Al-Qaida in Siria: Le ambizioni “imperiali” dell’emirato del Qatar

Fida Dakroub  Mondialisation 15 gennaio 2012

La democrazia, la democrazia delle potenze imperialiste e colonialiste, che ci schiacciano e sfruttano, la democrazia proclamata dall’Impero, scritto in lettere maiuscole sulla fronte dell’occidente, in ogni carcere di Guantanamo e su ogni missile Tomahawk o Cruise, la sua vera, autentica, prosaica espressione è il caos costruttivo, le guerre civili, i conflitti religiosi, etnici e tribali nelle forme più spaventose, nelle guerre in Medio Oriente.
La Democrazia! Tale era il grido di battaglia di Cesare George W. Bush. La Democrazia! Gridava Barack Obama, il giorno in cui Sirte è diventata cenere, in grazia della “missione umanitaria” della NATO in Libia. La Democrazia! Gridava Hamad, il despota assoluto del Qatar, eco brutale delle monarchie assolute e decadenti del Golfo Arabico. La Democrazia! Rimproverò l’esplosione terroristica a Damasco lacerando il corpo del popolo siriano.  

Al-Qaida in Siria
In un video che segnava il decimo anniversario degli attacchi dell’11 settembre, il nuovo leader di al-Qaida, Ayman al-Zawahiri, esortava i siriani a “continuare la loro resistenza” al presidente Bashar al-Assad: “Il tiranno sembra vacillare. Continuate la pressione su di lui fino al prossimo autunno“, prometteva. [1]
Non sarebbe stato difficile a un osservatore alle prime armi, che mostrasse una certa curiosità – innata o acquisita – nei conflitti in Medio Oriente, sottolineare che una certa somiglianza raccoglieva, in un unico cestino, i recenti attacchi terroristici che hanno colpito la capitale siriana, Damasco, e quelli che avevano colpito l’Iraq dopo l’invasione delle legioni dell’Impero statunitense; da notare, quindi, che il “cervello” che ha ordinato gli attacchi di Damasco aveva anche diretto il terrore in tutto il mondo, dagli attentati alle ambasciate statunitensi in Africa [2] all’ultimo attacco contro i civili in Iraq, che ha lasciato almeno 68 morti [3]; e di trovare, inoltre, che tutti questi attacchi, del passato e del presente – ma anche quelli che potrebbero aversi nel prossimo futuro – provengono dalla stessa ideologia, basata sulla eliminazione dell’Altro, ossia il salafismo wahhabita; dato che 1) il metodo utilizzato – attentatori suicidi, autobombe – 2) la vittima mirata – le istituzioni governative e i  luoghi civile – specialmente in Iraq – e 3) la giustificazione ideologica – una ideologia islamista salafita takfirista che chiede la morte degli “infedeli” e anche dell’Altro religioso.
Nel frattempo, non sarebbe stato così difficile – questa volta per un osservatore avvertito – notare che dopo il ritiro delle legioni dall’Iraq, l’Impero statunitense “rovescia il tavolo” sulla testa del giocatore iraniano, e ciò per stabilire un nuovo ordine regionale che manterrebbe il Medio Oriente sotto il suo controllo. Ma la Bastiglia non è ancora stata presa. Il trionfo momentaneo dei gruppi terroristici nel colpire il cuore della capitale siriana viene pagato con l’annientamento di tutte le illusioni e le fantasie che camuffano la presunta “rivoluzione” siriana, dalla disintegrazione di ogni discorso “filantropico” delle potenze imperialiste, dalla scissione della Lega araba in tre campi: i paesi resistenti all’Impero, i paesi obbedienti all’Impero e quelli che si tengono fuori.  
Nacquero così le ambizioni imperiali dell’Emirato del Qatar.

Taliban in Qatar: il nemico di ieri, l’amico oggi
Ricordiamo tutti i discorsi patriottici del Cesare George W. Bush la sera dell’11 settembre, dalla Casa Bianca. Durante quella notte molto buia, Bush si rivolse alla nazione parlando con una certa gravità, che evocava in noi la memoria dei grandi patriarchi biblici:
“Stasera vi chiedo di pregare per tutti coloro che sono afflitti, per i bambini il cui mondo è in frantumi, per tutti coloro il cui senso di sicurezza è stato minacciato. E prego che siano alleviati dal potere più grande di cui ci parla il Salmo 23: “Quand’anche camminassi nella valle dell’ombra della morte, non temerei alcun male perché tu sei con me” [4].
Quella sera, dopo il suo discorso alla nazione, due angeli sarebbero scesi sulla Casa Bianca e avrebbero preso Cesare George W. Bush per mano, sussurrando al suo orecchio: “Vai dunque, conduci il popolo dove ti ho detto: Ecco, il mio angelo camminerà davanti a te, ma il giorno della mia vendetta, io li punirò per il loro peccato“. [5].
Pochi giorni dopo, Giovedi, 20 settembre, Cesare George W. Bush pronunciava un discorso a entrambe le Camere del Congresso. Tra i punti salienti del suo discorso, si legge:
Consegnare alle autorità americane tutti i leader di al-Qaida che si nascondono nella vostra terra“. [6] “Queste richieste non sono aperti ai negoziati o discussioni. I taliban devono agire e agire subito. Consegnino i terroristi o condivideranno il loro destino” [7]. “La nostra guerra contro il terrore inizia contro al-Qaida, ma non finisce qui. Non finirà fino a quando ogni gruppo terroristico che può colpire in qualsiasi parte del mondo sarà trovato, fermato e sconfitto” [8].
A dispetto dello Spirito Santo, che ha soffiato l’audacia nella bocca di Cesare, queste affermazioni sono diventate subito copyright della storia. Infatti, tutti gli ostacoli sembrano oggi eliminati affinché i negoziati possano iniziare tra i nemici di ieri, e amici di oggi.
A partire dall’estate 2011, si sente sussurrare nei corridoi delle potenze imperialiste, dell’apertura di un ufficio di rappresentanza dei taliban in Qatar, come simbolo del processo di pace con il principale gruppo di ribelli in guerra contro La NATO e il governo di Kabul. [9]
Certo, questa iniziativa onorevole dell’emiro del Qatar, non avrebbe potuto vedere la luce senza la benedizione dell’Impero. Così, solo gli inviati degli Stati Uniti hanno incontrato “una dozzina di volte” i rappresentanti dei Taliban. [10]
Tuttavia, questo evento non è in alcun senso un incidente isolato. Invece, è parte di un flusso di messaggi d’amore tra i gruppi islamici salafiti – Taliban e i Fratelli musulmani – da un lato, e l’impero statunitense – attraverso il suo concessionario in Medio Oriente, l’emirato del Qatar – dall’altro. Le prime luci della nuova alba sono apparse nel marzo 2009, dopo che l’amministrazione Obama aveva abbandonato la “guerra contro il terrorismo“, termine adottato dal suo predecessore Bush [11].
A un altro livello, i funzionari statunitensi hanno iniziato di recente dei colloqui con il governo di Kabul per trasferire alle autorità afgane dei funzionari di alto rango dei taliban, imprigionati nel Gulag dell’Impero, a Guantanamo, dopo l’invasione Afghanistan, e questo nella speranza di raggiungere una tregua tra Washington e gli insorti. I funzionari degli Stati Uniti hanno già espresso la loro approvazione a mandare via da Guantanamo i detenuti taliban [12].
Inoltre, fonti della amministrazione Obama hanno indicato che i prigionieri taliban saranno liberati una volta che i ribelli avranno accettato di aprire un ufficio in Qatar e avviato i colloqui con gli statunitensi [13]. Da parte loro, i taliban si sono detti disposti a portare avanti i colloqui.
Si noti che tali scambi romantici di tipo epistolare tra l’Impero e gli insorti avvengono dopo dieci anni di guerra atroce. [14]  
Lontano dalle condizioni tremende di nemici di ieri, e di amici di oggi, nel corso di un ricevimento della delegazione della Lega araba, tra cui lo sceicco Hamad, a Damasco, il 26 ottobre scorso, il ministro degli esteri siriano Walid Moallem, secondo quanto riferito, aveva “lottato” per modificare alcuni articoli del testo dell’iniziativa araba, come l’articolo sul “ritiro dell’esercito siriano“, un articolo considerato il più pericoloso dalle autorità siriane, che ritiene impossibile considerare il ritiro dell’esercito dalle zone oramai diventate teatro di una guerra civile, come Homs. Ma lo sceicco Hamad ha chiesto il ritiro: “E’ imperativo rimuovere l’esercito e smettere di uccidere i manifestanti!” Diceva. Ciò che il presidente siriano ha dichiarato: “L’esercito non uccide i manifestanti, ma persegue piuttosto i terroristi armati. Se aveste una soluzione per finirla con questi ultimi, sarebbe la benvenuta!” [15]. Tuttavia, lo sceicco Hamad persisteva a voler fare credere ai suoi ospiti che respingeva qualsiasi uso del termine “terrorismo” ed ha anche mancato di ricusare ogni menzione delle bande nelle città [16].
Una domanda s’impone: perché questo anelito verso i gruppi armati islamisti – i nemici di ieri – da parte dell’Impero e del suo concessionario in Medio Oriente?

