La rielezione di Chavez in Venezuela

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 08/10/2012

La rielezione di Chavez nelle elezioni presidenziali in Venezuela, incombeva in tutte le previsioni più serie. Il 7 ottobre ha ottenuto il 54,4% dei voti, il messaggio inviato dal collegio elettorale dice che i venezuelani non hanno perso la fiducia nel loro leader, nel corso di 14 anni di governo. Chavez rimane un campione senza sfidanti diretti in vista, e il mandato ribadito gli permette di proseguire le radicali riforme strutturali, comprese le missioni dal carattere sociale che gli sono valse l’eccezionale popolarità nel paese. La presidenza attuale è destinata a durare fino al 2019, ma la costituzione venezuelana non limita il numero delle rielezioni, il che significa che Chavez, come ha spiegato in più occasioni, ha bisogno di essere al timone fino al 2025 per poter attuare il suo programma socialista per il Venezuela, che probabilmente ripresenterà nuovamente in futuro.
L’affluenza senza precedenti dell’80,94%, ha evidenziato l’adeguatezza del corso, unico nel suo genere, in cui è entrato il Venezuela da quando Chavez è salito al potere nel 1999, una combinazione di forti politiche di modernizzazione, sovranità e fedeltà immune alle alte pressioni internazionali, e di destinazione dei proventi del petrolio ai massicci e ampi programmi di welfare. Come leader di un paese dotato di alcuni dei più grandi giacimenti energetici del mondo, Chavez non deve flirtare con l’oligarchia nazionale o con Washington. Ha vinto fiduciosamente la partita  con Henrique Capriles Radonski, che ha ottenuto il 44,5% dei voti con la sua subdola piattaforma antinazionale e, se eletto, avrebbe capovolto i benefici sociali per la popolazione, detto no alla costruzione di alleanze latinoamericane e avviato la privatizzazione strisciante di tutto il settore energetico venezuelano.
Al momento, i sostenitori di Chavez possono essere orgogliosi di aver ottenuto la rielezione diretta. L’intensità della propaganda occidentale anti-Chavez, non è mai stata leggera verso il leader venezuelano, raggiungendo un picco nella giornata cruciale del 7 ottobre. Contrariamente ai sondaggi del tutto affidabili, i media hanno sfornato rapporti inattendibili secondo cui Radonski fosse un attivista energico a pochi punti da Chavez, che avrebbe colmato il divario e che avrebbe alla fine prevalso. Alcuni media liberali della Russia, tra l’altro, con entusiasmo hanno fatto eco a tali rivendicazioni. Tornando alla prima presidenza di Chavez, l’establishment politico in Russia era stato lento nell’apprezzare le opportunità che cominciarono a sorgere con lo passaggio del Venezuela verso il populismo. L’inerzia dell’era Eltsin e gli approcci adottati quando A. Kozyrev era alla guida del ministero degli Esteri russo, nel 1991-1995, una pseudo-diplomazia che riconosceva un’illimitata supremazia degli Stati Uniti e che portava la Russia a sacrificare di continuo i propri interessi, dominavano la politica estera di Mosca, ma emerse in breve tempo che Chavez era entrato nella politica mondiale con dei piani di vasta portata e assolutamente realistici. Mosca, dunque, ha dovuto aprire un dialogo con Chavez e, infine, tracciare un lungimirante programma di cooperazione.
Ad oggi, la partnership tra la Russia e il Venezuela è un modello da seguire per l’America Latina e non solo. Mosca e Caracas interagiscono nei settori dell’energia, dell’industria, del commercio, delle finanze, ecc. E soprattutto l’impegno di Chavez nell’amicizia con la Russia è assoluto. La sua posizione, infatti, espone Chavez a ulteriori critiche nei media occidentali e liberali russi che, evidentemente, sono sconvolti dal fatto che la cooperazione tra la Russia e il Venezuela aumenti. Non dovrebbe sfuggire il fatto che, implicitamente, la diffusione delle invettive contro Chavez, spesso prendano di mira il presidente russo Putin mentre tenta di portare verso Mosca lo slancio di Caracas.
Le anticipazioni dei media filo-occidentali già ridipingono il quadro delle elezioni venezuelane su misura di Washington, dando al pubblico resoconti ridicoli, secondo cui dei sondaggi citati, ma non identificati, davano a Radonski un punteggio inferiore a quello del vincitore di meno dell’un per cento, cercando in qualche modo d’inserirsi nel margine di errore nel conteggio dei voti. In origine, le accuse di brogli elettorali avrebbero dovuto essere il primo passo nel quadro di uno scenario destinato a culminare in disordini nelle strade delle città venezuelane, ma la vittoria schiacciante di Chavez ha aggiunto al suo successo l’impraticabilità di tale piano.
Non c’è dubbio che, in circostanze meno favorevoli, l’opposizione venezuelana radicale avrebbe scatenato una violenta offensiva contro il regime, inviando le sue bande addestrate dalla CIA e finanziate dall’USAID, a lottare per gli interessi degli influenti mandanti stranieri. “Chavez ora ha mano libera nel conferire un ruolo ancora più grande allo stato nell’economia e nel perseguire i programmi populisti. Ha promesso, prima della votazione, di dare una spinta più forte al socialismo, nel prossimo mandato. E’ anche probabile che limiterà ulteriormente il dissenso e approfondirà le amicizie con i rivali degli Stati Uniti“, ha scritto il collaboratore di Associated Press Ian James. Quanto sopra fornisce una buona idea delle lamentele suscitate a Washington, che considera Chavez il nemico numero uno in America Latina.
Radonski ha semplicemente dovuto cedere sulla vittoria di Chavez e astenersi dalla solita retorica sui presunti brogli elettorali. In primo luogo, l’attuale processo di votazione in Venezuela è completamente sicuro ed include anche la scansione delle impronte digitali prese a coloro che vanno nelle cabine. In secondo luogo, l’opposizione si sta preparando a una battaglia elettorale per l’elezione dei governatori e legislatori, a dicembre. La tattica degli avversari di Chavez passa al confronto muscolare regionale con il regime populista.
L’opposizione già controlla Zulia, Táchira e Nueva Esparta. In parte, una finestra di opportunità si apre per l’opposizione dal momento che, in un certo numero di casi, i governatori pro-Chavez non sono stati all’altezza degli standard che Caracas sta cercando di imporre e, a livello locale, mali come la corruzione, l’inefficienza e la demagogia erodono le fondamenta dell’autorità venezuelana. La situazione si è ulteriormente deteriorata quando Chavez era alle prese con il cancro, e la sua presa sul governo e il Partito Socialista Unito si era temporaneamente indebolita.
E’ chiaro che Chavez non ha praticamente il tempo di celebrare il trionfo. Ciò che affronta, mentre la polvere si deposita, è una nuova fase di sostegno alla causa; la sfida consiste nel salvaguardare le conquiste politiche nazionali e internazionali.

