Gladio II: guerra di quarta generazione contro Russia, Siria, Iran

Dr. Christof Lehmann, PressTV 8 aprile 2014

fsbIl Direttore del FSB Aleksandr Bortnikov ha annunciato che Umarov è stato neutralizzato a seguito di operazioni di combattimento chirurgiche nel primo trimestre del 2014. Centinaia di altri militanti e loro sostenitori sono stati arrestati. In vista delle Olimpiadi Invernali del 2014 a Sochi, i servizi di sicurezza russi hanno effettuato 33 operazioni antiterrorismo nei primi tre mesi del 2014. Tredici signori della guerra e 65 terroristi sono stati uccisi durante le operazioni, altri 240 terroristi e 18 emissari di organizzazioni terroristiche internazionali sono stati arrestati. Il capo dell’intelligence russa non ha rivelato esattamente quando Umarov è stato ucciso e non è improbabile che la sua morte fosse tenuta riservata per evitare ritorsioni durante i Giochi Olimpici Invernali 2014. A gennaio, il Presidente della Repubblica autonoma russa della Cecenia, Ramzan Kadyrov, aveva annunciato che le comunicazioni intercettate tra i capi dei terroristi indicavano che Umarov era stato ucciso. La dichiarazione è stata confermata oggi. Uno dei più stretti collaboratori di Doku Umarov, Islam Atev, è stato ucciso a dicembre insieme ad altri due taqfiri. Gli esplosivi nel loro nascondiglio, in un villaggio in Daghestan, furono attivati e fatti esplodere durante uno scontro a fuoco con le forze di sicurezza russe. Il FSB della Russia stava per prendere Umarov, uno dei più pericolosi agenti taqfiri contro la Russia sponsorizzato da sauditi e NATO. Una delle ultime apparizioni pubbliche di Umarov è un video in cui invitava taqfiri russi e stranieri a sabotare a tutti i costi le Olimpiadi invernali 2014 di Sochi.
Le prove del supporto dell’Arabia Saudita ai gruppi taqfiri ceceni e di altro tipo nelle repubbliche caucasiche della Russia, così come in Siria, divennero di pubblico dominio ad agosto 2013, quando l’ufficio stampa presidenziale del Presidente russo Putin divulgò parte del verbale di una riunione tra il Presidente Vladimir Putin e l’allora capo dell’intelligence saudita principe Bandar bin Sultan, del 3 agosto 2013. I verbali rivelarono che i servizi segreti e il ministero degli interni dell’Arabia Saudita hanno il controllo diretto delle reti terroristiche in Russia e Siria. Putin e Bandar discussero, tra l’altro, dell’attacco con armi chimiche nel sobborgo di Damasco del Ghuta orientale, il 21 agosto 2013, che secondo i testimoni e altre fonti, fu effettuato dal Liwa al-Islam filo-saudita al comando di Zahran al-Lush. Fin dal 1980 l’esperto di armi chimiche Zahran al-Lush ha lavorato per le intelligence dell’Arabia Saudita e degli Stati Uniti nelle reti di al-Qaida. Il verbale della riunione Putin-Bandar ha rivelato che Bandar cercava di corrompere Putin con accordi su armi e petrolio per avere il sostegno del presidente russo nel spodestare il governo di Assad. Bandar supponeva che il governo siriano doveva essere sostituito dall’opposizione sostenuta e sponsorizzata dai sauditi. Bandar garantì che gli interessi della Russia in Siria sarebbero stati preservati dal governo filo-saudita se la Russia sosteneva il cambio di regime. Mentre Bandar ha tentato di fare di Putin un potenziale alleato del cambio di regime in Siria, ha anche fatto una minaccia velata dicendo, tra l’altro: “Posso garantirvi la protezione delle Olimpiadi invernali nella città di Sochi, sul Mar Nero, del prossimo anno. I gruppi ceceni che minacciano la sicurezza dei giochi sono controllati da noi, e non si muoveranno sul territorio siriano senza coordinarsi con noi. Tali gruppi non ci spaventano, li usiamo contro il regime siriano, ma non avranno alcun ruolo o influenza nel futuro politico della Siria“. Putin rispose che i russi sanno che i sauditi sostengono i gruppi terroristici ceceni da un decennio, e che il supporto che Bandar appena aveva offerto era assolutamente incompatibile con gli obiettivi comuni della lotta globale contro il terrorismo.
La conferma della morte di Umarov da parte del capo del FSB Aleksandr Bortnikov getta anche nuova luce su Gladio II della NATO e la sua Guerra di 4.ta generazione contro Russia, Siria, Iran, Ucraina e altri Paesi presi di mira. I terroristi dalla Cecenia e altre repubbliche caucasiche della Russia operano in Siria in unità dalle dimensioni del gruppo di combattimento e in stretto collegamento con Jabhat al-Nusrah, Liwa al-Islam e altre brigate taqfire controllate e formate dall’Arabia Saudita e dalla NATO. Combattono in Siria anche le truppe filo-USA del MEK,  responsabile della morte di almeno 17000 iraniani. A febbraio, il capo ultranazionalista ucraino dell’apertamente neonazista Pravý Sektor (Fazione Destra), Dmitrij Jarosh, aveva chiesto pubblicamente a Doku Umarov e ad altre brigate takqire in Russia e internazionali, di colpire gli interessi russi per “sostenere la rivoluzione in Ucraina”. Dmitrij Jarosh, insieme ad altri ultranazionalisti ucraini, ha combattuto contro la Russia nella guerra cecena, dove Jarosh conobbe Umarov. Pravý Sektor collabora strettamente con il cosiddetto esercito di liberazione nazionale dell’Ucraina, UNA-UNSO, che aveva giocato un ruolo chiave nella guerra filo-NATO della Georgia contro l’Ossezia del 2007. Le unità ucraine di UNA-UNSO sono ritenute responsabili di alcuni dei peggiori crimini di guerra commessi durante il tentativo della Georgia di pulizia etnica nella regione. UNA-UNSO è noto per i suoi stretti legami con l’intelligence e la rete Gladio della NATO. UNA-UNSO è, secondo gli analisti, responsabile dell’uccisione di 90 e il ferimento di oltre 500 manifestanti e agenti di polizia a Kiev ad opera dei cecchini, attribuiti alle forze speciali della polizia ucraina (Berkut) e al Presidente Janukovich. L’incidente fu usato come pretesto per il sequestro del parlamento e l’estromissione di Janukovich, il giorno dopo l’accordo mediato da polacchi, tedeschi, francesi e UE per una soluzione pacifica, riforma costituzionale ed elezioni anticipate con l’”opposizione” di Euro-Majdan. Gli Stati dell’UE e della NATO continuarono il sostegno al colpo di Stato, nonostante il fatto che una telefonata trapelata tra il capo degli affari esteri dell’UE Ashton e il ministro degli Esteri lettone Paet rivelasse che l’opposizione aveva ordinato ai cecchini gli assassini.
Una delle operazioni di alto profilo di Doku Umarov, nel 2010, fu l’attentato alla metropolitana di Mosca sotto l’ufficio del servizio d’intelligence russo FSB. L’esplosione uccise e ferì 24 persone. Dopo soli 40 minuti un’altra esplosione deragliò un treno a Park Kulturij (Parco della Cultura) a Mosca, uccidendo 12 persone e ferendone un’altra decina. Considerando l’esplosione del 2010 sotto l’ufficio di Mosca del FSB, il direttore Aleksandr Bortnikov poteva aver interesse personale nella preparazione dell’eliminazione di Doku Umarov. La Guerra di 4.ta generazione della NATO, tuttavia, è destinata a continuare fin quando la “comunità internazionale” chiuderà un occhio sulla sponsorizzazione e il controllo della NATO e dell’Arabia Saudita di morte e distruzione in nome di “libertà e demoinganno”.

