La battaglia di Homs

Tony Cartalucci New Oriental Outlook 07/05/2014
10173734Le forze siriane ristabiliscono l’ordine nell’importante città di Homs, in queste settimane, assieme  ad altre importanti avanzate nel resto della Siria. I terroristi circondati e malridotti sono demoralizzati e hanno anche cominciato ad attaccarsi a vicenda nel tentativo dei loro mandanti stranieri di riprendere l’iniziativa, fallendo completamente in termini diplomatici e strategici. La città occidentale di Homs, terza città della Siria vicina al confine libanese-siriano, è stata teatro di uno dei diversi importanti campi di battaglia tra terroristi stranieri e forze di sicurezza siriane, negli ultimi 3 anni. I militanti furono armati e schierati contro la Siria dal territorio libanese, sotto gli auspici della fazione politica Hariri-Siniora, già nel 2007, anni prima della cosiddetta “primavera araba”. Il giornalista vincitore del premio Pulitzer Seymour Hersh ha affermato, nel suo approfondito articolo del 2007 “The Redirection“, che: “Gli Stati Uniti hanno anche sostenuto clandestinamente il governo Siniora, secondo l’ex-alto funzionario dell’intelligence e consulente del governo degli Stati Uniti. “Programmiamo di migliorare la capacità dei sunniti di resistere all’influenza sciita, e distribuiamo più denaro possibile”, ha detto l’ex alto funzionario dell’intelligence”. L’articolo inoltre precisava: “Funzionari statunitensi, europei e arabi con cui ho parlato mi hanno detto che il governo Siniora e i suoi alleati avevano permesso che qualche aiuto  finisse agli emergenti gruppi radicali sunniti nel nord del Libano, nella Valle della Biqa e nei campi profughi palestinesi nel sud. Tali gruppi, anche se piccoli, sono visti come un baluardo contro  Hezbollah; allo stesso tempo hanno legami ideologici con al-Qaida”. È evidente che questi terroristi, ospitati dai libanesi e finanziati dagli occidentali, sono la spina dorsale di una delle tre principali infiltrazioni straniere in territorio siriano, le altre avvengono dalla Giordania nella città siriana di Dara e dalla Turchia nella città di Aleppo. Homs, tuttavia, geograficamente può trarre vantaggio dalla logistica dal nord del Libano nonché dalle reti terroristiche basate in Turchia a nord. Se la forza dei terroristi a Homs declina, indicherebbe non il collasso di uno, ma di due fronti terroristici e la volontà di ritirarsi dei loro patroni occidentali e arabi. Nel caso Homs sia finalmente liberata dall’occupazione dei terroristi, significherebbe un cambiamento molto più ampio a favore della Siria, ripristinando l’ordine nel resto della nazione.

L’Esercito arabo siriano libera Homs
Homs è stata spacciata dai media occidentali come la capitale simbolica della cosiddetta “rivoluzione”. La sua liberazione da parte dell’Esercito arabo siriano è quindi non solo una vittoria tattica e strategica, ma un’immensa vittoria psicologica e politica di Damasco. Nelle ultime settimane, la vittoria è visibilmente alla portata di Damasco. Migliaia di civili e combattenti hanno avuto il permesso di lasciare la città vecchia di Homs, lasciandosi dietro una manciata circondata di malridotti combattenti. Nonostante un breve tentativo dei media occidentali di spacciare una “controffensiva” in città, ora ammettono il crollo delle forze terroristiche a Homs. L’Associated Press nell’articolo “I ribelli siriani nell’ultima resistenza ad Homs”, riferisce che: “I ribelli siriani compiono un’ultima disperata resistenza a Homs, contro le forze fedeli al Presidente Bashar al-Assad che lanciano l’assalto più duro per espellerli dalla città, una volta conosciuta come capitale della rivoluzione. Alcune centinaia di ribelli rimasti in città, nel centro del Paese, parlano di resa, secondo gli attivisti dell’opposizione. Altri hanno risposto con autobombe suicide nei distretti sotto il controllo del governo. Alcuni combattenti attaccano i compagni sospettati di diserzione, spingendoli in battaglia. “Ci aspettiamo che Homs cada”, ha detto un attivista. “Nei prossimi giorni, potrebbe essere sotto il controllo del regime“. L’avanzata ad Homs si rispecchia altrove nel Paese mentre la guerra segreta dell’occidente contro la Siria lentamente svanisce irreversibilmente, un processo iniziato ai primi del 2013 con i terroristi efficacemente contrastati da Damasco a Dara e lungo i confini con il Libano.

La sconfitta della guerra segreta dell’occidente ad Homs ne riflette il declino generale
Le recenti rivelazioni sull’attacco chimico dell’agosto 2013 a Damasco, in realtà effettuato dalla NATO e dai suoi partner arabi, svela fino a che punto tale collasso sia avanzato. Il fallimento dell’attacco per giustificare l’intervento militare occidentale diretto, indica un problema molto più serio per l’occidente, la credibilità in collasso della sua agenda dalla Siria all’Iran, all’Europa orientale come l’Ucraina, e ai tentativi del “pivot” verso l’Asia. Con i fantocci terroristici dell’occidente spazzati via una città dopo l’altra in tutta la Siria, la già formidabile macchina di supporto occidentale ora sembra impotente, e le opzioni sono sempre più limitate non solo in Siria, ma in tutto il Medio Oriente e oltre. Un recente articolo del New York Times intitolato “Homs è la svolta della futura Siria“, indica come l’occidente gestirà la sua inevitabile sconfitta in Siria. Sconfessa il ruolo di primo piano che l’occidente e i partner arabi hanno giocato finanziando, amando e addestrando i terroristi infiltrati ai confini della Siria, alimentando volutamente il conflitto distruttivo che ha devastato città come Homs. Si cerca inoltre di proporre una ricostruzione della Siria che includa l’opposizione filo-occidentale che ha scatenato il conflitto, mortale e costoso, per conto dei suoi mandanti esteri e dei loro piani di cambio di regime, nell’ambito del desiderato riordino geopolitico regionale.
Per la Siria e i suoi alleati, comunque a prescindere dai racconti dei media occidentali sposati dai politicanti occidentali, il processo di ricostruzione e riconciliazione sarà interamente deciso da loro. Tali ricostruzione e riconciliazione molto probabilmente riflettono la pazienza e la perseveranza dimostrata negli ultimi tre anni di sovversione, provocazioni e guerra occidentale inflitte alla nazione mediorientale assediata.

syaats-111-750x400Tony Cartalucci, ricercatore in geopolitica e scrittore di Bangkok, per la rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Siria: Gli Stati Uniti continuano a perdere posizioni

