Basi militari ‘segrete’ nell’emisfero occidentale

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 13/04/2014

iAV.gKDS7p0YIl picco propagandistico sulla creazione della Russia di basi militari in America Latina e nei Caraibi non finisce. Su iniziativa dei centri da ‘guerra fredda’ degli Stati Uniti, scoperte su basi navali e aeree russe “segrete” in Nicaragua, Venezuela e perfino Argentina appaiono regolarmente nei media.  Più spesso che no, tali notizie sono accompagnate da fotografie di bombardieri strategici Tu-160 (‘Cigno Bianco’) e Tu-95MS, dell’incrociatore a propulsione nucleare Pjotr Velikij (‘Pietro il Grande’), e del grande cacciatorpediniere anti-sommergibile Ammiraglio Chabanenko, che avviarono le visite delle forze navali e aeree della Russia presso gli ospiti del continente americano nel 2008. L’esempio più recente di tale tipo è l’attracco nel porto dell’Avana della nave dell’intelligence russa Viktor Leonov. Nel novembre 2013, l’Assemblea Nazionale del Nicaragua ha ratificato la decisione del governo di permettere alle unità militari russe, navali e aeree, di visitare la repubblica nella prima metà del 2014. I loro equipaggi potranno partecipare all’addestramento dei  militari del Nicaragua e condividerne le esperienze. Il documento menziona anche navi e aerei militari di Cuba, Venezuela, Messico e Stati Uniti. Nel giugno di quest’anno, il governo di Daniel Ortega presenterà al parlamento la proroga del documento per ulteriori sei mesi. Il ministro della Difesa russo Sergej Shojgu ha recentemente annunciato l’intenzione di aumentare il numero di basi all’estero. Ha anche detto che colloqui sono in corso con Cuba, Venezuela, Nicaragua, Vietnam, Singapore e Seychelles. Il Viceministro della Difesa russo Anatolij Antonov ha spiegato la situazione così: “Quando si parla di valorizzare la presenza della marina russa in America Latina, s’intende soprattutto creare le condizioni per una procedura semplificata per le visite delle nostre navi russe nei porti dell’America Latina. Data la notevole distanza dalle coste russe, è ovvio che saremmo interessati a rifornirle di scorte di cibo e acqua, nonché ad organizzare le attività ricreative dei nostri marinai. In alcune circostanze, dobbiamo essere sicuri di poter svolgere piccole e medie riparazioni per le nostre navi”.
Il Presidente Daniel Ortega, ha prospettato la ‘presenza’ amichevole della Russia sulle rive dell’America Latina in un discorso ai militari del Nicaragua, il 6 aprile, dicendo da quando il governo sandinista è tornato al potere nel 2007, di essere disposto a cooperare con qualsiasi Paese possa contribuire a rafforzare e modernizzare l’esercito. Gli Stati Uniti non hanno dato al Paese alcuna speranza. Nonostante i già stretti legami tra Washington e i governi di destra del Nicaragua, il Pentagono non ha fatto alcun tentativo serio per equipaggiare l’esercito del Nicaragua con armi moderne. Gli Stati Uniti vedono sempre l’ideologia dei sandinisti come ostile. Perciò il governo del Nicaragua s’è rivolto alla Russia. Accordi di vasta portata nella cooperazione militare e tecnica sono stati firmati. Secondo Ortega, il contributo della Russia al processo di riarmo militare è “stabile, affidabile ed estremamente importante”, ed è accompagnato dalla previsione incondizionata di aiuti sociali ed economici al popolo nicaraguense. Sono stati inviati rifornimenti di grano, attrezzature agricole, autobus e autovetture. Una considerevole quantità di denaro è stata anche assegnata a  scopi umanitari, tra cui sanare le conseguenze delle catastrofi naturali. Analizzando il contenuto del discorso di Ortega ai militari, il quotidiano conservatore La Prensa di Managua ha osservato che Ortega “giustifica la possibile creazione di basi russe in Nicaragua”. Ecco una citazione dal discorso di Ortega: “Quante navi militari statunitensi hanno visitato (i nostri porti) tra il 2007 e il 2012? Quante navi statunitensi hanno trascorso mesi nei nostri porti dei Caraibi e dell’Oceano Pacifico? Navi militari sfilate per le missioni di pace! E quanti soldati e ufficiali statunitensi sono sbarcati nel nostro Paese diretti nelle loro basi?