La SCO vuole la stabilità dell’Afghanistan

Debidatta Aurobinda Mahapatra, RIR, 23 aprile 2014

13738925681Mentre l’attenzione internazionale è concentrata sugli sviluppi in Ucraina, la riunione dei funzionari della SCO, la scorsa settimana nella capitale tagika Dushanbe, ha ricevuto una relativamente scarsa attenzione. Ma uno sguardo all’ordine del giorno della riunione ne amplifica il significato. La questione chiave su cui il gruppo ha deliberato è il conflitto afgano e le prospettive di pace dopo il ritiro delle forze dell’International Security Assistance Force (ISAF). La pace e la stabilità regionale, che affrontano minacce tradizionali e non tradizionali come terrorismo e traffico di droga, e la creazione di un centro di sicurezza della SCO, sono alcuni dei problemi emersi durante l’incontro. L’Afghanistan è certamente una delle principali preoccupazioni dei membri della SCO, data la loro vicinanza geografica al Paese. Forse la SCO è uno dei forum più appropriati per discutere la questione, in quanto ha la sicurezza quale logica chiave della sua esistenza. L’International Security Assistance Force (ISAF) ha trovato davvero difficile far incontrare le fazioni rivali in Afghanistan. Il fallimento dell’ISAF nel realizzare la pace è senza dubbio preoccupante. Allo stesso modo, le sue prospettive alla partenza e dopo, sono questioni d’interesse. Il Segretario del Consiglio di Sicurezza russo Nikolaj Patrushev, che ha partecipato alla riunione, osserva “la Russia e i suoi partner nella SCO condividono le preoccupazioni per un possibile sviluppo negativo della situazione in Afghanistan, dopo il previsto ritiro di quest’anno delle forze della coalizione internazionale“. La rinascita dei taliban, la soppressione dei diritti individuali, la proliferazione di estremismo religioso, terrorismo e traffico di droga nelle regioni vicine, sono alcune delle prospettive pesantemente emerse dalle previsioni dei membri della SCO. L’ulteriore discesa dell’Afghanistan nel caos dipenderà anche dal tipo di regime che gli afgani eleggeranno. Un leader come Abdullah Abdullah può essere incline a sostenere le politiche per contrastare i taliban. L’evoluzione della situazione afghana, quindi, dipenderà da fattori interni ed esterni e di come si rapporteranno. Per citare Patrushev, “Molto dipenderà anche dall’esito delle elezioni presidenziali (della repubblica)“.
L’affermazione della SCO secondo cui la forza non è uno strumento efficace per affrontare la crisi afghana, è certamente uno sviluppo positivo. L’applicazione della forza estera ha piuttosto indurito lo spirito indomito dei più duri. I segretari della SCO nella loro dichiarazione “hanno espresso sostegno agli sforzi del popolo afghano verso la riconciliazione nazionale, la riabilitazione della pace e la rinascita del Paese sotto la guida del popolo afghano“. In un certo senso, gli ultimi errori delle varie potenze hanno impartito una lezione ai membri della SCO. Allo stesso tempo, i membri saranno interessati a collaborare con i leader e il popolo afghani instaurando una società pacifica. La posizione dell’Afghanistan e la sua composizione etnica, le relazioni storiche e culturali con i Paesi della regione eurasiatica, ne fanno una zona di interesse per i membri della SCO e i suoi osservatori, come India e Pakistan. In un libro recentemente pubblicato dal Centro Studi della SCO di Shanghai, dal titolo ‘La Shanghai Cooperation Organization: evoluzione e prospettive’, gli autori sostengono che la SCO si è evoluta negli ultimi 13 anni trascendendo il ruolo tradizionalmente concepito di garante della sicurezza. Il libro ha giustamente sottolineato che oltre la sicurezza, i membri devono concentrarsi sulla cooperazione economica, politica e culturale. Inoltre sostengono che “anche se il corso principale della SCO è ancora la cooperazione, non può essere ulteriormente approfondito senza prestare attenzione, studiare e risolvere gli attuali problemi“. La Cina ha ventilato l’idea di creare un centro per affrontare le minacce alla sicurezza, tra cui il cyber-terrorismo di cui sostiene di essere vittima. Il rappresentante cinese ha affermato la necessità “di studiare, insieme a tutti gli Stati membri della SCO, la possibilità di istituire un centro della SCO per la lotta alle sfide e minacce alla sicurezza“.
Sull’ordine e la stabilità in Afghanistan, India e Pakistan hanno un ruolo chiave da giocare. Entrambi sono attualmente osservatori della SCO. La loro piena integrazione con l’ente eurasiatico sarà utile non solo a essi ma anche ai membri attuali e all’Afghanistan. La storia dimostra ampiamente come la via della seta dall’India all’Asia centrale e alla Persia, passasse per ciò che oggi sono Pakistan e Afghanistan. L’integrazione di India, Pakistan e Afghanistan con la SCO non solo arricchirebbe conoscenze e idee emanate dalle passate associazione di questi Paesi dell’organizzazione, ma anche li aiuterebbe ad affrontare pacificamente il conflitto, come l’organizzazione apertamente ormai patrocina. L’integrazione di India e Pakistan con la SCO comporterà anche molti altri vantaggi per tutti. Si avranno enormi opportunità di cooperazione, contribuendo a definire le politiche energetiche dal nord al sud, dalla Russia a India e Pakistan, e dalla Russia alla Cina. Contribuirà ad attivare i piani delle pipeline IPI e TAPI, oggi ostaggio delle differenze geopolitiche. Aiuterà anche l’ISAF a partire, sia attraverso le reti viarie del nord o del sud, passando per il Pakistan, o anche per l’India. Permetterà inoltre alla Russia di espandere la propria rete dall’Asia Centrale e dal Pakistan al Mar Arabico e all’Oceano Indiano. Non sarebbe azzardato sostenere che la cooperazione reciproca aprirà all’Eurasia la via per emergere come zona economica integrata.

Dr. Debidatta Aurobinda Mahapatra è un commentatore indiano. I suoi interesse includono conflitti, terrorismo, pace e sviluppo nell’Asia meridionale e gli aspetti strategici della politica eurasiatica.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Petro-Rublo russo sfida l’egemonia del dollaro USA. La Cina sviluppa il commercio eurasiatico

Peter Koenig Global Research, 8 aprile 2014

La Russia ha appena lanciato un’altra bomba, annunciando non solo il disaccoppiamento del commercio dal dollaro, ma anche che la commercializzazione dei suoi idrocarburi avverrà in rubli e nelle valute dei suoi partner commerciali, non più in dollari, vedasi La Voce della Russia.

BRICS-mapIl commerciale della Russia degli idrocarburi ammonta a circa un trilione di dollari all’anno. Altri Paesi, in particolare BRICS e BRICS-associati (BRICSA) potrebbe presto seguirne l’esempio e unirsi alla Russia, abbandonando il ‘petro-dollaro’ come unità per il trading di petrolio e gas. Ciò  potrebbe ammontare a decine di miliardi di perdite nella domanda annuale di petrodollari (il PIL degli Stati Uniti era circa 17 miliardi di dollari nel dicembre 2013), togliendo quanto meno un dente importante all’economia degli Stati Uniti. A ciò si aggiunge la dichiarazione di Press TV secondo cui la Cina riapre la vecchia Via della Seta come nuova rotta commerciale collegando Germania, Russia e Cina e permettendo di collegare e sviluppare nuovi mercati, specialmente in Asia centrale, dove il nuovo progetto porterà stabilità economica e politica, e nelle province occidentali della Cina, dove verranno create “nuove aree” di sviluppo. La prima sarà la Lanzhou New Area nel Gansu, una delle regioni più povere della Cina nordoccidentale. “Durante la sua visita a Duisburg, il presidente cinese Xi Jinping ha compiuto un colpo da maestro da diplomazia economica contrastando direttamente lo sforzo della fazione neo-conservatrice di Washington per suscitare un nuovo confronto tra NATO e Russia.” (Press TV, 6 aprile 2014)
Sfruttando il ruolo di Duisburg quale maggiore porto interno del mondo, snodo storico dei trasporti in Europa e centro dell’industria siderurgica della Ruhr in Germania, propone che Germania e Cina cooperino nella costruzione di una nuova “via della Seta economica” che colleghi Cina ed Europa. Le implicazioni della crescita economica per tutta l’Eurasia sono impressionanti“. Curiosamente i media occidentali hanno finora ignorato entrambi gli eventi. Sembra che ci sia il desiderio di accompagnare la falsità delle illusione e arroganza occidentali assieme al silenzio. La Germania, il motore economico d’Europa e quarta economia del mondo (PIL da 3600 miliardi dollari US), all’estremità occidentale del nuovo asse commerciale sarà la calamita che attirerà altri partner commerciali europei della Germania verso la Nuova Via della Seta. Ciò che appare come un futuro vantaggio per Russia e Cina, comporterà anche sicurezza e stabilità, ciò sarebbe una sconfitta letale per Washington. Inoltre, i BRICS si preparano a lanciare una nuova moneta, composta dal paniere di loro valute locali, da utilizzare nel commercio internazionale, nonché una nuova valuta di riserva, sostituendo un dollaro gravato dal debito e piuttosto inutile, una prodezza benvenuta nel mondo. Insieme con la valuta dei nuovi Paesi BRICS (A) arriverà un nuovo sistema di pagamento internazionale, sostituendo negli scambi SWIFT e IBAN, rompendo così l’egemonia della famigerata manipolatrice di oro e valuta di proprietà privata Banca dei regolamenti internazionali (BRI) di Basilea, in Svizzera, detta anche banca centrale di tutte le banche centrali. Per esserne sicuri, la BRI è un’istituzione di proprietà privata a scopo di lucro creata nei primi anni ’30, durante la grande crisi economica del 20° secolo. La BRI fu costituita proprio per questo scopo, controllare il sistema monetario mondiale insieme alla FED, anch’essa di proprietà privata dei Banksters di Wall Street, l’epitome della proprietà privata non regolamentata. La BRI è nota ospitare almeno una mezza dozzina di riunioni segrete all’anno, in cui partecipa l’élite mondiale per decidere il destino di Paesi e intere popolazioni. La sua scomparsa sarebbe un altro gradito nuovo sviluppo.
Con la nuova via commerciale e il nuovo sistema monetario in formazione, altri Paesi e nazioni, finora presi dagli artigli della dipendenza dagli Stati Uniti, accorreranno verso il ‘nuovo sistema’, isolando man mano l’economia industriale militare (sic) di Washington e la sua macchina da guerra della NATO. Questo mutamento economico potrà mettere l’impero in ginocchio senza spargere una goccia di sangue. Lo spazio per una nuova speranza di giustizia e maggiore uguaglianza, la rinascita di Stati sovrani, può sorgere trasformando la spirale delle tenebre in una di luce.

