L’India dovrebbe isolarsi dalla guerra allo SI

M K Bhadrakumar 5 ottobre 2014Modi-2-621x414È la terza volta che l’India si trova a dover scegliere se unirsi alla guerra degli Stati Uniti contro il terrorismo. Nel 2001, il governo del BJP era piuttosto incline ad unirsi all’invasione dell’Afghanistan per rovesciarne il regime talib. Ma gli Stati Uniti erano più interessati ad imbrigliare l”alleato non-NATO’ Pakistan di Pervez Musharraf, ed accelerarono. La seconda volta fu nel 2003, quando in visita negli Stati Uniti, l’allora vicepremier LK Advani vide favorevolmente l’allora pretesa diplomatica del segretario alla Difesa statunitense Donald Rumsfeld secondo cui l’India doveva unirsi alla “coalizione dei volenterosi” per invadere l’Iraq. Ma la follia di Advani fu corretta dal Premier AB Vajpayee appena in tempo. Ora, il Premier Narendra Modi deve affrontare una scelta simile se far parte della “coalizione dei volenterosi” degli Stati Uniti contro lo Stato islamico in Iraq e Siria. Gli esperti della sicurezza indiani sembrano divisi. A complicare le cose, Israele ha anche lanciato al massimo livello ciò che sembra l’ultimo tentativo d’influenzare Modi, che mantiene apparentemente il senso delle proporzioni circa la mitica minaccia di al-Qaida in India. Tuttavia, sembra la toccata e fuga del nostro campeggio alla NSA di Washington nei fine settimana e causa del disagio che spinge “fonti altolocate” del governo indiano a spargere sistematicamente storie allarmistiche basate su congetture e intelligence scadente da pettegolezzo di bazar (qui e qui).
Tale gestione dei media suggerisce un attento piano per plasmare l’opinione pubblica a favore dell’abbraccio ‘Saath’ tra India e USA. (Saath, ‘andiamo avanti insieme’). Tuttavia, l’India farebbe un errore catastrofico associandosi alla “coalizione dei volenterosi” degli Stati Uniti contro lo SI. Il primo punto da ricordare è che si tratta di una guerra aperta. Il premier inglese David Cameron ha appena previsto che potrebbe essere una guerra generazionale. L’India ha la capacità di persistervi? In secondo luogo, le vite di oltre trenta indiani prigionieri dello SI sono nel mirino. Commettendo errori ci saranno ritorsioni e l’India sarà del tutto impotente, dato che gli Stati Uniti non faranno nulla per l’India oltre ciò che possono per il loro alleato chiave inglese, cioè niente. Il piano dello SI è forzare un Obama riluttante e un riluttante David Cameron ad inviare “soldati sul campo”, quindi vi sono alcune domande molto serie. Chiaramente, gli attacchi aerei contro lo SI non portano a nulla. Lo SI è già passato a una struttura orizzontale, senza comando supremo e centri di comando e controllo. Come un esperto di Medio Oriente ha dichiarato, opera come “un organismo rizoma”. Che vuol dire? Significa che gli Stati Uniti e i loro alleati presto non avranno “obiettivi”, mentre lo SI continua ad avanzare nonostante gli attacchi aerei degli Stati Uniti. Ha appena occupato una base militare irachena, con centinaia di soldati e catturato altre due città di confine in Siria. In breve, presto si dovrà riflettere sul ‘cosa succederà’ dopo gli attacchi aerei? La decisione della Turchia d’inviare truppe in Iraq e Siria e occuparne i territori anticipa l’attuale strategia militare degli Stati Uniti finire in un vicolo cieco, anche prima di quanto pensato. Persino in tale caso, nella “coalizione dei volenterosi” vi sono troppe contraddizioni. Gli Stati Uniti dipendono dagli stessi alleati del Golfo che il vicepresidente Joe Biden ha apertamente riconosciuto, in un discorso all’Università di Harvard, quali soli responsabili della creazione dello SI. In altre parole, i Paesi del Golfo e la Turchia (che finanziano, armano e assistono l’assalto dello SI) hanno un proprio ordine del giorno, diverso da quello degli Stati Uniti. Così l’amministrazione Obama affronta la difficile scelta tra fingere che i suoi partner della coalizione operino per sconfiggere militarmente lo SI inviando “stivali sul terreno” o, più plausibilmente, ad un certo punto accettare l’emergere dello SI e cercare di venirvi a patti.
A complicare le cose, l’Arabia Saudita è pericolosamente sovraestesa stiracchiando il proprio peso politico regionale. I confini con Iraq (900 km) e Yemen (1400 km) possono divenire vie d’infiltrazione di al-Qaida. Inoltre, ribolle la guerra tra fazioni nella famiglia reale saudita sulla successione di re Abdullah. Basti dire che tale crisi è quella del wahhabismo. La strategia saudita di sfruttare i salafiti negli ultimi 30-35 anni in Afghanistan, Pakistan, Siria e così via, chiude il cerchio con l’inevitabile radicalizzazione salafita che si muta nel movimento neo-wahabita qual è lo Stato islamico. Per quanto attese ed aspirazioni della gioventù saudita rimarranno lontane da carisma e forza dello SI? Questo è il problema centrale che emerge oggi. Citando l’analista del Medio Oriente di cui sopra, “la guerra in Medio Oriente è divenuta la guerra tra wahabismo e altri orientamenti del salafismo, come la Fratellanza musulmana (che i sauditi incolpano della nascita dello SI). È una guerra infra-sunnita, dei wahhabiti sauditi contro wahhabiti qatarioti, dei wahhabiti di Jabat al-Nusra contro lo SI; dei wahhabiti dell’Arabia Saudita e alleati contro i Fratelli musulmani“. Basti dire che si tratta di un calderone ribollente dalle inevitabili gravi ricadutee l’alta probabilità del ripetersi della rivoluzione islamica del 1979 in Iran, ma questa volta in Arabia Saudita.
Come osservatore di Obama, la mia impressione è che Obama traccheggi, sapendo perfettamente cosa ci sia in gioco. Obama sembra autorizzare gli attacchi aerei contro i movimenti senza troppa convinzione, intuendo la vulnerabilità terribile dell’Arabia Saudita. Naturalmente, il paradosso è che per la loro passività, gli Stati Uniti potrebbero finire per ripetere la follia in Iran degli anni ’70, rifiutando di fare pressione sul regime saudita per le riforme ed intuendo la vulnerabilità del regime, ma da spettatore paralizzato mentre lo SI avanza su Riyadh. Ma poi, che altro può fare Obama? L’opinione pubblica e l’establishment politico statunitensi non tollereranno che gli Stati Uniti inviino “stivali sul terreno” per salvare il regime saudita. Pertanto, l’India deve essere estremamente attenta a ciò che accade. Vi sono 7 milioni di indiani che si guadagnano da vivere nella regione. Non devono finire nel fuoco incrociato e ciò dovrà essere la prima preoccupazione. In prospettiva di lungo termine, l’India deve rivalutare potenzialità e/o pericoli dell’impennata dell’Islam politico nella mutazione del Medio Oriente. Se lo SI bussa alle porte di Riyadh, il rimbombo si farà sentire fino a Lahore. Questa non è una guerra al terrore. Le vecchie strategie regionali statunitensi perseguite in stretta alleanza con l’Arabia Saudita, hanno inesorabilmente portato all’attuale risultato esplosivo. Il patto faustiano degli Stati Uniti con i sauditi si disfa. L’India non ne ha alcun ruolo e non dovrebbe aspirare ad averne oggi, non importa chi sia il Mefistofele di New York che l’abbia sussurrato a Modi.