È gradita la ripubblicazione con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

SIRIA: Chi c’è dietro il movimento di protesta? Fabbricare un pretesto per l’”intervento umanitario” USA-NATO

Prof. Michel Chossudovsky Global Research, 3 Maggio 2011

Vi è l’evidenza di gravi manipolazioni e falsificazioni dei media, fin dall’inizio del movimento di protesta nel sud della Siria, il 17 marzo. I media occidentali hanno presentato gli avvenimenti in Siria come parte del più ampio movimento di protesta pro-democrazia araba, che si diffonde spontaneamente dalla Tunisia all’Egitto, dalla Libia alla Siria.
La copertura mediatica è concentrata sulla polizia e le forze armate siriana, che sono accusate di sparare e uccidere indiscriminatamente manifestanti disarmati “pro-democrazia“. Mentre queste sparatorie della polizia si sono effettivamente verificate, ciò che i media non hanno menzionato è che tra i manifestanti c’erano uomini armati e cecchini che sparavano sia alle forze di sicurezza che ai manifestanti. Le cifre dei morti presentate nelle relazioni, sono spesso prive di fondamento. Molte delle relazioni sono “secondo i testimoni“. Le immagini e i filmati video mandati in onda su Al Jazeera e CNN, non sempre corrispondono agli eventi che vengono coperti dai notiziari.
Vi è certamente motivo di tensioni sociali e di protesta di massa in Siria: la disoccupazione è aumentata negli anni recenti, le condizioni sociali si sono deteriorate, soprattutto dopo l’approvazione nel 2006 di ampie riforme economiche, sotto la guida del FMI. La “medicina economica” del FMI comprende  misure di austerità, congelamento dei salari, deregolamentazione del sistema finanziario, riforma del commercio e privatizzazioni. (Vedasi IMF Syrian Arab Republic — IMF Article IV Consultation Mission’s Concluding Statement, 2006)
Con un governo dominato dalla minoranza alawita (un ramo dello sciismo), la Siria non è “società modello” per quanto riguarda i diritti civili e la libertà di espressione. Ma costituisce comunque l’unico (ancora) stato laico indipendente nel mondo arabo. La sua base anti-imperialista, populista e laica è ereditata dal partito dominante Baath, che integra musulmani, cristiani e drusi. Inoltre, a differenza di Egitto e Tunisia, in Siria vi è un notevole sostegno popolare al presidente Bashar Al Assad. La grande manifestazione a Damasco del 29 marzo, “con decine di migliaia di sostenitori” (Reuters) del presidente Al Assad è appena accennata. Eppure, con una torsione insolita, le immagini e le riprese video di alcuni eventi pro-governativi sono stati usati dai media occidentali per convincere l’opinione pubblica internazionale che il presidente veniva sfidato da manifestazioni di massa contro il governo.

