La politica estera della Russia in Medio Oriente: Siria e Iran come trampolini regionali

Andrew Korybko (USA) Oriental Review 31 marzo 2014
n00025105-b(1)Dall’inizio degli eventi della primavera araba nel 2011, la Russia è stata estremamente attiva in Medio Oriente. La regione ora comprende un importante vettore della strategia eurasiatica della Russia e l’adozione di una politica riuscita può impostare la fase per il futuro ritorno della Russia da attore globale. E’ quindi necessario esplorare la politica mediorientale della Russia in profondità, con particolare enfasi sulle questioni iraniana e siriana.

I limiti del Medio Oriente:
Per cominciare, il concetto di Medio Oriente deve essere definito prima di continuare nella ricerca.  Quando si evoca la regione, l’autore si propone di descrivere l’area compresa tra Turchia, Iran, penisola arabica ed Egitto (il ‘tradizionale’ Medio Oriente). Alcuni commentatori di politica estera, soprattutto statunitensi, sostengono la tesi di un “Grande Medio Oriente” che a volte espandono i confini indicati dall’autore includendo Africa araba, Caucaso, Asia centrale, Afghanistan e Pakistan.

Lo sviluppo storico delle relazioni regionali della Russia
L’era sovietica:
L’attuale politica della Russia ha parte delle sue radici nell’epoca sovietica. Pertanto, è necessario iniziare con una breve analisi storica degli sviluppi politici della Russia prima di affrontare lo stato attuale delle cose. Durante la Guerra Fredda, l’Unione Sovietica aveva rapporti cordiali con Iraq, Siria e Yemen del sud. Per un certo periodo i rapporti con l’Egitto furono molto fruttuosi con Nasser, ma questo percorso fu invertito da Sadat e l’Egitto si ‘capovolse’ dalla parte di statunitensi e israeliani.

L’era post-sovietica:
Il successivo periodo delle relazioni storiche si estende nel 1991-2003. All’inizio di questo periodo, l’Unione Sovietica acconsentì all’operazione Desert Storm degli USA. Tradendo il suo alleato mediorientale più vicino al momento, l’Iraq, indicando un esempio negativo ai suoi altri alleati nel mondo. Ciò indica il marciume politico interno dell’Unione Sovietica dell’epoca, mentre diveniva così instabile che non poté proiettare la sua precedente influenza sui suoi alleati del Patto di Varsavia, abbandonando i vecchi amici in Medio Oriente. Dopo la Guerra Fredda, la Russia  mantenne rapporti cordiali con l’Iraq e la Siria, anche se il suo rapporto con lo Yemen del Sud evaporò dopo la riunificazione con il Nord nel 1990 (e il tentativo di secessione del sud, fallito nel 1994). Per la maggior parte, i rapporti con il Medio Oriente erano a un punto morto. La Russia  dovette stabilizzarsi entro i propri confini, prima di proiettare influenza all’estero. Ciò non avvenne che nel periodo successivo delle relazioni.

Tra la guerra in Iraq e la primavera araba:
Il 2003-2011 segna il terzo periodo dell’impegno russo in Medio Oriente. La Russia espresse la sua forte opposizione alla guerra statunitense in Iraq, non avvallandola. La caduta del governo di Saddam Hussein rimosse ufficialmente l’ancoraggio politico della Russia per poi farne il trampolino di lancio per la futura interazione con la regione. La posizione geostrategica dell’Iraq è fondamentale nella pianificazione politica sovietica e futura russa, quindi l’occupazione militare statunitense del Paese ha danneggiato gli interessi a lungo termine russi. Poco dopo gli Stati Uniti iniziarono a brandire la retorica militante contro l’Iran, apparentemente con il pretesto che il programma nucleare iraniano fosse davvero una copertura del programma per armi nucleari. La Russia aiutò decisamente l’Iran, un Paese con il quale ebbe pochissimi contatti diplomatici fin dal periodo imperiale russo. Era assolutamente contraria ad ogni tipo di attacco militare contro l’Iran e dichiarò il suo sostegno ai programmi civili nucleari che vi sviluppa congiuntamente.

I benefici della cooperazione strategica iraniana:
L’impegno diplomatico con l’Iran fu una mossa strategica per compensare la “perdita” dell’Iraq e per  preparare il terreno alla futura spinta estera russa nella regione. L’Iran, storicamente egemone nella regione, apparve da quel momento in ripresa. Anche se pressato dalle forze militari statunitensi a oriente ed occidente, la nazione aveva ancora un forte soft power e una presenza discreta in Medio Oriente. Nel caso in questione, organizzazioni simpatizzati e affiliate iraniane in Iraq andarono al potere a Baghdad, comportando la situazione attuale in cui l’Iraq viene criticato da certi osservatori occidentali quale Stato fantoccio dell’Iran. L’influenza dell’Iran su Hezbollah, arcinemico d’Israele, si estende anche al vasto ambito regionale del Medio Oriente. Pertanto, difendendo il programma nucleare civile dell’Iran e facendo diplomaticamente tutto ciò che è in suo potere per evitare un attacco militare occidentale contro il Paese, la Russia ha stabilito una forte relazione strategica con la potenza emergente. Questo poi comportò un nuovo sviluppo della cooperazione durante la crisi siriana, con Mosca e Teheran che sostengono unitamente Damasco.
Schierandosi con l’Iran, già descritto in crescita regionale, la Russia ottiene forti implicazioni strategiche in Medio Oriente. Poiché l’Iran è diplomaticamente isolato dall’occidente, la Russia vi  vede l’occasione per un’interazione positiva. Oltre alla Cina (con cui la Russia ha una partnership strategica), non c’è concorrenza con altre grandi potenze a favore dell’Iran. Da allora Iran e Russia hanno notevolmente rafforzato i loro rapporti, negli ultimi dieci anni, e forgiato legami ancora più stretti sulla questione siriana, venendo descritti come stretti alleati strategici in Medio Oriente. Ciò comporta importanti benefici per la Russia, soprattutto in attesa del successo (vittoria pro-governativa) nella conclusione della crisi siriana. L’Iran sarà una potenza egemone regionale a quel punto, e la Russia continuerà a sostenerlo in contrasto alle monarchie del Golfo filo-statunitensi.  Un Iran regionalmente radicato vicino alla Russia potrebbe anche aprire le porte ad ulteriori attività diplomatiche ed economiche russe in Medio Oriente, in particolare nelle regioni dove l’influenza di Teheran è forte. Così, Russia e Iran coopererebbero nel ridisegnare la geopolitica del Medio Oriente, facendone delle potenze pseudo-revisioniste. La caratterizzazione ‘revisionista’ non è intesa in senso negativo ma soltanto in relazione al fatto che entrambe le potenze vogliono rivedere l’equilibrio di potere regionale costruito dagli USA attualmente in vigore (e indebolito).