121613_Saudi_16x9Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il SIIL arriva nella “primavera araba”: i corni del dilemma curdo

Ziad al-Fadil Syrian Perspective 7 ottobre 2014Kurdistan-mapHo intenzione di farvi uno scherzo. Ayn al-Arab significa “primavera araba”. La parola “primavera” qui, ovviamente, si riferisce ad una sorgente d’acqua e non alla stagione. E’ anche il luogo chiamato Kobani dai curdi, divenuto ora famoso per l’attacco del SIIL a questa città sul confine siriano-turco. Poveri curdi. I loro capi sono o dei segaioli imperterriti come Masud Barzani, il cui unico scopo nella vita sembra sia pompare petrolio e aria fritta nel nord del Kurdistan iracheno; o condannati a languire in carceri in un’incontaminata isola, famosa per le sistemazioni limitate e la scarsità di televisori a schermo piatto, come Abdullah Ocalan. È già abbastanza brutto non poter condividere con tutti la visione dello Stato-nazione curdo, ma immaginate quanto sia esasperante quando gli unici difensori di Kobani sono del Partito dei Lavoratori del Kurdistan, PKK, milizia designata “terrorista” dagli USA ed alleati, per non parlare dei malvagi erdoghani turchi. Cosa può fare un curdo quando terroristi sono contro terroristi? Beh, i curdi fanno, come sempre, tutto ciò che non dovrebbero. Chiedono altri e più efficaci attacchi aerei degli USA contro il SIIL che è, evidentemente, già a Kobani. Chiedono anche l’aiuto della Turchia. Ahaha! Che barzelletta! La stessa Turchia, tra l’altro, che vede la creazione di uno Stato curdo come se fosse la devoluzione dell’esistenza terrena nello stretto sfintere dell’oblio. E gli Stati Uniti sono restii ad aiutare un gruppo che designano “terrorista” per sconfiggere un altro gruppo “terrorista”. Dimenticate i turchi! Che può fare uno yankee?
I curdi pensano proprio come i palestinesi. Ci sono somiglianze. Entrambi sono popoli del Terzo Mondo oppressi dagli ebrei, Primo Premio dei Popoli Vittime. E proprio come gli ebrei, ma con meno successo, sono determinati a vincere il premio grazie ai buoni uffici di NATO, Stati Uniti e tutti gli altri malintenzionati della rete che trascorrono le loro ore di veglia architettando modi per frustrarne le speranze, i sogni, le aspirazioni e (un grande “e” qui) per tutto il tempo guadagnarsi il favore dei ricconi ebrei di Nord America ed Europa. I curdi della Siria per molti decenni hanno combattuto una battaglia persa per la cittadinanza siriana. nfine l’ebbero concessa dal dr. Assad. Pensate che mantengano i contatti con l’esercito siriano per respingere l’assalto del SIIL? No! Sarebbe troppo facile. Pensate che abbiano capito, ormai, che le aperture di Erdoghan sono solo uno stratagemma per garantirsene l’emarginazione mentre continua l’aggressione criminale contro la Siria? No. Sarebbe troppo semplice da capire. (Non si suppone che i turchi siano stupidi, comunque?) Pensate che si contattino Iran e Russia per vedere se questi due Paesi possano fornirgli aiuti genuini nella lotta contro un movimento sociopatico come il SIIL creato proprio da NATO, Stati Uniti e le alleate scimmie di Arabia Saudita e Qatar? No. Anche questo sarebbe troppo facile.
Iran e Russia? E’ un dato di fatto che i curdi parlano una lingua che deriva dal farsi. Mentre molti curdi sono costretti ad imparare il turco per avere un posto nelle vacue tradizioni delle orde dell’Asia centrale avanzate tra gli elleni e gli armeni dell’Anatolia, la maggior parte di loro non ha alcuna difficoltà ad adattarsi al farsi, che molti loro luminari, come Hoshyar Zibari, parlano fluentemente. I persiani non opprimono i curdi. I persiani non negano ai curdi il diritto di parlare nella loro lingua o d’insegnarla nelle loro scuole. Eppure, come i palestinesi, i curdi continuamente gravitano verso la parte più aggressiva del tracciato. La Russia? L’ex-Unione Sovietica, non è un segreto che il PKK sia socialista, persino comunista. Vero, la Russia ha lasciato quel particolare tipo di socialismo scientifico per migliorare la vita dei russi medi con pratiche capitalistiche spietate e dickensiane, da sociologia malthusiana. Ma per lo meno, la Russia è legata alla Cina comunista, altra potenza che commuta genere divenendo “potenza economica”. Mentre è difficile conciliare le precedenti personalità di questi due potenti membri del Consiglio di sicurezza dell’ONU, non è difficile capire che potrebbero avere meno dubbi nell’aiutare i curdi oppressi a respingere la grottesca folla di roditori assassini del SIIL, avendo anche loro dei fanatici simili a casa, per esempio ceceni e uiguri.
pkk-leader-small Mesut Kiryilan, che dirige il PKK, deve prendere il dilemma per le corna e fare quanto segue: ridurre Abdullah Ocalan allo status di invecchiato e lamentoso boss mafioso che non vedrà mai la luce del giorno, mentre fa salotto nella sua cella ad Imrali. Kiryilan non deve mai dimenticare che Ocalan ha ordinato l’assassinio di Sakine Cansiz a Parigi, con l’aiuto di Erdoghan e Hollande. Ne ordinò l’assassinio perché stava per rivelare, in Germania, la collusione di Ocalan con il piano per neutralizzare il movimento di liberazione curdo. Non dimenticate, la madre di Ocalan era turca, o almeno così ha detto ai suoi carcerieri mentre veniva portato via dall’Africa per essere processato ad Ankara. Non voglio sembrare caustico e cinico, senza cuore. Sono con i palestinesi (mia madre è nata a Jaffa, Palestina) e ho vissuto la loro tragedia per tutta la vita. Eppure, ogni volta che devo sedermi e pensare a come questi popoli vittime gestiscono i loro affari, socialmente, politicamente ed economicamente, capisco che scelgono sempre le soluzioni peggiori ai loro problemi, chiedendo l’amicizia ai più ostili alle loro aspirazioni, o sviluppando relazioni sociali basate su corruzione e furto, accettando le kakocrazie che hanno contribuito a fondare e santificando quegli stessi degenerati che li hanno truffati ed ingannati per decenni, Non ho alcuna simpatia per loro. Quando penso a Mahmud Abbas, leader dei palestinesi, penso alle pecore al macello, dove i macellai sono gli ebrei europei che ancora dentro i loro Konzentrazionlagern, o ai curdi in via di estinzione perché invocano i propri Quisling, Posso solo alzare solo le spalle, abbottonarmi il cappotto e attendere la fine della “primavera araba”.