Peter Koenig è un economista ed ex-impiegato della Banca Mondiale. Ha lavorato a lungo nel mondo dell’ambiente e delle risorse idriche. Scrive regolarmente per Global Research, ICH, Voce della Russia e altri siti Internet. È autore di Implosion, racconto basato sui fatti e su 30 anni di esperienza in tutto il mondo.
Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Mosca è pronta per un riavvicinamento strategico con Teheran

Nikolaj Bobkin, Strategic Culture Foundation 26/03/2014
amiri20130917114154510L’espansione militare degli Stati Uniti di solito è accompagnata da un appuntamento fisso nella politica estera statunitense: la pressione delle sanzioni contro la Russia. Gli USA ora agiscono senza riguardo per il diritto internazionale, costruendo la propria coalizione contro la Russia e l’Iran. Ma adesso Mosca e Teheran agiscono in comune per costringere gli statunitensi a prendere in considerazione e rispettare gli interessi nazionali dei nostri Stati. Esemplificativo a tal proposito, è il serio aggiustamento della posizione della Russia sull’Iran, in particolare nei negoziati sul programma nucleare iraniano e la situazione della Siria. Recentemente, il segretario di Stato John Kerry ha detto che sulla questione della crisi in Ucraina contro la Russia, Stati Uniti considerano “tutte le opzioni”. Dopo il ritorno della Crimea alla Federazione russa, alcuni funzionari degli Stati Uniti hanno esortato l’adesione nella NATO di Ucraina, Georgia e Moldova, nonché a schierare truppe e aerei statunitensi in Polonia e nei Paesi baltici. Una rappresaglia degli Stati Uniti contro la Russia e l’occidente presumibilmente dovrebbe giusto adottare altre misure dannose per gli interessi russi. Sull’Iran gli USA rimangono fedeli alle stesse “opzioni”. Nonostante gli sforzi di Teheran, il presidente Obama afferma che l’opzione militare è ancora in vigore, e l’Iran non ha fornito agli statunitensi assicurazioni convincenti sul non impegno nella creazione di armi nucleari. Come la Russia, l’Iran è circondato basi militari. Gli Stati Uniti hanno lasciato l’Iraq per il potente gruppo del Golfo, hanno un grande contingente in Afghanistan e minacciano l’espansione della NATO nei Paesi del Caucaso meridionale, in realtà minacciando di trasformare l’Azerbaigian in un trampolino di lancio per la guerra contro la Repubblica islamica.

Il programma nucleare dell’Iran, oggetto di particolare attenzione
Il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif sottolinea che “il suo Paese e la Russia hanno interessi comuni e Teheran conta sull’aiuto di Mosca nel raggiungere un accordo definitivo“. Il Viceministro degli Esteri Sergej Rjabkov, che dirige la delegazione russa ai colloqui dei “Sei”, dice che “la Russia risponderà “alzando la posta” dei negoziati sul programma nucleare iraniano, tenendo conto degli sviluppi in Ucraina“. Teheran ha il diritto di aspettarsi che Mosca risponda ponendo severi requisiti nel far rispettare all’occidente le disposizioni per il ritiro graduale delle sanzioni all’Iran. Attualmente vi sono quattro risoluzioni per le sanzioni contro l’Iran, oltre a quelle che violano il diritto internazionale: le sanzioni unilaterali di Stati Uniti ed Unione europea, che la Russia vede come una riduzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, e ritiene che illegittimamente danneggino i negoziati. Ciò è dovuto agli Stati Uniti che seguono una politica non dettata dal diritto internazionale ma dalla legge della forza. Perché l’ONU ancora non risponde? Ad esempio, nelle ultime tre settimane, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha tenuto otto riunioni sulla crisi in Ucraina, il cui elemento chiave è il desiderio d’isolare diplomaticamente la Russia. Gli Stati Uniti non comprendono l’inutilità di tali sforzi, perché Mosca da membro permanente del Consiglio può porre il veto su qualsiasi decisione di tale organismo. Come per tutte le ultime risoluzioni anti-Iran che la Russia non ha supportato. Ora il Cremlino ha una reale ragione nel considerare le azioni statunitensi mettere a repentaglio la positiva conclusione dei negoziati a “sei” con l’Iran sul suo programma nucleare. Infatti, fino a poco tempo fa, anche il disaccordo sulla questione siriana non ha impedito alla Russia e ai membri occidentali dei “sei” di avere una posizione consolidata sull’Iran. La situazione in Ucraina ha portato alla peggiore crisi da “guerra fredda” nelle relazioni tra Russia e occidente. Washington teme che la Russia non sarà più incline al compromesso, e Teheran potrebbe avere la possibilità di “stare con noi”, cioè di uscirsene da tale situazione senza concessioni importanti. Parliamo delle sanzioni che l’occidente usa quale principale strumento di pressione su Teheran. Recentemente, durante un viaggio negli Stati Uniti, Netanyahu ha rilasciato una dichiarazione congiunta al Comitato dell’American Israel Public Affairs (AIPAC) e alla Federazione ebraica del Nord America (JFNA) sulla disponibilità ad appoggiare nuove sanzioni contro l’Iran. Sostituendo l’Agenzia internazionale dell’energia atomica (AIEA), Tel Aviv si è nominato ispettore capo dell’accordo con Teheran dei “sei”, e gli statunitensi l’aiutano su ciò.
Negli Stati Uniti le sanzioni antiraniane sono diventate una follia nazionale. Il professore di psicologia statunitense Joy Gordon, nel suo recente articolo “Il costo umano delle sanzioni contro l’Iran“, ha citato un caso negli Stati Uniti di studenti iraniani cui fu negato in un negozio Apple, nello Stato della Georgia, di comprare iPad. Questa è pura discriminazione etnica, perché negli USA non esiste una legge che vieta alle aziende statunitensi di vendere ai cittadini di origine iraniana beni elettronici di consumo. I cittadini di origine iraniana non riescono a trovare una banca per inviare denaro ai genitori. Le aziende farmaceutiche con contratti legali con partner iraniani, non possono effettuare i pagamenti ed inviare medicine in Iran. Ha ragione il Presidente Ruhani quando valuta le sanzioni degli Stati Uniti come violazione inaudita dei diritti degli iraniani. Le decisioni delle Nazioni Unite non hanno alcun regione per tale cinismo statunitense, la posizione dell’Iran deve essere sostenuta dalla Russia nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dove è logico discutere le decisioni della comunità internazionale e degli obblighi previsti dagli accordi di Ginevra sul programma nucleare iraniano. A quanto pare, è necessario porre la questione degli accordi USA-UE sulla revoca delle sanzioni. E gli statunitensi hanno sempre bisogno di chiedere il più spesso possibile all’arbitro a capo della comunità internazionale, relazioni sul “lavoro svolto”. Ciò che definiscono bianco oggi, agli occhi della comunità mondiale ha un aspetto molto nero. Non c’è alcun dubbio sul fatto che per il Consiglio di Sicurezza, tale pratica è svantaggiosa, perché molte decisioni recenti degradano le azioni del Consiglio nel mondo con la scusa delle pressioni statunitensi. Così è stato, ad esempio, rivedendo l’invito all’Iran per la conferenza internazionale sulla Siria di “Ginevra-2″.