Il nuovo ruolo riservato al Qatar: la cornacchia che vuole imitare l’aquila
E’ chiaro fin dal principio che il ruolo svolto dal Qatar sul palcoscenico degli eventi regionali, dagli accordi di Doha nel 2008 [17] cerca di imporre questo piccolo emirato con una popolazione che non supera il milione e qualche centinaia di migliaia di assoggettati [18], come protagonista del conflitto in Medio Oriente.
Allo stesso modo, dal momento della sua precipitazione teatrale sulla scena degli eventi della presunta Primavera araba, l’Emiro del Qatar, Sheikh Hamad, insiste nel voler apparire nei costumi del despota illuminato. [19] Per farlo, si veste come Federico II di Prussia, detto Federico il Grande [20], e frequenta i Voltaire dell’imperialismo francese, come Bernard-Henri Lévy, e quelli dell’oscurantismo arabo, come Youssef al-Qaradawi [21].
Per contro, è vero che Hegel osservava da qualche parte che “tutti i principali eventi e personaggi storici si ripetono, per così dire due volte.” Ha dimenticato di aggiungere: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa [22].
Inoltre, lo sceicco Hamad – che si fa chiamare anche emiro – si è incontrato il 4 gennaio con il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, per coinvolgere l’ONU nella missione della Lega Araba di Siria, in modo di avvalersi dell’”esperienza” della organizzazione internazionale in fatto di missioni di pace e di interposizione [23].
Questo passaggio dalla emiro mira a raggiungere due obiettivi: primo, facilitare e legittimare un intervento della NATO nella crisi siriana – non è più un segreto che tra i recenti “esperimenti” delle Nazioni Unite, figura il via libero alla NATO per la distruzione della Libia – e in secondo luogo, contrastare il potere della Lega Araba e ridurne il ruolo, come organizzazione che rappresenta gli interessi del mondo arabo, a una sorta di Loya Jirga [24], rappresentando soltanto gli emiri e sultani delle famiglie reali del Golfo.
E’ lo stesso per l’emirato del Qatar, che ha un esercito di 1500 mercenari, ma che contiene, per contro, la più grande base militare statunitense nella regione, e mira a svolgere un ruolo internazionale, tanto grande quanto l’enormità della presenza di truppe straniere sul suo territorio.
Così, alle prime luci della cosiddetta primavera araba, il Qatar, che è diventato uno strumento mediatico nel mondo arabo nelle mani delle potenze imperialiste, accorse sul luogo degli eventi. Sottolineiamo a questo proposito il ruolo del canale al-Jazeera, il cui scopo è distorcere i dati effettivi della guerra imperialista contro la Siria, promuovendo un discorso di odio e di risentimento contro i gruppi delle minoranze religiose nel mondo arabo. Anche il Qatar, allineandosi alle posizioni che suggeriscono addirittura l’intervento straniero in Siria, è andato oltre la questione delle sanzioni contro la Siria, che hanno lasciato degli effetti negativi diretta sul tenore di vita, il cibo e le medicine del popolo siriano.
Noi condividiamo la stessa opinione del politologo russo Vjacheslav Matuzov, che ha sottolineato che il Qatar ha un ruolo negativo nella Lega araba, aggiungendo che “gli Stati Uniti vogliono la rovina e la distruzione della Siria come Stato arabo indipendente (…) L’Occidente ha una sola richiesta per la missione degli osservatori arabi, e cioè una presa di posizione in solidarietà con l’opposizione radicale, senza alcuna preoccupazione per gli eventi reali sul campo“, ha detto l’analista russo, in un’intervista alla TV “Russia Today” [25].
Vale la pena ricordare che l’interferenza ostile del Qatar negli affari interni della Siria avvengono quando due potenze si confrontano in una specie di guerra fredda nella regione del Golfo Persico: quella dell’aquila calva [26] statunitense e quella del Derafsh Kaviani [27] iraniano. La presenza della prima potenza è in declino nella regione, soprattutto dopo il ritiro delle legioni dell’Impero dall’Iraq, quella della seconda potenza sta crescendo. Tra queste due grandi potenze belligeranti – Iran e l’Impero USA – le ambizioni “imperiali” del Qatar evocano in noi la favola di La Fontaine, la cornacchia che voleva imitare l’Aquila [28].  

Il Qatar sequestra la Lega Araba
Durante tutti i periodi precedenti la presunta primavera araba, l’Egitto giocava un ruolo centrale nella Lega permittendogli di guidare il mondo arabo, soprattutto nell’era del presidente Nasser (1956 – 1970) e dell’ascesa dell’ideologia nasseriana [29].
Dalla sua nascita nel 1945, la Lega Araba era sempre divisa in due campi, dagli scopi politici opposti. In primo luogo, negli anni Quaranta e Cinquanta, l’accordo tra l’Egitto e l’Arabia favorevole all’indipendenza si opponeva ai progetti dell’asse hashemita giordano-iracheno, più incline a cooperare con la potenza britannica, ancora padrona di molti protettorati e mandati (Sudan, Palestina, Emirati Arabi, ecc.). Successivamente, nel contesto dell’anti-colonialismo e della Guerra Fredda, la divisione ha assunto una nuova linea tra Stati socialisti vicini all’URSS (Libia, Siria, Algeria, Egitto di Nasser, Iraq, Yemen del Nord) e Stati vicini agli Stati Uniti (gli emirati e sultanati arabi del Golfo) [30]. Infine, dopo la caduta dell’Unione Sovietica, la Lega araba era ancora divisa in due campi: da un lato, i paesi che resistevano ai piani di dominio degli USA (in particolare Siria e Libano), d’altra parte i paesi docili all’Impero (sempre gli emirati e i sultanati del Golfo arabo, l’Egitto di Mubarak).
Dopo la caduta dell’ultimo faraone, Mubarak, nel 2011, l’Egitto è occupato dai suoi problemi interni, che gli impediscono di continuare a svolgere un ruolo di primo piano nel mondo arabo, anche se il segretario generale della Lega continua a privilegiare l’Egitto. Non è più un segreto che l’assenza “transitoria” dell’Egitto come leader del mondo arabo ha ridotto il ruolo della Lega. Oltre l’Egitto, nessun paese è in grado di guidare il mondo arabo. Egitto rimane l’unico paese “in grado” di svolgere questo ruolo, dato il suo peso demografico [31], economico e culturale. Su un altro livello, l’Arabia Saudita non è più in una posizione che gli consenta di riempire il vuoto lasciato dal blocco dell’Egitto nei propri problemi e crisi interni, data la fragilità e l’instabilità interna – minaccia sciita nell’est del regno – e il terremoto politico alle porte del regno – la rivoluzione in Bahrain e la guerra civile in Yemen. Nel contempo, i paesi del Maghreb non sono in grado di guidare il mondo arabo, data la loro posizione geografica, all’estremo del mondo arabo, e in secondo luogo dalla natura demografica di quei paesi che non costituiscono in realtà degli agglomerati di masse, come l’Egitto e il Levante, ma piuttosto sono dei centri urbani sparsi lungo la costa mediterranea del Nord Africa. Allo stesso modo, la Tunisia rimane nella scia della sua rivoluzione dei gelsomini, instabile politicamente, e la Libia è rovinata dalla grazia della “missione umanitaria” della NATO.  
Pertanto, il ritiro temporaneo dell’Egitto dalla scena degli eventi ha creato un vuoto, politico e diplomatico. Accoppiato con il ritiro delle legioni dell’Impero dall’Iraq, che ha aperto le porte alla potenza iraniana in ascesa. Per “contenere” l’espansione dell’Iran, solo il Qatar sembra in grado di svolgere questo ruolo a livello politico e diplomatico, i quanto concessionario e commerciante dell’Impero – piuttosto che negoziatore -, per la semplice ragione che dal punto di vista militare, il Qatar è in realtà solo una base militare statunitense nella regione.
Per contrastare il ruolo della Lega Araba, le interferenze ostili del Qatar nella crisi siriana e il suo pieno impegno nella cospirazione imperialista volta, in primo luogo, a creare divisioni tra i suoi membri, sulla base della sensibilità religiosa – sunniti contro sciiti – ed etnica – arabi contro persiani – e in secondo luogo, trasformare la Lega in una sorta di Loya Jirga, degli emirati e dei sultanati arabi del Golfo, in cui le monarchie siano giustificate da una ideologia wahhabita islamista, la stessa dei taliban. Più tardi, il nuovo blocco sunnita wahhabita, che include gli emirati e sultanati arabi del Golfo, i taliban dell’Afghanistan e i Fratelli Musulmani dell’Egitto e della Siria – che beneficiano dell’enorme sostegno delle potenze imperialiste – cerca di smembrare l’arco sciita che si estende dall’Iran al Libano, mentre passa attraverso l’Iraq e la Siria, sovvertendo il regime siriano, in primo luogo, e poi isolando l’Iraq filo-iraniano di Maliki, in secondo luogo.  Pertanto, Hezbollah in Libano verrebbe totalmente isolato dalla sua retrovia, l’Iran, che faciliterebbe, in una fase successiva, l’invasione dell’Iran.
In breve, l’apertura di un ufficio dei taliban in Qatar mette fine, ufficialmente, alla guerra degli statunitensi contro il terrorismo; e i nemici di ieri diventano gli amici di oggi. Vale a dire che i recenti attacchi terroristici nel cuore della capitale siriana esprimono l’applicazione pratica delle nuove Liaisons dangereuses [32] che sono emerse recentemente tra il vero padrone – l’impero statunitense – rappresentato dal suo concessionario arabo – il Qatar – da una parte e i taliban dall’altra parte – e dietro di loro al-Qaida, naturalmente.

