Jebel Shambi: fine dello Stato o terra di nessuno tunisina

Saif bin Qeder Tunisie-Secret 1 maggio 2013

Lo scontro tra terroristi tunisini ed esercito algerino al confine. Altri scontri tra terroristi ed esercito tunisino nel Jebel Shambi. Saif bin Qeder torna su questi gravissimi eventi che annunciano un futuro pericoloso e la fine del governo tunisino.

armé1I fatti del Jebel Shambi non possono essere trascurati, come vorrebbe Sua Eccellenza il Capo del non Governo nella sua nota informativa, avendo registrato il dodicesimo ferito in questa gravissima aggressione del terrorismo sul nostro suolo. Se si guarda da vicino, ma non troppo vicino ché ho già le vertigini, i fatti si rivelano molto più gravi di un semplice errore tecnico o mancanza di reattività o  coordinamento. Si tratta infatti di uno Stato destrutturato a diversi livelli, che probabilmente sarebbe entrato nello stadio terminale, in procinto di cedere il proprio territorio e ciò che rimane della sovranità. Dite che forse sono eccessivo, forse, ma vi invito a rivedere quello che vedo in questi eventi.

Dal lato del commando terrorista
Quello che possiamo constatare in una prima valutazione, tracciando il numero di mine piazzate e il loro aspetto, si può facilmente dedurre l’importanza logistica di cui i membri di questo gruppo hanno goduto nel poter trasportare questa quantità di mine, dato il peso e i volumi differenti delle mine antiuomo e di quelle anticarro (entrambi i tipi sono stati individuati), oltre al numero di combattenti nell’intera missione, che si stima presenti a decine.
Il tempo impiegato per farli spostare e mimetizzare sul terreno è notevole, svelando una completa assenza di capacità di monitoraggio terrestre e aereo; anche una squadra di guardie di un qualsiasi parco avrebbe fatto meglio.
Allo stesso tempo, ci si confronta con la prova inconfutabile del fatto che questa squadra abbia goduto di un’opera di ricognizione per la localizzazione del campo da costituire, ad opera di un altra cellula locale che non necessariamente avrebbe partecipato alle operazioni militari in programma per il futuro, dal momento che avrebbe dovuto garantire l’approvvigionamento di cibo e altre necessità di base dalle aree adiacenti.
Va rilevato che i tipi di mine anticarro scelti dal commando la dicono lunga sulla sua nuova strategia, ben oltre le attività di traffico di armi, diventate quasi banali e poco interessanti; inserendo la Tunisia direttamente quale obiettivo militare distruggendone ciò che resta delle sue strutture, e in preparazione di un’altra offensiva contro il suo corpo armato, che userebbe le armi pesanti. Il messaggio non potrebbe essere più chiaro: il terrorismo andrà fino in fondo e questo è il momento più opportuno.
Ora, se facciamo un incrocio con altri fatti relativi a depositi di armi leggere e semi-pesanti nel cuore di grandi aree urbane del Paese, ci rendiamo conto che ci sono altre operazioni simultanee o in successione in queste aree, per trascinare i corpi in una guerra asimmetrica, mettendo i terroristi in netto vantaggio.

La parte dei media e della società civile
Il coinvolgimento di diverse parti della società civile in un’opera di legittimazione del terrorismo, senza precedenti nella storia della Tunisia, difatti di legittimazione del terrorismo, è illustrata sia dalle deboli reazioni di condanna dell’apatia del corpo di sicurezza davanti all’avanzare dei gruppi che predicano l’ideologia della morte e le virtù degli attentati suicidi, sia nei luoghi pubblici, privati e nelle moschee, da essi controllate, secondo i dati del ministero del culto, per il 40% del totale in tutto il territorio della repubblica. D’altra parte, la mancanza di specializzazione nel campo della sicurezza nazionale nelle varie organizzazioni della società civile, a parte l’Associazione Tunisina per gli studi strategici e le politiche di sicurezza globale, ha lasciato campo libero all’indolenza del governo. Senza dimenticare anche l’immensa responsabilità dei media locali che partecipano a questa ondata di legittimazione, concedendo ai seguaci tunisini di bin Ladin lo spazio in cui versare il loro veleno con l’impunità e la complicità, volontarie o involontarie, delle reti interessate. Mi ricordo di un programma scioccante, prodotto e trasmesso da Watanya 2, dove uno dei boss della operazione terroristica di Suleiman veniva presentato quale eroica vittima del regime ZABA, valorizzando al volo anche i suoi coraggiosi tentativi di fuggire dalla prigione al-Rumi, per non parlare di altre piattaforme che invitano alcuni campioni di questi fanatici, tornati di fresco dalla Siria, che ci espongono con orgoglio e senza vergogna le loro attività criminali internazionali. Al più allucinante, ti suicidi!

