Un nuovo ruolo per l’arsenale nucleare della Cina?

J. Michael Cole, The Diplomat, 11 dicembre 2012

xi-jinpingIn un sistema in cui l’ordine e le sequenze hanno un valore altamente simbolico, la prima promozione a Generale di un ufficiale, da parte di Xi Jinping, aggiunge un alto profilo alla visita della settimana scorsa, dicendoci alcune cose sulle priorità dei militari e che cosa vogliono in futuro. Più di ogni altra arma dell’Esercito di Liberazione Popolare, il Corpo della Seconda Artiglieria, che controlla l’arsenale missilistico convenzionale e nucleare del paese, sembra interessare Xi. Il primo atto di Xi da neopresidente della potente Commissione Centrale Militare (CMC) è stata la promozione del Tenente-Generale Wei Fenghe, 58enne comandante in capo della Seconda Artiglieria e membro del CMC, a Primo Generale, il 23 novembre.
A parte l’aumento della spesa per la difesa, la promozione di alti ufficiali è considerata il modo migliore per i leader cinesi di consolidare il loro potere sulle forze armate. Mentre tenta di rafforzare il suo controllo sulle forze armate, un esame immediato della promozione di Wei da parte di Xi indicherebbe che abbia avuto a che fare con la caduta in disgrazia dell’ex-segretario del partito di Chongqing, Bo Xilai, il cui legame con il Corpo della Seconda Artiglieria, e più specificamente con il Commissario politico del Corpo della Seconda Artiglieria, Generale Zhang Haiyang, era considerata da Pechino una minaccia. Anche se Zhang è riuscito a mantenere il suo posto nel Comitato Centrale, non è stato così nella CMC, al contrario invece di Wei.
Al di là delle manovre politiche, Xi ha indicato che la Seconda Artiglieria giocherà un ruolo sempre più importante in futuro. Nel corso di un incontro con gli ufficiali della Seconda Artiglieria il 5 dicembre, il nuovo capo della CMC ha detto che la forza è “un pilastro dello status strategico di grande potenza della Cina“, aggiungendo che il Corpo è la “forza centrale” del “deterrente strategico” della nazione e una “base importante” per la protezione della sicurezza nazionale. Oltre a sottolineare la necessità che il Corpo della Seconda Artiglieria resti pienamente sotto il controllo del partito, Xi ha chiesto di svilupparlo in una “potente e avanzata forza missilistica.”
A parte l’arsenale di missili intercontinentali nucleari, la Seconda Artiglieria controlla anche i missili a breve e medio raggio che possono essere utilizzati nei confronti di Taiwan, Vietnam,  Filippine, così come delle basi statunitensi di Okinawa. Come parte dell’evoluzione della strategia  d’interdizione di area (A2/AD) della Cina, il Corpo impiega anche il DF-21D comunemente indicato come il “killer di portaerei”, un missile che una volta a regime potrebbe complicare notevolmente lo schieramento delle forze navali degli Stati Uniti e alleati all’interno della prima catena di isole e oltre. Gran parte dei futuri investimenti nella Seconda Artiglieria deriverà dalla comprensione di Pechino della rapida modernizzazione delle sue altri forze militari, nonostante non speri (né desideri) combattere e sconfiggere le forze USA in battaglie convenzionali. Ma questo riguarda i missili convenzionali. E l’arsenale strategico nucleare della Cina?
In una “lettura esplicativa” fatta subito dopo il discorso di Xi, Wang Haiyun, ex Maggiore-Generale dell’EPL, ha detto che questa era la prima volta che la “missione e lo status delle forze strategiche nucleari della Cina venivano articolate pubblicamente“, aggiungendo che il discorso rappresentava la possibile presa di distanza dalle precedenti dichiarazioni degli alti dirigenti cinesi sul ruolo dell’arsenale nucleare della Cina. Secondo l’interpretazione di Wang delle osservazioni Xi, che in nessun modo devono essere accettate come la politica ufficiale di Pechino, questi potrebbe essere in procinto di allontanare la Cina dall’attuale politica nucleare del ‘no-first-use’ (NFU), che tra le altre cose afferma che la Cina userà le armi nucleari solo nel caso in cui sia sottoposta ad un attacco nucleare, volgendosi invece  verso una politica nucleare più ambigua, in cui le armi nucleari potrebbero essere utilizzate nell’ambito di più ampie contingenze.
Casualmente, i recenti commenti di alcuni analisti della difesa degli Stati Uniti, potrebbero rafforzare l’idea che un più forte arsenale nucleare di Pechino dovrebbe svolgere un ruolo più importante nella sua difesa. Si potrebbe immaginare che ciò faccia parte della risposta della Cina al cosiddetto concetto di Battaglia Aero-navale di Washington, che prevede che gli Stati Uniti impieghino una enorme potenza di fuoco convenzionale contro la patria cinese. In parziale risposta alle preoccupazioni sul concetto di Battaglia Aeronavale, sfocerebbe inevitabilmente in uno scambio nucleare tra Cina e Stati Uniti, il colonnello in pensione T. X. Hammes ha richiamato il caso che definisce strategia del “controllo off-shore” (OC) che, invece di tentare di sconfiggere la Cina attraverso attacchi convenzionali sul suo territorio o all’interno della prima catena di isole, cerca invece di neutralizzare gran parte delle risorse della Cina nell’A2/AD operando al di fuori della sua area d’intervento.
Come Hammes spiega, con la strategia del controllo oceanico degli Stati Uniti, “le nazioni partner dell’Asia-Pacifico garantiranno la capacità degli Stati Uniti di interdire l’importazione di energia e materie prime e le esportazioni industriali della Cina, proteggendo quelle nazioni.” In altre parole, piuttosto che combattere, gli Stati Uniti cercherebbero di soffocare economicamente la Cina. Hammes sostiene che la strategia OC permetterebbe di evitare attacchi in profondità alla Cina, e ridurrebbe la possibilità di una escalation nucleare. Questo è uno scenario plausibile, ma solo se la dottrina nucleare della Cina del no-first-use rimane invariata. Se, come sostiene Wang, Pechino è in procinto di adottare una politica nucleare più aggressiva, la strategia OC di scatenare un conflitto di lunga durata, potrebbe spingere Pechino a minacciare l’uso del nucleare.
Se le forze statunitensi ribaltano il tavolo e adottano un approccio asimmetrico verso la Cina, cercando di evitare i punti di forza della Cina, una possibile risposta di Pechino sarebbe riconsiderare le contingenze su cui si basano le proprie forze nucleari. Le prime mosse di Xi già indicano il suo interesse nel fare del Corpo della Seconda Artiglieria un  futuro elemento cardine delle forze armate della Cina. Poiché nessun sistema è statico, la strategia militare degli Stati Uniti, nei confronti della Cina, potrebbe benissimo precipitare ulteriori iniziative in questa direzione.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il missile balistico anti-nave cinese e la cattura del drone RQ-170 Sentinel