La risposta siriana e il declino della Lega araba
Un diplomatico arabo al Cairo ha riferito che durante il ricevimento della delegazione della Lega araba a Damasco, il 26 ottobre, 2011, il presidente siriano Bashar al-Assad aveva accusato il primo ministro del Qatar, Hamad, di essere l’esecutore dei “diktat americani” e gli disse: “Io proteggo la mia gente, con l’aiuto del mio esercito, ma tu hai il tuo per proteggere le basi americane stabilite sulla tua terra (…) Se venite qui come Delegazione della Lega Araba, siete i benvenuti. Tuttavia, se siete i delegati degli americani, sarebbe meglio se smettessimo ogni discussione” [33].
Tuttavia, lo sceicco del Qatar ha dovuto attendere il 10 gennaio per ascoltare il presidente siriano dare la sua risposta finale all’interferenza del Qatar negli affari interni del suo paese. Lo stesso giorno, l’ambasciatore siriano alla Lega Araba, il signor Youssef Ahmed, aveva chiesto allo sceicco del Qatar di dire chi gli aveva dato il mandato di parlare a nome della Siria: “Deve tacere ed evitare ogni ingerenza negli affari siriani“, aveva detto. [34]
In un discorso all’anfiteatro dell’Università di Damasco, il presidente siriano Bashar al-Assad, schierò la sua artiglieria pesante e ha dichiarato l’inizio di una nuova fase della guerra imperialista contro la Siria, quella della contro-offensiva siriana: “Avevamo mostrato pazienza e resistenza in una battaglia senza precedenti nella storia moderna della Siria, e questo ci ha reso più forti, e benché questa lotta comporti grandi rischi e sfide fatalo, la vittoria è vicina se siamo in grado di resistere, di sfruttare i nostri  molti punti di forza e di conoscere i punti deboli dei nostri avversari, che sono molti di più”[35], aveva detto.
Durante il suo discorso, il presidente Assad ha attaccato la Lega Araba in diverse occasioni. L’ha accusata di aver accettato di diventare una sorta di vetrina diplomatica, dietro la quale nascondere i veri cospiratori, le potenze imperialiste: “Dopo il fallimento di questi paesi al Consiglio di Sicurezza nel  convincere il mondo delle loro menzogne, è stato necessario utilizzare una copertura araba, che diventata una base per esse” [36], ha sottolineato il presidente Assad.
Il presidente Assad ha voluto “inviare” messaggi multipli a più destinatari. Possiamo riassumere questi messaggi in tre punti:
In primo luogo, la Siria non ha paura di una sospensione dalla Lega Araba. Le conseguenze di una siffatta sospensione, appaiono prive di enormi effetti sulla Siria. Per contro, la Siria sarà “libera” dalle pretese della Lega, soprattutto ora che il Qatar ha dirottato il suo ruolo, e che tutte le risoluzioni della Lega sono preparate dietro le quinte dalle potenze imperialiste.  
In secondo luogo, senza la Siria, la Lega perde la sua legittimità e validità, mentre il mondo arabo come entità culturale, non può esistere – né in teoria né in pratica – senza la Siria, la culla della cultura e della civiltà arabo-musulmana. A maggior ragione, all’alba della brillante civiltà musulmana della Siria omayyade (661-750). Nelle arti, letteratura, lingua, scienze, storia, memoria collettiva e religioni, la Siria rimane il “cuore” del mondo arabo. Dal punto di vista geografico, senza la Siria, il mondo arabo non può esistere come entità politica, al contrario, sarà lacerato in diverse aree geografiche separate: la penisola arabica, la Valle del Nilo e il Nord Africa. Va notato qui che la Siria, come entità culturale e geografica, va oltre i confini della Repubblica araba siriana, imposti dal colonialismo franco-britannico a seguito dello smembramento dell’Impero Ottomano nel 1918. Stiamo parlando qui della Siria naturale. Il presidente Assad è stato chiaro su questo punto quando ha detto che “se alcuni paesi arabi hanno lavorato per sospendere la nostra arabità dalla Lega, diciamo che avrebbe sospeso piuttosto l’arabismo della Lega, o, senza la Siria, è l’arabismo della Lega che viene sospeso. Mentre alcuni credono di poter far uscire dalla Lega la Siria, non possono far uscire dalla Siria l’identità araba, perché l’arabismo non è una decisione politica, ma un patrimonio e una storia” [37], aveva continuato.
In terzo luogo, la Siria non sarà mai in ginocchio davanti alle potenze imperialiste. Le sanzioni imposte dalle potenze imperialiste e quelle imposte dalle monarchie assolute arabe potrebbero probabilmente avere un impatto negativo sull’economia della Siria. Tuttavia, nel mondo, ci sono altre potenze economiche in ascesa, esterne al sistema di subordinazione verso l’Occidente, come Russia, Cina, India, Iran, vale a dire l’Oriente. Il presidente Assad ha notato che la Siria si sta muovendo verso l’Oriente, e questo l’aveva fatto per anni: “L’Occidente è importante per noi, non possiamo negare questa verità, ma l’Occidente oggi non è quello che è stato un decennio prima (…) I rapporti della maggioranza del mondo con la Siria sono buoni nonostante le circostanze attuali e la pressione occidentale” [38], ha indicato, notando che l’embargo imposto alla Siria e le circostanze politiche e di sicurezza hanno un impatto, ma “potremmo ottenere degli obiettivi riducendo le perdite” [39], aveva precisato.

Cosa significa avere ambizioni
In conclusione, riteniamo utile passare rapidamente alle ambizioni “imperiali” dell’emirato del Qatar.
Approfittando della presenza militare delle legioni dell’Impero nel territorio del suo feudo, l’Emiro del Qatar, Hamad, sembra convinto che la seconda resurrezione del Regno di Prussia, per così dire, diventi ogni giorno inevitabile; questa volta non sulle rive della Vistola e per mano degli Hohenzollern, ma lungo il Golfo Persico e per mano degli al-Thani, la famiglia reale del Qatar.
Resta da aggiungere che è vero che il Qatar punta a giocare un ruolo nella regione superiore alla sua reale “dimensione”, è vero che la cornacchia che voleva un giorno emulare l’aquila, non poté ritirarsi. Il pastore viene, lo prende e l’ingabbia bellamente, dandola ai suoi figli per passatempo. [40]

Note
[2] Gli attentati di Nairobi e Dar es Salaam del 7 agosto 1998.
[5] Esodo 32:34.
[12] RussiaToday
[13] RussiaToday
[14] RussiaToday
[15] Algeria Watch
[16] Algeria Watch
[17] L’accordo di Doha è un accordo politico temporaneo per la sistemazione economica, in una situazione di necessità e senza cambiamento costituzionale, tra l’opposizione libanese pro-siriana e il governo libanese, allora pro-saudita, dopo gli avvenimenti dell’8 maggio 2008, che portarono alla caduta totale della capitale Beirut nelle mani dei combattenti dell’opposizione.  
[18] La popolazione totale del Qatar è 1.699.435 persone.
[19] Il dispotismo illuminato è una variante del dispotismo che si è sviluppato nella metà del XVIII secolo, il potere è esercitato col diritto divino dei monarchi, le cui decisioni sono guidate dalla ragione e presentandosi come i primi servi dello Stato. I principali despoti illuminati così mantennero una costante corrispondenza con i filosofi dell’Illuminismo.
[20] Federico II di Prussia ha fatto entrare il suo paese nella corte delle grandi potenze europee. Dopo aver un tempo frequentato Voltaire, è diventato famoso per essere uno dei sostenitori dell’idea del principe dell’illuminismo, quale “despota illuminato”.
[21] Le Grand Soir
[22] Marx, Karl. Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte.  
[23] Info Syrie
[24] La Loya Jirga (Grande Assemblea o riunione di grandi dimensioni), è un termine d’origine Pashto che designa una riunione convocata per prendere decisioni importanti per il popolo afghano.
[25] Sana
[26] L’aquila calva è il simbolo ufficiale del Gran Sigillo degli Stati Uniti d’America.
Derafsh Kaviani è la leggendaria bandiera dell’impero persiano, che indica la Gloriosa bandiera dell’Iran.
[28] Le Favole di La Fontaine, libro II, favola 16.
[29] IL nasserismo è una ideologia pan-araba rivoluzionaria, combinato con un socialismo arabo, ma  contrario alle idee marxiste.
[30] Jean-Christophe Victor, «Mondes arabes», Le Dessous des cartes, 10 settembre 2011.
[31] L’Egitto è il paese più popoloso del mondo arabo e del Medio Oriente, con una popolazione di 82 milioni. 
[32] Les Liaisons dangereuses è il titolo di un romanzo epistolare scritto da Pierre Choderlos de Laclos, e pubblicato nel 1782.
[33] Algeria Watch
[35] Sana
[36] Sana
[37] Sana
[38] Sana
[39] Sana
[40] Le Favole di La Fontaine. La Cornacchia che volle imitare l’Aquila, libro II, favola 16.

Ricercatrice in Studi francesi (UWO, 2010), Fida Dakroub è membro del “Gruppo di ricerche e studi sulle letterature e le culture del mondo francofono” (GRELCEF) presso la University of Western Ontario. Elle est l’auteur de E’ autrice di “L’Orient d’Amin Maalouf, Écriture et construction identitaire dans les romans historiques d’Amin Maalouf” (2011).

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Chi controlla i Fratelli Musulmani

Dean Henderson The Intel Hub 20 dicembre 2011
(Tratto dal capitolo 10: La Guerra Iraq/Iran: Big Oil & i suoi banchieri)