Dal lato di Cartagine e della Qasba
kasserine_tunisiaTutto è iniziato nel più anarchico dei tempi moderni di un Paese sottosviluppato come il nostro. Non si è badato a spese per rastrellare i terroristi nelle nostre prigioni e cacciarli da tutte quelle istituzioni non igieniche per la loro salute morale. Ma sono stati tutti liberati! In breve, in questo caso non si può tornare indietro, ma almeno si può cercare di mettere fine a questa storia della fine della Repubblica tunisina. Rimprovero il regime attuale che consegna una curiosa e calorosa accoglienza, riservata alle guide spirituali e ai leader ideologici di questi assassini dal presidente di quella che si chiama ancora Tunisia. Un incontro, tra gli altri, che rientra nel tentativo di alzare il morale delle truppe. La questione è di quali truppe stiamo parlando? Le loro o le nostre? E se aggiungiamo l’ultima proroga dello stato d’emergenza con una decisione unilaterale e incosciente che ci costa l’abbandono di una delle ultime competenze rimaste al capo della difesa, penso che non si può non considerare ul vero declino cui siamo sottoposti.
Dal lato del governo, i segnali della complicità e di una diretta implicazione sono scoraggianti. In primo luogo la nostra ambasciata a Tripoli e il consolato di Bengasi partecipano e organizzano gite a titolo definitivo in Turchia per i “mujahidin” tunisini diretti ad Aleppo. L’intelligence generale dell’ambasciata non ha comunicato nulla su quantità e tipi di armi e quali percorsi hanno seguito prima di raggiungere i loro depositi di destinazione, sparsi su tutto il territorio. Questa stessa mancata informazione è ancora sorprendente in relazione ai movimenti dei gruppi armati ai nostri confini con l’Algeria. Ciò si lega alla mancanza di coordinamento con le autorità confinanti e soprattutto al completo fallimento strategico e tattico nell’intervento preventivo e nella controffensiva.
Ahimè, questo non è tutto. Secondo le testimonianze di quei poveri soldati, vittime delle esplosioni, si scopre che i nostri confini sono deliberatamente abbandonati dalle forze di polizia e dalla Guardia Nazionale, su ordine di non si sa di chi, cosa di cui lo stesso ministro ignora l’origine. Oltre alla terribile mancanza di attrezzature di base, al punto che qualcuno di loro sostiene di aver dovuto comprare la propria uniforme. Che dire quindi di armi specifiche, immagini satellitari, accessori sofisticati, unità mediche mobili e altri dispositivi che non posso elencare. Al dessert di questo menu hitchcockino, ho messo la componente legale. In realtà, non c’è nessuna legge che criminalizza l’ideologia o la propaganda jihadista. Questo ci ha permesso di assistere a un dibattito per le strade di Kasserine, ancora più terribile del film del Jebel Shambi sui benefici delle mine, guidato da una banda di jihadisti residenti nel quartiere Nour, che mi trattengo dal qualificare popolare per non incentivare la confusa conclusione che terrorismo e povertà vanno di pari passo.

Conclusione
Alla fine, come non accusare il regime di complicità, soprattutto quando s’inseriscono questi eventi in un quadro geopolitico regionale che cospira contro il governo algerino, basandosi proprio su questi gruppi armati nelle zone di confine, e quando un sospetto schieramento militare degli Stati Uniti si è appena verificato in una base spagnola, dedicata a un potenziale e rapido intervento su Algeri, dato lo stato del regime, descritto fragile, come lo stato di salute del suo Presidente! In ogni caso, il governo tunisino non c’è.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Ed ecco l’islamo-sionismo in tutto il suo splendore

