India e Giappone devono sostenere il colosso eurasiatico

Atul Bhardwaj (India)  Oriental Review 31 agosto 2014
iron_silk_roadLa rottura dell’alleanza ideologica sino-sovietica fu il brusco taglio di Kissinger alla Guerra Fredda. Un forte consolidamento socialista avrebbe potuto sfidare vigorosamente l’egemonia transatlantica. Non solo Kissinger inflisse lo scisma ai ranghi comunisti, ma fece anche in modo che India e Giappone, giganti asiatici disincantati dall’occidente, fossero lontani dalla probabile formazione eurasiatica. La morte di Stalin e le élite giapponese ed indiana che aderivano alla guerra anticomunista degli USA, fecero sentire la Cina isolata e vulnerabile. Nei primi anni ’70 la Cina abbandonò formalmente il blocco comunista per diventare partner degli USA capitalisti. 25 anni dopo la fine della guerra fredda, lo spettro dell’alleanza sino-russa ancora una volta inquieta gli USA, chiaramente preoccupati dall’alleanza post-guerra fredda tra Russia e Cina, non basata su ‘un rinnovato amore’ per l’ideologia. I nuovi legami eurasiatici sono costruiti su solide fondamenta, potere economico e finanziario cinese combinato con risolutezza e potere militare russo, costruiti nella convinzione comune che l'”unipolarità è perniciosa” debba essere contestata. La formazione della banca BRICS, la proposta della Cina della nuova “Via della Seta economica” che colleghi Germania, Russia e Cina e l’annuncio del ministro della Difesa russo Sergei Shojgu sulla prospettiva d’estendere la linea ferroviaria dalla Siberia e Mongolia occidentale ad Urumxi in Cina, e poi in Pakistan e India, non solo sono audaci, ma sono passi innovativi.
Il 2014 diventa rapidamente l’anno del passaggio al cambio del corso valutario e dei corridoi di collegamento. Né la Via della Seta, né le idee sul currency swap sono nuove. Tuttavia, le attuali aperture diplomatiche ed economiche cinesi acquisiscono maggiore rilevanza grazie al fatto che la Russia, con un’esportazione di idrocarburi da circa un trilione di dollari l’anno, abbandona il “petro-dollaro” quale unità di negoziazione per le operazioni su petrolio e gas. Assieme a questi sviluppi, la Cina, seconda maggiore economia del mondo ed primo importatore di petrolio, si avvicina sempre più alla Russia e sinceramente “cerca accordi commerciali petroliferi con i suoi principali fornitori, Russia, Arabia Saudita, Iran e Venezuela basati sulle valute nazionali.” Si dice che entro il 2018, la Russia invierà in Cina 38 miliardi di metri cubi di gas all’anno, le cui “operazioni saranno valutate in rublo, yuan ed eventualmente oro“. Questi sviluppi hanno già causato nervosismo nei mercati azionari statunitensi e crescente scetticismo globale sul futuro del dollaro come valuta di riserva. Le tensioni montano anche nel Mar Nero, dove è stato recentemente riferito che una nave da guerra statunitense ha inutilmente indugiato sperando di minacciare il Presidente Putin. La Russia sa affrontare l’inutile diplomazia delle cannoniere statunitense. Tali manovre in alto mare erano comuni durante la Guerra Fredda, quando navi da guerra sovietiche e statunitensi, vincolate dalle regole d’ingaggio, s’impegnavano in duelli tranquilli solo per molestarsi vicenda, dimostrando la capacità di guidare una nave o l’addestramento sui missili.
La domanda è: i mutamenti globali economici e politici comporteranno l’aumento delle dimostrazioni di forza nella diplomazia delle cannoniere dagli Stati Uniti, o il crollo del dollaro inaugurerà la nuova era dell’autentico multipolarismo nell’ordine internazionale. Tuttavia, prima di passare oltre, si deve chiarire che il declino degli Stati Uniti nel 21° secolo non è assoluto. E’ solo relativo alla notevole crescita della Cina. Ciò che accade oggi non è la liquidazione dell’impero degli Stati Uniti, ma il vacillare delle sue basi? L’ascesa della Cina dalla povertà e della Russia dalla passività strategica, riaprono l’ordine internazionale offrendo opportunità ad economie emergenti come l’India. Questa volta, l’India non deve cadere nella trappola statunitense e tradire i BRICS e l’emergente formzione eurasiatica. Si tratta probabilmente della migliore occasione di domare l’egemonia occidentale. India e Giappone non dovrebbero rigettare questa opportunità solo per le piccole isole Senkaku e il feticcio di Shinzo Abe di trasformare Tokyo in una base militare. E’ giunto il momento che la proposta della nuova “via della seta marittima” non sia vista come uno stratagemma cinese, un piano ambiguo per ingannare la regione e imporre l’egemonia, ma come grande strategia per migliorare i legami dell’Asia, offrendo un nuovo modello per catapultare la regione via dalla trappola territoriale. I piccoli passi russo-cinesi sono o volti ad uscire dal sistema di dominio del dollaro statunitense e dall’insicurezza perpetua nel tracciare il nuovo ordine mondiale.

map19L’autore è membro del Consiglio indiano di Ricerche Sociali dell’Istituto di Studi Cinesi. È un alunno del College Reale di Londra.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’iniziativa Eurasiatica della presidentessa della Corea del Sud