L’irrazionale profondo odio della leadership anglo-statunitense verso l’Iran risale alla Rivoluzione iraniana del 1979, che rovesciò il fantoccio dei Quattro Cavalieri, lo Shah, e nazionalizzò il petrolio e le banche iraniani.
Il sistema bancario della cabala delle otto famiglie preferiva di gran lunga i mullah alla sinistra. Nel 1982 la CIA e l’MI6 passarono informazioni agli ayatollah volte colpire i gruppi di sinistra iraniani, come il partito Tudeh, il Fronte Nazionale e i Mujahidin del Popolo. I mullah scatenarono il terrore, assassinarono oltre 4.000 dirigenti del Partito Tudeh, e torturarono e imprigionarono più di 10.000 membri e sostenitori del Tudeh. Nel 1989 molti di questi prigionieri furono condannati a morte.[412]
Khomeini vietò il Tudeh definendolo “elemento marxista satanico” – qualcosa che lo Shah ancora non aveva fatto. Il partito Tudeh aveva guidato la rivoluzione iraniana attraverso i suoi comitati nei 60   scioperi nei giacimenti del Khuzistan. In precedenza il partito aveva appoggiato il primo ministro Mohammed Mossadeq, nel suo tentativo di strappare condizioni migliori dal Consorzio iraniano controllato dai Quattro Cavalieri, facendone il bersaglio di un riuscito colpo di stato, finanziato dalla BP, nel 1953.
Gli Stati Uniti ora, ancora una volta, aiutano gli estremisti islamici, questa volta per sterminare la sinistra iraniana. Un funzionario statunitense aveva assicurato ai giornalisti che le esecuzioni “non ostacolavano il riaprirsi delle relazioni USA/Iran“. [413] Big Oil trattava con l’Ayatollah e, segretamente inviava greggio iraniano in Arabia Saudita per la raffinazione.
Il Mossad israeliano suonava le stesse alte corde nel suo paese, dove nel 1978 permisero ai fondamentalisti di Hamas di diventare l’unico gruppo palestinese registrato in Israele. Nel giro di un decennio, il leader di Hamas, lo sceicco Ahmed Yassin aveva costruito una potente organizzazione che governa la Striscia di Gaza sotto la sorveglianza israeliana. [414]
Gli israeliani trovarono che era un comodo manganello che avrebbero potuto usare contro Yasser Arafat, la cui Autorità Palestinese era emersa da Fatah e dall’OLP, entrambe della sinistra laica che aveva posto al centro dell’agenda politica l’unità e il nazionalismo arabi.
Hamas ha un’agenda molto diversa. Sono islamisti il cui obiettivo è istituire uno stato islamico, con il finanziamento degli antidemocratici sceiccati di destra del GCC, in particolare la Casa dei Saud. Hamas riceve regolarmente i fondi dai sauditi, senza intervento da parte degli israeliani, mentre il denaro vincolato dell’OLP viene regolarmente sequestrato dalle autorità israeliane. Il primo ministro israeliano Ariel Sharon ha avuto un ruolo fondamentale nella fondazione di Hamas, nel 1988, quando il suo partito il Likud liberò 800 islamisti nei territori occupati palestinesi di Gaza e della Cisgiordania. Il Likud, partito di destra israeliano, usò Hamas per seminare la divisione tra i palestinesi.
I sauditi favorirono Hamas, da quando i loro interessi si allinearono con quelli dei banchieri internazionali e dei Quattro Cavalieri. I sauditi preferiscono gruppi fondamentalisti che parlano di “infedeli” e “decadenza della cultura occidentale“, a quei gruppi nazionalisti più radicali che inveiscono contro l’ingiustizia della globalizzazione neoliberista, un sistema dal quale la Casa dei Saud trae la sua grande ricchezza. Dopo la guerra del Golfo, la Casa dei Saud tagliò i finanziamenti all’OLP di Arafat per punire la sua opposizione al bombardamento statunitense dell’Iraq, mentre i sauditi continuano a finanziare Hamas. [415] Molti dei membri della Casa dei Saud sono membri della società segreta Fratelli Musulmani-Benoist-Méchin.
Hamas è un ramo della Fratellanza Musulmana, che affonda le sue radici nella Gran Loggia del Cairo e nella società segreta degli Assassini che combatterono al fianco dei Templari invasori attaccando i nazionalisti musulmani saraceni durante le crociate. Hamas, consapevolmente o no, serve per lo stesso ruolo di “divide et impera” di oggi, negli attacchi di Sharon al nazionalista Arafat. I kamikaze di Hamas sono gli Assassini dei nostri giorni, le cui azioni servono da pretesto per un ulteriore aggressione israeliana contro i palestinesi.
Non è un caso che ogni volta che Sharon sia andato a Washington nel 2002, per discutere del sempre più esplosivo conflitto israelo-palestinese con il presidente Bush, Hamas abbia attivato i suoi attentatori suicidi. I bombardamenti permisero a Sharon di sfuggire al controllo degli Stati Uniti.  Ogni volta il macellaio di Shatila ritornava subito a Tel Aviv, per arraffare più terra palestinese. Nel 2005 Hamas vinse le elezioni in Palestina, dando agli israeliani un’altra scusa per indurire la loro posizione.
Sharon era il guru ideologico sia del movimento Gush Emunim che della rete terroristica clandestina della destra ebraica Kach-JDL, durante la sua permanenza nel 1977-1992 nei governi israeliani del Likud. Sharon ha anche fatto parte della banda Landscam, che raccolse  milioni tra gli ebrei, da Manhattan a Mosca, con l’acquisto di case costruite negli insediamenti illegali sulle terre palestinesi, durante gli anni ’80 e ’90.
Tra i suoi partner di Landscam vi erano Rupert Murdoch, Sir David Ormsby-Gore, il principe Johannes von Thurn und Taxis, Sir Edmund Peck e il presidente del Congresso ebraico mondiale Edgar Bronfman. [416]
Inoltre erano presenti anche, all’inizio del 1982, alle sessioni per la pianificazione di questo furto delle terre, presso il ranch di Sharon nel Negev, Henry Kissinger, lo specialista per il Medio-oriente dell’MI6 Nicholas Elliot e l’amico intimo della Permindex, Louis Mortimer Bloomfield. L’incontro avvenne sulla scia dell’invasione del Libano di Sharon, il 4 giugno 1982 .
Dal 1984 al 1990 Sharon fu Ministro delle Costruzioni e le Abitazioni del Likud, dove aveva notevolmente ampliato l’attività degli insediamenti illegali israeliani. [417]
Secondo l’ex agente del Mossad Victor Ostrovsky, il Mossad armò i Fratelli Musulmani egiziani con le armi dei mujahidin dell’Afghanistan, nel 1986. Il Mossad aveva anche detto a questi terroristi della Jihad islamica, chi dovevano colpire. Nello stesso anno avevano progettato di armare gli islamisti in Giordania per destabilizzare quella nazione, nell’ambito del loro piano “la Giordania è la Palestina” per spingere tutti i palestinesi in Giordania, mentre si annettevano la Cisgiordania e la Striscia di Gaza. [418]
Nell’ottobre del 1991, irritato dalla volontà dell’Amministrazione di Bush padre di mediare nei colloqui di pace a Madrid, tra Israele e i palestinesi, Ostrovsky dice che il Mossad usò tre estremisti di Hamas nel tentativo di assassinare Bush, a Madrid. Quando il loro piano fallì, questi palestinesi, come molti prima di loro, furono spediti a Nes Ziyyona, una struttura israeliana per il collaudo di armi nucleari, biologiche e chimiche, in cui gli esperimenti vengono condotti di routine sui militanti palestinesi. Una struttura simile del Mossad esiste, travestita da ospedale, a Soweto, Sud Africa, dove i neri poveri sono soggetti agli esperimenti. [419]
L’elite globale usa gli estremisti islamici per raggiungere i suoi obiettivi geopolitici regolarmente. Nel 1982 il governo socialista della Siria sedò una rivolta guidata dai militanti islamisti. Uno dei leader della rivolta era Abdallah Azzam, che in seguito curò l’addestramento della CIA dei mujahidin, a Peshawar.
Sheik Hassan Turabi, leader del governo militare sudanese, è sostenuto dal leader dalla propaggine di quel paese della Fratellanza Musulmana, conosciuta come il Fronte Islamico Nazionale. Fino a quando i media iniziarono a riportare che Usama bin Ladin stava usando il Sudan, alla metà degli anni ’90, come base della sua al-Qaida; gli Stati Uniti ebbero stretti legami con i fanatici del Sudan. Sheik Omar Abdel Rahman, il religioso che la CIA ha portato negli Stati Uniti per reclutare combattenti islamisti, ottenne il suo visto dal consolato degli Stati Uniti a Khartoum. [420]
Negli Stati Uniti i Fratelli Musulmani si riunirono intorno Louis Farrakhan e la Nation of Islam. Il 21 febbraio 1965, agenti della Nation of Islam uccisero il leader nero Malcolm X, che aveva rotto con gli islamisti dopo un viaggio alla Mecca, modificando la sua visione del mondo. Prima del viaggio, Malcolm X parlava nella stessa maniera settaria di Farrakhan, predicando il black power contro i “diavoli bianchi“. Nella sua autobiografia, scrive della sua trasformazione alla Mecca. Al suo ritorno abbandonò la sua analisi razziale e si concentrò sulla classe, unendosi, come Martin Luther King aveva cominciato a fare quando fu assassinato, ai sindacati e bianchi poveri. Aveva anche parlato di una coalizione con King.
Il leader della Nation of Islam, Elijah Muhammad era un auto-proclamato messaggero del fondatore di Nation of Islam, Maestro Fard. Fard incaricò Muhammad di studiare le origini dell’Islam, la Massoneria e la Cabala. Secondo Fard, la razza nera discendeva dalla potente tribù di Shabazz, i cui membri possedevano l’occhio che tutto vede attraverso la ghiandola pineale operativa. In una storia sorprendentemente simile a quella degli invasori Sumeri, gli Annunaki, Fard disse che un “grande-capo scienziato di nome Yakub” apparve circa 6.000 anni fa e aveva iniziato gli esperimenti per progettare geneticamente una razza malvagia che potrebbero essere i “maestri di inganno“. Fard sosteneva che le razze bianche prodotte da Yakub, che egli sosteneva fosse il biblico Giacobbe, erano rappresentate nell’egittologia antica come la tribù di Seth, che era conosciuto dai Greci come Satana. Fard diceva che la ghiandola pineale  dell’umanità è stata danneggiata attraverso questi esperimenti, e che questi “diavoli bianchi” avevano usurpato le molteplici realizzazioni della cultura nera, e li definivano i loro nuovi schiavi negri, dalla parola necro, che significa “morto“. [421]
Fard disse anche - come i Templari – che Gesù Cristo non è mai morto sulla croce. Fard disse che Cristo era solo drogato  quando fu deposto nel sepolcro dai soldati romani, e che poi si sposò, ebbe figli e morì in Kashmir, in Pakistan. [422]
Questo aiuta a spiegare perché, mentre la linea di sangue reale del Priorato di Sion sono i Merovingi di Francia (dove i Templari pretesero che poi Cristo fossse vissuto), il Dio-Re spirituale dei Fratelli Musulmani sia l’Aga Khan, che risiedeva nella regione del Kashimir, in Pakistan. Ciò può anche spiegare perché lo sfortunato moderno Assassino Usama Bin Ladin sia nascosto in Pakistan.
Il cecchino che ha provocato tredici vittime nell’area di Washington DC, nell’ottobre 2002, John Mohamed, si era convertito recentemente alla Nation of Islam. I suoi benefattori includevano il miliardario del Texas HL Hunt, che aveva incontrato Jack Ruby il giorno prima la morte di JFK, e che poi scomparve in Messico per un mese.
Louis Farrakhan scomparve quasi nello stesso modo, dopo l’assassinio di Malcolm X. Gli assassini di Malcolm X erano stati probabilmente pagati dalla CIA, che era interessata al suo panafricanismo e alla sua petizione alle Nazioni Unite per dichiarare gli Stati Uniti una potenza imperialista razzista.
Il fondamentalismo islamico ha iniziato la sua moderna ascesa fulminea nell’India amministrata dai britannici e ha trovato una sede permanente in Pakistan. Quel paese è nato nel 1947 in un tentativo britannico di dividere i musulmani dalle loro controparti indù indiane.  L’islamismo pakistano fu esportato da Mawdudi e da un susseguirsi di giunte militari sostenute dagli Stati Uniti. [423]
Il governo dei Fratelli Musulmani sauditi abbraccia il fondamentalismo wahhabita e finanzia le proprie esportazioni in luoghi come l’Egitto – dove una volta stampò e distribuì un manuale che sosteneva l’”economia politica islamica“.
Gli alleati degli USA del Gulf Cooperation Council abbracciano il fondamentalismo islamico, che è abbastanza congruente con il capitalismo monopolistico globale e la monarchia feudale.
Nel frattempo, i nemici degli Stati Uniti nella regione abbracciano il socialismo laico, che punta a fermare lo sfruttamento delle risorse petrolifere da parte dei Quattro Cavalieri e dalle loro Otto Famiglie possidenti.
I grandi leader regionali tra cui l’egiziano Nasser, l’iraniano Mossadeq, l’algerino Boumedienne, il libico Gheddafi e l’iracheno al-Bakr sostennero tutti il socialismo laico (anche se lo stesso Gheddafi ha proclamato di essere un anarco-sindacalista), rappresentando una minaccia molto reale per l’elite degli Illuminati.