Viktor Titov New Oriental Outlook 28/4/2014

225216Gli Stati Uniti e i loro alleati della NATO continuano le loro ridicole manovre belliche presso i confini occidentali russi, così come nel Mar Nero e nel Mar Baltico, cercando di spaventare Mosca con una manciata di navi da guerra, 600 soldati e sei aerei da guerra che pattugliano i cieli baltici. A quanto pare hanno dimenticato che anche l’invasione dell’Iraq, con 120000 truppe statunitensi sul terreno, non riuscì a spezzare la resistenza di questo Paese arabo, sfociando in una misera ritirata. E ora la storia si ripete in Siria, che fino a poco prima era nel mirino di Washington. Il successo del governo locale nel reprimere la resistenza islamista finanziata in Siria con il denaro di Arabia Saudita e Qatar da tre anni, è ancor più evidente. Oggi, il trionfo politico del regime di Assad non ha bisogno di alcun sostegno internazionale, neanche dagli Stati Uniti. Nella celebrazione della Pasqua, il Presidente Bashar Assad ha visitato l’antica città cristiana di Malula, a circa 60 km da Damasco, recentemente liberata dall’Esercito siriano. Il presidente ha visitato il monastero dei Santi Sergio e Bacco, osservando la distruzione inflitta dagli islamisti. Durante la visita al monastero di Santa Tecla, il Presidente Assad ha dichiarato che nessun terrorismo può cancellare la storia della Siria e della civiltà. Si è congratulato con i siriani a Pasqua, augurando pace, sicurezza e compassione. Sulla via del ritorno, il corteo presidenziale è stato accolto dagli abitanti di Ain al-Tina. Il presidente è sceso dall’auto e si è incontrato con i cittadini, confermando che i tentativi dei cittadini locali di proteggere se stessi e i loro vicini hanno illustrato al mondo la società e la cultura siriane. Molti dicono che questa apparizione pubblica del leader siriano sia l’inizio della sua campagna presidenziale. Le elezioni presidenziali siriani sono indette per il 3 giugno dai parlamentari. La Corte Costituzionale Suprema accetterà le domande dal 22 aprile al 1° maggio. Nessuno ha annunciato i possibili candidati, ma non c’è dubbio che Bashar Assad sarà favorito. Le Nazioni Unite, che avrebbero dovuto accogliere la soluzione politica pacifica al conflitto siriano, hanno già dichiarato che le prossime elezioni contraddicono gli accordi di Ginevra. “Lo svolgimento delle elezioni nelle attuali circostanze, durante un conflitto in corso e numerosi profughi, danneggia il processo politico e ostacola le prospettive di soluzione politica di cui il Paese ha così urgentemente bisogno“, ha detto il portavoce del Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, Stephane Dujarric. Secondo Stephane, questo passaggio non corrisponde all’accordo di Ginevra. Però, ha dimenticato che i colloqui di Ginevra sono stati interrotti dagli Stati Uniti e dai loro alleati wahhabiti. Dopo tutto, in questa fase, Washington cerca di fornire tutto il sostegno possibile alle forze golpiste in Ucraina, al fine di costringerle ad accendervi le fiamme di una guerra civile. Quindi gli Stati Uniti hanno poco o nessuna influenza sugli affari del Medio Oriente, dato che tutte le loro risorse sono già impegnate altrove (contro la Russia). Qualcosa deve essere andato terribilmente storto per le autorità della Casa Bianca, se hanno deciso di provare a molestare una potenza nucleare mondiale e principale fornitrice di risorse energetiche per l’UE. Ma c’è l’ultima risorsa che i funzionari degli Stati Uniti possono ancora utilizzare, le dichiarazioni ufficiali. Un certo numero di Paesi occidentali e del Golfo Persico hanno già annunciato che le prossime elezioni saranno “una presa in giro”. Queste elezioni “mineranno l’accordo di Ginevra e sono una parodia della democrazia“, ha detto la portavoce del dipartimento di Stato degli Stati Uniti Jennifer Psaki.  Washington e Londra hanno promesso di non riconoscere i risultati delle elezioni, ma queste affermazioni difficilmente fermeranno Damasco. Oggi non troveremo nessuno che dia retta alle minacce di Stati Uniti e Regno Unito, nessuno gli presta attenzione, poiché sono vuote.
Com’è risaputo, il mandato presidenziale di Bashar Assad scade il 17 luglio. C’è ancora una guerra che infuria in Siria, anche se il vantaggio è ora chiaramente dalla parte delle forze governative. Il ministro dell’Informazione siriano Umran al-Zubi ha detto che la Siria non tollererà ritardi o  cancellazione delle elezioni presidenziali con il pretesto della sicurezza, della politica estera o nazionale. Ed è comprensibile, dato che questa volta ci saranno numerosi candidati di diversi partiti, non solo del partito al governo Baath, e quindi ci sarà il più legittimo presidente che ci sia mai stato in Siria. Secondo la Costituzione siriana, i candidati dei diversi partiti e movimenti possono partecipare alle elezioni. Il candidato deve risiedere nel Paese da almeno 10 anni, i suoi genitori e la moglie (se presente) devono essere siriani, dovrebbe aver il sostegno di almeno 35 parlamentari e avere una carta d’identità rilasciata dalle autorità. Una manciata di candidati soddisfa tali criteri, tra loro ci sono i rappresentanti del governo e figure dell’opposizione interna che sono riusciti a trovare un terreno comune con il regime senza lasciare il Paese. I membri dell’opposizione estera siriana e residenti all’estero, non avranno la possibilità di parteciparvi in quanto non c’è modo di avere l’approvazione di 35 parlamentari, anche se tutti i loro parenti stretti sono siriani ed hanno ottenuto denaro dagli Stati Uniti. Assad non ha ancora espresso le sue intenzioni presidenziali, ma i suoi sostenitori hanno più volte affermato che nulla gli impedisce questo passo. “Assad non ha detto se vi sarà di nuovo, ma i suoi alleati in Russia e nel movimento sciita Hezbollah in Libano hanno predetto che parteciperà e vincerà“, ha scritto The Guardian. Le ragioni di tali previsioni sono abbastanza chiare, gli ultimi grandi progressi dell’esercito siriano. La scorsa settimana, il leader siriano ha detto che il conflitto ha raggiunto il “punto di svolta”, anche se le zone di confine nord e nord-est sono ancora sotto il controllo degli islamisti, alcune aree di Aleppo sono occupate da militanti e le forze di opposizione effettuano attacchi verso Damasco e Homs dai loro campi in Giordania. L’opposizione estera è estremamente preoccupata per la rapidità con cui il governo prepara il Paese alle elezioni presidenziali. Infatti, gli oppositori di Assad, soprattutto i monarchici conservatori wahabiti del Golfo Persico usano mercenari e islamisti radicali locali nella guerra per rimuoverlo dal potere. E questo è il principale punto di discordia su cui non era d’accordo a Ginevra la Coalizione Nazionale delle forze rivoluzionarie e di opposizione siriane (NKSROS), che vuole  scacciare Assad e i rappresentanti del regime, naturalmente senza riuscirci. Gli avversari di Assad potrebbero dire che l’accordo di Ginevra implica l’instaurazione di un governo di transizione e solo allora, le elezioni. Ma il presidente siriano può anche facilmente rispondere: se non non effettua le elezioni, dal 17 luglio il Paese non avrebbe nessun leader legittimo. Non cederà il potere, soprattutto in tempo di guerra, soprattutto quando la situazione lo favorisce.
Al fine di creare un ambiente mediatico ostile all’interno e all’estero, gli oppositori di Assad hanno cominciato a riprendere il tema dell’utilizzo di armi chimiche. Il dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha dichiarato che ha i dati su un caso di prodotti chimici tossici industriali usati contro i ribelli, presumibilmente accaduto l’11 e 12 aprile a Qafar Zayt, controllato dagli insorti. I militanti hanno accusato il governo di aver fatto sganciare da un elicottero una bomba al cloro sulle loro teste. Gli Stati Uniti indagano su tale caso con l’aiuto di esperti dell’OPCW. Damasco sostiene che la bomba al cloro artigianale è stata utilizzata dai ribelli. Allo stesso tempo, Damasco termina il trasferimento delle sue scorte chimiche militari sotto il controllo delle Nazioni Unite. Hanno già neutralizzato circa l’80% dell’arsenale siriano, e il resto è sigillato prima della spedizione per la distruzione. Il capo della diplomazia europea, Catherine Ashton, riecheggiando il dipartimento di Stato degli Stati Uniti, urla di credere ancora che le elezioni presidenziali in Siria siano in contraddizione agli accordi di Ginevra sulla soluzione pacifica del conflitto. L’annuncio ufficiale fatto dal suo portavoce dice: “Si rammarica profondamente della dichiarazione ufficiale delle autorità siriane secondo cui le elezioni presidenziali si terranno in Siria il 3 giugno“, e poi, “eventuali elezioni in Siria dovrebbero aver luogo soltanto nel quadro del comunicato di Ginevra del 2012“.”Le elezioni organizzate dal regime al di fuori di questo quadro, condotte nel pieno di un conflitto e solo nelle zone controllate dal regime e con milioni di siriani sfollati, ignorerebbe i principi fondamentali della democrazia, privandosi di credibilità e minando gli sforzi per raggiungere una soluzione politica“, si legge nella dichiarazione. Ashton invita tutte le parti a fermare violenze, violazioni dei diritti umani e “confermare l’intenzione di partecipare al prossimo round di colloqui a Ginevra”. Le elezioni presidenziali in Siria che si terranno nel giugno 2014 saranno “una parodia della democrazia.” Questo parere è stato espresso il 21 aprile in una conferenza stampa da Jay Carney dell’ufficio stampa della Casa Bianca. Dal suo punto di vista, il presidente siriano Bashar al-Assad “si fa beffe della pretesa di essere un leader democraticamente eletto“. Secondo lui, Washington continua a considerare la “soluzione politica l’unica via” per uscire dalla crisi siriana. Washington continua a cercare un modo per avviare il processo con cui una possibile transizione politica sia raggiunta attraverso negoziati. Si potrebbe pensare che in Ucraina gli Stati Uniti utilizzino esattamente lo stesso approccio, anche se l’accordo del 17 aprile firmato a Ginevra, implica che gli interessi di tutte le regioni devono essere osservate con il disarmo dei gruppi armati illegali, stabilizzando la situazione nel Paese. Ancora una volta due pesi e due! Ma quando mai Washington agisce diversamente?
Similmente il Regno Unito ha già respinto i risultati delle prossime elezioni presidenziali. “I piani di Assad per le elezioni sono volti solo a sostenerne la dittatura. Saranno condotti sullo sfondo di attacchi continui del regime ai civili“, ha detto Mark Simmonds, sottosegretario di Stato agli Esteri e del Commonwealth. E il terrore esercitato sui civili dalle bande islamiste finanziate dai regimi wahhabiti e occidentali? “I cani possono abbaiare, dice un proverbio arabo, ma la carovana passa“. Analisti politici nel mondo arabo e della Siria hanno pochi dubbi sul fatto che il partito socialista arabo Baath nominerà Bashar Assad suo candidato. E a giudicare dalle opinioni espresse da un certo numero di esperti, Assad otterrà il 75% dei voti. Ciò in sostanza significherebbe che la politica mediorientale degli Stati Uniti ha miseramente fallito, dato che ha già perso l’Iraq, l’Egitto e la Libia, non può impegnarsi nel dialogo con l’Iran, lascia l’Afghanistan e ignora la sua precedente alleanza con l’Arabia Saudita. L’ultima goccia è la legittimazione del governo siriano attuale. La perdita del Medio Oriente è il prezzo da pagare per l’avventura del presidente Obama contro la Russia in Ucraina. Ma non è tutto. Washington dovrà ritirarsi ulteriormente dall’Atlantico ai confini degli Stati Uniti. La fine dell’impero americano non è lontana.