Karim Zmerli Tunisie-Secret 6 maggio 2013

396972L’ultima aggressione israeliana contro la Siria, se necessario, conferma l’alleanza tattica e strategica tra islamisti e sionisti, tra Arabia Saudita, Qatar e Turchia, da una parte e Israele, Stati Uniti d’America ed Europa dall’altra. Un’alleanza assai vecchia, nonostante le apparenze e la propaganda islamista. Coloro che ancora non capiscono la “primavera araba” e la “rivoluzione dei gelsomini” si diano una svegliata.
Contro ogni previsione e per il dispiacere degli pseudo-rivoluzionari, la Siria non è caduta come la Tunisia, la Libia, l’Egitto e, in misura minore, Yemen e Marocco. Peggio per i soldati della NATO e i mercenari dell’imperialismo che si pretendono rivoluzionari, l’esercito arabo siriano negli ultimi sei mesi ha decapitato coloro che si definiscono ELS, cioè la Fratellanza musulmana siriana, la barbarica al-Qaida e gli islamo-terroristi stranieri (ceceni, tunisini, libici, sauditi, taliban, australiani, francesi, belgi, inglesi…) che hanno risposto alla Jihad invocata da Qaradawi, Rashid Ghannouchi e John McCain! L’eliminazione della mafia islamista s’è accelerata negli ultimi due mesi, nonostante il sostegno politico, mediatico, diplomatico, finanziario e militare degli “amici” degli arabi e dei  “difensori” della democrazia.
Notando questo triste fallimento, davanti a un esercito patriottico e a una popolazione che non vuole la “primavera araba”, Israele ha abbandonato la sua “neutralità” nel disperato tentativo di salvare la sua quinta colonna in Siria. Neutralità solo relativa, poiché dall’avvio su Internet della campagna The Syrian Revolution, nel febbraio 2011, operazione in cui i cyber-collaborazionisti tunisini  hanno avuto un ruolo centrale, i servizi israeliani erano già coinvolti. In pieno coordinamento con l’emirato wahhabita del Qatar, che un filosofo tunisino ha chiamato Qatraele, e del governo islamista turco, Israele ha supportato militarmente e logisticamente i “ribelli”. Oltre alla distruzione della Siria, che gli si oppone da mezzo secolo, l’interesse di Israele è ovvio: la vendetta su Hezbollah che gli ha inflitto un’umiliante sconfitta nel 2006, e spezzare l’asse Teheran-Damasco-Beirut per isolare l’Iran fino ad attaccarlo con i suoi nuovi alleati sunniti.
Contrariamente alla disinformazione della maggioranza dei media occidentali, secondo cui aerei da guerra israeliani hanno bombardato “depositi di missili Fateh-110 trasportati dall’Iran per Hezbollah“, gli attacchi del 4 e 5 maggio erano volti a salvare gli islamo-terroristi e ad allentare la presa sui mercenari dell’imperialismo e del sionismo nella regione di Ghouta, un sobborgo di Damasco. Questa aggressione, salutata dagli “Allah Akbar” della milizia islamo-terrorista, prendeva di mira anche il centro di ricerca militare di Jamraya, a nord di Damasco, che era già stato attaccato a fine gennaio dagli aerei da guerra israeliani. Inoltre, è stata presa di mira una caserma. Secondo RussiaToday, queste incursioni avrebbero causato centinaia di morti (in realtà ‘solo’ quattro. NdT). Dei venti velivoli che hanno condotto il raid, due sono stati colpiti dalla difesa aerea e un terzo è stato abbattuto. Entrambi i piloti, Samuel Azar ed Eysson Gary, sono stati catturati.
Mentre la Lega Araba, che dalla “rivoluzione dei gelsomini” è diventata preda dello sceicco  Hamad, ha solo lanciato un vago appello al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, e la presidenza egiziana vede in questa “aggressione”, “una violazione dei principi e del diritto internazionale, che (…) minacciano la sicurezza e la stabilità della regione“, come era perfettamente prevedibile, l’usurpatore del governo tunisino, proposto da John McCain e Joe Lieberman, riveduto e corretto dallo sceicco Hamad e dalla sceicca Moza, non ha per nulla risposto a questa aggressione contro la Siria. Normale per un governo venduto e vassallo, il primo a rompere le relazioni diplomatiche con la Siria, mentre la Tunisia ospitava il primo congresso dei traditori e mercenari siriani.
Il silenzio del governo dei vassalli tunisini è così insopportabile che anche il serissimo sito Kapitalis ha dovuto reagire in modo insolito: “Né Moncef Marzuqi, primo responsabile della diplomazia tunisina, né Ali Larayedh, da cui dipende il ministero degli Esteri, né ancora il ministro responsabile di questo reparto, il cosiddetto diplomatico Othman Jarandi, si sono sentiti in obbligo di pubblicare una dichiarazione, anche concisa, di condanna, accennata e pro forma, dell’attacco dell’aviazione militare israeliana contro il Centro di Ricerca Scientifica Jamraya a Damasco, nella notte tra sabato e domenica… Marzuqi e Larayedh attendono istruzioni dall’emiro del Qatar e dal suo ministro degli esteri, per sapere che posizione prendere?” Ci rassicurano i nostri colleghi di Kapitalis, secondo cui  il governo usurpatore e venduto di Tunisi, alla fine rilascerà una dichiarazione che condanna l’aggressione israeliana, come del resto l’emirato del Qatar, per anestetizzare la piazza araba.  Mentre il governo degli Stati Uniti ha già giustificato l’aggressione israeliana nella sua solita formula: “Israele ha il diritto di difendersi dagli Stati che minacciano la sua sicurezza“!
Dalla “rivoluzione dei gelsomini”, che ha annunciato la “primavera araba”, gli israeliani avevano scelto il loro campo, i “democratici” contro la “dittatura”, i “diritti umani” contro la “tirannia”. In modo che le persone non capiscano niente, la propaganda cristiano-sionista ha convinto il pubblico arabo che Ben Ali, Mubaraq e Gheddafi fossero “agenti dell’America” e del “Mossad”, attribuendo il proprio tradimento e il proprio servilismo imperialista-sionista ai loro avversari politici. Con l’aiuto dei cyber-collaborazionisti, era stato detto che Ben Ali e Mubaraq avevano sparato sui manifestanti con proiettili dell’esercito israeliano, che ufficiali dell’esercito israeliano assistevano e consigliavano l’esercito di Gheddafi contro i mercenari di Bengasi…
Dalla “rivoluzione dei gelsomini” nel gennaio 2011, tutto era chiaro, tuttavia, per coloro che hanno una minima esperienza politica e conoscenza della geopolitica. Le cose diventano ancora più chiare quando il numero tre di al-Qaida, Abdelhakim Belhadj, e il numero uno del sionismo francese, Bernard-Henri Levy, erano mano nella mano nella distruzione della Libia. La stessa coppia incestuosa ha continuato la sua macabra crociata contro la Siria, sperando di finire lo sporco lavoro il più rapidamente possibile, per poi dedicarsi all’Algeria. Ma la Siria, governanti e governati, resiste. Ed è a causa della resistenza di questa grande Nazione che subito Israele è passato dal soft power alla forza bruta… svelando l’alleanza islamico-sionista.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Unione europea e la McJihad in Siria

Mahdi Darius Nazemroaya, Global Research, 5 maggio 2013

siria-imperialismo Interessanti sviluppi hanno luogo nell’Unione europea. L’allarme aumenta in tutta l’UE, mentre funzionari dell’Unione europea e di diversi Stati membri dell’UE esprimono timore per il ritorno di loro cittadini combattenti in Siria. L’allarme è iniziato quando sono stati emessi avvisi nei Paesi Bassi su cittadini olandesi che si recano a combattere in Siria, seguiti dal Belgio. Poi, l’Ufficio europeo di polizia (Europol), le forze dell’ordine dell’UE che si occupano d’intelligence criminale, ha riferito che gli scontri in Siria potrebbero creare una futura ondata di terrorismo che potrebbe minacciare i membri dell’Unione europea, nel suo EU Terrorism Situation and Trend Report (TE-SAT) for 2013. Per quanto riguarda la Siria, sul rapporto Europol si legge: “La Siria è divenuta la meta scelta dai combattenti stranieri nel 2012. Un certo numero di cittadini dell’UE è stato arrestato in Belgio, Francia, Paesi Bassi e Regno Unito in viaggio da o per la Siria.” (TE-SAT 2013, p.22).
Il coordinatore antiterrorismo dell’UE, Gilles de Kerchove, ha poi precisato che circa cinquecento cittadini europei, soprattutto di Gran Bretagna, Francia e Irlanda, erano in Siria a combattere a fianco delle forze anti-governative con l’obiettivo di rovesciare il governo di Damasco. De Kerchove esprimerebbe le stesse preoccupazioni di Europol su questi cittadini dell’UE che ritornano nell’UE dai campi di battaglia in Siria. Le sue preoccupazioni sarebbero state riprese a Londra. Anche se il suo governo lavora per legalizzare il trasferimento di armi britanniche alle forze anti-governative in Siria, il ministro degli Esteri britannico, William Hague, ha avvertito della minaccia posta alla Gran Bretagna dai combattenti inglesi di ritorno dalla Siria. Poco dopo, la Germania ha confermato che cittadini tedeschi prendono parte alla lotta per rovesciare il governo siriano. In precedenza, si ebbe la notizia che anche un cittadino danese, ex prigioniero di Guantanamo, era stato ucciso negli scontri in Siria.