Note
[412] “War Criminals, Real and Imagined”. Gregory Elich. Covert Action Quarterly Winter 2001.  p.21
[413] “Heart of Darkness Department”. Alexander Cockburn. The Nation. 2-6-89.  p.151
[414] “Israel and Hamas: Dancing the Zionist-Islamist Waltz”. Rezeq Faraj. Covert Action Quarterly. Winter 2001. p.24
[415] “Islamic Terrorists: Creature of the US Taxpayer?” John K. Cooley. International Herald Tribune. 3-13-96
[416] “Ariel Sharon: Profile of an Unrepentant War Criminal” Jeffrey Steinberg. Executive Intelligence Review. 5-17-02
[417] Ibidem
[418] The Other Side of Deception. Victor Ostravsky. HarperCollins Publishing.New York. 1994
[419] Ibidem
[420] Faraj. p.25
[421] The Judas Factor: The Plot to Kill Malcolm X. Karl Evanzz. Thunder’s Mouth Press. New York. 1992
[422] Ibidem
[423] “Political Islam”. Samir Amin. Covert Action Quarterly. Winter 2001. p.3

Dean Henderson è autore di Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network , The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries e Das Kartell der Federal Reserve. Iscivetevi a al suo settimanale Left Hook weekly.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La cosiddetta “rivoluzione” siriana: una guerra imperialista contro la Siria

Fida Dakroub Mondialisation.ca 29 settembre 2011 – Le Grand Soir

A credere i leader delle potenze imperialiste, che si mostrano ingenui e innocenti, la Siria sarebbe stata negli ultimi mesi, l’arena dove si confrontano, da un lato le “forze del male” incarnate dal regime e dal suo alleato coadiuvanti iraniano, e dall’altro lato le “forze del bene” espresse dall’”anima immortale” del “popolo buono” per natura, purtroppo ridotto dal “tiranno di Damasco” a una semplice folla di schiavi.

Il ritorno del colonialismo
E’ certo che questo approccio superficiale alle violenze in Siria, che divide il mondo, o piuttosto la realtà con le sue molteplici dimensioni, in due forze opposte, quella del Bene (la cosiddetta “opposizione“) e del male (il regime), svolge un ruolo d’argumentum ad captandum vulgus, nella giustificazione delle ambizioni dell’imperialismo britannico e francese in Nord Africa e nel Levante, dove sono stati scacciati all’indomani della seconda guerra mondiale.
Notiamo l’ultima visita di Sarkozy e Cameron, gli appaltatori delle operazioni militari su delega del triumviratus (Sarkozy, Cameron e Obama) in Libia, una visita che ha preparato il tavolo per spezzettare e ritagliarsi il “post-Gheddafi“. A Tripoli, i due cospiratori sono andati a celebrarvi la loro vittoria, incorniciati dai loro gorilla locali del CNT e dai loro ciarlatani propagandisti, con i tamburi, trombe e cembali dei media occidentali “principali” e quelli arabi “subordinati“. [1]
A maggior ragione, era innegabile che le forze imperialiste si stessero preparando a mobilitare le loro artiglieria pesante contro la Siria e il suo regime, una volta che il cosiddetto “re dei re d’Africa“, Gheddafi, fosse detronizzato. Per fare ciò, un secondo triumviratus (Sarkozy, Erdogan e Obama) è nato. E i tre triumviri hanno urlato: “Carthago  delenga est! Dobbiamo sbarazzarci del tiranno di Damasco!“.

Il casus belli
Pertanto, la Siria è il bersaglio di una guerra sistematica (mediatica, diplomatica e anche militare) orchestrata secondo lo sviluppo degli eventi sul terreno. L’esempio più significativo di questa feroce campagna è fornito dal ministro degli esteri francese, Alain Juppé, che ha denunciato “i crimini contro l’umanità” in Siria: “Prendiamo atto che il regime siriano è coinvolto in crimini contro l’umanità“, ha detto a Mosca, il 7 settembre. [2]
Inoltre, migliaia di canali TV, radio, giornali, siti web e social network su internet, in qualsiasi parte del mondo, hanno avviato un bombardamento massiccio del regime siriano con aggettivi diabolizzanti, volti a ridurre la sua immagine nella strada araba, e di presentarlo come un semplice fenomeno selvaggio, e certamente spogliato di ogni qualità umana, quindi di ogni diritto di esistere. Ha aggiunto che gli Stati Uniti e l’Unione Europea non smettono di chiedere le dimissioni del presidente siriano Bashar al-Assad: “… è necessario che si dimetta“, ha detto Ashton; “Nell’interesse del popolo siriano, è giunto il momento per il presidente Assad di ritirarsi“, ha detto Obama; “Le gravi violazioni dei diritti umani in Siria contro i manifestanti, potrebbero rivelarsi dei crimini contro l’umanità“, dice il 17 Agosto, un rapporto dell’Alto Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite. [3]

La propaganda imperialista
Va notato qui, che in ogni sconvolgimento politico serio, il meccanismo dei media egemonici imperiale vi mette il suo grano di sale. Ed è lo stesso, come con la “Grossa Bugia” di George Bush sulle armi di distruzione di massa in Iraq.  La prova è che più di dieci anni dopo l’invasione statunitense dell’Iraq, le successive amministrazioni statunitensi non hanno fornito alcuna prova che questo paese avesse armi di distruzione di massa. Ciò che si può dire, è che le masse sono cadute vittima di un complotto della disinformazione. Va da sé che le recenti violenze, che sconvolgono le strade siriane, non sono esentate dalla stessa macchina della propaganda, delle bugie e di altri manipolazione mediatiche, tutt’altro.
Secondo i media dell’egemonia imperiale, attivisti per la pace e pacifici manifestanti hanno trascorso le giornate, per così dire, in meditazione trascendentale, e durante la notte, si sarebbero riuniti in luoghi pubblici, per accendere delle candele alle anime immortali dei “martiri della libertà“, mentre il “mostro di Damasco si vantava nel suo harem“. Tuttavia, lontano dalla caricatura ingenua che le macchine dell’egemonia mediatica creano, una questione s’impone: Chi sono questi “militanti della libertà“; Agni Dei lodati tre volte al giorno: all’alba, a mezzogiorno e prima di coricarsi? Che cosa succede allora?
Uno dei problemi per rivelare il paradosso siriano, è che vi è davvero una richiesta reale cambiamento interno. Nessuno nega questa realtà, né il regime siriano lo nega. Il ministro degli esteri siriano Walid al-Moualem, ha denunciato il 26 settembre l’ingerenza straniera nella gestione delle legittime aspirazioni del popolo siriano alla riforma politica, economica e sociale, in un discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, a New York: “Le esigenze del popolo sono  usate come trampolino di lancio dai gruppi armati, per seminare discordia e indebolire la nostra sicurezza. La Siria ha esercitato la sua responsabilità a proteggere i suoi cittadini. Il governo ha agito per assicurare la loro sicurezza e la stabilità del paese“, ha dichiarato Moualem in riferimento a ciò che chiama interferenza straniera. [4]
Inoltre, la stragrande maggioranza dei siriani vuole le riforme. Il popolo siriano è indignato, da decenni, dalla corruzione e dai tentacoli pervasivi delle autorità di sicurezza.