Nella questione siriana, spalla a spalla con l’Iran
Ricordiamo che non c’è alcun disgelo nelle relazioni tra Washington e Teheran, alcuna concessione diplomatica iraniana nei negoziati sul programma nucleare iraniano cambierà la posizione degli Stati Uniti nel respingere la presenza dell’Iran nella riconciliazione siriana. Supportando l’invito all’Iran del segretario generale Ban Ki-moon, la Russia non ha convinto l”amministrazione statunitense sulla fattibilità della partecipazione iraniana. Il Cremlino procedeva dal fatto che il successo di “Ginevra-2″ fosse possibile solo se la rappresentanza di tutti, compreso l’Iran, avrebbe soprattutto influenzato la crisi in Siria. Tuttavia, rimanendo agli eventi principali in Siria, Teheran fu spinta dagli sforzi internazionali per risolvere il conflitto. Washington voleva provocare l’Iran e infastidire Mosca, che ha dimostrato correttezza politica, o meglio non ha mostrato sufficiente durezza. L’Iran non poteva non notarlo, molti esperti hanno ritenuto che l’indecisione del Ministero degli Esteri russo, nel contesto delle aspirazioni condivise dalla Russia, era dovuta al fatto che non volesse aggravare i rapporti con gli Stati Uniti. Secondo gli iraniani, la ricerca di una partnership paritaria con l’occidente non ha senso. Stati Uniti e NATO non hanno abbandonato l’introduzione violenta di norme contrarie a politica estera, interessi nazionali o tradizioni, religione e cultura di altre nazioni. Le azioni di Stati Uniti e occidentali in Siria, Libia, Iraq, Afghanistan sono la conferma visiva di tale posizione. Sorprendentemente, anche il capo della diplomazia dell’Unione europea Catherine Ashton che, senza il consenso di Londra non berrebbe nemmeno un sorso d’acqua, sempre sullo sfondo della crisi ucraina, ritiene assai importante il ruolo della Russia nella risoluzione del conflitto siriano. Parlando ad un forum internazionale a Bruxelles, ha notato che quando si parla di politica estera, “la Russia ha un ruolo”. L’UE ha bisogno di Mosca per risolvere il problema con la Siria e l’Iran, ma la solidarietà della Russia con l’occidente è ora necessaria su questi temi? La situazione attuale dell’Ucraina è dovuta a Stati Uniti, Germania e Francia. Contavano sul denaro di Arabia Saudita, Qatar e monarchie del Golfo, sul coinvolgimento attivo dei servizi speciali d’Israele, dal 2004, quando iniziarono ad interferire grossolanamente negli affari interni dell’Ucraina, organizzando, lanciando e sostenendo il piano “Majdan”, inasprendo il conflitto tra Janukovich e l’opposizione mentre la Russia chiedeva un atteggiamento sobrio e il consolidamento del popolo ucraino. Il “ruolo” russo qui non gli era necessario, Ashton non cercava di cambiare in qualche modo la posizione dell’Unione europea, attivamente coinvolta nelle vicende ucraine. Sembra che un esempio di risposta diplomatica russa possa essere un azione del ministro degli Esteri iraniano. Una settimana fa, prima dell’inizio del successivo round di colloqui a Vienna, era prevista una cena tra Ashton e Zarif durante la visita a Teheran, tuttavia gli iraniani l’hanno pubblicamente annullata in segno di protesta contro il programmato incontro della baronessa con l’opposizione iraniana. L’incontro con l’opposizione iraniana fu preparata con speciale segretezza da esperti dell’Unione Europea e si tenne presso l’ambasciata austriaca. L’ambasciatore austriaco fu convocato urgentemente al Ministero degli Esteri e la leadership iraniana protestò ufficialmente con l’Austria, avendo ragione di ritenere le azioni di Ashton una provocazione. Infatti, perché per la prima visita di uno dei capi dell’Unione europea in Iran in sei anni, e dopo le riunioni ufficiali con esponenti politici iraniani, tra cui il Presidente Hassan Rouhani, Ashton aveva bisogno di tale incontro? Soprattutto il tema chiave della sua visita era discutere il programma nucleare iraniano con una superficiale e discutibile irrilevante opposizione iraniana. Gli iraniani hanno ragione a reagire bruscamente agli occidentali che trascurano la loro sovranità nazionale, quando non rispettano le loro tradizioni e abusano della loro ospitalità. La diffidenza iraniana verso l’occidente può essere assunta dalla Russia non solo sulla Siria, ma anche sul problema afghano.

L’Afghanistan senza gli statunitensi, il nostro obiettivo comune
Le speranze degli Stati Uniti di concludere un accordo con l’Afghanistan sul rischio per la sicurezza non sono reali. Nonostante le intimidazioni alla leadership afgane per le implicazioni sul ritiro completo delle truppe statunitensi, il presidente Hamid Karzai sembra aver finalmente deciso di non firmare l’accordo presentatogli. L’amministrazione Obama, su tale questione, appare esplicitamente nel panico e, come sempre, ne accusa numerosi rivali geopolitici. Il sostegno dell’accordo è favorito da India, Pakistan, Turchia, in Asia Centrale l’unico Paese che si oppone è l’Iran. Teheran crede che la presenza militare di Stati Uniti e NATO avrebbe conseguenze negative per l’Afghanistan e  l’intera regione. Le preoccupazioni degli iraniani sull’Afghanistan che potrebbe diventare una leva con cui gli Stati Uniti sfrutterebbero le minacce al confine con l’Afghanistan, sembrano pienamente giustificate. Riguardo la Russia, il ministero degli Esteri russo ha negato la notizia secondo cui il Presidente Vladimir Putin ha esortato l’Afghanistan a firmare l’accordo (tali messaggi provenivano dagli statunitensi). Contro l’accordo Mosca ha agito pubblicamente, anche se in questo caso la nostra diffidenza non era chiara agli iraniani. Gli statunitensi, nel calore anti-russo per il loro fallimento in Afghanistan, vi vedono la “mano del Cremlino” che cerca di ripristinare l’”occupazione sovietica”. La Casa Bianca ha detto che ora che la guerra in Afghanistan giunge al termine, la Russia “rafforza la sua posizione” in Ucraina e Medio Oriente. La posizione inaspettata del presidente afghano Hamid Karzai, con cui il suo Paese rispetta la decisione della Repubblica autonoma di Crimea di aderire alla Russia come espressione della propria libera volontà, non è accettata dagli USA. Ignorano la leadership dell’Afghanistan e il suo tentativo di abbandonare la  “democrazia” statunitense. In oltre 12 anni di occupazione NATO dell’Afghanistan, sono morti più di duemila soldati statunitensi e circa un migliaio di altri Paesi della NATO. Il numero esatto di vittime tra la popolazione civile dell’Afghanistan non può essere contato. Secondo varie fonti, vanno da 18 a 23mila civili. Molte le vittime di azioni errate o inette delle truppe NATO. Gli Stati Uniti hanno speso più di 100 miliardi dollari in assistenza non militare, ma gli afghani credono che il denaro stanziato da Washington sia finito ai loro burattini. E’ triste, ma la vera crescita è evidente solo nell’economia della droga, una conquista davvero sconcertante per gli Stati Uniti. L’Afghanistan è diventato il maggiore produttore mondiale di droga, il cui transito è combattuto  con maggior successo proprio dall’Iran, sulla via della morte bianca per l’Europa. Si noti che la droga, importante, ma non principale fonte di finanziamento dei taliban, passa principalmente dagli alleati degli Stati Uniti nel Golfo Persico. Non c’è nulla di sorprendente nel fatto che Teheran si opponga all’intervento dell’Arabia Saudita e delle monarchie del Golfo in Afghanistan, e ciò non contrasta gli interessi della Russia. E in questo senso il potenziale non usato dei nostri Paesi è elevato, abbiamo bisogno di soluzioni innovative in Medio Oriente e di passi coraggiosi senza riguardo per gli statunitensi, e soprattutto dei loro amici implacabili che seminano guerra e sangue.