La McJihad
La situazione è abbastanza paradossale. La Siria viene presentata, ora dall’UE, come preoccupante, per l’”assenza di Stato” e come “covo jihadista”. L’ironia è che i membri dell’UE, a fianco dei loro omologhi di Stati Uniti, Turchia, Giordania Arabia Saudita e Qatar, hanno promosso e agevolato l’intera McJihad in Siria con l’obiettivo finale di un cambio di regime a Damasco. Per più di due anni, gli appelli alla jihad contro Damasco sono stati diffusi in tutto il mondo da personaggi come Yusuf al-Qaradawi e altri pseudo-religiosi e tele-predicatori in Arabia Saudita e nelle tirannie del Consiglio di cooperazione del Golfo. I funzionari dell’UE non hanno detto niente. Inoltre, organizzazioni come i Fratelli musulmani, che reclutano combattenti da mandare in Siria, in realtà lavorano liberamente a Londra, dove hanno sede da molto tempo, così come organizzazioni simili che guardano alla Russia e all’Asia centrale per le fasi successive della McJihad. Dall’Afghanistan controllato dai taliban alla Somalia, i cosiddetti “Stati falliti”, operano per conto degli Stati Uniti, e questi stessi Paesi formano i gruppi degli “Amici della Libia” e degli “Amici del popolo siriano”. Questi Paesi dovrebbero essere chiamati, più correttamente, “Imperialismo SpA”. William Hague e soci hanno bisogno solo di guardarsi allo specchio per trovare i colpevoli che minacciano di terrorismo l’UE.
Il concetto di “ritorno di fiamma” o di conseguenze non intenzionali delle operazioni d’intelligence  diventa vecchio. Da un lato persone provenienti da Paesi come la Gran Bretagna e la Francia inondano la Siria come combattenti anti-governativi, mentre dall’altra parte spaventano la propria popolazione con il loro allarmismo su questi combattenti. Nella maggior parte dei casi, i combattenti dell’UE entrati in Siria hanno sostanzialmente avuto il via libera e il permesso dal proprio governo per andarvi a combattere. La situazione era la stessa in Libia, dove cittadini statunitensi, britannici, canadesi, francesi e irlandesi hanno combattuto per rovesciare la Jamahiriya libica. Un cittadino statunitense dell’Arizona, Eric Harroun, ritornato negli Stati Uniti dalla Siria avrebbe dovuto affrontare un processo per aver combattuto a fianco di al-Nusra, ma suo padre Darryl Harroun ha rivelato il segreto che Eric lavorava per la CIA in Siria.

Punto di svolta?
Un punto di svolta è all’orizzonte, puntando a una rinnovata spinta contro il governo siriano. Richard Ottaway, un parlamentare dello stesso partito conservatore britannico di William Hague e  presidente del comitato ristretto della Commissione Affari Esteri della Camera dei Comuni britannica, ha annunciato che crede che l’annuncio dell’Aja sia legato ai piani britannici per intervenire apertamente in Siria per “minare” i jihadisti stranieri. In termini orwelliani, i combattenti stranieri vengono utilizzati come pretesto per armare ulteriormente le forze anti-governative in Siria. Non sarebbe un caso che le capitali dei Paesi membri della NATO annunciano che il gas nervino sarin sia stato utilizzato dal governo siriano. Annunci circa l’uso di armi chimiche da parte della Siria sono stati fatti da Londra, Parigi, Tel Aviv e Washington DC. Nonostante il fatto che le forze anti-governative abbiano minacciato di usarle, i rapporti sull’uso di armi chimiche in Siria consegnati dal governo siriano alle Nazioni Unite vengono politicizzati con l’obiettivo di incolparne Damasco. Ripetendo lo scenario libico, l’UE ha deciso di iniziare a comprare petrolio siriano dalle forze anti-governative, mentre gli Stati Uniti hanno inviato truppe in Giordania e Israele per la costruzione di infrastrutture per le forze anti-governative e preparandosi ad inviare droni in Siria dallo spazio aereo giordano.
I combattenti stranieri e le forze anti-governative che combattono in Siria collaborano con gli Stati Uniti e i loro alleati direttamente o indirettamente. Ormai il fallimento della cosiddetta “guerra al terrore” degli Stati Uniti dovrebbe essere evidente ai più. Sin dall’inizio non era una guerra contro il terrorismo, ma una “guerra terroristica.” Coloro che sono stati etichettati terroristi e jihadisti dal governo degli Stati Uniti e dai suoi alleati, in molti casi erano proprio la fanteria degli statunitensi nella lenta guerra imperialista di conquista.

Avanti con la McJihad
L’alleanza della guerra fredda tra jihadisti e blocco occidentale, durante la luna di miele anti-sovietica in Afghanistan, è stata ripresa. Ancora una volta i combattenti jihadisti vengono utilizzati come fanteria nella McJihad degli USA. Nella chiamata alle armi, al-Qaradawi e la sua gente hanno dichiarato che la Russia è il nemico numero uno degli arabi e dei musulmani. Ma prima sulla loro lista dei nemici c’è la nemesi degli USA, l’Iran. Questa posizione è politicamente motivata, perché al-Qaradawi aveva proibito ogni combattimento nel 2010 contro la Russia nel Caucaso del Nord. Il pubblico destinato alla revisione della sua posizione sulla Russia e all’animosità verso l’Iran, è composto da battaglioni di combattenti stranieri in Siria, tra cui gruppi militanti del Caucaso del Nord entrati Siria e Libano per combattere attivamente contro il governo siriano, nell’ambito della McJihad degli USA. Le milizie anti-governative in Siria avevano già espresso la loro ostilità verso Mosca e Teheran.
Il Telegraph di Londra, presentato dalla trionfante lingua di Jake Wallis Simons, commenta che la chiamata alle armi di al-Qaradawi è il segnale che una nuova alleanza di interessi si forma tra le forze che la primavera araba ha portato al potere, come ad esempio i Fratelli musulmani, e l’occidente, contro l’asse formato da Russia, Iran e Cina. Simons avrebbe inoltre  implicitamente assegnato Israele a questa nuova alleanza contro Mosca, Teheran e Pechino. Ciò spiegherebbe perché degli israeliani sono stati catturati mentre spiavano le navi russe a Tartus.
La Siria non sarà il capolinea della McJihad. Se la Siria cade, in un modo o in un altro attraverso l’instabilità cronica o un cambiamento di regime, i combattenti stranieri invaderanno dal suo territorio tutto il mondo, utilizzandolo come chiave di volta per colpire Paesi come l’Iran e la Russia. Ciò è quello che è successo in Libia, utilizzata come base per inviare armi e combattenti in Siria dal Nord Africa. Potenzialmente, posti come il Distretto Federale del Caucaso del Nord in Russia e le province di confine iraniane poterebbero vedere l’afflusso di combattenti stranieri ed attentati terroristici. Ma nel breve termine il Libano sarà il prossimo fronte, se la Siria dovesse cadere.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I banchieri israeliani e il progetto mediorientale