La ribellione islamista armata
Tuttavia, questa diffusa domanda di una riforma è, come indicato dalla macchina imperialista dei media, fonte di violenze in Siria? Se è vero che ci sono manifestazioni in alcune città, ci sono morti, l’esercito è intervenuto, è anche vero che la Siria è diventata un campo di battaglia tra le forze armate siriane da un lato, e gli insorti sunniti armati, dall’altra parte, come i Fratelli musulmani, al-Qaida e altri gruppi salafiti e wahabiti.
Ciò che i  media agli ordini non dicono è che ci sia una ribellione armata sostenuta dall’estero, e che la Siria sta affrontando un Casus belli dichiarato dalla NATO e dagli emirati arabi e sultanati ‘subordinati’. Qui vale la pena ricordare che Dmitrij Rogozin, delegato della Federazione Russa presso la NATO, ha commentato il 5 agosto, sul quotidiano moscovita Izvestia, il crescente ruolo della NATO nelle violenza in Siria: “La NATO sta pianificando una campagna militare contro la Siria per rovesciare il regime del presidente Bashar al-Assad, con l’obiettivo a lungo termine di preparare una testa di ponte nella regione, per l’attacco contro l’Iran“. [5]
Inoltre, in un’intervista con la TV Euronews, Dimitrij Medvedev, il presidente russo, avverte dei pericoli reali che l’approccio “bianco e nero” potrebbe creare nella situazione in Siria: “i manifestanti anti-governativi in Siria non sono sostenitori di alcun raffinato modello di democrazia europea“. [6]
Per molti aspetti, gli eventi in Siria ricordano qui, una citazione di Lenin nel suo famoso Un passo avanti, due passi indietro, che trattava dei movimenti rivoluzionari in Russia: “… quando una lunga lotta, testarda e ardente continua, accade di solito un momento in cui i punti di contestazioni, centrali ed essenziali, iniziano a comparire, la cui soluzione determinerà l’esito finale della campagna, presso cui i più minimi ed insignificanti episodi della lotta, saranno sempre più allontanati sullo sfondo.” [7]
Senza alcun dubbio possibile, i conflitti sociali e politici nel Levante, diventano rapidamente conflitti religiosi e confessionali, e le rivendicazioni sociali sono ridotte, purtroppo, ad omicidi tribali. Questa amara realtà ci offre, almeno, una migliore lettura della cosiddetta “rivoluzione” siriana, una lettura che scaccia le fanfaronate dei furiosi della “primavera araba“, abbreviata, a tutta velocità, in un “inverno americano” assai funebre!
Prima di tutto, è fondamentale notare che il Levante è uno spazio eterogeneo attraversato da confini etnici, minoranze linguistiche e religiose diverse da quelle imposte dall’accordo Sykes-Picot (1916), all’indomani dello smembramento dell’Impero ottomano nel 1918. Inoltre, dovrebbe anche essere notato che queste frontiere si trasformerebbero rapidamente in zone di conflitto sanguinose, una volta che un governo centrale, in grado di mantenere la pace, fosse rovesciato.  Si consideri l’esempio dell’Iraq dopo l’invasione degli Stati Uniti.
Gli eventi in Siria nascondono, infatti, delle motivazioni religiose, piuttosto che sociali, prendendo in considerazione lo storico conflitto tra Islam ortodosso (sunnita) ed eterodossia dell’Islam (sciismo). In una testimonianza sulla violenze religiose in Siria, Hala Jaber ha avanzato la presenza di estremisti armati (e con la barba), agenti provocatori che stanno lavorando con grande capacità sufficiente a far degenerare le manifestazioni inizialmente pacifiche. Ha dato un resoconto dettagliato degli incidenti gravi che si sono verificati il 18 giugno a Ma’rrat al-Nu’man, una città del nord-ovest, “vediamo che i jihadisti hanno un regno del terrore, e hanno versato il sangue – quando l’esercito ha un profilo basso per evitare incidenti. La storia del rapimento di un oppositore moderato, Mohamed Salida Hamadah e delle torture e delle minacce subite da estremisti sunniti, è agghiacciante, e suggerisce quale potrebbe essere il clima della Siria se cadesse nelle loro mani!“[8]
E’ vero che ua volta scoppiate le violenze in Siria, le proteste presero, in termini di slogan usati (libertà, giustizia, democrazia, rivendicazioni sociali, ecc.) una forma  pacifica; e le richieste dei manifestanti erano ancora limitate alle richieste sociali. Tuttavia, queste proteste si sono trasformate, velocemente, in atti di violenza settaria mirati contro le minoranze religiose del Paese, come i musulmani eterodossi e i cristiani.

La cospirazione imperialista
Inoltre, gli slogan politici precipitano nella congestione dell’odio religioso. Anche se il regime politico in Siria è “contaminato” da decenni da una burocrazia corrotta e contagiosa, questo non giustifica gli atti di barbarie commessi da fanatici religiosi contro le minoranze e le istituzioni dello stato.
In questo senso, è pericoloso dimenticare che dietro le affermazioni di una parte del popolo siriano, legittime all’inizio, nascondono, infatti, l’interesse, per così dire, di veri complottisti: il bonapartismo caricaturale francese di Sarkozy, in primo luogo, la carcassa dell’imperialismo statunitense di Obama, l’”umanesimo” islamista del turco Erdogan e il wahhabismo “illuminato” saudita.
Da quanto è stato detto e in tali circostanze, è chiaro fin dall’inizio che la presunta “rivoluzione” è un complotto guidato da l’alfa e omega dei centri di potere imperialista, il cui obiettivo a breve termine è il rovesciamento del regime del presidente Bashar al-Assad, e a lungo termine, la rioccupazione del Medio Oriente e la ricostruzione della sua mappa geopolitica, un obiettivo che promette, disastrosamente, un futuro catastrofico per la regione.
A mò di conclusione, troviamo opportuno raccontare una piccola storia: “Non molto tempo fa, un uomo buono immaginava che se gli uomini annegavano, ciò accadeva solo perché erano posseduti dall’idea della gravità. Che si togliessero questa rappresentazione dalla testa, ed ecco che ora sono al sicuro dal rischio dell’annegamento.” Questo brav’uomo, è dello stesso tipo degli spacconi vanagloriosi della macchina mediatica imperialista e dei suoi subordinati arabi, che credono, purtroppo, che i problemi del mondo arabo, come lo sviluppo sociale ed economico, l’analfabetismo, i diritti umani, le libertà, la democrazia, l’occupazione, il settarismo, i diritti delle minoranze, i diritti delle donne, ecc. saranno risolti una volta che il regime siriano sarà rovesciato.

Fida Dakroub – Dottore Ricercatore francese

Note
[1] A nostro avviso, un  media subordinato è un mezzo della disinformazione posto sotto il controllo di un altro media della disinformazione principale. Il soggetto non è in grado di fornire un messaggio coerente al di fuori da questa dipendenza. Per esempio: i media dei petrodollari arabi entrano in rapporto di subordinazione con i più importanti media occidentali.
[2] L’Eexpress.fr
[3] Chitour, Chems Eddine Le Grand Soir
[4] People Daily
[5] Le Post.fr
[6] Russia Today
[7] Marxists
[8] Michel Collon

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La destabilizzazione della Siria e la guerra del grande Medio Oriente

Michel Chossudovsky Global Research, 17 Giugno 2011

Ciò che si sta svolgendo in Siria è una insurrezione armata, sostenuta segretamente da potenze straniere tra cui Stati Uniti, Turchia e Israele.
Insorti armati, appartenenti ad organizzazioni islamiste hanno attraversato il confine con la Turchia, Libano e Giordania. Il Dipartimento di Stato statunitense ha confermato che sostiene l’insurrezione. Gli Stati Uniti ampliano i contatti con i siriani che contano sul cambiamento di regime nel paese. Lo ha detto la funzionaria del Dipartimento di Stato USA Victoria Nuland. “Abbiamo iniziato a espandere i contatti con i siriani che chiedono il cambiamento, sia all’interno che all’esterno del paese“, ha detto.
Nuland ha anche ripetuto che Barack Obama aveva già invitato il presidente siriano Bashar Assad ad avviare le riforme o a dimettersi dal potere.” (Voce della Russia, 17 giugno 2011)
La destabilizzazione della Siria e del Libano, come paesi sovrani, è sul tavolo dell’alleanza militare USA-NATO-Israele da almeno dieci anni. L’azione contro la Siria è parte di una “roadmap militare“, una sequenza di operazioni militari. Secondo l’ex comandante generale della NATO, Wesley Clark, il Pentagono aveva chiaramente individuato Iraq, Libia, Siria e Libano come paesi bersaglio di un intervento USA-NATO:
[La] campagna quinquennale  [include] … un totale di sette paesi, a iniziare dall’Iraq, quindi Siria, Libano, Libia, Iran, Somalia e Sudan” (Un funzionario del Pentagono citato dal generale Wesley Clark)
In “Winning Modern Wars” (pagina 130) il generale Wesley Clark afferma quanto segue:
Tornando indietro, al Pentagono nel novembre 2001, uno degli alti ufficiali militari ebbe il tempo per una chiacchierata. Sì, eravamo ancora in pista per andare contro l’Iraq, mi disse. Ma c’era di più. Questo era oggetto di discussione nell’ambito di un piano quinquennale, ha detto, in cui c’era un totale di sette paesi, a cominciare dall’Iraq, poi Siria, Libano, Libia, Iran, Somalia e Sudan. … Lo disse con rimprovero – con incredulità, quasi – sull’ampiezza della visione. Ho spostato la conversazione, questo non era qualcosa che volevo sentire. E non neanche era qualcosa che volevo vedere andare avanti. … Ho lasciato il Pentagono quel pomeriggio, profondamente preoccupato“.
L’obiettivo è quello di destabilizzare lo Stato siriano e implementare il “cambio di regime” attraverso il sostegno occulto all’insurrezione armata delle milizie islamiche. I rapporti sui morti civili sono utilizzati per fornire un pretesto e una giustificazione per l’intervento umanitario, in base al principio della “responsabilità nel proteggere“.