Konstantin Asmolov New Eastern Outlook 28/08/2014

putin-lobbies-iron-silk-seoulIl 18 ottobre 2013, nel suo discorso di apertura alla Conferenza internazionale sulla cooperazione in Eurasia, la presidentessa sudcoreana Park Geun-hye ha proposto la cosiddetta “iniziativa eurasiatica”. Questo è un piano ambizioso che vedrebbe il cambio nei fondamenti di economia globale, diplomazia e geografia della sicurezza nazionale. Sotto lo slogan di “un continente”, “continente creativo” o “continente pacifico”, avanza l’idea dello sviluppo della Corea del Sud con i Paesi dell’Eurasia in un sistema unificato di reti di trasporto, energetiche e commerciali, assieme all’attuazione della cooperazione economica e degli scambi nei settori scientifici, tecnologici, culturali, anche a livello di relazioni interpersonali, migliorando così le relazioni inter-coreane sulla base della fiducia. Ufficialmente, alla base di questa iniziativa vi è il riconoscimento del fatto che per avere una crescita economica stabile della Corea del Sud, è necessario sviluppare la cooperazione con i Paesi dell’Eurasia, Stati che diventano sempre più importanti e influenti. La promozione dell’iniziativa è in pieno svolgimento, rendendo necessario una breve supervisione di ciò sui cui si basa il progetto e di come attrae particolare interesse dalla Russia. Secondo l’autore, al centro dell’iniziativa eurasiatica vi sono tre motivazioni che non si escludono a vicenda, e in base all’interpretazione ideologica, possono essere evidenziate. In primo luogo, ogni presidente deve avere un progetto a lunga scadenza, come ad esempio la crescita economica verde dalle basse emissioni di carbonio di Lee Myung-bak, a prescindere da quanto attivo e realistico sia raggiungere un tale progetto. In secondo luogo, questo progetto può essere visto come tentativo prudente di garantirsi uno spazio di manovra politica simile alla “politica del nord” di Roh Tae-woo. La Corea del Sud non cerca tanto di uscire dall’ombrello statunitense, ma cerca un modo per ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti, espandendo i contatti con l’Europa. Qui vale la pena ricordare che Kin Pak Hyo non ha ancora il pieno sostegno della destra, e quindi è costretto ad agire indirettamente. Questo vale per lo sviluppo delle relazioni con la Russia (e con l’Europa in futuro), nonché con i Paesi dell’Asia centrale che Park Geun-hye ha visitato nel giugno 2014. In terzo luogo, questo progetto può essere visto come un tentativo d’internazionalizzare le relazioni tra Nord e Sud Corea, così che Russia e altri Paesi eurasiatici abbiano interesse a creare un “continente unito, pacifico e creativo” esercitando una certa pressione sulla Corea democratica, così che sia coinvolta attivamente nel processo d’integrazione, sottolineata dallo “sviluppo delle riforme ed apertura”, preparando il terreno all’integrazione del nord con il sud. Tuttavia, è opinione dell’autore che il progetto non sia stato ancora pienamente sviluppato. Vi sono slogan, tracciati e idee, ma un chiaro programma con obiettivi prefissati è ancora da definire, come dimostrano i commenti e le interpretazioni dei vari esperti.
Vi è un certo disaccordo sull’instaurazione di relazioni con la Corea democratica in primo luogo. Alcuni suggeriscono che la prima priorità dovrebbe essere rafforzare investimenti, commercio e componente umanitaria, che poi contribuirebbe allo sviluppo delle relazioni bilaterali, concentrandosi in generale sull’economia e non sulla politica. Altri credono che limitare artificialmente la cooperazione sia una politica che non valga la pena perseguire. La cooperazione economica dovrebbe essere legata alla situazione politica e, se possibile in caso di successo o di un segno di debolezza del Nord, dovrebbe essere spostato dalle questioni economiche a quelle politiche. Inoltre è degna di nota la questione dell'”Eurasia”. Questo concetto ha solo un significato geografico, o dovrebbe essere più ampiamente comprensivo? Come osserva il professor Soo Kyung Chung, il coreano vede i confini eurasiatici in modo differente dal russo, perché vi comprende l’Oceano Pacifico. Ma anche se ci limitiamo alla terraferma, alcuni commentatori pensano all’Eurasia in generale, mentre altri si limitano ai Paesi del Nord-Est e alle regioni dell’Asia-Pacifico; altri, in particolare nell’ex spazio sovietico, ritengono che la regione abbia maggiore rilevanza con la visita di Park Geun-hye in Asia centrale. Nonostante il fatto che ci possa essere una certa sovrapposizione tra interessi russi e coreani, non dobbiamo ingannarci credendo che la parte coreana capisca il concetto di “Eurasia” nel senso russo. Questa comprensione può differire significativamente dall'”Eurasiatismo” nel senso promosso in Russia. Dubito che la Repubblica di Corea abbia familiarità con l’opera di L. N. Gumilev, per non parlare dei moderni teorici eurasiatisti come A. G. Dugin e altri. Ma se nel discorso russo, l'”Eurasiatismo” o i valori eurasiatici sono percepiti in alternativa ai valori universali/occidentali, in Corea del Sud il termine può essere inteso in modo diverso, nel paradigma della globalizzazione come diffusione dei valori europei in Asia e creazione nella regione non solo di infrastrutture energetiche e dei trasporti, ma di una base di valori. In generale, l’iniziativa di Park Geun-hye in qualche misura riflette le aspirazioni dei precedenti presidenti della Corea del Sud, che sognavamo di trasformare “isola coreana” in un polo industriale e dei trasporti nell’arco asiatico. Il primo ministro della Repubblica di Corea, Hong Jung-won, il 30 maggio 2014 ha detto che il suo Paese spera nella creazione da parte dei Paesi asiatici di “un’era asiatica di pace e prosperità” basata su fiducia reciproca e cooperazione, a cui la Repubblica di Corea contribuirà con “il concetto di pace e cooperazione nel nord-est dell’Asia”. In questo contesto, diplomatici ed esperti della Repubblica di Corea ben accologono la cooperazione tra i nostri due Paesi. Come il direttore dell’Istituto di Studi russi presso l’Università di Hankuk, professor Hong Wan-suk, crede, l’importanza della Russia in Corea del Sud va oltre i problemi della pace nella penisola coreana, ma comprende tutto il nord-est asiatico. La cooperazione permetterà alla Repubblica di Corea di recuperare parte della sua identità perduta sulla terraferma accedendo allo spazio eurasiatico. Pertanto, nel processo dei colloqui a sei sul regime di sicurezza multilaterale nel nordest asiatico, la partecipazione della Russia non deve essere percepita come un “limite” ma esattamente al contrario, come “un’opportunità”. Un noto esperto coreano dell’economia di Russia e CSI, il direttore del dipartimento Studi statunitensi e canadesi, europei ed eurasiatici dell’Istituto di politica economica estera della Corea (KIEP) Lee Jae-yong, valuta le prospettive dei progetti favorevolmente, considerando che le aree più promettenti della cooperazione economica tra Russia e Corea del Sud, come la partecipazione alla costruzione della rete ferroviaria Rajin-Hassan e del gasdotto Russia – Corea del Sud, le aziende sudcoreane che partecipano ai progetti nell’Estremo Oriente della Russia e agli investimenti nelle zone economiche speciali che saranno create in Estremo Oriente e Siberia. Secondo lui, ciò sarà vantaggioso per tutti. La Russia potrebbe avere il capitale aggiuntivo e la tecnologia necessaria, la Corea democratica potrebbe migliorare la situazione economica e la Repubblica di Corea “dovrebbe investire nello sviluppo dell’economia per una futura Corea unificata”. Lee ha sottolineato che “lo Stato centrale” con cui sviluppare la cooperazione nel quadro dell'”iniziativa trans-asiatica” dovrebbe rimanere solo la Russia. I ricercatori sudcoreani hanno ripetutamente osservato che l’iniziativa eurasiatica, volta a rendere l'”isola della Corea del Sud” parte integrata del continente, sia in sincronia con la politica orientale di Vladimir Putin diretta a sviluppare l’integrazione regionale e lo sviluppo associato dell’Estremo Oriente della Russia. Inoltre, si spera che l’iniziativa eurasiatica possa contribuire ad impedire o attenuare ogni possibile confronto regionale dovuto agli effetti della crisi ucraina sui due blocchi contrapposti (Russia, Cina, Corea democratica – Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud), che potrebbero insorgere nella regione.
Riassumendo l’opinione dell’autore, l'”iniziativa eurasiatica” di Park Geun-hye ha per scopo integrare la regione e corrisponde a progetti e proposte russi in questo settore. Ciò può essere visto chiaramente nella situazione attuale, nelle nuove tensioni tra la Russia e l’occidente, dove non solo la Corea del Sud, ma anche il Giappone, non hanno fretta di unirsi alle sanzioni degli Stati Uniti contro la Russia, in particolare in quelle aree che possono danneggiare la cooperazione multilaterale. E se il Giappone attualmente supporta in parte gli Stati Uniti, la Repubblica di Corea è ancora “indecisa” e Washington è costretta ad adottare misure supplementari per rimorchiare Seoul su una linea più vicina alla politica degli Stati Uniti. Inoltre, un certo numero di esperti sudcoreani ha apertamente dichiarato che in questa situazione, il Paese deve “perseguire i propri interessi.” Non importa come la situazione si svilupperà, tale comportamento della Corea del Sud e la sua riluttanza a cambiare corso politico, anche dopo le pretese degli statunitensi, è abbastanza sintomatico.

visionmap2030asof2009Konstantin Asmolov, ricercatore presso il Centro di Studi Coreani dell’Istituto degli Studi Estremo Orientali dell’Accademia Russa delle Scienze, per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Japanime: Anime, Giappone e Capitalismo

Il business dell’animazione giapponese
Anime-kun, 05/06/2014

xHorribleSubs-Haiyore-Nyaruko-san-W-01-714x401_png_pagespeed_ic_LkQGf4Ibd9Con l’avvento di internet, i fan occidentali dell’animazione giapponese non sono mai stati così  coinvolti dal loro media preferito. Praticamente tutto ciò che viene fatto in Giappone è immediatamente accessibile in occidente, con ampio accesso a informazioni dettagliate su produzione, distribuzione e consumo degli anime nell’arcipelago. Gestire e interpretare questi dati è un’arte, permettendo a coloro che ne sanno di aprirsi a campi d’analisi e a critiche sull’industria.  Un’arte che può alimentare discussioni costruttive sul Japanime, ma può anche intrappolare chi venga accecato dai dati. Un’arte che ci si propone di presentare. Molti qui dicono cose apparentemente ovvie, soprattutto per coloro che battono da tempo le loro tastiere nei forum di Japanime. Tuttavia, più che le informazioni, sono legami e relazioni che rendono interessante questa informazione. Qui si parla solo delle serie televisive animate giapponesi, che costituiscono la maggior parte delle discussione dei fan nel mondo.