AviationIntel 26 gennaio 2012

Dong Feng 21D missiles
Il misterioso programma dei missili balistici antinave della Cina Dongfeng-21D, presumibilmente è in grado di colpire portaerei e le loro navi di scorta statunitensi fino a circa 4.000 km. Il DF-21D utilizza il concetto balistico inviando il suo carico mortale a grande gittata e con un veicolo manovrabile di rientro nella fase terminale di attacco. Se ne è comprovata l’operatività, il DF-21D ha il potenziale di interdire i gruppi di portaerei degli Stati Uniti, negandogli totalmente l’accesso strategicamente imperativo nel Mar Cinese Meridionale. Questo sistema d’arma potenzialmente rivoluzionario, è descritto nel seguente articolo di The Diplomat.
La grande domanda è quanto sia realmente efficace questo sistema d’arma “killer di portaerei”? È un mortale missile strategico anti-portaerei verso cui gli Stati Uniti hanno scarsa difesa, o è solo un sogno, solo un’altra parte della partita strategica giocata dalla Cina contro gli Stati Uniti? E’ molto difficile cercare di stimare l’affidabilità reale e provata del missile “stando fuori a guardare”; ma possiamo dare un’occhiata all’altro meno glamour ma altrettanto importante pezzo di questo sistema missilistico balistico anti-nave, nella capacità della Cina di colpire con precisione i Gruppi di portaerei statunitensi oltre l’orizzonte, per valutare la validità di un tale concetto di così vasta portata. Inoltre, i recenti avvenimenti che riguardano la fuga della tecnologia di avanguardia statunitense degli Unmanned Aerial Vehicles, può aiutarci a meglio prevedere esattamente quanto realisticamente possa diventare efficace il sistema d’arma. Inizialmente il rilevamento dei Gruppi di portaerei statunitensi può essere fatto utilizzando una varietà di metodi, come un avanzato radar ‘oltre l’orizzonte’ (che la Cina sta sviluppando attivamente), il tradizionale velivolo da pattugliamento marittimo, pattugliamenti di sottomarini, navi di sorveglianza e da combattimento di superficie, sorveglianza satellitare e forse dai più efficienti e resistenti Unmanned Aerial Vehicles (UAV).
Per aumentare la possibilità di trovare ciò che equivale ad un ago in un pagliaio, un velivolo da pattugliamento marittimo utilizzerebbe il radar per rilevare inizialmente una flottiglia statunitense, mentre i satelliti potrebbero utilizzare gli infrarossi o i radar di sorveglianza ad apertura sintetica, e i sottomarini potrebbero utilizzare i sonar sia nel ruolo passivo che attivo. Inoltre, quasi tutte le piattaforme di cui sopra potrebbero teoricamente essere in grado di rilevare, inizialmente su un piano generale, un gruppo di battaglia, utilizzando sistemi di rilevamento elettronici (ESM), che potrebbero passivamente rilevare un gruppo di portaerei “ascoltandone” le emissioni elettroniche. In realtà esiste un cocktail iniziale di capacità di rilevamento dei bersagli, quando si tratta di localizzare le flotte statunitensi in navigazione nella vastità del Pacifico. Tuttavia, la capacità che sembra essere di grande interesse per i militari cinesi, così come in tutto il Mondo, è l’uso di un sistema di sorveglianza di ampie aree marittime (BAMS), impiegndo dei Unmanned Aerial Vehicles del tipo High Altitude Long Endurance (HALE). Qualcosa di simile allo statunitense RQ-4 Global Hawk, una piattaforma che con un radar ad apertura sintetica (SAR) ad alta risoluzione e capacità Moving Target Indicator (MTI), e con potenti sistemi elettro-ottici per seguire e condurre la scansione di fasce massicce del Pacifico, in cui navigano le navi da combattimento di superficie statunitensi. Inoltre, questo aereo, volando a oltre 20.000 metri, sarebbe in grado di controllare a grandi distanze le zone in cui si sospetta operi la flotta degli Stati Uniti, rendendolo un mezzo capace di sopravvivere al contrario dei prevedibili satelliti e dei meno efficienti aeromobili da pattugliamento marittimo con equipaggio, che sono più facili da distruggere durante una guerra.
La realtà è che la Cina ha costruito e fatto volare una cellula simile all’RQ-4 Global Hawk, così come una versione a getto analogo al Predator-B, altrimenti noto come MQ-9 Reaper statunitense, così come altre versioni di UAV più piccoli. Sembrerebbe che la progettazione e la produzione di cellule per la Cina non sia un problema, quanto utilizzare le funzionalità avanzate dei velivoli senza equipaggio. In realtà, sembrerebbe che sia il Global Hawk della Cina che l’UAV HALE simile al Predator-B, siano in realtà più avanzate aerodinamicamente rispetto ai loro equivalenti statunitensi. Questo può essere visto dall’impiego nell’UAV HALE cinese di un avanzata e sfalsata ala a forma romboidale, ottimizzata per l’efficienza aerodinamica ad alta quota, contrariamente alla semplice sottile ala diritta in stile U-2 del Global Hawk. Inoltre, un piccolo UAV, simile al ben noto MQ-9, viene testato attivamente dalla PLAAF. La principale differenza tra questo e il suo cugino statunitense, sembra essere l’utilizzo di un motore a reazione e di una cellula dalla resistenza aerodinamica inferiore, che pone l’aereo tra l’MQ-9 Reaper e il nuovo Predator-C a getto e furtivo, noto anche come Avenger, della General Atomics (creatrice dei velivoli della serie Predator), e questo per quanto riguarda la sola progettazione della cellula. Sono apparse delle foto di quello che sembra essere un UAV cinese molto simile, nella configurazione, al furtivo RQ-170 Sentinel e al relativo P-175 Polecat, anche se non ci sono informazioni interne di dominio pubblico in merito alla situazione dei test, o perfino delle vere dimensioni di questa macchina. Dove la Cina sembra avere carenze tecnologiche riguardo gli UAV, è nel campo delle trassmisioni dati avanzati, dei controlli di volo autonomi e, nel caso del concetto BAMS, di un potente radar di sorveglianza a bassa probabilità di intercettazione (LPI).
Cioè laddove il RQ-170 Sentinel, atterrato in modo morbido nel territorio iraniano, può rivelarsi estremamente utile per i cinesi. L’Iran ha già dichiarato che i russi e i cinesi hanno esaminato il drone, più di un mese prima, ma ci si può immaginare che ci sarà una vera e propria guerra delle offerte su chi, effettivamente, metterà le mani sul Sentinel per eseguire una ‘reverse engineering’. Visto che i cinesi sono davvero i migliori retro-ingegneri del Mondo ed hanno portafogli capienti, è quasi un dato certo che otterranno dati di prima mano, facendo tesoro di ciò che è nascosto all’interno della liscia carlinga a boomerang della “Bestia di Kandahar”. Indipendentemente da quanto sia invisibile ai radar il design dell’RQ-170, è ciò che vi è impacchettato all’interno che gli permette di realizzare delle missioni uniche e altamente stimolanti, e potrebbe essere proprio ciò di cui la Cina ha bisogno per produrre un suo UAV, attualmente, mentre sviluppa i giochi strategici per il Teatro del Pacifico, soprattutto se esso viene abbinato al nascente programma di missili balistici anti-nave. I data link furtivi dell’RQ-170 sono molto probabilmente i pezzi più avanzati in dotazione che permettono al velivolo di rischiare missioni clandestine altamente sensibili, essendo in grado di operare in modo semi-autonomo, mentre rinvia continuamente e in tempo reale informazioni ai controllori di terra, molto probabilmente in tutto il mondo, senza essere rilevato dalle postazioni nemiche in ascolto. Si tratta davvero di uno dei più grandi aspetti del Sentinel. Non vi può essere dubbio che come minimo, l’hardware che permette ciò, compreso ciò che si trova sotto le sue due “gobbe” per le telecomunicazioni, siano rimasti in gran parte intatti dopo la sua sfortunata caduta dietro le linee nemiche. Tale hardware sarà prezioso per gli ingegneri cinesi, che hanno un grande bisogno di integrare il data link LPI nel BAMS del loro HALE/UAV, al fine di consentirgli di rimanere inosservato mentre vola lontano da casa, permettendogli così di sopravvivere in un  conflitto.
Come abbiamo detto in passato, l’RQ-170 molto probabilmente utilizza la stessa architettura di controllo dell’RQ-4 Global Hawk, in particolare la sua avanzata stazione di terra costruita dalla Northrop Grumman. Poter comprendere da un lato questo collegamento circolare delle comunicazioni, senza dubbio aiuterà i cinesi a produrre l’interfaccia umano dall’altro lato. Eppure, per i cinesi, il pezzo più importante dell’hardware a bordo dell’RQ-170 caduto, molto probabilmente è il radar miniaturizzato ad apertura sintetica a bassa probabilità di intercettazione ed il suo avanzato indicatore di movimento dei bersagli. Un pezzo dell’equipaggiamento che può veramente permettere al DF-21D la distruzione di una portaerei. L’RQ-170 ha avuto dei lontani predecessori, come il Tacit Blue  e il Darkstar (molto di più si può leggere, riguardo all’oscuro albero genealogico del Sentinel, alla fine di questo articolo), che certamente sono stati costruiti per sfuggire ai radar di sorveglianza di o presso un territorio interdetto. Che cosa ha a che fare tutto ciò con il missile balistico antinave della Cina DF-21D? Molto in realtà. Se, infatti, l’RQ-170 sfoggia un così efficiente radar, come sembra essere dalle ultime foto ad alta risoluzione scattate mentre operava fuori dalla sua base a Kandahar, che si tratti di un avanzato radar a scansione elettronica attiva (AESA), o anche un più datato radar a scansione passiva dotato di funzionalità LPI, può solo far compiere un salto necessario alla Cina nella capacità d’intercettazione oltre l’orizzonte e di quasi invisibilità del suo programma dei missili balistici antinave DF-21D. Ciò che è più sorprendente, nella possibilità dei cinesi d’impadronirsi del drone RQ-170 perduto, non sono necessariamente i singoli sistemi di bordo, ma  il sistema di targeting in tempo reale e le capacità di collegamento dati che possiede e che potrebbero essere quasi direttamente adattati alla cellula dei loro droni HALE/BAMS. Un velivolo senza dubbio concepito per supportare il missile balistico anti-nave DF-21D in tempo reale, capace di restare in volo in modo continuo, con capacità avanzate di poter inseguire i movimenti degli obiettivi, e di cui hanno un così disperato bisogno per rendere efficace l’intero sistema. Quando si tratta di inseguire oggetti in movimento a grande distanza, l’alta qualità dei dati forniti su un bersaglio remoto è in grado di fornire la migliore possibilità che l’arma colpisca tale bersaglio, soprattutto se lanciato da migliaia di chilometri di distanza e centrandolo. Se la Cina ha infatti accesso ai sistemi di collegamento dati, di controllo del volo e ai sensori dell’RQ-170, non ci può essere alcun dubbio che la qualità dei dati sarà tale che la capacità dei loro UAV di raccogliere e trasmetterli farà un balzo in vanti di anni, se non di decenni.
Nel caso del DF-21D non è chiaro come il missile, volando a velocità ipersonica con testate indipendenti (un singolo missile DF-21D sarebbe in grado di trasportare più veicoli di rientro (MRV)) mentre punta verso le sue vittime marittime in movimento, possa in realtà individuare o agganciare gli obiettivi. Inizialmente, una sorgente di targeting, in questo caso un UAV di sorveglianza marittima a lungo raggio ad alta quota, ritrasmetterebbe le precise coordinate del bersaglio al centro comando e controllo, passando le coordinate a un sistema di lancio mobile terrestre, o possibilmente navale, di un DF-21D. Minuti dopo il lancio, mentre il missile è al suo apogeo e prima che la testata si separi, un aggiornamento dei dati in fase di volo può essere trasmesso dall’UAV collegandosi al missile tramite un satellite, per rendere più precisa la regolazione della fase finale del volo. Prima che la testata si separi, deve continuare a manovrare verso il suo obiettivo, cosa che equivale a colpire un francobollo che galleggia in uno dei Grandi Laghi. Un dispositivo di tracking terminale a bordo della testata, quindi entra in azione. Questo è il momento in cui le capacità reali del DF-21D diventano un mistero. Un attacco terminale guidato potrebbe essere realizzato utilizzando un sensore a infrarossi nel naso della testata o ‘veicolo di rientro’, che guiderebbe la fase finale dell’attacco. Avverrebbe così, dopo che le coordinate iniziali del target sono state inviate al momento del lancio e aggiornate, possibilmente, nel corso della fase di volo a “metà percorso” del missile. Il sistema di ricerca a infrarossi passivo di bordo, non essendo ad energia elettromagnetica, dovrebbe essere utilizzato per illuminare il bersaglio. Il sensore a infrarossi acquisirebbe l’area in cui la nave è più probabile che navighi, durante gli ultimi secondi di volo, nella speranza di bloccarsi sulla firma di calore della portaerei che manovra rapidamente. La portaerei statunitense cambierebbe rapidamente rotta e velocità, mentre i satelliti di allerta precoce per il rilevamento del lancio di missili balistici sicuramente rileverebbero la fase di spinta iniziale del DF-21, allertando il gruppo della portaerei del missile in arrivo, o più probabilmente, dei missili. Anche gli incrociatori e cacciatorpediniere lanciamissili classe AEGIS, del gruppo d’attacco della portaerei, tenterebbero di monitorare e inseguire il missile con le loro limitate capacità di difesa antimissili balistici.
Un altro modo per agevolare la fase finale dell’attacco del missile balistico antinave DF-21D è utilizzare i collegamenti dei dati non solo riportando le coordinate iniziali del bersaglio al lanciatore del missile, ma trasmettendone continuamente la posizione esatta mentre si muove nel tempo e nello spazio, via satellite, al missile, finché avvia l’attacco finale sul suo bersaglio. Ciò massimizza il data-linking e il radar dell’UAV, e la loro tecnologia per tracciare il movimento dei bersagli. Una piccola antenna che può resistere ai violenti effetti atmosferici al rientro di una testata, può essere in grado di fornire, in tempo reale, i dati necessari inviati da un UAV che utilizzi tecnologia derivata dal RQ-170, per colpire con precisione una portaerei in manovra, e con un elevato grado di affidabilità. In questo caso l’UAV, o qualsiasi altra piattaforma per il rilevamento a distanza, potrebbe letteralmente dire alla testata dove andare, tramite il collegamento dati, fino a quando non trapassa il ponte della portaerei volando a Mach 10. Un altro metodo, molto probabilmente, potrebbe utilizzare un sistema di ricerca radar attivo o passivo. Un ricercatore radar attivo, in pratica un piccolo radar come quello utilizzato per i missili aria-aria a medio raggio, potrebbe essere efficace, anche se la sensibilità del sistema è limitata, essendo fragile e complesso e suscettibile di inceppamenti. Un’alternativa più probabile, in questa fase della capacità tecnologica della Cina, almeno sarebbe di far puntare la testata, nella sua fase finale, sul bersaglio mentre attraversa l’atmosfera usando un vecchio, ma più robusto, sistema di guida radar terminale, noto come radar homing “semi-attivo”. Il radar homing “semi-attivo”, a volte chiamato “fascio a onda”, funziona in modo simile al già accennato radar dei missili aria-aria, come l’AIM-7 Sparrow, resosi popolare in Vietnam e con Desert Storm. Questa forma di targeting via radar utilizza una potente fonte radio per “dipingere” un bersaglio con una certa banda e frequenza di energia elettromagnetica. Poi lo stesso missile, dotato di una rudimentale testata di ricerca, sintonizzata per “vedere” l’energia riflessa del radar d’inseguimento lontano, semplicemente riconosce e insegue le onde radar riflesse dal target “dipinto”, fino al punto d’impatto o fino a quando si attiva il radar di bordo. Questa forma semplice, collaudata e affidabile di puntamento richiederebbe una fonte secondaria, in questo caso un UAV HALE/BAMS dotato di un radar potente, che traccia l’obiettivo per la testata attaccante, durante gli ultimi momenti del volo d’attacco. Utilizzando tecnologia ad alta potenza, ma compatta, AESA o ESA, dove un fascio di energia molto potente può individuare un bersaglio a grande distanza, si consentirebbe a un tale sistema di operare in modo efficiente. Inoltre, il potente radar degli UAV armati dovrebbe solo “dipingere” un obiettivo per un periodo di tempo continuo molto breve, solo pochi secondi, mentre la testata compie l’avvicinamento finale a velocità ipersonica.
Una volta che l’attacco è completato, il sistema di puntamento dell’UAV può passare alle “emissioni silenziose” e cambiare rotta per sfuggire alla rappresaglia, anche se sarebbe molto probabilmente oltre la portata di una squadra statunitense, in primo luogo. Inoltre, se la Cina può rigenerare i sistemi derivati dall’hardware del Sentinel per un tale compito, le informazioni da tale cellula furtiva permetterebbero al velivolo di avvicinarsi ulteriormente a una squadra statunitense. Anche se l’UAV venisse abbattuto da ciò che resta di un gruppo di portaerei, dopo un massiccio tiro di sbarramento di DF-21D, sarebbe un prezzo esiguo da pagare per quello che sarebbe l’attacco antinave di maggior successo in 70 anni. Tra le possibilità di targeting di cui sopra, alla fine, tra una decina di anni si potrà vedere un DF-21D dotato di una serie variabile di sistemi di guida terminale e di targeting, al fine di aumentarne le probabilità di successo quando ne viene sparata una raffica contro delle unità di superficie nemiche. In effetti, questo renderebbe più difficile per la nave presa di mira sapere quale tipo di attacco verrebbe perseguito contro di essa. Inoltre, l’uso di diversi metodi di guida terminale complicherebbe gravemente l’attuazione delle contromisure, come razzi direzionali agli infrarossi, dispositivi “accecanti” per le testate dotate di homing IR, o di chaff per testate dotate di homing radar.
Alla fine, la bassa probabilità di intercettazione dei collegamenti dati, sia per per il funzionamento dell’UAV che per indirizzare il missile nella fase iniziale e per guidarne la testata durante la sua fase terminale di volo, sarebbe il “Sacro Graal” di tale sistema d’arma, molto difficile da ingannare o confondere. A quel punto, solo una difesa basata su armi laser attive o “hit to kill” sarebbe in grado di respingere un attacco del genere, che potrebbe essere efficace contro un DF-21DS in rientro, e durante una bella giornata, ma inutile contro uno sbarramento massiccio. Un targeting a lungo raggio che utilizzi un UAV tipo High Altitude Long Endurance (HALE) in operazioni semi-autonome di tipo sorveglianza marittima su grandi aree (BAMS), dotato di data link a bassa probabilità di intercettazione (LPI) e radar di acquisizione ad alta potenza e ad alta risoluzione, sarebbe senza dubbio l’attivatore e il moltiplicatore di forza definitivo che permetterebbe al missile balistico antinave cinese DF-21D di raggiungere il suo pieno potenziale. Con la recente perdita di un avanzatissimo drone degli Stati Uniti, che quasi certamente era dotato di tutti i componenti sopra citati, i cinesi potrebbe compiere l’enorme salto tecnologico di cui hanno bisogno proprio al momento giusto, rendendo efficace tale pericolosa sistema d’arma d’interdizione di area. Un sistema volto a colpire al cuore la potenza degli Stati Uniti: i loro gruppi di portaerei.
Con tutta la sua potenza, un gruppo di portaerei statunitense è efficace solo se i suoi obiettivi rientrano nella gittata dei suoi aerei da combattimento e missile cruise. Un arsenale operativo di DF-21D, accoppiato a una efficace assistenza di targeting oltre l’orizzonte, negherebbe agli statunitensi la prossimità utile per colpire le coste cinesi e i mari circostanti, e con un margine enorme. La necessità di una robusta e resiliente forza di puntamento e sorveglianza a lungo raggio è così importante per il sistema DF-21D, che mi spingerei a dire che l’RQ-170 catturato dagli iraniani si presenta come una grande opportunità per la difesa della Cina, e un enorme aumento del rischio potenziale per la Marina degli Stati Uniti, di cui non c’è davvero alcun precedente noto. In sostanza, le capacità del RQ-170, se riprodotte in modo esatto, o anche in modo più rudimentale, possono benissimo aver dato ai progettisti cinesi il prezioso “anello mancante” che cercavano di avere per fare del loro pregiato DF-21D un vero “Carrier Killer” realmente operativo.

