Il sogno degli Stati Uniti si schianta in Asia centrale

Atul Bhardwaj (India) Purple BeretsOriental Review 13 maggio 2013

198224475Il 3 maggio, un aereo cisterna KC-135 dell’aeronautica degli Stati Uniti si è schiantato nel nord del Kirghizistan. Tutti e tre i membri dell’equipaggi a bordo sono rimasti uccisi. In precedenza, il 27 aprile, quattro aviatori statunitensi sono morti quando un aereo da sorveglianza e ricognizione MC-12 si è schiantato nel sud dell’Afghanistan. Il 30 aprile, un’altra tragedia si è avuta quando un cargo Boeing 747 si è schiantato poco dopo il decollo nella base militare statunitense di Bagram, in Afghanistan. Tutte le sette persone a bordo sono morte. Il velivolo era impiegato dalla National Air Cargo, una controllata delle National Airlines della Florida. Nell’anno in corso, l’incidente dell’aero-cisterna è stato l’ottavo riguardante un aereo militare statunitense impegnato nelle operazioni in Afghanistan. Quattro elicotteri, un aereo da combattimento F-16 e un velivolo Beachcraft MC-12 Liberty dell’USAF sono tra i velivoli schiantatisi.
Le perdite di elicotteri sono regolari in Afghanistan e ricevono una copertura mediatica di routine.  Tuttavia, dato che gli incidenti degli aerei ad ala fissa sono rari, ricevono molto più spazio nei media. Gli incidenti aerei sono causati da vari motivi, ma un grande fattore nella maggior parte dei disastri aerei è la fatica degli equipaggi e l’eccesso di fiducia, che spesso emergono durante campagne militari prolungate. La ultradecennale campagna statunitense in Afghanistan s’è dimostrata essere assai impegnativa per gli effettivi delle forze armate degli Stati Uniti e gli effetti negativi iniziano a mostrarsi. Il KC-135 è precipitato vicino a Manas, la base militare statunitense presso la capitale del Kirghizistan Bishkek. Viene utilizzato dai militari degli Stati Uniti come base logistica nel trasferimento di attrezzature e truppe dentro e fuori l’Afghanistan. Manas è stata creata nel 2001 ed è sede di una flotta di aerei-cisterna con 1.500 effettivi statunitensi. Manas è stata il pomo della discordia tra Stati Uniti e la nazione ospitante, il Kirghizistan. Nel 2009, il Kirghizistan aveva affittato il terreno agli Stati Uniti per 60 milioni di dollari all’anno. Il contratto scadrà nel giugno 2014. Washington vuole una proroga del contratto di locazione, al fine di garantirsi il regolare ritiro delle truppe dall’Afghanistan, ma Bishkek è decisa a porre fine all’accordo sull’affitto.
Perdere un aereo in un Paese straniero non è una novità per gli USA, che gestiscono più di 800 basi militari all’estero. Da quando gli Stati Uniti sono profondamente coinvolti nelle operazioni militari in tutto il mondo, è naturale che vi perdano velivoli e uomini. Fino a quando gli statunitensi utilizzano aerei con o senza piloti nello spazio aereo internazionale, va bene. Tuttavia, quando violano lo spazio aereo di una nazione sovrana, cominciano i guai. Ad esempio, quest’anno, a metà  marzo, un drone MQ-1 Predator degli Stati Uniti, in ricognizione sul Golfo Persico, è stato intercettato da caccia iraniani. Alla fine, la questione si risolse dopo un duello verbale. Il drone venne scortato alla base da due aerei militari statunitensi. Tuttavia, nel novembre dello scorso anno gli iraniani spararono contro dei droni statunitensi. Nel dicembre 2011, l’Iran catturò un drone da ricognizione statunitense RQ-170, conosciuto come la ‘Bestia di Kandahar’. Il video del drone con le ali e il corpo completamente intatti fu diffuso dagli iraniani come prova per aver “spezzato” il codice del sistema di comunicazioni dell’RQ-170, facendolo atterrare in modo sicuro in un aeroporto dell’aviazione iraniana rimasto ignoto. Tuttavia, gli statunitensi reagirono aspramente alle affermazioni iraniane e dissero che l’RQ-170 si era schiantato in territorio iraniano.
L’incidente più pubblicizzato che coinvolse un aereo statunitense avvenne il 1° aprile 2001, quando un velivolo d’intelligence elettronica dell’US Navy EP-3E ARIES II, segnalò di aver avuto una collisione in volo con un intercettore J-8II della Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione (PLAN), sopra una zona economica esclusiva cinese. L’incidente sul Mar cinese meridionale causò l’uccisione del pilota cinese e l’atterraggio forzato dell’EP-3E sull’isola di Hainan. L’EP-3 era decollato dalla base aerea statunitense di Kadena a Okinawa, in Giappone. Presso l’isola di Hainan tutti i 24 membri dell’equipaggio dell’EP-3 furono catturati dai cinesi. Dopo le trattative, gli Stati Uniti scrissero una “lettera di doppie scuse” e la Repubblica popolare cinese rilasciò l’equipaggio.
Il più tragico incidente nella storia militare degli Stati Uniti accadde sul suolo canadese. Il 12 dicembre 1985, un aereo di linea DC-8-63CF, di un volo internazionale charter per il trasporto truppe statunitensi dal Cairo, in Egitto, alla base di Fort Campbell, Kentucky, via Colonia, in Germania, e Gander, a Terranova, si schiantò sulla pista di quest’ultima subito dopo il decollo. Tutti i 256 passeggeri, che appartenevano alle forze armate degli Stati Uniti, e l’equipaggio a bordo morirono. Il rapporto d’inchiesta sull’incidente ne individuò la causa nel: malfunzionamento dell’apparecchiatura, errore del pilota, impatto con un volatile o azione nemica. Tuttavia, indipendentemente dalle ragioni dell’incidente, i contribuenti degli Stati Uniti continueranno a perdere soldi, a meno che, naturalmente, l’amministrazione statunitense decida di ridurre l’impegno militare all’estero fornendo riposo e recupero ai propri soldati affaticati.

L’autore è un ricercatore presso la Scuola di Studi Liberali dell’Università Ambedkar, Delhi. È un alunno del College del Re, Londra.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La carta curda giocata da Washington

Olga Zhigalina (Russia) New Oriental OutlookOriental Review 14 maggio 2013
INTER-201025-Turquie-Kurdistan_grandL’Arabia Saudita e le altre monarchie del Golfo Persico hanno interesse nel piano per istituire un “Grande Kurdistan”, elemento importante della dottrina statunitense del “Grande Medio Oriente”.  Queste monarchie vogliono che l’Iraq, la Siria, l’Iran e la Turchia vengano rapidamente smembrate.  Non è la prima volta che Washington prova a giocare la “carta curda” nella regione, ed intende utilizzare i curdi come “quinta colonna” per aumentare la pressione sui regimi al potere, in particolare in Iran e Siria. Marcate modifiche si sono avute proprio in questo secolo, nel movimento democratico nazionale curdo. La caduta del regime di Saddam Hussein in Iraq e la sua occupazione da parte delle forze della coalizione a guida USA, è stato un fattore importante nel scatenare il nazionalismo tra i curdi iracheni. Il processo politico iracheno ha contribuito al riconoscimento dell’autonomia del Kurdistan iracheno nella costituzione del nuovo stato federato del 2005. L’élite nazionale curda ha accettato il federalismo nell’Iraq post-Saddam e ha proposto una nuova versione nazionalista della semi-indipendenza della loro regione. Nel 2012, i curdi in Siria occuparono parte del Kurdistan siriano e formarono una regione curda autonoma. Il governo iraniano si avvicinava all’opposizione curda con la proposta di avviare negoziati. Le nuove tendenze in atto in Turchia poterono in grado di facilitare i progressi sul problema curdo.
L’interesse del primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan nel mantenere il Partito Sviluppo e Giustizia (AKP) al potere e le sue aspirazioni verso la presidenza, hanno contribuito a qualche allentamento della sua linea dura contro i curdi: apparentemente aveva iniziato a mostrare la volontà di modificare la costituzione del Paese e di alterarne il sistema politico. La montante crisi siriana e il deterioramento della situazione al confine turco-siriano (lungo 500 km ed abitato prevalentemente da curdi) hanno spinto Erdo?an ad adottare misure più drastiche. A un tratto si è reso conto che la politica della Turchia verso la Siria, e in particolare il suo sostegno all’opposizione siriana, veniva giocata dai curdi della Turchia, in particolare dal PKK, sostenendone e favorendone l’avanzata  demografica, politica e militare. Ciò significava che il coinvolgimento della Turchia nelle ampie  azioni internazionali e regionali volte a limitare l’influenza iraniana su Damasco avrebbe complicato le relazioni turco-russe e intensificato il conflitto armato con il PKK. Pertanto, la preoccupazione per la questione curda in Turchia e la creazione dell’autogoverno curdo in parte del Kurdistan siriano, ha spinto i leader della Turchia a moderare le loro mire espansionistiche verso la Siria e fare il passo inedito di aprire dei colloqui con Abdullah Ocalan, nonostante l’opposizione dai nazionalisti e dei militari turchi.
I colloqui avviati dal gruppo parlamentare curdo coinvolsero rappresentanti dell’intelligence turca,  producendo un accordo con il capo del PKK Ocalan. Il PKK era stata dichiarata organizzazione terroristica dai leader della Turchia ed opera illegalmente in Turchia. Nonostante un penoso processo di raggiungimento di un accordo sia in corso, si può dire che riguarda disposizioni intese a frenare le aspirazioni nazionaliste dei curdi. L’élite politica curda ha reagito in modo ambivalente verso la riconciliazione di Ocalan con le autorità turche, con gli oppositori che affermano che le speranze dei curdi possono realizzarsi solo attraverso la “disintegrazione” di altri Paesi, in particolare la Siria e l’Iraq. Diffidano dell’accordo di Ocalan nel disarmare e ritirare i combattenti curdi provenienti dalla Repubblica di Turchia. Altri sostengono la tesi contraria, che il cessate il fuoco aiuterà il movimento curdo ad espandersi e nel fornire ai curdi più opportunità per soddisfare le loro richieste nell’ambito della struttura statale esistente. L’Unione europea, gli Stati Uniti e i curdi iracheni vedono il processo dei negoziati come una mossa positiva. Washington ha detto che sosterrà il popolo della Turchia nei suoi sforzi per risolvere il problema. L’UE ha esortato le parti ad incontrarsi e a raggiungere la pace promettendo pieno sostegno al processo di pace. I rappresentanti dei curdi iracheni hanno espresso soddisfazione per i curdi turchi che si muovono nella giusta direzione, anche se sentono che sia ancora presto.
Nel frattempo, c’è tensione in Turchia tra sostenitori e oppositori della politica conciliante sulla questione curda. Alcuni curdi ritengono che tale politica può causare una spaccatura nel PKK e la sua eliminazione progressiva, e che ciò interessa le autorità turche e l’occidente. Ci sono aspetti positivi e negativi nei tentativi del governo della Turchia di raggiungere un accordo con il PKK. Il governo turco ha riconosciuto per la prima volta che Ocalan è il leader politico dei curdi della Turchia e non un terrorista, ed ha ritenuto opportuno avviare negoziati con lui sulla questione curda. I politici si sono rifiutati di discutere con lui di una prospettiva nazionalista. Vogliono porre la questione di far tornare le relazioni turco-curdi a prima del periodo di Kemal, all’epoca dell’impero ottomano, quando il Kurdistan godeva di uno status speciale. Erdogan ha anche accennato alla possibilità di discutere una struttura federata, in futuro. Tuttavia, questo non significa che i curdi guadagnano terreno verso il raggiungimento dei loro obiettivi nazionali, come la creazione di uno Stato curdo. Nel suo messaggio del marzo 2013, tuttavia, il leader del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) Ocalan ha detto che la fine della lotta armata tra i combattenti curdi e l’esercito turco apre le porte a una nuova fase dello sviluppo del movimento curdo, all’intensificazione della lotta democratica e all’espansione del movimento. Possiamo supporre che, accettando le garanzie costituzionali ai diritti dei curdi, prenderanno respiro iniziando una nuova fase della loro lotta.
Nel frattempo, né la Turchia (e gli altri leader regionali), né gli Stati Uniti sono interessati a creare uno Stato curdo. Gli Stati Uniti sono sempre stati disposti a mantenere in vita il problema curdo,  riuscendo a mantenere vantaggiosamente l’equilibrio delle forze di cui hanno bisogno nella regione. Infatti, la perdita del Kurdistan della Turchia ne indebolirebbe significativamente la posizione geopolitica in Asia occidentale, impedendole di realizzare i piani strategici per l’Asia centrale, il Caucaso e la Russia. Uno Stato curdo unificato (costituito dalle aree curde della Turchia e dell’Iraq) dominerebbe le regioni del sud-est e dell’est della Turchia, bloccandone l’accesso all’Azerbaigian, al Caucaso e alle repubbliche turche dell’Asia centrale. Rivali della Turchia nell’influenza nel Caucaso e in Asia centrale, gli Stati Uniti si sono già assicurati posizioni decenti in Azerbaigian. Se il gasdotto che collega il giacimento di Shah Deniz in Azerbaigian con la città turca di Erzurum (attraverso il quale già passa un gasdotto che collega la Turchia e l’Iran) verrà costruito, gli Stati Uniti, dopo aver ottenuto il sostegno dei curdi turchi, saranno in grado di controllare le forniture energetiche dall’Asia centrale alla Turchia.
Prendendo l’iniziativa politica di placare i curdi turchi, allontanandoli dagli Stati Uniti, i leader turchi cercano di evitare che gli Stati Uniti e Israele utilizzino il fattore curdo per bloccare gli interessi della Turchia nel Caucaso e nella regione del Mar Caspio. Anche ignorando le critiche degli Stati Uniti, bypassando Baghdad per concludere contratti petroliferi diretti con la regione del Kurdistan iracheno. La Turchia continua a rafforzare il suoi contatti commerciali ed economici con i curdi iracheni nonostante le preoccupazioni dell’amministrazione Obama che ciò possa destabilizzare l’Iraq. In una conversazione telefonica con il presidente del Kurdistan Massoud Barzani, il segretario di Stato degli Stati Uniti John Kerry ha insistito sul fatto che i curdi iracheni non devono stipulare contratti di forniture di greggio alla Turchia ignorando Baghdad, sostenendo che ciò potrebbe portare alla disintegrazione del Paese. Desiderando rimanere l’unico arbitro regionale, gli Stati Uniti tentano di bloccare e indebolire la posizione della Turchia in Iraq e nel Kurdistan turco, dove la Turchia ha iniziato a rivendicare un ruolo nuovo e più significativo. Il processo di pace nel Kurdistan turco, innescato dagli eventi in Siria, favorisce Erdogan che vuole concorrere alla presidenza, così come alcuni politici turchi che cercano di espandere i loro progetti politici ed economici nel Caucaso e in Asia centrale. Tuttavia, è ancora troppo presto per valutarne l’impatto sui curdi della Turchia.