Japanime ed economia
Nonostante la recente abbondanza, se non proliferazione, gli anime giapponesi non vengono dal nulla; sono sempre più spesso il risultato della collaborazione di agenti a volte molto diversi. Inizialmente le serie animate erano prodotte su ordine delle reti TV dagli studi di animazione. Perciò gli anime erano spesso adattamenti di manga popolari e di serie originali per il grande pubblico. Gli studi che desiderano esprimesi più liberamente o per un pubblico particolare, ricorrevano agli OVA o alla pellicola. La svolta si ebbe nei primi anni 2000, quando le reti TV giapponesi decisero di produrre live set (sceneggiati) invece dei cartoni animati. Allo stesso tempo, grazie al successo di alcune serie presso gli otaku, negli anni ’90, e con l’invecchiamento della popolazione giapponese, la domanda di anime è costantemente cresciuta presso un pubblico di adolescenti e giovani adulti. Rispondendo a tale evoluzione le reti televisivi pubbliche si adattarono offrendo la trasmissione di anime a tarda notte, per un pubblico di giovani adulti, comunemente chiamati anime notturni. La serie Noitamina proposta da Fuji TV nel 2005, ne è un famoso esempio, così come i canali via cavo specializzati nell’animazione, come WOWOW o AT-X, che si distinguono trasmettendo versioni non censurate di alcune serie. D’altra parte, le serie iniziarono ad essere prodotte tramite l’innovativo sistema dei comitati di produzione. Ed è qui che inizia il vero divertimento.
Un comitato di produzione è un gruppo di persone che si riunisce per realizzare un progetto di una serie animata. Il comitato di produzione comprende il produttore, ovviamente, lo studio di animazione, l’emittente (rete TV), l’editore del manga o romanzo, un autore di videogiochi, il responsabile dei prodotti derivati, autori musicali, agenzie di marketing e tutti gli altri interessati al progetto. Una volta che il comitato è formato, ciascun membro apporterà il proprio capitale o capacità produttiva, come ad esempio un’azienda. Il produttore porta i soldi, lo studio l’esperienza, la rete TV il pacchetto della distribuzione, l’editore i diritti cinematografici, ecc. La serie proviene da tutte queste associazioni, spesso sconosciute al grande pubblico che non ha alcun motivo di indugiarvi. Tuttavia, per i curiosi, è possibile controllare l’elenco dei comitati di produzione degli anime trasmessi nel 2013, e si vedrebbe che spesso le stesse persone si trovano in varie serie, ma anche aziende lontane dall’animazione. Il vantaggio di ciò è che i membri di produzione non sono sullo stesso piano. Recentemente, mentre la maggior parte dei nuovi anime sono adattamenti di manga e light novel, gli editori tendono a creare e guidare i comitati. In realtà, la maggior parte della recenti serie animate sono progetti avviati dagli editori per promuovere i loro manga/LN, in cui gli studi di animazione sono solo degli esecutori. Se l’editore vede un potenziale commerciale nel suo prodotto, è più probabile che l’avvii, e viceversa. Gli utili riportati dalla serie non saranno equamente distribuiti tra i membri. Gli editori potranno intascarne la maggior parte, come i produttori e distributori. Le reti TV potranno beneficiare della pubblicità nella trasmissione e i produttori di giocattoli delle vendite dei loro prodotti. Gli studi di animazione si accontentano dei resti; in alcuni casi, sono contrattualmente vincolati al comitato di produzione e ricavano un reddito fisso indipendentemente dal successo della serie. In altre parole, una serie può avere un grande successo e dare molti profitti senza che lo studio di animazione sia necessariamente premiato. Ciò spiega i problemi con lo status degli animatori in Giappone: bassi salari, orari lunghi, mancanza di protezioni sociali che hanno portato alla crisi delle vocazioni nel Paese e alla crescente importanza dell’outsourcing in Corea del Sud e Cina. Per ridurre tale tensione, alcuni studi hanno istituito un regime speciale per discostarsi dall’influenza degli editori. Così lo studio Kyoto Animation ha lanciato una propria rete per controllare completamente la propria produzione di anime. Una configurazione audace ed i risultati sembrano comunque farsi aspettare. Una volta indicate queste generalità sulla produzione degli anime, possiamo guardare dall’altra parte del soggetto, il consumo di anime e il suo valore…

gargantia 1Japanime e statistiche
Perché i fan occidentali degli anime s’interessano alle vendite delle serie animate giapponesi? Dopo tutto loro stessi contribuiscono a trasformare l’industria, seduti comodamente davanti al computer su un qualche sito peer to peer. Come accennato in premessa, la disponibilità costante di dati commerciali sugli anime, ha permesso ai fan di aggiungere un ulteriore livello di argomentazione nelle loro discussioni sui media. In un così piccolo e competitivo mercato, il successo può dare rapidamente origine a delle tendenze. Pertanto, anche conoscendo parzialmente la situazione del mercato, si possono comprendere i legami tra le serie e gli obiettivi che ne sostengono lo sviluppo.  Dichiarare se una serie sia un successo o meno non è una semplice questione di dimensioni. Molti fattori vanno considerati: la serie a chi si rivolge? Come si svolge? Con quali mezzi è distribuita?  Tali domande portano a concentrarsi di nuovo sul comitato di produzione. La prima cosa cui il Comitato di produzione bada creando un anime è il target della serie, come ottenerne il massimo a seconda della tipologia della serie. I vari segmenti del pubblico non consumano gli anime allo stesso modo: tradizionalmente si distinguono gli anime per famiglie/figli, e anime per otaku.
I bambini guardano la loro serie in televisione, ma non sono del tipo che poi compra la serie su DVD/Blu-Ray, semplicemente perché DVD/Blu-Ray sono estremamente costosi in Giappone, ed i bambini non hanno abbastanza denaro per comprare la raccolta di tutte le serie che guardano. Così i comitati di produzione si concentrano su altri tipi di profitti: quelli televisivi (sponsor e pubblicità) e quelli relativi ai prodotti derivati (giocattoli, carte, giochi, gadget…). Allo stesso modo, per far funzionare il modello della serie per bambini, spesso vi sono numerosi episodi (oltre 50 puntate) per mantenere il pubblico e vendere più spazi pubblicitari in TV. Non sorprende, e quindi non preoccupa molto, non vedere serie ultra-popolari come Precure, Detective Conan o One Piece tra i grandi distributori: le vendite fisiche non fanno parte del loro modello di business e non ne limita la redditività. Al contrario, la serie notturne degli anime traggono profitto dalla vendita di DVD/BR, sfruttando le risorse finanziarie di un pubblico adulto. Perciò, tali serie devono essere brevi (una stagione di 12 episodi, o due stagioni di circa 24 episodi) invitando lo spettatore ad acquistare più spesso collezioni complete. E’ solo per queste serie che i dati di vendita di DVD/BR hanno un senso reale. Tuttavia, non bisogna dimenticare che dalle serie per otaku soprattutto derivano i profitti delle aziende (i produttori di giocattoli sono nel comitato di produzione di ogni serie di Gundam da decenni, per esempio). Si noti anche che le vendite di serie OST e dramma in CD con le voci dei doppiatori della serie, possono assumere notevole importanza se c’è una determinata persona nel cast.
Prima di passare alle cifre reali, alcuni dettagli aggiuntivi. In Giappone è possibile trovare la serie animata in edizione DVD o Blu-Ray, e questi due formati non sono per lo stesso tipo di pubblico. I DVD costano meno e sono più comuni. I Blu-Ray costano di più, sono meno diffusi ed offrono una migliore qualità dell’immagine e del suono. Così, il pubblico otaku tenderà ad acquistare anime in Blu-Ray, mentre la maggior parte del pubblico sarà generalmente soddisfatto dei DVD. Chi è interessato solo a vendere serie per otaku può quindi semplicemente puntare alle vendite di Blu-Ray; anche se l’analisi delle vendite dei DVD è anche importante per avere un’idea generale del successo di una serie (se una serie che ha avuto enorme successo in Blu-Ray ed ha completamente floppato nei DVD, è una serie fortemente orientata agli otaku, se le vendite sono più equilibrate, significa che la serie ha un ampio pubblico). Recentemente appaiono serie che fanno il passo ulteriore e sono pubblicati solo in edizioni Blu-Ray, come Fate/Zero o Suisei no Gargantia.
Andiamo ora finalmente al succo. In Giappone le vendite di DVD e Blu-Ray sono seguite con precisione e regolarmente da un’organizzazione chiamata Oricon. Inizialmente specializzata nella classifica di vendite di CD, Oricon segue anche le vendite di DVD/BR e di conseguenza le vendite di anime. Oricon raccoglie informazioni sui risultati della maggior parte dei rivenditori in Giappone e ne dà la classifica ogni settimana. Le informazioni di Oricon sono difficili da ottenere per la persona media; bisogna raccogliere dati grezzi da decine di siti giapponesi e occidentali, da presentare in modo comprensibile. Il grande sito giapponese DVDBD-WIKI propone un database di tutte le serie uscite per ogni stagione da quindici anni, con i dati di vendita di ogni volume. Ancora più chiaro, il sito inglese Someanithing riprende la classifica settimanale e compila i dati fornnedo la classifica per stagione e anno. Come leggere tali classifiche? Si giudicano le prestazioni di una serie facendo la media delle vendite di ogni volume in DVD e Blu-Ray. Si consideri il recente successo di Attacco dei Giganti. Quando si legge che Attacco dei Giganti ha raggiunto una media di 50k vendite, certamente non vuol dire che la serie ha venduto 50000 copie! Ne ha venduto di più; le vendite di ogni volume variano nel corso delle uscite, dando una media di 50k.