Il rapporto storico con la Siria:
La Siria ha sempre avuto un rapporto speciale con la Russia, fin dai tempi dell’Unione Sovietica. Il partito Ba’ath ha radici socialiste, e di conseguenza, ha stabilito un rapporto di amicizia con l’URSS durante la guerra fredda. Relazioni così profonde da permettere la costruzione della struttura navale di Tartus, finora sola base navale estera della Russia. Ma le considerazioni militari non sono le sole alla base dell’amicizia tra i due Stati. Hafiz Assad coltivò i contatti con Mosca durante il periodo sovietico, e anche se l’URSS si disintegrò e la vecchia guardia del partito comunista venne rimossa, Assad continuava a vincere le elezioni e a rimanere il presidente della Siria. Ciò permise la continuità dei rapporti tessuti tra Mosca e Damasco, visto che lo stesso decisore governava la Siria dalla metà della Guerra Fredda fino al 2000, mentre allo stesso tempo la Russia era in preda della destabilizzazione economica e sociale nazionale. L’ancoraggio diplomatico della famiglia Assad fu fondamentale nel portare le relazioni sovietico-siriane verso le nuove relazioni russo-siriane. La Siria è stata anche l’unico alleato coerente della Russia in Medio Oriente. Mentre Saddam venne rimosso dal potere dagli Stati Uniti e poi giustiziato, e la cooperazione con l’Iran è solo relativamente nuova nelle relazioni della Russia. La Siria è sempre stato un amico della Russia e viceversa, rendendo l’attuale cooperazione e supporto di Mosca a Damasco uno sviluppo organico. Così, la Siria ha sempre mantenuto una posizione di rilievo nella pianificazione politica in Medio Oriente, anche se Mosca fu purtroppo ostacolata dall’instabilità nazionale nell’interagire correttamente a lungo termine con il suo partner.

I principi guida della politica mediorientale moderna della Russia:
Nel loro insieme, l’Iran e la Siria sono i punti focali della politica in Medio Oriente della Russia dall’inizio degli eventi della primavera araba. Il periodo dal 2011 ad oggi segna la nuova era della politica estera mediorientale della Russia, che potrebbe essere ancor più importante per la Russia riguardo la regione. E’ quindi utile affrontare tre temi di fondo che ne determinano il comportamento:
1) La Russia capisce che il sentimento popolare (o la sua percezione) può esplodere contro qualsiasi governo, a prescindere dalla legittimità. Questo sentimento è accettato, ma l’estremismo politico (l’Islam fondamentalista), il cambiamento radicale (cambio improvviso e radicale dei governi, con le “rivoluzioni” eterodirette), e l’insurrezione armata contro le autorità, non lo sono.
2) Come in tutti i Paesi, la Russia lotta per dare un senso e adattarsi ai processi di trasformazione (che siano endemici o eterodiretti è un punto controverso di tale tema), che sferzano la regione. Doveva ‘seguire il flusso’ e regolarsi nuovamente seguendo le dinamiche del cambiamento, così come prevedere il futuro corso degli eventi e le azioni di attori esteri (cioè NATO, Stati Uniti).
3) La Russia si oppone costantemente a qualsiasi coinvolgimento militare regionale (non richiesto). E’ categoricamente contraria a che Stati Uniti e altre potenze occidentali (NATO) intervengano militarmente nella regione. Dopo aver appreso la lezione della manipolazione occidentale della UNSC 1973, la Russia s’è impegnata ad impedire che tale scenario si ripeta in Siria. Questo punto è particolarmente importante in quanto spiega l’approccio della Russia verso il coinvolgimento dell’Iran in Siria e l’assenza di critiche sull’intervento saudita in Bahrain (attori regionali il cui sostegno è stato richiesto).

Considerazioni umanitarie:
Oltre a calcoli geopolitici e amicizie governative stabiliti, la politica della Russia nei confronti della Siria si basa anche su considerazioni umanitarie. Anche se Putin parla dei russi vittime dell’estremismo politico in Ucraina, in una recente dichiarazione, si comprende che la Russia è contro ogni tipo di estremismo politico nel mondo, vedendolo come violazione dei diritti umani di chi non vi si assoggetta. In questo contesto, l’opposizione della Russia ai gruppi terroristici che operano in Siria e il rafforzamento del sostegno al governo legittimo, non solo evitano che il terrorismo attecchisca nei pressi del Caucaso settentrionale, ma anche tutelano la dignità e la vita sociale dei siriani.

Russia come attore conservatore:
La Russia dimostra anche si essere un attore conservatore nelle relazioni internazionali, con la sua politica in Siria. Mosca è contro l’avanzata di violenti attori non statali (ANS) che potrebbero costituire una minaccia per la struttura esistente delle relazioni internazionali. Per dirla in modo teorico, la Russia è un attore realista che non vuole che il modello liberale prevalga. Non è che si rifiuta di riconoscere l’importanza degli ANS (Gazprom è un forte attore degli interessi russi, e ANS pacifiche hanno sostenuto le mire strategiche della Russia in Crimea), ma comprende che la diffusione illimitata di queste entità può portare a crescenti esplosioni di violenza e terrorismo, come in Siria e precedentemente in Cecenia.

