI secolo ha profonde implicazioni  geostrategiche sui RIC che, a differenza di Stati Uniti e Paesi del continente americano, dove la presenza musulmana è infinitesimale (0,8% negli Stati Uniti, 0,42% in Sud America e il 1,6% in tutto il continente americano), hanno significative “minoranze” musulmane. A mio parere, il nuovo califfato del XXI secolo e la sua jihad globale, volta al petrolio e a scopi geostrategici, consuma i confini delle regioni musulmane dei RIC e modifica i dati demografici di quei Paesi, la cui popolazione musulmana totale è circa 200 milioni di abitanti, tenendo conto della forza antagonista esercitata dagli Stati Uniti su Russia e Cina (attraverso la dottrina Obama). Con il vantaggio, come ho già spiegato, della preponderanza del “fattore islamico” in India, Paese che affronta una catastrofe demografico-geopolitica. Vladimir Putin ha detto che “gli eventi provocati dall’occidente in Ucraina sono la dimostrazione su piccola scala dell’esistenza della politica del contenimento contro la Russia”. E’ impossibile ignorare i vasi comunicanti tra Ucraina, Mar Nero, Caucaso e Medio Oriente, e con molta intensità, il “fattore ceceno”. Secondo Putin, i “Paesi occidentali”, dato il crollo del mondo unipolare, pretendono d’imporre i loro principi agli altri Paesi per trasformare il mondo in un “cartello globale”. Quando la guerra fredda era all’apice, il libro dell’aristocratica francese Hélène Carrère d’Encausse dal titolo L’impero esploso: la rivolta delle nazioni in URSS, un libro che prevedeva la dissoluzione dell’Unione Sovietica, evidenziava la vulnerabilità alla crescita frenetica della popolazione poligama musulmana della coesione di questo Paese. I politici degli Stati Uniti, tra cui il vicepresidente Joe Biden, cominciano a parlare di “modello demografico” dell’”impero esploso” di una Russia già ridotta a dimensione congrua, dove una minoranza musulmana consistente rappresenta il 15% della popolazione (20 milioni di persone) presente nella regione del Volga, negli Urali e nell’ipersensibile Caucaso del nord (Daghestan, Cecenia, ecc.).
Anche la Cina ha una “minoranza” musulmana sunnita molto turbolenta e visibilmente istigata dall’estero: i famosi uiguri di origine mongola legati alle controparti in Asia centrale e in Turchia,  maggioranza nella regione autonoma del Xinjiang e la cui popolazione arriva a 10 milioni (sulla base del censimento del 2010). Regione assai strategica, lo Xinjiang, con una superficie di 1600000 kmq, è pieno di petrolio ed è il maggiore produttore di gas naturale in Cina, con significative riserve di uranio. I legami commerciali tra Xinjiang e Kazakistan sono di grande importanza geostrategica, nel cuore dell’Eurasia. Recentemente, i separatisti sunniti uiguri hanno aumentato gli attacchi a Pechino, la capitale cinese. Cercando di rovesciare il governo locale cinese, tali separatisti sono ispirati dalla teologia della jihad globale che oggi sostiene il nuovo califfato del XXI secolo e a cui possono ben aderire.
Il nuovo califfato del XXI secolo e la sua jihad globale contro i BRICS saranno parte del “cartello globale” dei “Paesi occidentali”?

10525926Alfredo Jalife-Rahme La Jornada (Messico)

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il 777 malese abbattuto sull’Ucraina

