Obama il chimico tra l’Iraq e i ribelli siriani

Dedefensa, 27 aprile 2013

399773Il 25 aprile 2013, DEBKAfiles spargeva la discreta isteria bellica, che caratterizza il senso storico del sito, del cambiamento (“una notevole inversione“) della valutazione del segretario della Difesa Hagel sull’utilizzo o meno di armi chimiche da parte di Assad. Hagel, alla fine di un tour in Medio Oriente e dopo aver respinto le dichiarazioni, nei giorni precedenti, che ritenevano che Assad abbia usato armi chimiche, all’improvviso questo impiego ora diventava, secondo lui, abbastanza probabile. Allo stesso tempo, la notizia è stata annunciata dal presidente Obama al leader del Congresso… “Con una notevole inversione, il segretario alla Difesa Chuck Hagel ha detto ad Abu Dhabi, il 25 aprile, che la comunità dell’intelligence degli USA crede che il governo siriano abbia usato armi chimiche contro il proprio popolo, determinando con “diversi gradi di fiducia” che le forze del presidente siriano Bashar al-Assad abbiano usato l’agente nervino sarin contro i civili e le forze che lottano per rimuovere Assad dal potere. La Casa Bianca informa il Congresso sulle armi chimiche ora utilizzare, ha detto Hagel, alcune ore dopo aver espresso riserve sulla valutazione del comandante dell’intelligence militare israeliana, brigadier-generale Itai Brun, che il regime di Assad abbia iniziato a ricorrere alla guerra chimica“. La cosa sarebbe importante perché l’anno scorso Obama ha annunciato che l’uso di armi chimiche da parte di Assad sarebbe stata la “linea rossa” da non superare, che sarebbe stato quasi un casus belli postmoderno, e che gli Stati Uniti avrebbero preso in considerazione l’intervento… Ma poi no, non è più sicuro: sono molto discreti a Washington su questa “famosa linea rossa” che non deve essere attraversata (luogo comune logoro utilizzato dai presidenti degli Stati Uniti che dettano al mondo) e ancor più discreti sul fatto che l’eventuale suddetto impiego (sempre meno presentato come assicurato) comporti automaticamente l’intervento.
Soffermiamoci su questo pasticcio chimico, fatto rivivere per l’ennesima volta, non senza aver già notato che, se c’è stato davvero un evento importante in Siria nelle ultime 72 ore, è piuttosto possibile, se non probabile, la risposta di un aereo iracheno contro i ribelli siriani in Siria. Lo vedremo quando ne parleremo più avanti in questo testo.
• In generale, la pomposa “allerta” di Washington sull’impiego(?) di armi chimiche in Siria ha incontrato molto scetticismo. (Cfr. John Glaser, Antiwar.com, 26 aprile 2013: “Questo sembra violare la “linea rossa” del presidente Obama, innescando certe azioni non specificate che si presumono di natura militare [...] Anche se non è chiaro se questo sia vero. Queste chiacchiere su una “linea rossa” sono una perdita di tempo“. O Stephan M. Walt, che il 26 aprile 2013, dice sulla politica estera: “Nessuno dovrebbe esser contento che le forze di Assad (forse) abbiano usato armi chimiche, ma non è ovvio, per me, perché la scelta di utilizzare tali armi è un’informazione decisiva a favore dei falchi interventisti.”)
• Quali sono le motivazioni dietro le argomentazioni di ognuno nella narrativa “Assad-ha-usato-le-armi-chimiche”? Da parte israeliana, presso i massimalisti di DEBKAfiles (26 aprile 2013), si tratta sempre di scatenare un meccanismo che coinvolga gli Stati Uniti in Siria, per farli scontrare con il problema iraniano, questa volta con la scusa delle armi di distruzione di massa (WMD). Per gli Stati Uniti, dove sembra certo che Obama non vuole un coinvolgimento diretto in Siria, appare che la drammatizzazione della “notizia” sia immediatamente soggetta a serie riserve, secondo informazioni del Congresso, ed è stata fatta per evitare l’offensiva dello stesso Congresso contro l’amministrazione, che verrebbe accusata di “morbidezza” dai report allarmistici che Israele potrebbe “far trapelare” ai parlamentari più militanti come Graham-McCain.
• Sul terreno in Siria, gli argomenti sull’uso di armi chimiche, spesso orchestrati dalla propaganda dei ribelli anti-Assad, ha ovviamente a che fare con la situazione sul terreno, che appunto sarebbe diventata più sempre più difficile per i ribelli. In particolare, abbiamo riportato due articoli che vanno in questo senso, da fonti molto distanti dall’attuale propaganda-sistema, ma per molti orientamenti, diversi. Tra questi la penna estremamente rispettata e rispettabile di Robert Fisk su The Independent del 26 aprile 2013: “Combattono per la Siria, non per Assad. Possono anche vincere. La morte insegue il regime siriano proprio come fa con i ribelli. Ma sulla prima linea della guerra, l’esercito del regime non è in vena di arrendersi, e sostiene che non ha bisogno di armi chimiche...” L’altra fonte citata è Tony Cartalucci, LandDestroyer del 25 aprile 2013:
“Le ultime due settimane hanno visto una serie di vittorie dell’esercito siriano in tutta la Siria.  Sembra che due intere compagnie di cosiddetti combattenti dell’”Esercito Libero siriano” siano state annientate presso Damasco, mentre le forze governative hanno ristabilito l’ordine dalle parti di Homs e lungo il precedentemente poroso confine siriano-libanese. Il tempo è scaduto per l’occidente, che sembra alla disperata ricerca di scuse per salvare la sua fallimentare guerra per procura. Così è necessaria un’azione militare, altrimenti ingiustificabile, dal solito pretesto “umanitario” inventato, come in Libia. In mancanza di ciò, come l’occidente ha già chiaramente fatto in Siria, una narrazione ancora più tenue viene resuscitata dalla sua meritata tomba. La CNN ha riferito, nel suo articolo, “Hagel: Prove che armi chimiche sono usate in Siria”, secondo cui...”
• Nel frattempo, il dibattito continua su un eventuale invio di un team di “esperti” delle Nazioni Unite per indagare sul presunto uso di armi chimiche. RussiaToday, 27 aprile 2013, ci spiega molto bene le incredibili manovre dello strumentato del blocco BAO, l’ONU, dopo non aver risposto alle richieste di Assad, ha cercato d’inviare una squadra sostanzialmente anti-Assad, escludendo esperti cinesi e russi per “pregiudizio“. L’inviato russo presso l’ONU, Vitalij Churkin, ha condannato “questo tipo di logica“, dicendo che in questo caso consiglierei “l’esclusione anche di quelli della NATO“. Il portavoce del ministero degli Esteri russo ha detto: “L’amministrazione del Segretariato delle Nazioni Unite ha chiesto che Damasco accetti la creazione di un meccanismo permanente di controllo su tutto il territorio siriano con accesso illimitato dappertutto. Lo schema delle ispezioni proposto è simile a quello utilizzato alla fine dello scorso secolo in Iraq, che a differenza della Siria, era sottoposto alla sanzioni delle Nazioni Unite.” In ogni caso, la Siria (che non è sottoposta ad alcuna sanzione ONU e quindi non ha alcun obbligo nei confronti dell’organizzazione), per il momento non permette l’accesso al suo territorio di una tale squadra.
Su questo caso, dedichiamoci ad alcuni dettagli tralasciati dalla relazione, che sono ciò che gli assegnano del fascino. Il segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon è al suo secondo mandato, che svolge sulla base di condizioni interne fortemente contestate (vedi il rapporto OIOS, del dipartimento responsabile per la revisione contabile del segretariato generale del 14 luglio 2010, dal tono spietatamente critico). Il presidente della Commissione europea Barroso, anche lui al secondo  mandato, aveva recentemente fatto scivolare una parola nell’orecchio di Obama, suggerendo l’idea che avrebbe perfettamente soddisfatto Obama, se lui stesso, Barroso, succedesse a Ban. (Ban scade nel 2016, Barroso nel 2015, la visione è di lungo termine, come in tutti i grandi statisti). Il caso potrebbe essere interessante (e rassicurante per noi, dato il calibro di Barroso), nessuno dubita dell’immediata dipartita di Ban Ki-moon, data la sua scarsa leadership, del tutto incoerente anche per gli Stati Uniti che l’hanno installato lì, in qualità di loro ragazzo-immagine vassallo. Poi, improvvisamente, a sorpresa Barroso deve rimpacchettare le sue virtuose ambizioni apprendendo, dai corridoi congiunti dell’ONU e della Commissione, che Ban si sarebbe battuto con fierezza per avere infine un altro mandato. Quindi sembra del tutto inadeguato, se non offensivo, interrogarsi sul comportamento delle Nazioni Unite che, in modo scandaloso, favoriscono il partito del blocco BAO, tra cui gli Stati Uniti, in questo caso controllando l’impiego di sostanze chimici con un team delle Nazioni Unite. Sarebbe assurdo credere che la presunta operazione, così bassa, possa essere stata immaginata da uno stratega come Ban per avviare la ricostruzione di una base di supporto futura, soprattutto con il sostegno degli Stati Uniti… Non pensateci neanche per un secondo! Andiamo avanti.
• In realtà, la cosa più importante, se confermata, simbolicamente importante per la comunicazione sulla “guerra siriana”, forse dalle possibili conseguenze geopolitiche, proviene da un campo completamente diverso. Si tratta dell’incursione di quello che sarebbe stato un aereo iracheno nello spazio aereo siriano, per attaccare i ribelli siriani. Lo dice l’ELS (l’esercito libero siriano, come viene detto comunemente). Antiwar.com riassume questo caso il 27 aprile 2013. “I ribelli locali dicono che un aereo da guerra ha lanciato un attacco, è stato visto volare dal confine iracheno, anche se ci sono differenze di opinione sul fatto che si trattasse di un aereo iracheno o semplicemente di un MiG siriano che abbia usato lo spazio aereo iracheno durante il bombardamento. L’Iraq ha fatto un punto pubblico tentare di rimanere neutrale nella guerra civile in corso presso il vicino, ma con alcuni ribelli apertamente collegati ai militanti iracheni e alla crescente lotta settaria nel’Iraq stesso; potrebbero esserci delle pressioni su Maliki affinché appoggia Assad più apertamente. “Detto questo, mentre la diffusione delle violenze viene subita da diversi vicini dei siriani, questa sarebbe la prima volta che un confinante interviene militarmente direttamente in Siria, dal momento che anche la Turchia, che tuttora ospita i ribelli, si è rifiutata finora di attraversare le frontiere...” Questa possibile intrusione in Iraq è effettivamente possibile ed anche simbolica; ma un simbolo di quale peso! Da molti mesi sappiamo che gli eventi che lacerano l’Iraq vanno nella stessa direzione di quelli in Siria, quindi con lo stesso atteggiamento dell’Iran nei confronti dei due Paesi, in modo che si possa parlare di un asse de facto Damasco-Baghdad-Teheran. Il simbolo apparirebbe nel momento successivo all’impegno iracheno contro i corrispettivi iracheni dei ribelli jihadisti in Siria, tutti della stessa famiglia, a conferma del ruolo attivo dell’Iraq come relè per il trasferimento di armi e forze iraniane in Siria e, infine, la recente riaffermazione, discreta ma altamente significativa, dei grandi accordi sugli armamenti tra l’Iraq e la Russia (vedi 12 ottobre 2012). Il contratto era stato sospeso per alcuni mesi a causa di pressioni da parte degli Stati Uniti, e da assai gravi questioni di corruzione da parte russa.
Un simbolo non ha veramente bisogno di conferma “operativa” se corrisponde a una situazione, e di cui effettivamente ne provoca la percezione. In questo caso, ricorda la posizione dell’Iraq che amplia così il potenziale della “Guerra siriana”, spostandone il centro di gravità verso sud-est, nel cuore del Medio Oriente, a spese dell’apertura verso un occidente in crisi, corrispondente al blocco BAO e alla sua dialettica umanitario-democratica e ai suoi relè (Giordania e Israele). (I Paesi del Golfo non hanno alcuna reale posizione geografica o strategica nella mappatura simbolica, perché non hanno identità reali, sono completamente asserviti al loro stravagante rapporto con i petrodollari ancor più che al loro rapporto con il blocco BAO). Questo potenziale spostamento del centro di gravità della crisi ha una identità religiosa (asse Baghdad-Damasco-Teheran come asse sciita, in ogni caso anti-sunnita) solo per facilità di classificazione e perché la classificazione religiosa risponde perfettamente alle fantasie del blocco BAO. In realtà, questo asse ha come scopo   acquisire sostanza sbarazzandosi della classificazione religiosa e ponendosi come blocco anti-imperialista e anti-BAO, particolarmente surreale nel caso dell’Iraq, nella sua recente prospettiva storica, ma dopotutto un surrealismo che bilancia e quindi elimina il surrealismo iniziale che ha portato all’invasione dell’Iraq da parte degli USA. E’ in relazione a tali riclassificazioni, che Paesi come l’Egitto e la Turchia (se esce dalle fantasie di Erdogan) dovrebbero rientrare. Tale contesto è molto più interessante, naturalmente, delle armi chimiche che ricadono principalmente, anch’esse, nelle fantasie occidentali sui pericoli della sfrenata fabbricazione di armi di distruzione di massa in tutte le direzioni e in tutti i modi (comprese le pentole a pressione dei fratelli Tsarnaev che, si deduce, sono classificate “armi di distruzione di massa” dato che il fratello superstite è imputato del reato di averle usate). Il caso delle armi chimiche siriane è, in definitiva, solo la trasposizione in ambito nazionale del turbinio della crisi nel blocco BAO, le cui élite sono psicologicamente terrorizzate dalla frenetica narrazione su terrorismo e ADM, nuovo transfert della nostra confusione concettuale e della nostra impotenza a casa altrui. L’indiscussa “abilità” di BHO, che da mesi interpreta l’improbabile virtuoso, con la “minaccia siriana” volta a ingannare il Congresso di cui teme di essere prigioniero, dimostrando che egli è, difatti, un prigioniero, concentrando tutti i suoi sforzi su questo tema, mentre questa abilità è oggetto della grande stanchezza dei commentatori. Mentre i funzionari russi non si nascondono più di non capire nulla della politica degli Stati Uniti, o di cosa gli Stati Uniti vogliano davvero, ammettendo infine che gli stessi leader degli Stati Uniti ignorano sia l’uno che l’altro. Questo non significa che non si rischia nulla da questo lato, e vorremmo anche dire “altrimenti”… Con una politica estera ridotta a un tale stato di stupore, di falsi pretesti e di simulacri, tutto può davvero accadere, anche il peggio, come dice il proverbio. Sarebbe ironico, dopo tutto, oltre che essere stupido e tragico allo stesso tempo, che un aereo statunitense e un aereo iracheno s’affrontino fatalmente sui due campi contrapposti, nel cielo siriano…