Il significato di Derzhavnost:
Infine, si può intuire che la Russia preferisce implicitamente trattare con Stati dai forti governi centrali. ‘Derzhavnost‘ (Stato forte) è la chiave di volta dell’ideologia politica interna de-facto statualista prevalente in Russia dall’ascesa di Putin nel 2000. Con ciò in mente, il forte governo della Siria sembra quasi il precursore del modello di derzhavnost attualmente in vigore in Russia.  Così, i due Stati, a livello governativo, hanno un modello simile d’impegno verso i loro cittadini.  Nessuno di loro potrebbe essere definito Stato liberal-democratico occidentale e, come è noto, non è  detto che tale tipo di Stato funzioni correttamente quando viene militarmente (o occultamente  tramite le rivoluzioni colorate) esportato in Paesi che non mai storicamente furono guidati in tale modo. Chiudendo su questo tema, gli Stati forti valutano seriamente la sovranità statale, principio guida ufficiale della politica Estera russa. Ciò porta Siria e Russia ad avvicinarsi ancora di più a livello ideologico di quanto sarebbe evidente a prima vista.

L’importanza di una vittoria del governo per trasformare il Medio Oriente:
La crisi siriana e la sua risoluzione (in qualunque modo) potrebbe forse essere uno degli eventi più decisivi nella storia del Medio Oriente nell’ultimo secolo. La Russia ha puntato la sua intera reputazione regionale (e forse globale) sul sostegno al governo siriano. E’ già stato spiegato il motivo per cui la Russia ha preso questa decisione, ma “in un modo o l’altro” la scelta della Russia può essere considerata una scommessa. Può finire molto bene o molto male per la visione regionale della Russia. Russia, Iran e Siria sono ovviamente a favore della vittoria del governo, e questo scenario sarà quindi esplorato in questa sezione. In questa ‘futura memoria’, ordine e stabilità vengono ripristinati in Siria e Medio Oriente. Gli omicidi settari commessi dagli insorti filo-occidentali e i loro innumerevoli attacchi terroristici sarebbero fermati. Ciò migliorerebbe la situazione umanitaria nel Paese e permetterebbe alla Siria di lavorare alla ricostruzione con l’aiuto degli alleati, che soprattutto e sicuramente includerebbe la Russia. La vittoria filo-governativa sarebbe anche una grande sconfitta di Stati Uniti, Turchia, Israele, alcuni Stati membri dell’UE (Francia, Regno Unito) e monarchie del Golfo che sostenevano i combattenti antigovernativi. Segnerebbe ufficialmente la morte del neo-ottomanesimo della Turchia, e il ‘regalo d’addio’ (della crisi siriana) che gli Stati Uniti lascerebbero in eredità alla regione prima del Pivot in Asia, verrebbe decisamente respinto. La politica estera della Russia sarà vista come un successo, e la fedeltà all’alleata Siria sarà evidente a tutti. Ciò promuoverebbe soft power e diplomazia della Russia non solo nella regione, ma nel mondo. Dopo tutto, l’intervento diplomatico della Russia ha già scongiurato un attacco statunitense alla Siria, che in conclusione comporterà la sconfitta dei ribelli filo-occidentali; quindi la sua positiva reputazione diplomatica sarà consolidata. La Russia indicherà  ufficialmente di essere ritornata in Medio Oriente come attore importante e di essere più forte di quanto non lo sia mai stata in questa regione durante il periodo sovietico. Siria, Iran e Iraq saranno  uniti nell’asse strategico influenzato dalla guida di Teheran. Dato che Russia e Iran sono stretti partner, questo blocco sarà filo-russo e aiuterà Mosca a stabilire un punto d’appoggio in un Medio Oriente già dominato dagli USA. Questi tre Stati potranno perseguire i loro piani per un gasdotto Iran-Iraq-Siria la cui idea avrebbe spinto attori esteri a destabilizzare la Siria, in primo luogo. Tale piano può cambiare radicalmente la geopolitica del mercato mondiale del gas e far uscire l’Iran e i suoi partner dall’isolamento internazionale imposto dagli occidentali. Inoltre, offre anche la prospettiva di un futuro ‘OPEC del gas’ tra Russia e Iran (due dei maggiori fornitori della risorsa) e va da sé quanto sarebbe fondamentale tale misura.
Dovrebbe ormai essere evidente a tutti gli osservatori esterni che la Russia ha fortemente investito sul risultato della crisi siriana. Gli interessi della Russia sono guidati da storia, considerazioni umanitarie e pragmatismo. Mosca, sostenendo lealmente e costantemente Damasco, ha fatto notare la propria politica estera regionale. Il sostegno del programma energetico nucleare iraniano è stato significativo, ma non ha lo stesso peso in Medio Oriente del coinvolgimento politico russo nel caso siriano. La Russia ha sempre avuto contatti di un certo livello con i suoi partner in Medio Oriente, ma solo con gli avvenimenti della primavera araba e il loro sconfinamento nella storica alleata Siria che la Russia ha rimediato con il suo impegno. Ha raggiunto il suo rapporto recente con l’Iran al fine di moltiplicare l’efficacia delle proprie attività in sostegno dei siriani. Dopo la vittoria filo-governativa in Siria, su cui punta, la Russia potrà usare i successi diplomatici siriani e iraniani come  trampolino di lancio per le future proiezioni del proprio soft power nella regione. Ciò può portare alla ritirata dell’ex-sovranità statunitense in Medio Oriente e al chiaro cambio dell’architettura della sicurezza regionale.

640x392_46533_210418Andrew Korybko è master statunitense presso l’Università Statale di Mosca per le Relazioni Internazionali (MGIMO).