Potete leggere tutta la mia copertura sul RQ-170, nel link seguente, compresa la mia analisi fotografica e la serie sulle “Origini dell’RQ-170“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina è una minaccia militare? Perché la Cina è innervosita dal Perno di Obama

F. William Engdahl, Global Research, 21 novembre 2012

Leggendo i media mainstream occidentali, si potrebbe concludere che la Cina è diventata un gigante economico intenzionato a mostrare la sua forza militare, avviando una massiccia corsa agli armamenti. La Cina ha designato il suo nuovo presidente, Xi Jinping, che ha appena sostituito il  predecessore Hu Jintao sia al vertice del partito comunista che della potente Commissione militare centrale, dando a Xi il controllo completo delle forze armate e del partito. Una recente analisi della BBC, nell’articolo intitolato “La Cina estende la portata militare“, nella tipica copertura mediatica occidentale del programma militare della Cina: “La prima portaerei della Cina inizierà le prove in mare entro la fine dell’anno. Alla fine dell’anno scorso, erano trapelate le prime immagini del prototipo del nuovo caccia “stealth” di Pechino. E gli esperti militari statunitensi ritengono che la Cina abbia iniziato a schierare il primo missile balistico a lungo raggio in grado di colpire una nave in movimento in mare“. [1]
In Giappone, i politici nazionalisti, come l’ambizioso governatore di Tokyo Shintaro Ishihara e Toru Hashimoto, sindaco di Osaka, ottengono popolarità con la retorica anti-cinese, sostenendo che il Giappone deve sviluppare le capacità per opporsi alla supremazia militare cinese. A maggio l’autorevole New York Times ha pubblicato un articolo allarmante sull’annunciato “incremento a due cifre” delle spese militari della Cina. Nell’articolo si parla di un aumento dell’11% rispetto al bilancio precedente, di gran lunga inferiore perfino al tasso di inflazione. Tuttavia, quando si esamina in dettaglio il reimpiego effettivo e le mosse militari delle forze armate statunitensi nella regione dell’Asia, dopo l’annuncio del presidente Obama dell’”Asia Pivot”, per una nuova  ridefinizione delle capacità militari degli Stati Uniti passando dall’Europa occidentale alla regione dell’Asia, diventa chiaro che la Cina reagisce allo scopo di affrontare le future molto reali minacce alla sua sovranità, piuttosto che agire aggressivamente.
Il semplice fatto che il presidente al potere Obama, nel corso dei dibattiti presidenziali televisivi nazionali, abbia etichettato la Cina come “avversario” è indicativo del cambiamento della posizione militare degli Stati Uniti. La profondità e la natura del perno degli Stati Uniti sulla Cina è cristallino quando si guardano più da vicino i recenti sviluppi dello schieramento asiatico dell’US Missile Defense, chiaramente rivolto contro la Cina e nessun altro. La Cina ufficialmente spende appena il 10% di quello che gli Stati Uniti spendono per la loro difesa, circa 90 miliardi di dollari, e se alcune importazioni di armi e altri costi vi sono inclusi, forse si arriva a 111 miliardi di dollari all’anno. Anche se le autorità cinesi non pubblicano i dati completi su tali aree sensibili, è chiaro che la Cina spende solo una parte degli Stati Uniti, partendo da una base militare-tecnologica di gran lunga inferiore rispetto agli Stati Uniti.
Il bilancio della difesa degli Stati Uniti non è solo di gran lunga il più grande del mondo. Domina tutti gli altri, ed è del tutto indipendente da qualsiasi minaccia percepibile. Nel XIX.mo secolo, la Royal Navy inglese costruì la sua flotta in base alle flotte dei due potenziali nemici più potenti della Gran Bretagna; gli strateghi del bilancio della difesa degli USA, affermano che sarebbe una “catastrofe” se gli Stati Uniti avessero una marina meno di cinque volte superiore a quelle di Cina e Russia messe insieme.[2]
Se includiamo la spesa da parte della Russia, il più forte alleato della Cina nella Shanghai Cooperation Organization, la loro spesa totale annuale combinata per la difesa sarebbe di quasi 142 miliardi dollari. Le dieci prime nazioni al mondo per spesa per la difesa, oltre agli Stati Uniti, la più grande, e la Cina, la seconda più grande del Mondo, sono Regno Unito, Francia, Giappone, Russia, Arabia Saudita, Germania, India e Brasile. Nel 2011, la spesa militare degli Stati Uniti era pari a uno sbalorditivo 46% della spesa totale di un mondo di 171 stati, quasi la metà del mondo intero. [3]
Chiaramente, con tutta la sua retorica sulle missioni di mantenimento della pace e per la promozione della “democrazia”, il Pentagono sviluppa ciò che i suoi pianificatori chiamano “Full Spectrum Dominance”, il controllo totale globale aereo, terrestre, marittimo, spaziale, cosmico e ora cyberspaziale. [4] E’ chiaramente determinato a usare la sua forza militare per garantirsi il dominio o l’egemonia globale. Nessun altra interpretazione è possibile. La Cina di oggi, per via della sua dinamica crescita economica e la sua determinazione nel perseguire gli interessi sovrani nazionali cinesi, e solo perché esiste, sta diventando “l’immagine del nemico” o il nuovo avversario del Pentagono, sostituendo l’”immagine del nemico” non più utile dell’islam, usata dal settembre 2001 dall’amministrazione Bush-Cheney per giustificare l’esercizio del potere globale del Pentagono. Dopo quasi due decenni di abbandono dei propri interessi in Asia orientale, nel 2011, l’amministrazione Obama ha annunciato che gli Stati Uniti ne avrebbero fatto “il perno strategico” nella loro politica estera, concentrando l’attenzione politica e militare sulla regione dell’Asia-Pacifico, in particolare Sud-Est asiatico, cioè, la Cina.