Il primo volume ha venduto 83K, i successivi 59k, 51k, 50k, 43k, 50k, 39k, 39k e 40k. Questo dà una media di 50k vendite per tutta la serie.

Il primo volume ha venduto 83K, i successivi 59k, 51k, 50k, 43k, 50k, 39k, 39k e 40k. Questo dà una media di 50k vendite per tutta la serie.

50k è una cifra enorme che pone la serie in cima agli anime di maggior successo degli ultimi dieci anni; la classifica è dominata da Bakemonogatari (78k), Madoka Magica (71k) Destiny Gundam Seed (68k) e Fate/Zero (52k). In realtà, qualsiasi serie che supera la media di 10k può legittimamente essere considerata un successo, assicurando redditività al comitato di produzione e ponendo le basi per un seguito. Tuttavia, dobbiamo interpretare i numeri alla luce delle aspettative del comitato di produzione; se una serie importante come la produzione di Suisei no Gargantia avesse ricevuto “solo” 10k, il suo comitato produzione probabilmente ne sarebbe stato deluso. Al contrario, una serie come Psycho-pass(*) non ha mai raggiunto 10k, ma è stato sufficiente al comitato di produzione per annunciarne un sequel. La chiave è collegare i dati con un’analisi critica della serie, per averne un quadro costruttivo. Allo stesso modo, i numeri devono essere contestualizzati per avere un senso. Il fatto che gli anime più vecchi (prima del 2000) non abbiano o abbiano pochi punti, non significa che queste serie non abbiano avuto successo all’epoca. Solo che il mercato da allora è cresciuto e il modello di vendita fisica non era ancora pienamente efficace, casi mitici come Evangelion e 100k+ sono ovviamente leggendarie eccezioni. Se si capisce tutto ciò, si comprende la sostanza di ciò che c’è da sapere sull’entità delle vendite in Japanimation. Tuttavia, si potrà certamente parlare delle vendite delle serie terminate, ma difficilmente si potrà farlo per le serie in corso. Nella terza e ultima parte, verrà indicato come leggere il futuro…

403477Japanime e prospettiva
Il calcolo delle vendite medie di una serie, e valutazione della performance finanziaria in genere, richiedono tempo e grande pazienza. A volte passa più di un anno dalla trasmissione della serie in televisione, per avere dati precisi. Allo stesso modo, le vendite non smettono improvvisamente, un anime popolare può continuare a vendere per anni; come nel caso dei film dello Studio Ghibli. Ma la pazienza non è forte presso la comunità online, soprattutto in un ambiente come Japanime, dove i numerosissimi e frequenti nuovi contenuti (più di venti nuove serie ad ogni stagione) impongono ai fan un ritmo costante. Pertanto, sono stati sviluppati strumenti per giudicare rapidamente le prestazioni di una serie. Il più elementare: giudicare una serie sulle vendite del primo volume uscito. Il vantaggio di tale metodo permette di avere l’ordine di grandezza media delle vendite; infatti, una delle costanti del settore è che le vendite del primo volume sono generalmente superiori alla media della serie. Se prendiamo l’esempio di Suisei no Gargantia, è abbastanza evidente che il primo volume ebbe 83k in totale, mentre la media della serie è 50k. È possibile andare oltre osservando le vendite il v1wk1, cioè le vendite del primo volume nella prima settimana. Anche qui funziona, Suisei no Gargantia fece 57k il v1wk1, sempre superiore alla media della serie. Le vendite nel primo volume sono molto utili a coloro che possono leggerle ogni settimana su Oricon, fornendo i dati di vendita dei primi volumi delle nuove serie, permettendo di discutere del successo (o fallimento) delle ultime serie. Questi dati non sono assoluti però: possono classificare in base alla popolarità una serie, ma non esistono dati precisi sulle loro prestazioni. Alcune serie vendono in modo costante per diverse settimane, mentre altre diminuiscono notevolmente dopo la spinta iniziale. Da qualche tempo, è ancora più difficile essere precisi, dato che i primi volumi della serie contengono alcuni gadget o biglietti per eventi (come concerti) gonfiandone i dati e dando un’immagine distorta della performance della serie. Un famoso caso di quest’anno è Super Sonico The Animation che ha venduto il suo primo volume con una figurina esclusiva. Il volume ebbe una performance relativamente rispettabile, la prima settimana (3,6k) prima del crollo dell’80% del secondo volume (0,7k). In questo caso, si può quasi dire che si sia comprato il gadget piuttosto che l’anime. Al contrario, poiché il primo volume di una serie di solito vende meglio rispetto alla media, una serie che inizia bassa o molto bassa, difficilmente si riprende e ha un grande successo; ciò consente d’identificare rapidamente i fallimenti aziendali. Per le serie degli anime notturni, i cui profitti provengono dalle vendite fisiche, viene considerata media meno di 5k e scarsa meno di 2k. Ma, come continuiamo a ripetere, tutto dipende da ciò su cui la serie ha investito da subito. Alcune serie dal budget molto basso si retribuiscono assai rapidamente accontentandosi di punteggi modesti. Il concetto di fallimento nel mercato Japanime è gestito con cura, non tutte le serie non sono destinate ad essere successoni.
Negli ultimi anni è possibile andare oltre le classifiche di Oricon, prevedendo le prestazioni della vendita. Stalker Amazon è un sito di fan giapponesi che utilizza complessi algoritmi per prevedere le vendite di DVD/Blu-Ray in base ai preordini sui vari siti di shopping on-line come Amazon, il maggiore rivenditore del mercato. Non necessariamente accurato sulle cifre, Stalker è comunque molto utile per individuare le tendenze di serie/film/OVA che fanno rumore in Giappone e potrebbero vendere molto. Aggiornato ogni giorno, Stalker rileva ogni forma di fluttuazione  monitorando in tempo reale l’evoluzione del mercato Japanime. Basta che una serie attualmente in onda alla TV faccia un buon punteggio, per vederla salire improvvisamente sulla classifica di Stalker. Invece una serie che trasmette una replica può vedersi degradata per via dell’annullamento dei preordini. Tutto ciò dimostra come il mercato sia esaminato in dettaglio dai fan, anche se TV/DVD/BR sono solo una piccola parte del settore. Un mercato ristretto altamente competitivo, da cui il desiderio dei fan (ma probabilmente dei comitati di produzioni) di tenere d’occhio dati e  classifiche, al fine di individuare le tendenze e guidare la creazione di anime verso le direzioni più richieste.

51qeov91jpLConclusione
Il mercato della serie animata rappresenta una parte della vasta industria dell’intrattenimento giapponese. Uno sguardo alla classifica del 2013 dei franchise più redditizi dimostra che, al di là delle cifre dell’ultimo anime alla moda dalle vendite eccezionali, il pubblico rimane fedele ad alcune vecchie serie ed il pubblico può diversificarsi molto. Nel frattempo, decine di serie, ogni stagione, finiscono in fondo alla classifica con dati di vendita terrificanti. Una riflessione su questi dati è in gran parte questione di gusti personali. Da un lato, i dati di vendita continuano a crescere, il modello dei comitati di produzione sembra funzionare assai efficacemente e il futuro promette forse anche dei blockbuster ambiziosi che irradieranno Japanime testimoniando la salute dell’industria. Ma d’altra parte, come ignorare gli allarmi sugli studi che chiudono, gli animatori che mollano sostituiti dal digital imaging senz’anima? I dati di vendita insolenti non sarebbero l’albero che nasconde la foresta? C’è dove poterlo dire, a voi la parola.

*E’ un caso che gli anime acquistati in Italia, soprattutto dai Rai4 del benemerito Carlo Freccero, siano generalmente brutti (esclusi SAO, La Maliconia di Haruhi Suzmiya, Toradora e PlanetE?). Non si dica che sia una questione di soldi. NdT.