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La guerra in Iraq s’intensifica

Pjotr Lvov New Oriental Outlook. 10/02/2014

580163Il 5 febbraio la protetta “zona verde” di Baghdad è stata scossa da quattro esplosioni. Almeno 33 persone sono state uccise e diverse decine ferite. Due autobombe sono esplose nei pressi del ministero degli Esteri iracheno. Un’altra esplosione, eseguita da un kamikaze, avveniva all’ingresso della “zona verde”, la quarta esplosione si ebbe in un ristorante nella zona urbana popolare. Negli ultimi mesi la sicurezza in Iraq s’è deteriorata rapidamente. Secondo il ministero della Sanità iracheno, più di mille persone sono state uccise negli attentati di gennaio di quest’anno. Tra cui 795 civili, 122 soldati e 96 poliziotti, inoltre più di 2 mila persone sono rimaste ferite. Se questi numeri vengono confrontati con quelli del gennaio dello scorso anno, il numero delle vittime è triplicato. Il primo ministro iracheno Nuri al-Maliqi, nel suo ultimo discorso televisivo, ha detto che “la lotta contro il terrorismo continuerà.” “Tutti coloro che sostengono il terrorismo saranno un obiettivo delle forze di sicurezza”, ha detto il capo del governo iracheno. “La comunità internazionale deve adottare una chiara posizione nei confronti di Paesi ed organizzazioni che sostengono gli estremisti, e costringerli a sospenderne il sostegno finanziario e politico”, ha detto alludendo ad Arabia Saudita e agli Stati del Consiglio di cooperazione del Golfo.
Il 30 gennaio un gruppo di militanti, durante il tentativo di occupare il ministero dei Trasporti, ha preso diverse decine di ostaggi, alcuni di loro furono uccisi durante l’operazione di salvataggio. Il giorno successivo, 31 gennaio, i terroristi eseguivano un attacco missilistico contro l’aeroporto internazionale di Baghdad. Secondo le forze dell’ordine locali, 3 razzi furono lanciati nell’attacco. Uno esplose sulla pista, il secondo colpì un aereo, il terzo esplose oltre il perimetro dell’aeroporto. E tutto ciò accade durante la grande operazione militare nella provincia di Anbar, roccaforte delle organizzazioni estremiste sunnite. L’operazione che coinvolge blindati, aerei e artiglieria pesante, è iniziata il 23 dicembre. Tuttavia, i militanti sono riusciti a combattere uccidendo il maggior-generale Muhammad al-Qarawi, insieme ad altri 17 ufficiali della 7° Divisione, spina dorsale delle truppe irachene coinvolte nell’eliminazione dei focolai di terrorismo. Questa serie di omicidi ha innescato un’altra grande operazione contro le basi e le linee di rifornimento dei terroristi nella valle di Horan. Gli scontri sono in corso tra Ramadi e il confine siriano, dato che questo spazio è infiltrato da centinaia di estremisti provenienti dalla Siria, dello Stato Islamico dell’Iraq e Levante e di al-Qaida. Per mutare la situazione il tenente-generale Rashid Falih è stato nominato comandante dell’operazione nella provincia di Anbar, il 20 gennaio, sostituendo il generale Abdul Aziz, che ha dovuto dimettersi per problemi di salute. Il generale Falih dovrebbe essere uno dei comandanti militari più risoluti dell’Iraq. La sua nomina è legata all’intenzione delle autorità irachene di porre la situazione sotto controllo il più rapidamente possibile. Ma i risultati non sono stati troppo convincenti, dato che i militanti delle organizzazioni hanno riconquistato le città di Ramadi e Falluja. In tale situazione, gli Stati Uniti hanno subito inviato dei droni all’aeronautica irachena, per poter lanciare attacchi aerei contro le basi degli islamisti. Tuttavia, segnali di un miglioramento ancora non si vedono. Secondo alcune fonti, l’Iran potrebbe assegnare operatori dall’Islamic Revolutionary Guard Corps per spezzare lo stallo a favore di Baghdad. Finora, gli iracheni hanno cercato di combattere da soli, senza l’assistenza militare diretta di Teheran. Tuttavia, mentre la data delle elezioni parlamentari si avvicina, le autorità irachene possono così ricorrere all’assistenza estera, dato che i gruppi terroristici sunniti sono finanziati e armati dall’estero, soprattutto dalle monarchie conservatrici del Golfo.
La situazione in Iraq appare il tentativo dell’asse wahhabita-sunnita guidato da Riyadh di approfittare della situazione difficile in questo Paese arabo, per fomentarvi lo scontro regionale sunnita-sciita. Ciò metterà a rischio le iniziative di pace siriane permettendogli d’interrompere il riavvicinamento USA-Teheran. Il clan regnante dell’Arabia Saudita non vuole perdere la posizione di principale partner strategico regionale di Washington, ricorrendo a qualsiasi mezzo, anche alle provocazioni, pur di salvaguardarsi il posto privilegiato nei giochi regionali degli Stati Uniti.  Soprattutto, dobbiamo considerare il fatto che necessiteranno all’Iraq 5-7 anni per riportare le esportazioni di petrolio a 8-9 Mbg, al livello delle esportazioni dell’Arabia Saudita, mentre l’Iran potrà aumentarle a 3-3,5 Mbg. Così potranno sostituire il regno wahhabita quale primo esportatore di petrolio del Medio Oriente, riducendone notevolmente l’attrattiva presso il mondo occidentale. Ora, molto dipende da ciò che la Casa Bianca farà: potrà comprendere l’inevitabilità del prossimo passaggio verso l’Iran, l’Iraq e la “mezzaluna sciita” in generale, o sosterrà ancora ostinatamente i decrepiti governanti dell’Arabia Saudita.