… Basi (estere) vietate dalla Costituzione, ma (in realtà) ancora presenti”. Per Ortega, il rafforzamento della sicurezza del Paese rimane un obiettivo strategico. Più potente l’esercito, più significativo il suo contributo nel tutelare ogni regione del Paese, e una vita più tranquilla per il popolo nicaraguense, nei nostri tempi difficili. Ortega insiste in particolare sulla necessità di rafforzare la lotta al traffico di droga, tenendo presente che il Nicaragua si trova ‘al crocevia’ dei traffici di cocaina e di altri allucinogeni da Colombia, Perù e Bolivia agli Stati Uniti. Le Forze armate del Nicaragua devono avere moderne capacità operative nel sequestrare e distruggere il traffico di droga via terra, aria e mare. Si potrebbe pensare che l’US Drug Enforcement Agency (DEA), a lungo presente nel Paese, avesse contribuito a modernizzare il suo arsenale. Ma l’Agenzia sviluppa la cooperazione bilaterale esclusivamente nei propri interessi, cioè espandendo la presenza militare statunitense nel Paese. I metodi autoritari della DEA alienano sempre più leader latinoamericani. Perciò le strutture preposte in Nicaragua e altri Paesi centroamericani hanno reagito positivamente al piano della Russia per la formazione di funzionari antidroga in una scuola speciale a Managua. I professionisti del Servizio anti-Narcotici Federale della Russia (FSKN) insegnano nella scuola, e coloro che la frequentano provengono da Nicaragua, Salvador, Panama, Honduras, Repubblica Dominicana e altri Paesi della regione. Il primo gruppo di operatori s’è già laureato. Gli Stati Uniti sono gelosi del successo della FSKN in Nicaragua e in America Latina. Per questo motivo Viktor Ivanov, presidente del Comitato antidroga dello Stato e direttore della FSKN, è stato inserito nella lista nera del governo degli Stati Uniti. I piani per una collaborazione tra Russia e Nicaragua per esplorare e utilizzare lo spazio viene  considerata dal Pentagono come “assai sospetto” quale “componente militare”. Tra l’altro, l’accordo prevede la costruzione di un sistema di sorveglianza satellitare GLONASS in Nicaragua. Attraverso i media del Paese sotto il suo ‘controllo’, l’ambasciata degli Stati Uniti conduce una campagna ostile contro il progetto, ponendo l’accento sul suo uso ‘probabile’ a fini di spionaggio dalla Russia. Questa preoccupazione dell’ambasciata, dove la maggioranza dei 200 diplomatici statunitensi sono dipendenti delle agenzie di intelligence che intenzionalmente lavorano contro il regime Ortega, non è che ironica.
La Russia sviluppa legami militari con Venezuela e Cuba in modo simile. Sembra che nel prossimo futuro, il problema di porre basi militari russe permanenti con grandi infrastrutture e personale militare dispiegato per lunghi periodi di tempo, non sarà più tale. Il Ministero degli Esteri della Russia ha definito gli articoli sulla creazione di basi militari russe in Argentina, una ‘provocazione’. L’unica base straniera al largo delle coste argentine si trova sulle Isole Falkland, occupate dagli inglesi. La presidentessa argentina Cristina Fernández ha definito le isole “base nucleare” della NATO, “la più grande base esistente a sud del 50° parallelo”. Gli strateghi della NATO provedono di coinvolgere le forze armate della Colombia nelle attività dell’alleanza militare. Nel giugno 2013, Juan Carlos Pinzón, ministro della Difesa nazionale della Colombia, firmò un accordo a Bruxelles sulla cooperazione e lo scambio di informazioni con la NATO. Il presidente colombiano Juan Manuel Santos ha detto, a tal proposito, che l’accordo è stato stipulato “con l’obiettivo ulteriore” di aderire all’organizzazione. Un articolo sul sito aporrea.org commentava che, prima o poi, ci sarà una risposta adeguata all’espansione militare globale degli Stati Uniti e della NATO: “Se gli Stati Uniti hanno un numero incalcolabile di basi in tutto il mondo, allora è logico supporre che altre potenze inizieranno a creare proprie roccaforti. Se gli Stati Uniti hanno riempito l’Europa di missili puntati contro la Russia, è ovvio che la Russia possa rispondere in modo appropriato. Gli Stati Uniti vanno biasimati per la diffusione delle violenze in tutto il mondo, per la loro volontà di preservare l’egemonia. Dopo la sconfitta in Afghanistan, gli statunitensi sono costretti a ritirarsi dal Paese senza essere riusciti a creare una base con missili puntati soprattutto contro Russia, Cina, India e Iran. Ma il messaggio è chiaro: dalla seconda guerra mondiale, l’unico aggressore sul pianeta sono gli Stati Uniti”.