Dean Henderson – 5 maggio 2013

1245976338sharon_bank_leumi_checkQuesta mattina aerei da guerra israeliani hanno sganciato bombe sui sobborghi di Damasco per la seconda volta negli ultimi giorni. Con l’esercito siriano che avanza nettamente sul terreno contro i ribelli di al-Qaida finanziati dai sauditi e addestrati dagli israeliani, i banchieri Illuminati sono sempre più disperati nel tentativo di salvare la loro fallita operazione segreta. La Siria è un perno fondamentale per il loro tentativo d’imporre un modello neocoloniale per estrarre petrolio nella regione del Medio Oriente, un piano che ha avuto inizio nel periodo successivo alla Guerra del Golfo.

La carota e il bastone
La guerra del Golfo ha fornito un’occasione d’oro agli Stati Uniti per scoprire chi erano i loro amici e, soprattutto, chi erano i loro nemici. Il presidente Bush padre, dopo aver esser stato direttore della CIA, sapeva di dover agire da agente provocatore geopolitico, trascinando fuori dall’armadio tutti i nemici degli Stati Uniti per bersagliarli. Dopo la guerra, i Paesi che sostennero l’impegno furono premiati, spesso con fondi sauditi e kuwaitiani. Coloro che simpatizzarono per l’Iraq furono isolati ed esclusi dalla rete finanziaria globale. Poco dopo l’inizio della guerra del Golfo, l’Egitto, la Siria e gli Stati del GCC firmarono la Dichiarazione di Damasco sollecitata dagli USA. L’accordo è un modello di compensazione finanziaria, politica e militare post-bellica per coloro che hanno sostenuto l’operazione Desert Storm. All’inizio della guerra del Golfo, l’Egitto doveva ai creditori esteri 35 miliardi di dollari. Quando il presidente Hosni Mubarak acconsentì l’invio di truppe egiziane, gli Stati Uniti annunciarono l’intenzione di condonare 6,7 miliardi dollari di debiti ai militari egiziani.[1] I sauditi e i kuwaitiani annunciarono una riduzione del debito di 7 miliardi di dollari. Nell’ambito della transazione, 38.000 truppe egiziane rimasero nella penisola saudita. L’Egitto ricevette 2,2 miliardi di dollari annualmente, in aiuti militari dagli USA, che utilizzò per l’acquisto di Apache, F-16 e missili Hellfire, Stinger e Hawk. L’aiuto militare israeliano arrivò a 3,1 miliardi dollari all’anno. Nel 1993 il Kuwait annunciò la fine del suo 42ennale boicottaggio d’Israele, mentre i sauditi smisero di far rispettare il loro boicottaggio.[2]
Quando la Siria si rifiutò di negoziare con Israele, il principe saudita Bandar intervenne. Israele serve da base avanzata per i succhiapetrolio Rothschild/Rockefeller e i loro amici bancari europei. Ashqelon, in Israele, è fondamentale per il commercio dei diamanti della De Beers, finanziata dall’Unione delle Banche, società controllata dalla Bank Leumi, la più grande banca commerciale d’Israele. Bank Leumi è controllata dall’inglese Barclays, una delle quattro banche britanniche che presiedono il Triangolo d’Argento caraibico del riciclaggio di droga e denaro. La famiglia del presidente della Bank Leumi, Ernst Israel Japhet controlla la Charterhouse Japhet, di cui Barclays detiene anche una quota di grandi dimensioni. Charterhouse monopolizza il commercio di diamanti tra Israele e Hong Kong. I Japhet sono una dinastia bancaria tedesca. Furono coinvolti nelle guerre dell’oppio cinesi con i Keswick, Inchcape e Swire. Il fiduciario della Bank Leumi, barone Stormont Bancroft, un ex lord della Regina Elisabetta II e proprietario della Cunard Lines, è un membro della famiglia Samuel che possiede grandi quote della Royal Dutch/Shell e della Rio Tinto. La famiglia Bancroft possiede una grande partecipazione del Wall Street Journal.
Japhet è stato direttore della BCI di Tibor Rosenbaum, istituita nel 1951 dopo la creazione d’Israele, per operare come lavanderia finanziaria svizzera del Mossad. Rosenbaum è stato importante per la fondazione sionista d’Israele, ma non era un amico del popolo ebraico. Tibor era un associato del dottor Rudolph Kastner, il cui buon amico Adolf Eichmann mandò 800.000 ebrei a morte ad Auschwitz. Un articolo della rivista Life del 1967, affermava che la BCI aveva ricevuto 10 milioni di dollari sporchi dalla World Commerce Bank di Meyer Lansky, nelle Bahamas. La seconda banca d’Israele è la Bank Hapoalim, il cui fondatore e proprietario è il visconte britannico Erwin Herbert Samuel, un altro insider della Royal Dutch/Shell. Samuel dirige la Croce Rossa israeliana, un braccio dell’intelligence britannico, ed è cavaliere di San Giovanni di Gerusalemme. Anche la Bank Hapoalim è affiliata alla BCI. Un terzo colosso bancario israeliano è l’Israel Discount Bank, al 100% di proprietà della Barclays, che controlla i finanziamenti e i fondi israeliani alla British Broadcasting Corporation (BBC). Sir Harry Oppenheimer, presidente della De Beers dalle origini anglo-americane, siede nel consiglio della Barclay che comprende cinque membri Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme della Regina Elisabetta, più di qualsiasi altra azienda al mondo.[3]
La Paz Oil detiene il monopolio dei settori petrolifero, petrolchimico e armatoriale d’Israele. Paz è controllata dalla famiglia Rothschild, che fu determinante per la fondazione d’Israele. Gli azionisti includono la Banca  commerciale dello svizzero-israeliano Tibor Rosenbaum, il boss di Detroit ed insider della United Brands Max Fischer, e Sir Isaac Wolfson, membro di una vecchia danarosa dinastia europea e consigliere politico del primo ministro britannico Margaret Thatcher. I membri del consiglio della banca commerciale svizzero-israeliana comprendono l’insider della Permindex generale Julius Klein, il banchiere argentino David Graiver e il segretario al Commercio di Carter Phillip Klutznick.[4]