E’ tempo di agire senza gli statunitensi
Il presidente russo Vladimir Putin ha detto che “la situazione in Ucraina, come uno specchio, riflette ora ciò che è accaduto negli ultimi decenni nel mondo. Dopo la scomparsa del sistema bipolare, il pianeta non ha più stabilità. La fede degli statunitensi nella loro esclusività, li ha autorizzati a decidere il destino del mondo“, gli Stati Uniti elemosinano una risposta adeguata. Parliamo di un errore grossolano degli Stati Uniti e dei suoi alleati europei. In tale situazione, l’Ucraina ne soffre  più di altri, però, con l’introduzione di sanzioni di ritorsione verso Mosca prive di motivi umanitari. Chiaramente gli Stati Uniti non aiuteranno il popolo ucraino, l’Ucraina non avrà la sponsorizzazione statunitense che ha lo Stato d’Israele. La strategia vaga e pericolosa del presidente Obama, dell’imprevedibile generazione dei “baby boomers“, potrà divenire assai sensibile alla “risposta iraniana” di Mosca. In primo luogo, dobbiamo ripristinare urgentemente la piena cooperazione tecnico-militare con l’Iran, senza badare agli Stati Uniti e alle sue limitazioni. La recente risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che vieta il PTS con Teheran può essere ignorata. La leadership iraniana s’è impegnata a stipulare a luglio di quest’anno l’accordo finale sul suo programma nucleare, che dovrebbe abolire le sanzioni internazionali con la formalità del protocollo delle Nazioni Unite. Qualsiasi speculazione a tale proposito del segretario generale Ban Ki-moon, i suoi tentativi di guadagnare tempo con falsi pretesti, l’isteria di Stati Uniti, Francia, Israele e altri Stati riluttanti a far uscire dalle sanzioni all’Iran, vanno semplicemente ignorati. La riluttanza dell’UNSC nel risolvere tale problema, inoltre, non deve fermare la Russia, l’elevata dipendenza dell’ente e del suo segretario generale dagli Stati Uniti, lo si nota quando si concentrano senza alcuna ragione sull’approvazione degli Stati Uniti.
Sulla via del ritorno alla cooperazione militare con l’Iran v’è una pietra posta sul sentiero, che non è un segreto per nessuno. La causa dell’Iran con la Russia in connessione con il fallimento del contratto per la fornitura dei sistemi missilistici di difesa aerea S-300 sarà revocata nel caso Teheran abbia serie garanzie russe. La causa sarà ritirata dagli iraniani e la perdita finanziaria compensata con nuovi contratti. Nel frattempo, l’avvio di negoziati non può essere impedito. Le grandi aziende occidentali, anche degli Stati Uniti, hanno già piazzato i loro manager nei migliori alberghi di Teheran in attesa dell’avvio del mercato energetico iraniano, senza attendere la revoca delle sanzioni delle Nazioni Unite. In secondo luogo, se l’Iran ha interesse nella mediazione della Russia nell’esportazione del petrolio, è possibile procedere senza esitazioni. Inoltre, anche se Teheran non adotta ora tale richiesta, ha senso dichiarare al mondo intero che l’embargo unilaterale sulle importazioni di petrolio iraniano di Stati Uniti e Unione europea, in elusione delle Nazioni Unite, non viene attuato dalla Russia. Commercia con chi vuole e l’Iran è pronto a farlo di nuovo, ricevendo un trattamento speciale. Dopo tutto, gli statunitensi sono sempre stati amici con qualcuno e nemici di qualcun altro. In terzo luogo, non si può ignorare il blocco finanziario dell’Iran. I problemi causati da ciò nell’ultimo anno, hanno ridotto il nostro fatturato a 1,5 miliardi di dollari. A causa delle sanzioni degli Stati Uniti e occidentali la Russia sul mercato iraniano ha perso oltre 10 miliardi, e la perdita di profitti nel corso degli anni ammonta a decine di miliardi di dollari. Per ciò per quale regione dobbiamo sopportare tali costi? I recenti tentativi da parte della Russia di attuare meccanismi di compensazione con l’Iran sono lenti per via della possibile reazione di Washington a un business bancario russo inattivo. Iran e India, per esempio, in questo caso hanno agito in un altro modo: hanno deciso di comprare petrolio con l’oro, rivelandosi molto più efficiente. Tuttavia, in definitiva sarebbe più affidabile allontanarsi del tutto dal dollaro USA. Russia e Cina ne parlano da tempo, hanno così accumulato enormi quantità di oro. Se Vladimir Putin dice che gli Stati Uniti mettono in pericolo l’economia mondiale con l’abuso del monopolio del dollaro, non solo afferma un fatto, ma senza dubbio rende ammissibile l’adozione di misure preparatorie. In questa ricerca, l’Iran sarà al 100 per cento un nostro aperto alleato contro il dollaro in declino, come pochi anni fa. Il petrolio iraniano venduto in euro, mentre il dollaro domina sul reale meccanismo direttamente dipendente da Washington, dagli iraniani viene visto come un simbolo del colonialismo. Infine, si segnala l’opportunità di tornare ai grandi progetti pubblici nelle relazioni economiche con l’Iran. L’imprenditoria privata russa ha bisogno di garanzie governative per avviare la ripresa economica dell’Iran, dove, non senza ragione, con l’abolizione delle sanzioni è prevista una rapida crescita economica. Iran e Russia hanno deciso di costruire nuovi reattori nucleari, negoziano sulla partecipazione della Russia allo sviluppo dell’industria del petrolio e del gas del Paese, e vi è una serie di altre proposte iraniane. Ad esempio, per lo sviluppo delle ferrovie, il governo iraniano prevede di raccogliere 35 miliardi di investimenti. In breve, ci sono prospettive di buon vicinato capaci di colpire l’immaginazione militante statunitense, volta a nuove guerre e caos per rafforzare i propri monopoli.
Si prepara la visita di Vladimir Putin in Iran, quest’anno. Tra l’altro, a causa dell’assenza degli altri membri del G-8 al vertice di giugno a Sochi, è apparsa una via e il presidente russo potrà pianificare con sicurezza la visita a Teheran nei giorni i cui il vertice si terrà a Bruxelles, senza la Russia. Entrambe le parti, oltre a un’ulteriore espansione ed approfondimento del partenariato regionale possono giungere alla firma del “Grande Trattato” sulla cooperazione nel quadro della nuova agenda bilaterale. L’Iran è interessato a una maggiore cooperazione con la Russia nell’energia nucleare, e alla svolta al massimo livello richiesta dalla preparazione della Convenzione sullo status giuridico del Mar Caspio, e vi è l’interesse reciproco ai progetti comuni su petrolio e gas, spazio, tecnologie innovative per lo sviluppo delle infrastrutture dei trasporti del’Iran. La Russia può ora abbandonare il principio della costruzione delle relazioni con gli altri Paesi badando alla reazione degli Stati Uniti. Il nostro motto deve essere altro. E qui ricordiamo il saggio proverbio persiano: “Il cane abbaia, ma la carovana passa“.

iran-and-russia-geostrategic-oil-and-gas12La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Ecco perché le cosiddette sanzioni occidentali contro la Russia sono un grande bluff

Una lezione di geostrategia di Jean-Paul Pougala, ex-scaricatore illegale, CameroonVoice Bandjoun (Camerun) 20/03/2014
Jean-Paul Pougala insegna “geostrategia africana” presso l’Istituto Superiore di Management (ISMA) al Rue des Ecoles di Douala, Camerun.