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Siria e il Pakistan sono i componenti per assemblare un megagasdotto per la Cina?

Mahdi Darius Nazemroaya, Global Research, 14 aprile 2013

Mediterranean-China-PipelineIl conflitto in Siria viene insistentemente legato agli interessi dell’Iran e, in misura minore, della Russia. Poco, però, viene detto circa la Cina. Pechino ha una partecipazione importante in tutta l’iniziativa siriana per la sua sete di energia. I cinesi, con gli indiani, hanno effettuato investimenti nel settore energetico siriano. Saranno anche i principali beneficiari della quota dal Mediterraneo orientale delle future esportazioni di gas dalla Siria. Nel 2007, dopo che l’accordo di Turkmenbashi venne firmato, tramite un accordo tripartito tra le repubbliche di Turkmenistan, Russia e Kazakhstan, e dopo che il vertice del Mar Caspio si era tenuto a Teheran tra la Repubblica di Azerbaigian, Iran e le suddette tre repubbliche, è diventato chiaro che “una contro-alleanza eurasiatica veniva costruita attorno alla coalizione cino-russo-iraniana [rendendo] la guerra contro l’Iran un’opzione sgradevole che potrebbe trasformarsi in un conflitto mondiale” (Nazemroaya 2007). Ciò che non era troppo chiaro, invece, era che “[gli] snodi dei corridoi energetici strategici dell’Eurasia [erano] in fase di sviluppo” (Ibid.). Va notato che “i leader di Turkmenistan, Russia e Kazakhstan avevano anche previsto l’inserimento di un corridoio energetico iraniano, dal Mar Caspio al Golfo Persico, come estensione dell’accordo di Turkmenbashi” (Ibid.).
L’Iran ha iniziato la costruzione di un enorme impianto per il gas liquido (LNG), completo di impianti di stoccaggio e terminali di carico, nel 2007. L’ubicazione dell’impianto di trasformazione LNG è a Porto Tombak, nel Golfo Persico. L’impianto LNG è stato costruito pensando alla Cina, e un accordo con i cinesi è stato stilato sulle future esportazioni di LNG. Nello stesso anno, la Siria è entrata anche a far parte della più ampia strategia energetica eurasiatica che unisce l’Iran, la Russia e la Cina (Ibid.). Questo è il motivo per cui sia l’Iran che la Russia sono coinvolti nei progetti e nell’esplorazione sul gas in Libano e Siria. Le posizioni e gli interessi di Teheran e Mosca, e il loro rapporto con la Siria, possono essere riassunti nel seguente passaggio: “Russia e Iran sono anche le nazioni con le maggiori riserve di gas naturale del mondo. Questo si aggiunge ai seguenti fatti; l’Iran esercita anche un’influenza sullo Stretto di Hormuz, la Russia e l’Iran controllano le esportazioni di energia dall’Asia centrale ai mercati globali, e la Siria è il perno di un corridoio energetico nel Mediterraneo orientale. Iran, Russia e Siria da ora eserciteranno grande controllo e grande influenza su questi corridoi energetici e, per estensione, sulle nazioni che ne dipendono nel continente europeo. Questo è un altro motivo per cui la Russia ha costruito strutture militari sulle coste mediterranee della Siria. Il gasdotto Iran-Pakistan-India rafforza ulteriormente anche questa posizione a livello globale (Ibid.). Si stima che nel 2007 circa il 96,3 per cento del gas che si prevede sarà “importato dall’Europa continentale, verrà controllato da Russia, Iran e Siria con tale accordo” (Ibid.).
Allo stesso modo, gli interessi degli Stati Uniti e dei suoi alleati della NATO e dei petro-sceiccati arabi in Siria, possono essere così articolati: “La trasformazione della Siria in uno Stato cliente non solo aiuterebbe a sgretolare il Blocco della Resistenza [composto da palestinesi, Iran, Libano, Siria e Iraq], ma darebbe il controllo del corridoio energetico levantino, nel Mediterraneo orientale, a Israele e alle potenze della NATO. Un ponte terrestre diretto collegherebbe Israele e la Turchia, e l’Iran verrebbe tagliato dai suoi piccoli alleati levantini in Libano e Palestina, indebolendo la loro resistenza ad Israele. Il Mar Mediterraneo diverrebbe un lago esclusivo della NATO e la via di transito energetico nord-sud, nel Levante, cadrebbe sotto il controllo atlantista. Il bacino levantino, che si estende da Gaza ad Alessandretta, ha diversi grandi giacimenti di gas, soggetti a tensioni regionali sul loro sfruttamento e sulla titolarità dei diritti. Israele è in contrasto sia con il Libano che con i palestinesi di Gaza sulla questione. L’Iran e la Russia, i due più grandi proprietari di gas del mondo, hanno interessi in questi giacimenti di gas e sono coinvolti in progetti per aiutare il Libano e la Siria a valorizzare e di sviluppare i loro giacimenti. Assicurandosi il controllo della Siria o di parti di una Siria in frantumi, questi giacimenti di gas finirebbero totalmente sotto il controllo dell’Alleanza atlantica e gli iraniani e russi ne verrebbero scacciati.” (Nazemroaya 2012, p. 324-325).
La realtà geo-politica in Siria lavora anche contro la Pipeline Nabucco e gli interessi turchi. Nel contesto di questa strategia energetica eurasiatica, ciò che dovrebbe diventare chiaro con l’annuncio della costruzione della Pipeline Iran-Iraq-Siria, dopo che il governo iracheno, a Baghdad nel febbraio 2013, ha dato via libera al progetto, sono i collegamenti tra la Siria e il Pakistan tra essi e con la Cina attraverso l’Iran. La Pipeline Iran-Iraq-Siria, che passerà anche attraverso il Libano, è stato presentata come una rotta per esportare il gas iraniano fino alle coste del Mediterraneo orientale. La direzione del flusso del gas, tuttavia, può essere invertita. Il gas del Mediterraneo orientale dalle coste del Libano e della Siria, forse anche della Striscia di Gaza e dall’Egitto, può essere esportato verso est attraverso la pipeline e incanalato attraverso il Pakistan alla Cina. In parte, tolti i suoi vasti giacimenti di gas, questo spiegherebbe anche i megaprogetti infrastrutturali LNG dell’Iran, che mirano a fare dell’Iran l’hub internazionale per la lavorazione e il commercio del gas naturale.