spetsnaz_fsb_by_muaythai40000-d51ml1gTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La guerra delle sanzioni: Washington minaccia la Russia sull’”accordo anti-petrodollari”

Mosca si vendica, accordi commerciali bilaterali con “il Gold Standard dei Petro-Rubli”
Tyler Durden Global Research, 5 aprile 2014

Russia100rubles04frontSulla scia del possibile “Santo Graal” dell’accordo gasifero tra Russia e Cina (2) e dell’accordo Russia-Iran sul “baratto” petrolifero (3), sembra che gli Stati Uniti siano molto preoccupati per l’onnipotenza del loro petrodollaro.
- Gli USA avvertono Russia e Iran contro il possibile accordo petrolifero
- Gli USA dicono che tale accordo innescherebbe delle sanzioni
- Gli USA hanno espresso preoccupazioni al governo iraniano tramite ogni canale
Abbiamo il sospetto che le sanzioni avranno più denti di pochi divieti di visto, ma come abbiamo notato in precedenza, è altrettanto probabile che sarà un’altra epica debacle geopolitica dovuta a ciò che originariamente doveva essere una dimostrazione di forza, che invece si trasforma rapidamente nella definitiva conferma della debolezza. Come abbiamo spiegato all’inizio della settimana, la Russia sembra perfettamente felice di far capire di essere disposta ad utilizzare il baratto (e “il cielo non voglia” l’oro) e prossimamente altre valute “regionali”, al posto del dollaro statunitense, a scorno invece di quanto previsto dal blocco occidentale, che sembra essere fallito danneggiando perciò l’intoccabilità del Petrodollaro…
Se Washington non fermerà questo accordo, sarà il segnale per gli altri Paesi che gli Stati Uniti non rischieranno ulteriori dispute diplomatiche a spese delle sanzioni“. Ed ecco Voce della Russia, “la Russia si prepara ad attaccare il petrodollaro”: “ La posizione del dollaro come valuta di base del commercio globale dell’energia fornisce agli Stati Uniti una serie di vantaggi sleali. Sembra che Mosca sia pronta ad evitare tali vantaggi”. (4) I “petrodollari” sono uno dei pilastri della potenza economica degli USA perché creano la forte domanda estera di banconote statunitensi, permettendo agli Stati Uniti di accumulare impunemente enormi debiti. Se un acquirente giapponese compra un barile di petrolio saudita, deve pagarlo in dollari anche se nessuna compagnia petrolifera statunitense tocca quel barile. Il dollaro da tempo ha una posizione dominante nel commercio globale, tanto che anche i contratti sul gas della Gazprom con l’Europa hanno prezzi e sono pagati in dollari statunitensi. Fino a poco prima, una parte significativa degli scambi UE-Cina avveniva in dollari. Ultimamente, la Cina ha tentato, presso i BRICS, di sloggiare il dollaro dalla posizione di prima valuta globale, ma la “guerra delle sanzioni” tra Washington e Mosca ha dato impulso al tanto atteso lancio del petrorublo sottraendo le esportazioni energetiche russe alla valuta statunitense. I principali sostenitori di questo piano sono Sergej Glazev, consigliere economico del presidente russo, e Igor Sechin, amministratore delegato di Rosneft, la maggiore compagnia petrolifera russa e stretto alleato di Vladimir Putin. Entrambi assai decisi nel tentativo di sostituire il dollaro con il rublo russo. Ora, alcuni alti funzionari russi portano avanti il piano.
In primo luogo, è stato il ministro dell’Economia Aleksej Uljukaev a dire al notiziario Russia 24 che le compagnie energetiche russe dovrebbero abbandonare il dollaro. “Devono essere più coraggiose firmando contratti in rubli e valute dei Paesi partner“, ha detto. Poi il 2 marzo, Andrej Kostin, amministratore delegato della statale VTB Bank, ha dichiarato alla stampa che Gazprom, Rosneft e Rosoboronexport, azienda statale specializzata nelle esportazioni di armi, inizieranno ad operare in rubli. “Ho parlato con le direzioni di Gazprom, Rosneft e Rosoboronexport e non sono preoccupate di passare al rublo per l’esportazione. Hanno solo bisogno di un meccanismo per farlo“, ha detto Kostin ai partecipanti della riunione annuale dell’Associazione delle banche russe. A giudicare dalla dichiarazione fatta nella stessa riunione da Valentina Matvenko, speaker della Camera alta del Parlamento russo, è lecito ritenere che nessuna risorsa verrà risparmiata per creare tale meccanismo. “Alcuni decisori ‘teste calde’ hanno già dimenticato che la crisi economica globale del 2008, che colpisce ancora il mondo, ha avviato il crollo di alcuni istituti di credito di Stati Uniti, Gran Bretagna e altri Paesi. Questo è il motivo per cui riteniamo che eventuali azioni finanziarie ostili siano una lama a doppio taglio e anche il minimo errore gli tornerà contro come il boomerang degli aborigeni“, ha detto. Sembra che Mosca abbia deciso il responsabile del “boomerang”. Igor Sechin, l’amministratore delegato di Rosneft, nominato a presiedere il consiglio di amministrazione della Borsa di San Pietroburgo, una borsa specializzata. Nell’ottobre 2013, intervenendo al World Energy Congress in Corea, Sechin ha chiesto un “meccanismo globale per il commercio del gas naturale” e suggerito che “era opportuno creare una borsa internazionale tra i Paesi partecipanti, in cui le operazioni possano essere registrate in valute regionali“. Ora, uno dei leader più influenti della comunità di commercio energetico globale ha lo strumento perfetto per realizzare questo piano. Una borsa in cui i prezzi di riferimento del petrolio e del gas naturale russi saranno fissati in rubli anziché in dollari, infliggendo un forte colpo ai petrodollari. Rosneft ha recentemente firmato una serie di grandi contratti per le esportazioni di petrolio in Cina ed è prossima a firmare un “accordo jumbo” con le aziende indiane. In entrambe le occasioni non si parla in dollari. Reuters riferisce che la Russia è prossima a una transazione beni-per-petrolio con l’Iran che darà a Rosneft circa 500000 barili di petrolio iraniano al giorno da vendere sul mercato globale. Casa Bianca e russofobi del Senato sono lividi e cercano di bloccare la transazione perché apre certi serissimi scenari sgradevoli per i petrodollari. Se Sechin decide di vendere il petrolio iraniano in rubli attraverso la borsa russa, tale mossa aumenterà le possibilità del “petrorublo” di danneggiare i petrodollari.
Si può dire che le sanzioni statunitensi hanno aperto il vaso di Pandora dei problemi per la banconota statunitense. La rappresaglia russa sarà sicuramente spiacevole per Washington, ma cosa succederà se altri produttori e consumatori del petrolio decidessero di seguire l’esempio della Russia? Il mese scorso la Cina ha aperto due centri per elaborare i flussi commerciali in yuan, a Londra e a Francoforte. I cinesi preparano una mossa simile contro il biglietto verde? Lo scopriremo presto. Infine, chi è curioso di ciò che può succedere, non solo in Iran, ma in Russia, è invitato a leggere “Dal petrodollaro al petro-oro: Gli Stati Uniti cercano di tagliare l’accesso dell’Iran all’oro“. (5)

gasmap2_960Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Erdogan, il sultano della CIA!