0905_g20_g19.jpg_1853027552La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

USA contro Venezuela: la guerra fredda diventa calda

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 08/03/2014

5137b7ce047c2_800x533Durante il recente carnevale in Venezuela, le sacche isolate di proteste studentesche nelle grandi città si sono estinte per magia. O per essere più precisi, sono morte nelle zone privilegiate delle città. Gli organizzatori delle proteste antigovernative avevano assicurato al mondo che il carnevale non avrebbe avuto luogo, e che la tradizionale passeggiata nelle spiagge caraibiche sarebbe stata annullata, in quanto “l’insoddisfazione del popolo” aveva raggiunto l’apice. Ancor un po’ e il regime sarebbe crollato, il Presidente Nicolás Maduro e i suoi compagni sarebbero scappati a Cuba, e il Paese sarebbe tornato alla “vera democrazia”. Le proteste sono state ampiamente seguite dai principali canali televisivi occidentali, ma ora completo silenzio. I venezuelani festeggiano e si rilassano. Un ruolo importante nell’informazione e la guerra psicologica contro il Venezuela appartiene alle agenzie d’intelligence degli Stati Uniti. Tutta la presidenza di Hugo Chavez è stata oggetto di una pesante guerra di informazioni cui gli Stati Uniti posero accento per compromettere l’idea stessa della costruzione del Socialismo del 21° secolo in Venezuela. Chavez non ha mai promesso un rapido successo in questo cammino, ma la sua politica sociale ben congegnata ha realizzato molte cose. Secondo i sondaggi, i venezuelani sono tra  i popoli più felici dell’emisfero occidentale. Le conquiste della Rivoluzione Bolivariana nella sanità, istruzione e alloggi accessibili ha garantito il sostegno popolare a Chavez. Il solido fronte interno ha permesso a Chavez di contrastare con successo le operazioni sovversive degli USA non solo in Venezuela ma anche in campo internazionale. Uno dei punti centrali di tale guerra d’informazione fu la creazione del canale TV TeleSur con il sostegno dei Paesi latino-americani alleati, e quindi la successiva creazione della stazione radio RadioSur. Reti televisive e radiofoniche locali sono state organizzate nel Venezuela, e uno studio cinematografico nazionale aperto, che produce lungometraggi patriottici. Un nuovo film venezuelano appare sugli schermi del Paese quasi ogni settimana, attirando così tanti spettatori quanti film d’azione di Hollywood. Documentari vengono prodotti, che svelano la politica degli Stati Uniti in America Latina, tra cui il sequestro di giacimenti petroliferi e la rimozione di politici sgraditi a Washington.
Dopo la morte di Chavez, la guerra di informazione e propaganda contro il suo successore, Nicolás Maduro, s’è ancor più ampliata. Washington ha deciso che era venuto  il momento opportuno per rovesciare il regime. Ciò ha coinvolto l’intero arsenale della destabilizzazione di Washington, dai paramilitari colombiani infiltrati nel Paese per compiere attentati terroristici, al sabotaggio economico e finanziario, all’uso del social networking su Internet. Parlando alle Nazioni Unite, il ministro degli Esteri del Venezuela Elias Jaua ha detto che i media d’opposizione venezuelani e esteri partecipano a una campagna attiva per rovesciare il Presidente Maduro. Jaua ha poi spiegato che si “riferiva a campagne ben preparate attuate per mezzo di influenti reti televisive”. Ha osservato che figure di spicco del mondo artistico statunitense ed europeo “che non sanno nemmeno dove sia il Venezuela”, venivano utilizzate per compromettere il governo. Le recenti dichiarazioni alla cerimonia di premiazione degli Oscar, per esempio. In particolare, si riferiva al canale televisivo CNN, che non è solo utilizzato dalla CIA per diffondere informazioni false sul Venezuela, ma che anche sviluppa stereotipi negativi sul governo venezuelano e il Presidente Maduro. C’è stata anche una parziale copertura delle proteste di piazza degli studenti, che la CNN ha descritto tranquille, senza menzionare le proteste dei gruppi militanti che hanno bloccato strade, incendiato  auto, attaccato agenti di polizia e minacciato infrastrutture urbane, come la metropolitana. Tra le altre cose, gli attivisti dell’opposizione spargevano per strada strisce chiodate causando un forte aumento degli incidenti stradali. C’era anche la pratica di stendere fili di nylon lungo le strade per contrastare i motociclisti che trasportano merci, medicinali, posta e così via. Questi motociclisti sono di solito fedeli alle autorità, e vengono quindi considerati dall’opposizione una forza ostile. La  CNN, tuttavia, non riporta questi particolari.