L’epicentro” del movimento di protesta. Daraa: una piccola città di confine, nel sud della Siria
Qual è la natura del movimento di protesta? Di quali i settori della società siriana è emanazione? Cosa ha provocato le violenze? Qual è la causa delle morti?
L’esistenza di una insurrezione organizzata composta da bande armate, coinvolte in atti di omicidio e di incendi dolosi, è stato respinto dai media occidentali, nonostante le prove del contrario. Le manifestazioni non sono iniziate a Damasco, capitale della nazione. In via preliminare, le proteste non sono state integrate da un movimento di massa dei cittadini della capitale della Siria. Le manifestazioni sono iniziate a Daraa, una piccola città di confine di 75.000 abitanti, al confine siriano-giordano, piuttosto che a Damasco o ad Aleppo, dove si trova il fondamento della opposizione politica organizzata e dei movimenti sociali. (Daraa è una piccola città di confine paragonabile a Plattsburgh, NY, sul confine USA-Canada).
La Associated Press (citando anonimi “testimoni” e “attivisti“) descrive le proteste nei primi mesi del Daraa come segue:
Le violenze a Daraa, una città di circa 300.000 abitanti vicino al confine con la Giordania, stanno rapidamente diventando una grande sfida al presidente Bashar Assad, … La polizia siriana ha lanciato un attacco implacabile, Mercoledì, in un quartiere che alberga i manifestanti antigovernativi [Daraa], sparando fatalmente su almeno 15 persone, in un’operazione iniziato prima dell’alba, hanno detto dei testimoni. Almeno sei sono stati uccisi durante l’attacco di prima mattina, alla moschea al-Omari, nel settore agricolo della città meridionale di Daraa, dove i manifestanti sono scesi in piazza per chiedere riforme e libertà politiche, hanno detto testimoni. Un attivista in contatto con persone di Daraa, ha detto che la polizia ha sparato ad altre tre persone che stavano protestando nel centro della città, di epoca romana, dopo il crepuscolo. Sei corpi sono stati trovati più tardi nella giornata, diceva l’attivista. Mentre le vittime aumentano, la gente dai villaggi vicini di Inkhil, Jasim, Khirbet Ghazaleh e al-Harrah hanno tentato di marciare Mercoledì notte verso Daraa, ma le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco mentre si avvicinavano, diceva sempre l’attivista. Non è stato immediatamente chiaro se ci fossero altri morti o feriti.” (AP, 23 marzo 2011)
La relazione di AP gonfia i numeri: Daraa viene presenta come una città di 300.000 abitanti, mentre in realtà la sua popolazione è di 75.000 abitanti, “manifestanti si sono riuniti a migliaia”, “le vittime aumentano“. La relazione tace sulla morte di poliziotti, che in Occidente fa sempre la prima pagina dei tabloid. La morte dei poliziotti è importante nel valutare ciò che è realmente accaduto. Quando ci sono vittime della polizia, questo significa che c’è uno scontro a fuoco tra le opposte parti, tra poliziotti e “manifestanti“. Chi sono questi “manifestanti“, tra cui i cecchini sui tetti che prendevano di mira la polizia.
Dei reportage libanesi e israeliani (che riconoscono la morte di poliziotti) forniscono un quadro più chiaro di quello che è successo il 17-18 marzo a Daraa. La Israel National News Report (che non può essere accusata di parzialità a favore di Damasco), riferisce di questi stessi eventi così:
Sette agenti di polizia e almeno quattro manifestanti in Siria, sono stati uccisi in violenti scontri che sono scoppiati in mood continuato nella città meridionale di Daraa, lo scorso Giovedi. …. Il Venerdì la polizia ha aperto il fuoco su manifestanti armati, uccidendo quattro persone e ferendone altre 100. Secondo un testimone, che ha parlato alla stampa in condizioni di anonimato, “hanno usato munizioni vere immediatamente – nessuna gas lacrimogeno o qualsiasi altra cosa.” …. In un insolito gesto destinato ad alleviare le tensioni, il governo ha offerto di rilasciare gli studenti detenuti, ma sette agenti di polizia sono stati uccisi, e la sede del partito Baath e il palazzo di giustizia sono stati bruciate, in nuove violenze, Domenica.” (Gavriel Queenann, Syria: Seven Police Killed, Buildings Torched in Protests, Israel National News, Arutz Sheva, 21 marzo 2011)