Bahar Kimyongür al-Manar 03/04/2014/

Milioni di turchi, arabi e musulmani hanno visto Erdogan come l’eroe e liberatore dopo il suo spettacolo con Shimon Peres a Davos nel 2009. In effetti, era cinema. Come dimostra la sua nuova spedizione militare contro la Siria e il desiderio d’inscenare un finto attacco, il tutto al servizio dei suoi padroni di Washington. Bahar Kimyongür analizza la menzogna di tale “operazione bottino”…

1532150Una forza di spedizione jihadista addestrata nel sud della Turchia si muove verso la città costiera di Lataqia nel nord-ovest della Siria. Principalmente composta da europei, asiatici, nordafricani, turchi, arabi del Golfo e alcuni siriani sparsi, tra cui dei turkmeni, la Legione Straniera è l’ultimo cavallo di battaglia del primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan nella sua guerra per procura contro la Siria. Dopo la rivolta di milioni di turchi contro la sua politica repressiva e bellicosa, dopo le rivelazioni sul suo coinvolgimento in una vasta rete mafiosa e, soprattutto, dopo tre anni di fallimenti sul fronte siriano, Erdogan sembra scommettere tutto. Non aveva promesso ai suoi seguaci di pregare nella moschea degli Omayadi dopo aver rovesciato il governo siriano? Non riuscendo a realizzare il suo piano megalomane, Erdogan sente molto il bisogno di conquistare animo e terra dei popoli ribelli. Per questo, volentieri s’ispira al patrimonio imperiale del Paese, sognandosi novello Selim I, il sultano ottomano soprannominato “il terribile” o “il crudele”, che sottomise la Siria e l’Egitto nei primi anni del Cinquecento. Erdogan non battezzò a caso il terzo ponte sul Bosforo, attualmente in costruzione, con il nome del suo mentore imperiale. Come il sultano Selim, Erdogan vuole governare la Siria e l’Egitto. E come il sultano Selim, Erdogan ha inviato le sue truppe a massacrare aleviti, alawiti e altre comunità sospettate di infedeltà, eresia e vicinanza all’Iran. Tuttavia, a differenza del tremendo sultano-califfo, Erdogan è il tirapiedi di un potere più forte di lui, l’impero USA. La sua carriera politica a capo dello Stato è segnata dal desiderio di conciliare le ambizioni personali con gli interessi dei suoi padroni. Lo stesso per il suo sostegno imperturbabile a terrorismo e guerra in Siria, incoraggiato e sostenuto sin dall’inizio della crisi siriana dal partner strategico degli Stati Uniti.

False Flags anti-turche, CIA, Menderes e Erdogan
Le conversazioni top-secret tra funzionari turchi sui piani di Erdogan, diffuse la scorsa settimana sui social network, hanno rivelato che il capo dell’intelligence Hakan Fidan era pronto a bombardare il mausoleo del nonno del fondatore dell’Impero Ottomano, Sulayman Shah, che si trova in un’enclave turca in Siria, per giustificare l’entrata in guerra di Ankara contro Damasco. Il sultano neo-ottomano Erdogan era pronto a distruggere un tesoro nazionale per la propria gloria e indirettamente, per il bene degli USA. Non è la prima volta che un governo turco organizza, in coordinamento con Washington, un attacco fasullo contro un edificio turco di alto valore simbolico, per prevalere sui  più deboli. Nel 1955, i servizi segreti turchi perpetrarono un attacco sotto falsa bandiera(false flag) contro la casa di Mustafa Kemal Ataturk a Salonicco in Grecia. La Turchia accusò i comunisti di esserne gli autori. All’epoca, la Turchia era guidata da Adnan Menderes, primo ministro “islamo-conservatore” pro-USA. Con questa “strategia della tensione”, gli spettri turchi e statunitensi  cercarono di giustificare la guerra interna contro i comunisti turchi. In conseguenza di questo falso attacco del 6-7 settembre 1955, chiese greche e armene, sinagoghe, scuole, case e negozi furono saccheggiati, bruciati, uomini linciati nel cuore di Istanbul, per la loro identità religiosa. L’operazione fu orchestrata dall’esercito segreto della Gladio turca della NATO, in guerra contro la “minaccia comunista”. Precisamente, Adnan Menderes, negli anni ’50 l’uomo della CIA che coprì il pogrom di Istanbul, è anche il modello di Recep Tayyip Erdogan.

La guerra del regime di Ankara agli armeni siriani
Se il piano di attacco al mausoleo ottomano in Siria non ha avuto successo, armeni e altre minoranze in Siria, denunciate come “infedeli”, sono ora il nuovo obiettivo del regime di Ankara.  Infatti, dal primo giorno di primavera, orde di jihadisti provenienti dalla Turchia hanno invaso Qasab, villaggio armeno e alawita sulle pendici del Monte Casius nel nord-ovest della provincia costiera di Lataqia. Soprannominata “operazione bottino” (Anfal) dai capi jihadisti, questa nuova incursione barbara non potrebbe avere nome più azzeccato. Per facilitare l’avanzata degli invasori jihadisti, l’aviazione turca ha abbattuto un MiG-23 siriano che proteggeva Qasab. Erdogan ha rivendicato la violazione dello spazio territoriale turco da parte dell’aereo siriano abbattuto. Tuttavia, l’aereo è precipitato nella zona di Qasab, in Siria. Il pilota Ismayl Thabat non è superman né era dotato di una tuta alata. Paracadutandosi, logicamente è atterrato diversi chilometri all’interno della Siria. Il regime di Ankara ha attaccato non solo la Siria, ma anche fornito copertura aerea ai mercenari. Ad esempio, Quota 45 domina la zona montuosa Qastal Maf, presso Qasab, brevemente occupata dalla Legione straniera di Erdogan grazie al fuoco dell’artiglieria dell’esercito turco. E i jihadisti feriti in battaglia venivano trasferiti dai militari turchi negli ospedali nella provincia turca di Hatay. Davanti l’avanzata dei jihadisti, gli abitanti di Qasab e dei villaggi circostanti si rassegnarono a fuggire verso Lataqia. Solo pochi anziani armeni, probabilmente stanchi di essere ossessionati dallo spettro della migrazione, preferirono rimanere. Furono il bersaglio di violenze e umiliazioni: le loro case saccheggiate, crocifissi, bottiglie di vino e maiali distrutti davanti ai loro occhi, come riconosciuto dal signore della guerra saudita Abdullah Mhasna (France 24, 26 marzo 2014). Mentre i patrioti che resistevano all’assalto jihadista, furono assassinati. Come nel caso di Nazim Shihadah. Ad agosto, sua madre, sua moglie e due figli furono rapiti dai terroristi solo perché alawiti. Centinaia di civili e soldati siriani furono uccisi durante l’assalto jihadista turco nel nord della provincia di Lataqia.