Parte II: la ‘Dottrina Obama’ e il BMD asiatico
Fino ad oggi il cuore delle fasi iniziali del Perno Cinese comporterà la costruzione di un massiccio anello antimissile intorno alla Cina per neutralizzarne il potenziale d’attacco nucleare. Durante gli ultimi mesi del 2011, l’amministrazione Obama ha chiaramente definito la nuova dottrina della minaccia e della prontezza militare degli Stati Uniti sulla scia dei fallimenti militari statunitensi in Iraq e in Afghanistan. Durante un viaggio presidenziale in Estremo Oriente, mentre era in Australia, il Presidente degli Stati Uniti ha presentato ciò che viene chiamata ‘Dottrina Obama’. [5]
Le seguenti sezioni del discorso di Obama in Australia valgono d’essere citate in dettaglio: “Con la maggior parte delle centrali nucleari del mondo e più di metà del genere umano, l’Asia in gran parte definirà se il secolo prossimo sarà segnato da conflitti o dalla cooperazione… In qualità di Presidente ho quindi preso una decisione deliberata e strategica… gli Stati Uniti giocheranno un ruolo più ampio e di lunga durata nel plasmare questa regione e il suo futuro… ho indicato alla mia squadra di sicurezza nazionale di rendere la nostra presenza e missione nel Pacifico-Asia una priorità assoluta… Preserveremo la nostra unica capacità di proiettare potenza e scoraggiare le minacce alla pace… Gli Stati Uniti sono una potenza del Pacifico e siamo qui per rimanervi. In realtà, stiamo già modernizzando la postura difensiva dell’America nell’Asia-Pacifico. …Vediamo la nostra nuova postura qui in Australia… credo che si possano affrontare sfide comuni, quali la proliferazione e la sicurezza marittima, e la cooperazione nel Mar Cinese Meridionale.” [6]
Il 24 agosto, 2012, il Wall Street Journal di New York riportava che l’amministrazione Obama, nell’ambito della sua nuova politica imperniata sulla Cina, amplierà il suo scudo di difesa missilistica, la difesa antimissile balistico o BMD, come è noto in campo militare, alla regione dell’Asia-Pacifico. [7] La ragione ufficiale del Pentagono per il nuovo dispiegamento della sua BMD nel teatro asiatico è proteggere Giappone, Corea del Sud e altri paesi alleati degli Stati Uniti nella regione contro un attacco missilistico nucleare della Corea del Nord. Questo argomento non regge ad un attento esame. In realtà, secondo numerose segnalazioni, Washington ha deciso di investire su una grande rete per la difesa antimissile in Giappone, Corea del Sud e Australia. Il vero obiettivo del sistema BMD non è la Corea del Nord, ma piuttosto la Repubblica Popolare Cinese, l’unica potenza nella regione a possedere anche una potenziale minaccia nucleare con grandi capacità di lancio a lungo raggio. Fa parte della nuova strategia del Pentagono imporre il pieno controllo sullo sviluppo futuro della Cina. L’offensiva della BMD di Washington deve essere vista anche alla luce della tempestiva decisione, del governo giapponese, di provocare deliberatamente le tensioni con la Cina sulle controverse isole Diaoyu nel Mar Cinese orientale, una regione ritenuta enormemente ricca di gas. [8]

Parte III: Giappone, chiave della difesa antimissile
Nel settembre 2012, il segretario alla difesa Leon Panetta annunciava che gli Stati Uniti e il Giappone avevano raggiunto un importante accordo per schierare un secondo grande avanzato radar della difesa antimissile sul territorio giapponese. [9] Nel suo annuncio Panetta dichiarava: “Lo scopo di ciò è rafforzare la nostra capacità di difendere il Giappone. È stato inoltre progettato per aiutare le avanguardie delle forze americane e inoltre sarà efficace nel proteggere gli Stati Uniti dalla minaccia dei missili balistici nordcoreani“. [10] Uno sguardo alla mappa mostra i buchi nucleari della dichiarazione di Panetta. I siti missilistici cinesi sono appena oltre il confine coreano, entro la gittata della nuova installazione della BMD di Stati Uniti-Giappone. La decisione di Washington di installare infrastrutture avanzate della BMD in Giappone è stata presa tempo fa, nell’ambito della strategia per il dominio globale militare degli Stati Uniti.
La cooperazione nella BMD con il Giappone iniziò il 19 dicembre 2003, quando il governo giapponese emise il decreto governativo “Introduzione del sistema della Ballistic Missile Defense e altre misure.” Da allora, l’istituzione di un robusto sistema di difesa missilistica è stata la priorità per la sicurezza nazionale del Giappone. Secondo l’interpretazione del governo giapponese dell’articolo 9 della Costituzione del Giappone, la partecipazione del Giappone a un sistema di difesa collettivo è vietata, in quanto utilizza le capacità della difesa antimissile per difendere un paese terzo, anche se è un alleato come gli Stati Uniti. Shinzo Abe, capo del Partito LiberalDemocratico, quasi certo di divenire primo ministro dopo le elezioni del 16 dicembre per la Camera Bassa, è un forte sostenitore della BMD e della modifica dell’articolo 9. Ciò significa che ci si può aspettare un grande cambiamento verso una posizione militare ulteriormente anticinese du Tokyo. [11]
Secondo i resoconti della stampa militare statunitense, la caratteristica più importante del nuovo progetto BMD giapponese sarà l’installazione di un potente radar di preallarme ‘X-band’, della Raytheon Co. E’ “un grande centro di controllo del tiro ‘phased array’, con capacità di rilevamento di precisione e di sostegno all’intercettazione”, progettato per contrastare le minacce degli ‘stati canaglia’. Sarà installato su un’anonima isola meridionale giapponese. [12] Il ministro della difesa del Giappone Satoshi Morimoto ha confermato che Tokyo e Washington “hanno avuto varie discussioni sulla difesa antimissile, tra cui modalità di schieramento del sistema radar in banda-X degli Stati Uniti“. [13] il Giappone ospita già un radar in banda X nella prefettura settentrionale di Aomori, dal 2006. E’ fortemente contrastato dai residenti locali che temono, non senza ragione, che la presenza del radar li renda un bersaglio per dei potenziali attacchi nemici. [14]

Parte IV: La BMD in tutta l’Asia
La decisione degli Stati Uniti di dare priorità all’installazione della sua BMD in Asia coinvolge non solo il Giappone. Washington sta anche aiutando l’India a migliorare il suo nuovo sistema di difesa missilistica. Gli indiani vogliono costruire una rete multi-livello di difesa missilistica con l’aiuto degli Stati Uniti. Pubblicamente il governo indiano cita il Pakistan come causa. In privato, è la Cina. L’India ha testato il suo missile balistico a gittata intermedia Agni-V, all’inizio di quest’anno e la stampa indiana ha apertamente citato la capacità del sistema di colpire qualsiasi parte della Cina, come sua caratteristica più importante. [15] Secondo Steven Hildreth, un esperto di difesa antimissile del Congressional Research Service di Washington, negli Stati Uniti, ciò “getta le basi” per un sistema di difesa antimissile regionale che consisterebbe nelle difese contro i missili balistici degli USA in combinazione con quelle delle potenze regionali, in particolare Giappone, Corea del Sud e Australia. Anche se presumibilmente finalizzata a contenere le minacce dalla Corea del Nord, Hildreth ha anche affermato, “la realtà è che stiamo anche guardando, a lungo termine, all’elefante nella stanza, cioè la Cina.”
Secondo un rapporto del Wall Street Journal, il radar in banda-X permetterebbe agli Stati Uniti di ‘sbirciare più in profondità’ in Cina, oltre alla Corea del Nord. [16] Come pure vi sono relazioni da parte di anonimi funzionari del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, su un terzo radar in banda-X che verrebbe posizionato nelle Filippine, permettendo al Pentagono di monitorare con precisione i missili balistici lanciati dalla Corea del Nord, ma anche da buona parte della Cina. [17] Oltre al Giappone, Washington ha invitato la Corea del Sud e l’Australia a partecipare al programma asiatico della BMD. Il quotidiano ufficiale cinese in lingua inglese, Global Times, ha sottolineato “Tra le potenze nucleari, la Cina ha il minor numero di armi nucleari. E’ anche l’unico paese ad essersi impegnato nella dottrina del ‘non primo uso’. L’installazione di un sistema di difesa missilistico in Asia non rispetta la politica nucleare della Cina.” L’articolo del Global Times osserva ancora: “Se Giappone, Corea del Sud e Australia aderiscono al sistema, una viziosa corsa agli armamenti in Asia potrebbe accendersi. Non è ciò che la Cina vuole, ma dovrà fare i conti con la corsa agli armamenti, se accadesse. Gli Stati Uniti stanno sconvolgendo l’Asia. La regione in futuro può vedersi intensificare i conflitti. La Cina dovrebbe fare tutti gli sforzi possibili per impedirlo, ma deve preparasi al peggio”. [18]

Parte V: la BMD incoraggia il Primo Attacco nucleare
La strategia della BMD degli Stati Uniti in Asia segue una decisione presa dalle amministrazioni Bush e Obama per lo schieramento del primo anello della BMD che circonda la Russia con installazioni in Polonia, Repubblica Ceca e Turchia, mirato contro l’arsenale russo dei missili balistici intercontinentali. Mentre alti ufficiali in pensione delle forze armate USA hanno messo in guardia che lo schieramento della difesa antimissili balistici contro un potenziale avversario nucleare, come Russia, Cina, Corea del Nord o Iran, sarebbe una follia in stretti termini di strategia militare. Con anche un primitivo scudo di difesa missilistica, gli Stati Uniti potrebbero lanciare un primo attacco contro i silos dei missili e le flotte dei sottomarini russi o cinesi, con meno timore di ritorsioni efficaci; ma i pochi missili nucleari russi o cinesi rimasti sarebbero in grado di lanciare una risposta sufficientemente distruttiva.
Durante la Guerra Fredda, la capacità del Patto di Varsavia e della NATO per annientarsi reciprocamente aveva portato ad una situazione di stallo nucleare, soprannominata dagli strateghi militari MAD-mutua distruzione assicurata. Era spaventoso ma, in un certo senso bizzarramente più stabile di quello che sarebbe accaduto con la ricerca unilaterale degli Stati Uniti della supremazia nucleare. La MAD era basata sulla prospettiva della reciproca distruzione nucleare, senza alcun vantaggio decisivo per nessuna delle parti, ma ha portato ad un Mondo in cui la guerra nucleare era diventata ‘impensabile’. Ora gli Stati Uniti, con la BMD in Europa contro la Russia e in Asia contro la Cina, perseguono la possibilità di una guerra nucleare come ‘pensabile.’ Questa è una vera e propria ‘pazzia.’ La prima nazione con scudo ‘difesa’, con la difesa antimissile balistico (BMD), avrebbe di fatto la ‘capacità del primo colpo,’ facendo della BMD un sistema non difensivo ma offensivo all’estremo. Il Tenente-Colonnello Robert Bowman, direttore del Programma di Difesa Antimissile dell’aviazione degli degli Stati Uniti, durante l’era Reagan, ha recentemente definito la difesa missilistica, “l’anello mancante per un Primo Attacco.” [19] La BMD fornisce l’incentivo per attuare il primo colpo nucleare, qualcosa di mai prima immaginabile a causa dell’incertezza che la nazione non divenisse  un cumulo di macerie radioattive. In termini militari, la BMD è offensiva, non difensiva come dice il nome, e dovrebbe correttamente essere chiamata Attacco dei Missili Balistici.