vladimir-putin-valery-gerasimov-sergei-shoiguParte 1/4 – Sul piano militare, la minaccia dell’occidente è un bluff
A – La Russia è inevitabile nelle strategie militari occidentali
Durante la crisi in Africa centrale, il popolo del Camerun inveiva perché le truppe francesi passarono sul territorio camerunese per arrivare in Africa Centrale. Le malelingue arrivarono a dire che la Francia voleva usare questa operazione per destabilizzare il Camerun. La vera ragione di tale transito, che radio e televisione francesi che trasmettono anche nell’Africa francofona furono attente a non svelare, era che la Francia, che si pretende così potente, non ha aeromobili di grandi dimensioni per il suo esercito. La Francia, che ha un deterrente nucleare molto costoso, paradossalmente non ha soldi per permettersi un aereo di tipo “jumbo”. Così è costretta a noleggiarli, e anche allora i costi sono proibitivi. E secondo voi, da chi affitta aerei di grandi dimensioni per trasportare le proprie truppe e materiale bellico? Dalla Russia. Proprio perché i grandi aerei meno costosi sono gli Antonov russi. Questo è lo stesso problema di tutti gli altri Paesi dell’Unione europea che di giorno giurano di torcere il collo della Russia, ma di notte spiegano a Mosca che stanno solo scherzando, affinché non si arrabbi. L’Unione europea la scorsa settimana ha firmato un accordo di associazione con il governo provvisorio (golpista) dell’Ucraina. Si tratta di un accordo che è di per sé un vero e proprio bluff, perché il grosso dell’economia ucraina è nella parte territoriale di lingua russa. Gli impianti industriali militari di epoca sovietica sono ancora legati a Mosca. E nessun accordo per salvare l’Ucraina può fare a meno della parte in cui si concentrano principalmente le industrie della Difesa ucraine. Vale a dire che l’Unione europea, sostenendo i manifestanti di Maidan fino all’accordo per emarginare i russofoni in Ucraina, ritiene di costruire un’alleanza strategica contro coloro che detengono l’industria delle armi necessaria anche per una piccola guerra. Si ha sempre l’impressione che i capi europei non ne sappiano molto della vera geopolitica di Ucraina e Russia. Da un lato, vogliono emarginare la Russia, mentre nei fatti non possono farne a meno. I cittadini europei non sanno che non c’è solo la Francia priva di mezzi per trasportare i suoi militari da un punto ad un altro. La NATO, che pretende di bombardare la Russia se cerca di riconquistare le regioni russofone dell’Ucraina, fa trasportate alla Russia il grosso delle sue truppe ed attrezzature nella maggior parte dei teatri non solo di guerra, ma anche di addestramento. Attraverso la sua agenzia, la Namsa, la NATO ha stipulato il contratto confidenziale SALIS (Strategic Air Lift Interim Solution) con la società russa Ruslan Salis GmbH di Lipsia, in Germania e che riguarda i grandi velivoli da trasporto di due aziende russe: l’Antonov Design Bureau (ADP) di Kiev, Ucraina e le Volga Dnepr Airlines (VDA) di Uljanovsk in Russia. Senza l’aiuto dei russi, la NATO dovrebbe rimanere a terra per mancanza di fondi. Per un confronto, il maggiore aereo cargo statunitense, il Boeing C-17, è 30 volte più costoso dell’Antonov. Questo spiega perché i 18 Paesi della NATO, tra cui la Francia, affittino aerei russi oggi. E anche se mostrano le loro zanne e danno l’impressione agli ignoranti di essere duri con la Russia, si nasconderanno con cura ogni volta che il Presidente russo Putin tossirà un po’. Secondo un articolo del 5 agosto 2009 sulla pagina Secret Défense del quotidiano francese Libération, la Francia paga ogni anno 30 milioni di dollari per l’affitto di aerei russi. Li ha usati per 1195 ore nel 2008, se ne calcoli l’ammontare con i 25000 euro per ogni ora di noleggio. Il giornale ha confrontato l’aereo dell’Antonov con quello dei partner statunitensi, e ha detto che per le stesse ore la Francia avrebbe dovuto pagare 600 milioni di euro se avesse scelto di affittare dagli statunitensi piuttosto che dai russi. Non importa, 25000 euro all’ora è una buona cifra, 16,4 milioni di FCFA per ogni ora di noleggio di un Antonov An-124 che trasporta un carico di 390 tonnellate in 1000 mc. La Francia può giocare a braccio di ferro facendo credere alla Polonia di inviare 4 caccia per proteggerla dalla Russia, ma tale iniziativa fa ridere gli asili in Russia. E chi finanzierebbe la guerra contro la Russia, se ancora non ha idea di chi finanzia le sue operazioni in Africa centrale, avendo l’Unione europea fatto alla Francia la vaga promessa di 50 milioni di euro mentre gli statunitensi erano riusciti a garantirsi che il voto del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non facesse di tale intervento un intervento delle Nazioni Unite, in modo che non lo pagassero. Quindi si capisce perché la Francia deve risparmiare mentre la decisione del trasporto via terra dal porto di Douala si rivela una soluzione imposta. Non si tratta quindi di una manovra per destabilizzare il Camerun, ma di una scelta dettata dalle tasche vuote di un Paese in crisi che pretende di sloggiare i russi dalla Crimea.

B – L’esercito statunitense ha un bisogno vitale della Russia
Senza l’aiuto della Russia, i marines statunitensi avrebbero mille volte più difficoltà in Afghanistan.  Questo Paese non ha accesso al mare e confina con la Comunità degli Stati Indipendenti, la Cina, il Pakistan e l’Iran. Gli statunitensi, non sentendosi al sicuro in Pakistan dove bin Ladin si nascose per 10 anni, hanno scelto di passare attraverso la Russia per arrivare in Afghanistan. Così, quando si parla del costo della guerra in Afghanistan, il contribuente statunitense non sa che finanzia il nemico russo. Basta sgranare i conti del Pentagono per capire che la Russia si sta già fregando le mani a mano a mano che il conflitto si trascina. Nel 2012, per esempio, una dichiarazione del Pentagono ha reso ufficiale il numero di soldati statunitensi transitati dalla Russia dall’inizio del conflitto: 379000 soldati e 45000 tonnellate di materiale statunitensi. Quando il presidente russo Vladimir Putin e il presidente degli Stati Uniti Barack Obama s’incontrarono a margine del vertice G-20 di Los Cabos, in Messico, nel giugno 2012, i media statunitensi sferzarono il demonio della Russia che sostiene Assad e assiste l’Iran nel costruire la bomba atomica. Ciò che non poterono commentare era il comunicato stampa ufficiale che accompagnava l’incontro, rilasciato dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti, che diceva: “Gli Stati Uniti ringraziano la Russia per il suo contributo a plasmare il futuro dell’Afghanistan. I nostri Paesi hanno stabilito una fruttuosa cooperazione e pianificazione nel sostenere gli sforzi di Kabul per ripristinare ambiente tranquillo e società stabile libere da terrorismo e droga. Ai sensi degli accordi, la Russia ha visto transitare sul suo territorio più di 379000 soldati, più di 45000 container di merci militari e più di 2200 sorvoli aerei“. Quindi perché le sanzioni verbali del presidente Obama alla Russia si limitano a un miserabile divieto di visto, ora si capisce. Perché è la Russia che ha le carte per impedire, ad esempio, che le truppe statunitensi in Afghanistan non possano passare sul suo territorio; ciò sarebbe un serio disastro finanziario per il Pentagono e per il ministero della Difesa degli Stati Uniti che dovrebbe trovarvi una soluzione alternativa. Si tratta quindi solo di propaganda per l’opinione pubblica statunitense, per definizione guerrafondaia.

Perché gli equipaggiamenti militari russi sono superiori a quelli della NATO in una guerra convenzionale?
Ci fu una battaglia presso il Congresso degli Stati Uniti d’America nel giugno 2012, quando il Pentagono annunciò di voler comprare un secondo ordine di 10 elicotteri russi. Che sacrilegio che i potenti USA chiedano armi ai nemici per combattere in Afghanistan. Non funziona. I generali degli Stati Uniti in Afghanistan preferiscono gli elicotteri russi a quegli statunitensi, se vogliono ottenere una vittoria sui taliban, anche se ufficialmente si tratta di dotarne l’esercito afgano. La storia comincia all’inizio dell’avventura militare afghana della NATO. Il contingente canadese della Forza internazionale di sicurezza si rende conto, molto presto, che i loro mezzi non sono adatti. Rapporti confidenziali vengono inviati a Ottawa, infine, permettendo ai generali canadesi che occupano il sud dell’Afghanistan di affittare elicotteri russi in segreto, con risultati positivi sul campo. I generali statunitensi in Afghanistan ne vengono informati. E invece di trattare direttamente con i russi, su richiesta del Pentagono, compiono la scelta completamente insensata di acquistare da trafficanti di armi elicotteri da combattimento russi. È la Repubblica ceca ad avere la possibilità di vendere ai militari degli Stati Uniti i suoi vecchi elicotteri dell’era sovietica, tra cui i Mi-8 per i quali gli Stati Uniti spendono molti soldi, mentre quelli nuovi sono più convenienti. Non si deve trattare con il nemico russo. Non si deve offendere il popolo statunitense. Tale situazione diventa insopportabile perché la Russia si rifiuta di fornire pezzi di ricambio ad acquirenti anonimi e chiede la tracciabilità del venditore e dell’acquirente di questi elicotteri. La situazione permane fino al 2011 quando i generali statunitensi decidono di bucare l’ascesso che si era formato troppo a lungo, e trattano direttamente con i russi. Questa è la versione ufficiale del Pentagono nell’annunciare lo storico accordo per l’acquisto di 21 elicotteri Mi-17B-5 versione da combattimento, per 375 milioni dollari, da impiegare in Afghanistan. Nel giugno 2012, il Pentagono  decise di ordinare 10 nuovi elicotteri da combattimento alla Russia per 217 milioni dollari. Questa volta alcuni membri del Congresso degli Stati Uniti d’America decisero di non arrendersi senza combattere prima del passaggio a Mosca di ciò che viene considerato il più potente esercito del mondo. Fu il senatore Richard Shelby dell’Alabama ad aprire le ostilità accusando il presidente Obama di vendere il Paese ai russi, acquistando, disse, “aeromobili non appropriati, senza coordinamento nell’acquisto” dicendo, secondo lui, che “gli Stati Uniti hanno i migliori aerei del mondo“. Ma i generali che combattono in Afghanistan passano a velocità massima in prima linea per parlare direttamente al pubblico statunitense per spiegare che non sono in Afghanistan per fare numero, ma per combattere e spesso morire. Quindi, se dobbiamo morire, lo facciamo con le armi migliori per combattere. Non fu che il generale dell’US Air Force Michael Boera, responsabile dell’addestramento della forza aerea afgana, davanti alla caparbietà dei senatori statunitensi, a dimenticarsi la segretezza parlando direttamente alla stampa. Ecco cosa disse al giornale Washington Post: “Se venite in Afghanistan e farete un volo sul Mi-17, capirete subito perché questo elicottero è così importante per il futuro dell’Afghanistan (…) Dimenticate che il Mi-17 è russo, vola alla perfezione in Afghanistan“. La cosa più divertente di tale storia è che per contrastare il Pentagono e tutti i suoi generali che preferiscono gli aerei russi, come rivelato dal giornalista Konstantin Bogdanov dell’agenzia di stampa russa RIA Novosti il 15 giugno 2012, 17 senatori statunitensi scrissero una lettera al segretario alla Difesa Leon Panetta, nell’aprile 2012, per legare l’accordo sulle armi con la Russia alla crisi siriana. Ecco quello che scrissero: “Non possiamo permettere che i contribuenti statunitensi finanzino indirettamente l’uccisione di civili siriani (…) il denaro dei contribuenti viene speso per l’acquisto di elicotteri russi invece che per comprare attrezzature degli Stati Uniti per i militari afgani“. Non funzionò, i generali preferivano gli elicotteri russi e così fu. Questa informazione supera ogni commento. Se solo per il teatro di guerra ancora aperto gli Stati Uniti debbono usare le armi di coloro che sostengono di combattere, e sul loro territorio, la Russia, è probabile che sarebbe un vero suicidio politico e militare attaccare la Russia sul suolo ucraino.