Siria, un altro Vietnam degli Stati Uniti
Sarebbe ingenuo credere che gli Stati Uniti siano neutrali, disinteressati ed estranei a tale nuovo assalto contro il territorio siriano. Dall’inizio della guerra in Siria, le forze speciali degli Stati Uniti e la CIA sono discretamente presenti su entrambi i lati del confine turco-siriano. Il generale Paul E. Vallely, il senatore John McCain, l’intera vecchia guardia statunitense che ha combattuto in Vietnam hanno visitato i jihadisti nel nord della Siria, provenendo dalla Turchia di Erdogan. Decine di foto mostrano Vallely e McCain insieme ai capi jihadisti in Turchia e in Siria. La presenza statunitense  prova sufficientemente la cooperazione tra il governo di Erdogan e la dirigenza degli Stati Uniti nella guerra contro la Siria. Si noti incidentalmente che dall’invasione dell’Iraq, Erdogan s’era dichiarato vicepresidente del Programma del Grande Medio Oriente (“Büyük Ortadogu Projesinin Esbaskaniyim” in turco), il piano di conquista con il “soft power” dei Paesi arabi, sviluppato durante l’era George Bush. La rivoluzione colorata del marzo 2011 sponsorizzata da Washington (si ricordi la partecipazione dell’ambasciatore statunitense in Siria Robert Ford alle proteste antigovernative) fu repressa dallo Stato siriano, che ora affronta una rivolta terroristica sempre sponsorizzata da Washington. Nonostante i suoi battibecchi mediatici per via del suo temperamento, il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan sembra essere il proconsole fedele e zelante pronto a reclutare tutti gli psicopatici del mondo nella sua campagna militare contro la Siria. Milioni di turchi, arabi e musulmani hanno visto in Erdogan un eroe e liberatore con il suo spettacolo “One Minute” con Shimon Peres, al vertice di Davos nel 2009. In realtà, Erdogan ha ereditato dai conquistatori sultani la loro arroganza e crudeltà. Tutto il resto è Hollywood.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La vittoria della Siria è la svolta sull’egemonia globale occidentale

Tony Cartalucci New Oriental Outlook 31.03.2014

1069131Dal 2011, la Siria è l’obiettivo di un tentativo di cambio di regime eterodiretto. Cavalcando il momento della “primavera araba” ideata degli USA, manifestanti scesero in piazza in Siria per coprire i militanti armati da Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita, a cui si preparavano almeno dal 2007. Fu nel 2007, con l’articolo della giornalista premio Pulitzer Seymour Hersh, “The Redirection: la nuova politica dell’amministrazione avvantaggia i nostri nemici nella guerra al terrorismo?” che venne profeticamente dichiarato: “Per minare l’Iran sciita, l’amministrazione Bush ha deciso, in effetti, di riconfigurare le sue priorità in Medio Oriente. In Libano, l’amministrazione ha collaborato con il governo dell’Arabia Saudita, sunnita, in operazioni clandestine volte ad indebolire Hezbollah, l’organizzazione sciita sostenuta dall’Iran. Gli Stati Uniti hanno inoltre preso parte ad operazioni clandestine contro l’Iran e la sua alleata Siria. Un sottoprodotto di tali attività è il rafforzamento dell’azione dei gruppi estremisti sunniti, che sposano una visione militante dell’Islam e sono ostili agli USA e solidali ad al-Qaida“. La destabilizzazione della Siria fu avviata assieme a quella di altri Paesi arabi, come Tunisia, Libia ed Egitto. In Tunisia e in Egitto si ebbe una  ricaduta politica con violenze di piazza limitate. In Libia, la ricaduta fu assoluta, la nazione totalmente devastata dai cosiddetti “combattenti per la libertà”, svelatisi militanti di al-Qaida del Gruppo combattente islamico libico (LIFG). Il blitzkrieg occidentale in Nord Africa e Medio Oriente ha colto molte nazioni di sorpresa. La loro incapacità nel rispondere efficacemente alla “rivoluzione colorata” orchestrata ha portato a tre anni di destabilizzazione regionale, cambio di regime e persino guerra.
In Siria però, il governo e il popolo hanno resistito e poi cominciarono a combattere. Era chiaro dal gennaio 2013 che le forze di sicurezza siriane avevano reagito contro i militanti stranieri che per 2 anni poterono attraversare i confini seminando caos mortale in tutta la nazione mediorientale. Avanzate irreversibili sono state compiute da nord, nei pressi della maggiore città della Siria, Aleppo, a tutto il confine libanese, e in particolare nella città meridionale di Dara, la cosiddetta “culla” della “rivolta”. I media occidentali hanno continuato a raffigurare la situazione in Siria come fluida con il governo siriano in bilico e i loro ascari sul punto di vincere. In realtà, la disperazione pervadeva Washington, Londra, Riyadh e Tel Aviv. Dei tentativi di provocare una grande guerra con gli attacchi israeliani sul territorio siriano furono effettuati, ma senza alcun effetto, e nell’agosto del 2013 l’occidente divenne ancora più disperato, nel tentativo d’intervenire direttamente per salvare i suoi ascari in difficoltà, inscenando anche un attacco chimico sotto falsa bandiera nella periferia di Damasco. Con grande disappunto dell’occidente, l’attacco false flag non solo non fornì il pretesto necessario per un intervento diretto, ma danneggiò severamente e forse irreparabilmente propri credibilità e prestigio internazionale.