Pjotr Lvov, PhD in Scienze Politiche, in esclusiva per la rivista online New Oriental Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia e la politica mediorientale: successo e crescente prestigio

Andrej Akulov, Strategic Culture Foundation, 21.11.2013

russia-egypt La Russia risorgente s’impone nel Medio Oriente come grande e importante attore internazionale.  La recente diplomazia che ha evitato l’attacco degli Stati Uniti contro la Siria, sottolinea la misura in cui il sostegno costante di Mosca al suo ultimo alleato arabo abbia contribuito a consolidare il suo ruolo. Il presidente russo Vladimir Putin è emerso come il leader mondiale con la sola maggiore influenza sulla conseguenza di una guerra furiosa che minacciava la stabilità della regione. Nel frattempo nuove alleanze si raggiungono e vecchie amicizie rivivono con Paesi da tempo considerati satelliti nella sfera d’influenza occidentale, soprattutto degli USA. Egitto, Giordania e Iraq esplorano legami più stretti con Mosca nel momento in cui l’amministrazione Obama non riesce ad avere una chiara politica regionale.

Iraq
Il 16 ottobre l’alto consulente per i media del primo ministro iracheno Nuri al-Maliqi ha detto che Baghdad aveva iniziato a ricevere armi dalla Russia, nell’ambito del storico accordo da 4,3 miliardi di dollari firmato l’anno scorso, ma poi messo da parte tra accuse di corruzione. Dopo una revisione  Baghdad ha infine deciso di mantenere l’accordo. La Russia diventa il secondo maggiore fornitore di armi all’Iraq dopo gli Stati Uniti, annunciandone il ritorno nel lucroso mercato mediorientale. Funzionari iracheni hanno annunciato, all’inizio dell’anno, che Baghdad aveva annullato il contratto a causa di accuse di corruzione non esplicitate. “Abbiamo davvero avuto sospetti su questo contratto“, dichiarava il consigliere mediatico del governo iracheno Ali al-Musawi alla russa RT. “Ma alla fine l’accordo è stato firmato. Attualmente abbiamo avviato il processo d’implementazione di una delle fasi di quest’accordo.”(1) Tra gli acquisti vi sono 40 elicotteri d’attacco MI-35 e Mi-28NE (4 aeromobili aggiunti come bonus per l’accordo molto redditizio), e 42 sistemi missilistici superficie-aria Pantsir-S1. Nel caso degli elicotteri, i 40 giustificano la creazione di un centro servizi di assistenza per gli elicotteri su suolo iracheno. Ulteriori discussioni si sono svolte sull’eventuale acquisizione di MiG-29 e veicoli corazzati pesanti, oltre ad altre armi. Musawi ha detto che l’Iraq è soprattutto interessato ad acquisire gli elicotteri che potrebbero essere utilizzati per combattere i ribelli sospettati di compiere gli attentati nel Paese devastato dalla guerra. Aleksandr Mikheev, vicedirettore generale dell’azienda statale russa per l’esportazione di armi, Rosoboronexport, ha detto a fine giugno che il contratto sugli elicotteri copre anche l’addestramento di piloti e tecnici e la fornitura dei sistemi d’arma essenziali. Questo è il primo contratto con l’Iraq nel quadro dell’accordo, ha aggiunto. (2)
Alla fine del mese scorso è stato riferito che il governo regionale del Kurdistan settentrionale aveva ordinato 14 elicotteri leggeri dalla MD Helicopters statunitense, formalmente per le forze di sicurezza locali e per le emergenze mediche. Presumibilmente i velivoli ad ala rotante entreranno nell’arsenale delle formazioni armate dei Peshmerga. A differenza del caso degli Stati Uniti, Baghdad non può preoccuparsi di Mosca, la cooperazione militare con i curdi iracheni non è all’ordine del giorno. Washington vede anche con disapprovazione i contatti dell’Iraq con l’Iran, mentre l’Iraq si sentiva trascurato quando le sue proposte di pace per una gestione pacifica del conflitto siriano furono ignorate da Washington. Il primo ministro iracheno ha presentato un piano particolareggiato questo agosto, senza alcuna risposta dagli Stati Uniti. Il primo ministro iracheno Nuri al-Maliqi ha fatto due viaggi a Mosca, lo scorso anno, e nessuno negli Stati Uniti.