I media internazionali tacciono anche gli sforzi del Presidente Maduro per instaurare un dialogo pacifico in Venezuela, cercando comprensione reciproca con l’opposizione e gli ambienti oligarchici del Paese che organizzano e finanziano privatamente una prolungata campagna di disobbedienza civile. La tolleranza delle autorità venezuelane è sempre più percepita come una debolezza. A seguito della parziale, e talvolta anche insinuante copertura degli eventi in Venezuela, i corrispondenti della CNN sono stati espulsi dal Paese. I giornalisti di Associated Press, Agence France-Presse, Agencia EFE, Reuters e altri diffondo un’interpretazione faziosa delle azioni del Venezuela. Non riesco a pensare a un momento in cui i giornalisti occidentali accreditati in Venezuela abbiano mostrato la minima indipendenza nella loro interpretazione degli eventi. Il conformismo generale verso il modo di Washington di valutare gli eventi politici internazionali è caratteristica di quasi tutti i giornalisti occidentali nel Paese. Il governo di Maduro fa tutto il possibile per contrastare la propaganda ostile con cui Washington cerca di aggravare la situazione in Venezuela, per avere così il pretesto d’interferire direttamente negli affari interni del Paese. Il governo venezuelano ha più volte ricevuto minacce ed avvertimenti dall’amministrazione statunitense, cui ha chiesto che il governo liberasse gli studenti arrestati durante le proteste di piazza e colloquiasse con l’opposizione. Barak Obama ne ha parlato nel corso di una riunione con i colleghi canadese e messicano a Toluca (Messico) il 20 febbraio 2014. Una dichiarazione dal senatore repubblicano John McCain suonava come un ultimatum: “Dobbiamo essere pronti a usare la forza militare per entrare in Venezuela e stabilirvi la pace”. Il senatore notava che l’operazione avrebbe comportato l’impiego dei soldati di Colombia, Perù e Cile. Inoltre, ha sottolineato che vi sono capi democratici in Venezuela pienamente preparati ad assumersi la responsabilità di governo del Paese con il pieno consenso degli USA, dandogli la libertà. McCain ha anche spiegato esattamente il motivo per cui Washington ha bisogno dei fantocci “democratici” in Venezuela. In primo luogo, garantire l’invio di idrocarburi negli Stati Uniti. I rifornimenti di petrolio dal Nord Africa e Medio Oriente richiedono solitamente 45 giorni, ma solo 70 ore dal Venezuela.
Spiegando la situazione nel Paese e la posizione del governo venezuelano, il ministro degli Esteri Elias Jaua ha compiuto un tour in America Latina e in Europa, mentre il ministro dell’Energia venezuelano Rafael Ramirez ha incontrato il presidente russo Vladimir Putin e membri del governo cinese. La presidentessa argentina Cristina Fernández de Kirchner ha dichiarato che vi è la reale minaccia di un “colpo di Stato morbido” in Venezuela: “non sono qui a difendere il Venezuela o il Presidente Nicolás Maduro. Sono qui a difendere il sistema democratico di un Paese, proprio come abbiamo fatto con la Bolivia, l’Ecuador e qualsiasi altro Paese della regione, non importa se di sinistra o destra. La democrazia non appartiene alla destra o alla sinistra, la democrazia è mostrare rispetto verso la volontà popolare. Sarebbe fatale per la regione, per i grandi progressi nell’integrazione che l’America Latina ha fatto negli ultimi anni, se lasciamo che venti stranieri spazzino e distruggano un nostro Paese fratello”. Cristina Fernández ha anche ricordato che ci sono state 19 elezioni in Venezuela negli ultimi 14 anni, di cui solo una persa dal partito di governo. In conformità con la Costituzione, un referendum abrogativo potrà svolgersi nel 2016. Questo è l’unico modo legittimo di cambiare il governo. La stragrande maggioranza dei leader latinoamericani è della stessa opinione di Cristina Fernández.
Gli analisti politici prestano attenzione ai tempi degli sforzi statunitensi per sostituire i governi in Venezuela e Ucraina. Washington vuole mostrare al mondo che è ancora una superpotenza in grado di dirigere il corso degli eventi in diverse parti del Mondo, verso qualunque direzione ad essa utile. Obama vorrebbe concludere la presidenza con vittorie spettacolari in Europa orientale e in America Latina: trasformando l’Ucraina in uno Stato satellite, garantendo la presenza militare statunitense alle frontiere della Russia, e compiendo un cambio di regime significativo in Venezuela al fine di di fargli pagare i progetti d’integrazione latino-americana indipendente…