Impossibile nascondere il trionfo della Siria
L’avanzata recente della Siria contro gli invasori islamisti ascari dell’occidente appare chiara a Yabrud, questo mese, a 80 km a nord-ovest di Damasco, una città strategica per le campagne degli islamisti contro i siriani e, attraverso il vicino confine, i libanesi. La città di Yabrud era ritenuta saldamente nelle mani degli islamisti per tutto il conflitto. Con la restaurazione dell’ordine a Yabrud, e le fazioni islamiste intrappolate in massa, sembra che le operazioni militari su vasta scala contro la Siria siano ampiamente al termine e si volgano invece verso una campagna terroristica di bassa intensità. L’occidente non può più ritrarre i suoi ascari islamisti come una forza di opposizione vitale politicamente, socialmente e adesso strategicamente. Le forze siriane hanno respinto gli islamisti ai confini della Siria. Proprio oggi, la Turchia ha sparato sostenendo di aver abbattuto un aereo da guerra siriano, mentre le forze siriane combattono gli islamisti sul confine. Nella città meridionale di Dara, vicino al confine siriano-giordano, il cosiddetto “Fronte del Sud” composto da 49 presunte fazioni militanti che sostengono di avere 30000 combattenti nei loro ranghi, è messo in dubbio persino da fonti occidentali che parlano di “alleanza sulla carta”.
Il Carnegie Endowment for International Peace stilò un rapporto inquietante sul costante sostegno militare ai terroristi che inondano la Siria dalla Giordania, armati e finanziati da Stati Uniti e Arabia Saudita, anche se di recente hanno fatto finta di castigare il Qatar per lo stesso motivo. Nel suo rapporto intitolato “Il “Fronte del Sud” esiste?”, sostiene: “Secondo diverse fonti, non vi è ancora stato un incremento del sostegno ai ribelli del sud dalla fine di febbraio, con grandi quantità di soldi spesi per gli stipendi dei ribelli e camion sauditi che portano merci verso il confine Giordania-Siria. Ma senza un notevole aumento del sostegno e, probabilmente, l’invio di armi efficaci come i missili antiaerei, è difficile immaginare che i ribelli possano avanzare di molto o che possano unirsi intorno ad un unico capo”. Sembra essere l’ultima spinta disperata di una forza impoverita contro i militari siriani ben radicati ed efficienti. Mentre l’occidente senza dubbio cerca di alimentare i disordini in Siria, sembra che le avanzate dei militari siriani abbiano raggiunto il punto di svolta che nessun sostegno indiretto, per quanto grande, può impedire. Senza un ampio intervento militare diretto delle forze occidentali, la guerra per procura è definitivamente perduta.