Il notiziario libanese, citando varie fonti, riconosce anche l’uccisione di sette poliziotti a Daraa: Sono stati uccisi “durante gli scontri tra le forze di sicurezza e i manifestanti … sono stati ucciso mentre cercavano di allontanare i manifestanti, durante la manifestazione a Dara’a.”
Il libanese Ya Libnan riferisce citando che anche Al Jazeera ha riconosciuto che i manifestanti avevano “bruciato il quartier generale del partito Baath e la corte di Dara’a“.
Queste notizie degli eventi a Daraa confermane quanto segue:
1. Questa non era una “protesta pacifica“, come sostenuto dai media occidentali.  Molti dei “manifestanti” avevano armi da fuoco e li stavano utilizzando contro la polizia: “La polizia ha aperto il fuoco su manifestanti armati, uccidendone quattro”.
2. Nel numero delle vittime iniziale (Israel News), vi erano più poliziotti che manifestanti uccisi: 7 poliziotti uccisi contro quattro manifestanti. Questo è importante perché suggerisce che le forze di polizia potrebbero essere state inizialmente in inferiorità numerica, di fronte ad una banda armata ben organizzata. Secondo fonti dei media siriani, vi erano anche cecchini sui tetti che sparavano sia alla polizia che ai manifestanti.
Ciò che è chiaro, da questi rapporti iniziali, è che molti dei manifestanti non erano manifestanti, ma dei terroristi coinvolti in atti di assassinio premeditati e di incendio doloso. Il titolo del notiziario israeliani riassume quello che è successo in Siria: sette poliziotti uccisi, Edifici incendiati nelle proteste.
Il “movimento di protesta” di Daraa del 18 marzo, aveva tutte le apparenze di un evento organizzato che comprende, con ogni probabilità, il sostegno segreto ai terroristi islamici dal Mossad e/o delle intelligence occidentali. Fonti governative indicano il ruolo dei gruppi radicali salafiti (sostenuti da Israele) Altre relazioni hanno sottolineato il ruolo dell’Arabia Saudita nel finanziamento del movimento di protesta.
Ciò che si è svolto a Daraa, nelle settimane successive agli scontri violenti iniziali del 17-18 marzo, è uno scontro tra la polizia e le forze armate, da un lato, e le unità armate di terroristi e cecchini, dall’altro, che hanno infiltrato il movimento di protesta. Rapporti indicano che questi terroristi sono integrati dagli islamisti. Non ci sono prove concrete che le organizzazioni islamiste siano dietro i terroristi, e il governo non ha rilasciato informazioni che corroborano su chi siano questi gruppi.
Sia la Fratellanza musulmana siriana (la cui leadership è in esilio in Gran Bretagna) e che il bandito Hizb ut-Tahrir (Partito della Liberazione), tra gli altri, hanno elogiato a parole il movimento di protesta. Hizb ut Tahir (guidato dagli anni ’80 dal siriano Omar Bakri Muhammad) tende a “dominare la scena islamista inglese“, secondo gli affari esteri. Hizb ut Tahir è anche considerata d’importanza strategica per il servizio segreto della Gran Bretagna MI6. Nel perseguimento degli interessi anglo-statunitensi in Medio Oriente e nell’Asia centrale (Is Hizb-ut-Tahrir another project of British MI6? – State of Pakistan). 
La Siria è un paese arabo laico, una società di tolleranza religiosa, in cui musulmani e cristiani hanno vissuto per diversi secoli in pace. Hizb ut-Tahrir (Partito della Liberazione) è un movimento politico radicale impegnato nella creazione di un califfato islamico. In Siria, il suo obiettivo dichiarato è quello di destabilizzare lo Stato laico.
Dalla fine della guerra sovietico-afgana, le agenzie di intelligence occidentali e il Mossad d’Israele hanno costantemente utilizzato varie organizzazioni terroristiche islamiste come “attività di intelligence“. Sia Washington che il suo indefettibile alleato britannico hanno fornito sostegno segreto ai “terroristi islamici” in Afghanistan, Bosnia, Kosovo, Libia, ecc. come mezzo per innescare conflitti etnici, violenze settarie e instabilità politica.
Il movimento di protesta organizzato in Siria è modellato su quello della Libia. L’insurrezione in Libia orientale è integrata dal Gruppo combattente islamico in Libia (LIFG) che è supportato dall’MI6 e dalla CIA. L’obiettivo finale del movimento di protesta della Siria, attraverso la menzogna e le manipolazioni dei media, è quello di creare divisioni all’interno della società siriana e giustificare un eventuale “intervento umanitario“.