L’accordo tra Pakistan e Iran sulla Pipeline
Nell’Est dell’Iran, il progetto di gasdotto tra Iran e Pakistan è all’opera da anni. All’inizio venne previsto d’includervi l’India. Ciò che era meno chiaro era la posizione cinese. Anche se non era esplicitato, la Cina era sempre incombente sullo sfondo. A causa degli interessi cinesi, Washington non è stata in grado di fermare il progetto: “Per quanto riguarda le rotte energetiche strategiche, il Pentagono e la NATO vedono la Pipeline dell’Amicizia [di Iran-Pakistan-India] come una minaccia o un corridoio energetico rivale a quelli che programmano per l’Eurasia. Il rifiuto continuo di Islamabad di piegarsi alle richieste degli Stati Uniti per annullare il gasdotto con l’Iran, è direttamente legato agli interessi geostrategici cinesi. Come accennato in precedenza, vi è una forte possibilità che la Cina possa essere inclusa nel progetto del gasdotto o che il gasdotto possa costituire una pipeline Iran-Pakistan-Cina che aggirerebbe l’India. Questo minaccia l’obiettivo degli Stati Uniti di contenere la Cina e isolare l’Iran, controllando i rifornimenti energetici cinesi e manipolando la rotta delle esportazioni energetiche iraniane” (Ibid. p. 185-186).
Come l’Iran e la Russia, la Cina si è anche offerta di aiutare e finanziare il Pakistan nella costruzione del gasdotto nel suo territorio. I cinesi stanno già lavorando silenziosamente sulle infrastrutture in Pakistan: “Nel 2007, con la vitale partecipazione cinese, il porto di Gwadar è stato  adattato per ospitare il traffico oceanico. I cinesi danno un grande valore strategico a Gwadar, perché si trova sulla costa del Mar Arabico, alla foce del Golfo di Oman (Mar di Oman) nei pressi dell’alleato strategico della Cina, l’Iran, e di un Golfo Persico ricco di idrocarburi. Gli strateghi cinesi vogliono integrare Gwadar con la Regione Autonoma del Xinjiang, nella Cina uigura, con l’autostrada del Karakoram. Se questo sarà fatto, quindi, le importazioni di energia cinesi verso la Cina possono ignorare l’oceano e garantirsi inoltre la sicurezza di Pechino da eventuali azioni per isolare la Cina ad opera della Marina degli Stati Uniti o di altre forze ostili che cercherebbero di tagliare i rifornimenti energetici cinesi in uno scenario bellico. L’Iran può anche importare direttamente dalla Cina tramite Gwadar. La questione importante sia per Pechino che per Washington è se un Belucistan indipendente servirebbe o opererebbe contro gli interessi navali cinesi di Gwadar. Sostenendo la secessione del Baluchistan dal Pakistan o provocando un conflitto baluchi-pakistano, gli Stati Uniti probabilmente spererebbero che Pechino venga costretta a sostenere gli sforzi di Islamabad per mantenere l’integrità territoriale del Pakistan, ed i propri interessi. Questo alienerebbe il Baluchistan dalla Cina e magari provocherebbe la perdita di Gwadar a danno dei cinesi” (Ibid. p.186-187).
In sintesi, la Pipeline Iran-Iraq-Siria e il gasdotto Iran-Pakistan sono frammenti dello stesso grande gasdotto eurasiatico che s’intreccerebbero come un tappeto persiano artigianale. Questo si aggiunge  al contesto del conflitto in Siria, contribuendo anche a spiegare le posizioni di Paesi come il Qatar e la Turchia che vogliono un cambio di regime a Damasco. Ciò è anche uno dei motivi per cui l’Unione europea ha unilateralmente sanzionato l’Iran LNG Company (ILC) nel 2012, poco prima che l’Iran iniziasse le sue esportazioni di LNG.

Gas, petrolio, guerra e geopolitica nel Mediterraneo orientale
Il “Grande Gioco” tra i due blocchi rivali si svolge in Siria. Da una parte ci sono Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Turchia, Arabia Saudita e Qatar, mentre dall’altra vi sono Cina, Russia e Iran. Da qui può essere ribadito che: “Il Mediterraneo è letteralmente diventato un prolungamento delle pericolose rivalità internazionali per il controllo delle risorse energetiche del Caucaso e dell’Asia Centrale” (Nazemroaya 2007). Israele fa parte di questo gioco. Non solo Israele ha interesse a neutralizzare la Siria allontanandola dall’Iran, ma vuole anche una quota del gas del Mediterraneo orientale: “Il giacimento di Tamar, scoperto nel 2009 al largo della costa di Israele, è una grande promessa. Il Leviathan, scoperto nel 2010, lo è ancora di più. L’US Geological Survey calcola che ci potrebbero essere 120 miliardi di piedi cubi (TCF) di gas tecnicamente recuperabile nel bacino del Levante, che bagna le coste di Israele, Libano, Siria e Cipro” (The Economist 2013).
Hezbollah ha anche messo in guardia Israele nel 2011, “contro il tentativo di rubare le risorse marittime del Libano e ha detto che subirebbe ritorsioni per un qualsiasi attacco israeliano contro gli impianti petroliferi e gasiferi [del Libano]” (AP 2011). Un alto funzionario delle Nazioni Unite è anche intervenuto per chiedere a Libano e Israele di cooperare per promuovere la ricerca di petrolio e gas nel Mediterraneo orientale (ibid.).
Come Israele, anche la Turchia è interessata a spartirsi i giacimenti di gas del Mediterraneo orientale, così come il controllo del flusso di gas attraverso il territorio turco: “Le frontiere marittime d’Israele con il Libano sono contestate. E la sua partnership energetica con Cipro ha alimentato un altro incendio. Le pretese di Cipro del Nord, controllato dai turchi, si sovrappongono a quelle greco-cipriote. La Turchia vuole fermare qualsiasi esplorazione. Per sottolineare questo punto, ha inviato una nave da guerra nella zona dopo che sono iniziate le esplorazioni, lo scorso anno” (The Economist 2013). Inoltre, come suggerito sopra, Cipro è anche parte del quadro: “L’esportazione di gas naturale liquefatto (LNG), nei mercati in cui i prezzi sono alti, sarebbe una cosa ottima. Ma questo richiederebbe ingenti investimenti e un grande impianto costiero. Cipro è acuta, ma non ha denaro. Il gas israeliano potrebbe essere liquefatto a Cipro, ma ciò significherebbe che Israele ne cederebbe il controllo, un’idea sgradevole per alcuni nazionalisti. Un impianto di liquefazione in Israele non sarebbe praticabile, per via dello spazio limitato, degli ambientalisti inflessibili e di una sicurezza difficile da garantire” (Ibid.).
La petro-politica nel Levante è un ulteriore fattore o livello che può essere utilizzato per mettere in discussione gli obiettivi dell’assedio finanziario all’economia greco-cipriota.

L’instabilità in Siria e Pakistan: i tentativi di Washington di strangolare la Cina
In ultima analisi, nel contesto delle forniture di gas dal Mediterraneo orientale, la Siria è per la Cina proprio come l’attuale “Secondo assalto all’Africa” che ha preso di mira Sudan, Libia e Mali. A questo proposito, la guerra della NATO in Libia e l’assedio contro la Siria sono due fronti della stessa guerra, che mira a neutralizzare i cinesi. Lo stesso vale per le crisi interne in Pakistan. “La biforcazione tra potere militare e potere finanziario a livello mondiale, nonché l’ascesa economica dell’Asia orientale continuano“, come parte di ciò che studiosi come Giovanni Arrighi (2010, p. 381), credono essere una “transizione egemonica”. La svolta di Washington verso l’Asia-Pacifico è diretta contro i cinesi e a impedire che Pechino sconfigga gli Stati Uniti sulla scena mondiale. Washington ha lavorato per destabilizzare il corridoio energetico eurasiatico pianificato dalla Cina. In Pakistan si è fatto questo, contribuendo alle tensioni interne e alle divisioni etniche interne: “La provincia pakistana del Baluchistan è importante in questa equazione. Il Baluchistan non è solo geo-strategicamente importante riguardo i collegamenti energetici eurasiatici, ma è anche ricco di giacimenti minerari e di idrocarburi. Nella maggior parte dei casi, questi giacimenti di minerali ed  energetici sono intatti. Sarebbe molto più facile procurarsi minerali ed energia di questa zona, da una relativamente meno popolata e indipendente repubblica del Baluchistan, che sarebbe felice di vendere le sue risorse a prezzi inferiori. Potrebbe anche contribuire a destabilizzare le province iraniane orientali, compresa la provincia del Sistan-Baluchistan. Un Baluchistan indipendente dal Pakistan potrebbe contrastare Teheran con rivendicazioni territoriali sul Sistan-Baluchistan” (Nazemroaya 2012, p.186).
Questo è anche probabilmente il motivo per cui il generale Pervez Musharraf in Pakistan è tornato dal suo esilio volontario negli Emirati Arabi Uniti, assieme alla dissoluzione del fronte unito a lui contrario tra il Partito Popolare del Pakistan e la Lega Mussulmana del Pakistan di Nawaz Sharif. E’ diventato chiaro che ci sia una pressione esterna, come ad esempio dall’Arabia Saudita, affinché  i tribunali e il governo pakistani non lo perseguano. Il ritorno del generale Musharraf in Pakistan, per concorrere alla presidenza, non ha alcuna possibilità di successo. Musharraf, tuttavia, può agire come uno spoiler e dividere ulteriormente la società pakistana. Il suo ritorno ha anche attratto la cauta attenzione di Pechino. Se la Pipeline Iran-Iraq-Siria e il gasdotto Iran-Pakistan saranno collegati e riforniranno la Cina, ciò sarà un duro colpo al primato degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti si propongono di sconvolgere il completamento di entrambi i progetti. La tensione di Washington con Teheran sul programma nucleare iraniano deve, quindi, essere visto come un paradigma che punta anche a questo.