Giordania
Secondo l’agenzia RIA-Novosti, il 15 novembre un funzionario dell’azienda statale per l’esportazione di armi della Russia, Rosoboronexport, ha detto che la Giordania è interessata ad assemblare localmente elicotteri e sistemi missilistici anticarro di concezione russa. “I nostri colleghi giordani hanno mostrato interesse a creare un impianto d’assemblaggio nazionale per i sistemi missilistici anticarro portatili Kornet e diversi tipi di elicotteri“, ha detto Mikhail Zavalij, capo della delegazione della Rosoboronexport al Dubai Air Show 2013. Il sistema russo Kornet-E, prodotto per l’esportazione, ha una gittata massima di 5500 metri e un sistema di puntamento laser semi-automatico combinato a un visore termico. Il sistema, armato con missili che utilizzano due testate a carica cava, è altamente efficace contro i carri armati con corazza reattiva o esplosiva, nonché contro edifici fortificati ed elicotteri. Nel maggio di quest’anno, la Giordania ha già avviato la produzione su licenza dei lanciarazzi portatili di concezione russa RPG-32 Nashab, che secondo Jordan Times (3) sono superiori ai lanciarazzi attualmente utilizzati dalle forze armate giordane. La produzione di armi della Giordania rientra in una joint venture con la Russia. L’impianto che produce i lanciarazzi RPG-32, Hashim, si trova a circa 20 chilometri a nord-est della capitale Amman. E’ stato costruito e attrezzato dai giordani, mentre Rosoboronexport ha fornito i componenti per l’assemblaggio dei lanciagranate e ne supervisiona il processo di produzione. (4)
Il 25 ottobre la Giordania ha annunciato di aver scelto l’azienda statale russa Rosatom quale primo contraente per la costruzione di due centrali nucleari da 1000 megawatt (MW) nei pressi di Qusayr Amra, circa 60 chilometri a nordest di Amman, ai margini del deserto settentrionale, entro il 2022. Nell’ambito della decisione, il governo e la società russa sono entrati in trattative sui prezzi per l’energia elettrica, al fine di raggiungere un accordo finale e avviare la costruzione dei reattori entro il 2015. Funzionari dell’azienda energetica hanno indicato l’affidabilità e la sicurezza tecnologica dei reattori AES92 VVER-1000 della società tra i principali vantaggi dell’offerta russa, che ha battuto la rosa dei candidati composta dall’azienda francese Areva, con il suo reattore sperimentale ATMEA1 e dal reattore CANDU della canadese AECL. Senza dubbio gli accordi finanziari vi hanno svolto un ruolo importante. Nella proposta, la Rosatom ha accettato di farsi carico del 49 per cento del costo di 10 miliardi di dollari per la costruzione e l’esercizio degli impianti, detenendone la proprietà, e il governo che si fa carico del restante 51 per cento mantenendo la quota di maggioranza dell’impianto. La proposta rispecchia un accordo analogo stipulato da Rosatom e dalla Turchia nel 2010, in base al quale la società costruiva i quattro reattori da 1000 MW per 20 miliardi di dollari. I funzionari dicono che l’accordo si propone di contribuire a raggiungere l’indipendenza energetica della Giordania, che importa circa il 97 per cento del proprio fabbisogno energetico con un costo pari a oltre un quinto del prodotto interno lordo, stabilizzando un’industria colpita dalle interruzioni del gas egiziano. La Giordania è diventata il terzo Stato arabo a volere il nucleare civile, dopo gli Emirati Arabi Uniti che avviano la costruzione di quattro reattori da 5600 MW di potenza entro il 2020 e l’Egitto che riaffermava, all’inizio di questo mese, i suoi piani per costruire un reattore da 1000 MW entro la fine del decennio. (5)
Il 15 novembre Sua Maestà Re Abdullah e il ministro dell’Agricoltura russo Nikolaj Fjodorov sottolineavano l’impegno a rafforzare la cooperazione tra i due Paesi e a coordinarsi e consultarsi sui vari temi regionali d’interesse comune. In una riunione con la delegazione che l’accompagnava, il re aveva evidenziato le prospettive della cooperazione e i mezzi per il loro sviluppo nei diversi settori, principalmente agricoltura, turismo, trasporti ed energia, nonché in campo economico. Il ministro co-presiede le riunioni congiunte giordano-russe della Commissione intergovernativa di Amman. Fjodorov ha affermato l’impegno della Russia a rafforzare le sue relazioni con il Regno e a mantenere il coordinamento su tutte le questioni di mutuo interesse, sottolineando la volontà della Russia di sostenere la Giordania nei settori dell’energia, dei trasporti, dell’agricoltura, del turismo e delle costruzioni. Commentando gli accordi con il regno, il funzionario russo ha espresso apprezzamento per i progressi della Giordania nei vari settori e ha elogiato la posizione del regno sulle diverse questioni regionali e gli sforzi di Sua Maestà nel promuovere la pace e la stabilità. Durante la visita del presidente russo Vladimir Putin nello scorso anno, la Giordania e la Russia firmarono un accordo per la costituzione di un comitato congiunto giordano-russo per attivare la cooperazione. I due Paesi sono anche vincolati da numerosi accordi di cooperazione economica.  I funzionari giordani hanno condotto negoziati con la delegazione russa presso il ministero della Pianificazione e Cooperazione Internazionale, e deciso di formare un comitato economico congiunto per rafforzare la cooperazione commerciale e gli investimenti tra i due Paesi. Saif ha detto ai giornalisti, dopo la riunione, che la Giordania e la Russia hanno firmato un memorandum d’intesa nel settore del nucleare, aggiungendo che una delegazione ufficiale giordana visiterà Mosca all’inizio del prossimo anno. Il ministro russo ha indicato che le due parti hanno inoltre convenuto di aumentare l’afflusso di turisti russi per motivi religiosi e sanitari. 8 anni fa, il Presidente Putin si disse dispiaciuto che il commercio bilaterale fosse modesto, poco oltre i 50 milioni di dollari, poi  cresciuto fino a 426, 5 milioni di dollari nel 2012.

Egitto
I ministri degli Esteri e della Difesa russi Sergej Lavrov e Sergej Shojgu hanno visitato l’Egitto il 13-15 novembre per discutere “sullo spettro completo” dei legami tra i due Paesi, tra cui la “cooperazione tecnico-militare”. Il Presidente Putin dovrebbe visitare l’Egitto molto presto. I colloqui hanno rivelato che l’Egitto cerca di acquisire aerei da combattimento, sistemi di difesa aerea e missili anticarro, con 24 caccia MiG-29M2 in cima agli interessi, assieme ai sistemi di difesa missilistici terra-aria a breve raggio e a medio raggio russi Buk-M2, Tor-M2 e Pantsir-S1.
Il mese scorso gli Stati Uniti congelarono una parte considerevole del pacchetto di aiuti annuale da 1,5 miliardi di dollari, in segno di scontento per i lenti progressi dell’Egitto verso la democrazia. Il passo fu seguito dalla sospensione della consegna di quattro jet da combattimento F-16 e dall’annullamento delle esercitazioni militari biennali USA-egiziane. In Egitto, dove il governo sostenuto dai militari ha accusato Washington di simpatia verso la Fratellanza musulmana, alcuni manifestanti hanno salutato Putin quale potenziale contrappeso diplomatico agli Stati Uniti. I manifestanti pro-militari hanno anche tracciato un parallelo tra l’ex agente del KGB e il loro leader: durante una protesta a luglio, nella città di Alessandria, i manifestanti pro-militari esibirono un grande poster del presidente russo in uniforme della marina accanto a quella del comandante dell’esercito Abdel Fatah al-Sisi, recante la scritta “Bye bye, America!”
La svolta avviata sulla Siria dalla Russia è seguita da una serie di tangibili successi politici in Medio Oriente. Senza dubbio si tratta del coronamento della leadership russa, il Paese è fortemente in arretrato nella regione, ma la sua influenza cresce a passi da gigante, mentre gli Stati Uniti  subiscono essendosi smarriti nel labirinto regionale della sovrapposizione di problemi e complessità. Nessun appello a rivivere la concorrenza dei giorni della Guerra Fredda, ma al contrario alla comune ricerca che comporti solidi benefici per tutti. L’iniziativa sulla Siria ha dimostrato la possibilità e l’opportunità di questo approccio.