sakine-cansiz-24Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Stato islamico: chi è davvero il SIIL?

Ghaleb Kandil, direttore di New Orient News, 6 ottobre 2014 – Mondialisation

10624972Il presidente turco Recep Erdogan è il leader regionale della “Fratellanza Musulmana” sopraffatto dalle delusioni. Incapace di sconfiggere la Siria e il suo Comandante in capo, vede dissipare i suoi sogni di gloria alla testa dell’impero neo-ottomano. Incapace di vincere la sua scommessa d’imporre un governo coloniale ai popoli del Levante ed Egitto, ha scatenato il suo profondo odio selgiuchide cospirando contro Siria, Egitto, Iraq ed interferendo in ogni affare nel mondo arabo. Tutte le strade che avvantaggiano il SIIL con finanze, armi e uomini passano da Istanbul, dove le transazioni sono realizzate vendendo petrolio rubato in Iraq e Siria da società turche e consegnato ai propri clienti statunitensi e sionisti da cui ricevono ingenti somme, milioni al giorno, per le casse di al-Baghdadi. Con gli auspici delle intelligence turche migliaia di turchi sono stati reclutati nel SIIL, i cui campi sono stati istituiti per addestrali e le cui “case di cura” accolgono. Molti di loro si sono recati in tali “luoghi di riposo” dopo le stragi. Immagini e articoli che descrivono i loro viaggi vengono anche pubblicati dalla stampa turca! Ed è sempre sotto gli stessi auspici che arrivano migliaia di combattenti stranieri che secondo Obama “l’occidente ne teme il ritorno nei Paesi di origine”. Riguardo le armi comprate da Arabia Saudita e Qatar, molte sono arrivate in Turchia per il SIIL, ma anche per le fazioni dei servizi segreti turchi che a loro volta massacrano, saccheggiano e devastano il nord-est siriano; anche se la maggior parte del bottino comunque torna ai “Dawaash” (i membri del SIIL) per comprarne l’aggressione ai curdi in Iraq e Siria.
La Turchia è lo Stato aggressore che ha creato “i comandi operatovi per la distruzione della Siria”, guidati dal generale degli Stati Uniti David Petraeus. E’ lo Stato responsabile dell’organizzazione delle “conferenze dei mercenari” delle edizioni successive, ma sempre sotto la bandiera di una presunta opposizione siriana. Un’opposizione i cui aspetti, nomi e capi variano a discrezione dei mandanti degli Stati Uniti, ma la cui costante dipende dall’illusione del governo ottomano decisa dall’odio verso la Siria e il suo popolo, e dall’ostilità verso tutto ciò che è arabo. Erdogan mira al popolo e ai leader arabi dell’Egitto dopo la rivolta contro l’organizzazione dei Fratelli musulmani, “madre del terrorismo e serva del colonialismo in Oriente”, perché gli egiziani che credevano alla sua propaganda presto hanno scoperto l’ipocrita transazione nell’ambasciata degli Stati Uniti, alla vigilia dell’arrivo al potere di Muhammad Mursi sotto il califfo dell’illusione ottomano, creatore del SIIL e protettore dei gruppi taqfiri che operano in Siria. Erdogan vuole spezzare l’Iraq e mira a prendersi Kirkuk, preparandosi ad attaccare la Siria per perfezionare il “piano del SIIL” con il pretesto della cosiddetta “zona di sicurezza” che cerca d’imporre sul campo. Ma ogni avanzata della Turchia in Siria sarà considerata un’aggressione alla Siria, alla sua sovranità e indipendenza. Si attiverà una risposta ferma e adeguata, e lo Stato siriano è pronto a respingere gli attaccanti.
Le autorità siriane hanno agito saggiamente accettando il “coordinamento sommerso” con l’amministrazione statunitense per permettergli di salvare la faccia dal fallimento morale e politico, mentre gli attacchi aerei degli USA sono difatti coordinati con Damasco; questo senza che la Siria li legittimi svolgendosi “al di fuori del quadro del Consiglio di sicurezza e quindi della legittimità internazionale”. Le autorità siriane sono ben consapevoli dei rischi potenziali di una tale situazione e ne detengono grandi vantaggi; ma a Damasco, i regolamenti di conti si compiono sempre al momento opportuno ed è con i suoi alleati che la Siria traccia le linee rosse e le norme sugli attacchi aerei degli Stati Uniti nel quadro della “lotta al SIIL”. La Siria ha detto, con il suo ministro degli Esteri a New York, che qualsiasi invasione del proprio territorio sotto qualsiasi pretesto, sarà considerato un attacco alla sovranità nazionale siriana. Pertanto, dovranno aspettarsi difesa e resistenza con tutte le forze disponibili, soprattutto perché gli attaccanti fanno parte dell’odiosa alleanza che ha lanciato la “guerra mondiale” per distruggere Siria, e la Turchia di Erdogan è il quartier generale dell’alleanza e uno dei suoi più atroci, viziosi ed ipocriti membri.