Riferimenti
Arrighi, Giovanni. Il lungo XX secolo: denaro, potere e le origini del nostro tempo. 2.da ed., New York, Verso, 2010.
Gas in the eastern Mediterranean: Drill or quarrel?” The Economist, 12-18 gennaio 2013, p.58.
Hezbollah warns Israel against ‘stealing’ gas from Lebanon”, Associated Press, 26 luglio 2011.
Nazemroaya, Mahdi Dariusm, “The ‘Great Game’ Enters the Mediterranean: Gas, Oil, War, and Geo-Politics”, Global Research, 14 ottobre 2007
Nazemroaya, Mahdi Darius, The Globalization of NATO, Atlanta, Georgia, Clarity Press, 2012.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia-Iraq: armamenti e accelerazione della storia

DeDefensa 12 ottobre 2012

Sei o nove mesi fa, era di moda nella stampa del sistema, sollazzarsi delle disavventure di una Russia isolata, esclusa da tutto il mondo in quanto poco frequentabile e priva del tutto delle carte per accedere al club BAO, avendo deciso di sostenere disperatamente il barbaro regime siriano, e anche condannata per il disperato tentativo di mantenere il suo ultimo e unico alleato in Medio Oriente. Oggi, si riconosce che la Russia, con una ragionevole prospettiva di poter avere una grande influenza, e sul serio in questo caso, supporta il triangolo Iran-Iraq-Siria, cui non sarebbe impossibile vedervi avvicinarsi l’Egitto, che Lavrov visiterà a novembre.
La crisi siriana ha cambiato tutto, o svelato tutto, come sempre, grazie alla notevole goffaggine del blocco BAO, la cui politica sta puntando verso l’entropia. Sembra che la posizione della Russia stia riacquistando la stessa forza che aveva l’URSS, almeno negli anni ’70, ma in una situazione generale completamente diversa, molto più favorevole alla Federazione russa. Gli sviluppi più interessanti riguardano l’opportunità dell’evoluzione dei rapporti tra la Russia e l’Iraq, data la visita del primo ministro iracheno Maliki a Mosca. Vi è un notevole apprezzamento, nel lungo articolo di MK Bhadrakumar su Atimes.com dell’11 ottobre 2012.
L’evoluzione della Russia nel Medio Oriente è trattata in generale, con lunghi passaggi dedicati alle relazioni tra la Russia e l’Iraq, e in particolare con un passaggio sulla questione dell’accordo per la fornitura di armi, per più di 4 miliardi di dollari, concluso nel corso della visita. Questo aspetto è in relazione con le consegne di armi dagli Stati Uniti all’Iraq, e alla concorrenza che così si crea in questo momento, e al ruolo dell’Iraq in essa…
“Mosca ha annunciato che il primo ministro iracheno Nouri al-Maliki era in visita in città, e che i due paesi hanno firmato contratti per un valore “di oltre” 4,2 miliardi di dollari, nell’accordo sugli armamenti, che comprende l’acquisto dell’Iraq di 30 elicotteri d’attacco Mi-28 e 42 sistemi missilistici antiaerei Pantsir-S1, che possono essere utilizzati per la difesa contro aerei d’attacco. La dichiarazione allegata russo-irachena, rilasciata a Mosca, ha rivelato che le discussioni per l’accordo si erano svolte negli ultimi cinque mesi, e che oltre all’accordo sulle armi, ulteriori colloqui sono in corso per l’acquisto di jet MiG-29, veicoli corazzati pesanti e altri armamenti. Un annuncio del Cremlino dichiarava che Maliki ha dovuto incontrare il Presidente Vladimir Putin per incentrare le future discussioni sulla cooperazione energetica tra la Russia e l’Iraq.
La sensazionale notizia ha agitato gli Stati Uniti. Notizie riferiscono che il telefono dell’ufficio di Maliki, a Baghdad, continuava a squillare, appena si era saputo che si sarebbe recato a Mosca e che avrebbe combinato qualcosa di grosso. Domande piovevano dal Dipartimento di Stato e dal Consiglio di Sicurezza Nazionale dagli Stati Uniti, che mettevano in guardia contro questo viaggio, in quel momento. Il punto è che Maliki rimane ancora un enigma per Washington. Senza dubbio è un amico degli Stati Uniti, ma forse è ancor più un amico dell’Iran. Ora, a quanto pare, si è appassionato anche della Russia, come lo era stato Saddam Hussein. Washington e Ankara l’hanno ripetutamente infastidito, l’hanno preso per scontato, arrivando financo a stracciare il suo futuro politico accordandosi con il Kurdistan settentrionale su lucrativi accordi petroliferi, e ignorando le proteste dell’Iraq, che affermava essere uno Stato sovrano con capitale Baghdad, e che tale paese ha una Costituzione, in base alla quale nessun paese straniero, deve avere rapporti diretti con le regioni dell’Iraq bypassando la capitale e il governo centrale.
Non solo le proteste di Maliki sono state ignorate, ma l’hanno rimproverato per aver contrastato il piano per un “cambio di regime” in Siria e per il robusto sostegno dato al presidente Bashar al-Assad. Ultimamente, hanno anche iniziato a punzecchiarlo per aver fornito strutture all’Iran, per poter inviare rifornimenti al regime assediato in Siria. Hanno superato le loro prerogative, poi, dando asilo a un capo sunnita iracheno, che è un latitante per la legge irachena. Attualmente stanno cercando di riunire i diversi gruppi sunniti in Iraq, con una mossa minacciosa che potrebbe portare alla balcanizzazione dell’Iraq. Il Kurdistan è una regione già indipendente de facto, grazie alle interferenze di Stati Uniti e Turchia. Il piano è indebolire ancor più l’Iraq, sponsorizzando la costituzione di un’entità sunnita nell’Iraq centrale, simile al Kurdistan nel nord, e confinare gli sciiti iracheni in una regione meridionale indebolita. La visita in Russia segnala che Maliki ne ha avuto abbastanza e che non accetterà più affronti alla sovranità irachena [...]
In effetti, molto dipende dalla compostezza con cui gli Stati Uniti sapranno adattarsi alle nuove realtà del Medio Oriente. Allo stato attuale, gli Stati Uniti sono riusciti a vendere 6 miliardi di dollari in armamenti all’Iraq. Si sono infatti posizionati comodamente. La reazione iniziale del Dipartimento di Stato USA trasudava fiducia. La portavoce Victoria Nuland ha detto che l’accordo russo non significa alcun ridimensionamento dei legami militari dell’Iraq con gli Stati Uniti, che sono ‘molto ampi e molto profondi’. Ha rivelato che l’Iraq ha in corso discussioni su almeno 467 contratti militari con l’estero, per un valore di più di 12 miliardi di dollari, ‘se tutti questi saranno conclusi.’ Nuland continuava: ‘abbiamo più di 12,3 miliardi di dollari in accordi militari con l’Iraq, quindi, non credo che avremo bisogno di preoccuparci per una relazione che è tutt’altro che forte’. Una punta di ansietà nelle parole della Nuland, non può essere ignorata. La verità è semplice, i ‘russi stanno arrivando’, e questa volta sono capitalisti e globalisti, conoscono il mercato iracheno, mentre il soldato iracheno ha familiarità con le armi russi. Durante l’era di Saddam, l’Iraq è stato un importante acquirente di armi russe, e si stima che Mosca abbia perso contratti del valore di circa 8 miliardi di dollari, a causa del ‘cambio di regime’ a Baghdad sponsorizzato dagli USA nel 2003…”
Oltre al mercato delle armi russe in Iraq, c’è in realtà il mercato di quelle statunitensi. Le informazioni fornite dalla Nuland (di cui la citazione) sono corpose e sembrano irresistibili. Tuttavia, un avvertimento è necessario, in quanto esiste intorno al mercato una certa sfocatura. Emblematica di questa situazione è l’ordine per 36 F-16, ordine particolarmente importante, naturalmente, ma effettivamente immerso nel buio. Un’altra fonte (il quotidiano saudita al-Hayat del 9 ottobre 2012) sviluppava il tema delle armi, prima che i risultati della visita di Maliki a Mosca venissero annunciati. C’è innanzitutto la questione dell’accordo russo-iracheno, con dettagli interessanti circa le circostanze della visita di Maliki, preceduta da quella del ministro della difesa iracheno Dulaimi a luglio, per negoziare questo accordo. Veniamo a sapere che Dulaimi ha prolungato per due volte la sua visita a Mosca, e l’accordo, nel frattempo, era passato da poco più di 1 miliardo a oltre 4 miliardi di dollari, il che la dice lunga circa l’atmosfera delle trattative… “È interessante notare che mentre era in Russia, il ministro della Difesa Dulaimi ha per due volte contattato il Primo Ministro Maliki, per chiedergli il consenso a prolungare il viaggio, facendone ‘il viaggio di lavoro più lungo effettuato da un qualsiasi funzionario nella storia dello stato iracheno’, secondo una fonte di alto livello del ministero della difesa iracheno. Ad al-Hayat ha confermato che l’accordo dell’Iraq con la Russia, inizialmente non doveva superare un miliardo di dollari, ma poi l’obiettivo è stato ampliato, in seguito alle decisioni nella delegazione irachena. Inoltre, per arrivare a oltre quattro miliardi di dollari, la delegazione ha visitato molti impianti per la produzione di armi, ha tenuto incontri con i rappresentanti dei locali produttori di armi, nonché con esperti militari russi. Il suo interesse si era approfondito, portando avanti le relazioni bilaterali sugli armamenti dell’Iraq nell’ambito dei ben noti obiettivi regionali di Mosca, e in connessione con la nota alleanza della Russia con i regimi di Teheran e Damasco”. Secondo la stessa fonte, vi sono “accordi per aerei totalmente equipaggiati, che dovranno essere firmati quando Maliki visiterà la Russia. Essi comprendono 30 elicotteri Mi-28 e un certo numero di aerei da caccia MiG-29.”
Vediamo che c’è la faccenda degli aerei da combattimento MiG-29, così come indicato nel testo di MK Bhadrakumar, con la precisione che questo aspetto del mercato è ancora in discussione, e con il fatto che se l’accordo sui MiG sarà concluso, si andrà ben oltre i 4 miliardi dollari…
Un altro punto interessante sui MiG-29 è che è un sistema d’arma direttamente concorrente agli F-16, in termini commerciali e tecnologici, così come dal punto di vista operativo i velivoli possono apparire  alternativi agli F-16. Per lo meno, questo risultato conferma l’incertezza sull’accordo degli F-16, dello stesso tipo di accordo “galleggiante”, che un giorno sembra completato, ed il giorno dopo viene  radicalmente messo in discussione… Lo stesso testo di al-Hayat, pertanto, fornisce dei dettagli anche sul caso degli F-16. “I funzionari iracheni credono che l’accordo darà all’Iraq libertà di agire in modo indipendente, sottraendosi dalla pressione degli Stati Uniti“, alludendo all’accordo sugli F-16 che l’Iraq aveva concluso con gli Stati Uniti. Inizialmente, era stato previsto di fornire i primi aerei a Baghdad nei primi mesi del 2014, nell’ambito della più ampia acquisizione dei 36 aerei. Eppure, documentate fonti militari irachene hanno rivelato che la consegna degli aerei statunitensi F-16, sarà ritardata fino al 2015, sostenendo che “L’accordo è imperniato, oggi, sugli sviluppi della sicurezza regionale e irachena, ed è possibile che i velivoli non siano per nulla consegnati.” Le stesse fonti evidenziano “la paura degli USA che i segreti sulle avanzate tecnologiche statunitensi possano trapelare verso stati ostili a Washington, ma molto influenti in Iraq; un chiaro riferimento all’Iran. Hanno affermato che “queste paure potrebbe essere dietro il ritardo nella consegna degli F-16.” Al-Hayat afferma anche che vi sono stati duri scambi telefonici tra Maliki ed esponenti degli Stati Uniti, tra cui il vicepresidente Biden, con lamentazioni sulle varie difficoltà riguardo l’invio di armi statunitensi all’Iraq, armi già ordinate. Al-Hayat continua sulla base di precisazioni da parte di un membro del partito iracheno di Maliki al potere, Qassem al-Araji, sulle condizioni che sarebbero poste dagli Stati Uniti sull’uso degli F-16, nel caso della consegna, o meglio, diciamo, come condizione per la fornitura…”Tra le richieste di garanzie degli Stati Uniti per poter concludere la consegna finale di queste armi all’Iraq, vi è la clausola che queste armi non dovranno essere utilizzate contro il nemico israeliano. In altre parole, Washington vuole fornire garanzie a priori alla sicurezza regionale d’Israele“. [...] Gli Stati Uniti cercano d’intervenire negli affari iracheni, nonostante la presenza di un governo nazionale eletto, che è stato in grado, dopo efficaci lunghi negoziati, di espellere l’occupante statunitense dall’Iraq, di fatto impedendo alla sua autorità di lavorare sull’evoluzione politica di questo paese.”
Araji aggiungeva: “Non permetteremo che ritorni l’occupazione statunitense in Iraq, sotto qualsiasi nome; le loro richieste di non colpire l’entità sionista o di modificare la posizione irachena sulla situazione attuale in Siria, sono illegittime. Questi due temi sono utilizzati come leva contro l’Iraq, per via della necessità per l’esercito di avere nuove armi“, sottolineava. “Il governo iracheno ha iniziato a considerare seriamente la diversificazione delle fonti per l’acquisizione di armi per l’esercito iracheno, attraverso accordi con diversi stati, rinomati per la loro produzione di armi ottime ed avanzate. Questo è quello che abbiamo visto nella visita dell’attuale ministro della difesa Saadoun al-Dulaimi in Russia, per consultazioni su questa materia.”
Queste varie precisazioni sono di grande interesse, così come quelle riguardanti le possibili restrizioni tecnologiche sugli F-16, spiegando il previsto ritardo dei tempi di consegna molto prima che questo ritardo prendesse una dimensione politica, come nel caso attuale. Qui ritroviamo le macchinazioni americaniste in pieno regime, in questo caso sulle forniture di armi, con delle pretese che sono incursioni sconsiderate o sfacciate degli Stati Uniti nella sovranità operativa degli acquirenti. Sembra molto probabile che queste varie vicissitudini tecnico-burocratiche, siano il fattore alla base dei problemi di consegna, essenzialmente un fattore della sfiducia viscerale degli Stati Uniti nei confronti del governo iracheno, e del completo disprezzo per la sovranità di questo stesso governo, considerato un “fantoccio” dalla burocrazia degli Stati Uniti e trattato come tale. (Le informazioni di cui sopra, riguardanti l’atteggiamento degli Stati Uniti e della Turchia verso la situazione politica interna in Iraq, vanno nella stessa direzione.)
A questo proposito, i chiarimenti forniti da Victoria Nuland, riportati da MK Bhadrakumar, ci sembrano per lo meno eccessive e azzardate. Nelle consegne delle armi, la burocrazia del Pentagono e dintorni, soprattutto con un Congresso terribilmente diffidente verso un Iraq sospettato di collaborare con l’Iran, è assolutamente padrona del gioco. Il dipartimento di Stato non può che seguirla… Il contesto generale, nel frattempo, diviene improvvisamente altamente politico. In questa circostanza, la vendita e gli accordi sulle armi, vengono improvvisamente trasformati, con una modalità irresistibile, in argomenti molto potenti e in mezzi politici. Da questo punto di vista, e naturalmente in Iraq, Washington è del tutto sola nella sua presunta posizione dominante, credendo ancora di fare il bello o cattivo tempo. Oltre al ravvicinamento tra Iran e Iraq e la possibilità di un accordo di sicurezza tra Iraq e Iran, vi è la straordinaria accelerazione su prospettive estremamente elevate per il mercato delle armi russe in Iraq.
Le informazioni riportate da al-Hayat, riguardanti la variazione del volume dell’accordo iracheno sulle armi russe, a Mosca, durante i negoziati preliminari per la visita di Maliki, indicano la forte volontà politica di entrambe le parti, portando immediatamente alla percezione dell’affermazione di una nuova alleanza Iraq-Russia. In questa luce, la posizione degli Stati Uniti, sulla base della passata brutale invasione e della gestione grossolana e maldestra del potere in Iraq, si è impantanata nelle solite richieste restrittive, nelle violazioni della sovranità e nella grevità  paranoica della burocrazia degli Stati Uniti. Le somme astronomiche annunciate dalla neocon Nuland, emergono dal consueto tecnologismo dell’approccio quantitativo che regna negli Stati Uniti. Inoltre, buona parte del volumi di questi “accordi” si riferisce al rimborso “in saldo” di colossali masse di materiali che le forze USA hanno trasferito all’esercito iracheno, durante la sua ricostituzione, o semplicemente lasciato sul posto, al fine di evitare che il loro rimpatrio diventasse un’operazione ancora più costosa dell’invasione dell’Iraq stessa: ancora una volta, la pesantezza burocratica e del materiale stesso, segnano l’impotenza cui oggi conduce l’enorme potenza militare degli Stati Uniti. Invece, Russia e Iraq sono contrassegnate, come si è visto, da una dinamica creativa in piena accelerazione.
L’equipaggiamento russo ordinato o previsto dall’Iraq, compresi i sistemi di difesa aerea al suolo (Pantsir-S1) e di difesa aerea pura (MiG-29) indicano che gli iracheni si opporranno ai raid aerei, che siano turchi che possibilmente israeliani… Capiamo, in questo caso, come le pretese avanzate dagli Stati Uniti possano contrastare completamente i previsti ordini iracheni per gli equipaggiamenti statunitensi, favorendo gli ordini di materiale russo, che è esente da tali restrizioni. (In illo tempore, la Francia avrebbe fatto questo gioco, ma la Francia di oggi non più…)