184405Viktor Titov, PhD in Storia, osservatore politico sul Medio Oriente, in esclusiva per la rivista online “New Oriental Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La politica estera della Russia in Medio Oriente: Siria e Iran come trampolini regionali

Andrew Korybko (USA) Oriental Review 31 marzo 2014
n00025105-b(1)Dall’inizio degli eventi della primavera araba nel 2011, la Russia è stata estremamente attiva in Medio Oriente. La regione ora comprende un importante vettore della strategia eurasiatica della Russia e l’adozione di una politica riuscita può impostare la fase per il futuro ritorno della Russia da attore globale. E’ quindi necessario esplorare la politica mediorientale della Russia in profondità, con particolare enfasi sulle questioni iraniana e siriana.

I limiti del Medio Oriente:
Per cominciare, il concetto di Medio Oriente deve essere definito prima di continuare nella ricerca.  Quando si evoca la regione, l’autore si propone di descrivere l’area compresa tra Turchia, Iran, penisola arabica ed Egitto (il ‘tradizionale’ Medio Oriente). Alcuni commentatori di politica estera, soprattutto statunitensi, sostengono la tesi di un “Grande Medio Oriente” che a volte espandono i confini indicati dall’autore includendo Africa araba, Caucaso, Asia centrale, Afghanistan e Pakistan.

Lo sviluppo storico delle relazioni regionali della Russia
L’era sovietica:
L’attuale politica della Russia ha parte delle sue radici nell’epoca sovietica. Pertanto, è necessario iniziare con una breve analisi storica degli sviluppi politici della Russia prima di affrontare lo stato attuale delle cose. Durante la Guerra Fredda, l’Unione Sovietica aveva rapporti cordiali con Iraq, Siria e Yemen del sud. Per un certo periodo i rapporti con l’Egitto furono molto fruttuosi con Nasser, ma questo percorso fu invertito da Sadat e l’Egitto si ‘capovolse’ dalla parte di statunitensi e israeliani.