Cosa significa la vittoria della Siria per l’egemonia occidentale
L’attuale ricerca dell’egemonia occidentale deriva dalla fine della Guerra Fredda, quando Wall Street e Londra credettero che fosse possibile porre il pianeta sotto il loro controllo, in assenza di una qualsiasi superpotenza avversaria. Le rivoluzioni colorate in Europa orientale, il saccheggio della Russia negli anni ’90, la prima guerra in Iraq e la distruzione dei Balcani sembravano suggerire che tale piano fosse ben avviato. Tuttavia, Russia, Cina, India e altre nazioni in via di sviluppo reagirono subito e le ambizioni occidentali venivano lentamente messe sotto controllo. Oggi, con l’occidente estromesso dall’Iraq, impantanato in Afghanistan, le sue macchinazioni  svelatesi in Libia come predazione aggressiva, e confuso in Siria e Ucraina, non solo sembra che le su ambizioni siano sotto controllo, ma potrebbe in realtà correre il pericolo di un rovescio totale. Il fallimento dell’occidente in Siria invia un messaggio agli obiettivi dell’ingerenza occidentale. Non serve scendere a compromessi, negoziare o assecondare le convenzioni che l’occidente ha impostato per legare le mani ai suoi obiettivi. In realtà, così facendo, una nazione si rende più vulnerabile già solo nel tentativo di aderire alle norme che l’occidente insiste che gli altri seguano, ma che esso poi volontariamente viola.
Mentre l’occidente risponde alla propria crescente impotenza globale insistendo sulla continua ricerca del suo modello unipolare fallimentare costruito per raggiungere l’egemonia globale, nazioni come Russia e Cina insistono sui partenariati reciproci con altre nazioni in un mondo multipolare, senza dettare o violare la sovranità delle altre nazioni. Il fallimento dell’occidente in Siria indica che suoi poteri ed influenze sono in declino, illustrando i moderni pericoli storicamente affrontati dagli imperi sovraestesi. Anche se l’occidente riuscisse a ribaltare i suoi fallimenti in Siria, le sue reputazione e legittimità sono danneggiate a tal punto che qualsiasi spinta geopolitica sulla Siria sarebbe del tutto impossibile. Editorialisti e scribacchini politici occidentali si lamentano della “ritirata” del primato occidentale, ma è in “ritirata” solo perché ha scelto di essere bellicoso, in primo luogo. Una nazione che gioca un ruolo positivo e costruttivo a livello internazionale può ancora essere influente, se rispetta chi interagisce e agisce efficacemente impostando esempi interessanti. All’occidente e al suo secolare soggiogare gli altri, questo concetto non solo è estraneo, ma apparentemente meno preferibile rispetto al collasso cui attualmente presiede.
La vittoria della Siria significa che mentre l’occidente può spogliare le altre nazioni nel prossimo futuro, la somma vettoriale del suo potere e della sua influenza sarà in declino perenne. Per la Siria e le altre nazioni che affrontano la stessa possibile destabilizzazione interna, una lezione costosa viene appresa sul tentativo di placare e soddisfare le ambizioni occidentali. Creando un alto morale fin dall’inizio e avendo mezzi come media nazionali destinati al pubblico internazionale, come PressTV dell’Iran o RT della Russia, per raccontare al mondo la propria versione della storia, permette ad una nazione presa di mira di resistere e, se necessario, di combattere. Il tentativo di usare lo stesso sistema che l’occidente ha attuato per conseguire il primato mondiale, come l’ONU, il racket dei diritti umani e i media internazionali, giocando al gioco occidentale, secondo le sue regole e le sue condizioni, è un netto ed immenso svantaggio.

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Tony Cartalucci, ricercatore di geopolitica e scrittore di Bangkok, per la rivista online “New Oriental Outlook

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Washington e Riyad a un passo dalla “soluzione finale” della questione siriana