Gordon Duff e Jim W. Dean Veterans Today

20Da Global Travel Industry News: ETN ha informazioni da un controllore del traffico aereo a Kiev sul volo MH17 delle Malaysia Airlines. Il controllore del traffico aereo di Kiev è cittadino spagnolo  e lavorava in Ucraina. È stato dimissionato da controllore del traffico aereo civile, insieme ad altri stranieri, subito dopo che l’aereo passeggeri delle Malaysia Airlines è stato abbattuto sull’Ucraina orientale uccidendo 295 passeggeri e membri dell’equipaggio a bordo. Il controllore ha suggerito,  privatamente e basandosi su fonti militari di Kiev, che l’esercito ucraino sia dietro tale faccenda. Le registrazioni radar furono immediatamente sequestrate dopo che apparve chiaro che l’aereo passeggeri è stato abbattuto. I controllori del traffico aereo militari, nelle comunicazioni interne, riconoscono di esservi coinvolti, ed alcune chiacchiere tra militari dicono che non sanno da dove provenisse l’ordine di abbattere l’aereo. Ovviamente è successo dopo una serie di errori, dato che lo stesso aereo era scortato da due caccia ucraini fino a tre minuti prima che sparisse dai radar. Schermate radar mostrano anche un cambio inspiegabile del Boeing malese. Il cambio di rotta dell’aereo direttamente sulla regione in conflitto dell’Ucraina orientale. Alcuni tweet suggeriscono che potrebbe trattarsi di una rivolta militare segreta contro l’attuale presidente ucraino, guidata dall’ex-premier Timoshenko. Secondo altre indiscrezioni, la scatola nera del volo delle Malaysian Airlines schiantatosi è stata presa dai separatisti del Donetsk. Un portavoce dei ribelli ha detto che la scatola nera sarà inviata all’Interstate Aviation Committee di Mosca.

10559678La polemica su Putin continua: l’aereo delle Malaysian Airlines MH17 seguiva quasi la stessa rotta del jet del presidente russo Vladimir Putin, poco prima dell’incidente che ha ucciso 298 persone, afferma Interfax citando fonti. “Posso dire che l’aereo di Putin e il Boeing malese s’intersecano nello stesso punto e nello stesso scaglione. Presso Varsavia, lo scaglione 330-m e alla quota di 10100 metri. Il jet presidenziale era lì alle 16:21 ora di Mosca e l’aereo malese alle 15:44 ora di Mosca”, ha detto una fonte anonima all’agenzia. “Le sagome degli aeromobili sono simili, come le dimensioni, molto simili, e la colorazione che a distanza abbastanza alta, è quasi identica“, aggiunge la fonte. Allo stesso tempo, ci sono segnalazioni contraddittorie da Intefax, prima e unica fonte mediatica a pubblicare la notizia secondo cui l’aereo presidenziale non sorvolava l’Ucraina nello stesso momento. Come ha detto una fonte a Gazeta.ru, l’aereo di Putin decolla da Vnukovo-3 (il terminale per i business jet), ma il presidente non vola sul Paese limitrofo preda del conflitto. “Putin ha un solo jet, Ufficio Uno, che non vola come gli altri aerei. Questo aereo decolla sempre da Vnukovo-3, ma l’aereo presidenziale non sorvola l’Ucraina da tempo“, ha detto la fonte di Vnukovo-3. Il presidente Putin era in viaggio dal Brasile, dove ha partecipato al vertice BRICS, a Mosca.

10521190‘La tragedia non ci sarebbe stata se ci fosse la pace in Ucraina’
L’Ucraina dovrebbe assumersi la responsabilità della tragedia dell’aereo di linea malese, ha detto il capo dello Stato russo in una riunione su questioni economiche, che ha proposto d’iniziare con un minuto di silenzio in memoria delle vittime del disastro.

10463049Dito puntato contro Israele: il primo ministro australiano Tony Abbott, ex-gesuita e noto “mattoide”,  che i suoi gestori israeliani usano, come altri loro “mattoidi”, per lanciare l’allarme anche questa volta. “Loro” hanno scelto il più squilibrato capo occidentale per spacciare una storia bizzarra che riconduce a Tel Aviv, sempre più riconosciuta come burattinaia della giunta a Kiev. Il premier australiano: “I ribelli filo-russi sarebbero dietro l’incidente dell’aereo malese”. Il primo ministro australiano Tony Abbott ha detto che “ribelli filo-russi” sarebbero responsabili dell’abbattimento dell’aereo di linea delle Malaysia Airlines sull’Ucraina orientale. Voci non confermate sull’aereo malese scambiato per il jet di Putin che aveva sorvolato la zona pochi istanti prima, indicano Israele e la giunta di Kiev quali principali sospettati. Potrebbe essere stato un tentativo di assassinare Putin. Persone sulla scena hanno trovato un sacchetto con passaporti e attrezzature mediche.
Con l’avvio dell’attacco terrestre israeliano a Gaza, potrebbero sostenere che l’aereo fosse:
1: una “chiatta per cavalli egiziana”, abbattuta per errore
2: che spiava i movimenti delle truppe israeliane (come le scuse israeliane sull’USS Liberty)