Insurrezione armata in Siria
Una insurrezione armata integrata dagli islamisti e sostenuto segretamente dall’intelligence occidentale, è centrale per la comprensione di quanto sta avvenendo sul terreno.
L’esistenza dell’insurrezione armata non è menzionata dai media occidentali. Se dovesse essere riconosciuta e analizzata, la nostra comprensione dello svolgimento degli eventi sarebbe completamente diversa. Ciò che è citato abbondantemente è che le forze armate e la polizia sono coinvolte nell’uccisione indiscriminata di manifestanti. Il dispiegamento delle forze armate, compresi i tank, a Daraa, è diretta contro una insurrezione armata organizzata, che opera nella città di confine a partire dal 17-18 marzo. Le vittime che sono state segnalate comprendono anche poliziotti e soldati uccisi.
Con amara ironia, i media occidentali riconoscono che poliziotti e soldati sono morti, pur negando l’esistenza di una insurrezione armata. La questione chiave è come fanno i media a spiegare questi soldati e poliziotti morti? Senza prove, le relazioni suggeriscono autorevolmente che la polizia sta sparando contro i soldati e viceversa, i soldati sparano sulla polizia. In un rapporto del 29 aprile, Al Jazeera descriveva Daraa come “una città sotto assedio“.
Carri armati e truppe  controllano tutte le strade. Dentro la città, i negozi sono chiusi e nessuno osa camminare per le strade una volta affollate dal mercato, oggi trasformate in zona di tiro dei cecchini sui tetti. Incapace di schiacciare il popolo che per primo ha osato sollevarsi contro di lui – né con la polizia segreta, i teppisti pagati o le forze speciali dei militari della divisione di suo fratello – il presidente Bashar al-Assad ha inviato migliaia di soldati siriani e con le loro armi pesanti a Deraa, per un’operazione che il regime vuole che nessuno al mondo  veda. Anche se quasi tutti i canali di comunicazione con Deraa sono stati tagliati, tra cui il servizio mobile giordano che raggiunge la città  appena oltre il confine, Al Jazeera ha raccolto testimonianze di prima mano della vita all’interno della città, dai residenti che l’hanno appena lasciato, o da testimoni oculari che, all’interno, sono stati in grado di sforare l’area del blackout. Il quadro che emerge è di una mortale e tetra zona di sicurezza, diretta dalle azioni della polizia segreta e dei loro cecchini sui tetti, in cui soldati e manifestanti allo stesso modo vengono uccisi o feriti, in cui delle crepe emergono nel campo militare stesso, e in cui si crea il grande caos che il regime utilizza per giustificare la sua escalation della repressione.” (Daraa, a City under Siege, IPS/Al Jazeera, 29 aprile 2011)
Il servizio di Al Jazeera sfiora l’assurdo. Leggete attentamente. “Carri armati e truppe controllano tutte le strade per e da Daraa”, “migliaia di soldati siriani con le loro armi pesanti, sono a Daraa” Questa situazione ha prevalso per diverse settimane. Questo significa che i manifestanti in buona fede che non sono già dentro, non possono entrare a Daraa. Le persone che vivono in città sono nelle loro case: “nessuno osa passeggiare per le strade...”. Se nessuno osa passeggiare per le strade dove sono i manifestanti? Chi c’è per le strade? Secondo Al Jazeera, i manifestanti sono in strada insieme ai soldati, ed entrambi, i manifestanti ed i soldati, sono stati colpiti da “da poliziotti dei serivizi segreti in borghese“, da “teppisti pagati” e cecchini sponsorizzato dal governo.