Disinformazione Mediatica
Tacitamente riconosciuto, l’importanza di una insurrezione armata è casualmente lasciata cadere dai media occidentali. Se dovesse essere riconosciuta e analizzata, la nostra comprensione degli avvenimenti in corso sarebbe completamente diversa. Quanto è abbondantemente esposto, è che le forze armate e la polizia sono coinvolte nell’uccisione indiscriminata di manifestanti inermi. Notizie della stampa confermano, tuttavia, fin dall’inizio del movimento di protesta, un conflitto a fuoco tra ribelli armati e la polizia, con perdite da entrambe le parti.
L’insurrezione è iniziata a metà marzo nella città di confine di Daraa, che si trova a 10 km dal confine giordano. Il “movimento di protesta” di Daraa, il 18 marzo, aveva tutte le apparenze di un evento organizzato che coinvolge, con ogni probabilità, il sostegno segreto ai terroristi islamici dal Mossad e/o delle intelligence occidentali. Fonti governative indicano il ruolo dei gruppi salafiti radicali (sostenuti da Israele). Altre relazioni hanno sottolineato il ruolo dell’Arabia Saudita nel finanziamento del movimento di protesta. Quello che è si è svolto a Daraa, nelle settimane successive agli scontri violenti iniziati il 17-18 marzo, è il confronto tra la polizia e le forze armate da un lato, e unità armate di terroristi e cecchini dall’altra, che hanno infiltrato il movimento di protesta.
….
Ciò che è chiaro da questi rapporti iniziali, è che molti dei manifestanti non erano manifestanti, ma  terroristi coinvolti in atti premeditato di assassinio e di incendi dolosi. Il titolo della notizia israeliana riassume quello che è successo: Siria: sette poliziotti uccisi, Edifici incendiati nelle Proteste.
(Si veda Michel Chossudovsky, SYRIA: Who is Behind The Protest Movement? Fabricating a Pretext for a US-NATO “Humanitarian Intervention“, Global Research,  3 maggio 2011)

Il ruolo della Turchia
Il centro dell’insurrezione si è spostato nella piccola città di confine di Jisr al-Shughour, a 10 km dal confine turco. Jisr al-Shughour ha una popolazione di 44.000 abitanti. Insorti armati hanno attraversato il confine con la Turchia. I membri dei Fratelli Musulmani sono stati segnalati avere preso le armi, nel nord-ovest della Siria. Ci sono indicazioni che militari e l’intelligence turchi  supportano queste incursioni. Non c’era alcun movimento di protesta civile di massa a Jisr al-Shughour. La popolazione locale è stata presa nel fuoco incrociato. I combattimenti tra ribelli armati e forze governative ha contribuito a innescare la crisi dei profughi, che è al centro dell’attenzione dei media. 
Al contrario, nella capitale della nazione Damasco, dove si trova il cardine dei movimenti sociali, ci sono state manifestazioni di massa a sostegno piuttosto che in opposizione al governo. Il presidente Bashir al-Assad viene erroneamente paragonato ai presidenti Ben Ali di Tunisia, e Hosni Mubarak d’Egitto. Quello che i media mainstream non sono riusciti a menzionare è che, nonostante la natura autoritaria del regime, il presidente al-Assad è una figura popolare che ha l’ampio sostegno della popolazione siriana.
La grande manifestazione a Damasco del 29 marzo, “con decine di migliaia di sostenitori” (Reuters) del presidente al-Assad, è stata appena menzionata. Eppure, in modo insolito, le immagini e le riprese video di alcune manifestazioni filo-governative sono stati utilizzati dai media occidentali per convincere l’opinione pubblica internazionale che il Presidente aveva contro una massiccia manifestazione antigovernativa.
Il 15 giugno, migliaia di persone si sono radunate per diversi chilometri sulla strada principale di Damasco, in una marcia, sorreggendo una bandiera siriana lunga 2,3 km. La manifestazione è stato riconosciuta dai media e casualmente liquidata come irrilevante.
Sebbene il regime siriano non sia affatto democratico, l’obiettivo dell’alleanza militare USA-NATO, in accordo con Israele, non è promuovere la democrazia. Tutto il contrario. L’intenzione di Washington è quello d’installare alla fine un regime fantoccio. L’obiettivo della disinformazione mediatica è demonizzare il presidente al-Assad, e più in generale, destabilizzare la Siria quale stato laico. Quest’ultimo obiettivo viene attuato attraverso il sostegno segreto a varie organizzazioni islamiste:
La Siria è gestita da una oligarchia autoritaria che ha usato la forza bruta nei rapporti con i cittadini. I disordini in Siria, tuttavia, sono complessi. Non possono essere visti come una semplice ricerca della libertà e della democrazia. C’è stato un tentativo da parte degli Stati Uniti e dell’UE, di utilizzare i disordini in Siria per fare pressione e intimidire la leadership siriana. Arabia Saudita, Israele, Giordania, e l’Alleanza del 14 Marzo, hanno avuto un ruolo nel sostenere l’insurrezione armata.
Le violenze in Siria sono state sostenute dall’estero, con l’obiettivo di sfruttare le tensioni interne… A parte la reazione violenta dell’esercito siriano, i media hanno mentito e dei filmati fasulli sono stati mandati in onda. Denaro e armi sono stati incanalati a elementi dell’opposizione siriana dagli Stati Uniti, dall’Unione europea… finanziando inoltre dei minacciosi e impopolari esponenti dell’opposizione siriana residenti all’estero, mentre armi sono state contrabbandate dalla Giordania e dal Libano alla Siria. (Mahdi Darius Nazemroaya, America’s Next War Theater: Syria and Lebanon?, Global Research, 10 giugno 2011)

L’accordo militar-spionistico Israele-Turchia
La geopolitica di questo processo di destabilizzazione ha una vasta portata. La Turchia è impegnata nel sostenere i ribelli. Il governo turco ha sancito i gruppi di opposizione siriana in esilio, che sostengono l’insurrezione armata. Inoltre, la Turchia fa pressione su Damasco, per conformarsi alle richieste di Washington di cambio di regime. La Turchia è un membro della NATO, con una potente forza militare. Inoltre, Israele e Turchia hanno da tempo un comune accordo militare e d’intelligence, che è esplicitamente diretto contro la Siria.
… Un protocollo d’intesa del 1993 ha portato alla creazione di “comitati congiunti” (turco-israeliani) per gestire le cosiddette minacce regionali. Secondo i termini del Memorandum, la Turchia e Israele hanno accettato “di collaborare nella raccolta d’intelligence su Siria, Iran e Iraq, e di riunirsi regolarmente per la condivisione delle valutazioni riguardo al terrorismo e le capacità militari di questi paesi.”
“La Turchia ha accettato di permettere alle IDF e alle forze di sicurezza israeliane lo spionaggio elettronico su Siria e Iran dalla Turchia. In cambio, Israele collaborava all’equipaggiamento e all’addestramento delle truppe turche nell’anti-terrorismo lungo i confini siriani, iracheni e iraniani.”

Già durante l’amministrazione Clinton, un’intesa militare triangolare tra Stati Uniti, Israele e Turchia era stata presentata. Questa “triplice alleanza“, dominata dall’US Joint Chiefs of Staff, integra e coordina le decisioni dei comandi militari tra i tre paesi,  pertinenti al più grande Medio Oriente. Si basa sugli stretti legami militari, rispettivamente di Israele e  Turchia con gli Stati Uniti, accoppiati a un forte rapporto bilaterale militare tra Tel Aviv e Ankara. ….
La triplice alleanza è anche accoppiata all’accordo di cooperazione militare del 2005 tra NATO-Israele, che riguarda “molte aree di interesse comune, come la lotta contro il terrorismo e le esercitazioni militari congiunte“. Questi legami di cooperazione militare con la NATO sono visti dai militari israeliani come un mezzo per “rafforzare la capacità di deterrenza d’Israele verso potenziali nemici che lo minaccino, soprattutto l’Iran e la Siria.” (Vedi Michel Chossudovsky, “Triple Alliance”: The US, Turkey, Israel and the War on Lebanon, 6 agosto 2006)
Il sostegno segreto agli insorti armati dalla Turchia o dalla Giordania, sarebbe senza dubbio coordinata nell’ambito dell’accordo d’intelligence e militare tra  Israele e Turchia. 
 
Crocevia pericoloso: la guerra nel grande Medio Oriente
Israele e la NATO hanno firmato un ampio accordo di cooperazione militare nel 2005. Secondo questo accordo, Israele è considerato un membro de facto della NATO. Se un’operazione militare dovesse essere lanciata contro la Siria, Israele sarebbe con ogni probabilità coinvolto nelle operazioni militari a fianco delle forze della NATO (sotto l’accordo bilaterale NATO-Israele). Anche la Turchia svolgerebbe un attivo ruolo militare.
Un intervento militare in Siria per falsi motivi umanitari, porterebbe a un escalation della guerra USA-NATO su su una vasta area, che si estende dal Nord Africa e dal Medio Oriente all’Asia centrale, dal Mediterraneo orientale al confine occidentale della Cina con l’Afghanistan e il Pakistan.
Contribuirebbe anche al processo di destabilizzazione politica in Libano, Giordania e Palestina. Sarebbero così poste le basi anche per un conflitto con l’Iran.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – Aurora03.da.ru

Il piano di destabilizzazione della Siria

Thierry Meyssan, Beirut  (Libano) Voltairenet 14 Giugno 2011

Le operazioni condotte contro la Libia e la Siria mobilitano gli stessi attori e le stesse strategie. Ma i loro risultati sono molto diversi perché questi stati non sono comparabili. Thierry Meyssan analizza il parziale fallimento delle forze coloniali e contro-rivoluzionarie e pronostica un nuovo passaggio del pendolo nel mondo arabo.

Il tentativo di rovesciare il governo siriano, per molti aspetti è simile a quanto è stato fatto in Libia, sebbene i risultati siano assai diversi a causa delle particolarità sociali e politiche. Il progetto di spezzare questi due Stati è stato impostato il 6 Maggio 2002 da John Bolton, quando era sottosegretario di stato nell’amministrazione Bush, la sua attuazione da parte dell’amministrazione Obama, nove anni dopo, nel il contesto del risveglio arabo, non avviene senza problemi.
Come in Libia, il piano originale era quello di suscitare un colpo di stato militare, ma ben presto si è rivelato impossibile per la mancanza degli ufficiali necessari. Secondo alcune fonti, un progetto simile è stato anche considerato per il Libano. In Libia, il complotto fu scoperto e il colonnello Gheddafi ha fatto arrestare il colonnello Abdallah Gehani [1]. In tutti i casi, il progetto originario è stato rivisto nel contesto dell’inaspettata “primavera araba“.