23390La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina punta a mantenere la stabilità nella regione latino-americana

La Cina ha buone ragioni per contribuire a stabilizzare le economie latino-americane
Mark Weisbrot The Guardian 31  gennaio 2014

1622611Nell’ultima settimana gran parte della stampa economica internazionale s’è focalizzata sui problemi di stabilità finanziaria nei Paesi in via di sviluppo, alcuni dei quali recentemente diventati più vulnerabili ai deflussi di capitali. La causa principale è che gli investitori cercano di approfittare delle eventuali mosse della Federal Reserve degli Stati Uniti nel consentire l’aumento dei tassi d’interesse statunitensi, attirando capitali dai Paesi in via di sviluppo facendone aumentare gli oneri finanziari. L’Argentina ha ottenuto parte di tale attenzione, in quanto ha permesso al peso una svalutazione del 15 per cento in un giorno, aumentando l’accesso degli argentini ai dollari del mercato ufficiale. Il Venezuela non è tanto influenzato da tali sviluppi del mercato, ma viene sempre raffigurato negativamente sui media internazionali, e ancora di più negli ultimi anni da quando i suoi problemi con il sistema dei tassi di cambio hanno aumentato l’inflazione del 56 cento. I due paesi affrontano problemi diversi, ma entrambi probabilmente stabilizzeranno i propri tassi di cambio, risolvendoli. Qui l’aiuto internazionale può fare una grande differenza, e c’è un Paese che ha sia la capacità di aiutarli che un sicuro interesse nel farlo: la Cina.
La Cina ha già aiutato il Venezuela con decine di miliardi di dollari di prestiti, in gran parte già  rimborsati, così come negli investimenti. Ha anche fornito prestiti e investimenti significativi a Ecuador, Cuba, Brasile e altri Paesi. Ma c’è altro che può fare in questo momento. Gran parte dei problemi di Argentina e Venezuela deriva da alcuni residenti che credono, con un forte incoraggiamento dai media, che la loro valuta nazionale non sia sicura. Se è vero che entrambi i Paesi hanno un’alta inflazione e le loro valute si sono deprezzate sui rispettivi mercati neri, non è chiaro quanto di ciò sia dovuto a cause fondamentali e quanto alla bolla del mercato nero dei dollari. (Certo in Venezuela, il tasso del dollaro sul mercato nero è gonfiato da acquirenti che scommettono su una valuta locale che continui a deprezzarsi.) In ogni caso, entrambi i governi potrebbero stabilizzare le loro valute e potrebbero iniziare ad abbattere l’inflazione, se dovessero ricevere una sufficiente quantità di riserve in dollari. E non dovrebbero necessariamente usarle: la Bolivia, per esempio, ha un tasso di cambio molto stabile nei sette anni di presidenza di Evo Morales, nonostante le gravi turbolenze politiche (tra cui un movimento secessionista violento), una certa inflazione, le notevoli nazionalizzazioni e altre mosse politiche del governo (come ad esempio il ritiro dal collegio arbitrale internazionale della Banca mondiale (ICSID)), visti come terribilmente “ostili” dalle aziende internazionali e dalla stampa economica. Ma la Bolivia accumulato più riserve anche della Cina (rispetto al PIL), e nessuno mette in dubbio la capacità del governo di mantenere la moneta nazionale in corrispondenza o vicino al tasso di cambio corrente.
Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha fornito una “Flexible Credit Line” (FCL) in riserve che non è stata ancora presa in prestito, ma è disponibile per i Paesi autorizzati. Poiché gli Stati Uniti controllano la politica del FMI verso i Paesi in via di sviluppo, gli unici tre Paesi riconosciuti per la FCL sono Messico, Colombia e Polonia, tutti con governi di destra (Álvaro Uribe era presidente della Colombia, all’epoca), che Washington considera alleati strategici. Il Messico ha accesso a ben  47,3 miliardi dollari che non ha avuto bisogno di toccare. La Cina ha 3800 miliardi dollari in riserve e a mala pena noterebbe il denaro necessario a finanziare una linea di credito similare per l’Argentina e il Venezuela. In realtà, la Cina farebbe molto probabilmente di meglio, anche se i soldi venissero presi in prestito. Il debito pubblico estero in dollari dell’Argentina è solo pari a circa l’8 per cento del PIL, il che significa che non avrebbe mai senso un default per un così piccolo debito.
Il Venezuela ha anche un basso rischio di default sovrano, con 90 miliardi di dollari di fatturato petrolifero annuo e le maggiori riserve di petrolio del mondo. Attualmente, la Cina ha la maggior parte delle sue riserve in titoli del Tesoro USA, che praticamente è certo perdano valore nel prossimo futuro, mentre i tassi d’interesse a lungo termine aumentano negli Stati Uniti. La Cina ha grande interesse nella stabilizzazione dell’America Latina. A differenza degli Stati Uniti, che è una potenza egemone globale con centinaia di basi militari in tutto il mondo, la Cina non ha basi militari straniere e nessun impero. Con il “perno” degli Stati Uniti verso l’Asia, a sostegno del militarismo del Giappone cercando di mantenere il dominio militare in Asia orientale, l’interesse principale della Cina è l’ulteriore sviluppo di un mondo multipolare e di un ruolo maggiore di Nazioni Unite, Paesi in via di sviluppo, diritto internazionale e diplomazia nelle relazioni internazionali.
L’America Latina, in particolare il Sud America, s’è resa indipendente da Washington negli ultimi 15 anni e ha un forte interesse politico in questi stessi problemi dalle profonde radici storiche. Con il miglioramento del PIL della Cina (e cioè del potere d’acquisto), l’economia cinese è già più grande di quella degli Stati Uniti, e anche al suo attuale tasso di crescita in rallentamento, più che raddoppierà nel prossimo decennio. Come ha affermato Yan Xuetong, la Cina inizia un nuovo percorso in politica estera, in cui formerà quelle alleanze che non poté realizzare in passato. Anche se queste alleanze saranno principalmente con Paesi vicini, la maggior parte dell’America Latina è un naturale alleato, non solo per via delle sue crescenti relazioni commerciali e commerciali con la Cina, ma anche per via del comune interesse a un ordine politico internazionale che favorisca il rispetto della sovranità e dell’indipendenza nazionale verso l’intervento unilaterale e la forza militare. D’altra parte, Washington vorrebbe sbarazzarsi di tutti i governi di sinistra della regione e tornare a un mondo a “sovranità limitata”, come l’aveva 20 anni fa.
I notevoli tentativi della Cina, che potrebbero essere attuati a poco o nessun costo, manterranno la stabilità nella regione.