L’impressione lasciata nel rapporto è che queste vittime sono attribuite alla lotta intestina tra la polizia e l’esercito. Ma il rapporto dice anche che i soldati (“migliaia“) controllano tutte le strade dentro e fuori la città, ma essi vengono presi di mira dai tetti da poliziotti in borghese dei servizi segreti.
Lo scopo di questa rete di inganni mediatici, delle chiare invenzioni totali – in cui i soldati sono uccisi dalla polizia e dai “cecchini governo” – è quello di negare l’esistenza di gruppi armati terroristici. Questi ultimi sono integrati da cecchini e “terroristi in borghese” che sparano contro la polizia, le forze armate siriane e i residenti locali. Questi non sono atti spontanei di terrore, sono attacchi accuratamente pianificati e coordinati. Nei recenti sviluppi, secondo un rapporto Xinhua (30 aprile 2011), “gruppi terroristici armati” “hanno attaccato le aree  destinata ai militari” nella provincia di Daraa, “uccidendo un sergente e ferendone due“. Mentre il governo ha la responsabilità pesante per la sua cattiva gestione delle operazioni militari di polizia, compresa la morte di civili, le relazioni confermano che i gruppi armati terroristici avevano anche aperto il fuoco sui manifestanti e i residenti locali. Le vittime vengono poi attribuite alle forze armate e alla polizia, e il governo di Bashar Al Assad viene interpretato dalla “comunità internazionale” come il responsabile che ha ordinato le innumerevoli atrocità. Il fatto della questione è che i giornalisti stranieri sono banditi dall’interno della Siria, al punto che molte delle informazioni, tra cui il numero delle vittime, è ottenuto dai resoconti non verificati dei “testimoni“. E’ nell’interesse dell’alleanza USA-NATO ritrarre gli avvenimenti in Siria come un movimento di protesta pacifico che è stato brutalmente represso da un “regime dittatoriale“.
Il governo siriano può essere autocratico. Non è certo un modello di democrazia, ma non lo è neanche l’amministrazione statunitense, che è caratterizzato da corruzione dilagante,  deroga alle libertà civili ai sensi della legislazione Patriot, dalla legalizzazione della tortura, per non parlare delle sue “sanguinose guerre umanitarie”:
Gli Stati Uniti e i loro alleati della NATO hanno, oltre alla Sesta Flotta USA e alle attività militari dell’Active Endeavor della NATO dispiegati in modo permanente nel Mediterraneo, aerei da guerra, navi da guerra e sottomarini impegnati nell’aggressione contro la Libia, che possono essere utilizzati contro la Siria con un momento di preavviso.”
Il 27 aprile la Russia e la Cina hanno chiaramente impedito agli USA e i loro alleati della NATO, di sostenere un equivalente della risoluzione 1973 contro la Siria, nel Consiglio di Sicurezza, con il vice ambasciatore russo alle Nazioni Unite, Aleksandr Pankin, che affermava che la situazione attuale in Siria “non presenta alcuna minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale“. La Siria è l’ultima vera partner della Russia nel Mediterraneo e nel mondo arabo e ospita uno delle due basi navali russe all’estero, a Tartus. (L’altra è in Crimea, in Ucraina.) (Rick Rozoff, Libyan Scenario For Syria: Towards A US-NATO “Humanitarian Intervention” directed against Syria? Global Research, 30 aprile 2011)
Lo scopo finale è quello di innescare la violenza settaria e il caos politico all’interno della Siria, sostenendo velatamente organizzazioni terroristiche islamiche.