L’era post-sovietica:
Il successivo periodo delle relazioni storiche si estende nel 1991-2003. All’inizio di questo periodo, l’Unione Sovietica acconsentì all’operazione Desert Storm degli USA. Tradendo il suo alleato mediorientale più vicino al momento, l’Iraq, indicando un esempio negativo ai suoi altri alleati nel mondo. Ciò indica il marciume politico interno dell’Unione Sovietica dell’epoca, mentre diveniva così instabile che non poté proiettare la sua precedente influenza sui suoi alleati del Patto di Varsavia, abbandonando i vecchi amici in Medio Oriente. Dopo la Guerra Fredda, la Russia  mantenne rapporti cordiali con l’Iraq e la Siria, anche se il suo rapporto con lo Yemen del Sud evaporò dopo la riunificazione con il Nord nel 1990 (e il tentativo di secessione del sud, fallito nel 1994). Per la maggior parte, i rapporti con il Medio Oriente erano a un punto morto. La Russia  dovette stabilizzarsi entro i propri confini, prima di proiettare influenza all’estero. Ciò non avvenne che nel periodo successivo delle relazioni.

Tra la guerra in Iraq e la primavera araba:
Il 2003-2011 segna il terzo periodo dell’impegno russo in Medio Oriente. La Russia espresse la sua forte opposizione alla guerra statunitense in Iraq, non avvallandola. La caduta del governo di Saddam Hussein rimosse ufficialmente l’ancoraggio politico della Russia per poi farne il trampolino di lancio per la futura interazione con la regione. La posizione geostrategica dell’Iraq è fondamentale nella pianificazione politica sovietica e futura russa, quindi l’occupazione militare statunitense del Paese ha danneggiato gli interessi a lungo termine russi. Poco dopo gli Stati Uniti iniziarono a brandire la retorica militante contro l’Iran, apparentemente con il pretesto che il programma nucleare iraniano fosse davvero una copertura del programma per armi nucleari. La Russia aiutò decisamente l’Iran, un Paese con il quale ebbe pochissimi contatti diplomatici fin dal periodo imperiale russo. Era assolutamente contraria ad ogni tipo di attacco militare contro l’Iran e dichiarò il suo sostegno ai programmi civili nucleari che vi sviluppa congiuntamente.

I benefici della cooperazione strategica iraniana:
L’impegno diplomatico con l’Iran fu una mossa strategica per compensare la “perdita” dell’Iraq e per  preparare il terreno alla futura spinta estera russa nella regione. L’Iran, storicamente egemone nella regione, apparve da quel momento in ripresa. Anche se pressato dalle forze militari statunitensi a oriente ed occidente, la nazione aveva ancora un forte soft power e una presenza discreta in Medio Oriente. Nel caso in questione, organizzazioni simpatizzati e affiliate iraniane in Iraq andarono al potere a Baghdad, comportando la situazione attuale in cui l’Iraq viene criticato da certi osservatori occidentali quale Stato fantoccio dell’Iran. L’influenza dell’Iran su Hezbollah, arcinemico d’Israele, si estende anche al vasto ambito regionale del Medio Oriente. Pertanto, difendendo il programma nucleare civile dell’Iran e facendo diplomaticamente tutto ciò che è in suo potere per evitare un attacco militare occidentale contro il Paese, la Russia ha stabilito una forte relazione strategica con la potenza emergente. Questo poi comportò un nuovo sviluppo della cooperazione durante la crisi siriana, con Mosca e Teheran che sostengono unitamente Damasco.
Schierandosi con l’Iran, già descritto in crescita regionale, la Russia ottiene forti implicazioni strategiche in Medio Oriente. Poiché l’Iran è diplomaticamente isolato dall’occidente, la Russia vi  vede l’occasione per un’interazione positiva. Oltre alla Cina (con cui la Russia ha una partnership strategica), non c’è concorrenza con altre grandi potenze a favore dell’Iran. Da allora Iran e Russia hanno notevolmente rafforzato i loro rapporti, negli ultimi dieci anni, e forgiato legami ancora più stretti sulla questione siriana, venendo descritti come stretti alleati strategici in Medio Oriente. Ciò comporta importanti benefici per la Russia, soprattutto in attesa del successo (vittoria pro-governativa) nella conclusione della crisi siriana. L’Iran sarà una potenza egemone regionale a quel punto, e la Russia continuerà a sostenerlo in contrasto alle monarchie del Golfo filo-statunitensi.  Un Iran regionalmente radicato vicino alla Russia potrebbe anche aprire le porte ad ulteriori attività diplomatiche ed economiche russe in Medio Oriente, in particolare nelle regioni dove l’influenza di Teheran è forte. Così, Russia e Iran coopererebbero nel ridisegnare la geopolitica del Medio Oriente, facendone delle potenze pseudo-revisioniste. La caratterizzazione ‘revisionista’ non è intesa in senso negativo ma soltanto in relazione al fatto che entrambe le potenze vogliono rivedere l’equilibrio di potere regionale costruito dagli USA attualmente in vigore (e indebolito).

Il rapporto storico con la Siria:
La Siria ha sempre avuto un rapporto speciale con la Russia, fin dai tempi dell’Unione Sovietica. Il partito Ba’ath ha radici socialiste, e di conseguenza, ha stabilito un rapporto di amicizia con l’URSS durante la guerra fredda. Relazioni così profonde da permettere la costruzione della struttura navale di Tartus, finora sola base navale estera della Russia. Ma le considerazioni militari non sono le sole alla base dell’amicizia tra i due Stati. Hafiz Assad coltivò i contatti con Mosca durante il periodo sovietico, e anche se l’URSS si disintegrò e la vecchia guardia del partito comunista venne rimossa, Assad continuava a vincere le elezioni e a rimanere il presidente della Siria. Ciò permise la continuità dei rapporti tessuti tra Mosca e Damasco, visto che lo stesso decisore governava la Siria dalla metà della Guerra Fredda fino al 2000, mentre allo stesso tempo la Russia era in preda della destabilizzazione economica e sociale nazionale. L’ancoraggio diplomatico della famiglia Assad fu fondamentale nel portare le relazioni sovietico-siriane verso le nuove relazioni russo-siriane. La Siria è stata anche l’unico alleato coerente della Russia in Medio Oriente. Mentre Saddam venne rimosso dal potere dagli Stati Uniti e poi giustiziato, e la cooperazione con l’Iran è solo relativamente nuova nelle relazioni della Russia. La Siria è sempre stato un amico della Russia e viceversa, rendendo l’attuale cooperazione e supporto di Mosca a Damasco uno sviluppo organico. Così, la Siria ha sempre mantenuto una posizione di rilievo nella pianificazione politica in Medio Oriente, anche se Mosca fu purtroppo ostacolata dall’instabilità nazionale nell’interagire correttamente a lungo termine con il suo partner.