Fonti: Someanithing, DVDBD, Oricon, The Japan Times, Anime News Network, Manga-News, Wikipedia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Australia rimane un lacchè degli Stati Uniti, mentre il Brasile firma contratti enormi

Valentin Vasilescu, Reseau International, 16 agosto 2014
89d4f16c-1891-4721-959a-d858d8cc315fIn un’intervista pubblicata da The Telegraph, l’ex-primo ministro australiano John Malcolm Fraser ritiene che l’Australia debba tagliare i legami con gli USA ed essere completamente indipendente dagli Stati Uniti. Primo ministro nel 1975-1983, il liberale Fraser permise all’Australia di vivere il migliore periodo di prosperità. Così le opinioni di Fraser sono molto seguite dalla stampa australiana e inglese. Il paradosso è che il primo ministro Fraser era un sostenitore dell’espansione dell’alleanza militare con gli Stati Uniti. Introdusse l’Australia nell’alleanza segreta delle “cinque orecchie” (Stati Uniti, Inghilterra, Nuova Zelanda, Canada e Australia). Ricordiamo che la NSA ha costruito una rete SIGINT in tutto il mondo assieme a Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda, composta da stazioni riceventi dotate di decine di antenne paraboliche con diametro di 33 m. Tale rete, denominata ECHELON, era volta a intercettare, registrare e analizzare il traffico telefonico, fax, radio e dati raccolto dai satelliti spia statunitensi. Fraser spiega il suo atteggiamento sull’alleanza con gli Stati Uniti durante la guerra fredda, affermando che era una barriera all’espansionismo sovietico. Secondo il trattato ANZUS degli anni ’50, gli australiani furono costretti ad inviare truppe in Vietnam, Iraq e Afghanistan su richiesta degli Stati Uniti. Ma l’Unione Sovietica si disintegrò nel 1991, e con essa la minaccia globale scomparve. Tuttavia gli USA ampliarono Echelon modificandolo molto, divenendo esso stesso una minaccia. La differenza tra il periodo attuale e la guerra fredda, quando c’erano due superpotenze, è che oggi gli USA vogliono essere il capo militare ed economico e non hanno alcuna intenzione di lasciare tale posizione, a rischio di scatenare la terza guerra mondiale. Il coinvolgimento statunitense in Medio Oriente, con tutto ciò che accade in Siria e in Iraq, sembra essere il culmine del fallimento della politica statunitense. E’ tempo per l’Australia di evitare le guerre imperialiste statunitensi, ha detto Fraser.
Secondo l’ex-primo ministro John Malcolm Fraser l’alleanza con gli Stati Uniti non è più utile per il futuro dell’Australia e la dipendenza militare dagli Stati Uniti deve essere eliminata prima che l’Australia sia coinvolta in una guerra contro la Cina. Ciò non significa che l’alleanza con gli Stati Uniti debba essere sostituita da una con la Cina, ma che l’Australia deve garantirsi che australiani e cinesi non siano nemici, anche se gli USA lo volessero. Negli ultimi 25 anni, economicamente la Cina è riuscita a dimostrarsi l’alternativa più valida per l’Australia rispetto a Giappone, Unione europea e Stati Uniti. L’importazione massiccia di materie prime come minerale di ferro, carbone e gas liquefatto in Cina per 68 miliardi di dollari all’anno, aiuta l’economia australiana a non sentire gli effetti dolorosi della recessione globale e ad avere un tasso di crescita annuo del 4-5%. A differenza della Cina, gli Stati Uniti hanno imposto tariffe preferenziali attraverso il trattato AUSFTA, all’importazione di cereali, ortaggi, frutta, carne, tabacco, cotone e tessuti australiani, per un valore di 9,2 miliardi di dollari USA all’anno. Washington ha cercato invano per anni d’imporre misure per eliminare, con la forza, l’Australia quale importante fonte di materie prime della Cina. L’amministrazione Obama usa il pretesto che il governo Abbott dovrebbe allinearsi alla politica statunitense sulle cosiddette misure per la riduzione del riscaldamento globale.
In occasione del sesto vertice dei BRICS tenutosi il 14-16 luglio 2014, la Presidentessa del Brasile ha proposto alla Cina un paio di progetti d’investimento di grandi dimensioni, a cui ha risposto immediatamente. Tra i 298 passeggeri morti nell’incidente aereo in Ucraina il 17 luglio, vi erano 28 australiani. Vero incidente o complotto degli statunitensi, il primo ministro australiano Tony Abbott ha accusato, con veemenza e senza prove, la Russia e le forze di auto-difesa di aver abbattuto il Volo MH17 con un missile antiaereo, con l’intenzione di inviare in Ucraina orientale truppe per operazioni speciali australiane, naturalmente dirette contro le forze di autodifesa fiancheggiando l’esercito ucraino. Ciò ha irritato la Cina, socio nei BRICS della vicina Russia e le conseguenze non tardano a comparire. La Cina, che acquista oltre il 60% del minerale di ferro venduto ogni anno in tutto il mondo, ha dato una risposta positiva alle proposte del Brasile e deciso di passare dalle importazioni dall’Australia a quelle dal Brasile. Il Brasile è un membro dei BRICS, seconda fonte di minerale di ferro nel mondo e sesta economia mondiale dal 2011, quando superò l’Inghilterra.  Pertanto, la società siderurgica cinese Wuhan sposta i suoi impianti siderurgici in Brasile acquistando azioni della seconda maggiore società mineraria brasiliana MMX (Mineracao & Metalicos). Wuhan ha investito nella costruzione del nuovo porto brasiliano di Acu, dalla superficie di 90 kmq e con l’acciaieria più moderna di tutte per la produzione dell’acciaio per costruzioni navali. Il gruppo cinese Baosteel ha investito a sua volta nelle azioni della Brasileira de Metalurgia e Mineracao (CBMM), il più grande produttore mondiale di niobio. Il Niobio è un metallo raro usato per avere acciai fortemente temprati. La logica cinese è elementare. Invece d’inviare 5 carichi di minerale di ferro, uno di carbone e uno di petrolio dall’Australia per produrre acciaio in Cina, è meglio usare minerale di ferro, petrolio, energia e lavoro brasiliani nel nuovo complesso siderurgico costruito dai cinesi in Brasile. Poi, solo una nave trasporterà i prodotti in acciaio in Cina, e il Brasile beneficerà anche della produzione d’acciaio per sviluppare la propria industria automobilistica.
Reagendo alla decisione della Cina, Tony Abbott ha cancellato i colloqui con gli omologhi cinesi sul rapido miglioramento delle relazioni bilaterali nella Difesa che permettesse una presenza militare cinese in Australia. La fregata australiana HMAS Warramunga era stata invitata per la prima volta a partecipare alle esercitazioni con navi della marina militare cinese. Queste manovre si sono svolte nel Mar Giallo, al largo delle coste nord-orientali della Cina, dove navi statunitensi, giapponesi e sudcoreani non furono mai invitate.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il ripristino dei contatti cino-giapponesi e gli interessi russi