C – La Francia può dichiarare guerra alla Russia? No
Quando l’11 gennaio 2013 le truppe francesi in Mali iniziarono l’offensiva contro i jihadisti, i maliani credevano che fosse sufficiente dimostrare gratitudine alla Francia agitando piccole bandiere tricolori per le strade di Bamako. Quello che non potevano sapere è che, allo stesso tempo, al palazzo dell’Eliseo vi fu un vero rompicapo: come finanziare l’operazione militare in Mali? Quattro giorni dopo, il 15 gennaio 2013, l’aereo del presidente francese Hollande atterrò alle 06:30 (03:30 ora locale di Yaoundé), sulla pista dell’aeroporto di Abu Dhabi. Il presidente Hollande doveva trovare il denaro per le operazioni in Mali. Perciò, (secondo AFP) incontrò il Presidente della Federazione degli Emirati Arabi, Qalifa bin Zayad al-Nahyan, e il principe ereditario di Abu Dhabi, Muhammad bin Zayad al-Nahyan. Poi andò a Dubai dove incontrò l’emiro shaiq Muhammad bin Rashid al-Maqtum. E’ quindi evidente che, se per sconfiggere 4 jihadisti nel deserto del Mali, la Francia deve cercare i soldi nella penisola arabica per sconfiggere il vero esercito di un Paese come il Camerun, con la Russia andrà a bussare in paradiso? Ma cos’è realmente accaduto in Mali? Cosa non ci hanno detto delle operazioni militari francesi in Mali, e che potrebbe illuminarci sulle finte zanne che la Francia di oggi mostra alla Russia?

Le informazioni della missione parlamentare sull’operazione Serval in Mali
Il 17 luglio 2013, 2 deputati francesi presentano la relazione delle informazioni sulla missione dell’operazione Serval in Mali, una missione cognitiva promossa dall’Assemblea nazionale francese.  Costoro erano:
- Philippe Nauche, nato il 15 luglio 1957 a Brive (Corrèze), deputato socialista del 2° distretto del dipartimento di Corrèze. Vicepresidente della Commissione della Difesa nazionale e delle forze armate francesi.
- Christophe Guilloteau, nato il 18 giugno 1958 a Lione (Rodano), deputato UMP del 10° distretto del Rodano e membro della Commissione per la Difesa nazionale e delle forze armate francesi.
Come ben si può vedere, non due avventurieri che passavano di lì per divertire la platea con cose  imbarazzanti. No. Sono due veri deputati all’altezza della serietà dei loro propositi. E poi, trattandosi di due partiti opposti, non si può dubitare l’obiettività e l’imparzialità del loro lavoro che credo fosse ben fatto. La prima parte spacciava qualche piccolo successo indiscutibile dell’intervento militare francese in Mali, ma ciò che interessa è la seconda parte della loro relazione, quando, senza perifrasi, indicano le debolezze dell’esercito francese in un teatro di guerra in Africa, che sono particolarmente di due tipi: logistica e tattica. Philippe Nauche e Christophe Guilloteau parlano senza reticenze delle attrezzature obsolete dell’esercito francese. Sostengono che l’elicottero Gazelle sia molto vulnerabile in uno scontro reale con un vero esercito. E inoltre aggiungono che questo fu il problema che causò la morte del pilota Damien Lame, l’11 gennaio 2013, cioè nel primo giorno dell’intervento. L’altro elicottero usato in Mali soffre di un male maggiore: la sua scarsa autonomia. Si tratta dell’elicottero Puma. Tatticamente, i 2 deputati evidenziato due gravi carenze. Il primo è l’incapacità dell’esercito francese nel raccogliere informazioni affidabili. Ad oggi, i servizi segreti francesi si affidano in modo sproporzionato ai loro ex-studenti di Saint Cyr, divenuti generali o colonnelli africani, per avere le informazioni di cui hanno bisogno. Questo fu molto utile in molte situazioni per dare l’ordine di non combattere ad interi eserciti che rapidamente caddero o fuggirono senza combattere solo per via delle informazioni diffuse al mattino su alcune Radio molto ascoltate in Africa. Ma in Mali non combattevano contro l’esercito del Mali, in cui la Francia ha molti informatori, ma piuttosto un avversario invisibile dove la Francia non si era infiltrata. In questo caso, i droni sono generalmente utilizzati per raccogliere quante più informazioni sulle posizioni e i movimenti dei nemici. E la Francia non ha soldi per comprare droni militari. Ma senza droni in Mali, la Francia avanzava alla cieca mettendo la vita dei propri soldati a rischio. Così sostenevano in ogni caso i due deputati. Non è chiaro come la Francia, che non addestra i generali russi e non ha informatori nell’esercito russo, possa combattere in Ucraina o in Crimea. Un’altra breccia nel Mali fu, secondo questi due deputati, la scarsa autonomia per il rifornimento degli aerei francesi. In Mali, la Francia ha bisogno vitale degli altri eserciti europei per rifornire in volo i suoi aerei, perché non può farlo da sola, non ha gli aerei necessari. In conclusione, i due deputati deplorano la subordinazione della Francia ai suoi alleati europei nel minuscolo teatro di guerra del Mali, definendolo “grande freno all’autonomia strategica della Francia”.