La Siria inviò truppe a combattere in Iraq e ricevette dai sauditi e dal Kuwait il finanziamento per l’acquisto di 48 caccia MiG-29, 300 avanzati carri armati e un nuovo sistema di difesa aerea. Nel febbraio 1991, il presidente siriano Hafiz Assad ricevette 2 miliardi di dollari di aiuti dai sauditi e dai kuwaitiani. Alla Siria venne permesso d’impadronirsi di territori nel nord del Libano, durante la guerra, frantumando la milizia cristiana del generale Michele Aoun. Il 15 ottobre 1990 le truppe siriane presero Beirut.
Il Senegal ebbe 42 milioni di dollari di debito cancellati dagli Stati Uniti, avendo partecipato all’operazione Desert Storm e inviato forze di pace in Liberia, dove il burattino della CIA Samuel Doe era stato messo alle corde dai rivoluzionari di Charles Taylor. Doe, che stava proteggendo le piantagioni di gomma della Firestone e le miniere di diamanti della DeBeers, venne rovesciato, accusato di tradimento e giustiziato. Nel 2003, secondo l’Economist, la CIA inviò aiuti militari alla Guinea, utilizzati per finanziare due gruppi controrivoluzionari liberiani per spingere il nuovo presidente Charles Taylor all’esilio in Nigeria. Gli Stati Uniti quindi emisero un mandato dell’Interpol per Taylor, che la Nigeria si rifiutò di riconoscere.
Marocco e Tunisia inviarono truppe nel Golfo e furono premiati dall’aiuto del Kuwait e saudita. Le nazioni del Maghreb nordafricano, Algeria, Mauritania, Sudan e Libia denunciarono tutte con veemenza il bombardamento statunitense dell’Iraq. Yemen, Giordania e Autorità palestinese fecero lo stesso. Nel 1990, l’Arabia Saudita vietò la vendita di petrolio a Mauritania, Yemen, Sudan e  Giordania. L’Arabia Saudita e il Kuwait cancellarono i 100 milioni di dollari che dovevano consegnare all’Autorità palestinese, mentre continuavano a finanziare la fondamentalista Hamas. Al vertice islamico del dicembre 1991 a Dakar, in Senegal, il principe ereditario saudita Abdullah rispose a un tentativo di abbraccio di Yasser Arafat con un laconico: “Niente baci per favore“. Adbullah si rifiutò anche di parlare con il re di Giordania Hussein.
I membri del Consiglio di Sicurezza che votarono “sì” alla risoluzione 678  furono anch’essi premiati. La Cina ottenne un prestito della Banca Mondiale di 140 milioni di dollari. La Russia ottenne 7 miliardi di dollari dagli Stati del GCC. Il Congo ebbe una grossa fetta del debito estero condonato e ricevette aiuti militari, mentre Colombia ed Etiopia ricevettero gli aiuti della Banca Mondiale. Gli USA prontamente versarono i 187 milioni di dollari ai delinquenti dell’ONU, che gli dovevano.[5]
Il giorno dopo che lo Yemen diede un solitario “no” alla risoluzione 678, gli Stati Uniti gli cancellarono un pacchetto di aiuti di 42 milioni dollari. L’ambasciatore all’ONU dello Yemen si sentì dire da un diplomatico degli Stati Uniti, il giorno in cui lo Yemen votò, “Questo è il voto più costoso mai dato“.  I sauditi punirono il loro vicino meridionale chiedendo a migliaia di lavoratori yemeniti impiegati nel Regno, di trovare sponsor sauditi per non essere  espulsi. Dopo la guerra, i lavoratori yemeniti, palestinesi e giordani furono sostituiti in massa, in tutte i sei Stati del GCC, che inoltre annullarono 28 milioni dollari di aiuti allo Yemen.[6] La Giordania perse 200 milioni di dollari di aiuti sauditi, assistenza che di norma copriva il 15% del bilancio di Amman. Gli Stati Uniti cancellarono un pacchetto di 37 milioni dollari di aiuti alla Giordania che, come principale partner commerciale dell’Iraq, subì ulteriori conseguenze economiche causate dall’embargo ONU.[7]
Per alcuni Paesi le conseguenze per aver criticato la politica estera degli Stati Uniti furono assai più drastiche. In Etiopia, il governo di Mengitsu Haile Mariam aveva cominciato a denunciare la guerra degli Stati Uniti contro l’Iraq, nonostante il suo precedente “sì” alle Nazioni Unite. Mariam fu rovesciato da una coalizione di ribelli tigrini, eritrei e oromo, che poi sorvegliarono l’ambasciata statunitense a Addis Abeba, davanti cui migliaia di etiopi si riunirono per protestare contro il coinvolgimento degli Stati Uniti nel colpo di Stato.[8] In Algeria, dove il ministro del petrolio del Paese e presidente dell’OPEC, Sadiq Bussena, accusò i venditori di future energetici statunitensi  di manipolare i prezzi del petrolio durante la Guerra del Golfo, il Gruppo islamico armato fondamentalista (AIG) lanciò una campagna terroristica sanguinaria. L’Algeria era un leader dei falchi del prezzo nell’OPEC e i sauditi volevano togliere Boussena dalla presidenza dell’OPEC. Il presidente algerino Chadli Benjedid accusò i sauditi di finanziare l’AIG. Molti algerini vi videro la mano della CIA. La moneta dell’Algeria fu svalutata e nel gennaio 1992 Benjedid venne dimesso. Il primo ordine del giorno del nuovo governo fu approvare la legge sugli idrocarburi, che aprì i giacimenti di petrolio dell’Algeria ai Quattro Cavalieri. Il petrolio dell’Algeria, ricercato per il suo basso contenuto di zolfo, era storicamente gestito dalla Sonatrach statale. Molti membri dell’AIG riemersero per combattere nella guerra della CIA contro la Jugoslavia.