ALeqM5jBTEifhiRULijv3hODDaCnXrEC1ACosì scriveva Ghaleb Kandil alla vigilia del 2 ottobre, il giorno dell’adozione al parlamento turco del testo presentato dal primo ministro Ahmet Davutoglu, che autorizza l’impegno della Turchia in un’azione militare “contro il SIIL” in Iraq e Siria. Passiamo su tutto ciò che abbiamo sentito nei nostri media, lieti che la Turchia infine dimostri di essere davvero un alleato della NATO, ma che necessariamente ha liberato gli ostaggi di Mosul con la semplice deterrenza diplomatica verso l’infame SIIL. Infatti, abbiamo visto gli ostaggi liberati [1] laddove altri sono stati decapitati! Passiamo anche sul presunto rifiuto del governo turco nel giustificare la possibile invasione della Siria con l’intenzione d’istituire campi profughi o, più precisamente, una “zona di sicurezza” per milioni di profughi siriani, che sì ha umanamente accolto prima ancora di sentirne il bisogno, per non parlare delle centinaia di curdi iracheni ai quali ha aperto le frontiere dopo aver esitato… mentre il suo alleato statunitense cedeva alle sue pretese. Baderemo solo alle dichiarazioni del portavoce del ministero degli Esteri [2] francese, a seguito di questa ottima notizia:

8) Turchia/Siria/SIIL
D – Quali sono le consultazioni franco-turche?
R – La riunione dei ministri degli Esteri riguarderà relazioni bilaterali e questioni regionali. Il formato è stato deciso dopo la visita del presidente della Repubblica in Turchia, il 27 e 28 gennaio 2014. Si tratta di consultazioni annuali, ed è la prima volta che si svolgono a Parigi.

D – Come vede la Francia il progetto approvato dall’assemblea turca di creare uno spazio presso Qubanah, a cui i turchi fornirebbero copertura aerea?
R – Accogliamo con favore la decisione del Parlamento turco, che permette al governo d’intraprendere un’azione militare, se ritenuta necessaria. Per noi la Turchia è un alleato e un partner chiave nella coalizione antiterrorismo. Le consultazioni bilaterali del 10 ottobre saranno occasione per rivedere tutti questi problemi. Su progetti specifici delle autorità turche, vi rimando a loro.

D – Ciò significa mettere piede in Siria e dispiegarvi truppe, con l’argomento che dobbiamo proteggere Qubanah?
R – Si tratta di una decisione delle autorità e del parlamento turchi. Come ha detto il ministro, vi è una divisione del lavoro tra i Paesi della coalizione contro l’organizzazione terroristica SIIL.

D – Ma è ancora urgente. Sembra che nessuno si preoccupi della situazione a Qubanah, e si accetta che questa città cada e vi siano massacri. Nessuno sembra voler armare i curdi siriani?
R – Sosteniamo ciò che gli statunitensi fanno in Siria e nei Paesi arabi, ma ci deve essere una divisione del lavoro. Dobbiamo intervenire militarmente in Iraq. In Siria sosteniamo l’opposizione moderata. Il ministro l’ha chiaramente ricordato la scorsa settimana presso l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

D – In tale divisione del lavoro chi aiuta i curdi di Qubanah?
R – Per noi, il partito che può combattere nel modo più efficiente contro SIIL e contro Bashar al-Assad è la coalizione nazionale siriana.

D – Perché aiutare i Peshmerga curdi in Iraq e non i curdi di Qubanah in Siria?
R – In Iraq lo facciamo su richiesta e in collaborazione con le autorità irachene”.