F15C_BaseMike Harris: la Malesia ha ospitato il tribunale sui crimini di guerra che accusa George W. Bush e compagnia, come Israele, di crimini di guerra. Forse è per questo che è presa di mira. Si sostiene che un missile Buk è stato sparato contro l’aereo di Putin. La versione dell’Air Force One del Presidente Putin dispone di ampi moduli ECM che possono ingannare i missili in arrivo. Se un missile gli venisse puntato e sparato contro, l’ECM, come con l’”Air Force One“, l’ingannerebbe. E’ anche probabile che la Russia abbia una “backdoor” nei sistemi che costruiscono, come quelli che gli ucraini hanno schierato presso Donetsk. Non abbiamo alcuna conferma che l’aereo di Putin fosse scortato da caccia, ma si presume di no. Se un missile avesse colpito l’aereo malese, la prova sarà facilmente individuabile e i relitti del missili dovrebbero già esser stati trovati. Quanto alla questione se un missile aria-aria o terra-aria ne sia responsabile, dovremmo saperlo tra ore, a meno che sia soppresso. In entrambi i casi, le minacce infantili di John McCain, di colpire solo se i responsabili dovessero essere i nemici dei suoi “controllori”, è una dichiarazione imprudente.

10544392Storie riconducibili all’intelligence israeliana, secondo cui un jet russo è responsabile dell’incidente del 777 delle Malaysian Airlines vengno diffuse presso chiunque sia abbastanza stupido da ascoltarle. Mostrare il fianco subito è un errore monumentale. Ecco ciò che sappiamo finora, sebbene non confermato. Un caccia F-15 di costruzione statunitense è decollato da un aeroporto in Azerbaigian. Già nel 2010, l’Azerbaigian affermò che questa e un altra base dell’aviazione furono state occupate da militanti armeni. Tuttavia, queste due strutture ospitano aerei israeliani trasferitisi durante le esercitazioni con l’aeronautica militare turca. La Turchia ha permesso ad Israele di addestrare i piloti nei bombardamenti strategici su aree selezionate, perché molto simili ai potenziali bersagli in Iran. Israele avrebbe inviato 8 aeromobili per addestrarsi con i turchi, 6 sarebbero tornati in Israele, 2 andarono in Azerbaijan in vista di un attacco aereo pianificato sull’Iran. Per facilitare la manovra, l’Arabia Saudita diffuse storie fasulle affermando che aveva negato le richieste israeliane di attraversarne il territorio per attaccare l’Iran. Queste basi sono rifornite dal porto georgiano di Poti. Le armi per l’”attacco mai accaduto” furono scaricate a Poti dall’USS Grapple, nel 2010, e spedite con gli aiuti agli estremisti ceceni che lavorano per Fondazione Jamestown e Rand Corporation. Tali organizzazioni sono state recentemente scoperte collaborare in Turchia con i gruppi che sostengono le operazioni del SIIL in Iraq, come riportato da Jeffrey Silverman, capo dell’ufficio di Tbilisi di Veterans Today. La ragione per l’attacco aereo non è chiara e può essere solo ipotizzata. È un episodio estremamente grave. I separatisti filo-russi in Ucraina non hanno sistemi di difesa aerea in grado di operare così in alto, e  la necessità di usarli contro aerei da attacco al suolo, loro principale preoccupazione. La sorveglianza degli Stati Uniti comprende AWACS, droni e satelliti, e può rilevare il lancio di qualsiasi missile della difesa aerea a terra e in grado di raggiungere la quota di 32000 piedi. Una tale arma sarebbe stata avvistata in pochi secondi e, essendo tutti i sistemi della regione sotto costante sorveglianza per via della natura sensibile del conflitto e le affermazioni fatte, facendo sì da aspettarsi dichiarazioni stravaganti.
Alcune domande. Perché due aerei delle Malaysian Airlines? Se qualcuno o qualcosa di così minaccioso come questo atto viene attuato e viene ritenuto “ragionevole e giustificato”, anche per gli israeliani, non sapremo mai la verità. Come minimo, agenti biologici o chimici capaci di un olocausto globale, avrebbero dovuto essere a bordo.
Dopo la scomparsa del volo 370, Chris Bollyn pubblicò le foto di un aereo identico al volo 370 affermando che l’aereo era in Israele e poteva essere utilizzato da quella nazione in un attacco terroristico. La storia affascinante che puzzava di teoria del complotto, dominò i media alternativo per qualche tempo. Vi sono ora seri motivi per rivalutarla e perché sia stata scritta e quali furono le fonti: se era semplicemente una bufala o legata a qualcosa di molto più serio. L’unica altra possibilità è la destabilizzazione della regione per suscitare la guerra mondiale. E’ ragionevole pensare che un aereo israeliano sia coinvolto perché sappiamo che sono gli unici ad agire in clandestina nella regione. Sul motivo, accusare semplicemente Israele non è possibile, come incolpare Hamas per averne ucciso 3 figli poche settimane fa.
Quindi, assumiamo ciò come altamente probabili:
Un aereo è stato utilizzato, molto probabilmente un F-15 di costruzione statunitense, per via del raggio d’azione e delle capacità.
L’Azerbaijan è coinvolto perché sappiamo che vi sono basi clandestine, confermate da ufficiali che disertarono in Iran nel 2013.
Sappiamo che Israele ha un qualche ruolo, ancora da definire, perché diffonde storie che accusano la Russia.
Poiché è un secondo aereo delle Malaysian Airlines a cadere, ricerchiamo false storie riguardanti Israele e gli aerei malesi, e rivalutiamone il significato.
Come sempre, a chi giova?