I principi guida della politica mediorientale moderna della Russia:
Nel loro insieme, l’Iran e la Siria sono i punti focali della politica in Medio Oriente della Russia dall’inizio degli eventi della primavera araba. Il periodo dal 2011 ad oggi segna la nuova era della politica estera mediorientale della Russia, che potrebbe essere ancor più importante per la Russia riguardo la regione. E’ quindi utile affrontare tre temi di fondo che ne determinano il comportamento:
1) La Russia capisce che il sentimento popolare (o la sua percezione) può esplodere contro qualsiasi governo, a prescindere dalla legittimità. Questo sentimento è accettato, ma l’estremismo politico (l’Islam fondamentalista), il cambiamento radicale (cambio improvviso e radicale dei governi, con le “rivoluzioni” eterodirette), e l’insurrezione armata contro le autorità, non lo sono.
2) Come in tutti i Paesi, la Russia lotta per dare un senso e adattarsi ai processi di trasformazione (che siano endemici o eterodiretti è un punto controverso di tale tema), che sferzano la regione. Doveva ‘seguire il flusso’ e regolarsi nuovamente seguendo le dinamiche del cambiamento, così come prevedere il futuro corso degli eventi e le azioni di attori esteri (cioè NATO, Stati Uniti).
3) La Russia si oppone costantemente a qualsiasi coinvolgimento militare regionale (non richiesto). E’ categoricamente contraria a che Stati Uniti e altre potenze occidentali (NATO) intervengano militarmente nella regione. Dopo aver appreso la lezione della manipolazione occidentale della UNSC 1973, la Russia s’è impegnata ad impedire che tale scenario si ripeta in Siria. Questo punto è particolarmente importante in quanto spiega l’approccio della Russia verso il coinvolgimento dell’Iran in Siria e l’assenza di critiche sull’intervento saudita in Bahrain (attori regionali il cui sostegno è stato richiesto).

Considerazioni umanitarie:
Oltre a calcoli geopolitici e amicizie governative stabiliti, la politica della Russia nei confronti della Siria si basa anche su considerazioni umanitarie. Anche se Putin parla dei russi vittime dell’estremismo politico in Ucraina, in una recente dichiarazione, si comprende che la Russia è contro ogni tipo di estremismo politico nel mondo, vedendolo come violazione dei diritti umani di chi non vi si assoggetta. In questo contesto, l’opposizione della Russia ai gruppi terroristici che operano in Siria e il rafforzamento del sostegno al governo legittimo, non solo evitano che il terrorismo attecchisca nei pressi del Caucaso settentrionale, ma anche tutelano la dignità e la vita sociale dei siriani.

Russia come attore conservatore:
La Russia dimostra anche si essere un attore conservatore nelle relazioni internazionali, con la sua politica in Siria. Mosca è contro l’avanzata di violenti attori non statali (ANS) che potrebbero costituire una minaccia per la struttura esistente delle relazioni internazionali. Per dirla in modo teorico, la Russia è un attore realista che non vuole che il modello liberale prevalga. Non è che si rifiuta di riconoscere l’importanza degli ANS (Gazprom è un forte attore degli interessi russi, e ANS pacifiche hanno sostenuto le mire strategiche della Russia in Crimea), ma comprende che la diffusione illimitata di queste entità può portare a crescenti esplosioni di violenza e terrorismo, come in Siria e precedentemente in Cecenia.

Il significato di Derzhavnost:
Infine, si può intuire che la Russia preferisce implicitamente trattare con Stati dai forti governi centrali. ‘Derzhavnost‘ (Stato forte) è la chiave di volta dell’ideologia politica interna de-facto statualista prevalente in Russia dall’ascesa di Putin nel 2000. Con ciò in mente, il forte governo della Siria sembra quasi il precursore del modello di derzhavnost attualmente in vigore in Russia.  Così, i due Stati, a livello governativo, hanno un modello simile d’impegno verso i loro cittadini.  Nessuno di loro potrebbe essere definito Stato liberal-democratico occidentale e, come è noto, non è  detto che tale tipo di Stato funzioni correttamente quando viene militarmente (o occultamente  tramite le rivoluzioni colorate) esportato in Paesi che non mai storicamente furono guidati in tale modo. Chiudendo su questo tema, gli Stati forti valutano seriamente la sovranità statale, principio guida ufficiale della politica Estera russa. Ciò porta Siria e Russia ad avvicinarsi ancora di più a livello ideologico di quanto sarebbe evidente a prima vista.

L’importanza di una vittoria del governo per trasformare il Medio Oriente:
La crisi siriana e la sua risoluzione (in qualunque modo) potrebbe forse essere uno degli eventi più decisivi nella storia del Medio Oriente nell’ultimo secolo. La Russia ha puntato la sua intera reputazione regionale (e forse globale) sul sostegno al governo siriano. E’ già stato spiegato il motivo per cui la Russia ha preso questa decisione, ma “in un modo o l’altro” la scelta della Russia può essere considerata una scommessa. Può finire molto bene o molto male per la visione regionale della Russia. Russia, Iran e Siria sono ovviamente a favore della vittoria del governo, e questo scenario sarà quindi esplorato in questa sezione. In questa ‘futura memoria’, ordine e stabilità vengono ripristinati in Siria e Medio Oriente. Gli omicidi settari commessi dagli insorti filo-occidentali e i loro innumerevoli attacchi terroristici sarebbero fermati. Ciò migliorerebbe la situazione umanitaria nel Paese e permetterebbe alla Siria di lavorare alla ricostruzione con l’aiuto degli alleati, che soprattutto e sicuramente includerebbe la Russia. La vittoria filo-governativa sarebbe anche una grande sconfitta di Stati Uniti, Turchia, Israele, alcuni Stati membri dell’UE (Francia, Regno Unito) e monarchie del Golfo che sostenevano i combattenti antigovernativi. Segnerebbe ufficialmente la morte del neo-ottomanesimo della Turchia, e il ‘regalo d’addio’ (della crisi siriana) che gli Stati Uniti lascerebbero in eredità alla regione prima del Pivot in Asia, verrebbe decisamente respinto. La politica estera della Russia sarà vista come un successo, e la fedeltà all’alleata Siria sarà evidente a tutti. Ciò promuoverebbe soft power e diplomazia della Russia non solo nella regione, ma nel mondo. Dopo tutto, l’intervento diplomatico della Russia ha già scongiurato un attacco statunitense alla Siria, che in conclusione comporterà la sconfitta dei ribelli filo-occidentali; quindi la sua positiva reputazione diplomatica sarà consolidata. La Russia indicherà  ufficialmente di essere ritornata in Medio Oriente come attore importante e di essere più forte di quanto non lo sia mai stata in questa regione durante il periodo sovietico. Siria, Iran e Iraq saranno  uniti nell’asse strategico influenzato dalla guida di Teheran. Dato che Russia e Iran sono stretti partner, questo blocco sarà filo-russo e aiuterà Mosca a stabilire un punto d’appoggio in un Medio Oriente già dominato dagli USA. Questi tre Stati potranno perseguire i loro piani per un gasdotto Iran-Iraq-Siria la cui idea avrebbe spinto attori esteri a destabilizzare la Siria, in primo luogo. Tale piano può cambiare radicalmente la geopolitica del mercato mondiale del gas e far uscire l’Iran e i suoi partner dall’isolamento internazionale imposto dagli occidentali. Inoltre, offre anche la prospettiva di un futuro ‘OPEC del gas’ tra Russia e Iran (due dei maggiori fornitori della risorsa) e va da sé quanto sarebbe fondamentale tale misura.
Dovrebbe ormai essere evidente a tutti gli osservatori esterni che la Russia ha fortemente investito sul risultato della crisi siriana. Gli interessi della Russia sono guidati da storia, considerazioni umanitarie e pragmatismo. Mosca, sostenendo lealmente e costantemente Damasco, ha fatto notare la propria politica estera regionale. Il sostegno del programma energetico nucleare iraniano è stato significativo, ma non ha lo stesso peso in Medio Oriente del coinvolgimento politico russo nel caso siriano. La Russia ha sempre avuto contatti di un certo livello con i suoi partner in Medio Oriente, ma solo con gli avvenimenti della primavera araba e il loro sconfinamento nella storica alleata Siria che la Russia ha rimediato con il suo impegno. Ha raggiunto il suo rapporto recente con l’Iran al fine di moltiplicare l’efficacia delle proprie attività in sostegno dei siriani. Dopo la vittoria filo-governativa in Siria, su cui punta, la Russia potrà usare i successi diplomatici siriani e iraniani come  trampolino di lancio per le future proiezioni del proprio soft power nella regione. Ciò può portare alla ritirata dell’ex-sovranità statunitense in Medio Oriente e al chiaro cambio dell’architettura della sicurezza regionale.