Niente di nuovo, tranne una buona ed inaspettata domanda, in questi giorni e in questo tipo di documento. [3] Qubanah è una città siriana a maggioranza curda, perché aiutano i curdi in Iraq e non i curdi in Siria? Ma indubbiamente il portavoce risponde con una piroetta. Ora sembra che ci sia “la domanda” se il problema curdo sia la bomba che possa esplodere in faccia all”alleato Erdogan” ora che Masud Barzani, presidente della regione autonoma del Kurdistan in Iraq, sa che non può contarci, e che Abdullah Ocalan, sempre prigioniero in Turchia quale leader del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) ha minacciato di interrompere il dialogo con Ankara se la popolazione di Qubanah sarà massacrata [4]. Una bomba che sarà molto più esplosiva di quella lanciata il 3 ottobre dal vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden [5]: “I nostri alleati regionali sono il nostro problema più grande in Siria… i turchi sono grandi amici e ho ottimi rapporti con Erdogan, con il quale ho trascorso molto tempo… i sauditi… gli emirati… che fanno? Erano così determinati a rovesciare Assad da condurre una guerra per procura tra sunniti e sciiti…” In breve, gli Stati Uniti sono puri come neve. Sono i loro alleati che armano e finanziano il SIIL, ma questi alleati “hanno finalmente capito i loro errori”!!! Data tale conclusione, non ha molto senso proseguire nell’aggressione alla Siria. La questione è se sia la risposta degli Stati Uniti ad Erdogan e altri alleati, per ricordare chi è il padrone e quale sia l’obiettivo finale del “piano SIIL”, servire soprattutto gli interessi degli Stati Uniti! Se avevano un qualche margine di manovra, l’hanno già consumato. La questione è anche se l’avvertimento di Joe Biden possa spiegare il fatto che il paragrafo di cui sopra (dichiarazioni ufficiali in politica Estera del 3 ottobre 2014) sia scomparso, avendo appena il tempo di copia/incollare, in un paio d’ore. La Turchia non sarebbe può un partner ‘d’obbligo’ degno della Francia? Oppure, ancora una volta, gli Stati Uniti rifiutano di accordarsi e la Francia traccheggia?

Traduzione e commento di Mouna Alno-Nakhal 04/10/2014

Note:
[1] Liberazione egli ostaggi turchi: “Questo è un giorno di festa per la nazione”
[2] Le dichiarazioni ufficiali in politica Estera 3 ottobre 2014
[3] I curdi di Qubanah “massacrati” dai jihadisti
[4] Abdullah Ocalan minaccia di rompere il dialogo con Ankara
[5] Tutti tranne noi! Biden incolpa gli alleati per l’avanzata del SIIL

Copyright © 2014 Global Research

Walid al-Mualam

Walid al-Mualam

Il patto di Obama con i sauditi e al-Nusra
Moon of Alabama, 27 settembre 2014

Secondo il Wall Street Journal, Obama ha fatto un accordo con i sauditi, legittimando gli attacchi contro lo Stato islamico ed al-Qaida in Siria (Jabhat al-Nusra) con l’amministrazione Obama che poi rovescerebbe il governo siriano del Presidente Assad. Il principe saudita Bandar, che ha rifornito i jihadisti, è stato estromesso, ma è sempre nei cuori dei redattori neoconservatori di The Economist che gridano vittoria. Sono riusciti a trascinare gli Stati Uniti nella loro nuova guerra. Evviva! Ma da quanto ho capito, il ruolo di Obama nell’accordo apparirà più tardi. Ci vorrà un anno per addestrare gli insorti “moderati” in Arabia Saudita ed è solo quando saranno pronti che l’anatra zoppa Obama, potrà (o meno) iniziare l’azione militare. Gli elettori statunitensi sono ben consapevoli del fatto che Obama mantiene sempre le sue promesse (o meno). Un anno può essere lungo e chissà cosa accadrà prima. L’urgenza dell’accordo con i sauditi potrebbe essere dovuta ad certuni che pensano sia ora necessario attaccare i capi di al-Qaida (Jabhat al-Nusra) in Siria. Potrebbe anche esser dettato dagli scarsi voti di Obama nei sondaggi e il suo bisogno di mantenere un Senato a maggioranza democratica dopo le elezioni di novembre. La seconda ragione sembra più probabile. Per giustificare tale mossa su tale gruppo dalla grande leadership, la sua azione deve essere distinta dalle azioni dei jihadisti “moderati” di al-Nusra, con cui coopera su una serie di altre questioni. Il gruppo “Qurasan” è stato inventato e propaganda allarmista è stata lanciata per giustificare l’attacco. I media statunitensi come prevedibile hanno ingollato tutto e sparso ansia sulle “responsabilità” del “Qurasan“. Solo dopo l’attacco i dubbi sono stati autorizzati ad emergere: “Molti assistenti di Obama hanno detto che gli attacchi aerei contro Qurasan sono stati lanciati per contrastare un attacco terroristico “imminente”. Ma altri funzionari statunitensi hanno detto che la cospirazione era ben lungi dall’essere pronta, e non vi era alcuna indicazione che Qurasan la programmasse”. Secondo alcune speculazioni Jabhat al-Nusra fa parte di al-Qaida. E’ diretta da veterani di al-Qaida che hanno combattuto in Afghanistan e Pakistan e giunti in Siria dove era iniziata la rivolta. Gli Stati Uniti hanno ribattezzato tali veterani con il nome di gruppo “Qurasan” per avere una buona ragione per eliminarli. I loro sostituti potrebbero essere i maggiori gruppi ribelli nel sud della Siria disposti a cooperare di più con USraele. Una nuova versione soft di al-Qaida.
La strategia dispiegata con le varie guerre per procura in Siria e in Iraq dalle forze atlantiste è sempre più contorta. Non sarei sorpreso nel vedere Obama gettare la spugna su tutta la vicenda. Dopo le elezioni di novembre, potrebbe dire “basta” e mollare il caos.481100357-768x491Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Decodificare la svolta di Erdogan sul SI