EGYPT-RUSSIA-DIPLOMACY
Note:
1) RussiaToday
2) RIAN
3) Jordan Times
4) RIAN
5) Jordan Times

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La CNN fabbrica le notizie sulla Siria

Anderson Cooper della CNN è stato scoperto fabbricare false notizie sulla Siria per giustificare l’intervento militare
JG Vibes, Intellihub, 30 agosto 2013

Roadside_mural_of_Bashar_al_Assad_along_the_Damascus-Aleppo_highwayIl principale “testimone” che i media mainstream usano come fonte sulla Siria è stato colto a fabbricare notizie false. I recenti video dimostrano che “Danny il siriano”, il presunto attivista che accattona l’intervento militare sulla CNN, è in realtà solo un attore e un bugiardo a pagamento. Mentre Assad è sicuramente un capo di Stato tirannico, l’invasione statunitense del Paese è lo scenario peggiore per il suo popolo. Facendo notare che i media mainstream orchestrano la loro copertura di questi eventi, non neghiamo che ci siano stragi e violenze in Siria in questo momento. Tuttavia, dimostriamo che la versione corrente dei media principali sugli eventi, viene scritta e inscenata in modo propagandistico. Il video seguente mostra le contraddizioni durante la trasmissione, dove si chiede ai membri della troupe di “tenere pronti i suoni della sparatoria”, per la videoconferenza con Anderson Cooper, sulla CNN.

“Danny il siriano” è anche apparso in numerosi altri notiziari, e ogni volta il suo racconto su eventi specifici cambiava. Non è la prima volta che i media mainstream vengono smascherati fare propaganda, succede sempre, soprattutto in tempo di guerra. Alcune delle più esaltate notizie sulla guerra del nostro periodo, non sono effettivamente reali, ma semplicemente delle acrobazie da relazioni pubbliche, progettate nelle operazioni di guerra psicologica. Nessuno negli USA può dimenticare l’immagine della statua di Saddam Hussein abbattuta e coperta con una bandiera statunitense, eppure pochi si rendono conto che si tratta di una bufala, una messa in scena nell’operazione psicologica coordinata tra i militari e i media. Nel luglio del 2004 il giornalista Jon Elmer pubblicò uno studio dell’esercito sulla guerra, che mostrava che questa scena della statua era stata infatti totalmente fabbricata. Nell’articolo, Elmer scrive “l’infame abbattimento della statua di Saddam Hussein sulla Firdos Square, nel centro di Baghdad, il 9 aprile 2003, fu una montatura gestita dalle truppe statunitensi e non la reazione spontanea degli iracheni. Secondo lo studio, un colonnello dei marine decise di abbattere la statua, e un’unità per operazioni psicologiche dell’esercito trasformò l’evento in propaganda… I marines portarono dei bambini iracheni a tifare, al fine di rendere la scena autentica, dice lo studio. Le accuse secondo cui l’evento era stato organizzato vennero avanzate nell’aprile dello scorso anno, per lo più da oppositori della guerra, ma furono ignorate o ridicolizzate dal governo degli USA e dai media più visibili.“[1]
La bufala della statua è solo un esempio della lunga serie di menzogne e di operazioni psicologiche che riguardano le diverse guerre in Iraq. All’inizio dell’operazione Desert Storm, nel 1990, la società di pubbliche relazioni Hill and Knowlton spese milioni di dollari per conto del governo, fabbricando notizie che avrebbero venduto la guerra al pubblico statunitense. Uno degli scherzi più commoventi generati da questa spinta alla guerra, fu la testimonianza di una 15enne kuwaitiana, conosciuta solo con il suo nome di battesimo, Nayirah. In una testimonianza videoregistrata, poi diffusa sui media, disse “mi sono offerta volontaria all’ospedale al-Addan, Mentre ero lì, ho visto i soldati iracheni arrivare armati e recarsi nella stanza dove… dei bambini erano nelle incubatrici. Presero i neonati dalle incubatrici, si presero le incubatrici e lasciarono i bambini sul pavimento a morire dal freddo.”

Orribile eh? Beh, per fortuna non è mai successo, anche questa fu una notizia fabbricata volta a disumanizzare il popolo iracheno. Il tutto venne svelato quando i giornalisti scoprirono che la testimone Nayirah era in realtà la figlia dell’ambasciatore (kuwaitiano) negli USA, blandita dagli specialisti delle operazioni psicologiche militari. Se il governo e i media cooperano nell’ingannare il pubblico statunitense durante i periodi di guerra, allora non ci dovrebbe essere alcun dubbio, nella vostra mente, che le stesse tecniche siano utilizzate durante i periodi di pace, e soprattutto nelle elezioni.
La seguente clip è un’altra classica notizia inscenata e trasmessa dalla CNN:

Fonte:
[1] Un rapporto dell’esercito conferma che la scena della statua di Saddam abbattuta era una Psy-op. The New Standard

JG Vibes è un giornalista investigativo, autore di Intellihub.com ed editore. È anche l’autore dell’e-book “Alchimia del Rinascimento moderno”, artista e proprietario di un’etichetta discografica.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Iran mette in guardia contro tentativi d’immergere la regione nelle guerre civili

Christof Lehmann (Nsnbc)

Khamenei mette in guardia contro i complotti stranieri per immergere i Paesi della regione nelle guerre civili. Aumento significativo del terrorismo sostenuto dall’Arabia Saudita in Egitto e in Iraq.