Olga Zhigalina, Dr. sc.  (Storia), è capo della sezione di curdologia e studi regionali del Medio Oriente e Senior Fellow del Centro per lo Studio dei Paesi del Medio Oriente dell’Istituto di Studi Orientali dell’Accademia delle Scienze Russa.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Siria e il Pakistan sono i componenti per assemblare un megagasdotto per la Cina?

Mahdi Darius Nazemroaya, Global Research, 14 aprile 2013

Mediterranean-China-PipelineIl conflitto in Siria viene insistentemente legato agli interessi dell’Iran e, in misura minore, della Russia. Poco, però, viene detto circa la Cina. Pechino ha una partecipazione importante in tutta l’iniziativa siriana per la sua sete di energia. I cinesi, con gli indiani, hanno effettuato investimenti nel settore energetico siriano. Saranno anche i principali beneficiari della quota dal Mediterraneo orientale delle future esportazioni di gas dalla Siria. Nel 2007, dopo che l’accordo di Turkmenbashi venne firmato, tramite un accordo tripartito tra le repubbliche di Turkmenistan, Russia e Kazakhstan, e dopo che il vertice del Mar Caspio si era tenuto a Teheran tra la Repubblica di Azerbaigian, Iran e le suddette tre repubbliche, è diventato chiaro che “una contro-alleanza eurasiatica veniva costruita attorno alla coalizione cino-russo-iraniana [rendendo] la guerra contro l’Iran un’opzione sgradevole che potrebbe trasformarsi in un conflitto mondiale” (Nazemroaya 2007). Ciò che non era troppo chiaro, invece, era che “[gli] snodi dei corridoi energetici strategici dell’Eurasia [erano] in fase di sviluppo” (Ibid.). Va notato che “i leader di Turkmenistan, Russia e Kazakhstan avevano anche previsto l’inserimento di un corridoio energetico iraniano, dal Mar Caspio al Golfo Persico, come estensione dell’accordo di Turkmenbashi” (Ibid.).
L’Iran ha iniziato la costruzione di un enorme impianto per il gas liquido (LNG), completo di impianti di stoccaggio e terminali di carico, nel 2007. L’ubicazione dell’impianto di trasformazione LNG è a Porto Tombak, nel Golfo Persico. L’impianto LNG è stato costruito pensando alla Cina, e un accordo con i cinesi è stato stilato sulle future esportazioni di LNG. Nello stesso anno, la Siria è entrata anche a far parte della più ampia strategia energetica eurasiatica che unisce l’Iran, la Russia e la Cina (Ibid.). Questo è il motivo per cui sia l’Iran che la Russia sono coinvolti nei progetti e nell’esplorazione sul gas in Libano e Siria. Le posizioni e gli interessi di Teheran e Mosca, e il loro rapporto con la Siria, possono essere riassunti nel seguente passaggio: “Russia e Iran sono anche le nazioni con le maggiori riserve di gas naturale del mondo. Questo si aggiunge ai seguenti fatti; l’Iran esercita anche un’influenza sullo Stretto di Hormuz, la Russia e l’Iran controllano le esportazioni di energia dall’Asia centrale ai mercati globali, e la Siria è il perno di un corridoio energetico nel Mediterraneo orientale. Iran, Russia e Siria da ora eserciteranno grande controllo e grande influenza su questi corridoi energetici e, per estensione, sulle nazioni che ne dipendono nel continente europeo. Questo è un altro motivo per cui la Russia ha costruito strutture militari sulle coste mediterranee della Siria. Il gasdotto Iran-Pakistan-India rafforza ulteriormente anche questa posizione a livello globale (Ibid.). Si stima che nel 2007 circa il 96,3 per cento del gas che si prevede sarà “importato dall’Europa continentale, verrà controllato da Russia, Iran e Siria con tale accordo” (Ibid.).
Allo stesso modo, gli interessi degli Stati Uniti e dei suoi alleati della NATO e dei petro-sceiccati arabi in Siria, possono essere così articolati: “La trasformazione della Siria in uno Stato cliente non solo aiuterebbe a sgretolare il Blocco della Resistenza [composto da palestinesi, Iran, Libano, Siria e Iraq], ma darebbe il controllo del corridoio energetico levantino, nel Mediterraneo orientale, a Israele e alle potenze della NATO. Un ponte terrestre diretto collegherebbe Israele e la Turchia, e l’Iran verrebbe tagliato dai suoi piccoli alleati levantini in Libano e Palestina, indebolendo la loro resistenza ad Israele. Il Mar Mediterraneo diverrebbe un lago esclusivo della NATO e la via di transito energetico nord-sud, nel Levante, cadrebbe sotto il controllo atlantista. Il bacino levantino, che si estende da Gaza ad Alessandretta, ha diversi grandi giacimenti di gas, soggetti a tensioni regionali sul loro sfruttamento e sulla titolarità dei diritti. Israele è in contrasto sia con il Libano che con i palestinesi di Gaza sulla questione. L’Iran e la Russia, i due più grandi proprietari di gas del mondo, hanno interessi in questi giacimenti di gas e sono coinvolti in progetti per aiutare il Libano e la Siria a valorizzare e di sviluppare i loro giacimenti. Assicurandosi il controllo della Siria o di parti di una Siria in frantumi, questi giacimenti di gas finirebbero totalmente sotto il controllo dell’Alleanza atlantica e gli iraniani e russi ne verrebbero scacciati.” (Nazemroaya 2012, p. 324-325).
La realtà geo-politica in Siria lavora anche contro la Pipeline Nabucco e gli interessi turchi. Nel contesto di questa strategia energetica eurasiatica, ciò che dovrebbe diventare chiaro con l’annuncio della costruzione della Pipeline Iran-Iraq-Siria, dopo che il governo iracheno, a Baghdad nel febbraio 2013, ha dato via libera al progetto, sono i collegamenti tra la Siria e il Pakistan tra essi e con la Cina attraverso l’Iran. La Pipeline Iran-Iraq-Siria, che passerà anche attraverso il Libano, è stato presentata come una rotta per esportare il gas iraniano fino alle coste del Mediterraneo orientale. La direzione del flusso del gas, tuttavia, può essere invertita. Il gas del Mediterraneo orientale dalle coste del Libano e della Siria, forse anche della Striscia di Gaza e dall’Egitto, può essere esportato verso est attraverso la pipeline e incanalato attraverso il Pakistan alla Cina. In parte, tolti i suoi vasti giacimenti di gas, questo spiegherebbe anche i megaprogetti infrastrutturali LNG dell’Iran, che mirano a fare dell’Iran l’hub internazionale per la lavorazione e il commercio del gas naturale.