Note
[1] “Power, Poverty and Petrodollars: Arab Economies after the Gulf War”. Yahya Sadowski. Middle East Report. Maggio-Giugno 1991. p.7
[2] “Report Says Bush’s Sons Lobbied for Kuwait Business”. AP. Joplin Globe. 8-30-93. p.3A
[3] Dope Inc.: The Book that Drove Kissinger Crazy. The Editors of Executive Intelligence Review. Washington, DC. 1992. p.200
[4] Ibid.
[5] “An Enemy of Mankind”. Storm Warning. Seattle. Gennaio 1992.
[6] Sadowski. p.10
[7] Morning Edition. National Public Radio. 6-20-91
[8] “Birth Pains of a New Ethiopia”. Gayle Smith. The Nation. 7-1-91. p.1

Dean Henderson è autore di quattro libri: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve & Stickin’ it to the Matrix. È possibile iscriversi gratuitamente al suo settimanale Left Hook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Lo scontro Iran – Arabia Saudita in Libano e Siria

Prodrome Nouvel Ordre Mondial 4 maggio 2013

Rally to mark the end of a 40-day mourning period for Imad MughniyehIl punto che difendo su questo blog, è che la crisi siriana sin dall’inizio ha provocato l’interferenza di forze straniere nel Paese, forze che hanno commesso violenze da subito, a volte in modo molto professionale, contro l’apparato di polizia e militare del regime. Queste forze straniere, non contente di armare militarmente ed equipaggiare nella guerra mediatica ai cittadini siriani, gli appartenenti al movimento dei Fratelli musulmani, al wahabismo o solo coloro che pensano il proprio futuro personale o del clan potrebbe essere più luminoso senza Bashar al-Assad, hanno anche fatto giungere mercenari provenienti da Turchia, Giordania, e persino Tunisia, Cecenia ed Europa (non parlo dei siriani residenti in Europa). Va da sé che coloro che speravano in una democratizzazione della vita politica in Siria la scontano.
Per Jean Aziz, che abbiamo già incontrato su questo blog, forse tracciando una linea grossolana, sì, assistiamo in Siria a una guerra tra Iran e Hezbollah da un lato, e Arabia Saudita, Qatar, Turchia e Stati Uniti dall’altra. Ed è l’asse turco-arabo-occidentale che ha preso l’iniziativa in questa guerra e fatto in modo che perduri in mancanza di una soluzione politica, che si è sforzato di evitare proprio come in Libia. Solo che il problema strategico è molto più grande della Libia e della Siria; se gli statunitensi sfrutteranno la sicurezza della loro amata entità sionista, i monarchi potranno voltarsi dall’altra parte!
Tuttavia, in un mondo razionale, questa crisi sarebbe stata risolta molto tempo fa e non avrebbe mai avuto luogo. Ma un mondo razionale sarebbe un mondo in cui gli Stati Uniti invece di cercare il confronto con Iran, Hezbollah e Siria, avrebbero cercato di avere normali relazioni con Paesi con cui non dovrebbero avere a priori alcun conflitto acuto. Sì, scrivo questo Paese, perché credo che Hezbollah non esisterebbe se gli Stati Uniti non sostenessero così ostinatamente e incondizionatamente l’entità sionista che non potrà mai avere una condizione normale nella regione. Anche per le monarchie di Arabia Saudita e Qatar, il nodo di una sconfitta dell’asse Siria-Hezbollah-Iran permetterebbe, infine, di normalizzarne i rapporti con l’entità sionista e quindi di seppellire i diritti del popolo palestinese. L’obiettivo è certamente illusorio e i monarchi, come il Gran Turco, dovrebbero pensare a ciò che Kant disse: “E’ un’illusione l’alone che rimane anche quando sappiamo che l’oggetto presunto non esiste”.

L’Iran contro la diplomazia saudita in Libano
Jean Aziz al-Monitor Libanon Pulse, 29 aprile 2013
Tradotto dall’inglese da Djazaïri