Che cosa ci attende?
A più lungo termine, la prospettiva della politica estera degli Stati Uniti è un “cambiamento di regime” e la destabilizzazione della Siria come Stato-nazione indipendente, attraverso o un processo segreto di “democratizzazione” o con mezzi militari. La Siria è sulla lista degli “stati canaglia“, che sono presi nel mirino di un intervento militare degli Stati Uniti. Come confermato dall’ex comandante generale della NATO, Wesley Clark, “[La] campagna quinquennale [include] … un totale di sette paesi, a partire dall’Iraq, poi Siria, Libano, Libia, Iran, Somalia e Sudan” (rilevazioni ufficiali del Pentagono dal generale Wesley Clark).
L’obiettivo è quello di indebolire le strutture dello Stato laico, mentre si giustifica un eventuale “intervento umanitario” sponsorizzato dall’ONU. Quest’ultimo, in prima istanza, potrebbe assumere la forma di un embargo rafforzato sul paese (comprese le sanzioni), nonché il congelamento dei beni siriani in banche ed istituzioni finanziarie estere. Mentre un intervento militare USA-NATO nel futuro immediato sembra altamente improbabile, la Siria è comunque sulla tabella di marcia militare del Pentagono, vale a dire, una eventuale guerra contro la Siria è prevista, sia da Washington che da Tel Aviv. Se dovesse accadere, in futuro, essa porterebbe ad una escalation. Israele sarebbe inevitabilmente coinvolta. Tutto il Medio Oriente e la regione dell’Asia centrale, dal Mediterraneo orientale al confine cinese-afghano, s’incendierebbe.