L’accordo tra Pakistan e Iran sulla Pipeline
Nell’Est dell’Iran, il progetto di gasdotto tra Iran e Pakistan è all’opera da anni. All’inizio venne previsto d’includervi l’India. Ciò che era meno chiaro era la posizione cinese. Anche se non era esplicitato, la Cina era sempre incombente sullo sfondo. A causa degli interessi cinesi, Washington non è stata in grado di fermare il progetto: “Per quanto riguarda le rotte energetiche strategiche, il Pentagono e la NATO vedono la Pipeline dell’Amicizia [di Iran-Pakistan-India] come una minaccia o un corridoio energetico rivale a quelli che programmano per l’Eurasia. Il rifiuto continuo di Islamabad di piegarsi alle richieste degli Stati Uniti per annullare il gasdotto con l’Iran, è direttamente legato agli interessi geostrategici cinesi. Come accennato in precedenza, vi è una forte possibilità che la Cina possa essere inclusa nel progetto del gasdotto o che il gasdotto possa costituire una pipeline Iran-Pakistan-Cina che aggirerebbe l’India. Questo minaccia l’obiettivo degli Stati Uniti di contenere la Cina e isolare l’Iran, controllando i rifornimenti energetici cinesi e manipolando la rotta delle esportazioni energetiche iraniane” (Ibid. p. 185-186).
Come l’Iran e la Russia, la Cina si è anche offerta di aiutare e finanziare il Pakistan nella costruzione del gasdotto nel suo territorio. I cinesi stanno già lavorando silenziosamente sulle infrastrutture in Pakistan: “Nel 2007, con la vitale partecipazione cinese, il porto di Gwadar è stato  adattato per ospitare il traffico oceanico. I cinesi danno un grande valore strategico a Gwadar, perché si trova sulla costa del Mar Arabico, alla foce del Golfo di Oman (Mar di Oman) nei pressi dell’alleato strategico della Cina, l’Iran, e di un Golfo Persico ricco di idrocarburi. Gli strateghi cinesi vogliono integrare Gwadar con la Regione Autonoma del Xinjiang, nella Cina uigura, con l’autostrada del Karakoram. Se questo sarà fatto, quindi, le importazioni di energia cinesi verso la Cina possono ignorare l’oceano e garantirsi inoltre la sicurezza di Pechino da eventuali azioni per isolare la Cina ad opera della Marina degli Stati Uniti o di altre forze ostili che cercherebbero di tagliare i rifornimenti energetici cinesi in uno scenario bellico. L’Iran può anche importare direttamente dalla Cina tramite Gwadar. La questione importante sia per Pechino che per Washington è se un Belucistan indipendente servirebbe o opererebbe contro gli interessi navali cinesi di Gwadar. Sostenendo la secessione del Baluchistan dal Pakistan o provocando un conflitto baluchi-pakistano, gli Stati Uniti probabilmente spererebbero che Pechino venga costretta a sostenere gli sforzi di Islamabad per mantenere l’integrità territoriale del Pakistan, ed i propri interessi. Questo alienerebbe il Baluchistan dalla Cina e magari provocherebbe la perdita di Gwadar a danno dei cinesi” (Ibid. p.186-187).
In sintesi, la Pipeline Iran-Iraq-Siria e il gasdotto Iran-Pakistan sono frammenti dello stesso grande gasdotto eurasiatico che s’intreccerebbero come un tappeto persiano artigianale. Questo si aggiunge  al contesto del conflitto in Siria, contribuendo anche a spiegare le posizioni di Paesi come il Qatar e la Turchia che vogliono un cambio di regime a Damasco. Ciò è anche uno dei motivi per cui l’Unione europea ha unilateralmente sanzionato l’Iran LNG Company (ILC) nel 2012, poco prima che l’Iran iniziasse le sue esportazioni di LNG.

Gas, petrolio, guerra e geopolitica nel Mediterraneo orientale
Il “Grande Gioco” tra i due blocchi rivali si svolge in Siria. Da una parte ci sono Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Turchia, Arabia Saudita e Qatar, mentre dall’altra vi sono Cina, Russia e Iran. Da qui può essere ribadito che: “Il Mediterraneo è letteralmente diventato un prolungamento delle pericolose rivalità internazionali per il controllo delle risorse energetiche del Caucaso e dell’Asia Centrale” (Nazemroaya 2007). Israele fa parte di questo gioco. Non solo Israele ha interesse a neutralizzare la Siria allontanandola dall’Iran, ma vuole anche una quota del gas del Mediterraneo orientale: “Il giacimento di Tamar, scoperto nel 2009 al largo della costa di Israele, è una grande promessa. Il Leviathan, scoperto nel 2010, lo è ancora di più. L’US Geological Survey calcola che ci potrebbero essere 120 miliardi di piedi cubi (TCF) di gas tecnicamente recuperabile nel bacino del Levante, che bagna le coste di Israele, Libano, Siria e Cipro” (The Economist 2013).
Hezbollah ha anche messo in guardia Israele nel 2011, “contro il tentativo di rubare le risorse marittime del Libano e ha detto che subirebbe ritorsioni per un qualsiasi attacco israeliano contro gli impianti petroliferi e gasiferi [del Libano]” (AP 2011). Un alto funzionario delle Nazioni Unite è anche intervenuto per chiedere a Libano e Israele di cooperare per promuovere la ricerca di petrolio e gas nel Mediterraneo orientale (ibid.).
Come Israele, anche la Turchia è interessata a spartirsi i giacimenti di gas del Mediterraneo orientale, così come il controllo del flusso di gas attraverso il territorio turco: “Le frontiere marittime d’Israele con il Libano sono contestate. E la sua partnership energetica con Cipro ha alimentato un altro incendio. Le pretese di Cipro del Nord, controllato dai turchi, si sovrappongono a quelle greco-cipriote. La Turchia vuole fermare qualsiasi esplorazione. Per sottolineare questo punto, ha inviato una nave da guerra nella zona dopo che sono iniziate le esplorazioni, lo scorso anno” (The Economist 2013). Inoltre, come suggerito sopra, Cipro è anche parte del quadro: “L’esportazione di gas naturale liquefatto (LNG), nei mercati in cui i prezzi sono alti, sarebbe una cosa ottima. Ma questo richiederebbe ingenti investimenti e un grande impianto costiero. Cipro è acuta, ma non ha denaro. Il gas israeliano potrebbe essere liquefatto a Cipro, ma ciò significherebbe che Israele ne cederebbe il controllo, un’idea sgradevole per alcuni nazionalisti. Un impianto di liquefazione in Israele non sarebbe praticabile, per via dello spazio limitato, degli ambientalisti inflessibili e di una sicurezza difficile da garantire” (Ibid.).
La petro-politica nel Levante è un ulteriore fattore o livello che può essere utilizzato per mettere in discussione gli obiettivi dell’assedio finanziario all’economia greco-cipriota.

L’instabilità in Siria e Pakistan: i tentativi di Washington di strangolare la Cina
In ultima analisi, nel contesto delle forniture di gas dal Mediterraneo orientale, la Siria è per la Cina proprio come l’attuale “Secondo assalto all’Africa” che ha preso di mira Sudan, Libia e Mali. A questo proposito, la guerra della NATO in Libia e l’assedio contro la Siria sono due fronti della stessa guerra, che mira a neutralizzare i cinesi. Lo stesso vale per le crisi interne in Pakistan. “La biforcazione tra potere militare e potere finanziario a livello mondiale, nonché l’ascesa economica dell’Asia orientale continuano“, come parte di ciò che studiosi come Giovanni Arrighi (2010, p. 381), credono essere una “transizione egemonica”. La svolta di Washington verso l’Asia-Pacifico è diretta contro i cinesi e a impedire che Pechino sconfigga gli Stati Uniti sulla scena mondiale. Washington ha lavorato per destabilizzare il corridoio energetico eurasiatico pianificato dalla Cina. In Pakistan si è fatto questo, contribuendo alle tensioni interne e alle divisioni etniche interne: “La provincia pakistana del Baluchistan è importante in questa equazione. Il Baluchistan non è solo geo-strategicamente importante riguardo i collegamenti energetici eurasiatici, ma è anche ricco di giacimenti minerari e di idrocarburi. Nella maggior parte dei casi, questi giacimenti di minerali ed  energetici sono intatti. Sarebbe molto più facile procurarsi minerali ed energia di questa zona, da una relativamente meno popolata e indipendente repubblica del Baluchistan, che sarebbe felice di vendere le sue risorse a prezzi inferiori. Potrebbe anche contribuire a destabilizzare le province iraniane orientali, compresa la provincia del Sistan-Baluchistan. Un Baluchistan indipendente dal Pakistan potrebbe contrastare Teheran con rivendicazioni territoriali sul Sistan-Baluchistan” (Nazemroaya 2012, p.186).
Questo è anche probabilmente il motivo per cui il generale Pervez Musharraf in Pakistan è tornato dal suo esilio volontario negli Emirati Arabi Uniti, assieme alla dissoluzione del fronte unito a lui contrario tra il Partito Popolare del Pakistan e la Lega Mussulmana del Pakistan di Nawaz Sharif. E’ diventato chiaro che ci sia una pressione esterna, come ad esempio dall’Arabia Saudita, affinché  i tribunali e il governo pakistani non lo perseguano. Il ritorno del generale Musharraf in Pakistan, per concorrere alla presidenza, non ha alcuna possibilità di successo. Musharraf, tuttavia, può agire come uno spoiler e dividere ulteriormente la società pakistana. Il suo ritorno ha anche attratto la cauta attenzione di Pechino. Se la Pipeline Iran-Iraq-Siria e il gasdotto Iran-Pakistan saranno collegati e riforniranno la Cina, ciò sarà un duro colpo al primato degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti si propongono di sconvolgere il completamento di entrambi i progetti. La tensione di Washington con Teheran sul programma nucleare iraniano deve, quindi, essere visto come un paradigma che punta anche a questo.

Riferimenti
Arrighi, Giovanni. Il lungo XX secolo: denaro, potere e le origini del nostro tempo. 2.da ed., New York, Verso, 2010.
Gas in the eastern Mediterranean: Drill or quarrel?” The Economist, 12-18 gennaio 2013, p.58.
Hezbollah warns Israel against ‘stealing’ gas from Lebanon”, Associated Press, 26 luglio 2011.
Nazemroaya, Mahdi Dariusm, “The ‘Great Game’ Enters the Mediterranean: Gas, Oil, War, and Geo-Politics”, Global Research, 14 ottobre 2007
Nazemroaya, Mahdi Darius, The Globalization of NATO, Atlanta, Georgia, Clarity Press, 2012.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli obiettivi eurasiatici degli Stati Uniti e la guerra in Afghanistan