Note ulteriori: Bowman
Sotto Reagan e Bush I, si chiamava Strategic Defense Initiative Organization (SDIO). Sotto la presidenza di Clinton, è diventata la Ballistic Missile Defense Organization (BMDO). Ora Bush II ha creato la Missile Defense Agency (MDA) e gli ha dato la libertà di vigilanza e di controllo precedentemente goduto solo dai programmi neri o top secret. Se il Congresso non agisce subito, questa nuova agenzia indipendente può prendersi un bilancio essenzialmente illimitato e spendere al di fuori del controllo pubblico e del Congresso, in armi di cui non sapremo nulla fino a quando saranno nello spazio. In teoria, quindi, i guerrieri spaziali governerebbero il mondo, potendo distruggere qualsiasi bersaglio sulla Terra senza preavviso. Saranno queste nuove superarmi a dare  sicurezza al popolo statunitense? Difficilmente. [20]
Lo schieramento principale della BMD di Washington in tutta l’Asia, è una delle probabili ragioni principali per l’improvvisa decisione di ritardare il 18.mo Congresso del Partito fino a dopo le elezioni degli Stati Uniti, per vedere se la Cina avrebbe avuto di fronte il presidente Romney o il presidente Obama. Ciò si concretizza in termini di decisioni militari degli USA, nei pochi mesi da quando Obama ha proclamato la sua Dottrina del Perno in Asia, chiarendo perché la Dottrina Obama rende la Cina sempre più nervosa per il ‘perno’ di Obama.

F. William Engdahl è economista e analista geopolitico. Maggiori informazioni su i suoi vari libri e articoli si possono trovare su www.williamengdahl.com

Note:
[1] Jonathan Marcus, China extending military reach, 14 giugno 2011
[2] Winslow Wheeler, The Military Imbalance: How The US Outspends the World, 16  marzo 2012.
[3] Ibid.
[4] F. William Engdahl, Full Spectrum Dominance: Totalitarian Democracy in the New World Order, 2010, edition.engdahl, Wiesbaden.
[5] President Barack Obama, Remarks By President Obama to the Australian Parliament, 17 novembre 2011.
[6] Ibid.
[7] Brian Spegele et al, US Missile Shield Plan Seen Stoking China Fears, The Wall Street Journal, 24 agosto 2012.
[8] Kazunori Takada, Japanese firms shut China plants, US urges calm in islands row, Reuters, 17 settembre 2012.
[9] Thom Shanker and Ian Johnson, US Accord With Japan Over Missile Defense Draws Criticism in China, The New York Times, 17 settembre 2012
[10] Chris Carroll, US, Japan Announce Expanded Missile Defense System, 17 settembre 2012, Stars and Stripes
[11] Masako Toki, Missile defense in Japan, Bulletin of the Atomic Scientists, 16 gennaio 2009
[12] RT, Shield revealed US spreads missile defenses East, Russia Today, 24 agosto 2012.
[13] Brian Spegele, et al, US Missile Shield Plan Seen Stoking China Fears, Wall Street Journal, 24 agosto 2012
[14] Ibid.
[15] Trefor Moss, Asia’s New Arms Race: Missiles, Missile Defenses, 27 agosto 2012.
[16] RT, op. cit.
[17] Brian Spegele, op. cit.
[18] Global Times, US missile shield fosters Asian arms race, Beijing, Global Times, 29 marzo 2012.
[19] F. William Engdahl, Full Spectrum Dominance: Totalitarian Democracy in the New World Order, edition.engdahl,Wiesbaden, 2009, p. 162.
[20] Ibid., p. 161.

Copyright © 2012 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia affronta una nuova minaccia missilistica

Andrej Akulov, Strategic Culture Foundation, 14/11/2012


E’ noto a tutti che il centro della spesa militare e della potenza militare globale si sposta verso l’Asia. L’Asia come perno degli Stati Uniti rischia di esacerbare la tendenza. Le potenze asiatiche iniziano a trasformare la crescita economica post-guerra fredda in potenza militare, producendo organizzazioni militari sempre più moderne ed efficienti. La maggior parte dei nuovi investimenti riguarda le capacità aero-navali; si tratta duìi un fenomeno universale. I fornitori di tecnologia della difesa più sofisticata iniziano a provenire dalla regione. Il Giappone, naturalmente, rimane costituzionalmente impegnato all’1% della spesa, ma è una quantità enorme tenendo conto dell’ampiezza dell’economia giapponese. Mentre appaiono nuove tecnologie innovative, sembra che non siano limitate dai confini della regione, ma abbiano un’influenza globale portando ad una svolta rivoluzionaria nella guerra contemporanea.
Il Giappone ha in programma “di sviluppare un drone che sarà dotato di missili a testata ad infrarossi per missioni a bassa quota, che potrebbero individuare un attacco missilistico nucleare nordcoreano e contrastare l’avanzata militare della Cina”, affermava il 4 novembre un rapporto del ministero della difesa giapponese. Secondo lo Yomiuri Shimbun, il ministero ha chiesto 3.000.000.000 di yen (372 milioni di dollari) per i prossimi quattro anni, per sviluppare il velivolo che entrerà in servizio nel 2020. Una parte di questo importo dovrebbe essere assegnato al progetto di bilancio da votare il prossimo dicembre. Taiwan e Corea del Sud stanno già guardando con interesse a tale processo. Essendo un alleato strategico degli Stati Uniti e con uno speciale accordo di cooperazione nella tecnologia della difesa missilistica, il Giappone avrà pieno accesso a tutto ciò che si studia negli Stati Uniti. Ciò significa che c’è da aspettarsi presto l’avvento di una nuova componente per la distruzione dei missili intercontinentali balistici (ICBM) russi. Ora la divergenza tra gli Stati Uniti (e alleati) e la Russia sulla questione sta diventando molto più complicata di quanto non lo sia stata finora…

Nuovi sistemi d’arma
Nell’aprile di quest’anno la Corea del Nord ha lanciato quello che ha affermato essere un missile balistico. I radar di terra e i cacciatorpediniere Aegis del Giappone, supportati dai satelliti di sorveglianza dagli Stati Uniti, non sono riusciti a rintracciarlo. Si temeva che le capacità di monitoraggio del Giappone fossero insufficienti. La vera ragione era che l’oggetto non era mai andato abbastanza in alto da essere rilevato. Sempre a Tokyo ci si ricordò del problema della capacità di rilevare oggetti a bassa quota, nonché della fase iniziale del lancio di un missile. La risposta del governo giapponese fu iniziare un costoso programma per sviluppare velivoli non pilotati dotati di sensori a infrarossi ultrasensibili per monitorare i lanci di missili balistici (e possibilmente da crociera) e altri oggetti a bassa quota. Non se ne sa ancora nulla, sebbene brevi articoli siano apparsi sui media all’inizio del novembre 2012. Secondo fonti giapponesi, per lo più anonime, un prototipo di UAV, che sarebbe in grado di operare ad una quota di circa 13.500 metri, sarà presentato entro l’anno fiscale successivo ed entrerà in servizio nel 2020. Vorrei notare che è esattamente la tempistica annunciata dalla NATO per la Phased Adaptive Approach, entro cui si prevede che l’Aegis raggiungerà la sua piena capacità operativa intercontinentale. La cosa di primaria importanza è che il sistema rileverà i lanci in tempi più ridotti rispetto agli attuali radar terrestri.
Il nuovo sistema d’arma avrebbe la capacità di intercettare i missili balistici al primo stadio, o almeno di aggiungere una serie di punti nella “catena di eliminazione” con cui un missile balistico può essere abbattuto dal Giappone. Resta da vedere se il drone giapponese avrà abbastanza autonomia e se sarà dotato di missili aria-aria come, per esempio, i moderni AIM-120 AMRAAM con un secondo stadio a propellente liquido, che opererebbero come missili intercettori aerolanciati e rileverebbero i movimenti di oggetti a bassa quota sulle acque viciniori al Giappone. Poiché i piloti non sono necessari per guidare i droni, i velivoli dovrebbero essere in grado di pattugliare i cieli per 22 ore consecutive. Il ministero giapponese prevede di avere il progetto di un prototipo di UAV pronto entro il prossimo anno fiscale. Una volta completato, sarà sottoposto ai test di resistenza e altri. L’UAV sarà in grado di inseguire i missili dal loro lancio, operazione difficile per i satelliti. Anche se un missile non completa il lancio, l’UAV sarà in grado di rilevarlo. Il ministero si aspetta che l’UAV svolga altri compiti. Tra cui la sorveglianza marittima, come ad esempio controllare i movimenti della Marina cinese nel Mar Cinese Orientale, e la raccolta di informazioni sulle aree contaminate dalle sostanze radioattive fuoriuscite dal danneggiato reattore n° 1 della centrale nucleare di Fukushima della Tokyo Electric Power Co.
Non è necessario essere un esperto militare per sapere che rilevare un oggetto durante il suo decollo, offre notevoli vantaggi. Il missile non manovra e presenta una firma agli infrarossi molto elevata. È più lento nell’ascesa rispetto alla fase di rientro, rendendo l’intercettazione cinetica più facile da realizzare. Questo è uno dei motivi che suscitano i timori della Russia riguardo la difesa missilistica europea della NATO. Inoltre, un aeromobile da sorveglianza aerea situato in prossimità del sito di lancio, ovvierebbe al tempo e all’alta energia necessaria per intercettare un oggetto in volo da parte degli atuali intercettori basati a terra o in mare. Renderà le intercettazioni più economiche e veloci. Una cosa molto importante del sistema è che distruggere un missile balistico in quella fase significa che la sua distruzione si verificherà sul territorio nemico, piuttosto che altrove, per esempio in Giappone o nei cieli degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti hanno dei propri progetti.
La Missile Defense Agency (MDA) ha testato “un sensore aeroportato” per velivoli senza pilota, come il General Atomics MQ-9 Reaper. Il direttore della MDA, Ten.-Gen. Patrick O’Reilly ha detto che il test di rilevazione di lanci di missili a una distanza di oltre 965 km ha avuto successo. La gamma delle opzioni per una intercettazione riuscita dipenderà dall’aggiornamento dei piccoli e leggeri missili trasportati dagli UAV, come da una velocità significativa necessaria per intercettare i missili balistici, soprattutto da grandi distanze. Gli ostacoli tecnologici per identificare e inseguire i lanci di missili sarebbero notevolmente ridotti se  dei satelliti ‘panoramici’ vi venissero coinvolti. Un nuovo concetto allo studio permetterebbe di distruggere i missili balistici di teatro subito dopo il lancio, quando sono ancora dei bersagli lenti e luminosi. Non c’è dubbio che si inizia proprio con la gittata di teatro per poi raggiungere la capacità intercontinentale. Inoltre, i progettisti di missili sono stati incoraggiati a lavorare su dei booster più potenti e a riprogettare missili abbastanza piccoli e leggeri da poter essere trasportati internamente ai velivoli. Devono essere abbastanza veloci, almeno 5 km al secondo, per impegnare i pesanti missili balistici durante il loro lancio e salita da distanze di 563 km o più. Questo è esattamente la velocità per poter avere la capacità parziale per distruggere un ICBM. Maggiore è la gittata, più veloce e più pesante deve essere l’intercettore. Gli esperti affermano che i sensori possono vedere la scia di lancio di un missile a una distanza di circa 560 km, da 19.800 metri di quota.
Alla fine di questo ottobre la società della difesa statunitense Boeing ha condotto un primo riuscito test di un drone denominato Counter-electronics High-powered Advanced Missile Project (CHAMP) (Progetto missilistico avanzato ad alta potenza per contromisure) in grado di emettere un  potente impulso a microonde, bruciando ogni componente elettronico sulla sua traiettoria, dai personal computer alle macchine fotografiche ad avanzati attrezzature ospedaliere e computer di controllo del volo. CHAMP si è avvicinato al suo primo obiettivo e ha sparato una raffica di microonde ad alta energia contro un edificio di due piani costruito sul campo di prova. All’interno   personal computer e sistemi elettrici erano stati attivati per valutare gli effetti delle potenti onde radio. CHAMP aveva eliminato con successo i sistemi informatici ed elettrici nell’edificio puntato. Anche le telecamere presenti per registrare il test sono state disattivare, senza danni collaterali. “Questa tecnologia segna una nuova era della guerra moderna”, ha detto Keith Coleman, il responsabile del programma CHAMP per la Boeing Phantom Works. “Nel prossimo futuro, questa tecnologia potrà essere utilizzata per rendere i sistemi elettronici e digitali inutili prima ancora che le prime truppe o aeromobili del nemico arrivino”. Questi droni sono stati propagandati come armi non letali, con lo scopo di fare fuori gli ‘impianti elettrici’ del nemico, come sistemi di puntamento o forse i database dell’intelligence. Ma non è mai stato detto che il test abbia dimostrato la capacità di disattivare i sistemi di comando e controllo dei siti degli ICBM. Non si hanno notizie su un sito per missile intercontinentale a cui è stato messo fuori uso il sistema di controllo; il sogno dei pianificatori militari. Oltre ai missili, spegnere un sistema informatico potrebbe portare a ulteriori perdite umane, a lungo termine, nel caso si distruggesse un sistema idrico o una diga controllati da computer.
La distruzione di un missile balistico durante la sua fase di lancio è quasi un compito arduo data la sua posizione in territorio nemico, ma è ancora più difficile nel caso in cui lo spazio aereo nemico sia coperto da forti sistemi di difesa. Tuttavia, i velivoli aerei senza pilota a bassa firma possono  penetrare inosservati in territorio nemico e volare più in prossimità di un sito di lancio degli aerei convenzionali, aumentando notevolmente le possibilità dell’intercettazione.