10547554Chi ha abbattuto il jet malese sull’Ucraina?
Oriental Review 18 luglio 2014

Il 17 luglio 2014 la follia di tre mesi di conflitto militare nell’oriente ucraino ha prodotto la prima scioccante conseguenza internazionale. Alle 15:20 GMT il jet Boeing 777-200 del volo MH-17 delle Malaysian Airlines, da Amsterdam a Kuala Lumpur, scompare nello spazio aereo ucraino proprio sopra l’area degli intensi combattimenti nella regione di Donetsk, schiantandosi vicino al villaggio di Grabovo, a circa 60 km af est da Donetsk. Tutti i 285 passeggeri e 15 membri dell’equipaggio sono morti. Secondo i dati disponibili l’aereo di linea “volava alla quota di 10600 metri sul 350° livello di volo“. Tale quota di volo era aperto ai voli internazionali nonostante dall’8 luglio 2014 le autorità aeronautiche ucraine “non raccomandassero” voli internazionali sulla zona al di sotto del 302° livello, cioè 9600 metri, per via dell0″operazione antiterrorismo” scatenata nella zona che coinvolge operazioni dell’aviazione ucraina e difesa aerea attiva. Quindi formalmente la compagnia malese ha rispettato i limiti dell’autorità dell’aviazione civile ucraina, anche se il rischio per la sicurezza del volo era evidente.
La zona della catastrofe è infatti l’epicentro di aspri combattimenti tra unità regolari dell’esercito ucraino e milizie armate ribelli della Novorossia contrarie al golpe anticostituzionale di febbraio a Kiev. Una fonte informata che monitora la situazione operativa nella zona, aveva già rivelato che una batteria di sistemi missilistici antiaerei Buk, delle forze armate ucraine, era stata schierata nei pressi di Donetsk. Allo stato attuale, un’altra batteria di stessi sistemi missilistici è attiva a Kharkov. L’aereo che volava a una quota di oltre 10 mila metri può essere colpito solo con armi come S-300 o Buk. Le milizie non hanno tali armi, e non possono permettersi, come è stato riconosciuto anche dal ministro della Difesa ucraino Valerij Galetej in una dichiarazione su un’altra questione, due giorni prima della tragedia del volo MH-17: “… Una “potente arma” deve essere stato utilizzata per abbattere l’aereo in volo a 6.500 metri di quota che i missili a spalla utilizzati dai separatisti non possono raggiungere“. L’esperto militare russo Igor Korochenko sostiene che la catastrofe a Donetsk è stata probabilmente causato da incompetenza degli operatori ucraini dei sistemi Buk, nei test dopo che la batteria è stata schierata nella nuova posizione. Ha detto che l’unità contraerea ucraina non ha avuto alcun tipo di formazione adeguata negli ultimi 23 anni, dal crollo dell’Unione Sovietica.
Quello che è successo oggi non è certo il primo caso di “fuoco sbagliato” dei militari ucraini su bersagli aerei civili. Il 4 ottobre 2001, il volo 1812 Tel-Aviv-Novosibirsk della Siberia Airline russa con 66 passeggeri e 12 membri d’equipaggio venne erroneamente colpito da un missile ucraino sul Mar Nero, durante le esercitazioni militari, cosa infine ammessa dagli ucraini. Nessuno a bordo  sopravvisse. Quindi, indipendentemente se l’incidente MH-17 è stato causato da negligenza criminale e incompetenza dei militari ucraini, o deliberata provocazione (sconsiderata) di Kiev per incolpare la Russia, un forte impegno internazionale a fermare Kiev immediatamente le sue azioni punitive in Novorossia, fino quando le circostanze della tragedia saranno accuratamente studiati, è urgente.