MK Bhadrakumar - 4 ottobre 2014erdogan_biden_168893359Il parlamento turco ha votato l’autorizzazione al governo ad inviare truppe in Iraq e la Siria, con un’inversione storica del lascito di Kemal Ataturk, secondo cui il Paese non si sarebbe mai più impantanato in Medio Oriente. Ankara ha tirato fuori varie ragioni per giustificare la svolta sul ruolo della Turchia nella lotta allo Stato islamico (SI). La base del ragionamento è che la Turchia è dedita alla lotta al terrorismo. Ma i motivi turchi sono altamente sospetti. Il vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden ha detto, in un discorso all’Università di Harvard, che il primo ministro turco Recep Erdogan è sinceramente pentito del sostegno segreto della Turchia al SI degli ultimi anni. Biden era incline a perdonare Erdogan per i peccati del passato e faceva molto piacere che la Turchia ora permettesse agli Stati Uniti di usarne le basi militari per lanciare attacchi aerei in Iraq e Siria, difatti una ‘svolta’ nelle operazioni militari statunitensi. Biden ha dato l’impressione che il rinato Erdogan non vedesse l’ora di attaccare lo SI. Ma Erdogan dice che la vera ragione è che il suo cuore pio sanguina alla visione di carneficine e sofferenze umane in Iraq e Siria, e che non può restare a guardare. Biden e Erdogan sono dei gorilla della politica. Quale potrebbe essere il calcolo di Erdogan? Una cosa si può dire fin da ora, Erdogan è un esponente del ‘neo-ottomanismo’, rifacendosi al destino di Istanbul quale capitale di Medio Oriente e Nord Africa musulmani. Le rovine di lontane cittadelle ottomane, come il Kenya in Africa orientale, ne testimoniano il glorioso passato. Baghdad, Cairo e Damasco sono state sistematicamente devastate e indebolite negli ultimi dieci anni, grazie alla combinazione tra strategie regionali segrete statunitensi e follia dei Paesi del Golfo (in particolare l’Arabia Saudita) perseguendo i propri interessi da barboncini della politica regionale degli USA. Basti dire che non c’è potenza araba oggi che possa fingere di poter giocare un ruolo di leadership nella regione. Gli arabi sono in ginocchio. In ogni caso, i turchi hanno sempre considerato gli arabi del Golfo forma inferiore di vita. Così, Erdogan potrebbe aver capito che l’ora della resa dei conti della Turchia è arrivata, essendo di gran lunga il più potente Paese sunnita. Tatticamente, naturalmente, la Turchia ha tutto da guadagnare occupando le terre curde nel nord dell’Iraq e della Siria, da cui i separatisti del PKK colpiscono la Turchia. La Turchia è anche contraria alla formazione di una qualsiasi entità curda in Iraq e Siria. Ma oltre a tutto ciò, vi è un’altra domanda, i sogni espansionistici della Turchia. La Turchia è una potenza regionale ‘insoddisfatta’. I suoi confini attuali furono imposti dalle potenze imperialiste Gran Bretagna e Francia. Ma non ha spazio per espandersi verso i Balcani e la Grecia. Erdogan avrebbe sentito l’osservazione allettante dal presidente Barack Obama. in una recente intervista con Tom Friedman, secondo cui l’accordo Sykes-Picot del 1916 si sta disfacendo. La Turchia non ha mai accettato la perdita di territorio, in Iraq e in Siria, dopo la decisione anglo-francese. Particolarmente irritante fu la perdita di territorio con il Trattato di Sèvres (1920) e gli eventi immediatamente successivi. La Gran Bretagna impedì che le regioni petrolifere nel nord dell’Iraq e Mosul (ora sotto controllo) facessero parte dello Stato turco. La Gran Bretagna insisteva sul fatto che le regioni (dove il petrolio venne scoperto agli inizi degli anni ’20) dovevano far parte dello neo-Stato Iraq (in modo che rimanessero sotto il controllo inglese, ovviamente).
Se qualcuno è interessato a sapere del contesto storico mozzafiato dagli sviluppi epocali attuali in Medio Oriente, con il pretesto della lotta contro lo Stato islamico, mi sento di raccomandare il brillante libro (che ho appena finito di leggere per la seconda volta) di David Fromkin intitolato “Una pace senza pace”. Infatti, avvoltoi spietati iniziano a volteggiare nei cieli del Levante e della Mesopotamia, per raccogliere le carcasse che saranno disseminate su quelle terre calcinate, mentre la lotta degli Stati Uniti contro lo SI segue. Ma quanto spazio Stati Uniti e Gran Bretagna concederanno alla Turchia? Nel 1920 gli Stati Uniti erano di passaggio mentre la Gran Bretagna dettava le condizioni alla Turchia. Oggi ciò che accade è un’operazione anglo-statunitense con un proprio ordine del giorno. Poi vi sono i curdi vicini ad Israele. E a differenza dei primi anni ’20, quando i bolscevichi erano occupati a casa, quando furono i sovietici che svelarono l’esistenza del patto segreto Sykes-Picot (1916), la Russia è tornata in Medio Oriente. Inoltre, i Paesi arabi tollereranno l’ondata turca nei territori arabi sunniti con qualunque pretesto? Il ricordo umiliante del dispotico dominio ottomano brucia ancora, soprattutto in Arabia Saudita. Baghdad ha già protestato e così la Siria. Per quanto tempo Cairo e Riad taceranno? Ancora una volta, come può lo storico rivale della Turchia, l’Iran, restare inerte guardando Erdogan ordinare alle truppe di occupare territori nel suo vicinato?
L’interazione di questi fattori è estremamente rilevante. Per il momento, però, va bene a Washington che la Turchia non segua l’esempio lodevole dell’Australia unendosi alla lotta contro lo SI. Senza dubbio, militarmente, la Turchia sarebbe una risorsa strategica nelle operazioni degli Stati Uniti, ma politicamente può creare un domani inaffidabile. Erdogan ha dato rifugio alla leadership della Fratellanza musulmana recentemente scacciata dal Qatar (su pressione saudita.) Erdogan ancora probabilmente spera che ci sia una transizione politica in Siria, e che i Fratelli abbiano la possibilità di combattere per conquistarvi il potere. Ma poi, i Fratelli sono nemici giurati del regime egiziano, e rappresentano una minaccia esistenziale alle autocratiche monarchie di Golfo e Giordania. Non è chiaro fino a che punto Obama possa accompagnarsi con Erdogan, una volta che quest’ultimo sospinge l’idea della trasformazione democratica del Medio Oriente (primavera araba), iniziando dalla Siria. Tutto sommato, l’ingresso della Turchia nella guerra degli USA contro lo Stato islamico introduce un’altra contraddizione.

eiTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Alessandro Lattanzio ad IRIB: scontro Erdogan-Biden rispecchia le divergenze interne di Washington

ALeqM5jBTEifhiRULijv3hODDaCnXrEC1ATEHERAN (IRIB) Alessandro Lattanzio, redattore della rivista ‘Eurasia‘ e analista delle questioni politiche internazionali, parlando ai nostri microfoni sulla recente divergenza poltica tra Ankara e Washington ha detto: “Probabilmente e’ un riflesso dello scontro all’interno dei vertici statunitensi in questi giorni…” Potete ascoltare la versione integrale dell’intervista con Alessandro Lattanzio.