Salman Rafi Sheikh (Pakistan) Oriental Review 18 marzo 2013

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Dal 19° secolo le superpotenze hanno ‘giocato’ il Grande Gioco nella regione dell’Asia centrale, meridionale e sud-occidentale. Durante questo ‘gioco’, l’Afghanistan, che collega strategicamente questi segmenti geografici dell’Asia, è stato storicamente al centro delle manovre inglesi e russe nella lotta per il controllo dell’Asia centrale, nel 19° e agli inizi del 20° secolo. E nell’arco di tempo presente, con le risorse energetiche che diventano tra i maggiori fattori di contesa nella rivalità tra le grandi potenze, l’importanza dell’Asia centrale aumenta ulteriormente a causa delle sue potenziali risorse energetiche. Tuttavia, l’accesso a tali risorse e il controllo delle loro rotte di esportazione, non sono possibile per una qualsiasi potenza extra-regionale senza avere una forte presenza militare nella regione. La dominante presenza militare in Afghanistan è, dunque, considerata dagli statunitensi di vitale importanza per l’attuazione degli interessi degli Stati Uniti. Fornisce la piattaforma attraverso cui gli Stati Uniti possono minacciare i loro potenziali rivali regionali, così come dominare le rotte per l’esportazione del gas e del petrolio provenienti dalla massa eurasiatica. Inoltre, l’Afghanistan si trova lungo il proposto oleodotto dai giacimenti petroliferi del Mar Caspio all’Oceano Indiano, pertanto, la sua importanza per la grande strategia del 21° secolo degli Stati Uniti, è fondamentale. Per essere realistici, quindi, l’invasione statunitense dell’Afghanistan deve essere analizzata dal punto di vista degli obiettivi geo-strategici e geo-energetici degli Stati Uniti, piuttosto che dal punto di vista proiettato dall’”eliminazione del terrorismo globale” da parte degli Stati Uniti. Questo breve articolo presenta un’analisi dei grandi obiettivi degli USA del 21° secolo e l’importanza dell’Afghanistan per il raggiungimento di tali obiettivi.
La dissoluzione dell’URSS rese disponibile agli Stati Uniti nuove vie energetiche verso ciò che è comunemente noto come “ventre” della Russia o regione dell’Asia centrale. Da allora, questa regione è stata teatro di manovre politiche ed economiche, rivalità, conflitti, interferenze e lotte per avere il controllo sulle sue vaste risorse energetiche, per obiettivi geo-strategici e geo-economici di lungo termine. Il controllo delle risorse energetiche di questa regione può eventualmente consentire agli Stati Uniti di manipolare a proprio favore le relazioni con Paesi energivori come India, Cina, Pakistan, Giappone, altri Paesi dell’Asia orientale e anche Paesi europei. In altre parole, il controllo su questa regione apre la via al dominio sia geo-strategico che geo-economico non solo di questa regione, ma anche oltre. Sono quindi le risorse energetiche alla base della logica per capire la politica degli Stati Uniti volta a dominare politicamente tutta la regione attraverso il controllo dell’Afghanistan, che fornisce una base di fondamentale importanza per dominare le rotte terrestri per l’approvvigionamento energetico e per controllare la regione eurasiatica, come anche dominare la proposta Via della Seta. Così, la guerra in Afghanistan non riguarda i cosiddetti terroristi di al-Qaida, né di liberare il mondo dai pericoli del terrorismo, ma piuttosto ha molto a che fare con gli obiettivi a lungo termine degli Stati Uniti per dominare le risorse energetiche mondiali. È dunque qui che risiede il significato effettivo dell’invasione statunitense dell’Afghanistan, richiedendone la comprensione per  determinare la dinamica della guerra in corso nella regione.
L’attacco all’Afghanistan è avvenuto nel 2001, ma la preparazione alla guerra era già iniziata nel 1999, quando il Silk Road Strategy Act [i] venne approvato dal Congresso degli Stati Uniti. Tale legge definiva l’approccio fondamentale  della politica degli Stati Uniti per l’acquisizione dell’energia nella regione eurasiatica. Il paragrafo sei della legge, fornisce la logica alla base della politica degli Stati Uniti nei confronti della regione. Dichiara che la regione del Caucaso meridionale e dell’Asia centrale ha abbastanza risorse energetiche per soddisfare i bisogni statunitensi e ridurne la dipendenza dall’instabile regione del Golfo Persico. [ii] La legge fu modificata nel 2006, dichiarando che la sicurezza energetica era la ragione principale per cui gli Stati Uniti rimanevano in Afghanistan. L’Afghanistan ha tale posizione cardine perché è l’unico Paese della regione che aveva fornito agli Stati Uniti un pretesto per invaderlo. La saga occidentale sul malgoverno dei taliban e del loro rifiuto di consegnare bin Ladin contribuì preparando le menti occidentali ad attaccare e smantellare il regime talib. Al contrario, è ironico notare che non si fa riferimento ad al-Qaida o bin Ladin nell’emendamento della legge del 2006. Il terrorismo non fu dichiarato motivo per rimanere in Afghanistan. Anche se altre dichiarazioni politiche [iii] indicavano l’eliminazione del terrorismo quale obiettivo principale degli Stati Uniti, la notevole discrepanza tra politiche dichiarate e azioni intraprese crea una contraddizione nell’intera agenda anti-terrorismo e anti-taliban degli USA, che dà a questa guerra una particolare nota sulla manipolazione politica, lo sfruttamento delle risorse e il dominio regionale. Il Silk Road Strategy Act, che delinea il quadro principale degli obiettivi economici ed energetici degli Stati Uniti, anche indirettamente, ha aperto la strada all’invasione dell’Afghanistan. Senza avere una posizione di forza nella regione, gli Stati Uniti non avrebbero potuto avere una qualsiasi posizione di controllo delle risorse energetiche e delle rotte commerciali. Allo stesso modo, senza alcuna posizione di forza, non sarebbe stato possibile agli Stati Uniti dominare tutta la regione che si estende dal Mar Nero al Mar Caspio, e anche sull’Asia centrale, occidentale, sud-occidentale e orientale dell’Asia. L’Afghanistan non è solo un Paese debole, almeno nei calcoli degli Stati Uniti sul potenziale dell’Afghanistan, ma è anche posizionato al centro della regione che gli Stati Uniti vogliono dominare politicamente, militarmente ed economicamente, controllandone le vie di esportazione del petrolio e del gas. La presenza militare in Afghanistan così serve gli obiettivi regionali degli Stati Uniti. La cartina seguente è sufficiente ad illustrare questo punto:

Eurasia-sketchL’importanza geospaziale, geostrategica e geoenergetica dell’Afghanistan per gli USA. (Le frecce rosse in grassetto mostrano la sfera di influenza che gli Stati Uniti programmano di istituire nella regione, con una forte presenza militare in Afghanistan.)