Russia
Subito dopo l’elezione del presidente degli Stati Uniti, Putin ha inviato ad Obama le sue congratulazioni esprimendo la speranza che le relazioni bilaterali migliorino, invitando il neo-eletto presidente a visitare la Russia l’anno prossimo. Come è noto, la polemica sul programma dello scudo missilistico crea tensione fra Stati Uniti e Russia. Mosca ha respinto le assicurazioni di Washington secondo cui lo scudo è destinato a contrastare potenziali minacce missilistiche dall’Iran e ha espresso la preoccupazione che il sistema possa minacciare il deterrente nucleare russo. A  marzo Obama, senza sapere che stava parlando con un microfono aperto, aveva detto a Dmitrij Medvedev, l’allora presidente della Russia, che avrebbe avuto maggiore flessibilità sulla questione dopo le elezioni di novembre. L’8 novembre, subito dopo la rielezione del signor Obama, il viceprimo ministro della Russia, Dmitrij Rogozin, sembrava cercasse di ricordare a Obama la sua promessa di una conferenza internazionale a Mosca. Ha detto che Mosca spera che il presidente degli Stati Uniti ascolti le preoccupazioni della Russia sulla difesa missilistica della NATO in Europa. Parlando con RIA-Novosti il 12 novembre ha detto, “la Russia reagirà in maniera più decisa a ogni nave statunitense dotata del sistema di combattimento Aegis che tenti di navigare presso le sue coste”.
Quanto a Rogozin, la difesa antimissile degli Stati Uniti destabilizza le relazioni Russia-Stati Uniti in questo momento. Commentando la vittoria di Obama, il Viceministro degli esteri Sergei Rjabkov ha detto che Mosca è ancora intenzionata a collaborare con i paesi della NATO, se le circostanze lo permettono; tuttavia continuerà a spingere per avere solide garanzie da Washington. I colloqui Russia-USA per la riduzione degli armamenti non andranno avanti fino a quando le due parti risolveranno la spinosa questione della difesa missilistica. La questione comprende anche le componenti dello scudo della difesa missilistica in Europa e in altre regioni, ha aggiunto Rjabkov. La Russia pretende garanzie giuridicamente vincolanti che il sistema di difesa missilistico non sia rivolto contro la Russia, e non accetterà alcuna assicurazione verbale in alternativa. Il piano di Mosca di ridurre le scorte nucleari dipende da tutti i fattori più rilevanti che influenzano la sua ‘stabilità strategica’, compresi i piani di alcuni partner occidentali per schierare la progettata difesa antimissile in Europa, ha detto.
Resta da vedere come la tecnologia creata da Stati Uniti, Giappone e altri alleati degli statunitensi che partecipano al progetto dello scudo missilistico influenzerà il processo. Ma non c’è dubbio che la realizzazione di nuovi elementi della difesa missilistica difficilmente migliorerà le relazioni bilaterali e, senza dubbio, provocherà delle misure di ritorsione da parte della Russia.

La ripubblicazione è gradito con alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia-Iraq: armamenti e accelerazione della storia