640x392_46533_210418Andrew Korybko è master statunitense presso l’Università Statale di Mosca per le Relazioni Internazionali (MGIMO).

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La vittoria della Siria è la svolta sull’egemonia globale occidentale

Tony Cartalucci New Oriental Outlook 31.03.2014

1069131Dal 2011, la Siria è l’obiettivo di un tentativo di cambio di regime eterodiretto. Cavalcando il momento della “primavera araba” ideata degli USA, manifestanti scesero in piazza in Siria per coprire i militanti armati da Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita, a cui si preparavano almeno dal 2007. Fu nel 2007, con l’articolo della giornalista premio Pulitzer Seymour Hersh, “The Redirection: la nuova politica dell’amministrazione avvantaggia i nostri nemici nella guerra al terrorismo?” che venne profeticamente dichiarato: “Per minare l’Iran sciita, l’amministrazione Bush ha deciso, in effetti, di riconfigurare le sue priorità in Medio Oriente. In Libano, l’amministrazione ha collaborato con il governo dell’Arabia Saudita, sunnita, in operazioni clandestine volte ad indebolire Hezbollah, l’organizzazione sciita sostenuta dall’Iran. Gli Stati Uniti hanno inoltre preso parte ad operazioni clandestine contro l’Iran e la sua alleata Siria. Un sottoprodotto di tali attività è il rafforzamento dell’azione dei gruppi estremisti sunniti, che sposano una visione militante dell’Islam e sono ostili agli USA e solidali ad al-Qaida“. La destabilizzazione della Siria fu avviata assieme a quella di altri Paesi arabi, come Tunisia, Libia ed Egitto. In Tunisia e in Egitto si ebbe una  ricaduta politica con violenze di piazza limitate. In Libia, la ricaduta fu assoluta, la nazione totalmente devastata dai cosiddetti “combattenti per la libertà”, svelatisi militanti di al-Qaida del Gruppo combattente islamico libico (LIFG). Il blitzkrieg occidentale in Nord Africa e Medio Oriente ha colto molte nazioni di sorpresa. La loro incapacità nel rispondere efficacemente alla “rivoluzione colorata” orchestrata ha portato a tre anni di destabilizzazione regionale, cambio di regime e persino guerra.
In Siria però, il governo e il popolo hanno resistito e poi cominciarono a combattere. Era chiaro dal gennaio 2013 che le forze di sicurezza siriane avevano reagito contro i militanti stranieri che per 2 anni poterono attraversare i confini seminando caos mortale in tutta la nazione mediorientale. Avanzate irreversibili sono state compiute da nord, nei pressi della maggiore città della Siria, Aleppo, a tutto il confine libanese, e in particolare nella città meridionale di Dara, la cosiddetta “culla” della “rivolta”. I media occidentali hanno continuato a raffigurare la situazione in Siria come fluida con il governo siriano in bilico e i loro ascari sul punto di vincere. In realtà, la disperazione pervadeva Washington, Londra, Riyadh e Tel Aviv. Dei tentativi di provocare una grande guerra con gli attacchi israeliani sul territorio siriano furono effettuati, ma senza alcun effetto, e nell’agosto del 2013 l’occidente divenne ancora più disperato, nel tentativo d’intervenire direttamente per salvare i suoi ascari in difficoltà, inscenando anche un attacco chimico sotto falsa bandiera nella periferia di Damasco. Con grande disappunto dell’occidente, l’attacco false flag non solo non fornì il pretesto necessario per un intervento diretto, ma danneggiò severamente e forse irreparabilmente propri credibilità e prestigio internazionale.