Il successo dell’attuazione del Silk Road Strategy Act rende necessaria una massiccia presenza militare nella regione e il controllo militarizzato della regione eurasiatica, come mezzo per assicurarsi il controllo sulle riserve di petrolio ed energetiche, e per proteggere oleodotti e corridoi commerciali. La militarizzazione è volta in gran parte contro la Russia, la Cina, l’Iran e il Pakistan. In altre parole, gli obiettivi reali degli Stati Uniti sono non solo geo-energetici, ma anche geo-economici e geo-strategici. E il raggiungimento di questi obiettivi richiedeva la rimozione del regime talib dall’Afghanistan e l’installazione di governanti favorevoli. Questo era ed è, nei calcoli statunitensi, il modo di raggiungere il triplice obiettivo. Dato che il petrolio e il gas non sono prodotti soltanto commerciali, e il controllo del territorio è una componente essenziale della superiorità strategica sui potenziali rivali.
La guerra in Afghanistan è quindi tanto una guerra per occupare un territorio che per avere la meglio sui rivali regionali come la Cina, la Russia e l’Iran, al fine di assicurarsi le rotte energetiche e commerciali. In altre parole, è ritenuto un mezzo per sostenere il solitario status di potenza globale mantenendo il controllo sui potenziali rivali sfruttandone i punti deboli. Il conflitto in Afghanistan ha creato le condizioni per rafforzare la presenza militare degli Stati Uniti in tutta la regione. Il fenomeno dei taliban, in sé, avrebbe dovuto facilitare, sia pure indirettamente, gli Stati Uniti nella costruzione di basi militari, avendo gli Stati dell’Asia centrale una lunga rivalità con i taliban, affrontando la minaccia della diffusione della loro versione radicale dell’Islam [i]. In altre parole, la guerra in Afghanistan non riguarda l’eliminazione dei terroristi, i taliban non sono al-Qaida. L’origine dei taliban risiede nella guerra in Afghanistan. Furono gli stessi USA, che aiutarono pienamente i mujahidin afghani a combattere i sovietici. A quel tempo, gli interessi degli Stati Uniti e quelli degli afghani erano assai convergenti. Ma dopo la fine della guerra, la situazione cominciò a cambiare, e così fece la politica degli Stati Uniti nei confronti dei taliban, che nacquero sotto la guida del mullah Omar, dopo la guerra, e unendo comandanti afghani locali ed ex-mujahidin. La politica degli Stati Uniti ebbe un cambiamento visibile nel 1997 con la nomina di Madeleine Albright a segretaria di Stato, che criticò apertamente i taliban durante la sua visita in Pakistan, nel 1997. Arrivò al punto di dichiararli “fondamentalisti islamici medievali”. Ciò che causò tale cambiamento fu, oltre ad altri fattori, la marcata ‘insensibilità’ dei taliban agli interessi degli Stati Uniti. Quando i taliban stavano per sottomettere l’Afghanistan, gli Stati Uniti speravano che avrebbero servito gli interessi degli Stati Uniti in Afghanistan, tra cui la costruzione di oleodotti e gasdotti delle compagnie petrolifere statunitensi (UNOCAL e Delta), collegando le risorse energetiche degli Stati dell’Asia centrale al mercato globale [ii], come in seguito indicato nel Silk Road Strategy Act, attraverso l’Afghanistan e il Pakistan. Il rifiuto dei taliban di accondiscendere agli interessi degli Stati Uniti non dovrebbe essere così sorprendente, dato il peculiare aspetto psicologico dei pashtun e le loro esperienze storiche con le potenze straniere. Così, i taliban afgani locali non volevano essere occupati da una qualsiasi potenza straniera. Considerando la psiche e il comportamento degli afghani, le loro esperienze passate e storiche, la geografia della regione e la loro cultura, era naturale concludere che fosse assai difficile soggiogarli con la forza. E’ la storia che testimonia e fornisce le prove incontestabili che gli afghani sono noti nel mantenere la loro indipendenza e nel resistere all’occupazione straniera con tutta le loro forze. [iii] In quanto tali, i taliban non sono terroristi come proiettano i media occidentali e degli Stati Uniti. Sono vittime della grande strategia degli Stati Uniti, che rovescia quei regimi che non dimostrano di essere abbastanza sensibili nel tutelare gli interessi degli Stati Uniti. [iv] Gli Stati Uniti hanno invaso e rovesciato i taliban al fine di spianare la strada alla loro presenza a lungo termine nella regione. Dal momento che queste invasione e occupazione sono contrarie alla psiche degli afgani, una forte resistenza era inevitabile. Gli afghani non solo hanno resistito, ma la loro resistenza aumenta ogni giorno, rendendo estremamente difficile per gli Stati Uniti ed i loro alleati avere una permanente presenza militare nella regione.
L’aspetto geo-strategico e geo-politico della guerra in Afghanistan, come sottolineato in precedenza, e la necessità per gli USA di rovesciare il regime dei taliban, sono strettamente legate all’aspetto della geo-energia. Il controllo del flusso delle risorse energetiche nella regione tramite una forte presenza militare in Afghanistan, è stato il mezzo calcolato dagli Stati Uniti per manipolare la geopolitica regionale. La maggior parte dei Paesi del Sud-Est asiatico e asiatici ha bisogno di energia, mentre i paesi dell’Asia settentrionale, centrale e occidentale sono produttori di energia. L’obiettivo degli Stati Uniti è avere al suo fianco il numero massimo di produttori di energia per manipolare a suo favore le relazioni con i Paesi bisognosi di energia come il Pakistan, l’India, la Cina, il Giappone, ecc, da un lato e dall’altro far concorrenza ai potenti produttori di energia come la Russia e l’Iran. In altre parole, come hanno osservato Fouskas e Gokay, il controllo sull’energia è la chiave dell’egemonia globale degli Stati Uniti, mantenendo il controllo sugli avversari, istituendo una nuova sfera di influenza e integrando la regione dell’Asia centrale nell’economia globale guidata dagli Stati Uniti; [v] e l’Afghanistan è il luogo chiave per eseguire questa strategia.
L’attuazione del Silk Road Strategy Act richiede la militarizzazione del cuore eurasiatico dal territorio dell’Afghanistan, e richiede anche la costruzione di oleodotti per garantirsi il flusso di energia. La logica dei progetti dei gasdotti è fornita da tale legge e dalla National Security Strategy del 1999.  Il documento del NSS così enuncia le motivazioni: “Concentriamo l’attenzione soprattutto sugli investimenti nelle risorse energetiche del Mar Caspio e nella loro esportazione dalla regione del Caucaso ai mercati mondiali, in modo da ampliare e diversificare le forniture energetiche mondiali e promuovere la prosperità nella regione. [vi]” E’ in questo contesto che gli Stati Uniti hanno ritenuto molto importante manipolare le enormi risorse energetiche della regione eurasiatica. Considerando dal punto di vista degli Stati Uniti, la dipendenza economica della regione e l’ombrello di sicurezza attuato dagli USA devono essere mantenuti al fine di rafforzarne il dominio regionale e anche globale. Per fornire tale ombrello di sicurezza, gli Stati Uniti hanno bisogno di costruire una permanente forza militare nella regione, con molte basi militari ben attrezzate in Afghanistan. Lo scopo di queste basi non è ‘smantellare e distruggere’ i terroristi, perché non ci sono terroristi, come definiti dagli USA, in Afghanistan. Lo scopo di queste basi, data l’estrema importanza geostrategica e geoenergetica della regione, è consentire agli USA di essere in grado di evitare che qualsiasi altra potenza domini la ricca regione energetica, e anche di agire tempestivamente e rapidamente contro ogni potenziale minaccia agli interessi degli Stati Uniti.
L’analisi della strategia degli Stati Uniti nella costruzione delle basi militari in Afghanistan, supporta anche la tesi secondo cui la guerra in Afghanistan non è volta a smantellare il terrorismo ma riguarda il petrolio e il gas. Dall’occupazione dell’Afghanistan nel 2002, gli Stati Uniti d’America costruiscono basi militari seguendo un piano sistematico. Durante la sua visita in Afghanistan nel 2004, il segretario di Stato statunitense Donald Rumsfeld annunciò la costruzione di nove basi nelle province di Helmand, Herat, Nimrouz, Balkh, Khost e Paktia. Queste nove basi si aggiunsero alle tre basi già installate sulla scia dell’occupazione degli Stati Uniti dell’Afghanistan.  Queste basi sono destinate a proteggere gli interessi geostrategici e geoenergetici degli Stati Uniti. William Engdahl ha analizzato in dettaglio la strategia degli Stati Uniti. Secondo lui, il Pentagono ha costruito le sue prime tre basi, Bagram Air Field a nord di Kabul, il principale centro logistico militare degli Stati Uniti; Kandahar Air Field, nel sud dell’Afghanistan, e Shindand Air Field nella provincia occidentale di Herat. Shindand, la più grande base statunitense in Afghanistan, è stata costruita a soli 100 km dal confine con l’Iran, e a metà strada tra Russia e Cina. [vii] In secondo luogo, in Afghanistan si trova il tracciato del proposto oleodotto per trasferire petrolio dall’Eurasia all’Oceano Indiano. È un dato di fatto che la maggior parte delle basi statunitensi costruite in Afghanistan si trovi sulla la via del gasdotto (TAPI), al fine di garantirne la sicurezza contro ogni minaccia. [viii]
Gli Stati Uniti riconoscono pienamente l’importanza delle risorse energetiche dell’Asia centrale e le possibilità economiche che offrono sui mercati mondiali e nella regione stessa. Richard Boucher, Assistente del segretario di Stato per l’Asia centrale e meridionale, ha detto nel 2007: “Uno dei nostri obiettivi è stabilizzare l’Afghanistan“, e collegare l’Asia centrale e meridionale nel dicembre 2009, “in modo che l’energia possa fluire a sud”. George Krol, Viceassistente del segretario di Stato per l’Asia centrale e meridionale ha detto, al Congresso, che una delle priorità degli Stati Uniti in Asia centrale è “aumentare lo sviluppo e la diversificazione delle risorse energetiche della regione e delle rotte di approvvigionamento. L’Asia centrale ha un ruolo vitale nella nostra strategia in Afghanistan.” [ix]
Nel caso dell’Afghanistan, è il gasdotto TAPI a contare molto. E’ la pipeline programmata a portare l’energia dalla regione del Caspio all’Oceano Indiano attraverso il Turkmenistan, l’Afghanistan, il Pakistan e l’India. Di fatto, è il gasdotto che ha innescato il conflitto armato nella regione. I negoziati con i taliban sul tracciato del gasdotto fallirono nel 2001, poco prima degli incidenti dell’11 settembre 2001. Il rifiuto dei taliban di accogliere gli interessi degli Stati Uniti, si rivelarono l’ultimo chiodo della bara del regime talib. Furono estromessi e si ritenne che la via alla costruzione del gasdotto TAPI fosse stata sgombrata, e i capi degli Stati partecipanti iniziarono gli incontri per finalizzare il progetto. L’accordo fu finalmente firmato nel 2008. [x] Prima dell’invasione statunitense dell’Afghanistan e degli attentati dell’11 settembre, la Unocal statunitense aveva già testimoniato al Congresso che il gasdotto non poteva essere costruito fino a quando un governo riconosciuto a livello internazionale fosse stato costituto in Afghanistan. Per far avanzare il progetto, si dovevano ottenere finanziamenti internazionali, con accordi inter-governativi e tra governi e consorzi. [xi] Qui si pone la domanda su quanto gli USA otterrebbero da questo progetto di oleodotto? La risposta è più opportuna portando alla ribalta il significato dell’Heartland eurasiatico di Mackinder. Il gasdotto avrebbe sottolineato il significato geo-politico di altre pipeline sostenute dagli USA, come la BTC e la Trans-Caspio, migliorando il controllo degli USA sulle vie di esportazione dell’energia. Nei calcoli degli Stati Uniti, se si potevano controllare le vie di esportazione di energia con una forte presenza militare in Afghanistan e fornendo l’ombrello di sicurezza, potevano controllare le risorse energetiche del continente eurasiatico e, infine,  controllare anche l’Heartland eurasiatico. [xii] Quando si studia la questione del TAPI, in linea con il succitato Silk Road Strategy Act, diventa abbastanza chiaro che il controllo dei giacimenti energetici sia l’interesse primario degli USA nella regione, dovendoli mettere sotto controllo per adempiere agli interessi geo-strategici e geo-economici di lungo termine, e mantenere l’egemonia.
L’analisi di sopra dimostra che l’invasione statunitense dell’Afghanistan non è il risultato del piano di un qualsiasi gruppo terroristico per creare disagi in tutto il mondo. É principalmente il risultato del perenne potente braccio di ferro politico in corso tra le potenze mondiali. E’ un fatto che in altre aree del mondo in cui il petrolio e il gas sono stati scoperti, come Venezuela, Messico, Africa occidentale, non vi è la stessa attenzione. E’ così perché queste aree non sono strategicamente così importanti come lo è l’Heartland eurasiatico. [xiii] La presenza della maggior parte dei Paesi nucleari più potenti, delle maggiori economie e delle rotte commerciali più antiche, dona a questa regione una grande importanza nella politica internazionale. La strategia degli USA, sia in tempo di guerra (invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq, costruzione di basi) che in tempo di pace (costruzione di oleodotti) serve alla loro grande strategia del 21° secolo per mantenere l’egemonia. Un occhio attento è in grado di rilevare che tutte queste strategie hanno un obiettivo comune,  migliorare il controllo politico statunitense sulla massa eurasiatica e le sue risorse in idrocarburi. L’intensificata corsa all’egemonia globale e alla crescente dipendenza della prosperità economica dal petrolio e del gas, sono i fattori principali che si muovono dietro la grande strategia degli Stati Uniti nella regione eurasiatica, comprendendo l’invasione dell’Afghanistan e l’istituzione della presenza militare permanente nella regione. Anche se l’attuale situazione in Afghanistan sembra negativa per gli Stati Uniti, tuttavia, questa situazione oggettiva degli USA e dell’Afghanistan è funzionale al raggiungimento di tali obiettivi. In quanto tale, la guerra non puntava a ‘colpire e distruggere’ i terroristi, ma al gas, al petrolio e al mantenimento del potere o, come dice Zbigniew Brzezinski, “una potenza che domina l’Eurasia dominerebbe due delle tre regioni economicamente più produttive del mondo, l’Europa occidentale e l’Asia orientale… ciò che accadrà nella distribuzione del potere nel continente eurasiatico sarà di importanza decisiva per il primato globale dell’America e la sua eredità storica”. [xiv] La guerra, quindi, non è volta a mantenere un equilibrio di potere, ma a sbilanciarla a favore degli USA contro i suoi principali rivali, la maggior parte dei quali si trova nella massa continentale eurasiatica.