Assemblea NATO Catania: il punto di vista del Vice Presidente dell’Iraq

Flora Bonaccorso, MessinaWeb, 3 ottobre 2014controcopertina-aliSeconda e ultima giornata dei lavori dell’Assemblea NATO a Catania. Tema della sessione mattutina, “Geopolitica della crisi siro-irachena”. Al tavolo dei relatori due personaggi di punta: lo studioso Fawaz A. Gerges, professore di Relazioni internazionali presso London School of Economics, autore di “The New Middle East Protest and Revolution in the Arab World” (Cambridge University Press, 2014); il Vice Presidente del Consiglio dei Rappresentanti dell’Iraq, Aram Muhammed Ali.
Rivolgendosi all’Assemblea, Ali ha sollevato l’interrogativo sul terrorismo. “Il terrorismo – dichiara Ali – riceve sostegno occulto con grandi reti logistiche. Dobbiamo prendere seriamente in considerazione le interferenze internazionali se vogliamo capire come i gruppi terroristici si siano sviluppati negli ultimi anni e riescano ad accedere ad armi sofisticate. La coalizione internazionale sino ad ora è stata vaga. In Iraq c’è una guerra, con grandi regioni in mano ai terroristi che dimostrano di essere in grado di spostarsi anche in altre regioni. Tuttavia, le istituzioni libiche attuali non debbono crollare ma essere rafforzate. L’Iraq ha bisogno di un’ideologia di pace, capace di porre fine alle tendenze settarie. Abbiamo bisogno dell’aiuto internazionale, purché sia costante e preciso, altrimenti rischiamo di prolungare la vita al terrorismo”.
Raccogliamo con piacere e interesse gli interrogativi del blogger del Bollettino d’Informazione Internazionalista “Aurora” e, al termine dei lavori, li rivolgiamo al Vice Presidente Ali.
Domanda: “Come valuta l’intervento della Russia, rispetto all’Occidente in particolare all’Italia, nell’intervento in Iraq?”
Risposta: “Seguiamo con attenzione le posizioni prese all’interno del Consiglio di Sicurezza. Abbiamo bisogno del più ampio appoggio delle nazioni, tra cui anche la Russia. Ogni Paese è libero di prendere le posizioni che vuole, ma deve sapere che la formazione che purtroppo ha preso l’Iraq, come teatro di confronti, è sicuramente una minaccia per tutto il mondo: mi riferisco al Nord Africa, alla Libia, ci sono paure anche da parte della Turchia e della Giordania, per cui bisogna lavorare tutti insieme per contenere questa minaccia. I gruppi terroristici hanno ambizioni espansionistiche che riescono a creare effetti collaterali – ad esempio quello della immigrazione – che avranno ripercussioni anche in Occidente. Per queste ragioni il governo dell’Iraq ha diritto di conoscere i dettagli della campagna militare e di essere rassicurato che questa compagna sia incentrata nella lotta al terrorismo e non soltanto utile a contenere gli effetti collaterali, per primo l’immigrazione”.
Domanda. “Come valuta la posizione della Siria nella lotta comune al terrorismo?”
Risposta: “La Siria vive uno stato di terrorismo, in effetti. La stabilità della Siria incide in quella dell’Iraq e viceversa. E se l’Iraq non conosce stabilità, non potranno conoscerla neppure tutti i paesi dell’area. L’Iraq, territorialmente, si estende in lunghezza nel centro del Medio Oriente: voglio dire che se non ci sarà sicurezza in Iraq, non ci sarà in tutta l’area medio orientale”.

gergesDal discorso del professore Fawaz A. Gerges:
Gli americani stanno provando a salvare Israele da se stesso, nel senso che il governo di destra non lo sta aiutando rispetto alla crisi israelo-palestinese”.
Gli estremisti vogliono uno Stato islamico in Patria, ovvero non sono interessati a califfati in Occidente”.
La povertà da sola non spiega l’estremismo, ci sono altri fattori da considerare”.
Il nodo arabo è un teatro dove gli stati non arabi e le grandi potenze fanno un po’ come gli pare. Tanto accade perché le fondamenta del mondo arabo sono venute meno. Per primo, l’Egitto è molto indebolito dalla crisi interna. Ma non credo che la Turchia sia al centro di una cospirazione”.