D – L’Europa può dichiarare guerra alla Russia? No
Mentre tutti gli occhi erano puntati alla Conferenza dei Capi di Stato africani e francesi sulla sicurezza in Africa, del 6 e 7 dicembre 2013, conferenza priva d’importanza strategica secondo me, qualcosa di più importante accadde invece due giorni prima, il 4 dicembre 2013 alle ore 9.30 presso la “Commissione della Difesa nazionale e delle forze armate francesi”. Sotto la presidenza di una nostra conoscenza, Philippe Nauche, assistemmo alla presentazione di due nuove persone: Danjean, presidente della sottocommissione “sicurezza e Difesa” del Parlamento europeo, e Maria Eleni Koppa, relatrice sui temi del Consiglio europeo, nel dicembre 2013, che affrontarono questioni su Difesa e sicurezza. Si parlò, tra l’altro, dell’intervento francese in Africa Centrale.
Ecco cosa dichiara Arnaud Danjean: “Il problema politico si aggiunge al problema di leadership in Europa. La difficoltà non sta tanto nelle persone quanto nell’autocensura delle strutture di Bruxelles: anticipando il blocco di certi Stati, non osano prendere iniziative su sicurezza e Difesa. Questo è il motivo per cui, in questi ultimi anni, le istanze della Difesa europea appaiono piatte. La Repubblica Centrafricana soffre per tale inazione. È probabile che l’UE si accontenterà del consueto ruolo di principale fornitore di aiuti umanitari. Kristalina Georgieva, Commissario per l’azione umanitaria, s’è già recata più volte nel Paese. Certi Paesi potrebbero fornire aiuti logistici, come del caso del Mali dove lo sforzo francese, segnato dall’invio di truppe da combattimento, fu possibile solo grazie al sostegno dei nostri alleati europei e nordamericani. Infatti, l’invio di un aereo da trasporto belga o olandese può essere determinante. Si tratta di una scommessa sicura in Africa Centrale, dove gli sforzi saranno condivisi nello stesso modo: i francesi inviano uomini di nuovo, e alcuni partner europei, nessuno dei quali mostra il desiderio d’inviare contingenti sostanziali, forniranno il supporto logistico e la Commissione firmerà un assegno umanitario“. (…) riguardo lo stato d’animo dei nostri partner europei, mi si permetta una metafora. Affinché le cose funzionino nella Difesa europea bisogna allineare tre pianeti: Francia, Gran Bretagna e Germania. Ma al momento, anche se l’immagine è assurda da un rigoroso punto di vista scientifico, non ne sono allineati nemmeno due! La Francia ha sempre tenuto una posizione da leader nel caso della Difesa europea, ma il dialogo con i suoi alleati resta complicato. Infatti, Francia e Germania, suo partner privilegiato, non usano la stessa lingua; quando parliamo di operazioni e istituzioni, i nostri amici tedeschi rispondono industria. Tuttavia, la loro visione industriale differisce profondamente dalla nostra: lungi dal basarsi su una politica industriale attiva a livello europeo, danno priorità alle loro aziende nazionali,  approfittando parecchio dei fondi europei. Per la Germania, il consolidamento dei mercati della Difesa deriva dalla corretta applicazione delle direttive europee sulla libera concorrenza“.
Ecco ciò che dice il deputato UMP Bernard Deflesselles del comitato: “Come voi, non mi aspetto molto dal Consiglio europeo del dicembre 2013. I dati sulla crescita dei bilanci militari nel mondo sono illuminanti: l’aumento è stato del 71% per la Cina, 65% per la Russia, 60% per l’India e 40% per il Brasile. Tutti gli Stati-continente aumentano a dismisura le spese per la Difesa. E l’Europa?  Siamo consapevoli della mancanza di volontà politica. Il Parlamento europeo ha cercato di farlo emergere e i rapporti del vostro sottocomitato sono eccellenti, ma non comportano nulla nella volontà dei governi. Ne abbiamo un esempio con il Mali. Sono lieto di apprendere che il contingente olandese di 380 uomini è stato inviato in questo Paese, ma ho visto con i miei colleghi della missione d’inchiesta sull’operazione Serval, che l’impegno dell’UE sul campo, cioè un contingente di 500 uomini assegnati all’addestramento dei nuovi battaglioni in Mali, non era all’altezza né delle aspettative, né della volontà dell’Europa. (…) Riguardo l’Agenzia europea per la Difesa (EDA), dobbiamo riconoscere che non è cambiato nulla dalla sua nascita, dieci anni fa.  L’unico progetto di difesa europea era l’A400M. Possiamo dire che per la cyber-difesa e l’industria spaziale non vi è alcun progetto o budget. L’Agenzia deve ancora affrontare l’Organizzazione congiunta per la cooperazione in materia di armamenti (OCCAR). In breve, non c’è nulla. Temo che l’Europa sia destinata a rimanere uno spazio economico con un po’ di solidarietà, forse, ma di certo non diventerà una potenza in grado di influenzare il mondo di domani“.
Philippe Folliot, del partito UDI (Unione dei democratici ed indipendenti) e segretario della commissione per la Difesa nazionale e le forze armate francesi, s’è interessato: “Abbiamo appena parlato del progressivo ritiro degli Stati Uniti dalla NATO: il centro d’interesse geostrategico degli statunitensi passa dal Nord Atlantico al Pacifico, senza rendersi conto che potrebbe essere devastante per la nostra capacità nel garantirci la sicurezza e la nostra Difesa, dato che ci saranno, se così posso dire, più fori nell’”ombrello statunitense“.

E – Parziale conclusione della prima di quattro parti:
E’ chiaro che in caso di aperto conflitto diretto con la Russia, su Crimea e Ucraina, l’Unione europea avrebbe più di un motivo per preoccuparsi. L’Europa è assai impigliata nei suoi problemi sulla Difesa per via degli Stati Uniti che hanno deciso di abbandonare la NATO, cioè di non finanziare più la Difesa dell’Europa per avvicinarsi al Pacifico, dove si gioca tutto adesso. E chi c’è nel Pacifico? Due Paesi: Russia e Cina, con altri quattro Paesi riuniti nella nuova alleanza strategica da quasi 3 miliardi di persone, cioè il 40% della popolazione della Terra, su 32 milioni di kmq dell’organizzazione intergovernativa regionale asiatica chiamata Shanghai Cooperation Organization che comprende Russia, Cina, Kazakhstan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. L’India ne è un osservatore così come Pakistan, Iran, Mongolia e dal 2012 anche Afghanistan. Altri Paesi come Turchia e Sri Lanka hanno chiesto di aderirvi e le loro richieste sono ancora in fase di elaborazione. Gli europei non vedono quanto di reale accade in Oriente, essendo impigliati nelle loro solite bugie finendo con il mentire a se stessi, cioè a credere nelle proprie bugie. Sebbene non contino più granché, subitaneamente di sono auto-proclamati comunità internazionale. S’è visto in Costa d’Avorio, e poi in Libia. Hanno inaugurato un nuovo modo di nascondere la propria debolezza militare con le sanzioni contro Costa d’Avorio e Libia e, avendo l’illusione che abbiano funzionato, oggi le brandiscono contro la Russia. Immaginate di dare il vostro raccolto di miglio al vicino di casa, che ha un grande granaio, affinché lo conservi. E il giorno in cui si arrabbiasse contro di voi, piuttosto che dire che non vuole tenere il vostro miglio e che dovete riprendervelo, vi dice che essendo arrabbiato vi blocca il raccolto, tenendoselo. Potreste chiamarlo bandito, si capisce. È il famoso congelamento dei capitali. Ed è così che Obama ha congelato 30 miliardi dollari di denaro libico detenuto in banche statunitensi. Oggi, nessuno sa cosa sia successo di quel grande bottino di guerra della Libia. Io ho una mia idea: forse Paul Bismuth, alias Don Sarko, ne sa qualcosa? Obama ed amici europei hanno voluto giocare alla Russia il colpo a Gheddafi. Solo che questa volta, come si dice ad Abidjan, hanno incontrato per strada un tizio. Un tizio con gli attributi di nome Putin. Ciò che fa tremare i capi europei è che il tizio non ha detto l’ultima parola e nessuno, nemmeno sua moglie, sa cos’ha in testa. Sulla testa di Gbagbo, in onore della Guida libica Gheddafi, vorrei dirgli: Parlate ancora!
Qui ci sono persone che si spacciano per “potenti” e che in ultima analisi sono forti con i deboli. Mi aspetto che Obama, Cameron e Hollande assemblino una coalizione dei volenterosi difensori del diritto internazionale per imporre una no-fly zone sulla Crimea. Là, sapremo chi sono i veri difensori del diritto internazionale.

644228Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’avanzata del drago cinese in Eurasia

Mahdi Darius Nazemroaya, Global Research, 19 mar 2014 China US HackingMentre gli Stati Uniti ruotano militarmente nella regione Asia-Pacifico, i cinesi avanzano verso occidente semplicemente con realizzazioni commerciali e programmi economici. I cinesi hanno terminato la costruzione del tunnel principale del corridoio di trasporto montano da Turpan a Kurla, collegandosi al Pakistan. Il corridoio è parte della Karakoram Highway nell’ambito del progetto per reintegrare la parte occidentale della Repubblica Popolare della Cina con le aree occidentali dell’Eurasia. Pechino crea proprie infrastrutture di trasporto ed energetiche in Eurasia, e le infrastrutture in costruzione saranno il motore della rinascita economica avviata. I cinesi sono ora presenti su tutta la vecchia Via della Seta e le antiche rotte commerciali marittime nell’Oceano Indiano per il commercio di spezie e metalli preziosi. La Cina s’è occupata della costruzione di porti in acque profonde e baie, ferrovie, autostrade, tunnel e snodi di trasporto in tutta la regione. Nonostante pressioni e tentativi di militarizzare e controllare le rotte marittime dell’Oceano Indiano degli Stati Uniti, i cinesi hanno creato una rete di infrastrutture che si estende fino a Gwadar, vicino al Golfo Persico, in Pakistan, ad Hambantota in Sri Lanka, a Chittagong in Bangladesh e a Kyaukphyu in Myanmar. Mentre gli Stati Uniti sconfortati si vedono emarginare nell’area, questi progetti cinesi tessono l’integrazione eurasiatica.