1051921Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia salva l’Iraq

L’Iraq salvato dalla Russia da una guerra civile come quella in Siria?
Valentin Vasilescu Reseau International 13 luglio 2014

????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????Chi ha addestrato i ribelli islamici del SIIL, ben armati ed appositamente preparati all’uso di efficaci sofisticate armi anticarro e alle condizioni specifiche del combattimento urbano nelle città irachene? Nel marzo 2013, Der Spiegel riferì che istruttori delle forze speciali statunitensi furono schierati dal febbraio 2012 nella base militare di Safawi, nel nord della Giordania. Casualmente, il dispiegamento militare statunitense in Giordania avvenne subito dopo l’incontro tra Hillary Rodham Clinton e re Abdullah II di Giordania, il 18 gennaio 2012. Safawi è la base utilizzata dagli statunitensi per addestrare i ribelli islamici cosiddetti “moderati”, nell’ambito del piano segreto di Stati Uniti e alleati per aiutare gli insorti a combattere contro il regime del Presidente Bashar al-Assad. L’addestramento dei combattenti islamici a Safawi fu la prima informazione a filtrare a smentiva il discorso ufficiale che affermava che Washington non aveva legami con i gruppi estremisti nemici. Gli Stati Uniti addestrarono in Giordania, nel 2012-2013, più di 200 ribelli, tra cui membri dello Stato Islamico dell’Iraq e Levante, in particolare all’uso delle armi anticarro e nei combattimenti urbani. Successivamente, il Guardian integrava le informazioni di Der Spiegel, affermando che altri ribelli islamici furono addestrati da istruttori delle forze speciali inglesi e francesi, in un’altra base nel sud della Giordania. Ad integrazione di tali informazioni, WND.com  rivelò l’esistenza di un terzo campo di addestramento del gruppo Stato Islamico dell’Iraq e Levante (SIIL), oltre ai due in Giordania, sotto la supervisione di istruttori degli eserciti di Stati Uniti, Regno Unito e Francia. Tale base non è lontana dalla base aerea di Incirlik, nei pressi di Adana in Turchia. La base aerea di Incirlik è utilizzata dall’esercito turco e dall’esercito degli Stati Uniti e si trova 40 km ad ovest del terminale petrolifero di Ceyhan, sul Mar Mediterraneo.
I combattenti del SIIL sorprendono per le loro attrezzature, pari a quelle dell’esercito iracheno.  Sono dotati di mimetiche statunitensi con giubbotti antiproiettile e dispongono di visori notturni statunitensi AN/PVS-7. Le armi leggere sono i fucili d’assalto M-16 con lanciagranate M-203 da 40 mm già montati, e mitragliatrici M60E3. È l’equipaggiamento standard dei soldati statunitensi. La difesa antiaerea è fornita dai missili statunitensi FIM-92C Stinger, e la mobilità delle subunità del SIIL è facilitata da diversi mezzi, quali blindati Humvee, MRAP e APC. Tutte queste armi sono state acquisite dopo l’attacco a sorpresa e la conseguente cattura di Mosul, nel nord dell’Iraq, dove vi sono depositi di attrezzature, armi e munizioni della 2.nda Divisione di fanteria irachena, responsabile della difesa del settentrione. Poiché tali obiettivi militari della 2.nda Divisione di fanteria erano supportati da plotoni di carri armati statunitensi M1A1 Abrams appartenenti alla 36.ma brigata corazzata, i combattenti del SIIL si dotarono di mezzi anticarro, dimostrando  competenza nel loro uso. Sul posto, 28 carri armati furono distrutti, di cui 5 crivellati dai proiettili anticarro sparatigli contro. E ancora, il SIIL non ha utilizzato i missili anticarro a guida laser 9M133 Kornet che possono penetrare la corazza per 1000-1200 mm a una distanza di 8000 m, per la semplice ragione che non avevano molti. Al contrario, il SIIL aveva lanciagranate portatili RL90 M95 (versione modernizzato del M79 OSA) fabbricati in Croazia, che possono penetrare 400 mm di corazza. Il RL90 M95 fa parte dell’arsenale consegnato ai ribelli islamici in Siria dalla Croazia, Paese membro della NATO, su richiesta di Hillary Clinton, segretaria di Stato degli Stati Uniti.