Oggi, la percezione è tutto
Siamo, quindi, nella fase della discussione di notevoli contratti, e probabilmente siamo ancora lontani dalle consegne effettive. Ma c’è una dinamica politica che viene illustrata, e soprattutto suscitata, dalla percezione di  questi accordi in discussione e dalle condizioni politiche coinvolte e subito apprezzate come il contante, e queste percezioni cambiano le regole politiche implicite in tali accordi sugli armamenti, e prima che questi stessi accordi riescano a materializzarsi. Questo è il caso degli Stati Uniti, come abbiamo visto, che già intrinsecamente, anche e soprattutto con un controllo estremamente preciso delle intenzioni, tramite condizioni che arrivano a violare le sovranità, giocano un ruolo fondamentale nel rendere furiosi gli iracheni, potendo così in gran parte spiegare la loro evoluzione, da tre mesi a questa parte, verso la Russia.
Per la Russia, è proprio il caso, dal vivo, si direbbe, della dinamica dei negoziati per un contratto per gli armamenti che in poche settimane vedono passare da un miliardo a oltre 4 miliardi di dollari, e non è finita. Gli stessi russi promettono consegne veloci, aggiungendo una dimensione psicologica oltre a quella politica (qualunque sia il significato cronologico esatto di questa “velocità”). Pertanto, non parliamo di un processo reale e immediato per rafforzare militarmente un paese (l’Iraq), ma della percezione (psicologica) che accompagna queste agitazioni e questi negoziati. Perciò, parleremo dell’essenziale …
Due cose s’impongono e ci sembrano essere state immediatamente realizzate:
• La percezione di status di paese massacrato e polverizzato dalla “liberazione” degli Stati Uniti e del blocco BAO, riducendo questo paese a una sorta di insignificanza politica confinata nel massiccio sospetto di essere un paese vassallo del nichilismo di sistema, l’Iraq impone all’improvviso un rovesciamento completo del suo status, facendolo percepire quale uno dei principali attori nel disordine straordinario della regione. Ciò è dovuto principalmente alla crisi siriana, un altro tributo reso all’abilità infinita del blocco BAO ad infilarsi dentro un incommensurabile buco nero politico. L’Iraq ora sembra essere un paese potenzialmente molto importante nella regione, per via della sua posizione relativa alla Siria in ebollizione, in relazione al suo nuovo rapporto con la Russia, nella sua affermazione filo-iraniana che gli varrà importanti progressi, oltre alla sua ostilità anti-turca che incontra un sentimento sempre più diffuso in vari gruppi e paesi della regione, dopo la svolta (anti-siriana e pro-USA) di Erdogan, nell’estate 2011.
• Attraverso i suoi nuovi rapporti in via di accelerazione con l’Iraq, la Russia tramuta improvvisamente la percezione di una politica frammentata nella percezione di una strategia fondamentale. Fino ad ora, vi è stato il sostegno russo al principio di sovranità e di non intervento in Siria, supportando Assad contro gli attacchi destrutturanti del blocco BAO, e opponendosi a un attacco contro l’Iran in nome degli stessi principi, portando un certo sostegno anch’esso ‘oggettivo’ all’Iran. Con il caso iracheno, vale a dire, l’evoluzione russa nei confronti dell’Iraq e l’evoluzione irachena nei confronti della Russia, ma anche dell’Iran e della Siria, la “politica” frammentata russa diventa un supporto coerente e potente, un’alleanza di fatto con il triangolo o ‘asse’ strategico Iran-Iraq-Siria. Quest’asse può interessare altri (l’Egitto?) mentre permette alla Russia di dimostrare, tramite la vicinanza ai paesi dell”asse’, l’ostilità verso i paesi del blocco BAO, e in particolare la Turchia, senza impegnarsi in un percorso chiaramente ostile.
Tutto questo mentre si è lontani dalla consegna del primo velivolo da combattimento, che sia un MiG-29 o un F-16 (dubitiamo molto di più per l’F-16). Gli eventi sono veloci e si svolgono in contesti in cui la violenza è, innanzitutto e spesso, nella comunicazione di ciò che conta: l’annuncio, l’accordo, le intenzioni, ecc.; ben più che nella loro realizzazione. Anche se si deve deplorare la violenza, rimane il fatto che vi è stata poca violenza nella crisi in Siria, rispetto a quello che vi sarebbe stata con una vera crisi, giudicata apocalittica, quasi un detonatore per una possibile conflagrazione generale. La crisi dura, le perdite e i danni ci sono, ovviamente, segnando record terribili, ma rimangono quelli di una crisi regionale; ma la percezione è quella di una crisi apocalittica di dimensioni mondiali, dove il sistema è in questione, dove le forze anti-sistema vengono denunciate, ecc.
L’intercettazione di un aereo civile siriano, con qualche cassa nella stiva, che i turchi affermano contenere armi che potrebbero cambiare il corso della storia del mondo, venendo quindi esaminate per due giorni per esserne certi (attenti questi turchi), si presenta come un caso che potrebbe portare a una riprovazione mondiale di una Russia “demonizzata”, cosa che probabilmente non accadrà, ma che nel frattempo aumenta la tensione. Così continua il terribile conflitto sulla crisi siriana, che ci viene presentata come il detonatore della terza e finale guerra mondiale…
Questa è l’era della psicopolitica invece che della geopolitica, il sistema di comunicazione domina tutto, con le sue rappresentazioni del mondo così diverse quanto le percezioni, e questo sistema ha la precedenza sui fatti e gli atti che sostanzia anticipandoli. Ciò è ancora più vero per gli armamenti nel caso in questione. In generale, nell’era della geopolitica, era con la consegna di armi che, a poco a poco, un paese si alleava con il fornitore (ad esempio, l’Egitto con l’URSS tra il 1954 e il 1967).  Nell’era della psicopolitica, è l’apertura di negoziati per la consegna di armi, la sua parziale applicazione, a trasformarsi improvvisamente, e in un paio di settimane, nell’intenzione colossale che forma la percezione di una nuova alleanza fondamentale, e che ne acquisisce la percezione, proprio come se la cosa (l’alleanza) sia anch’essa stata acquisita. In poche settimane, la Russia si è catapultata, nelle percezioni, da una posizione di giocatore escluso alla posizione di dominatore del gioco, se non del padrone del gioco, come è stato fatto per la Siria stessa; analogamente, ciò avviene per la situazione in tutta la regione fondamentale del Medio Oriente. Tutto ciò è solo percezione, ma oggi la percezione è tutto.
Siamo di nuovo di fronte al fenomeno dell’accelerazione e della contrazione della Storia, la Metastoria, con la velocità che ne consegue, naturalmente. Continuiamo a rilevare questo aspetto con la “primavera araba”, come avevamo già fatto il 16 agosto 2012, in merito a Morsi in Egitto (e con un altro commento di Bhadrakumar). Non avevamo ancora citato l’Iraq tra i paesi in evoluzione così veloce, ma dal momento che questo paese si è imposto, indicando il contrario di questa accelerazione, almeno secondo tale citazione…
Infine, l’argomentazione di MK Bhadrakumar può forse anche essere convincente, tanto più illuminante sul fenomeno in Egitto, ma anche in Siria, in un certo senso, e anche in Turchia, e forse in Arabia Saudita, e così via, come elemento fondamentale della ‘primavera araba’ e oltre, eventi generali nel corso della crisi acuta, in costante tensione: velocità, ritmo, capacità di generarsi in qualcosa di diverso. La sua argomentazione, infatti, va al di là del caso in sé che intende affrontare. Diventa semplicemente esemplare, attraverso un caso che continua a stupirci con il suo ritmo, il ritmo di una sequenza storica che diventa metastorica. Sembra ancora una volta che la storia stia accelerando, essendo un’osservazione già fatta il 1° febbraio 2011, allora diciamo che continua ad accelerare. (Già il 30 gennaio 2011, un parlamentare statunitense, citato nel testo di riferimento, aveva detto: “…Mentre stiamo ancora cercando di metterci le mani. Non siamo ancora sicuri di cosa stiamo parlando [...] Le cose si stanno muovendo così in fretta, è difficile sapere esattamente cosa stia succedendo [in Egitto] con vera certezza”.) O, ben diremo ancora una volta, la variazione su un tema che mostra l’infinita ricchezza del fenomeno, mentre il tempo si contrae, che la stessa osservazione era stata già fatta il 22 febbraio 2011 dall’ammiraglio Mullen, allora presidente del Joint Chiefs of Staff degli Stati Uniti. (“‘E’ sorprendente per me vedere come ci si muove così rapidamente’, ha detto il massimo comandante militare statunitense riguardo le rivolte. ‘Abbiamo parlato delle questioni alla base per molto tempo, ma qui si tratta della velocità con cui tutto ciò sta accadendo’ ha detto ai giornalisti.”)”
Ciò sottolinea e conferma decisamente il caso dell’accordo sugli armamenti, di come sono collegato, da una parte il fenomeno della potenza quasi esclusiva della comunicazione a scapito della potenza delle situazioni di potere all’interno del sistema complessivo del tecnologismo (percezione sulla fornitura futura di armi, contro le armi realmente a disposizione) e dall’altra i fenomeni di contrazione e di accelerazione della storia. Il primo alimenta e serve (nel senso di essere al servizio) quest’ultima. Così la MetaStoria continua la sua corsa, e si può ritenere che attrezzi come i Pantsir-S1 e i MiG-29 abbiano una dimensione metastorica. Questo dovrebbe renderli virtuosi ai nostri occhi.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Scenario israelo-statunitense: dividi la Siria, dividi il resto