Igor Pankratenko, Strategic Culture Foundation, 28/03/2014

562316Recentemente la questione siriana è divampata ancora una volta. Accese discussioni nei circoli politici statunitensi e discorsi emotivi dei partecipanti alla conferenza della Lega Araba in Quwayt, il 25-26 marzo, non riguardano piani per la risoluzione pacifica del conflitto siriano, ma come  conquistare Damasco e rovesciare il Presidente al-Assad nel modo più efficace. La situazione in Siria, per l’opposizione militante, le bande jihadiste internazionali e i mandanti stranieri della “razza di vipere” è in un vicolo cieco. Bashar al-Assad e la sua squadra hanno elaborato una tattica efficace per resistere ai ribelli e all’intervento dei jihadisti, che consiste nel scacciare opposizione e jihadisti dalle aree strategicamente importanti e nell’attaccarne i centri logistici. In sostanza, questa è la tattica della fase finale della campagna afgana dell’URSS, quando la cosa importante non era prendere il controllo di ogni centimetro di terreno, ma ridurre le possibilità dell’avversario ad un’“accettabile minaccia terroristica”. Damasco vince in ragione delle capacità di combattimento superiori delle forze governative, dei distaccamenti di Hezbollah e delle brigate di volontari sciiti, del supporto delle truppe dell’artiglieria pesante e del dominio dell’aria. Le grandi vittorie dell’esercito siriano quando ha preso Yabrud e ripreso il controllo della gola del Qalamun non significano la fine della guerra o anche una svolta strategica, ma rendono difficile alle forze antigovernative prima di tutto di raggiungere i porti libanesi, e in secondo luogo, di accedere all’enclave sunnita di Arsal nella valle della Beqa in Libano, che i ribelli hanno trasformato nella loro base di appoggio. Gli sciiti libanesi e le forze governative hanno ora la meravigliosa opportunità di cancellare Arsal che, attraverso gli sforzi dei jihadisti, è diventata non solo la loro base logistica ma un centro per la produzione di droga e il contrabbando di armi e persone.
I successi militari di Damasco hanno infatti messo in un vicolo cieco i suoi avversari; il principe ereditario dell’Arabia Saudita, shaiq Salman bin Abdulaziz ne ha parlato emotivamente al vertice in Quwayt, con passione ha accusato il mondo intero di “tradire l’opposizione” e trasformarla in “facile preda del dittatore sanguinario”. Washington e Riyadh vedono che il cambio dell’equilibrio militare a favore dei ribelli è in un vicolo cieco. L’essenza del discorso del principe ereditario era un appello ad inviargli armi pesanti, al fine di eliminare il dominio aereo delle forze governative e la superiorità delle potenza di fuoco dell’esercito. La mappa politica del Medio Oriente cambia rapidamente e la questione dell’egemonia saudita nella regione non è più solo soddisfare le ambizioni della dinastia, ma una questione di sopravvivenza. Dopo aver convinto i suoi partner, e non tutti, a “punire” il Qatar e, quindi, dopo aver stabilito la sua leadership nel Consiglio di cooperazione degli Stati arabi del Golfo (CCG), Riyadh ha bisogno di un successo rapido e serio in politica estera. La cattura di Damasco è il premio più prezioso per Riyadh, rafforzerebbe la posizione dei sauditi nel mondo arabo permettendogli d’iniziare gli altri loro progetti: creare una federazione giordano-palestinese e formare una lega antisciita dalla Penisola araba al Pakistan. Questa è la ragione della rigidità dei sauditi nel loro dialogo con Obama. Le offerte di Washington a Riyadh, sistemi di difesa missilistica contro l’Iran, un programma di riarmo, supervisione degli affari in Palestina e Paesi del Magreb, nonostante la loro attrattiva finanziaria e i dividendi politici, non sono particolarmente compatibili per la dinastia reale, in quanto sono di natura difensiva e non rispondono alla questione principale dei sauditi: “Come possiamo fermare l’avanzata dell’influenza iraniana e del ‘Risveglio’ sciita?”