Nel luglio 2008, la Defense Security Cooperation Agency degli Stati Uniti approvò la richiesta irachena per l’acquisto di armi per un valore di decine di miliardi di dollari. La maggior parte delle armi apparteneva da decenni alle forze armate statunitensi. Verso la fine del 2012, l’esercito iracheno acquisiva:
140 carri armati M1A1 Abrams
64 veicoli blindati M1151A1B1 Hummer
92 veicoli M1152
centinaia di APC
I tre battaglioni corazzati della 36.ma Brigata abbandonarono i carri armati sovietici per essere equipaggiati con carri armati statunitensi M1A1. L’attacco alla guarnigione a Mosul dimostra che i carri armati statunitensi M1A1 Abrams non sono immuni alle armi meno costose, anche se gli Stati Uniti si vantavano, fino a quel momento, che i loro carri armati fossero invulnerabili. Dopo l’occupazione dell’Iraq da parte dell’esercito degli Stati Uniti, tutti gli aviogetti MiG-21, MiG-23, MiG-29, Su-22, Su-24, L-39, Mirage F-1Q e gli elicotteri d’attacco Mi-24 rimasti illesi dopo i bombardamenti furono demoliti dalle truppe di occupazione. Al contrario, gli Stati Uniti permisero all’Iraq di acquistare:
36 aerei turboprop d’attacco al suolo Beechcraft AT-6B Texan II
8 aeromobili con motori a pistoni Cessna 208 Caravan, adattati al lancio di missili anticarro
10 elicotteri da ricognizione Bell OH-58 Kiowa
24 elicotteri civili Bell 407
Gli elicotteri sono armati con mitragliatrici e razzi. Durante i combattimenti contro i gruppi del SIIL, 6 elicotteri di produzione statunitense sono stati abbattuti dalle armi pesanti dei ribelli, perché privi di protezione. Il primo ministro iracheno Nuri al-Maliqi ha cercato l’aiuto della Russia per combattere il terrorismo, acquistando un primo lotto di 12 elicotteri corazzati Mi-35, che ora sopportano il peso della lotta contro il gruppo SIIL. Oltre agli equipaggiamenti di cui sopra, l’esercito iracheno è stato dotato dagli statunitensi di:
10 aerei da ricognizione Beechcraft 350 King Air
18 velivoli monomotori giordani Seabird SBL-360 Seeker/Westar dotati di sensori (velocità massima 207 kmh)
6 velivoli da trasporto C-130J Hercules.
Tutti questi mezzi si sono rivelati vulnerabili al fuoco delle mitragliatrici pesanti e ai missili portatili, pertanto inefficaci contro colonne e piccoli gruppi in movimento dei jihadisti del SIIL. Anche se nel marzo 2009 il governo iracheno comprò e ricevette l’approvazione del Congresso per l’acquisto di uno squadrone di 18 F-16E/F Block 60 o F-16 C/D Block 52+ (Desert Falcon) oggi nessuno di essi è ancora stato consegnato dagli Stati Uniti. Pressato dall’offensiva del SIIL, il primo ministro iracheno ha fatto di nuovo appello alla Russia, il 25 giugno 2014, ricevendo i primi 3 dei 5 velivoli d’attacco al suolo Su-25, armati e pronti al combattimento, che prenderanno parte ai combattimenti a 3-4 giorni dall’arrivo. Il 28 giugno 2014, sulla pagina facebook del primo ministro iracheno, apparve l’annuncio relativo alla fornitura dei 6 velivoli Su-30K, parte dei 12 Su-30K e 5 Su-25 che costituiscono il contratto da 500 milioni di dollari firmato con la Russia.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il ritorno del principe Bandar