Video: Intervento umanitario in Siria e Libia, Prof. Michel Chossudovsky – 01/05/2011

Michel Chossudovsky è vincitore di premi letterari, professore di economia (emerito) presso l’Università di Ottawa, direttore del Centro per la Ricerca sulla Globalizzazione (CRG) e redattore di globalresearch.ca. E’ autore de La globalizzazione della povertà e il Nuovo Ordine Mondiale (2003) e di “War on Terrorism” (2005). E’ anche partner dell’Enciclopedia Britannica. I suoi scritti sono stati pubblicati in più di venti lingue. Ha trascorso un mese in Siria, ai primi del 2011.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – Aurora03.da.ru

Lettera di Gheddafi a Obama

Global Research 6 Aprile 2011

Qui, dalla Associated Press, il testo completo dell’ultima lettera del leader libico:

Nostro figlio, Eccellenza,
Presidente Obama
USA

Siamo feriti più moralmente che fisicamente da quello che è successo a noi, coi vostri fatti e parole. Nonostante tutto questo rimarrete sempre nostro figlio, qualunque cosa accada. Preghiamo ancora che continuate ad essere presidente degli Stati Uniti d’America. Noi appoggiamo e speriamo che otteniate la vittoria nella campagna per la nuova elezione. Siete un uomo che ha abbastanza coraggio per annullare un’azione sbagliata ed errata. Sono sicuro che siete in grado di assumervi la responsabilità di ciò. Sono disponibili prove sufficienti, tenendo conto del fatto che siete il presidente della potenza più forte del mondo, oggi, e dal momento che la Nato sta conducendo una guerra ingiusta contro un piccolo popolo di un paese in via di sviluppo. Questo paese era già stato sottoposto ad embargo e sanzioni, inoltre ha anche subito una diretta aggressione militare armata durante l’era di Reagan. Questo paese è la Libia. Quindi, per servire la pace nel mondo … l’amicizia tra i nostri popoli … e per il bene della vita economica, la sicurezza e la cooperazione contro il terrorismo, siete in grado di tenere fuori la Nato dalle vicende libica, per il bene.
Come lei sa fin troppo bene, la democrazia e la costruzione della società civile non possono essere raggiunte per mezzo di missili e aerei, o appoggiando i membri armati di AlQaida a Bengasi.
Voi – voi stessi – avete detto in molte occasioni, anche nell’assemblea generale delle Nazioni Unite, ne sono stato testimone  personalmente, che l’America non è responsabile della sicurezza di altri popoli. Che l’America aiuta soltanto. Questa è la logica giusta.
Nostro caro figlio, Eccellenza, Baraka Hussein Abu oumama, il suo intervento nel nome degli Stati Uniti è un obbligo, in modo che la Nato si ritirerà definitivamente dalla vicenda libica. La Libia dovrebbe essere lasciato ai libici, all’interno della cornice dell’Unione africana.
Il problema che ora sorge è il seguente: 
1. C’è un intervento politico e militare della Nato.
2. Il terrorismo delle bande di AlQaida, che sono state armate in alcune città e con la forza si rifiutano di permettere alle persone di tornare alla loro vita normale, e continuare a esercitare il potere sociale sulle persone, come al solito.

Mu’aumer Qaddaffi
Leader della Rivoluzione
Tripoli 5.4.2011

Video del colonnello Muammar el-Gheddafi diretto al pubblico americano, nell’aprile 2010, in cui loda il presidente Barack Obama come “figlio” dell’Africa.
In una lettera al presidente Barack Obama, il colonnello libico Muammar Gheddafi ha chiesto la fine dei raid aerei sulle sue forze e di è rivolto al leader statunitense come “nostro figlio“, riferendosi apparentemente all’origine  africana di Obama. Il colonnello Gheddafi ha anche assicurato che Obama non ha sostenuto personalmente l’azione militare statunitense, ed ha  anche avallato la sua campagna per la rielezione nel 2012.
Il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, ha ricordato ai giornalisti che la lettera “non era la primo” del leader libico al presidente statunitense. In una precedente lettera inviata il 19 marzo, poco prima del primo attacco aereo internazionale, il colonnello Gheddafi aveva assicurato Obama che “anche se la Libia e gli Stati Uniti entrano in guerra, Dio non voglia, rimarrete sempre mio figlio“. Il colonnello Gheddafi ha anche definito Obama “un figlio” dell’Africa in un Webcast per il pubblico statunitense, nel 2010 (qui sotto).

Traduzione di Alessandro Lattanzio – Aurora03.da.ru

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