Note
[i] Marker Menkiszak, “Russia’s Afghan Problem: The Russian Federation and the Afghan Problem Since 2001.” Center For Eastern Studies 38 (2011), p. 53
[ii] Ahsan ur Rehman Khan, “Taliban as an Element of the Evolving Geopolitics: Realities, Potential, and possibilities.” Institute of regional Studies, Islamabad 19 (2000-2001), p. 98-99
[iii] Ahsan ur Rehman Khan, Moorings and Geo-Politics of the Turbulence in Pashtun Tribal Areas Spreading to other Parts of Pakistan (Lahore: Ashraf Saleem Publishers, 2011), p. 14-16. L’Autore si occupa della psiche e del comportamento pashtun, come anche di altri fattori che influiscono sulla loro mentalità peculiare, dettagliati nel suo libro citato qui.
[iv] Emre Iseri, “The US Grand Strategy and the Eurasian Heartland in the Twenty-first Century.” Geopolitics 14 (2009), p. 6
[v] V. K. Fouskas and B. Gökay, “The New American Imperialism: Bush’s War on Terror and Blood for Oil.” Westport, CT: Praeger Security International (2005):  29
[vi] “A National Security Strategy for a New Century” Washington, DC: The White House (1999), p. 33
[vii] William Engdahl, “Geopolitics Behind the Phoney U.S. War in Afghanistan”  The Market Oracle (2009)
[viii] Ibid
[ix] John Foster, “Afghanistan, the TAPI Pipeline, and Energy Geopolitics” Journal of Energy Security (2010)
[x] Ibid
[xi] Ibid
[xii] Emre Iseri, “The US Grand Strategy and the Eurasian Heartland in the Twenty-first Century.” Geopolitics 14 (2009), p. 19
[xiii] J. Nanay, ‘Russia and the Caspian Sea Region’, in J. H. Kalicki and D. L. Goldwyn (eds.), Energy & Security: Towards a New Foreign Policy Strategy (Baltimore: The John Hopkins University Press, 2005), p. 142.
[Xiv] Zbigniew Brzezinski, ‘La Grande Scacchiera: la supremazia americana e la sua importanza geostrategica’ (Basic Books: New York 1997), p. 223.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La volatilità di Gas, Geopolitica e Grande Medio Oriente

Intervista con il Maggiore Agha H. Amin
Christof Lehmann Nsnbc 30 gennaio 2013

5901C-Afghanistan-pakistanIl Maggiore Agha H. Amin è un ex ufficiale pakistano e autore di vari libri, tra cui “Sviluppo delle fazioni taliban in Afghanistan“, “La guerra dei taliban in Afghanistan” e “Storia dell’esercito del  Pakistan“. Ha studiato presso il Forman Christian College e la Pakistan Military Academy di Kalkul. Agha H. Amin ha lavorato come Assistant Editor del Defensee Journal, Executive Editor del Globe, e come Editor del Journal of Afghanistan Studies. E’ un membro attivo del think tank ORBAT e dell’Alexandrian Defense Group e lavora come consulente per la gestione della sicurezza. Agha H. Amin ha lavorato come consulente in diversi progetti su petrolio, gas ed  energia in Asia centrale,  Afghanistan e Pakistan, tra cui i gasdotti TAPI, CASA 100, la linea Uzbekistan-Afghanistan- Pakistan e la linea Turkmenistan-Mazar Sharif. È un esperto di sicurezza nazionale e regionale,  sicurezza energetica e geopolitica. Ciò che segue è il testo integrale di un’intervista di Christof Lehmann al Maggiore Agha H. Amin del 30 gennaio 2013.

CL: Non molto tempo fa abbiamo discusso della situazione in Siria, e del fatto che la causa principale della sovversione in Siria sia il progetto del gasdotto PARS da 10 miliardi di dollari, che porterà gas dall’Iran, attraverso l’Iraq e la Siria al Mediterraneo orientale, tra i più importanti fattori vi è l’influenza politica che l’Iran acquisirebbe se, insieme alla Russia, fornisse più del 40% del gas consumato dall’UE nei prossimi 100-120 anni, e un tentativo degli Stati Uniti e del Regno Unito per sabotare l’ulteriore integrazione delle economie e dell’energia nazionali dell’Europa continentale e della Russia. Sia i vertici del Partito dei Lavoratori che ex- alti ufficiali della Turchia accusano il governo dell’AKP del primo ministro R. Tayyip Erdogan di essere coinvolto nella realizzazione del progetto del Grande Medio Oriente, sviluppato dalla RAND Corporation per il dipartimento della Difesa USA nel 1996. Il piano prevede la “balcanizzazione” della Turchia in Staterelli. Abbiamo discusso di un possibile piano per creare un corridoio della NATO dalla Turchia all’India. Nella nostra discussione, lei ha detto: “Vorrei aggiungere che l’istituzione del corridoio nel Kurdistan  potrebbe modificare sensibilmente le dinamiche di sicurezza del gasdotto russo South Stream, che rientra tra le cause della guerra alla Siria.” Può informarci sui fattori più importanti riguardo la dinamica della sicurezza del gasdotto russo South Stream?
AHA: L’idea strategica della NATO, è diretta ad assicurare i confini settentrionali d’Israele contro Hezbollah e le frontiere meridionali contro Hamas, e ad eliminare la base navale russa nel Mediterraneo orientale, nella città siriana di Tartous. La NATO sta progettando di creare un corridoio strategico occidentale per garantirsi la sicurezza energetica nel caso in cui le forniture di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz siano interrotte a causa di una guerra con l’Iran, o per altra causa. Uno dei primi passi verso l’attuazione del piano strategico a lungo termine, è la spartizione della Turchia con la creazione di distinte aree curde, fornendo in tal modo alla NATO un accesso diretto al ventre molle della Russia, il Caucaso. Questo può idealmente essere usato per controllare il petrolio caucasico, nonché per sostenere i ceceni contro la Russia in un conflitto a bassa intensità. Inoltre, creando uno Stato curdo indipendente, si avrebbe bisogno di un accesso al mare. Questo può essere ottenuto sulle coste meridionali della Turchia e quelle settentrionali della Siria. Se un soldato governativo siriano o un ‘pazzo’ islamista siriano ci restano secchi, va sempre ugualmente bene per gli USA/NATO.
L’idea cardine strategica è interiorizzare la guerra nel mondo islamico, in modo che l’Europa e gli Stati Uniti siano più sicuri, mentre i nemici della civiltà occidentale si distruggono a vicenda. La NATO è un club di lupi e la Turchia è il lupo più strano della NATO. Una volta che i lupi hanno mangiato la Siria, mangeranno lo strano lupo turco. Sì, la Turchia ottiene enormi fondi dall’Arabia Saudita, in particolare i pagliacci islamisti del Partito della Libertà e Giustizia. I pagliacci del partito islamista corrompono la laicità della Turchia. D’altra parte, la Turchia gioca al meglio il ruolo di attrezzo della NATO. Per usare un paragone storico, quando Hitler iniziò a mangiarsi gli agnelli d’Europa, come i Sudeti della Cecoslovacchia e l’Austria, il mondo lo tollerò. Il limite fu raggiunto nel 1939. E’ paragonabile alla NATO, guidata dagli Stati Uniti, che mangia agnelli dal 1991. In primo luogo la Serbia è stata distrutta, poi è toccato al Kosovo, e quindi ad Afghanistan, Iraq e  Libia. Penso e spero che la Siria sia il punto di svolta. Con la Libia è iniziata la pessima pratica di usare i cani rabbiosi islamisti come ascari. Al-Qaida e altri gruppi islamisti fanatici sono stati usati in Libia e ora di nuovo in Siria. La NATO sta scatenando gli stessi selvaggi che pretende di combattere in Afghanistan, contro Stati laici come la Libia e la Siria. Se la Russia non si fosse affermata, i lupi avrebbero attaccato la Siria oggi. Questi lupi hanno paura solo delle armi di distruzione di massa, le ADM, e ogni Stato che non avrà ADM sarà fatto a pezzi e divorato dai lupi. Speriamo che Putin si riveli come un nuovo Mosè che sfida i lupi dalle anime pagane.

CL: Considerando la volatilità della situazione in Siria, e che un conflitto del genere è facilmente in grado di sviluppare una dinamica propria, una dinamica che non é né prevista né voluta dalle parti interessate, e considerando che l’aggravarsi della crisi in una guerra regionale che coinvolga Iran, Iraq, Siria, Israele, Libano, Giordania, Stati arabi del Golfo, Turchia, Paesi della NATO e Russia potrebbe avere conseguenze catastrofiche e, inoltre, considerato che la situazione è tale che non sembra che i soggetti interessati possano vincere, ma che tutti possono perdere, quali iniziative  diplomatiche, politiche ed economiche sarebbero necessarie e possibili per risolvere la crisi?
AHA.Ci stiamo muovendo verso una grande guerra mondiale e la suprema anarchia strategicamente eterodiretta“. Questo è accaduto, perché i piloti che avrebbero dovuto regolare la politica e il corso della storia, non hanno il talento per esercitare tale ruolo assegnatogli dalla Storia! Costoro in realtà indossano le uniformi dei piloti, ma hanno il calibro degli assistenti di volo! Tra loro vi sono Obama, Yusuf Raza Gillani, Man Mohan Singh e il re saudita. Ciò ci ha portato a una situazione tipo Sarajevo, in cui gli eventi hanno cominciato a muovere i responsabili, piuttosto che i responsabili a decidere gli eventi. Fino al 2008, gli Stati Uniti erano guidati da un pilota irruento dal  basso quoziente intellettivo, ma dalla definita risolutezza strategica. Un uomo dall’intelletto limitato, ma che poteva prendere decisioni strategiche. Dopo il 2008, gli Stati Uniti sono divenuti  un arrampicatore sociale che appare all’esterno intelligente e brillante, ma che non è uno statista e ha una visione strategica nulla. Così in Afghanistan, dopo il 2008, è passato da una relativa calma all’anarchia, lontano dal sud preoccupante.
Il Pakistan ha fatto di peggio. E’ stato guidato da un opportunista che ha tentato di soddisfare tutte le parti, compresi statunitensi, islamisti, liberali, pakistani e indiani. In Pakistan di conseguenza si è  sviluppato la fatale “confusione del principio” che ha fratturato l’intera società pakistana fin nelle sue più profonde fondamenta. Questo militare opportunista, a sua volta, ha fatto la pace con i politici corrotti per prolungare il suo governo. Successivamente, l’intero edificio politico del Pakistan è stato infranto. L’esercito pakistano è stato attaccato dagli islamisti con l’accusa di essere in combutta con le potenze cristiane. L’esercito pakistano ha perso la sua intera credibilità quando è emerso come il principale partito del controverso accordo NRO che legittimava la corruzione dei passati politici del Pakistan, che l’esercito aveva perseguito con zelo nel 1999-2002. Il Pakistan è stato inghiottito da due grandi insurrezioni. Quella degli islamisti e quella in Baluchistan. Entrambi hanno il potenziale di destabilizzare e persino di distruggere il Pakistan.
Gli Stati Uniti non hanno una strategia in Afghanistan e si trovano in una situazione da comma 22, a meno che non decidano di adottare la strategia dell’azione decisiva. Mentre i responsabili politici degli Stati Uniti vedono il Pakistan come centro di gravità degli islamisti, tra cui i taliban afghani, gli Stati Uniti non riescono ad elaborare una strategia determinante per affrontare il Pakistan. Le risorse nucleari del Pakistan, il supporto cinese e il sempre più crescente supporto russo, sono gli ostacoli principali che si trovano ad affrontare gli Stati Uniti nella formulazione di una strategia  decisiva contro il Pakistan. Sia l’Iran che il Pakistan restano due cactus strategici per gli Stati Uniti,  che vengono costantemente innaffiati da Cina e Russia. Il raid contro Usama bin Ladin e l’incidente di Salala hanno forzato le élite militare e politica del Pakistan a chiudere le linee dei rifornimenti della NATO in Afghanistan. Lo scandalo del memogate ha anche aumentato il divario tra civili e militari in Pakistan, ma questo sembra essere più una manovra degli Stati Uniti per dividere e indebolire il Pakistan. Le tendenze strategiche fondamentali in questo scenario sono le seguenti: Il ritiro degli Stati Uniti, totale o parziale, rafforzerebbe gli islamisti in Afghanistan che vedranno la sconfitta, totale o parziale, degli Stati Uniti come una grande vittoria per l’Islam. Ciò destabilizzerà il Pakistan e aumenterà le possibilità di una guerra tra India e Pakistan. Lo scudo missilistico degli USA ha definitivamente alienato la Russia, una Russia che si riafferma e prende l’iniziativa di aiutare tutte le forze anti-americane.
Il fallimento degli Stati Uniti nell’affrontare correttamente l’Iran e il Pakistan destabilizza ulteriormente la situazione. Le risorse nucleari pakistane dissuadono gli Stati Uniti da qualsiasi grande avventura contro il Pakistan. Le possibilità di un colpo di stato interno pro-Stati Uniti in Pakistan, da parte del PPP, sono diventate alte la settimana dopo l’incidente di Usama bin Ladin e l’incidente di Salala. Le probabilità di un colpo di stato militare in Pakistan diventerà più forte se la situazione si muove e se il piano dell’ISI pakistana (Intelligence Inter-Servizi) di avere un governo nazionale guidato da Imran Khan avrà esito negativo. L’India percepisce ancora il Pakistan come una grave minaccia strategica e resta preoccupata dalle armi nucleari strategiche del Pakistan. Questo farà sì che gli indiani continueranno ad alimentare la guerra a bassa intensità in Pakistan. Gli Stati Uniti cercano di seguire una politica che riduca il Pakistan a una dimensione secondaria e confini le armi nucleari del Pakistan in Punjab. Nel caso del Baluchistan, non sarà difficile per gli Stati Uniti balcanizzare il Pakistan se decideranno di sostenere i secessionisti baluci. Karachi rimane un asset strategico per gli Stati Uniti con il MQM e altri elementi che possono paralizzare Karachi con poche ore di preavviso.
La politica degli Stati Uniti sarà difficile da formulare ed eseguire. Nessuno Stato nucleare è mai stato denuclearizzato con la guerra. La politica che gli Stati Uniti seguiranno sarà destabilizzare il Pakistan e presentarlo come un pericolo per la pace mondiale, come la Repubblica Popolare Democratica della Corea. Nel processo, anche un piccolo incidente può avviare un grande terremoto strategico. Dio aiuti gli Stati Uniti, il Pakistan, l’India e il mondo.