Vladimir Terehov New Eastern Outlook 01/08/2014
edito_131001_china_japan_gmLo sviluppo della situazione politica nella regione Asia-Pacifico è fortemente influenzato dal sistema di relazioni nel quadrilatero strategico “USA-Cina-Giappone-India” nel complesso, così come di ciascuno dei “lati” e “diagonali”. Due o tre anni fa sembrava che la fonte principale del deterioramento della situazione nella regione dovesse essere ricercata nel tandem “USA-Cina”. Tuttavia, con le nuove tendenze della politica estera statunitense che segnavano l’avvio del secondo mandato di Barack Obama, il lato “Cina-Giappone” del quadrilatero ha attirato sempre più attenzione. La questione più citata come causa principale delle tensione nelle relazioni sino-giapponesi è la disputa per il possesso delle isole Senkaku/Diaoyu nel Mar Cinese Orientale. A metà 2012, tre di esse furono “acquisite” dal governo giapponese tramite un privato, causando una levata di scudi in Cina, portando a chiudere i contatti ufficiali con il Giappone, di conseguenza. Tuttavia, la disputa sul territorio disabitato, dalla superficie totale di sette chilometri quadrati, è probabilmente sintomo della scarsa condizione generale delle relazioni bilaterali. Il problema principale è il processo oggettivo in cui una parte della coppia “Cina-Giappone” entra nel gruppo dei principali attori mondiali, venendo ciò percepito dagli altri come minaccia agli interessi nazionali e alla sicurezza. Tali preoccupazioni comuni riguardano principalmente la complicata storia dei rapporti tra Cina e Giappone. Perciò la Cina è stata dura sulla visita del primo ministro Shinzo Abe al santuario Yasukuni, che commemora i soldati giapponesi uccisi nelle guerre degli ultimi 150 anni. Questo santuario commemora anche i leader del Giappone della seconda guerra mondiale che furono giustiziati dal processo di Tokyo. Sembrerebbe che in tali condizioni sia particolarmente necessario preservare i contatti bilaterali ufficiali, almeno per evitare “incomprensioni” pericolose nel corso delle costanti dimostrazioni militari presso le isole contese.  Tuttavia, tale contatto non è stato mantenuto per quasi due anni.
Senkaku_Diaoyu_Tiaoyu_Islands_blog_main_horizontalAi primi di maggio, la Cina è stata visitata da un gruppo di parlamentari giapponesi guidati da un veterano del Partito Liberal Democratico, Takeshi Noda. La delegazione, che comprendeva due ex-ministri, è stata ricevuta da Yu Changsheng, il quarto alto funzionario della leadership del PCC. Il fatto stesso che i primi colloqui ad alto livello, dopo una lunga pausa in tutti i contatti, infine si siano verificati, è stato visto da entrambe le parti come indicatore importante del desiderio di riprendere il controllo sullo sviluppo delle relazioni nippo-cinesi. Tuttavia, anche dopo questi negoziati, i primi in due anni, l’intrigo associato al prossimo vertice APEC, che si terrà nel novembre di quest’anno a Pechino, resta. Abe. partecipando al più autorevole forum regionale, inevitabilmente sarà in contatto con Xi Jinping, si limiteranno a cenni cortesi e chiacchiere sul “tempo”, come è avvenuto negli ultimi due anni presso altre sedi internazionali? O si approfitterà per dei negoziati seri, come con tutti gli altri leader “in campo” in tali eventi? Tanto più che, dato lo stato attuale dei colloqui bilaterali, ciò probabilmente avrà molta più importanza delle dichiarazioni finali del forum, principalmente di natura dichiarativa. Per avere risposte a queste domande, dei colloqui “segreti” si sono svolti il 24 giugno a Pechino tra i funzionari dei ministeri degli Esteri dei due Paesi. Quasi certamente, il leader cinese non approfitterà di questa opportunità se il 15 agosto (il giorno dopo l’annuncio della resa del Giappone nella seconda guerra mondiale, fatta il 14 agosto 1945) Abe visiterà ancora una volta il santuario Yasukuni per commemorarvi i soldati giapponesi caduti. Tuttavia, con un alto grado di certezza, possiamo aspettarci che questa volta Abe non farà un tale passo. Il fatto che le parti siano apparentemente pronte a cogliere l’occasione per sondare finalmente le rispettive posizioni ai vertici, viene dimostrato dal primo incontro in due anni dei ministri svoltosi a Pechino il 27 giugno.
Qual è il fattore della Russia in questi giochi cino-giapponesi? Diretto e su diversi motivi. Principalmente perché il Giappone e la Cina sono due delle principali potenze regionali e sono i vicini più prossimi della Federazione Russa. Inoltre, la Russia è impensierita dal fatto che possa essere costretta a fare un’amara scelta, nel caso che le attuali relazioni sino-giapponesi degenerino in conflitto aperto. I frequenti pareri meschini sui vantaggi di tale scenario per la Russia sono illusioni pericolose. La Russia non solo non può “scaldarsi le mani” con un fuoco di tale portata, ma molto probabilmente ne verrebbe completamente inghiottita assieme agli immediati “istigatori”. Pertanto, la Russia dovrebbe accogliere con favore la ripresa dei contatti ufficiali tra Giappone e Cina, e sperare che siano ulteriormente sviluppati, anche nel prossimo vertice APEC. In secondo luogo, alla fine dello scorso anno, la leadership russa ha subito un marcato spostamento degli interessi nella parte russa della regione. Tuttavia, è apparso un grave ostacolo che impedisce la concentrazione degli sforzi per affrontare gli obiettivi fondamentali del lungo ritardo del Paese: l’inaspettato peggioramento della situazione nei territori limitrofi, che 23 anni fa facevano parte dello stesso Stato. Quest’ultimo, con una popolazione di 40 milioni di abitanti, secondo la “legge internazionale”, è dominato da “ucrainizzatori” da caso clinico. Secondo ogni evidenza, si è stati costretti dalle circostanze inevitabili, ad agire (reagire, soprattutto in Crimea). Tuttavia era così prima, ed ora è quello che è. Il tema della “purezza legale”, il tempismo e la strategia scelta per risolvere il problema della Crimea hanno già assunto un carattere accademico. Tuttavia, ciò avveniva dopo i ridimensionamenti informali precedentemente “riconosciuti a livello internazionale” sulla mappa politica e geografica. Non ci può essere alcun dubbio che non fosse impossibile lasciare un pezzo strategicamente importante del territorio abitato dal popolo russo in mano ai dei folli e intrattabili “proprietari”. Così gli appassionati di storia alternativa e di sogni strategici avranno un po’ di munizioni.
Per gli attori più importanti del mondo, come sono senza dubbio Cina e Giappone (così come Stati Uniti, Russia, India e Germania), la regione Asia-Pacifico è un gigantesco campo incolto per ogni  tipo di attività comune. Tali attività non devono interferire con l’ascesso ucraino, così sgradevolmente apparso sul corpo della politica globale.

21-iht-heng-articleLargeLe crescenti “zone grigie” nelle relazioni Giappone-USA
Vladimir Terehov New Eastern Outlook 06/08/2014