Impossibile nascondere il trionfo della Siria
L’avanzata recente della Siria contro gli invasori islamisti ascari dell’occidente appare chiara a Yabrud, questo mese, a 80 km a nord-ovest di Damasco, una città strategica per le campagne degli islamisti contro i siriani e, attraverso il vicino confine, i libanesi. La città di Yabrud era ritenuta saldamente nelle mani degli islamisti per tutto il conflitto. Con la restaurazione dell’ordine a Yabrud, e le fazioni islamiste intrappolate in massa, sembra che le operazioni militari su vasta scala contro la Siria siano ampiamente al termine e si volgano invece verso una campagna terroristica di bassa intensità. L’occidente non può più ritrarre i suoi ascari islamisti come una forza di opposizione vitale politicamente, socialmente e adesso strategicamente. Le forze siriane hanno respinto gli islamisti ai confini della Siria. Proprio oggi, la Turchia ha sparato sostenendo di aver abbattuto un aereo da guerra siriano, mentre le forze siriane combattono gli islamisti sul confine. Nella città meridionale di Dara, vicino al confine siriano-giordano, il cosiddetto “Fronte del Sud” composto da 49 presunte fazioni militanti che sostengono di avere 30000 combattenti nei loro ranghi, è messo in dubbio persino da fonti occidentali che parlano di “alleanza sulla carta”.
Il Carnegie Endowment for International Peace stilò un rapporto inquietante sul costante sostegno militare ai terroristi che inondano la Siria dalla Giordania, armati e finanziati da Stati Uniti e Arabia Saudita, anche se di recente hanno fatto finta di castigare il Qatar per lo stesso motivo. Nel suo rapporto intitolato “Il “Fronte del Sud” esiste?”, sostiene: “Secondo diverse fonti, non vi è ancora stato un incremento del sostegno ai ribelli del sud dalla fine di febbraio, con grandi quantità di soldi spesi per gli stipendi dei ribelli e camion sauditi che portano merci verso il confine Giordania-Siria. Ma senza un notevole aumento del sostegno e, probabilmente, l’invio di armi efficaci come i missili antiaerei, è difficile immaginare che i ribelli possano avanzare di molto o che possano unirsi intorno ad un unico capo”. Sembra essere l’ultima spinta disperata di una forza impoverita contro i militari siriani ben radicati ed efficienti. Mentre l’occidente senza dubbio cerca di alimentare i disordini in Siria, sembra che le avanzate dei militari siriani abbiano raggiunto il punto di svolta che nessun sostegno indiretto, per quanto grande, può impedire. Senza un ampio intervento militare diretto delle forze occidentali, la guerra per procura è definitivamente perduta.

Cosa significa la vittoria della Siria per l’egemonia occidentale
L’attuale ricerca dell’egemonia occidentale deriva dalla fine della Guerra Fredda, quando Wall Street e Londra credettero che fosse possibile porre il pianeta sotto il loro controllo, in assenza di una qualsiasi superpotenza avversaria. Le rivoluzioni colorate in Europa orientale, il saccheggio della Russia negli anni ’90, la prima guerra in Iraq e la distruzione dei Balcani sembravano suggerire che tale piano fosse ben avviato. Tuttavia, Russia, Cina, India e altre nazioni in via di sviluppo reagirono subito e le ambizioni occidentali venivano lentamente messe sotto controllo. Oggi, con l’occidente estromesso dall’Iraq, impantanato in Afghanistan, le sue macchinazioni  svelatesi in Libia come predazione aggressiva, e confuso in Siria e Ucraina, non solo sembra che le su ambizioni siano sotto controllo, ma potrebbe in realtà correre il pericolo di un rovescio totale. Il fallimento dell’occidente in Siria invia un messaggio agli obiettivi dell’ingerenza occidentale. Non serve scendere a compromessi, negoziare o assecondare le convenzioni che l’occidente ha impostato per legare le mani ai suoi obiettivi. In realtà, così facendo, una nazione si rende più vulnerabile già solo nel tentativo di aderire alle norme che l’occidente insiste che gli altri seguano, ma che esso poi volontariamente viola.
Mentre l’occidente risponde alla propria crescente impotenza globale insistendo sulla continua ricerca del suo modello unipolare fallimentare costruito per raggiungere l’egemonia globale, nazioni come Russia e Cina insistono sui partenariati reciproci con altre nazioni in un mondo multipolare, senza dettare o violare la sovranità delle altre nazioni. Il fallimento dell’occidente in Siria indica che suoi poteri ed influenze sono in declino, illustrando i moderni pericoli storicamente affrontati dagli imperi sovraestesi. Anche se l’occidente riuscisse a ribaltare i suoi fallimenti in Siria, le sue reputazione e legittimità sono danneggiate a tal punto che qualsiasi spinta geopolitica sulla Siria sarebbe del tutto impossibile. Editorialisti e scribacchini politici occidentali si lamentano della “ritirata” del primato occidentale, ma è in “ritirata” solo perché ha scelto di essere bellicoso, in primo luogo. Una nazione che gioca un ruolo positivo e costruttivo a livello internazionale può ancora essere influente, se rispetta chi interagisce e agisce efficacemente impostando esempi interessanti. All’occidente e al suo secolare soggiogare gli altri, questo concetto non solo è estraneo, ma apparentemente meno preferibile rispetto al collasso cui attualmente presiede.
La vittoria della Siria significa che mentre l’occidente può spogliare le altre nazioni nel prossimo futuro, la somma vettoriale del suo potere e della sua influenza sarà in declino perenne. Per la Siria e le altre nazioni che affrontano la stessa possibile destabilizzazione interna, una lezione costosa viene appresa sul tentativo di placare e soddisfare le ambizioni occidentali. Creando un alto morale fin dall’inizio e avendo mezzi come media nazionali destinati al pubblico internazionale, come PressTV dell’Iran o RT della Russia, per raccontare al mondo la propria versione della storia, permette ad una nazione presa di mira di resistere e, se necessario, di combattere. Il tentativo di usare lo stesso sistema che l’occidente ha attuato per conseguire il primato mondiale, come l’ONU, il racket dei diritti umani e i media internazionali, giocando al gioco occidentale, secondo le sue regole e le sue condizioni, è un netto ed immenso svantaggio.

1381163
Tony Cartalucci, ricercatore di geopolitica e scrittore di Bangkok, per la rivista online “New Oriental Outlook

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Washington e Riyad a un passo dalla “soluzione finale” della questione siriana