CL: La guerra degli USA in Afghanistan dura ormai da più di dieci anni. Dopo il 25° vertice della NATO a Chicago, nel 2012, è emerso che la NATO manterrà una presenza in Afghanistan almeno fino al 2014, e molto probabilmente fino al 2025 e oltre. La NATO e i media mainstream occidentali continuano a spacciare l’argomento secondo cui la presenza della NATO è necessaria per combattere “i taliban” e al-Qaida in Afghanistan. Inoltre, le aggressioni degli Stati Uniti in Pakistan, prevalentemente sotto forma dell’aumento degli attacchi dei droni, vengono anch’essi spacciati con lo slogan della lotta contro i “taliban”. La prego di aiutarci a decostruire il racconto sui “taliban” e a sollecitare cosa s’intende con “taliban”, di quali sfumature dovremmo essere a conoscenza. Sembra che gli Stati Uniti, per molti aspetti, combattano un nemico che creano.
AHA: Per rispondere alle vostre domande, vorrei fare riferimento alla mia valutazione del 2008. “Si noti che Obama è solo un arrampicatore sociale intelligente, un meticcio spedito a calci verso l’alto, un presidente senza alcun controllo su nulla.” Gli obiettivi non sono al-Qaida, i taliban e bin Ladin. Gli obiettivi sono attaccare l’Iran, il ventre molle russo degli Stati petroliferi dell’Asia centrale, destabilizzare la provincia cinese del Sinkiang con un’insurrezione islamista, denuclearizzare il Pakistan e consolidare l’asse Stati Uniti – India contro la Cina, dopo che il Pakistan sarà balcanizzato. Gli obiettivi sul terreno non sono al-Qaida, i taliban e bin Ladin. I droni continuano a sparare su obiettivi a caso per convincere l’opinione pubblica e dare ai ricchi amici nell’industria della difesa altri appalti per la fornitura di equipaggiamenti e munizioni. Le truppe statunitensi consolidano il traffico petroliero sulla strada Kandahar-Herat. Non c’è una vera e propria offensiva lanciata contro i taliban. Sono la ragione per cui gli Stati Uniti sono in Afghanistan, quindi perché gli USA/NATO dovrebbero eliminarli. I politici degli Stati Uniti  fanno pressione sul Pakistan per mezzo degli attacchi con i droni, costringendolo ad intraprendere un’azione militare nel FATA allo scopo di destabilizzare il Pakistan, in modo che le motivazioni ultime per la denuclearizzazione del Pakistan siano create.
Gli strumenti degli Stati Uniti in questo esercizio, sono i contractor statunitensi in Pakistan e Afghanistan, le società di sicurezza britanniche e statunitensi in Pakistan, i banchieri e i dirigenti d’azienda statunitensi o ex-statunitensi in Pakistan, che possono avere influenza negativa sui vertici civili e militari. Con le elezioni del 2008, gli Stati Uniti hanno già ottenuto un cambiamento di regime politico in Pakistan, mentre l’esercito pakistano e la salvaguardia delle risorse nucleari del Pakistan, sono il prossimo obiettivo. L’obiettivo di attaccare l’Iran e il ventre molle della Russia nell’Asia centrale ricca di petrolio, è stato finora un miserabile fallimento, con i fantocci degli USA che non possono controllare l’Asia centrale, l’Iran e la Cina. Tuttavia, l’addestramento segreto degli ascari avviene nelle basi statunitensi in Afghanistan. L’obiettivo di destabilizzare la provincia cinese del Xinjiang con un’insurrezione islamista è un obiettivo logico, ma c’è la volontà indipendente del nemico, sostenuta dalle ADM. La Cina “non è” l’Iraq.
La denuclearizzazione del Pakistan sta procedendo ad un buon ritmo, anche se nessun grande successo è stato raggiunto. Il governo civile pakistano è completamente sul libro paga degli Stati Uniti, mentre potrebbero essere necessari 2 – 5 anni prima che l’esercito pakistano diventi un attrezzo completo degli Stati Uniti. Per quanto riguarda l’obiettivo di consolidare l’asse Stati Uniti – India, dopo la balcanizzazione del Pakistan, il programma include la balcanizzazione nello Stato Baluchi, nel Pashtunistan, nello Stato della città di Karachi, nel Sindhu Desh. Un Pakistan denuclearizzato sarà costituito solo dal Punjab e dalle zone settentrionali controllate dalla Cina. Ciò richiederà da cinque a dieci anni. Con il Pakistan balcanizzato, gli Stati Uniti e l’India avranno una completa contiguità contro la Cina e la Russia.

L’analisi
L’attuale posizione strategica degli Stati Uniti è la silenziosa registrazione degli obiettivi in Pakistan, Iran, Sinkiang cinese e Asia centrale dominata dai russi. Cercando base logistiche negli Stati ex-societici dell’Asia centrale, gli Stati Uniti cercano di apportare vantaggi economici all’Asia centrale, in modo che la presa russa sia indebolita. Tuttavia, la Russia è convinta che gli Stati Uniti devono fallire in Afghanistan e compie notevoli sforzi per aiutare le forze contrarie agli USA in Afghanistan, attraverso l’Iran e le Repubbliche dell’Asia centrale. Le forze USA non saranno in grado di controllare l’Afghanistan, a meno che il Pakistan venga balcanizzato e questo accadrebbe in almeno 3-5 anni.
Il primo Stato a secedere con il sostegno degli Stati Uniti sarebbe il Baluchistan. Questo perché la base della lotta contro le forze USA in Afghanistan è nel Baluchistan pakistano, e la Russia, l’Iran e la Cina hanno un comune interesse a scacciare gli USA dall’Afghanistan tramite gli ascari dei pakistani noti come taliban. Quando il Pakistan aiuta i taliban in Afghanistan, in realtà difende se stesso. La manovra degli Stati Uniti per risolvere la situazione sarebbe una guerra manipolata dagli Stati Uniti tra India e Pakistan, che lascerebbe il Pakistan e l’India gravemente danneggiati, seguita dalla denuclearizzazione del Pakistan. Cina, Russia e Iran sono gli avversari degli Stati Uniti, hanno il potenziale per sventare i piani degli Stati Uniti. C’è l’imprevisto del Fattore X.
Sembra che ci sia un forte consenso negli Stati Uniti così come nei suoi alleati della NATO, che il Pakistan sia il centro di gravità degli islamisti, nella cosiddetta guerra al terrore. L’idea ha ricevuto consenso nei vari alti circoli politici e thin tank degli Stati Uniti intorno al 1987-1989, e poi ha assunto forma solida nel decennio 1990 – 2000. Dopo do che è stata politicamente adottata e una concreta anche se top-secret pianificazione è stata avviata riguardo il Pakistan, che ai massimi livelli viene visto come parte del problema, piuttosto che come soluzione. Vorrei anche fare riferimento a una valutazione del 2006 ancora valida: una breve valutazione strategica della presenza degli Stati Uniti in Afghanistan del settembre 2005, di Agha Amin. La distinzione tra islamico e non islamico viene rapidamente trasformata nella lotta tra USA e forze anti-USA. L’Afghanistan può rivelarsi zona di convergenza strategica per islamisti, Cina, Russia e persino Pakistan e Iran, che sono logicamente gli obiettivi statunitensi della fase due. E’ ingenuo pensare che gli Stati Uniti siano venuti in Afghanistan per affrontare i taliban.
Le scelte degli USA: gli Stati Uniti hanno diverse scelte. Sono in grado di affrontare soltanto l’Afghanistan e consolidarsi. Questo non sarebbe conveniente per gli USA. L’investimento fatto è troppo grande. Si potrebbe allargare il fronte nella fase due, il Pakistan e l’Iran. La terza fase può essere il Sinkiang cinese e la fase quattro le repubbliche dell’Asia centrale. Gli Stati Uniti potranno scegliere di ritirarsi dall’Afghanistan pur mantenendo una posizione centrale, colpendo qualsiasi bersaglio nella zona. Forse creando uno Stato indipendente baluchi, separato da Iran e Pakistan, in un primo momento, e un Baluchistan pakistano, in seguito.
Le scelte di Cina e Russia: la Cina e la Russia possono consentire agli Stati Uniti un soggiorno non contestato e rischiare una rivolta musulmana nello Xinjiang entro i prossimi dieci anni, e il dominio degli Stati Uniti sulle Repubbliche dell’Asia centrale. O possono aiutare le forze anti-USA, usando attori non statali in Pakistan e attori statali in altre zone, e possono rafforzare le alleanze con gli Stati iraniano e pakistano.
Le scelte di Pakistan e Iran: Pakistan e Iran possono accettare il dominio degli Stati Uniti e rottamare i loro programmi di ADM, o rafforzare le alleanze con la Cina e la Russia, e aiutare le forze anti-USA in Afghanistan con la benedizione di cinesi e russi. Gli attori principali: Le forze anti-americane sono divise in due, attori statali e non statali. Le basi principali degli attori non statali sono in Pakistan, Iran e Medio Oriente. Gli Stati pakistano e iraniano sono gli Stati direttamente confinanti con l’Afghanistan, coinvolti nel gioco afghano attraverso attori statali e non statali. Le principali tendenze strategiche: un Pakistan attivo, essendo l’arsenale di ADM pakistano futuro obiettivo degli Stati Uniti, avrà l’Afghanistan come base. L’azione di Cina e Russia per la salvezza strategica risiede nel favoreggiamento dei gruppi anti-statunitensi, in particolare in Afghanistan. Lo sviluppo del Pakistan come migliore base per i gruppi anti-USA che operano in Afghanistan, e ancor più per gli attori non statali. Per far fronte agli attori non statali, gli Stati Uniti ad un certo punto dovranno fare i conti sia con il Pakistan che con l’Iran.
Gli Stati Uniti sembrano strategicamente incapaci e giocano di rimessa. Il tempo è la chiave. Le forze anti-USA possono aspettare dieci anni, ma ogni secondo gli USA perdono denaro. Gli Stati Uniti devono raggiungere un obiettivo strategico tangibile. Sia la Cina che la Russia utilizzano la carta islamica, mentre gli Stati Uniti usarono l’Afghanistan dal 1979 al 1989. Militarmente, una guerra contro gli Stati Uniti in Afghanistan, aiutata da Cina e Russia, si dimostrerebbe essere un’ulcerazione degli USA. Le forze anti-statunitensi in Afghanistan, Pakistan e Iran sono intatte e possono modificare l’equilibrio strategico. La presenza degli USA in Afghanistan si limita solo alle città chiave. La mafia della droga è un avversario importante degli Stati Uniti e può sostenere le forze anti-USA in Afghanistan. Gli islamisti hanno capito che devono avere la Cina e la Russia come alleati. La stessa considerazione si ha in Cina e Russia. Pertanto, si pone una convergenza di interessi. Le opzioni strategiche degli Stati Uniti sono le seguenti: creare una mafia della droga alternativa  che sia pashtun e che possa creare nuovi Stati alleati degli Stati Uniti, come il Baluchistan, il Kurdistan. Forse gli Stati Uniti potrebbero anche lavorare a creare uno Stato non pashtun nel nord dell’Afghanistan.