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 12/07/2014

ISIScaliphateIl principe Bandar bin Sultan bin Saud bin Abdulaziz è il padrino della Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (SIIL), ora chiamato “Stato islamico” o “Califfato islamico”. Senza il sostegno saudita alle forze più radicali dell’opposizione islamica che combattono il presidente siriano Bashar al-Assad, è dubbio che il SIIL sarebbe stato altro che una frangia in Siria. Anche se Bandar è stato cacciato dalla politica saudita prima, ora sembra che le speranze dell’eliminazione del vecchio ex-ambasciatore saudita negli Stati Uniti e amico personale della famiglia Bush fossero semplicemente un “wishful thinking” di coloro che l’hanno incrociato in passato. Bandar è tornato nell’influente posizione di consulente di re Abdullah dopo essere stato licenziato da capo dell’intelligence saudita lo scorso aprile. Il nuovo titolo di Bandar è “consigliere del re e suo inviato speciale”. Bandar in realtà non ha mai lasciato la cerchia interna saudita. Dopo essere stato dimesso dalla guida dei servizi segreti ad aprile, ha mantenuto la posizione di segretario generale del Consiglio di sicurezza nazionale saudita, una posizione analoga a quella di Susan Rice alla Casa Bianca, di consigliera per la sicurezza nazionale e direttrice del Consiglio di Sicurezza Nazionale. Il ritorno di Bandar nella Casa dei Saud avviene mentre re Abdullah nomina il viceministro della Difesa, appena licenziato, principe Qalid bin Bandar bin Abdul Aziz a nuovo capo dell’intelligence saudita. Il principe Qalid ora occupa quella posizione di collegamento con i ribelli siriani che il principe Bandar aveva quando i sauditi organizzarono l’invio di milioni di dollari in contanti e armi ai salafiti radicali e ai taqfiri che combattono Assad in Siria. Anche se sembra che Bandar sia coinvolto in una sorta di scisma interno alla Casa dei Saud, ci sono voluti appena due giorni a Qalid per perdere la carica di viceministro della Difesa, tenuta per soli 45 giorni, ed essere nominato capo dell’intelligence saudita. Anche se condividono lo stesso nome, il capo dell’intelligence saudita Qalid bin Bandar non deve essere confuso con l’imprenditore saudita Qalid bin Bandar bin Abdulaziz al-Saud, figlio del principe Bandar.
1131L’importante posizione di viceministro della Difesa resta vacante, costringendo il ministro della Difesa Salman bin Abdulaziz, il principe ereditario, a gestire le operazioni quotidiane del ministero della Difesa. Il riordino del governo saudita è volto a garantire che i funzionari della Difesa e dell’intelligence saudite siano allineati nel riaffermare il controllo sul SIIL che avanza su Baghdad avvicinandosi al confine iracheno-saudita, dove alcune scaramucce di confine tra guerriglieri del SIIL e truppe di frontiera saudite si sono già svolte. Senza dubbio, la Casa dei Saud è un importante finanziatore del SIIL dall’inizio della guerra civile in Siria. Il fronte al-Nusra (Jabhat al-Nusra), finanziato principalmente dal Qatar, ha promesso sostegno alle forze del SIIL sparse nel settentrione e occidente dell’Iraq, estendendone la portata nel nord-est della Siria. L’obiettivo dell’Arabia Saudita è sempre destabilizzare l’Iraq e la Siria, nella speranza che i governi Nuri al-Maliqi e Bashar al-Assad, siano rovesciati e sostituiti con i regimi sunniti radicali grati ai sauditi. Bandar vuole anche limitare l’influenza del Qatar, che ritiene sostenere la fratellanza musulmana, acerrimo nemico della Casa dei Saud. Il ritorno al potere di Bandar segnala il congelamento della distensione tra l’Arabia Saudita e l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad al-Thani. Bandar fu originariamente dimesso da capo dell’intelligence saudita dopo che il presidente Barack Obama incontrò re Abdullah a Riyadh il 28 marzo. I compiti di Bandar quale interlocutore dei sauditi con i ribelli siriani, furono passati al ministro degli Interni saudita principe Muhammad bin Nayaf. Tali oneri sono ora assunti dal principe Qalid. Il principe Muhammad ha contribuito nel sostegno saudita all’esercito libero siriano (ELS) filo-USA, ora attore secondario e debole nella guerra civile siriana. I funzionari dell’ELS, molti ex-funzionari governativi in esilio, vivono più nei comodi alberghi e ristoranti d’Istanbul che in prima linea in Siria. Tuttavia, dopo il successo del SIIL in Siria orientale e Iraq, i sauditi hanno deciso di richiamare l’interlocutore principale del SIIL, il principe Bandar, mettendo la leadership del gruppo sotto un più sodo controllo saudita.