Tre settimane di sviluppi della situazione in Libano sono state sufficienti a cancellare la sensazione che una svolta nelle relazioni tra l’Arabia Saudita e l’Iran fosse vicina, almeno in Libano. Questa sensazione aveva preso forma il 6 aprile, quando il parlamento libanese, con un consenso quasi totale, nominò Premier Tammam Salam, per formare un nuovo governo a Beirut.
In un primo momento, ci sono stati alcuni segnali che una svolta nel rapporto tra l’Arabia Saudita e l’Iran fosse in vista. L’ambasciatore saudita a Beirut, Ali Awad Asiri, aveva chiaramente aperto verso Hezbollah. Tanto che alcuni dissero che l’Arabia Saudita aveva avviato il contatto diretto con la più potente organizzazione sciita in Libano attraverso un ufficiale dei servizi di sicurezza libanesi, che gode della fiducia del segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah stesso. E’ stato anche detto che il vice di Nasrallah, sheick Naim Qassim, dovesse recarsi in Arabia Saudita per condurre una missione di Hezbollah per discutere del rapporto tra la periferia sud di Beirut e Riyadh. La delegazione doveva inoltre affrontare il problema della formazione di un nuovo governo [in Libano] e l’accettazione di una nuova legge elettorale, al fine di garantire che le elezioni abbiano luogo entro la fine del mandato dell’Assemblea libanese attuale, il 20 giugno, ed evitare di andare verso l’ignoto.
Questa impressione ottimista è rapidamente scomparsa ed è diventato chiaro che la strategia della tensione tra l’Arabia Sudita e l’asse iraniano rimane valida fino a nuovo avviso. Sembra che le due parti siano impegnate in una serie di manovre per migliorare le proprie posizioni e capacità in preparazione di un attacco a sorpresa contro l’altra parte. Sotto la copertura dell’apertura a Hezbollah a Beirut, l’asse saudita puntava a una battaglia regionale per rafforzare l’assedio al regime siriano e rovesciare il Presidente Bashar al-Assad. Quando i sauditi si stavano preparando ad attaccare la capitale siriana, hanno ritenuto prudente non aprire più di un fronte alla volta. Così hanno fatto una tregua con Hezbollah e mostrato buona volontà verso quest’ultima, mentre il cappio arabo-turco-occidentale si stava stringendo intorno al collo di Assad. A loro volta, l’Iran e Hezbollah non si sono lasciati ingannare dall’operazione saudita. Pochi giorni dopo aver iniziato a testare le reazioni dell’altra parte, l’Arabia Saudita ha iniziato il suo attacco: gli alleati libanesi di Riyadh hanno indurito le loro posizioni sulla formazione del nuovo governo e la redazione della legge elettorale, rendendo consapevole l’asse di Hezbollah [Hezbollah e i suoi alleati in Libano] della manovra, spingendoli a cambiare tattica. Quindi Hezbollah ha contrattaccato su quasi tutti i fronti.
Sembra che l’Arabia Saudita abbia scommesso su un cambiamento favorevole della situazione militare in Siria, mentre ciò è in realtà favorevole al campo iraniano. Un fattore sul campo ha invertito la situazione: in due settimane, le forze pro-regime sono avanzate in tutte le regioni intorno a Damasco e Homs. Questo sviluppo ha posto 370 chilometri del confine siriano-libanese sotto il controllo del regime siriano e dei suoi alleati in Libano. Intrappolando e isolando una parte significativa dei sunniti, che tradizionalmente sono sostenuti dall’Arabia Saudita; quasi mezzo milione tra Akkar e Tripoli, attraverso l’interposizione dell’esercito siriano e dei suoi alleati libanesi. Ma la risposta contro l’Arabia Saudita, in Libano, ha avuto altre manifestazioni: la visita di Hezbollah a Riyadh di cui stavamo parlando non è mai accaduta e si è appreso che Nasrallah s’è recato a Teheran di recente. Nonostante molte speculazioni sugli obiettivi di questa visita e la sua tempistica, Hezbollah è rimasta vistosamente in silenzio sull’argomento. Il partito non ha né confermato né smentito. Tuttavia, le immagini di Nasrallah che incontra la Guida suprema iraniana Ali Khamenei sono state pubblicate sui social network. Ambienti vicini a Hezbollah dicono che la foto è stata tratta dagli archivi, ma la foto non sembra vecchia.
Un’altra manifestazione del contrattacco è stato l’annuncio della distruzione, al largo di Haifa, da parte israeliana, di un drone proveniente dal Libano. Ma a differenza di incidenti simili, come quando Israele distrusse un drone Ayyub il 9 ottobre 2012, Hezbollah ha rapidamente negato di avervi qualsiasi cosa a che fare. Alcuni hanno interpretato che tale negazione sia stata causata dal fallimento del drone Ayyub 2 nel penetrare in profondità sul territorio israeliano. Ma il drone avrebbe dovuto forse limitarsi a sorvolare i giacimenti di gas israeliani nel Mediterraneo. In questo caso, il drone è stato in grado di inviare un messaggio a Israele, il che spiega anche la negazione di Hezbollah. In questi ultimi due giorni, ambienti vicini al partito hanno gestito la questione in maniera evasiva, chiedendosi: se il tutto è causato da un ragazzino del Libano meridionale che giocava con un aereo telecomandato portando gli israeliani a sospettare che Hezbollah gli fa la guerra? Alcuni a Beirut credono che il contrattacco iraniano contro le avanzate dell’Arabia Saudita, abbia provocato le dimissioni dell’ex primo ministro libanese Najib Miqati, andando ben al di là della scena libanese e toccando persino Bahrain ed Iraq. Si è parlato della scoperta di depositi di armi per l’opposizione del Bahrein, a Manama, e delle truppe del Primo ministro iracheno Nouri al-Maliqi che sono entrate a Hawija e minacciano di fare lo stesso ad Anbar.
Tutte cose che confermano ancora una volta, che qualsiasi accordo tra i libanesi dovrebbe avvenire sotto la protezione internazionale, vale a dire, almeno con un accordo tra Washington e Teheran. Ma un tale accordo non sarà in grado di intervenire mentre alcuni eventi non si saranno prodotti, come le elezioni presidenziali in Iran a giugno o i risultati dei negoziati sul nucleare di Almaty (se riprenderanno). Nel frattempo, la situazione in Libano porterà sia all’estensione della crisi che alla proroga il mandato del parlamento e al rinvio della formazione di un nuovo governo, ossia all’esplosione della situazione!
La maggior parte delle organizzazioni e dei partiti libanesi e stranieri preferisce la prima opzione.

Jean Aziz è un collaboratore di al-Monitor Liban Pulse. È un editorialista del quotidiano libanese al-Akhbar e ospita un dibattito politico su OTV, canale televisivo libanese. Aggiungiamo che questo cristiano originariamente faceva parte delle Forze libanesi, un movimento di estrema destra, prima di raggiungere il Generale Michel Aoun su posizioni nazionaliste, moderatamente anti-siriane (o moderatamente filo-siriane), favorevole all’intesa interreligiosa e ostile all’entità sionista. Questo è il motivo per cui noi diciamo che è vicino a Hezbollah. quasi come Michel Aoun.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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