DeDefensa 12 ottobre 2012

Sei o nove mesi fa, era di moda nella stampa del sistema, sollazzarsi delle disavventure di una Russia isolata, esclusa da tutto il mondo in quanto poco frequentabile e priva del tutto delle carte per accedere al club BAO, avendo deciso di sostenere disperatamente il barbaro regime siriano, e anche condannata per il disperato tentativo di mantenere il suo ultimo e unico alleato in Medio Oriente. Oggi, si riconosce che la Russia, con una ragionevole prospettiva di poter avere una grande influenza, e sul serio in questo caso, supporta il triangolo Iran-Iraq-Siria, cui non sarebbe impossibile vedervi avvicinarsi l’Egitto, che Lavrov visiterà a novembre.
La crisi siriana ha cambiato tutto, o svelato tutto, come sempre, grazie alla notevole goffaggine del blocco BAO, la cui politica sta puntando verso l’entropia. Sembra che la posizione della Russia stia riacquistando la stessa forza che aveva l’URSS, almeno negli anni ’70, ma in una situazione generale completamente diversa, molto più favorevole alla Federazione russa. Gli sviluppi più interessanti riguardano l’opportunità dell’evoluzione dei rapporti tra la Russia e l’Iraq, data la visita del primo ministro iracheno Maliki a Mosca. Vi è un notevole apprezzamento, nel lungo articolo di MK Bhadrakumar su Atimes.com dell’11 ottobre 2012.
L’evoluzione della Russia nel Medio Oriente è trattata in generale, con lunghi passaggi dedicati alle relazioni tra la Russia e l’Iraq, e in particolare con un passaggio sulla questione dell’accordo per la fornitura di armi, per più di 4 miliardi di dollari, concluso nel corso della visita. Questo aspetto è in relazione con le consegne di armi dagli Stati Uniti all’Iraq, e alla concorrenza che così si crea in questo momento, e al ruolo dell’Iraq in essa…
“Mosca ha annunciato che il primo ministro iracheno Nouri al-Maliki era in visita in città, e che i due paesi hanno firmato contratti per un valore “di oltre” 4,2 miliardi di dollari, nell’accordo sugli armamenti, che comprende l’acquisto dell’Iraq di 30 elicotteri d’attacco Mi-28 e 42 sistemi missilistici antiaerei Pantsir-S1, che possono essere utilizzati per la difesa contro aerei d’attacco. La dichiarazione allegata russo-irachena, rilasciata a Mosca, ha rivelato che le discussioni per l’accordo si erano svolte negli ultimi cinque mesi, e che oltre all’accordo sulle armi, ulteriori colloqui sono in corso per l’acquisto di jet MiG-29, veicoli corazzati pesanti e altri armamenti. Un annuncio del Cremlino dichiarava che Maliki ha dovuto incontrare il Presidente Vladimir Putin per incentrare le future discussioni sulla cooperazione energetica tra la Russia e l’Iraq.
La sensazionale notizia ha agitato gli Stati Uniti. Notizie riferiscono che il telefono dell’ufficio di Maliki, a Baghdad, continuava a squillare, appena si era saputo che si sarebbe recato a Mosca e che avrebbe combinato qualcosa di grosso. Domande piovevano dal Dipartimento di Stato e dal Consiglio di Sicurezza Nazionale dagli Stati Uniti, che mettevano in guardia contro questo viaggio, in quel momento. Il punto è che Maliki rimane ancora un enigma per Washington. Senza dubbio è un amico degli Stati Uniti, ma forse è ancor più un amico dell’Iran. Ora, a quanto pare, si è appassionato anche della Russia, come lo era stato Saddam Hussein. Washington e Ankara l’hanno ripetutamente infastidito, l’hanno preso per scontato, arrivando financo a stracciare il suo futuro politico accordandosi con il Kurdistan settentrionale su lucrativi accordi petroliferi, e ignorando le proteste dell’Iraq, che affermava essere uno Stato sovrano con capitale Baghdad, e che tale paese ha una Costituzione, in base alla quale nessun paese straniero, deve avere rapporti diretti con le regioni dell’Iraq bypassando la capitale e il governo centrale.
Non solo le proteste di Maliki sono state ignorate, ma l’hanno rimproverato per aver contrastato il piano per un “cambio di regime” in Siria e per il robusto sostegno dato al presidente Bashar al-Assad. Ultimamente, hanno anche iniziato a punzecchiarlo per aver fornito strutture all’Iran, per poter inviare rifornimenti al regime assediato in Siria. Hanno superato le loro prerogative, poi, dando asilo a un capo sunnita iracheno, che è un latitante per la legge irachena. Attualmente stanno cercando di riunire i diversi gruppi sunniti in Iraq, con una mossa minacciosa che potrebbe portare alla balcanizzazione dell’Iraq. Il Kurdistan è una regione già indipendente de facto, grazie alle interferenze di Stati Uniti e Turchia. Il piano è indebolire ancor più l’Iraq, sponsorizzando la costituzione di un’entità sunnita nell’Iraq centrale, simile al Kurdistan nel nord, e confinare gli sciiti iracheni in una regione meridionale indebolita. La visita in Russia segnala che Maliki ne ha avuto abbastanza e che non accetterà più affronti alla sovranità irachena [...]
In effetti, molto dipende dalla compostezza con cui gli Stati Uniti sapranno adattarsi alle nuove realtà del Medio Oriente. Allo stato attuale, gli Stati Uniti sono riusciti a vendere 6 miliardi di dollari in armamenti all’Iraq. Si sono infatti posizionati comodamente. La reazione iniziale del Dipartimento di Stato USA trasudava fiducia. La portavoce Victoria Nuland ha detto che l’accordo russo non significa alcun ridimensionamento dei legami militari dell’Iraq con gli Stati Uniti, che sono ‘molto ampi e molto profondi’. Ha rivelato che l’Iraq ha in corso discussioni su almeno 467 contratti militari con l’estero, per un valore di più di 12 miliardi di dollari, ‘se tutti questi saranno conclusi.’ Nuland continuava: ‘abbiamo più di 12,3 miliardi di dollari in accordi militari con l’Iraq, quindi, non credo che avremo bisogno di preoccuparci per una relazione che è tutt’altro che forte’. Una punta di ansietà nelle parole della Nuland, non può essere ignorata. La verità è semplice, i ‘russi stanno arrivando’, e questa volta sono capitalisti e globalisti, conoscono il mercato iracheno, mentre il soldato iracheno ha familiarità con le armi russi. Durante l’era di Saddam, l’Iraq è stato un importante acquirente di armi russe, e si stima che Mosca abbia perso contratti del valore di circa 8 miliardi di dollari, a causa del ‘cambio di regime’ a Baghdad sponsorizzato dagli USA nel 2003…”
Oltre al mercato delle armi russe in Iraq, c’è in realtà il mercato di quelle statunitensi. Le informazioni fornite dalla Nuland (di cui la citazione) sono corpose e sembrano irresistibili. Tuttavia, un avvertimento è necessario, in quanto esiste intorno al mercato una certa sfocatura. Emblematica di questa situazione è l’ordine per 36 F-16, ordine particolarmente importante, naturalmente, ma effettivamente immerso nel buio. Un’altra fonte (il quotidiano saudita al-Hayat del 9 ottobre 2012) sviluppava il tema delle armi, prima che i risultati della visita di Maliki a Mosca venissero annunciati. C’è innanzitutto la questione dell’accordo russo-iracheno, con dettagli interessanti circa le circostanze della visita di Maliki, preceduta da quella del ministro della difesa iracheno Dulaimi a luglio, per negoziare questo accordo. Veniamo a sapere che Dulaimi ha prolungato per due volte la sua visita a Mosca, e l’accordo, nel frattempo, era passato da poco più di 1 miliardo a oltre 4 miliardi di dollari, il che la dice lunga circa l’atmosfera delle trattative… “È interessante notare che mentre era in Russia, il ministro della Difesa Dulaimi ha per due volte contattato il Primo Ministro Maliki, per chiedergli il consenso a prolungare il viaggio, facendone ‘il viaggio di lavoro più lungo effettuato da un qualsiasi funzionario nella storia dello stato iracheno’, secondo una fonte di alto livello del ministero della difesa iracheno. Ad al-Hayat ha confermato che l’accordo dell’Iraq con la Russia, inizialmente non doveva superare un miliardo di dollari, ma poi l’obiettivo è stato ampliato, in seguito alle decisioni nella delegazione irachena. Inoltre, per arrivare a oltre quattro miliardi di dollari, la delegazione ha visitato molti impianti per la produzione di armi, ha tenuto incontri con i rappresentanti dei locali produttori di armi, nonché con esperti militari russi. Il suo interesse si era approfondito, portando avanti le relazioni bilaterali sugli armamenti dell’Iraq nell’ambito dei ben noti obiettivi regionali di Mosca, e in connessione con la nota alleanza della Russia con i regimi di Teheran e Damasco”. Secondo la stessa fonte, vi sono “accordi per aerei totalmente equipaggiati, che dovranno essere firmati quando Maliki visiterà la Russia. Essi comprendono 30 elicotteri Mi-28 e un certo numero di aerei da caccia MiG-29.”
Vediamo che c’è la faccenda degli aerei da combattimento MiG-29, così come indicato nel testo di MK Bhadrakumar, con la precisione che questo aspetto del mercato è ancora in discussione, e con il fatto che se l’accordo sui MiG sarà concluso, si andrà ben oltre i 4 miliardi dollari…
Un altro punto interessante sui MiG-29 è che è un sistema d’arma direttamente concorrente agli F-16, in termini commerciali e tecnologici, così come dal punto di vista operativo i velivoli possono apparire  alternativi agli F-16. Per lo meno, questo risultato conferma l’incertezza sull’accordo degli F-16, dello stesso tipo di accordo “galleggiante”, che un giorno sembra completato, ed il giorno dopo viene  radicalmente messo in discussione… Lo stesso testo di al-Hayat, pertanto, fornisce dei dettagli anche sul caso degli F-16. “I funzionari iracheni credono che l’accordo darà all’Iraq libertà di agire in modo indipendente, sottraendosi dalla pressione degli Stati Uniti“, alludendo all’accordo sugli F-16 che l’Iraq aveva concluso con gli Stati Uniti. Inizialmente, era stato previsto di fornire i primi aerei a Baghdad nei primi mesi del 2014, nell’ambito della più ampia acquisizione dei 36 aerei. Eppure, documentate fonti militari irachene hanno rivelato che la consegna degli aerei statunitensi F-16, sarà ritardata fino al 2015, sostenendo che “L’accordo è imperniato, oggi, sugli sviluppi della sicurezza regionale e irachena, ed è possibile che i velivoli non siano per nulla consegnati.” Le stesse fonti evidenziano “la paura degli USA che i segreti sulle avanzate tecnologiche statunitensi possano trapelare verso stati ostili a Washington, ma molto influenti in Iraq; un chiaro riferimento all’Iran. Hanno affermato che “queste paure potrebbe essere dietro il ritardo nella consegna degli F-16.” Al-Hayat afferma anche che vi sono stati duri scambi telefonici tra Maliki ed esponenti degli Stati Uniti, tra cui il vicepresidente Biden, con lamentazioni sulle varie difficoltà riguardo l’invio di armi statunitensi all’Iraq, armi già ordinate. Al-Hayat continua sulla base di precisazioni da parte di un membro del partito iracheno di Maliki al potere, Qassem al-Araji, sulle condizioni che sarebbero poste dagli Stati Uniti sull’uso degli F-16, nel caso della consegna, o meglio, diciamo, come condizione per la fornitura…”Tra le richieste di garanzie degli Stati Uniti per poter concludere la consegna finale di queste armi all’Iraq, vi è la clausola che queste armi non dovranno essere utilizzate contro il nemico israeliano. In altre parole, Washington vuole fornire garanzie a priori alla sicurezza regionale d’Israele“. [...] Gli Stati Uniti cercano d’intervenire negli affari iracheni, nonostante la presenza di un governo nazionale eletto, che è stato in grado, dopo efficaci lunghi negoziati, di espellere l’occupante statunitense dall’Iraq, di fatto impedendo alla sua autorità di lavorare sull’evoluzione politica di questo paese.”
Araji aggiungeva: “Non permetteremo che ritorni l’occupazione statunitense in Iraq, sotto qualsiasi nome; le loro richieste di non colpire l’entità sionista o di modificare la posizione irachena sulla situazione attuale in Siria, sono illegittime. Questi due temi sono utilizzati come leva contro l’Iraq, per via della necessità per l’esercito di avere nuove armi“, sottolineava. “Il governo iracheno ha iniziato a considerare seriamente la diversificazione delle fonti per l’acquisizione di armi per l’esercito iracheno, attraverso accordi con diversi stati, rinomati per la loro produzione di armi ottime ed avanzate. Questo è quello che abbiamo visto nella visita dell’attuale ministro della difesa Saadoun al-Dulaimi in Russia, per consultazioni su questa materia.”
Queste varie precisazioni sono di grande interesse, così come quelle riguardanti le possibili restrizioni tecnologiche sugli F-16, spiegando il previsto ritardo dei tempi di consegna molto prima che questo ritardo prendesse una dimensione politica, come nel caso attuale. Qui ritroviamo le macchinazioni americaniste in pieno regime, in questo caso sulle forniture di armi, con delle pretese che sono incursioni sconsiderate o sfacciate degli Stati Uniti nella sovranità operativa degli acquirenti. Sembra molto probabile che queste varie vicissitudini tecnico-burocratiche, siano il fattore alla base dei problemi di consegna, essenzialmente un fattore della sfiducia viscerale degli Stati Uniti nei confronti del governo iracheno, e del completo disprezzo per la sovranità di questo stesso governo, considerato un “fantoccio” dalla burocrazia degli Stati Uniti e trattato come tale. (Le informazioni di cui sopra, riguardanti l’atteggiamento degli Stati Uniti e della Turchia verso la situazione politica interna in Iraq, vanno nella stessa direzione.)
A questo proposito, i chiarimenti forniti da Victoria Nuland, riportati da MK Bhadrakumar, ci sembrano per lo meno eccessive e azzardate. Nelle consegne delle armi, la burocrazia del Pentagono e dintorni, soprattutto con un Congresso terribilmente diffidente verso un Iraq sospettato di collaborare con l’Iran, è assolutamente padrona del gioco. Il dipartimento di Stato non può che seguirla… Il contesto generale, nel frattempo, diviene improvvisamente altamente politico. In questa circostanza, la vendita e gli accordi sulle armi, vengono improvvisamente trasformati, con una modalità irresistibile, in argomenti molto potenti e in mezzi politici. Da questo punto di vista, e naturalmente in Iraq, Washington è del tutto sola nella sua presunta posizione dominante, credendo ancora di fare il bello o cattivo tempo. Oltre al ravvicinamento tra Iran e Iraq e la possibilità di un accordo di sicurezza tra Iraq e Iran, vi è la straordinaria accelerazione su prospettive estremamente elevate per il mercato delle armi russe in Iraq.
Le informazioni riportate da al-Hayat, riguardanti la variazione del volume dell’accordo iracheno sulle armi russe, a Mosca, durante i negoziati preliminari per la visita di Maliki, indicano la forte volontà politica di entrambe le parti, portando immediatamente alla percezione dell’affermazione di una nuova alleanza Iraq-Russia. In questa luce, la posizione degli Stati Uniti, sulla base della passata brutale invasione e della gestione grossolana e maldestra del potere in Iraq, si è impantanata nelle solite richieste restrittive, nelle violazioni della sovranità e nella grevità  paranoica della burocrazia degli Stati Uniti. Le somme astronomiche annunciate dalla neocon Nuland, emergono dal consueto tecnologismo dell’approccio quantitativo che regna negli Stati Uniti. Inoltre, buona parte del volumi di questi “accordi” si riferisce al rimborso “in saldo” di colossali masse di materiali che le forze USA hanno trasferito all’esercito iracheno, durante la sua ricostituzione, o semplicemente lasciato sul posto, al fine di evitare che il loro rimpatrio diventasse un’operazione ancora più costosa dell’invasione dell’Iraq stessa: ancora una volta, la pesantezza burocratica e del materiale stesso, segnano l’impotenza cui oggi conduce l’enorme potenza militare degli Stati Uniti. Invece, Russia e Iraq sono contrassegnate, come si è visto, da una dinamica creativa in piena accelerazione.
L’equipaggiamento russo ordinato o previsto dall’Iraq, compresi i sistemi di difesa aerea al suolo (Pantsir-S1) e di difesa aerea pura (MiG-29) indicano che gli iracheni si opporranno ai raid aerei, che siano turchi che possibilmente israeliani… Capiamo, in questo caso, come le pretese avanzate dagli Stati Uniti possano contrastare completamente i previsti ordini iracheni per gli equipaggiamenti statunitensi, favorendo gli ordini di materiale russo, che è esente da tali restrizioni. (In illo tempore, la Francia avrebbe fatto questo gioco, ma la Francia di oggi non più…)