Bandar ha forti legami con il terrorismo jihadista. Bandar, in un viaggio a Mosca prima delle Olimpiadi di Sochi, offrì alla Russia un lucroso affare sulle armi se la Russia cessava il sostegno ad Assad. Bandar disse anche a Putin che se la Russia respingeva l’offerta dell’Arabia Saudita, i terroristi islamici filo-sauditi nel Caucaso sarebbero stati liberi di compiere attacchi terroristici contro le Olimpiadi invernali di Sochi. Putin cacciò Bandar dal suo ufficio al Cremlino. Vi sono  rapporti secondo cui i terroristi islamici finanziati dai sauditi in Cecenia e Daghestan siano attivi in Ucraina contro i separatisti russofoni dell’Ucraina orientale. In alcuni casi, i terroristi islamici si sono uniti alle unità paramilitari israeliane in Ucraina a sostegno delle azioni militari del governo di Kiev contro l’Ucraina orientale. In Siria vi sono state segnalazioni del coordinamento del Mossad con le unità del SIIL negli attacchi contro le forze governative siriane, anche nella regione nord delle alture del Golan. Il direttore della CIA John O. Brennan, saudofilo ex-capo della stazione della CIA a Riyadh, avrebbe dato una mano al ritorno di Bandar a una posizione chiave nel governo saudita. 1000 tra truppe e consiglieri statunitensi sono stati inviati in Iraq non per evitare che il governo Maliqi cada, ma per contribuire alla transizione verso un governo post-Maliqi dalla forte rappresentanza sunnita pro-saudita. I militari statunitensi in Iraq proteggono anche i beni degli Stati Uniti, tra cui l’imponente complesso dell’ambasciata a Baghdad, nonché gli interessi dell’industria petrolifera statunitense. Vi furono diversi rapporti infondati, al momento del licenziamento di Bandar ad aprile, secondo cui era stato assassinato o ferito durante una visita alle posizioni ribelli in Siria. Altri rapporti hanno dichiarato che Bandar, affettuosamente noto dalla famiglia Bush come “Bandar Bush” per via dei suoi stretti legami con la dinastia politica statunitense, sia stato avvelenato in una faida interna saudita volta ad eliminarne l’influenza quale capo del clan Sudayri nella Casa dei Saud. Il clan comprende anche il principe Turqi, ex-capo dell’intelligence saudita, e il principe ereditario Salman, ministro della Difesa e erede al trono.
mccainhopelessIl SIIL dà ad Israele il potente argomento di essere responsabile della Cisgiordania e imporre un più stretto controllo militare su Gaza. L’obiettivo di Bandar è eliminare gli attuali governi di Siria e Iraq, privando così l’Iran dei suoi due alleati regionali… Con un califfato sunnita radicale a Baghdad, il SIIL sarà pronto a varcare il confine iraniano e iniziare la ribellione presso la minoranza araba nella provincia iraniana del Khuzestan, il centro dell’industria petrolifera iraniana. Con il SIIL che controlla i giacimenti petroliferi del sud dell’Iraq, nonché parte dei campi che confinano con il Kurdistan iracheno, l’acquisizione da parte del fantoccio saudita della provincia petrolifera iraniana darebbe all’Arabia Saudita l’effettivo controllo su gran parte delle riserve di petrolio del Medio Oriente. A febbraio, il senatore dell’Arizona John McCain disse alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera, “Grazie a Dio per i sauditi e il principe Bandar”. McCain fece eco a commenti analoghi fatti in precedenza sulla CNN. Nel 2012, McCain s’infiltrò segretamente in Siria dalla Turchia facendosi fotografare con gli islamisti radicali, alcuni dei quali ora combattono con il SIIL in Iraq. McCain sostiene fermamente fascisti e neo-nazisti ucraini. In McCain, “Bandar Bush” trova un compagno d’armi fervido fan del terrorismo.

La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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