Mahdi Darius Nazemroaya Global Research, Press TV – 14-08-2012

Quello che sta accadendo in Siria è un segno di ciò che accadrà nella regione. Il cambio di regime  in Siria non è l’unico obiettivo degli Stati Uniti e dei suoi alleati. Dividere la Repubblica Araba di Siria è l’obiettivo finale di Washington, in Siria. L’inglese Maplecroft, specializzata nella consulenza sul rischio strategico, ha detto che stiamo assistendo alla balcanizzazione dello Stato siriano: “i curdi nel nord, i drusi nelle colline meridionali, gli alawiti nella regione costiera montagnosa nord-occidentale e la maggioranza sunnita altrove“.
Stiamo già sentendo gente come il consigliere della Casa Bianca, Vali Nasr, parlare di tutto questo. Le divisioni etniche e religiose in Siria non sono delimitate ai termini puramente geografici, e il processo di balcanizzazione potrebbe giocare come processo di libanizzazione, il che significa che la Siria sarà divisa lungo violente linee di faglia settarie e affronterà una situazione di stallo politico, come il Libano durante la guerra civile, ma senza una formale frattura. La libanizzazione, una forma morbida di balcanizzazione, ha già avuto luogo in Iraq sotto il federalismo.
Gli eventi in Medio Oriente e Nord Africa stanno vedendo l’animazione dei movimenti di massa contro i tiranni locali, come in Bahrain, Giordania, Marocco e Arabia Saudita, ma c’è anche lo scenario viziato del Piano Yinon d’Israele, e delle sue propaggini. Il Piano Yinon e schemi analoghi vogliono una artificiosa guerra sciita-sunnita tra i musulmani, come elemento centrale delle divisioni settarie, o Fitna in arabo, che includano l’animosità cristiano-musulmana, arabo-berbera, arabo-iraniana, arabo-turca e turco-iraniana.
Ciò che questo processo si propone di fare, è suscitare odio settario, divisioni etniche, razzismo e  guerre di religione. Tutti i paesi che gli Stati Uniti e i loro alleati stanno destabilizzando hanno naturali linee di demarcazione, e quando le animosità tribali, etniche, confessionali e religiose si accendono in un paese, trascinano altri paesi. I problemi in Libia si sono riversati in Niger e in Ciad ed i problemi in Siria si sono riversarsi in Turchia e Libano.
L’Egitto è il luogo delle correnti rivoluzionarie e contro-rivoluzionarie che hanno mantenuto la più grande potenza araba impegnata nel mantenere la propria attenzione sulla politica interna. Mentre l’Egitto affronta sconvolgimenti interni, gli Stati Uniti stanno tentando di contrapporre i militari del paese e la Fratellanza Musulmana, gli uni contro l’altra. Prima, gli sconvolgimenti nel Sudan,  formalmente balcanizzato da Tel Aviv e Washington attraverso la manipolazione della politica delle identità, che hanno portato alla secessione del Sud Sudan. La Libia è stata neutralizzata e divisa da vari gruppi. La libanizzazione, come accennato in precedenza, ha messo radici in Iraq con il governo regionale del Kurdistan (KRG)  supportato dall’estero – in particolare con gli aiuti di Stati Uniti, Europa Occidentale, Israele e Turchia – comincia ad agire sempre di più come se l’Iraq del Nord o Kurdistan iracheno sia un paese separato dal resto dell’Iraq.
Di Dore Gold, presidente del Jerusalem Center for Public Affairs e consigliere del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, vale la pena citare il punto di vista: “Quello che succede in Siria è che il Medio Oriente sta andando a pezzi, una nuova forma di caos sostituisce ciò che esisteva.” Questo, naturalmente, fa parte del wishful thinking dei responsabili politici israeliani che hanno interesse nel vederlo. Originariamente, la posizione di Tel Aviv è stata ignorata quando la crisi in Siria era iniziata, ma è chiaro ora che Israele ha interesse nel vedere la Siria frammentata e in uno stato di continua guerra civile. Questo è ciò che il Piano Yinon e i suoi succedanei hanno sottolineato come obiettivi strategici di Israele, in Siria e in Libano.