1513292Mark Weisbrot è co-direttore del Centro per la Ricerca Economica e Politica di Washington DC Egli è anche presidente di Just Foreign Policy.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

America Latina e Stati Uniti: l’apoteosi della sfiducia

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 12/01/2014

1016289Il 2013 è stato incredibilmente dannoso per le relazioni tra Stati Uniti e Paesi dell’America Latina. La rivelazioni di Edward Snowden hanno dimostrato che nell’emisfero occidentale Washington  cerca di giocare solo alle regole che scrive. Usando programmi spia come Prism, Boundless Informant e altri, l’intelligence degli Stati Uniti raccoglieva informazioni strategicamente utili in tutto il continente sudamericano usandole per garantirsi l’efficacia della sua politica regionale… Non c’è bisogno di spiegare che conoscere piani e intenzioni di partner e rivali permetteva a Washington di calcolare la propria strategia, sviluppare piani, lavorare in modo proattivo e avere successo in varie situazioni, anche critiche. L’Impero non si fida dei suoi partner, ancora meno dei “regimi ostili”. Tradizionalmente gli alleati sottomessi, o più precisamente i satelliti degli USA, erano sottoposti ad un controllo totale. Tra questi Costa Rica, Honduras, Guatemala, Panama, Belize, Repubblica Dominicana e Paraguay (ma l’elenco non finisce qui). I “controllori imperiali” prestavano particolare attenzione ai grandi Paesi dell’America Latina: Messico, Brasile e Argentina.  L’azione preventiva per evitare situazioni di conflitto con essi era al centro dell’attenzione di Washington. Le ragioni sono chiare: gli Stati Uniti hanno seri problemi irrisolti, primo fra tutti la neutralizzazione dell’Alleanza Bolivariana dei Popoli d’America (ALBA), l’Unione delle nazioni sudamericane (UNASUR), la Comunità dell’America Latina e dei Caraibi Uniti e altre alleanze che non includono gli Stati Uniti. L’esistenza stessa di questi blocchi illustra la sfiducia latino-americana nella capacità degli Stati Uniti di attuare programmi vantaggiosi per la regione latinoamericana.
Negli ultimi dieci anni la posizione geopolitica degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale è s’è notevolmente indebolita. Colossali risorse finanziarie e militari sono state investite per garantire l’egemonia statunitense in altre regioni del mondo: Afghanistan, Iraq, Nord Africa e Medio Oriente. L’efficacia di tali sforzi è molto dubbia. I prossimi anni mostreranno se gli Stati Uniti e la NATO potranno garantirsi la presenza nei territori conquistati e continuare l’”espansione” in Oriente. Tuttavia, nonostante tutto, le ambizioni imperialiste degli Stati Uniti sono illimitate. Sia Mosca che Pechino hanno una buona idea di ciò che Washington ha in programma per la fase finale dell’“assalto a Oriente”. Altre capitali del mondo capiscono il fine ultimo dell’espansione statunitense. In America Latina, un effetto collaterale negativo di tali spedizioni imperiali è evidente. La sfiducia sugli obiettivi di Washington aumenta. Preoccupazioni persistenti si affermano sul fine ultimo del “gruppo estremista imperialista” oggi al potere negli Stati Uniti, stabilire realmente il dominio sul mondo usando la forza bruta per reprimere qualsiasi forma di resistenza, se necessario. La militarizzazione del dipartimento di Stato degli Stati Uniti è abbastanza evidente. Molti suoi dipendenti hanno subito una formazione supplementare in collegi e istituti militari; operano sul campo in “punti caldi” in tutto il mondo, dalla Libia all’Afghanistan, o svolgono funzioni d’intelligence, diplomatiche e militari prima di essere nominati ad incarichi importanti nei Paesi dell’America latina. Il Pentagono possiede informazioni esaustive sul futuro teatro di un’azione militare. Il Comando Sud delle Forze Armate degli Stati Uniti rafforza sistematicamente la propria infrastruttura nella regione (basi aeree e navali), utilizzando ogni possibile pretesto, dalla guerra al terrorismo alla vaccinazione della popolazione locale.
Washington ha interesse nel mantenere focolai di tensione in America Latina. Ad esempio, la riconciliazione delle parti in conflitto in Colombia è estremamente indesiderabile per l’amministrazione Obama. I leader degli Stati Uniti sono ostili ai negoziati tra il governo di Juan Santos e i rappresentanti del gruppo guerrigliero delle FARC che si svolgono a Cuba. La riconciliazione potrebbe comportare la liquidazione delle sette grandi basi militari statunitensi in Colombia, che gli strateghi statunitensi intendono usare contro i regimi “populisti” di Venezuela, Ecuador e Nicaragua, così come contro Cuba. I politologi affermano recentemente sui media che l’intelligence degli Stati Uniti lavora a stretto contatto con l’esercito colombiano per sbaragliare i gruppi guerriglieri di FARC e ELN e provocare l’interruzione dei colloqui di pace. Gli articoli rivelano in dettaglio come la CIA, l’intelligence militare e la NSA degli Stati Uniti collaborino per eliminare fisicamente i leader della guerriglia, anche mediante l’organizzazione di attentati sul territorio al confine dell’Ecuador. L’amministrazione Obama intensifica gli sforzi per rafforzare la cosiddetta Pacific Alliance, che comprende Messico, Perù, Colombia e Cile. Dopo aver ratificato l’accordo di libero scambio con la Colombia, il Costa Rica ne è diventato membro. Gli obiettivi sovversivi della Pacific Alliance, istituita nel giugno 2012 contro i governi di Brasile, Venezuela, Argentina, Ecuador e Bolivia, sono fuori discussione. Alcuni scienziati politici ritengono che tale piano statunitense sia volto a neutralizzare ALBA, mentre altri lo vedono prevalentemente come anti-brasiliano. Washington ha speso molte energie e risorse per sincronizzare le attività dei regimi del continente sotto suo controllo per creare almeno una versione ridotta del mercato Pan-americano, entrato nella storia come Zona di libero scambio delle Americhe (ALCA). Il progetto degli Stati Uniti è stato respinto al quarto Vertice delle Americhe di Mar del Plata, in Argentina, nel 2005, grazie agli sforzi dei presidenti Nestor Kirchner, Hugo Chavez, Evo Morales e altri.
Il Brasile presta molta attenzione alle inclinazioni sempre più ostili della politica degli Stati Uniti nel continente. Il governo di Dilma Rousseff non ha ancora ricevuto le scuse dall’amministrazione Obama per lo spionaggio di NSA e CIA nei confronti del Brasile. Rousseff ha annullato la visita a Washington, alcuni piani promettenti per gli Stati Uniti furono limitati e una serie di accordi bilaterali nella cooperazione di agenzie militari, sicurezza e di polizia è stata riconsiderata. Nel settore della cooperazione degli armamenti, il Brasile ha scelto infine gli aerei da combattimento per la sua aviazione, respingendo il caccia multiruolo Super Hornet della Boeing. La società svedese Saab ha vinto. Si prevede che il contratto da 4,5 miliardi di dollari per la fornitura di 36 aerei da combattimento Gripen sarà firmato nel 2014, dopo che tutti i termini finanziari e tecnici saranno concordati. Il primo aereo arriverà in Brasile alla fine del 2018.
Un risultato della profonda diffidenza dell’America Latina verso gli Stati Uniti è la maggiore attività di Paesi come Russia, India, Iran e soprattutto Cina nel continente sudamericano. Ci sono sempre più segnali che il 21° secolo sarà il secolo della “svolta” cinese dell’emisfero occidentale, considerando le enormi risorse che i cinesi già investono nello sviluppo delle economie nazionali dell’America Latina. Energia, petrolio, miniere, elettronica, infrastrutture dei trasporti, industria della difesa, i cinesi sconfinano costantemente nei santuari del business statunitense. Un aspetto simbolico di questa infiltrazione cinese è il lancio di satelliti per comunicazioni e di ricerca dei Paesi latino-americani. La Cina avanza in America Latina su un ampio fronte. Molti credono che sia già inarrestabile.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Dottrina Monroe è storia, ma l’impero attacca ovunque