CL: In una delle nostre discussioni ha detto che c’è un notevole divario tra le aree in cui gli Stati Uniti schierano i droni e dove i cosiddetti “taliban” attaccano le truppe degli USA. Ha anche affermato che molti degli attacchi dei droni sono effettuati in aree in cui il controllo dei militari pakistani e la sicurezza della frontiera Af-Pak è assai scarsa, se nessun attacco dei droni vi venisse  svolto, avrebbe effettivamente senso. Potrebbe descrivere questo spiegando in dettaglio i piani strategici più importanti, nonché le implicazioni politiche?
AHA. Il 90% degli attacchi dei droni viene effettuato nelle due agenzie del Nord e Sud Waziristan e nel sotto-distretto di Datta Khel. Hanno come obiettivo il gruppo Haqqani, considerato uno strumento dell’ISI dagli Stati Uniti. Uno dei principali obiettivi dei droni è anche aiutare i contractor coinvolti in questi attacchi su tutti i livelli, dall’intelligence alla fornitura di munizioni e droni. Un’altra idea importante è demoralizzare i pashtun, in modo che qualsiasi guerra contro gli Stati Uniti porterebbe a una redistribuzione a cui non sarebbero in grado di rispondere o anche di gestire.

CL: Lei ha affermato che l’Iran ha un interesse significativo nel sud-ovest dell’Afghanistan. Sentiamo molto poco di ciò nei media occidentali e non sono stato in grado di trovare una qualsiasi analisi dettagliata nei media iraniani. La prego di darci la sua posizione sul ruolo giocato dall’Iran in Afghanistan.
AHA: L’Iran è attivo nell’Afghanistan occidentale, così come nell’Afghanistan centrale. L’Iran è il sostenitore più importante della Alleanza del Nord dopo la Russia e l’India. L’Iran vede i taliban come una minaccia esistenziale. E per quanto riguarda i non pashtun, nonché i pashtun moderati, li considera suoi alleati.

CL: Ci sono pochi dubbi tra gli analisti che gli Stati Uniti e alcuni Paesi membri della NATO stiano cercando di “balcanizzare” il Pakistan in piccole nazioni. Osserviamo l’aumento delle attività delle ONG finanziate da Soros e delle agenzie delle Nazioni Unite, in particolare nel nord del Pakistan, indicando un tentativo di giocare la carta etnica. Si tratta di una strategia standard usata dall’occidente in Jugoslavia, in particolare in Bosnia-Erzegovina, la strategia è in corso di attuazione in Nepal e in Myanmar, nel tentativo di creare la cosiddetta violenza inter-comunale nello Stato Rakhine del Myanmar. Ci può dare il suo punto di vista in merito ai tentativi di distruggere lo Stato-nazione Pakistan?
AHA: Vorrei anche qui riferirmi ad una precedente valutazione, che ho fatto nell’aprile 2009. Ogni movimento nella storia ha una direzione, un quantum, un modus operandi. Secondo il padre della filosofia della guerra Carl Von Clausewitz, nella strategia tutto si muove lentamente, impercettibilmente, in modo sottile, un po’ misteriosamente e a volte in modo invisibile. La grandezza di un comandante militare o di uno statista sta nel valutare questi movimenti strategici. Gli Stati Uniti hanno ereditato una situazione storica in formazione, l’11 settembre 2001. In quel momento non si stava facendo la storia, se siamo d’accordo che il 9/11 è stata opera di al-Qaida su cui, finora, gli Stati Uniti non sono riusciti a fornire alcuna prova solida.
Dopo il 9/11, quando gli Stati Uniti hanno attaccato l’Afghanistan, i leader e i principali comandanti militari degli Stati Uniti stavano facendo la storia. Avevano un certo piano in mente. Gli obiettivi dichiarati di questo piano era l’eliminazione di al-Qaida. L’obiettivo non dichiarato era la denuclearizzazione del Pakistan. Questo autore ha continuamente tenuto questa posizione, l’ha regolarmente esposta in articoli pubblicati sul Nation dal settembre 2001, e di seguito dal 2002 fino al 2009. Il piano strategico degli Stati Uniti ha seguito le seguenti fasi:
- Una manovra iniziale per occupare l’Afghanistan nel 2001.
- Stabilire e consolidare basi militari vicino al confine con l’Afghanistan, in Pakistan. Le più importanti sono Khost, Jalalabad, Sharan e Kunar. Alcune basi militari come Dasht-i-Margo nel Nimroz e tre altre basi a Kandahar, Badakhshan e Logar sono così segrete che la loro costruzione non è stata nemmeno pubblicizzata. Anche nel caso delle aree sensibili, i contratti sono stati aggiudicati alla Shaw Inc. di proprietà del governo degli Stati Uniti e alla Dyncorps Corporation, creatura della CIA. I patrioti afgani addestrati in URSS sono stati rimossi dai servizi segreti, perché non avrebbero accettato di essere parte del gioco sporco degli USA, tra il 2001 e il 2007. Egualmente, molti ufficiali patriottici afgani addestrati in Unione Sovietica sono stati rimossi dalla struttura militare afghana.
- Coltivare le varie tribù dei gruppi etnici al confine con il Pakistan-Afghanistan concedendogli redditizi contratti edili e logistici.
- Forzare l’esercito pakistano ad agire contro le tribù nel FATA, destabilizzando così il nord-ovest del Pakistan, vicino al cuore strategico di Peshawar-Islamabad-Lahore, dove si trova il centro politico e militare del Pakistan.
- Creazione di una situazione in cui misteriose insurrezioni scoppiano in varie parti del Pakistan tra cui nel FATA, Swat e Baluchistan.
- Sostenere il terrorismo urbano in Punjab tramite vari ascari. Ora sembra che il piano strategico stia entrando nella sua fase finale, per lanciare il colpo di grazia strategico al Pakistan.
Questo può essere valutato così:
- Un dispiegamento militare degli Stati Uniti in Afghanistan e il lancio di un’offensiva contro i taliban, con l’obiettivo di spingerli in Pakistan.
- Contemporaneamente spingere l’esercito del Pakistan a lanciare un’operazione in Waziristan. Così che l’esercito del Pakistan sia gravemente impantanato e centinaia di migliaia di profughi del Pakistan entrino nelle province della NWFP e del Baluchistan. Infiltrando una quinta colonna tra questa grande confusa massa in movimento. – Dal 2001 gli Stati Uniti hanno speso una fortuna nella raccolta di informazioni sulle attività nucleari strategiche del Pakistan. Sembra che dal 2009 abbiano dati sufficienti per lanciare un’operazione segreta. L’operazione segreta nucleare potrebbe avere una parte militare e una civile. La parte civile comporterebbe l’attacco ai reattori nucleari civili del Pakistan, come Chashma e KANUPP. L’operazione militare segreta potrebbe comportare un attacco a uno dei gruppi strategici nucleari del Pakistan. Una volta che questo tipo di attacco è compiuto, gli Stati Uniti e i loro lacchè della NATO come la Gran Bretagna, la Francia e la Germania manovrerebbero alle Nazioni Unite  una risoluzione internazionale, chiedendo la denuclearizzazione del Pakistan. L’opinione pubblica internazionale sarebbe così forte che il governo del Pakistan capitolerebbe.
- Una volta che il Pakistan è denuclearizzato, gli Stati Uniti incoraggerebbero la balcanizzazione del Pakistan in un Baluchistan satellitare agli USA, una città-stato del MQM a Karachi, un Pashtunistan gravemente danneggiato dai bombardamenti e a brandelli, e un Punjab privo di potenziale nucleare e preso a calci dall’India. Una repubblica nell’area del Nord ridotta a lacchè degli Stati Uniti, a meno che la Cina decida di vedere il bluff degli Stati Uniti, occupando la regione.

CL: Quindi, mi ricordo che lei ha affermato che il diritto internazionale è irrilevante, in quanto non è cambiato nulla dai tempi di Alessandro Magno. Sono d’accordo che, per esempio, la Corte penale internazionale abbia più a che fare con la giustizia del vincitore che con il diritto internazionale. Vediamo negli ultimi dieci anni il grave danno del diritto internazionale fino alla sua stessa radice. Le Convenzioni di Ginevra sono aggirate attraverso la creazione di costrutti artificiali come i combattenti illegali, dai metodi di interrogatorio, dall’uso dei “contractor”, come se fossero dei lavoratori assoldati per costruire scuole e ospedali, dispiegati per effettuare compiti militari, le  deportazioni speciali, solo per citare alcuni dei problemi più evidenti. Come uomo di formazione militare, quali rischi vede nel deterioramento del diritto internazionale?
AHA: Andiamo verso un nuovo ordine internazionale in cui il potere dello Stato sarà totalmente nelle mani di una mafia corrotta, che usurpa i diritti umani col pretesto di controllare il terrorismo. Ciò si tradurrebbe in una grande anarchia strategica e anche nella balcanizzazione degli Stati Uniti. Il boomerang tornerà e come si suol dire, la ruota gira!

Intervista al Maggiore Agha H. Amin di Christof Lehmann

Siti di riferimento:
Conflitto a bassa intensità
Nsnbc contributors
The Development of Taliban Factions in Afghanistan and Pakistan: A Geographical Account, February 2010
Taliban War in Afghanistan-A Writers Transformed Perceptions from 2001 to 2011 Pakistan Army through eyes of Pakistani Generals

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

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