L’aggressività dei sauditi, che per la sopravvivenza della dinastia hanno bisogno di una “piccola, guerra vittoriosa”, mette Obama in una posizione molto interessante. Da un lato, quasi il 46 per cento dell’arsenale chimico della Siria è stato distrutto, il che rende lo “scenario Iraq” impossibile  riguardo Damasco. L’opinione pubblica negli Stati Uniti è fortemente contraria a un intervento diretto in Siria, ciò è importante proprio prima delle elezioni congressuali di novembre, e la corsa presidenziale non è lontana. D’altra parte, gli Stati Uniti hanno investito circa 2 miliardi di dollari nel rovesciamento di al-Assad. I neocon statunitensi, che hanno criticato duramente Obama per la sua indecisione sulla questione siriana, hanno perso ogni ritegno dopo la Crimea. Il ricatto e la minaccia di sanzioni contro la Russia non hanno funzionato. Ora gli statunitensi vedono la Siria come “vendetta per la Crimea” e la caduta di Damasco un’opportunità per privare Mosca di ogni posizione in Medio Oriente. La lobby saudita, dietro cui spiccano gli interessi del settore industriale militare e le multinazionali, ricatta la Casa Bianca con la minaccia di un raffreddamento serio dei rapporti tra Washington e il regno saudita. E mentre Obama in qualche modo resiste a tale ricatto, per John Kerry e le sue ambizioni presidenziali tali minacce creano numerosi problemi in futuro.
Gli Stati Uniti sono stati trascinati in Siria molto più di quanto la Casa Bianca volesse. Oltre a due miliardi spesi per esportare la democrazia in Siria, ci sono altri quattro fronti della guerra non dichiarata contro Damasco, che Washington conduce sotto la copertura della retorica pacifica.
Il primo è la fornitura di armi alle forze antigovernative, con la consapevolezza del Congresso degli Stati Uniti. Il secondo è il finanziamento (il volume totale dei pagamenti da gennaio è stato di circa 3 milioni di dollari) e l’addestramento intensivo dei ribelli. Dalla fine del 2012, agenti della CIA e istruttori delle forze speciali statunitensi guidano i campi di addestramento dei ribelli nei territori di  Giordania e Turchia. L’addestramento prevede la gestione di armi pesanti, in particolare di sistemi anticarro e MANPAD. Questi campi di addestramento promuovono diverse centinaia di ribelli al mese, alcuni dei quali poi diventano istruttori dei combattenti sul territorio della Siria. Il terzo è l’invio di “aiuti non letali”, il cui volume è in crescita (attualmente quasi 80 milioni di dollari al mese) e cambia qualitativamente. Mentre all’inizio del 2013 gli “aiuti non letali” comprendevano per lo più farmaci e razioni alimentari, oggi si compone principalmente di apparecchiature per le comunicazioni, dispositivi per la visione notturna, attrezzature e veicoli. Il quarto è lo strumento preferito di Washington per esportare la democrazia: le sanzioni. A partire da ora gli Stati Uniti e i loro partner della coalizione anti-siriana hanno congelato tutti i beni esteri di Damasco, ed eventuali investimenti, forniture di qualsiasi materiale e qualsiasi transazione dei prodotti petroliferi siriani sono vietati. Si deve aggiungere che tali sanzioni non si applicano ai territori sequestrati dai ribelli.
Washington è a un passo dalla decisione principale, fornire ai ribelli armi pesanti e MANPAD, così come la creazione di una no-fly zone lungo il confine turco o giordano, che diverrebbe il punto di partenza per un nuovo attacco a Damasco. La riunione dei rappresentanti dell’opposizione siriana che ha avuto luogo il 6 marzo presso l’Istanbul Wyndham Hotel è finita in una reciproca recriminazione dopo 30 minuti, durante cui Ahmad Jarba, che era stato incensato in modo eloquente al vertice della Lega Araba in Quwayt, è stato trascinato nella “discussione”; ciò tuttavia è il costo del processo di unificazione, per così dire. Secondo fonti d’intelligence occidentali, oggi circa il 70% dei gruppi dell’opposizione militante s’è “unito per contrastare congiuntamente sia il regime di al-Assad che gli islamisti”.
Obama visiterà Riyadh il 28-29 marzo. Alla fine della settimana sarà chiara quale strada gli oppositori di al-Assad hanno scelto per la “soluzione finale” della questione siriana.

1016729_La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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