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 02/12/2013

20131104-125331Il segretario di Stato degli USA John Kerry ha annunciato la fine dell’“era della Dottrina Monroe”.  Il 18 novembre ha tenuto un discorso sul partenariato con l’America Latina presso la sede dell’Organizzazione degli Stati Americani di Washington. Per quasi 200 anni, la politica degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale s’è basata sulla dottrina denominata dal quinto presidente degli Stati Uniti, James Monroe, che dichiara che i Paesi dell’America Latina non dovrebbero essere considerati dalle potenze europee oggetti di una colonizzazione… “L’America agli americani”, gli Stati Uniti hanno usato questo slogan per mascherare l’essenza imperialista della dottrina, utilizzata negli anni della guerra fredda per contrastare “l’espansione sovietica”. La Dottrina Monroe fu usata per giustificare la soppressione delle rivoluzioni in Guatemala e Cile, l’eliminazione fisica di leader popolari e le operazioni militari contro la guerriglia a Cuba, Nicaragua e altri Paesi…
Il punto chiave del discorso di Kerry è stata l’affermazione che, nelle attuali condizioni storiche, gli Stati Uniti vedono i Paesi a sud del Rio Grande come “partner eguali” con cui dover “promuovere e tutelare… la democrazia”, “condividendo le responsabilità (e) collaborando sui problemi della sicurezza”. E’ difficile interpretare in modo chiaro queste formulazioni. Da un lato, Washington sembra affermare di non ricorrere all’intervento armato nella regione per difendere i suoi “interessi vitali”. Dall’altra parte, le dichiarazioni sulla “condivisione delle responsabilità” e la “cooperazione sulle questioni di sicurezza” sembrano abbastanza equivoche. Cooperare con chi, esattamente?  Contro chi? E a quali condizioni? Tuttavia, contro chi la “cooperazione sulle questioni di sicurezza” deve essere diretta, deriva dal discorso stesso. Kerry ha aggredito con critiche Venezuela e Cuba. A suo parere, “le istituzioni democratiche sono indebolite” in Venezuela. Molto probabilmente Washington è irritata dal fatto che l’Assemblea nazionale ha votato i poteri speciali al presidente Nicolas Maduro, che ha già iniziato ad usarli per bloccare la guerra economica in Venezuela (speculazione, accaparramento di beni di consumo e prodotti alimentari volti a minare il potere d’acquisto della moneta nazionale, il bolivar). I venezuelani approvano le misure adottate dal Presidente Maduro. L’autorità del leader bolivariano è cresciuta notevolmente. Su Cuba il capo del dipartimento di Stato è soddisfatto dal ritmo del processo democratico. Kerry ha affermato che gli Stati Uniti sperano che questi processi si accelerino, che “il governo cubano abbracci un più ampio programma di riforme politiche che permetta al suo popolo di determinare liberamente il proprio futuro”. E gli Stati Uniti promuoverebbero un processo di democratizzazione a Cuba, che prenda verosimilmente un carattere dissolutorio simile al processo che distrusse l’URSS.
Gli Stati Uniti hanno accantonato la Dottrina Monroe, ma non rinunciano ad esercitare pressioni sui Paesi latino-americani o ad effettuare operazioni complesse per destabilizzarli. Viene perseguita una propaganda mirata contro i leader indesiderati. Continue calunnie vengono riversate sul presidente boliviano Evo Morales, prima di tutto per gli “sforzi insufficienti” del suo governo nella lotta contro le piantagioni di coca illegali e il traffico di droga. E questo, quando i servizi segreti boliviani  combattono ferocemente i cartelli della droga finanziati, di regola, anche da banche controllate da imprenditori statunitensi e dalla Drug Enforcement Administration (DEA). Morales la dà per buona, fiducioso che la miglior difesa sia un buon attacco. Ha più di una volta sostenuto di voler consegnare Barack Obama a un “tribunale dei popoli” per processarlo per “crimini contro l’umanità”. Le sue accuse furono ancora più forti nel discorso alla sessione della 68.ma Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Il presidente boliviano sosteneva che, al fine di mantenere una posizione dominante nel mondo, gli Stati Uniti si avvalgono dei metodi più criminali, organizzando continuamente complotti e tentativi di assassinio. Morales ha ridotto al minimo i contatti con i rappresentanti degli Stati Uniti, preferendo condurre affari con Cina, Paesi dell’Europa occidentale, Russia e Bielorussia. Il presidente della Bolivia ha minacciato: “Se dobbiamo, chiuderemo l’ambasciata statunitense”.