L’azione militare
L’idea principale era quindi causare problemi in una zona ben definita, e di proclamare un emirato islamico che servisse da base per lo smantellamento del paese. La scelta del distretto Daraa si spiega col fatto che si torva sul confine con la Giordania e le alture del Golan occupate da Israele. Sarebbe stato così possibile rifornire i secessionisti.
Un incidente è stato creato artificialmente, chiedendo agli studenti di impegnarsi in delle provocazioni. Ha funzionato al di là di ogni aspettativa a causa della brutalità e della stupidità del governatore e del capo della polizia locale. Quando le manifestazioni iniziarono, dei cecchini furono posizionati sui tetti per uccidere a caso, sia tra la folla che tra la polizia, uno scenario identico a quello utilizzato a Bengasi per provocare la ribellione.
Altri scontri sono stati pianificati, di volta in volta, nei distretti di confine, per assicurarsi una base di supporto, prima al confine col Libano settentrionale, e poi al confine con la Turchia.
I combattimenti sono stati condotti da piccole unità, spesso composte da quaranta uomini, unendo individui reclutati sul posto e un inquadramento di mercenari stranieri delle reti del principe saudita Bandar bin Sultan. Bandar stesso è giunto in Giordania, dove ha supervisionato l’inizio delle operazioni in collaborazione con funzionari della CIA e del Mossad.
Ma la Siria non è la Libia e il risultato è stato ribaltato. Infatti, mentre la Libia è uno stato creato dalle potenze coloniali, combinando con la forza Tripolitania, Cirenaica e Fezzan, la Siria è una nazione storica che è stata ridotta alla sua forma più semplice dalle stesse potenze coloniali. La Libia è spontaneamente in preda a delle forze centrifughe, mentre al contrario la Siria attrae forze centripete, che sperano di ricostruire la Grande Siria (che comprende Giordania, Palestina occupata, Libano, Cipro, e parte dell’Iraq). La popolazione della Siria di oggi non può che opporsi al progetto di partizione.
Inoltre, si può paragonare l’autorità del colonnello Gheddafi e quello di Hafez el-Assad (padre di Bashar). Sono saliti al potere nello stesso periodo e usando la loro intelligenza e brutalità per imporsi. Invece, Assad non ha preso il potere, e non intendeva neanche ereditarlo. Ha accettato la carica alla morte di suo padre, perché suo fratello era morto, e solo la sua legittimità familiare poteva evitare una guerra di successione tra i generali di suo padre. Se l’esercito è venuto a cercarlo a Londra, dove ha esercitato la professione di oculista, è il suo popolo che l’ha insediato. E’ senza dubbio il leader politico più popolare in Medio Oriente. Fino a due mesi fa, è stato anche l’unico che viaggiava senza scorta, e non era riluttante a fare dei bagni di folla.
L’operazione militare per destabilizzare la Siria e la campagna di propaganda che l’accompagnava, sono state organizzate da una coalizione di stati coordinati dagli Stati Uniti, così come la NATO sta coordinando gli Stati membri e non membri dell’Alleanza per stigmatizzare e bombardare la Libia. Come notato sopra, i mercenari sono stati forniti dal Principe Bandar bin Sultan, che è stato improvvisamente costretto ad intraprendere un tour internazionale in Pakistan e Malesia, per incrementare il suo esercito personale dispiegato da Manama a Tripoli. Si può citare, così, come esempio l’installazione di un centro di telecomunicazioni ad hoc nei locali del Ministero delle Telecomunicazioni libanese.
Lungi dall’aizzare il popolo contro il “regime“, il massacro ha provocato un risveglio nazionale attorno al presidente Bashar al-Assad. I siriani, consapevoli che si cerca di puntare alla guerra civile, hanno fatto blocco. In totale nelle manifestazioni anti-governative hanno partecipato tra 150.000 e 200.000 persone, su una popolazione di 22 milioni di persone. Al contrario, alle manifestazioni filo-governative hanno partecipato folle che il paese non aveva mai visto prima.
Le autorità hanno reagito agli eventi con calma. Il presidente ha anche avviato le riforme che voleva intraprendere da molto tempo, e che la maggioranza della popolazione tratteneva per paura che occidentalizzasse la società. Il Partito Baath ha accettato il multipartitismo senza cadere nell’arcaismo. L’esercito non ha represso i manifestanti, al contrario delle affermazioni dei media occidentali e sauditi, ma ha combattuti i gruppi armati. Purtroppo, i suoi alti ufficiali, addestrati in Unione Sovietica, non hanno dimostrato considerazione per le vittime civili del fuoco incrociato.

La guerra economica
La strategia occidentale-saudita si è poi evoluta. Washington, rendendosi conto che l’azione militare non sarebbe stata, nel breve periodo, in grado di immergere il paese nel caos, ha deciso di agire sulla società nel medio termine. L’idea è che la politica del governo al-Assad stava creando una classe media (l’unica effettiva garanzia di democrazia) e che è possibile rivolgere la classe media contro di lui. Per questo, si doveva causare un collasso economico del paese.
Tuttavia, la  principale risorsa della Siria è il suo petrolio, anche se il volume di produzione non è paragonabile a quella dei suoi ricchi vicini. Per venderlo aveva bisogno di avere degli asset nelle banche occidentali che servono come garanzia per le transazioni. Basta congelare questi beni per uccidere il paese. E’ quindi necessario offuscare l’immagine della Siria per fare ammettere alle popolazioni occidentali le “sanzioni contro il regime“.
In linea di principio, il congelamento dei beni richiede una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ma questo è improbabile. La Cina è già stata costretta a rinunciare al suo diritto di veto durante l’attacco alla Libia, rischiando di perdere il proprio accesso al petrolio saudita, probabilmente non vi si è opposta. Ma la Russia poteva farlo, altrimenti perdeva la sua base navale nel Mediterraneo che vedrebbe la flotta del Mar Nero soffocare dietro i Dardanelli. Per intimidirla, il Pentagono ha schierato l’incrociatore USS Monterey nel Mar Nero, solo per dimostrare che le ambizioni navali russe sono irrealistiche.
In ogni caso, l’amministrazione Obama può risuscitare la Syrian Accountablity Act del 2003 per congelare i beni siriani senza attendere una risoluzione delle Nazioni Unite, e senza la necessità di un voto del Congresso. La storia recente ha dimostrato, soprattutto nei confronti di Cuba e Iran, che Washington può facilmente convincere i suoi alleati europei ad allinearsi alle sanzioni che decide unilateralmente.
Così oggi la vera sfida si sposta dal campo di battaglia ai media. L’opinione pubblica occidentale prende tanto  facilmente lucciole per lanterne non sapendo molto della Siria, e crede nella magia delle nuove tecnologie.

La guerra mediatica
In primo luogo, la campagna di propaganda focalizza l’attenzione dell’opinione pubblica sui crimini imputati al “regime“, per evitare qualsiasi domanda su questa nuova opposizione. Questi gruppi armati, infatti, non hanno nulla a che fare con gli intellettuali che per protestare hanno scritto la Dichiarazione di Damasco. Provengono dall’ambiente estremista religioso sunnita. Questi fanatici rifiutano il pluralismo religioso nel Levante e  sognano uno stato che gli assomiglia. Non stanno combattendo il presidente Bashar al-Assad perché lo trovano troppo autoritario, ma perché è alawita, vale a dire, ai loro occhi eretico.
Pertanto, la propaganda anti-Bashar si basa sull’inversione della realtà. Per esempio, il caso divertente, notiamo, del blog “A Gay Girl in Damascus” creato nel febbraio 2011. Questo sito web pubblicato in inglese dalla giovane Amina, è diventato una fonte per molti media atlantisti. L’autore ha descritto le difficoltà di una giovane lesbica nel vivere sotto la dittatura di Bashar e la terribile repressione della rivoluzione in corso. Donna e gay, godeva della simpatia protettrice degli utenti occidentali che si sono mobilitati quando fu annunciato il suo arresto da parte dei servizi segreti del “regime“.
Tuttavia, è risultato che Amina non esistesse. Intrappolato dal suo indirizzo IP, uno “studente” di 40 anni degli Stati Uniti, Tom McMaster, è stato il vero autore di questa mascherata. Questa propagandista, che avrebbe dovuto preparare un dottorato di ricerca in Scozia, era presente al congresso dell’opposizione filo-occidentale in Turchia, che ha chiesto l’intervento della NATO. Ed era lì, ovviamente, non in qualità di studente [2].
La cosa più sorprendente della storia non è l’ingenuità degli utenti, che hanno creduto alle bugie della pseudo-Amina, ma la mobilitazione dei libertari per difendere coloro che li combattono. Nella laica Siria, la vita privata è tutelata. L’omosessualità è vietata nei testi, non repressa. Può essere difficile viverla in famiglia, ma non nella società. Al contrario, coloro che i media occidentali presentano come dei rivoluzionari e che consideriamo, al contrario, come dei contro i rivoluzionari, sono violentemente omofobi. Costoro propongono persino di introdurre pene corporali, anche la pena di morte, per alcuni, per punire questo “vizio“.
Questo principio di inversione è applicato su larga scala. Ricordiamo i rapporti delle Nazioni Unite sulla crisi umanitaria in Libia: decine di migliaia di lavoratori migranti in fuga dal paese, per sfuggire alle violenze. I media atlantista avevano concluso che il “regime” di Gheddafi doveva essere rovesciato e bisognava  sostenere i ribelli a Bengasi. Ma non è il governo di Tripoli a essere responsabile di questa tragedia, ma i cosiddetti rivoluzionari della Cirenaica, che andavano a caccia di persone di colore. Guidato da una ideologia razzista, lo hanno accusati di essere tutti al servizio del colonnello Gheddafi e li linciavano quando ne catturavano uno.
In Siria, le immagini di gruppi armati appostati sui tetti che tirano a caso sulla folla e sulla polizia, sono trasmessi dalle televisioni nazionali. Ma queste immagini sono riprese dai canali sauditi e occidentali, per attribuire questi crimini al governo di Damasco.
In definitiva il piano per destabilizzare la Siria non funziona perfettamente. Ha convinto l’opinione pubblica occidentale che questo paese è una dittatura terribile, ma ha saldato la stragrande maggioranza della popolazione col governo. Alla fine, ciò potrebbe diventare pericoloso per i progettisti del piano, soprattutto Tel Aviv. Abbiamo appena assistito, nel gennaio-febbraio 2011, a una ondata di rivoluzioni nel mondo arabo, seguito in aprile-maggio da un’onda contro-rivoluzionaria. Il pendolo non ha completato il movimento.
    
[1] «La France préparait depuis novembre le renversement de Kadhafi», Franco Bechis, Réseau Voltaire, 24 marzo 2011.
[2] «Propagande de guerre: la bloggeuse gay de Damas», Réseau Voltaire, 13 giugno 2011

Traduzione di Alessandro Lattanzio – Aurora03.da.ru

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 38 other followers