Igor Pankratenko, Strategic Culture Foundation, 28/03/2014

562316Recentemente la questione siriana è divampata ancora una volta. Accese discussioni nei circoli politici statunitensi e discorsi emotivi dei partecipanti alla conferenza della Lega Araba in Quwayt, il 25-26 marzo, non riguardano piani per la risoluzione pacifica del conflitto siriano, ma come  conquistare Damasco e rovesciare il Presidente al-Assad nel modo più efficace. La situazione in Siria, per l’opposizione militante, le bande jihadiste internazionali e i mandanti stranieri della “razza di vipere” è in un vicolo cieco. Bashar al-Assad e la sua squadra hanno elaborato una tattica efficace per resistere ai ribelli e all’intervento dei jihadisti, che consiste nel scacciare opposizione e jihadisti dalle aree strategicamente importanti e nell’attaccarne i centri logistici. In sostanza, questa è la tattica della fase finale della campagna afgana dell’URSS, quando la cosa importante non era prendere il controllo di ogni centimetro di terreno, ma ridurre le possibilità dell’avversario ad un’“accettabile minaccia terroristica”. Damasco vince in ragione delle capacità di combattimento superiori delle forze governative, dei distaccamenti di Hezbollah e delle brigate di volontari sciiti, del supporto delle truppe dell’artiglieria pesante e del dominio dell’aria. Le grandi vittorie dell’esercito siriano quando ha preso Yabrud e ripreso il controllo della gola del Qalamun non significano la fine della guerra o anche una svolta strategica, ma rendono difficile alle forze antigovernative prima di tutto di raggiungere i porti libanesi, e in secondo luogo, di accedere all’enclave sunnita di Arsal nella valle della Beqa in Libano, che i ribelli hanno trasformato nella loro base di appoggio. Gli sciiti libanesi e le forze governative hanno ora la meravigliosa opportunità di cancellare Arsal che, attraverso gli sforzi dei jihadisti, è diventata non solo la loro base logistica ma un centro per la produzione di droga e il contrabbando di armi e persone.
I successi militari di Damasco hanno infatti messo in un vicolo cieco i suoi avversari; il principe ereditario dell’Arabia Saudita, shaiq Salman bin Abdulaziz ne ha parlato emotivamente al vertice in Quwayt, con passione ha accusato il mondo intero di “tradire l’opposizione” e trasformarla in “facile preda del dittatore sanguinario”. Washington e Riyadh vedono che il cambio dell’equilibrio militare a favore dei ribelli è in un vicolo cieco. L’essenza del discorso del principe ereditario era un appello ad inviargli armi pesanti, al fine di eliminare il dominio aereo delle forze governative e la superiorità delle potenza di fuoco dell’esercito. La mappa politica del Medio Oriente cambia rapidamente e la questione dell’egemonia saudita nella regione non è più solo soddisfare le ambizioni della dinastia, ma una questione di sopravvivenza. Dopo aver convinto i suoi partner, e non tutti, a “punire” il Qatar e, quindi, dopo aver stabilito la sua leadership nel Consiglio di cooperazione degli Stati arabi del Golfo (CCG), Riyadh ha bisogno di un successo rapido e serio in politica estera. La cattura di Damasco è il premio più prezioso per Riyadh, rafforzerebbe la posizione dei sauditi nel mondo arabo permettendogli d’iniziare gli altri loro progetti: creare una federazione giordano-palestinese e formare una lega antisciita dalla Penisola araba al Pakistan. Questa è la ragione della rigidità dei sauditi nel loro dialogo con Obama. Le offerte di Washington a Riyadh, sistemi di difesa missilistica contro l’Iran, un programma di riarmo, supervisione degli affari in Palestina e Paesi del Magreb, nonostante la loro attrattiva finanziaria e i dividendi politici, non sono particolarmente compatibili per la dinastia reale, in quanto sono di natura difensiva e non rispondono alla questione principale dei sauditi: “Come possiamo fermare l’avanzata dell’influenza iraniana e del ‘Risveglio’ sciita?”
L’aggressività dei sauditi, che per la sopravvivenza della dinastia hanno bisogno di una “piccola, guerra vittoriosa”, mette Obama in una posizione molto interessante. Da un lato, quasi il 46 per cento dell’arsenale chimico della Siria è stato distrutto, il che rende lo “scenario Iraq” impossibile  riguardo Damasco. L’opinione pubblica negli Stati Uniti è fortemente contraria a un intervento diretto in Siria, ciò è importante proprio prima delle elezioni congressuali di novembre, e la corsa presidenziale non è lontana. D’altra parte, gli Stati Uniti hanno investito circa 2 miliardi di dollari nel rovesciamento di al-Assad. I neocon statunitensi, che hanno criticato duramente Obama per la sua indecisione sulla questione siriana, hanno perso ogni ritegno dopo la Crimea. Il ricatto e la minaccia di sanzioni contro la Russia non hanno funzionato. Ora gli statunitensi vedono la Siria come “vendetta per la Crimea” e la caduta di Damasco un’opportunità per privare Mosca di ogni posizione in Medio Oriente. La lobby saudita, dietro cui spiccano gli interessi del settore industriale militare e le multinazionali, ricatta la Casa Bianca con la minaccia di un raffreddamento serio dei rapporti tra Washington e il regno saudita. E mentre Obama in qualche modo resiste a tale ricatto, per John Kerry e le sue ambizioni presidenziali tali minacce creano numerosi problemi in futuro.
Gli Stati Uniti sono stati trascinati in Siria molto più di quanto la Casa Bianca volesse. Oltre a due miliardi spesi per esportare la democrazia in Siria, ci sono altri quattro fronti della guerra non dichiarata contro Damasco, che Washington conduce sotto la copertura della retorica pacifica.
Il primo è la fornitura di armi alle forze antigovernative, con la consapevolezza del Congresso degli Stati Uniti. Il secondo è il finanziamento (il volume totale dei pagamenti da gennaio è stato di circa 3 milioni di dollari) e l’addestramento intensivo dei ribelli. Dalla fine del 2012, agenti della CIA e istruttori delle forze speciali statunitensi guidano i campi di addestramento dei ribelli nei territori di  Giordania e Turchia. L’addestramento prevede la gestione di armi pesanti, in particolare di sistemi anticarro e MANPAD. Questi campi di addestramento promuovono diverse centinaia di ribelli al mese, alcuni dei quali poi diventano istruttori dei combattenti sul territorio della Siria. Il terzo è l’invio di “aiuti non letali”, il cui volume è in crescita (attualmente quasi 80 milioni di dollari al mese) e cambia qualitativamente. Mentre all’inizio del 2013 gli “aiuti non letali” comprendevano per lo più farmaci e razioni alimentari, oggi si compone principalmente di apparecchiature per le comunicazioni, dispositivi per la visione notturna, attrezzature e veicoli. Il quarto è lo strumento preferito di Washington per esportare la democrazia: le sanzioni. A partire da ora gli Stati Uniti e i loro partner della coalizione anti-siriana hanno congelato tutti i beni esteri di Damasco, ed eventuali investimenti, forniture di qualsiasi materiale e qualsiasi transazione dei prodotti petroliferi siriani sono vietati. Si deve aggiungere che tali sanzioni non si applicano ai territori sequestrati dai ribelli.
Washington è a un passo dalla decisione principale, fornire ai ribelli armi pesanti e MANPAD, così come la creazione di una no-fly zone lungo il confine turco o giordano, che diverrebbe il punto di partenza per un nuovo attacco a Damasco. La riunione dei rappresentanti dell’opposizione siriana che ha avuto luogo il 6 marzo presso l’Istanbul Wyndham Hotel è finita in una reciproca recriminazione dopo 30 minuti, durante cui Ahmad Jarba, che era stato incensato in modo eloquente al vertice della Lega Araba in Quwayt, è stato trascinato nella “discussione”; ciò tuttavia è il costo del processo di unificazione, per così dire. Secondo fonti d’intelligence occidentali, oggi circa il 70% dei gruppi dell’opposizione militante s’è “unito per contrastare congiuntamente sia il regime di al-Assad che gli islamisti”.
Obama visiterà Riyadh il 28-29 marzo. Alla fine della settimana sarà chiara quale strada gli oppositori di al-Assad hanno scelto per la “soluzione finale” della questione siriana.

1016729_La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 333 follower