Washington non ha mai cessato le sue attività ostili contro l’Ecuador. Dopo il fallimento del tentativo della CIA di sbarazzarsi del presidente Rafael Correa mediante agenti nella polizia ecuadoriana, l’ambasciata degli Stati Uniti non risparmia sforzi per “riformarlo”. Adam Namm, l’ambasciatore statunitense a Quito, ha criticato il Presidente Rafael Correa per aver coltivato relazioni assai strette con l’Iran e la Bielorussia. La risposta è stata immediata: “Non sono sorpreso dalle sue dichiarazioni, poiché il diplomatico è nuovo a questi problemi. L’Ecuador non chiede il permesso a nessuno nel mantenere relazioni sovrane con qualunque Paese desideri. E’ sufficiente notare come molti Paesi in cui non si tengono assolutamente elezioni, hanno relazioni privilegiate con gli Stati Uniti. Le monarchie assolute! Ecco, questo basta! Non siamo la colonia di nessuno. Finché sarò il presidente di questo Paese, non ci sarà neocolonialismo!” Gli aspri commenti di Correa sulle dichiarazioni di Obama sull’“eccezionalità del popolo americano” perché  presumibilmente si occupa di tutelare gli interessi di “tutta l’umanità”, sono notevoli. Il presidente ecuadoriano ha confrontato queste affermazioni con la “politica nazista” del Terzo Reich. Ad  ottobre Correa ha visitato la Russia, dove ha discusso, tra le altre cose, di cooperazione e invio di armamenti russi in Ecuador, in particolare dei sistemi di difesa aerea, nonché di elicotteri da trasporto Mi-171E. La Russia è interessata a realizzare diversi grandi progetti su petrolio e gas in Ecuador. Gli ecuadoriani discutono della prospettiva d’intensificare la cooperazione militare con la Cina; è stato proposto il reclutamento di specialisti cinesi per la costruzione di una raffineria di petrolio (Refineria del Pacifico) da completare nel 2017. Anche oggi vi sono 60 aziende cinesi che operano in Ecuador nel settore minerario e nella costruzione di infrastrutture stradali. Tutto ciò  causa grande preoccupazione a Washington, motivo per cui le attività di spionaggio delle agenzie d’intelligence statunitensi si sono intensificate in Ecuador. Secondo il sito Contrainjerencia.com, nel 2012-2013 il personale della CIA presso la stazione ecuadoriana è raddoppiato. Agenti con esperienza nelle operazioni sovversive in America Latina sono stati inviati in Ecuador: U. Mozdierz, M. Haeger, D. Robb, H. Bronke Fulton, D. Hernandez, N. Weber, A. Saunders, D. Sims, C. Buzzard, ?. Kendrick e altri.
I problemi che Washington ha con il Brasile e l’Argentina a causa delle rivelazioni scandalose riguardo le intercettazioni dei presidenti di questi Paesi, Dilma Rousseff e Cristina Fernandez de Kirchner, devono ancora essere risolti in modo soddisfacente. Gli statunitensi non hanno ancora veramente chiesto scusa per lo spionaggio totale in questi Paesi. E lo spionaggio non solo non s’è fermato, è diventato più sottile, costringendo le agenzie d’intelligence nazionali a sviluppare operazioni comuni per contrastare le operazioni di CIA, NSA ed intelligence militare statunitense. Al tempo stesso, sono state adottate misure per creare un sistema di controspionaggio elettronico nel quadro dell’Unione delle nazioni sudamericane (UNASUR). In Messico e nei Paesi dell’America Centrale e dei Caraibi, l’intelligence statunitense non incontra quasi nessuna interferenza, a meno che non si contino Cuba e Nicaragua, le cui agenzie di controspionaggio occasionalmente infliggono dolorosi colpi alla rete di agenti della CIA. Oggi il compito più importante per le agenzie militari e di intelligence statunitensi è avere il controllo dell’Honduras, spesso chiamato la “portaerei inaffondabile degli Stati Uniti” in America Centrale. Vi sono già basi militari statunitensi sul territorio dell’Honduras, ma il Pentagono programma di costruire nuove basi aeree e navali. La cinica interferenza di Washington nella campagna elettorale che s’è appena svolta in Honduras, è ancora un altro segnale dell’amministrazione Obama in America Latina: proteggeremo i nostri interessi ad ogni costo, nessun altro risultato è accettabile per noi. “L’uomo degli USA” nelle elezioni in Honduras è Juan Orlando Hernandez, candidato conservatore Partito Nazionale. Per oltre tre anni ha diretto il Congresso Nazionale e ha contribuito notevolmente al consolidamento delle forze politiche ostili all’ex-Presidente Manuel Zelaya e a sua moglie Xiomara Castro. È lei era il suo principale concorrente alle elezioni, candidata di Libertà e Rifondazione (LIBRE) di centro-sinistra. Hernandez sostenne nel 2009 il colpo di Stato che rovesciò Zelaya, e mantiene stretti legami con i militari, facilitando l’espansione delle funzioni per la “sicurezza” dei militari, compresa la lotta contro il narcotraffico. Per l’ambasciata degli Stati Uniti, non permettere a Xiomara Castro di andare al potere è una questione di principio. I prossimi eventi mostreranno quanto sarà risoluta. In un’intervista radiofonica con Radio Globo, Manuel Zelaya ha dichiarato, “Xiomara ha vinto la lotta per la carica di presidente della repubblica. (La Corte Supremo Elettorale dell’Honduras) usurpa la vittoria di Xiomara Castro. Il conteggio della Corte non regge a un’analisi statistica. Non riconosciamo questo risultato, lo respingiamo”.
Lisa Kubiske, l’ambasciatrice degli Stati Uniti in Honduras, ha interferito attivamente nel processo elettorale al fine di garantire la vittoria di Hernandez. In sostanza, è lei la principale rivale di Xiomara Castro. Se l’ambasciata degli Stati Uniti potrà garantire che Hernandez arrivi al potere, si vedrà nel prossimo futuro. Ma vi sono già informazioni dei media internazionali che, nel conteggio dei voti, è in testa con ampio margine.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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