Le guerre segrete di Washington contro la Cina in Xinjiang e Tibet
Gli Stati Uniti hanno cercato e continuano a cercare d’indebolire la Cina. I tentativi di Washington d’indebolire la Cina includono lo sfruttamento delle tensioni etniche e delle divisioni tra i cinesi Han, che compongono la maggioranza della popolazione cinese, e i cittadini non-Han della Cina. Ciò include fomentare tensioni nel Turkestan orientale tra Han e i musulmani turcofoni uiguri  indigeni della regione autonoma dello Xinjiang. Gli Stati Uniti hanno inoltre continuamente istigato  proteste e la secessione del Tibet. Anche se il Dalai Lama e il suo governo in esilio pretendono che i disordini siano risultato del malcontento verso Pechino, le squadre dell’US Central Intelligence Agency (CIA) con la pianificazione degli Stati Uniti e l’addestramento della CIA, parteciparono nell’istigazione e nella manipolazione del malcontento tibetano scoppiato a Lhasa alla vigilia delle Olimpiadi estive di Pechino 2008. Han e i musulmani Hui, gruppo etnico composto da Han fusisi con i viaggiatori e commercianti della Via della Seta nel corso dei millenni, furono presi di mira e uccisi durante tale ondata di agitazioni anti-Pechino. Durante il 110th Annual Meeting dell’American Anthropological Association nel 2011 (dal 16 al 20 novembre a Montréal), un antropologo ammise che, per scopi di ricerca, ebbe accesso privilegiato al programma d’addestramento della CIA che fece esplodere i disordini del 2008 in Tibet. La CIA ha anche campi di addestramento per guerriglieri tibetani sul suolo statunitense, nascosti nelle Montagne Rocciose.
Nonostante le smentite di Washington, vi sono anche testi che parlano apertamente delle operazioni segrete in Tibet di Washington. L’attivista tibetano Jamyang Norbu ha scritto un capitolo in un libro pubblicato nel 1994 e curato dal professore della Columbia University e specialista del Tibet Robert Barnett, sulla resistenza e riforma in Tibet, apertamente dettagliando il ruolo della CIA in Tibet contro il governo cinese. ‘Il movimento di resistenza tibetano e il ruolo della CIA’ è il titolo del capitolo di Norbu. Nella letteratura più recente vi è il libro di Kenneth Conboy e dell’ex-agente della CIA James Morrison pubblicato nel 2002 dalla University Press of Kansas, ‘La guerra segreta della CIA in Tibet’. Tali autori rivelano apertamente come gli Stati Uniti hanno condotto una guerra segreta contro la Cina, incoraggiando la secessione del Tibet e controllando la guerriglia tibetana in lotta contro Pechino.

Marcia verso ovest
Washington inasprisce i problemi tra la Cina e i Paesi confinanti nel sud, nell’Est e sui mari. I funzionari statunitensi sognano di riavviare l’Asiatic Treaty Organization Southeast (SEATO). La SEATO è la defunta NATO dell’Asia orientale che doveva espandersi in parallelo all’Associazione delle Nazioni del Sudest Asiatico (ASEAN), proprio come la NATO e l’Unione Europea si sono allargati in coppia sull’Europa, parte occidentale dell’Eurasia. C’è anche il segmento asiatico del progettato scudo missilistico globale che il Pentagono costruisce vicino alla frontiere orientali densamente popolate della Cina. Ciò rientra nella strategia di accerchiamento eurasiatico contro la Cina e la Russia. Ciò porta al cosiddetto ‘Pivot asiatico’ che Hillary Clinton annunciò nel 2011, quando affermò che gli Stati Uniti puntavano alla regione Asia-Pacifico dal Medio Oriente e dall’Afghanistan presidiato dalla NATO. Pechino non c’è cascata, sapendola lunga. Gli Stati Uniti non hanno alcuna intenzione di lasciare il Medio Oriente o il poligono militare del Pentagono dell’Afghanistan. Invece i cinesi continuano con il loro programma di lento sviluppo della rete di infrastrutture commerciali diretta verso ovest, le coste del Mar Caspio e del Mediterraneo mediorientali. Foreign Policy, la rivista basata sullo ‘scontro di civiltà’ di Samuel Huntington, ha dato un assaggio di ciò che è ovvio in Cina; Yun Sun del Stimson Center East Asia, nel 2013: “Mentre gli USA ruotano ad est, la Cina marcia nell’altra direzione“, spiegava ai lettori.

L’impero predatore degli USA contro l’impero commerciale cinese
Gli Stati Uniti non hanno mai smesso di cercare di fermare i cinesi nel loro percorso. Il Trans-Pacific Partnership (TPP) è solo un altro piano degli USA per farlo. L’obiettivo del TPP è isolare i cinesi imponendo restrizioni commerciali tra Pechino e il resto della regione Asia-Pacifico. Pechino, tuttavia, ha altri piani. La Cina avanza i suoi progetti, perché indifferente alle operazioni di pressione e destabilizzazione di Washington. L’ombra che l’aquila statunitense proietta sull’Eurasia svanisce diminuendo costantemente. La Via della Seta è stata ricostruita in Eurasia dal Drago cinese e dai suoi alleati. Marco Polo verso l’altro verso. Il Drago e i suoi alleati, l’Orso russo e il Leone iraniano, hanno idee diverse sulla gestione della loro parte del mondo. La gestione dell’Eurasia sarà svolta sul posto e non dagli USA. Questa è la base del florilegio alfabetico delle diverse organizzazioni regionali, dall’Organizzazione per la Cooperazione Economica (ECO) all’Unione eurasiatica alla Shanghai Cooperation Organization (SCO). È solo la punta dell’iceberg.
La Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication (SWIFT), che ha escluso l’Iran dal sistema bancario internazionale nel 2012 su ordine dello Zio Sam, ha riferito alla fine del 2013 che la moneta nazionale cinese ha soppiantato l’euro come seconda maggiore valuta mondiale dopo il dollaro statunitense. L’8,66 per cento del commercio mondiale si svolge in yuan cinesi. È solo l’inizio. L’uso dello yuan aumenterà nelle transazioni internazionali.
Nonostante i tentativi degli Stati Uniti di frenare Pechino globalmente, l’influenza cinese in Africa e in America Latina aumenta. Gli Stati Uniti hanno diviso il Sudan, attaccato la Libia e creato l’Africa Command (AFRICOM), mentre i loro barboncini francesi hanno cominciato a reimporsi militarmente su tutta l’Africa sotto Nicolas Sarkozy, nel tentativo di cacciare i cinesi dall’Africa. I risultati, tuttavia, sono scarsi e l’influenza cinese continua a crescere in Africa. In tutta l’America Latina si parla di aumentare gli scambi commerciali con la Cina. I cinesi si preparano ad iniziare a costruire un megacanale in Nicaragua per soddisfare le crescenti richieste di scambi dall’America Latina. Allo stesso tempo, l’Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America (ALBA) e la Comunità degli Stati dell’America Latina e dei Caraibi (CELAC), riorientano l’America Latina  dagli Stati Uniti verso la Cina e i suoi partner eurasiatici. La presenza cinese è inoltre sentita sia nel Polo Nord che nel Polo Sud. Pechino è in trepidante attesa dell’apertura di una Arctic Silk Road dei programmi di esplorazione in Antartide. Pechino, inoltre, è un osservatore permanente presso il Consiglio Artico ed ha investito molto nella ricerca, nei programmi di sviluppo dell’Artico e nelle esplorazioni dei Paesi che si affacciano sul Polo Nord. L’obiettivo finale di Pechino è sviluppare una rete di trasporti e accedere alle riserve energetiche nell’Artico.
Il Pentagono vede nella Cina la maggiore minaccia agli Stati Uniti. La minaccia, tuttavia, non è di natura militare, ma economica. Il soft power cinese aggira l’hard power degli Stati Uniti. A differenza di Washington e dei suoi amici dell’Europa occidentale, il capitalismo cinese non è sostenuto dalla forza militare. Mentre Washington continua a fare la guerra e a rubare la ricchezza delle nazioni vinte, i cinesi continuano a fare affari in tutto il mondo, mentre continuano la loro marcia verso l’ovest dell’Eurasia, verso le rive del Mar Caspio e del Mediterraneo. In altre parole, la Cina lavora mentre gli USA tirano pugni.

china-sources-of-oilArticolo originariamente pubblicato da Russia Today il 17 marzo 2014.
Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Vedasi anche: HEARTLAND: Energia e Politica nell’Eurasia del XXI secolo

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