1398320902000-AP-APTOPIX-Japan-Obama-AsiaLa nuova interpretazione del capitolo 9 “pacifista” della Costituzione giapponese del 1947, è stata adottata il 1° luglio dal governo di Shinzo Abe, divenendo uno degli eventi più significativi nella politica giapponese, plasmando la mappa politica della regione Asia-Pacifico. Questa mossa del governo giapponese regola il formato della cooperazione politica e militare tra Stati Uniti e Giappone. Parliamo di un grande cambiamento nella configurazione quadrangolare strategica, emergente nella regione Asia-Pacifico. E’ importante notare che l’accordo in questione è al cuore delle relazioni USA-Giappone. La prima edizione del trattato fu adottata nel 1951, un anno prima della firma del Trattato di pace di San Francisco, che concluse la guerra nel Pacifico, e l’ultima nel 1960. Così il contenuto di base dell’alleanza politico-militare non è cambiata, e può in una certa misura essere descritta con la semplice formula “protettore (USA) – protetto (Giappone)”. Tale  “grado” è stato modificato da due tendenze importanti dalla seconda metà degli anni ’90. L’importante riduzione del ruolo degli Stati Uniti nel mondo, suscitando la questione di un’ulteriore assoluta affidabilità di Washington nella sicurezza dei principali alleati degli Stati Uniti. Il secondo è il processo di “normalizzazione” del Giappone stesso. Tali tendenze si sono riflesse sotto forma di innovazioni nella formula dell’alleanza USA-Giappone, secondo le cosiddette “Linee guida per la cooperazione nella difesa Giappone-Stati Uniti” del 1997. Mentre il diritto di usare le Forze di Autodifesa (SDF) nell’ambito dell’autodifesa collettiva, che l’esercito giapponese ha ricevuto il 1 luglio 2014, è piuttosto limitato, tale atto del governo giapponese è un passo importante verso la maggiore autonomia del Giappone sulla questione della sicurezza nazionale.
Il segretario alla Difesa degli Stati Uniti Chuck Hagel ha salutato il passo del governo giapponese. Non poteva esserci altra reazione dalla difesa statunitense, dato che il Pentagono ha impegnato i suoi alleati a “migliorare il contributo alla difesa comune” negli ultimi quindici anni. Tali appelli sono diventati particolarmente rilevanti negli ultimi anni, quando il declino economico degli Stati Uniti ha iniziato a richiedere la progressiva riduzione della spesa militare del Pentagono. Tuttavia, i problemi della politica statunitense nella regione Asia-Pacifico hanno da tempo superato l’ambito puramente difensivo, dato che negli ultimi quindici anni vi sono stati notevoli miglioramenti nell’individuare le minacce alla stabilità regionale, come la profondità del processo di “normalizzazione” giapponese e la natura del relativo impatto sulle relazioni sino-giapponesi. Tale questione è diventata rilevante per via di certi cambiamenti nella politica statunitense verso la Cina. Gli Stati Uniti affronteranno il problema entrando “automaticamente” (a causa degli obblighi dell’alleanza) in guerra con la seconda potenza del mondo, per discordie “banali” (dal punto di vista statunitense)? Un esempio di tale discordia è senza dubbio il confronto sino-giapponese sul possesso di un arcipelago disabitato nel Mar Cinese Orientale. L’incertezza di tale prospettiva spiega la reazione misurata di esperti e giornalisti statunitensi sul prossimo importante passo che il governo giapponese avvia per la “normalizzazione” del Paese. Tali preoccupazioni disciplinano il contenuto dei negoziati bilaterali sulla nuova bozza delle Linee Guida per la cooperazione nella Difesa Giappone-USA, immutata dal 1997. Tali negoziati sono seguiti dai viceministri della Difesa dei due Stati, iniziati a Tokyo il 15 luglio. Il problema è l’incapacità delle parti di definire gli obblighi reciproci sulla cosiddetta “zona grigia” di un possibile conflitto, che non implicherebbe “l’automatica” esecuzione degli obblighi da uno degli alleati. Per il Giappone, è importante avere il sostegno (armato se necessario) degli Stati Uniti nel caso in cui le SDF debbano affrontare qualche piccolo gruppo armato “di nazionalità sconosciuta” che sbarcasse sulle isole Senkaku. Ma come è già stato detto gli Stati Uniti di oggi, se vogliamo usare un eufemismo, non sono entusiasti all’idea di farsi coinvolgere in un tale scenario. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti vorrebbero avere il diritto di utilizzare le SDF in un ipotetico conflitto nelle regioni di massima importanza per essi, ad esempio il Golfo Persico. In tali aree remote, il Giappone è pronto a un coinvolgimento estremamente limitato. Ad esempio dragare i campi minati sulle rotte degli idrocarburi. Ma in generale, il Giappone non è pronto a schierare le SDF in seri e lontani conflitti.
Va osservato che un’interpretazione chiara delle “tre nuove condizioni” sull’impiego delle SDF,  rilasciata dal governo il 1 luglio, causa incertezza in Giappone. Alla vigilia delle elezioni per la prossima primavera, il partito liberal-democratico al governo cerca di evitare un dibattito nazionale sul tema impopolare delle crescenti attività delle SDF. La legislazione che dovrebbe fornire risposte ad ogni domanda posta dalla società di oggi, sull’adozione del diritto di autodifesa collettiva, può essere avanzata solo alla prossima sessione, nel gennaio 2015. Gli esperti giapponesi non escludono la possibilità che diverse interpretazioni degli obblighi reciproci, così come il problema dell’interpretazione dei nuovi termini dell’impiego delle SDF, possano bloccare i negoziati summenzionati tra i funzionari dei due ministeri della Difesa. Ciò rende la prospettiva di una nuova edizione delle Linee guida della cooperazione Giappone-Stati Uniti alla fine dell’anno, come  previsto dai leader dei due Paesi, piuttosto ostica. Infine, va rilevato che il problema delle interpretazioni dell’accordo Giappone-USA può essere osservato in numerosi settori, anche politici ed economici. Ad esempio, è riapparso nei difficili negoziati per la conclusione degli accordi sulla Trans-Pacific Partnership.
Tutto ciò è naturale per un Giappone che emerge quale attore globale dagli interessi non sempre coincidenti con quelli statunitensi, mentre il gioco politico nella regione Asia-Pacifico e nel mondo, diventa sempre più complicato.

Japanese Maritime Self-Defense Force destroyer Kurama leads destroyer Hyuga during a naval fleet review at Sagami Bay, off Yokosuka, south of TokyoVladimir Terekhov, ricercatore presso il Centro per gli studi asiatici e del Medio Oriente dell’Istituto di ricerca strategica russa, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché le sanzioni di Obama contro la Russia sono condannate

MK Bhadrakumar, 30 luglio 2014
1901277La nuova guerra fredda era l’ultima cosa nella mente del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama nel crepuscolo del 22 ottobre 2012 presso il campus Lynn University in Florida. La notte dei lunghi coltelli del famoso dibattito in politica estera per la campagna presidenziale, durante cui Obama umiliò il suo avversario repubblicano Mitt Romney ridicolizzando la tesi che la Russia costituisse la maggiore minaccia geopolitica degli Stati Uniti nel 21° secolo. Così Obama inflisse quel famoso affronto a Romney: “Governatore, sono contento riconosca al-Qaida quale minaccia, se pochi mesi fa, quando le fu chiesto quale fosse la maggiore minaccia geopolitica dell’America, lei disse la Russia e non al-Qaida. E dagli anni ’80 che non si chiede nulla di loro in politica estera perché, si sa, la guerra fredda è finita da più di 20 anni. Ma il governatore, quando si tratta della nostra politica estera, sembra voler riportarla agli anni ’80” (qui).  Nel corso della sua rielezione, Obama indicò il ‘reset’ degli USA nelle relazioni con la Russia come il più brillante successo della politica estera del suo primo mandato allo Studio Ovale. Orgoglioso dell’accordo START sul disarmo con la Russia; del prezioso aiuto della Russia nel creare la rete di transito nota come Rete di Dispiegamento del Nord e in altre aree relative alla guerra in Afghanistan; del taglio russo delle vendite militari all’Iran e della volontà di muoversi in tandem nelle sanzioni statunitensi contro l’Iran, ed altro, quali vantaggi sostanziali della sua politica estera. Non sappiamo esattamente quando Obama ha cambiato idea e deciso di diventare un seguace di Romney. Obama attribuisce la sua metamorfosi interamente agli sviluppi in Ucraina, a 4 mesi dall’annessione alla Russia della Crimea. Ma in questo breve periodo Obama ha oscillato da un estremo all’altro, e come nel suo intervento, qui, sulle ultime sanzioni contro la Russia, testimonia, gode nel “far indietreggiare di decenni l’autentico progresso” della Russia ed “indebolire ancor di più la debole economia russa“.
Obama esulta per “le proiezioni sulla crescita economica russa scese quasi a zero”. Tradendo  rancore e malvagità che macchiano l’immagine degli USA presso la comunità mondiale. Senza dubbio, c’è un mondo intero oltre il Nord America e l’Europa occidentale, che vede le bizzarrie di Obama con incredulità ed esasperazione. Quella grossa parte della comunità internazionale, la maggioranza silenziosa, avrebbe anche un paio di cose da chiedere a Obama. Primo, come può arrogarsi la prerogativa d’interpretare il diritto internazionale sempre nel modo che gli fa comodo su un dato punto? Come spiegare l’aggressione degli Stati Uniti a Iraq e Libia con la conseguente distruzione di questi Paesi e la palese interferenza in Siria? Chi è realmente responsabile dei disordini in Ucraina dell’anno scorso? Ahimè, Obama non si rende conto che segna un auto-goal svendendo la credibilità politica degli Stati Uniti, subendo un effetto strano. Prendiamo per esempio la seducente retorica del segretario di Stato John Kerry, qui, sperando di dare il tono giusto alla sua imminente visita a Delhi, due giorni dopo. Ma ignorato dalle orecchie indiane. Infatti, il portavoce del ministero degli Esteri a Delhi ha chiarito, confermando che il ministro indiano prevede di riprendere con Kerry la stupefacente notizia dell’ex-dipendente della CIA Edward Snowden sullo spionaggio della NSA in India. Ha detto: “Siete anche consapevoli del fatto che vi è notevole inquietudine in India sulle autorizzazioni alle agenzie statunitensi nel violare la privacy di persone, entità e governo indiani. Quindi, ovviamente se vi è notevole inquietudine, questi problemi dovrebbero essere comprensibili senza ulteriori dettagliate spiegazioni“. I giornali indiani hanno generalmente interpretato la missione di Kerry come grossolano istinto filisteo, volto a vendere altre armi all’India e rimuovere gli impedimenti all’esportazione dei reattori nucleari statunitensi sul mercato indiano. Kerry assomiglia ad un sudato venditore porta a porta del dramma di Arthur Miller.
Perché ciò accade? L’India era un Paese perdutamente innamorato del predecessore di Obama, George W. Bush. Ma in qualche modo e da qualche parte, s’è formata nella coscienza indiana l’impressione, ora difficile da cancellare, che Obama sia un cinico ed egocentrico opportunista  singolarmente privo di convinzioni radicate, e perciò altamente inaffidabile. Come nell’ultimo colpo di scena nella politica verso la Russia, che danneggerà gli interessi degli Stati Uniti. Basti dire che l’India non vorrà avere a che fare con la strategia degli Stati Uniti del riequilibrio in Asia. Obama non comprende che il mondo non è interessato ad isolare la Russia o a distruggerne l’economia quando l’economia mondiale ha un disperato bisogno di centri di crescita, soprattutto al di fuori del mondo occidentale. Quindi, se l’Europa vuole solo il gas russo e vieterà il petrolio russo, tanto meglio per le economie in rapida crescita di India, Cina e Vietnam. Se l’Europa non vuole acquistare più armi russe, tanto meglio per India, Iraq, Egitto, Venezuela, Brasile, ecc., che avranno ancora più armi dalla Russia. Certamente, BRICS e Shanghai Cooperation Organization non scompariranno. Obama non capisce che gli strumenti della guerra fredda non sono più utili. E’ chiaramente arrogante da parte sua illudersi di essere una sorta di pifferaio magico che il resto del mondo semplicemente seguirà. Perché il mondo dovrebbe combattere la guerra statunitense per salvare lo status incontaminato del dollaro conservando l’egemonia globale degli USA, pur essendo una potenza inesorabilmente in declino?
La banca dei BRICS, destinata a rivaleggiare con la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale, indica “la fine del predominio occidentale sul piano finanziario ed economico globale” per citare, qui, un esperto strategico di primo piano a capo del consiglio consultivo del Consiglio di Sicurezza Nazionale indiano, è già un fatto immutabile della vita. India, Brasile e Cina non si spaventano delle restrizioni occidentali alle banche russe.