1La guida dell’Iran e leader della Rivoluzione Islamica dell’Iran, l’Ayatollah Seyyed Ali Khamenei, ha invitato gli egiziani e gli iracheni ad essere vigili di fronte a tentativi stranieri di suscitare la guerra civile nei loro Paesi. Durante un discorso all’Università di Teheran per la preghiera dell’Eid al-Fitr, che pone fine al mese sacro ai musulmani del Ramadan, l’Ayatollah Khamenei ha avvertito che vi è motivo di preoccupazione per la situazione di tensione nella regione. Facendo riferimento  all’aumento degli attacchi terroristici in Iraq negli ultimi mesi, Khamenei ha condannato gli attentati e ha sottolineato che sono volti a minare il governo democraticamente eletto dell’Iraq. Khamenei ha affrontato la situazione di tensione in Egitto e ha sottolineato che i problemi del Paese nordafricano dovrebbero essere risolti dal popolo egiziano. Khamenei ha invitato tutti i gruppi politici e religiosi dell’Egitto ad essere vigili verso tentativi occulti delle potenze straniere che mirano a precipitare il Paese in una guerra civile. Khamenei ha anche affrontato i colloqui sponsorizzati tra l’Autorità palestinese e Israele, e ha denunciato i colloqui dicendo che i negoziati mirano a minare la resistenza palestinese. I colloqui sono fortemente criticati dalle fazioni palestinesi progressive, tra cui il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), che è di avviso che i colloqui si tradurranno nella “Oslo2″.
Khamenei ha ribadito e sottolineato, che ci sono tentativi di far sprofondare molti Paesi della regione in guerre civili, anche se Khamenei si è fermato prima di puntare il dito direttamente, per esempio, su Arabia Saudita e Qatar. L’aumento delle violenze in Iraq s’è avuto dall’apertura del traffico di contrabbando saudita. L’aumento delle violenze politica e settaria in Iraq coincide con la riapertura della strada del contrabbando saudita in Iraq, che parte dalla provincia di Anbar dell’Arabia Saudita. La via del contrabbando, in precedenza utilizzata per rifornire e infiltrare gli insorti filo-sauditi in Iraq durante l’occupazione statunitense, è stata riaperta nel 2012. Anche se è stata inizialmente utilizzata per sostenere le brigate filo-saudite di al-Qaida in Siria, l’Arabia Saudita  nel 2012 iniziava ad aumentare il suo sostegno alle brigate di al-Qaida in Iraq che mirano a sovvertire il governo del Primo ministro iracheno Nuri al-Maliqi. Nel dicembre del 2012, un legislatore iracheno emise un avvertimento contro le trame occulte di Turchia, Qatar e Arabia Saudita contro l’Iraq, invitando i cittadini iracheni ad essere vigili. Nel 2012, il Primo ministro iracheno al-Maliqi avvertì che Arabia Saudita e Qatar tentavano di ordire in Siria un complotto simile a quello contro l’Iraq, e che l’Iraq restava sempre nel mirino. In un’intervista con la rete satellitare libanese al-Mayadin nel 2012, il Premier Nuri al-Maliqi disse: “Il Qatar e l’Arabia Saudita che agiscono per rovesciare il governo siriano, ora praticano la stessa ingerenza per  rovesciare il regime iracheno. Il loro obiettivo è rovesciare il governo iracheno. Il loro obiettivo è  rovesciare il sistema di governo iracheno e non rovesciare me“.
Nel luglio 2013, Nsnbc International ha pubblicato un’analisi dal titolo “La corsa per l’influenza straniera sull’Egitto, tra Golfo, Iran, USA/UE, FMI e BRICS“, che ha descritto la spinta internazionale per l’influenza sull’Egitto. L’analisi sostiene e corrobora che il Qatar è coinvolto nella creazione e nell’aggravamento delle violenze politiche e settarie in Egitto dopo la cacciata dell’ex presidente egiziano Muhammad Mursi. Elementi allineati al Qatar e appartenenti al movimento palestinese Hamas erano, e molto probabilmente continueranno ad essere coinvolti nell’aggravamento delle violenze in Egitto. L’8 luglio 2013, il loro coinvolgimento indusse un deputato di Hamas, Yahia Mussa, ad avvertire Hamas contro un suo coinvolgimento negli affari interni egiziani, dicendo che ne pagherà un prezzo pesante se interferisse negli affari interni egiziani.
L’allarme e la richiesta di vigilanza del capo di Stato iraniano Ayatollah Khamenei all’Eid al-Fitr, avviene sullo sfondo di una regione la cui maggioranza di Paesi è coinvolta in un conflitto, dalle violenze politiche interne alla guerra a bassa intensità e alla guerra non convenzionale. Questi Paesi sono la Turchia, coinvolta nella sovversione della Siria; la Siria, in stato di guerra dal 2011; il Libano, su cui la guerra in Siria si è estesa; Israele, che fornisce sostegno militare diretto ai ribelli per colpire la Siria; la Giordania, dove le forze speciali degli Stati Uniti addestrano gli insorti che operano in Siria; l’Iraq, che è sempre più obiettivo delle brigate filo-saudite di al-Qaida; l’Egitto,  che sperimenta lotte interne con il coinvolgimento di attori stranieri; l’Arabia Saudita e il Qatar direttamente o indirettamente coinvolti in ciascuno dei conflitti dei Paesi indicati. Altri conflitti o  violenze frequenti nella regione sono l’Afghanistan, il Pakistan, l’India, il Nepal, il Bangladesh e il Myanmar.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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