Oggi, la percezione è tutto
Siamo, quindi, nella fase della discussione di notevoli contratti, e probabilmente siamo ancora lontani dalle consegne effettive. Ma c’è una dinamica politica che viene illustrata, e soprattutto suscitata, dalla percezione di  questi accordi in discussione e dalle condizioni politiche coinvolte e subito apprezzate come il contante, e queste percezioni cambiano le regole politiche implicite in tali accordi sugli armamenti, e prima che questi stessi accordi riescano a materializzarsi. Questo è il caso degli Stati Uniti, come abbiamo visto, che già intrinsecamente, anche e soprattutto con un controllo estremamente preciso delle intenzioni, tramite condizioni che arrivano a violare le sovranità, giocano un ruolo fondamentale nel rendere furiosi gli iracheni, potendo così in gran parte spiegare la loro evoluzione, da tre mesi a questa parte, verso la Russia.
Per la Russia, è proprio il caso, dal vivo, si direbbe, della dinamica dei negoziati per un contratto per gli armamenti che in poche settimane vedono passare da un miliardo a oltre 4 miliardi di dollari, e non è finita. Gli stessi russi promettono consegne veloci, aggiungendo una dimensione psicologica oltre a quella politica (qualunque sia il significato cronologico esatto di questa “velocità”). Pertanto, non parliamo di un processo reale e immediato per rafforzare militarmente un paese (l’Iraq), ma della percezione (psicologica) che accompagna queste agitazioni e questi negoziati. Perciò, parleremo dell’essenziale …
Due cose s’impongono e ci sembrano essere state immediatamente realizzate:
• La percezione di status di paese massacrato e polverizzato dalla “liberazione” degli Stati Uniti e del blocco BAO, riducendo questo paese a una sorta di insignificanza politica confinata nel massiccio sospetto di essere un paese vassallo del nichilismo di sistema, l’Iraq impone all’improvviso un rovesciamento completo del suo status, facendolo percepire quale uno dei principali attori nel disordine straordinario della regione. Ciò è dovuto principalmente alla crisi siriana, un altro tributo reso all’abilità infinita del blocco BAO ad infilarsi dentro un incommensurabile buco nero politico. L’Iraq ora sembra essere un paese potenzialmente molto importante nella regione, per via della sua posizione relativa alla Siria in ebollizione, in relazione al suo nuovo rapporto con la Russia, nella sua affermazione filo-iraniana che gli varrà importanti progressi, oltre alla sua ostilità anti-turca che incontra un sentimento sempre più diffuso in vari gruppi e paesi della regione, dopo la svolta (anti-siriana e pro-USA) di Erdogan, nell’estate 2011.
• Attraverso i suoi nuovi rapporti in via di accelerazione con l’Iraq, la Russia tramuta improvvisamente la percezione di una politica frammentata nella percezione di una strategia fondamentale. Fino ad ora, vi è stato il sostegno russo al principio di sovranità e di non intervento in Siria, supportando Assad contro gli attacchi destrutturanti del blocco BAO, e opponendosi a un attacco contro l’Iran in nome degli stessi principi, portando un certo sostegno anch’esso ‘oggettivo’ all’Iran. Con il caso iracheno, vale a dire, l’evoluzione russa nei confronti dell’Iraq e l’evoluzione irachena nei confronti della Russia, ma anche dell’Iran e della Siria, la “politica” frammentata russa diventa un supporto coerente e potente, un’alleanza di fatto con il triangolo o ‘asse’ strategico Iran-Iraq-Siria. Quest’asse può interessare altri (l’Egitto?) mentre permette alla Russia di dimostrare, tramite la vicinanza ai paesi dell”asse’, l’ostilità verso i paesi del blocco BAO, e in particolare la Turchia, senza impegnarsi in un percorso chiaramente ostile.
Tutto questo mentre si è lontani dalla consegna del primo velivolo da combattimento, che sia un MiG-29 o un F-16 (dubitiamo molto di più per l’F-16). Gli eventi sono veloci e si svolgono in contesti in cui la violenza è, innanzitutto e spesso, nella comunicazione di ciò che conta: l’annuncio, l’accordo, le intenzioni, ecc.; ben più che nella loro realizzazione. Anche se si deve deplorare la violenza, rimane il fatto che vi è stata poca violenza nella crisi in Siria, rispetto a quello che vi sarebbe stata con una vera crisi, giudicata apocalittica, quasi un detonatore per una possibile conflagrazione generale. La crisi dura, le perdite e i danni ci sono, ovviamente, segnando record terribili, ma rimangono quelli di una crisi regionale; ma la percezione è quella di una crisi apocalittica di dimensioni mondiali, dove il sistema è in questione, dove le forze anti-sistema vengono denunciate, ecc.
L’intercettazione di un aereo civile siriano, con qualche cassa nella stiva, che i turchi affermano contenere armi che potrebbero cambiare il corso della storia del mondo, venendo quindi esaminate per due giorni per esserne certi (attenti questi turchi), si presenta come un caso che potrebbe portare a una riprovazione mondiale di una Russia “demonizzata”, cosa che probabilmente non accadrà, ma che nel frattempo aumenta la tensione. Così continua il terribile conflitto sulla crisi siriana, che ci viene presentata come il detonatore della terza e finale guerra mondiale…
Questa è l’era della psicopolitica invece che della geopolitica, il sistema di comunicazione domina tutto, con le sue rappresentazioni del mondo così diverse quanto le percezioni, e questo sistema ha la precedenza sui fatti e gli atti che sostanzia anticipandoli. Ciò è ancora più vero per gli armamenti nel caso in questione. In generale, nell’era della geopolitica, era con la consegna di armi che, a poco a poco, un paese si alleava con il fornitore (ad esempio, l’Egitto con l’URSS tra il 1954 e il 1967).  Nell’era della psicopolitica, è l’apertura di negoziati per la consegna di armi, la sua parziale applicazione, a trasformarsi improvvisamente, e in un paio di settimane, nell’intenzione colossale che forma la percezione di una nuova alleanza fondamentale, e che ne acquisisce la percezione, proprio come se la cosa (l’alleanza) sia anch’essa stata acquisita. In poche settimane, la Russia si è catapultata, nelle percezioni, da una posizione di giocatore escluso alla posizione di dominatore del gioco, se non del padrone del gioco, come è stato fatto per la Siria stessa; analogamente, ciò avviene per la situazione in tutta la regione fondamentale del Medio Oriente. Tutto ciò è solo percezione, ma oggi la percezione è tutto.
Siamo di nuovo di fronte al fenomeno dell’accelerazione e della contrazione della Storia, la Metastoria, con la velocità che ne consegue, naturalmente. Continuiamo a rilevare questo aspetto con la “primavera araba”, come avevamo già fatto il 16 agosto 2012, in merito a Morsi in Egitto (e con un altro commento di Bhadrakumar). Non avevamo ancora citato l’Iraq tra i paesi in evoluzione così veloce, ma dal momento che questo paese si è imposto, indicando il contrario di questa accelerazione, almeno secondo tale citazione…
Infine, l’argomentazione di MK Bhadrakumar può forse anche essere convincente, tanto più illuminante sul fenomeno in Egitto, ma anche in Siria, in un certo senso, e anche in Turchia, e forse in Arabia Saudita, e così via, come elemento fondamentale della ‘primavera araba’ e oltre, eventi generali nel corso della crisi acuta, in costante tensione: velocità, ritmo, capacità di generarsi in qualcosa di diverso. La sua argomentazione, infatti, va al di là del caso in sé che intende affrontare. Diventa semplicemente esemplare, attraverso un caso che continua a stupirci con il suo ritmo, il ritmo di una sequenza storica che diventa metastorica. Sembra ancora una volta che la storia stia accelerando, essendo un’osservazione già fatta il 1° febbraio 2011, allora diciamo che continua ad accelerare. (Già il 30 gennaio 2011, un parlamentare statunitense, citato nel testo di riferimento, aveva detto: “…Mentre stiamo ancora cercando di metterci le mani. Non siamo ancora sicuri di cosa stiamo parlando [...] Le cose si stanno muovendo così in fretta, è difficile sapere esattamente cosa stia succedendo [in Egitto] con vera certezza”.) O, ben diremo ancora una volta, la variazione su un tema che mostra l’infinita ricchezza del fenomeno, mentre il tempo si contrae, che la stessa osservazione era stata già fatta il 22 febbraio 2011 dall’ammiraglio Mullen, allora presidente del Joint Chiefs of Staff degli Stati Uniti. (“‘E’ sorprendente per me vedere come ci si muove così rapidamente’, ha detto il massimo comandante militare statunitense riguardo le rivolte. ‘Abbiamo parlato delle questioni alla base per molto tempo, ma qui si tratta della velocità con cui tutto ciò sta accadendo’ ha detto ai giornalisti.”)”
Ciò sottolinea e conferma decisamente il caso dell’accordo sugli armamenti, di come sono collegato, da una parte il fenomeno della potenza quasi esclusiva della comunicazione a scapito della potenza delle situazioni di potere all’interno del sistema complessivo del tecnologismo (percezione sulla fornitura futura di armi, contro le armi realmente a disposizione) e dall’altra i fenomeni di contrazione e di accelerazione della storia. Il primo alimenta e serve (nel senso di essere al servizio) quest’ultima. Così la MetaStoria continua la sua corsa, e si può ritenere che attrezzi come i Pantsir-S1 e i MiG-29 abbiano una dimensione metastorica. Questo dovrebbe renderli virtuosi ai nostri occhi.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

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