Nazionalismo curdo
La Siria, come l’Iraq, può essere vista come un punto di pressione chiave nel Medio Oriente. Smantellando entrambe, si avrà il tracollo regionale. Se le cose peggioreranno in Siria, l’Iraq sarà ancor più fragile, facendo ribollire la regione come un vulcano geo-politico. Per coloro che hanno dubbi sul fatto che gli Stati Uniti stanno alimentando le fiamme di un fuoco per far fondere il Medio Oriente, o che gli eventi in Siria stiano cominciando ad avere ramificazioni regionali, hanno solo bisogno di guardare la regione del Kurdistan. Combattenti nazionalisti curdi hanno iniziato a mobilitarsi in Siria e in Turchia, e le truppe turche sono state attaccate da loro. Il governo regionale del Kurdistan (KRG) ha iniziato a prendere misure più importanti, cosa che indica la sua indipendenza dall’Iraq.
In Iraq, il KRG è essenzialmente uno stato de facto con propri parlamento, bandiera, esercito, regime dei visti, forze armate, polizia e leggi. In violazione delle leggi nazionali irachene, il KRG ha anche fatto in proprio accordi illegali su armi e petrolio con i governi ed enti stranieri, senza nemmeno notificarli al governo di Baghdad. Inoltre, il KRG ha addirittura impedito alle truppe irachene di recarsi nel confine iracheno di nord-ovest con la Siria, per assicurarsi la fine del contrabbando di armi e dell’illegalità. La Turchia, che mantiene stretti legami con il KRG, incoraggia anch’essa questo comportamento e ha anche trattato il KRG come governo nazionale, avendo contatti diplomatici senza consultare il governo iracheno di Baghdad. I capi del governo regionale del Kurdistan stanno anche permettendo che il loro paese sia utilizzato come base operativa del Mossad contro la Siria e l’Iran.
Ironia della sorte, la Turchia ha avvertito che ci vorrà un’azione militare contro i separatisti curdi in Siria, mentre Ankara sostiene le tendenze separatiste del KRG e la divisione della Siria. Oltre a creare tensioni tra i governi turco e iracheno, ciò ha avuto conseguenze in Turchia. Il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) ha iniziato a rimobilitarsi. Il PKK ha affermato che controlla il Distretto Semdinli (Semzinan) nella Provincia turca di Hakkari, e scontri sono scoppiati nel sud-est della Turchia. Le perdite hanno cominciato ad aumentare tra le truppe turche e le forze di sicurezza hanno iniziato ad affrontare attacchi. La legge marziale è stata dichiarata nella provincia di Hakkari, secondo la stampa turca. La Turchia stessa ora affronta lo scontro diretto con le forze antigovernative, mentre appare incapace di governare il proprio territorio. Un deputato del Partito Repubblicano del Popolo, dell’opposizione turca, è stato rapito dal PKK. Il primo ministro turco Erdogan ha cercato di incolpare la Siria per l’esplosione delle lotte nelle zone curde della Turchia, ma omette il fatto che le violenze in Turchia sono il risultato diretto delle interferenza turche in Siria. Se già non le hanno, le armi che Erdogan sta inviando in Siria, alla fine, troveranno la via del ritorno in Turchia, dove saranno utilizzate dalle forze antigovernative.

Gli obiettivi di Tel Aviv in Libano: un secondo fronte levantino è stato aperto?
Il caso dell’attacco al bus turistico israeliano in Bulgaria è inquietante, a dir poco. Ciò che colpisce dell’incidente, è che Israele ha incolpato immediatamente Hezbollah e l’Iran, nemmeno a un’ora dall’attacco, quando le indagini erano in corso. Ciò che  è degno di nota è che i funzionari, appena poche settimane prima, a Tel Aviv, minacciavano di attaccare di nuovo il Libano, dicendo che avrebbero distrutto totalmente il Libano in una terza guerra israelo-libanese. I commenti israeliani sono stati fatti dal brigadier-generale Hertzi Halevy, comandante della 91.ma Divisione di Tel Aviv, appena una settimana prima del sesto anniversario della vittoria di Hezbollah contro Israele nella guerra del 2006 tra Israele e Libano. Halévy e altri leader israeliani hanno ripetutamente minacciato di ridurre in cenere  il Libano, lanciando un attacco a tutto campo.
Gli alleati della Siria sono tutti sotto pressione in un ambiente da guerra multi-dimensionale. Iran, Russia, Libano, Iraq e palestinesi vengono messi sempre più sotto pressione, per abbandonare i loro alleati siriani. Le minacce israeliane mirano a mettere pressione psicologica su Libano e Hezbollah, utilizzando i media per espandere l’assedio politico, psicologico, economico, diplomatico e d’intelligence contro la Siria in Libano. Le sanzioni statunitensi contro la Siria stanno già investendo l’Iran ed Hezbollah, e le banche libanesi hanno dovuto affrontare attacchi informatici e le pressioni di Washington e dei suoi alleati.

Guardando l’orizzonte del futuro: arriva l’arco dell’instabilità degli USA?
L’assedio della Siria sponsorizzato dagli USA fa parte dei loro tentativi di dividere l’Eurasia e mantenere il loro primato mondiale da superpotenza. Washington non ha pietà per i suoi amici o i suoi nemici, paesi come la Turchia e l’Arabia Saudita alla fine saranno utilizzati come carne da cannone. Gli strateghi statunitensi vogliono che l’area che va dal Nord Africa e Medio Oriente al Caucaso, all’Asia centrale e all’India sia trasformata in un buco nero in guerra, nei “Balcani eurasiatici” à la Brzezinski.
Gli arabi, l’Iran e la Turchia sono sul bordo di un grande conflitto, perché gli Stati Uniti stanno perdendo il loro status di superpotenza. Tutto ciò che rimane dello status di superpotenza di Washington è la sua potenza militare. Verso la fine della sua vita relativamente breve, l’Unione Sovietica aveva solo la forza militare. L’Unione Sovietica aveva sperimentato le tensioni sociali ed era in declino economico, prima che sprofondasse. La situazione per gli Stati Uniti non è molto diversa, se non peggiore. Washington è spezzata, socialmente divisa, sta diventando razzialmente polarizzata, e la sua influenza internazionale è in rapido declino. Le élite USA, tuttavia, sono determinate a resistere a ciò che sempre più appare come la fine dello status di arrogante superpotenza del loro paese e del loro impero.
Incendiare l’Eurasia con la sovversione, sembra essere la risposta di Washington per impedire il proprio declino. Gli Stati Uniti prevedono di accendere un grande incendio dal Marocco e dal Mediterraneo fino ai confini della Cina. Questo processo è stato sostanzialmente iniziato dagli Stati Uniti attraverso la destabilizzazione di tre diverse regioni: Asia Centrale, Medio Oriente e Nord Africa. I primi passi che gli Stati Uniti e i loro alleati della NATO e arabi hanno fatto per fare ciò, non sono stati fatti in Siria. In Medio Oriente, questo processo è iniziato con l’assedio dell’Iraq, che alla fine ha portato all’invasione anglo-statunitense e all’occupazione del paese nel 2003. In Asia centrale, il processo avviato con la destabilizzazione dell’Afghanistan durante la Guerra Fredda, e il sostegno degli Stati Uniti alle lotte tra frazioni diverse, tra cui coloro che sarebbero diventati i talebani; il 9/11 ha soltanto dato agli Stati Uniti e ai loro alleati della NATO la possibilità di invaderla. In Nord Africa, infine, gli USA e Israele hanno balcanizzato il Sudan attraverso anni di pressioni e di operazioni segrete.
Nelle tre regioni di cui sopra, oggi vediamo la seconda ondata di destabilizzazione. In Asia centrale, la guerra in Afghanistan si è estesa in Pakistan, grazie alla NATO. Ciò ha dato modo al termine “AfPak” di descrivere l’Afghanistan e il Pakistan come un teatro. In Nord Africa, la Libia è stata attaccata nel 2011 dalla NATO, e la Jamahiriya è stata sostanzialmente divisa dai vari gruppi. In Medio Oriente, questa seconda ondata di operazioni di destabilizzazione mira alla Repubblica araba siriana,  in continuazione di ciò che è accaduto in Iraq. Washington sembra sognare questo scenario: le rivolte curde che si svolgono in Siria, Turchia, Iraq e Iran; le guerre civili settarie che consumano Iraq, Libano, Siria, Turchia e lo Yemen in fiamme; l’instabilità e la guerriglia in Algeria, Egitto, Libia, Pakistan e Sudan; berberi e arabi che si combattono l’un l’altro in tutto il Nord Africa, insicurezza e incertezza politica diffuse in Asia centrale, una guerra nel Caucaso meridionale che consuma Georgia, Armenia e Repubblica di Azerbaigian; rivolte innescate tra balcari, ceceni, circassi, daghestani, ingusci e altri popoli locali caucasici contro la Russia, nel Caucaso del Nord, il Golfo Persico zona di instabilità e la Russia ai ferri corti con l’Unione europea e la Turchia. Tale incendio viene costantemente alimentato da Washington. In definitiva, tutto questo è destinato a distruggere alcune delle rotte energetiche più importanti del mondo, per colpire i rifornimenti energetici delle economie della Cina, delle grandi potenze europee, dell’India, del Giappone e della Corea del Sud. Questo potrebbe costringere l’Unione europea a diventare più militarista, nella disperazione di salvare la sua economia.
Tale scenario potrebbe essere pericoloso per la Russia che fornisce energia, così come per gli stati dell’OPEC, che dovrebbero scegliere tra la UE e la Cina, se ci saranno carenze energetiche. Una guerra per le risorse – come la Prima Guerra Mondiale – potrebbe essere avviata portando alla rovina una gran parte dell’Africa e tutte le regioni industrializzate dell’Eurasia. Ciò accadrebbe mentre gli Stati Uniti resterebbero nell’emisfero occidentale, guardando da una distanza di sicurezza, proprio come hanno fatto durante la Prima Guerra Mondiale e la Seconda Guerra Mondiale, prima che passassero per raccogliere i pezzi, quali beneficiati economici di una guerra devastante.