Lo Stato islamico creato dagli Stati Uniti

Nikolaj Bobkin Strategic Culture Foundation 02/10/2014

F78VLLa bandiera della battaglia è sollevata e sventola. Gli Stati Uniti lanciano la campagna aerea contro lo Stato Islamico in Iraq e Siria senza il permesso del governo siriano e del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Vi sono denunce da Russia e Iran secondo cui l’obiettivo finale dell’operazione statunitense è l’eliminazione delle infrastrutture siriane. La preoccupazione di Mosca e Teheran appare giustificata. Il contrammiraglio John Kirby, portavoce del dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, ha riferito che l’aviazione statunitense ha colpito 12 installazioni petrolifere sul suolo siriano presumibilmente sotto il controllo dello Stato islamico. L’ammiraglio ha detto che sono in programma altri attacchi simili. Il 25 giugno 2011, un protocollo d’intesa per la costruzione dell’oleodotto Iran-Iraq-Siria fu firmato a Bushehr. I disordini in Siria esplosero dopo che l’accordo fu concluso. Tutto ciò indica che la guerra degli Stati Uniti contro il governo di Bashar Assad è una guerra per il petrolio e gas. Damasco fu aggiunta alla lista dei nemici degli Stati Uniti nel 2009, quando Assad respinse la proposta di partecipare alla costruzione del gasdotto Qatar-Europa sponsorizzato dagli USA che doveva passare sul territorio siriano. Invece la Siria ha preferito accordarsi con l’Iran sulla costruzione di un gasdotto attraverso l’Iraq al Mediterraneo. Allora Henry Kissinger fece il suo ingresso pronunciando la frase divenuta poi famosa, “il petrolio è troppo importante per essere lasciato agli arabi”. La creazione del califfato sul territorio di Iraq e Siria farebbe perdere alle compagnie petrolifere di USA (ExxonMobil Corporation) e Regno Unito (BP e Royal Dutch Shell) l’Iraq e l’accesso agli idrocarburi siriani (dopo il cambio di regime a Damasco secondo gli sforzi statunitensi per rovesciare il governo siriano).
Stati Uniti crearono lo Stato islamico per combattere le forze governative siriane. Gli hanno dichiarato guerra appena le sue formazioni armate invasero l’Iraq e proclamato un nuovo Stato. Nessun doppio standard, è solo questione di aspirazione delle élite degli Stati Uniti ad avere il controllo globale, e la guerra allo Stato islamico non è altro che un’operazione locale, parte di un piano più grande. La politica degli Stati Uniti ha molte incongruenze e discordanze, con Washington che trova sempre più difficile imporre le sue condizioni al resto del mondo. Non c’è dubbio che la Siria resta l’obiettivo principale degli Stati Uniti quale elemento della politica volta a indebolire la Russia. Lo Stato islamico fu creato dagli Stati Uniti; l’obiettivo è generare una potente destabilizzazione che colpisca in profondità l’Eurasia. Ora si preparano clandestinamente al rovesciamento di Bashar Assad. È così che molti Paesi percepiscono le azioni unilaterali di Washington contro lo Stato islamico. I piani di Obama per formare un’ampia coalizione sono falliti. Gli USA hanno convinto gli Stati del Golfo Persico (Bahrayn, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti) a finanziarli. Gli Stati Uniti sono anche riusciti a far consentire alla Giordania l’uso delle proprie infrastrutture per rifornire gli attacchi aerei di Stati membri della NATO: Gran Bretagna, Francia, Belgio e Danimarca. Secondo il dipartimento di Stato USA, 54 Stati e tre organizzazioni internazionali, Unione Europea, NATO e Lega degli Stati Arabi, hanno promesso di contribuire alla campagna. Ma la partecipazione non è universale come ha detto il segretario di Stato John Kerry. Pochi Paesi si fidano degli Stati Uniti d’America oggi. Il mondo non ha dimenticato che gli Stati Uniti invasero l’Iraq nel 2003 senza l’approvazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. A sua volta Washington ha detto che l’Iraq lavorava sulle armi di distruzione di massa e che l’uso della forza era necessaria per disarmarlo. Non ci fu alcun voto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite perché Russia, Cina e Francia fecero sapere che qualsiasi progetto di risoluzione che menzionasse l’uso della forza contro l’Iraq avrebbe ricevuto il veto. Allora gli Stati Uniti ignorarono palesemente l’opinione pubblica e lanciarono l’offensiva sull’Iraq per distruggerlo, le cui conseguenze si fanno sentire oggi. Ora gli USA fanno di nuovo la stessa cosa. La storia si ripete. Il 29 gennaio 2014, Robert James Clapper, direttore della National Intelligence, dichiarò alla Valutazione della minaccia terroristica mondiale dell’intelligence USA del Comitato speciale sull’intelligence del Senato che in Siria vi erano dati incerti sulla composizione delle formazioni ribelli. La cosa principale nella relazione fu l’affermazione che gli elementi “moderati” dell’opposizione rappresentassero l’80% delle forze antigovernative nel Paese. Sostenne l’idea di fornirgli aiuto finanziario, qualcosa che il Senato degli Stati Uniti aveva segretamente votato. Ora, tutti questi “moderati” si sono improvvisamente trasformati in indubbi terroristi. Gli USA hanno scatenato una guerra contro solo uno dei gruppi. Si noti, non contro il terrorismo in generale ma solo contro il gruppo chiamato Stato Islamico. Sarebbe interessante sapere ciò che il capo dell’intelligence pensa dei “moderati” di Jabhat al-Nusra, gruppo jihadista siriano e ramo di al-Qaida in lotta contro il governo di Bashar Assad.
In risposta agli attacchi aerei contro la Siria i capi di Jabhat al-Nusra si sono detti pronti a contrastare gli Stati Uniti assieme allo Stato islamico. Le azioni degli Stati Uniti consolidano i terroristi. Parlando alla CBS due anni fa, Obama disse che al-Qaida era stata decimata e resa inefficace. Proprio di recente ha detto che negli ultimi due anni, i militanti hanno sfruttato il caos provocato dalla guerra civile siriana a loro vantaggio e restaurato le loro capacità di combattimento. Il presidente non ha mai ammesso che il caos conseguente alla guerra civile in Siria è dovuto alle azioni degli Stati Uniti in Medio Oriente. Il generale Martin Dempsey, l’attuale presidente del Joint Chiefs of Staff, ritiene che lo Stato islamico non possa essere sconfitto né in Siria né in Iraq senza truppe sul terreno. Secondo lui, è necessaria una decisione politica per inviare le truppe. Se succede, la destabilizzazione supererà i confini di Siria e Iraq e il terrorismo avrà nuovi guerrieri. Si apriranno prospettive mozzafiato per il complesso militare-industriale degli USA.

E3RY5hBLa ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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