10360610Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché il riarmo del Giappone non è un problema

Ulson Gunnar New Oriental Outlook 25/07/2014
japon-604x272Acrimonia ed esaltazione sono esplose su lati opposti della crescente frattura geopolitica nel Pacifico, dopo la decisione del Giappone di eludere la costituzione e cercare una postura globale più aggressiva. AP ha riferito che “il governo del Giappone ha approvato una reinterpretazione alla pacifista Costituzione postbellica del Paese permettendo ai militari di difendere alleati ed altri “in stretta relazione” con il Giappone, in ciò che è nota come “autodifesa collettiva”.” Chi ricorda quando il Giappone esercitò la forza militare oltre i suoi confini, protesta per la recente fase che vede quale ennesimo tentativo di militarizzare l’isola e spingerla a partecipare a un altro scontro armato disastroso. Ciò include non solo le nazioni vittime dell’imperialismo giapponese durante la seconda guerra mondiale, ma anche gli stessi giapponesi che pagarono tremendamente con sangue e risorse il loro tentativo mal concepito di avere l’egemonia sul Pacifico. Qualunque lezione i manifestanti possano aver appreso dalla storia, sembra sparire con il primo ministro giapponese Shinzo Abe, il cui discorso in Australia sembrava sospetto quanto i vari discorsi vergati per i politici statunitensi sul “Pivot verso l’Asia” degli Stati Uniti. Ma pur per tutta la postura che l’annuncio prevede, il tentativo del Giappone di far tintinnare le sciabole è reale?

Perché non sarebbe importante
Il Giappone è una nazione in declino. La sua popolazione invecchia e si contrae mentre l’economia è stagnante. Volgendosi a una maggiore militarizzazione o a coltivare rapporti conflittuali con i vicini, come la Cina, può essere il tentativo di radunare la popolazione intorno alla bandiera, ma  una tale misura sembra anche causare guai al Giappone. I contributi militari del Giappone verso  qualsiasi nazione, tramite l'”autodifesa collettiva”, sono discutibili, considerando che molti di tali alleati sono in declino permanente, come gli Stati Uniti. E’ improbabile che i contributi del Giappone permetteranno agli Stati Uniti di completare i suoi calcoli sul Pacifico. Il tentativo del  “pivot verso l’Asia” vive molti contrattempi e ritardi, tra cui la ritirata dei regimi alleati nella regione e la continua espansione della sfera d’influenza cinese rispetto al declino dell’egemonia statunitense. In realtà, la rimilitarizzazione del Giappone può solo distrarre ulteriormente dall’elaborare riforme socioeconomiche sostenibili necessarie alla ripresa della nazione, per non parlare di ciò di cui ha bisogno per prosperare ed espandersi. L’altro possibile movente del tintinnio di sciabole del Giappone può essere un altro sforzo collettivo degli occidentali e dei loro alleati regionali di forzare la mano della Cina a una stressante corsa agli armamenti e a passi falsi di stile sovietici, verso uno sperato crollo dell’attuale ordine politico di Pechino. La paranoia e la pessima intelligenza dovrebbero avere la meglio a Pechino, per spingere la Cina a reazioni esagerate alle provocazioni politiche e tattiche ai suoi confini e sfere d’influenza. Va notato che simile tintinnio di sciabole del Giappone s’è già avuto decenni fa. Retorica simile si poté sentire nel 1989, quando Giappone e Stati Uniti cercavano un modo di uscire dalla recessione economica. Più recentemente, il Giappone fece simili annunci militaristi in dichiarazioni accompagnate da stesse condanne e manifestazioni lungo linee di faglia politiche prevedibili. Può darsi che la condizione socio-economica del Giappone sia ancora una volta abbastanza terribile da giustificare l’ennesima distrazione.

Cosa la Cina dovrebbe fare
La Cina deve per primo investire saggiamente nell’intelligence, perché sarà l’intelligence a dirle  quanto preoccuparsi in realtà della questione delle mosse del Giappone, e delle maggiori alleanze, che tale contestata mossa dovrebbe promuovere. La Cina deve misurare le proprie forze in modo realistico rispetto a quelle di Giappone e Stati Uniti, sia internamente che più specificamente nella regione del Pacifico. La Cina deve anche operare internamente per sviluppare modelli socioeconomici sostenibili che contrastino e divergano da quelli che hanno più volte gettato i suoi rivali nella recessione. Per la Cina è una questione di stabilità nazionale interna, nonché di resistenza all’aggressione straniera. Se la Cina costruisce un fondamento socio-economico capace di sconfiggere gli Stati Uniti e i loro partner del Pacifico, i contributi minimi del Giappone alla presenza statunitense, già sfuggente nel Pacifico, saranno resi irrilevanti. Mentre titoli e notizie sollecitano la rinascita del “Giappone imperiale”, la realtà probabilmente sarà di gran lunga inferiore. Se non altro tale atto esterno di “forza militare” del Giappone sembra dimostrare, invece,  debolezza socio-economico nazionale e nell’ambito delle varie alleanze occidentali, in cui afferma di volere un ruolo maggiore.

Per i giapponesi
I giapponesi non avranno alcun beneficio dal ricordare al mondo il loro passato oscuro e minaccioso, con possibili ritorsioni. Né trarranno beneficio dal deviare risorse nazionali in avventure militari perseguite nel dubbio nome dell'”autodifesa collettiva”. Le tensioni regionali impediscono, non promuovono, progresso ed opportunità economiche. Il desiderio degli USA di avere divisioni nella regione da poter manipolare, costerà all’Asia proprio quell’ingerenza degli Stati Uniti che danneggia Europa dell’Est, Africa e Medio Oriente. I giapponesi già protestano contro un governo che sembra rappresentare i principi e gli interessi di Washington più che quelli giapponesi. I giapponesi devono continuare a protestare. Giappone e Cina avranno interesse reciproco nel rimuovere il ruolo egemonico degli Stati Uniti dalla regione. Mentre gli Stati Uniti sostengono che la loro presenza è necessaria per la stabilità, la pace e la prosperità, l’unica minaccia a questi tre risultati desiderabili è proprio l’ingerenza statunitense. La rimozione di tale elemento d’instabilità sarà fondamentale per Cina e Giappone nel perseguire i propri interessi, indipendentemente da quanto divergenti o compatibili possano essere. Un vero equilibrio di potere potrà essere deciso senza l’ingerenza insidiosa di nazioni che si trovano letteralmente dall’altra parte del mondo.

jsdf_female_soldiersUlson Gunnar, analista geopolitico di New York, per la rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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