Pluripremiato autore e analista geopolitico, Mahdi Darius Nazemroaya è autore di The Globalization of NATO (Clarity Press) e di un libro di prossima uscita The War on Libya and the Re-Colonization of Africa. Ha anche contribuito a diversi altri libri che vanno dalla critica culturale alle relazioni internazionali. È un sociologo e ricercatore associato presso il Centre for Research on Globalization (CRG), collaboratore presso la Strategic Culture Foundation (SCF) di Mosca e membro del Comitato Scientifico di Geopolitica, Italia. Ha anche affrontato le questioni del Medio Oriente e delle relazioni internazionali su diverse reti televisive, tra cui al-Jazeera, Telesur e RussiaToday. I suoi scritti sono stati tradotti in più di venti lingue. Nel 2011 è stato insignito del Primo Premio Nazionale del Circolo della Stampa messicano, per il suo lavoro nel giornalismo investigativo internazionale.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’asse Teheran-Damasco-Baghdad, a passo di carica

DeDefensa 26 luglio 2012

Nell’attualità, che nulla sembra indicare possa diventare sfavorevole al blocco BAO, nonostante l’evidenza e la documentazione che si accumulano sulla realtà della sua azione, al-Qaida non nasconde le sue ambizioni. Fondamentalmente, si tratta di formare uno “stato islamico”, una sorta di cuore da cui generare un califfato in ottime condizioni, composto da Siria e Iraq, il cui scopo sarebbe condurre una guerra risolutiva e spietata contro Israele e Iran, e liberare i palestinesi.
Questo programma è il “riassetto” del Medio Oriente, che dovrebbe fare appello a tutti i sostenitori della modernità del post-postmoderno blocco BAO, poiché essi stessi sono gli obiettivi principali di questa azione di sostegno ad al-Qaida, che sfocia nei “valori”, caratteri e regole tanto cari ai suddetti… Ecco perché possiamo descrivere questa modernità, come post-postmoderna.
Russia Today, il 26 luglio 2012, fornisce alcune indicazioni su queste ambizioni, dichiarazioni che le sostanziano, ecc., e anche attraverso un articolo del New York Times. “Un operativo iracheno di al-Qaida, ha ammesso che la sua organizzazione sta prendendo parte alla rivolta contro il presidente siriano Assad”. La rivelazione avviene durante la crescente evidenza che al-Qaida ha acquisito un punto d’appoggio in Siria. Abu Thuha, un 56enne operativo di al-Qaida, di Kirkuk nel nord dell’Iraq, descrive il grande piano dell’organizzazione islamista a un inviato iracheno de The New York Times. “Abbiamo esperienza, ora, avendo combattuto gli americani, e più esperienza ora, con la rivoluzione siriana”, ha osservato. “La nostra grande speranza è formare uno Stato Islamico siriano-iracheno per soli musulmani, e poi annunciare la nostra guerra contro Iran e Israele, e per la Palestina libera.”
• Nello stesso testo, abbiamo individuato le fonti dell’informazione del governo iracheno, che mostrano una forte consapevolezza dei progetti di al-Qaida e della minaccia che tali progetti comportano per l’Iraq e la Siria. L’ultima ondata di attentati in Iraq dimostra che al-Qaida tiene sott’occhio l’Iraq e non esiterà ad intervenire con la severità che è necessaria. I chiarimenti coinvolgono anche, comprensibilmente, una maggiore collaborazione tra il governo iracheno e il governo siriano, al punto che si può parlare di un’alleanza de facto. “Siamo al 100 per cento sicuri del coordinamento sulla sicurezza con le autorità siriane, che vogliono i nomi che noi abbiamo, e che sono gli stessi nomi ricercati che le autorità siriane cercano, specialmente negli ultimi tre mesi“, ha detto Izzat al-Shahbandar, un aiutante del primo ministro iracheno. “L’al-Qaida che opera in Iraq è la stessa che opera in Siria”. “Il ministro degli esteri iracheno Hoshyar Zebari ha anche notato che, mentre il paese nel decennio passato ha sofferto l’afflusso di operativi di al-Qaida provenienti dalla Siria, adesso tale flusso si è ora invertito. Abbiamo informazioni solide e intelligence secondo cui i membri della rete terroristica di al-Qaida sono andati in Siria”, ha detto ai giornalisti, a Baghdad, il 5 luglio. “La nostra principale preoccupazione, ad essere onesti con voi, riguarda le infiltrazioni di estremisti, gruppi terroristici, che si radicano nei paesi limitrofi.”
• Aggiungiamo a ciò, le notizie fresche dal nuovo “fronte” siro-iracheno, il rischio di un intervento iraniano, il primo del genere concernente l’annuncio che l’Iran interverrà in Siria se ci sarà un intervento straniero contro questo paese. (Potremmo credere che l’idea di un intervento in Siria, nelle stesse circostanze, non sia così lontana dalle menti della leadership irachena.) Abbiamo parlato di questo il 25 luglio 2012, rilevando la dichiarazione iraniana: “L’avvertimento lanciato dal generale iraniano Masoud Jazayeri, portavoce dello stato maggiore iraniano, sostanziano questo sviluppo” [Russia Today, 24 luglio 2012]: “Il regime del presidente Bashar al-Assad ha amici nella regione, pronti ‘ad attaccare’ in caso di intervento in Siria [...] Nessuno degli amici della Siria o del grande fronte della resistenza è ancora entrato in scena, e nel caso in cui questo accada, attacchi decisivi colpiranno il nemico, soprattutto gli odiati governanti arabi”, ha detto all’agenzia Fars il Gen. Masoud Jazayeri, portavoce dello Stato Maggiore congiunto del paese.” Possiamo quindi aggiungere Tehran, altro obiettivo dichiarato di al-Qaida, nell’alleanza stabilitasi saldamente tra Baghdad e Damasco. Ciò costituisce l’asse Damasco-Baghdad-Teheran che, con la crisi di Hormuz, completa perfettamente quello che abbiamo chiamato, il 23 luglio 2012, “diagonale della crisi” che mostra che gli eventi vanno così veloci, che hanno già superato l’ipotetica constatazione di questo testo… “La situazione nella regione considerata non è una crisi, ma tre crisi geograficamente allineate – una catena critica perfetta, sia a livello politico e strategico, che perfettamente geografico, con una diagonale che infila successivamente la crisi siriana, la crisi nello stretto di Hormuz (Golfo Persico) e la crisi iraniana; la crisi di Hormuz che collega le altre due, confermando così il modello già esposto di un “cambiamento strategico” (vedi 4, 12 e 26 gennaio, 2012). (La diagonale è completata dalla presenza dell’Iraq, la cui posizione politica ambigua, nella migliore delle ipotesi, più vicina all’Iran che agli Stati Uniti, completa aggravandola questa catena critica.)
Le notizie sopra elencate dimostrano che l’asse Damasco-Baghdad-Teheran diventa una necessità naturale della situazione creata da ciò  che, ora, è ampiamente considerata una spinta “espansionista” di al-Qaida, che si trova in pochi mesi nella posizione di giocatore importante nel conflitto in corso in Medio Oriente, e che già ora supera il conflitto in Siria, come abbiamo ampiamente visto qui. Questa analisi va incontro a quello che Lavrov ha detto pochi giorni fa, secondo cui ora ci sono tre giocatori in Siria: il governo di Assad, l’opposizione e al-Qaida, con la differenza, a vantaggio di essa, che l’”attore al-Qaida” è l’unico con una evidente ramificazione internazionale in Iraq. Questo dovrebbe spingere Damasco, ancora una volta quale necessità naturale, a cercare un’alleanza internazionale così chiara che le dia peso, e ciò deve ovviamente avvenire con il governo iracheno.
In questa logica, che si sta sviluppando sotto i nostri occhi, l’estensione della ramificazione internazionale Baghdad-Damasco si estende, proprio come una necessità naturale, verso Teheran, che viene designata da al-Qaida come il nemico da distruggere. Questa volta l’alleanza tra Teheran e Damasco non è del tipo che conosciamo, un’alleanza di convenienza piuttosto indiretta, derivante dal fatto che Siria e Iran sono minacciate in modi diversi e per motivi differenti, dalla stessa potenza (il blocco BAO); a questa alleanza di convenienza, perché può cambiare a seconda dell’evoluzione delle due crisi considerate, si sostituisce un’alleanza di necessità diretta, basata sull’opposizione alla stessa minaccia con, tra i due, l’Iraq che viene anche minacciato nello stesso modo, e dallo stesso “attore”. Ciò significa che la prospettiva di un asse Teheran-Damasco-Baghdad si presenta come una necessità, una necessità che deve essere rapidamente attuata. Questo dimostra ancora una volta la velocità e l’integrazione delle crisi di sicurezza in corso, come abbiamo considerato il 23 luglio 2012, che si effettuano con la crisi di Hormuz, che naturalmente si colloca nella diagonale così tracciata attraverso il Medio Oriente, dal Mediterraneo all’Oceano Indiano.
Finora, si tratta di pura logica… Vi aggiungeremo, in un poscritto diverso, l’una o l’altra situazione schizofrenica, che in realtà non è nuova, ma in evoluzione verso l’assurdo e l’incontrollabile .
• Che fare con Israele e cosa Israele farà, nemico giurato dell’Iran e nemico piuttosto d’obbligo della Siria, che si trova davanti alla prospettiva proclamata di al-Qaida che contempla uno stato islamico, il cui altro obiettivo è la distruzione Israele: la stessa minaccia pesa su Teheran e Tel Aviv, mentre Tel Aviv non sogna che di avere la pelle di Teheran, o meglio ancora, con Tel Aviv che addirittura è pronta ad unirsi alla crociata contro la Siria, per far piazza pulita… preparando il terreno ad al-Qaida, che vuole la sua distruzione? Stiamo inventando la schizofrenia poliedrica, in quanto vi sono diversi gruppi in gioco. Certo, “il caso della dissoluzione interna di Israele“, previsto il 25 luglio 2012, è anche collegato al cul-de-sac schizofrenico a cui conduce la politica della coppia Netanyahu-Barak.
• Postscript complementare al precedente: chiedere a Erdogan cosa ne pensa del nuovo asse Damasco-Baghdad-Teheran, mentre Assad offre generosamente ampie opportunità ai suoi curdi (10% della popolazione siriana), prontamente armati, d’intervenire a sostegno dei curdi della Turchia.
• Nel frattempo, il blocco BAO, dalla maestosa civiltà, continua ad allineare le eleganti incongruenze che immaginiamo coordinate per confermare l’impressione che manovra abilmente. Il 24 luglio Fabius, su TF1 annunciava, marziale, che l’impunità per Assad non è in questione, se Assad se ne va o, meglio, quando Assad se ne andrà (impunità che, nella sua grande saggezza, gli ha offerto in cambio della sua partenza volontaria la Lega araba finanziata dall’Arabia Saudita, eccetto l’Iraq che non si è associato alla risoluzione anti-siriano); Assad cadrà e la pagherà per i suoi crimini, aveva detto Fabius, in sostanza. Allora, il 25 luglio, la sua fidanzata Hillary, del dipartimento di Stato, ha annunciato che “non è troppo tardi” per il dopotutto-simpatico Assad, intraprendere la pianificazione del gruppo di transizione che dovrebbe succedergli, cosa che sarà molto utile; dopo di che, si impegnerà con Fabius, che si assicurerà che l’immortale iniziativa Badinter-Mitterrand sia tolta in questo caso, e che si liquidi Assad-il massacratore in nome della “comunità internazionale”.
Così mentre integra le crisi (vedi sopra), vi è l’integrazione delle capacità dei residenti dell’asilo BAO. Anche con un imbuto in testa, non mancano di coordinarsi molto elegantemente.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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